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Rubriche di
Patrizia Fontana Roca

I DOTTORI DELLA CHIESA

 

 

 

Da sinistra a destra, dall'alto in basso si incontrano i santi Chiara e Bonaventura (140x98,2 cm), Ludovico da Tolosa e Bernardino da Siena (139x98 cm), Girolamo e Alessandro (150,5x96 cm) e Vincenzo e Antonio (151x96 cm).L

 

 

Dottori della Chiesa... una cosa diversa dai Padri della Chiesa, cioè i principali scrittori cristiani, su cui sono poggiate le basi della Dottrina della Chiesa. Tuttavia, alcuni di essi fanno comunque parte dei Dottori. Si parla di Santi già canonizzati, di uomini e donne che hanno arricchito la Chiesa con

  • la loro eminente dottrina;

  • la santità di vita;

  • l'elezione da parte del Sommo Pontefice o del Concilio Generale.

Quello che distingue un Dottore della Chiesa da un santo è la sua cultura laica e religiosa, la sua conoscenza e la facilità di esprimere il suo pensiero per diffondere nuovo sapere, anche e soprattutto scrivendo testi, trattati di teologia, epistolari, opere contro l’eresia o autobiografie, come nel caso più famoso, quello delle Confessionidi Sant’Agostino.

 

Cominciamo quindi proprio da lui:

 

SANT'AGOSTINO, DOCTOR GRATIAE

 

Considerato uno dei massimi pensatori cristiani di tutti i tempi, Sant’Agostino di Ippona, di origine nordafricana, visse tra il IV e il V secolo d.C. , fu vescovo, grande filosofo e teologo.

La sua immensa dottrina e le sue eccellenti virtù gli valsero il soprannome di Doctor Gratiae (“Dottore della Grazia”).

E' considerato uno dei Padri della spiritualità occidentale, maestro di fede e di vita, pastore di anime e ispiratore di intelletti affamati di conoscenza e bellezza, quella Bellezza superiore che per lui e nelle sue opere coincideva con Dio.

La sua opera maggiore furono le Confessioni, che racchiudono tutta l’evoluzione della sua travagliata maturazione religiosa.

 

Agostino nasce a Tagaste, in Africa, il 13 novembre del 354 da genitori cristiani, allevato secondo i criteri della fede. Gli venne fornita una notevole istruzione in lettere profane e quindi insegnò dapprima grammatica e poi retorica a Cartagine, a Roma e a Milano.

L'incontro con sant'Ambrogio in questa città fu per lui decisivo poichè in passato aveva avuto contatti con i manichei, un gruppo di eretici. In breve però egli si avviò sulla strada giusta ed il suo più grande desiderio fu quello di ricevere il Battesimo. Decise quindi di servire Dio con tutto il suo essere.
Sua madre Monica che aveva tanto pregato per la sua conversione fu esaudita. Nata a Tagaste nel 332, era una donna colta e profondamente cristiana. Riuscì a convertire il suo sposo Patrizio al cristianesimo e, rimasta vedova a 39 anni, si occupò della sua famiglia e dopo molte intercessioni riuscì a vedere il suo amato Agostino, con cui aveva frequenti colloqui spirituali, rinnegare le eresie a cui si era legato in gioventù ed abbracciare definitivamente la religione cristiana. Morì ad Ostia dove stava attendendo una nave per rientrare in patria.


Agostino tornò nel suo paese natale per convertire altri alla sequela di Cristo e dopo aver lasciato tutti i suoi beni ai poveri, si dedicò ad una vita monastica con digiuni, preghiere, opere di carità, meditando e scrivendo quanto sentiva nel suo animo.
San Valerio Vescovo di Ippona lo nominò sacerdote a furor di popolo e gli affidò l'incarico di predicare soprattutto contro l'eresia manichea ma anche contro i donatisti e i pagani.

Egli insegnava e predicava ovunque si trovasse, scrivendo numerose lettere e libri. Successivamente, il Vescovo di Ippona ormai anziano, lo fece nominare Vescovo.

Agostino non avrebbe voluto ma il popolo l'acclamò a gran voce ed egli dovette acconsentire.

Diventato Vescovo, Agostino si diede con ancor maggior entusiasmo alla predicazione, cercando di redimere quanti più peccatori potesse, scrivendo molte lettere, esortando ed ammonendo gli eretici, soprattutto i donatisti che erano i più violenti ed anche i pelagiani, che negavano il peccato originale rendendo inutile la Redenzione di Gesù, per cui morte e resurrezione non avevano alcun valore e significato ai fini della salvezza dell’uomo.

 

La visione pelagiana riteneva che l’uomo fosse capace con le sue proprie forze di ottenere il premio eterno anche  senza un intervento divino e perciò  molta importanza era attribuita, nel cammino spirituale,  al fervore, all’entusiasmo del devotoe, privilegiando un perfezionismo ascetico e mettendo l’accento, sull’impegno personale piuttosto che sull’aiuto divino.

All’inizio Pelagio venne addirittura dichiarato innocente dall’accusa di eresia nonostante, chiesta da due maestri di conoscenze bibliche e teologiche e discepoli di Agostino, ma l'assoluzione durò molto poco e i partecipanti a quel sinodo furono accusati di aver mal gestito il  lavori e di avere scarse conoscenze teologiche.

In un sinodo successivo tenutosi a Cartagine, Pelagio venne riconosciuto eretico e condannato da Papa Innocenzo I. Molti seguaci si allontanarono dall'eresia, tornando sul retto cammino, pur se perseguitati.
Intanto ad Ippona vennero ordinati molti sacerdoti che avevano seguito Agostino, destinati non solo alla chiesa d'Africa ma anche ad altre regioni dove c'eranp monasteri e chiese. Agostino però venne preso di mira da alcuni eretici che cercarono di ucciderlo, tuttavia riuscì sempre a salvarsi dalle insidie, mentre alcuni dei suoi seguaci vennero ridotti a malpartito.
Scrisse molte prediche, lettere e libri, pietre miliari nella storia del Cristianesimo, effettuando, poco prima della sua morte, un'attenta revisione dei suoi scritti per evitare ogni difformità dalla fede e purtuttavia alla sua morte lasciò alcune opere incompiute.

Con la discesa dei Vandali purtroppo le popolazion dovettero subire torture, disagi e povertà, venero distrutte opere e vite ed anche Ippona alla fine venne posta a saccheggio. Agostino non voleva lasciare la sua chiesa e così consigliava agli altri presbiteri.
Caduto ammalato, continuò ad esortare tutti coloro che chiedevano un suo parere, passò i suoi ultimi giorni in preghiera ed infine morì in preghiera e in pace, con obbedienza come aveva fatto per i suoi 40 anni di sacerdozio.

Nelle sue opere sosteneva che l’uomo non è in grado di concludere nulla da solo, solo l’illuminazione di Dio può dare una direzione e un giusto senso alla sua vita.

Sant'Agostino viene festeggiato il 28 agosto.

 

Venne proclamato Dottore della Chiesa nel 1298.

Da: https://www.holyart.it/blog/santi-e-beati/i-dottori-della-chiesa-chi-sono-e-i-requisiti-per-avere-questo-titolo/


 

 

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SANT'ALBERTO MAGNO

Doctore universalis domenicano

 

https://www.famigliacristiana.it/articolo/sant-alberto-magno.aspx

 

Alberto, dei Conti di Bollstädt, nacque a Lauingen (Svevia) tra il 1193 ed il 1206. Non ci sono dati certi sui suoi studi, ma si sa che fu mandato a proseguire gli studi alla famosa Università di Padova, dove risiedeva un suo zio. Nel 1223, dopo aver ascoltato i sermoni del beato Giordano di Sassonia, dell'Ordine dei predicatori, decise di entrare in quest' Ordine religioso.

Nonsappiamo se gli studi continuarono poi a Bologna, Parigi, o Colonia, ma dopo averli conclusi, insegnò teologia in varie città tedesche e mentre si trovava nel convento di Colonia, nel 1240, gli fu ordinato di recarsi a Parigi, dove si laureò in teologia. Mentre era a Colonia e Parigi ebbe tra i suoi ascoltatori Tommaso d'Aquino, un giovane di cui riconobbe il genio e a cui predisse una grandezza futura, e che poi lo accompagnò a Parigi e nel 1248, tornò con lui al nuovo Studium Generale di Colonia, del quale Alberto era stato nominato Rettore, mentre Tommaso divenne secondo professore e Magister Studentium.

Fu presente al Capitolo Generale dei Domenicani di Valenciennes nel 1250, con Tommaso d'Aquino e Pietro di Tarantasia (futuro papa Innocenzo V), nel 1254 fu provinciale per la Germania, incarico difficile, che ricoprì con efficienza e responsabilità, nel 1256 andò a Romaper difendere gli ordini mendicanti dagli attacchi di Guglielmo di Saint-Amour e, durante il soggiorno romano, ricoprì l'ufficio di maestro del Sacro Palazzo (istituito ai tempi di Domenico di Guzmán) e commentò il Vangelo secondo Giovanni, poi, nel 1257, però, per dedicarsi agli studi e all'insegnamento, rassegnò le dimissioni dall'ufficio di provinciale.

