Rubriche di
Patrizia Fontana Roca

 

 

 

 

ASSOCIAZIONE ITALIANA CULTORI IMMAGINETTE SACRE

 

 

CHE COSA E’ L’A.I.C.I.S.?

L’AICIS è l’Associazione, apolitica e senza fini di lucro, che raccoglie appassionati cultori, studiosi, collezionisti e quanti si interessano di immaginette sotto ogni profilo: storico, folkloristico, culturale, artistico, religioso

PERCHE’ ISCRIVERSI ALL’AICIS?

Perché l’unione fa la forza. Per essere informati, attraverso la Notiziario bimestrale, di quanto interessa il settore e poter effettuare lo scambio del materiale fra i soci. Per partecipare alle mostre o anche conoscere ove si svolgono mostre di immaginette. Per partecipare a conferenze. Per avere notizie su pubblicazioni specialistiche, per avere le nuove immaginette, per conoscere i nuovi Venerabili, Beati e Santi, per avere altri ragguagli su santi e santuari.

COME ISCRIVERSI ALL’A.I.C.I.S.

 

Telefonando alla Segreteria (tel.06-7049.1619) e richiedendo l'apposito modulo da compilare.

Per il 30° anniversario della fondazione dell'A.I.C.I.S. (1983-2013), il Consiglio Direttivo, riunitosi in ottobre u.s., per nuovi tesserati, mai prima iscritti, ha riconfermato la campagna promozionale 2012.

Il Consiglio, infatti, ha stabilito che anche per l’anno 2013 quanti non sono stati mai iscritti all’AICIS e desiderano associarsi oltre la quota di iscrizione (euro 3,00), pagheranno nel 2013 la quota promozionale di euro 22,00, anziché 35,00. L'importo dovrà essere versato sul conto corrente postale nr. 39389069 intestato all' A.I.C.I.S. (Associazione Italiana Cultori Immaginette Sacre)

L’anno sociale decorre dal 1° gennaio al 31 dicembre

 

DIRITTI DEI SOCI:

- ricevere le Circolari Informative, con immaginette omaggio;

- partecipare alle mostre ed alle iniziative sociali;

- partecipare alle riunioni di scambio fra soci;

- effettuare scambi fra soci per corrispondenza;

- fare inserzioni gratuite di offerta o di richiesta di immaginette nelle Circolari Informative.

Gli incontri si tengono nella Sede dell'Ass.ne, in P.za Campitelli 9, in una sala interna al cortile adiacente la Chiesa di S.ta Maria in Portico, ogni primo martedì del mese, eccetto agosto, e salvo variazioni che di volta in volta verranno rese note.


Per Informazioni: Contattare Renzo Manfè - Vice Presidente
Tel. 328-6911.049
e-mail: aicis_rm@yahoo.it

 

 

 

SANTINI E SANTITA'

NOTIZIARIO A.I.C.I.S. N. 2- 2020
Aprile - Giugno 2020

10 aprile 2020: Venerdì Santo

La morte di N.S. Gesù Cristo

Incisione di cm.10 x 7 a bulino di area fiamminga su pergamena e con acquarellatura a mano coeva, sec. XVII
Incisore Michiel Bunel (Anversa 1670-1739).
Collezione privata E. Belotti.

 

 

 

 

 

1 - Madonna delle Grazie di Allumiere. Retro: Calendario 2005. Santino offerto da Edmondo BARCAROLI.

2 - San Ruggero Vescovo. Patrono di Barletta. Retro: Preghiera. Santino offerto da Michele Fortunato DAMATO.

3 - B.V. del Rosario di Pompei. (Fars-3018/M48). Retro: Preghiera. Santino offerto da Padre Michele Maria GIULIANO, ofm.

4 - Santa Zita, vergine. (B.N.Marconi-2202198) Retro: Biografia e Preghiera. Santino offerto da Carluccio FRISON.

5 - San Francesco di Paola, Compatrono e Custode della città di Milazzo. Retro: Preghiera. Santino offerto da Antonella ALIBRANDO e Giovanni B. ANANIA

6 - Madonna della Neve, di Montecastello di Mercato Saraceno. Retro: Preghiera. Santino offerto da Alberto BOCCALI.

7 - S.Gianna Beretta Molla. Retro: Preghiera. Santino offerto da Padre Michele Maria GIULIANO, ofm.

8 - Maria Ss.ma Ausiliatrice, venerata nella chiesa di Santa Marina, Santa Marina di Milazzo. Retro Preghiera. Santino offerto da Giovanni B. ANANIA.

9 - Santa Bernadette Soubirous. Retro: Lourdes 2019. Santino offerto da Roberto DE SANTIS.

10 - Ss.mo Crocifisso venerato nella Chiesa di Santa Marina in Santa Marina di Milazzo. Retro: Preghiera. Santino offerto da Giovanni Battista ANANIA.

11 - Gesù in croce abbraccia un bambino. Retro: Atto d’Amore. Preghiera. Santino offerto da Padre Michele Maria GIULIANO, ofm.

12 - Gesù in preghiera nell’Orto degli Ulivi. Retro: Preghiera di Padre Michele M.Giuliano. Santino offerto da Padre Michele Maria GIULIANO, ofm.

 

 

VITA ASSOCIATIVA

 

 

ROMA, 27 MARZO 2020: COVID-19, APPUNTAMENTO DI PREGHIERA DI PAPA FRANCESCO CON TUTTO IL MONDO

 

Tutti noi conserviamo negli occhi e nel cuore la preghiera e la benedizione del Papa di quel venerdì sera 27 marzo 2020 in Piazza San Pietro. Le immagini, le parole, la potenza dei gesti. Il Santissimo Sacramento aperto su una città deserta, per andare idealmente sul mondo intero. Sappiamo quanto l’animo umano faccia in fretta a dimenticare tutto, eppure tutti abbiamo avuto l’impressione di assistere a qualcosa di storico che ricorderemo a lungo.

In quelle parole e in quei gesti era condensata l’esperienza che tutti stiamo facendo. Forse è proprio questa universalità che ha caricato di un significato del tutto unico quello che il Papa ha fatto.

E in quei gesti incerti dell’uomo anziano, ma sicuri e forti dell’uomo di fede, si sono ritrovati tutti: intellettuali e semplici, ricchi e poveri, credenti e non credenti. Le parole dette con un po’ di affanno sono risuonate come un tuono: «Non ci siamo fermati davanti ai Tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri e del nostro pianeta gravemente malato

. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato».


L’AUGURIO DI BUONA PASQUA 2020 DEL PRESIDENTE AICIS GIANCARLO GUALTIERI E DEL CONSIGLIO DIRETTIVO

 

Ci troviamo, e non solo nella nostra nazione, in un periodo di emergenza, costretti a rimanere in casa a motivo dell’epidemia da coronavirus. Sia il sottoscritto che il Consiglio Direttivo AICIS vuol essere e rimanere vicino a tutti gli associati per il prossimo periodo pasquale. Ritengo che tutta l’Associazione forse potrà fare poco per la società globale, ma tutti possiamo fare molto per noi stessi, la nostra famiglia e le persone dell’ambiente che ci circonda.

Il Santo Padre Francesco ci ha suggerito di trasformare questa catastrofe in una ‘opportunità’, anche se dolorosa a livello umanitario: curare maggiormente i rapporti familiari e sociali, il dialogo, la meditazione, la lettura della Sacra Scrittura e di buoni libri. Ed io aggiungo che è anche una preziosa occasione per sistemare i nostri cari santini, selezionarli, catalogarli, ecc, avendo ora del prezioso tempo a disposizione.

 

Come aiuto spirituale, mi piace qui ricordare una preghiera composta da San John Henry Newman, perché coglie molto bene le difficoltà delle vicende umane:

 

“Guidami, luce amabile, tra l’oscurità che mi avvolge. Guidami innanzi, oscura è la notte. Dove mi condurrai? Non te lo chiedo, o Signore! So che la tua potenza m’ha conservato al sicuro da tanto tempo, e so che ora mi condurrai ancora, sia pure attraverso rocce e precipizi, sia pure attraverso montagne e deserti, sino a quando sarà finita la notte. Non è stato sempre così: non ho sempre pregato perché tu mi guidassi! Ho amato scegliere da me il sentiero, ma ora tu guidami!” .

 

Con tanto affetto, insieme al Consiglio Direttivo, nell’augurarvi serene feste pasquali, richiamo l’attenzione di tutti noi all’augurio di Buona Pasqua di alcuni anni fa da parte di San Giovanni Paolo II: “L’uomo non può perdere mai la spe ranza nella vittoria del bene. Questo giorno diventi per noi l’esordio della nuova speranza” .

Auguri, comunque, per una Buona Pasqua 2020! (GIANCARLO GUALTIERI)

ROMA - SOSPESE LE RIUNIONI IN SEDE A CAUSA DEL COVID-19

 

A causa della pandemia di COVIT-19 il Consiglio Direttivo AICIS ha sospeso le riunioni sociali mensili in Roma dei mesi di aprile, maggio e giugno, previste sulla Rivista nr. 4/2019 e nr. 1/2020. Comunicheremo nel nr. 3/2020 eventuali variazioni per il futuro.

 

 

TEMPI DI COVID-19

 

TORINO: SAN GIOVANNI BOSCO E 44 SUOI RAGAZZI NEL COLERA DEL 1854

di Renzo MANFÈ

 

L’11 febbraio scorso l’OMS ha annunciato che la malattia respiratoria causata dal nuovo coronavirus, diffusa in gennaio nella zona di Wuhan in Cina e da febbraio anche in Italia e poi in tutta Europa e nelle Americhe, è stata chiamata “COVID-19”. Essa ha già mietuto decine di migliaia di vittime nel mondo. Numerose sono le pestilenze che nei secoli scorsi hanno imperversato sia in Europa che nei Paesi del bacino mediterraneo. Nel corso dell’Ottocento ad esempio, a causa di movimenti militari e commerciali dell’Inghilterra nel continente indiano, e delle macchine a vapore che facilitano gli spostamenti e rendono più numerosi i viaggi, il colera inizia a diffondersi su quasi tutto il globo e dilaga in diverse città europee generando sette pandemie, delle quali ben sei giungono anche in Italia: 1835-1837, 1849, 1854-1855, 1865-1867, 1884-1886 e 1893.

Considerando la terza pandemia del 1800, risulta che nel 1854 una nave salpata dall’India porta il colera in Inghilterra e da Londra il contagio arriva a Parigi e a Marsiglia e dal sud della Francia giunge a Genova. Le autorità genovesi non si preoccupano di avvisare tempestivamente la presenza del colera agli altri Stati italiani e il contagio si estende dalla costa ligure e tirrenica fino a Napoli e, quindi, a Palermo. Riportiamo qui di seguito alcuni cenni dell’intervento a Torino di San Giovanni Bosco e di 44 suoi eroici ragazzi intervenuti per tutto il periodo sul fronte della pandemia di colera nell’estate 1854.

 

Fonte delle notizie è il Volume V delle “Memorie Biografiche” del Santo, redatte dal sacerdote salesiano Giovanni Battista Lemoyne.

 

Nell’estate del 1854 i giornali escono in prima pagina con una notizia paurosa: il colera. L’epidemia che investe dapprima la Liguria, facendo 3.000 vittime, il 30-31 luglio fa segnalare i primi casi anche a Torino, capitale del Regno Sabaudo. È opportuno rammentare che la Croce Rossa non esiste ancora, (verrà fondata nel 1864) e il batterio, il “Vibrio Cholera”, verrà scoperto da Robert Koch solo trent’anni dopo, nel 1884! Si prendono subito i primi provvedimenti. Vengono anticipati di un mese gli esami scolastici in modo che per la fine di luglio tutte le scuole risultano chiuse. La paura provoca la chiusura dei negozi e la fuga dalle zone colpite. La stessa famiglia reale lascia Torino e si ripara nel castello di Caselette. Il colera infierisce sulla città piemontese. In dieci casi, sei risultano mortali. In mancanza di notizie scientifiche si diffondono in città le solite voci alimentate dall’ignoranza e dalla paura. La parte meno colta della popolazione si convince che gli stessi medici facciano bere ai malati una bibita avvelenata, una certa “acquetta”, per farli morire più presto e così scongiurare il pericolo per sé e per gli altri. La zona più colpita di Torino è quella più inquinata e con meno igiene: Borgo Dora, che confina con Valdocco dove ha sede l’istituto e l’oratorio per ragazzi fondati da Don Bosco.

L’Oratorio è attorniato da moribondi, da cadaveri e, attorno a questi sventurati, la paura fa il vuoto. Pochi sono i coraggiosi che si prestano a curare i malati. Il Sindaco fà appello ai migliori della città perché si trasformino in infermieri e assistenti. Don Bosco stesso si attiva rivolgendosi ai suoi giovani per cercare qualcuno che desideri unirsi a lui in quell’opera di misericordia. Si presentano quattordici gio
vani e, pochi giorni dopo, altri trenta ne seguono l’esempio. All’igiene rudimentale del tempo, Don Bosco aggiunge la sua fede.

Egli, oltre la raccomandazione per le attenzioni più elementari, esorta i giovani ad aver fiducia nella Madonna e aggiunge: «Se voi, o miei cari, mi promettete di non com mettere volontariamente alcun peccato, credo di potervi assicurare che nessuno di voi sarà colpito dal colera». (MB 5,87). Così gli “infermieri volanti” accorrono a prestare i soccorsi d’urgenza a qualsiasi richiesta e in qualsiasi ora del giorno e della notte. Ai poveri danno lenzuola, camicie, coperte. Ben presto le riserve dell’Oratorio si esauriscono. La stessa Mamma Margherita (la mamma di Don Bosco, ora Venerabile) che in quel periodo aiutava suo figlio nella gestione dell’Istituto, giunge a dare le tovaglie dell’altare per soddisfare le richieste che giungono a lei dai giovani infermieri. Il morbo invadente impone continui sacrifici di carità fisica e spirituale, e D. Bosco a stento può provvedere a tanti bisogni.

Anfossi Giovanni Battista, lascerà scritto: “Ebbi la fortuna di accompagnare Don Bosco in parecchie visite che faceva ai colerosi. Io allora aveva solo 14 anni, e ricordo che, pre stando la mia opera come infermiere, provava una grande tranquillità, riposando sulla speranza di essere salvo, spe ranza che Don Bosco aveva saputo infondere ne’ suoi alunni. In tale assistenza mi confortava anche la carità di Don Bosco.

Era una tenerezza il vedere con quanta amabilità e destrezza egli sapeva indurre gli ammalati a ricevere i conforti della religione e a fare una buona morte; e come riuscisse a tran quillizzarli sulla sorte dei poveri, figliuoli, che sarebbero ri masti senz’alcun appoggio. Un giorno lo vidi ritornare al l’Oratorio conducendo ben sedici fanciulli, che aveva raccolti qua e là nelle case, rimasti orfani dei genitori. E li tenne tutti con sé, e poi li avviò secondo l’attitudine o agli studi o ad un’arte. E questi non furono i soli, che lagrimosi traeva per mano per consegnarli nelle braccia amorose della Divina Provvidenza” . Con le piogge d’autunno di quel 1854, il colera esaurisce la sua virulenza e si sono contati 1.248 morti a Torino, 320.000 in Italia.

La fine dell’emergenza è dichiarata il 21 novembre.

Un risultato prodigioso: tra i 44 volontari dell’Oratorio nessuno è stato colpito dal contagio!

 

Lo scrittore Nicolò Tommaseo, che abitava in quegli anni in Via Dora Grossa (ora via Garibaldi) 22, scrive a Don Bosco il 3 ottobre: «So della generosa carità esercitata da lei e dai suoi nella malattia che minacciava specialmente i poveri della città... Le debbo ringraziamenti vivissimi come Cristiano» .

