Rubriche di
Patrizia Fontana Roca

COLLABORAZIONI VARIE

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LA DIREZIONE SPIRITUALE DI PADRE SEBASTIANO VALFRE' IN CASA SAVOIA

 

Casa Savoia ha avuto, nel corso della sua storia, un continuo intreccio di rapporti con la Chiesa Cattolica, un costante interscambio, spesso proficuo e fecondo, fino ad arrivare al Risorgimento italiano, tempo storico in cui le forze laiciste e la violenta aggressione massonica ebbero la meglio sui legami che da sempre avevano saldato strettamente il trono sabaudo al trono di san Pietro.
Tale legame non è da considerarsi esclusivamente di carattere istituzionale, legislativo e giurisdizionale, esso va ben al di là, coinvolgendo le sfere profonde, culturali e di coscienza dei duchi, dei sovrani della Famiglia Savoia e, dunque, a cascata, da essi si sono infuse nei membri delle loro corti e nei sudditi. Una vera e propria Societas chrisitiana venne a crearsi intorno al ducato prima e al regno subalpino dopo.

I cinque beati di Casa Savoia, a partire dal Medioevo, rappresentano plasticamente la significativa sintonia e affinità con la Chiesa di Roma: Umberto III, nono conte di Savoia (Avigliana, Torino, 1136 - Chambéry, Savoia, 4 marzo 1188);
Bonifacio, monaco certosino, poi Arcivescovo di Canterbury (Sainte-Hélène-du-Lac, Savoia, 1207 - 4 luglio 1270);
Margherita di Savoia, marchesa del Monferrato e domenicana (Pinerolo, Torino, 1390 - Alba, Cuneo, 23 novembre 1464);
Amedeo IX, terzo duca di Savoia (Thonon-les-Bains, Savoia, 1° febbraio 1435 - Vercelli, 30 marzo 1472);
Ludovica, principessa di Chalon, monaca clarissa (La Bourg-en-Bresse, Francia, 28 luglio 1462 - Orbe, Svizzera, 24 luglio 1503).

Non solo, pensiamo pure, come fatto emblematico, alla devozione di pietà della stessa Famiglia Savoia e della popolazione, intorno alla più grande reliquia della Storia, la Santa Sindone, divenuta proprietà di Casa Savoia nel 1453, quando Margherita di Charny vendette ai duchi il Sacro Lino. Con lo scoppio della guerra tra Francesco I e Carlo V, il duca di Savoia Emanuele Filiberto nel 1535 dovette fuggire di fronte all'esercito francese per rifugiarsi in Piemonte, portando con sé la Sindone che fu più volte oggetto di ostensioni a Torino, Milano, Vercelli.
Sotto l'impulso del nuovo e giovane duca inizia l'epoca della grande affermazione di Casa Savoia. I tempi erano ormai maturi per una diversa impostazione della politica sabauda che diresse i propri interessi strategici verso la penisola italiana. Conseguenza di ciò fu lo spostamento del centro di comando da Chambéry a Torino, più adeguato rispetto alle nuove esigenze.
Mutato il centro politico-amministrativo mancava solo più il segno religioso: la Sindone, che Emanuele Filiberto trasferì definitivamente da Chambéry a Torino il 14 settembre 1578, tra le salve dei cannoni. L'occasione per il suo trasporto si presentò quando Carlo Borromeo, arcivescovo di Milano, manifestò il desiderio di recarsi a piedi in pellegrinaggio a venerare la Sindone per sciogliere il voto fatto durante la peste del 1576. I Savoia, oltre ad una profonda devozione personale, testimoniata da vari scritti privati, consideravano la Sindone il vessillo della loro casata, segno tangibile del favore di Dio, concretizzando in tal modo l’assunto filosofico dell’origine divina del potere temporale.
In questo humus religioso, dove venivano premiati zelo e fervore, devozione e preghiera, dove la presenza della croce e delle chiese, del clero e dei religiosi, del culto e dei voti offerti al Signore e alla Madonna per scongiurare o allontanare pestilenze, guerre e carestie, erano fatti connaturati e inscindibili dal vivere quotidiano di autorità, amministratori, funzionari, aristocratici e popolo, viene a stagliarsi la straordinaria figura del beato Sebastiano Valfrè, perfetto servitore di Cristo e fedele consigliere di Casa Savoia, sulla quale ebbe un fortissimo ascendente, anche di carattere pedagogico, e la cui influenza spirituale echeggerà ancora nelle generazioni successive alla sua.

Collaboratore tra i più ascoltati del duca Vittorio Amedeo II, a cui padre Sebastiano Valfrè ricordava anche per iscritto che la giustizia deve precedere la carità, esercitò un profondo ascendente sulla società sabauda, in un’epoca travagliata da conflitti sanguinosi, da lotte giurisdizionali, da rapporti difficili con le minoranze valdesi e con gli ebrei.
Nelle complesse vicende di conflitto istituzionale fra la Corte Sabauda e la Sede Apostolica, padre Valfrè si rese conto della impellente necessità che i rappresentanti diplomatici di Roma fossero ecclesiastici formati sia culturalmente che spiritualmente.
Fu lui a suggerire di creare una Scuola di formazione che preparasse il personale diplomatico della Chiesa: la Pontificia Accademia Ecclesiastica, che lo ha ricordato in occasione del suo III centenario di vita, solennizzato il 26 aprile 2001 con una grande celebrazione nella Basilica vaticana. (*)


