Rubriche di
Patrizia Fontana Roca

COLLABORAZIONI

In questo Settore vengono riportate notizie e immagini fornite da altri redattori.
Nello specifico, il presente articolo è stato realizzato dal Prof. Renzo Barbattini dell'Università di Udine, che ha fornito anche le immagini.
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LE API NELL'ARTE BAROCCA


di Renzo Barbattini* e Giuseppe Bergamini **

*Dipartimento di Biologia e Protezione delle Piante – Università di Udine
**Museo Diocesano e Gallerie del Tiepolo - Udine

 

L’arte barocca occupa il Seicento e i primi decenni del Settecento e la sua diffusione interessa quasi tutta l’Europa, se pure in tempi diversi e in forme profondamente diverse da paese a paese, dovute all’incontro e fusione con le tendenze e le culture locali. Nato agli inizi del Seicento nella Roma dei papi, come strumento artistico della chiesa cattolica, che in quel periodo era tesa a recuperare gli eretici, o almeno a consolidare la fede dei credenti, anche impressionandoli con la propria maestosità, il barocco trovò buona accoglienza e rapida diffusione soprattutto là dove le condizioni storiche e culturali erano più vicine a quelle italiane, mentre fu rifiutato dove le condizioni storiche erano molto differenti. Sul piano teorico, il carattere tipico del barocco fu una sostanziale ambiguità: i suoi artisti si proclamavano eredi del Rinascimento e dichiaravano di accettarne le regole, ma poi le violavano sistematicamente. Il Rinascimento era equilibrio, misura, sobrietà, razionalità, logica; il barocco invece fu movimento, ansia di novità, amore per l’infinito e il non finito, per i contrasti, e per la mescolanza audace di ogni arte. Fu drammatico, esuberante, teatrale quanto l’epoca precedente era stata serena e contenuta.
In questo contributo si segnalano, procedendo in ordine alfabetico, alcune opere di famosi artisti con chiari riferimenti all’ape.

 

Pietro Berrettini detto da Cortona

 

 

Fig. 1 - Il trionfo della Divina Provvidenza e il compiersi dei suoi fini sotto il pontificato di Urbano VIII Barberini (Salone di Palazzo Barberini, Roma).

 

Al piano nobile di Palazzo Barberini, a Roma, si trova un grande salone. Nella decorazione del soffitto di quest’ambiente solenne e grandioso (di oltre 400 metri quadrati) i Barberini decisero di celebrare il proprio trionfo compiutosi con l’ascesa al pontificato di Maffeo Barberini nel 1623 e con il governo spirituale e temporale esercitato dalla famiglia. L’imponente affresco (fig. 1) raffigura, infatti, Il trionfo della Divina Provvidenza e il compiersi dei suoi fini sotto il pontificato di Urbano VIII Barberini e fu eseguito da Pietro da Cortona (Cortona, Arezzo, 1596 - Roma, 1669) nell’arco di sette anni (1632-1639).

In quest’affresco l’artista giunge a un risultato di tale complessità scenografica, da proporsi come la più matura e consapevole opera pittorica barocca realizzata a Roma. Su una base di finte membrature architettoniche, inserisce una quantità notevole di figure ed immagini senza rispettare in alcun modo le cornici da lui stesso fissate. Ne scaturisce un risultato che ha dell’incredibile. Lo spettatore non riesce in alcun modo a cogliere l’intera immagine con un solo colpo d’occhio: mentre mette a fuoco un particolare, ha la sensazione che tutto il resto gli crolli addosso. E così si finisce per passare da un punto all’altro con una sensazione di stordimento per l’eccessiva complessità della raffigurazione. Anche in questo caso l’arte barocca raggiunge pienamente il suo scopo, che è quello di sbalordire grazie ad un illusionismo ottico che non fa più distinguere la realtà dalla finzione.
Il soffitto è concepito come un grande spazio aperto sul cielo, che ingloba tutta la struttura, sovrapponendo ad essa la decorazione pittorica.
L'opera è emblematica. L’artista cerca di superare i limiti imposti dall'architettura: dilata idealmente le pareti e sfonda il soffitto. Cerca di creare uno spettacolo teatrale: lo sfondamento del soffitto è come l'aprirsi di un velario che permette l'apparizione di un gran numero di figure volanti.