 

 

 

Dal libro della Genesi 1, 11- 13 Dio comandò ancora “La terra faccia germogliare le erbe, le piante che producono seme e gli alberi da frutto, che producano sulla terra un frutto contenente il proprio seme, ciascuno secondo la propria specie”. E così avvenne. La terra produsse le erbe, le piante che facevano il seme secondo la propria specie e gli alberi che producevano frutto contenente il proprio seme, ciascuno secondo la propria specie. Poi Dio vide ciò era buono”. La Bibbia: il libro che contiene la Parola che ha guidato l’uomo nel tempo e nella storia ed è ancora oggi punto di riferimento determinante nelle scelte dell’esistenza umana. La Bibbia: il libro più letto e interpretato da tutta l’umanità che, purtroppo, a quella Parola – come pure alla natura – ha fatto più volte violenza subendo poi le conflittualità e i fallimenti che tale violenza ha causato.
La Bibbia, dicevamo, fa riferimento alle erbe, alle piante, agli alberi da frutto, che non sono certo quelli del nostro tempo, risultato spesso di sofisticate tecniche di clonazione, capolavori di ingegneria genetica. Fa riferimento ai semplici arbusti, alle piante spesso spontanee che producevano frutta e sementi destinate al sostentamento materiale dell’uomo: cibo per il corpo così come la parola era cibo per l’anima. Come non pensare alla Madonna delle Castagne, del Ciliegio, del Pero, del Sorbo? Come già detto precedentemente questo parallelismo tra natura e spiritualità si ritrova spesso in fenomeni particolari. Parliamo delle apparizioni che sono talvolta accompagnate da segni singolari – segni del cielo? – che vengono sovente trascurati. In un certo senso le apparizioni rappresentano, nel tempo e nella storia dell’uomo, un nuovo inizio dell’esistenza terrena, intesa come presa di coscienza dei limiti e delle fragilità umane da una parte e delle sue infinite possibilità alla luce della certezza e della speranza dateci dalla passione e resurrezioni del Cristo. Di tali apparizioni – come dicevamo – si sottolineano e si ricordano gli aspetti più eclatanti, più emblematici, dimenticando di citare o lasciando comunque sullo sfondo la presenza di elementi naturali che ne costituiscono l’essenza o ne arricchiscono le manifestazioni.
Succede che poi, nel tempo, tali elementi tocchino sensibilità, suscitino emozioni, evochino suggestioni attraverso legami che sembrano andare oltre il tempo dell’uomo riportandoci in modo arcano alla santità e alla divinità. La presenza di questi elementi è casuale? Chi sa! Sarebbe interessante approfondirne lo studio: ciò che è certo è che i resti di queste creature verdi sono a tutt’oggi venerati negli stessi luoghi dove avvennero le apparizioni cui questi resti restano indissolubilmente legati. Eccone qualche testimonianza.
SAN ZANOBI E IL MIRACOLO DELL’OLMO RIFIORITO A Firenze, lo scorso 26 gennaio, come da tradizione secolare, il corteo storico della Repubblica fiorentina è partito alle ore 10.50 dal Palagio di Parte Guelfa e si è diretto verso piazza della Signoria, passando da piazza del Mercato nuovo, via Por Santa Maria e via Vacchereccia per raggiungere piazza San Giovanni e la colonna di San Zanobi alle 11.15. Qui, dopo la deposizione di una corona di fiori, si è svolta l’esibizione degli Sbandierai degli Uffizi. Ma perché ogni anno Firenze rinnova questa tradizione dalla fine del IX secolo? Nel centro di Firenze, a poca distanza dal Battistero, si può ammirare “ la colonna di San Zanobi ”, una colonna su cui è incastonato un olmo in ferro, a ricordo di un miracoloso evento avvenuto il 26 gennaio dell’871 o 876. Mentre le reliquie del Santo vescovo di Firenze, Zanobi, morto verso il 417 e sepolto nella Chiesa di San Lorenzo, sono traslate, per motivi di sicurezza all’interno delle mura fortificate, e cioè nella nuova Cattedrale di Santa Reparata (divenuta poi dal 1296 Santa Maria del Fiore), si verifica un evento straordinario. In quel gelido gennaio, il sarcofago di San Zanobi portato dai fedeli con un affollato corteo funebre, giunto all’altezza dell’attuale Battistero, sfiora un vecchio olmo, che, tra lo stupore di tutti i presenti, rinverdisce immediatamente facendo spuntare delle tenere foglioline. L’antico olmo non esiste più, ma, in ricordo dell’episodio miracoloso, oggi sorge in quel luogo questa colonna, detta appunto di ‘San Zanobi’ . Secondo la tradizione, poi, dall’olmo originario è stato scolpito un Crocifisso oggi conservato nella chiesa fiorentina di San Giovannino dei Cavalieri in via San Gallo.
Relique


RELIQUIE VIVENTI

 

3 - La ricerca del mistero nell’umiltà, nella semplicità e nella naturalità della vita verde

 

di Reginaldo LUCIOLI

 

Dal libro della Genesi 1, 11- 13 Dio comandò ancora “La terra faccia germogliare le erbe, le piante che producono seme e gli alberi da frutto, che producano sulla terra un frutto contenente il proprio seme, ciascuno secondo la propria specie”. E così avvenne. La terra produsse le erbe, le piante che facevano il seme secondo la propria specie e gli alberi che producevano frutto contenente il proprio seme, ciascuno secondo la propria specie. Poi Dio vide ciò era buono”. La Bibbia: il libro che contiene la Parola che ha guidato l’uomo nel tempo e nella storia ed è ancora oggi punto di riferimento determinante nelle scelte dell’esistenza umana. La Bibbia: il libro più letto e interpretato da tutta l’umanità che, purtroppo, a quella Parola – come pure alla natura – ha fatto più volte violenza subendo poi le conflittualità e i fallimenti che tale violenza ha causato-

 

 

 



La Bibbia, dicevamo, fa riferimento alle erbe, alle piante, agli alberi da frutto, che non sono certo quelli del nostro tempo, risultato spesso di sofisticate tecniche di clonazione, capolavori di ingegneria genetica. Fa riferimento ai semplici arbusti, alle piante spesso spontanee che producevano frutta e sementi destinate al sostentamento materiale dell’uomo: cibo per il corpo così come la parola era cibo per l’anima. Come non pensare alla Madonna delle Castagne, del Ciliegio, del Pero, del Sorbo? Come già detto precedentemente questo parallelismo tra natura e spiritualità si ritrova spesso in fenomeni particolari. Parliamo delle apparizioni che sono talvolta accompagnate da segni singolari – segni del cielo? – che vengono sovente trascurati. In un certo senso le apparizioni rappresentano, nel tempo e nella storia dell’uomo, un nuovo inizio dell’esistenza terrena, intesa come presa di coscienza dei limiti e delle fragilità umane da una parte e delle sue infinite possibilità alla luce della certezza e della speranza dateci dalla passione e resurrezioni del Cristo. Di tali apparizioni – come dicevamo – si sottolineano e si ricordano gli aspetti più eclatanti, più emblematici, dimenticando di citare o lasciando comunque sullo sfondo la presenza di elementi naturali che ne costituiscono l’essenza o ne arricchiscono le manifestazioni.
Succede che poi, nel tempo, tali elementi tocchino sensibilità, suscitino emozioni, evochino suggestioni attraverso legami che sembrano andare oltre il tempo dell’uomo riportandoci in modo arcano alla santità e alla divinità. La presenza di questi elementi è casuale? Chi sa! Sarebbe interessante approfondirne lo studio: ciò che è certo è che i resti di queste creature verdi sono a tutt’oggi venerati negli stessi luoghi dove avvennero le apparizioni cui questi resti restano indissolubilmente legati. Eccone qualche testimonianza.

SAN ZANOBI E IL MIRACOLO DELL’OLMO RIFIORITO

 

A Firenze, lo scorso 26 gennaio, come da tradizione secolare, il corteo storico della Repubblica fiorentina è partito alle ore 10.50 dal Palagio di Parte Guelfa e si è diretto verso piazza della Signoria, passando da piazza del Mercato nuovo, via Por Santa Maria e via Vacchereccia per raggiungere piazza San Giovanni e la colonna di San Zanobi alle 11.15. Qui, dopo la deposizione di una corona di fiori, si è svolta l’esibizione degli Sbandierai degli Uffizi.

Ma perché ogni anno Firenze rinnova questa tradizione dalla fine del IX secolo? Nel centro di Firenze, a poca distanza dal Battistero, si può ammirare “ la colonna di San Zanobi ”, una colonna su cui è incastonato un olmo in ferro, a ricordo di un miracoloso evento avvenuto il 26 gennaio dell’871 o 876. Mentre le reliquie del Santo vescovo di Firenze, Zanobi, morto verso il 417 e sepolto nella Chiesa di San Lorenzo, sono traslate, per motivi di sicurezza all’interno delle mura fortificate, e cioè nella nuova Cattedrale di Santa Reparata (divenuta poi dal 1296 Santa Maria del Fiore), si verifica un evento straordinario. In quel gelido gennaio, il sarcofago di San Zanobi portato dai fedeli con un affollato corteo funebre, giunto all’altezza dell’attuale Battistero, sfiora un vecchio olmo, che, tra lo stupore di tutti i presenti, rinverdisce immediatamente facendo spuntare delle tenere foglioline. L’antico olmo non esiste più, ma, in ricordo dell’episodio miracoloso, oggi sorge in quel luogo questa colonna, detta appunto di ‘San Zanobi’ . Secondo la tradizione, poi, dall’olmo originario è stato scolpito un Crocifisso oggi conservato nella chiesa fiorentina di San Giovannino dei Cavalieri in via San Gallo.

IL SS.MO CROCIFISSO DEL MANDORLO FIORITO DI EMPOLI Nel 1999 si è celebrato il sesto centenario del Crocifisso ligneo del XIV secolo della Collegiata di Sant’Andrea di Empoli, considerato miracoloso per aver fatto cessare nel 1399 l’epidemia di peste. Infatti il 24 agosto 1399, nel corso di una pestilenza, il Crocifisso detto “delle Grazie” , è portato in processione per la diocesi di Firenze. La processione si ferma per una sosta tecnica e il Crocifisso viene appoggiato a un mandorlo rinsecchito dalla siccità. Inspiegabilmente il mandorlo viene “tutto rivestito di fronde e fiori”. Il canonico Luigi Lazzeri nel suo celebre volume “Notizie istoriche della Terra di Empoli” all’anno 1399 riporta tale episodio del Miracolo del Mandorlo: “I Fratelli della compagnia del SS. Crocifisso detto delle grazie, (cfr. foto a fianco) eretta in questo anno nella nostra insigne Collegiata essendo invasa la terra d’ Empoli dalla pe stilenza, affine di muovere Iddio a pietà, ed insieme di schi vare l’infezione contagiosa il dì 24 Agosto dell’anno stesso uscirono dalla patria con numerosissime seguito dell’uno, e dell’altro sesso, non tanto d’Empoli, quanto dei luoghi circon vicini portando a processione il detto SS. Crocifisso in Val di Marina, e nel Mugello incontro a Fiesole e Firenze. Un giorno pertanto essendosi coricati nella campagna per ristorarsi col cibo, ed avendo perciò appoggiato il Crocifisso ad un man dorlo secco, trovarono dopo la refezione detto mandorlo tutto rivestito di fronde e fiori, per il che concepirono viva speranza che fosse cessata, siccome veramente cessata era la pesti lenza” . Ogni 25 anni si ricorda il lieto e miracoloso evento.

IL “FAGGIO SANTO” DI SAN GIOVANNI GUALBERTO

All’inizio di marzo del 1036 San Giovanni Gualberto è sorpreso da un forte temporale nel cuore dell’Appennino in un luogo allora denominato ‘Acquabella’. Il Santo, all’epoca, è un monaco benedettino in fuga da Firenze, sua città natale, a causa di accesi contrasti con il suo vescovo. La notte si avvicina, e Giovanni decide di trascorrerla sotto un vecchio faggio. Il mattino successivo risvegliandosi rimane sorpreso nel trovarsi completamente asciutto, compresi i suoi vestiti. E nota che quel Faggio non solo ha allargato i suoi rami, ma per meglio riparare il Santo li ha rivestiti anzitempo di foglie. Giovanni interpreta tale segno straordinario come un segno divino di fermarsi in questo luogo. E qui rimane, fondando poco dopo la Congregazione dei Vallom
brosani, una comunità di monaci benedettini con una propria Regola, e costruendo il primo nucleo di quella che diverrà in seguito l’imponente Abbazia di Vallombrosa. L’attuale faggio detto “il Faggio Santo” non è imponente: è alto 20 metri ed ha una circonferenza di 3,3 metri, con una età stimabile intorno ai 150 anni. Non è ovviamente il faggio originario, quello che ha accolto il Santo, ma è rinato dalla sua stessa ceppaia. Ha la particolarità del progenitore di mettere le foglie in anticipo rispetto ai suoi simili della foresta e in autunno è anche uno degli ultimi faggi a perdere le foglie.

BEATA VERGINE DEL TROMPONE

Domenica 19 aprile p.v. ricorre come ogni prima domenica dopo Pasqua, la Festa patronaledel Santuario della Beata del Trompone di Moncrivello (VC). Quest’anno a causa del COVID19 le celebrazioni rituali sono sospese, ma fino allo scorso anno, per l’occasione, i Silenziosi Operai della Croce organizzavano cinque giorni di incontri e preghiere per commemorare l’apparizione della Madonna avvenuta la prima domenica dopo Pasqua del 1562. Ma cosa è un ‘trompone’ ? Una “trumpa” o “trompone” nel Vercellese non è altro che un tronco d’albero. Domenica di Miglianotto, da tutti conosciuta e chiamata Miglianotta, di Cigliano è una povera donna afflitta da gravi infermità. Gibbosa ed assai ricurva, da sei anni soggetta ogni giorno al mal caduco, è quasi incapace di parlare. Vive la sua vita di dolore e di tristezza, consolandosi unicamente con la preghiera. È solita passare, nei suoi brevi spostamenti, per una località chiamata Trompon , da un grosso ceppo di castagno scapezzato (in dialetto trumpa ).

Un giorno, mentre sta pregando, vede comparire proprio su quel tronco, in una luce vivissima, la Vergine Santissima, con in braccio il Bambino Gesù, che le sorride amabilmente. Nel medesimo tempo sente rifluire nel suo povero corpo la vita: la schiena le si drizza, la sua lingua si scioglie e tutti i mali se ne vanno. Si sente completamente guarita. La Madonna le avrebbe anche parlato dicendole che desiderava che si edificasse al Trompone una Chiesa, perché potesse diventare proprio lì distributrice di grazie ai sofferenti. La notizia del miracolo, come è naturale, si diffonde subito nei paesi vicini. La donna è molto conosciuta, per cui la guarigione ha una forte risonanza. La gente accorre al Trompone per pregare la Madonna e per portare i propri malati sul luogo dell’apparizione. Si verificano nuovi miracoli: guarigioni di persone colpite da vari mali. Qualche mese dopo, il 19 agosto, Clero e popolo di Moncrivello convengono in processione al Trompone e, su di un altare mobile, il sacerdote Giovanni Battista Ferraris celebra una Messa solenne “in onore di Dio e della Vergine Santis sima”, terminata la quale viene posta la prima pietra di una piccola chiesa.

 

SANT’ANTONIO DI PADOVA E L’ALBERO DI NOCE

Negli ultimi anni della sua vita Fra Antonio, dopo le fatiche della predicazione quaresimale e dopo l’incontro con Ezzelino da Romano, desidera un periodo di riposo e di solitudine per dedicarsi alla contemplazione ed alla scrittura. Nel mese di giugno, avvicinandosi il tempo della mietitura, il Santo si ritira presso il romitorio dei Frati di Camposampiero. Non lontano dalla dimora dei religiosi si stende una fitta boscaglia, dove tra le altre piante silvestri si erge un poderoso noce, dal cui tronco sei branche si pro. Il conte Tiso, proprietario della boscaglia, venuto a conoscenza di quel desidtendono verso l’alto, formando una specie di corona di rami. L’uomo di Dio, avendone un giorno ammirata la bellezza, su indicazione dello Spirito (ecco la ragione della colomba dietro la testa del Santo nel dipinto qui a fianco), decide di farsi fare una cella sopra quel noce, perché il luogo offre solitudine e una tranquillità favorevole alla contemplazione e alla preghieraerio dalla bocca dei frati, si attiva lui stesso, riunendo in quadrato e trasversalmente ai rami delle pertiche, ad approntare una cella di stuoie. La tradizione dice che da lassù il Santo rivolge parole evangeliche agli abitanti della zona, felici questi di poter godere per circa due settimane della sua presenza. Oggi nel luogo ove un tempo sorgeva il noce si trova un piccolo edificato nel 1437 dal Conte Gregorio Callegari, affrescato all’inizio del ‘500 da Girolamo Tessari. I resti di quell’albero di noce sono tutt’oggi conservati nella chiesa di Camposampiero. Sembra poi che alcuni “ricacci” - o “polloni” - siano stati trapiantati nelle vicinanze, e che i frati li vedano oggi fiorire a giugno nei giorni della nascita al Cielo del Santo. Nel 1967, a lato del piccolo Santuario, è stato aperto un Monastero di Clarisse che hanno trasformato l’Oratorio in una casa di preghiera.