«Agli inizi del Settecento il Piemonte e Torino in particolare erano contraddistinti da una molteplicità di luoghi di culto. Una massiccia partecipazione di fedeli di ogni ordine sociale prendeva parte alle cerimonie religiose solenni e alle processioni. I molteplici aspetti concreti della vita religiosa permeavano con una presenza capillare tutta la società: convergevano in tale “ipertrofia cerimoniale” chierici e laici; anzi in molti casi l’iniziativa laicale anticipava e superava quella clericale che spesso svolgeva più la funzione di freno che di propulsore.
Il cerimoniale pubblico della Corte e della Città aveva costanti e quasi obbligati riferimenti religiosi, visti come dimensione fondante e costitutiva della vita sociale (oltre che personale)», erano sì presenti furti, omicidi, immoralità, rivalità e ignoranza religiosa che a volte cadeva nella superstizione e nella magia, ma «L’azione riformatrice degli arcivescovi e dei sinodi post-tridentini, l’introduzione in città di ordini religiosi con finalità pastorali, la cura della catechesi, le grandi predicazioni quaresimali, le istituzioni educative e caritative promosse dalla Chiesa, le Confraternite come spazio di azione per il laicato» e la palese cattolicità di Casa Savoia, «mirarono ad impiantare una solida vita cristiana e a contenere i mali».
Con pesanti sacrifici e stenti, a causa della povertà della famiglia Valfrè, il giovane di Verduno (Cuneo) - il paese definito la «sentinella delle Langhe», perché posizionato sul colle che domina la val Tanaro - portò a termine i suoi studi fra Alba, Bra e Torino, dove fece l’amanuense per mantenersi e poi, accolta la chiamata religiosa, entrò nel 1651 nell’Oratorio di San Filippo Neri di Torino, fondato due anni prima da padre Pier Antonio Defera, sollecitato dal Nunzio in Piemonte Alessandro Crescenzi, molto devoto di san Filippo ed intenzionato a promuoverne il culto e le opere.
Padre Defera, con don Ottavio Cambiani, aveva avviato l’Oratorio con semplicità evangelica, così illustrata in una cronaca manoscritta del tempo: «Il capitale loro fu la virtù e la confidenza in Dio; poveri di roba, ma ricchi di devozione, assistevano all’angusta chiesetta [ricavata in una bottega presa in affitto in casa Blancardi, presso la chiesa di San Francesco d’Assisi] con cuore ampio e con fervore di spirito».
La Comunità oratoriana si trovò in piena crisi, dopo un anno e mezzo di vita, quando padre Defera l’11 settembre 1650, all’età di trentaquattro anni, morì: aveva avviato uno straordinario ministero di predicazione, di confessioni, di visite agli ospedali e alle carceri, ma il progetto sarebbe naufragato se il giovane suddiacono Sebastiano Valfrè, otto mesi dopo la morte del fondatore, non si fosse presentato a don Cambiani per chiedere di essere ammesso. Povero come era cresciuto, non si impressionò della miseria dell’istituzione religiosa in cui entrò. Anzi, la amò fin dal principio, dedicandosi ai più umili lavori ed intraprendendo un’azione pastorale di incredibile dedizione e ampiezza.
Alla scuola degli Oratoriani, aveva appreso il metodo del colloquio personale e della parola pronunciata «alla semplice», come ricordano i primi biografi, perciò non fu mai un problema per lui passare dalle sale ducali di Vittorio Amedeo (Vittorio Amedeo Francesco, detto la Volpe Savoiarda, Torino 1666 – Moncalieri 1732) a piazza Carlina, dove fece catechismo per quarant’anni ai mercanti di vino ed ai loro clienti. L’apostolo del catechismo esercitò la sua missione anche fra i giovani. Fu lui a celebrare in Torino, nel 1694, per la prima volta in Italia, e forse nel mondo, la festa del Sacro Cuore di Gesù, che sarebbe stata ufficialmente istituita soltanto cento anni più tardi. E fu instancabile apostolo della carità. Quante volte fu visto - e sono i soldati di ronda a darne testimonianza – passare di notte per le strade a caricarsi sulle spalle poveri cenciosi senza tetto… ma rientravano nelle sue attenzioni anche i malati, i carcerati, i feriti di guerra. Titanico fu il suo impegno assistenziale durante l’Assedio di Torino del 1706 (dal 12 maggio al 7 settembre).


Le cronache, le ricostruzioni storiche, le deposizioni giurate al processo di beatificazione lo ritraggono infaticabile, nonostante i suoi 77 anni, mentre accorre, fra i colpi dell’artiglieria nemica, con il fiasco dell’acquavite e il vaso dell’olio santo a sostenere i feriti, a confortare i moribondi, a organizzare gruppi di ragazzi per le azioni di soccorso, definiti «cavalieri della Madonna». Ma lo troviamo pure sui bastioni a sostenere i combattenti o in piazza San Carlo a fare catechismo ai soldati, nei monasteri e nelle chiese a celebrare messe di suffragio per i caduti di guerra e ad implorare la vittoria sul nemico. Animò le truppe, si prese cura dei soldati e infuse speranza, invitando tutti ad avere fiducia nella protezione della Vergine Consolata. Il Consiglio municipale affidò proprio a padre Valfrè l’incarico di organizzare delle novene e delle pubbliche devozioni per il soccorso divino, ma anche di suggerire i modi più propizi per esprimere la gratitudine della città per la vittoria ottenuta.
Intanto, a Corte, svolgeva l’ufficio di Confessore della Real Famiglia e di consigliere, come resta testimonianza nell’ampia corrispondenza con i diversi componenti familiari. Egli iniziò a frequentare Casa Reale nel 1676, anno in cui la reggente Maria Giovanna Battista Savoia Nemours gli affidò l’incarico di occuparsi dell’educazione spirituale del figlio Vittorio Amedeo. Il sacerdote tentò di rifiutare l’incarico con una lettera al preposito e ai deputati della Congregazione dell’Oratorio di Torino, adducendo il suo atteggiamento alla propria povertà di talento e alla sua aspirazione di vivere ritirato, distante dalla Corte, ma la richiesta non ebbe il successo sperato.
L’integra dottrina di padre Sebastiano e la sua fervente intelligenza conquistarono la corte, divenendo guida spirituale di fiducia. Divenne così amico di ognuno e censore di tutti, compreso lo stesso duca Vittorio Amedeo, che mai si offese dei rimproveri di don Sebastiano, capace di frecciate acute e argute. È noto, per esempio, che lo riprendesse con aperta franchezza sui suoi vizi, e a lui rivolgeva, con burbera bonarietà, la versione dell’araldico F.E.R.T. in «Foemina Erit Ruina Tua».
«Un’altra prova della singolare stima e venerazione che il duca Vittorio Amedeo II, spertissimo conoscitore degli uomini, aveva del B. Sebastiano, troviamo nell’aver seguito tutta la vita a richiederlo di consigli, ed ascoltarlo colla medesima confidenza di quando era suo direttore. A tal uopo chiamavalo frequentemente a palazzo, o, stando fuor di Torino, scriveagli: anzi bene spesso andava in persona a S. Filippo cercando di lui, seco chiudendosi nella sua cameretta a conferire le più segrete cose. La stessa libertà voleva che il B. Sebastiano usasse nel recarsi da lui, ed aveva dato ordine espresso che non gli si tenesse portiera, e a tutte le ore, anche in quelle del suo riposo, liberamente fosse lasciato passare». Così padre Sebastiano, anche quando non sarà più confessore del duca, continuerà ugualmente ad essere il suo principale consigliere e per volere di Vittorio Amedeo egli dovette, per scritto, suggerirgli i requisiti del confessore che avrebbe preso il suo posto. Fu sollevato dal suo impegno nel 1690, dopo diversi delusi tentativi, giustificando la propria impossibilità di proseguire nella sua mansione a causa dell’avanzata età che non gli permetteva più di seguire il duca nei suoi continui spostamenti, causati dalle esigenze belliche.
L’influenza di padre Valfrè su Vittorio Amedeo, comunque, proseguì nel tempo e, nonostante risultasse difficile al duca, che non possedeva certamente l’interiorità delle figlie e che usava circondarsi di veggenti e astrologi, seguire gli esigenti principi cattolici del prete di San Filippo, egli continuò ad avere nei suoi confronti un’immensa stima, tanto da sentire l’esigenza di esporgli le sue confidenze e riceverne in cambio utili ammaestramenti.
Nella stessa corrispondenza fra loro intercorsa possiamo venire a conoscenza di alcuni di questi insegnamenti: obblighi di sovrano da rispettare nei confronti dei sudditi, che dovevano essere trattati con giustizia, clemenza, amore paterno, ed essi dovevano essere edificati dal comportamento del loro sovrano con l’esempio di una condotta pia e irreprensibile. Gli ricordava altresì che le opere di giustizia devono precedere quelle di carità, raccomandandogli di ascoltare ricorsi ed appelli, di trattare equamente i domestici, di circondarsi di collaboratori capaci ed onesti. Lo sollecitava ad avere amore per i poveri e clemenza verso i carcerati «perché non stiano a marcire nelle carceri… e perché i loro patimenti sono indicibili e sono poveri e privi della libertà».
Da tutto ciò si desume che Valfrè, pur credendo profondamente nella sacralità dell’autorità terrena, il suo connaturato sentire evangelico lo mantenne equilibrato nella visione politica, evitando ogni mitizzazione del potere e mantenendo una viva attenzione al bene comune. «Lungi dal porsi come precorritore di più moderne teorie e come contestatore di un sistema politico e ideologico, il Valfrè vedeva nell’amore per l’uomo, radicato nel Vangelo, il fermento capace di rinnovare intimamente l’esercizio del potere sostituendo alla logica del diritto quella del servizio»


