Rubriche di
Patrizia Fontana Roca

RELIQUIE E CORPI SANTI V

 

 

SANTA BENEDETTA MARTIRE

 

La giovane martire Benedetta viene uccisa il 4 gennaio del 352, sotto Giuliano l'Apostata e sepolta nel cimitero di Priscilla dove rimane fino al 1752, quando poi viene trasferita a Monacilioni.

Richiesto dal Parroco,dal sindaco e da altre persone eminenti, legate al Cardinale Giovanni Antonio Guadagni, custode delle reliquie, il Corpo della Santa verrà concesoo il 27 novembre 1751.

Le reliquie, prelevata da un gruppo di cittadini accompagnati dai alcuni sacerdoti, arriveranno in paese il 23 aprile 1752 e deposte nella cappella di S. Reparata, ma poi trasferite, più tardi, nella cappella della Chiesa Parrocchiale di Santa Maria Assunta.

Nel giugno del 1753, l'arcivescovo di Benevento mons. Francesco Pacca, effetttuerà la Ricognizione Canonica del Corpo della Santa che verrà collocata nell'Urna che ancora oggi la ospita.
Circa 100 anni più tardi, o dal corpo verrà prelevat un frammento di un osso occipitale, portato poi in processione e posto in un reliquiario..

il 3 gennaio 1991 la reliquia verrà donata ai cittadini di Monacilioni residenti in Argentina e venerata nella Parrocchia di Nostra Signora in Bernal (Buenos Aires).

 

SANTA BENEDETTA MARTIRE, DI ROMA

 

Santa Benedetta, nata a Roma, verso il V secolo dopo Cristo, fin da piccola aveva desiderato di dedicare la propria vita a Dio, diventando seguace della religione cristiana e decidendo di farsi monaca e di entrare in convento.

La famiglia, aveva osteggiato, all'inizio, la sua vocazione, ma compresa l'irremovibilità della ragazza, alla fine appoggerà questa sua decisione. Ella prenderà i voti, entrando a far parte di un monastero, situato accanto all’antica Basilica di San Pietro nella città del Vaticano, dove passava le sue giornate pregando e compiendo opere sante, sottoponendosi a duri digiuni, con l'aiuto di Santa Galla, fondatrice del suddetto monastero, conosciuta in convento e con cui instaurerà una stretta amicizia.

Dopo la sua scomparsa, venne fatta santa ed il suo corpo venne deposto nella Basilica dei Ss. XII Apostoli, nella Cappella della Pietà. Il 21 Febbraio, durante la festa di San Sabino e di San Clemente, la testa di santa Benedetta viene anche esposta. Si sa per certo che una parte del suo corpo si trova nella Chiesa di Santa Caterina in Borgo. 

Santa Benedetta è una delle patrone della città di Roma. In questo comune, il 6 Maggio di ogni anno, molti pellegrini si recano nella Basilica dei Ss. XII Apostoli per renderle omaggio.
Nel Martirologio Romano è commemorata il 6 maggio.

PREGHIERA

Illustre Vergine e Martire
Patrona ed avvocata nostra,
deh! gradite il culto che abbiamo per voi,
e i voti che ogni anno vi offriamo.
Vi preghiamo di ottenerci la perseveranza nelle buone opere,
ed una viva fede,
affinché con ferma speranza potessimo aspirare al Cielo
per godervi insieme con gli angeli e i Santi
nello splendore dell’Eterna Carità.

 

 

SAN LIBERATO MARTIRE

 

San Liberato martire è venerato in Molise, a Roccamandolfi, in provincia di Isernia.
Nel Medioevo, la duchessa Anna Ardojno Pignatelli chiese alle autorità ecclesiastiche il corpo di un Martire da poter venerare come proprio Santo protettore ed il corpo del santo martire venne là traslato dal cimitero di San Porziano di Roma (1780).
In questo paese,  San Liberato si festeggia la prima domenica di Giugno. San Liberato è poi anche festeggiato in Campania a Pietravairano in provincia di Caserta.

Sul conto di san Liberato, o Liberale, martire di Roma, ricordato il 20 dicembre, non si hanno tante notizie storiche, tranne che il suo nome di origine latina significa "liberato dalla schiavitù".

Non si conosce tantissimo sulla propria esistenza, ma che le sue reliquie vennero ritrovate nel cimitero Septem Palumbassulla strada Salaria Vecchia, dove erano sepolti altri due martiri, Giovanni e Festo


Cosa riportata anche nel suo martirologio: «Sempre a Roma sulla via Salaria antica nel cimitero ad Septem Palumbas, San Liberale, martire, che si dice abbia un tempo ricoperto nel mondo la carica di console.» 

Aveva, dunque ricoperto questa carica, ma, fattosi cristiano, rinunciò alla carriera e agli agi, venne arrestato e condannato a morte, sotto il regno di Claudio il Gotico (269-270).

Alcuni pensano che, secondo la tradizione, il suo corpo giace al di sotto della basilica dedicata al martire Giovanni.


Un certo Florio, in onore del martire, eresse un mausoleo tombale, raccontando che il sepolcro era stato profanato durante l’invasione di Alarico nel 410 e che lui, fedele devoto, l’aveva restaurato.



 


Altre Reliquie di San Liberato sono venerate a Pietramelara, in provincia di Caserta.

 

PREGHIERA

 

O glorioso San Liberato, che sacrificaste la vita per seguire la via di Cristo, donateci la grazia di essere disposti anche noi a sacrificarla e a soffrire per Lui, anzichè perdere la Sua grazia e il Suo amore.
Dateci la forza di esser pronti a mortificarci con la penitenza, allontanandoci dalle lusinghe del mondo, unendoci a Dio per i secoli dei secoli. Amen.

 

 

SANT'AGAPE VERGINE E MARTIRE

 



Il corpo di Sant’Agape, vergine e martire dei primi secoli, è venerato a Oreno, presso l’altare di San Giuseppe, nella navata sinistra della chiesa parrocchiale di San Michele Arcangelo.

 

I resti della Santa, il cui vero nome e circostanze del martirio sono sconosciute, vennero ritrovati in una delle catacombe di Roma e successivamente esposti alla venerazione dei fedeli, nel Monastero della Ss. Concezione ai Monti in Roma.

Nel 1691 la Sacra Congregazione dei Riti approvò l’Ufficiatura e la Messa in onore della Santa, a cui venne datoo il nome di Agape, che, nel testo greco del Nuovo Testamento, significa “Carità, Amore per il prossimo ”.

Le reliquie vennero donate, nel 1857, al Duca Tommaso Gallarati-Scotti per deporle nella sua Cappella Ducale, ma, Il 25 settembre 1977, su richiesta del conte Gian Giacomo Gallarati-Scotti, esse vennero donate e traslate solennemente nella Chiesa Parrocchiale di San Michele Arcangelo in Oreno di Vimercate, in provincia di Monza e Brianza.

 

Nel piano sotterraneo del Duomo di Chiari, si trovano le reliquie di Sant’Agape martire, ricomposte in un simulacro di ceroplastica, estratte dalle catacombe romane di Ciriaca. esse ssono meta di pellegrinaggio.

 

 

SANT'AGAPE DI TERNI

Su una torre costruita nel Medio Evo a Terni, c'è una targa con la scritta “Chiassuolo Sant’Agape” per ricordare la martire Agape e la chiesa a lei dedicata, che sorgeva vicino alla torre, nel rione Castello.

Agape viene descritta, come una nobile vergine ternana, discepola del vescovo Valentino e della chiesa costruita nel luogo della sua sepoltura, in un posto detto "Infra Turres" tra le torri, dove fu ritrovato il corpo, trapassato da una spada e dove poi venne costruito un tempio di cui ormai non rimane nulla,
Nei sacri libri delle reliquie dei Santi di Roma e dintorni, si legge che si tratta di Agape, vergine e martire, il cui capo è venerato nella chiesa dei Santi Apostoli a Roma, mentre il corpo a Terni. Viene ricordata il 15 febbraio.

"La piccola chiesa di S. Agape, era della famiglia Carrara, al cui palazzo è annessa. Vi si trova un quadro che rappresenta la santa in ginocchio in atto di preghiera e contemplazione. In alto, sulla cappella, su un ornamento del frontespizio, vi è il seguente distico: Cor Cathedralis habet, caput Urbs, Arx Agapis artus: Divitias tantas non capit una sedes (Il cuore di Agape sta in Cattedrale, il capo a Roma, il corpo alla Rocca; un sol luogo non è capace di contenere tante ricchezze).

E ancora: Nella torre, che aparteneva al tempio di S. Agape, furono ritrovate fra la terra ossa, ceneri e sangue, che in modo meraviglioso tramandavano soavissimo odore; e da molti altri indizi fu potuto constatare che esse erano le reliquie della stessa vergine e martire, già da lunghissimo tempo conservate e riposte nella stessa chiesa."

Scritto da Francesco Angelo Rapaccioli, prete cardinale di S. R. Chiesa, vescovo.

PREGHIERA

O Signore, che nei Tuoi Santi, noti ed ignoti, costituisci degli esempi, per noi da imitare, concedi che per la loro intercessione, possiamo meritare l'eterna salvezza. Amen.

 

 

 

 

SAN PONZIANO

 




San Ponziano, martire, patrono di Spoleto,viene ricordato nel Martirologio romano il 19 gennaio.
Visse nel II secolo ed il suo corpo era conservato assieme ad altri, presenti a Spoleto nella chiesa a lui dedicata. A Spoleto, nel rinvenimento dei corpi santi e nella costruzione dei loro sepolcri si distinsero anche delle donne.

Il giovane Ponziano di Spoleto, di nobile famiglia, al tempo dell'imperatore Marco Aurelio, durante una notte avrebbe avuto un sogno, in cui il Signore gli diceva di diventare suo servitore. Ponziano si mise così a predicare il nome del Signore, contro le persecuzioni del giudice Fabiano, contro i cristiani.

Si dice che quando fu arrestato, un giudice gli chiese come si chiamasse e lui rispose ”Io sono Ponziano ma mi puoi chiamare Cristiano”. Durante l'arresto venne sottomesso a tre prove:
- venne buttato in una gabbia che conteneva dei leoni ma essi non gli diedero molestia, anzi si fecero accaressare
- fu fatto camminare sui carboni accesi ma egli superò questa difficoltà senza problemi
- fu imprigionato senza acqua nè cibo che gli vennero però fornite da angeli del cielo.
Infine, venne portato su un ponte dove gli venne tagliata la testa.

Da quel giorno il ponte è noto come Ponte Sanguinario. Il martirio sarebbe avvenuto il 14 gennaio 175. La tradizione dice che la sua testa, appena decapitata, rimbalzò, finendo sul Colle Ciciano, e là dove cadde zampillò una fontana miracolosa.

Fu là, poi, che venne in seguito eretta la chiesa di san Ponziano, affiancata più tardi,  da un monastero.

E' protettore contro i terremoti:al momento della sua decapitazione, infatti, si verificò un terremoto al momento della sua decapitazione, e al santo viene attribuita la seguente profezia "Spoleto tremerà ma non crollerà"; poi il 14 gennaio 1703 si ebbe la prima scossa di una serie che avrebbe devastato la zona per venti anni circa, senza però produrre vittime.

Il culto di san Ponziano crebbe progressivamente, fino a che, nel 966, il vescovo di Utrecht ne trasportò le reliquie in quella città, che lo elesse compatrono.

PREGHIERA

La vita e la morte di san Ponziano ci dicono che il seme del Vangelo può portare frutto nel cuore e nella vita dell’uomo.

Chiediamo insieme che la sua intercessione ci ottenga di vivere una esistenza autenticamente cristiana, una vita fedele al Signore, segnata da libertà, gratuità, giustizia, condivisione e pace, perché possiamo narrare a tutti la speranza che ci abita e, vedendo le nostre opere buone, gli uomini e le donne di oggi rendano gloria al Padre che è nei cieli.

 

 

 

 

SAN PRIMITIVO

 

San Primitivo Martire, 26 aprile

La Prenestina collegava Roma all’antica città di Praeneste, l’odierna Palestrina.

La via, dalla Porta Esquilina, raggiungeva Porta Maggiore, da cui si sviluppava un tracciato, ricalcato dalla via moderna, fino alla città di Gabii, stazione intermedia posta al XII miglio, per poi giungere a Praeneste, alla distanza di 23 miglia da Roma.
A Gabii il percorso della Prenestina antica diventava molto pittoresco, tra filari di pini marittimi e boschetti sacri.

A sinistra, sullo sfondo dei colli Tiburtini e Prenestini, si stagliano i resti della chiesa paleocristiana di San Primitivo.

PREGHIERA


Signore, che Ti circondi della schiera beata dei Tuoi Santi, rivolgi a noi la Tua misericordia e, per l'intercessione di S. Primitivo martire, perdona i nostri peccati e donaci la Tua pace. Amen.

 

 

 

SANTA GATUZIA

Di Santa Gatuzia Martire, uccisa per la sua fede in Cristo nei primi secoli dell'era cristiana, si sa poco o niente, tranne che il suo Corpo è venerato presso la chiesa di Santa Maria di Monteverginella in Napoli.

PREGHIERA

 

O Signore, che Ti compiaci della venerazione tributata ai Tuoi Santi Martiri, concedi che per i meriti e l'intercessione di Santa Gatuzia, possiamo arrivare a Te e alla Tua beatitudine, dopo le lotte della vita,

 

 

 

SANTA GENNARA

L'onomastico di santa Gennara è festeggiato il 2 marzo, in ricordo della Santa martirizzata a Porto Romano con i Santi Eraclio, Paolo e Secondilla.
Il signicato del nome latino era: Consacrata, devota a Giano, il dio bifronte romano che presiedeva alle porte e ai passaggi, all'inizio dell'anno, all'inizio del mese e a qualsiasi attività.

Viene festeggiata a Mrrcatale San Casciano val di Pesa, che ne ricorda il Patronato, il 23 luglio.

Al maschile, Gennaro, è un nome molto diffuso nel Napoletano, festeggiato il 19 settembre, in ricordo di San Gennaro, patrono di Napoli, che fu vescovo di Benevento, martirizzato a Pozzuoli nel 305.

GENNARA di Cartagine, martire assieme a Donata, Generosa, Narzale, Vestina e altri compagni chiamati “Scillitani”.

 

Il Martirologio Romano alla data 17 luglio riporta:

A Cartagine si ricorda il natale dei santi Martiri Scillitani, 12 martiri cristiani, tra i primi registrati in Nord Africa.
Facevano parte della comunità cristiana di Scili (Scillum), in Numidia e subirono il martirio a Cartagine il 17 luglio 180, venendo decapitati. Essi erano: Sperato, Narzale, Citino, Veturio, Felice, Acillino, Letanzio, Gennara, Generosa, Vestia, Donata e Seconda, che, per ordine del Prefetto Saturnino, dopo aver confessato la loro sequela a Cristo, vennero imprigionati, sottoposti a torture e infine, decapitati.

 

Dall'Africa le loro reliquie vennero trasferite in Francia nel IX secolo, poi successivamente a Roma, nella chiesa dei Ss. Giovanni e Paoloal Celio dove, sono tuttora conservate in un sarcofago di marmo.
Vengono venerati come santi dalla Chiesa cattolica, da quella ortodossa e da quella copta. La loro festa è il 17 luglio.

Nella città di Gubbio si venerava il corpo di S. Gennara, vergine del monastero di S. Spirito.

PREGHIERA

 

Oh Signore, donaci la tua misericordia, per intercessione di Santa Gennara, che risplende nella chiesa, per la gloria della verginità e del martirio.

 

 

 

SANTA GIOCONDA DI ROMA


L'onomastico è tradizionalmente festeggiato il 25 novembre in ricordo di Santa Gioconda vergine vissuta in Emilia fra il IV e il V secolo.
Vengono, inoltre, ricordate dalla Chiesa una martire di Tarso, il 10 maggio; un'altra di Roma il 2 giugno e una martire di Nola, il 27 luglio.

Santa Gioconda di Roma, Vergine e martire, viene ricordata il 15 agosto: era una giovane martire romana, deposta nella catacomba di Ciriaca, al Verano, le cui reliquie furono poi destinate alla località valsesiani di Rimella.

Le sue ossa giunsero da Roma a Novara, portate nella cappella dei Frati Cappuccini, pulite e sistemate all’interno dell’urna che già aveva contenuto le spoglie del secondo vescovo della città, che, nel 1789, in occasione delle nozze tra l’Arciduca d’Este e Maria Teresa d’Austria, vennero trasportate solennemente, per riporle nel nuovo altare lui dedicato nella cattedrale.

L'urna usata in quel trasporto venne poi acquistata da un cittadino di Rimella per poter contenere i resti di Gioconda, da portare nella comunità walser della Val Mastallone.
Le celebrazioni per questo fatto, avvenuto nel 1790, durarono tre giorni, con la partecipazione di tutti i sacerdoti della valle, di una delegazione del capitolo della cattedrale, coi musici ed alcuni illustri predicatori.

Il culto nei confronti della Santa rimase vivo anche tra i rimellesi che per lavoro emigravano altrove e che costituirono una associazione: il Consorzio di Santa Gioconda, con lo scopo di favorirne la pratica devozionale, approvata nel marzo 1902.

Precedentemente, nel settembre1842 l’urna era stata aperta per una pulizia delle vesti che ricoprivano le ossa, ma solo nel 1903 si portò il cranio a Milano che per una migliore conservazione delle ossa, venne ricoperto di cera.
L'altare di San Rocco, decorato dal pittore Lorenzo Peracino, sotto cui venne collocata l’urna coi resti di Gioconda, fu rinnovato nel 1860 con le offerte del Consorzio e assunse il nome della presunta martire. L’ampolla, che si ritiene conservi il suo sangue, venne destinata all’oratorio della Visitazione della frazione Roncaccio Superiore, località d’origine di Giuseppe Antonio Molino, donatore delle reliquie.

