Rubriche di
Patrizia Fontana Roca

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RELIQUIE E CORPI SANTI III

 

SANTA GIUSTINA MARTIRE

Che si venera nella chiesa Parrocchiale di Forno d'Omegna

 



Il corpo di S. Giustina venne ritrovato in una delle catacombe romane e ritenuto quello di una martire in virtù di certe particolarità della sua sepoltura. Fu donato alla parrocchia di Cappadocia in Abruzzo che venera la Santa come sua compatrona.

PREGHIERA

O gloriosa nostra protettrice, Santa Giustina, che per amore di Gesù, in mezzo all'empietà e alla corruzione dei vostri tempi, conservaste viva la fede, immacolato il costume e intrecciaste nella vostra corona il giglio dei vergini e la palma dei martiri, otteneteci grazia che, nutriti e corroborati dal corpo e dal sangue di Gesù Cristo, possiamo anche noi essere sempre fedeli alla dottrina e alle legge di Dio e meritare con voi quel Paradiso che è premio a chi avrà creduto e operato santamente.

 

 

SANTA FORTUNATA

 

La venerazione della vergine martire santa Fortunata a Baucina, piccolo centro agricolo in provincia di Palermo, risale al 1790, quando il card. Saverio Cristiani, assistente al Soglio Pontificio, inviò delle sacre reliquie contenute in una cassetta di legno, provenienti probabimente da quelle, numerose, conservate nelle catacombe romane, i cosiddetti ‘corpi santi’, che poi vennero prelevate e inviate in dono e per devozione, un po’ dappertutto in Europa.
Molti ecclesiastici e dignitari pontifici si fecero promotori di questi invii o presso le loro zone d’origine o di possedimento, dando così vita a devozioni locali molto forti verso il martire delle reliquie; in alcuni casi la storia personale del santo martire, per lo più inesistente o non provata, veniva compilata da sacerdoti scrittori, a volte fantasiosamente, a volte dicendo che il santo martire era originario di quel luogo.

Per quanto concerne la santa Fortunata, che oggi non compare nel ‘Martyrologium Romanum’, ma che era comunque stata riportata in antecedenti scritti, si sa che era una giovane fanciulla convertita al cristianesimo, vissuta a Palestrina, vicino Roma, intorno al 200 d.C.

La giovane venne catturata dalle milizie romane mentre si recava a Roma, dove poi venne torturata, subendo il martirio nel mese di ottobre del 200 d.C.
Il suo corpo con una garza imbevuta del suo sangue, venne ricomposto nelle Catacombe di S. Ciriaca o San Lorenzo a Roma, dove rimase con ogni probabilità fino al gennaio 1790.

Le sue reliquie vennero poi consegnate tramite il cardinale Cristiani, il 14 febbraio 1790 al parroco di Baucina con Bolla pontificia di papa Pio VI. Il Parroco in questione aveva già fatto richiesta delle stesse, dopo aver raccolto il racconto di un identico sogno fatto da suor Maria Celafani, madre superiora del Collegio di Maria di Baucina e da don Alfio Caruso, confessore dello stesso Collegio.
In ambedue i sogni santa Fortunata, giovane fanciulla, chiedeva di essere trasportata in Sicilia e lì venerata; le ricerche fatte effettuare dalla madre superiora, permisero di individuare nelle reliquie di santa Fortunata, il corpo della fanciulla dei sogni.

E fin dal primo giorno dell’arrivo delle reliquie, ci fu a Baucina un primo miracolo, seguito nel tempo da tanti altri prodigi che i numerosi ex voto testimoniano.

Verso il 1840 le reliquie vennero ricomposte nel corpo che attualmente si può vedere e venerare nell’artistica urna, conservata nella Chiesa di Maria SS. del Lume al Collegio di Maria in Baucina, fondata nel 1728-1737 e tanta fu la fede e la devozione verso la Santa che essa, nel 1870, venne proclamata compatrona del paese, insieme al patrono principale s. Marco, fissando la sua festa liturgica al 14 febbraio, giorno dell’arrivo delle reliquie nel paese; mentre la festa patronale si svolge la seconda domenica di settembre, con una processione in cui l’urna della santa viene posta su una preziosa, monumentale e tradizionale “Vara”, con il fercolo portato a spalla dai fedeli. 
Il culto di s. Fortunata, seguendo le emigrazioni della gente del Sud, è arrivato nel milanese, in Gran Bretagna, a Toronto (Canada) e a Valencia (Venezuela).

PREGHIERA

Abbiamo bisogno di purezza di cuore in questi tempi tristi di corruzione, o Vergine pia. Abbiamo bisogno di Fede e di amore, di fortezza e di costanza, in mezzo alle tentazioni che perseguitano spesso chi vuole osservare la legge di Dio e della Chiesa.
O martire santa, ci rivolgiamo con gratitudine e confidenza a Te, o provvida nostra protettrice, intercedi per noi, Tu che vincesti il mondo e stenti e pene per offrirti, poi, nonostante la giovane età, testimoniando nella crudele tua morte gloriosa, la grande fedeltà e l'ardente Tuo amore per il nostro Gesù.

 

 

BEATO GIULIO

 

Nato in una nobile famiglia a Nardò. (Lecce), frequentò con gran profitto gli studi in lettere, scienze e muiscia e, illuminato dallo Spirito Santo, donò le sue ricchezze ai poveri, lasciò la casa paterna e con un umile saio s'avviò verso la Campania per ritirarsi in un posto solitario.
Assieme ad un altro eremita si fermò in una zona deserta ma presto si sparse la fama della loro santità ed anche i nobili Carafa, a cui appartenevano quelle terre, che poi costruirono per loro un eremo ed una chiesetta dedicata alla Vergine Incoronata, vollero vederli. Finiti i i lavori i due eremiti si adoperarono pe chè quel santuario venisse affidato ad un ordine religioso e papa Gregorio XIII vi mandò i Benedettini Camaldolesi.
Ma il Beato Giulio che forse avrebbe dovuto diventare Superiore, lasciò l'eremo per entrare nel Monastero di Montevergine dove visse in semplicità e modestia, prodigandosi per il decoro del Santuario e come organista. Vi restò 24 anni e volle essere sepolto sotto il pavimento. Nel 1621, rifacendo il pavimento della Cappella della Madonna il suo corpo venne trovato intatto e ancora fresco.

PREGHIERA


SS.ma Trinità, Vi ringraziamo con tutto il cuore per le grazie singolari elargite al vostro fedele servo e beato Giulio e Vi preghiamo caldamente di esaltarlo, se ciò ridonda a vostra gloria e al bene delle anime, anche qui in terra concedendogli i supremi onori degli altari.

A questo fine, con viva fede e gran fiducia, Vi domandiamo, per la sua intercessione la grazia... che tanto ardentemente sospiriamo.

 

Un Pater, Ave, Gloria

 

 

SAN GIOVANNI BOSCO


San Giovanni Bosco viene ricordato il 31 gennaio. Nato a Castelnuovo d’Asti il 16 agosto 1815, giorno di San Rocco, con cui ha in comune il cane, in una cascina dove ora sorge il Tempio di Don Bosco, figlio di Francesco e Margherita, proveniente da una famiglia benestante, perse il padre all'età di due anni, per una grave polmonite che lo condusse alla morte nel 1817, lasciando Margherita coi due figli, Giovanni e Giuseppe. Questo comportò anni molto difficili, anche a causa delle epidemie e della fame, ma la piccola famiglia sopravvivsse.


A nove anni il piccolo Giovanni fece un sogno che egli stesso definì "profetico" e che più volte raccontò ai ragazzi del suo Oratorio: " Mi pareva di essere vicino casa, in un cortile molto vasto, dove si divertiva una gran quantità di ragazzi. Alcuni ridevano, altri giocavano, non pochi bestemmiavano. Al sentire le bestemmie, mi slanciai in mezzo a loro. Cercai di farli tacere usando pugni e parole.
Ma in quel momento apparve un uomo maestoso, ben vestito: il suo viso era così luminoso che egli non riusciva a guardarlo. Lo chiamò per nome e gli ordinò di mettersi a capo di quei ragazzi. Giovanni gli chiese chi fosse : “Io sono il figlio di colei che tua madre ti insegnò a salutare tre volte al giorno”. In quel momento apparve, vicino a lui, una donna maestosa, e in quell’istante, al posto dei giovani, c’era una moltitudine di capretti, cani, gatti, orsi e parecchi altri animali.
La Madonna gli disse: “Ecco il tuo campo, ecco dove devi lavorare. Cresci umile, forte e robusto, e ciò che adesso vedrai succedere a questi animali, tu lo dovrai fare per i miei figli”. Fu così che, al posto di animali feroci, comparvero altrettanti agnelli mansueti, che saltellavano, correvano, belavano, facevano festa. Proprio dopo questo sogno nel giovane Giovanni Bosco si accese la vocazione al sacerdozio.

 

Incontrò molte difficoltà perchè era di un un altro paese, ma il parroco finì comunque per affezionarsi al ragazzo, difendendolo dai compagni che lo maltrattavano. Giovanni imparò giochi di prestigio e le acrobazie dei saltimbanchi, per attirare coetanei e contadini del luogo, invitandoli prima a recitare il Rosario e ad ascoltare una lettura del Vangelo. Poi, camminava sul filo come un funambolo.


Nel febbraio 1826 a Giovanni morì la nonna paterna e Margherita, spaventata dal fatto che il figlio potesse perdere la via giusta, chiese al parroco di concedergli la Comunione, benché avesse soltanto undici anni e Don Sismondo accondiscese e così il 26 marzo 1826, giorno di Pasqua, il ragazzo fece la sua Prima Comunione. Decise di diventare sacerdote. L'inverno dopo fu per lui uno di più duri per contrasti con il fratello e Margherita fu costretta a mandarlo come garzone presso la cascina dei Moglia, che dapprima non volevano accoglierlo, ma poi, osservandone la tenacia e l'intelligenza decisero di tenerlo, affidandolo al loro vaccaro, il vecchio Giuseppe, chiamato "lo zio", dove rimase dal 1827 al 1829.

Volendo studiare, Giovanni cercò un sacerdote che accettasse di istruirlo, ma non ci riuscì, finchè a Morialdo non si stabilì come cappellano don Giovanni Calosso, già anziano, che ne apprezzò l'intelligenza e la voglia di studiare, accogliendolo nella sua casa per insegnargli la grammatica latina e prepararlo alla vita sacerdotale.
Un anno dopo, in fin di vita, Giovanni Calosso diede al giovane la chiave della sua cassaforte, dove aveva un bel gruzzolo che avrebbero aiutato Giovanni a studiare ed entrare in Seminario, ma il ragazzo preferì non accettare questo regalo, consegnandolo ai parenti del defunto. Il 21 marzo 1831 il fratello sposò Anna Rosso, di Castelnuovo e la madre decise di dividere l'asse patrimoniale con lui così che Giovanni poté tornare a casa, riprendendo gli studi a Castelnuovo, pensionato presso Giovanni Roberto, sarto e musicista che gli insegnò il proprio mestiere. Poi andò a studiare a Chieri e d'estate al Sussambrino, una cascina che suo fratello Giuseppe, aveva preso a mezzadria per approfondire gli studi.