P. Valfrè con il duca Vittorio Amedeo e la duchessa Anna, davanti alla Sindone, Ostensione del 1694


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Il pensiero valfreiano, desumibile dalle direttive che inviava a mezzo di biglietti, cartoncini, lettere a Vittorio Amedeo II, sulla grave responsabilità di governare i popoli è chiarissimo e scevro di ambigue interpretazioni: egli ricorda al duca le sue responsabilità di vicario di Dio negli affari temporali, ai doveri di giustizia, prudenza, clemenza e carità verso tutti, e di amore per i poveri. Il richiamo alla condotta è palese, da mantenersi nei confronti dei sudditi e soprattutto del «supremo sovrano», il «re dei re», al quale, in qualità di viceré, nella sfera temporale, doveva rendere conto dell’esercizio del proprio potere, poiché «regnare è servire fedelmente colui che regna sovranamente». Inoltre è preciso e manifesto quando indica il dovere e l’obbligo del principe cristiano, chiamato a pensare al benessere spirituale oltre che materiale del suo popolo, di difendere e di accrescere la fede cattolica all’interno del proprio Stato. «A fondamento della propria condotta il duca doveva porre il riconoscimento del potere supremo di Dio ed un amore filiale verso di lui, modello esemplare del sovrano che unisce la somma autorità all’amore più tenero per i propri figli».

Medesima considerazione vale per la concezione di guerra che egli possedeva: questo sacerdote-guerriero, questo «soldato di Cristo e della patria», si allinea con l’interpretazione tradizionale della «guerra giusta», richiamandosi all’immagine veterotestamentaria del Dio degli eserciti e a quella del nuovo Testamento di Cristo, venuto a portare la spada e a dividere, dando quindi alla guerra un significato di castigo e di purificazione capace di trasformare la guerra stessa, conseguenza del peccato originale, in uno strumento di purificazione e di santificazione.
Tale visione viene approfondita nella sua operetta Modo di santificare la guerra, pubblicata a Torino nel 1691 sotto il nome di Agostino Valfrè, suo nipote. Gli stessi temi saranno ripresi anche in una predica del 1705. La guerra è di per se stessa un flagello terribile, commenta Valfrè, ma da essa occorre trarre profitto. Egli esorta le persone, alle quali non spetta di giudicare le decisioni dei principi, ad accettare con pazienza la prova, vedendo nella guerra un provvidenziale strumento redentivo.
Dio, secondo Valfrè, permette questo grande male, originato dai peccati dell’umanità, per ricavare un maggior bene. Per ultimo insegna all’uomo, attraverso le devastanti conseguenze belliche, quali effetti, ancora più terrificanti, potranno essere quelli del peccato.
Nel trattato Modi di santificare la guerra, padre Valfrè ricorda ai sovrani la loro responsabilità, esortandoli a richiedere l’illuminazione da Dio, a consultare saggi ministri, esaminando scrupolosamente la legittimità delle ragioni che portano ad aprire un conflitto e alle sue possibili conseguenze. Ai ministri e ai generali d’armata raccomanda la saviezza e il timore di Dio; ai soldati la fedeltà e l’obbedienza;  alla popolazione, che più di tutti deve sopportare gli effetti, la rassegnazione. L’attenzione dei governanti deve essere alta affinché «non si opprima il povero, non si opprima il pupillo, non si opprimino [sic] le povere vedove». Valfrè esortò sempre Vittorio Amedeo II a curare l’interesse dell’anima come quello più importante e dal quale ogni bene può derivare.

Il prete oratoriano agì diplomaticamente come moderatore nelle controversie giurisdizionaliste che fecero emergere tensioni  fra il ducato di Savoia e Roma. «Se nelle questioni delle immunità ecclesiastiche, dei poteri del nunzio pontificio o dell’Inquisizione, del diritto di nomina di abati e vescovi Vittorio Amedeo II non tollerava interferenze da parte di Roma e difendeva con fermezza le prerogative sovrane, il Valfrè in frequenti abboccamenti ne temperava gli atteggiamenti più estremisti», portandolo a considerare motivo di gloria per lo Stato rendere onore al clero, rispettandone i giusti privilegi e contemporaneamente soffocando gli abusi, avendo cura di scegliere i candidati ai benefici ecclesiastici soltanto in base ai requisiti di preparazione e onestà.
Il duca lo incaricò della direzione spirituale di tutta la Corte, quindi delle damigelle d’onore, dei paggi, dei cavalieri dell’Accademia, dei figli del principe di Carignano, Emanuele Filiberto. «Si vede che questi, potendo, tutti avrebbe affidati alle mani del venerabile Padre», comprese le sue stesse figlie, avute dalla prima moglie, Anna Maria di Borbone-Orléans : Maria Adelaide (6 dicembre 1685 - 12 febbraio 1712) e Maria Luisa Gabriella (17 novembre 1688 – 14 febbraio 1714).

Luigi, duca di Borgogna

Re Filippo V di Spagna


La prima andò in sposa, il 7 dicembre 1697, a Luigi (1682-1712), duca di Borgogna, figlio di Luigi, il Gran Delfino, e quindi nipote in linea diretta del Re Sole; divenne madre di re Luigi XV di Francia. Ebbero tre figli: Luigi, duca di Bretagna (1704-1705); Luigi, Delfino (1707-1712); Luigi XV di Francia (1710-1774). Nel 1712 la principessa e il marito divennero Delfini di Francia, ma l'anno successivo morirono, insieme al loro secondogenito, di vaiolo.
Maria Luisa Gabriella fu la prima moglie del re di Spagna Filippo V di Borbone, infatti, il 2 novembre 1701, ancora dodicenne, sposò il fratello più giovane di suo cognato, Filippo, duca d'Angiò.
Nel 1702 scoppiò la lunga e rovinosa Guerra di successione spagnola. Maria Luisa si dimostrò assai capace, incominciando, con il suo esempio, a imporre ordine nella Corte e stimolando la gente a sostenere le difficoltà della nazione: venne ammirata non solo a Madrid, ma in tutta la Spagna, ed ebbe grande influenza sul marito, dal quale ebbe quattro figli: Luigi (1707 - 1724), Luigi Filippo (1709 - 1709), Pietro Filippo (1712 - 1719), Ferdinando VI (1713 - 1759).
La stima che acquisì il novello Vincenzo de’ Paoli (1581 – 1660, il quale operò sia per le strade di Francia che nella Corte di Luigi XIII) fu così alta da vedersi chiamato a consigliare il duca per le nomine delle cariche ecclesiastiche, dei predicatori di Corte, degli abati e dei vescovi dell’intero ducato.
Profondamente umile, padre Valfré si trovò a coordinare e guidare, suo malgrado, coscienze di potere. Quando assumeva un incarico era poi estremamente diligente nell’assolverlo.

