Rubriche di
Patrizia Fontana Roca

DINTORNI


di Patrizia di Cartantica

 

 

DINTORNI

 

...In questa stanza  si soffoca: dal mare non perviene neppure un alito  di vento,  benché sia tempo di monsoni... anche nella  mia stanzetta  - se  così vogliamo chiamare lo  stanzino  conquistato all'età di dieci anni - si soffocava nelle calde notti romane…
 Questa  piccola  casa esposta da tutti i lati al sole,  di notte vomita il caldo assorbito durante tutta la giornata: nel silenzio qualche  scappamento d'auto, qualche moto che romba lontano  e  i treni invece rumorosissimi, che passano sferragliando quasi sotto le nostre finestre.

 

Tila, il piccolo e  bellissimo  setter di casa, é infine quieta – anch'essa riposa  come voi due, tutti  e tre stremati dalle corse del giorno - abbandonando  nella  cuccia  morbida  il mobile muso picchiettato di grigio, altrimenti sempre all'erta.

Soffoca, povera bestia nata per gli spazi campestri, per le corse nell'aia, in questo appartamento troppo stretto dove intralcia  e sacrifica.  Si  rallegra  solo quando vede  te,  Simone,  che  la carezzi  e vezzeggi e poi, d'improvviso, quasi la  maltratti  con modi rudi ma non cattivi e lei, comprensiva, ti salta intorno, ti lecca  le  mani  e le gambe nude, abbaia la  sua  contentezza  di dividere con te la sua solitudine.

Ha bisogno di uno spazio più grande, come forse anch’io ne avevo bisogno rispetto a quella stanzetta della mia infanzia di  cui vi parlavo - ha necessità di stare all'aria  aperta, vicino ad altri cani con cui scambiare, senz'essere rimbrottata, lunghi e intensi guaiti.
Accetto,  controvoglia, le sue manifestazioni d'affetto,  qualche timido bacio contro le mie gambe nude e ritrose quando mi  prende alla  sprovvista,  lo  sventolio della  sua  coda,  il  frenetico andirvieni  sul piccolo balcone di cui rimane padrona durante  le nostre passeggiate e da cui spia, come da un posto di vedetta  il nostro rientro...

Non  ho un gran trasporto per le bestie, siano essi cani,  gatti, canarini  o piccoli pesci d'acquario come quelli che  vostro  zio alleva  nella  sua stanza disseminando  ovunque  grossi  luminosi parallelepipedi, colmi di fauna e flora acquatiche.
Sarà forse perché, al di fuori del loro ambiente naturale,  tutti gli animali mi danno un senso di tristezza, di prigionia... Gli  unici  esseri che abbiano infranto questa  mia  disposizione d'animo  sono stati Tila, la cagnetta che l'aveva  preceduta,  un cocker nero e dolcissimo di nome Morena ed il piccolo  barboncino nero e ricciuto della mia infanzia, Black...


Ieri sera vi ho raccontato della mia giovinezza, passeggiando per le vie centrali di questa  cittadina marina dopo  che tu, Simone, per convincermi ad andar fuori mi hai quasi costretto  a  giocare una partita a carte, la cui posta era appunto  questa passeggiata notturna a cui tenevi e nell'uscire, stringendomi  la mano, avevi detto: "Così ci racconti di quando eri piccola!..."

Ed io vi ho  raccontato  particolari e situazioni che di volta in volta hanno suscitato  in voi domande o risa  che d’improvviso si sono interrotte quando, tra un turbinio di luci di bar e di negozi ancora aperti, ci si era rivelata la lucentezza degli ottoni di una sparuta banda musicale che stava accordando gli strumenti.

 



https://www.molisetour.it/blog/blog_vedi.php?Titolo=Quei%20briganti%20Molisani&gruppo=&settore=&nBlog=191&p=blg_0&m=1


Pochi musici - alcuni ancora  quasi bambini, altri  già anziani - stavano aggiustando sui leggii le partiture strimpellando qualche nota indecisa finché il maestro non si pose al centro del piccolo drappello, alzando una mano e dando avvio al primo pezzo: non  si trattava di musica operistica, era l'allegra marcia  dei Marines che esplodeva festosa a dare inizio allo spettacolo, mentre tutto intorno si faceva silenzio.
Il cielo era terso, così limpido che si  distinguevano persino l'Orsa Maggiore e la sua sorella Minore, con  tutto il loro  splendido corteo di stelle e l'aria si fece quasi autunnale... Le note s'alzarono dapprima insicure, poi sempre piu` decise, a  dar vita  a  motivi che mettevano allegria, che  facevano  venire  la voglia di seguire il tempo con un lieve batter di piedi ed anche  voi  guardaste contenti e sorpresi quella festa di suoni e di colori.
Gli ottoni brillavano riflettendo luci sospese, creando riverberi dorati ad ogni piu` lieve movimento e riportavano alla mia mente le  feste   di paese della mia infanzia: sul palco addobbato con cura nei  giorni precedenti la festa, prendeva posto la folta schiera dei bandisti e nell’aria si faceva un silenzio carico  di attesa.

Dai balconi prospicienti la piazza  s'affacciavano  i maggiorenti del luogo e le loro consorti, addobbati a nuovo per l'occasione che permetteva loro di sfoggiare l'abito ricercato  che  s'erano fatti confezionare a bella posta dai migliori sarti dei  dintorni o che addirittura avevano acquistato in una grande città.
Le  loro  facce compunte e stereotipate sfilano, ora,  nella  mia memoria  come  in un'antologia felliniana, coi  loro  sorrisi  di convenienza  e  la  pelle del volto  sudaticcia...  Anch'io,  col vestitino della festa, mi pavoneggiavo vagando come una  trottola da un angolo all'altro del balcone su cui i miei parenti  avevano preso posto, attendendo l'inizio della rappresentazione.

Ed  ecco,  ad un cenno del maestro, la banda  iniziava  il  pezzo d'avvio del repertorio operistico, un pezzo forte che  richiamava i  ritardatari  e prendeva l'attenzione di tutti i  presenti  che ascoltavano con grande interesse, anche se taluni, conoscendo  il libretto a memoria, sottovoce canticchiavano. A me, che  ignoravo la  musica  ma  che pure ero affascinata da  essa,  tutto  questo risvegliava un desiderio inconsulto di cantare con la mia vocetta sicura  e  di battere  le mani, seguendo il  tempo,  ma  poi  mi limitavo a qualche rapido gorgheggio a mezza voce, subito zittita dagli astanti.
Così  seguivo in  silenzio il resto dello  spettacolo, perdendomi dietro  arie melodiose e tristi o dietro alle  altisonanti  note verdiane,  note  che mi martellavano dentro  come  tanti  bizzosi folletti,   imprevedibilmente dispettosi,  che  di   nuovo   mi spingevano  a  saltellare  negli  spazi vuoti tra  una  sedia  e l'altra.

Ed  eccomi, iersera, di nuovo dinanzi a quella  rinnovata  magia, eccomi ancora pronta a saltellare tra la folla, accompagnando col canto  il  ritmo d'un'allegra marcetta  trionfale...  ma,  ormai, questo non é più il tempo della mia infanzia, ora é tempo di dar spazio  a  voi due che, con  l'avidità propria della  adolescenza avete assaporato ogni attimo dell'imprevista serata.

Eppoi, stanchi  alfine d'una  così intensa  giornata,  vi  siete coricati sul letto matrimoniale che vi ho ceduto per l'assenza di vostro  padre,  longilineo l'acerbo corpo di  Donatella  con  le lunghe  gambe  scomposte  e le braccia avvinghiate  al  cuscino, morbido  e  piccolo  il  tuo, Simone,  la  testa bruna  poggiata sull'omero, già forse dimentichi di ciò che vi ho narrato.

...Stamani mi sono svegliata presto, non sono nemmeno le sei e mezza, il cielo é chiaro e compatto, il sole ancora non si fa vedere, l'aria, per fortuna, é fresca.
La cittadina é ancora sonnolenta, solo gli operai  dell'Italsider e del Casone già vanno lesti e chiusi nelle tute  blu consunte, a prendere il posto di quelli che hanno appena concluso il turno di notte e in fila, come  una lunga teoria di formiche operose in un brulicante formicaio, si preparano a tornare alle loro case.
Bastano   pochi  minuti  e  si  ridesta  di   colpo, richiamando al  lavoro schiere di bottegai, d’impiegati  e di bagnanti già pronti per una mattinata da  trascorrere in riva  al mare,  coi  loro  ombrelloni multicolori sotto il  braccio e le lunghe pinne nere che spuntano fuori dalle borse sovraccariche.
Sul lungomare, poco prima deserto, dove le sedie a  sdraio degli stabilimenti balneari sono schierate come tanti soldatini pronti ad  un'immaginaria battaglia, si riversano decine  e  decine  di persone...
I  rondoni squarciano l'aria coi corpi tozzi e  pesanti che vanno a velocità incredibile, tanto che temo di vederli sbattere contro gli ostacoli che si frappongono alle loro evoluzioni,  ma con  un guizzo repentino, le  sagome nere deviano  e sfrecciano nel cielo mattutino, lanciando  nell’aria  stridii metallici  come segnali acustici...

Sembrano gli stessi che osservavo, dall'alto della  mia terrazza, tanti anni fa, al tempo della mia infanzia, di cui ieri sera vi ho narrato, confondendo date, saltando a pié pari  anni o situazioni, descrivendo episodi festosi e tacendo su altri piu` tristi.
Di questo periodo non ho un ricordo globale ma solo qualche immagine, vaghi frammenti suscitati per lo più da fotografie che mi ritraggono sempre sorridente, festosa, ben vestita... Eppure temo di non esser stata così felice...

 

 

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LA STANZA

 

Vi ho parlato dell'ambiente in cui vivevo assieme ai miei genitori e a Carlo, io fratello, d 4 anni minore di me una stanza di quindici metri  quadri, che sembrava un magazzino in cui i mobili s'accatastavano  l'uno sull'altro. Alle pareti una  carta  verde scuro  con  grandi  disegni  liberty di  colore dorato che si rincorrevano monotoni, ripetitivi e nell'angolo accanto alla finestra,  un tavolo ovale d'un bel legno pesante dalle  venature rossicce, massiccio il blocco su cui poggiava, diviso in tre gambe istoriate a forma di zampa leonina.
Un comò, quelli d'una volta con il piano di marmo e la specchiera, troneggiava  solido al centro della stanza, ai piedi del letto, poi un armadio, il mio lettino, una credenza nuova  di zecca  con tavolino e sedie affastellate l'uno sull'altra in un angolo... il caos primordiale del dopoguerra, retaggi d'un  mondo antico che non si poteva ancora abbandonare e  la voglia  di novità, la speranza d'un avvenire migliore...

… Questi furono gli inizi per i miei genitori che, dal  natio paese sannita, vennero ad abitare nella Roma del dopoguerra già allora  caotica ed affollata, installandosi in quella stanza  di subaffitto,  occupata da qualche tempo solo da mio padre,  presso un'anziana  signorina siciliana che, per un intreccio  di oscure parentele, lo aveva accolto in casa sua come pensionante e che divenne per quella giovane donna, ricca di sogni e ancora un  pò infantile che era mia madre, abituata al tranquillo vivere di un piccolo paese di provincia, un punto di riferimento, di compagnia e di consolazione.

 

Dei miei primi anni non ricordo molto, forse ho cancellato  quasi tutto  per quella sorta di autodifesa che senza  volere  erigiamo nel  nostro  io  per allontanare  dalla  memoria  le  esperienze negative  della  vita, tranne forse l'affetto della  vecchia  zia Eugenia che, come una vera nonna, mi colmava di vizi e tenerezze, inventando  per me nomignoli buffi e allegri  come Scarabocchio, Giuggioletta, Patatina... E il mio lettino con le sbarre azzurre, un  piccolo spazio entro cui giocare e il mio pupazzo  preferito, una giraffa di pezza marrone con una lunga criniera di pelle che le scendeva sul collo a cremagliera, che conducevo con me ovunque andassi e che, a fine giornata, riponevo in una scatola sotto  il lettino con altri pochi giochi...

 

 



… Tutto il quartiere pullulava di alti palazzi grigi dalle mura di pietra squadrata, in stile umbertino, anneriti i fregi di gesso che incorniciavano le alte finestre ed i balconi, ingrigiti anche i lunghi cornicioni allineati in bilico, là in  alto,  a metter limite al cielo.