Vari racconti, alquanto fantasiosi, hanno preso vita nei secoli attorno al corpo della Santa: ad esempio, che, all'’arrivo del corpo, il carro su cui viaggiava, giunto al ponte detto delle “Due Acque”, prese per errore la strada di Fobello, ma i cavalli, dopo poco, si fermarono e nulla valse a smuoverli. I fedeli, allora, presero l’urna sulle spalle ma improvvisamente essa diventò così pesante da non poter più essere trasportata e, imboccata poi la strada per Rimella, i cavalli proseguirono speditamente, mentre il carico tornava al suo peso naturale.
Un'altra versione della storia dice, invece, che una frana, caduta sulla strada per Fobello, aveva costretto il corteo a deviare per Rimella e, giunto alla chiesa del paese, non era più stato possibile proseguire, non riuscendo nessuno a smuovere il carro. Ciò venne interpretato dai rimellesi come desiderio della santa di rimanere in quel posto.


Questa Santa Gioconda, non ha niente a che vedere con l’omonima santa venerata a Reggio Emilia che, però, non ha alcun legame con la catacomba del Verano, da cui venne prelevato il corpo di Rimella.

La festa in onore di Gioconda è celebrata ogni anno nella prima domenica di agosto, ed una manifestazione più ampia ricorre ogni 25 anni. In tale occasione, l’urna viene esposta alla venerazione dei fedeli e portata in processione nel comune di Rimella, ogni volta percorrendo un itinerario diverso, con grande affluenza di devoti dei paesi vicini, tra luci, fiori, fiaccole e falò.
Le reliquie, dopo essere state vegliate per tutta la notte e visitate dai fedeli, il giorno successivo, vengono riportate processionalmente nella chiesa parrocchiale e riposte nella luogo abituale.

 

PREGHIERA

 

O Signore, che Ti compiaci della venerazione tributata ai Tuoi Martiri, concedi che, per i meriti e l'intercessione di S. Gioconda, di cui Ti furono care la vita e la morte gloriosa, possiamo meritare le grazie temporali e spirituali necessarie a conseguire l'eterna beatitudine. Amen.

 

 

SANTA RESTITUTA

 

Restituta d'Africa, o Restituta di Teniza (TenizaIII secolo – Cartagine16 maggio 304), è stata una santa berbera, vergine e martire; il suo culto è diffuso in Italia  dall'Alto Medioevo.

Santa Restituta era originaria di Cartagine, o forse di Tenizia, cioè Ponizarius, l'attuale Biserta, in Tunisia, sulla costa prospiciente lo stretto di Sicilia. che, nel III sec. era già sede episcopale presso Cartagine. Seguiva, da cristiana, la scuola di san Ciprianovescovo di Cartagine, e fece parte del gruppo dei martiri di Abitina.

Durante una delle tante persecuzioni anticristiane, ordinate dall'imperatore Diocleziano nel 304, molti cristiani, provenienti anche dalle vicine città di Cartagine e Biserta, continuarono a radunarsi, in casa di Ottavio Felice, in Abitina, per celebrarvi il rito eucaristico, detto dominicum, sotto la guida del presbitero Saturnino.
Ma una cinquantina di essi venne sorpresa dai soldati romani che li arrestarono, interrogarono, e li trascinarono in catene a Cartagine, dove, il 12 febbraio 304 vennero interrogati alla presenza del proconsole Anulino e, continuando a proclamare la loro fede nonostante le torture, vennero condannati a morte. Tra di essi, c'era anche Restituta che, secondo una più tarda Passio, venne processata e condannata al martirio, e posta in una barca piena di sostanze infiammabili, spinta al largo e data alle fiamme.
Ma, la santa rimase illesa, mentre il fuoco annientava l'altra imbarcazione con i suoi occupanti.
Restituta ringraziò il Signore e invocò che un angelo l'accompagnasse durante la traversata: venne esaudita e serenamente, poi, spirò.

Un'altra  tradizione narra, invece, che la barca, guidata dall'angelo, approdò all'isola d'Ischia, toccando terra nella località detta ad ripas, oggi baia di San Montano, dove abitava una matrona cristiana di nome Lucina, che, avvertita in sogno dall'angelo, si recò sulla spiaggia, dove trovò l'imbarcazione arenata e in essa il corpo intatto di Restituta.
Radunata la popolazione, la martire venne sepolta alle falde dell'attuale Monte Vico in Lacco Ameno, detto Eraclius, dove sono conservati i ruderi di una basilica paleocristiana e dove sorge oggi un santuario dedicato alla Santa. La leggenda racconta che quando la barca toccò la spiaggia, per miracolo questa si riempì di gigli bianchi: i gigli di Santa Restituta.

Nei vari luoghi dove trovarono rifugio gli esuli cartaginesi, ebbe origine la devozione alla martire africana: in Lacco Ameno (Ischia), a Napoli, CagliariPalermoCalenzana (Corsica), Montalcino e Oricola, Sora, Tarquinia...



 

Madonna in trono col Bambino fra i Santi Gennaro e Restituta di Lello da Orvieto (1322)

PREGHIERA

 

O Signore, che ispirasti santa Restituta la forza di dare la vita nel martirio, per il Tuo Nome, concedi che, ispirati dal Suo esempio, possiamo rafforzare la nostra fede e meritare la vita eterna.
Amen.

 

 

SANTA ASELA

Santa Asela, di Roma, che, come scrive san Geronimo, visse molti anni in digiuni ed orazioni.

 

Su questa santa la fonte principale è la lettera di San Geronimo a Santa Marcela (31 gennaio), sorella di Asela,dopo la morte di quest'ultima.

In essa egli ne parla in tono di elogio per la sua radicale sequela a Cristo, contro le vanità e i piaceri del mondo. Santa Asela fu una delle donne a cui San Geronimo si rivolgeva, per guidarle verso le massime virtù e verso Cristo, o verso una virtuosa vita coniugale.


La vita ascetica e mistica di Asela iniziò quando aveva appena dieci anni, dopo aver consacrato la sua verginità a Dio. A dodici anni si chiuse in una stanza della sua casa, cella improvvisata, rinunciando ad ogni piacere, immergendosi in una vita di penitenza, indossando solo una ruvida vestaglia, mangiando solo quattro giorni a settimana, pane, acqua, sale e alcune erbe amare, come gli eremiti. Durante la Quaresima, invece, non mangiava nulla durante l'intera settimana della Passione.
Chiusa nelle sue stanze, non permetteva a nessuno di entrare, nemmeno alla sua amata sorella Santa Marcela, che la incoraggiava a seguire Cristo da dietro la porta chiusa.

Durante il giorno, era impegnata a leggere e recitare i Salmi, a fare lavori manuali o ad approfondire le Scritture, pregando intensamente ed insistentemente, tanto chè sulle ginocchia le si formarono due grosse masse carnose. Dopo quarant'anni di vita claustrale si radunò attorno a diverse vergini che volevano vivere una vita più impegnata nel Vangelo, formando una comunità monastica di cui divenne badessa. Morì il 6 dicembre, 404 o 405.

PREGHIERA

 

O Dio, che hai unito alla passione del Tuo Figlio, la gloriosa martire S. Asela, per sua intercessione sostieni la nostra debolezza e fà risplendere in noi la Tua potenza.

 

 

SANT'IGNAZIO DA ANTIOCHIA

Ignazio di Antiochia, o Teoforo (portatore di Dio) o Illuminatore, abbracciò la fede per opera degli apostoli è particolarmente di S. Giovanni, di cui fu discepolo prediletto. (35 circa – Roma107 circa), era un vescovo e teologo siro, venerato come santo dalla Chiesa cattolica ed anche da quella ortodossae, elencato fra i Padri della Chiesa e Padre Apostolico. Successe a Pietro come vescovo di Antiochia di Siria, cioè della terza città per grandezza del mondo a quei tempi.

Crebbe da pagano ma venne convertito in età adulta da san Giovanni Evangelista.
Secondo tradizione, nel 69, durante il regno dell'imperatore Traiano,  venne nominato successore di Pietro, dopo sant'Evodio, come Vescovo di Antiochia, ma venne condannato "ad bestias", cioè come "condanna alle bestie", condanna a morte riservata nell'antica Roma ai criminali peggiori di basso rango o agli schiavi che avevano commesso qualche reato contro i propri padroni, che venivano appunto condannati a essere divorati vivi dalle belve nelle arene.
Venne quindi imprigionato e condotto, sotto la scorta di una pattuglia di soldati, da Antiochia a Roma, per esservi sottoposto a morte.

Nel corso del viaggio,  scrisse ben sette lettere alle chiese che incontrava sul suo cammino o vicino ad esso, una testimonianza unica della vita della chiesa dell'inizio del II secolo: le prime quattro lettere vennero scritte da Smirne a tre comunità dell'Asia MinoreEfeso,Magnesia e Tralli, in esse ringraziava per le numerose dimostrazioni d'affetto e con la quarta lettera supplicava i Romani di non impedire il suo martirio, inteso come desiderio di ripercorrere la vita e la passione di Gesù: "Com'è glorioso essere un sole al tramonto, lontano dal mondo, verso Dio. Possa io elevarmi alla tua presenza".

Partito da Smirne, Ignazio giunse nella Troade, dove scrisse altre tre lettere: alla chiesa di Filadelfia e a quella di Smirne, chiedendo che i fedeli si congratulassero con la comunità d'Antiochia, che aveva sopportato con coraggio le persecuzioni. Scrisse anche a Policarpo, vescovo di quella città, aggiungendo interessanti direttive per l'esercizio della sua funzione di vescovo, consigliandogli di "tenere duro come l'incudine sotto il martello". Le sue lettere esprimono il suo amore a Cristo e alla Chiesa e, per la prima volta, appare l'espressione "Chiesa cattolica", ritenuta un neologismo creato da lui.

Le Lettere di Ignazio sono un mezzo per conoscere le condizioni e la vita della chiesa del suo tempo e, in particolare, nelle sue lettere appare per la prima volta la concezione tripartita del ministero cristiano: vescovopresbiteri e diaconi. Ignazio desiderava una nuova organizzazione della chiesa cristiana in cui un solo vescovo presiedesse “al posto di Dio” esercitando l'autorità su molti sacerdoti. Queste idee influenzarono e stimolarono l'elaborazione teologica successiva.

Altro tema importante è la confessione della vera umanità di Cristo contro i docetisti, i quali sostenevano che l'incarnazione del Figlio di Dio fosse stata solo apparente.

Raggiunta Roma dopo un viaggio, lungo e faticoso, Ignazio subì il martirio nel 107, del regno di Traiano, secondo quanto riferisce Eusebio. Venne divorato dalle bestie feroci nei festeggiamenti in onore dell'imperatore, vincitore in Dacia. Le sue ossa, raccolte da alcuni fedeli, vennero riportate ad Antiochia e sepolte nel cimitero della chiesa fuori della Porta di Dafne.

Successivamente, però, a seguito dell'invasione saracena, le reliquie vennero riportate a Roma e sepolte nel 637 presso la basilica di San Clemente al Laterano dove sono ancora presenti, assieme a quelle di Clemente. Una parte del cranio è custodita nella chiesa di Sant'Ignazio d'Antiochia, nella periferia sud di Roma.
La Chiesa cattolica celebra la sua festa il 17 ottobre o il 1º febbraio nella Forma straordinaria, quella copto ortodossa il 2 gennaio.

PREGHIERA

 

O glorioso Santo, nostro Protettore ed intercessore, a Te ricorriamo, fiduciosi del tuo aiuto, per riguardarci nella nostra debolezza e per fortificarci nella fede e nella fedeltà alla santa legge di Dio.
Liberaci da ogni pericolo materiale e spirituale affinchè, affrancati dalle nostre catene terrene, e con la Tua protezione e potente intercessione, tutti possiamo giungere al Santo Paradiso, per innalzare con Te, un eterno canto di Alleluja a Dio.
Amen.

 

 

SANT'AURELIO MARTIRE

Poche notizie su questo santo e la sua sepoltura, poichè ci sono altri santi con lo stesso nome e di maggiore importanza, come Sant' Aurelio di Cartagine Vescovo, festeggiato il 20 luglio, che nel 388 era diacono a Cartagine, poi Vescovo di Ippona, che fece amicizia con sant’Agostino.

Molti cristiani, che erano stati fedeli negli anni delle persecuzioni, erano propensi a riaccogliere e perdonare chi aveva ceduto per debolezza, altri, invece, li respingevano trovando appoggio nel Vescovo Donato, della Numidia, che tendeva alla purificazione della Chiesa, separandola dal mondo profano e dall’impero.
La maggioranza dei cristiani lo accettò (anche mettendosi contro il Papa e l’imperatore) come vescovo di Cartagine e la Chiesa si divise: i cattolici da una parte, i “donatisti” dall’altra. Dopo la morte di Donato, che avvenne durante la deportazione (ca. 355), i suoi si divisero ancora, vescovi contro vescovi, fedeli contro fedeli.

A Cartagine, Aurelio trovò i cattolici uniti, sì, ma con scarsa fede ed opere, carenti nella dottrina, le chiese venivano usate per vari scopi, con monaci di poca fede e poche opere, che Aurelio mandava a lavorare nei campi mentre Agostino cercava di spiegare loro il perché col trattato "De opere monachorum". Il pensiero del vescovo di Ippona nutriva e incoraggiò Aurelio nel dare nuova vita alla Chiesa, richiamandovi i lontani.
Perciò Aurelio si impegnò innanzitutto con la sua carità e anche con atti ufficiali. Al Concilio di Ippona (393) offrì accoglienza ai vescovi donatisti che volevano tornare con i loro fedeli all’unità, ammettendo al sacerdozio anche chi era stato battezzato dagli scismatici. Insomma cercò di dar pace a questa grave crisi in Africa, tra africani. Nelle cose che toccavano la fede, cercò una immediata sintonia con Roma.
Aurelio e Agostino moriranno nelle loro sedi episcopali di Cartagine e di Ippona nello stesso anno, il 430, mentre si avvicinava l’invasione dei Vandali.

Sant'Aurelio vescovo

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Il nome Aurelio riprende il cognomen romano, portato dalla Gens Aurelia; frequentemente ridotto al nome aurum ("oro") o aureus ("dorato", "brillante"]. Secondo altre fonti, Aurelius deriverebbe o da un diminutivo di auris ("orecchia", quindi "dalle piccole orecchie] o da Auselius, una latinizzazione del nome del dio sabino del sole Ausel (da cui il nome Aurora.)
Divenne famoso per essere stato portato dall'imperatore romano Marco Aurelio e venne ripreso in epoca rinascimentale, anche grazie a vari santi dello stesso nome. Il nome Aureliano è' un suo derivato.

Uno dei più noti è Santo Aurelio martire di Cordova, nell'852. Nel giorno della sua festa, il 27 luglio, nella cappella Borghese in S. Maria Maggiore si espone la reliquia di un braccio. Viene ricordato assieme ad altri martiri: Giorgio Diacono, Aurelio e sua moglie Natalia, Felice e sua moglie Liliosa. Il 20 Ottobre viene, invece, rticordata la Traslazione di questi Martiri da Cordova a Roma.

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Si ricorda, inoltre, Aurelio, martire, le cui spoglie fanciullesche sono conservate in una statua di cera, protetta in un’urna a vetri, nella chiesa di S. Pietro in Vincoli.

 

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Sotto l'altare della chiesa Matrice di Bisacquino si venerano le reliquie  del corpo quasi intero di S. Aurelio, soldato romano, portato da Roma il 7-5-1774.

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Un altro Santo Aurelio, Sabazio, martire di 15 anni, viene ricordato la seconda domenica di maggio nella Chiesa Parrocchiale di Sant’Andrea Apostolo, in Gallicano nel Lazio. Dalla metà del sec. XVIII, viene venerato il corpo del santo, donato dalla principessa locale, Vittoria Altieri Pallavicini, in occasione della consacrazione della Chiesa, da lei stessa ricostruita ex novo.
Il corpo venne dissotterato dalle Catacombe di Priscilla e portato in processione fino a Gallicano nel mese di maggio.

Nel 1827 il corpo, a causa di un incendio, andò bruciato ma ne rimasero alcuni frammenti, risistemati nel simulacro di cera ancor oggi visibile, sotto l’altare della Cappella della Madonna delle Grazie. Il santo è Patrono secondario di Gallicano.

PREGHIERA

O figlio fedelissimo della chiesa, glorioso S. Aurelio, per quella incrollabile Fede da cui foste animato e che sapeste conservare intatta fra tanti pericoli, concedete anche a noi di maggiormente apprezzare un sì prezioso tesoro e degnatevi di impetrarlo a tanti infelici che ancora ne sono privi. Amen.

 

 

BEATO SIMONE BALLACCHI

 




Simone Ballachi, di Sant'Angelo di Romagna, era di famiglia nobile, nato a Sant’Arcangelo (Forlì) verso il 1240.
Il padre avrebbe voluto avviarlo alla carriera militare, ma il giovane, vissuto alla fine del XIII secolo, illuminato da Dio sulla vanità delle grandezze mondane, rifiutando la glorie delle armi e delle agiatezze mondane, decise di indossare l'abito di converso dell'Ordine de' Predicatori, nel convento dei Domenicani di Rimini, dedicandosi ai lavori più umili, curando la terra e faticando nelle mansioni più umili e faticose.
Il suo impegno nel lavoro e nella preghiera, venne, però, attenuato dal suo stesso superiore, intervenuto perché preoccupato per la sua stessa salute. Egli, infatti, passava lunghe ore in preghiera pregando e sfinendosi con digiuni. Dava molto tempo alla preghiera ed alla penitenza e per vent’anni si flagellò per la conversione degli eretici e dei peccatori; alla preghiera e alla penitenza, aggiunse un lavoro attivissimo, catechizzando i fanciulli, esortando i peccatori e adoperandosi in tutti i modi per distruggere il male con la predicazione ed atti di profonda devozione e contrizione-
Le incessanti lacrime versate per le anime perdute gl’inaridirono gli occhi, facendolo diventare cieco all’età di cinquant’anni. Trascorse gli ultimi anni della sua vita in un letto, a Rimini, spesso circondato di luce. Là morì nel 1319.

Aveva il dono della profezia ed era ritenuto autore di miracoli. I suoi resti, nel 1817, vennero trasferiti nella collegiata di Sant’Arcangelo.