Maria Adelaide di Savoia

Maria Luisa Gabriella di Savoia

A trarre maggior profitto dalle sue indicazioni spirituali furono, soprattutto, le principesse Maria Adelaide e Maria Luisa Gabriella, di natura decisamente virtuosa. Quando vennero affidate alle sue cure avevano, rispettivamente, tre e cinque anni, e fin da allora lo considerarono un secondo padre. «Coltivò questi due fiori con l’austerità che ricorda l’educazione delle vergini cristiane dei primi tempi della Chiesa». Le figlie di Vittorio Amedeo risposero generosamente e con slancio agli inviti spirituali della loro guida, che seppe indicare la via della perfezione cristiana e dell’ascesi verso le vette della santità.
Maria Adelaide e Maria Luisa Gabriella giunsero ad ambite mete di elevazione interiore, tanto da divenire un esempio per le successive donne di Casa Savoia che andranno a compilare un nutrito elenco di nomi votati alla patria e all’amore per Dio: la regina di Sardegna e Venerabile Maria Clotilde Adelaide Saveria Di Borbone (1759 – 1802); la moglie di Carlo Alberto, Maria Teresa d'Asburgo-Toscana (1801-1855); la nuora Maria Adelaide d'Asburgo-Lorena (1822-1855), moglie di Vittorio Emanuele II; la figlia di quest’ultimo Maria Clotilde (1843-1911), chiamata «la santa di Moncalieri»; la venerabile Maria Cristina, regina delle Due Sicilie (1812 – 1836);  la Serva di Dio regina Elena (1873 – 1952), le principesse Mafalda (1902 - 1944) e Giovanna (1907-2000).
Una discendenza, dunque, che, si buon ben dire, ha mantenuto in sé quei germi infusi nel Casato dal beato Sebastiano Valfrè. Con sollecito impegno egli formava Maria Adelaide e Maria Luisa Gabriella, dalla profonda religiosità e dall’intelligenza vivida. Insegnò loro il modo di fare la meditazione, la Comunione spirituale, l’uso delle giaculatorie e la pratica di sollevare la mente ed il cuore a Dio con assiduità, anche nelle occasioni di svago, come durante le ricreazioni, i giochi, le cacce, le passeggiate e altri divertimenti. Similarmente padre Valfrè insegnava le stesse cose a Vittorio Amedeo II. Per vincere i capricci dell’infanzia, egli le abituò all’austerità della mortificazione e del sacrificio, proponendo fioretti e rinunce. «Esigeva la massima confidenza e voleva sapere, anche nei particolari, come impiegavano la giornata ed esse gli consegnavano l’elenco minuto delle loro preghiere, delle azioni ed anche dei loro giochi e il Padre, per compensarle, insegnava loro sempre nuovi giochi e nuove preghiere, e così l’amicizia cresceva». Quando andavano a confessarsi a San Filippo, il sacerdote voleva che lo facessero nella chiesa dell’oratorio e non in disparte, perché erano cristiane come tutte le altre giovani.

Ven. Francesca Caterina di Savoia

 

Alle bambine, come modello di virtù da imitare, padre Valfrè proponeva Caterina di Savoia (1595 – 1640), figlia del duca Carlo Emanuele I, terziaria francescana, sepolta nel Santuario di Oropa: «ella stava come statua nella nicchia della cappella della Sindone per assistere a buon numero di Messe ed era così desiderosa di così tremendo sacrificio che, se già stava a tavola, sentito il segno della Messa, interrompeva… per godere di quel sollievo dell’anima e, interrogata dal Generale dei Cappuccini, quante Messe, quel giorno, avesse ascoltato, rispose: “solamente nove!”. Le V.V.A.A., animate da simili esempi familiari, potranno sperare non solo di imitarli, ma di uguagliarli e superarli, nella devozione alla S.S. Sindone… posandovisi sopra, come api industriose, per succhiare da quei fiori delle sacre piaghe il miele di soda e costante devozione… Io penso che sarà già stata loro instillata nelle orecchie la devozione alla S.S. Sindone per… visitare il luogo dove riposa la sacra Reliquia, mentre si sta perfezionando la magnifica cappella, mentre le V.V.A.A., con tutta cura, ne fabbricheranno due nei loro cuori, valendosi del libro della Passione».

Nonostante egli insistesse molto sulla meditazione della Via Crucis, raccomandava comunque una «divozione allegra», una pietà serena e limpida, radicata nel cuore, che doveva tradursi in un comportamento edificante, senza veli di tristezza o malinconia. Ambire alla perfezione attraverso una via piana ed umile dell’adempimento dei propri doveri di stato, in cristiana gioia.
Fra i vizi che Valfré maggiormente combatteva c’erano pigrizia e noia, perciò, nei momenti di pausa, passava alle due principesse ago e filo e, una volta imparata l’arte del cucito e del ricamo, consegnava la tela per confezionare purificatoi e amitti, che poi venivano regalati alle chiese della città. C’era chi, nella Corte, biasimava i suoi modi pedagogici, tuttavia, sia Maria Adelaide che Maria Luisa Gabriella erano felici di ubbidirgli.
Nei loro confronti usò rigore e severità - «le seppe dirigere senza badare alla loro tenera età e, meno ancora, alla nobiltà dei loro natali» - ma anche comprensione paterna.
Appena impararono a leggere, padre Valfrè scrisse alcuni componimenti di pietà perché li leggessero e li imparassero, anche a memoria, a volte erano tenute a recitarli in pubblico, di fronte ai genitori e alla Corte riunita. Il metodo valfreiano costituisce un prezioso e valido modello di catechesi per la prima infanzia: la sua didattica era basata su chiare spiegazioni dottrinali, su inviti a sane letture e sulla stesura, da parte sua, di brevi note scritte o, talvolta, di trattati veri e propri.
Quando impararono a scrivere, iniziarono a fargli recapitare dei biglietti, per invitarlo ad andarle a trovare. Con lui trascorrevano diverso tempo, auspicando la sua compagnia anche nei tempi di ricreazione. La corrispondenza, conservata all’archivio della chiesa di San Filippo,  è una splendida antologia culturale-religiosa-letteraria fra l’umile e determinato maestro e le sue affezionate allieve, che vedevano in lui la guida esperta e sicura.
Sempre ansiose di incontrare il loro padre di coscienza, le due sorelle incalzano quando non lo vedono. Il 20 maggio 1693 Maria Adelaide di Savoia, di otto anni, scrive in bella calligrafia da Chieri: «… la prego per tanto a volersi portar qui dove l’aspetterò con ansietà e mi raccomando sempre alle sue orazioni»; tale raccomandazione sarà quasi sempre reiterata nelle chiuse delle sue lettere, non prive di errori ortografici. Leggiamo, infatti, nell’anno 1694: «la prego a venirmi a confessare lunedì, la prego di raccomandarmi nelle sue orazioni come io non ho mancato di fare nella sua malattia». Di medesimo tenore è la lettera del giugno 1695: «Io havrei gusto di confessarmi la vigilia di S. Antonio di Padova se V.R. lo troverà bene, e in quel tempo farà la Dottrina che mi sarà molto gradita e quanto più sovente verrà mi farà più piacere e mi raccomando alle sue orazioni».
Sempre pronta, come sua sorella, a sottostare alle direttive spirituali, Maria Luisa scrive al sacerdote il 12 agosto 1680 da Venaria: «Molto Reverendo Padre ho ricevuto la lettera di V. R. con gran piacere, pronta a eseguire tutto quello che ella mi dice sopra quel gran mistero dell’Assuntione. Desidererei di fare ancora la novena per la mia festa di San Luigi che cade alli 29 di questo mese e vorrei pregarla a scrivermi cosa dovrei fare. Farei mie divozioni in quel giorno ma mi riesce più comodo di farle con Maman qual non so quando sia per farle in qual caso V. R. sarà avvisata in tempo». In una missiva, in cui non è riportata la data, ma presumiamo possa risalire al 1696, si legge come si svolgeva una giornata tipo della principessa Maria Luisa Gabriella:
«Desidera di saper tutto quello che io faccio comincerò per dirli che la mattina non è regolata l’ora di svegliarmi ma in questa stagione mi sveglio quasi sempre circa le nove subito svegliata levo la mente a Dio et poi mi vesto appresso vado dir mie orationi che si contengono nel Pater et Maria il Credo la salve i comandamenti l’ave Santissima l’angeli Dei et poi ringrazio Dio della buona  notte che mi ha dato et prego di darmi un buon giorno come anche a mio Papà, Maman et mio fratellino et a tutti parenti amici et disinimici e poi faccio un atto di fede di speranza et di carità et poi […] leggo la vita del Santo del giorno et poi dico l’officio della Vergine appresso vado a sentir Messa quando io ho ancor tempo leggo qualche cosa ma il più sovente non ho tempo discendo poi per desinare con Papà et Maman sino a due hore che vado a sonar della spinetta». In seguito era previsto: studio con il precettore don Filippo Osasco, merenda, gioco con il fratello, compagnia con Maman, studio con il maestro di geografia, danza, ritiro nella propria camera, cena, Rosario, a letto con recita delle preghiere, come quelle del mattino, «vi aggiungo solamente l’esame di coscienza»; infine prega padre Valfrè affinché intervenga se qualche cosa «non Le piace di scriverlo perché non desidero altro che essere una buona figlia».
Nel 1695 Maria Adelaide esprime il suo immenso desiderio di poter ricevere la prima Comunione. Dalle sue parole emerge la tenerezza di una bimba che anela alle realtà trascendenti: «Mi perdoni V.R. se ho mancato di risponder alla sua lettera. Per la Comunione io havrei molto gusto se V.R. volesse. Io non l’ho detto ancora à Maman perché ha letto la sua lettera è m’ha detto che ero ancora troppo piccola».  Oppure il 31 ottobre del 1696: «Ho veduto che la settimana passata non è venuto a fare la dottrina e non fosse d’incomodo di V. R. vorrei pregarlo che venisse a farla tutte le settimane per poter imparare presto le cose necessarie della fede».