Nel 1260 fu consacrato vescovo di Ratisbona, ostacolato dal maestro generale dei Domenicani, per non perdere ia sua presenza. Alberto, infatti, governò la diocesi fino al 1262 quando, riprese l'ufficio di professore presso lo Studium di Colonia. Nel 1270 aiutò Tommaso, che si trovava a Parigi, nella disputa con Sigieri da Brabante e gli averroisti. Questo fu il suo secondo trattato contro il filosofo arabo (il primo fu scritto nel 1256 con il titolo De Unitate intellectus Contra Averroem).

Nel 1274 fu invitato da papa Gregorio X a partecipare ai lavori del secondo Concilio di Lione, alle cui conclusioni prese parte attiva, ebbe annuncio della morte di Tommaso a Fossanova, che lo colpì grandemente. Alberto, lo commentò dichiarando che "La luce della Chiesa" si era estinta.

Tuttavia, si riprese e nel 1277, quando fu annunciato che l'arcivescovo di Parigi ed altri volevano condannare gli scritti di Tommaso, considerati poco ortodossi, si spostò a Parigi, per difendere la memoria del discepolo. Nel 1278 (anno in cui scrisse il suo testamento) la sua mente a poco a poco si offuscò e si dice che la fase finale della sua vita si concluse nel più totale isolamento. Cedette per questo, per la vita austera e di privazioni e morì nel 1280. Venne sepolto nella chiesa parrocchiale di sant'Andrea a Colonia.

Fu beatificato da papa Gregorio XV nel 1622 e la sua memoria ricorre il 15 novembre Venne proclamato santo e Dottore della chiesa da papa Pio XI nel 1931. Dieci anni più tardi, papa Pio XII lo dichiarò patrono dei cultori delle scienze naturali, dei naturalisti, degli scienziati.

L'Opera Omnia di Alberto venne pubblicata in due edizioni la prima a Lione nel 1651, l'altra a Parigi nel 1890-99. Una nuova edizione critica è in corso di pubblicazione a cura dell'Albertus-Magnus-Institut; sono previsti 41 volumi, di cui 29 sono già stati pubblicati, una vera e propria enciclopedia contenente trattati scientifici su quasi ogni argomento conosciuto, mostrando una conoscenza della natura e della teologia che sorprese i contemporanei e sorprende ancora oggi. Fu, realmente, un Doctor Universalis.

Basandosi in particolare sugli scritti scientifici di Aristotele, egli diceva che l'obiettivo delle scienze naturali era investigare le cause che sono all'opera in natura. Alberto coltivò con impegno le scienze naturali; era un'autorità nella fisica,  geografia,  astronomiamineralogia, chimica (alchimia), zoologia e fisiologia.
In tutti questi soggetti la sua erudizione era vasta e molte delle sue osservazioni sono tuttora valide.


L'elenco delle sue opere pubblicate è sufficiente a scagionarlo dall'accusa di trascurare la teologia e le Sacre Scritture ed espresse il suo disprezzo per tutto ciò che sapeva di incantesimo o di arte magica, non ammettendo mai la possibilità di creare l'oro con l'alchimia o attraverso l'uso della pietra filosofale.
Alberto dimostrò che la Chiesa non è contraria allo studio della natura, ma che la scienza e la fede possono andare di pari passo, tra sperimentazione e indagine. Alberto rispettava l'autorità e le tradizioni, era prudente nel proporre i risultati delle sue indagini e, di conseguenza contribuì molto al progresso della scienza nel XIII secolo. Il suo metodo di trattamento delle scienze fu storico e critico al tempo stesso. Raccolse in una grande enciclopedia tutto ciò che era noto ai suoi tempi e poi espresse le sue opinioni. Talvolta era preoccupato e non espresse il suo pensiero, probabilmente temendo che le sue teorie, per quel periodo piuttosto "avanzate", avrebbero potuto provocare disappunto e commenti non favorevoli.

[...] Parlando delle isole britanniche, alludeva alla comune idea che esisteva nell'oceano occidentale un'altra isola -- Tile, o Thule --, inabitabile a causa del suo clima, ma che - affermava - forse non era ancora stata visitata dall'uomo». Alberto elaborò anche una dimostrazione della sfericità della terra; qualcuno ha anche sottolineato come le sue idee sull'argomento condussero, in seguito, alla scoperta dell'America.

 

Più importante fu la sua influenza sullo studio della filosofia e della teologia. Egli, prima di Tommaso, diede alla filosofia ed alla teologia cristiana la forma e il metodo che, sostanzialmente, si sono conservati fino ai giorni nostri.

Dopo Averroè, Alberto fu il principale commentatore delle opere di Aristotele, i cui scritti studiò con la massima assiduità e i cui principi adottò per sistematizzare la teologia, che intendeva come esposizione scientifica e difesa della dottrina cristiana.

La scelta di Aristotele quale maestro provocò delle opposizioni e venne addirittura vietato lo studio della metafisica e della fisica aristotelica. Alberto, decise di purificare le opere di Aristotele seguendo l'insegnamento agostiniano che sosteneva che le verità trovate negli scritti dei filosofi pagani dovevano essere adottate dai difensori della fede, mentre le loro opinioni erronee dovevano essere abbandonate o spiegate in senso cristiano. Tutte le scienze inferiori (naturali) avrebbero dovuto essere al servizio della teologia, che è la scienza superiore.

Scrisse due trattati contro l'averroismo, che distruggeva l'immortalità e le responsabilità individuali, insegnando che vi è una sola animarazionale per tutti gli uomini. Il panteismo, invece, fu confutato insieme all'averroismo quando la dottrina sugli Universali, il sistema noto come realismo moderato, fu accettata dai filosofi scolastici. Alberto non trascurò  neanche Platone.


Nella conoscenza delle cose divine la fede precede la comprensione della Divina verità, l'autorità precede la ragione; ma nelle materie che possono essere naturalmente conosciute, un filosofo dovrebbe assumere una posizione da difendere con la ragione. La logica, secondo Alberto, era una preparazione all'insegnamento della filosofia come la ragione era il mezzo per passare attraverso ciò che è noto alla conoscenza dell'ignoto.

La filosofia era sia contemplativa che abbraccia la fisica, la matematica, e la metafisica, che pratica (morale) che è monastica (per l'individuo), domestica (per la famiglia), o politica (per lo stato e la società). Escludendo la fisica, gli autori moderni conservano ancora la vecchia divisione della filosofia scolastica in logicametafisica (generale e speciale) ed etica.

In teologia Alberto occupa un posto tra Pietro Lombardo, il magister sententiarum e Tommaso d'Aquino. Nell'ordine sistematico, nella precisione e nella chiarezza superò il primo, ma fu inferiore al proprio illustre discepolo. La sua Summa Theologiae, segnò un passo in avanti rispetto alla consuetudine del suo tempo sia sull'osservazione scientifica, sia nell'eliminazione delle questioni inutili, sia nella limitazione delle argomentazioni e obiezioni; rimanevano, tuttavia, molti degli impedimenta che Tommaso considerava sufficientemente importanti da richiedere un nuovo manuale di teologia ad uso dei novizi (ad eruditionem incipientium), come il "Dottore Angelico" commentava nel prologo della sua Summa.

La mente del Doctor Universalis era così piena della conoscenza di molte cose che non poteva sempre adeguare le sue esposizioni della verità alle capacità dei novizi nella scienza della teologia, così addestrò e diresse il suo alunno Tommaso che diede al mondo una concisa, chiara e perfettamente scientifica esposizione e difesa della dottrina cristiana, scrivendo la sua Summa Teologica.


Nel campo della musica Alberto Magno è conosciuto per il suo prezioso trattato sulla musica del suo tempo; molte delle sue osservazioni sono contenute nel suo commentario alla Poetica di Aristotele. Egli scrisse molto sulle proporzioni nella musica e sui tre differenti livelli soggettivi con cui la musica liturgica può influire sull'animo umano: purificazione, illuminazione che porta alla contemplazione e conoscenza della perfezione tramite la  contemplazione. Egli considerava il silenzio parte integrante della musica.

 

Alberto è frequentemente citato da Dante Alighieri, che fece della dottrina della libera volontà il fondamento della propria etica. Egli lo pone col suo allievo prediletto, san Tommaso d'Aquino, tra gli "Spiriti sapienti" nella prima corona del quarto Cielo, quello del Sole.

 

La piazza parigina di Maubert, che deriva da Magnus Albert, Alberto il Grande, era la piazza dove, per la grande affluenza di studenti alle sue lezioni presso l'università francese, egli era costretto ad insegnare sulla pubblica piazza.

Nel 1991 gli è stato dedicato un asteroide scoperto allora, 2006 Albertus Magnus.

 

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SANT'AMBROGIO

 

 


Aurelio Ambrogio, o sant'Ambrogio (Augsta Treverorum, incerto 339-340 – Milano4 aprile 397) fu funzionariovescovoteologoscrittoresanto, una delle personalità più importanti nella Chiesa del IV secolo. È venerato come santo da tutte le chiese cristiane che prevedono il culto dei santi e, in particolare, la Chiesa cattolica lo annovera tra i quattro massimi dottori della Chiesa d'Occidente, insieme a San Girolamosant'Agostino e san Gregorio I papa.

Conosciuto anche come Ambrogio di Treviri, dove nacque, o come Ambrogio di Milano, la città di cui assieme a san Carlo Borromeo e san Galdino è patrono e della quale fu vescovo dal 374 fino alla morte, città in cui è presente la basilica a lui dedicata che ne conserva le spoglie.