PADRE PIO DA PIETRELCINA E L’OLMO

Nella contrada di Piana Romana, dove la famiglia Forgione possedeva un piccolo appezzamento di terreno, il giovane Francesco amava sostare all’ombra di un grande olmo, diventato poi testimone di tanta preghiera, ma anche di tanta sofferenza. I familiari si erano accorti che «qualcosa di strano avve niva sotto quell’albero» . Infatti, alla sua ombra erano iniziate prove e lotte spirituali, e i tormenti e i fastidi del maligno. Una volta sacerdote francescano Padre Pio, tornando per motivi di salute a Pietrelcina, andava sempre alla masseria di Piana Romana, e qui sostava per molta parte dei giorni, in estate anche di notte. Sedeva all’ombra di un olmo, per recitare il breviario e per continuare le sue preghiere. Quando la calura diventava insopportabile, studiava e pregava all’om
bra di una capanna di paglia addossata all’olmo. Qui egli si trovava a suo agio per respirare aria pura che giovava ai suoi polmoni malati. “...mi trovo in campagna a respirare un po’ d’aria sana, dietro che ne ho sperimentato la miglioria” . [Epist. I, lett. 44]. “Quella capannuccia per me era diventata una vera chiesetta” soleva dire Padre Pio. Ed è qui che nel 1911 egli ebbe il dono delle stimmate invisibili, segni dolorosi, invisibili all’occhio umano, che vissero nel corpo di San Pio per poi manifestarsi in modo visibile nel 1918. In seguito, fu proprio nel luogo della povera capannuccia che venne costruita una chiesetta dedicata a San Francesco d’Assisi al cui interno troviamo oggi “L’olmo di Padre Pio”, cioè un tronco del maestoso albero (cfr. foto a fianco).

MADONNA DELL’OLMO

Il culto della Beatissima Vergine dell’Olmo a Cava de’ Tirreni risale all’undicesimo secolo. Stando a quanto tramandato dallo storico Agnello Polverino alcuni pastori trovano un quadro raffigurante la Vergine tra i rami di un olmo frondoso. L’abate del luogo, probabilmente San Pietro, informato dagli stessi pastori decide di recarsi di persona sul luogo in solenne processione e con gran devozione.

Giunti sul posto i convenuti vedono una immagine della Madonna tra i rami di un grande olmo, circondata da mille luminosissime fiammelle. L’abate ritiene opportuno trasferire il santo simulacro nella chiesa di San Cesario, ma nella notte da qui scompare per ricomparire miracolosamente sul luogo delle apparizioni, per cui, al fine di rispettare la volontà della Beata Vergine, il quadro rimane sul luogo desiderato dalla Madonna.

Dal 1672 la Beatissima Vergine dell’Olmo è la Patrona di Cava de’Tirreni e il quadro con la sua effigie è conservato nell’omonima Chiesa. Esso riposa nel presbiterio nel mezzo dell’intreccio dei rami di un magnifico olmo in bronzo.

CONCLUSIONE Un faggio, un olmo, un castagno, un noce… alberi possenti che più non hanno la vitalità delle creature verdi. Legni morti quindi? Tutt’altro! Le loro fronde sembrano stormire ancora oggi e con la voce e la forza del loro silenzio parlano di una relazione, di un’intesa spirituale che vive ancora nella memoria dei fedeli e nella memoria liturgica della Chiesa. (continua)

 

 

 

 

CONGREGAZIONE DELLE CAUSE DEI SANTI

24.1.2020: PROMULGAZIONE DI NUOVI DECRETI Il 23.1.2020 il Santo Padre Francesco ha ricevuto in Udienza privata S.E. Rev.ma il Signor Card. Angelo Becciu, Prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi. Nel corso dell’Udienza, il Santo Padre ha autorizzato la Congregazione a promulgare i seguenti decreti riguardanti:

 

A - 13 NUOVI BEATI * A)- BENEDETTO DI SANTA COLOMA E DUE COMPAGNI Il Santo Padre ha autorizzato la promulgazione del Decreto relativo al martirio dei seguenti 3 Servi di Dio: Benedetto di Santa Coloma de Gramenet e 2 Compagni dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini: Giuseppe Oriol di Barcelona e Doménech di Sant Pere de Riudebittles, uccisi, in odio alla Fede, in Spagna, fra il 24 luglio e il 6 agosto 1936. Si resta in attesa di conoscere la data della Cerimonia di Beatificazione.

 

1 - BENEDETTO DI SANTA COLOMA DE GREMENET (1892-1936) Benedetto di Santa Coloma de Gramenet (al secolo: Giuseppe Doménech Bonet) nacque il 6 settembre 1892 a Santa Coloma de Gramenet (Spagna). Nel 1909 entrò nell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini e, il 23 febbraio 1913, emise la professione religiosa solenne. Fu ordinato sacerdote il 29.5.1915. Svolse gli incarichi di Maestro dei Novizi, Definitore Provinciale e Guardiano del convento di Manresa che, il 22.7.1936 fu occupato e devastato dai miliziani anarchici e marxisti. Riuniti i religiosi e, messili al corrente della situazione drammatica, il Servo di Dio ordinò l’immediata evacuazione. I frati trovarono rifugio in luoghi più sicuri. Il Servo di Dio si recò in una casa di campagna detta Casajoana nei pressi di Manresa dove, il 6 agosto 1936, un gruppo di miliziani fece irruzione. Individuato il Servo di Dio, volevano obbligarlo a bestemmiare, ma egli rifiutò categoricamente. Fu condotto allora nel luogo detto La Culla, dove venne ucciso il 6 agosto 1936.
2 - GIUSEPPE ORIOL DI BARCELONA (1891-1936) Giuseppe Oriol di Barcelona (al secolo: Jaume Barjau y Martí) nacque il 25 luglio 1891 a Barcellona (Spagna) da famiglia cristiana e benestante. Ricevette il Battesimo il 28 luglio 1891 e il 7.6.1892 il sacramento della Cresima. Fece la Prima Comunione a nove anni. Per iniziativa di suo fratello entrò nel Seminario di Barcellona, ma non superò gli esami del primo anno. Cercò di imparare un mestiere. Sentendo forte l’attrazione per la vita cappuccina, il 21.10.1906
iniziò il noviziato continuando poi la sua formazione nel convento di Igualada e poi in quello di Olot e di Sarriá a Barcellona. Emise la Professione solenne il 15 agosto 1911 e fu ordinato sacerdote il 29 maggio 1915. Insegnò liturgia, ebraico e storia ecclesiastica nello studio teologico di Sarriá. Nel 1925 fu destinato al convento di Manresa e qui si dedicò alla predicazione, al ministero della confessione e alla direzione spirituale. Con lo scoppio della Guerra Civile il Servo di Dio fu costretto ad abbandonare il convento e, il 24.7.1936, mentre portava la comunione ad una suora clarissa, fu individuato dai miliziani e condotto con un camion poco fuori dalla città, dove venne fucilato.

3 - DOMENECH DI SANT PERE DE RIUDEBITTLES (1882-1936) Doménech di Sant Pere de Riudebittles (al secolo: Joan Romeu y Canadell) nacque l’11 dicembre 1882 a Sant Pere Riudebitlles (Spagna) da una famiglia di contadini. Ricevette il battesimo il 17 dicembre 1882 e fu cresimato il 23 luglio dello stesso anno. Fece i primi studi nella scuola del paese, ma il parroco, visti in lui i germi della vocazione, lo preparò per entrare nel Seminario di Barcellona. Entrato nel 1897, portò felicemente a compimento gli studi filosofico-teologici e fu ordinato sacerdote il 25 maggio 1907. Lo attirava, però la vita religiosa francescana e l’anno seguente, il 3 ottobre 1908 entrò nel noviziato dei Cappuccini. Emise la professione temporanea il 4 ottobre 1909 e quella solenne il 4 ottobre 1912. Durante il periodo della formazione iniziale alla vita cappuccina si dedicò con frutto alla predicazione e al ministero della confessione. Nel 1913, andò missionario in Costa Rica e Nicaragua facendo ritorno in Catalogna nel 1930. Fu assegnato dapprima al convento di Sarriá, quindi a quello di Arenys de Mar e infine a quello di Manresa. Scoppiata la Guerra Civile, il 22 luglio 1936 il convento venne occupato dai miliziani anarchici e marxisti. Su ordine dello stesso Superiore, come gli altri confratelli anche lui cercò rifugio presso famiglie amiche. Il Servo di Dio fu individuato dai miliziani nella notte tra il 27 e il 28 luglio 1936 e venne fucilato.
24.1.2020: PROMULGAZIONE DI NUOVI DECRETI Il 23.1.2020 il Santo Padre Francesco ha ricevuto in Udienza privata S.E. Rev.ma il Signor Card. Angelo Becciu, Prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi. Nel corso dell’Udienza, il Santo Padre ha autorizzato la

 

Congregazione a promulgare i seguenti decreti riguardanti:


B)- GIUSEPPE MARIA GRAN CIRERA, 2 COMPAGNI SACERDOTI E 7 COMPAGNI LAICI Il Santo Padre ha autorizzato la pro mulgazione del De creto relativo al mar tirio dei seguenti 10 Servi di Dio: Giuseppe Maria Gran Cirera e 2 Compagni, Sacerdoti professi dei Missio nari del Sacratissimo Cuore di Gesù e cioè Faustino Villanueva Villanueva e Juan Alonso Fernández, inoltre, 7 Compagni, laici e cioè Tomás Ramírez Caba, Domingo del Barrio Batz, Reyes Us Hernández, Rosalío Benito, Nicolás Castro, Miguel Tiu Imul, Juan barrera Méndez, uccisi, in odio alla Fede, in Guatemala tra il 1980 e il 1991 nel corso di una prolungata e sistematica persecuzione della Chiesa perchè impegnata nella tu tela della dignità e dei diritti dei poveri. Si resta in attesa di conoscere la data della Cerimo nia di Beatificazione. Dal 1954 al 1996 il Guatemala visse un conflitto tra il regime militare e diversi gruppi di sinistra, durante il quale furono uccise circa duecentomila persone e cancellati quattrocento villaggi. Dal 1980 iniziò una persecuzione sistematica contro la Chiesa, che ha travolto sacerdoti, religiosi e laici con il pretesto di “nemici dello Stato”. Tutti i Servi di Dio hanno goduto sin da subito della fama di martirio.

1 - Giuseppe Maria Gran Cirera (1945-1980) Giuseppe nacque a Barcellona (Spagna) il 27 aprile 1945. Emise la prima professione nella Congregazione dei Missionari del S.Cuore l’8.9.1966 e quella perpetua l’8.9.1969. Ordinato sacerdote il 9.6.1972 a Valladolid, dopo un periodo di servizio pastorale a Valencia, nel 1975 fu inviato in Guatemala, dove esercitò il ministero presso S. Cruz del Quiché, fino al 1978. Quindi fu destinato a S. Gaspar di Chajul. Visse il programma della comunità religiosa e della diocesi a fianco dei più poveri e degli indigeni, massacrati dal silenzioso genocidio messo in atto dalla autorità militari. Fu assassinato il 4 giugno 1980 insieme al sacrestano, Domingo del Barrio Batz, mentre rientravano a Chajul (Guatemala), dopo una visita pastorale presso i villaggi della parrocchia.

2 - Faustino Villanueva Villanueva (1931-1980) Faustino nacque a Yesa (Spagna) il 15 febbraio 1931. Emise la prima professione religiosa nella Congregazione dei Missionari del Sacro Cuore l’8.9.1949 e quella perpetua nel 1952. Fu ordinato sacerdote il 25.2.1956. Fu maestro
dei novizi e professore in seminario. Nel 1959 fu inviato in Guatemala. Ebbe incarichi pastorali in diverse parrocchie della diocesi di Quiché, e presso la parrocchia di Nostra Signora dell’Assunzione di Joyabaj (Guatemala), dove fu assassinato il 10 luglio 1980.

3 - Juan Alonso Fernández. (1933-1981) Domingo nacque a Cuerigo (Spagna) il 28 novembre 1933. Emise i primi voti nella Congregazione dei Missionari del S.Cuore l’8.9.1953 e quelli perpetui nel 1958. Fu ordinato sacerdote l’11.6.1960 e nello stesso anno fu inviato in Guatemala. Dal 1963 al 1965 fu missionario in Indonesia. Tornato in Guatemala, fondò la parrocchia di S. Maria Regina a Lancetillo. Fu torturato e assassinato il 15 febbraio 1981, a La Barranca (Guatemala).

4 - Tomás Ramírez Caba (1934-1980) Tomàs nacque a Chajul (Guatemala) il 30 dicembre 1934. Laico sposato, era il sacrestano maggiore di Chajul. Fu assassinato nella parrocchia di S. Gaspar di Chajul (Guatemala) il 6 settembre 1980.

5 - Domingo del Barrio Batz (1951-1980) Domingo nacque a Ilom (Guatemala) il 26 gennaio 1951. Laico sposato, impegnato nell’Azione Cattolica e sacrestano nella parrocchia di S. Gaspar di Chajul. Fu assassinato insieme al Servo di Dio José María Gran Cirera il 4.6.1980.

6 - Reyes Us Hernández (1939-1980) Reyes nacque a Macalajau (Guatemala) nel 1939. Laico sposato, era impegnato nell’attività pastorale della parrocchia natale. Fu assassinato a Macalajau il 21 novembre 1980.

7 - Rosalío Benito (+1980) Di Rosalìo non si conosce il luogo e la data di nascita. Era catechista e molto impegnato pastoralmente. Fu assassinato a La Puerta (Chinique, Guatemala) il 22 luglio 1980.

8 - Nicolás Castro (+1980) Nicolàs nacque a Cholá (Guatemala). Era catechista e ministro straordinario dell’Eucaristia. Fu assassinato a Los Platanos (Chicamán, Guatemala) il 29 settembre 1980.

9 - Miguel Tiu Imul (1941-1991) Miguel nacque a Cantón la Montaña (Guatemala) il 5 settembre 1941. Laico sposato, era direttore dell’Azione cattolica e catechista. Fu assassinato a Parraxtut (Guatemala) il 31 ottobre 1991. Aveva 50 anni.