Grazie all'aiuto di Don Emanuele Virano, riuscì a recuperare il tempo perduto, ma poi quando questi fu nominato parroco di Mondonio, dovette abbandonare la scuola, perchè il sostituto, di 75 anni, non riusciva a cal,are i suoi giovani studenti, e fece perdere a Bosco del tempo prezioso che però egli impegnò imparando diversi mestieri, come quello del fabbro nella fucina di Evasio Savio, grazie ai cui insegnamenti un giorno sarebbe riuscito a creare laboratori per i ragazzi dell'Oratorio di Valdocco.
A Chieri abitava in una pensione e per mantenersi lavorò anche come garzone, cameriere, addetto alla stalla etc. fondando nel frattempo, la Società dell'Allegria, attraverso cui, in compagnia di altri giovani, tentava di avvicinare alla preghiera i coetanei con i suoi giochi di prestigio e numeri acrobatici. Raccontava che un giorno riuscì peersino a battere un saltimbanco professionista, acquistandosi così le acclamazioni e gli applausi della popolazione di Chieri.
Negli anni di studio, Giovanni strinse una forte amicizia con Luigi Comollo, nipote del parroco di Cinzano, spesso maltrattato ed insultato dai suoi compagni, ma che accettava per amore queste sofferenze. Giovanni, dal canto suo lo difendeva spesso azzuffandosi con i suoi aggressori. Le parole di Comollo e le sue incessanti preghiere turbarono profondamente l'animo di Giovanni tanto che egli stesso un giorno ricordò nelle sue Memorie: "Posso dire che da lui ho cominciato a imparare a vivere da cristiano". Egli infatti comprese quanto fosse importante per lui raggiungere la salvezza dell'anima e ciò rimase talmente impresso nella sua mente che un giorno, quando egli avrebbe fondato l'Oratorio a Valdocco, avrebbe trascritto su un cartello nella propria stanza: "Toglimi tutto ma dammi le anime".

Nell'autunno del 1832, Giovanni iniziò la terza grammatica e nei due anni a seguire proseguì le classi di umanità e retorica con grande impegno e notevoli risultati, appassionato di libri e con grande memoria. Nel marzo 1834 mentre si avviava a terminare l'anno di umanità, presentò ai Francescani la domanda di essere accettato nel loro ordine, ma poi cambiò idea prima di entrare in convento, decidendo di andare in seminario.
Il giovane don Giuseppe Cafasso gli consigliò di completare l'anno di retorica eppoi presentarsi all'esame per entrare al seminario di Chieri, aperto nel 1829. Giovanni superò l'esame, a Torino e il 25 ottobre prese l'abito ecclesiastico, mentre il 30 ottobre 1835 si presentò in seminario. Nel novembre 1837 Giovanni iniziò teologia, che a quel tempo occupava cinque anni e comprendeva come materie principali la dogmatica (lo studio delle verità cristiane), la morale (la legge che il cristiano deve osservare), la Sacra Scrittura (la parola di Dio), la storia ecclesiastica (storia della Chiesa dalle origini del cristianesimo all'età contemporanea). In seminario Giovanni rincontrò Comollo con il quale poté così ristabilire l'amicizia di un tempo.
Ma il 2 aprile del 1837, Luigi Comollo, già debole fisicamente, si ammalò e morì a soli 22 anni. Due giorni dopo, secondo una testimonianza diretta di Giovanni Bosco e dei suoi compagni di camera, l'amico defunto apparve loro sotto forma di una luce gridando: "Io mi sono salvato". Frutto di immaginazione o fatto prodigioso non importava al giovane chierico che da quel momento in poi decise di "mettere la salvezza eterna al di sopra di tutto, considerandola come l'unica cosa veramente importante".
Il 29 marzo 1841 Giovanni ebbe l'ordine del diaconato, il 26 maggio iniziò gli esercizi spirituali di preparazione al sacerdozio che ricevette il 5 giugno 1841 nella Cappella dell'Arcivescovado di Torino.

Diventato prete, ebbe alcune proposte di amici e conoscenti che lo volevano come istitutore a Genova o come cappellano, ma egli rifiutò per umiltà, ma anche per le accese omelie di Giuseppe Cafasso, che accusava i sacerdoti di ingordigia e avidità. Su suo invito, decise di entrare, a novembre del 1841, in Convitto a Torino, ex-convento accanto alla chiesa di San Francesco di Assisi. In questo edificio il teologo Luigi Guala, insieme a Cafasso, preparava 45 giovani sacerdoti a diventare preti del tempo e della società in cui avrebbero dovuto vivere. La preparazione durò tre anni.
Decise poi di scendere a contattare i ragazzi di strada, poveri, affamati ed i carcerati. L'8 dicembre 1841 incontrò, poco prima della Messa, Bartolomeo Garelli, il primo ragazzo che si unì al suo gruppo, accanto a cui Don Bosco radunò intorno a sè tutti i ragazzi degradati della zona, gli spazzacamini gli ex detenuti, dimostando l'amicizia con i giovani spesso orfani senza famiglia, dando loro i mezzi per l'istruzione e avvicinandoli alla Chiesa.

Quattro giorni dopo, durante la messa domenicale, a cui presenziavano Bartolomeo Garelli con un nutrito gruppo di amici e i fratelli Buzzetti, con seguito di compaesani, iniziò a nascere il primitivo gruppo che avrebbe dato vita all'Oratorio di Don Bosco. Poco tempo dopo il gruppo era talmente numeroso che il sacerdote chiese l'assistenza di tre giovani preti: don Carpano, don Ponte, don Trivero. Anche altri ragazzi si avvicinarono a Don Bosco, aiutandolo a tenere a bada quelli più impulsivi e ribelli. Nella primavera del 1842, al ritorno dal paese, i fratelli Buzzetti conducevano con loro il più piccolo, Giuseppe, che si affezionò molto a Don Bosco e decise, poi, di diventare sacerdote e braccio destro nella gestione del futuro ordine salesiano.

Nell'autunno dell'1844 don Cafasso informò Don Bosco che era stato nominato direttore dell'Ospedale di Santa Filomena. Don Cafasso voleva infatti che il giovane amico facesse conoscenza con don Giovanni Borel, sacerdote legato al re, che avrebbe potuto aiutarlo economicamente nella gestione dell'Oratorio. Egli sarebbe divenuto in seguito il direttore ufficiale di tale associazione.

Nel Settembre 1845 quando l'Oratorio era presso i Molini di città, don Bosco incontrò un ragazzetto pallido, 8 anni, orfano di padre: Michelino Rua che diventerà suo braccio destro e successore alla testa della Congregazione Salesiana.

Il 12 aprile 1846, giorno di Pasqua, finalmente don Bosco trova il posto per i suoi ragazzi: la tettoia Pinardi a Valdocco. Nell'Oratorio i ragazzi trovarono vitto e alloggio, studiavano o imparavano un mestiere, soprattutto imparavano ad amare il Signore: S. Domenico Savio era uno di loro.

Don Bosco era amato dai suoi "birichini" (così li chiamava) in modo eccezionale. Per essi sacrificò quel pò denaro che aveva, il suo tempo, il suo ingegno, la sua salute e per essi ancora fondò la Congregazione Salesiana, formata da sacerdoti e laici che volevano continuare l'opera sua e a cui diede come "scopo principale di sostenere e difendere l'autorità del Papa".

Estendendo poi il suo apostolato anche alle fanciulle fondò, con Santa Maria Domenica Mazzarello, la Congregazione delle Figlie di Maria Ausiliatrice.

I Salesiani e le Figlie di Maria Ausiliatrice si sparsero in tutto il mondo, con scuole di ogni ordine e grado, istituti tecnici e professionali, ospedali, dispensari, oratori e parrocchie, al servizio di giovani, di poveri e di sofferenti.

La missione a cui il Signore aveva chiamato Don Bosco con i sogni e la realtà è immensa. La presenza dei giovani era l'elemento inconfondibile e diede ad essa il suo tratto caratterizzante. Don Bosco intravvide la finalità originale del suo cammino: rivelare ai giovani poveri l'amore di Dio, attraverso l'opera del Buon Pastore che si dedica proprio a chi è più povero, abbandonato, in pericolo, che ha più bisogno di essere amato ed evangelizzato specialmente nei luoghi di più grande povertà.

Il disegno di Dio su ogni giovane che lo avvicinava, portarono Don Bosco ad elaborare un "progetto", frutto di vita spirituale, di esperienza pratica, di dialogo con altri educatori e che egli esprime in formule brevi, in aneddoti, in consigli agli educatori. Ogni tanto tenta anche delle sintesi. Ma soprattutto lo imprime nelle sue opere attraverso:

la volontà di stare tra i giovani condividendo la loro vita; la comprensione della dinamicità r fri desideri profondi del ragazzo: il desiderio di amore, di conoscenza, di senso; la risposta educativa che si fonda sulla ragione, la religione, l'amorevolezza; il criterio preventivo: esperienza gioiosa del "bene"; le condizioni dell'ambiente educativo; ciò che ispira e dà il tono a tutto; la familiarità che crea corrispondenza e desiderio di crescita.
Tutto questo dà luogo al metodo del Sistema Preventivo i cui elementi fondamentali sono: l'atteggiamento del Buon Pastore da parte dell'Educatore; l'assistenza: lo stare con i giovani; l'intenzione di portare una risposta di affetto e gioia, di corresponsabilità e partecipazione; l'appello alle forze interiori; alcuni momenti fondamentali in cui tutto ciò si realizza: l'ambiente, il gruppo, il rapporto personale.

Dedicò tutto il suo tempo libero, che spesso sottrasse al sonno, per scrivere e divulgare anche dei piccoli e facili opuscoli per l'istruzione cristiana del popolo. Fu, oltre che uomo di carità operosa, un mistico tra i più grandi e tutta la sua opera trasse origine dalla intima unione con Dio che fin da giovane coltivò gelosamente e si sviluppò nell'abbandono filiale e fedele al disegno che Dio aveva predisposto per lui, guidato passo passo da Maria Santissima, Ispiratrice e Guida di tutto il suo operato. La sua perfetta unione con Dio fu, dovuta anche ad un'umanità tra le più ricche per bontà, intelligenza ed equilibrio, a cui si aggiunge una conoscenza eccezionale dell'animo, maturata nelle lunghe ore trascorse ogni giorno nelle confessioni, nell'adorazione al S. Sacramento e nel continuo contatto coi giovani e con persone di ogni età e condizione.

Nel Luglio 1846 Don Bosco contrasse una malattia quasi mortale e la guarigione venne strappata alla Madonna dalle preghiere dei giovani lavoratori che frequentavano l'Oratorio. Il 3 novembre 1846 dopo una lunga convalescenza passata ai Becchi, don Bosco ritorna all'Oratorio accompagnato da Margherita, che viene a fare da mamma ai suoi ragazzi. In due stanze prese in affitto inizia la scuola.

Nel Dicembre 1847 apre nei pressi di Porta Nuova un secondo Oratorio dedicato a San Luigi.

Nel 1851 Don Bosco acquista casa Pinardi, finora in affitto e inizia la costruzione della chiesa dedicata a san Francesco di Sales, che verrà terminata e consacrata nel 1852. Firma i primi contratti di apprendistato per i suoi ragazzi che vanno a lavorare in città, anticipando l'azione sindacale
E' il 1853 e Don Bosco fonda le Letture Cattoliche, piccoli libri mensili per l'istruzione cristiana della gente. Iniziano a funzionare nell'Oratorio i primi laboratori professionali e si sviluppano le scuole. Il 26 gennaio 1854 propone a quattro giovani (Rua, Cagliero, Rocchietti, Artiglia) la fondazione dei Salesiani: si tratta di fare una promessa di impegnarsi "nella carità verso il prossimo". Il 29 ottobre 1854, entra all'Oratorio Domenico Savio, il "ragazzo santo ".

Nel 1854 don Bosco dà inizio alla Società Salesiana, con cui assicurò la stabilità delle sue opere e del suo spirito anche per il futuro. Dieci anni dopo porrà la prima pietra del santuario di Maria Ausiliatrice. Nel 1855. Michele Rua fà voto di povertà, castità e obbedienza nelle mani di don Bosco. È il primo Salesiano. Don Bosco comincia a scrivere le Regole dei Salesiani e nel 1858 si reca a Roma, per presentare la sua opera al Papa. Pio IX lo invita a scrivere le " cose meravigliose " che sono all'origine della sua opera. E' l'inizio di un proficuo rapporto e collaborazione. Il 18 dicembre 1859 nasce ufficialmente la Congregazione Salesiana. Con don Bosco, i primi salesiani sono diciotto.