Nacque nell'odierna Treviri, nella Renania-Palatinato, in Germania, allora Gallia Belgica, dove il padre esercitava la carica di prefetto del pretorio delle Gallie, da illustre famiglia romana di rango senatoriale, la gens Aurelia, da parte materna e inoltre era anche un cugino dell'oratore Quinto Aurelio Simmaco.

 

Vero pastore e maestro dei fedeli, fu pieno di carità verso tutti, difese strenuamente la libertà della Chiesa e la retta dottrina della fede contro l’arianesimo e istruì nella devozione il popolo con commentari e inni per il canto.

La famiglia di Ambrogio era già da tempo convertita al cristianesimo  e spesso citava con orgoglio la sua parente Santa Sotere, martire cristiana che «ai consolati e alle prefetture dei parenti preferì la fede». Inoltre, una sua sorella ed un suo fratello, Marcellina (consacratasi a Dio nelle mani di papa Liberio nel 353) e Satiro di Milano, furono poi venerati come santi.

Destinato a seguire la carriera amministrativa sulle orme del padre, dopo la sua prematura morte frequentò le migliori scuole di Roma, compiendo gli studi del trivium e del quadrivium, imparando greco e studiando  diritto, letteratura e retorica, partecipando poi attivamente alla vita pubblica di Roma.

Dopo cinque anni di avvocatura esercitati presso Sirmio (l'odierna Sremska Mitrovica, in Serbia), nella Pannonia Inferiore, nel 370 fu incaricato come governatore dell'Italia Annonaria per la provincia romana Aemilia et Liguria, con sede a Milano, dove divenne figura di spicco nella corte dell'imperatore Valentiniano I. La sua abilità di funzionario nel dirimere pacificamente i forti contrasti tra arianicattolici gli valse un largo apprezzamento da parte delle due fazioni.

Nel 374, alla morte del vescovo ariano Aussenzio di Milano, il delicato equilibrio tra le due fazioni sembrò precipitare e Ambrogio, per sedare il popolo in rivolta per la designazione del nuovo vescovo, si recò in chiesa, dove all'improvviso si sarebbe sentita la voce di un bambino urlare «Ambrogio vescovo!», a cui si unì quella unanime della folla radunata nella chiesa. Ambrogio rifiutò decisamente l'incarico, sentendosi impreparato: poichè egli non aveva ancora ricevuto il battesimo, né aveva affrontato studi di teologia.

Paolino racconta che, per dissuadere il popolo di Milano, Ambrogio provò anche a macchiare la buona fama che lo circondava, ordinando la tortura di alcuni imputati e invitando in casa sua alcune prostitute; ma, dal momento che il popolo non recedeva nella sua scelta, egli tentò addirittura la fuga

Ma quando venne ritrovato, il popolo risolse la questione si rivolse all'imperatore Flavio Valentiniano, di cui Ambrogio era alle dipendenze. egli accettò l'incarico, considerando che fosse questa la volontà di Dio nei suoi confronti, e decise di farsi battezzare: nel giro di sette giorni ricevette il battesimo nel battistero di Santo Stefano alle Fonti a Milano e, il 7 dicembre 374, venne ordinato vescovo. Egli scriverà poco prima della morte: che non voleva esssere ordinato e si era opposto, ma dopo la nomina a vescovo, Ambrogio prese molto sul serio il suo incarico e si dedicò ad approfonditi studi biblici e teologici.


Quando divenne vescovo (nel 374), adottò uno stile di vita ascetico, donò i suoi beni e i suoi possedimenti terrieri ai poveri (eccetto il necessario per la sorella Marcellina).

Uomo di grande carità, era sempre pronto a prodigarsi senza tregua per il bene dei cittadini affidati alle sue cure. Ad esempio, Sant'Ambrogio non esitò a spezzare i Vasi Sacri e ad usare il ricavo dalla vendita per il riscatto di prigionieri. Di fronte alle critiche mosse dagli ariani per il suo gesto, egli rispose che «è molto meglio per il Signore salvare delle anime che dell'oro. Egli infatti mandò gli apostoli senza oro e senza oro fondò le Chiese. [...] I sacramenti non richiedono oro, né acquisisce valore per via dell'oro ciò che non si compra con l'oro» (De officiis, II, 28, 136-138)

La sua sapienza nella predicazione e il suo prestigio furono determinanti per la conversione nel 386 al cristianesimo di Sant'Agostino, di fede manichea, che era venuto a Milano per insegnare retorica.


Ambrogio fece costruire varie basiliche, di cui quattro ai lati della città, quasi a formare un quadrato protettivo, probabilmente pensando alla forma di una croce. Esse corrispondono alle attuali basilica di San Nazaro (presso la Porta Romana, allora Basilica Apostolorum), alla basilica di San Simpliciano, detta Basilica Virginum, ossia basilica delle vergini (sulla parte opposta), alla basilica di Sant'Ambrogio(collocata a sud-ovest, chiamata  Basilica Martyrum in quanto ospitava i corpi dei santi martiri Gervasio e Protasio, rinvenuti da Ambrogio stesso; accoglie oggi le spoglie del santo) e alla basilica di San Dionigi (Basilica Prophetarum).

Il ritrovamento dei corpi dei santi martiri Gervasio e Protasio viene narrato dallo stesso Ambrogio, che ne attribuisce il merito ad un presagio, per cui fece scavare la terra davanti ai cancelli della basilica (oggi distrutta) dei santi Nabore e Felice. Al ritrovamento dei corpi seguì la loro traslazione nella Basilica Martyrum; durante la traslazione, si racconta (è lo stesso Ambrogio a riportarlo) che un cieco di nome Severo riacquistò la vista. Il ritrovamento del corpo dei martiri, diede grande contributo alla causa dei cattolici nei confronti degli ariani, che erano a Milano, e negavano la validità dell'operato di Ambrogio e della sua fede.

 

Scrisse opere di morale e teologia in cui combatté a fondo errori dottrinali del suo tempo; fu inoltre sostenitore del primato d'onore del vescovo di Roma, contro altri vescovi che lo ritenevano loro pari.

Fu in prima linea nella lotta all'arianesimo, che aveva trovato numerosi seguaci a Milano e nella corte imperiale. Si scontrò su questo motivo con l'imperatrice Giustina, ariana e probabilmente influì sulla politica religiosa dell'imperatore Graziano che, nel 380, inasprì le sanzioni per gli eretici e con l'editto di Tessalonica dichiarò il cristianesimo religione di Stato.

La massima tensione si ebbe nel 385-386 quando, dopo la morte di Graziano, gli ariani chiesero insistentemente una basilica per praticare il loro culto. Ambrogio si oppose energicamente tanto che rimase famoso l'episodio in cui, assieme ai fedeli cattolici, "occupò" la basilica destinata agli ariani finché essi cedetteo. In questa occasione, Ambrogio introdusse l'usanza del canto antifonale e della preghiera cantata in forma di inno, con lo scopo di non fare addormentare i fedeli che occupavano la basilica. Fu poi determinante per la sua vittoria nella controversia con gli ariani il ritrovamento dei corpi dei santi Gervasio e Protaso, che avvenne proprio nel 386 sotto la guida del vescovo di Milano, che guadagnò in questo modo il consenso di gran parte dei fedeli della città.

Fu poi forte avversario del paganesimo "ufficiale" romano, che dimostrava in quegli anni gli ultimi segni di vitalità; per cui si scontrò con il suo stesso cugino, il senatore Quinto Aurelio Simmaco, che chiedeva il ripristino dell'altare e della statua della dea Vittoria rimossi dalla Curia romana, sede del Senato, in seguito a un editto di Graziano nel 382.

 

Rapporti con la corte imperiale

Il potere politico e quello religioso al tempo erano strettamente legati: in particolare l'imperatore, a cominciare da Costantino, possedeva una certa autorità all'interno della Chiesa, nella quale il primato petrino non era ancora pienamente assodato e riconosciuto. A questo si aggiunsero la posizione di Ambrogio, vescovo della città di residenza della corte imperiale e il fatto che fosse avvocato, amministratore e politico, che lo portarono più volte a intervenire incisivamente nelle vicende politiche e avere stretti rapporti con gli ambienti della corte e dell'aristocrazia romana e talvolta a ricoprire incarichi diplomatici per conto degli imperatori.

Nonostante il convinto lealismo verso l'impero romano e l'influenza nella vita politica dell'impero, i suoi rapporti con le istituzioni non furono sempre pacifici, soprattutto quando si trattò di difendere la Chiesa e l'ortodossia religiosa, con schiettezza e verità di fronte ai potenti e al potere politico, che traspare a partire dal suo rapporto epistolare con l'imperatore Teodosio.

Essendo Ambrogio precettore dell'imperatore Graziano, lo educò secondo i principi del Cristianesimo. Predicava all'imperatore di rendere grazie a Dio per le vittorie dell'esercito e lo appoggiò nella disputa contro il senatore Simmaco, che chiedeva il ripristino dell'altare alla dea Vittoria rimosso dalla Curia romana. Chiese poi a Graziano di indire il concilio di Aquileia nel 381 per condannare due vescovi eretici, secondo i dettami dei concili ecumenici e anche secondo l'opinione del Papa e dei vescovi ortodossi. In questo concilio Ambrogio si pronunciò contro l'arianesimo.

Egli influì anche sulla politica religiosa di Teodosio I. Nel 388, dopo che vari cristiani avevano incendiato la sinagoga di Callinico, l'imperatore decise di punire i responsabili e di obbligare il vescovo, accusato di aver istigato i distruttori, a ricostruire il tempio a sue spese. Ambrogio si scagliò contro il provvedimento, minacciando di sospendere l'attività religiosa, tanto da indurre l'imperatore a revocare le misure.