Ecco come, per esempio, il 31 ottobre 1696 Valfré risponde alle loro incessanti insistenze: «Se la mia mascella non sarà più gonfia, sarò domani a riprendere il catechismo per soddisfare il pio desiderio». Delicatissimo è poi il suo modo di approcciarsi alle persone e in questo caso a delle bambine; il suo stile è sempre lo stesso e non muterà mai: di fronte a sovrani e cardinali, di fronte ai piccoli e ai grandi, di fronte ai poveri e ai soldati, egli è e rimarrà sempre padre Sebastiano, l’oratoriano di San Filippo, acuto, dotto, semplice nel contempo e rispettosissimo di ciascuna persona, a prescindere dall’età e dallo status sociale.
Prova è questa lettera che egli scrisse, nell’ottobre del 1696 alla primogenita di Vittorio Amedeo II, annunciando una sua prossima assenza: «Qualche faccenda mi vorrebbe per pochi giorni lontano dalla città, non voglio però prendere risoluzione senza significarlo a V.A. S…. Se dovessi partire, ad ogni suo cenno, sarei pronto al ritorno… I suoi cenni mi tratterranno a Torino, se non gradisce che mi metta in viaggio». Nella lettera del 22 ottobre di quello stesso anno si  evince l’immensa modestia di padre Valfrè: «Ho trovato due cause del ritardo della dottrina. La mia poca devozione e la molta negligenza, accompagnata da qualche impedimento…».
Ogni azione delle bambine veniva passato sotto il suo vaglio, non solo perché questo era l’ordine dei genitori, ma proprio perché erano loro stesse a sentirne la necessità, tanto si erano affezionate alla loro guida spirituale. Scrive Maria Luisa Gabriella nell’aprile del 1698: «Molto Reverendo Padre Valfrè essendio domani il giorno della mia prima Comunione desidererei di veder prima V. R. un’ hora d’ hoggi acciò m’istruisse delle cose necessarie, io La prego ancora a farmi raccomandare alle Madri Cappuccine…».
Da questi documenti si rileva anche il grande affetto che le due sorelle avevano per i loro familiari e, in particolare, per «Papà» e «Maman», per i quali chiedono, oltre che per sé, le preghiere di padre Valfrè, come riferisce Maria Luisa Gabriella il 12 agosto  1700: «il medesimo (fratellino) gode assai buona salute ancorché in questa notte passata sia stato alquanto inquieto: Papà, Maman, et io stiamo anche bene. La prego a volermi pagar la mia festa col pregar Dio per me et per tutti noi».
Catechista, padre spirituale, consigliere di Casa Savoia, medico-infiermiere accanto a malati e feriti di guerra, sostegno ai carcerati… ma, soprattutto, uomo di profonda preghiera, nella quale trovava tutte le forze per riempire le sue giornate di carità e disposto ad adorare per tre ore consecutive il Santissimo  «per le A.A. R.R.».
Dalle lettere si evince la completa dedizione catechistica e religioso-pedagogica di padre Valfrè: spesso non gli era sufficiente andare di persona dalle due principesse, ma proseguiva la sua direzione anche attraverso gli scritti. Leggiamo in un documento:
«Mi figuro di ritrovare l’A. Ser.ma al suo arrivo molto migliorata nelle cose di Dio, perché alla campagna ha tanti maestri quante vede creature, che tutte senza parlare dicono: Dio ci ha fatte. Ogni pianta, ogni fiore, ogni uccello, ogni fiera ripete lo stesso. Che divote giaculatorie farà la serenissima principessa fra tante istruzioni! Che belli ringraziamenti manderà a Dio fra tanti benefizi! Quanti atti di umiltà tra le grandezze della corte! Quanti affetti di rassegnazione tra tutte le vicende anche di flussione presa con pazienza e conformità al volere divino! Mi figuro che sentendo Messa, farà la sua fervente Comunione spirituale, e che si tratterà almeno per un mezzo quarto d’ora in qualche divota meditazione, specialmente sopra quello che ha fatto Gesù Cristo per nostra salute. Voglio supporre che V.A. S.ma saprà fare più di quello che io sappia scrivere».