Nel 1860 Muore don Giuseppe Cafasso, il grande consigliere spirituale di don Bosco. Uno dei primi ragazzi di don Bosco, Michele Rua, diventa prete, mente nel 1866 egli fa opera di mediazione tra S. Sede e Governo italiano per il ritorno alle loro diocesi di 45 vescovi "esiliati" e per l'elezione di nuovi vescovi. Ancora in quell'anno, egli raggiunge la Spagna e vi rimane trenta giorni elemosinando per il Tempio del Sacro Cuore e per le sue Opere. È un viaggio importante, che apre un bel futuro alla Congregazione Salesiana in Spagna.

nel marzo 1869 la Pia Società Salesiana è approvata dalla Santa Sede, mentre il 3 aprile 1874 verranno definitivamente approvate dalla Santa Sede le Regole della Società Salesiana. Don Bosco fonda, intanto, i Cooperatori, da lui considerati come i «Salesiani Esterni». Nel '71 Don Bosco si ammalaper una cinquantina di giorni, mentre visita la casa salesiana di Varazze.

E' il 5 agosto 1872 nasce la Congregazione delle Figlie di Maria Ausiliatrice, che affianca l'opera dei Salesiani. Superiora è Maria Mazzarello, che insieme a dieci altre giovani in questo giorno riceve l'abito e fa i voti religiosi.

 

Nel 1875 iniziano le Missioni Salesiane e partono per l'America del Sud, verso l'Argentina, terra della grande emigrazione italiana dell'Ottocento, dieci missionarl, la cui presenza era stata richiesta dall'arcivescovo, Mons. Aneiro. Venne proposto a Don Bosco di accettare la gestione di una parrocchia a Buenos Aires ed un collegio di ragazzi a San Nicolás de los Arroyos. Egli accolse la richiesta e con una solenne celebrazione nella Basilica di Maria Ausiliatrice, in Torino, l' 11 novembre 1875, prese avvio la prima spedizione missionaria salesiana. Guidati da don Giovanni Cagliero, essi si imbarcarono dal porto di Genova il 14 novembre 1875, insediandosi a Buenos Aires in una parrocchia per emigrati italiani.

La seconda spedizione, venne effettuata il 14 novembre 1876 e sempre a Buenos Aires, vennero aperte una scuola di arte e mestieri, dove si formavano sarti, falegnami, legatori. Poi ci fu una terza spedizione nel 1877, con cui arrivarono le prime Figlie di Maria Ausiliatrice, guidate da Suor Angela Vallese. Il sogno di don Bosco per l'Argentina mirava tuttavia alla Patagonia. Dopo anni di attesa, nel 1879 si presentò l'occasione e venne così avviata la missione in Patagonia, Carmen de Patagones la prima opera salesiana.
Più tardi vennero aperte delle altre. Grandi missionari dedicarono impegno e creatività pastorale a questa terra e ai suoi abitanti, soprattutto indios delle pampas. Nel 1884 don Cagliero venne nominato vicario apostolico della Patagonia settentrionale e centrale e ricevette la consacrazione episcopale il 7 dicembre dello stesso anno. Sarà poi eletto Cardinale- L'azione missionaria sognata da don Bosco cominciava a dare i suoi frutti ecclesiali.

Nel 1876 Don Bosco fonda, con approvazione della Santa Sede, la terza famiglia salesiana: i Cooperatori. Essi dovranno aiutare la Chiesa, i Vescovi, i Parroci promuovendo il bene secondo lo spirito della Società Salesiana".

Nell'aprile 1877 Don Bosco andò un'ultima volta a Roma. La sua salute è a pezzi e. stremato, per l'incessante lavoro, si ammalò gravemente, e molti giovani offrirono per lui al Signore la propria vita. Una delle sue raccomandazioni fu questa: "Dite ai giovani che li aspetto in Paradiso".

Don Bosco morì all'alba del 31 gennaio 1888, nella sua povera cameretta di Valdocco, all'età di 72 anni, dopo aver compiuto molte opere, a favore dei giovani, comportandosi come un buon padre e guida verso la salvezza con il metodo della persuasione, della religiosità autentica, dell’amore teso sempre a prevenire anziché a reprimere.
Sul modello di San Francesco di Sales il suo metodo educativo e apostolico si ispira ad un umanesimo cristiano che attinge motivazioni ed energie alle fonti della sapienza evangelica. Il messaggio educativo si condensò attorno a tre parole: ragione, religione, amorevolezza. Alla base del suo sistema preventivo ci fu un profondo amore per i giovani, chiave di tutta la sua opera.

Il 2 giugno 1929 Papa Pio XI, che ebbe la fortuna di conoscerlo personalmente, lo beatificò, dichiarandolo santo l'1 aprile 1934, giorno di Pasqua. Il 31 gennaio 1988 Giovanni Paolo II lo dichiarò Padre e Maestro della gioventù, “stabilendo che con tale titolo egli sia onorato e invocato, specialmente da quanti si riconoscono suoi figli spirituali”.

Interessante è il suo rapporto con il cane, segno e simbolo che, in ambito giudeo-cristiano, viene schernito e disprezzato, mentre In epoca medioevale recupera la sua dinamica amicizia con l’uomo e la sua simbologia di fedeltà. Esso nell’iconografia agiografica, ha due grandi significati: il male, come personificazione del Diavolo e delle sue seduzioni e il bene, come segno di amicizia, di fedeltà e di profezia.
Il cane di S. Giovanni Bosco, che spesso lo libera dai malintenzionati, è chiamato «il Grigio»; a volte, trovandosi il Santo in situazioni estremamente critiche, si vedeva comparire a fianco un enorme cane lupo, di colore grigiastro, che si dava da fare per proteggerlo, in varie occasioni. Don Bosco così lo descrive: “Era un grosso cane che pareva uno lupo, alto 1 m, di pelo grigio, dal muso allungato e dalle orecchie dritte”.

PREGHIERA A SAN GIOVANNI BOSCO


O San Giovanni Bosco,

che foste sempre così compassionevole delle umane sventure,riguardate a noi tanto bisognosi del vostro soccorso.

Fate discendere sopra noi e sulle nostre famigliele materne benedizioni di Maria Ausiliatrice;otteneteci quelle grazie spirituali e temporali che ci sono necessarie:intercedete per noi in vita e in morte,onde possiamo cantare in eternole divine misericordie nel bel Paradiso.
Così sia.

O San Giovanni Bosco, quando eravate su questa terra, non c'era persona che non ricorresse a voi, senza essere da voi benignamente accolta, consolata ed aiutata.
Ora in cielo, dove la carità si perfeziona, oh quanto il vostro gran cuore deve ardere d'amore verso i bisognosi!
Ebbene guardate la mia presente necessità ed aiutatemi ottenendomi dal Signore (si nomini ciò che si desidera).
Anche voi in vita avete provato le privazioni, le malattie, le contraddizioni, le incertezze dell'avvenire, le ingratitudini, gli affronti, le calunnie, le persecuzioni... e sapete che cosa è il soffrire...
Deh!, dunque, o San Giovanni Bosco, volgete benigno a me il vostro sguardo e ottenetemi da Dio quanto domando, se è vantaggioso per l'anima mia; se no, ottenetemi qualche altra grazia maggiormente utile per me, e una figliale conformità al divino volere in tutte le cose, insieme con una vita virtuosa e una morte santa. Così sia.

 

Dopo la recita della preghiera consigliamo di aggiungere :


3 Pater - 1 Ave Maria-

1 Gloria al Santo intercalandoli con l'invocazione :"San Giovanni Bosco, pregate per me"

3 Salve Regina seguite ognuna dall'invocazione : "Maria Auxilium Christianorum, ora pro nobis".

 

 

SANTA TEODORA

Teodora e Didimo (morti nel 304) sono due santi cristiani la cui leggenda si basa su un racconto del IV secolo attribuito a sant'Ambrogio. Santa Teodora è festeggiata il 28 aprile.

Furono martirizzati sotto il regno dei co-imperatori romani Diocleziano e Massimiano. A causa di un calo della popolazione, fu emesso un editto che imponeva alle donne romane di aver figli e fu criminalizzata la verginità. Il prefetto di Alessandria d'EgittoProculus, venne a conoscenza del voto di nubilato di Teodora, che nel racconto è descritta come una bella ragazza, di nobile famiglia romana, che non avrebbe avuto nessuna difficoltà a scegliere tra molti pretendenti. La scoperta del suo voto di castità (giurò che se avesse perso la verginità non sarebbe stato per sua scelta) la fece condannare ad essere rinchiusa in un lupanare.

Il suo primo cliente fu Didimo, un soldato cristiano che era venuto in realtà a salvarla. La storia narra che scambiò i vestiti con lei, permettendole di fuggire.

Quando giunse un altro cliente, Didimo si rivelò, dicendo di considerarsi un uomo benedetto perché gli era stata data la possibilità di salvare una donna innocente e di morire per la sua fede. Didimo fu preso prigioniero e portato al cospetto del prefetto Proculus, che lo condannò a morte. Sant'Ambrogio dice che Teodora non poteva consentire al suo salvatore di morire da solo, e si presentò al cospetto di Proculus prima della esecuzione.

Didimo e Teodora furono decapitati. Il corpo di Didimo venne bruciato. La storia di Teodora e Didimo è quasi identica a quella dei santi Antonia e Alessandro. Il tema della storia potrebbe riflettere l'istituzione della prostituzione religiosa.


L'oratorio Teodora, composto da Georg Friedrich Händel nel 1749, si basa sulla storia di Teodora e Didimo.

PREGHIERA

O Padre, ci rallegri il trionfo della gloriosa martire Teodora e la sua intercessione ci riempia di forza e pace nella fede.

 

 

SANTA VERONICA GIULIANI

Tra le tante figure di sante che ricevettero doni mistici da parte di Gesù, santa Veronica rimane un caso davvero eccezionale, poichè fu protagonista - nella seconda metà del 1600 - di vari episodi: dapprima le fu concesso di condividere il dolore della Corona di Spine, poi ricevette in dono l'anello Nuziale con cui Cristo la prendeva in sposa e successivamente sperimentò una seconda Trasverberazione.
Non contenta, la santa chiese di patire il dolore dei chiodi e della ferita del costato e venne esaudita; successivamente il Cristo, apparsole assieme a vari santi e alla Madonna, le donerà un "nuovo cuore" ancora più infiammato dell'amor di Dio, non solo spiritualmente ma anche fisicamente ed un altro Anello Nuziale - simbolo di unione definitiva a Lui - in cui erano incastonate tre pietre: in una spiccavano due cuori così strettamente uniti da sembrare uno solo, nell'altra vi era una croce e nella terza si scorgevano gli strumenti della Passione, invito a patire ancora con Lui.

Alla sua morte, il corpo della Santa venne minuziosamente studiato e si riscontrarono i segni delle stigmate sulle mani, sui piedi e sul costato; esaminato il suo cuore, esso apparve profondamente ferito per circa 6 dita trasversali. Aperto a metà, agli angoli destro e sinistro "vi erano due piccole fiamme e altri segni, come dell'impugnatura di una spada".
Successivamente, si scoprirono anche una lettera M e una I in stampatello, la figura di una piccola croce e di una corona di spine, una lancia e una canna e altre spade.