Nel 390 criticò aspramente l'imperatore, che aveva ordinato un massacro tra la popolazione di Tessalonica, che aveva linciato il capo del presidio romano della città: in tre ore erano state assassinate migliaia di persone intervenute ad una corsa di cavalli. Ambrogio, evitò l'incontro pubblico con Teodosio, ma, per lettera chiese una «penitenza pubblica» all'imperatore, che, pur cristiano, si era macchiato di un grave delitto, pena il rifiuto di celebrare i sacri riti in sua presenza. Teodosio ammise pubblicamente l'eccesso e nella notte di Natale di quell'anno, venne riammesso ai sacramenti.


Dopo questo episodio la politica religiosa dell'imperatore divenne più rigida: tra il 391 e il 392 furono emanati una serie i decreti teodosiani che attuavano in pieno l'editto di Tessalonica e venne interdetto l'accesso ai templi pagani, riproibita qualsiasi forma di culto, compresa l'adorazione delle statue. Furono inoltre inasprite le pene amministrative per i cristiani che si riconvertissero nuovamente al paganesimo e nel decreto emanato nel 392 da Costantinopoli, l'immolazione di vittime nei sacrifici e la consultazione delle viscere erano equiparati al delitto di lesa maestà, punibile con la condanna a morte.

Nel 393 Milano fu coinvolta nella lotta per il potere tra l'imperatore Teodosio I e l'usurpatore Flavio Eugenio. In aprile Eugenio varcò le Alpi e puntò alla città, in quanto capitale d'Occidente. Ambrogio partì per Bologna e durante un soggiorno a Faenza scrisse una lettera ad Eugenio, accettando l'invito della comunità di Firenze, ove rimase per circa un anno. La guerra per il controllo dell'impero fu vinta da Teodosio. Nell'autunno del 394 Ambrogio fece ritorno a Milano.

Alla sua morte, per sua volontà, fu sepolto all'interno della basilica a lui ddicata, fra i martiri Gervasio e Protasio. Le sue spoglie, rinvenute sotto l'altare nel 1864, furono trasferite in un'urna di argento e cristallo posta nella cripta della basilica.

 

Pensiero e opere

Fortemente legata all'attività pastorale di Ambrogio fu la sua produzione letteraria, frutto di raccolta e di rielaborazione delle sue omelie e che quindi mantengono un tono simile al parlato. Per il suo stile dolce e misurato, Ambrogio venne definito «dolce come il miele».

Oltre la metà dei suoi scritti è dedicata all'esegesi biblica e, per quanto riguarda l'Antico Testamento, interpretato allegoricamente e morale del testo sacro: ama ricercare nei patriarchi e nei personaggi biblici in generale figure di Cristo o esempi di virtù morali. Questo metodo di lettura della Bibbia affascinò Sant'Agostino e fu determinante per la sua conversione (come scrisse nelle Confessioni).

Per Ambrogio la lettura e l'approfondimento della conoscenza biblica costituiscono un elemento fondamentale della vita cristiana. Tra le opere esegetiche spiccano il commento al Vangelo di Luca e l'Exameron (dal greco "sei giorni").

Quest'opera, ispirata all'omonimo Exameron di Basilio di Cesarea, raccoglie, in 6 libri, nove omelie riguardanti i primi capitoli della Genesi dalla creazione del cielo fino alla creazione dell'uomo e della natura; in questo senso l'uomo appare ad Ambrogio legato a tutto il creato non solo biologicamente e fisicamente, ma anche moralmente e spiritualmente.

Tra le opere di argomento morale o ascetico, risalta il De officiis ministrorum (talvolta abbreviato in De officiis), un trattato sulla vita cristiana rivolto in particolare al clero ma destinato a tutti. L'opera ricalca uno scritto di Cicerone, come manuale di etica pratica indirizzato al figlio (cui è dedicato) rivolto soprattutto a questioni politico-sociali.

Ambrogio riprende il titolo (indirizzando l'opera ai suoi "figli" spirituali, cioè il clero e il popolo di Milano). Il libro è ripartito in tre libri, dedicati all'honestum, all'utile e al loro contrasto. Questi elementi sono rivisti in chiave cristiana: dagli esempi della storia e della mitologia classica, Ambrogio sostituisce storie ed esempi tratti dalla Bibbia. L'orientamento del testo è prevalentemente religioso e spirituale, come egli spiega fin dall'inizio e, allo stesso modo, le virtù tradizionali, rilette cristianamente e accettate alla luce del Vangelo: la fides (lealtà) diventa la fede in Cristo, la prudenza include la devozione verso Dio, esempi di fortezza diventano i martiri. Alle virtù classiche si aggiungono le virtù cristiane: la carità (che già esisteva nel mondo latino, ora assume un significato più interiore e spirituale), l'umiltà, l'attenzione verso i poveri, gli schiavi, le donne.

 

Altre cinque opere sono dedicate alla verginità, specie quella femminile (De virginibusDe viduisDe virginitateDe institutione virginis e Exhortatio virginitatis). Ambrogio esalta la verginità come massimo ideale di vita cristiana, sulla scia della tradizione cristiana da San Paolo («colui che sposa la sua vergine fa bene e chi non la sposa fa meglio», 1 Cor 7,38) fino al contemporaneo Girolamo, senza tuttavia negare la validità della vita matrimoniale.

La scelta della verginità è ritenuta unica vera scelta di emancipazione per la donna dalla vita coniugale, in cui si trova subordinata. Critica aspramente in questo senso il fatto che il matrimonio costituisca solo un contratto economico e sociale, che non lascia spazio alla scelta degli sposi e in particolare della donna (De virginibus, I, 9, 56). Per questo Ambrogio incoraggia i genitori ad accettare la scelta di verginità dei figli e i figli a resistere alle difficoltà imposte dalla famiglia De virginibus, I, 11, 63).

 

Nel confronto con la società e gli ideali del mondo latino, Ambrogio accolse i valori civili della romanità con l'intento di dare ad essi nuovo significato all'interno della religione cristiana. Nel suo Esamerone esalta l'istituzione repubblicana (di cui l'antica repubblica romana era secondo lui un ammirevole esempio) prendendo spunto dalla spontanea organizzazione delle gru, che si dividono il lavoro avvicendandosi nei turni di guardia.

Inoltre potere e autorità, intesi come servizio, dovevano essere sottomessi alle leggi di Dio. Prendendo esempio dal racconto della corona imperiale e del morso di cavallo realizzati, secondo la tradizione, da Costantino con i chiodi della croce di Gesù, nel discorso funebre di Teodosio, egli elogiò la sottomissione dell'imperatore a Cristo, dimostrata in primis dall'episodio di Tessalonica.

Di fronte al dispotismo e alla dissolutezza che avevano caratterizzato il comportamento di tanti imperatori romani, Ambrogio vide nel cristianesimo una possibilità per "redimere" il potere imperiale, rendendolo giusto e clemente. secondo lui, infatti, esso avrebbe dovuto sostituire il paganesimo nella società romana senza negare e distruggere le istituzione imperiali, ma dando ai valori romani nuova linfa offerta dalla morale cristiana.

Ambrogio richiamò infine la società romana nella quale era sempre più accentuato il divario tra ricchi e poveri; alla sperequazione economica, egli contrapponeva infatti la morale del Vangelo e della tradizione biblica. Per lui era fondamentale la storia di Israele come popolo eletto: da qui la grande presenza dell'Antico Testamento nel rito ambrosiano, le numerosissime sue opere di commento agli episodi della storia ebraica, la conservazione della sacralità del sabato, ecc. Tuttavia forte era anche la volontà di mostrare l'originalità cristiana rispetto alla tradizione giudaica (che non aveva riconosciuto Gesù come Messia) e di affermare l'indipendenza e le prerogative della Chiesa nascente-

Le cronache storiche riportano un episodio rivelatore dell'atteggiamento di Ambrogio nei riguardi degli ebrei. Nel 388, a Callinicum(Kallinikon, sul fiume Eufrate), una folla di cristiani diede l'assalto alla sinagoga e la bruciò. Il governatore romano condannò l'accaduto e, dispose affinché la sinagoga venisse ricostruita a spese del vescovo. L'imperatore Teodosio I rese noto di condividere quanto deciso dal suo funzionario, ma Ambrogio si oppose alla decisione dell'imperatore e gli scrisse una lettera (Epistulae variae 40) per convincerlo a ritirare l'ingiunzione di ricostruire la sinagoga a spese del vescovo, spingendosi ad affermare che quell'incendio non era affatto un delitto e che se lui non aveva ancora dato l'ordine di bruciare la sinagoga di Milano era solo per pigrizia e che bruciare le sinagoghe era un atto glorioso. Ambrogio non volle salire sull'altare finché l'imperatore non abolì il decreto imperiale riguardante la ricostruzione della sinagoga a spese del vescovo.

Secondo la visione del vescovo, nella questione della religione l'unico foro competente da consultare doveva essere la Chiesa cattolica. Grazie ad Ambrogio, la religione critiana divenne la religione statale e dominante. Lo scopo era quello di avvalorare l'indipendenza della Chiesa dallo Stato, affermando anche la superiorità della Chiesa sullo Stato come emanazione di una legge superiore alla quale tutti devono sottostare.