Papa Pio VII il 14 marzo 1820 ha concesso la Messa e l’Ufficio propri.

PREGHIERA

 

Per intercessione del beato Simone, uomo di preghiera e di umiltà evangelica, concedici, o Signore, di imitarlo nella costante ricerca di Te, unico e sommo bene. Per Cristo nostro Signore. Amen

 

 

SAN SALVATORE DA HORTA

 

Nato nel dicembre 1520 a Santa Coloma de Farnés, in Catalogna (Spagna). da una famiglia, di cui si conosce solo il cognome, Grionesos. Essa lavorava assistendo gli ammalati del piccolo ospedale della zona, che in seguito diressero. Rimasto orfano molto presto, si dedicò a diversi lavori, per mantenere se stesso e la sorella Blasia e, quando quest'ultima si sposò, il giovane si dedicò alla vita religiosa e il 3 maggio 1541 entrò nel convento francescano di Barcellona, con il nome di fra' Salvatore.

Dopo il periodo di prova nell'abbazia benedettina di Montserrat, scelse la via della povertà, entrando definitivamente nel convento francescano di Barcellona, presso cui fece la professione religiosa nel 1542. Più tardi, venne mandato in diversi conventi, tra cui quelli di Bellpuig Horta, dove rimase per dodici anni, Reus. Era sempre destinato a svolgere lavori umili e faticosi.
Venne infine trasferito nel convento di Tortosa dove, intanto, la gente giungeva numerosa per visitarlo, perchè erano da tanti riconosciute le sue doti di taumaturgo, attribuuendogli molti miracoli. Questo venne ritenuto alquanto scomodo per i suoi stessi confratelli, tanto da provocargli continui trasferimenti. Alcuni episodi di cui fu protagonista, gli attirarono anche una denuncia all'Inquisizione di Barcellona, che si risolse poi in un nulla di fatto.
La sua ultima destinazione fu il convento di Santa Maria di Gesù a Cagliari, dove giunse nel novembre 1565 e dove morì, in fama di santità, in seguito a una malattia, il 18 marzo 1567.

Venne proclamato beato, su richiesta di Filippo III di Spagna, il 15 febbraio 1606 da papa Paolo V. Il 17 aprile 1938 venne canonizzato da Pio XI.
Le reliquie del santo furono inizialmente conservate nel convento di Santa Maria di Gesù, luogo della sua morte. Nel 1607 venne trafugato il cuore e portato nel convento francescano di San Pietro di Silki a Sassari.

Nel 1718, in seguito alla demolizione di Santa Maria di Gesù, le spoglie del santo vennero trasferite prima nella chiesa di San MauroVillanova (in cui è ancora conservata una reliquia e l'arca in pietra che ne conteneva il corpo) e da qui, nel 1758, nella chiesa di Santa Rosalia nella Marina.
Santa Rosalia è il principale santuario di San Salvatore, dove il suo corpo è esposto, all'interno di una teca in vetro posta sotto l'altare maggiore, alla venerazione dei fedeli.


Il nome Salvatore è molto diffuso nell´Italia Meridionale e in particolare in Sicilia, anche nelle varianti Turi, Turiddu; bisogna però dire che il nome Salvatore più che al santo di cui si parla, si riferisce almeno in Campania, a Gesù Salvatore.
Il santo spagnolo di Horta è molto venerato anche nel Comune di Orta di Atella, in provincia di Caserta, che per puro caso ha il nome come la città spagnola, che identifica il santo francescano.

 

PREGHIERA

 

O eroe di pazienza, che in tutte le avversità, incomprensioni, disprezzi, offriste a Dio ogni pena colla santa letizia di soffrire per amor Suo, impetrateci rassegnazione devota nelle nostre croci, riconoscendo in esse la preziosa moneta per acquistare il Paradiso.

O eroe di carità, facendovi tutto a tutti, otteneste il dono dei miracoli per consolare con guarigioni meravigliose i sofferenti, impetrateci un cuore pieno di carità e delicatezza verso i nostri bisognosi, ben sapendo che la carità è il grande mandato lasciatoci dal divino Redentore.

O Eroe di zelo apostolico, che nei vostri prodigi poneste per base la riconciliazione dei peccatori con Dio, non risanando i corpi se prima non erano risanate le anime, otteneteci di prefiggerci in ogni nostra azione di non perdere mai lo stato di grazia, fuggendo con orrore i pericoli di perderlo.

O San Salvatore, mentre sul mondo gravita una tempesta di ribellioni, di egoismi, di odio, di massacri, Dio fà brillare in tutto il suo splendore la vostra figura di santo, di taumaturgo, di benefattore eccelso dei sofferenti. Pregate perchè l'umanità intenda ed apprezzi questo richiamo del cielo e, ritornati a migliori consigli i perturbatori della pace, i popoli si affratellino nell'amplesso di nostro Signore Gesù Cristo, Re immortale di tutti i cuori.

 

 

BEATO AGOSTINO KAZOTIC (CASOTTI)

Agostino Casotti (Traù1260 circa – Lucera3 agosto 1323), noto come Agostino di Traù (in croato: Augustin Kažotić), fu un religioso dalmatadelll'ordine domenicano, divenuto Vescovo di Zagabria e quindi di Lucera. E' venerato come beato dalla Chiesa cattolica e la sua festa è il 3 agosto.

Nato da una famiglia patrizia, entrò nell'Ordine dei Frati Predicatori a 15 anni e, dopo alcuni anni di permanenza a Spalato, nel 1286 venne inviato a Parigi per perfezionare gli studi. Al ritorno, fu energico avversario dell'eresia dilagante in Bosnia e strinse cordiale amicizia con l'ex Maestro dell'Ordine, Niccolò Boccasini, futuro papa Benedetto XI, allora Legato Pontificio in Ungheria.

Contemporaneo al Beato fu il breve Pontificato di Celestino V, incoronato il 29 agosto eppoi dimissionario il 13 dicembre 1294. Venne nominato Vescovo di Zagabria e consacrato da Niccolò Boccasini, nel 1303.
Le faide interne per la successione al trono e i soprusi dei nobili affliggevano quella diocesi e per venti anni Agostino si distinse per lo zelo pastorale.
Secondo gli storici, mentre la cattedrale di Zagabria era in costruzione nel 1312, intervenne una siccità, ma con la sua intercessione, nell'attuale piazza Ban Jelačić, sgorgò una fonte d'acqua, nota come Manduševac.  Nel 1322 oscuri intrighi misero Agostino in cattiva luce presso il re Caroberto, che, approfittando di una sua assenza da Zagabria, non gli permise di fare più ritorno nella sua sede vescovile.

Dal 1317 al 1322 il vescovo fu infatti ospite della Curia papale ad Avignone, dove si distinse per le sue conoscenze teologiche e dottrinarie e dove scrisse due dissertazioni (sulla magia e sulla povertà di Cristo e degli apostoli). Per accondiscendere al desiderio di Roberto d'Angiò, re di Napoli, papa Giovanni XXII trasferì Agostino a Lucera, in Puglia.

Tale città, che da poco aveva cambiato il nome di Luceria Saracenorum in quello di Città di Santa Maria (1300), era devastata da una sanguinosa lotta tra i saraceni rimasti e i cristiani, che sotto gli Svevi erano quasi del tutto scomparsi dalla città.
Agostino ridiede, in pochi mesi, alla città un volto cristiano.

Persona slanciata, portamento nobile, tratto gentile e affabile, aspetto ieratico, la tradizione vuole che Agostino si interessò anche alla città: anche se non ci sono vere e proprie prove, a lui viene attribuito l'inizio della costruzione del nuovo episcopio, la creazione di un orfanotrofio femminile, il restauro della chiesa di S. ta Maria della Tribuna, la creazione dell'ospedale delle Cammarelle, la ricostruzione e l'ampliamento, dietro sollecitazione a Roberto d'Angiò, della cinta muraria.
Nel 1668, il vescovo venne proclamato Protettore della città di Lucera e papa Clemente, nel 1702, XI lo proclamò beatoconfermando il Breve Apostolico di papa Giovanni XXIdel 1326. Il processo di canonizzazione è in corso.

Diverse sono le sue reliquie conservate a Lucera: presso il Museo diocesano, il camice di lino con ricami, la stola e il cappello; nella Cattedrale, varie reliquie, conservate in un'urna nella Cappella Gagliardi e il cranio, posto in un busto reliquiario, nella stessa cappella.

 

Esso venne realizzato in legno con la testa argentea nel 1563, ma il 18 marzo 1983 la testa venne rubata e nel 1995 fu inaugurata la nuova testa argentea ad opera di Scarinzi, che venne da subito fatta oggetto di venerazione. Esso veniva portato in processione per la città, in caso di calamità naturali, per richiedere la protezione del beato.
Un evento prodigioso, sembra sarebbe avvenuto durante una tempesta nel Settecento: alcuni testimoni sostennero di aver visto comparire il vescovo fra le nuvole, mentre le spingeva lontano da Lucera. Questo episodio è dipinto su una tela di Vincenzo Lambiasi (sec. XVIII), conservata nella chiesa di San Domenico a Lucera.

La reliquia del cranio ha una evidente lesione, causata forse da una ferita di arma di ferro e molti pensano che essa sia la causa della morte. In realtà, nel 1286 Agostino stava viaggiando verso Parigi ed avrebbe subito un'aggressione da parte di alcuni sicari, nei pressi di Pavia. Il suo compagno di studi, Giacomo Orsini venne ucciso e questo fatto potrebbe essere la vera causa della lesione cranica. Morì il 3 agosto 1323.

PREGHIERA

 

Oh Signore, che infondesti al Tuo Servo Agostino, lo zelo per la Fede e la conversione dei non credenti, concedi che per i meriti da Lui acquistati con la Sua santa vita e con la morte gloriosa, possiamo rafforzarci nella fede e meritare la Tua grazia vivificante.
Amen.

 

 

SAN DOLCIDO



Le reliquie del Santo martire, l’osso del cranio, un braccio e un’ampolla con sangue raggrumato, sono inserite in una statua in cera, in posa dormiente, ornata di vesti di seta, un costume da soldato.
Le reliquie, che erano state a suo tempo prelevate dalle catacombe romane, vennero donate dalla famiglia dei conti Serale di Monticello, che le possedeva e che le conservava nella cappella privata del proprio palazzo di Centallo.

L’urna contenente le reliquie di san Dolcido, proveniente dal paese di Centallo, si trova come base all’altare del Suffragio, e, secondo il libro dei conti della Compagnia del Suffragio, venne costruita dallo scultore Colombo in legno dorato e vetro, in occasione dell’arrivo delle reliquie stesse nel 1795.
;Inoltre, per coprire la statua in cera, venne dipinto un paliotto su legno che recasse la stessa immagine di san Dolcido allungato nell’urna, con abbigliamento rispondente alla statua; il lavoro venne effettuato dal pittore Bianco di Caraglio o Dronero e venne esposta nello stesso anno.
Le reliquie si trovano nella seconda cappella a destra, già cappella della Compagnia del Suffragio, della chiesa di San Giovanni Battista di Caraglio, che sorge nella parte alta del paese.
La festa del santuario, prima ricordata nella prima domenica di agosto, poi, nel 1806 venne spostata alla prima domenica di settembre. Dopo la messa celebrata in onore del Santo, si effettuava una processione per le strade del paese con l’urna del martire, ma, per motivi di sicurezza e per non deteriorare troppo l’urna, venne deciso di portare in processione la reliquia solamente ogni cinque anni.

PREGHIERA

 

O Signore, che Ti compiaci della venerazione tributata ai Tuoi martiri, concedi che per i meriti e l'intercessione di San Dolcido, di cui Ti furono care la vita e la morte gloriosa, possiamo meritare le grazie temporali e spirituali necessarie a conseguire l'eterna beatitudine.
Amen.

 

 

BEATO GIOVANNI LICCIO

 

Giovanni Liccio (Caccamo, aprile 1426-14 novembre 1511) fu religioso italiano, predicatoredomenicano e discepolo di Pietro Geremia.
Venne beatificato da papa Benedetto XIV il 25 aprile 1753.

Nacque a Caccamo nell'aprile 1426 da famiglia contadina e sua madre morì poco dopo averlo dato alla luce. Venne affidato dal padre alle cure della sorella che lo crebbe con amore, sia pur stentatamente a causa della povertà in cui vivevano.
A sedici anni decise di diventare monaco e, a Palermo, entrò nel convento domenicano di Santa Zita e, dopo aver conosciuto Pietro Geremia, che lo invitò ad entrare nell'Ordine dei frati predicatori, questi lo aiutò a crescere umanamente, culturalmente e spiritualmente.
Giovanni, prima docente di Teologia presso lo studium dei domenicani di Palermo e poi predicatore itinerante, raggiunse ogni luogo dell'isola, tanto che lo chiamavano il "predicatore della Sicilia".
Più tardi, venne chiamato ad annunciare la Parola di Dio per lunghi periodi anche a Vicenza (1466-1467) e Napoli (1479) ed eseguì vari ed importanti incarichi nell'Ordine Domenicano. Nel 1488 venne eletto vicario e visitatore canonico dei conventi domenicani riformati in Sicilia e venne chiamato a svolgere missioni al personale servizio di vari Maestri Generali dell'Ordine Domenicano.
Tornato a Caccamo, fondò il convento domenicano con l'annessa chiesa di Santa Maria degli Angeli. Si dice che durante la costruzione del convento, siano accaduti vari prodigi per mezzo della sua intercessione.
Morì a Caccamo il 14 novembre 1511.

 

Venne beatificato, primo domenicano, da papa Benedetto XIV il 25 aprile 1753.

Il culto e la devozione verso il Beato Giovanni Liccio si è diffuso in tutto il mondo, sia per merito dell'Ordine Domenicano ma anche tramite gli emigrati. Sono presenti delle chiese a lui dedicate in America del Nord e del Sud.

 

Nel  2011 si è festeggiato il 5º centenario della nascita del Beato e, in questa occasione, la Comunità ecclesiale di Caccamo, insieme al'Ordine Domenicano, ha organizzato un cammino giubilare triennale, ricco di avvenimenti ed iniziative culturali in preparazione all'anniversario.

PREGHIERA

 

O Te, Beato Giovani Liccio, nostro concittadino e protettore, affidiamo le speranze nostre e di tutti i Siciliani, ansiosi nella ricerca di un mondo più giusto e solidale.
Ascolta, o Beato il pianto sommesso dei sofferenti, la preghiera di quanti sono colpiti dalla disgrazia e la voce supplichevole di coloro che sono sottoposti a maltrattamenti e fà che a loro siano alleviati i patimenti e riconosciuti i diritti.

Intercedi, o Beato Giovanni, presso Dio, l’amata Madonna degli Angeli e l`evangelico San Domenico, per quanti non conoscono ancora la luce della Verità e la retta Via dell`onestà.

 

 

SANT'OLAGUER

Figlio di una nobile famiglia di Barcellona, venne chiamato Oleguer Bonestruga. Suo padre era un importante segretario politico e sua madre, Guilia, discendeva da nobile famiglia. Educato alla scuola della cattedrale, diventerà canonico regolare del Capitolo della Cattedrale di Barcellona. Fu preposito dei canonici della città e di s. Andrià de Besos, importante cittadina, fino ad essere nominato priore di San Rufo d'Avinyó e fondatore della Colleggiata di Santa Maria de Terrassa.

Sotto Ramon Berenguer III, fu vescovo di Barcellona nel 1116, venne consacrato dal cardinale Boson nella Cattedrale di Magalona (Occitania), sotto Papa Pasquale II, poi nel 1117 andrà a Roma per obbedienza a Papa Gelasio II. Nel 1118 diventerà Vescovo di Tarragona, mantenendo anche la mitria di Barcellona e più tardi sarà amministratore ecclesiastico di Tortosa.

 

Ebbe anche molta influenza sulla politica e fu valido collaboratore di Ramon Berenguer III e Ramon IV, consigliandoli sui legami matrimoniali che avrebbero allacciato con importanti famiglie. Parteciperà al rinnovamento della chiesa che si renderà indipendente dal potere civile, favorirà la riforma gregoriana, prenderà parte ai concili di Tolosa, Reims, e inviato da Papa Innocenzo II al Consiglio di Clarmont d'Alvernia, coinciderà con tutto con San Bernardo da Chiaravalle. L'eloquenza dei suoi argomenti confuterà quelli delll'Antipapa Anacleto.

Venerato a Barcellona dal momento della sua morte per esser stato persona pietosa e moderata, venne canonizzato nel 1675. La sua tomba venne spostata nell'antica sala capitolare ornata con sculture gotiche e pitture barocche. I suoi resti sono nella cappella del Cristo di Lepanto, nella cattedrale di Barcellona. Ogni 6 marzo si può visitare l'urna di vetro che contiene il suo corpo incorrotto, ricoperto delle vesti vescovili .

PREGHIERA

 

O Santo esemplare, che hai dato la tua intera vita a Dio, aiutaci ad interpretare i Suoi richiami e a seguire ciò che Egli sempre ci indica, la via per raggiungerlo.
Amen.

 

 

SANT'ESUPERANZIO O ESSUPERANZIO

Sant'Esuperanzio (o Essuperanzio), morì Martire in Umbria, a Spoleto, sotto Massimino (286-305). Era e fu dichiarato patrono minore dell’isola di Ischia.

 

Il corpo del santo, ritrovato nel cimitero paleocristiano di Roma e inizialmente portato ad Ischia, sul Castello Aragonese, nel 1649, venne deposto nella Chiesa delle Clarisse, e situato sotto l'altare della cappella delle monache, all'interno di una preziosa urna. Ora si trova nella chiesa di S. Antonio alla Mandra. La sua festa ricorre il 30 dicembre.


Ma ce ne sono altri, santi con lo stesso nome e tre dei quattro santi di questo nome furono vescovi, vissuti più o meno negli stessi anni::

 

- Esuperanzio di Tortona, vescovo, presente al concilio di Aquileia del 381, che fu uno dei più accesi nemici dell'eresia ariana, accanto a sant'Ambrogio e sant'Eusebio, di cui fu discepolo e compagno in esilio a motivo della fede.