Il  palazzo  in cui sono nata, del tutto simile agli  altri,  é ancora là, il terzo da sinistra venendo dalla via Merulana.

Quando mi chiedevano dove abitassi, rispondevo: "Nel palazzo  più brutto  di via Poliziano, lo trovate subito!". E invece, ora, lo ricordo con quella nostalgia propria con cui si rivedono le cose dell'infanzia anche se, obiettivamente, l'androne era un  tunnel oscuro con quel lampadario di ferro battuto che mandava una luce fioca sulla volta e, ad ogni alito di vento, destava ombre lunghe e minacciose.

Ora  s'apre sulla via mostrando la sua rinnovata  fisionomia,  la facciata da poco ridipinta di un caldo color marrone, il portone lucidato  a nuovo; dalla volta chiara ed ampia, il lume di ferro battuto é sempre là, unico ricordo tangibile dell' origine ottocentesca del palazzo..
"Quelli sì, che  erano bei tempi - direbbero gli  anziani, come  fanno ad ogni possibile occasione - ma a volte lo  dico anch'io che mi trovo sbandata nella mia generazione - quelli sì che erano bei tempi, quando c'erano il Sor Peppino e la Sora Elide, che esercitavano il loro portierato nel gran palazzo al 43 di via Poliziano.

L'odierno portiere staziona pigramente nella sua guardiola poi quietamente s'alza e s'installa dinanzi al portone, con quella sua aria di negligenza, d'impertinenza, il volto bruno, quasi livido, un tantino provocatorio.

Ricordo i suoi predecessori, un omino piccolo, simpatico con  una nidiata  di figli di ogni età, chiassosi ed una moglie  grassa  e malaticcia, ma quello con la personalità più spiccata era il Sor Dante, l'arguto toscano che chiudeva con gesti misurati e lenti il portone  dopo  una  giornata passata  di  sentinella dinanzi al palazzo e si ritirava  nel  piccolo  abitacolo  di due  stanze  e cucina  che divideva con la moglie, una donna magra ma forte con una paralisi progressiva ad una gamba che si trascinava faticosamente  e raramente sin sulla soglia del portone e con la figlia, una giovinetta bruna che si avviava a diventar provocante, dal terribile nome – Marricana - derivante forse da una sperduta località africana (forse un altipiano, una vittoria, una regione?) dove il padre aveva passato lunghi mesi durante la seconda guerra mondiale, oppure soltanto dalla contrazione di Maria, la Madonna e americana.

 

 

 

LE SIGNORINE DELLO ZERO 4


Ma i più vivi nel ricordo, le figure della mia infanzia, sono la Sora Elide e il Sor Peppino, lei piccola e tondetta, una crocchia di capelli bianchi, lui magrissimo, stempiato, un viso simpatico e arguto.
Già vecchi quand'io ero bambina, ebbero un breve, fuggevole momento di notorietà quando nel vecchio, scuro portone venne ambientata una scena del film "Le signorine dello 04", le telefoniste della TETI.
Roberto Risso, l'aitante protagonista alto e biondo,con l'aria di ragazzo di buona famiglia, chiedeva alla vecchietta affacciata alla sua guardiola: "A che piano abita la signorina X?", con la sua voce calda che interrogativamente indugiava sull'ultima sillaba, con la cadenza propria della sua origine veneta.

Lei, la Sora  Elide, con  un gesto parco della mano e una vocina resa sottile  dall'emozione, mormorava"... Al primo..."  e scompariva subito di scena...  

Certo quello fu il suo momento di celebrità, breve ma intenso, costellato di mille domande da parte di conoscenti, inquilini o abitanti nella strada e nei dintorni.

Il Sor Peppino, lo ricordo invece intento a ramazzare, con una di quelle vecchie scope di saggina, l'ampio androne e l'allora fiorito cortile interno su cui s'affacciavano le tre scale del palazzo. Quando andarono via, tutti gli inquilini ne sentirono la mancanza; una giovane genia di portieri seguì ai due vecchi che appartenevano ad un'era ormai passata, in cui il portierato  era sentito come un lavoro artigianale ed il rapporto  con i pigionanti diventava d'amicizia, non vassallaggio o addirittura d'indifferenza totale.

Un pò come quelle figure di vecchie balie o domestiche che dedicavano la loro intera vita alle famiglie e alle figliolanze altrui e che per loro sacrificavano - ma ciò non era subito come sacrificio, piuttosto abbracciato come scelta vocazionale - la propria personalità ed esistenza con una dedizione completa tanto che, spesso, esse diventavano il fulcro della casa, attorno a cui ogni piccolo avvenimento ruotava e si risolveva grazie alla loro efficienza, alla loro esperienza, alla loro inesauribile pazienza.

 

SABETTA

 


Mia madre, ad esempio, mi parlava sempre di Sabetta -  la chiamavano con questo nomignolo in casa, riducendo a tre sillabe il lungo, maestoso nome di Elisabetta, forse troppo imponente per un esserino così minuto - la sua tutrice, domestica tuttofare che nella casa paterna aveva  prodigato cure e dedizione, rinunciando all'unica occasione della sua vita di crearsi una famiglia sua, pur di non abbandonare il servizio e veder crescere i numerosi figli di mio nonno – “ò Maestro”, come lei lo chiamava - e di Donna Vittoria, così ammalata, così triste...

Conobbi Sabetta quando ero ormai adolescente; di lei rammento un corpo esile, rattrappito dall'età, un volto aggrinzito da mille piccole  rughe che  al solo vedere mia madre, che quasi aveva cresciuto, si distesero in una specie di sorriso allegro, uno dei pochi in quella sua esistenza ora così vuota, senza scopo.

Poi fu tutto un rammentare persone, luoghi e tempi passati con un chiacchierio che era per me come la colonna sonora d'un film mai visto che ora vedevo scorrere sotto gli occhi della fantasia: vedevo mia madre, la sua fragile figura di giovanetta che, curva contro il vento impetuoso che soffiava d'inverno dalle sue parti, tentava di procedere nella neve.

Indossava forse uno  di  quei lunghi cappotti che si rivedono nei films dell'epoca, in testa un turbante di lana dai  molti colori che lei stessa aveva sferruzzato, nelle lunghe sere passate accanto al camino, proprio sotto le indicazioni di Sabetta e che lei tentava di tenere accostato attorno al capo affinché l'aria gelida non penetrasse lungo il collo, ma dei riccioli neri e ribelli si sprigionavano dal loro nascondiglio coatto formando attorno al suo viso una bruna aureola su cui, come diamanti  iridescenti, brillavano tremule gocce di brina.
Tornava a casa dalla scuola,  traversando banchi di nebbia che si alternavano a brevi zone di sole... rideva con le sue compagne di quel momento gioioso di libertà  ed il  riso,  dalle sue labbra rosse di freddo si rifletteva negli occhi grandi e scuri da giovane araba con rapidi scintillii...



E nondimeno il suo volto, che ritrovai poi in alcune vecchie  foto, era simile a quello d'una Madonna dolce ed un pò triste con quei due occhi spaesati che guardavano l'immensità del mondo come due fari accesi sulla sporgenza degli zigomi pronunciati. I capelli ricadevano in boccoli morbidi coprendole le spalle aggraziate e lasciando libera la bella fronte liscia...  
Arrivava a casa intirizzita e  lei, la tuttofare, era là ad attenderla, a ravviarla, a riscaldarla, mentre lei già aveva preso in braccio, dolce mammina, l'ultimo nato d'una lunga serie di fratelli di cui lei era la maggiore...

Zio Alessandro, zia Maria (a destra della foto) e mia madre

 



Zio Alessandro era il secondo, chiamato da tutti  Papanonno  per quella sua aria di compostezza, già propria di un anziano, un pò sornione e a prima vista scorbutico ma sensibile, invece e pieno di gentilezza.


Poi veniva zia Maria chiamata "la Zeppa" per il mento un po’ prominente allora sul viso magro (non se lo sarebbe aspettato di diventare grassoccia negli anni successivi), sempre ridente e intenta a preparare manicaretti succulenti e ad organizzare festini alla sua maniera, mantenendo negli anni intatte le amicizie e la miriade di parenti disseminati qua e là.


Zia  Luciana, chiamata "’a Signora" per quella sua aria di superiorità che  pure nascondeva un fardello di solitudine, aggressiva e autoritaria perchè la vita e le esperienze l'avevano indurita e pure, con le sole sue forze, era  riuscita a tirare avanti, dopo la morte della nonna, la banda irrequieta dei maschi rimasti senza  guida...


Zio Gennaro, chiamato "il Bandista" perchè da piccolo dirigeva immaginarie bande di musici, forse al ricordo delle colorate feste locali di cui la banda rappresentava il  punto  focale. Anche successivamente avrebbe "diretto" allegramente la sua vita con un pizzico di follia  gioiosa.


Zio Erennio, invece, era taciturno ed introverso, cresciuto coi nonni già  anziani e solitari, amava la vita all'aria aperta e gli animali, le cose semplici e aveva poche fantasticherie ma idee precise. Ma quando eravamo insieme, tutti quanti, era allegro e spontaneo e le sue battute da ricordarsi.


Lo seguiva zio Francesco, un tipo fine e di buone qualità, che avrebbe forse potuto mettere a miglior frutto la sua intelligenza e le sue possibilità se non fosse stato animato da un pizzico di troppo d'ambizione...


Dulcis in fundo Peppino, l'ultimo della nidiata, che aveva solo pochi anni più di me, che io ricordo non molto più alto di me e che al mio arrivo da Roma mi accoglieva con un "Ma ce li fanno a Roma i goccioloni?".
Era venuto su da solo come un fiore selvatico ma ben piantato nella terra, con un pizzico di ironia e di strafottenza che gli sarebbero serviti nella vita...

 

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ZIA LUCIANA

 

… Una  sera, strappata a forza dalla tua solitudine, sei restata a cena da noi,  con la speranza di essere poi riaccompagnata a sera inoltrata in macchina a casa tua. Ma, forse già lo sapevi che ti avremmo costretta a rimanere con noi fino all'indomani.

Tanti discorsi si sono intrecciati sulla tavola imbandita,   discorsi di cose minute, utili, inutili poi, sollecitata da una domanda relativa a Sissi, la bella imperatrice austriaca (di cui in questi giorni la tv replica per l’ennesima volta la trilogia di films interpretati dalla giovane, bella e  sfortunata Romy Schneider), ti sei "esibita" documentandoci con nomi, dati e fatti sul complicato albero genealogico degli Asburgo, con l'intreccio delle varie parentele che lo legano alle altre case regnanti europee, su  Casa Savoia e lì, subito ho potuto constatare la tua eccezionale memoria, esumando dalle mille meraviglie che racchiudo nel mio sgabuzzino, giornali di circa 50 anni fa.

Dalle case regnanti alla nostra "casata" il salto é stato breve e forse tu non  chiedevi altro in quel momento che riaprire il forziere dei ricordi infantili e  ritrovarti nell'enorme casa situata ai limiti del paese, come un piccolo castello feudale con ampie stanze dalle pareti decorate da quadri e arazzi ed  il cortile interno cintato da un cancello.

L'ampio portale era sempre aperto ad  amici e mezzadri che portavano il ricavato della campagna, che poi veniva  ammassato in ampie ceste o disposto sugli scaffali del ripostiglio, una vasta  stanza buia di cui voi piccoli avevate paura, ma che vi attirava come una stanza di segrete meraviglie, per via della frutta e dei dolciumi lasciati in bella vista. 

Ed organizzavate delle rapide sortite per impadronirvi d'una succosa  fetta di cocomero o d'un grappolo d'uva ancora acerba nelle ore silenziose del pomeriggio quando la casa e i grandi dormivano sotto il sole.

Al risveglio poi, la voce acuta della bisnonna denunciava il furto e pretendeva per voi atroci punizioni a cui mio nonno, vostro padre, con la consueta bonarietà, vi sottraeva sfidando l'autorità materna.

 

Le ampie sale davano sul porticato coperto dove il sole giocava con voi a rimpiattino, evocando dal buio degli angoli sinistre figure di fantasmi e di  streghe, popolazione centenaria di racconti e di fiabe che ogni sera le nonne narravano dinanzi ai camini.