Fig. 2 - La scena centrale con la Provvidenza e lo stemma Barberini.

Nella scena centrale (fig. 2) è raffigurato il grande stemma Barberini: è questa la stupefacente e geniale invenzione  dell’affresco che glorifica il papa attraverso il simbolo del suo casato, le api, dipinte in formato gigante e monumentale. Esse sono inserite in uno stemma anomalo, formato da tralci di lauro, simbolo non solo di trionfo ma anche di valore poetico.

 

Borromini

 

Francesco Castelli, più conosciuto come il Borromini, nacque a Bissone, sul lago di Lugano nel 1599 e morì suicida a Roma nel 1667.
Papa Urbano VIII (Maffeo Barberini), nel 1632 incaricò questo geniale architetto di completare il palazzo della Sapienza, sede dell'Università, con una chiesa dedicata a Sant’Ivo (fig. 3), protettore degli avvocati. Dopo aver portato a termine il palazzo, Borromini mise mano al tempio nel 1643, ma ci vollero ben diciassette anni di fatiche per vedere ricompensati i suoi sforzi. Nel 1660 papa Alessandro VII (Fabio Chigi) consacrò ufficialmente l’edificio, uno straordinario esempio di inventiva architettonica, frutto dell'innata capacità di Borromini.

La chiesa, quindi, fu costruita fra il 1643 e il 1660, durante il regno di tre pontefici: Urbano VIII, Innocenzo X, Alessandro VII. Francesco Borromini seppe celebrarne il nome e l'autorità attraverso i rispettivi stemmi che utilizzò come principio ispiratore della struttura e come motivi ornamentali.

Le pareti del palazzo della Sapienza che danno sul cortile, ma anche il frontale della chiesa di Sant’Ivo ospitano diverse api “barberiniane” (fig. 4).
Sulla cupola della chiesa, si erge il lanternino, simbolo dell’ascesa alla Sapienza, che si avvita in una cuspide elicoidale terminante in una struttura di ferro; questa offre sostegno al globo, alla colomba Pamphili col ramoscello di ulivo nel becco, sormontata dalla croce gigliata.

Osservando il profilo del lanternino (fig. 5) si nota come esso risulti dentellato, proprio come il pungiglione (detto anche dardo) delle api.
Esso, infatti, è dotato di uncini che, in caso di puntura inferta da un’ape, trattengono il dardo stesso conficcato nel tegumento della vittima

Fig. 3 - Sant'Ivo alla Sapienza - Roma

 

Fig. 5 - Il lanternino
della chiesa di Sant’Ivo alla Sapienza (sezione).

Fig. 4 - Api “barberiniane” sulle pareti del palazzo della Sapienza (Roma).

 

Giambattista Cromer

 

Fig 6 - Il bambino Lucano e le api

A Gorizia, presso i Musei Provinciali di Borgo Castello, è conservato un dipinto (olio su tela, 136x202 cm) di Giambattista Cromer (Padova, 1666–1745) dal titolo Il bambino Lucano e le api (fig. 6). Il soggetto del dipinto – già conosciuto come Il bambino punto dall’ape – è stato identificato da Ferdinand Šerbelj (2002) che lo riferisce alla leggenda del poeta romano Marco Anneo Lucano la cui “dolcezza” di parola, manifestatasi sin dall’infanzia, attirava le api che si nutrivano del “miele” dalle sue labbra.
In questa sapiente composizione, il tardobarocco convive con un’impostazione più classicistica come appare dall’equilibrato rapporto delle figure e dalla monumentale ambientazione spaziale. I gesti dei personaggi sono di contenuta eloquenza.