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Sant' Esuperanzio Vescovo di Cingoli e patrono di questa città, viene ricordato il 24 gennaio.

http://www.antiqui.it/doc/monumenti/chiese/sesuperanzio.htm

Secondo la tradizione, nacque, in Africa nel V secolo e fin dall'infanzia manifestò il desiderio di convertirsi, finché a dodici anni, dopo varie insistenze, riuscì a convincere il padre, ariano o manicheo, a dargli il permesso di ricevere il battesimo secondo il rito cattolico.
Una volta cresciuto, lasciò la famiglia per andare a predicare il Vangelo. Percorse così buona parte dell'Africa del Nord, conducendo vita monastica. Imbarcatosi per raggiungere l'Italia, durante la traversata convertì l'equipaggio della nave e sedò con la preghiera una violenta tempesta.
Sbarcato a Numana, nei pressi di Ancona, si incamminò verso Roma, dove riprese la sua predicazione e venne imprigionato. Il Papa però lo fece liberare, lo consacrò vescovo e lo mandò a reggere la diocesi di Cingoli, la cui sede era rimasta vacante.
Fu ricevuto in trionfo e ricambiò l'accoglienza con le sue virtù e il suo zelo pastorale. Dopo quindici anni di episcopato, nei quali compì numerosi miracoli, vicino a morire, indicò lui stesso il luogo dove voleva essere sepolto, fuori della città.

Tali notizie sono piuttosto incerte e basate in gran parte su tradizioni e supposizioni; ma il culto prestato al santo nella città marchigiana è antichissimo e negli statuti comunali del 1307 sant’Esuperanzio è invocato come "capo e guida del popolo di Cingoli" e in quelli del 1325 la chiesa a lui dedicata era posta sotto la protezione del Comune.
Molto pregevoli opere d’arte vennero eseguite in suo onore.

 

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Esuperanzio di Como, vescovo di Como di origini greche, vissuto tra il V e il VI secolo, viene festeggiato il 22 giugno.

 

 

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Esuperanzio di Ravenna, vescovo di Ravenna (seconda metà del V secolo); visse nel periodo che coincise con la conquista della città da parte di Odoacre e la successiva caduta dell'Impero romano d'Occidente; ricorrenza il 30 maggio.

PREGHIERA


O Padre, che hai associato S. Esuperanzio alla passione di Tuo Figlio, concedi anche a noi di venire presso di Te, sulle orme dei gloriosi testimoni della fede, per aver parte alla gioia eterna Amen.

 

 

SAN LAURIANO MARTIRE



San Lauriano, martire.


San Lauriano nacque a Vatan presso Bourges in Aquitania, in Francia, figlio di nobili genitori, pagani. Crescendo, un parente cattolico lo aiutò ad abbracciare la fede cristiana e lo fece partire per Milano, dove si convertì al cristianesimo, venne battezzato dal vescovo Eustorgio II, seguì gli studi teologici e venne ordinato diacono, facendo ogni sforzo per mantenersi lontano dalle insidie, pregando continuamente, aiutando i poveri, mitigato nel carattere e nelle parole.

Cercava di combattere l'eresia ariana che stava dilagando e si trasferì a Siviglia di cui diventò vescovo, restandovi fino al 539, poi andò dapprima a Marsiglia ed infine a Roma, ma, fermato dai soldati di Totila, diventato re degli Ostrogoti attorno al 541, venne decapitato nella città francese di Vatan il 4 luglio 546.
E' uno dei santi Cefalofori. Egli prese tra le mani la sua testa, prima di morire, ordinando al Re ostrogoto di mandarla a Siviglia, dove stava imperversando la peste. Così avvenne e la malattia perse vigore.

 

Patrono in Colombia del Comune di Bucaramanga (Dipartimento di Santander) e Lenguazaque a nord del dipartimento di Cundinamarca.

A Pinilla Trasmonte (provincia di Burgos, Spagna) viene celebrata una grande e folckloristica processione in suo onore.


Viene ricordato il 4 luglio.

 

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- per altri Santi Cefalofori - Vedere in Sante Curiosità

 

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San Lauriano Martire fanciullo fu donato a Pagani (Sa) e riposa nella Basilica Pontificia di S. Alfonso


PREGHIERA

 

O Signore, che concedesti ai Tuoi martiri la forza di affrontare i più atroci supplizi, fa che per l'intercessione di san Lauriano possiamo rafforzare la nostra fede. Amen.

 

 

SAN CELESTINO MARTIRE

 

San Celestino Venerato a Pontremoli - 5 novembre

 

Nel corso del 1500, la riscoperta delle catacombe portò alla localizzazione di molte reliquie e di Corpi Santi, che riemersero dai sotterranei locali di Roma e vennero sparsi per paesi e città italiane ed estere, come eroi della Cristianità.

Nella Concattedrale di Pontremoli, che ancora oggi lo custodisce, nell’altare del transetto destro, ecco esposto ai fedeli il corpo di San Celestino, là presente dal 1732, quando il Canonico dell' epoca Antonio Dosi fece arrivare un Corpo Santo, battezzato dal Pontefice Clemente XI col nome di Celestino. Giuntovi, venne depositato nella Canonica di S. Pietro dove fu tenuto in attesa che fosse pronta l’urna in cui collocarlo nella Chiesa di Santa Maria (attuale Duomo). Il 7 di settembre tutti i canonici procedettero, con solenne processione, ad inserirne l'urna sotto la mensa dell’altare di Santa Rosa.

Il 5 novembre, fu la data designata per ricordarlo, poichè in quel giorno si faceva memoria di tutti i santi delle Diocesi della Toscana.

San Celestino non sempre è esposto e l’altare sotto cui giace è di solito chiuso da un palliotto. Una volta all’anno, però, esso viene rimosso ed il santo è visibile ai fedeli.

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S. Celestino Martire, venerato a Bovino - 14 ottobre

Bovino,  il 14 ottobre, di solito, vengono effettuati i festeggiamenti in onore di San Celestino soldato e martire. Il suo corpo viene conservato, quasi intatto, assieme ad un’ampolla del suo sangue, all’interno di un’urna di vetro e legno artisticamente lavorato, custodita nell’ottocentesca Chiesa di S. Maria delle Grazie o dei Morti.
Presso questa chiesa opera la Confraternita della Buona Morte, che festeggia questo Santo ogni anno la seconda domenica di ottobre e pratica il culto dei defunti nella sottostante cripta.

Poco si sa di San Celestino, sembra fosse un centurione romano, convertitosi al Cristianesimo e per questo martirizzato. Il suo corpo, raccolto dai cristiani, venne sepolto a Roma, nella catacomba di Calepodio.

Come viene rilevato da una bolla del 1 agosto 1800, il Cardinal Somaglia, presbitero e vicario di Pio VI, su mandato del Papa, esumò il corpo del Santo Martire dal cimitero di Caledopio e, dopo averlo rivestito finemente e militarmente, lo fece chiudere in una cassa dipinta di rosso, con vetro sul davanti, rifinita in oro, ben chiusa e sigillata. Ne fece dono alla “Confraternita della buona morte di Bovino” per esporlo alla venerazione pubblica dei fedeli. Nell’urna fu anche chiusa un’ampolla contenente il  sangue del Martire.


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San Celestino - Castelli Calepio Bg

Nell’Anno Santo 1675, il corpo di San Celestino martire venne scoperto nel Cimitero di San Callisto e donato dal Sommo Pontefice, Papa Clemente X, al Conte G. Paolo Calepio, che si era particolarmente distinto per la devozione dimostrata.
Come un vero tesoro, il Corpo Santo fu portato a Calepio e da allora è custodito nella ricca Cappella gentilizia del Castello realizzata appositamente per accoglierlo.

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Il corpo del santo martire è conservato nella Chiesa di Santa Maria delle Rose, a Bonefro e la festa religiosa a lui dedicata nella cittadina molisana dura tre giorni e si conclude con una processione lungo le vie del paese.

PREGHIERA

Salve, deh, salve o martire, dal cielo a noi donato. col santo tuo martirio esempio sei beato, pel tuo diletto popolo, di vera santità.

Dinanzi all'empio preside, rifiuti ogni mercede, ed animoso, intrepido, confessi la tua fede, sicuro del gran premio promesso da Gesù.

Non valser le blandizie, nè le minacce atroci: "M'è gloria il mio martirio" rispondi a quei feroci ", scolpite ho già nell'anima, di Cristo le virtù".

Guarda con qual fiducia, devoto a Te si mostra, Bonefro, prono ed umile, davanti a te si prostra, perchè i suoi figli serbino i lumi della fè.

Al tuo diletto popolo, volgi benigno il ciglio e quando sarà libero dal tuo terreno esiglio, venga, beato Martire, venga a goder con Te.

 

 

SAN COSTANZO

Ad oggi, ad Itri, l'edificio denominato Santa Maria Maggiore si trova in Piazza Annunziata. L'interno della chiesa è a tre navate: a destra vi è la cappella del Crocefisso ricca di sculture, con altare in marmo intarsiato, mentre la volta è decorata a stucco, con angeli che reggono gli emblemi della Passione.

Alcuni ritengono che queste opere risalgano al XVI o XVII secolo. Una tela molto interessante, raffigura la "Predica di S. Tommaso d'Aquinodavanti al Papa ed a un re» (probabilmente Carlo I d'Angiò), era nella predella della cappella della navata sinistra, dove riposa il corpo di San Costanzo martire, i cui resti sono ricoperti da vesti ricamate.

Probabilmente si tratta di uno di soldati della famosa "Legione Tebea", ma non si può confermare. Insieme ad altri suoi commilitoni della Legione, scampò al massacro e si diresse verso la Val Maira dove sembra, insieme a san Ponzio, si diede ad evangelizzare le popolazioni della zona.

Successivamente, però, venne di nuovo perseguitato a causa della fede e decapitato nei boschi della Val Maira.
Nel presunto luogo della decapitazione venne poi costruita una chiesa a lui dedicata, attorno a cui si sviluppò una cittadina a lui intitolata, Villar San Costanzo, di cui è Patrono.


Il suo nome, molto diffuso grazie all'Imperatore Costantino e ad altri imperatori romani, vuol dire “colui che è saldo nella fede”.

 

E' anche Patrono di Saluzzo. Viene ricordato il 22 settembre.

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S. Costanzo di Pisogne

Le notizie sulla vita di questo santo martire, non sono nè molte nè precise e si riallacciano al martire della famosa "legione tebea".
Probabilmente, tra il 254 ed il 257 fu uno dei trenta pretoriani cristiani, sostenuti da Papa Stefano I, che, nel suo breve pontificato, ebbe dei contrasti con san Cipriano e dovette affrontare la famosa questione spagnola che preannnunciava il rischio di scisma.
Era un pastore zelante per i cristiani e non esitò ad affrontare anche il martirio, sotto la persecuzione di Valeriano. E quando venne scoperto mentre celebrava la Messa, venne decapitato sul posto.
Venne sepolto nelle catacombe di san Callisto sulla via Appia.

I pretoriani, che da lui avevano ricevuto la fede e il Battesimo, seguirono colui che li aveva convertiti e, quando vennero scoperti mentre pregavano, nell’anno 260, ne accettarono le conseguenze. vennero imprigionati e seviziati con orribili tormenti e decapitati sulla via Appia per ordine di Secondiniano e dei consoli Valerio Massimo e Acilio Glabrio.
Anch'essi sepolti nelle catacombe di san Callisto, i loro corpi vennero ritrovati nel 1712: due di questi corpi erano intatti e a uno dei due venne imposto il nome di Costanzo. Il corpo di questi venne donato proprio a Pisogne ed il corpo del santo, trasportato da Roma il 31 dicembre del 1713, giunse a Venezia il 15 aprile 1714 e da lì, il 30 dello stesso mese, arrivò a Brescia.
Deposto nel monastero della Pace delle benedettine, dopo una ricognizione compiuta dal preposto vicario generale e dal cancelliere vescovile, venne affidato alle monache che legarono le giunture dello scheletro con fili d’oro e lo ricoprirono di una divisa militare romana.
Il 25 aprile il corpo venne trasportato a Pisogne, dove avvenne un miracolo. Dopo una sosta di dieci mesi in casa dei Fanzago, venne collocato nella chiesa di S. Maria Assunta in un’urna intagliata, mentre sull’altare a lui dedicato venne posta una pala sostituita poi da un’altra di Gaetano Cresseri.
Al santo venne eretta in piazza una statua, sostituitanel 1951 con una nuova di Claudio Botta.
La festa patronale di San Costanzo si celebra a Pisogne il 12 maggio.

 

Vedere Link a Legione Tebea

PREGHIERA

 

O glorioso San Costanzo, Celeste nostro Protettore, con grande fiducia noi T’invochiamo. Stretti da tante necessità, noi ricorriamo alla Tua intercessione, sicuri che le nostre preghiere saranno esaudite.
Tu che offristi la Tua nobile vita in difesa della Fede, ottieni a noi la grazia di una vita sinceramente cristiana. O glorioso santo intercedi presso il Signore e la Vergine Immacolata liberando le nostre famiglie da ogni male, accrescendo la bontà e la modestia nel cuore della gioventù.

Soccorri gli anziani rischiarando di luce divina gli anni della loro esistenza, consola gli infermi e ridona loro la salute dell’anima e del corpo.
L’esempio luminoso della tua vita e del Tuo Martirio ci aiuti a seguirti nella via della virtù e del bene. Ricordati di noi che Ti siamo stati affidati e fa’ scendere ogni giorno su di noi, copiose e celesti benedizioni.
Amen. Pater, Ave, Gloria.

 

 

SAN CRESCENZIO

Racchiuso in un'urna maestosa della Chiesa Madre di Bonito, in stile rococò e tutta dorata, custodisce il fragile e piccolo corpo di un fanciullo martire chiamato Crescenzo o Crescenzio, in altre versioni Crescente o Crescentino o Crescenziano, nome già ricordato nel Nuovo Testamento, in latino Crescens o Crescentius.

Questo nome, venne preso da molti cristiani e da molti martiri e, così, abbiamo S. Crescentino (detto anche S. Crescenzio), martire, figlio di Eutimio, soldato romano, esiliato sotto Diocleziano, che si ritirò in solitudine presso Tiferno (l’odierna Città di Castello, provincia di Perugia) e lì predicò il Vangelo e fu imprigionato, torturato e decapitato a Saldo il 1°giugno del 287.

 

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Un altro S. Crescenzio fu decapitato a Roma e seppellito lungo la Via Salaria. Il suo corpo venne portato a Siena nel 1058 e ne divenne patrono minore, con festa al 5 settembre e confuso spesso col precedente, che invece si festeggia il 1°giugno o al 14 settembre.

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Comunque, per tornare al nostro santo, a Roma, verso la fine del terzo secolo, in una famiglia che viveva il Vangelo, nacque S. Crescenzo. Di lui si sa con certezza solo quello che si trovava iscritto sulla sua tomba:

 

CRESCENTIUS QUI VIXIT AN XI MATER CUM METU POSUIT
(Crescenzio (o Crescenzo) che visse 11 anni. La madre con trepidazione pose)

Forse proprio questo linguaggio scarno ma intenso, ci induce a pensare che si tratta della fine del terzo o al principio del quarto secolo, quando il messaggio delle lapidi era estremamente ridotto e si limitava a citare il nome del martire e la persona che aveva curato la sepoltura. Ciò avvenne nel Verano o Cimitero di S. Ciriaca, che là aveva seppellito anche il corpo di S. Lorenzo Martire.
Dalla sepoltura particolarmente curata, dall'iscrizione e dai simboli del martirio, si può capire che la sua famiglia fosse agiata, perchè le tombe dei poveri spesso erano anonime e senza segni distintivi.

In quei tempi fanciulli e fanciulle erano profondamente istruiti nella fede, nutrendosi quotidianamente dell’Eucaristia e quindi si può anche pensare che, come tanti altri piccoli martiri, ad es. S. Pancrazio, S. Agnese a Roma, S. Agata e S. Lucia in Sicilia, S. Eulalia in Spagna, ecc., forse S. Crescenzo, come S. Tarcisio, abbia preferito farsi uccidere, anziché profanare o far profanare l’Eucaristia, oppure si sia rifiutato di sacrificare agli idoli. Bastava solo il fatto d'essere cristiano, per ricevere la condanna, in quanto i Cristiani erano considerati “empi verso gli imperatori".

Il 24 febbraio 303 Diocleziano aveva promulgato da Nicomedia l'editto con cui si proibivano riunioni dei Cristiani e si ordinava la distruzione di chiese e di libri sacri, imponendo l’abiura della propria fede; nell'anno seguente un nuovo editto imponeva ai Cristiani dell’impero di offrire pubblicamente sacrifici agli dei pagani.
Negli anni 303-305 vennero martirizzati i piccoli Santi citati ed è quindi probabile che in quegli stessi anni venisse martirizzato anche S. Crescenzo, ma. purtroppo, con la distruzione dei libri sacri, andò perduta la maggior parte delle “Passiones”, che contenevano gli Atti del Martirio, gli Atti del processo ed eventuali relazioni dei testimoni presenti agli interrogatori e all’esecuzione.
Per S. Crescenzo, purtroppo, non esiste nulla, ma ciò non deve stupirci, pensando che le persecuzioni durarono a lungo, che moltissimi furono i cristiani uccisi e che era prorio impossibile ricordare tutti i martiri della fede.

Anche i più grandi scrittori dell'epoca, persino S. Giovanni, Evangelista, non riescono a quantificarne il numero. S. Eusebio, descrivendo la persecuzione in Egitto, scrive:”…migliaia di uomini, donne e bambini, disprezzando la vita presente…soffrirono ogni tipo di morte”.

L’iscrizione tombale di S. Crescenzio ci presenta la figura forte e tenera della madre che ha potuto solo dare solo un luogo di sepoltura al figlioletto. raccogliendone il sangue, mettendolo in un’ampolla e affidandolo alla terra e a Dio. Là, nel cimitero di S. Ciriaca, questo soldato di Cristo ha dormito per tanto tempo, finchè P. Luigi Vincenzo Cassitto, nativo di Bonito, non l'aveva scoperto e portato al suo paese natale.