Cercò di fare amare i Santissimi Sacramenti, riuscendovi, e infuse nelle giovani l’adorazione alla Passione di Gesù Cristo: «… questa divozione più che ad altri deve tornar facile a’ Reali di Savoia ed ai Torinesi, alle cui mani la divina Provvidenza volle commessa la custodia d’uno de’ più solenni monumenti della Passione del Redentore, cioè la SS. Sindone: il B. Sebastiano, appunto per inculcare sempre più tal dovere di gratitudine, s’indusse a fare quello che raramente faceva, di por mano alla penna e scriverne un trattato», la cui prefazione venne indirizzata proprio alle due principesse di Casa Savoia, «per loro dare occasione di concepire nella loro tenera età divoti affetti verso la SS. Sindone, e con rapportarne per caparra della lor divozione una viva speranza di una volta arrivare lassù nel cielo a vederne l’originale e l’autore, e godere in eterno la sua amabilissima compagnia, dacché con tutto il cuore, con tutto lo spirito, con tutte le forze l’avranno servito, onorato, riverito e amato tutto il tempo della lor vita in questo mondo». In questa stessa prefazione mostra poi l’esempio di Maria e Caterina di Savoia: «Le AA. VV. Ser.me, animate da così degni e domestici esempi, potranno sperare non solamente d’imitare tanto degne principesse, ma ancora di uguagliarle nella divozione, e procurare  eziandio di superarle nella riverenza verso la SS. Sindone, posandosi quali api industruiose sopra i fiori delle sacre piaghe per succhiare il miele d’una soda e costante divozione, trattenendosi ora sopra le spine, che hanno coronato il capo di Gesù Cristo, ora sopra il suo sacro costato, ora sopra le ferite delle mani e de’ piedi, per succhiar da ogni piaga meditata un vivo desiderio d’amare e d’imitar Gesù Cristo, cavandone sì sode risoluzioni che le portino ad essere e a vivere sempre da sante principesse in quella vocazione e stato in cui Dio le vorrà, e col tempo lor farà conoscere per adempimento del suo santo volere: e così col loro esempio possano indurre i popoli alla divozione con la intiera osservanza de’ santi comandamenti».
Sia Maria Adelaide che Maria Luisa Gabriella, così come è stato tramandato, erano sempre felici quando arrivava il loro confessore. Garante di tale entusiasmo per padre Sebastiano è il priore don Filippo Osasco, il quale testimonia che per indurre le sue allieve a fare o non fare qualcosa era sufficiente dire loro: «Il P. Valfrè desidera questo; oppure: Ciò non piace al P. Valfrè» e prontamente ubbidivano. L’autorità che egli esercitava era tanto efficace quanto la sua profonda umiltà.
Regolarmente si recavano loro stesse alla chiesa di San Filippo per confessarsi da lui. Un giorno padre Valfrè, ormai da tutti considerato e venerato come un santo, le invitò a ricamare i paramenti sacri e loro, come accadeva sempre, accolsero l’idea di buon grado. «Tale esempio di tanta riverenza e sì costante affezione di due giovinette ad un venerabile sacerdote di settanta e più anni, non è piccola cosa […] collocate fra gli agi e le splendidezze di una corte reale, si sollevano tanto sopra le mondane vanità. Gli esempi che poi lasceranno di sé in due delle primarie corti di Europa non discordano punto da questi loro egregi principii».
La corrispondeva diventa più intensa quando le principesse si trovavano in villeggiatura nel castello di Venaria, dove il percorso ascetico non veniva affatto tralasciato: «Voglio supporre che il divertimento che piglierà all’aria aperta servirà a V.A.S. di occasione per sospirare quella beata patria in cui sono contenti gli abitatori».

Il beato Valfrè fu un padre scrupolosamente vigile sulle figlie spirituali, eppure la sua presenza non fu mai soffocante ed era capace di attenzioni molto particolari, come risulta da quest’altra epistola: «Le mando, acciocché abbia qualche divertimento nelle sue applicate occupazioni, due pernici addomesticate» e, sempre con lo sguardo rivolto verso l’alto: «San Giovanni Evangelista, a Parmos, aveva un simile uccello per il suo diporto e, quando era stanco di pregare e salmeggiare, si prendeva un po’ di divertimento con simile animale domestico».
Maria Adelaide scriverà: «Con grande mia consolazione ho ricevuta la vostra lettera, mio riveritissimo Padre. Vi prego di continuarmi questo caritatevole uffizio il più sovente che potrete, aiutandomi con i vostri santi ricordi, ai quali farò sempre ogni sforzo per conformarmi e per rendermeli profittevoli. State sicuro che non mi scordo punto di tutti i buoni consigli che mi avete dato, e che formo grande stima delle lettere, quali da voi ricevo. Mi sento nel cuore una gran brama di essere santa e perfetta, e di meritarmi un giorno quella felicità, che non si trova nelle grandezze terrene. Singolar piacere m’avete voi arrecato col trasmettermi la lettera di mia sorella. Oh quanto godo nel leggere ed accertarmi di tanta sua virtù! Non dubitate, porrò ogni mia applicazione per imitarla. Continuatemi per questo fine il soccorso delle vostre orazioni, poiché in esse ho riposta tutta la mia confidenza, e tenete per certo che tutto quello che mi viene dalle vostre mani mi serve d’un grande stimolo alla virtù».
Con il trascorrere del tempo le due sorelle non mutarono né stima né considerazione verso padre Valfrè e mantennero con lui stretti rapporti epistolari, informandolo costantemente dell’organizzazione delle loro giornate.
Padre Valfrè appoggiava la gara, in ascesi e in virtù, delle due sorelle, mantenendo un perfetto equilibrio di vicinanza fra lui e loro. Senza essere invadente vigilava sulle loro esistenze, soprattutto sulle loro anime. L’ascendente che egli ebbe sulle due principesse e il successo spirituale delle loro vite, contribuirono ad innalzare la considerazione che i Duchi, i dignitari di Corte e tutta la popolazione subalpina ebbe di lui.
Il cardinale Alberico Archinto, arcivescovo di Milano, prima che Maria Luisa Gabriella lasciasse gli Stati paterni per la Spagna, giunse nella città di Nizza a renderle omaggio, presentandole «un corpo santo ed una cassettina di Agnus Dei» in nome del Papa. La principessa ringraziò, tuttavia ordinò che il dono fosse portato a padre Sebastiano Valfrè, in segno di stima e gratitudine.