Sebbene non si possa parlare di mariologia vera e propria, nell'opera di Ambrogio sono numerosi i riferimenti a Maria e la sua venerazione per lei nasce soprattutto dal ruolo attribuitole nella storia della salvezza. Maria è infatti madre di Cristo, dunque modello per tutti i credenti che, come lei, sono chiamati a "generare" Cristo:

Egli difende strenuamente la verginità di Maria, soprattutto in relazione al mistero di Cristo che, proprio perché nato da vergine, non ha contratto il peccato originale. Maria è anche la prima donna a cogliere i "frutti" della venuta di Cristo e ancora è modello di virtù morali e cristiane, in primo luogo per le vergini ma anche per tutti i fedeli; di lei vengono esaltate la sincerità, la verginità «di mente», l'umiltà, la prudenza, la laboriosità, l'ascesi.

 

L'operato di Sant'Ambrogio a Milano

Già nel 600 Papa Gregorio Magno parlando del nuovo vescovo di Milano, Deodato, lo definì "vicario" di sant'Ambrogio (equiparandolo quasi ad un secondo "vescovo di Roma").  Nel 881 invece papa Giovanni VIII definì per la prima volta la diocesi "ambrosiana", termine che è rimasto ancora oggi per identificare non solo la Chiesa di Milano, ma talvolta anche la stessa città.

L'eredità di Ambrogio si delinea principalmente nell' attività pastorale: la predicazione della Parola di Dio coniugata alla dottrina della Chiesa cattolica, l'attenzione ai problemi della giustizia sociale, l'accoglienza verso le persone provenienti da popoli lontani, la denuncia degli errori nella vita civile e politica.

L'operato di Ambrogio segnò particolarmente la liturgia, introducendo nella Chiesa occidentale molti elementi tratti dalle liturgie orientali, in particolare canti e inni. Le riforme liturgiche furono mantenute nella diocesi anche dai successori e costituirono il nucleo del Rito ambrosiano, sopravvissuto all'uniformazione dei riti e alla costituzione dell'unico rito romano voluta da papa Gregorio I e dal Concilio di Trento.

 


Sant'Ambrogio e il canto liturgico

Ambrogio fu autore di diversi inni per la preghiera, compiendo fondamentali riforme nel culto e nel canto sacro, che per primo introdusse nella liturgia cristiana e ancor oggi a Milano vi è una scuola che tramanda nei millenni questo antico canto. Con il termine di ambrosiano non si definisce solo il rito della Chiesa Cattolica che fa riferimento al santo, ma anche un preciso modo di cantare durante la liturgia, che viene indicato con il nome di canto ambrosiano, caratterizzato dal canto di inni, nuove composizioni poetiche in versi, che vengono cantate da tutti i partecipanti al rito, in cori alternati, normalmente tra donne e uomini, ma in altri casi tra giovani e anziani o anche tra fanciulli e adulti- Alcuni di questi inni sono stati sicuramente composti da Ambrogio, come affermava sant'Agostino, suo discepolo:

 

  • Aeterne rerum conditor (cf. Retractionum I,21);

  • Iam surgit hora tertia (cf. De natura et gratia 63,74);

  • Deus creator omnium (ricordato nelle Confessioni e citato dal vescovo di Ippona);

  • Intende qui regis Israel (cf. Sermo 372 4,3).

Attraverso la liturgia della Chiesa cattolica in generale e di quella ambrosiana in particolare, sono arrivati fino a noi moltissimi inni in stile ambrosiano, con criteri certi per definire quelli composti da Ambrogio. Nel 1862 Luigi Biraghi ne indicava tre: la conformità degli inni con l'indole letteraria di Ambrogio, con il suo vocabolario e con il suo stile. Con questi criteri egli arrivò a selezionare diciotto inni, mentre gli autori dell'edizione delle opere poetiche di Ambrogio in un volume stampato nel 1994, che ha portato a compimento l'Opera Omnia, in latino e in italiano, del vescovo di Milano, hanno ridotto questo numero certo a tredici canti, escludendo quelli per le ore minori, per i martiri e della verginità, con riferimento alla metrica da lui usata.

Ambrogio prediligeva il numero otto e i suoi inni sono tutti di otto strofe con versi ottosillabici. Vedeva in questo numero la risurrezione di Cristo, la novità cristiana e la vita eterna (octava dies, l'ottavo giorno della settimana, cioè il nuovo giorno, in cui inizia l'era del Cristo). Per questi studiosi sembra improbabile che egli ne abbia realizzati a due o a quattro strofe,

Per questi storici inoltre non vi è motivo di dubitare che l'autore della melodia, che aveva una conoscenza musicale approfondita, sia lo stesso Ambrogio dato che per loro natura questi inni nascono unitamente alla musica. Le sue opere rivelano, oltre a una perfetta conoscenza scolastica, anche una particolare propensione musicale. Egli parla dell'arte musicale con cognizione tecnica e non solo con estetica raffinatezza come il suo discepolo Agostino.

In dialetto milanese Ambrogio viene chiamato sant Ambroeus (grafia classica) o sant Ambrös (entrambi pronunciati "sant'ambrœs").

Alla sua figura è ispirato anche il premio Ambrogino d'oro, che è il nome non ufficiale con cui sono comunemente chiamate le onorificenze conferite dal comune di Milano.

 

Su Sant'Ambrogio vi sono numerose leggende miracolistiche:

  • Il suo biografo (Paolino da Milano) narra che un giorno, mentre il piccolo Ambrogio dormiva in una culla nel cortile del pretorio, sopraggiunse all’improvviso uno sciame d'api che si posò sul suo viso con le api che entravano e uscivano dalla bocca. Il padre, che passeggiava nelle vicinanze con la madre e la figlia, proibì alla domestica, cui era stato dato il compito di curare il bambino, di scacciare gli insetti perché aveva intuito che si trattava di un fatto prodigioso.
    Poco dopo, le api si alzarono in volo salendo così in alto da scomparire alla vista; allora il padre esclamò: “Se questo bambino vivrà, diventerà qualcosa di grande”
    Entrambi i momenti hanno avuto delle rappresentazioni artistiche, nonchè sono state impresse su varie immaginette religiose, che lo ritraggono sempre con un alveare: infatti, Sant’Ambrogio stesso paragonò la Chiesa a un alveare e il cristiano a un’ape che lavora con zelo e fedeltà.

  • Ambrogio, camminando per Milano, avrebbe trovato un fabbro che non riusciva a piegare il morso di un cavallo: in quel morso Ambrogio riconobbe uno dei chiodi con cui venne crocifisso Cristo. Dopo vari passaggi, un "chiodo della crocifissione" è tuttora appeso nel Duomo di Milano, a grande altezza, sopra l'altare maggiore.

  • Nella piazza davanti alla basilica di Sant'Ambrogio a Milano è presente una colonna, comunemente detta "la colonna del diavolo". Si tratta di una colonna di epoca romana, qui trasportata da altro luogo, che presenta due fori, oggetto di una leggenda secondo la quale la colonna fu testimone di una lotta tra Sant'Ambrogio ed il demonio. Il maligno, cercando di trafiggere il santo con le corna, finì invece per conficcarle nella colonna. Dopo aver tentato a lungo di divincolarsi, il demonio riuscì a liberarsi e, spaventato, fuggì. La tradizione popolare vuole che i fori odorino di zolfo e che appoggiando l'orecchio alla pietra si possano sentire i suoni dell'inferno. In realtà questa colonna veniva usata per l'incoronazione degli imperatori germanici.

  • A Parabiago, Ambrogio sarebbe apparso il 21 febbraio 1339, durante la celebre battaglia: a dorso di un cavallo e sguainando una spada, mise paura alla Compagnia di San Giorgio capitanata da Lodrisio Visconti, permettendo alle truppe milanesi del fratello Luchino e del nipote Azzone di vincere. A ricordo di tale leggenda fu edificata a Parabiago la Chiesa di Sant'Ambrogio della Vittoriae a Milano, su un portone bronzeo del Duomo, gli è stata dedicata una formella.

  • Numerose sono le sue Opere Oratorie (esegetiche), morali, Dogmatiche (sistematiche), Catechetiche, Innografiche, Sermoni edd un Epistolario

 

Curiosità

  • S.Ambrogio, essendo patrono delle api, rappresenta al meglio l'operosità non solo quella risaputa dei milanesi, di cui è patrono festeggiato il 7 dicembre, ma di tutti coloro che si impegnano nel lavoro, con combattività, spirito di sacrificio e di spirito di abnegazione.

  • Inoltre S.Ambrogio ha come secondo simbolo il gabbiano che è legato alla sensazione di libertà e spazio immenso. Il gabbiano trova l'equilibrio e si alimenta di ciò che trova nel rispetto della sua natura di predatore e onnivoro che non si tira indietro a nulla per la propria sopravvivenza.

  • Per le suddette simbologie, e per tutte le altre che sia le api che i gabbiani rappresentano, S.Ambrogio è ormai considerato da tempo il protettore delle startup innovative che vedono in S.Ambrogio, guida sicura con la sua famosa frase di valore eterno: "Voi pensate che i tempi sono cattivi, i tempi sono pesanti, i tempi sono difficili. Vivete bene e muterete i tempi".