10 - Juan Barrera Méndez (1967-1980) Juan nacque a Potrero Viejo (Guatemala) il 4 agosto 1967. Egli era un ragazzo di Azione cattolica. Fu assassinato nel Segundo Centro de la Vega (Guatemala), a 12 anni, nel 1980.
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B - BEATO GIOVANNI DA TOSSIGNANO (1386-1446) * Il Santo Padre ha autorizzato la promulgazione del Decreto riguardante le virtù eroiche del Beato Giovanni Tavelli da Tossignano. Il Beato Giovanni Tavelli nacque nel 1386 a Tossignano (Italia). Nel 1402 si trasferì a Bologna per seguire gli studi giuridici, che non portò a termine perché si sentì chiamato ad entrare nell’Ordine dei Gesuati, fondato dal Beato Giovanni Colombini a metà del XIV secolo. Nel 1408 iniziò il percorso formativo a Venezia. Per la sua intelligenza e prudenza, i superiori gli fu affidata la redazione di documenti fondamentali quali la Vita del Beato Giovanni Colombini, le Costituzioni dei Gesuati e il Memoriale. Nel 1426, fu trasferito a Ferrara come Priore del convento “S. Girolamo”. Il 28.10.1431, fu nominato Vescovo di Ferrara da Eugenio IV. Ordinato presbitero e vescovo il 27.12.1431, si distinse per aver riportato lo zelo nella vita consacrata e per la celebrazione del sinodo diocesano. Partecipò ai Concili di Basilea, e di Ferrara-Firenze. Fu maestro di dottrina cristiana. Si dedicò alle visite pastorali. Fondò l’Arcispedale, che tanto bene portò alla popolazione, afflitta da frequenti pestilenze. Morì il 24 luglio 1446 a Ferrara (Italia). Alla morte del Beato, vista la grande fama di santità e di segni di cui godeva, il Duca di Ferrara, Ercole I, decise di promuovere il processo di canonizzazione. Clemente VIII, nel 1598, concesse Messa e Ufficio in suo onore nella chiesa di S. Girolamo (= beatificazione equipollente). Il privilegio fu poi esteso da Papa Benedetto XIV, il 20 luglio 1748. Nel 1846, Pio IX concesse il culto in tutte le Diocesi in cui il Beato visse e operò. In vista della canonizzazione occorrerà un miracolo attribuito all’intercessione del Beato Giovanni Tavelli da Tossignano.
C - CINQUE NUOVI VENERABILI *
1 - GIOACCHINO MASMITJA’ Y PUIG (1808-1886) Il Servo di Dio Gioacchino Masmitjà y Puig nacque ad Olot (Catalogna, Spagna) il 29 dicembre 1808. Dopo aver frequentato la scuola di scienze umane nella città natale, iniziò gli studi ecclesiastici nel Seminario di Girona. Ordinato sacerdote il 22 febbraio 1834, fu inviato a La Bisbal del Ampurdán e poi nella parrocchia di San Esteban di Olot. Si distinse per la devozione mariana, istituendo la Confraternita del Cuore di Maria, e per quella eucaristica, che alimentò con la pratica delle “Quarantore”. Si dedicò all’insegnamento catechetico. Durante il ministero parrocchiale ad Olot, cercò di aiutare le giovani donne che dovendo andare a lavorare nelle fabbriche tessili, rinunciavano all’inserimento scolastico e alla formazione alla fede. Per tale ragione, nel 1848, fondò la Congrega
zione delle “Figlie del Santissimo e Immacolato Cuore di Maria”, chiamate in seguito “Missionarie del Cuore di Maria”, con lo scopo di dedicarsi all’educazione di queste ragazze e bambine, ritenendo che le donne dovessero ricoprire un ruolo determinante come educatrici in tutti i settori della società. Nel 1877, il Servo di Dio venne nominato Vicario Capitolare e, l’anno successivo, Vicario generale della Diocesi e, in due occasioni, il Vescovo lo propose all’episcopato, che però egli rifiutò. Nel 1886, una caduta dalle scale, gli provocò alla testa un ascesso andato in cancrena. Morì a Girona (Spagna) il 26 agosto 1886.

2 - GIUSEPPE ANTONIO PLANCARTE Y LABASTIDA (1840-1898) Il Servo di Dio Giuseppe Antonio Plancarte y Labastida nacque a Città del Messico (Messico) il 23 dicembre 1840. Nel 1852, entrò nel Seminario di Morelia, dove era Rettore lo zio materno, Mons. Pelagio Antonio de Labastida y Dávalos, futuro Arcivescovo di Città del Messico. Nel 1855, lo zio fu nominato Vescovo di Puebla e, così, il Servo di Dio con il fratello minore, si trasferì per pochi mesi nel seminario di Puebla. Per il forte attrito fra la Chiesa e il Governo nazionale, lo zio Vescovo dovette andare in esilio. Soggiornò a Cuba e in Europa, portando con sé i nipoti, fra cui il Servo di Dio che, nel 1862, iniziò gli studi nel Collegio Romano. L’11.6.1865 fu ordinato presbitero. Rientrato in Messico, fu accolto nella diocesi di Zamora, dove fu nominato viceparroco e poi parroco di Jacona. Qui svolse una intensa attività pastorale: oltre alla vita spirituale dei fedeli, promosse opere sociali ed educative, fondò una scuola per i ragazzi e un asilo per bambine orfane; riedificò il santuario di N.S. della Speranza e fu tra i promotori della prima ferrovia tra Jacona e Zamora. Curò la formazione degli aspiranti al sacerdozio. Fondò la Congregazione delle Figlie di Maria Immacolata per la formazione culturale e cristiana della gioventù, la catechesi, l’assistenza ai malati e agli anziani e le missioni ( “Congregaciòn de las Hijas de Maria Inmaculada de Guadalupe” ). Non mancarono le difficoltà specie da che era impegnato nella campagna contro le apparizioni della Madonna di Guadalupe. Fu invidiato da molti sacerdoti e contrastato anche dal Vescovo di Zamora, che lo depose da parroco di Jacona. Per sanare tale dolorosa situazione, lo zio Arcivescovo di Città del Messico lo chiamò nella capitale, dove, per diciassette anni, il Servo di Dio continuò la sua missione pastorale e sociale. Fu nominato rettore del seminario; gli fu affidata la costruzione del tempio di San Felipe de Jesús per l’Adorazione Perpetua; curò il restauro e l’abbellimento della Basilica e della Collegiata di Guadalupe. Minato dalle sofferenze morali e fisiche, il Servo di Dio morì a Tacuba (Messico) il 26 aprile 1898, all’età di 58 anni.

3 - GIUSEPPE PIO GURRUCHAGA CASTUARIENSE (1881-1967) Giuseppe Pio Gurruchaga Castuariense nacque il 5.5.1881 a Tolosa (Guipúzcoa, Spagna). Nel 1891 entrò nel pre-seminario di Vitoria. Fu ordinato sacerdote il 23.12.1905. Inviato come vicario nella parrocchia di Santa María del Juncal di Irún, fu presente come catechista, confessore, predicatore, consigliere dell’Azione Cattolica. Aderì all’Unione Apostolica di Sacerdoti e all’Associazione di Sacerdoti di Maria. Nel suo apostolato sociale si ispirò all’Enciclica Rerum Novarum di Leone XIII, promuovendo la formazione umana, sociale e religiosa dei lavoratori. A questo scopo, tra il 1913 e il 1919, fondò ad Irún il Sindacato Operario Femminile di Nazareth, quello dei dipendenti, quello dei ferrovieri, una Cassa Sociale e il Sindacato Agricolo Cattolico. Nel 1916 il Vescovo di Vitoria lo nominò assistente dei sindacati e, nel 1921, divenne Presidente della Cassa Rurale Cattolica in Irún. Nel 1918, con alcune giovani donne, organizzò l’associazione delle “Figlie dell’Unione Apostolica”, per vivere e promuovere la spiritualità eucaristica e sacerdotale, collaborando nelle opere parrocchiali. Nel 1927 iniziò la vita in comunità nella Casa Madre di Irún. Nel 1966 ebbe il Nihil obstat per la erezione dell’Opera in Congregazione religiosa di Diritto Diocesano con il nome in Auxiliares Parroquiales de Cristo Sacerdote. Fu Presidente della Lega Eucaristica e dei Sacerdoti Adoratori e promotore del movimento liturgico in Spagna. Promosse nelle parrocchie la musica sacra; propose conferenze e predicazioni a sacerdoti, seminaristi e religiose. Sviluppò il suo impegno missionario a favore delle vocazioni autoctone nei Paesi di missione. Promosse le Pontificie Opere Missionarie fondando ad Irún l’Opera della Propagazione della Fede, l’Opera della Santa Infanzia e l’Opera Missionaria di San Pietro per il Clero Indigeno di cui venne nominato Direttore nazionale, con residenza a Madrid. Dal 22 al 29.9.1929 organizzò il Primo Congresso Nazionale delle Missioni in Barcellona. Nel 1951 si incardinò nella nuova diocesi di San Sebastián e, nominato decano della cattedrale di Bilbao, trasferendosi in questa città. Morì a Bilbao (Spagna) il 22 maggio 1967.

4 - ANTONIO MARIA DA LAVAUR (1825-1907) Maria Antonio da Lavaur (al secolo Francesco Leone Clergue) nasce a Lavaur (Francia) il 23 dicembre 1825. Entrato nel Seminario di Tolosa nel 1836, è ordinato sacerdote il 21 settembre 1850 ed è subito nominato vice parroco a Saint-Gaudens. La sua pietà, la sua dedizione, il suo amore per i più poveri segnano un ministero che rimarrà famoso. È a Saint-Gaudens che sente la chiamata di san Francesco. Riceve l’abito nell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini al noviziato di Marsiglia il 13.6.1855, e l’anno successivo emette i voti perpetui. Da subito, i suoi Superiori gli affidano il mini
stero della predicazione. È inviato a Tolosa nel 1857 per fondarvi il convento della Côte-Pavée, che rimarrà la sua unica residenza durante i suoi 50 anni di apostolato. Predica numerose missioni popolari, viene chiamato “l’Apostolo del Mezzogiorno”. Le sue predicazioni efficaci producono frutti straordinari, attirano folle enormi nelle chiese e richiamano alla pratica dei Sacramenti. Riceve da Dio la grazia di convertire i peccatori più incalliti. Sarà soprattutto il grande operaio di N.-S. di Lourdes in qualità di confessore: legge i cuori e riporta la pace nelle anime. Guida un gran numero di pellegrinaggi ed è l’iniziatore di cerimonie popolari che ancora oggi si celebrano con fervore. Con la parola e gli scritti, Padre Marie-Antoine ha svolto tutti i ministeri; nulla gli è estraneo. Fa fronte al complesso legislativo anticlericale e alla soppressione di tutti gli Ordini religiosi tra il 1880 e il 1903 riuscendo, nonostante gravi difficoltà e mediante la benevolenza popolare, a evitare la chiusura del convento di Tolosa da lui fondato. Muore l’8 febbraio 1907 a Tolosa (Francia).

5 - Venerabile Servo di Dio MARIA DEL MONTE CARMELO DELLA SS.MA TRINITÀ (1898-1966) La Serva di Dio Maria del Carmelo della Santissima Trinità (al secolo: Carmen Caterina Bueno) nacque il 25 novembre 1898 a Itú, frazione di Campinas (São Paulo, Brasile). Giacché la madre era ancora quindicenne, la bambina fu affidata alla zia che, rimasta vedova, si dedicò completamente alla sua educazione. Nel 1917, mentre frequentava il Gruppo delle Figlie di Maria, la Serva di Dio comprese la sua vocazione al Carmelo. Trasferitasi con la zia a Rio de Janeiro, andò ad abitare vicino alla cappella di Nossa Senhora do Carmo, consentendole di frequentare i Carmelitani della Provincia Romana e di iniziare con loro una collaborazione più stretta. Nel 1926, entrò nel Carmelo di São José, fondato da poco più di un mese a Rio de Janeiro. Il 1° novembre 1927 emise la professione temporanea dei voti per tre anni e, il 2 novembre 1930, quella solenne. Oltre ai voti di castità, povertà e obbedienza, il 25 luglio 1937 emise i voti di mansuetudine, di abbandono fino alla morte e di lavorare per la gloria di Maria. Diversi furono i compiti da lei svolti all’interno del Monastero: ruotara, archivista, ostiaria, portinaia e infermiera. Inoltre, la Serva di Dio svolse anche il ruolo di priora e di maestra delle novizie. Nel 1955, il Vescovo di Taubaté, Mons. Francisco Borja do Amaral, amico di infanzia della Serva di Dio, le manifestò il desiderio di avere un Carmelo nella sua diocesi. Il Vicario Provinciale del Brasile dei Carmelitani autorizzò la fondazione del nuovo monastero di Tremembé, nominato “Carmelo del Volto Santo e Pio XII”, dove si trasferirono la Serva di Dio e altre cinque monache. La Serva di Dio venne eletta Priora e successivamente maestra delle novizie. Colpita da una emorragia cerebrale, trasportata in ospedale a Taubaté (Brasile), morì il 13 luglio 1967. (*Fonti dei testi: www.causedeisanti.va)

l 21 febbraio 2020, il Santo Padre Francesco ha ricevuto in Udienza S.E. Rev.ma il Signor Cardinale Angelo Becciu, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi. Durante l’Udienza, il Sommo Pontefice ha autorizzato la medesima Congregazione a promulgare i seguenti decreti riguardanti


A - DUE NUOVI SANTI *


1 - LAZZARO, detto DEVASAHAYAM (1712-1752) Decreto inerente al miracolo, attribuito all’intercessione del Beato Lazzaro, detto Devasahayam, Laico, Martire; nato il 23 aprile 1712 nel villaggio di Nattalam (India) e ucciso, in odio alla Fede, ad Aralvaimozhy (India) il 14 gennaio 1752. Il Beato Lazzaro (v.d. Devasahayam) nacque il 23 aprile 1712 nel villaggio di Nattalam in Tamil Nadu (India). La sua famiglia era benestante e di religione induista. Dopo gli studi, intraprese la carriera militare e divenne ministro del Regno, come funzionario del palazzo reale, addetto al tesoro. Nel 1741, tramite un prigioniero francese dell’esercito olandese, conobbe la religione cattolica e si convertì. Il 14 maggio 1745 ricevette il battesimo e prese il nome di Lazzaro, che nella lingua locale tamil si dice “Devasahayam”, cioè “aiuto di Dio”. Dopo il Battesimo iniziò a predicare il Vangelo e molte persone si convertirono, tra cui anche sua moglie. In seguito a ripetuti e inutili tentativi di fargli abiurare la fede cristiana, venne arrestato e torturato a lungo pubblicamente, anche come monito per coloro che intendevano convertirsi al cattolicesimo. Alla fine fu portato segretamente ad Aralvaimozhy (India), dove venne fucilato il 14 gennaio 1752. Il 2 dicembre 2012 Lazzaro fu proclamato Beato.

2 - MARIA FRANCESCA DI GESÙ (1844-1904) Decreto inerente al miracolo, attribuito all’intercessione della Beata Maria Francesca di Gesù (al secolo: Anna Maria Rubatto), Fondatrice della Suore Terziarie Cappuccine di Loano. Nacque a Carmagnola, in Piemonte (Italia) il 14 febbraio 1844. Fin da giovane, quando era ancora laico, si dedicò a enti di beneficenza, insegnando catechismo ai bambini, visitando i malati di Cottolengo e agli Oratori Don Bosco di Torino. Nel 1885 lasciò i compiti apostolici di Torino e, stimolato dal padre angelico, cappuccino, il 23 gennaio di quell’anno fondò a Loano la Congregazione delle Suore Cappuccine, dedicata ai malati e, soprattutto, ai bambini e ai giovani abbandonati. Nel 1892, con quattro sorelle della sua
congregazione, partì per l’America Latina per offrire i suoi servizi in Uruguay, in Argentina, e poi nel nord-est del Brasile. Con tre sorelle arrivò in Uruguay e si stabilì nel quartiere del Belvedere dove crearono un laboratorio di cucito, che alla fine divenne il Collegio di San José de la Providencia. Ha anche fatto viaggi di missione in Argentina e Brasile, dove sei dei suoi compagni hanno dato la vita. Morì a Montevideo nel 1904. I suoi resti furono sepolti nel cimitero di La Teja, secondo il desiderio espresso da lei nella sua volontà: “Il mio corpo è sepolto in mezzo ai miei cari poveri” e nel 1914 furono trasferiti nella Chiesa di Sant’Antonio, divenuta nel 2000 il “Santuario della Beata Maria Francisca Rubatto” situato nel quartiere Belvedere di Montevideo.