 

Ricordo anch'io una delle bisnonne: alta e magra nella mia immaginazione di bambina, tutta nera nelle vesti da lutto che le donne di paese un tempo indossavano nella vedovanza e poi non smettevano più, votandosi ad un'esistenza popolata di ricordi e di fantasmi....  Annuccia, Annina... come la  chiamavate?  Mammanonna Jannuccia ... ecco, in dialetto molisano tanto simile a quello campano, avendo quella zona fatto parte in passato della provincia di Benevento, sotto il Regno Borbonico, di cui assorbì tendenze, difetti ed una certa apatia tipica  del Sud, un provincialismo gretto, antipatico ma quasi inevitabile.

Di contro,  a tali difetti s'accompagna e riemerge con irruenza, l'anima sannita annidata  nel profondo, una rudezza di modi ma non di animo che subito si scioglie in risate e battute ironiche, in un gran senso di ospitalità....

 

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RICORDI

 

… Un ricordo  preciso: a quattro anni e mezzo la nascita di Carlo, mio fratello. 
Un tramestio nella stanza da  cui m'allontanarono in fretta per trasferirmi in quella grande e buia di zia Eugenia; io ascoltavo le voci concitate, i rumori e gli andirivieni che fervevano nella camera da letto e, poiché sapevo che doveva accadere qualcosa, m'aspettavo di veder comparire da un momento all'altro una grande cicogna bianca (come si diceva ai miei tempi)... eppoi, ecco la voce della signora Carmazzi, l'ostetrica,  che annunciava: "É  un bel maschiotto  di  quattro chili".


Dopo un tempo che mi sembrò interminabile, la calma tornò  nella casa e io venni sospinta accanto al letto matrimoniale dove la mamma, stanca ma con un sorriso sulle labbra, mi strinse a sé e m'indicò l'atteso bambino che giaceva accanto a lei: grasso e beato, biondo, con un completino  azzurro cielo che ben s'intonava alla sua carnagione, il bimbo già dormiva beatamente.
Carlo prese il mio posto nel lettino azzurro con le sbarre mentre io prendevo possesso d'un divano letto nuovo di zecca, sistemato a fatica nell'angusto e buio corridoio di passaggio, situato dinanzi alla camera da letto dei miei e comunicante con l'ingresso. Non v'era altro spazio per me.


Forse dovetti detestare con tutti i miei sentimenti quel piccolo essere intruso che oltre che dal mio letto mi spodestava nell'affetto e nell'attenzione dei miei ma  presto, con la mia solita accettazione degli eventi, mi rassegnai e lo accettai nella mia vita, dividendo con lui lo spazio già esiguo e i giochi, le delusioni  e le amicizie infantili, facendone presto un piccolo paggio che mi seguiva nelle divertimenti e nelle scorribande che intraprendevo con l'inseparabile Etta.

 

Rapide passano altre immagini di quel periodo perduto come sagome su una moviola: io nella stanza di zia Eugenia, seduta accanto al lungo tavolo dalle zampe a forma di testa leonina mentre gioco con i suoi magici oggetti, tratti fuori dall'antico armadio di legno scuro ed i piedi leonini con la vetrina dai vetri ocra, che disegnavano innumerevoli cerchi: ed ecco gli antichi ventagli, preziosi, di pizzo o dipinti con delicate scene ottocentesche, le loro esili stecche d'avorio traforate che ho già un po’ sciupato giocandoci fin troppo spesso, un cristallo di rocca di forma pentagonale che, esposto  alla luce, rifletteva mille colori, dietro cui la mia mente si perdeva, un souvenir di vetro, una murrina con la  "neve" dentro, un libretto d'opera - la "Turandot"  - rilegato in color rosso cupo che io leggevo e rileggevo, dapprima stentando nella lettura ma facendomi via via più intraprendente, figurandomi la storia, gli  avvenimenti e  i  due  personaggi principali dell'opera, Liù e Calaf...

 

… A rallegrare le nostre serate c'erano, dunque, d'estate le passeggiate al Colle Oppio, le cenette in qualche osteria intorno casa, le lunghe chiacchierate sulla porta di casa con Etta, la signorina Alba e la signora Sara...

D'inverno  ci  si  radunava attorno alla radio, una di quelle imponenti di radica, rumorose, che troneggiava in mezzo alla stanza. La mamma passava il tempo a ricamare - era bravissima - vestitini o centrini o  a lavorare all'uncinetto o a sferruzzare, zia Eugenia leggeva e noi due piccoli ascoltavamo intenti e curiosi i varietà musicali o i drammi a puntate, ridendo ogni volta che il fischiettio d'un uccellino precedeva lo scoccar dell'ora, mentre sfogliavamo libri di fiabe o d'avventura.


Spesso andavamo anche al cinema, il più delle volte al vicinissimo Brancaccio  (che oggi pomposamente ha assunto il titolo di teatro dell'opera) e, seduti sulle poltroncine, oltre a godere del film, spesso seguivamo l'apertura della cupola circolare posta sul soffitto che veniva aperta per cambiare l'aria (all'epoca i fumatori accendevano indisturbati le loro sigarette) o anche al vecchio cinema Roma, un angusto locale fumoso di second'ordine in via dello Statuto, dalle sedie sconnesse che cigolavano ad ogni movimento, oppure al Cristallo (che invece é disceso di grado con i suoi films a luci rosse).

Era l'epoca dell'epopea americana, dei films storici, di quelli strappalacrime, dei westerns e gli eroi in Cinemascope, erano sempre gli stessi che ancor oggi la tv ci propina ad ogni pié sospinto, intatti nella loro bellezza e gioventù: la simpatica faccia di Clark Gable, che per me rassomigliava a mio padre giovane, la figura longilinea di Gary Cooper, l'eleganza di Cary Grant, il fascino  di  Gregory Peck, la prestanza di John Wayne paladino d'una giustizia imparziale,  gli occhi magnetici di Lawrence Olivier, le fossette accattivanti di Vivien Leigh, lo sguardo vellutato di Elizabeth Taylor...
I loro volti ormai familiari balzavano coloratissimi ed enormi dagli schermi  cinematografici e riempivano le sale buie e la nostra infanzia forse un pò povera d'altro, di storie e di sogni senza tempo.

I films diventavano un supporto ai libri che però continuavo a leggere senza parsimonia. Gli attori italiani, che pure mi piacevano, non ebbero però  mai quel fascino grandioso e fanciullesco che suscitavano in me gli hollywoodiani, forse perché raccontavano storie vere e tristi in cui una realtà così vicina com'era quella del periodo  bellico, ancora scolpita nelle mente e nelle carni dei più, era sempre presente e la povertà imperversava.

Il neorealismo, sottolineato da quei bianchi e neri violenti, da quelle inquadrature sbieche, da facce taglienti d'uomini e donne comuni che  vivevano dolorosamente, mi impressionava allora e riuscivo a comprendere solo la  grandezza di attori come Totò e la Magnani che pure avevano un unico denominatore comune: la maschera dolceamara che andava bene per la tragedia e per la farsa.


 

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COINQUILINI

 

 

… Allora, al tempo della mia infanzia, quaranta anni fa, non era solo il palazzo ad apparire diverso ma tutto il modo di vivere e la gente che vi abitava o che  vi ruotava intorno...

Molti di essi non ci sono  più, altri, i sopravvissuti, ovviamente dimostrano tutti i loro quarant’anni in più, ma io nel ricordo li ho fermati all'età d'una volta, come se il tempo non fosse trascorso,tutti immobili come per una foto ricordo.

É una folla di gente che mi preme dentro o batte alle porte della mia memoria per ritornare a vivere, anche se per poco, in qualche breve immagine, in qualche riga.


Ed io li lascio entrare, zittendole, perché voglio concentrarmi nei  ricordi ed  esse, assentendo, avanzano lentamente senza far rumore, in punta  di piedi. S'avvicinano sul lustro mattonato a scacchi bianchi e neri di quella che era la camera da pranzo della mia infanzia: io sono là, ancora bambina, dietro l'enorme tavolo dai piedi di leone e li sto attendendo, affascinata...

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DELY E LA SIGNORA ANGELINA

 

 

 ...Le prime ad apparire sono due piccole figure di donna: la signora Angelina e Dely, la sua figliola, ambedue scarne, minute, delicate. Abitavano nell'appartamento sotto a quello in cui vivevamo e vivono tuttora i miei. Si  tenevano più che mai compagnia da quando l'unico uomo di casa, il Sor Oreste,  era morto.

Dely era un esserino fragile, una di quelle signorine della borghesia d'una volta, nata già vecchia ed intristita che si ravvivava solo quando si sedeva dinanzi alla tastiera del gran pianoforte che troneggiava nella sala da pranzo.
La loro solitudine era interrotta spesso dalla mia presenza e da quella di Carlo, di quattro anni più piccolo di me che, vivaci com'eravamo, riuscivamo a comunicare loro  un  pò d'allegria.  Talvolta la mamma, per qualche impegno o visita dal medico o quando pioveva e doveva andare a far la spesa, ci lasciava presso di loro: Dely tentava vanamente d'insegnarmi a tenere le dita sulla tastiera, picchiettando accuratamente "Il pianto d'una vergine".

Ascoltavamo curiosi e attenti la radio - l'era della televisione, grazie a Dio, non era ancora che agli albori qui in Italia - attendendo l'ora del  programma  musicale "Ballate con noi". Carlo, che era portato per la danza, afferrava subito il  ritmo e accennava, allegro e compunto a qualche passo di  ballo.
La signora  Angelina ci riempiva d'attenzioni e di chicche, soprattutto di quei pesciolini di liquerizia dura e succosa che lasciavamo sciogliere lentamente in bocca, assaporandone il gusto amarognolo.


Da un giorno all'altro, la vita delle due donnine prese una piega allegra, gioiosa, quando decisero di acquistare un cagnolino per alleviare la  solitudine che soprattutto a Dely pesava.
Era un barboncino nero e ricciuto a cui il  nome  Black sembrava attagliarsi a pennello. Ancora malsicuro sulle zampe, scivolava sul pavimento di marmo lucido di cera, suscitando la nostra ilarità ed  il  nostro affetto; anche noi eravamo coinvolti ed estasiati da questa novità e lo  ricoprivamo di carezze, di tenerezze non mancando però di fargli qualche  scherzo.

 

Per festeggiare i suoi tre mesi, gli portammo in regalo una coppetta colma di panna ornata d'una grossa cialda che lui divorò in un momento,  imbiancandosi il musetto allegro e facendoci scoppiare in una risata fragorosa...

 

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IL BALCONE

 


 

Il balconcino (mezzo metro per due e mezzo di lunghezza) confina con un  altro da cui é separato solo da una sottile parete di ferro a cremagliera.

Quante ore passate su quella loggia, anni fa, a parlare con Etta, la mia   amica-sorella, comunicando silenziosamente coi gesti o con l'alfabeto muto; d'estate o d'inverno, di giorno o di sera, durante le vacanze estive, in quei torridi pomeriggi assolati, quando gli adulti riposavano nelle stanze in  penombra... noi sole, impavide, vegliavamo nella via, io come di vedetta, spenzolante dall'angolo del  balconcino, lei protesa sulla balaustra di marmo: intrecciavamo discorsi e scherzi, risate che rimbalzavano sonore sui  sampietrini bollenti della strada, sui vecchi muri di cinta del giardino pensile delle suore da cui spuntavano garruli ciuffi d'erba, sulle persiane socchiuse dietro cui sonnecchiavano talora querule vecchiette sempre pronte a spiare la  nostra gioventù rumorosa, i nostri giochi sospesi come da un ponte tra una  finestra e l'altra.

Poi, stanche anche di questo, ad un cenno d'intesa sparivamo nell'interno  delle  nostre case per rivederci, un attimo dopo, fuori della porta, sul pianerottolo la cui penombra si faceva complice di altre confidenze, di sussurrii, di risate trattenute...

Io ero sempre da lei, lei da me: bastava che battessimo sul muro comunicante,  in un vuoto risuonante - primo nostro mezzo di comunicazione scoperto ai  primordi della nostra infanzia - perché a quel richiamo ci ritrovassimo sul pianerottolo.
A volte facevamo a gara a chi arrivasse per prima al mezzanino sovrastante o addirittura all'ultimo piano. Le scale erano larghe allora -  l'odierno ascensore non era ancora stato installato, riducendone l'ampiezza - e potevamo comodamente salire assieme correndo animatamente, ma subito Etta, con le sue lunghe gambe agili mi distanziava, benché io, orgogliosa, mettessi in  gioco tutte le mie forze per raggiungerla.


Dall'altra  parte del balcone viveva un'allegra e numerosa famiglia la cui capostipite, la signora Delia, era una donna grassoccia dal volto giovanile e sereno su cui spiccavano due occhi ridenti e ciarlieri anch'essi.