Maria Luisa Gabriella, che a 13 anni era stata chiesta in sposa dal marchese Castel Rodrigo di 18 anni, poi Filippo V, desiderava che alle sue nozze fosse presente il padre spirituale; ma Valfrè, intransigentemente santo, le fece presente che le quotidiane lezioni di catechismo che doveva tenere a Torino erano più importanti delle nozze regali.
Quando la giovane arrivò a Madrid si mise subito alla scrivania per raggiungere il suo caro sacerdote di Torino: «Mio Padre, vi scrivo queste poche linee per darvi parte del mio felice arrivo a questa città, e per raccomandarmi alle vostre sante  orazioni, ora principalmente che tengo delle medesime più stretto bisogno, per essermi addossato il peso della reggenza. Voi che sapete il mio cuore, potete credere quanto io sia lontana dal desiderio e dalla compiacenza di comparir regina in questi regni, poiché conosco abbastanza che tutto è niente; ma quello che sommamente bramo si è di essere regina dopo mia morte nel regno di Dio eterno. Scrivetemi il più sovente che potrete, e state certo che saranno sempre regola delle mie azioni i consigli che mi darete, conoscendo benissimo il merito loro».
D’altro canto Valfrè non dimenticò mai le figlie di Vittorio Amedeo II sia nelle sue preghiere, sia nel continuo sostegno spirituale. Anzi, le raccomandava anche ai suoi amici, come accadde con il cardinale Leandro Colleredo (1639 – 1709), il quale, in una delle lettere di risposta si esprime in questi termini: «Accompagneremo la regina colle orazioni a Dio ed a S. Filippo, acciocché la conduca salva al re Filippo, e poi santa al Re della gloria».
In una missiva indirizzata proprio al cardinale Colloredo, appartenente alla Congregazione dell’Oratorio di Roma, padre Sebastiano Valfrè gli confessò:
«Devo significare a V. E. una guerra che io metto tra due sorelle, che sono nei posti più ragguardevoli. Vogliono tutte due frequenti le mie lettere ed i miei avvisi: veda V. E. che bontà! Io vado però molto trattenuto; e la guerra che intendo mettere tra esse è di non cedersi l’una all’altra nell’essere perfette: e talvolta la lettera avuta dall’una la mando all’altra, e vedo che ciò fa buon colpo. V. E. si compiacerà di avvalorare i miei caratteri con le sue orazioni, perché sa che l’esempio di tali personaggi è una predica che colpisce; e procurerò valermi del comando che mi fanno per giovar loro quanto potrò. Sia ciò detto per consolazione, sapendo quanto V. E. gradisca simili nuove, che però non soglio scrivere ad altri».
Valfrè, come si nota nelle sue ultime parole, non vuole vantarsi nel suo eminente ruolo di padre spirituale di due donne che avevano occupato, per ragioni di Stato, posizioni di grande prestigio in territori chiave del panorama strategico europeo, dimostrandosi ambedue all’altezza del compito. Quando Colleredo venne a conoscenza dei nuovi approdi reali delle principesse di Savoia,  il 2 giugno 1701 scrisse in questi termini a padre Valfrè: «più che volentieri presenterò al mio Padre Filippo colei che la P. V.  presenta al Re Filippo e mi pare che la P. V. cominci a gareggiare con S. Cirillo di Alessandria perché i suoi scritti avranno la prerogativa di quelli di quel santo di essere indirizzati ad reginas». E il 2 ottobre dello stesso anno: «Godo che quelle gran regine abbiano la lodevole brama di comunicar seco; e V. P. le infiammi col calore delle sue lettere, come faceva S. Gregorio. E qui mi devo molto congratulare che sento così spiritose risoluzioni della regina di Spagna, che fa meraviglie tutti della vivacità unita con quella maestà che le compete, e sempre con riguardo al pubblico bene».
In un’altra lettera il cardinale reitera il suo compiacimento: «Mi rallegro con V. P. della soddisfazione generale che riceve la corte di Spagna della nuova regina, in cui la pietà e la compitezza superano di granlunga l’età: Gloria patris filia sapiens».
Molti riconobbero, nella saggezza della regina Maria Luisa Gabriella di Savoia, la formazione avuta dal padre oratoriano di Torino, come lascia testimonianza l’ambasciatore di Spagna, Commendator Operto, in una lettera del 2 marzo 1702 indirizzata proprio a Valfrè: «Nelle corti di Spagna e di Francia splendono le virtù di Maria Gabriella… V. R. che ha avuto tanta parte a lustrare gioia così preziosa, mi persuadi che ne resterà intenerita e aiuterà a dare le dovute grazie al Signore Altissimo che ha formato quell’anima a consolazione di più regni e alla stessa cristianità».
Il re di Spagna, in persona, sentì la necessità di scrivere a padre Valfrè. Filippo V gli espresse la sua considerazione e stima, riconoscendo l’operato da lui svolto sulla moglie; infatti «le mirabili doti che si ammirano nella sua reale consorte sono frutto di quella cultura che egli aveva dato allo spirito di lei».
Il cesellatore di anime viene ormai, su scala internazionale, riconosciuto come un santo. La sua fama corre per le strade d’Europa: Maria Adelaide e Maria Luisa Gabriella sono le principali artefici di quella divulgazione oltre le Alpi. Si parla di padre Sebastiano Valfré a Torino, a Madrid, a Parigi. L’anticipatore di quella grande stagione di santità, che coinvolgerà il Piemonte nei secoli XVIII e XIX, richiama anime su anime: a fiumi accorrono a San Filippo per essere confessati, guidati, soccorsi spiritualmente e materialmente.
Molto importanti risultano gli Avvisi che rivolse alla duchessa Maria Adelaide nel 1697, prima della sua partenza definitiva per la Francia. Dopo aver presentato la necessità di adattare la direzione spirituale per i diversi doveri di stato e aver raccomandato un bravo confessore, l’autore le consegna alcuni suggerimenti per alimentare serenamente la pietà, per mantenersi distanti dall’ozio, considerando distrazioni e trattenimenti non come un fine, ma come mezzi per il sollievo del corpo e dello spirito. Raccomanda poi lo stato di quiete dell’anima, pur tra i frastuoni; inoltre invita alla sobrietà e alla temperanza, alla modestia e all’«affabile gravità», alla sollecitudine per il prossimo e alla carità per i poveri.
Appartiene a Maria Adelaide, che ha ricevuto, per errore, una missiva della sorella, che invece doveva essere recapitata a padre Valfrè, questa toccante lettera: «Vi prego di continuarmi questo caritatevole ufficio [di scriverle] il più sovente che potete… State sicuro che mi ricordo di tutti i buoni consigli che mi avete dato… mi sento in cuore una grande brama di essere santa e di essere perfetta e di meritare un giorno quella felicità che non si trova nelle grandezze terrene… continuatemi il soccorso della vostra preghiera perché in essa ho riposto tutta la mia confidenza». Da parte sua Valfrè accolse sempre di buon grado l’insistente desiderio delle due sorelle di raggiungerle epistolarmente.
Per sé non volle mai onori e si allarmò alquanto quando seppe che Vittorio Amedeo II lo avrebbe voluto Vescovo di Torino, dopo la morte di monsignor Michele Beggiamo nel 1689. Il suo unico pensiero era quello di evangelizzare, di portare Cristo alle anime e anime a Cristo, di fare catechismo e di aiutare tutti i bisognosi che incontrava, che venivano a trovarlo, che lui andava a cercare.
Durante la guerra di successione spagnola e precisamente con la campagna militare del 1706, quando Torino venne assediata dai francesi, Filippo V assediò Barcellona, ma senza successo. A Madrid, infatti, entrarono trionfanti i portoghesi, proclamando sovrano Carlo III, principe di Casa d’Austria. Tuttavia, la saggia Maria Luisa Gabriella di Savoia, rifugiatasi in Castiglia, animò la popolazione, raccogliendola intorno alla bandiera di Filippo V, ricomponendo l’esercito, che si era sfilacciato e dando la possibilità al legittimo re di ritornare al suo trono (22 settembre). Per circa una decina d’anni di guerre e lotte, Maria Luisa Gabriella si dimostrò coraggiosa e forte. «… quando un’altra donna si assise nel talamo di Filippo, il popolo di Madrid gridava ancora a rimprovero della nuova regina: Viva la Savoiarda!».
Persino il padre del pensiero illuminista, Voltaire, la lodò per le sue scelte ed influenze politiche. A differenza della maggioranza delle donne regnanti o di Corte del suo tempo, Maria Luisa Gabriella non si occupò di musica, arte e passatempi, bensì della sua nuova patria. Superò coraggiosamente sventure, fughe, deposizioni e fu molto amata dal suo popolo.
Quando venne comunicato a Vittorio Amedeo II il dies natalis di Padre Sebastiano Valfrè (30 gennaio 1710) ebbe a dire: «Io ho perduto un grande amico, la Congregazione dell’Oratorio un grande sostegno, i poveri un gran protettore e padre».
Maria Adelaide e Maria Luisa Gabriella persero anche loro l’amabile e fermo tutore, e moriranno giovanissime, di lì a poco, ricordate e rimpiante da molti.

 

Il corpo del B. Valfrè riposa nella Chiesa di S. Filippo a Torino

 

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Dedico questo studio a mio cugino Luigi (detto Gigi) Rabezzana, appassionato pittore, che visse sotto il campanile di San Filippo e tanto amò il Beato Sebastiano Valfrè.