B - QUATTRO NUOVI BEATI *


1 - CARLO ACUTIS (1991-2006) Decreto inerente al miracolo, attribuito all’intercessione del Ven.le Servo di Dio Carlo Acutis, Laico. Il Venerabile Servo di Dio Carlo Acutis nacque il 3 maggio del 1991 a Londra (Inghilterra). Rientrato nello stesso anno a Milano con i genitori, qui trascorse l’infanzia, circondato dall’affetto dei suoi cari e imparando da subito ad amare il Signore, tanto da essere ammesso alla Prima Comunione ad appena sette anni. Frequentatore assiduo della parrocchia di Santa Maria Segreta, allievo delle Suore Marcelline alle elementari e alle medie, poi dei padri Gesuiti al liceo, s’impegnò a vivere l’amicizia con Gesù e l’amore filiale alla Vergine Maria, ma fu anche attento ai problemi delle persone che gli stavano accanto, anche usando da esperto, seppur autodidatta, le nuove tecnologie in campo informatico. Svolse il servizio di catechista, senza tralasciare gli studi, aiutò i compagni in difficoltà e fece volontariato con i clochard e nelle mense dei poveri. Si dedicò all’evangelizzazione, anche realizzando progetti informatici su temi di fede, come un sito sui “Miracoli Eucaristici”. Colpito da una forma di leucemia fulminante, la visse come prova da offrire per il Papa e per la Chiesa. Lasciò questo mondo il 12 ottobre 2006, nell’ospedale San Gerardo di Monza, a quindici anni compiuti. Il 5-6 aprile 2019 i resti mortali sono stati traslati nel Santuario della Spogliazione, chiesa di Santa Maria Maggiore, di Assisi. Nel medesimo anno il Pontefice ha citato Carlo nell’Esortazione apostolica post-sinodale “Christus vivit”.

2 - RUTILIO GRANDE GARCIA E 2 COMPAGNI LAICI Decreto inerente al martirio dei Servi di Dio Rutilio Grande García, Sacerdote professo della Compagnia di Gesù, e 2 Compagni, Laici, Manuel Solorzano Solórzano e Nelson Rutilio Lemus, uccisi ad Aguilares, El Salvador, in odio alla Fede, il 12 marzo 1977.

1 - RUTILIO GRANDE GARCIA (1928-1977) Rutilio nacque a El Paisnal (El Salvador), il 5 luglio 1928. Entrò nel seminario diocesano nel 1941, ma il 5.9.1945 chiese di essere ammesso nella Compagnia di Gesù. Fu ordinato sacerdote il 30.7.1959 e svolse la sua formazione in vari paesi d’Europa e d’America. Negli anni successivi al Concilio Vaticano II rinunciò al lavoro accademico e lavorò dapprima per la formazione dei sacerdoti e poi come parroco ad Aguilares, zona rurale nel centro-ovest del Salvador. Padre Rutilio Grande (chiamato «Tilo» dai suoi parrocchiani) viveva in modo frugale e creò una rete di comunità cristiane alla quale arrivarono a partecipare oltre duemila contadini. Il gesuita rifiutava la violenza ma non esitava ad usare la parola per denunciare le ingiustizie del sistema politico ed economico dell’epoca. Il 13 febbraio del 1977 pronunciò un’omelia che poi fu spesso citata: “Temo, fratelli e sorelle, che molto presto la Bib bia e il Vangelo non potranno più attraversare i nostri con fini…” . Dieci giorni dopo il suo amico Oscar Arnulfo Romero fu nominato arcivescovo del Salvador. Un mese dopo, il 12.3.1977, padre Rutilio Grande si recò a El Paisnal per celebrare la novena di San José, in compagnia di due contadini che collaboravano con lui, Manuel Solórzano, e il giovane Nelson Rutilio Lemus, quando i paramilitari legati al Governo li assassinarono esplodendo colpi di arma da fuoco contro la loro auto. Sant’Óscar Arnulfo Romero, fu scosso dall’assassinio del Servo di Dio e presiedette personalmente la Messa esequiale nella Chiesa Cattedrale di San Salvador.

2 - MANUEL SOLORZANO SOLORZANO (1905-1977) Manuel Solorzano Solórzano nacque nel 1905 a Suchitoto (El Salvador), si sposò con Eleuteria Antonia Guillén, dalla quale ebbe dieci figli. Si trasferì per motivi di lavoro nella città di Aguilares, dove collaborava alla compravendita di sementi e bestiame. Molto attivo nella vita parrocchiale e nell’evangelizzazione, fu ucciso insieme a P. Rutilio e al giovane Nelson Rutilio Lemus. Dal popolo di Dio P. Rutilio e i due laici furono subito considerati martiri, nonostante il fatto che il regime tentò di presentare l’episodio come criminalità comune.

 

 

3- NELSON RUTILIO LEMUS (1960-1977)

Nelson Rutilio Lemus nacque a El Paisnal (El Salvador) il 10 novembre 1960. Giovane molto pio, era di molto aiuto al Parroco, che seguiva spesso nelle attività pastorali. Nelson era a conoscenza della situazione delle minacce ricevute da Padre Grande, eppure rimase sempre al suo fianco. E anche quel 12 marzo 1977 ha accompagnato il parroco con Manuel Solorzano a El Paisnal per partecipare alla cerimonia presieduta da Padre Rutilio. La sua morte (a soli 16 anni) e quella di Manuel però non furono accidentali. Dalla dinamica dell’agguato, tipica dei gruppi armati paramilitari, si evince che gli assassini volevano uccidere anche i due laici.

 

B - QUATTRO NUOVI VENERABILI * Sono stati promulgati quattro decreti riguardanti l’eroi cità delle virtù dei seguenti Servi di Dio, i quali, pertanto, acquisiscono il nuovo titolo di “Venerabile”.

1 - Venerabile Servo di Dio EMILIO VENTURINI (1842-1905) Il Servo di Dio Emilio Venturini nacque il 9 gennaio 1842 a Chioggia (Italia). Nel 1858, entrò nella Congregazione dell’Oratorio di San Filippo Neri della sua città natale. Il 24.9.1864, venne ordinato sacerdote. Fino al 1868, anno della soppressione dell’Oratorio da parte del governo, si impegnò in attività educative e pastorali all’interno della comunità, nel seminario e nel servizio dei poveri, emarginati e di quanti avevano bisogno di essere educati alla fede. Dopo la soppressione dell’Oratorio, visse in famiglia e continuò la sua attività pastorale ed educativa. Nel 1871, insieme alla maestra Elisa Sambo, fondò l’Istituto delle “Orfanelle di S.Giuseppe” per prendersi cura delle bambine orfane o abbandonate. Nel 1873 l’Istituto si traferì in un edificio più grande e, diede inizio ad una comunità religiosa denominata originariamente “Congregazione delle Figlie di Maria Santissima Addolorata” e poi “Serve di Maria Addolorata”. Nel 1893 morì il Superiore dell’Oratorio, P. Giuseppe Vianelli, e il Servo di Dio rimase l’unico sacerdote oratoriano a Chioggia. Pur continuando a vivere presso l’abitazione della sorella in quanto ammalata, P. Emilio si diede da fare per il ristabilimento degli Oratoriani. Nel 1902 la Congregazione per i Vescovi e i Regolari nominò il Servo di Dio Preposito del13
Congregazione delle Cause dei Santi
l’Oratorio con l’obbligo di osservare la vita comunitaria. Questa decisione portò quest’ultimo ad uscire dall’Oratorio, anche perché le condizioni igieniche della casa religiosa erano pessime. Rinunciò anche alla carica di Preposito e si dedicò alla Congregazione delle Serve di Maria Addolorata. Accolto nel clero diocesano di Chioggia, continuò a distinguersi per zelo e sapienza. Morì il 1° dicembre 1905 a Chioggia (Italia).

2 - Venerabile Servo di Dio PIRRO SCAVIZZI (1884-1964) Il Servo di Dio Pirro Scavizzi nacque a Gubbio (Italia) il 31 marzo 1884. Trasferitosi a Roma insieme alla famiglia, nel 1900 entrò nel Collegio Capranica, studiando alla Pontificia Università Gregoriana. Con alcuni suoi compagni, emise il voto di rinunciare agli onori per dedicarsi al servizio dei più umili. Il 7.7.1907 fu ordinato sacerdote e venne nominato vicario parrocchiale della parrocchia “San Vitale” a Roma. Nel 1915 divenne cappellano militare. Con l’Ordine di Malta accompagnò un treno-ospedale, sperimentando il dramma della guerra. Nel 1919 ricevette l’incarico di parroco di Sant’Eustachio in Roma. Insieme a mons. Ermenegildo Florit ed Eugenio Zolli fondò l’associazione “Nostra Signora di Sion” per sostenere l’amicizia ebraico-cristiana. Accompagnò anche diversi “Treni bianchi” (Unitalsi) come cappellano, per portare gli ammalati da Roma a Lourdes. Visse momenti di profonda prova quando, nel 1929, fu accusato di aver violentato e ucciso una ragazza. Il Sant’Uffizio si occupò del caso, il vicario di Roma prese provvedimenti, ma fu provata la sua totale innocenza. Con la Seconda Guerra mondiale, riprese il ruolo di cappellano militare dell’Ordine di Malta, affrontò viaggi in Russia e Polonia per volontà del Papa. Nel 1947 fu nominato da Pio XII suo prelato domestico. Nel 1960 fu chiamato dal Pontefice Giovanni XXIII a predicare gli esercizi al Papa e alla Curia romana. Morì il 9 settembre 1964 a Roma a causa un tumore all’intestino.

3 - Venerabile Servo di Dio EMILIO RECCHIA (1888-1969) Il Servo di Dio Emilio Recchia nacque il 19 febbraio 1888 a Verona (Italia), in una famiglia profondamente cristiana e benestante. Nel 1903, mentre frequentava il quarto anno di ginnasio, entrò nella Congregazione delle Sacre Stimmate di Nostro Signore Gesù Cristo (Stimmatini). Il 15 agosto 1905 emise la professione religiosa temporanea e, l’8 agosto 1908, quella perpetua. Terminati gli studi, il 3 settembre 1911 fu ordinato sacerdote. Si dedicò alla predicazione e
alla formazione dei giovani nelle comunità stimmatine di Gemona, Pistoia, Milano e Verona. Durante la Prima Guerra Mondiale prestò servizio come Cappellano Militare e venne inviato al fronte. Il 30 ottobre 1917, mentre assisteva alcuni feriti, fu catturato dagli Austriaci e rinchiuso nella Fortezza di Rastatt. Nel 1918 venne trasferito nella Prigione degli Ufficiali di Schwarmstedt, da dove fu liberato un anno dopo in pessime condizioni di salute. Nel 1919 riprese l’attività pastorale a Milano, Roma, Verona e Trento. Nel Capitolo Generale del 1934 venne eletto Segretario Generale e fu trasferito a Roma, nella parrocchia di “S. Croce”, di cui fu parroco per 32 anni. Durante la Seconda Guerra Mondiale ospitò numerose famiglie ebree. Trasferitosi a Verona per gravi problemi di salute, morì il 27 giugno 1969.

4 - Venerabile Servo di Dio MARIO HIRIART PULIDO (1931-1964) Il Servo di Dio Mario Hiriart Pulido nacque a Santiago del Cile (Cile) il 23 luglio 1931. Frequentò l’Istituto “Afonso de Ercilla”, retto dai Fratelli Maristi. Nel 1949, mentre era studente universitario, conobbe il Movimento di Schönstatt e decise di farne parte. Il 29 maggio 1949, insieme ad alcuni amici dello stesso gruppo, il Servo di Dio fece un atto di consacrazione alla Madonna presso il Santuario di Schönstatt “La Bellavista” a Santiago de Chile, ponendosi all’interno della “Alleanza d’Amore con Maria”. Nel 1953 si laureò alla Facoltà d’Ingegneria dell’Università Cattolica del Cile con il massimo dei voti e l’anno successivo fu assunto come ingegnere da un’importante ditta, nella quale lavorò in vari progetti di pianificazione dello sviluppo economico in tutto il Paese. Quando capì che la sua vocazione non era quella matrimoniale, decise di rimanere nello stato laicale e consacrarsi in uno dei rami del Movimento di Schönstatt, quello dei “Fratelli di Maria”. Lasciata la Società per cui lavorava, divenne insegnante a tempo pieno nella Facoltà di Ingegneria dell’Università Cattolica di Santiago. Apostolo tra i giovani, cercò di diffondere il carisma del suo Movimento. Con questo scopo, nel 1964, pianificò un viaggio in Germania. Quindi, si recò negli Stati Uniti, dove gli venne diagnosticato un cancro terminale a livello dello stomaco. Morì nell’ospedale di Milwaukee (Stati Uniti d’America) il 15 luglio 1964, poco prima di compiere 33 anni di età e dopo aver ricevuto l’Unzione degli Infermi. (*Fonti dei testi: www.causedeisanti.va

 

 

 

LE IMMAGINETTE SACRE PERSONALIZZATE

di Gian Lodovico MASETTI ZANNINI

 


 

 

Il socio Attilio Gardini gentilmente ci invia una breve conferenza del Presidente AICIS Gian Lodovico Masetti Zannini, tenuta a Roma il 7.2.2006, (Cfr.Circolare Aicis n.274) che volentieri ripubblichiamo. Il valore morale e religioso, ma anche quello affettivo dell’immaginetta sacra, comunemente detta “santino”, consiste non solo nella figura, ma anche nella parola che reciprocamente si illustrano. Aprendo, o voltando la piccola immagine a seconda del formato, ci si addentra nella preghiera che prepara e segue una meditazione sul soggetto rappresentato e stimola i buoni propositi che ne scaturiscono.

Il Padre Martino Jugie, Agostiniano dell’Assunzione, scrive (Enciclopedia Cattolica, VI, pp. 1065-1066): “Di immagini ci si serve continua mente tanto nella vita familiare, che nella vita sociale. [...] Non si vede, pertanto, perché debba essere vietato servirsene nel campo religioso. [...]. L’uomo è composto di materia e di spirito; ha bisogno delle cose sensibili e materiali per elevarsi alla conoscenza e all’amore del mondo spirituale e invisibile”.
L’immagine (e possiamo benissimo estendere il concetto alle immaginette che da quelle maggiori differiscono soltanto nel formato ed anche per certe tematiche ad essa peculiari), risponde alla funzione di ornamento dei luoghi di culto o della devozione privata, di insegnamento, perché ci fa conoscere la piccola Bibbia del povero, immagini popolari o artistiche della Sacra Scrittura, figure di Santi e loro caratteristiche peculiarità, verità insegnate dal catechismo ed incitamento alla pietà. (Foto: copia dell’immagine del Sacro Cuore di Gesù, secondo le visioni avute da Santa Margherita Maria Alacoque; sec. XIX).

Ma è anche necessario che l’immagine (e torniamo al discorso sul santino) abbia una sua illustrazione. Nel retro delle immaginette troviamo spesso la didascalia d’ordine storico e biografico del santo, o del luogo sacro, oppure la preghiera che i Pontefici ed i Vescovi hanno arricchito di indulgenze parziali o plenarie, come quella della preghiera a Gesù Crocifisso. Ma oltre agli scritti a stampa, che enormemente facilitano la diffusione delle verità ivi contenute, si trovano su taluni esemplari scritte a lapis oppure a penna che vorremmo qui annotare. Si tratta di parole, diciamo così personalizzate che accompagnano quel piccolo dono e sono dettate nelle più diverse circostanze. Quando la stampa aveva un costo che non tutti si potevano permettere, allora la partecipazione del Sacramento ricevuto, dal Battesimo al Matrimonio, ma più sovente quelli della Professione Religiosa, Prima Messa, Prima Comunione e Cresima, venivano menzionati a penna. Erano i tempi in cui la Prima Comunione era preceduto da un ritiro, ed era seguita dal resto della giornata in raccoglimento, con pochi doni di oggetti sacri e, appunto, di immaginette anche nelle famiglie agiate

. Non come oggi con regali costosi e pranzi al ristorante! Si scrivevano, e si scrivono ancora, espressioni di amicizia, di augurio e consigli. Questo si trova spesso nel caso di fanciulli, e particolarmente di fanciulle, compagni e compagne di scuola o di collegio, per lasciare un ricordo del tempo trascorso insieme. Infine troviamo scritte sul verso del
l’immaginetta parole veramente toccanti. Personalmente ne ho alcune che ancora mi commuovono.

