Rubriche di
Patrizia Fontana Roca

COLLABORAZIONI

In questo Settore vengono riportate notizie e immagini fornite da altri redattori.

Nello specifico, il presente articolo è stato realizzato dal Prof. Renzo Barbattini dell'Università di Udine, che ha fornito anche le immagini.

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L'APE NELL'ARTE

I DIPINTI “APISTICI” DI BRANKO CUSIN

 

Renzo Barbattini, Santi Longo

 


Nell’intensa e variegata attività creativa, Branko Cusin, artista autodidatta sloveno, ha colto aspetti significativi del settore apistico e ha reso omaggio a importanti protagonisti dell’apicoltura slovena

 

 

La ricca produzione figurativa dell’artista sloveno, è caratterizzata anche dalla raffigurazione di molti aspetti tradizionali dell’apicoltura del suo Paese. Oltre alle tecniche convenzionali, quali l’acquerello e la pittura a olio, ha realizzato e utilizzato colori ecologici, ottenuti da foglie di olivo, dal vino e soprattutto dalla propoli che, con la spatola distende sapientemente, su tavole di acero, ottenendo suggestivi effetti monocromatici. All’artista, nel 2018, il centro culturale di Koroska Bela ha dedicato una interessante mostra delle sue opere. Il pittore è nato nel 1935 a Koroska Bela (Slovenia), località situata vicino a Jesenice (o lago di Bled) ed è morto nel settembre 2009, sempre a Koroska Bela, dove ha vissuto tutta la sua vita. Branko Cusin ha realizzato diversi dipinti “apistici”, tra cui apiari sloveni e dell’Alto Adige adottando, soprattutto la tecnica dell’acquarello.

 

Della sua ricca produzione riportiamo i seguenti. Nel quadro Begunje nad Cerknico (Begunje vicino a Cerknico) (fig. 1) è rappresentato un famoso episodio relativo all’assedio, nel 1555,da parte dei turchi della chiesa fortificata di Begunje. Gli assediati (contadini del paese) gettarono alcuni alveari sugli assedianti e sui loro cavalli (1).

 

 

 


FIG. 1 - Begunje nad Cerknico - (Begunje vicino a Cerknico)


Nell’acquerello Začetki čebelarjenja: plenjenje čebeljih gnezd (è rappresentato un uomo, in cima a una scala appoggiata al tronco dell’albero, impegnato a predare un nido di api selvatiche, per raccogliere il miele.

 



FIG 2 - Začetki čebelarjenja: plenjenje čebeljih gnezd
(Nascita dell'apicoltura: il saccheggio ai danni delle api selvatiche)

Al di sotto della pianta, altre due persone sono intente a produrre fumo tramite un fuoco acceso (2). I tipici apiari sloveni sono raffigurati nell’opera Kraški čebelniak (Apiario carsico) (Fig. 3).

FIG 3 - Kraški čebelniak (Apiario carsico)


Gli apiari, molto diffusi in Slovenia, sono costituiti da numerose arnie di tipo Žnidersič(3) sovrapposte; visitabili dal retro e la cui parete anteriore è spesso decorata. Una tradizionale usanza è raffigurata nell’opera Božični blagoslov (La benedizione di Natale) (fig. 4)

FIG. 4 Božični blagoslov (La benedizione di Natale)

. Durante la notte di Natale, in Slovenia, i contadini benedicono la casa, la stalla con le mucche, gli altri animali allevati; tra quest’ultimi sono annoverate anche le api. Alla benedizione partecipa, pregando, tutta la famiglia. Il più temibile nemico delle api e raffigurato nel realistico acquerello Medved. Čebelar... na štirih nogah (Orso. Apicoltore... a quattro zampe) (fig. 5

FIG. 5 Medved. Čebelar... na štirih nogah (Orso. Apicoltore... a quattro zampe)

Il ghiotto predatore di miele rappresenta, in Slovenia, dove vivono circa 400 orsi, una minaccia soprattutto per gli alveari situati vicino boschi. Il dipinto Tipičen slvenski čebelnjak blizu Kranjske gore (Un apiario tipico sloveno vicino a Kranjska gora) (fig. 6). Il dipinto ritrae ancora un apiario con arnie Žnidersič accatastate: la tettoia, che lo ripara dalla pioggia, dalla neve e dall’usura, lo rende utilizzabile a lungo (anche per più di cinquant’anni).

 

FIG. 6 Tipičen slvenski čebelnjak blizu Kranjske gore (Un apiario tipico sloveno vicino a Kranjska gora)

 

Il ghiotto predatore di miele rappresenta, in Slovenia, dove vivono circa 400 orsi, una minaccia soprattutto per gli alveari situati vicino boschi. Il dipinto Tipičen slvenski čebelnjak blizu Kranjske gore (Un apiario tipico sloveno vicino a Kranjska gora) (fig. 6). Il dipinto ritrae ancora un apiario con arnie Žnidersič accatastate: la tettoia, che lo ripara dalla pioggia, dalla neve e dall’usura, lo rende utilizzabile a lungo (anche per più di cinquant’anni).