Mia madre faceva volentieri due chiacchiere con lei, spesso si chiamavano battendo il  pugno sul  nero divisorio di ferro che produceva un cupo, metallico rimbombo.  Un pò come facevamo io e  Etta.

Ci affacciavamo, allora, mia madre, io e mio fratello per veder spuntare le teste ricciute dei suoi due nipoti nostri coetanei, figli di Giselda, la sua prima figlia che abitava ad un piano di sopra, sempre pronti al gioco; a volte era solo per metterci d'accordo sull'orario in cui ci saremmo ritrovati giù al portone per recarci al vicino giardino, per andare al mercato e la sera, poi, in quelle  afose sere d'estate romane, se non si usciva per andare ancora una volta al Colle Oppio, si restava lì sul balcone a bearsi di qualche rara folata di  ponentino che giungeva a raffreddare le mura surriscaldate dalla calura  diurna,  ancora insieme all'altra famiglia ad ascoltare le storielle argute della signora  Delia e le battute allegre del figlio, Enea, un giovanotto scattante dal viso aperto che amoreggiava con una ragazza del palazzo di fronte, Vittoria..

Vittoria  era  bionda, dai tratti delicati, un viso sognante e senza trucco su cui sembrava non dovesse passare nemmeno l'ombra della tristezza.
Si sposarono tra gli evviva festanti degli inquilini dei due palazzi, che si accalcavano nella strada per vedere gli sposini e presto la famiglia aumentò: due bimbe bionde come la madre, con occhi azzurri sgranati di meraviglia, cicciottelle e allegre come la nonna che sul balcone le distraeva per  imboccarle benché fossero naturalmente d'appetito e non vi fosse alcun bisogno  di sollecitarle.
Assistevamo anche noi a questi pasti a base di minestrine che  le bimbe puntualmente ingollavano senza farsi pregare e talvolta, sazie, facevano i capricci rifiutandole, mettendo dinanzi alle boccucce rosee le manine paffute. Allora la signora Delia per invogliarle ne assaggiava un pò e strabuzzando gli occhi in segno d'incommensurabile bontà, riusciva a sconfiggere l'ostinata testardaggine delle piccole.

Enea giungeva a una cert'ora e la casa si riempiva della sua presenza e della sua voce sonora che metteva a soqquadro la quiete di poco prima con la sua irruente voglia di vivere. La domenica s'alzava all'alba per andare a caccia nei  dintorni di Roma, vestito di tutto punto coi pantaloni verdi ed il giubbino fornito di tasche, il fucile a tracolla, quell'aria spavalda e allegra, montava  su una seicento rosso fiamma e s'avviava rombando verso la  periferia,  tornando  quasi sempre con un carniere colmo d'uccellini di varie specie.
Oppure, con  altri coetanei tifosi della Roma andava allo stadio, rientrando senza voce, cotto dal sole che picchiava sugli spalti.
Vittoria, sempre paziente, atteggiava  il bel viso ad una smorfia e restava ad attenderlo con la suocera e le due bambine.

 

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L'ULTIMO DELL'ANNO

 

 

 

http://www.larucola.org/2014/06/11/cera-una-volta-lo-scopino/

 

Puntuale, allo scadere dell'anno, la notte di S. Silvestro, si  faceva baccano.

A Roma vigeva l'abitudine di disfarsi degli oggetti in disuso gettandoli dalla finestra. Era da poco finita la guerra e si tendeva ad eliminare i brutti ricordi di quel periodo oscuro buttandoli in strada, come se ciò bastasse a rifarsi una nuova vita.
Diventava quasi un rito: negli ultimi mesi dell'anno si metteva addirittura da parte il vasellame che via via si sbreccava o qualsiasi altro oggetto inutilizzato o di cui ci si  voleva  disfare  e poi, giunto alfine il 31 a sera, ci si accalcava dinanzi alle finestre, tra le persiane semichiuse per timore di ricevere qualche oggetto pesante o tagliente  gettato dagli inquilini dei piani superiori.


Allo scoccar della mezzanotte, tra gli spari di Enea, i razzi, le scintille,  il  vociar di festa della gente nelle case, si buttavano in strada piatti, bicchieri,   qualche mobiletto traballante, elmetti, vasi da notte, retaggio dell'inizio  del secolo quand'ancora nelle vecchie case non c'erano servizi igienici o s'era provveduto con lavori successivi a creare degli stanzini pensili con dei servizi angusti.

Ogni genere di cose cadeva giù sul selciato con fragore per qualche  minuto poi, quando tutta la rabbia, l'ansia, l'attesa e l'allegria s'erano ormai  sfogate e rimaneva sospeso nell'aria solo un silenzio spesso e insonnolito, io curiosa mi riaffacciavo a guardare nella strada fiocamente illuminata, la miriade di oggetti sparsi: mille cocci rilucenti disseminati ovunque, vasellame ormai  ridotto in pezzi  minuti, utensili, ombrelli, materassi sventrati da cui la lana  fuoriusciva spumeggiante, senza ritegno.
Una volta persino una vecchia tazza da bagno, gettata non so come e rimasta quasi intatta al centro della strada...
Ogni genere di mercanzia, insomma, che destava anche l'ilarità di sparuti  gruppi di giovani che subito dopo la mezzanotte s'avventuravano per le  vie  per fare ancora baldoria.

Poco più tardi sarebbe passata per le strade tutta una genia di rigattieri, i robivecchi come si diceva, che avrebbero raccolto il salvabile, riadattandolo con poco lavoro e poca spesa, per metterlo di nuovo in mostra sulle bancarelle di Porta Portese o sui banchi di alcune prestigiose botteghe d'antiquariato  dove, forse a caro prezzo, qualche amatore avrebbe scovato qualche oggetto d'un certo valore artistico o comunque significativo d'un periodo che s'era appena concluso.

Ancora più tardi, era ormai l'alba, a gruppi passavano gli spazzini con lunghe ramazze di saggina e i camicioni d'un blu scolorito, primi ad alzarsi nella città ancora addormentata dopo una notte di festa; rastrellavano i cocci battendo strada dopo strada e nell'aria fredda della mattina si sentivano solo le loro voci e il frusciare lento e sibilante delle scope.

 ... Questi rumori mi giungevano attutiti dal gran sonno che m'aveva preso dopo l'euforia della notte: mi destavo risvegliata dal rombo lieve  del camioncino e subito dopo, felice d'aver dinanzi a  me ancora alcune ore di riposo, ripiombavo  in quel meraviglioso torpore fatto di stanchezza e di felicità, d'un calore  materno che avvolgeva le mie piccole  membra rannicchiate sul divano letto che  occupava tutto l'angusto stanzino di passaggio dinanzi alla camera dei miei genitori.

 

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IL BUCATO SUL TERRAZZO

https://www.momentocasa.it/organizzazione/stendere-il-bucato-tutti-i-trucchi-per-farlo-al-meglio/


Era l'epoca in cui si svolgevano a domicilio molti lavori manuali e giovani donne di periferia, floride, un po’ mascoline, dal volto segnato di fatica e di allegria, una volta a settimana si partivano col tramvetto dalle borgate più lontane per venire al centro, a prestare l'opera e la forza delle loro braccia  a persone meno in  salute.

Le lunghe vasche da bagno di ferro smaltato  venivano  riempite sino all'orlo d'acqua fumante e di biancheria di lino o di pelle d'uovo, d'asciugamani ricamati a mano con cifre e nodi d'amore e poi, dai a battere, a spazzolare, a risciacquare.
Si prendevano poi in prestito le chiavi del terrazzo condominiale, si stipava il bucato, ormai bisognoso solo d'un ultimo risciacquo, in ampie tinozze di zinco argenteo, si salivano le quattro rampe che separavano dall'ultimo piano e si giungeva dinanzi ad una porticina sprangata che immetteva sulla grande  terrazza.
Si girava la chiave nella toppa, una, due, tre volte ed ecco, come all'aprirsi d'un sipario, uno scenario sempre  uguale eppure sempre ricco di colpi di scena: i tetti si accavallavano ad altri  tetti in un susseguirsi di tegole rossicce, altri terrazzi s'aprivano come aie  ariose sulla sommità di altri palazzi là di fronte; in basso il verde giardino  delle suore, piccola oasi silenziosa e smagliante di fiori, più in là ancora, esili ma diritte, le sterili palme del Colle Oppio e come disegnato da una mano divina, ben visibile sullo sfondo, il bronzeo angelo dell'Altare della Patria.


A volte quando mia madre e zia Alba facevano coincidere la giornata del bucato,  io, Etta e Carlo facevamo a gara a chi arrivasse per primo sul terrazzo, salendo tre gradini per volta pregustando la gioia di trovarsi all'aria aperta e di scorrazzare per almeno un'ora.

Arrivare lassù era una specie di premio, un compenso alla nostra infanzia non ancora turbata, corrotta dalla televisione, alla nostra infanzia avara di giocattoli ma ricca di sentimenti, di atmosfere.
Ai lunghi fili tesi penzolavano già altri indumenti che danzavano  ad  ogni  soffio d'aria cambiando ritmo secondo la direzione del vento.

Noi giocavamo saltando sui lastroni del pavimento e ci nascondevamo nei lavatoi che si trovavano vicino alla porta d'entrata: erano basse costruzioni di  cemento bianco dalle piccole porte socchiuse attraverso cui si entrava nelle stanzette dove, messi l'uno accanto all'altro, si allineavano i lavatoi di pietra scura.


L'acqua limpida s'incupiva contro le grigie pareti e sembrava senza fondo; in me un oscuro timore di cadervi dentro e di perdermi in quell'immobilità senza suono. Ma, non appena la lavandaia vi cacciava dentro il bucato da risciacquare, il tonfo allegro della stoffa battuta contro la pietra mi ridava il senso della realtà: così mi davo da fare anch'io aiutando la donna a districare i panni intrecciatisi nelle tinozze e a calarli nelle fontane, poi quando ero sola, senza l'allegra compagnia di Etta e Carlo,  mi stancavo subito di questo gioco, m'affacciavo ad una piccola finestra della stanzetta che dava in un cortile interno e da quella mia posizione invidiabile guardavo i muri che correvano giù fin nello spiazzo lastricato dove palme nane e papiri s'agitavano fluttuando vanagloriosi ma incapaci di resistere alla lieve brezza pomeridiana; guardavo le finestre aperte da cui guizzavano fuori voci, odori e luci o seguivo le evoluzioni di un raggio di sole che, evanescente e fiabesco vagolava sulla  parete accanto  a  me,  trascinando con sé un pulviscolo dorato e mi perdevo in fantasticherie infantili...


Ma tutto  cambiava se con me c'erano Carlo e Etta: scalpitanti come giovani puledri per troppo tempo inattivi, appena all'aperto, partivamo in corse sfrenate inutilmente richiamati all'ordine da mia madre e da zia Alba.
Davamo inizio a scorribande che ci portavano dentro e fuori i lavatoi, dietro le lenzuola ancora umide già tese da altri che s'aggrovigliavano ai nostri corpicini e a cui tentavamo di sfuggire, liberandoci a vicenda  da  quei  ruvidi abbracci. Carlo ci seguiva coi suoi passetti ancora incerti, trotterellando felice come un cucciolo.


Intanto, il tramonto imminente del sole dipingeva ogni cosa intorno a noi di colori tenui, gettava sfumature violacee sui muri, pennellate rosee sui panni e sulle nuvole, sparendo dietro al mausoleo a Vittorio Emanuele II; le rondini   intanto sfrecciavano sulle nostre teste alzate, intrecciando voli interminabili    da un isolato all'altro, s'impennavano misteriosamente e poi, come a un  silenzioso richiamo, tornavano indietro a tutta velocità scendendo sino a sfiorare i fili tesi della luce, risalendo poi in alto per scomparire  definitivamente alla nostra vista...

 

 

ZIA ALBA

 

 

 

Zia Alba,
così tra me ti chiamavo.
Non per legami di consanguineità
ma per quella vitalizia alleanza
che mi legava e mi lega
alla tua autentica nipote.
Ma mai t'apostrofai
se non con un "Signorina" rispettoso
a stento sfuggito dalla bocca,
per mia indole schiva.
 
E dell'alba avevi i colori:
il viso chiaro ma non pallido,
gli occhi d'un azzurro intenso
e un'ombra di rosso deciso
sulle guance e la bocca,
forse più sfumati che nella tua giovinezza.