 

Georg Flegel

 

Fig. 7- Natura morta con pane e canditi (Städelsches Kunstinstitut, Frankfurt).

Dell’artista tedesco Georg Flegel (Olomuc, 1566 – Francoforte sul Meno, 23 marzo 1638), famosissimo pittore di nature morte, si riproduce un dipinto dal titolo Natura morta con pane e canditi (fig. 7).
Per una corretta “lettura” di questa tavola ad olio, è importante una precisazione storica. Fino al 1600, il dolcificante più usato era il miele che è stato poi sostituito dallo zucchero (saccarosio) di canna o di barbabietola.
Il dipinto mostra della frutta candita su un tavolo, tra cui due fichi, sulla destra, incrostati con grandi cristalli di zucchero.
Alcuni di questi frutti sono stati tagliati in forma di lettere: si nota molto bene una grande ‘O’, e, a fatica, s’individua una sbriciolata 'A' accanto al pezzo di pane.
Su quest’ultimo è appoggiato un “trochetto” di zucchero che viene avvicinato da un imenottero (non si capisce se si tratti di ape o di vepa) dalle dimensioni sproporzionatamente grandi. Sulla frutta candita, contenuta nella ciotola, sta posata una farfalla, probabilmente un lepidottero pieride (nome volgare: Aurora,  nome scientifico: Anthocharis cardamines).
Secondo l’interpretazione di alcuni studiosi, se l’imenottero è un’ape, in virtù della dolcezza del suo miele, essa rimanda all'immagine di Cristo e alla sua clemenza nei confronti dell'uomo.

 

Frans Floris

 

Seguendo un disegno di Frans Floris (o più correttamente Frans de Vriendt; Antwerpen, 1519 – Antwerpen, 1570), Hendrick Goltzius (Mühlbracht, 1558 – Haarlem, 1617), pittore e incisore olandese, eseguì questa incisione su rame (fig. 8).

L'iscrizione in latino riportata dice: “Aristaus, inventor mellis”; in essa è rappresentato l’eroe libico Aristeo (divinità antica pre-greca, figlio di Apollo e della ninfa Cirene) che tiene tra le mani un’arnia villica in paglia; ai suoi piedi vi sono altre due arnie; tutte sono vuote e pronte per accogliere alcune famiglie di api,  similmente a quelle sullo sfondo.

Fig. 8 - Incisione su rame Aristeo, inventore del miele, seguendo un disegno di Frans Floris (1519-1570).

 

Matteo Greuter

 

Matteo Greuter (o Matthaeus Greuter o Matthias Greuter, Strasburgo, 1564 – Roma, 1638),  pittore e incisore tedesco, dopo aver lavorato in Francia ad Avignone e Lione, si trasferì nel 1606 a Roma dove svolse la maggior parte del suo lavoro. Produsse numerose opere, tra le quali una tavola con la Descrizione dell’ape (fig. 9) presente nella traduzione italiana di Francesco Stelluti  delle Satire di Aulo Persio. L’incisione riproduce in piccolo formato le ossevazioni al microscopio di Stelluti: l’ape operaia è vista dorsalmente, ventralmente e lateralmente; quasi tutte le parti corporee sono riprodotte chiaramente, isolate e distinte con numeri, a cui corrispondono in calce didascalie. Queste descrizioni, che accompagnano le tavole (l’ape e il “gorgoglione del frumento”, probabilmente il “punteruolo del grano”, Sitophilus granarius), furono definite “il primo esempio di anatomia scientifica degli insetti”. Con queste illustrazioni, infatti, s’inaugurava lo studio microscopico degli esseri viventi negli anni che videro il sorgere della moderna morfologia biologica.
Un’immagine simile fu pubblicata qualche anno prima (a Roma, nel 1625), nella celebre Melissographia a cura di Francesco Stelluti. Lo stesso disegno dell’ape operaia è stato ripreso nell’emblema del XX Congresso Internazionale di Entomologia, svoltosi nel 1996 a Firenze.