Branko Cusin non è stato un allevatore di api ma è stato un grande appassionato e cultore del mondo apistico: in molte sue opere, infatti, si ritrovano riferimenti alle api, agli apiari, agli apicoltori, eccetera. Nella cappella della chiesa di San Giuseppe (Lansprez, Slovenia), benedetta e riaperta al culto il 2 maggio 2004 con la partecipazione di circa 1500 apicoltori, è esposto un dipinto eseguito nel 2002 (fig. 7). La chiesa, che era stata abbandonata dopo la seconda guerra mondiale, è stata restaurata grazie all’impegno dell'Associazione apicoltori sloveni.
L’intervento di questa Associazione si spiega col fatto che nella cappella laterale della chiesa di San Giuseppe vi è la tomba di Peter Pavel Glavar (1721-1784), “colonna” dell’apicoltura in Slovenia.
Ogni anno, in questo luogo si tiene una incontro culturale rivolto agli apicoltori sloveni con la partecipazione anche di apicoltori provenienti dall’Italia.

 

Il quadro raffigura San Giuseppe, molto pensieroso, appoggiato al suo tavolo da lavoro: essendo un falegname (come denota la sega in bella vista) egli si sarebbe dedicato, secondo l’autore del dipinto, anche alla costruzione di arnie. Sul tavolo da lavoro, non a caso, vi sono tre arnie in legno. di tipo sloveno (4).

La posizione di san Giuseppe pensoso è tradizionale, nell’arte antica; risale alle più arcaiche raffigurazioni, e perdurò ben oltre il Rinascimento, insieme ad altre tipologie figurative, che vede san Giuseppe in attitudine operosa e partecipe, intento a svolgere compiti pratici (e a partire dal Seicento verrà raffigurato al lavoro, nella bottega di falegname, attorniato dagli attrezzi del mestiere minuziosamente descritti).
La posizione pensosa, che fu a lungo prevalente, va sicuramente riferita all’episodio dell’apparizione dell’angelo, che gli svela, in sogno, il disegno divino (5): tale iconografia ha influenzato gli artisti, che lo rappresentarono così anche nelle Natività.

 

Tornando al quadro di Branko Cusin, va sottolineata una particolarità: sul frontale di un’arnia vi è rappresentata la stella di David: sta a significare l’appartenenza di Giuseppe alla tribù di Davide, re di Israele. Sul frontale, poi, di un’altra arnia è raffigurata la colomba, simbolo della pace, annunciatrice della nuova creazione operata da Dio dopo il Diluvio (Gn 8,11). Appoggiata al tavolo vi è una sega.

Questa è una figurazione decisamente moderna come, d’altra parte, è moderna la sua comparsa nell’attrezzatura della bottega del Santo falegname (infatti essa si sviluppa e si diffonde in campo artistico nel 1600).


La sega è un attributo, come lo è il bastone, ed essa fa riferimento al legno dell’artigiano (6). A completare la scena si notano in primo piano un vaso di gigli e, sullo sfondo, Maria in preghiera: di fronte a lei si distinguono due fasce bianche. I gigli sono simbolo della purezza di Maria e Giuseppe, le fasce indicano la presenza del Bambino Gesù.

Il pittore Giuliano Zoppi dice: «Osservando il dipinto di Branco Cusin, a prima vista ho avuto una sensazione di sottomissione e di un’alta morale simbolica attraverso le presenze divine rappresentate. A un’attenta osservazione, questa sensazione si sfuma per lasciare posto alla ragione. La simbolica presenza dell’angelo, così maestosa e severa, su un povero falegname di nome Giuseppe denota il pensiero altamente teologico dell’artista. Anche l’idea di una pia Signora di nome Maria che prega ai piedi delle fasce denota la convinta religiosità cristiana di Cusin.
Senza dimenticare il giglio, simbolo di purezza, che il pittore ha posto ai piedi di Giuseppe; Giuseppe è pensieroso, è immerso in un pensiero lontano, è serio, è quasi perplesso ... Branco Cusin da credente e da appassionato di apicoltura ha idealizzato il suo pensiero in questo dipinto: ha fatto una fusione del suo credo religioso con la sua passione per le api, non a caso ha riprodotto delle arnie antiche con la stella di David, dando una motivazione molto in tema al dipinto, inserendo oggetti probabilmente utilizzati anticamente in terra d’Israele. Nel complesso il dipinto è equilibrato al suo pensiero, idealizzato e spontaneo nella sua candida ideologia». .