 

Come in quel ritratto,
forse del Quaranta,
che nel salotto primo Novecento
è ancora sospeso alla parete.
Toni densi di vele levigate dal vento
su uno sfondo di cielo e di marina,
il tuo volto prorompe in primo piano
con un sorriso spontaneo,
non trattenuto a forza,
col dorso della mano,
gesto che negli anni avvenire
si fece più consueto, per nascondere forse,
civetteria da poco,
un sorriso imperfetto.

 

Poichè non era civettuola
la tua alta figura signorile
accanto a quella di tua madre
ormai anziana,
minuta ma non fragile lei,
a cui tu con dedizione filiale,
umbratile mai,
porgevi il braccio saldo
nelle  brevi passeggiate quotidiane.

 

Poi rammento discorsi, risate, parole
che solo l'affetto ripropone alla mente,
vaghi o vivi, ma senza tempo ormai...

 

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MARIA GRAZIA

 


https://genovaquotidiana.com/2019/10/13/giornata-nazionale-per-la-sindrome-di-down-oggi-i-chioschi-in-via-cairoli-e/

 

     ... Cosa dire di te, Maria Grazia, mia sfortunata coetanea? Ti ricordo sempre uguale negli anni, con quell'impronta d'eterna fanciullezza impressa  nello sguardo e nel corpo impacciato.
Quando scorgevi da lontano una persona conosciuta, il tuo viso segnato  e rassegnato si rischiarava, s'apriva in un  sorriso di contentezza e con la voce un poco gutturale, un pò roca lanciavi un saluto che veniva fuori da quel corpo sgraziato, come un torrentello che si trattiene a stento negli argini.


"Come stai - mi apostrofava - e tuo fratello?", chiedendo notizie su di  me  e su  mio fratello durante gli anni dell'infanzia e dell'adolescenza  e  poi sui miei figli, più in là negli anni quando, ormai adulte, io vivevo la mia quotidiana corsa ai doveri e lei, l'eterna bambina, viveva nel suo mondo ovattato di bambole e di giochi dove il tempo s'era fermato per sempre.
Così come il dolore, sempre presente a segnare il viso stanco dei tuoi genitori ed il tuo, sempre un pò più gonfio, come quello d'una bambola mal riuscita che pure viene accettata in dono, curata con dedizione  e vezzeggiata con amore, senza  tener conto delle differenze rispetto ad altre bambole più belle.


 ... Li vedo spesso i tuoi genitori, invecchiati, rallentati nel loro  camminare   sottobraccio,  tuo padre sofferente d'una depressione che si é aggravata con la tua scomparsa, quasi fossi tu  sola la ragione della sua vita, tua madre più forte che lo sostiene con pazienza, così come faceva con te nelle vostre passeggiate.
Scambio due parole con loro che con me si soffermano volentieri, forse solo perché ero tua coetanea o perché non ti sfuggivo quando  t'incontravo... 
Poi li vedo allontanarsi, proseguire  verso  via  Merulana con quel passo quasi incerto, strascicato, mesto...  


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LA SIGNORA GEMINI

 

 

https://www.kijiji.it/annunci/altro-abbigliamento/torino-annunci-torino/cappelli-donna-vintage-anni-40-50/146128629

 

     ... Me la ricordo sempre così, stravagante, vistosa con quei suoi cappellini  buffi, il neo dipinto all'angolo della bocca provocantemente dipinta di rosso, gli occhi bistrati, fasciata in eleganti abiti da mezzo pomeriggio. Lascia come sempre una scia ondeggiante di costosissimi profumi francesi lungo la via, camminando ed ancheggiando lievemente come una diva hollywoodiana.


Se ne dicevano tante sul suo conto, che in gioventù avesse per amico un importante pezzo grosso del Fascismo che le elargiva regali e che le aveva messo su un piccolo negozio, si parlava dei suoi continui alterchi con il marito, conditi poco signorilmente da epiteti ingiuriosi, della malattia mentale che aveva colpito il suo figlio più giovane, alla fine ricoverato in un casa di cura.

Gli alterchi si placarono col passar del tempo, intervenne però  la  lunga malattia del marito.. insomma una vita fatta d'avventure e disavventure, lei eternamente criticata per il suo modo di abbigliarsi, di agire, per ogni sua piccola manchevolezza, per la radio troppo alta, per quei pranzi già pronti che si faceva consegnare ogni giorno dalla vicina trattoria...


Eppure, nonostante  gli affanni, le pene, il passare degli anni, eccola  là, giunta alla soglia dell'ottantina, ancora in gamba, sempre curata nel vestire, anche se ormai un pò fuori moda, curata nel trucco, anche se con qualche lieve sbavatura di rossetto sui denti ancora intatti, con quegli  estrosi  cappellini,  quegli spolverini bianchi stile anni 50... 


Nelle mattinate di sole esce dalla sua piccola casa ordinata, tenuta  a lustro come un gioiello anche ora che é sola e se ne va, con quella sua andatura da principessa, a prendere un caffé al bar dell'angolo, per godere d'un'altra giornata che le é stata concessa, per fare ancora mostra di sé.
Felice, se la  si saluta, di dispensare quella sua ininterrotta gioia di esistere, quel suo  caparbio attaccamento alla vita e un pò di quel suo menefreghismo che l'ha sostenuta e che le fa accantonare persino i ricordi dolorosi, guardata con un pizzico di invidia da coloro i quali non hanno saputo cogliere dall'albero della vita neanche un fiore d'ottimismo...

 

 

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IL GELATO DI RIZZIERO

 

https://www.fornellidisicilia.it/ricetta/granita-di-caffe-con-panna/

 

Le nostre passeggiate domenicali quasi sempre avevano come meta via Nazionale, percorrendo dapprima  il Colle Oppio, poi  via dei Fori Imperiali e di là al Corso, attraversando il buio del Traforo che mi incuteva un sentimento controverso, un certo timore per l’oscurità e la ristrettezza del luogo eppure una sorta d’infantile baldanza nell’ascoltare il rumore dei nostri passi, ampliato dall’eco della volta. Il passaggio delle macchine, allora, era sporadico, non dava alcun fastidio….
 
Raggiungevamo, così la Galleria Minghetti per  una tappa  obbligata in quella rosticceria vicino al teatro Quirino - che oggi forse non esiste più - dove noi piccoli facevamo merenda con un suppli' o un calzone fritto e dopo un altro lungo giro per il centro, al ritorno, sostavamo in una birreria dove ci ingozzavamo di noccioline oppure, d’estate era di  prammatica un gelato da Fassi, rinomato nella zona,  come Giolitti al centro.

Un vecchio palazzo di stile  umbertino  monocolore, grigio  all'esterno;  all'interno,  un'unica  enorme  sala  dalle pareti di marmo bianco - quasi una pista di pattinaggio -  divisa da  numerose  colonne  che creavano  piccole  zone  appartate  dove sedevano giovani   coppie   ai   primi   approcci che parlottavano  animatamente,  i  visi vicini e sorridenti, mentre  gustavano  una
cassata  o una granita. Attraverso una porticina si accedeva ad  un piccolo giardino, aperto solo d'estate, dove coppie più anziane, serenamente  rilassate su sedie di metallo, sorbivano  granatine di limone...

Forse  di  diverso vi sono ora solo i tavolini,  più  moderni nella  foggia, altrimenti direi che nulla vi e' di diverso  dalla mia infanzia, nemmeno il lungo bancone in fondo alla sala da  cui un  manipolo di giovani inservienti distribuisce pigramente  alla folta clientela di oggi coni e frulletti..
E’ l’unico, Fassi, oltre a Carnevali che vende bei vestiti da sposa, a resistere all’avanzata – nella via e in quelle adiacenti – dei cinesi e degli immigrati di tutte le razze che ormai popolano Piazza Vittorio e le vie adiacenti, dove hanno comprato o affittato locali, in questa era di multietnicità a tutti i costi che ha cambiato il volto alla vecchia Roma.

Ma un  vero gelato casalingo e una vera granita  di caffe' con panna - di cui io poi negli anni a venire non avrei ritrovato l'eguale -  si  poteva  gustare solo  nel  piccolo  bar  di  via Poliziano, gestito dalla famiglia Vergari.

Era una latteria come molte di allora, le pareti ricoperte di piastrelle bianche e blu, i tavolini di marmo bianchi striati di grigio, le gambe di ferro scuro esili esili, d'un gusto retro'.
La  parola bar  - la prima che io imparai leggendo le insegne - arrivo' con la guerra, segnalando la sua  presenza con  lettere  grandi e luminose, portando con se' di li'  a  poco anche l'era della plastica, a sostituire gli oggetti del passato, originali,  artigianali, in poche parole belli,  portando  anche quegli anonimi tavolini di formica colorata dal bordo di  metallo argentato dalle  lunghe  gambe  sbilenche  e   quelle   scomode poltroncine di finto midollino, plastica anch'esse...

Venne l’era della televisione e prima ancora che le singole famiglie che ancora non ne avevano i mezzi economici, i bar si rifornirono dei primi apparecchi, di legno ed ingombranti, che troneggiavano in un angolo.
Così anche i Vergari e nella piccola latteria bianca, allo scoccare dell’ora in cui sarebbe cominciato il primo quiz della storia della Tv italiana, “Lascia o raddoppia”, un capannello di gente, grandi e piccoli, uomini e donne di ogni età, s’affollavano per un’ora o due di svago, consumando forse qualcosa in più del solito.


Di famiglia marchigiana ma nato a Roma, proprio in via  Poliziano - che allora si chiamava ancora via Leonardo da Vinci -  Rizziero Vergari sembrava fatto per tutt'altro lavoro, eppure nessuno come lui  riusciva cosi' bene ad indovinare le dosi che davano vita a quelle  bianche, soffici, invitanti  montagne di panna, deliziosamente zuccherata al punto giusto, delicatamente montata:  pochi  giri dell'elica di ferro nascosta nell'allora moderno bancone, accanto ai  grossi  recipienti di zinco o d'alluminio, simili a larghi bossoli,  ricolmi  di  gelato.
Anche quel gelato era superlativo, montato al punto giusto, delicato, dal gusto deciso, prodotto in una variegata e variopinta gamma di sapori, non quella specie di spuma di tutti i colori - che molti oggi definiscono con questa parola - insapore e inodore, che vien giù premendo su un tasto di un distributore automatico.

Magro  e  distinto,  Rizziero  si prodigava  dietro  il  banco, serviva ai  tavolini  allineati  in bell'ordine all'interno ed all'esterno quando il tempo era  buono, mentre  sua  moglie -  una  donna  alta  e  solida -  faceva  cassa spupazzando l'ultima nata d'una serie di figli che si baloccavano tra  i  tavolini  e gli avventori  e  diligentemente  facevano  i compiti, con tanta buona volonta' che nel corso degli anni  tutti e  quattro  raggiunsero la meta agognata dai loro  genitori:  una laurea  ciascuno.  Insomma,  una bella famiglia  unita,  seria  e devota che ritrovavo sempre presente alle funzioni domenicali.

Quelle morbide cascate di panna erano la leccornia prelibata della mia infanzia e tale rimasero nel corso degli anni quando, giovanetta o ormai adulta, sedevo nelle sere d’estate al fresco della via, sotto la tettoia del bar, sorbendo un’impagabile – ora dico anche irripetibile – granita di caffè con panna, due elementi così ben bilanciati da raggiungere la perfezione.

Sono  gia' più di dieci anni che il bar non e' più gestito  da Rizziero   che  pero'  ha  continuato  a  lavorare  imperterrito  e perfetto,  ancora  dietro un bancone,  quello  d'una  tabaccheria proprio  di  fronte  al  suo  vecchio  negozio,  dove  e'   stato sostituito   da  una  famigliola  anonima - di  cui  non  ho  mai conosciuto  il nome - che ha dato un nuovo aspetto al  locale  di stile  vagamente  liberty  ma  che,  tuttavia,  mi rimane,  comunque, anonimo.


La clientela, costituita per la maggior parte dei vecchi habituees  e di nuove coppie di rincalzo, siede  ancora  numerosa sulle  solite  sedie  di  plastica  gialla  che non  sono  state aggiornate,  a  sorbire  caffe' e bibite  e  d'estate  gelati  e granite...
Mentre io ho ormai quasi rinunciato completamente alla granita  di caffe' con panna che, utilizzando una frase  fatta  e trita... dico:"come la faceva Rizziero, non la fa nessuno...".