All’inizio del 1800, ai tempi della Repubblica Partenopea, P. Cassitto, moderato e conservatore per natura, avverso ad idee rivoluzionarie, era stato costretto ad allontanarsi dal convento domenicano di Napoli per rifugiarsi in quello di S. Maria sopra Minerva a Roma. Là, in piena sede apostolica vacante (Pio VI era morto il 29 agosto 1799 )egli scrisse, che da personaggi illustri aveva avuto in dono, per la cappella privata della sua famiglia, il corpo di S. Crescenzo Martire”, probabilmente senza l'autorizzazione del Papa per mancanza dei tempi tecnici..

 

L’esumazione del corpo di S. Crescenzo, avvenne verso fine maggio, alla presenza di Cassitto, testimone oculare, che aveva seguito le operazioni di distruzione dell'antica piccola tomba e, dopo aver rimosso il coperchio e demolite le quattro pareti, ecco che lo scheletro del fanciullo si offrì allo sguardo di tutti, già commossi, perchè non sembrava morto ma solo dormiente. Egli era disteso su un lettuccio, probabilmente adagiatovi dalla madre, ed il suo corpo era bianchissimo ed il capo, circondato dalla corona della vittoria, poggiava sulla parte destra della mano, mentre nella sinistra stringeva la palma del martirio. Ai suoi piedi era deposto il sangue da lui versato e raccolto con tanta cura.

Il corpo di S. Crescenzio era intero e coperto da vesti e veli, ma si intravvedeva tutto il cranio, i denti superiori, il mento, l’ossatura; solo tre pezzetti di costole furono situati entro un ostensorio. Insomma era quasi del tutto intatto e si ricoprì il santo con una ricca tunica, come si vestivano i martiri, con la palma nella destra in segno del trionfo, la corona di verde alloro sulla fronte, come se dormissse.

Dopo la composizione, il corpo del santo venne esposto alla venerazione dei fedeli nella chiesa di S. Maria sopra Minerva durante il periodo del triduo pasquale. I fedeli accorsi numeros, volevano tenerlo a Roma.
Ma il Cassitto, eludendo le loro aspettative, fece imbarcare l’urna sul Tevere dirigendosi verso Napoli, ma, lì dove il fiume s’immetteva nel mare, una violenta tempesta minacciò di far sommergere la nave ma poi, portata a prua l’urna, le acque si calmarono e si potè riprendere il viaggio e, in meno di sei ore, si giunse a Napoli dove venne depositata nella chiesa domenicana di S. Pietro Martire. Anche qui l’afflusso dei fedeli fu notevole, tanto da ottenere dalla Corte l’ordine di non lasciar partire il corpo del Santo e, solo dopo due mesi, l’abilità diplomatica e le aderenze del Cassitto riuscirono a far revocare l’editto, ottenendo il permesso di portare, di notte, a Bonito, il santo fanciullo.

Giunta in quel paese, l’urna benedetta venne collocata nella chiesa francescana di S. Antonio e lì rimase, affinchè il popolo si preparasse, mediante una santa missione, a ricevere solennemente il santo nella Chiesa Madre, cosa che avvenne il 27 luglio, con messa pontificale.

 

Il 13 luglio Federico Cassitto, a nome di tutti i componenti la famiglia, aveva fatto dono del corpo del Santo all’Arciconfraternita della Buona Morte, gesto, di per sé nobile e generoso, che però era stato condizionato e vincolato, con patti e clausole da parte dei napoletani.


Durante il terremoto del 21 agosto 1962 la Provvidenza risparmiò sia la cappella di S. Crescenzo, sia la chiesa dell’Oratorio che la ospitava e che, col passare degli anni, vennero comunque distrutte. il culto di S. Crescenzo, poi si ridusse alla sola prima domenica di agosto.

 

- Vedere anche articolo di Cartantica

- Piccoli Martiri

Oh, Signore, che Ti compiaci della venerazione tributata ai tuoi martiri, concedi che, per i meriti e l'intercessione di S. crescenzo, di cui Ti furono care la vita e la morte gloriosa, possiamo meritare le grazie temporali e spirituali necessarie a conseguire l'eterna beatitudine. Amen.

 

 

SAN DIODATO MARTIRE



Nella Chiesa Matrice di San Marco Evangelista, di Agnone, sotto l'altare della Madonna delle Grazie, sono conservati i resti di San Diodato Martire, avvolti in una delicata armatura di filigrana in argento dorato.
Del santo non si hanno notizie, tranne che il suo corpo venne rinvenuto nelle catacombe romane e da certi indizi della sua sepoltura fu ritenuto quello di un martire.
Le ossa racchiuse in membra di cera furono sistemate in un’urna ed esposte alla venerazione dei fedeli.

E nota un'antica tradizione che lo riguarda, quella che all’interno della teca che lo conserva vi siano anche delle rose di seta sulle quali “abita” un maggiolino (o cetonia aurata), la "lazzara di san Donato". Si, proprio un maggiolino che, secondo la tradizione popolare, non appena si stava per avvicinare un evento tellurico, si spostava su di un’altra rosa.
Al sagrestano ed ai bambini era affidato questo “ controllo” e, nel caso, tutti i fedeli si recavano a pregare presso la Chiesa di Sant’Emidio con tanto fervore da scongiurare l’evento...

 

La Chiesa Matrice di San Marco Evangelista custodisce la pregevole statua del Patrono di Agnone: San Cristanziano, il cui culto risale al tempo di sant'Emidio. La costruzione della chiesa è dei primi del 1100, ricca di altari barocchi e successivamente di statue lignee del XV e XVI secolo, che fanno corona ad un ostensorio di argento dorato, opera del XV secolo.

Un tremendo incendio avvenuto nella notte di Natale del 1610 ne distrusse l’interno, poche cose si salvarono e quella che era un tempo una chiesa a tre navate, venne ricostruita con un'unica navata e l'ingresso principale spostato nella parte opposta, attiguo al campanile.
Va rilevato l’altare di Sant’Anna realizzato nel 1805 in quanto, per Sua intercessione, nello stesso anno, Agnone non subì alcun danno dal devastante terremoto che distrusse diversi paesi intorno. Si dice che ciò avvenne per intercessione anche di Sant'Emidio e del suo allievo, appunto san Cristanziano, protettore della città.

PREGHIERA


O nostro protettore San Diodato, che ottieni grazie e consolazioni a chi Ti invoca col cuore, intercedi per noi il vero amore a Gesù Cristo, perchè, vittoriosi verso le seduzioni del mondo ed il peccato, possiamo santificare il nostro lavoro e le nostre sofferenze per giungere con Te al Regno dei Cielo.

Pater, Ave, Gloria

 

 

SAN GABRIELE DELL'ADDOLORATA, RELIGIOSO



Assisi, Perugia, 1 marzo 1838 - Isola del Gran Sasso, Teramo, 27 febbraio 1862.

Francesco Possenti nacque ad Assisi nel 1838. A quattro anni gli morì la mamma.
Lui, i suoi fratelli e sorelle, si stabilirono, con il padre, governatore dello Stato pontificio, a Spoleto, dove Francesco frequentò i Fratelli delle scuole cristiane ed i Gesuiti. A 18 anni entrò nel noviziato dei Passionisti a Morrovalle (Macerata), col nome di Gabriele dell'Addolorata. Morì nel 1862, ma soli 24 anni, a Isola del Gran Sasso, avendo ricevuto solo gli Ordini Minori.

 

Un giovane studente, un bel ragazzo biondo, delicato e snello, di famiglia agiata, serio, intelligente, esuberante, di buona compagnia, socievole, aperto a tutto il fascino che la vita può offrire e, come tutti i giovani, vestiva con eleganza raffinata, signorile e distinto. Aveva anche recitato in qualche accademia, dove aveva incantato tutti con la sua voce dolce, maliosa ed evocatrice. Ed era ben consapevole di questi suoi doni, non gli piaceva stare in casa, ma andare a caccia in allegra compagnia, gli piacevano i romanzi, la danza, il teatro, avrebbe voluto fumare, gli piaceva anche la musica. Era buono di cuore, si commuoveva facilmente davanti alla miseria, ma talvolta si lasciava andare a scatti d'ira emotivi, ma andava in chiesa a pregare... Avrebbe potuto fare qualsiasi cosa...


Ma invece, diede un taglio a tutto e si ritirò in convento...

Forse fu la mancanza della mamma che lo lasciò a quattro anni, ed ogni volta che lui la chiamava, gli dicevano: Tua mamma è lassù in cielo ..., come quando gli parlavano della Madonna... che stava lassù... Così ebbe grande devozione per Maria e in camera aveva una statua dell' Addolorata nell’atto di sorreggere sulle ginocchia il Figlio Gesù morto. Francesco la guardava spesso, piangendo per Lei e questa è forse la ragione del nome che prese da religioso, a diciotto anni, nel 1856: Gabriele dell’Addolorata.

La sua conversione, non tanto improvvisa, derivava fors'anche dal fatto che Francesco aveva già perso oltre la madre anche dei fratelli, ma, infine, la morte, a causa del colera, della sorella maggiore Maria Luisa, nel 1855, lo provò nel profondo, costringendolo a pensare ad una esistenza diversa da quella che aveva condotto fino a quel momento, facendogli prendere distanza dalla sua vita e percependo, un messaggio diretto proprio a lui, da parte di Dio.
E della Madonna: a Spoleto si celebrava una grande processione per celebrare l’ultimo giorno dell’ottava dell’Assunzione, a cui anche Francesco era presente, inginocchiato tra la folla, attendendo il passaggio della statua. Ed ecco la Madonna arrivò e sembrò guardarlo intensamente, tanto che il ragazzo sentì un fuoco che bruciava dentro di lui senza fine. Ogni altra cosa passata non aveva più senso, a paragone di quell'amore da cui ora era preso, mentre ascoltava una voce che lo chiamava per nome dicendo: "Francesco che stai a fare nel mondo? Tu non sei fatto per esso. Segui la tua vocazione". (Card. Giovanni Colombo)”. E Francesco diventa Gabriele di Maria Addolorata.

Poco dopo, con parere favorevole del confessore e contrario del padre (che lo voleva, come già aveva fatto, collaboratore nel suo lavoro amministrativo) entrò nel noviziato dei Passionisti, presso Loreto, scegliendo il nome di Gabriele di Maria Addolorata.
"Davvero la mia vita è piena di contentezza..." Scrisse al padre, che aspettava che ritornasse a casa, che era piena di felicità e, "che egli parlava seriamente e non avrebbe mai barattato un quarto d’ora di stare dinanzi alla Madre Celeste, con nessuna misura di tempo, nè con qualsiasi spettacolo o divertimento mondano".
La vita religiosa non lo spaventava, si era adattato subito con entusiasmo alla rigida regola della Congregazione, iniziando una vita di penitenze e mortificazioni, meditando continuamente sulla passione di Cristo.
Nel 1859 Gabriele viene trasferito coi suoi compagni a Isola del Gran Sasso, in Abruzzo per continuare gli studi per il sacerdozio. Egli aumenta le sue mortificazioni e le rinuncie a beneficio di compagni o poveri, approfondisce la spiritualità mariana, aggiungendo anche il voto personale di diffondere la devozione all’Addolorata, ma la sua salute andrà purtroppo deteriorando sempre più, sia per la fragilità della sua costituzione, che per la rigidità della vita della comunità e per le sue privazioni volontarie supplementari. Si ammalerà di tubercolosi polmonare, avviandosi verso la morte, che avverrà, nel 1862, a soli 24 anni.

I suoi scritti riflettono la sua stretta relazione con il Signore e la Vergine Maria. In particolare, nelle Risoluzioni descrive in dettaglio la via che aveva seguito per raggiungere tale unità con la Passione di Cristo e i dolori di Maria, conseguendo così la perfezione secondo la regola passionista.
Prima di morire chiese al suo confessore di distruggere il diario in cui aveva scritto le grazie concessegli dalla Madonna, temendo che il demonio se ne potesse servire per tentarlo di vanagloria negli ultimi momenti della sua esistenza e della lotta finale. Il confessore obbedì a questa sua ultima richiesta di umiltà, anche se, purtroppo, noi abbiamo perso un prezioso documento di vita spirituale.

I giovani hanno bisogno di esempi da imitare ma, spesso questi modelli sono banali e superficiali o addirittura negativi. Era così anche ai tempi di Gabriele dell’Addolorata. e per offrire un modello giovanile di santità coraggiosa e profonda sia i Passionisti che la Chiesa Cattolica accelerarono il processo di canonizzazione del giovane abruzzese, confortati da una grande devozione dei fedeli nei confronti del loro conterraneo. L'iter fu piuttosto rapido e Gabriele venne santificato in breve tempo e proposto alla venerazione ed imitazione di tutti i fedeli, specialmente dei giovani, il 13 maggio 1920 dal Papa Benedetto XV.
Pochi anni dopo, nel 1926, Pio XI lo dichiarò Patrono della Gioventù Cattolica italiana. Giovanni XXIII lo ha nominato patrono dell'Abruzzo, dove passò gli ultimi tre anni della sua vita. È anche patrono del comune di Martinsicuro e del Comune di Bovolenta (Padova), molto venerato nella province di Macerata, Fermo ed Ascoli Piceno e soprattutto nella Val di Chienti, a Morrovalle, dove fece il noviziato nel convento dei Padri Passionisti.

E' patrono della Citta' di Civitanova Marche assieme a San Marone Martire e Santa Maria Apparente. In questa città, era nata sua madre ed il padre ne era stato amministratore per quattro anni. Inoltre a Civitanova sono anche custodite e venerate in artistici reliquiari tre Sacre Reliquie del giovane santo. A Lui è intitolata una parrocchia e la banda cittadina. Alla fine di ogni anno scolastico, quando mancano cento giorni all'inizio dell'esame di Stato, numerosi studenti d'Abruzzo e Regioni vicine si recano al santuario per partecipare alla messa e pregare per il buon esito dell'esame. Dopo la messa, all'esterno avviene la benedizione delle penne, con cui i diplomandi affronteranno l'esame scritto di maturità e la giornata si conclude in allegria e serenità.

Il ricordo di questo giovane santo morto a 24 anni è molto vivo specialmente in Abruzzo, nel Santuario di Isola, meta di pellegrinaggi ogni anno per centinaia di migliaia di giovani che vedono in Gabriele un santo da imitare, oggi ancora più valido e moderno, un aiuto per la loro crescita umana e spirituale.
Il culto di san Gabriele è diffuso anche tra gli emigranti italiani che ne hanno propagato la venerazione anche negli Stati Uniti d'America, in America Centrale e Meridionale, in Canada ed Australia.

 

Pare che, attraverso la sua intercessione, Santa Gemma Galgani fosse guarita da una grave malattia e con il suo esempio la santa lucchese definì meglio la sua vocazione passionista.

Un'altra testimonianza dei moracoli del giovane Santo proviene dal Veneto, dove una signora, nipote di un parroco, affemava che da piccola era ormai in fin di vita per una grave malattia, finchè una notte le apparve in sogno "il giovanetto del quadro", come dichiarò allo zio la mattina dopo, riferendosi ad un quadretto di San Gabriele, che il prete teneva nel suo studio in canonica.

PREGHIERA

 

O glorioso S. Gabriele che meditando assiduamente le pene amarissime di Gesù, traeste forza per disprezzare le vanità del mondo e praticare le virtù più eroiche, otteneteci che, ricordando sempre la Passione del Signore, possiamo superare le tentazioni della natura corrottta ed osservare fedelmente la santa Legge di Dio.


Pater, Ave, Gloria

 

 

SAN LIBERATORE

Il corpo di San Liberatore è custodito nella nicchia sottostante l'altare maggiore, in Marigliano, in provincia di Napoli.

 

La chiesa, a una sola navata con abside, barocca nell’insieme, contiene il suo corpo, di cui poco si sa.

 

San Liberatore è stato un Santo vescovo, venerato a Benevento, pur non essendo vescovo di quella città, ed anche in località vicine ed in Campania, il 15 maggio.
Di lui si sa molto poco, ma gli studiosi, sono concordi ad identificarlo con il celebre s. Eleuterio o Liberatore vescovo d’Illiria.
Eleuterio-Liberatore, figlio del console Eugenio, viveva con la madre Anzia a Roma; venne ordinato diacono, sacerdote, poi vescovo da Aniceto, e, infine, inviato nell’Apulia, nella antica città di Aeca.
Tornato a Roma con la madre, vennero entrambi condannati a morte dall’imperatore Adriano; la versione greca dice il 15 dicembre 130 ca., quella latina dice il 18 aprile.

Viene ricordato come Vescovo di Illiria, sia come Liberatore che come Eleuterio, mentre numerose chiese, conventi ed edifici religiosi sorgevano in suo onore, soprattutto nell'Italia centro-meridionale: ( MarcheAbruzzoUmbria, Lazio, Campania, nord della Puglia), ma anche in Istria. Pure al suo nome, Liberatore, è dedicato il famoso monastero di Majella, la cui fondazione, pare sia dovuta a Carlo Magno.
La prima, attendibile testimonianza sull'Abbazia di San Liberatore è il Memoratorium dell'abate cassinese Bertario (856-883), su cui compare come a San Liberatore nel IX secolo, appartenesse un territorio e patrimonio che si estendeva dalla Maiella all'Adriatico tra le valli del Sangro e del Pescara, includendo Serramonacesca, Manoppello, RoccamontepianoFara Filiorum Petri.

La fabbrica venne creata nell'anno 1007 dal monaco Teobaldo su una costruzione preesistente del IX secolo ca. E proprio a lui, si deve un Commemoratorium, cioè un inventario testamentario nel quale, come preposito e come abate di Montecassino (dal 1022), egli attesta il suo impegno per San Liberatore, oltre che la dotazione liturgica e l'attività scrittoria da lui promosse in favore della chiesa monastica maiellese.


Tale ipotesi ha suscitato però gravi dubbi, per cui non si esclude l'esistenza di più santi omonimi, anche perché non tutte le fonti riportano san Liberatore come vescovo.