PREGHIERA

O gloriosa Santa Veronica, Santa veramente ammirabile e per l'esercizio delle vostre virtù e per i singolari favori a voi elargiti da Dio, deh accogliete benignamente l'umile omaggio della nostra devozIone a Dio, noi restiamo ammirati e benediciamo Gesù che vi fece così grande, innalzandovi al suo mistico Sposalizio, imprimendo visibili nelle vostre membra le Sante Stigmate e nel vostro cuore gli emblemi della Sua Passione, apparendovi, più e più volte fin dai vostri teneri anni nella Eucarestia sotto le sembianze di vezzoso Bambino e dandovi perfino di sua mano la Divina Comunione.
Dall'alto seggio di gloria ove voi regnate, degnatevi di volgere a noi uno sguardo pietoso e impetrateci da Dio grazia di apprendere e di imitare le vostre virtù, disponendoci così a celebrare santa
Amen.

 

 

SAN GIUSTO MARTIRE

 

Giusto viveva ad Aquileia in epoca romana, durante il regno di Diocleziano e Massenzio.
Quando il governatore romano locale Mannaccio diede l’ordine ai cittadini di testimoniare la propria fede agli imperatori romani, rinnegando però quella nel cristianesimoGiusto si rifiutò e venne quindi imprigionato, ma, nonostante la galera e le torture a cui fu sottoposto, non rinnegò la sua fede. Venne quindi condannato a a morte e quindi gettato in mare, davantI la città di Trieste, Legato mai e piedi con dei pesi, che lo fecero affondare.
Ma, quella stessa notte Giusto si presentò in sogno al sacerdote Sebastiano,  invitandolo a recuperare il suo corpo per dargli una degna sepoltura. Così fu e il giorno seguente, il corpo del martire venne ritrovato a riva senza corde nè pesi e il sacerdote insieme ad un gruppo di cristiani lo seppellirono in segreto in un cimitero vicino al luogo del ritrovamento.

Nel X secolo i resti di San Giusto vennero  trasferiti in una basilica cristiana su di un colle che prese il suo nome e San Giusto diventò patrono della città. Il suo onomastico si festeggia il 3 novembre, giorno della sepoltura del corpo.

 

PREGHIERA

O glortioso Martire, S. Giusto, che, con coraggio donasti la vita per testimoniare la fede nel Cristo Risorto, ottienici la grazia di essere coerenti nella nostra vita e di imregnarci ogni giorno in un serio cammino di conversione, per divenire autentici costruttori del tuo Regno.
Amen

 

 

SANTA CESARIA MARTIRE

S. Cesarea nacque in un dicembre del secolo XIV da Luigi e Lucrezia, dopo una attesa di oltre dieci anni dal matrimonio e al termine di una pia pratica delle devozioni sabatine, suggerita da un eremita Giuseppe Benigno. 
Rimasta orfana della madre quando era ancora adolescente, Cesarea fu costretta ad abbandonare la casa dei genitori, per sfuggire alle insane tentazioni del padre; si rifugiò in una grotta della marina di Castro, sotto un colle roccioso presso Otranto. 
Qui visse la sua vita di privazioni e di preghiera, votata ad una totale dedizione a Dio, divenendo una eremita la cui fama si estese in tutta la Terra d’Otranto. Dopo la sua morte avvenuta nella grotta da dove non era più uscita, sempre nel secolo XIV, fu eretta una chiesa sul posto, che divenne centro del suo culto fin dal secolo XVII. 
Nel 1924 essa fu affidata ai Francescani che la sostituirono con una nuova costruzione, eretta poi in parrocchia nel 1954.
In onore di s. Cesarea sorsero altre chiese nei centri del Salentino, in particolare a Francavilla Fontana (Brindisi) che alcune tradizioni classificano come patria d’origine della santa. 
Patrona di Porto Cesareo in provincia di Lecce; la sua festa liturgica è al 15 maggio. 
La città di Santa Cesarea Terme festeggia la sua patrona l’11 settembre di ogni anno, data tradizionale dell’evento della fuga di Cesarea, con una processione che dopo aver percorso tutte le vie della cittadina termina con un corteo di barche alla grotta dove sarebbe vissuta e morta. 
Il culto è molto diffuso in tutta la Puglia e il nome Cesarea è molto usato in tutta la provincia leccese.


PREGHIERA

O imvitta martire, santa Cesaria, noi vi offriamo gli ossequi della nostra veneazione e ci congratuliamo con voi per quella eccelsa gloria dell'immensa felicità che godete nel Paradiso. Con tutta l'effusione del nostro cuore benediciamo l'Onnipotente e misericordioso Iddio, che dopo avervi fatto trionfare del mondo, della crudeltà dei tiranni e delle insidie del demonio, vi coronò in cielo di gloria immortale.
E per quella invitta vostra Fede e quella vostra Speranza e per quell'ardentissima carità che, dopo avervi accompagnato nel corso della vostra vita, vi fecero poi, affrontare le ultime difficoltà della vostra vita, otteneteci la grazia di vivere sempre costanti nella Fede, di riporre in Dio tutte le nostre speranze e di avere sempre una carità operosa, affinchè con l'esercizio continuo di queste virtù, vincendo a vostra imitazione il mondo, la carne e il demonio, possiamo cantare in eterno le Divine Misericordie, nel santo Paradiso.
Così sia.


SAN FEDELE

Di questo santo si hanno poche, scarse notizie. L'altare rappresentato si trova nella Chiesa e Convento di Santa Maria delle Grazie a Castelfranco in Miscano (Bn).



La Chiesa, originariamente a tre navate, con quattro colonne e due pilastri centrali, aveva due altari laterali, il primo dedicato a S. Antonio ed il secondo alla Madonna Incoronata.

La cappella laterale, con altare tradizionale e cappelle votive, conserva l'antico aspetto. Oggi la chiesa ha una sola navata.
Il tabernacolo presenta incastonati preziosi marmi di Francia e nel presbiterio è collocata un'opera di ceramica artistica rappresentante S. Fedele Martire che affida Castelfranco alla Madonna delle Grazie.


L'antico convento adiacente la chiesa, ex sede della Pretura e del Carcere Mandamentale, venne ristrutturato dopo il terremoto del 1980.
Ora è sede della Casa Comunale.

 

San Fedele si festeggia il 24 Aprile.

 

PREGHIERA

 

Invitto eroe della Chiesa, impavido campione del Cristianesimo, glorioso Martire S. Fedele, prostrati dinanzi all'urna che chiude il Vostro Sacro corpo, Vi preghiamo di ottenerci da Dio, affinchè portando i misteri della ns. Santa Religione profondamente scolpiti nella mente e nel cuore e, osservando i Precetti, possiamo un giorno pervemire a quella Gloria che Gesù Cristo ha promesso in cielo ai suoi veri fedeli, Così sia.

 

Indulgenza di 50 gg.

 

 

 

SAN FLAVIANO MARTIRE

San Flaviano, (dal latino = dai capelli biondi) fu martire al tempo di Giuliano l’Apostata, marito di Santa Dafrosa, ricordata il 4 gennaio e padre delle delle sante Bibiana (2 dicembre) e Demetria (21 giugno).

Dichiaratosi cristiano, venne marcato a fuoco sul volto con il sigillo degli schiavi e condannato al lavoro forzato presso le terme od un tempio pagano presso una località variamente identificata con Civitavecchia, Acquapendente o Montefiascone.

 

Benchè non sia mai inserito in alcun martirologio, il suo culto è però particolarmente vivo presso la cittadina laziale di Montefiascone, dove viene ricordato da più di 1000 anni.
Le reliquie del santo sono in parte nella cattedrale, ed in parte sono oggetto di culto nella chiesa a lui intitolata ai piedi della cittadina, interessante perchè formata da due edifici sovrapposti, di tipo basilicale a tre navate con abside. Colonne e pilastri sono arricchiti da fantasiosi capitelli scolpiti di antica arte etrusca, mentre vari antichi affreschi arricchiscono le pareti della chiesa inferiore. Qui le sue reliquie si trovano sin da 11 secoli, menzionate già nell’852 infatti il pontefice Leone IV le rammentava in una sua lettera. L’edificio all'epoca era intitolato alla Madonna e solo più tardi venne intitolato al santo. Papa Urbano IV consacrò il nuovo altare nel 1262 e le reliquie di San Flaviano vennero deposte sotto l’altare, in un’urna di marmo.
Nel 1657, venne richiesta una sua intercessione, riesumando le reliquie del santo per una grande pestilenza, scoprendo così che l’urna era stata interratamolto profondamente per evitare la profanazione dei barbari che devastarono Montefiascone nell’Alto Medioevo.

Il culto di San Flaviano benchè così documentato e sentito a Montefiascone non è però mai stato inserito Martyrologium Romanum, dove compariva la moglie. Oggi, solo Bibiana compare ancora sul martirologio della Chiesa Cattolica.

 

Grande venerazione viene data a San Flaviano anche a Santa Croce di Magliano, in provincia di Campobasso, dove la statua del santo viene portata in processione, assieme a quella di Santa Filomena e Santa Maria Assunta, il 15 agosto.
Le reliquie del Santo si conservano nella Chiesa di Sant' Antonio da Padova, fatte trasferire al tempo della Duchessa Marianna Lante, vedova Falconieri (la bolla di consegna da parte della Curia romana risale al 9 luglio 1827). 

PREGHIERA

Conceedi, o Signore, che nel venerare la memoria del tuo martire, San Flaviano, siamo invitati dal suo esempio a seguire le virtù che conducono alla salvezza. Amen.


 

SAN FAUSTO PRETE

Viene ricordato nella Storia Ecclesiastica di Eusebio, quale diacono della Chiesa alessandrina dalla metà del sec. III, fino agli inizi del sec. IV. Esiliato, assieme al Vescovo Dionigi ed ai Diaconi Eusebio e Cheremone ed altri, durante la persecuzione di Valeriano, in una regione della Libia, ritornò poi in Egitto, vivendo con scarse risorse insieme ai diaconi Eusebio e Cheremone.

Eusebio dice di lui: "Si è distinto nel confessare la fede ed è stato poi riservato sino alla persecuzione succeduta al nostro tempo vecchio e pieno di giorni ha consumato nell'età nostra il martirio per decapitazione" (VII, 11, 26).

Viene ricordato nel Martirologio Romano il 19 novembre. Ma viene poi ricordato, sempre su notizia di Eusebio, come "prete" Fausto, martire ad Alessandria, insieme con Didio, Ammonio ed altri, sotto l'impero di Massimino Daia e Calerio, ricordato il 26 novembre, Questo "prete" Fausto, vissuto sotto il vescovo Pietro, secondo il Tillemont e l'Allard potrebbe essere identificato con il diacono, ma è più facile he si tratti di due martiri distinti. L'ultima persecuzione, infatti, ebbe in Egitto varie fasi con tanti martiri, per cui si può ritenere che il diacono Fausto fosse stato vittima nel primo periodo (303-305), mentre il prete Fausto venne martirizzato nel secondo periodo sotto Massimino Daia (311).

PREGHIERA

O Glorioso nostro Santo Protettore ed intercessore, a cui ricorriamo fiduciosi del vostro aiuto, fortificateci nella Fede e nella fedeltà alla santa legge di Dio. Accrescete nei sacerdoti l'amore della loro santificazione e della nostra salvezza, benedite i nostri bambini e ottenete da Dio che fiorisca in molti di essi la vocazione sacerdotale e religiosa.
Fate che ritornino alla Fede ed alla pratica quanti se ne sono allontanati. Rendete sante le famiglie e pura la gioventù. Otteneteci, infine, che tutti possiamo raggiungere, dopo la nostra morte, il santo Paradiso per cantare con voi le glorie e le misericordie di Diio per tutta l'eternità. Così sia.