 

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ZÌ REMO E ZÌ AGNESINA, POLLI E TACCHINI

 



Così  li chiamavano familiarmente gli altri bottegai e  i  clienti che si avvicendaVAno nel piccolo negozio, una polleria dove si poteva ancora trovare un vero pollo ruspante, del vero castrato, uova di giornata e spesso dei funghi campagnoli. É un piccolo locale: in fondo  il  bancone  frigorifero su cui sono  allineate  in  bella mostra  ali  e cosce di tacchino, quaglie da fare allo  spiedo  e attorno una sfilza di piccole carcasse d'agnello appese ai  ganci di ferro contro il freddo del marmo che ricopre le pareti.

Ogni  volta che si entra si perde la cognizione del  tempo:  quel luogo  angusto diventa un piccolo ritrovo, la sede  d'un  piccolo quotidiano  di quartiere poiché i due gestori, senza un  pizzico di  malizia, raccontano le storie che avvengono ogni  giorno  nel vicinato,  intrecciando  al presente vicende e nomi  del  proprio passato, della propria vita come se tutti dovessero conoscerli.

Agnesina,  una  donna un pò pingue dal volto  popolano  e  dagli occhi arguti, ti propina la sua ricetta preferita per ogni taglio di  carne:  "L'hai  mai provato lo spezzatino di  pollo  così  e cosà...?  e giù una sfilza di manicaretti gustosi,  mentre  zì Remo, che é delegato a spezzar l'ossa al pollame e agli agnelli, dà  giù  un'accettata  e quasi quasi gli viene  un  vuoto  allo stomaco,  un'acquolina  in  bocca e la sua  faccia  dalle  guance scavate dall'età, con quel ciuffo di capelli bianchi s'allunga e si  ritrae  nelle  spalle,  buffa  ed  ilare  come  uno  di  quei pupazzetti  tirolesi messi a guardia di un orologio a cucù... 


O forse  assomiglia  ad  uno di quei  galletti  dall'aria  magra  e sconsolata  a cui ha appena tirato il collo e zì  Agnesina,  con quel camice bianco striato di mille sfumature di rosso, teso  sul torace  pettoruto  e  sulle anche, sembra  proprio  una  ruspante gallina padovana mai stanca di ciarle...
  

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ADRIANA

  https://magazine.camperonline.it/2014/02/02/giochi-di-prestigio/


 ...  Adriana,  non so perché mi sia venuta in  mente,  come  un lampo,  il ricordo del suo viso paffuto e gaio  incorniciato  dai capelli  biondi  dritti dritti, tagliati sotto  le  orecchie,  un fiocco bianco e sbilenco sul capo a trattenerli. Era grassoccia e solida come un panetto di pane morbido e croccante.

Abitava nel mio stesso caseggiato, in un appartamento più grande di quello in cui vivevo io (non era difficile...) che dava sul cortile interno,  assieme ai  genitori  e  ad altre due sorelle maggiori  di  lei. 
Eravamo compagne  di scuola e spesso ci vedevamo, ora a casa sua, ora  da me  per fare i compiti. Io ero affascinata dalla sua casa  che  a me,  relegata  in quella camera da letto e corridoio  sembrava  un enorme  arsenale,  con  quei lunghi corridoi  che  sfociavano  in quattro ampie stanze silenziose poiché tutte s'affacciavano  sul cortile  interno.

Facevamo i compiti in fretta e  poi  giocavamo insieme  alle  sue sorelle,  paffute  anch'esse  con  due   visi bellissimi,   dalla  carnagione  porcellanata  di   due   bambole giapponesi, capelli bruni e lunghi tirati all'insù.
Ma ciò  che mi  piaceva e mi attraeva di quella casa erano alcuni  giochi  di prestigio che a me, bambina, sembravano davvero incredibili:  un bicchiere di vetro in cui v'era racchiuso un liquido ocra... lì  per lì  sembrava un normale bicchiere ma, per quanto si facesse,  il liquido contenuto non cadeva, girandolo....

 

 

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CARLA

http://www.finestredepoca.it/realizzazioni

 

     Una  sera, tornando alle 22 passate dopo un'allegra serata, nella  via  silenziosa il portone di casa mia era aperto, spalancato come una enorme voragine pronta ad inghiottirmi. Dalla strada si notavano tutte le finestre illuminate e teste curiose che scrutavano nel buio. Entrando tranquilla avevo salito a due a due le scale come al mio solito ed eccomi a casa, dove ad attendermi trovai facce stravolte e tristi.

"Che c'é?" "É successo un guaio - dissero - Carla si é buttata dalla finestra..."

Immagini mi passarono nella mente: ricordi, impressioni e con la fantasia  vedevo la scena riprodursi come doveva essere avvenuta nella realtà, temendo che la ragazza – ventottanni, forse meno - fosse morta, ma i miei mi rassicurarono "Si é salvata, respirava ancora, ora é all'ospedale in sala operatoria".

Carla sembrava una ragazza tranquilla, così com'era sempre stata sin dalla  fanciullezza, con quel bel viso dai tratti dolci, remissivi, un sorriso  accattivante, due occhi bruni e carezzevoli, attaccatissima al padre.
Abitava con la sua famiglia nella  scala  adiacente alla mia e le sue finestre  davano  sulla strada come le mie; ci vedevano quindi spesso in quel continuo affacciarsi  di quegli anni, tanto più che la signora Nanda, sua madre, e la signora Delia erano grandi amiche, più anziane di mia mamma che era diventata un pò una loro  pupilla.

Chiacchieravamo in gruppo, giovani con giovani, adulti con adulti, chi con la  testa alzata, chi chinata verso gli interlocutori, ci ritrovavamo ancora al giardino, nelle frequenti passeggiate nel quartiere, dai rivenditori, a piazza Vittorio e mentre io, scalpitante e ribelle, vibravo di irrequietezza, Carla se ne stava quieta al fianco della madre, con quel viso tranquillo, senza ombre come la sua adolescenza.

Quando ormai era più che giovinetta, cominciarono le traversie: la morte del padre, l'apatia, la solitudine susseguenti, la morte della madre... tutta una serie di avvenimenti che, nonostante il posto pubblico che ricopriva, la compagnia delle nipotine con cui conviveva, ospite della sorella maggiore, l'avevano condotta a quel gesto senza spiegazioni. O forse le spiegazioni,  contorte, confuse,  c'erano sepolte dentro di lei e lì sarebbero rimaste per sempre.

La mattina dopo l'avvenimento lo sguardo mi andò diritto verso il  punto in cui il corpo di Carla era caduto, precipitando dal terzo piano, fortunosamente  rimbalzando sul tettuccio d'una macchina  parcheggiata,  prima di piombare a terra; il selciato pulito di fresco non portava traccia alcuna dell'accaduto,  era del solito color grigio sporco e indefinito...

Sulle facce degli inquilini che incontrai, c'era una sola domanda: "É  morta?" e quando si rispondeva negativamente, la pietà popolana distorta da una mancanza  di speranza si concretizzava in un:
"Forse sarebbe stato meglio se lo  fosse!", presagendo per lei altri dolori fisici e morali.

Fu una lunga degenza quella di Carla: ricongiunsero le sue ossa ed il filo della sua ragione spezzato, ma quello della sua vita rimase sospeso  per  sempre... scorre ancora tranquillo, senza traumi ulteriori in un istituto da cui ogni  tanto esce per trascorrere qualche giorno di vacanza con la sorella e le  nipoti ormai grandi, un pò claudicante ancora per quella caduta, con una lieve smorfia  sulla bella bocca carnosa, dovuta ad una piccola  cicatrice, che mette su  quel  viso ancora bello un interrogativo amaro, quasi triste...

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NANNARELLA

https://www.arsvalue.com/it/lotti/20066/cafiero-filippelli-livorno-1889-1973-profilo-di-popolana-olio-su-tela?nav=True

 

     Chissà dove é finita Nannarella! La si vedeva, sino a pochi giorni fa, stazionare dinanzi alla bottega del barbiere, il Sor Michele, suo ultimo confidente, proprio di fronte a quella che fu la sua casa. Da lì poteva controllare ogni movimento, ogni persona, poteva ancora sperare in un miracolo.

Come sempre ingoffata da molti capi di vestiario indossati l'uno sopra l'altro, sedeva accanto alla porta del negozio; ai piedi, due grosse anonime buste di plastica rigonfie dei suoi pochi averi. Il volto raggrinzito su cui il belletto da pochi soldi disegnava due pomelli rosso acceso, una bocca da clown triste per via  di quelle sbavature di rossetto violaceo e d'un berretto di lana verde a sghimbescio sul capo.

Ogni tanto qualcuno del quartiere, che ormai la conosceva bene, si fermava  accanto a lei, le offriva una sigaretta e qualche migliaio di lire che lei accettava un pò sdegnosa, chiedendole come procedesse la sua inutile quanto fantasiosa battaglia contro le autorità che l'avevano obbligata a lasciare la casa dove aveva vissuto per tutta la vita, una vita difficile e grama.

Mi sono fermata anch'io dinanzi alla bottega, anch'io le ho offerto come gli  altri un attimo del mio tempo e qualche sigaretta, già desiderosa d'andar via. Ma lei mi ha fermata, mi ha offerto quella sua mano sporca e deformata a mò di ringraziamento e mentre cercava di trattenermi ancora a dividere la sua  solitudine, mi raccontava - o meglio farfugliava come trasognata - i motivi per cui l'avevano costretta ad andar via da quella casa dove tutta la sua esistenza s'era svolta e che lei credeva legittimamente sua.
Ma già questa sua odissea odierna svaniva, lasciando il posto nella sua mente incerta, sconvolta, ad altre storie - reminIscenze di fatti avvenuti tanto tempo fa, ingigantiti, sfocati,  comunque deformati -  d'un fantomatico fratello  morto: "Me l'hanno ammazzato  loro, sti  boja, cor cortello..."

Forse frammischiava al presente un ancor più triste passato, tutta una vita in bilico tra realtà e follia che assomiglia ad un libro mal scritto, che nessuno mai leggerà.

L'ho ascoltata ancora un pò, dopo averle offerto un'ultima sigaretta, l'ho salutata, mi sono allontanata, lasciandola ferma dinanzi al negozio, ultimo baluardo da cui poter difendere i suoi immaginari diritti, piccola fortezza da cui scrutare un orizzonte ben delimitato.

Con gli occhi fissi al portone e la sigaretta accesa tra le labbra, spera forse in un miracolo che non s'avvererà mai e la sua figura contorta ed ingoffata dai numerosi panni, con quel cappello sghimbescio assomigliava sempre più a quella triste e tragica d'un clown...

 

 

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LA SIGNORA DEL PIANO DI SOPRA

 

 

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 ...Per la maggior parte del giorno é costretta a  letto  dalla debolezza causatale dall'età, la vecchia signora novantatreenne che abita nell'appartamento situato sopra quello di mia madre.
Ricurva, magra, di quella magrezza avvizzita di certi anziani avanti con gli anni, ci tiene però ancora nel vestire e nel curare la persona, abitudine acquisita così tanti anni prima da non poterla dimenticare.

S'agghindava, infatti, fino a pochi anni fa, nelle varie occasioni in cui usciva al braccio  del marito, vecchissimo anche lui, ormai scomparso, vestita di eleganti abiti un  pò demodés, imbellettato il viso ormai incartapecorito, con un fard rosato sulle guance che parevano due petali avvizziti ed un bistro scuro sugli occhi infossati, indossando i bei gioielli della sua gioventù.
Ed eccola là, una maschera un pò grottesca ma solenne e impettita con una grazia venata di  femminilità che non é appannaggio di ogni donna...

É amante della musica operistica, la vecchia signora e spesso dalla finestra, perennemente aperta, scaturisce la voce solenne e gagliarda d'un tenore e gli acuti della Callas che riecheggiano per tutta la via.
Talvolta, poiché non ha più nozione del tempo e  per lei non fa differenza se é giorno o buio, a  notte  fonda capita che il vicinato venga destato di soprassalto dall'accorato "E  lucean le  stelle..." d'un Del Monaco nel pieno delle sue possibilità  canore.

E lei, in finestra, piccola larva di donna appassita che forse non si rende conto dei giorni che passano e che neanche si chiede più che cosa stia facendo a questo mondo, sola nell'appartamento troppo grande per lei, lasciata alle  cure  d'una domestica furba ma affezionata che le dedica più tempo di quanto non facciano i suoi figli.