Branco Cusin ha realizzato molte opere spalmando con una spatola la propoli, (resina raccolta dalle gemme di varie piante ed elaborata dalle api) su tavole di legno di acero, ottenendo suggestivi effetti monocromatici.
Di seguito riportiamo alcune immagini realizzate con tale metodo che è stato definito PROPOLIART.

L’opera Sant’Ambrogio (fig. 8) è un devoto omaggio al patrono degli apicoltori. Nel quadro, in primo piano, è raffigurata un’arnia di paglia intrecciata, che era in uso nelle zone a clima freddo, prima dello sviluppo dell’apicoltura razionale.

SANT'AMBROGIO

L’opera Sant’Ambrogio (fig. 8) è un devoto omaggio al patrono degli apicoltori. Nel quadro, in primo piano, è raffigurata un’arnia di paglia intrecciata, che era in uso nelle zone a clima freddo, prima dello sviluppo dell’apicoltura razionale.
Da questo tipo di arnia ha poi avuto origine, nell’800, l’arnia razionale a favi mobili,

Da questo tipo di arnia ha poi avuto origine, nell’800, l’arnia razionale a favi mobili, costruita in legno, con aperture verso il basso.
L’artista ha ritratto Peter Pavel Glavar (fig. 9) che è stato un importante protagonista dell’apicoltura slovena.

 

FIG. 9 - Peter Pavel Glavar

L’abito talare rimanda all’incarico di parroco a Komenda mentre, quello di amministratore della tenuta appartenente all’Ordine di Malta, è evidenziato dalla presenza della caratteristica croce ottagona, di origine bizantina (le otto punte rappresentano le otto beatitudini divine), adottata dall’Ordine, e nota anche come Croce di san Giovanni.

Peter Pavel si dedicò a diverse attività, sempre con buoni risultati: alla predicazione, alla scrittura, all’insegnamento (nella sua scuola privata), all’agronomia e all’allevamento delle api.
A proposito di quest’ultima attività occorre porre l’accento sul fatto che divenne uno degli apicoltori della regione con il maggior numero di alveari: ne gestiva più di 300 ed esportava il miele e la cera, da lui prodotti anche in Italia.

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Alla morte del padre, nel 1763, il Gran Maestro dell’Ordine dei Cavalieri di Malta, Emanuele Pinto de Fonseca, non volle prorogare il contratto amministrativo a P. P. Glavar che deluso, nel 1766, acquistò una tenuta con castello a Lansprez, nella quale dedicò tutte le sue energie all’agricoltura e all’apicoltura. In particolare vanno ricordate due realtà da lui fondate la prima Scuola privata di apicoltura dell’impero austriaco e la Cooperativa che riuniva gli apicoltori dei dintornI.

Negli ultimi anni della sua vita fu autore del primo testo d’apicoltura in lingua slovena. Morì nel 1784 e fu sepolto nella chiesa di San Giuseppe a Lansprez. Il ritratto di Anton Janša (fig.10) rende omaggio al noto apicoltore (e pittore) sloveno, nato a Bresniza (Kranj, in Slovenia) nel 1734 e morto nel 1773 a Vienna dove, alla corte di Maria Teresa d’Austria, fu il primo maestro in apicoltura dell’Impero Austriaco e contribuì allo sviluppo delle conoscenze apistiche, soprattutto sui voli di fecondazione delle api regine.




FIG. 10

il primo maestro in apicoltura dell’Impero Austriaco e contribuì allo sviluppo delle conoscenze apistiche, soprattutto sui voli di fecondazione delle api regine

Nell’opera Apicoltore che porta le arnie sulla spalla (fig. 11), l’artista coglie un momento di riposo dell’apicoltore durante il faticoso trasferimento degli alveari in un apiario nei cui pressi sono presenti nuove fioriture; oltre alle arnie rettangolari è riconoscibile un’arnia in paglia intrecciata. Il quadro testimonia la faticosa pratica del nomadismo apistico, grazie al quale si ottengono pregiati mieli uni fiorali o millefiori.

FIG 11 - Il quadro testimonia la faticosa pratica del nomadismo apistico, grazie al quale si ottengono pregiati mieli uni fiorali o millefiori.