Sembra, invece, più ragionevole pensare, come prima ipotesi, quella che san Liberatore fosse forse martire e vittima delle persecuzioni di Diocleziano: un martirologio scritto in caratteri longobardi riportava infatti san Liberatore martire al 15 maggio, ma senza definirlo vescovo; questo documento venne ritenuto attendibile da un'inchiesta compiuta nel XVII secolo dai Bollandisti, che pensarono comunque alquanto probabile che egli fosse vescovo e che le sue spoglie mortali giacessero nella chiesa di Santa Sofia a Benevento.

PREGHIERA

O Dio, che continuamente rinnovi la Tua Chiesa, donaci di imitare la meravigliosa fortezza del Tuo martire san Liberatore, per ottenere il premio promesso a chi soffre a causa del Tuo nome.

 

 

SAN LUIGI ORIONE




Nacque a Pontecurone, Tortona, il 23 giugno 1872 in una famiglia semplice, educato soprattutto dalla madre che poi lo aiutò nelle sue opere. durante l'infanzua lavorò nei campi, frequentando un po’ di scuola, dedito alle pratiche religiose, poi a 13 anni entrò fra i Frati Minori di Voghera, ma, purtroppo, a causa di una grave polmonite, dovette ritornarsene in famiglia. Nel 1886, entrò nell’oratorio di Torino diretto da S. Giovanni Bosco, dove rimarrà per 3 anni, lasciando poi i salesiani ed entrando nel 1889 nel seminario di Tortona, per studiare filosofia per due anni, dove gli verrà anche affidato il compito di custode del Duomo, tanto che alloggerà in una stanzetta lì sopra.
Proseguì gli studi teologici dove ebbe l’opportunità di avvicinare ragazzi a cui impartiva lezioni di catechismo nella sua piccola stanza, ma essa non bastava ed il vescovo gli concesse l’uso del giardino del vescovado.
Il 3 luglio 1892, il giovane chierico Luigi Orione, inaugurò il primo oratorio intitolato a san Luigi, mentre nel 1893 aprì il collegio di san Bernardino.
Nel 1895, venne ordinato sacerdote, celebrando la prima Messa fra i suoi ragazzi, che nel frattempo si erano trasferiti nell’ex convento di S. Chiara. Attorno a lui si riunirono altri sacerdoti e chierici, formando un primo nucleo della futura Congregazione; si impegnò con tutte le sue forze in molteplici attività: visite a poveri ed ammalati, lotta contro la Massoneria, diffusione della buona stampa, frequenti predicazioni, cura dei ragazzi. Andò a soccorrere le popolazioni colpite dal terremoto del 1908 a Messina e Reggio Calabria, inviando nelle sue Case molti orfani, divenne centro degli aiuti sia civili che pontifici. Papa Pio X gli diede l’incarico, che durò tre anni, di vicario generale della diocesi di Messina.

Nel frattempo, nel 1909, porta ad Alessandro Fortis, già Primo Ministro e noto massone, morente, la sua assistenza spirituale, ma, per non essere fermato dai compagni di partito del Fortis, dovette travestirsi da infermiere, come racconta lo stesso don Orione.
Stesso ipegno dimostrerà negli aiuti ai terremotati della Marsica nel 1915, accogliendo altri orfani, a cui diede come a tutti, di che vivere, l’istruzione, il lavoro. Fondò la Congregazione dei Figli della Divina Provvidenza e le Piccole Missionarie della Carità; gli Eremiti della Divina Provvidenza e le Suore Sacramentine, mandando i suoi sacerdoti e le suore nell’America Latina e in Palestina sin dal 1914.
San Luigi Orione fù’esempio di opere di carità, girando per l'Italia per raccogliere vocazioni e aiuti materiali per la sue molteplici Opere.
Per curare tutte le sue attività, fondò la Congregazione dei Figli della Divina Provvidenza e le Piccole Missionarie della Carità; dal lato spirituale e contemplativo, fondò gli Eremiti della Divina Provvidenza e le Suore Sacramentine, a queste due Istituzioni ammise anche i non vedenti.

Al termine della Prima guerra mondiale l'opera di Don Oione si espande, fondando collegi, colonie agricole ed opere caritative e assistenziali sia in Italia (Campocroce (Mirano)MilanoGenovaRomaPalermo, sia nel mondo inviando missionari (in Argentina, in Brasile, in Cile, Uruguay (1921), in Palestina (1921), in Polonia (1923), a Rodi (1925) negli Stati Uniti d'America (1934), in Inghilterra (1935), in Albania (1936). Egli stesso, nel 1921-22 e nel 1934-37, si reca in visita missionaria in questi luoghi, fondando, nel 1931, inoltre, il santuario di Nostra Signora della Guardia a Tortona (Alessandria) e quello della Madonna di Caravaggio a Fumo di Corvino San Quirico (Pavia) (1939). Diventerà anche Ascritto Consacrato dell'Istituto della carità, una forma prevista dal fondatore Antonio Rosmini che dava la possibilità anche ai consacrati di unirsi alla società da lui fondata. Per ben due volte, nel 1921 e nel 1934 per sostenere le sue opere, si recò egli stesso a Buenos Aires, dove restò tre anni organizzando scuole, colonie agricole, parrocchie, orfanotrofi, case di carità dette “Piccolo Cottolengo”.


Conduceva una vita penitente e poverissima e, sebbene cagionevole di salute, organizzò missioni popolari, presepi viventi, processioni e pellegrinaggi, affinchè la fede permeasse tutte le fasi della vita.
Gli ultimi tre anni della sua vita li trascorse a Tortona, facendo visita al ‘Piccolo Cottolengo’ di Milano ed a quello di Genova; cedendo alle pressioni dei medici e dei confratelli, si concesse qualche giorno di riposo a Sanremo nella villa di S. Clotilde, dove morì dopo pochi giorni, il 12 marzo 1940.

Noto a personaggi di ogni ceto sociale e culturale, ai papi s. Pio X e Benedetto XV, al maestro Lorenzo Perosi, alle autorità politiche nazionali e locali, ai santi del suo tempo, il fondatore della ‘Piccola Opera della Divina Provvidenza’ venne beatificato il 26 ottobre 1980 da papa Giovanni Paolo II, con gran gioia di tanti suoi figli ed assistiti provenienti da tante Nazioni e, successivamente, nel 2004, sempre da Papa Giovanni Paolo II, venne proclamato santo, data in cui viene ricordato ogni anno dalla sua Congregazione e dalla diocesi di Milano.

I suoi funerali furono solenni, tutte le città del Nord dove passò il suo corteo lo omaggiarono grandemente: venne tumulato nella cripta del Santuario della Madonna della Guardia di Tortona, da lui fatto edificare. Venticinque anni dopo nel 1965, fu fatta la ricognizione della salma che fu trovata completamente intatta e di nuovo tumulata. La sua memoria liturgica si celebra il 12 marzo.

Al santo sono dedicate alcune chiese, tra le quali una Chiesa parrocchiale a Pavia, una chiesa ad Avezzano, una a Venafro, una a Seregno e una a Palermo.


Un santo moderno, poliedrico, pieno di idee ma soprattutto di amore...

PREGHIERA

 

O Santissdima Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo, Ti adoriamo e Ti ringraziamo della immensa carità che hai diffuso nel cuore di san Luigi Orione e di averci dato in Lui l'Apostolo della Carità, il padre dei poveri, il benefattore dell'umanità dolente ed abbandonata.

Concedici di imitare l'amore ardente e generoso che il Santo ha portato a Te, alla Madonna, alla Chiesa, al Papa, a tutti gli afflitti, per i Suoi meriti e la Sua intercessione, concedici la grazia che Ti chiediamo....
Gloria al Padre, al Figlio, allo Spirito Santo...

 

 

SAN PIO DA PIETRELCINA

Padre Pio, al secolo Francesco Forgione (Pietrelcina25 maggio 1887 – San Giovanni Rotondo23 settembre 1968), era un presbiterodell'Ordine dei frati minori cappuccini, venerato come santo dalla Chiesa cattolica, che lo ricorda la memoria liturgica il 23 settembre, anniversario della morte.

Ancora in vita, era già santo per i fedeli, sia per la fama di taumaturgo, cosa che ha suscitato molte critiche, sia nell'ambiente ecclesiastico che fuori.

 

Era nato a Pietrelcina, piccolo comune del Beneventano il 25 maggio 1887, da Grazio Forgione e Maria Giuseppa, detta "Peppa" di Nunzio e venne battezzato il gorno dopo col nome Francesco, per desiderio della madre, devota a san Francesco d'Assisi.
Il 27 settembre 1899 ricevette la comunione e la cresima dall'arcivescovo di Benevento. Su di lui ebbe grande influenza la mamma, cattolica fervente che lo indirizzò ad una formazione religiosa. Frequentò le scuole in maniera saltuaria poichè la sua presenza era necessaria in famiglia dove lavorava la terra e solo a 12 anni cominciò a studiare recuperando gli anni persi, sotto la guida del sacerdote Domenico Tizzani che, in due anni gli fece svolgere tutto il programma delle elementari. Poi, passò alla scuola per gli studi ginnasiali.

Sentì subito il desiderio di diventare sacerdote, grazie anche alla conoscenza di un frate del convento di Morcone, fra' Camillo da Sant'Elia a Pianisi, che spesso passava per Pietrelcina a raccogliere offerte. Quando compì 14 anni, fece le pratiche per entrare in convento, ma lsolo nell'autunno del 1902 arrivò l'accettazione.
P. Pio sostenne di aver avuto una visione di Gesù, dopo la comunione, che gli aveva preannunciato una continua lotta con Satana e la notte prima di andare in convento, ebbe un'altra visione in cui Dio e Maria lo incoraggiavano.

Il 22 gennaio dello stesso anno, a 15 anni, diventò "fra' Pio", e, concluso l'anno di noviziato, fece la professione dei voti semplici (povertà, castità e obbedienza) il 22 gennaio del 1904. Nell'ottobre 1905 si trasferì a San Marco la Catola per studiare filosofia, poi, ad aprile del 1906 ritornò a Sant'Elia a Pianisi (CB) per frequentare il ginnasio.


Fu nel Convento di Serracapriola negli anni 1907-1908, per il percorso scolastico e aveva per compagni vari frati di San Giovanni Rotondo e, da Roio, Anastasio che abitava la cella accanto a quella sua, tutti allievi del Padre Lettore Agostino da San Marco in Lamis.
Di lui, Padre Agostino scrisse che aveva conosciuto Padre Pio da frate il 1907, quando era studente in Teologia a Serracapriola. Era buono, obbediente, studioso, ma malaticcio... quel continuo pianto che faceva meditando la Passione di Cristo gli portò male agli occhi». il pianto, cessò poi nel Convento di Serracapriola. Il Venerdì Santo del 1908 fra' Pio, già sofferenteal torace, venne anche ulteriormente colpito da una "emicrania" che continuò ad affliggerlo per tutto il tempo della permanenza a Serracapriola, impedendogli, a volte, di partecipare alle lezioni scolastiche.
Nel Convento, oltre ai malesseri generali, fra' Pio patì molto anche la calura estiva dell'anno 1908 e con i genitori si lamentava per il caldo che in quei mesi era un po' eccessivo, ma era conscio che non si poteva fare diversamente.


Quegli problemi fisici, causati "da una misteriosa malattia" che "galoppava" e l'inappetenza cronica del giovane, allarmarono i Cappuccini di Sant'Angelo che comunicarono con il parroco di Pietrelcina e i frati convocarono il padre di fra' Pio, che, arrivato a Serracapriola, trovò ospitalità nel Convento, ma i due tornarono poi insieme al loro paese per una vacanza di salute, consigliata dal medico che lo aveva visitato.
Già prima fra' Pio era stato per alcuni giorni in quel Convento, in "gita di lavoro", con altri confratelli, dal Convento molisano di Sant'Elia a Pianisi. Essi vendemmiarono la vigna e, durante le operazioni relative, i fumi di alcool liberatisi dalle uve pigiate, inebriarono fra' Pio che a Bacco non aveva brindato.

 

Ultimato il primo anno del Corso di Teologia a Serracapriola, fra' Pio proseguì gli studi nel Convento di Montefusco, nell'avellinese, ed il 27 gennaio 1907 professò i voti solenni. Nel novembre del 1908, conclusi gli studi, andò a Montefusco dove studiò teologia e nel luglio del 1909ricevette l'ordine del diaconato, nel noviziato di Morcone. Tra novembre e dicembre risiedette nel convento di Gesualdo (Av) ed il 10 agostodell'anno successivo venne ordinato sacerdote nel duomo di Benevento, nonostante non avesse ancora raggiunto i 24 anni, età minima per l'ordinazione.

In questo periodo tutti gli agiografi collocano la comparsa sulle sue mani delle stimmate "provvisorie".
Fra' Pio ne diede comunicazione per la prima volta l'8 settembre 1911, al padre spirituale di San Marco in Lamis, in una lettera in cui racconta che il fenomeno era ormai "attivo" da quasi un anno, ma egli aveva taciuto perchè se ne vergognava. Fra' Pio rispose alle sue domande, affermando che aveva ricevuto le stimmate, «visibili, specie in una mano», ma che, pregando il Signore, il fenomeno sarebbe scomparso, rimanendo, però, il dolore ancora vivo". Sostenne, poi, che avrebbe subito quasi ogni settimana, da alcuni anni, la coronazione di spine e la flagellazione.

Per ragioni di salute, il 7 dicembre 1911, fece ritorno a Pietrelcina, restandovi, salvo qualche breve interruzione, sino al 17 febbraio 1916, in casa del fratello Michele.
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Prestò il servizio militare a Benevento dal 6 novembre 1915, per cui aveva fatto la visita di leva nel 1907 e, dichiarato abile, venne lasciato a casa con un congedo illimitato; venne quindi richiamato, nel novembre del 1915 e si presentò al distretto militare di Benevento dove venne assegnato alla Decima compagnia sanità di Napoli, con il numero di matricola 2094/25.
Dopo circa un mese, a causa di continui disturbi di cui soffriva, venne mandato in licenza per 30 giorni. Tornato in servizio, fu sottoposto ad altre visite mediche e rimandato ancora in licenza per 6 mesi, trascorrendo questo periodo nel convento di S. Anna a Foggia, dove continuò a stare male.

Si decise quindi di spostarlo a San Giovanni Rotondo, un paese sul Gargano a 600 m di altezza dove anche nei mesi caldi faceva relativamente fresco. Nel 1916 fra' Pio giunse a Foggia, dove rimase sette mesi circa, abitando nel convento di Sant'Anna e la sera del 28 luglio, accompagnato da padre Paolino da Casacalenda, arrivò per la prima volta a San Giovanni Rotondo, nel convento di Santa Maria delle Grazie. Si sentiva meglio in quel posto, ma dopo una settimana circa scese di nuovo a Foggia, poiché il permesso richiesto al padre provinciale, non arrivava e così, il 13 agosto Pio gli scrisse, chiedendo di poter «passare un po' di tempo a San Giovanni Rotondo», così come gli aveva assicurato Gesù stesso. Alla fine,  Fra' Pio venne lasciato in quel convento, come direttore spirituale del seminario.

A dicembre riprese il servizio militare, ma venne di nuovo rimandato a casa per altri 2 mesi. Al rientro venne giudicato idoneo e destinato alla caserma di Sales in Napoli, dove rimase fino al marzo del 1917, quando dopo una visita all'ospedale di Napoli gli fu diagnosticata una "tubercolosi polmonare" accertata dall'esame radiologico e mandato a casa con un congedo definitivo.

Nell'agosto  1918 fra' Pio disse di aver avuto delle visioni riguardanti un personaggio che lo avrebbe trafitto con una lancia, lasciandogli una ferita costantemente aperta (transverberazione). Il 20 settembre, dopo un'ulteriore presunta visione, Pio affermò che avrebbe ricevuto le stimmate "permanenti", cioè che stavolta non sarebbero andate più via - così gli aveva detto Gesù - per i successivi cinquant'anni. 
Queste ferite vennero variamente interpretate: come segno di una particolare santità, come una patologia della cute o addirittura come auto-inflitte. Le prime stimmate, "provvisorie", risalivano al 1910, quando P. Pio aveva avuto il permesso di lasciare il convento e di tornare nella sua casa natale a Pietrelcina. Tutti i giorni, dopo aver celebrato la messa, si recava nella vicina Piana Romana, dove il fratello Michele aveva costruito per lui una capanna e dove poteva pregare e meditare all'aria aperta, cosa che giovava molto ai suoi polmoni malati.
Il fenomeno delle stimmate, rivelò al suo confessore, aveva cominciato a manifestarsi proprio là, nel settembre 1910, e con maggior intensità un anno dopo, quando il frate scrisse al suo direttore spirituale: «In mezzo al palmo delle mani è apparso un po' di rosso, grande quanto la forma di un centesimo, accompagnato da un forte e acuto dolore. Questo dolore è più sensibile alla mano sinistra. Anche sotto i piedi avverto un po' di dolore.»

Nel diario del direttore spirituale di padre Pio, si legge che nel 1892, quando il giovane Forgione aveva solo 5 anni, era già affetto da diverse malattie. A 6 anni venne colpito da una grave enterite, che lo costrinse a letto per un lungo periodo. A 10 anni si ammalò di febbre tifoidea. Nel 1904 fra' Pio venne inviato, con gli altri giovani che insieme a lui avevano superato l'anno di prova di noviziato, a Sant'Elia a Pianisiin provincia di Campobasso, per iniziare il periodo di formazione. Quasi subito fra' Pio cominciò ad accusare inappetenza, insonnia, spossatezza, svenimenti improvvisi e terribili emicranie, inoltre vomitava spesso e riusciva a nutrirsi soltanto con del latte: per questo non andò nel convento di Sicignano degli Alburni, a cui era stato destinato.

Gli agiografi raccontano che proprio in quel periodo, insieme ai malanni fisici, cominciarono a manifestarsi fenomeni, a detta dei testimoni, inspiegabili. Secondo i loro racconti, di notte, dalla stanza di fra' Pio s'udivano provenire rumori sospetti, a volte urla o ruggiti, mentre durante la preghiera, il frate restava come intontito, come assente (va ricordato che fenomeni di questo tipo sono frequentemente descritti nelle agiografie di santi e mistici di ogni tempo, e secondo la psichiatria contemporanea sono spiegabili come sintomi di psicosischizofrenia). Qualche confratello disse addirittura di averlo visto in estasi, sollevato da terra.