Dei giorni della mia infanzia ricordo alterchi e battibecchi tra la signora  allora in gamba e un pò dispettosa e mia madre giovane e sprovveduta che, abitando al piano sottostante, si trovava il piccolo balcone inondato di  polvere, briciole e sgocciolio  di panni provenienti dall'appartamento di sopra.  Ma, con gli anni e col volgere d'ambedue verso maturità diverse, le due donne  son diventate quasi intime l'una dell'altra e mia madre, per un amore quasi filiale di riverenza e rispetto, le dedica alcuni momenti della sua giornata,  andando a trovarla, parlando con lei, distraendola.

Ma, le stranezze delle vecchie signore sono innumerevoli.
Giorni fa, a sera inoltrata, la donna, paludata in una camicia da notte tutta pizzi e merletti  si  é incamminata lungo la scala condominiale incontrando, per fortuna, mia madre in uscita che, allibita, le ha chiesto dove stesse andando.

"A Messa..." le ha risposto candidamente lei.
"Ma così, da sola, poco vestita?
Dove può andare a quest'ora?" fa mia madre paziente e curiosa.
"Ma non sono sola, mi accompagna la Madonna" risponde convinta la novantenne. Dopo averla presa gentilmente sottobraccio, con dolce insistenza, mia madre l'ha convinta con  diverse argomentazioni sull'ora tarda, ed è riuscita a riportarla nel suo appartamento e a  rimetterla a letto.
Mentre la donna, con voce  fievole,  ormai stanca, continuava a ripeterle; "Ma non sono sola, mi  accompagna la Madonna..."

 

 

 

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MICHELE IL BARBIERE

 

 ...Un cartellino bianco con una scritta nera in stampatello:  "Chiuso per lutto". Spero non sia lui, Michele, ad esser passato a miglior vita.
Me lo ricordo sempre uguale da quando avevo pochi anni e andavo da lui a farmi  tagliare i capelli: un viso tondo, grassoccio su cui spuntavano allegri i  pomelli rossi e due baffetti spiritosi alla Oliver Hardy e il capo quasi  calvo, bassino, col camice bianco dal cui taschino superiore  spuntava  sempre  la lama  affilata del rasoio.
Nei momenti d'ozio stava dinanzi alla porta del suo negozio  salutando chi passava oppure semisdraiato su una delle consunte poltrone nere dove fa accomodare i clienti ormai ridotti alle dita d'una mano, poiché il  negozio é troppo antiquato e la mano del barbiere ormai ottantenne é un pò tremula...
L'interno del negozio m'affascinava sin da piccola, con quelle volte  candide e le pareti altrettanto bianche su cui spiccavano, incastonati nelle  cornici di piombo scuro degli specchi stile liberty.

Michele é sempre stato il barbiere di mio padre e divenne anche il mio nei primi anni d'infanzia: mi issava di slancio su una poltroncina, una specie di sellino su cui salivo contenta, perché rassomigliava ad una giostra. Le mani si saldavano intorno al collo bianco d'un cavallino la cui vista mi distoglieva  dalle mani allora abili e rapide di Michele che in quattro e quattr'otto pareggiavano la mia zazzeretta ribelle.
Ben presto il lavoro era compiuto ed io riflettendomi nel grande specchio mi pavoneggiavo, mi giravo da tutti i lati ed elargivo boccacce che facevano sorridere gli avventori presenti, poi con un salto,  eccomi a terra già pronta per scorrazzare di nuovo all'aperto e mi avviavo di corsa verso casa, lasciando mio padre a conversare con Michele al quale avevo lanciato un  ciao frettoloso.


Ora tra le vecchie mura non si vede nessun bambino; da tempo c'è un proliferare di parrucchieri solo per bimbi che sanno tagliare i capelli all'ultima moda, che usano gelatine, gommine, balsami; da Michele sopravvive solo una piccola cerchia di vecchi clienti affezionati, alcuni davvero attempati che solo per amicizia e per scambiar due chiacchiere si sottopongono ad una  rapatina effettuata dal barbiere loro coetaneo e che si radunano là, nel negozio  ormai demodé  dove, oltre alle quattro poltrone nere non vi é altro che  un piccolo mobile semicircolare che serviva da cassa e tre o quattro decrepite sedie di ferro addossate ai muri scrostati e non più  candidi. 
Si ritrovano là a rinvangare ricordi del passato, qualche sogno ancora racchiuso in fondo al cuore e molti pettegolezzi sulle vicende degli abitanti del quartiere. 

 



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Uno dei miei sogni segreti era quello di aprire  proprio là un piccolo negozio di carabattole varie.
Ne vedevo già l'entrata,  la  vetrina,  lo stipite  della  porta a due battenti d'un bel  legno  antico  non scuro, non chiaro ma venato, una maniglia d'ottone brunito solida e  decorativa.
A destra, accanto al vetro della porta-vetrina  un piccolo  tavolo di midollino nero dalle gambe arcuate,  ricoperto d'un prezioso pizzo o un centrino a punto intaglio, bianco.
Sopra, tanti piccoli oggetti: qualche miniatura in argento, un guanto di pizzo  posato là come per caso, un portasigarette  in  bachelite, una piccola trousse di tartaruga bionda e una cornice liberty  in cui  sorrida, misteriosa e gentile, una  giovane  donna  d'altri tempi  di cui s'intravvede solo l'ampia ma  castigata  scollatura d'un  vestito tutto pizzi e nastri; al collo un sottile  filo  di perle  e  sui capelli, che s'indovinano biondi nel  color  seppia ormai   stinto  della  fotografia,  l'ala  d'un  cappello   scuro ravvivato  da  una rosa e da una veletta che accentua  l'aria  di mistero che vaga negli occhi della donna. Che non guarda  diretta all'obiettivo  ma  sembra persa in qualche ricordo  dolcissimo  e lontano.
...forse  la  foto  d'una trisavola o  quella  della  mia  nonna Vittoria nel giorno delle sue nozze, gelosamente custodita da una delle  mie zie e che ogni tanto mi ripropongo di far  ristampare.

Di  lei  non  ho ricordi precisi se non che  nei  miei  frequenti ritorni al paese natio di mamma e papà la ritrovavo sempre malata e  distesa  nel letto d'ottone matrimoniale  affetta,  così come dicevano da  una  grave forma di  angina pectoris e di arteriosclerosi  che poi la portarono alla morte a soli 54  anni.
Temo, tuttavia, che la diagnosi non fosse esatta e che soffrisse, come  poi  successe  a  mia madre, di  morbo di  Alzheimer, una malattia difficilmente diagnosticabile a quel tempo e senza  cure risolutive.
O  non  furono, invece, mi chiedo ora,  le  numerose  gravidanze, otto sicure, ma fors'anche nove, che la minarono nel corpo e nello spirito e l'irrequietezza di quell'uomo travolgente che le viveva accanto?

Era nata in un'oscura cittadina della contea di Washington -  per anni avevo sempre sentito dire Waterburycon... - poi,  finalmente scoprii  che si trattava della città di Waterbury e il Conn che seguiva non era altri che la sigla dello Stato del Connecticut, che l'ignoranza  generale e dell'inglese  in  particolare  aveva coniato  in  quel lungo  nome senza senso... 
Là il padre emigrante  aveva fatto fortuna e, tornato al paese natale,  aveva comprato  un mulino che gestiva con fatica ed impegno e  che  gli permetteva larghi guadagni...

Aveva 18 anni quando mio nonno, appena reduce dalla Grande Guerra dove aveva combattuto con impegno giovanile - a Caporetto  aveva persino salvato il suo futuro cognato... - la conobbe e,  colpito da  quella bellezza già quasi austera e tranquilla,  decise  che l'avrebbe sposata. Avvenne l'anno dopo e fu l'inizio d'una  lunga avventura.

Non so nulla della loro vita comune e non so se il nonno la  rese felice.  Chissà, posso fare solo delle supposizioni derivanti da ciò che negli anni ho carpito ai racconti di mia madre  o  delle mie  zie.
Che dispiacere, ora, rendersi conto di non  sapere  con precisione  quello che accadde... dovrei chiedere a qualcuno  dei miei zii, allora ragazzini, finchè sono in vita... che dispiacere rendersi  conto di non aver mai approfondito con le persone care molti  aspetti della loro vita e sapere che ormai  nessuno  potrà rispondere alle mille domande che la mia mente formula...

Penso che fosse stata segnata dalle numerose gravidanze che l'affaticavano,  dai numerosi spostamenti da un  paese  all'altro del Molise - a cui il marito era soggetto per la sua  professione d'insegnante  elementare, dalle disavventure finanziarie  dovute all'incapacità quasi costituzionale di mio nonno di gestire senza sperperi un patrimonio che ben rendeva come l'avviato mulino del suocero, costringendolo poi a venderlo e la successiva guerra che si  portò  via il resto...

Ma anche per le disavventure politiche del nonno che nel 1932 venne accusato, tra gli altri di aver capeggiato una sommossa popolare contro il locale Podestà di turno, sommossa che pur non avendo connotati politici, fu destata forse da alcune tasse imposte, prima sulla famiglia, poi sui cani... mio nonno, in quella fatidica domenica si venne a trovare nel mucchio di sobillatori e non, giungendo davanti al Municipio, sostenendo la popolazione infuriata.
Era quella l'ora della messa e del mercato, la folla voleva entrare nel municipio, ci furono dei colpi d'arma da fuoco sparati chissà da chi, un proiettile colpì un povero contadino che stava tranquillamente seduto sul muretto, vi fu qualche altro ferito... solo a sera arrivarono i Carabinieri e nei giorni seguenti avvenero diversi arresti, con accuse improbabili di persone, indicate ingiustamente di aver prodotto e sostenuto quella piccola manifestazione...
T
ra gli altri, mio nonno che venne condannato al confino all'isola di Ponza per  lunghi mesi, durante i quali mia nonna dovette sobbarcarsi l'onere gravoso di tirare avanti una famiglia di otto figli più genitori e suoceri sopporetando forse  scaramucce varie destate dalla suocera, una vecchia un pò arcigna dalla voce stridula, imperante con le sue decisioni sulla vita dei suoi  due figli, Flaviano, appunto, e Matilde.

Io me la ricordo vagamente questa mia bisavola, nebulosa nella memoria  come  un fantasma nato da sogni notturni, nella cucina della vecchia casa patriarcale, quasi un piccolo palazzo feudale con  ampie stanze dalle pareti adorne di quadri ed arazzi ed un cortile interno cintato da un cancello.

Lei sedeva su un'imponente sedia accanto al camino, come  un signorotto medievale con diritto di vita e di morte sui sudditi sparsi nelle campagne circostanti, che venivano a renderle omaggio, portandole doni... così almeno a me appariva nelle fantasticherie ad occhi aperti che già affollavano la mia mente di bambina.

Fantasticherie alimentate dalla stessa bisnonna, che vantava parentele  altolocate, come quel tal Cardinale venuto in visita molti  anni  prima, accolto con tutti gli onori dovuti alla sua carica e la piccola corte imbandierata a festa per  l'occasione.

Poiché io la stavo ad ascoltare, affascinata dalle sue parole, un giorno mi  rivelò un segreto: un tesoro  era  nascosto nel palazzo,  ma non si sapeva dove;  lei stessa aveva cercato, scavando con le sue stesse mani, quelle mani magre e forti che a me incutevano paura, facendo abbattere muriccioli o addirittura  delle  pareti!  Il tesoro, a suo dire, era ancora là,  presto o tardi l'avrebbe trovato!

Nel narrarmi questa  storia, che da allora in  poi divenne il nostro unico  motivo di conversazione, lei mi dava ogni volta nuovi e significativi particolari, tanto che con la  fede  cieca della mia età, cominciai a crederci anch'io fermamente.  Ma la bisnonna Mariuccia non mi piaceva: i suoi svenimenti continui mi terrorizzavano ed era l'unica persona che, anche se mutamente, mi rimproverava  quando  a tavola mangiavo  troppo  rumorosamente  o quando tiravo su col naso, come spesso fanno i bambini.

Ritornando alla  nonna Vittoria, quando uscivo per le mie scorribande giornaliere,  salivo  a salutarla, ma poi non sapendo che dirle vedendola sempre più bianca in quel letto alto dalla  spalliera su  cui si rincorrevano angeli e fiori dipinti, correvo  via.  Al ritorno, per prima cosa andavo di nuovo su da lei, con le braccia cariche di ginestre e le deponevo sul suo letto,  sulla coperta candida dove formavano un decoro splendente e  profumato; il  giallo  dorato dei fiori si rifletteva  sui  capelli  bianchi della nonna creandole intorno un festoso diadema.