Negli anni della mia fanciullezza, trascorsi in ospedali, e case di cura per dolorose operazioni chirurgiche, fui ricoverato in una clinica dei Fatebenefratelli nella cui stanza vicina a quella che occupavo con la mia mamma era degente un sacerdote di santa vita, come ci informavano i frati, i quali, a loro volta, interrogati dal venerando ministro di Dio, su chi stava nella stanza adiacente alla sua, gli parlarono di un povero bambino; ed il sacerdote gli mandò un’immaginetta con la scritta: “Al piccolo sofferente, un vec chio sacerdote sofferente benedicendo”.
Un’altra immaginetta che mi è cara è quella che trovai presso un magazzino di carta dove gli eredi (un’opera di beneficenza) avevano creduto di buttare le poche cose intime della loro benefattrice ultima di sua famiglia. E c’era un santino della Madonna dove il padre di quella pia signora, un grande giurista
e, negli anni seguenti la Prima Guerra Mondiale, Ministro, aveva scritto su quella immaginetta che essa era stata conservata e venerata da sua madre che la coperse di baci e di lacrime. Sfogliando gli album della mia raccolta, ho trovato molte espressioni. Ne cito una: “Se puoi essere stella nel cielo, sii stella nel cielo; se non puoi essere stella nel cielo, sii fuoco sulla montagna; se non puoi essere fuoco sulla montagna, sii lam pada nella tua casa”. E un altro: “Il Buon pastore dà la vita per le sue pecorelle. Pregate molto perché la messe è molta ma gli operai sono pochi! Pregate per le Missioni”. (Cfr. foto). Questi santini “personalizzati”, che dicono ancora qualcosa a noi che li abbiamo raccolti, ma non agli eredi distratti e incuranti di chi li ha beneficati o si è sacrificato per loro, trasmettono ancora il loro messaggio con il significato profondo e perenne delle giaculatorie, dei versetti evangelici, di buoni consigli e massime devote, e inducono alla meditazione ed all’esame di coscienza cosi come i “luttini”, anche di sconosciuti, ci richiamano ai “Novissimi”.

Ed anche da questi piccoli messaggi trasmessi nel tempo possiamo guardare all’eternità che ci attende. La Parola di Dio si trasmette in tanti modi ed uno

 

 

 

 

COVID-19 E SANTA MARIA IN PORTICO

SANTA MARIA IN PORTICO IN TEMPO DI “CONTAGIO” di Davide CARBONARO, OMD

 

Un’antica orazione che il patrimonio devozionale romano ci trasmette, è quella rivolta a Dio per intercessione di Santa Maria in Portico nei tempi di contagio.

Ecco il testo: “Dio onnipotente ed eterno, tu hai dato a Mosè la legge scritta con il tuo dito sulle tavole di pietra e hai fatto innalzare il serpente di bronzo nel deserto. Concedici di onorare devotamente la santissima immagine della Genitrice del tuo Figlio plasmata dalle tue mani e in questo luogo mirabilmente innalzata per mezzo dei tuoi santi angeli, fa che guardando a lei siamo liberati dal mortale contagio dell’antico serpente e da ogni altro effetto lesivo alle nostre persone”.

Più volte la plurisecolare devozione alla Madre di Dio apparsa agli albori del VI secolo a Santa Galla e al Papa Giovanni I, fu espressa dalla Città in tempi di particolari epidemie e contagi. L’orazione lo evidenzia, mettendo in relazione il male fisico e lesivo della persona umana, in rapporto al contagio “dell’antico serpente” all’origine di tutti i mali. L’orazione veniva recitata dal Papa o da un suo delegato durante il rito popolare dell’ostensione dell’icona.

Lo sguardo in alto, e il desiderio di intravvedere la “luce apparsa” nella casa di Santa Galla, è possibile ancora percepirlo nella gloria angelica, che le maestranze berniniane hanno rappresentato sull’altare maggiore di Campitelli. Il cielo squarciato e Maria che scende a proteggere i suoi figli. Cifra del barocco, ma anche profonda rilettura della fede popolare di Roma, che affrontò coraggiosa il terribile contagio del 1656.

Così le cronache descritte dallo storico Carlo Antonio Erra (1695-1771), religioso dei Chierici Regolari della Madre di Dio, ancora oggi custodi del santuario mariano. Il morbo si diffuse a Roma proveniente dal Regno di Napoli, nel maggio del 1656. Per evitare il contagio ricorda l’Erra: “tra le altre provisioni che si presero, una fu togliere dalle Chiese ogni solennità di musica e di apparati” i quali, richiamavano costante concorso di popolo. Lo stesso accadde per la festività liturgica di Santa Maria in Portico il 17 di Luglio di quello stesso anno. Tuttavia, la città si riversò nella Chiesa per tutta l’ottava: “ricordevole delle grazie che in simili occasioni aveva riportato da sua Divina Maestà per mezzo di questa Sagra Imagine”. I Padri, temendo che un tale concorso di popolo potesse accrescere il contagio, avvisarono la “Sagra Congregazione della Sanità” la quale, “comandò che subito fosse serrata la Chiesa e la porta maggiore della Casa di Santa Maria in Portico ”. Ma niente poté fermare la devozione del popolo. Incurante dell’avanzare del morbo, giorno e notte “si vedeva assai numeroso inginocchiato nelle case poste di contro la Chiesa e nella pubblica strada, senza risposte di contro la Chiesa e nella pubblica strada, senza ri guardo di pioggia, freddo, o altro disagio, procurando di più ognuno di munirsi contro il pestilenziale morbo, con qualche ritratto di Santa Maria in Portico, o con un poco d’Oglio delle sue lampade, le quali benché allora fussero quattro, bisognava riempiere tre o quattro volte il giorno” . Il divieto continuò fino al 18 ottobre del 1656.

La città di Roma intimorita dalla “perseveranza del contagioso male”, decise di esprimere un solenne Voto a Santa Maria in Portico e di custodire l’immagine “in luogo più onorevole e decente” . Il Voto venne eseguito dai “Conservatori di Roma” il 9 dicembre 1656, giorno allora dedicato all’Immacolata Concezione. Con un memoriale rivolto al Papa Alessandro VII, i Conservatori intesero, per intercessione di Santa Maria in Portico: “ottenere dalla Divina Misericordia la liberazione dal Contagio che di presente affligge questa Città”.
Il pontefice accolto il Voto dei Conservatori, “lasciò intendere di voler anch’egli concorrere agli onori ed alle glorie della gran Madre di Dio in questa Sagra Imagine”. Anzi egli stesso si recò a venerarla il 21 gennaio del 1657, in quell’occasione fu riaperto il santuario, ma subito richiuso e definitivamente aperto il 19 marzo, quando “ormai non si temeva più male veruno”.
Lo scampato pericolo, procurò “giubilo e allegrezza” in tutta la Città e cominciarono i pellegrinaggi di ringraziamento: “Essendo stati aperti anco i due Ponti dell’Isola Tiberina, detta di S. Bartolomeo, ove era il Lazzaretto principale” . All’ingresso del primo ponte riferisce Erra, fu posto un “Ritratto della Sagra Imagine” altre poi furono situate sul “Campanile di San Bartolomeo e alle finestre delle Case”.

Lo stesso Alessandro VII ordinò che il 3.3.1658 si facesse una solenne processione dalla chiesa dell’Aracoeli a Santa Maria in Portico. Anche il Papa vi prese parte: “S’incamminò a piedi con la Corona della Beatissima Vergine nella mano”, entrato in chiesa intonò il Te Deum e dopo aver benedetto la Città con la sacra immagine, diede ordine ai musici di cantare l’antifona “Sotto la tua protezione ci rifugiamo Santa Madre di Dio”.

 

 

 

LA PICCOLA SANTA DEI FIORI

SANTA ZITA VERGINE LUCCHESE “LA PICCOLA SANTA DEI FIORI” di Carluccio FRISON Il santino di Santa Zita, vergine (1218-1278), unito al presente “Notiziario”, proviene dalla Basilica di S. Frediano di Lucca e mi fu omaggiato, alcuni anni fa, per essere distribuito ai Soci dell’A.I.C.I.S.

Questo santino raffigura, nel recto, uno dei tanti miracoli della Santa lucchese, ripreso dalla tela di Paolo Guidotti (Lucca 1650 - Roma 1629), dipinta tra il 1611 e il 1612; mentre nel verso sono riportate una brevissima biografia e una “Preghiera” alla Santa (Fig. 1). Un giorno Zita, che prestava servizio presso una ricca famiglia lucchese, incontrò un pellegrino affamato ed assetato che le chiedeva la carità.
La serva, avendo già distribuito tutto il cibo che aveva, disse che poteva solo offrirgli dell’acqua dal pozzo (Fig. 2). E così fece, porgendogli il secchio che aveva appena riempito.

Dopo aver fatto un gesto di benedizione, gli offrì l’acqua che intanto si era trasformata in un vino assai gradevole e gustoso.

Il pellegrino rinfrancato raccontò a tutti del prodigio compiuto dall’umile domestica. Il suddetto dipinto del Guidotti è collocato nella cappella della Santa, posta all’interno della Basilica di San Frediano, proprio sopra la teca trasparente che, dal secolo XIII, ne conserva il corpo (Fig. 3). “La pennellata -cito da «www.Welcome2lucca»- è essenziale, l’immagine poco delineata,

i colori e le luci ispirati dalla scuola caravaggesca che lo aveva influenzato. Viene ritratto proprio il momento in cui il pellegrino sta per ricevere il miracoloso vino. Lo vediamo appoggiarsi affaticato al suo bastone da viaggio, coperto di poveri stracci. Santa Zita, nelle vesti di serva gli porge una piccola ciotola: ha appena fatto il gesto di benedizione sull’acqua. L’evento ha tratti in comune con il miracolo delle nozze di Canaan”.



Questo è senza dubbio il miracolo più conosciuto di Santa Zita, nonché quello più rappresentato nell’iconografia sacra e nelle immaginette devozionali a lei dedicate, quasi tutte di produzione locale: posso citarne più di un esempio, come le tre splendide incisioni, databili alla fine del XIXprimi anni del XX secolo, pubblicate in Santi e Beati della Toscana.

Viaggio tra le piccole immagini della devozione popolare, Piombino 2001, nrr. 80, 133 e 175. Lo stesso miracolo è ripreso anche nei due santini, dalla mia personale collezione, qui pubblicati, entrambi databili al sec. XIX (Figg. 4-5): come si può ben vedere, anche qui, la scenografia dell’evento si presenta quasi uguale a quanto dipinto nel Seicento da Paolo Guidotti, appena qualche minima variante sugli abiti indossati dalla Santa, sempre umili; su quelli del povero pellegrino, nonché sugli attributi raffigurati: il pozzo, un secchio o una brocca, un mazzo di chiavi.

 

 

Il culto a Santa Zita venne ufficializzato da papa Innocenzo XII soltanto il 5 settembre 1696, ma già da più di tre secoli tutti i fedeli della Toscana, ma soprattutto i suoi concittadini lucchesi, le erano devotissimi, tanto che Dante Alighieri stesso, nella sua Divina Commedia, riferendosi a un notabile di Lucca vissuto nel Duecento, scriveva “ecco un de li azïan di santa Zita!” (Inferno XXI , v. 38): e desidero sottolineare che al momento in cui Dante scriveva il suo poema - la stesura dell’I nferno pare sia stata terminata entro il 1309 - Zita non era ancora stata innalzata agli onori degli altari.

Santa Zita era nata a Monsagrati di Pescaglia nel 1218 da una famiglia di umili origini contadine del contado lucchese. Si ritiene che fosse l’ultima nata come farebbe pensare il nome Cita, cioè “piccola”, che la pronuncia toscana mutò in “Zita”.
Da piccola subì una frattura che la rese claudicante cosicché aveva una gamba leggermente più corta dell’altra. All’età di dodici anni, il padre la condusse a Lucca per entrare come domestica nella casa di una ricca famiglia di mercanti, i Fatinelli (il loro Palazzo si trova ancora a Lucca, in Via Fontana) (Fig. 6): qui restò per tutta la sua vita, facendosi apprezzare per la dedizione al lavoro e la bontà d’animo. Era infatti conosciuta da tutti come persona molto umile, assai devota e caritatevole verso i poveri della città.

Morì il 27 aprile 1278, raggiunti i 60 anni d’età “in odore di santità” e il suo corpo venne da subito sepolto nella Basilica di San Frediano. È patrona di Lucca, ma viene anche venerata come protettrice delle domestiche, delle casalinghe, delle governanti, dei guardarobieri e dei fornai.

Ai Lucchesi, ancor oggi, piace molto ricordare l’aneddoto della serva buona e gentile che, per invidia, fu ingiustamente accusata. Si racconta infatti che un giorno, il padrone, incontrando Rita con il grembiule ricolmo di pane da distribuire ai poveri, chiese con fare perentorio e severo che cosa stesse portando via. “Fiori e fronde per la Madonna!”, fu la pronta risposta di Zita che, aperto subito il suo grembiule, fece vedere che realmente conteneva “fiori e fronde”.
Il ricordo della Santa, a Lucca, è sempre rimasto fedele a questo miracolo e in suo onore, da sempre, si offrono mazzolini di giunchiglie benedette come augurio di buona fortuna e di felicità. Anche per questo, tutti gli anni (salvo forse in questo 2020, per le attuali disposizioni dovute al coronavirus)*, nei cinque giorni che precedono la festa del 27 aprile, un coloratissimo e molto profumato mercato di fiori e di dolciumi invade le vie e le piazze antistanti la Basilica di S. Frediano, dove nella Cappella a lei dedicata (e che era stata fatta costruire dalla Famiglia Fatinelli) riposano le spoglie mortali della Santa, che la tradizione vuole incorrotte e che, in questi giorni, vengono esposte alla devozione dei fedeli.

In questi giorni, poi, i buongustai potranno assaggiare la “torta d’erbi”, la tradizionale torta rustica dolce-salata di Santa Zita, assai gradita ai lucchesi. Un fondo di dolce pasta sfoglia ripiena di un impasto di pane raffermo, spezie, bietole e/o spinaci, formaggio, pinoli, canditi, uvetta, cannella e liquore, decorato con i caratteristici “becchi”, triangoli ottenuti ripiegando la stessa pasta lungo il bordo della torta.

* In verità, tra gli eventi programmati, ma al momento annullati dal Comune di Lucca per il corrente anno 2020, era già stata programmata, dal 23 al 27 aprile, la tradizio nale Fiera di Santa Zita e il mercato dei fiori nell’area citta dina tra piazza San Frediano e piazza Anfiteatro.

BIBLIOGRAFIA: per chi volesse maggiori informazioni sulla vita e sul culto di S. Zita, oltre ai diversi riferimenti reperibili in Internet, può vedere: S. SIMONETTI, Santa Zita di Lucca , Lucca 2006; AA. VV., Santi e Beati della Toscana. Viaggio tra le piccole immagini della devozione popolare, Piombino 2001.

Fig. 1 – Santino di SANTA ZITA vergine, Tela di Paolo Guidotti (sec. XVI), Stampa fotografica, B.N. Marconi – Genova, anno 1995; 65x110 mm.

Fig. 2 – Il pozzo di Santa Zita (Lucca, via Fontana, Palazzo Fatinelli, esterno): qui avvenne il miracolo, come risulta illustrato nel bassorilievo in marmo posto sopra il pozzo a memoria dell’evento (foto C. Frison).

Fig. 3 – Lucca, Basilica di S. Frediano, Altare di Santa Zita: si veda nella parte superiore la Tela di Paolo Guidotti e, sotto, la teca che conserva il corpo incorrotto della Santa (foto C. Frison).

Fig. 4 – Santino di Santa Zita vergine lucchese, litografia in b/n, inizi sec. XX, Libreria Edit. Baroni - Lucca, 77x120 (Coll. C. Frison).

Fig. 5 – S. Zita vergine lucchese, protettrice delle persone di servizio, cromolitografia, a. 1901, Casa Editrice Cattolica LA VERA ROMA, 70x125 mm ca. (Coll. C. Frison). Fig. 6 – Lucca, Palazzo Fatinelli (sec. XIII), il portone d’ingresso di Via Fontana, dove Santa Zita visse e lavorò per circa una cinquantina d’anni (foto C. Frison).