 

Nel giugno del 1905 la salute del frate era talmente compromessa che i superiori decisero di mandarlo in un convento di montagna, sperando che il cambiamento d'aria gli facesse bene.

Le condizioni di salute però, peggioravano, allora i medici consigliarono di farlo tornare nel suo paese; anche qui però il suo stato di salute peggiorò continuamente. Negli anni giovanili padre Pio fu anche colpito da "bronchite asmatica", di cui continuò a soffrire fino alla morte. Aveva anche una calcolosi renale grave, con coliche frequenti. Un'altra malattia molto dolorosa fu una specie di gastrite cronica, che poi si trasformò in ulcera. Soffrì di infiammazioni dell'occhio, del naso, dell'orecchio e della gola e infine di rinite e otite croniche

Nel 1925 fu operato per un'ernia inguinale, e un po' dopo sul collo gli si formò una grossa cisti che dovette essere asportata. Un terzo intervento lo subì all'orecchio, dove gli si era formato un epitelioma, e l'esame istologico eseguito a Roma disse che si trattava di una forma tumorale maligna. Dopo l'operazione padre Pio fu sottoposto a terapia radiologica, che ebbe successo, sembra, in sole due sedute. Nel 1956 fu colpito da una grave "pleurite essudativa", malattia che venne accertata radiologicamente dal professore Cataldo Cassano, che estrasse personalmente il liquido sieroso dal corpo del Padre, rimasto a letto per 4 mesi consecutivi. Negli anni della vecchiaia il Padre fu infine tormentato dall'artrite e dall'artrosi.


Un fenomeno misterioso che si sarebbe manifestato nel corpo di Padre Pio erano le febbri estremamente alte che sconcertavano alcuni dei medici che si erano interessati alla sua salute. Per primi, quelli dell'ospedale militare di Napoli durante una visita di controllo. La febbre era così alta che il termometro clinico non fu in grado di misurarla. In altre occasioni, sempre durante il periodo del servizio militare, sarebbero state rilevate nel corpo del frate temperature fino a 52 °C. Il primo a misurare con esattezza la temperatura corporea di padre Pio fu un medico di Foggia, quando il frate era ospite di un convento del luogo e continuava a stare male. Il medico, non riuscendo ad utilizzare il termometro clinico perché fuori scala, ricorse a un termometro da bagno, che avrebbe registrato una temperatura di 48 °C.

Lo studio scientifico di quelle febbri altissime fu ripreso dal dottor Giorgio Festa nel 1920, che aveva sentito parlare di tale anomalia e riteneva il fenomeno impossibile, ed iniziò, dunque, a misurare al Padre la temperatura con metodo, due volte al giorno, dando ordine ai superiori del convento di procedere in modo analogo in sua assenza.
Secondo il rapporto stilato da Festa, a giorni la temperatura oscillava intorno a valori assolutamente comuni, tra i 36.2 e i 36.5 °C, ma in altri giorni si evidenziavano picchi di temperatura a 48-48.5 °C. Quando era vittima di tali temperature elevate, il frate appariva molto sofferente e agitato sul suo letto, ma senza il delirio ed i comuni disturbi che di solito accompagnano alterazioni febbrili notevoli.
Secondo Francesco Castelli, il Padre Lorenzo da San Marco in Lamis, superiore dei Cappuccini di San Giovanni Rotondo, interrogato il 16 giugno 1921 dal Visitatore Apostolico, dichiarò di avere verificato a più riprese la temperatura di Padre Pio, alla presenza del dottor Francesco Antonio Gina e del dottor Angelo Merla, riscontrando successivamente 43 °C, 45 °C e 48 °C. Dopo uno o due giorni tutto rientrava nel suo stato normale, e al terzo giorno il frate tornava nel confessionale.

Da un punto di vista medico-scientifico si tratterebbe di un fenomeno inspiegabile, in quanto temperature così elevate dovrebbero condurre in breve tempo alla morte: in generale, infatti, "la temperatura corporea più elevata considerata ancora compatibile con la vita è 42 °C anche se, per brevi periodi, è possibile sopravvivere a temperature più elevate, sino a 43 °C". Al contrario, viene riportato che dopo tali attacchi febbrili il frate era regolarmente in grado di tornare ai suoi compiti senza apparente danno. Il fenomeno delle ipertermie è oggetto di discussione e di diverse interpretazioni. Ad esempio, secondo Pier Angelo Gramaglia, anche se Padre Pio «interpretava il fenomeno come un segno di inusuali esperienze mistiche», «in realtà l'ipertermia ha per lo più cause neuropatologiche e può accompagnare le reazioni emotive di individui che subiscono facilmente stati di dissociazione, perdendo nel delirio febbricitante conseguente il senso del limite tra fantasia allucinata e realtà. L'ipertermia provocava anche deliri, grida e crisi isteriche, sempre acriticamente intese quali esperienze soprannaturali e di eventi carismatici».


Alcune voci dicevano che la sua persona aveva cominciato a emanare un inspiegabile profumo di fiori, non percebile da tutti allo stesso modo: «Chi diceva di sentire profumo di rose, chi di violette, di gelsomino, di incenso, di giglio, di lavanda ecc.». La voce della comparsa delle stimmate fece il giro del mondo e San Giovanni Rotondo divenne meta di pellegrinaggio da parte di persone che speravano di ottenere grazie.

Gli venne anche attribuito il merito di alcune conversioni e guarigioni "inaspettate", grazie alla sua intercessione presso Dio. La popolarità di Padre Pio e di San Giovanni Rotondo cresceva anche grazie al passa-parola e la località dovette cominciare ad attrezzarsi per l'accoglienza di visitatori che arrivavano in sempre maggior numero. La situazione divenne imbarazzante per alcuni ambienti della Chiesa cattolica: la Santa Sede infatti non aveva notizie precise su cosa stesse realmente accadendo; le poche notizie ricevute alimentavano il timore di una macchinazione, col movente di interessi economici, in nome della Chiesa e della familiare figura del frate. Un primo rapporto fu stilato dal Padre Generale dei cappuccini, che, a sua volta, aveva inviato Giorgio Festa, il quale ipotizzò una possibile origine soprannaturale del fenomeno, ma proprio il suo grande entusiasmo produsse effetti negativi quanto a credibilità. Si fecero perciò ulteriori indagini, molte delle quali condotte in incognito.

Un gran numero di medici visitò Padre Pio per verificare che non si trattasse di un millantatore. Il primo a studiare le ferite fu il professore Luigi Romanelli, primario dell'ospedale civile di Barletta, su ordine del padre superiore Provinciale, nel maggio 1919.
Nella sua relazione, tra l'altro, egli scrisse: «Le lesioni che presenta alle mani sono ricoperte da una membrana di colore rosso bruno, senza alcun punto sanguinante, niente edema e niente reazione infiammatoria nei tessuti circostanti. Ho la certezza che quelle ferite non sono superficiali perché, applicando il pollice nel palmo della mano e l'indice sul dorso e facendo pressione, si ha la percezione esatta del vuoto esistente».
Due mesi dopo, il 26 luglio, arrivò a San Giovanni Rotondo il professore Amico Bignami, ordinario di patologia medica all'Università di Roma e le sue analisi mediche non si discostarono da quelle del prof. Romanelli, anzi egli affermò che secondo lui quelle "stimmate" erano cominciate come prodotti patologici (necrosi neurotonica multipla della cute) ed erano state completate, forse inconsciamente per un fenomeno di suggestione, o con un mezzo chimico, per esempio la tintura di iodio.

Nel 1920 padre Agostino Gemelli, medico, psicologo e consulente del Sant'Uffizio, grazie alle sue conoscenze scientifiche e agli studi specialistici sui "fenomeni mistici" che aveva condotti sin dal 1913, fu incaricato dal cardinale Rafael Merry del Val di visitare Padre Pio ed eseguire "un esame clinico delle ferite". "Perciò - pur essendosi recato nel Gargano di propria iniziativa, senza che alcuna autorità ecclesiastica glielo avesse chiesto - Gemelli non esitò a fare della sua lettera privata al Sant'Uffizio una sorta di perizia ufficiosa su padre Pio". Egli si espresse compiutamente in merito e volle incontrare il frate. Padre Pio però rifiutò la visita chiedendo l'autorizzazione scritta del Sant'Uffizio e vane furono le proteste del Gemelli che riteneva di avere il diritto di effettuare un esame medico delle stimmate. Il frate, sostenuto dai superiori, condizionò l'esame a un permesso da richiedersi per via gerarchica, non prendendo in considerazione le credenziali di padre Agostino Gemelli, che, alla fine, abbandonò il convento, irritato e offeso, concludendo, alla fine:

«È un bluff... Padre Pio ha tutte le caratteristiche somatiche dell'isterico e dello psicopatico... Quindi, le ferite che ha sul corpo... Fasulle... Frutto di un'azione patologica morbosa... Un ammalato si procura le lesioni da sé... Si tratta di piaghe, con carattere distruttivo dei tessuti... tipico della patologia isterica» e lo chiamò, dunque: "psicopatico, autolesionista ed imbroglione"; i suoi giudizi, non basati sull'esame clinico rifiutatogli, avrebbero pesantemente condizionato, per l'autorevolezza della fonte, la vicenda del frate.

 

Come risultato di questi fatti, il 31 maggio 1923, arrivò un decreto vero e proprio in cui si pronunciava la condanna esplicita e il Sant'Uffizio dichiarava il non constat de supernaturalitate circa i fatti legati alla vita di padre Pio ed esortava i fedeli a non credergli e a non andare in pellegrinaggio a San Giovanni Rotondo. La formula del "non constat", equivaleva ad asserire che al momento non erano stati evidenziati elementi sufficienti per affermare la soprannaturalità dei fenomeni, pur non escludendo che potessero esserlo in futuro.

Il decreto venne pubblicato da L'Osservatore Romano il 5 luglio successivo e ripreso dai giornali di tutto il mondo. Il 15 dicembre del 1924, il dottor Giorgio Festa chiese alle autorità ecclesiastiche l'autorizzazione a sottoporre il Padre a un nuovo esame clinico per uno studio ulteriore e più aggiornato, ma non l'ottenne. L'inchiesta sul frate si chiuse con un'altra condanna (maggio 1931) con l'invito ai fedeli a non considerare come soprannaturali le manifestazioni certificate dal Gemelli, ma i più fedeli sostenitori di Padre Pio non considerarono il divieto di Roma vincolante. A Padre Pio venne vietata però la celebrazione della messa in pubblico e l'esercizio della confessione.

Lo storico Luzzatto sottolinea che il Sant'Uffizio dovette scontrarsi, a San Giovanni Rotondo, con un forte slancio devozionale di stampo «clerico-fascista» che raggruppava «pie donne ed ex combattenti, illustri porporati e massoni convertiti, mansueti cristiani e feroci squadristi», spalleggiati da Giuseppe Caradonna, presidente del Consiglio Provinciale della Capitanata. Contribuì, inoltre, ad allentare le pressioni del Vaticano, Emanuele Brunatto, che si industriò per dimostrare la corruzione di alti prelati che denigravano il frate.

Nel luglio del 1933 Papa Pio XI revocò le restrizioni imposte al frate e, secondo alcune voci, il Sant'Uffizio non ritrattò i suoi decreti, ma secondo altre Pio XI avrebbe detto che Padre Pio era stato "più che reintegrato", aggiungendo che era la prima volta che il Santo Uffizio si rimangiava i suoi decreti. Il Santo Uffizio avrebbe parlato, invece, di "una grazia speciale per l'anno santo straordinario".

A San Giovanni Rotondo accorreva gente comune, ma anche personaggi famosi: nel 1938 arrivò la Regina Maria José del Belgio che volle farsi fotografare accanto a padre Pio, i reali di Spagna, la regina del Portogallo in esilio, Maria Antonia di Borbone, Zita di Borbone-Parma,Giovanna di Savoia, Ludovico di Borbone-Parma, Eugenio di Savoia e tanti altri.
Alla fine della seconda guerra mondiale il culto di Padre Pio, ormai "santo vivente" migliorò ancora, grazie alle mutate condizioni socio-culturali del paese, al miglioramento della rete stradale e la progressiva trasformazione del frate in personaggio mediatico.

Nel 1950 il numero di persone che si volevano confessare da lui era talmente imponente che venne organizzato un sistema di prenotazioni.
Il 9 gennaio 1940 venne iniziata la costruzione del grande ospedale Casa Sollievo della Sofferenza.

Papa Giovanni XXIII ordinò ulteriori indagini sul frate, inviando monsignor Carlo Maccarii e all'inizio dell'estate 1960, egli fu informato da monsignor Pietro Parente, assessore del Sant'Uffizio, del contenuto di alcune bobine audio registrate a San Giovanni Rotondo.
Da mesi il Papa prendeva informazioni sulla cerchia delle donne intorno a Padre Pio, si era appuntato i nomi di tre fedelissime, più una misteriosa contessa e informandosi prendeva nota di alcune situazioni che, se vere, avrebbero recato un "vastissimo disastro di anime, diabolicamente preparato, a discredito della S. Chiesa nel mondo, e qui in Italia specialmente. Nella calma del mio spirito, io umilmente persisto a ritenere che il Signore faciat cum tentatione provandum, e dall’immenso inganno verrà un insegnamento a chiarezza e a salute di molti...»"

Padre Carmelo Durante da Sessano riporta una discussione che si sarebbe avuta tra l'arcivescovo di Manfredonia Andrea Cesarano e papa Giovanni XXIII, in cui il papa sarebbe stato "tranquillizzato" circa le questioni riguardanti Padre Pio, venendo a sapere che:“Padre Pio è sempre l’uomo di Dio che ho conosciuto all'inizio del mio trasferimento a Manfredonia. È un apostolo che fa alle anime un bene immenso”. Il Papa ne fu convinto e sollevato.

In quel periodo il superiore locale di Padre Pio era Padre Rosario da Aliminusa, guardiano della comunità di san Giovanni Rotondo, fermo custode delle regole dell'ordine. In varie occasioni e scritti testimoniò che padre Pio non venne mai meno ai suoi doveri d'obbedienza e ne fece risaltare il rigore teologico.

Il 30 luglio 1964Papa Paolo VI, tramite il cardinale Ottaviani, comunicò che a Padre Pio da Pietrelcina veniva restituita ogni libertà nel suo ministero, concedendogli anche di poter continuare a celebrare, anche pubblicamente, la Santa Messa secondo il rito di San Pio V, sebbene fosse ormai in attuazione la riforma liturgica. Molteplici attività finanziarie gestite da Padre Pio passarono alla Santa Sede e venne nominato un amministratore apostolico, destinato a gestire la situazione giuridico-economica dei beni della Casa Sollievo della Sofferenza, mentre il Superiore venne nominato procuratore generale dell'Ordine dei frati minori cappuccini e incaricato di mantenere i rapporti tra l'Ordine e la Santa Sede. Si ricompose, quindi, la frizione che stava insorgendo in relazione alla gestione dei beni e delle donazioni. Padre Pio istituì nel suo testamento la Santa Sede quale legataria di tutti i beni della Casa Sollievo della Sofferenza.

Alle ore 2:30 del mattino di lunedì 23 settembre 1968, Padre Pio morì all'età di 81 anni: ai suoi funerali parteciparono più di centomila persone giunte da ogni parte d'Italia.

 

Le pratiche giuridiche preliminari del processo di beatificazione iniziarono un anno dopo la sua morte, nel 1969, ma incontrarono molti ostacoli, da parte di coloro che erano stati suoi nemici dichiarati. Furono ascoltati decine di testimoni e raccolti 104 volumi di disposizioni e documenti. Tutto il materiale fu inviato a Roma nel 1979, al vaglio degli esperti di Giovanni Paolo II. Il procedimento che portò alla canonizzazione ebbe inizio con il nihil obstat a fine novembre 1982 ed il 20 marzo 1983, a quasi quindici anni dalla morte, iniziò il processo diocesano per la canonizzazione del Servo di Dio. Il 21 gennaio 1990 Padre Pio venne proclamato VenerabileBeato il 2 maggio 1999 e proclamato Santo il 16 giugno 2002, in piazza San Pietro da Giovanni Paolo II come San Pio da Pietrelcina. La sua festa liturgica viene celebrata il 23 settembre, anniversario della sua morte.

Tra i segni miracolosi che gli vengono attribuiti vi sono le "stimmate" che avrebbe portato per 57 anni in diverse fasi: a momenti alterni dal 1910 al 1917, poi ininterrottamente dal 1918 fino a gran parte del 1968, il dono della bilocazione, la profezia, la lettura dei cuori delle persone, soprattutto durante le confessioni (Padre Pio arrivava a confessare anche per diciotto ore al giorno: si stima che, in cinquant'anni, abbia confessato circa seicentomila persone. Innumerevoli sono le testimonianze di chi scopriva che il frate conosceva in anticipo i peccati che stavano per essergli confessati) e la percezione, da parte dei fedeli, di intensi profumi floreali di vario tipo che si sarebbero manifestati come segno della sua presenza anche dopo la sua morte.
Tra i casi di bilocazione che lo avrebbero visto protagonista c'è quello riferito da Luigi Orione, che riferì che nel 1925, mentre si trovava in piazza San Pietro per i festeggiamenti in onore di Teresa di Lisieux, gli sarebbe apparso inaspettatamente Padre Pio, che in realtà non si era mai mosso dal convento che lo ospitò dal 1918 sino alla morte.