Fig. 9 -
Incisione Descrizione dell’ape, seguendo le ossevazioni al microscopio di Stelluti.

 

 

Il Guercino

 

Fig. 10 - Sansone che porta il favo di miele ai genitori
(The Fine Art Museum,
San Francisco)

Giovanni Francesco Barbieri detto Il Guercino (nato a Cento, 2 febbraio 1591 – morto a Bologna, 22 dicembre 1666) nel 1657 dipinse Sansone che porta il favo di miele ai genitori (fig. 10).
Il dipinto è un eccellente esempio dell’uso di una forma (quadri narrativi con mezze figure) che l’artista predilesse per tutta la sua carriera.
In esso l’essenzialità del paesaggio fa da sfondo ad un momento di intimità domestica il cui fulcro è costituito dai favi esplicitamente ostentati in primo piano. Vi si rappresenta il risultato di una particolare tccnica produttiva ancora oggi in uso. L’apicoltore esperto infatti, oltre a produrre l’abituale miele (ottenuto per centrifugazione) riesce, con piccoli accorgimenti tecnici, a offrire ai clienti anche il cosiddetto miele in “favetti”. Questi non sono altro che porzioni di favo le cui cellette contengono miele integrale.

 

Balthasar Permoser

 

Balthasar Permoser, nato a Kammer il 13 agosto 1651 e morto a Dresda il 20 febbraio 1732,  è uno dei più grandi scultori tedeschi della sua generazione.
Esponente del barocco-rococò, fedele seguace del Bernini, caratterizzò la sua produzione di una certa estrosità e si aprì a particolari soluzioni scenografiche e ambientali:n’è chiaro esempio l’ornamentazione statuaria (il suo capolavoro) del giardino del Palazzo Zwinger a Dresda che si fonde perfettamente con le architetture di Matthäus Daniel Pöppelmann.
Tra le statue di Palazzo Zwinger (costruito tra il 1710 e il 1728 per inziativa del re di Sassonia Augusto II detto “il Forte”)ci ha colpito quella raffigurante un Putto con alveare (fig. 11).

Fig. 11 - Putto con alveare (Palazzo Zwinger a Dresda)

 

Johannes Stradanus

 

Fig. 12 - La cattura di sciami. Incisione

Johannes Stradanus o Giovanni della Strada (cioè Jan van der Straet o Straeten, nato a Brügge nel 1523 e morto a Firenze nel 1605) è un artista fiammingo che, dopo un breve periodo di apprendistato presso una casa editrice di Anversa, trascorse la maggior parte della sua vita artistica in Italia, soprattutto a Firenze. In quest’ultima città lavorò anche per i Medici e incontrò Vasari, con il quale collaborò a più riprese. Fu un artista eclettico, realizzò pitture storiche e mitologiche, scene di genere (rappresentando aspetti della vita quotidiana), paesaggi, cartoni per arazzi, illustrazioni.
La fig. 12 riporta l’immagine di un’incisione su rame e colorata in cui viene rappresentatata la raccolta di uno sciame di api da un albero utilizzando arnie in paglia capovolte; in secondo piano si notano alcune persone (un uomo, una donna e un bambino) intente a “percuotere” alcuni contenitori (probabilmente pentole) in metallo con bastoni. Da notare, inolre, che tutte le persone rappresentate sono dotate di maschere per prevenire le punture da parte delle api.
Tutto ciò indica un buon livello tecnico dell’apicoltura dell’epoca; ma l’adozione di arnie non razionali (i cosiddetti bugni) obbligava gli apicoltori, al fine di raccogliere il miele, ad effettuare l’apicidio. Con l’introduzione dell’arnia semirazionale, prima, e razionale, poi, si è potuto raccogliere il miele senza arrivare all’uccisione delle api.
Sulla destra si nota un apiario al riparo di una tettoia; esso è costituito da 6 bugni.