 

 

 

SANT'ANSELMO DI AOSTA

 



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Anselmo d'Aosta, o Anselmo di Canterbury o Anselmo di Le Bec (Aosta1033 o 1034 – Canterbury21 aprile 1109), fu un teologo, filosofoarcivescovo cattolico franco, considerato tra i massimi esponenti del pensiero medievale cristiano. Anselmo è noto soprattutto per i suoi argomenti a dimostrazione dell'esistenza di Dio.

 

Anselmo nacque nel 1033 (o all'inizio del 1034) probabilmente nei pressi di Aosta, allora parte del regno di Arles al confine con la Lombardia, da una famiglia nobile, anche se in declino, imparentata con la casa Savoia e con ampi possedimenti terrieri. Suo padre, Gundulfo (o Gandolfo), era un longobardo, dedito agli affari e non particolarmente affettuoso verso il figlio; sua madre, Ermemberga (o Eremberga), apparteneva a un'antica famiglia nobile burgunda,  legata da rapporti di parentela a Oddone di Savoia; risulta che fosse una madre di famiglia pia e virtuosa.

Fin da piccolo Anselmo espresse un forte sentimento religioso e un'altrettanta forte sete di conoscenza; il suo biografo Eadmero di Canterbury riferisce che, vivendo in una zona montuosa, il giovinetto si formò l'ingenua convinzione che il paradiso, in cui Dio stesso doveva risiedere, si trovasse in cima alle montagne. Anselmo venne affidato a un istitutore, suo parente, che però si rivelò tanto severo da produrre in lui uno stato di infermità, dal quale guarì lentamente grazie alle cure materne. La sua educazione successiva venne affidata ai benedettini di Aosta. All'età di quindici anni Anselmo espresse il desiderio di diventare monaco, ma il padre, fermamente intenzionato a fare del ragazzo il proprio erede, si oppose e i monaci del convento locale, non volendo contrariare Gandolfo, respinsero la domanda di Anselmo.

La delusione e la frustrazione per il rifiuto causarono una forte reazione nel giovane, che, pregò Dio di farlo ammmalare, per impietosire i monaci e convincerli ad accoglierlo; intervenne in lui una crisi psicosomatica  ma questo non servì a far sì che Anselmo venisse accettato nel monastero. Più tardi, l'ardore religioso del giovane si acquietò e, benché sempre intenzionato a ottenere il suo scopo in un futuro più o meno lontano, poco alla volta le passioni mondane lo coinvolsero e, soprattutto dopo la morte della madre (nel 1050), si dedicò sempre più spesso ad altri interessi più materiali. Intanto i rapporti con il padre si facevano sempre più tesi e a ventitré anni, Anselmo partì, con un servo, intenzionato ad oltrepassare il  Moncenisio diretto in Francia.

Superate le Alpi, i due girovagarono per tre anni tra la Burgundia e la Francia prima di giungere in Normandia, nel 1059; qui egli venne a sapere dell'abbazia benedettina che era stata fondata a Bec nel 1034 e attirato dalla fama di Lanfranco di Pavia, riuscì ad esservi ammesso come novizio, sottomettendosi alla regola benedettina, che in futuro ne avrebbe influenzato significativamente il pensiero.

I progressi di Anselmo negli studi furono rapidi e brillanti, tanto che, quando nel 1063 Lanfranco fu nominato abate dell'abbazia di Saint-Étienne di Caen, Anselmo venne eletto come suo successore e  priore dell'abbazia di Bec, benchè molti monaci più anziani, ffesi dalla sua promozione, ben presto si resero conto delle sue doti, del suo senso della misura nel gestire la carica e delle sue competenze di insegnante, il chè gli valse l'affetto di tutta la comunità monastica.

Nei quindici anni in cui fu priore a Bec, impegnato tra i doveri derivanti dalla carica e l'aspirazione all'isolamento e alla contemplazione, Anselmo rimaneva spesso sveglio durante la notte, in preghiera o nella scrittura. Risale infatti a quegli anni l'inizio della sua attività di scrittore, per i suoi allievi, (ma anche alcune nobildonne laiche al di fuori) di testi su cui meditare e pregare. 

La composizione di due delle sue opere teologiche più rilevanti, il Monologion (Soliloquio) del 1076 e il Proslogion (Colloquio) del 1078, avvenne proprio in quel periodo.

Nel 1078, alla morte del fondatore dell'abbazia di Bec, Erluino, Anselmo gli succedette come abate venendo consacrato il 22 febbraio 1079dal vescovo di Évreux. Anselmo accettò la carica, riluttante perchè avrebbe comportato ulteriori responsabilità e doveri sottraendogli tempo alla riflessione e alla preghiera, ma venne sostenuto dai confratelli. Molto apprezzato come abate per via del suo acume, delle sue virtù e per la sua capacità di rapportarsi con gentilezza con tutti dentro e fuori il monastero; la nuova carica lo portò a stringere rapporti con l'Inghilterra, dove l'abbazia normanna aveva alcuni possedimenti; viaggiò fino a Canterbury, di cui Lanfranco era diventato arcivescovo nel 1070, ed ebbe modo di farsi conoscere e apprezzare dalla nobiltà e dalla corte inglesi, oltre che dallo stesso re Guglielmo il Conquistatore. Divenne così il candidato naturale a succedere a Lanfranco come arcivscovo di Canterbury. Anselmo fu anche costretto a battersi per conservare l'indipendenza dell'abbazia di Bec dalle autorità civili ed ecclesiastiche.

 

Nonostante l'importanza dei suoi impegni di amministratore e di guida e la puntualità con cui li assolveva, Anselmo rimase per tutta la vita soprattutto un intellettuale: nel periodo in cui fu abate di Bec portò avanti una significativa attività pedagogica e didattica e, tra il 1080/85, compose il De grammatico (Sul significato della parola "grammatico") e i tre dialoghi sulla libertà, il De veritate (Sulla verità), il De libertate arbitrii (Sulla libertà della volontà) e il De casu diaboli (La caduta del diavolo). Sotto Anselmo, Bec divenne uno dei centri di studio e insegnamento più importanti d'Europa, attirando studenti da tutta la Francia, dall'Italia e da altri Paesi.

 

Quando, nel 1089, morì Lanfranco, Guglielmo II d'Inghilterra confiscò i possedimenti e le rendite della sede arcivescovile di Canterbury e si astenne dal nominare un successore. Anselmo, che pure pur non voleva rimanere in Inghilterra per non far pensare che aspirasse all'arcivescovado di Canterbury, accettò l'invito di Ugo d'Avranches a recarsi oltremanica nel 1092 e vi si trattenne per quasi quattro mesi, e, giungendo a Canterbury alla vigilia della Natività della Beata Vergine Maria, venne salutato entusiasticamente dalla folla come prossimo arcivescovo; quando ebbe esaurito i suoi impegni, il re gli negò il permesso di rientrare in Francia. Nel 1093, però, Guglielmo cadde gravemente malato ad Alveston e, desiderando fare ammenda per la condotta peccaminosa alla quale attribuiva la causa del suo male, ordinò che Anselmo venisse nominato arcivescovo di Canterbury all'inizio di marzo.

Tuttavia, Anselmo tentò di rifiutare la carica sostenendo di non essere adatto, in quanto monaco, a occuparsi di affari secolari, adducendo varie scuse. Il 24 agosto Anselmo sottopose a Guglielmo le condizioni alle quali avrebbe accettato l'arcivescovato: che Guglielmo restituisse le terre confiscate, che accettasse la preminenza di Anselmo sul piano spirituale, che riconoscesse Urbano II come Papa, in opposizione all'antipapa Clemente III.

Riluttante sinceramente ad accettare tali richieste e, benché la situazione favorisse Anselmo, il re era disposto ad accordargli solo la prima. Arrivò al punto di sospendere i preparativi per l'investitura di Anselmo, ma poi, sotto la pressione del volere pubblico, fu costretto a portare a termine l'assegnazione della carica. Riuscì tuttavia ad accordarsi con Anselmo con un compromesso vantaggioso per la monarchia: la restituzione delle terre rimase l'unica concessione fatta dal re all'arcivescovato. Anselmo ottenne quindi il consenso dei suoi ex confratelli ad essere dispensato dai doveri che lo legavano all'abbazia di Bec, rese l'omaggio feudale a Guglielmo e il 25 settembre 1093 si insediò a Canterbury, ricevendo le terre già prima confiscate all'arcivescovato e il 4 dicembre venne consacrato arcivescovo.


È di questo periodo l’instancabile attività di Anselmo a favore della “libertà della Chiesa” e dell’indipendenza del potere spirituale da quello temporale. Impegnativa la sua difesa dalle ingerenze delle autorità politiche, specie in contrapposizione con il Re e il relativo scontro che ne conseguì e che gli costò per ben due volte l’esilio dalla sede di Canterbury; Anselmo concepiva la Chiesa come un'entità universale, con propria autonomia e autorità, dalla quale lo Stato doveva dipendere per la sua missione e per la sua investitura, cosa contraria alle idee di Guglielmo che, seguendo quanto già sostenuto dal suo predecessore, attribuiva al re il controllo su ambedue.

La figura di Anselmo, è vista dagli storici sia come quella di un monaco contemplativo che come un politico intelligente, capace e determinato a conservare i privilegi della sede episcopale di Canterbury.

 

In anni successivi non ci furono aperte dispute tra Anselmo e il re, anche se questi fece del suo meglio per impedire che Anselmo portasse avanti una riforma della Chiesa in senso gregoriano. Nel frattempo, nel 1094, Anselmo aveva ultimato la composizione dell'Epistola de incarnatione Verbi (Lettera sull'incarnazione del Verbo), dedicata proprio a Urbano II.