Tra i molti miracoli attribuitigli c'è quello della guarigione del piccolo Matteo Pio Colella di San Giovanni Rotondo, sul quale è stato celebrato il processo canonico che ha portato poi alla elevazione agli altari di San Pio.
Matteo, era, all'epoca dei fatti un bambino di sette anni, nato il 4 dicembre 1992 a San Giovanni Rotondo. Durante la mattinata del 20 gennaio 2000, mentre era a scuola, si sentì male: la madre Maria Lucia Ippolito lo portò a casa, dove i sintomi apparirono inizialmente come quelli di una normale influenza, ma in serata la situazione precipitò e il bambino non riconosceva più la madre e sul corpo gli erano comparse diverse macchie violacee, tipico sintomo della coagulazione intravascolare disseminata (CID). Il padre Antonio, urologodell'ospedale "Casa Sollievo della Sofferenza", lo accompagnò al pronto soccorso dell' ospedale, dove gli fu diagnosticata una meningitebatterica fulminante. Ricoverato in rianimazione in coma farmacologico indotto, il giorno successivo, il 21 maggio, Matteo peggiorò: era stato tracheotomizzato a causa di alcuni blocchi respiratori ed aveva sfiorato l'arresto cardiaco, e nove organi erano statl dichiarati gravemente danneggiati; i medici emisero una prognosi infausta, in quanto nella letteratura medica internazionale non erano mai stati contemplati casi di sopravvivenza di pazienti con più di cinque organi compromessi.
In favore del bambino si sviluppò una catena di preghiere rivolte a Padre Pio, a cominciare dai genitori, devoti del frate.
La madre riferì di aver avuto una visione di Padre Pio e la stessa cosa riferì Matteo una volta uscito dal coma, dicendo di essere stato in compagnia di un anziano signore con la barba bianca vestito da frate, che riconobbe come Padre Pio vedendo un'immagine del futuro santo. Egli avrebbe assicurato Matteo che presto sarebbe guarito e lo avrebbe portato con lui in volo fino a Roma. Contrariamente a qualsiasi ragionevole previsione, il bambino cominciò a migliorare: il 27 gennaio gli venne fatta una TAC al cervello che risultò perfettamente nella norma, dopo 10 giorni si risvegliò e il 26 febbraio fu dimesso. Dopo un altro mese di terapie riabilitative poté riprendere la scuola, con un successivo completo recupero psicofisico.
La Consulta medica della Congregazione delle cause dei santi, il 22 novembre 2001, dichiarò che "La guarigione, rapida, completa e duratura, senza postumi, era scientificamente inspiegabile". Il decreto sul presunto miracolo fu promulgato il 20 dicembre 2001 alla presenza di Papa Giovanni Paolo II, che procedette alla canonizzazione.


La vicenda di Padre Pio fu sempre accompagnata, da un lato, da manifestazioni di fede popolare ineguagliate per la loro intensità, e dall'altro da diffidenza anche da parte di alte personalità della Chiesa. Di Padre Pio si sospettava innanzitutto l'intenzione di ottenere vantaggi economici attraverso donazioni e lascitiv dovuti alla sua persona. Questo sospetto fu in parte attenuato quando il frate designò la Chiesa di Roma come erede universale di tutte le sue cose. Parimenti, i flussi di denaro riguardanti le iniziative culminate nella costruzione della Casa Sollievo della Sofferenza continuarono ad essere oggetto di illazioni e di scontro con le gerarchie ecclesiastiche.

A Padre Pio si attribuiscono parecchie profezie sui futuri pontefici e quella più nota e citata riguarda Giovanni Paolo II. Karol Wojtyla conobbe Padre Pio nella primavera del 1947, quando era un giovane sacerdote polacco che studiava all'Angelicum e viveva a Roma nel Collegio Belga. Nei giorni di Pasqua Wojtyla si recò a San Giovanni Rotondo, dove incontrò Padre Pio e, a quanto si dice, il frate gli disse: «Tu diventerai Papa, ma io vedo anche sangue e violenza su di te». Tuttavia Giovanni Paolo II, in ripetute occasioni, ha sempre negato di aver ricevuto detta predizione.

Il primo a scriverne, poco dopo l'attentato al papa, il 17 maggio 1981, fu Giuseppe Giacovazzo, direttore della Gazzetta del Mezzogiorno. Il suo editoriale era intitolato: Sarai Papa nel sangue, gli disse Padre Pio - Una profezia su Wojtyla?. Il giornalista puntualizzava che la sua fonte era il corrispondente del Times Peter Nichols, che gliene aveva accennato nel 1980. Ed egli, a sua volta, disse che "un benedettino vissuto anche in Italia" (mai rintracciato) che avrebbe saputo tutto da un confratello testimone diretto dell'episodio. Il futuro papa avrebbe detto: «Dal momento che io non ho nessuna possibilità di diventar Papa, posso anche essere tranquillo per il resto. Ho una specie di garanzia che non potrà capitarmi mai niente di male». La profezia attribuita a P. Pio venne anticipata anche da altre testate giornalistiche e l'argomento venne tenuto vivo per oltre un mese dalla stampa.

 

Il 6 gennaio 2008 il vescovo Domenico D'Ambrosio annunciò durante la messa nel santuario di Santa Maria delle Grazie che nel mese di aprile 2008 il corpo di Padre Pio sarebbe stato riesumato per una ricognizione canonica e poi esposto alla pubblica venerazione sino al mese di settembre 2009, in vista del quarantesimo anniversario della sua morte. Nella notte tra il 2 e il 3 marzo 2008 venne aperta la bara che conteneva il cadavere di san Pio. Secondo le dichiarazioni del locale arcivescovo, le unghie e il mento erano ben conservati, a quarant'anni dalla sua morte, mentre altre parti del corpo erano visibilmente decomposte. Non sono però state rese pubbliche fotografie

Dal 24 aprile 2008 al 23 settembre 2009 a San Giovanni Rotondo venne esposta la salma di Padre Pio, posionata all'interno di una teca di cristallo costruita appositamente, ma essa in realtà era poco visibile: il volto, ben conservato solo nella parte inferiore, era stato ricoperto da una maschera di silicone che ne riproduceva le sembianze. La salma poggiava e poggia su un piano di plexiglas forato e rivestito di tessuto. Al di sotto ci sono due contenitori in pvc pieni di gel di silice per la regolazione dell'umidità. Nella teca venne immesso azoto per evitare ulteriori decomposizioni. Il 23 settembre 2009, nell'anniversario della morte, si concluse l'esposizione della salma con una solenne cerimonia.

Il 19 aprile 2010 il corpo del santo venne traslato nella cripta della nuova Chiesa di Padre Pio, progettata dall'architetto Renzo Piano, decorata coi mosaici del sacerdote gesuita sloveno Marko Ivan Rupnik e con il soffitto ricoperto di foglia oro, ricavato dalla fusione degli ex voto che i fedeli negli anni avevano donato a san Pio. Tuttavia, l'inaugurazione di tale cripta venne contrassegnata da forti polemiche, sia da parte del mondo laico che da parte degli stessi cattolici, per lo sfarzo decisamente contrario agli ideali cattolici ed in particolare a quelli dell'Ordine Francescano (al quale Padre Pio apparteneva), improntati all'umiltà e alla povertà.

Dal 1º giugno 2013 la salma è esposta alla pubblica venerazione nella chiesa citata e folle di pellegrini, per fede o per curiosità, salgono il monte Gargano alla ricerca del santo, fermandosi in preghiera nel luogo della sua presunta stimmatizzazione.

PREGHIERA

 

Insegna anche a noi, Ti preghiamo, l'umiltà del cuore, per essere annoverati tra i piccoli del Vangelo, ai quali il Padre ha promesso di rivelare i misteri del Suo Regno.
Aiutaci a pregare senza mai stancarci, certi che Dio conosce ciò di cui abbiamo bisogno, prima ancora che lo domandiamo.
Ottienici uno sguardo di fede capace di riconoscere prontamente nei poveri e nei sofferenti il volto stesso di Gesù.
Sostienici nell'ora del combattimento e della prova e, se cadiamo, fà che sperimentiamo la gioia del sacramento del perdono.
Trasmettici la tenera devozione verso Maria, madre di Gesù e nostra.
Accompagnaci nel pellegrinaggio terreno verso la patria beata, dove speriamo di giungere anche noi per contemplare in eterno la gloria del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.

 

 

SAN RESTITUTO MARTIRE

La Confraternita di San Francesco da Paola, costituita nella prima metà del Seicento, a partire dal 1772, con approvazione del Re di Napoli e della Curia Arcivescovile diede inizio ail avori di costruzione di una nuova chiesa fuori dalla Porta Maggiore della città, realizzata nella sua parte inferiore nel 1774 ma non conclusa per mancanza di fondi. Oltre alla chiesa, negli stessi anni, vennero realizzati anche la sacrestia e i locali annessi. Essa venne completata nel suo ordine superiore nel 1791, su progetto di Michele Del Giudice, di Matera, autore, tra tanti edifici, anche della vicina chiesa delle Ss. Lucia e Agata.

Realizzata la nuova chiesa, consacrata dall’Arcivescovo Francesco Zunica, il 29 settembre 1795, molti furono i benefattori che si preoccuparono di abbellirla e dotarla delle suppellettili necessarie, fra cui il Duca di Santa Candida, Domenico Malvinni Malvezzi, che fece costruire l’altare maggiore sostituito, a fine Ottocento, dall’attuale altare marmoreo.

Nel 1856 la Confraternita, riscontrata le piccole dimensioni della chiesa, decise di commissionare un ampliamento all’architetto Davide Conversano, modificato e realizzato, poi, dal materano Giovanni Radogna. A seguito di questo ampliamento, sotto le quattro grandi arcate della navata, vennero realizzati gli altari di San Michele, di Santa Teresa d’Avila, di Maria Ss. Addolorata e di Maria Ss. Immacolata, arricchite di tele del 1776.

Al di sotto dell’altare di Santa Teresa, vennero esposte alla venerazione le reliquie del Santo, che potrebbero essere proprio parte di quelle di San Restituto, morto a Roma Martire, 27 maggio.

Il Martirologio Geronimiano lo ricorda in questa data, mentre il suo sepolcro si trovava, come attesta la Passio, al XVI miglio della via Nomentana, vicino Monterotondo, nei ruderi della chiesa eretta in suo onore e nella cripta in cui venne custodito il suo sepolcro.

Secondo la passio, Restituto venne arrestato a Roma, durante la persecuzione di Diocleziano, perché predicava contro gli dèi e condotto al tribunale dei preside Ermogene, venne invitato a sacrificare agli dei, ma rifiutò. Venne colpito con pietre e flagellato, rinchiuso in carcere, ottenne da Dio, con le sue preghiere, un terremoto che divelse le porte e permise a tutti gli altri carcerati di fuggire.
Ricondotto al tribunale, rifiutò ancora di sacrificare a Giove Capitolino ed Ermogene comandò che venisse decapitato e che il suo corpo fosse gettato presso l'arco di Settimio Severo.

La matrona Giusta lo raccolse, lo nascose nella sua casa e poi lo seppellì in un suo campo, sulla via Nomentana.

Si dice, anche che, al tempo dil papa Adriano IV [1154-591), il corpo di Restituto venne portato a Roma nella chiesa di S. Andrea in Aurísario, o in Catabarbara, che sorgeva nei pressi di S. Maria Maggiore, i cui resti furono ritrovati nel 1930, quando venne costruito il Pontificio Seminario Orientale.
Si può, quindi, dire che Restituto è un martire autentico di Monterotondo, là venerato fino al Medioevo, ma del quale non si hanno notizie storicamente attendibili.

PREGHIERA

Accogli, o Signore, le nostre suppliche e per intercessione di San Restituto Martire, concedici di essere sempre liberi dal peccato e sicuri da ogni turbamento.
Amen.

 

 

SAN RODANO MARTIRE


La Chiesa di S. Michele, una delle più antiche pievi liguri, la cui prima edificazione, demolita per far posto all'attuale canonica, è datata già al periodo romano e secondo lo stile dell'ordine dorico, si trova al centro del paese.

Oggi, nella chiesa, in uno dei suoi sette altari, è conservata l'unica urna contenente il sangue e le ossa del martire san Rodano, santo poco noto, legionario romano, appartenuto alla Legione Tebea, interamente composta da soldati cristiani, tutti martirizzati.

Il 7 agosto 1764 la Pieve di Sori ebbe in dono dal Cardinale Marco Antonio Colonna, vicario di Papa Clemente XIII, le sue reliquie, provenienti da cimitero di S. Callisto: erano dei frammenti del corpo, custoditi in una cassetta di legno assieme ad un'ampolla di vetro, contenente sangue.

Le reliquie arrivarono a Pieve per intercessione del Padre Gesuita Pinceti, su richiesta della famiglia Olderighi.
Il 5 ottobre 1775 Gian Luca Solari, Vicario generale dell'Arcivescovo Lercari, eseguì la ricognizione delle reliquie, riposte poi all'interno di un corpo in legno che raffigurava un uomo vestito da militare, legate dietro e sigillate con cinque sigilli di ceralacca.

Il 14 giugno 1797, Papa Pio VI concesse di celebrare la festa di S. Rodano martire, proclamato Patrono dei marinai, nella quarta domenica di settembre e in quell'occasione la cappella venne abbellita di marmi e pitture. Nel 1807 venne rifatto l'altare.

 

 


Vedere Link a Legione Tebea

PREGHIERA

 

O glorioso Santo, nostro protettore ed intercessore, a Voi ricorriamo, fiduciosi del Vostro aiuto. Fortificateci nella Fede e nella fedeltà alla santa legge di Dio. Accrescete in tutti i cristiani, sacerdoti e laici la fede e la pratica di essa, soprattutto in chi se ne è allontanato. Rendete sante le famiglie ed anche la gioventù. Liberateci da ogni pericolo materiale e spirituale ed otteneteci, infine, che tutti possiamo raggiungere, dopo la nostra morte, il santo Paradiso per cantare con Voi le glorie e le misericordie di Dio per l'eternità. Così sia.

 

 

SAN RUFO MARTIRE


A Belvedere Ostrense è presente San Rufo, dal 1808, quando don Antonio Caprini chiese e ottenne di mettere nella sua chiesa parrocchiale le reliquie del santo martire e patrono dei portalettere.
Questo perchè San Rufo fu portalettere (TABELLARIUS vuol dire portalettere o corriere), ai tempi di Diocleziano (284-305 d. C.) - secondo uno studio di Gennaro Angiolino, presidente della A.I.C.I.S, Associazione Italiana Collezionisti Immaginette Sacre di Roma - e subì il martirio nella persecuzione che quell'imperatore scatenò contro i cristiani nel 303.

Il problema di dove fosse sepolto san Rufo rimase insoluto fino a quando, nel "Coemeterium Maius", sulla via Nomentana in Roma, adiacente a quello di sant'Agnese, fu ritrovato un loculo recante l'iscrizione "RUFUS TABELLARIUS".
La sepoltura testimoniava sia il fatto che San Rufo fosse stato martirizzato, poichè vi erano incise delle palme, emblema tradizionale del martirio, sia che fosse portalettere, per via della scritta Tabellarius.

Il santo in questione, infatti, faceva parte della famosa Legione Tebea, composta, per lo più, da soldati cristiani ed è, però, sepolto nella principale chiesa di Pieve Ligure, nella chiesa parrocchiale di San Michele Arcangelo che è una delle più antiche pievi liguri, probabilmente edificata già in periodo romano, in ordine dorico.

L'aspetto dell'edificio odierno deriva da una ricostruzione, forse del 1537 e di vari restauri, avvenuti il primo nel XVII eppoi nel XVIII secolo, che ne modificarono la struttura secondo lo stile barocco, mentre altri risalgono al 1810.

Nella chiesa, consacrata il 17 agosto 1749 dall'arcivescovo di Genova, in uno dei suoi sette altari è conservata l'urna contenente il sangue e le ossa del martire san Rodano, legionario romano.

Le reliquie, consacrate il 5 ottobre 1775, durante una solenne cerimonia nella chiesa pievese, furono donate al popolo dal cardinale Marco Antonio Colonna, vicario di Papa Clemente XII.

Murata in una parete della Sacrestia, è presente un'urna cineraria romana, decorata con motivi dell'arte funeraria di quei secoli, e un'iscrizione, anticipata da una preghiera agli dei Mani, precede l'epitaffio di Servilia Restituta, fatta fare dal marito, entrambi probabilmente liberti. L'urna è databile fra la fine del I secolo e la metà del II secolo d.C.

San Rufo, come è stato detto, è protettore dei postini, dei portalettere e viene festeggiato a Belvedere Ostrense (An) il 28 novembre, data presunta della morte.

San Rufo viene onorato in varie cittadine italiane ed anche dagli abitanti di Castel di Sangro (Aq).



Vedere Link a Legione Tebea

PREGHIERA

 

O, glorioso martire San Rufo, mentre ringrazio la divina Bontà che, in Te, ha voluto donarmi un potente Patrono, ascolta la mia umile preghiera. Tu, infatti, non esitasti ad affrontare il Martirio per testimoniare fedeltà a Cristo.
Ottieni anche a me lo Spirito di Fede e di amore che segnò tutta la Tua vita affinchè, in questo nostro tempo, possa io essere testimonio di fede, di carità vicendevole e di tanta Speranza.
Tu, che nella Tua suprema scelta di Fede, non avesti dubbi, intercedi per noi e le nostre famiglie, affinchè possano camminare sempre unite nella pienezza dell'amore di Cristo, via, verità e vita, illuminati dalla Tua santa luce e fortezza.
Così sia.

 

- Santi e Beati

- https://it.wikipedia.org/wiki
- https://it.cathopedia.org/wiki

- https://www.papaboys.org/il-santo-di-oggi-20-luglio-santaurelio-di-cartagine-vescovo/

- https://www.visitagnone.com/punti-interesse/religione/chiesa-di-san-marco-evangelista/

- http://siti.voli.bs.it/itinera/11/11/approfo/San%20Costanzo/default.htm

 

Per altri articoli sull'argomento:

In Collaborazioni :

 

- di Fabio Arduino - "Santi Corpi"

- di Don Damiano Grenci - I " Corpi Santi"

 

 

- Per altre Voci correlate a Sante Reliquie:

 

 

- Reliquie e Corpi Santi 1

 

- Reliquie e Corpi Santi 2

- Reliquie e Corpi Santi 3

- Reliquie e Corpi Santi 4


- RINGRAZIO DELLA COLLABORAZIONE E SUPERVISIONE DON DAMIANO GRENCI

 


 


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