 

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I “cugini” dell’ape


            Nel ricercare immagini di opere d’arte che avessero riferimenti apistici, ci si è imbattuti in pregevoli dipinti riportanti non l’ape (Apis mellifera) ma altri imenotteri apidi, pur appartenenti alla stessa famiglia sistematica. Essi sono riportati qui di seguito:

 

Balthasar van der Ast

 

Fig. 13 - Studio di fiori e insetti, 1630 ca.
(Galleria Noortman, Maastricht)

In  un quadro del famoso pittore olandese Balthasar van der Ast (Middelburg 1593/94 - Delft 1657) intitolato Studio di fiori e insetti (fig. 13), sono raffigurati, accanto a esemplari botanici (un tulipano, un garofano e una rosa) anche alcuni insetti:un coleottero cerambicide – un lepturino “idealizzato” –, un lepidottero ninfalide e un imenottero (probabilmente, apide); quest’ultimo, in basso a destra, è un bombo, un apide selvatico, importante impllinatore di molte colture agrarie di pieno campo nonché di molte specie vegeali diffuse negli ecosistemi naturali.

 

Roelandt Savery

 

 Di Roelandt Savery (nato nel 1578 a Kortrijk – Belgio; morto nel 1639 a Utrecht - Olanda) sono famose le nature morte presenti in molti musei europei ed extraeuropei.

In questo contributo si riproduce un olio conservato presso il Museo delle Belle Arti di Lille (fig. 14): Bouquet de fleurs (datato 1611/1612).
L’artista ha rappresentato un vaso di fiori, disposto su una superficie (quasi sicuramente un tavolo); accanto  al vaso si notano due insetti.
A destra un bombo (probabilmente Bombus terrestris) e a sinistra un lepidottero ninfalide (probabilmente Aglais urticae, la comune vanessa dell’ortica).

Fig. 14 - Bouquet de fleurs
(1611/1612) (Museo delle Belle Arti, Lille)

 

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Ringraziamenti

Desideriamo ringraziare la dott.ssa Annalia Delneri dell’Amministazione Provinciale di Gorizia, il dott. Rinaldo Nicoli Aldini dell’Università Cattolica (Piacenza), il prof. Santi Longo dell’Università di Catania, il prof. Luigi Masutti dell’Università di Padova, la prof.ssa Silvana Ferrari (Piacenza), il dott. Andrea Barbaro dell’Università di Udine. il prof. Pietro Zandigiacomo dell’Università di Udine e il prof. Franco Frilli dell’Università di Udine per la collaborazione prestata.
Un pensiero riconoscente al compianto dott. Fugazza, già direttore della Galleria d’Arte Moderna Ricci Oddi di Piacenza che ci aveva fornito importanti indicazioni.

 

BIBLIOGRAFIA CONSULTATA

AA.VV., 1999 – La pittura barocca: due secoli di meraviglie alle soglie della pittura moderna, Electa, Milano: 260-261

Barbattini R., Frilli F., 2004 – L’ape punge: come e perché. Notiziario ERSA, 17 (1): 42-45.

Barbattini R., Fugazza S., 2006 – L’ape nell’arte antica. Apitalia, 32 (10): 12-17.

Chinery M., 1998 – Butterflies of Britain and Europe. Collins guide to butterflies, Harper Collins Publishers, London: 652 pp.

Chinery M., 1990 – Farfalle d’Italia e d’Europa. Istituto Geografico De Agostini, Novara: 320 pp.

Contessi A., 2004 – Le api: biologia, allevamento, prodotti. Edagricole, Bologna: 497 pp.

Conti F. (a cura di), 1978 – Come riconoscere l’arte Barocca, Rizzoli, Milano: 64 pp.

Delneri A. e Sgubin R. (a cura di),2007 – La Pinacoteca dei Musei Provinciali di Gorizia, Edizioni Terra Ferma, Vicenza:  44.