 


 

 

 

SANTINI DELLA ESA

 


Alcuni filiconici dell’AICIS mi hanno sollecitato a fornire informazioni riguardo certi santini che nell’esergo, a sinistra riportano un logo che rammenta la forma di un quadrifoglio.
Andando ad ingrandire, con l’utile programma del Photoshop, mi viene esplicitato il marchio, giungendo a distinguere che esso è composto da un rettangolo, dai vertici costituiti da tagli puntiformi, mentre nell’interno il sedicente quadrifoglio si scioglie nell’acrostico E.S.A., mediante le due consonanti e la vocale che, quale sistema proporzionato, vanno a giacere accavallate. Il laboratorio artistico “ESA” è presumibilmente la Casa Editrice per l’Arte Sacra, o più probabilmente, (essendo ditta milanese): Edizioni Sacre Ambro siane , che operò nel capoluogo meneghino dal 1919, fino al secondo dopoguerra.

Alcuni suoi santini esplicitando la sigla ESA, chiariscono la ragione sociale: “S.A. ‘Bononia’ Arte Sacra – Bologna”, che era la ditta incaricata alla distribuzione nel Centro-Sud italiano. Immaginetta prodotta con tecnica fotomeccanica, dall’aspetto policromatico, su bristol leggero, con margine fustellato, alternato con cinque dentellature.

Angoli retti con nessuna cornice, Pr. ESA – EDIZIONI SACRE AMBROSIANE, R: Effigie dei Santi Martiri Giovanni e Paolo” che entrambi ostentano le palme, simbolo del martirio. In esergo: “S.S. Giovanni e Paolo” ; N. 2017 senza sigla di serie, Printed in Italy, V: “Orazione ai Santi Martiri Giovanni e Paolo” Martirizzati a Roma il 26 giugno 362, con Imprimatur della Curia Arcivescovile di Milano, in data 1922. Milano, 1920-’39. Dimensioni: 104x63 mm.

Immaginetta prodotta con tecnica fotomeccanica, dall’aspetto policromatico, su bristol leggero, con margine fustellato, alternato con cinque dentellature. Angoli retti con nessuna cornice, Pr. ESA – EDIZIONI SACRE AMBROSIANE, R: Effigie di Santa Agnese il simulacro del suo nome, la palma del martirio e il giglio della castità. In esergo: “Sancta Agnes” ; N. 2180 senza sigla di serie, V: “Orazione a Santa Agnese” , Visse a Roma, dal 290 al 305, con l’approvazione ecclesiastica, 1922. Milano, Dimensioni: 105x64 mm.
Notizie

 

 

 

NOTIZIE DAL MONDO


U.S.A. - Peonia, 3 dicembre 2019: RINVIATA LA BEATIFICAZIONE DEL VENERABILE FULTON SHEEN

Lo scorso 3 dicembre, il vescovo Daniel Jenky, C.S.C., vescovo di Peoria (Illinois, USA), ha annunciato di essere stato informato dalla Santa Sede che la beatificazione di Fulton Sheen, prevista per il 21 dicembre 2019, è stata rinviata.

 

1890 - 13 gennaio - 2020: 130° ANN.RIO DELLA NASCITA DEL SERVO DI DIO DON PRIMO MAZZOLARI

Papa Francesco ha definito Don Primo un “prete scomodo”, insieme a don Lorenzo Milani, quando ha reso loro omaggio visitando nell’estate 2017 Barbiana e Bozzolo. Poco dopo, il 17 settembre è stato aperto il processo di beatificazione di don Primo Mazzolari. Egli nasce al Boschetto, frazione di Cremona, il 13.1.1890 da genitori legati alla terra da motivi di lavoro e di attaccamento. A 10 anni, entra in seminario a Cremona e il 24.8.1912 è ordinato sacerdote. È vicario a Spinadesco, ma subito dopo è richiamato in seminario a Cremona come insegnante di Lettere. Scoppiata la Prima guerra mondiale, vi partecipa con il fervore dei giovani in quel momento. Congedato nel 1920 riceve l’incarico di parroco a Bozzolo (Mantova), ma in diocesi di Cremona, dove assume posizioni di difesa dei diritti dei poveri. Nel 1922 è nominato parroco di Cicognara, “il paese delle scope”. Qui inizia la sua opposizione al fascismo. Nel 1932 è inviato di nuovo a Bozzolo e nel 1949 fonda e dirige il periodico “Adesso” la cui pubblicazione è sospesa nel 1951. Nel 1957 il card. Montini lo chiama per predicare la Missione a Milano. Con l’elezione di Giovanni XXIII entra nella chiesa una ventata nuova e le idee di don Primo trovano piena cittadinanza. Il 5.2.1959 è ricevuto in udienza privata da Papa Roncalli: l’accoglienza che riceve dal Pontefice, che lo definisce “Tromba dello Spirito Santo della Bassa Padana” , lo ripaga di ogni amarezza sofferta. Muore a Cremona il 12 aprile 1959.

 

1920 - 22 gennaio - 2020: LA SERVA DI DIO CHIARA LUBICH A 100 ANNI DALLA NASCITA

L’8 dicembre 2019 hanno preso il via via a Trento le celebrazioni per i 100 anni dalla nascita di Chiara Lubich, fondatrice del Movimento dei Focolari, nata il 22 gennaio del 1920 e scomparsa il 14 marzo 2008. Eventi per ricordare la sua figura si svolgeranno, fino al 7 dicembre 2020, in tutto il mondo, ma le celebrazioni non potevano che iniziare dalla città natale della Lubich, Trento appunto. Infatti, l’8.12.2019 è stata inaugurata nel capoluogo trentino una delle iniziative centrali: la mostra internazionale “Chiara Lubich Città Mondo” allestita presso la Galleria Bianca di Piedicastello. Chiara Lubich con il suo pensiero e la sua azione tutta rivolta alla fraternità e alla pace, ha lasciato un’eredità diffusa in tutto il mondo. “Celebrare per incontrare” è il titolo che si è voluto dare a questo centenario che vedrà numerose iniziative in tutti i continenti e in particolare in Italia e a Trento. Taranto,

 

 

11 gennaio 2020: APERTURA FASE DIOCESANA PROCESSO DI BEATIFICAZIONE DI PIERANGELO CAPUZZIMATI

Mons. Filippo Santoro, Arcivescovo di Taranto ha presieduto il giorno 11 gennaio 2020 la solenne apertura della prima sessione dell’inchiesta diocesana per la beatificazione e canonizzazione del servo di Dio Pierangelo Capuzzimati, giovane laico della diocesi, nativo di Faggiano, scomparso per leucemia nel 2008 alla soglia dei 18 anni. Pierangelo ha interpretato la malattia come un’occasione per meditare ancora di più e per sentire Gesù “come un vero amico”. Il 26 aprile 2018 la Santa Sede aveva concesso il nulla osta per l’avvio della sua causa di beatificazione. I resti mortali di Pierangelo riposano nel cimitero cittadino di San Giorgio Jonico. Don Cristian Catacchio, postulatore della causa, ha sottolineato che “La vita di Pierangelo, del suo abito virtuoso, può contribuire a mantenere vivo il suo spirito di amore alla Chiesa ed è di esempio e modello ai giovani di oggi, che spesso non hanno ideali validi per dare un senso alla propria vita”.

 

Roma, 17 gennaio 2020: CHIUSURA FASE DIOCESANA DEL PROCESSO DI BEATIFICAZIONE DI FRANCESCA LANCELLOTT

Lo scorso 17 gennaio, alla presenza del cardinale vicario Angelo De Donatis si è chiusa nel palazzo del Vicariato, l’inchiesta diocesana sulla vita, le virtù eroiche e la fama di santità, iniziata nell’aprile 2016, della Serva di Dio Francesca Lancellotti. Nata a Oppido Lucano (Potenza) il 7 luglio 1917, fin da piccola trascorreva molto tempo in preghiera ed era solita percorrere a piedi quattro chilometri per raggiungere il Santuario della Madonna di Belvedere a cui era molto legata. La sua fede ha trovato espressione nel matrimonio con Faustino Zotta, dal quale ha avuto due figli: Maria Luigia e Domenico. «Una donna del popolo – l’ha definita il cardinale vicario – sempre immersa nella preghiera perché as setata di Dio. Una madre di famiglia che è stata testimone della carità». Francesca Lancellotti è stata «non solo testimone di una volontà di Dio accettata e proposta come via di santificazione ma anche maestra nel l’educare gli altri a scoprire il valore dell’obbedienza ai progetti del Signore su ciascuno. Il suo spirito di preghiera e l’a bbandono totale a Dio l’hanno portata a essere testimone di carità, trasformando l’incontro con gli altri in un’occasione per aiutare il pros simo a scoprire o riscoprire Cristo».

 

Padova, 11 febbraio 2020: EMANATO EDITTO PER AVVIO CAUSA DI BEATIFICAZIONE DI PADRE DANIELE HECHICH

L’11 febbraio scorso il vescovo di Padova, mons. Claudio Cipolla, dopo aver ottenuto il nulla osta dalla Congregazione delle Cause dei Santi (14 gennaio 2020), ha emanato l’editto in vista della prossima apertura della Causa di beatificazione del Servo di Dio padre Daniele Hechich. Stanislao Liberato Hechich nacque a San Pietro in Selve, Istria il 22.6.1926. Entrato in seminario a Capodistria lo frequentò per tre anni. Alla morte del padre, chiese al fratello Barnaba, allora novizio, se poteva essere accettato presso i Frati Minori. Vestì il saio francescano il 16.8.1945 con il nome di Daniele e fu ordinato sacerdote a Venezia il 29.6.1952. Diversi conventi lo ebbero come confessore e direttore spirituale di anime. Mentre era a Treviso (nel 1958), in una gita con i giovani dell’Azione cattolica si manifestarono i primi sintomo della malattia che lo avrebbe accompagnato per tutta la vita: l’arteriosclerosi a placche. Nel convento di Cittadella sostò per diversi anni acquistando fama di confessore e consigliere di anime, fino a che la malattia non lo rese più autosufficiente. Venne trasferito all’infermeria dei Frati Minori veneti, a Casa Sacro Cuore di Saccolongo (Pd), dove continuò il suo apostolato ricevendo tutti. Morì a Saccolongo il 26 settembre 2009.

 

 

Roma, 21 febbraio 2020: CHIUSURA FASE DIOCESANA DELLA CAUSA DI BEATIFICAZIONE DI GIOVANNI A. BALDESCHI

 

La sessione di chiusura dell’inchiesta diocesana sulla vita, le virtù eroiche e la fama di santità e di segni del servo di Dio Giovanni Antonio Baldeschi, sacerdote della diocesi di Roma e cofondatore dell’Ordine Monastico delle Adoratrici Perpetue del Santissimo Sacramento, si è svolto venerdì 21 febbraio 2020 alle ore 12 nell’Aula della ciliazione costituita per il Tribunale nel Palazzo Apostolico Lateranense. Il rito è stato presieduto dal cardinale vicario Angelo De Donatis. Ha partecipato il postulatore padre Arturo Elberti. I membri del Tribunale diocesano di Roma presenti erano: il delegato episcopale mons. Francesco Maria Tasciotti; il promotore di giustizia don Roberto Folonier; il notaio attuario Marcello Terramani. Don Giovanni Antonio Baldeschi è nato a Ischia di Castro (VT) intorno al 1780 ed è morto a Torre del Greco il 10 agosto 1840.

 

 

Cracovia, 11 marzo 2020: ANNUNCIO DELL’AVVIO DEI PROCESSI DI BEATIFICAZIONE DEI CONIUGI WOJTYLA

 

Il giorno 11 marzo scorso, Monsignor Marek Jędraszewski, arcivescovo metropolita di Cracovia, ha annunciato la decisione di avviare i processi di Canonizzazione di Karol Wojtyla e di sua moglie, Emilia Kaczorowska. Egli ha, inoltre, reso noto che, dopo il parere positivo, nell’ottobre 2019, della Conferenza episcopale polacca e dopo l’approvazione della Congregazione delle Cause dei Santi, l’arcidiocesi ha dato il via all’iter per la Beatificazione dei genitori di S.Giovanni Paolo II. La documentazione verrà consegnata alla parrocchia dell’arcidiocesi di Cracovia nei prossimi giorni e i fedeli saranno informati dell’inizio del processo. La Curia metropolitana della città raccoglierà, in questo caso fino al 7.5.2020, tutti i documenti, le lettere o i messaggi riguardanti i Servi di Dio, sia positivi che negativi. Il ricordo dei genitori del Papa Santo polacco, specialmente nelle comunità di Wadowice e Cracovia, è ancora vivo e, pur essendo passato molto tempo dalla loro morte, c’è ancora qualcuno che li ha conosciuti personalmente. “Cercheremo di contattarli e di chiedere loro di testimoniare”, ha affermato padre Andrzej Scąber, delegato dell’arcidiocesi di Cracovia per la canonizzazione. Padre Scąber ha aggiunto che saranno ascoltati anche figli o nipoti di testimoni diretti della vita dei due Servi di Dio e che “il Papa stesso, in un certo senso, sarà testimone diretto della santità dei suoi genitori”, avendo in più occasioni confermato quali persone eccezionali fossero.

 

 

Roma, 29 febbraio/1° marzo 2020: Mostra di SANTINI su “SAN GIUSEPPE, PARONO DELLA CHIESA”

 

L’AICIS ha presentato lo scorso 29 febbraio e 1° marzo una piccola esposizione dimostrativa di immaginette sacre, messe a disposizione dal Presidente Giancarlo Gualtieri e dal Vice Presidente Renzo Manfè, nell’ambito della manifestazione romana trimestrale ROMA COLLEZIONA, presso il Complesso Seraphicum - V. del Serafico, 3 - Roma EUR.

 

L’ingresso era gratuito e l’orario è stato il seguente: Sabato ore 10.00-18.00 - Domenica ore 09-14.00. Il tema della piccola esposizione è stato: “San Giuseppe, Patrono della Chiesa Universale” . L’affluenza ha risentito delle problematiche del momento legate al Coronavirus. Nella foto accanto vediamo il Presidente Giancarlo Gualtieri con il socio Michele Fortunato Damato di Barletta.

 

 

 

 

 

 

 

Riportiamo il libro “La Santa Casa di Nazareth – da Taranto-Brindisi a Loreto” della nostra socia prof.ssa Vincenza Musardo Talò, finito di stampare da BitPrint nel mese di Aprile 2019 per conto della stessa Autrice. È una interessante ricerca che rimette in discussione alcuni aspetti della storia della Santa Casa di Loreto, puntando su inedite piste, nuovi assunti e alcune figure di protagonisti, che si muovono lungo un breve segmento temporale, interposto fra l’11 ottobre e il 10 dicembre del 1294. Ed ecco la presentazione di Padre Giuseppe Santarelli, ofmcap, storico della Santa Casa e Direttore Generale della Congregazione Universale della Santa Casa di Loreto.