Nel 1097, dopo l'insuccesso di una campagna militare diretta a sedare una rivolta in Galles, Guglielmo accusò Anselmo di avergli fornito una quantità insufficiente di truppe e gli ordinò di comparire presso il tribunale reale; Anselmo rifiutò e chiese al re di potersi recare a Roma per chiedere consiglio al Papa, ma ciò gli venne negato.
Nel corso di un negoziato che si tenne a Winchester, Anselmo venne messo di fronte a due possibilità: partire, ma in questo caso non avrebbe più potuto fare ritorno al suo incarico di arcivescovo, o rimanere, ma avrebbe dovuto pagare un risarcimento a Guglielmo e rinunciare a ogni ulteriore appello a Roma.  Anselmo, deciso a difendere la visione di una Chiesa non sottomessa ad alcuna autorità terrena, scelse l'esilio, e nell'ottobre 1097 lasciò l'Inghilterra diretto a Roma. Guglielmo si impossessò immediatamente delle rendite della sede arcivescovile di Canterbury, anche se formalmente Anselmo conservava la carica di arcivescovo.

Anselmo giunse a Cluny in dicembre e passò il resto dell'inverno a Lione, presso Ugo di Romans; nella primavera del 1098 arrivato a Roma, fu salutato dal Papa con grandi manifestazioni di stima e simpatia. Urbano II, che non voleva essere coinvolto più del necessario nelle vicende che contrapponevano Anselmo a Guglielmo II, non poté fare altro che indirizzare al sovrano inglese una lettera di rimostranze e l'invito a reintegrare l'arcivescovo nella carica. Anselmo passò l'estate a Sclavia, presso il suo amico (già monaco a Bec e ora abate del monastero di Telese) Giovanni di Telese; qui terminò la sua opera Cur Deus homo (Perché Dio [si è fatto] uomo), che aveva iniziato in Inghilterra. Ttrascorse quindi un periodo presso Capua, dove fu raggiunto da papa Urbano II. Questi, nell'ottobre 1098, indisse a Bari un concilio destinato a risolvere una questione dottrinale posta dalla Chiesa greca a proposito della processione dello Spirito Santo: più in generale, tra gli obiettivi del sinodo era quello di ricondurre a una comune posizione teologica i due grandi ceppi ecclesiastici venutisi a formare con lo scisma del 1054.  Ad Anselmo, che già si era espresso sull'argomento nell'Epistola de incarnatione Verbi,  fu chiesto di partecipare alla discussione e il Papa gli assegnò un ruolo importante nella disputa: espose infatti la posizione della Chiesa latina, secondo la quale lo Spirito Santo procede tanto dal Padre quanto dal Figlio, in modo così convincente da risolvere la disputa e persuadere i rappresentanti della Chiesa greca (i suoi argomenti in seguito sarebbero stati raccolti nel testo De processione Spiritus SanctiSulla processione dello Spirito Santo). Anche il caso individuale di Anselmo venne sottoposto all'attenzione dell'assemblea, la quale avrebbe scomunicato Guglielmo se non fosse stato per l'intercessione di Anselmo stesso.

Anselmo e i suoi compagni, a questo punto, sarebbero volentieri rientrati a Lione, ma venne loro ordinato di trattenersi in Italia per partecipare a un altro concilio, che doveva tenersi a Roma verso il periodo di Pasqua del 1099. Durante questo sinodo venne nuovamente ed energicamente sottolineata la posizione della Chiesa contro l'investitura del potere spirituale da parte dei laici, contro la simonia e contro il concubinato dei religiosi. A Roma si verificarono ulteriori attriti tra Urbano II e Guglielmo di Warelwast, rappresentante di Guglielmo II d'Inghilterra, con nuove minacce di scomunica al re se Anselmo non avesse riottenuto la sua carica; tuttavia, ancora una volta, la questione venne rimandata e, a causa della morte di Urbano in luglio, rimase di fatto insoluta.

Infine, nel corso dello stesso anno 1099, Anselmo poté tornare a Lione; durante il soggiorno in questa città portò a compimento il trattato De conceptu virginali et originali peccato (Sull'Immacolata Concezione e sul peccato originale) e la Meditatio de humana redemptione(Meditazione sulla redenzione dell'uomo).

Guglielmo II rimase ucciso durante una partita di caccia nel 1100 e gli succedette il fratello minore, Enrico I, il quale invitò Anselmo a tornare in Inghilterra e si impegnò a farne un suo consigliere. Enrico cercava di ottenere l'appoggio di Anselmo nella propria rivendicazione del trono, a discapito, tra gli altri, del fratello maggiore Roberto.

Anselmo fu accolto con calore, ma il problema delle investiture si pose subito e in modo grave: il re, che pure inizialmente era conciliante, esigeva che Anselmo gli rendesse l'omaggio feudale  e che si assoggettasse a ricevere da lui l'investitura ad arcivescovo. ma egli non poteva tuttavia sottomettersi a queste richieste, dal momento che il papato (proprio con il recente concilio di Roma) aveva vietato agli ecclesiastici di rendere l'omaggio ai laici e di ricevere da questi l'investitura a cariche religiose.

Enrico e Anselmo inviarono messaggeri a Roma a richiedere un'esenzione che consentisse al re di investire personalmente l'arcivescovo e di ottenerne l'omaggio. Nel frattempo i due riuscirono a collaborare: Anselmo contribuì a rimuovere gli ostacoli al matrimonio di Enrico con Matilde di Scozia, erede dei sovrani di Sassonia, diede poi la sua personale benedizione a tale matrimonio e rimase sempre in contatto epistolare con la nuova regina. Inoltre, mentre l'Inghilterra era minacciata d'invasione dai Normanni, Anselmo si schierò pubblicamente a favore di Enrico, causando la ritirata del rivale.

Papa Pasquale II, succeduto a Urbano II, non voleva deroghe ai divieti della Chiesa sulle investiture ed un nuovo gruppo di legati che si erano recati a Roma, al loro ritorno, affermarono che Pasquale aveva acconsentito a un'eccezione nel caso di Enrico e Anselmo senza però metterla per iscritto. Tutto ciò fu però negato dai legati di Anselmo, il quale continuò a rifiutarsi di consacrare i vescovi investiti dal re. Enrico chiese allora ad Anselmo di recarsi a Roma personalmente e questi, decise di partire per discutere la questione con il Papa, il 27 aprile 1103.


Secondo esilio

Anselmo discutendo con Pasquale II, ottenne da Lui ancora una netta opposizione all'investitura degli ecclesiastici da parte dei laici e all'omaggio ma, prima di tornare in Inghilterra, ricevette un messaggio di Guglielmo che lo rivoleva a ripristinare tali vecchie pratiche dell'investitura, dunque egli rimase a Lione fino al marzo 1106, dove stese il De processione spiritus sancti.

Quando il Papa scomunicò Roberto di Beaumont, consigliere di Enrico I, che aveva insistito affinché il re continuasse invece, a praticare l'investitura da parte di laici, scomunicando anche altri prelati,  minacciando al sovrano la scomunica, Alla fine, l'arcivescovo e il re riuscirono a incontrarsi a l'Aigle nel luglio 1105 e raggiunsero un compromesso, approvato dal Papa, che nel marzo 1106, lo ratificò. La lettera del Papa autorizzava Anselmo anche a revocare la scomunica di coloro che erano stati investiti da laici o che a laici avevano reso l'omaggio feudale e lo invitava ad assolvere il re e la regina d'Inghilterra da tutti i loro peccati.

Il ritorno di Anselmo a Canterbury venne però rimandato, per alcuni problemi di salute dell'anziano arcivescovo, poi incontrò Enrico a Bec; il re aggiunse alle concessioni fatte anche la restituzione delle chiese confiscate a suo tempo da Guglielmo II e promise di risarcire il clero inglese dei danni economici patiti a causa della lotta per le investiture. Così, i due si riappacificarono..


Ritorno in Inghilterra e ultimi anni

Anselmo fece trionfale ritorno in Inghilterra nel 1107 concludendo il "concordato di Londra", che formalizzava e annunciava pubblicamente il compromesso tra Enrico e Anselmo: nessun vescovo avrebbe dovuto ricevere l'investitura da un laico, ma il fatto di aver reso l'omaggio a un laico non avrebbe impedito a nessuno di ricoprire la carica di vescovo. Le sedi vescovili e abbaziali (alcune delle quali erano vacanti ancora dai tempi di Guglielmo II) vennero assegnate e Anselmo, che riprese le funzioni di arcivescovo di Canterbury, consacrò tutti i nuovi vescovi. Continuò ad occuparsi dei doveri di arcivescovo, a meditare e a scrivere testi di teologia, come il Sulla compatibilità della prescienza, della predestinazione e della grazia di Dio con il libero arbitrio. Fu inoltre coinvolto in una disputa circa il primato dell'arcidiocesi di Canterbury su quella di York, disputa che non sarebbe stata superata se non dopo la sua morte.

Anselmo morì il 21 aprile 1109, mercoledì santo e venne sepolto nella cattedrale di Canterbury. Le sue spoglie vennero però esumate durante i disordini a sfondo religioso che ebbero luogo durante il regno di Enrico VIII d'Inghilterra e se ne persero le tracce.