Felicioli A., 2000 – I bombi. In: Api e impollinazione (a cura di Pinzauti M.), Ed. Regione Toscana: 95-111.

Floris I., Prota R., 1989 – Notizie di storia e tradizioni dell'apicoltura sarda. Quad. 26, CCIAA, Gallizzi, Sassari: 14 pp.

Lo Bianco A., 2004 – La volta di Pietro da Cortona. Galleria Nazionale d’Arte Antica di Palazzo Barberini, Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Soprintendenza Speciale per il Polo Museale Romano, Roma: 31 pp.

Longo S., 2007 – L’uomo e l’ape negli Iblei. Atti del Convegno “L’uomo negli Iblei” Sortino 10-12 ottobre 2003, Comune di Sortino (SR): 209-221.

Magri F., 2004 – L’arte di essere insetto. Fantigrafica, Cremona: 223 pp.

Mahon D., 1991 – Giovanni Francesco Barbieri, il Guercino 1591-1666. Catalogo della mostra, Bologna, Nuova Alfa Editoriale: 154 pp.

Mintz S. W., 2002 – Il saccarosio conquista il miele: un successo psicotecnico. In “Fra tutti i gusti il più soave… Per una storia dello zuccchero e del miele in Italia” a cura di Montanari M., Mantovani G., Fronzoni S., CLUEB, Bologna: 35-51.

Montalenti G., 1972 – Le prime osservazioni d’insetti al microscopio. Atti del IX congresso nazionale italiano di entomologia (Siena, 21-25/6/1972): 391-397.

Nicoli Aldini R., 2002 – Alle origini della microscopia: le api barberine, Francesco Stelluti e i primi Lincei. L’ape nostra amica, 24 (3): 41-45

Pesarini C., Sabbadini A. 1994 - Insetti della fauna europea, Coleotteri Cerambicidi. Natura, Rivista di Scienze Naturali, Società Italiana di Scienze Naturali, Museo di Milano, 85 (1/2): 132 pp.

Pozzi G., 1990 – Farfalle d’Italia e d’Europa. Le guide di Airone, Editoriale Giorgio Mondadori, Milano: 192 pp.

Rüdiger W., 1977 – Ihr Name ist Apis. Kulturgeschichte der Biene. Ehrenwirth, München: 117 pp.

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Spiggia S., 1997 – Le api nella tradizione popolare della Sardegna. Carlo Delfino editore, Sassari: 191 pp.

 

NOTE

1- ll complesso della Sapienza restò la sede dell'Università di Roma, fino alla costruzione della nuova città universitaria nel 1935. Attualmente sede dell'Archivio di Stato, vi sono custoditi i documenti dello Stato Pontificio dal IX al XIX secolo.

2 - Giovanni Battista Pamphili (Roma 1574-1655) fu papa (Innocenzo X) nel periodo (1644-1655).

3 - Si può leggere quest’opera di Flegel anche in ottica religiosa, in quanto la disposizione apparentemente casuale è, invece, ricca d’allusioni cristiane. Le lettere 'A' e 'O' (Alfa e Omega), la prima e l’ultima lettera dell'alfabeto greco sono un riferimento all’Apocalisse (1:8 e 21:6), in cui Cristo è indicato come l’Inizio e la Fine. La croce formata dal pane e il pezzo di zucchero appoggiato sopra sottolineano ulteriormente quest’aspetto. Infine, come richiamo all'Eucaristia, è dipinto il pane, a forma di cuore, e il vino, in un bicchiere lavorato, simile ad un’anfora. L'opera redentrice di Cristo è richiamata dalla farfalla. Questo insetto è un antico simbolo dell’anima umana e della risurrezione: infatti, come la farfalla adulta esce dalla crisalide (stadio di sviluppo caratterizzato da immobilità), così da uno stato apparentemente “morto” può emergere una vita nuova.