 

 

SAN SABINIANO MARTIRE

Sabiniano, nato nell'isola di Samo, era fratello di santa Sabrina,
Si appassionò allo studio del Cristianesimo e voleva convertirsi, ma poichè pensava che suo padre fosse contrario, lasciò il suo paese e si trasferì in Gallia, dove venne battezzato da san Patroclo di Troyes.
Dopo il martirio di questo santo, si dedicò lui stesso all'evangelizzazione, battezzando i pagani nella Senna. Venne, però, messo a morte e decapitato sotto l'imperatore Aureliano a Rilly-Sainte-Syre, vicino Troyes.

 

È venerato dalla Chiesa cattolica come santo" ed è ricordato il 24 gennaio

PREGHIERA

Oh Dio, che hai unitoi alla Passione del Tuo Figlio, il Santo Martire Sabiniano, per Sua intercessione, sostieni la nostra debolezza e fà risplender su di noi la Tua potenza.

 

 

BEATO FRANCESCO MARIA DA CAMPOROSSO

 

L'urna con il corpo di San Francesco Maria da Camporosso, chiesa della Santissima Concezione a Genova.

 

San Francesco Maria da Camporosso, ovvero Giovanni Croese (Camporosso27 dicembre 1804 – Genova17 settembre 1866), fu un religiosoitaliano dell'Ordine dei Frati Minori Cappuccini, proclamato santo da papa Giovanni XXIII nel 1962.

Nato da Anselmo Croese e da Maria Antonia Garzo nel paesino di Camporosso, sulla riviera ligure di Ponente, Imperia, da ragazzo aiutò il padre nella cura dei campi e badando al loro piccolo gregge.

Nel 1816 fece la prima comunione, poi, colpito da malattia venne condotto dai genitori al santuario della Madonna di Laghet, presso La Trinité (Alpi Marittime), dopodichè, venne guarito,

Sin da giovane aveva frequentato i francescani e nel 1822 si fece terziario, nel convento dei frati minori conventuali di Sestri Ponente, con il nome di frate Antonio, ma, insoddisfatto di questa scelta, nell'autunno del 1824 si recò a Voltri, dove, con il nome di frà Francesco Maria, rimase quasi tre anni come postulante.

Si fece notare per il suo spirito di carità, donando ai poveri il proprio cibo e contentandosi per sé degli avanzi che trovava. Anche quando era molto piccolo, durante un viaggio con suo padre, aveva regalato a un suo coetaneo povero il vestitino nuovo appena acquistato.

Nel 1825 iniziò l'anno di noviziato presso il convento dei Cappuccini di S. Barnaba a Genova,  come fratello laico e il 17 dicembre fece la sua vestizione e dopo un anno la professione religiosa. Nonostante la sua età, venne destinato subito alla casa principale della Provincia, presso il convento della SS. Concezione di Genova, dove svolse l'attività di questuante, dando inoltre aiuto in cucina e in infermeria.
Poi, nel 1831, iniziò il suo "lavoro" di aiutante questuante "di campagna" per la vallata del Bisagno. Nel 1834 gli fu affidata la "questua di città" e nel 1840 assunse l'incarico di "capo-sportella", ossia responsabile di tutti i fratelli questuanti.

Rimase presso il convento della Santissima Concezione di Genova dal 1827 sino alla sua morte, aiutando con il suo intervento tempestivo e continuo, le famiglie in difficoltà, particolarmente quelle dei marinai e degli emigrati in America. Lo chiamavano tutti Padre Santo.
Si considerava davvero l'ultimo di tutti e faceva continue penitenze, dormendo su assi di legno, mangiando solo tozzi di pane inzuppati in acqua calda, vestendo panni rozzi e rattoppati, sempre a piedi nudi, in convento come per le vie della città.

Morì nel 1866, mentre imperversava un'epidemia di colera scoppiata nell'agosto di quell'anno, che lo vide in continua fervida preghiera a favore dei bisognosi per alleviarne le angosce.

Dopo la morte, i fedeli continuarono a ricorrere a lui e furono molte le grazie e i miracoli attribuite alla sua intercessione.

Nel 1911 le sue spoglie vennero portate dal cimitero di Staglieno presso il  complesso conventuale della Santissima Concezione, là dove aveva trascorso la sua vita e dove tuttora riposa, esposto alla venerazione dei fedeli, in una cappella adiacente la chiesa.

La causa di beatificazione venne introdotta nel 1896 e conclusa da Papa Pio XI nel 1929. Venne proclamato santo da Papa Giovanni XXIII il 9 dicembre 1962.
Viene ricordato il 19 settembre.

Viene ricordato come uomo alto, magro, austero, con la sporta in cui raccogliere le elemosine, a volte accompagnato da un fanciullo con la cassetta delle offerte. Mentre era ancora in vita venne ritratto in una  litografia dal pittore e decoratore Eligio Pintore, e altre opere postume di noti pittori a partire da Mattia Traverso fino a Walter Kemmler. Tra le opere di scultura è da ricordare il monumento cittadino a lui dedicato nella zona del porto, opera di Guido Galletti.

 

Nel 2008, la sua cappella vennne ristrutturata, ricostruendolla sua cella, con pezzi originali del Convento di Voltri, dove Francesco Maria visse nel 1824, e con alcune vetrine dove si trovano oggetti ed immagini che ne raccontano la vita, le opere e la devozione della gente, dall'infanzia, alla canonizzazione, fino ai giorni nostri con i tantissimi ex voto di ringraziamento esposti.

PREGHIERA

 

O Beato Francesco Maria, fulgido esempio di mortificazione e di amore per Iddio e per il prossimo, rivolgete ii vostro sguardo sulle necessità che mettono in ansia la mia misera vita.
Confidando nella Vostra potente intercessione, io vi auspico umilmente a guidarmi nelle vie del Signore, per amare come voi la via della mortificazione che salva, l'amore che eleva e santifica.
E se, un dolore verrà a strappare i miei gemiti, o voi, che tanti consolaste, accorrete in mio soccorso, ad infondermi rassegnazione e a portarmi aiuto e salvezza.
Oh, poverello di Cristo che in terra, più beato nel dare che nel ricevere, pei dolori e per i bisogni di tutti avevate pane, consiglio e conforto, accogliete ora nel cielo la mia confidente preghiera e datemi i doni della vostra pietà, appagando i miei voti, mutando in gioia i sospiri del mio povero cuore.


Un Pater, Ave e Gloria

 

200 gg di indulgenza.

 

 

 

SAN FRANCESCO CARACCIOLO

Francesco ( Ascanio) Caracciolo, nato a Villa Santa Maria, il 13 ottobre 1563 e morto ad Agnone, il 4 giugno 1608, fu un presbitero italiano, fondatore dell'ordine dei Chierici Regolari Minori (Caracciolini). È stato proclamato santo da papa Pio VII nel 1807.

Figlio di don Ferrante Caracciolosignore di Villa Santa Maria (Chieti), e di Isabella Barattucci, nobile dama di Teano, alla nascita venne chiamato Ascanio e ricevette un'educazione consona al suo rango nobiliare, mostrando sin dall'infanzia una certa inclinazione religiosa.

A ventidue anni venne colpito da una malattia (forse la lebbra) che ne sfigurò il volto: promise di abbracciare lo stato ecclesiastico in caso di guarigione e, esaudito, si trasferì a Napoli per adempiere al voto, riprendendo gli studi e dedicandosi particolarmente alla lettura degli scritti teologici di Tommaso d'Aquino.

Ordinato sacerdote, celebrò la sua prima messa nel 1587, dandosii poi alla cura dei poveri e degli infermi, iscrivendosi alla compagnia dei Bianchi, una confraternita dedita all'assistenza ai carcerati e ai condannati a morte. Un giorno, per un'omonimia con uno dei Bianchi gli venne recapitata erroneamente una lettera di Giovanni Agostino Adorno e Fabrizio Caracciolo contenente l'invito a unirsi a loro per dare inizio a una nuova congregazione religiosa: lo scambio di persona venne ritenuto un segno della Provvidenza e Ascanio venne comunque ammesso nel numero dei futuri fondatori dell'istituto.

I tre si ritirarono nell'eremo dei Camaldoli, dove stesero la regola della futura congregazione dei Chierici Regolari Minori, poi i due Caracciolo si recarono a Roma, dove papa Sisto V concesse loro l'approvazione con la bolla Sacrae religionis del 1º luglio 1588; ciò che maggiormente caratterizzava la regola era la scelta da parte dei suoi membri di non ambire a dignità ecclesiastiche, sia all'interno dell'ordine che nella Chiesa (nel 1592 papa Clemente VIII concesse ai religiosi di assumere tale impegno mediante un quarto voto).

Il 9 aprile 1589 Ascanio emise la sua solenne professione nella cappella della compagnia dei Bianchi, assumendo il nome religioso di Francesco. Morto l'Adorno, che fino ad allora era stato la guida del gruppo, egli venne eletto superiore generale dell'ordine, dando un notevole impulso alla diffusione dei suoi religiosi sia in Italia (ottenne delle chiese a Roma) che all'estero (nel 1594 fondò le prime case in Spagna). Lasciò il governo dei Chierici Regolari Minori (che in suo onore presero a essere chiamati caracciolini) nel 1607 e non volle più ricoprire nessuna carica nell'ordine.

Volendo la congregazione dell'Oratorio di Agnone unirsi al suo ordine, Francesco si recò in Molise per discutere dell'eventuale ingresso di quei padri tra i caracciolini: approfittò del viaggio per recarsi a visitare i suoi parenti a Montelapiano, ma morì presso gli oratoriani di Agnone mentre si accingeva a tornare a Napoli.

Il primo miracolo attribuito alla sua intercessione fu il risanamento di un "rattrappito" avvenuto l'11 giugno 1608, mentre si svolgevano i suoi funerali (venne sepolto in Santa Maria Maggiore a Napoli); la causa di canonizzazione venne introdotta nel 1701 e fu beatificato da papa Clemente XIV il 10 settembre 1770 e proclamato santo da papa Pio VII il 24 maggio 1807. È compatrono di Napoli dal 1840 e patrono dei congressi eucaristici abruzzesi e dei cuochi d'Italia.

La sua salma venne traslata nella chiesa di Santa Maria di Monteverginella, dov'è tuttora conservata, il 9 maggio 1844. La sua memoria liturgica ricorre il 4 giugno.

Viene spesso raffigurato con attributi iconografici che ne sottolineano la devozione eucaristica (l'ostensorio) o lo spirito di umiltà che lo spinse a respingere le dignità ecclesiastiche (insegne vescovili poste ai suoi piedi).

Nel famoso Tesoro di S. Gennaro c'è un suo busto d'argento, un dipinto di Romano Corradetti nella chiesa dei Santi Angeli Custodi a Roma, una statua nella basilica di San Pietro  e un monumento eretto in corso Umberto I a Villa Santa Maria.

PREGHIERA

 

O Signore che ti compiaci della venerazione tributata ai tuoi martiri, concedi che per i meriti e l'intercessione di S. Francesco Caracciolo, di cui ti furono care la vita e la morte gloriosa, possiamo meritare le grazie temporali e spirituali necessarie a conseguire l'eterrna beatitudine.
Amen.

 

 

 

SANTA GRAZIA MARTIRE

Santa Grazia è compatrona di Germagno, piccolo centro montano della Valle Strona sul lago d’Orta.
Le sue reliquie sono conservate nella locale parrocchiale di San Bartolomeo. Erano arrivate da Roma nel 1842, estratte, l’anno precedente dalla catacomba di Ciriaca, nell’agro Verano e donate al sacerdote don Rocco Mancini che le trasmise alla parrocchia.
Non esistono testimonianze, archeologiche o scritte, che possano permettere l’identificazione di questa santa con le altre omonime riportane nelle fonti agiografiche, per altro non collegate con la città di Roma.