“La meritevole ricerca scientifica della prof.ssa Vincenza Talò Musardo si inserisce nel filone degli studi sulla Santa Casa di Loreto che propongono un trasporto del sacello nazaretano per iniziativa umana, considerando con rispetto “il ministero angelico” un segno della protezione celeste. Fin dagli inizi del secolo XX si è cominciato a parlare di documenti segreti, esistenti negli Archivi vaticani, letti da qualche studioso - per l’esattezza da Giuseppe Lapponi e da Henry Thèdenat - secondo i quali i “materiali” della Santa Casa, alla fine del secolo XIII, sarebbero stati prelevati a Nazareth e trasportati a Loreto dalla famiglia Angeli, discendente dagli imperatori di Costantinopoli. Un documento del 1294, il foglio 181 del cosiddetto Chartularium Culisanense, pubblicato solo nel 1985, informa che Niceforo Angeli, despota dell’Epiro, nel dare in sposa la propria figlia Thamar a Filippo I d’Angiò, figlio del re di Napoli Carlo II e principe di Taranto, concesse al suo genero una ricca serie di beni dotali, tra cui “le sante pietre portate via dalla casa della Nostra Signora Vergine Madre di Dio” e “una tavola lignea dipinta” raffigurante la Vergine con il Bambino in grembo. Nonostante le riserve di qualcuno, il documento, per stringenti ragioni di carattere storico e filologico, è ritenuto autentico da seri studiosi dell’argomento. Il contenuto del documento per altro sembra confermato da una lapide in lingua greca che si legge nella chiesa del monastero bizantino di Porta Panagià, a Pili, in Tessaglia, la quale recita: “Dalle fondamenta, o Tutta Santa, innalziamo la casa salvata, opera sacra”. Opportunamente, Haris Koudounas ricollega la notizia alla prima sosta delle reliquie della Santa Casa nell’antica Illiria. Già coloro che hanno reso nota l’esistenza di documenti vaticani parlavano di un trasferimento della reliquia nazaretana a Loreto da parte della famiglia Angeli. È questa interpretazione anzitutto che chiarisce e corregge l’autrice del volume, la quale persuasivamente dimostra che la famiglia Angeli non poteva conoscere né scegliere il territorio di Loreto - appartenente a quel tempo al Comune di Recanati - per un approdo della nave
con il prezioso carico. Ritiene, invece, cosa ovvia che la nave approdasse a Taranto, di cui Filippo I era principe, o più esattamente a Brindisi, da dove era partita una galea alla volta dell’Epiro per trasportare in Italia la suddetta dote e non solo. Inoltre, la studiosa propone con considerazioni convincenti che non sono stati gli Angeli dell’Epiro e della Tessaglia, ma gli Angiò, Filippo I e Carlo II, coloro che hanno propiziato l’arrivo del prezioso carico a Loreto. Suppone infatti con fondamento che essi abbiano donato (Continua)

 

 

I “SANTI PATRONI” DELLE REGIONI E DELLE PROVINCE D’ITALIA

di Giancarlo GUALTIERI

12a REGIONE: PIEMONTE Province: ALESSANDRIA, ASTI, BIELLA, CUNEO, NOVARA, TORINO, (VERBANO-CUSIO-OSSOLA), VERCELLI

 

 

La regione ecclesiastica Piemonte è una delle sedici regioni ecclesiastiche in cui è suddiviso il territorio della Chiesa cattolica italiana, ed è composta da due province ecclesiastiche, quella di Torino con le diocesi di (Acqui, Alba, Aosta, Asti, Cuneo, Fossano, Ivrea, Mondovì, Pinerolo, Saluzzo, Susa) e quella di Vercelli con le diocesi di (Alessandria, Biella, Casale Monferrato, Novara).

 

Le prime forme di evangelizzazione furono di Sant’Eusebio primo vescovo di Vercelli nel IV secolo e dal suo discepolo Massimo, che divenne vescovo di Torino nel V secolo. La regione Piemonte ha come Santi Patroni: Sant’Eusebio di Vercelli - Festa: 1 agosto • San Francesco di Sales - Festa: 24 gennaio

Sant’Eusebio (Sardegna, 283 circa – Vercelli, 1º agosto 371), di origini sarde si recò prima a Roma, dove fu ordinato sacerdote e quindi consacrato vescovo, poi a Vercelli in Piemonte. Divenuto uno strenuo oppositore dell’arianesimo fu costretto all’esilio in Terra santa. L’imperatore Giuliano gli consentì di riprendere possesso della sua sede vescovile e ritornò in Piemonte portandosi dietro il culto della venerazione mariana della Madonna Nera ed una statua che fece custodire in una località sui monti biellesi dove sorgerà poi il futuro santuario di Oropa.

Eusebio morì a Vercelli nel 371, ma le sue reliquie furono rinvenute soltanto durante la ricostruzione del duomo della città intorno al XVI secolo. È il santo patrono di Vercelli oltre che primo vescovo e patrono della intera regione Piemonte. La festa patronale di Sant’Eusebio è celebrata il 1º agosto in tantissimi comuni del Piemonte, con tradizionali fiere e processioni (Fig. 1).


San Francesco di Sales (Thorens-Glières, 21 agosto 1567 – Lione, 28 dicembre 1622), figlio primogenito di una nobile famiglia savoiarda, fu avviato agli studi giuridici presso l’Università di Padova, dove si laureò e decise anche di divenire sacerdote. Si stabilì quindi a Ginevra dove divenne, a soli 32 anni, vescovo effettivo di questa cittadina.

Spirò a Lione il 28 dicembre 1622. Le sue spoglie si trovano ad Annecy nella chiesa a lui dedicata. È stato proclamato santo nel 1665 da papa Alessandro VII, e da Papa Pio IX, il 19 luglio 1877, 18° Dottore della Chiesa. Il 26 gennaio 1923 Papa Pio XI lo proclamò “Patrono dei giornalisti”, infatti, per poter far arrivare le sue prediche a tutti i cittadini faceva pubblicare e affiggere nei luoghi pubblici dei “manifesti”, semplici e di grande efficacia.

A Torino ogni anno, in occasione della festa di San Francesco di Sales, il 24 gennaio, anniversario della traslazione delle reliquie, l’Arcivescovo manda un saluto a tutti i giornalisti d’Italia e del mondo. San Francesco di Sales è patrono anche del Terz’Ordine dei Minimi fondato da San Francesco di Paola, di cui entrò a far parte a cinquant’anni, nel 1617 (Fig. 2).


I Santi patroni della città di ALESSANDRIA sono:

 

B. V. Maria della Salve, detta anticamente Madonna dello Spasimo, è patrona per l’esattezza della Diocesi di Alessandria. È una scultura in legno di pioppo che raffigura Maria sorretta da Giovanni ai piedi della croce.

La tradizione vuole che il titolo originale Madonna dello Spasimo venne modificato in Madonna della Salve dopo il 24 aprile 1489, infatti in quel giorno la statua, durante le celebrazioni in cattedrale dedicate a San Giorgio, iniziò a grondare sudore e tutti i fedeli che si rivolsero a lei ricevettero le grazie richieste.

Per i fedeli il titolo “SALVE” sta per “Sempre Alessandria la Vergine esaudisce”. Infatti nei pericoli di guerre o pestilenze, siccità o inondazioni, il popolo devoto insieme alle autorità civili, si riunivano per implorare la potente intercessione della Madonna della Salve.

La festività viene celebrata la terza domenica dopo Pasqua: dopo la Santa Messa Pontificale nel Duomo, nel pomeriggio parte la processione del simulacro per le vie del centro della per farvi ritorno la sera, il giorno dopo, al termine della Messa, il simulacro della “Salve” viene riposto sopra l’altare a lei dedicato (Fig. 3).

 

San Baudolino (Baudilio) (Villa del Foro, ~700 - † ~740), eremita visse sotto il regno longobardo di Liutprando. Di nobili origini, stanco della vita agiata, diede tutto ai poveri e andò a vivere in una capanna sulle rive del fiume.

Si narra che fosse dotato del dono dei miracoli e della profezia e che molti animali come oche e cervi si radunavo attorno a lui per ascoltarlo, infatti spesso è raffigurato circondato da questi animali.

Nel 1786 Baudolino fu proclamato patrono principale della città di Alessandria. Per la sua festa, celebrata il 10 novembre, si svolge in città un’importante fiera. A lui si è ispirato lo scrittore Umberto Eco per dare il nome al protagonista di un suo famoso romanzo (Fig.4).


Il Santo patrono della città di ASTI è: San Secondo (? – Asti, 30 marzo 119), martire e patrono di Asti, nel Martirologio romano è ricordato il 30 marzo. Poche sono le notizie sulla sua vita, si dice fosse un nobile pagano di Asti e fu convertito al cristianesimo da S. Calogero che si era recato a trovare mentre era rinchiuso in carcere.

A Milano incontrò S. Faustino e S. Giovita, anch’essi in carcere, dai quali ricevette il battesimo. Amico di Sapricio, prefetto romano di Asti, lo accompagnò a Tortona dove Marciano, vescovo della città, era in attesa di processo. Per aver sepolto il corpo di Marciano e per aver rifiutato di abiurare la propria fede, fu infine arrestato e martirizzato.

Uno dei miracoli attribuiti a san Secondo è quello della liberazione della città dall’assedio minacciato nel 1526 dal condottiero Fabrizio Maramaldo, al servizio dell’imperatore Carlo V. Nella diocesi e nella città di Asti, che lo venerano quale loro patrono e ne custodiscono le reliquie, è festeggiato solennemente il primo martedì di maggio.

Sin dal secolo XII si organizzano i fuochi artificiali dando inizio allo spettacolo pirotecnico con lo squillo delle trombe e con l’incendio della colombina, compito sempre affidato ad una dama della nobiltà. Dopo si illuminano tutte le contrade della città con candele sulle finestre, fanali e lanternoni in mezzo alle vie. Inoltre si allestisce la Fiera Carolingia la più antica e la più grande delle Fiere che si svolgono sul territorio astigiano. La festa culmina con il tradizionale Palio di Asti, una corsa di cavalli montati a pelo, ovvero senza sella (Fig.5).


Il Santo patrono della città di BIELLA è: Santo Stefano (? – Gerusalemme, 36), è stato il primo dei sette diaconi scelti dalla comunità cristiana perché aiutassero gli apostoli nel ministero della fede. Fu il protomartire, cioè il primo cristiano ad aver dato la vita per testimoniare la propria fede in Cristo e per la diffusione del Vangelo.

Il suo martirio è descritto negli Atti degli Apostoli dove appare evidente sia la sua chiamata al servizio dei discepoli sia il suo martirio, avvenuto per lapidazione, alla presenza di Paolo di Tarso prima della conversione. Le sue spoglie furono ritrovate nel 415 da un prete di nome Luciano e da allora il culto a Stefano si sviluppò in tutto il mondo cristiano. Santo Stefano è il patrono di molti comuni italiani tra i quali Biella.

Ogni 26 dicembre, in occasione della Festa patronale, si svolge nella cattedrale, dedicata appunto al Santo protomartire, il tradizionale Concerto di Santo Stefano con canti tradizionali e musiche popolari (Fig.6).


Il Santo patrono della città di CUNEO è: San Michele Arcangelo (Mi-ka-El che significa “chi è come Dio), è ricordato per aver difeso la fede in Dio contro le orde di Satana. Michele, comandante delle milizie celesti, dapprima accanto a Lucifero nel rappresentare la coppia angelica, si separa poi da Satana e dagli angeli che operano la scissione da Dio, rimanendo invece fedele a Lui, mentre Satana e le sue schiere precipitano negli Inferi. S.Michele Arcangelo è rappresentato come un guerriero, con la spada o la lancia nella mano e sotto i suoi piedi il dragone, simbolo di Satana, sconfitto in battaglia.

Il 29 settembre a Cuneo è festa doppia in quanto San Michele Arcangelo è il Santo Patrono della città oltre ad essere, dal 1949, anche il protettore della Polizia. In piazza si tiene uno spettacolo multimediale ed una festa medievale mentre in Cattedrale si svolge una messa solenne presieduta dal vescovo. Sono più di 60 le località italiane che, come Cuneo, lo venerano come Santo patrono (Fig.7).


Il Santo patrono della città di NOVARA è: San Gaudenzio (Ivrea, 327 – Novara, 3 agosto 418), è stato il primo vescovo di Novara. Venerato come santo dalla Chiesa cattolica, è considerato protettore della città e della diocesi di Novara. Gaudenzio fu convertito al cristianesimo da Eusebio, vescovo di Vercelli.

Iniziò a diffondere la dottrina cristiana nel basso novarese e fu consacrato vescovo di Novara da Simpliciano. A lui è stata dedicata dai cittadini l’omonima Basilica di San Gaudenzio, sormontata da una altissima cupola.

La sua festa liturgica è il 22 gennaio, giorno della traslazione del suo corpo nell’attuale Basilica. I festeggiamenti si svolgono nell’arco di due giornate che vedono il centro storico della città gremito di persone per la presenza di tante bancarelle dove, tra i tanti prodotti tipici, è possibile acquistare il caratteristico pane di San Gaudenzio, una sorta di panettone prodotto e venduto solo a Novara. Durante le giornate è possibile inoltre visitare la tomba del Santo presente all’interno della Basilica (Fig.8).


I Santi patroni della città di TORINO sono: San Giovanni Battista (Giudea ~7 a.C. - † Macheronte Transgiordania ~29), figlio di Elisabetta Zaccaria, è l’unico Santo, insieme alla Vergine Maria, di cui si celebra il giorno della nascita terrena, il 24 giugno, oltre a quello del martirio, il 29 agosto, infatti morì decapitato e per questo motivo è noto anche come San Giovanni Decollato, e la sua testa fu servita a Salomè su un piatto d’argento.

Battezzò Gesù nelle acque del fiume Giordano ed è chiamato il Precursore perché annunciò appunto la venuta di Cristo. San Giovanni Battista fu eletto come Santo Patrono della Città di Torino nel 602 quando Aginulfo, duca di Torino, fece erigere una chiesa in suo onore. Durante la Festa di San Giovanni, risalente al Medioevo, vengono celebrate le funzioni religiose, la processione e l’ostensione della reliquia del Santo; a sera nella piazza principale si accende il caratteristico Farò (Falò) in cima al quale si mette la sagoma di un toro. A seconda della direzione in cui cade porterà fortuna o sfortuna alla Città durante l’anno che segue.

La leggenda narra che, se la sagoma del Toro cade verso Porta Nuova, l’anno che si apre sarà propizio per la città, mentre, se cade nella direzione opposta sarà un anno poco fortunato per Torino (Fig. 9).

 

B.M.V. della Consolazione, è il titolo con il quale è venerata un’antica icona conservata nel santuario della Consolata (la Consolà in piemontese), dedicato appunto a Maria, invocata con il titolo di “Consolatrice degli afflitti”.

La Consolata è la patrona dell’Arcidiocesi di Torino ed Il suo culto risale addirittura al V secolo, quando il vescovo Massimo fece erigere, sui resti di un precedente tempio pagano, una piccola chiesa dedicata a sant’Andrea con una cappella dedicata alla Vergine, in cui venne posta un’immagine della Madonna.

Nel 1104 un giovane nobile di Briançon, cieco dalla nascita, ha in visone in sogno la Madonna che gli chiede di ritrovare un suo quadro andato perduto sotto le rovine di una antica chiesa di Torino.

L’icona fu ritrovata il 20 giugno 1104, mentre il cieco riacquistò la vista, per questo motivo la ricorrenza è celebrata in questo giorno. Notevole, nel giorno della festa, è la processione per le vie cittadine (Fig.10).


Il Santo patrono della città di VERBANIA (Verbano-Cusio-Ossola) è: San Vittore il Moro (Mauretania, III secolo – Laus Pompeia, 303), è stato un soldato romano di stanza a Milano all’epoca di Massimiano, che subì il martirio per la fede cristiana.

Vittore infatti avendo rifiutato di abiurare la propria fede, fu arrestato e sottoposto ad atroci torture ed infine decapitato. Il suo corpo fu deposto in un sacello oggi incorporato nella basilica di Sant’Ambrogio, ricco di decorazioni a mosaico d’oro, detto perciò San Vittore in Ciel d’Oro.

A Verbania, comune sulla sponda occidentale del Lago Maggiore, capoluogo della provincia del Verbano-Cusio-Ossola in Piemonte, si trova la Basilica di San Vittore, costruita sul luogo dove già esisteva una chiesa cristiana del V secolo, che ha assunto la funzione di chiesa principale della città dopo la proclamazione di San Vittore come patrono di Verbania avvenuta nel 1992. L’8 maggio di ogni anno viene celebrata la festa che si conclude con la processione e la suggestiva cerimonia della benedizione del Lago (Fig.11).


Il Santo patrono della città di VERCELLI è: Sant’Eusebio (Sardegna, 283 circa – Vercelli, 1º agosto 371), il primo agosto di ogni anno a Vercelli si festeggia Sant’Eusebio, il patrono della città.

Infatti il Santo morì il primo agosto del 371 proprio a Vercelli, dove gli venne dedicato il Duomo, all’interno del quale si trovano le sue reliquie. Nel giorno della festa patronale si celebra la santa messa in Duomo, a cura dell’arcivescovo metropolita; inoltre ogni anno viene aperto il Museo cittadino dove sono custodite le tradizioni di Vercelli e del suo territorio (Fig.12).

 

 

 

 

 

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