 

Il processo di canonizzazione di Anselmo fu avviato da Tommaso Becket (uno di coloro che ne continuarono l'opera volta a garantire l'indipendenza della Chiesa inglese dal potere politico) e venne concluso da papa Alessandro III nel 1163.

 

 

Pensiero

Oltre ad aver svolto un importante ruolo politico nella disputa sulle investiture in Inghilterra, Anselmo d'Aosta fu pensatore di grande spessore nell'ambito della filosofia cristiana medievale ed uno dei principali esponenti della riflessione di area europea, il principale filosofo dell'XI secolo e il primo grande pensatore del Medioevo dopo Giovanni Scoto Eriugena.

Il suo lavoro è caratterizzato da una grande originalità e sono rari, nella sua opera, i riferimenti a pensatori del passato: ciò rende difficile identificare le influenze che hanno contribuito a dar forma al suo pensiero.

 

La fonte principale della riflessione di Anselmo è l'autorità della Bibbia e il neoplatonismo cristiano di Agostino d'Ippona; l'importanza dell'influenza di pensatori come Giovanni Scoto Eriugena e lo Pseudo-Dionigi l'Areopagita, un tempo considerata significativa, è oggi giudicata tutto sommato trascurabile, mentre si tende a evidenziare l'importanza rivestita da Aristotele e da Severino Boezio; tra le altre cose, importante la sua concezione del male come privo di positività ontologica e la teoria dei futuri contingenti che garantiscono la compatibilità della prescienza di Dio con la libertà umana. L'influenza del maestro Lanfranco probabilmente non fu, se non forse per l'interesse alla dialettica, determinante.

 

Le sue opere:

  • Monologion (1076): dimostrazione dell'esistenza di Dio e indagine sulle sue caratteristiche

  • Proslogion (1077-1078) - Esistenza di Dio e attributi divini dimostrati a priori, con cui venne a competere con il monaco Gaunilione

  • De grammatico (1080-1085) - Anselmo dialettico: il De grammatico analizza nello specifico lo scambio di due parole dal suono simile "grammatico" e "grammatica"), corrispondano a sostanze o qualità, in cui Anselmo prefigurava la teoria della suppositio che sarebbe stata approfondita dai dialettici del XIII secolo e successivi.

  • Il problema del male, dell'onnipotenza divina e del libero arbitrio nella trilogia sulla libertà, composta dai dialoghi De veritate (1080- 1085), De libertate arbitrii  (1080-1085) e De casu diaboli  (1080-1090), Anselmo analizza le questioni etiche legate alla rettitudine da un punto di vista teologico-dogmatico.

  • Epistola de incarnatione Verbi (1092-1094)

  • Cur Deus homo (1094-1098) La necessità di un Dio-uomo redentore: il Cur Deus homo

  • De conceptu virginali et de peccato originali (1099-1100) - analizzava le questioni dottrinali dell'Immacolata Concezione e del peccato originale e inoltre ripercorreva ragionamenti già portati avanti nelle opere precedenti.

  • De processione Spiritus Sancti (1100-1102) -trattava del problema della processione dello Spirito Santo e delle modalità della sua incarnazione

  • Epistola de sacrificio azymi et fermentati (dopo il 1103)

  • Epistola de sacramentis Ecclesiae (dopo il 1103)

  • De concordia praescientiae et praedestinationis et gratiae Dei cum libero arbitrio (1107-1108)

  • De potestate et impotentia, possibilitate et impossibilitate, necessitate et libertate (incompiuto)

  • Orationes sive meditationes

Altri scritti

Anselmo fu autore di diversi altri scritti di carattere teologico, sempre animati da uno spirito filosofico:  De moribus (Sui costumi [morali]) che tratta delle affezioni dell'anima.

Le preghiere scritte da Anselmo sono raccolte in un'opera nota come Orationes sive meditationes (Preghiere ovvero meditazioni); esse, scritte lungo tutta la vita dell'autore dal periodo di Bec all'episcopato inglese, costituiscono un ulteriore esempio dell'ideale anselmiano di comprensione della fede e benché orientate più alla contemplazione e al raccoglimento spirituale che alla vera e propria filosofia o teologia, il loro scopo è quello di suscitare nel lettore quel sentimento rivolto verso la verità e la rettitudine che è necessario presupposto tanto della teoresi quanto della stessa vita buona.

Di Anselmo si è poi conservato un epistolario particolarmente significativo, che testimonia in modo efficace sia della sua personalità che della sua figura pubblica: risulta infatti chiaramente, da una parte, l'affetto, la carità, la sensibilità e la ferma pazienza che Anselmo infondeva nelle lettere ai monaci suoi amici e suoi discepoli e dall'altra la sua determinazione nelle faticose e a volte frustranti questioni politiche legate alla sua posizione di arcivescovo.

Influenza e critica

Il pensiero di Anselmo d'Aosta esercitò un'influenza estremamente significativa sulla storia della filosofia ma, soprattutto, della teologia.  La sua riflessione giunse a livelli profondi in tutti i campi in cui si espresse, ma tali campi furono relativamente pochi e che al suo pensiero, estremamente raffinato dialetticamente dal punto di vista teologico, faceva difetto un'approfondita analisi del campo della filosofia della natura – la quale sarebbe stata necessaria per poter dire che le riflessioni di Anselmo formano un sistema filosofico o teologico veramente organico e completo.

La discussione di Anselmo di certi problemi dottrinali, quelli della libertà e del male, ebbe la sua risonanza nella filosofia medievale, venendo ripresa ad esempio da Riccardo di San Vittore,  da Gilson, da Gaunilone, da Guglielmo d'Auxerre e diversi altri pensatori nel XIII secolo, tra cui i più degni di nota sono Tommaso d'Aquino e Bonaventura da Bagnoregio e altri dottori della Chiesa, poi Enrico di Gand e Alberto Magno, che accettarono la prova anselmiana. Nel Medioevo anche Alessandro di Hales e Duns Scoto si espressero sull'argomento, entrambi condividendolo, anche se Duns Scoto sostenne che la formulazione sarebbe stata più appropriata se anziché dal concetto di "Dio" Anselmo fosse partito dal concetto di "ente".

Cartesio riprese a sua volta l'argomento e tramite Cartesio, una dimostrazione simile alla prova a priori di Anselmo entrò anche nel sistema metafisico dell'Ethica di Spinoza, che dimostrava l'esistenza della sostanza (poi identificata con Dio stesso) sulla base del fatto che, per la definizione stessa della sostanza, la sua essenza implica l'esistenza. Leibniz sostenne la validità in sé della dimostrazione, ma contestò un'apparente leggerezza da parte di Anselmo.

Hume e soprattutto di Kant lo criticarono, mentre Hegel, nel XIX secolo, tornò a difendere la dimostrazione di Anselmo affermando che in Dio essenza ed esistenza coincidono e che la distinzione tra le due è esclusiva del mondo materiale. Secondo Bertrand Russell, l'argomento «è ancora alla base del sistema di Hegel e dei suoi seguaci, e riappare nel principio di Bradley: "Ciò che può essere e dev'essere, è"». La dimostrazione anselmiana piacque inoltre a Vincenzo Gioberti e Antonio Rosmini, che se ne appropriarono modificandola.

Nel XX secolo la critica si è rivolta soprattutto all'analisi del rapporto tra fede e ragione negli scritti di Anselmo, analizzando la sua teologia, con particolare riferimento al problema del peccato e della salvezza e al concetto di "rettitudine".  

Il corposo epistolario di Anselmo ci svela la sua opera ed il suo pensiero politico, ispirato sempre a “l’amore per la verità”, alla rettitudine e all’onestà episcopale, senza condizionamenti temporali e opportunismi. “Preferisco essere in disaccordo con gli uomini che, in accordo con loro, essere in disaccordo con Dio”, scrive evidenziando i tratti del governante giusto che guarda al bene comune, piuttosto che all’interesse personale.

 

Anselmo è considerato il fondatore della teologia scolastica attraverso cui approfondisce i misteri divini in tre stadi: la fede, dono gratuito di Dio da accogliere con umiltà, l’esperienza, ossia l’incarnazione della Parola nella quotidianità e la vera conoscenza, cioè l’intuizione contemplativa che non è mai frutto di asettici ragionamenti.
Sant’Anselmo non si stanca mai di trovare nuove stimolanti sfide da affrontare, come la formazione morale dei sacerdoti e la ricerca teologica.

Poco prima della sua morte, nel 1109, esprime addirittura il rimpianto di non essere riuscito ad affrontare e chiarire il problema dell’origine dell’anima. Al momento del trapasso è accompagnato dalle parole del Vangelo proclamato nella Messa di quel giorno: “Voi siete quelli che avete perseverato con me nelle mie prove; e io preparo per voi un regno, come il Padre l’ha preparato per me, perché possiate mangiare e bere alla mia mensa nel mio regno…”.

 

In occasione dell'ottavo centenario della morte di Anselmo, il 21 aprile 1909, papa Pio X promulgò l'enciclica Communium Rerum in cui ne celebrava la figura e ne promuoveva il culto e, ancora nel 1998, papa San Giovanni Paolo II nell'enciclica Fides et ratio guardava ad Anselmo come a un modello di quella complementarità imprescindibile tra fede e ragione, grazie a cui «l'armonia fondamentale della conoscenza filosofica e della conoscenza di fede è ancora una volta confermata: la fede chiede che il suo oggetto venga compreso con l'aiuto della ragione; la ragione, al culmine della sua ricerca, ammette come necessario ciò che la fede presenta».

 

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