La festa annuale è celebrata con sentita tradizione nella prima domenica di giugno.

PREGHIERA

Gloriosa martire romana, santa Grazia, a te ricorriamo bisognosi del Tuo aiuto.
Tu che tanto amasti il Signore da sacrificare per Lui la tua giovane vita, spargendo il tuo verginale sangue in mezzo ai tormenti, intercedi per noi affinchè sopra ogni altra cosa cerchiamo l'amore di Dio e la perfetta rassegnazione alla Sua Santissima volontà. Aiutaci pure nei nostri bisogni temporanei, ottenendoci in modo speciale quella grazia per la quale ardentemente ti preghiamo.

Il nome di Grazia col quale Ti invochiamo, nella venerazione delle Tue preziose reliquie, accresce in noi la fiducia di essere pienamente esauditi per i meriti del nostro Signor Gesù Cristo, cui sia gloria e onore nei secoli. Così sia.

 

 

 

 

 

 

BEATA MARIA MADDALENA MARTINENGO

Nata a Brescia da una nobile famiglia, il padre, Conte Leopardo, era Capitano della Repubblica Veneta, rimase orfana a pochi mesi dalla nascita e ben presto prese come madre e modello la Santa Vergine. Venne affidata dapprima alle Orsoline, poi a dieci anni fu accolta dalle Agostiniane, ove vi er
Tre anni dopo si prospettò l’idea di un buon matrimonio, ma Margherita disse al padre che voleva farsi cappuccina, trovando una ferma opposizione. Dopo mesi di incertezze, fece un periodo di prova proprio dalle Cappuccine, poi un viaggio col padre a Venezia. Tornata a casa passò un’intera notte in preghiera, poi prese la decisione definitiva ed entrò in monastero l’8 settembre 1705, tra le cappuccine di Nostra Signora della Neve, prendendo il nome di suor Maria Maddalena.

Nel monastero scelse di dedicarsi alle faccende più umili (cucina, portineria), ma dal 1723 fu nominata per ben tre volte maestra delle novizie e nel 1732 badessa, distinguendosi per le opere di penitenza e le doti mistiche tra cui la stigmatizzazione invisibile, il matrimonio mistico, avvenuto il Venerdì Santo del 1721  e le frequenti visioni.
Obbedendo al suo confessore, scrisse la sua vita e le sue esperienze dei carismi celesti e di una visibile conformità a Cristo Crocifisso. Era celebre per i suoi digiuni. La Beata Maria Maddalena Martinengo è una grande mistica francescana, con influssi di spiritualità carmelitana che ritroviamo nei numerosi suoi scritti, sia diretti alle consorelle che autobiografici, redatti per obbedienza ai confessori e che tanto le costarono. Erano cose “intese dall’anima per esperienza e non per scienza”. “Tante cose le intendo, ma non so spiegarle; altre le spiego, ma dico spropositi”. A noi oggi dice: “O creature tutte, perché non correte ad amare sì smisurata bontà di Dio?”. 

 

Morì di tubercolosi nel 1737, dopo 3 anni di malattia e di sofferenze.

 

La causa di canonizzazione venne iniziata il 1º settembre 1762. Il 5 maggio 1778 papa Pio VI ne decretò l'eroicità delle virtù, riconoscendole il titolo di venerabile, poi fu proclamata beata il 3 giugno 1900 da papa Leone XIII in seguito al riconoscimento di due miracoli: la guarigione inspiegabile di Isabella Groppeli Gromi da vomica polmonare e la doppia guarigione di Giuseppe Tosi, divenuto poi sacerdote, da vaiolo e cecità e la guarigione da reumatismo deformante di Maria Teresa Tosi, zia dello stesso.

Viene ricordata nel Martirologio romano il 27 luglio.
Le sue reliquie sono venerate nella chiesa del monastero delle Clarisse Cappuccine a Brescia. La vicepostulazione è curata dai Frati Minori Cappuccini della Lombardia.

PREGHIERA

 

O Dio, nostro Padre, che hai chiamato la Beata Maria Maddalena a cercare con tutte le sue forze il regno dei cieli, nella via della carita, della penitenza e della pazienza, concedi anche a noi che confidiamo nella sua intercessione, di progredire in cristiana letizia nel cammino del Tuo amore. Per Cristo nostro Signore...

 

 

SANTA MASSIMINA

Si racconta che per venerare la santa, dal 2 al 5 settembre del 1770, visitarono la Chiesa della Collegiata oltre 40.000 persone.
Oggi il culto della patrona di Figline è praticamente scomparsa dalla memoria collettiva. Il motivo è sconosciuto. Ma questo è solo l’ultimo mistero che circonda la beata Massimina.
Le notizie su di lei sono poche: alcuni parlano di una sua sepoltura nella Chiesa di Fruttuaria vicino Torino, altri sostengono che l’Imperatrice Asburgica Anna, nel suo testamento avesse chiesto la costruzione a Vienna di un convento cappuccino con un tabernacolo e un’arca adatta a conservare proprio il suo il corpo.

Tra le tante storie che circondano la sua vita e la sua morte c’è anche quella legata al trasporto a Figline delle sue spoglie mortali, tramite tre frati in viaggio verso Roma, dove il papa Alessandro VII li avrebbe ricevuti per consegnare loro i resti di una giovane fanciulla sepolta nei paraggi del Circo Massimo, la cui epigrafe “Max” fece sì che ebbe un nome: Massimina.

Fu così che, insieme a San Romolo, Santa Massimina divenne patrona di Figline e protettrice delle vergini e delle donne.
Nei resoconti del 1770 la sua festa, che si svolse nei giorni 2, 3, 4 e 5 Settembre, viene riportata con grandi particolari, a partire dall'inizio della processione, con dei diaconi che portavano la magnifica urna contenente le ceneri della Santa, dalla cappellina della Morte, fino alla Collegiata dove ne veniva rappresentato il martirio, davanti ad un “Tiranno autore del Sacrificio” con guardie e Ministri; di lato l’esecutore che con un colpo deciso di sciabola, decapitava la Santa. La finta testa veniva mostrata al popolo, mentre due angeli apparivano in alto con la Santa martirizzata.
Alla fine della rappresentazione, l’urna veniva posta sull’Altare Maggiore e facevano ingresso 100 fanciulle vestite di bianco. Nel giorni successivi, venivano eseguite giostre di cavalli e una specie di palio simile a Siena, dove i cavalli correvano per tre giri intorno alla Piazza principale e la sera venivano accesi fuochi di artificio . L'ultimo giorno, poi, sempre con una solenne processione, Santa Massimina veniva riportata nella Cappellina della Morte, accompagnata dalle fanciulle che baciavano la sua reliquia. Oggi Santa Massima è ricordata solo nel calendario religioso e viene festeggiata ogni anno il 10 luglio.

 

Nella cripta della grandiosa chiesa abbaziale di Fruttuaria a San Benigno Canavese (TO), riposa il Corpo Santo della martire romana Santa Massimina accanto ad altri quattro ed al Card. Vittorio Amedeo delle Lanze. Fu quest'ultimo, rifondatore dell'abbazia nel XVIII secolo, ad ottenere tali reliquie estratte dalle catacombe romane.

PREGHIERA

 

O gloriosa e invitta martire Santa Massimina, che in così tenera età, così debole e delicata, disprezzando le lusinghe dei sensi e le speranze del mondo, tolleraste di essere con ogni più barbara maniera straziata nel vostro corpicciolo, facendo della vostra vita un generoso sacrificio anzichè venir meno alla Fede giurata a Gesù Cristo, deh, otteneteci vi supplichiamo, di rimanere sempre fermi e costanti nella santa fede e nelle promesse fatte al Divin Redentore e, a vostro esempio, di sostenere pazientemente tutte le persecuzioni e le croci con cui piacesse al Signore di provarci e di andar sempre crescendo nel Suo amore per coronare poi con l'invidiabile morte dei giusti una vita costantemente mortificata. Così sia

Tre Pater, Ave, Gloria.

 

 

SANTA MARIA FRANCESCA DALLE CINQUE PIAGHE

Nacque nei Quartieri spagnoli di Napoli, da Barbara Basinsi e da Francesco Gallo, che gestiva un piccolo negozio di mercerie, che aveva un carattere severo ed era molto avaro e irascibile, maltrattava spesso la figlia e moglie, costringendole a lavorare duramente. La madre invece era molto dolce, devota e paziente.

Fin da bambina manifestò una grande fede, tanto che nei Quartieri era soprannominata la "santarella", sia per la sua grande devozione alla Chiesa e ai sacramenti, che per la sua docilità nell'accettare i maltrattamenti del padre e delle sorelle, offrendo a Dio tutte le sue sofferenze per la salvezza delle anime. In quel periodo frequentava la chiesa di Santa Lucia al Monte, annessa al convento dei frati alcantarini ed ebbe come direttore spirituale Giovan Giuseppe della Croce, che poi sarebbe stato canonizzato, e di cui avrebbe predetto già da allora la santità. Anche un altro santo, San Francesco Geronimo, quando Anna Maria Gallo aveva circa un anno, ne avrebbe predetto la santità
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All'età di sedici anni, manifestò al padre il desiderio di entrare nel Terz'Ordine francescano alcantarino, ma questi glielo impedì, perché l'aveva promessa in sposa a un ricco giovane che ne aveva chiesto la mano. Solo qualche tempo dopo, nel settembre 1731 il padre si lasciò persuadere da un Frate Minore francescano, Padre Teofilo, ad acconsentire che la figlia divenisse terziaria francescana.

L'8 settembre 1731, Anna Maria pronunciò i voti assumendo il nome di Maria Francesca delle Cinque Piaghe, per la particolare devozione che aveva verso la Passione di CristoSan Francesco e la Madonna. Vestì l'abito religioso e continuò a vivere nella casa paterna, continuando a essere maltrattata.

Per qualche tempo venne affidata alla direzione spirituale di un prete di tendenze gianseniste che le impose numerose penitenze, che ella avrebbe accettato volentieri, aggiungendone altre sue, volontarie.

A 38 anni andò, insieme a un'altra terziaria, suor Maria Felice, andò a fare la governante nella casa del suo direttore spirituale, il padre Giovanni Pessiri, un sacerdote, dove rimase per 38 anni fino alla morte, che avvenne a 76 anni il 6 ottobre 1791.

 

Venne sepolta nella chiesa di Santa Lucia al Monte a Napoli, poi le sue reliquie nel  2001 vennero traslate nel santuario di Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe, ricavato nella casa di vico Tre Re dove era vissuta.

Secondo i suoi seguaci, la donna possedeva il carisma della profezia. Avrebbe predetto molti eventi poi avvenuti a persone di fede e sacerdoti che si rivolgevano a lei come guida e consigliera, come Francesco Saverio Maria Bianchi, di cui avrebbe predetto la santità. Pare anche che abbia predetto, molti anni prima la Rivoluzione francese.

Era considerata stigmatizzata come San Francesco e ogni venerdì e per tutta la durata della Quaresima riferiva di avvertire i dolori della Passione di Cristo.

Venne dichiarata venerabile il 18 maggio 1803 da papa Pio VIIbeatificata il 12 novembre 1843 da papa Gregorio XVI e canonizzata il 29 giugno 1867 da papa Pio IX.Il Martirologio romano fissa la memoria liturgica il 6 ottobre.

Oggi è particolarmente venerata a Napoli, soprattutto dalla popolazione dei Quartieri spagnoli, che invocò la sua protezione anche durante la seconda guerra mondiale.La piccola chiesa santuario di Vico Tre Re 13, ricavata vicino alla sua casa, è meta di continui pellegrinaggi, e la casa convento è continuamente visitata.