 

 

 

Renzo Barbattini * Santi Longo **
* Università di Udine ** Università di Catania



 

Note

 L’impiego delle api a scopo bellico ha numerosi precedenti. In epoca romana, durante la terza guerra Mitridatica (76-62 a.C.), i soldati di Lucullo che, da una galleria sotterranea, erano penetrati nella città di Temiscra (= Themyscira), furono costretti alla fuga dagli orsi e dagli sciami di api liberati dagli abitanti della città assediata. Il poeta Virgilio, vissuto dal 70 al 19 a.C., durante la guerra civile sfuggì ai soldati rifugiandosi, e nascondendo gli oggetti di valore, fra i suoi alveari.
Il re dei Vandali Rodagasio che, nel 405 d.C., assediava il castello di Milliano (= Migliano), dove si era rinchiuso il console romano Manlio, fu costretto a desistere dagli sciami di api fatti lanciare, sul suo esercito, dal console. Stessa sorte subirono i portoghesi, guidati da Lupo Barriga, durante l’assedio della città di Tauli in Mauritania, nonché gli svedesi che, nel 1642, durante la guerra dei trent’anni, assediavano la città bavarese di Kissingen.
L’unico esempio di conquista di una città con l’impiego balistico di alveari è quello di San Giovanni d’Agri, a opera del leggendario Riccardo Cuor di Leone che, prima di arrivare in Terra Santa per partecipare alla crociata, imbarcò a Messina numerosi alveari che lanciò contro i Turchi, asserragliati nella città.

 È risaputo che le api, se disturbate, reagiscono aggredendo; ma fin dalla preistoria l’uomo ha scoperto che il fumo le ammansisce.
Ne basta poco perché tutte le api di una famiglia raggiungano rapidamente i favi rimpinzandosi di miele in modo tale che, aumentando di peso, perdono gran parte della loro agilità e della capacità di volare, e hanno maggiore difficoltà ad estrarre il pungiglione.

 L’invenzione di questo tipo di arnia si deve all’apicoltore e imprenditore di Illirska Bistrica (anticamente chiamata Villa del Nevoso, in Slovenia al confine con la Croazia) Anton Žnidersič (1874-1947) il quale aveva sperimentato i diversi tipi di arnia esistenti allora, ritenendoli inadatti alle caratteristiche climatiche della Slovenia.
Oltre che grande apicoltore, poeta e scrittore, Anton Žnidersič fu anche un imprenditore di successo: infatti, a Ilirska Bistrica era proprietario di una segheria, di una fabbrica di imballaggio e di un pastificio; a Maribor, invece, possedeva una fabbrica di cioccolata.

 Il modello raffigurato nel quadro risale al 18° secolo; si tratta di arnie di legno di abete o di tiglio, lunghe in media 70 cm, larghe tra i 25 e i 30 cm e alte tra i 18 e i 22 cm. Sui frontali di queste arnie, sono ritratte scene di arte popolare.
Queste arnie orizzontali sono modello “kranjic”: basse, senza telai. Portano il nome "kranjic" perchè il loro utilizzo prese piede originariamente in Alta Carniola, la cui capitale è Kranj. Successivamente questo tipo di arnia si è diffuso in tutta la Slovenia, e cento anni fa esso è stato sostituito dalla arnia moderna di tipo Znidersic.

 L’angelo - conformemente al Vangelo di Matteo (Mt. 1,20) - rivela a San Giuseppe, nel sonno, di non temere di prendere con sé Maria, perché ciò che in lei avverrà - vale a dire la gestazione - sarà opera dello Spirito Santo.

 Nell’arte, per identificare più facilmente i Santi, si è voluto affiancarli di un oggetto o di un animale riferibile ad un miracolo o al martirio (ad es. la graticola di San Lorenzo, gli occhi di Santa Lucia, i seni di Santa Agata) o ad una caratteristica biografica o della tradizione (il drago di San Giorgio, il cane di San Rocco, il porcellino di Sant’Antonio).
San Giuseppe falegname, appunto, può avere una sega, ma questa è un'iconografia piuttosto rara, poiché generalmente egli non è ritratto al lavoro, fin quando si diffuse nel 1500 l'iconografia della Bottega di San Giuseppe


 

BIBLIOGRAFIA CONSULTATA


- Barbattini R., D’Agaro M., Šivic F., 2008 - Le arnie orizzontali a favo fisso, anticamente diffuse in Val Resia (Friuli Venezia Giulia) e in Slovenia. Mondo Agricolo - Apimondia Italia, (4): 28-31.

- Marletto F., 1990 – Anton Janša. Apicolt. mod., 81: 236.

- Šivic F., 1997 – La tradizione dell’apicoltura in Slovenia. Atti Conv. naz. “Afs”, Tolmezzo (UD), 20 settembre 1997, Quaderni dell’Associazione Amici dei Musei e dell’Arte n. 4: 22-3

- Šivic F., 2003 – Ziveti s čebelami (Vivere con le api). Ministrsvo za kmestijstvo, gozdarstvo in prehrano (Republike Slovenije): 100 pp.

 


RINGRAZIAMENTI

Si ringrazia per la collaborazione l’ing. Franc Šivic dell’Associazione apicoltori della Slovenia – Ljubljana e il sig. Giuliano Zoppi (Parma).

 

 

RIVISTA NAZIONALE DI APICOLTURA APINSIEME | GENNAIO 2019

 

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