 

 

NOTE

 

(*) immagine di vittorio amedeo II di Savoia tratta da http://it.wikiquote.org/wiki/File:Vittorio_Amedeo_II_di_Savoia.jpg

 

1 - R. Savarino, Forme, forza e limiti della dimensione religiosa in una città assediata. Figure significative, classi sociali ed eventi collettivi nella Torino del 1706, in Torino 1706, Memorie e attualità dell’Assedio di Torino del 1706 tra spirito europeo e identità regionale, Atti del Convegno – Torino 29 e 30 settembre 2006, p. 841.
2 - Fu marchese di Saluzzo e marchese del Monferrato, duca di Savoia, principe di Piemonte e conte d'Aosta, Moriana e Nizza dal 1675 al 1720. Divenne re di Sicilia dal 1713 al 1720, anno in cui fu incoronato re di Sardegna. Il suo lungo governo trasformò radicalmente la politica subalpina, basata sulla sottomissione alle potenze straniere quali Francia e Spagna, rivendicando orgogliosamente l'indipendenza del piccolo Stato dalle vicine, grandi e potenti, nazioni.
3 - Margherita Maria Alacoque (1647 – 1690): la monaca mistica ebbe alcune apparizioni soprannaturali che portarono allo sviluppo del culto e della festa al Sacro Cuore di Gesù.
4 - Per la sua prodigata e prodigiosa attività di assistenza spirituale alle truppe savoiarde durante la guerra contro i francesi, padre Sebastiano Valfrè è stato proposto quale protettore dei cappellani militari; tale attribuzione, ha scritto la la storica e biografa Annarosa Dordoni, «risulta del tutto arbitraria. Una proposta, infatti, avanzata in tal senso ricevette nel 1941 dall’ordinario militare Angelo Bartolomasi esito negativo», come si evince dalla lettera dello stesso Bartolomasi (Archivio dei Padri Oratoriani, Torino), in data 12 febbraio 1941, dove la motivazione del rifiuto di accogliere la richiesta, sta nella scarsa notorietà del beato Sebastiano Valfrè fuori dai confini piemontesi e con la già avvenuta consacrazione a patroni dei cappellani militari di Maria Ausiliatrice e dei beati di Casa Savoia.
5 - P. Capello,  Della vita del B. Sebastiano Valfrè confondatore della torinese congregazione dell’Oratorio di S. Filippo Nei con notizie storiche de’ suoi tempi, Cav. Pietro di G. Marietti, Tipografo Pontificio, Roma-Napoli, 1872, Vol. I, p. 196.
6 - Cfr. V. Dainotti, Veggenti ed astrologi intorno a Vittorio Amedeo II, «Bollettino storico-bibliografico subalpino», 34 (1932), pp. 263-282.
7 - Cfr. A. Dordoni, Un maestro di spirito nel Piemonte tra Sei e Settecento. Il padre Sebastiano Valfrè dell’Oratorio di Torino, Vita e Pensiero, p. 39, nota 97 (cfr. anche Avvisi a Vittorio Amedeo II, Archivio dei Padri Oratoriani di San Filippo, Torino).
8 - Ibidem.
9 - Cfr. le lettere di padre S. Valfrè a Vittorio Amedeo II in Archivio Storico di Torino, Lettere santi, n. 8 e n. 17 e Cfr. A. Dordoni, op. cit., p. 39.
10 - A Dordoni, op. cit., p. 102.
11 - Valfrè portava il nome di battesimo di san Sebastiano, martire dell’antica Roma (263 ca. –  304 ca.). La diffusione del suo culto ha resistito ai millenni, ed è tuttora molto vivo. Ben tre Comuni in Italia portano il suo nome, e moltisimi altri lo venerano come santo patrono. San Sebastiano fu sepolto nelle catacombe che ne hanno preso il nome. Il suo martirio avvenne sotto Diocleziano. Entrato nelle guardie pretoriane, raggiunse presto i gradi più alti e per la sua fedeltà e lealtà divenne gradito agli imperatori Diocleziano e Massimiano che lo chiamarono a far parte delle guardie personali. Egli si valse dell'amicizia con l'imperatore per recare soccorso ai cristiani incarcerati e condotti al supplizio. Fece anche opera missionaria fra soldati e prigionieri. Lo stesso governatore di Roma, Cromazio, e suo figlio Tiburzio, da lui convertiti, affrontarono il martirio. Diocleziano convocò Sebastiano; inizialmente si appellò alla vecchia familiarità, poi passò alle minacce e infine alla condanna. Venne legato al tronco di un albero, in aperta campagna, e saettato da alcuni commilitoni.
12 - A. Dordoni, op. cit., p. 38.
13 - Ivi, p. 197.
14 - Vittorio Amedeo II sposò Anna Maria di Borbone-Orléans (1669 – 1728), figlia di Filippo I di Borbone-Orléans e di Enrichetta Anna Stuart (suo nonno paterno era il re di Francia Luigi XIII) il 10 aprile 1684 nel castello di Versailles.
Dal matrimonio nacquero: Maria Adelaide, Maria Luisa Gabriella, Vittorio Amedeo (1699 - 1715), Principe di Piemonte, Carlo Emanuele III (1701 – 1773), duca di Savoia e re di Sardegna.
15 -Alessio, p. 9.
16 - C. Fava, Vita e tempi del Beato Sebastiano Valfrè. Prete dell’Oratorio di San Filippo di Torino, p. 167.
17 - Ivi, p. 174.
18 - Lettera del 5 giugno 1693.
19 - C. Fava, Vita e tempi del Beato Sebastiano Valfrè. Prete dell’Oratorio di San Filippo di Torino
20 - Archivio degli Oratoriani di San Filippo, Torino
21 Ibidem.
22 - Ibidem.
23 - Ibidem.
24 - Ibidem.
25 - Ibidem.
26 - Ibidem.
27 - Ibidem.
28 - C. Fava, op. cit., p. 168.
29 - Ibidem.
30 - Ibidem.
31 - C. Fava, op. cit., pp. 168-169.
32 - P. Capello, op. cit., pp. 198-199.
33 - Ivi, p. 199.
34 - Ivi, pp. 199-200.
35 - Ivi, p. 200.
36- Ivi, p. 202.
37- Ivi, pp. 203-204
38C. Fava, op. cit., p. 169.
39 - Ibidem.
40 - P. Capello, op. cit., p. 209.
41 - Ivi, p. 206.
42 - Ivi, pp. 205 - 206.
43 - Ivi, p. 207.
44 - C. Fava, op. cit., pp. 172-173.
45 - P. Capello, op. cit., pp. 207- 208.
46 - C. Fava, op. cit., p. 173.
47 - Ibidem.
48 - Ivi, pp. 173-174.
49 - P. Capello, op. cit., p. 205.
50
- A. Dordoni, op. cit., p. 46

 

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- Gugliemo Massaja, l'Abuna Messias d'Etiopia

- Umberto II, il Re Cattolico

- Elena, Mafalda e Giovanna di Savoia - Madre e figlie verso gli altari

 

Sui Savoia, in libreria, di Cristina Siccardi:


- Elena. La regina mai dimenticata - Ed. Paoline

- Mafalda di Savoia. Dalla reggia al lager di Buchenwald - Ed. Paoline

- Giovanna di Savoia. Dagli splendori della reggia alle amarezze dell'esilio - Ed. Paoline

 

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- Beati, Venerabili e Servi di Dio di Casa Savoia - di Fabio Arduino (Collaborazioni)

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