In particolare, all'interno del convento vi è una sedia ritenuta miracolosa dai fedeli. Essa è la sedia dove solitamente Maria Francesca sedeva per riposare e trovare sollievo mentre avvertiva i dolori della Passione. Oggi chi vuol chiedere una grazia alla santa, vi si siede e le rivolge una preghiera. Questo rituale è particolarmente seguito dalle donne sterili che desiderano il concepimento di un figlio. Nella casa convento è custodita un'ampia collezione di ex voto in argento che rappresentano neonati.

PREGHIERA

 

Santa Maria Francesca, che sopportando umiliazioni e sofferenze hai condiviso il dolore e l'angoscia provati da Gesù nella Sua Passione, aiutaci a comprendere quel dolore, a guardare Gesù Crocifisso con la tenerezza di una madre che vorrebbe sostituirsi a Lui pur di non farLo soffrire più.
Santa Maria Francesca che hai fatto dell'Eucaristia l'unico grande desiderio della vita, aiutaci ad accogliere in noi, con fede e consapevolezza, l'Ostia consacrata.

Santa Maria Francesca che hai raccomandato di aver fede in Dio e nella Vergine Maria, aiutaci a pregarLi con la fiducia e l'ardore con cui hai pregato tu.

Santa Maria Francesca, sii la nostra guida, insegnaci ad ascoltare Gesù e a seguirlo sulla strada che hai preparato per ciacuno di noi. Amen.

 

 

 

 

SANTA CLEMENTINA

 



Molte sono le reliquie di santa Clementina, sparse in varie località d'Italia, perchè probilmente questo nome si riferiva a varie sante.

Una, ad esempio, fanciulla di nobile famiglia romana, fu martire e santa per aver professato e difeso, fino al dono della propria vita, la sua fede cristiana.

Secondo la tradizione, Clementina avrebbe subìto il martirio per mano di suo padre che l'avrebbe sgozzata a causa del suo rifiuto a rinunziare alla professione della nuova religione cristiana. Questo metteva il padre, console romano, amico dell'Imperatore di così' impegnativi poteri e doveri politici, in una situazione precaria che gli procurava sospetti di alto tradimento.

Il corpo di Santa Clementina venne preso da un loculo scavato nel tufo del cimitero di Santa Ciriaca, quello della Chiesa di San Lorenzo in Roma, nelle quali è stato rinvenuto anche il loculo di Santa Vittoria, venerata in Guardiabruna,
La Santa martire Clementina in una urna di legno fu inviata, poi, nel 1791, alla Curia vescovile di Trivento che la destinò alla Parrocchia “Santa Maria della Stella “ di Castelguidone (“ Castriguidonis”) ove era stata costruita una nuova Chiesa a lei dedicata, non molto distante dalla Chiesa madre di san Rocco e fu dichiarata patrona di Castelguidone.

Sul suo Corpo figura la palma del martirio, al suo fianco destro è posto un calice contenente il sangue, sulla cui sommità appare ben distinta la sigla PX.

Santa Clementina ( il cui nome romano Clemens, ossia mite, mansueto, è stato l'appellativo di quattordici Papi e di tre Santi ), nel settembre del 1937, venne spostata dall'urna originaria, ormai logora, e posta in un'urna dorata di stile barocco; nel settembre-ottobre 1984, venne effettuato un restauro completo del Corpo Santo, e successivamente la Santa fu definitivamente ed opportunamente collocata sotto l'altare di una nuova cappella, appositamente costruita, vicina alla chiesa, per ospitare degnamente la Santa Martire alla quale essa è dedicata, dalla quale l'urna è ben visibile e facilmente raggiungibile attraverso una ampia porta a vetri.

Un altro corpo di Santa Clementina fu estratto anch'esso dalle catacombe romane dove si riteneva che fossero ancora sepolti dei martiri individuabili da alcuni segni delle loro tombe. Le reliquie vennero onorate nella chiesa di S. Agostino di Fermo (AP) dove furono esposte aii fedeli.
Probabilmente il nome di Clementina non è quello suo proprio perchè ai "corpi santi" catacombali, il cui nome non risultava dalla lapide funeraria, ne veniva attribuito uno solitamente corrrispondente ad una virtù o ad una qualità spirituale, in questo caso alla clemenza.

PREGHIERA

 

O Dio, ascolta la nostra umile preghiera, per la intercessione della Santa Vergine Clementina, rendici degni di proclamare con la stessa nostra vita la tua infinita Misericordia.
Amen

 

 

 

 

SAN FELICISSIMO

Su San Felicissimo martire, venerato nella diocesi di Perugia, non si sa un granchè e pare che le sue reliquie, siano in varie zone d'Italia.

Si narra che annunciasse con efficacia il Vangelo alle popolazioni rurali, semplici e povere.  La tradizione perugina colloca il suo martirio al tempo dell’assedio di Totila, durante il quale fu ucciso nel 547 lo stesso vescovo della città Ercolano. 
Nel luogo del martirio, sulla riva del Tevere, fu eretta una piccola chiesa, probabilmente vicino al Ponte Felicino, che può aver dato origine poi al nome Felicissimo. Il ponte era una delle principali vie d’accesso alla città di Perugia. 

Questo nome potrebbe deeivare dalla volgarizzazione di Felcino, il nome di un giovane martire lapidato vicino al fiume dagli eretici ariani il 24 novembre 761 e che poi divenne in seguito il santo patrono del paese. Sul luogo del martirio venne eretta una piccola chiesa dedicata al santo, di cui oggi non c'è alcuna traccia. 
Dopo la prima chiesa, ne venne costruita un'altra, su una collina verso il paese, zona che si chiamava proprio San Felicissimo. 
Nel 1322 questa chiesae era conosciuta proprio per una tavola di scuola senese raffigurante una Maestà attorniata da San Felicissimo e dal vescovo San Costanzo, patrono di Perugia.
Un’altra antica chiesa, dedicata a San Felicissimo si trova a Castiglion Fosco, sempre in provincia di Perugia.

Il culto al Santo venne approvato dalla Sacra Congregazione dei Riti il 15 maggio 1641 e il 3 marzo 1870. La sua festa viene ricordata il 24 novembre.

 

Si ha, inoltre, notizia di un altro San Felicissimo, probabilmente venerato dai Passionisti spagnoli.

PREGHIERA

O glorioso e inclito martire di Gesù Cristo, ai tuoi piedi prostrato, ti venero e ti ossequio con tutto il cuore. Santo benedetto e consolatore, ascolta le mie preghiere e che la grazia che ardentemente ti chiedo venga ascoltata. Te lo chiedo per il tuo martirio offerto per amore di Gesù Cristo e nel caso che essa fosse impossibile ad attuarsi, dammi la rassegnazione necessaria ad accettare la volontà divina e i suoi disegni.

Dammi il dono della perseveranza finale affinchè io sia accanto a Te nel regno dei cieli.

 

 

SANTA COSTANZA

Il corpo di Santa Costanza Martire fu traslato, l'8 giugno 1730, dalle Catacombe di Roma nella chiesa di Minori Cappucini di Civitavecchia, per opera del Sig. Giulio Passaglia, Assentista Pontificio e fondatore del convento.

PREGHIERA

 

O Signore che vi siete degnato di dimostrare la Vostra potenza anche per opera di deboli fanciulle, concedendo loro la grazia di confessare il vostro Santo nome dinanzi ai tiranni, con la forza del martirio, degnatevi di concedere a noi, per intercessione di santa Costanza Martire, la grazia della fortezza nella professione della fede cristiana, onde meritarsi di venire a cantare per sempre le vostre misericordie tra gli splendori della gloria eterna. Così sia.

Indulgenza di 100 gg.

 

 

SAN PIO X

Giuseppe Melchiorre Sarto nacque il 2 giugno 1835Riese  - comune che dal 1952 ha assunto la denominazione di Riese Pio X, in provincia di Treviso - secondo di dieci figli in una famiglia modesta. Suo padre Giovanni Battista era, oltre che fattore, messo comunale e sua madre, Margherita Sanson (1813-1894), una modesta sarta di campagna. Egli si distinse da molti dei successori al soglo di Pietro, proprio per il fatto del suo Pontificato esclusivamente pastorale.

 

Ricevette la tonsura nel 1850 ed entrò nel seminario di Padova, per una borsa di studio ottenuta grazie al patriarca di Venezia Jacopo Monico, suo compaesano. Fu ordinato prete nel 1858 dal vescovo di Treviso e divenne cappellano della parrocchia di Tombolo. Nel 1867 venne promosso arciprete di Salzano e nel 1875, canonico della cattedrale di Trevisocancelliere vescovile e direttore spirituale nel seminario diocesano, esperienza per lui molto importante.

Il 10 novembre 1884 venne nominato vescovo di Mantova e partecipò al primo Congresso catechistico nazionale tenutosi a Piacenza tra il 24 e il 26 settembre 1889, presentò un voto a favore di "un catechismo popolare storico-dogmatico-morale redatto in domande brevi e risposte brevissime", comune per tutta Italia poiché riteneva che il catechismo del Bellarmino "...tornasse molto difficile alle menti rozze non solo dei bambini, ma anche degli adulti che in questa parte sono quasi geniti infante".


Ricoprì poi la carica di patriarca di Venezia, osteggiato dal governo italiano che rifiutava, asserendo che la nomina del patriarca di Venezia spettava al Re e che, inoltre, Sarto era stato scelto su pressione del governo dell'Impero austro-ungarico. Egli dovette quindi attendere ben 18 mesi prima di poter assumere la guida pastorale del patriarcato di Venezia e con la nomina a patriarca egli ricevette pure la berretta cardinalizia nel concistoro del 12 giugno 1893.
Ancora dieci anni e dalla cattedra di San Marco sarebbe salito a quella di Pietro.

Alla morte di papa Leone XIII  candidato più probabile al soglio di Pietro era considerato il segretario di Stato Rampolla. All'apertura del conclave il 1º agosto 1903, arrivò però una sorpresa: il cardinale Puzynaarcivescovo di Cracovia, comunicò che l'imperatore austro-ungarico Francesco Giuseppe, usando un suo antico privilegio come sovrano di un impero cattolico, poneva il veto all'elezione di questo cardinale. I motivi sarebbero stati non solo la sua particolare vicinanza alla Francia e le sue idee più aperte, ma anche personali; egli, infatti, quale segretario di Stato, avrebbe cercato di influenzare Leone XIII a negare una sepoltura cristiana all'arciduca Rodolfo d'Asburgo-Lorena, figlio del sovrano, suicidatosi durante i fatti di Mayerling.

Nonostante l'indignazione di molti cardinali, il conclave decise comunque di obbedire alla volontà dell'imperatore, così la candidatura di Rampolla sfumò e i suffragi si orientarono sul patriarca di Venezia, che fu eletto il 4 agosto e incoronato il 9. Prese il nome pontificale di Pio X, in onore dei suoi ultimi predecessori Pio VIPio VIIPio VIII e Pio IX e scelse come motto del suo pontificato "Instaurare omnia in Christo" (Efesini 1,10) e lo attuò con coraggio e fermezza.

Una delle prime decisioni di Pio X fu proprio l'abolizione, con la costituzione apostolica Commissum Nobis, del cosiddetto jus exclusivae (o veto laicale), una forma di veto che spettava ad alcuni sovrani cattolici, grazie al quale egli era divenuto pontefice.

 

Il Papa, consapevole di non avere alcuna esperienza diplomatica né una vera e propria formazione universitaria, scelse dei validi e competenti collaboratori come il giovane cardinale Rafael Merry del Val, di soli 38 anni, poliglotta e direttore della Pontificia accademia ecclesiastica, che fu nominato segretario di Stato. Vista la propria inesperienza, Pio X lasciò a Merry del Val sostanzialmente campo libero nella conduzione della diplomazia vaticana.