4 - Inventor mellis, più correttamente è da tradurre come scopritore del miele, piuttosto che inventore del miele, anche se forse l’iscrizione vuole effettivamente alludere all’invenzione dell’apicoltura attribuita mitologicamente a questo personaggio. Egli avrebbe appreso dalle ninfe l’arte di allevare le api, di coltivare la vite, l’olivo e di fare il formaggio, conoscenze da lui diffuse in tutta la Grecia e nelle colonie. In Sicilia Aristeo fu onorato dai pastori e una sua statua era collocata nel tempio di Bacco a Siracusa; nel 1843 ad Oliena (NU – Sardegna) fu rinvenuta una statuetta (16 cm) in bronzo raffigurante Aristeo d’epoca anteriore alla conquista della Sardegna da parte dei romani (238 a. C.).

5 - Persio, tradotto in verso sciolto e dichiarato da Francesco Stelluti. Quest’opera, stampata a Roma nel 1630 da Giacomo Mascardi, è nota soprattutto per il suo notevole interesse scientifico; inoltre è il primo libro in cui compare la parola “microscopio” coniata pochi anni prima dall’Accademia dei Lincei per indicare  lo strumento ideato da Galileo Galilei.

6 - Francesco Stelluti (Fabriano, 1577-1646) fu uno dei quattro fondatori dell’Accademia dei Lincei (della quale fu Procuratore Generale nel 1612) e uno dei soci più attivi. Si dedicò a ricerche di carattere naturalistico.

7 - Il Palazzo Zwinger fu gravemente danneggiato durante la Seconda Guerra mondiale, il 13 febbraio 1945. Lo Zwinger fu uno dei primi edifici di Dresda a essere ricostruito dopo la guerra (anni ’60).

8 - Giorgio Vasari (Arezzo, 30 luglio 1511 - Firenze, 27 giugno 1574) è stato un pittore, scultore, architetto e trattatista italiano, allievo di Michelangelo. Egli divenne famoso per il trattato Vite de' più eccellenti pittori, scultorie architettori,pubblicato in due diverse edizioni (1550, 1568) e preceduto da un'introduzione di natura tecnica e storico-critica sulle tre arti maggiori (architettura, scultura e pittura).

9 - Anticamente si pensava che adottando questa tecnica si favorisse la raccolta dello sciame: i rumori prodoti avrebbero indotto lo sciame a fermarsi su un appiglio e le api ad andare nel bugno. Oggi è stato appurato che essa è del tutto inutile.

10 - L’artista ha mescolato realtà ed estro creativo (memoria+fantasia), pertanto non è detto che gli insetti raffigurati corrispondano alla riproduzione fedele di un modello reale. Il coleottero ricorda, per la sagoma snella, le lunghe zampe e le antenne discretamente lunghe, un po’ arcuate e assottigliate verso l’estremità la famiglia dei Cerambicidi; sono molte le specie di Cerambicidi che hanno sulle elitre disegni con fasce trasversali, tuttavia, consultando diversi testi specialistici, non abbiamo trovato nessuno che si adatti per forma, colori e disegno a quanto l’artista olandese ha raffigurato. Anche il lepidottero ninfalide non sembra riconducibile chiaramente a nessuna delle specie europee, pur facendo pensare soprattutto a certe vanesse. Più aderente alla realtà il probabile Bombus.

11 - I bombi sono pronubi molto efficaci, oggi allevati e commercializzati per assicurare l'impollinazione in ambiente protetto di alcune colture quali quelle del pomodoro, della fragola, del peperone, della melanzana, della zucchina e del melone.

12 - Roelandt Savery, pittore fiammingo e incisore di paesaggi e soggetti faunistici trasse la sua notorietà dal dodo (particolare uccello inetto al volo), specie estinta appartenente all'ordine dei columbiformi, famiglia Raphidae. Egli lo disegnò e dipinse molte volte.

 

 

Articolo pubblicato su Apitalia, 35 (9): 35-41 - R. Barbattini R., Bergamini G., 2009 - L'ape nell'arte barocca.

 

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