In un angolo della sua stanza c'era un treppiedi di ferro battuto che  reggeva  una bacinella bianca bordata d'azzurro; sotto un caraffa dello stesso metallo smaltato.

Quando pioveva, l'acqua che stillava  dal tetto non perfettamente catramato, cadeva proprio nella bacinella producendo un rumore secco, cadenzato,  continuo.
Io allora mi avvicinavo, immergevo un mano nell'acqua, la muovevo imitando le onde di quel mare che non avevo ancora mai visto.  La mamma, che stava a prendere aria sul balconcino, dopo una  lunga sosta accanto al letto della nonna a cui teneva  compagnia,  mi richiamava all'ordine, ma la nonna si schierava dalla mia  parte, dicendole di lasciarmi stare, fintanto che ero piccola.

Nei  giorni di festa mia zia,  poco più che ventenne, che l'accudiva amorosamente con fatica, la pettinava accuratamente, rialzandole i candidi capelli in un morbido chignon  al sommo della testa, le faceva indossare la camicia più  bella, bianca e  ricamata con minuscoli fiori rosa, poi la bella  vestaglia  di velluto azzurro e se il tempo era bello, portava un poltrona sul balconcino e vi faceva sedere la nonna.

Io mi accoccolavo ai suoi piedi come un cucciolo affettuoso e assieme ci guardavamo intorno e poiché la casa si trovava nella parte alta del paese, sotto di noi  si stendeva un intrico di tetti e comignoli di vari  colori; più in là, a perdita d'occhio i prati dorati dell'estate  ormai inoltrata e sullo sfondo montagne verdi e misteriose; io m'incantavo guardare il volo d'un uccello,  un  fiore sul ciglio della strada, i miei  compagni  di giochi che nella via sottostante giocavano a rincorrersi e che mi incitavano ad unirmi a loro. Io mi schermivo alle loro richieste, con una vocina esile che tradiva il mio desiderio di fare a  due a due i gradini che mi separavano dalla strada e la nonna, intuendolo, mi carezzava dolcemente i  capelli,  esortandomi a raggiungere  i  miei  compagni. 
Ricambiavo  il  suo   dolcissimo sorriso,  la salutavo con un bacio e in quattro e quattr’otto ero in fondo alle scale, allegra, trionfante assieme ai miei  piccoli amici.  Di  tanto  in tanto, volgevo gli occhi  al  balconcino  e salutavo la nonna con la mano; lei mi rispondeva sorridendomi tra i  rossi  gerani  in boccio che facevano  cornice  al  suo  volto bianco.

Non ricordo  altro di lei se non il volto e lo  sguardo un pò severo, un pò dolce  e  tenero a un tempo e quella fotografia, gelosamente custodita nel portafogli di mio nonno e che lui, tanti anni dopo, rammentandomela, mostrava, mentre un sorriso lieve e triste  gli passava sul viso, come quando torna alla  memoria qualcosa di incredibilmente bello, un passato felice ormai  irrimediabilmente lontano.

Nonostante non abbia mai vissuto con lui, mio nonno, e forse proprio  per questo, durante la mia infanzia e giovinezza  avevo mitizzato  la sua figura.
Era, nonostante gli anni, un uomo che sprizzava gioia di vivere e che aveva  cercato, forse senza neanche rendersene conto di trasfonderla nei suoi figli.  Vivere con lui poteva essere molto faticoso, come aveva dimostrato la fine  di  mia nonna e le successive vicende che lo  portarono a convivere con mia zia Luciana che si prendeva cura di lui e degli altri fratelli più piccoli, scavezzacolli e senza gran voglia di lavorare e successivamente a risposarsi alla bella età di 70 anni con  una piacente zitella, ormai avanti con gli anni  anche  lei, che  sopraffaceva - bonariamente, s'intende, con la  sua estrema vitalità.

Io lo ricordo com'era un tempo, pieno di vita, un Don Chisciotte avventuroso,  assurdamente allegro e vivace. Nel mio portafogli c'era sempre la sua foto in vestito da cerimonia blu, col cappello di panama  bianco, l'ombrello in aria a  mò di lancia, gli inseparabili occhiali dalle lenti azzurre ed un sorriso  mezzo nascosto dalla barba a pizzo stile Pirandello; un pò ironico, un pò commosso mentre, nel giorno del mio matrimonio, ci raccomandavi di  provarle tutte nella vita.

Con lo stesso  spirito giovanile, nonostante gli acciacchi e le difficoltà, lo avevo ritrovato la penultima volta che lo vidi per i suoi 83 anni, con quel  sorriso accattivante e arguto con cui accompagnava le sue battute scherzose...  così diverso da quell'uomo stanco, quasi assorto, che vidi, invece, l'ultima volta, indifeso contro gli attacchi del  male, penosa  controfigura  di due anni prima. Capii che il suo tempo stava per scadere  e già in cuor mio gli avevo dato  l'ultimo saluto, l'ultimo tenero abbraccio.

Non ho avuto il coraggio, allora non ne avevo, di vederti morto, così ti  parlo  ora, convinta di essere ascoltata e di dirti finalmente  quello che non ti ho mai detto, separati  dall'età e dal timore d'annoiarti o di non essere compresa. Si scopre sempre dopo, quando ormai è impossibile rimediare, che tornando indietro ci  si  sarebbe comportati diversamente.
Sì, caro nonno, con la maturità di ora,  con la mia voglia di sapere, conoscere, approfondire,  ti  avrei posto mille domande, avrei cercato di stabilire tra di noi un rapporto come tra insegnante e  studente, avrei saputo da te i come i perchè, i quando della tua vita, i tuoi pensieri, le tue illusioni, le tue certezze.

Di fatto che so di te? Quello che i tuoi figli mi hanno raccontato, narrando le cose secondo la loro prospettiva, guardando tra le immagini forse distorte dei loro ricordi  d'infanzia e dell'adolescenza, frammenti forse un pò superficiali, legati a feste familiari o a battute fini a se stesse.
Vi troverei forse quello che ho voluto vedere, quello che tu mi hai lasciato credere involontariamente, suscitando in me quella vivida simpatia che  scaturiva naturalmente da te e che mi attirava,  entusiasta che tua nipote - la prima di una nuova generazione - scrivesse poesie.

Ma il tempo e forse l'intenzione di approfondire i nostri rapporti non ci furono ed ora è impossibile, debbo cercarti tra i ricordi e le  impressioni  altrui...  tra i racconti un pò goliardici  ed  un pò "gonfiati" ed incompleti,  mai  penetranti dentro la tua essenza d'uomo, che mia madre, mio padre e gli altri  mi facevano di te, sentimentalmente abbelliti quelli di mamma, agonisticamente aggressivi, quasi negativi quelli di papà, che per certi versi si sentiva oscurato dalla tua personalità più prorompente, messo da parte dall'imponenza della tua figura...


Vivevamo lontani, tu preso dalle tue cene conviviali, dai figli ormai adulti, solo senza la tua compagna, sollevato ormai dal compito dell’insegnamento  per limiti d'età, poi preso dal secondo tardivo matrimonio con quella attempata, sognante signorina cinquantenne che nella tua vitalità mai compressa aveva creduto di vedere forse l'unico momento magico della sua scialba, insulsa solitudine.

Eppoi gli acciacchi della tua età,  da cui ogni  volta  ti riprendevi con il solito esplosivo  entusiasmo e dopo  cui  ricominciavi,  dapprima con cautela, poi sempre con maggior vigore i tuoi passatempi preferiti: l'ispezione mattutina tra i banchi del mercato traboccanti di primizie, la  scelta accurata, la preparazione delle pietanze - quasi un rito -  che più tardi avresti condiviso con una schiera di amici... per fare un pò di baldoria.

Rimpiango d'aver passato con te così poco tempo e d'aver fermato nella mente solo rari momenti di  intimità, d'averti, infine, conosciuto  solo quando ormai la tua lucidità mentale, anche se ancora straordinaria e prodigiosa, già cominciava ad essere compromessa dall'avanzata età...

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Ritorniamo al "mio" negozio. Accanto alla fotografia, sul candido pizzo, un abat -jour, lo stelo di ottone dorato che improvvisamente s'allarga in una rosea corolla di cristallo, un vaso d'alabastro color carne da cui spunta un'unica candida rosa.
Vicino al tavolino, una sedia a dondolo, la struttura nera come il tavolo  - paglia di Vienna grezza per lo schienale ed il sedile su cui é adagiato in una posa un pò stereotipata, un manichino di plastica dura e lattea, senza volto. Sui capelli appena un'onda accennata, un cappello di velluto rosso bordeaux con una veletta.

Le pareti sono d'un azzurro intenso, riposante, su di esse disseminate, stampe ottocentesche, d'una vecchia Roma sconosciuta, di popolani dalle facce aperte e argute, di cartoline primo novecento con quadrifogli dorati in rilievo, tenere Valentine ricoperte di una polvere rosea luminescente, di bambini allegri intorno ad enormi alberi natalizi ricoperti di neve, bambini paffuti dalle gote rosse che si tengono per mano ed attendono un Babbo Natale che giunge da lontano su una slitta carica di doni e scintillante di porporina argentata...

Accostata alla parete di fondo una scrivania di mogano chiaro dalle linee semplici, leggermente arrotondate ai lati, su cui sono sparsi tanti oggetti anni 30/40: articoli di cancelleria, timbri dall'impugnatura di legno, scatoline di pennini, un secchiello da spiaggia di metallo rosso e scene marine disegnate torno torno, in cui s'ammucchiano manciate di matite rosse e blu, cannucce per pennini tricolori, lunghe gomme a forma  di  matita con  un  buffo pennellino in fondo che serve per spazzar  via  le briciole  di gomma, residuo d'una cancellatura.

In una scatola di legno, dei vecchi oggetti anteguerra recuperati per poche migliaia di lire sui banchi di Porta Portese: gomme, librettini d'altri tempi, quaderni pubblicitari riportanti slogan  fascisti, un piccolo Balilla che guarda incuriosito qualcosa d'indefinito, oltre la carta da lettera su cui é stampato... Una libreria nera con i vetri ocra in puro stile Rinascimento racchiude album di cartoline, francobolli, chiudilettere in quadricromia con fregi d'oro e d'argento, bigliettini d'auguri, ancora stampe simili a quelle incorniciate sulle pareti.

In un angolo, un vecchio Phonola in radica di noce con altoparlanti da gran concerto che spesso metto in funzione al massimo della potenza e ancora un altro tavolo, anch'esso rinascimentale, gemello di quello che da bambina divideva in due la stanza di zia Eugenia, le cui gambe intarsiate a testa di leone mi affascinano, come sempre.

Su una tovaglia candida di lino ho disposto tante piccole cornici d'argento di varia fattura, un trenino di latta colorato dai finestrini solo disegnati e affollato di bambini dai volti sorridenti che salutano immaginari parenti, un aeroplanino a carica che apre e chiude le ali, mentre prende l'abbrivio lungo la pista d'un tavolo o d'un pavimento; ci sono anche scatole  di cipria ancora intatte, il coperchio di cartone disegnato a rilievo, penne stilografiche dalle forme panciute e qua e  là, disseminati nell'altra stanza, macchie verdi di piante, lunghe felci, papiri, composizioni di ikebana, un piccolo bonsai, minuscola forzatura della natura e su due enormi pouff di raso azzurro, alcune bambole dal viso di porcellana, dagli sfarzosi vestiti ottocenteschi di velluto e pizzi, cappelli con nastri e piume, le mani aperte ad attendere un ipotetico abbraccio, le labbra rosse atteggiate ad un ampio sorriso, ma negli occhi immobili e interrogativi, un velo di tristezza, di solitudine.

In questo negozio di oggetti forse inutili ma  tutti ugualmente belli, di quella particolare bellezza che hanno le cose antiche o semplicemente  appartenute ad una passata generazione, con quel tanto di mistero e di fascino che bastano a conquistare chiunque si soffermi un pò a pensare che quelle cose, quelle fotografie, quei giocattoli hanno significato molto per qualcuno, che sono stati  guardati, accarezzati, perfino baciati da esseri umani uguali a noi eppure lontani ormai nel tempo; in questo luogo, di cui sarei singolare custode, mi troverei a mio agio, badando a non privarmi del tutto di quelle cose amate.

 

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Continua

 

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