Papa Pio X rimase sempre semplice e umile e in Vaticano visse parcamente, assistito dalle sorelle, in un appartamento fatto allestire appositamente.

Durante tutto il suo Pontificato, diede alla Chiesa un caratteristico e storicamente importante l'indirizzo teologico, la cui linea può essere definita sinteticamente tradizionalista, in particolare per la lotta contro il modernismo attraverso l'enciclica Pascendi Dominici Gregis e il decreto Lamentabili Sane Exitu, a cui seguì l'approvazione personale del Sodalitium Pianum, una rete di informazione che indagava su teologi e docenti sospettati di modernismo, poichè nel mondo cattolico e in vaste zone della gerarchia ecclesiale, si stava infatti diffondendo una sorta di rivisitazione filosofica della teologia cattolica sotto l'effetto dello scientismo di fine Ottocento. In risposta al modernismo teologico, Pio X introdusse dal 1º settembre 1910 il giuramento della fede per tutti i membri del clero.

Avviò la riforma del  diritto canonico, culminata nel 1917 con la promulgazione del Codice di diritto canonico, e redigendo il Catechismo che porta il suo nome (Catechismo di Pio X1905)..  Anche sul piano della gestione patrimoniale fu lui a unificare i redditi dell'obolo di San Pietro e quelli del patrimonio del Vaticano, ma, soprattutto, riformò la Curia romana con la costituzione Sapienti consilio del 29 giugno 1908, sopprimendo vari dicasteri divenuti inutili. Raccomandò ai paesi cattolici l'uso della pronuncia ecclesiastica latina nelle scuole. Poco prima di morire era intento a completare gli studi preparatori di un documento (poi abbandonato dai successori) relativo alle condizioni di liceitàdell'esercizio del diritto di sciopero.

Il nome di Pio X è legato anche alla riforma del canto gregoriano. Con il Motu proprio Inter pastoralis officii sollicitudines (22 novembre 1903), il pontefice impose il canto gregoriano nella liturgia e fornì precise istruzioni circa l'uso della musica nelle funzioni religiose.

Pio X creò il primo cardinale sudamericano della storia della Chiesa; difatti l'11 dicembre 1905 elevò a questa dignità ecclesiastica il vescovo brasiliano Joaquim Arcoverde Cavalcanti.

 

Uomo di profonda e riflessiva intelligenza, non aveva difficoltà alcuna a parlare con tutti, ad ascoltare tutti, ad avere un atteggiamento di carità concreta (i suoi agiografi ne hanno registrato l’immensa portata, oltre che descrivere grazie e miracoli ottenuti per sua intercessione e ancora in vita) e intellettuale con ogni individuo: traboccante di umiltà, non fu mai altero, né superbo, neppure quando venne avviato il piano repressivo nei confronti dei modernisti; il suo cuore rimase sempre generosamente evangelico, seppure fieramente dalla parte di Cristo. Egli fu realmente cattolico e la sua intransigenza in materia di Fedelo fece rimanere sempre padre misericordioso e curato d’anime.
Sapienza e fecondità sono presenti nelle sue sedici encicliche, documenti sentiti, partecipati, vissuti e supportati da una Fedecristallina che vuole essere applicata e in cui si coglie la gioia della Buona Novella dell’uomo di Dio che dai tetti annuncia la rivelazione del Salvatore a tutte le genti e trasmette un unico insegnamento, quello di Gesù Cristo, a dispetto di chi vorrebbe renderlo inerte e silente, cambiando il significato di ciò che dice.

 

E' stato il 257º vescovo di Roma.

PREGHIERA


O Santo Pontefice Pio X, pastore buono e vigilante, asceso alla gloria dei Santi, ascolta la preghiera che con fiducia Ti rivolgiamo.

Tu che hai guidato i fedeli alla conoscenza del Vangelo, all'assidua frequenza della Santa Eucarestia, alla viva condivisione coi poveri e i diseredati, ottienici di conoscere sempre meglio Gesù, di amarlo di vero cuore, di impregnare la nostra vita della Sua.

Proteggi la Chiesa, il Papa, i Pastori, le famiglie.
Tienici lontani da ogni male dell'anima e del corpo.

Aiutaci a vivere da testimoni dell'amore di Dio e dei fratelli,  che Gesù ci ha offerto col suo sacrifico e la sua resurrezione.
Trasforma le nostre comunità in luoghi di accoglienza dei fratelli, di speranza per chi ha perduto la meta, di incontro con la luce e la gioia del Risorto.


Accompagnati dalla materna intercessione di Maria, rendici annunciatori instancabili del Vangelo del Suo Figlio, operatori coraggiosi di concordia fra i popoli, missionari del Suo Regno di giustizia, di amore di pace.

Amen.

 

 

SANTA FILIPPA MARERI

 

Nata verso la fine del secolo XII, nel castello di famiglia a Mareri vicino a Borgo San Pietro, tra l'Abruzzo e Roma, in provincia di Rieti, il fratello Tommaso Mareri, avevaimportanti cariche politiche, come quella di podestà a Forlì, o di vicario imperiale in Romagna e in Puglia e, grazie a lui si ebbe la fondazione della città dell'Aquila.

Filippa, tra il 1222 e il 1224, incontrò  san Francesco d'Assisi, che la incoraggiò alla vita monastica. La sua famiglia però ostacolò la sua scelta per cui lei fuggì di casa insieme ad alcune compagne, rifugiandosi nei pressi di Mareri, in quella che viene chiamata "Grotta di Santa Filippa", dove rimase peri circa tre anni, fino a 1228, finchè i suoi due fratelli le donarono il castello, con l'annessa chiesa plebana di San Pietro de Molito, una vecchia fondazione benedettina che dipendeva dall'abbazia longobarda di S. Pietro in Valle a Ferentillo, nella Val Nerina in Umbria nei pressi di Spoleto.
Filippa vi si trasferì con le sue compagne, vivendo secondo la regola francescana già indicata a santa Chiara e alle monache di San Damiano in Assisi.
Dallo stesso Santo, la cura spirituale del Monastero venne affidata al Beato Ruggero da Todi.

 

Filippa Mareri morì il 16 febbraio 1236. La sua tomba divenne subito meta di pellegrinaggi, mentre intanto avvenivano miracoli grazie alla sua intercessione. Il titolo di Santa le viene dato, anche se ufficialmente è considerata solo "beata", viene esternato per la prima volta in una bolla di Innocenzo IV nel 1247, appena 11 anni dopo la sua morte. Tale titolo è stato poi rinnovato da Benedetto XVI nel 2007.
Nel 1706, effettuando una ricognizione del corpo, venne ritrovato incorrotto il suo cuore incorrotto, oggi conservato in un reliquiario di argento, mentre le sue spoglie sono nel monastero di Borgo San Pietro nella Valle del Salto.
Sino ad oggi, quasi otto secoli dalla sua morte, la devozione per la Santa è andata crescendo non solo nella sua terra, ma anche nei dintorni ed oltre ed infatti. nei paesi della Valle del Salto sono abbastanza diffusi i nomi propri FilippaMaria Filippa e Filippo, che testimoniano comunque la diffusione del culto della santa in tutta quella zona.
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La memoria liturgica di Filippa Mareri cade il 16 febbraio. È compatrona di Sulmona.

PREGHIERA

Eletta sposa di Gesù Cristo, Santa Filippa, che per le tue singolari doti ed asprissime penitenze ricevesti da Dio il dono dei miracoli e che ottenesti, con la tua mediazione, la conversione dei peccatori e la guarigione degli infermi, pieni di fiducia nel tuo potente patrocinio, a te rivolgiamo le nostre preghiere.
Liberaci, ti supplichiamo, dai mali che ci affliggono il corpo ma molto più da quelli che ci aggravano l'anima. Cosicchè, divenuti un pò tuoi imitatori, saremo fatti degni di godere insieme con te, la gloria del Paradiso. Amen

 

 

SANTA AGNESE DI MONTEPULCIANO

 

Agnese, nata nel 1268, nei pressi di Montepulciano, da ua famiglia benestante, fu una religiosa italiana, del secondo Ordine domenicano, proclamata santa da Benedetto XIII nel 1726.
Appena nata, nella sua camera, apparvero misteriosamente moltissimi ceri ardenti. La bimba crebbe dedita alla preghiera, che la portò presto a desiderare la vita claustrale e a 9 anni, difatti, entrò, a Montepulciano, in una comunità di vergini chiamate "monache del Sacco" perché indossavano uno scapolare di ruvido panno. Tra esse si distinse subito per la pietà, sotto la guida della maestra delle novizie, Suor Margherita.

Ella, di quando in quando, andava tutta sola a pregare nell'orto accanto ad un olivo, comunicando col Signore, che le mandò per dieci domeniche consecutive un angelo a comunicarla.
In altre occasioni il celeste messaggero le portò un pugno di terra presa nel luogo dove Gesù aveva sparso il suo sangue e un coccio del catino in cui la Madonna aveva lavato tutte le mattine il Bambino Gesù. Un giorno Agnese desiderò di vedere il Signore e, nella notte dell'Assunzione, Maria SS. le apparve con in braccio il divio Bambino, dandoglielo da baciare. Quando glielo richiese per ritornarsene in Paradiso, Agnese si rifiutò di riconsegnarglielo.
Prevedendo tuttavia di non uscire vittoriosa da quella contesa, afferrò una crocettina che il Bambino Gesù portava al collo e gliela strappò. Agnese sentì al cuore una fitta così forte che, gridando, si abbandonò a terra quasi priva di sensi.

La crocettina esiste ancora e viene mostrata al popolo con le altre reliquie nell'anniversario della morte della santa.

Agnese ebbe da Dio il dono dei miracoli: quasi tutte le cose che toccava per distribuirle alle suore, si trovavano sovente o aumentate o migliorate. Più volte moltiplicò cibi e soldi occorrenti per pagare i muratori. Un giorno venne a mancare il pane. All'ora del pranzo Agnese volle sedersi ugualmente a tavola, con le altre religiose e, dopo aver parlato della virtù della pazienza, si raccolse in preghiera, sollevò gli occhi e le mani al cielo come per accogliere qualcosa che le veniva dall'alto, ritraendole poi alla presenza di tutte con un pane freschissimo, recante ancora sotto di sé la cenere del forno.

Al diffondersi della fama di tanti prodigi, due camaldolesi discesero d'inverno dai loro eremitaggii per farle visita. Dopo una lunga conversazione sulla vita spirituale, Agnese li invitò a tavola e mentre continuavano a ragionare di Dio, d'improvviso apparve sopra un piatto una freschissima rosa.
Alla sorpresa dei due eremiti, la santa esclamò: "II Signore ha voluto mandare questo fiore estivo per mostrare quanto le vostre parole hanno riscaldato il mio spirito illanguidito, con il fuoco della carità". A partire da quel momento il Signore la favorì di straordinari carismi.
Nella sua ininterrotta unione con Dio fu vista più volte sospesa per aria ed un giorno, mentre meditava la Passione di Gesù, venne sollevata dal suo ardente amore in alto, tanto da giungere ad abbracciare il crocifisso posto sull'altare. Ammaestrata dallo Spirito Santo, Agnese crebbe assennata e ubbidiente. A quattordici anni la priora le affidò l'ufficio di dispensiera. Il compito non la distolse minimamente dall'orazione e dalla contemplazione.
Trasferitasi nel convento di Proceno, vicino Viterbo, di cui fu badessa per una ventina di anni, Maria SS. Le apparve e le diede tre pietre dicendole; "Figlia mia, prima di morire costruirai un monastero in mio onore, prendi queste tre pietruzze e ricordati che il tuo edificio dovrà essere fondato sulla fede costante e sulla Santissima Trinità".

Gli abitanti di Montepulciano, entusiasmati di quello che udivano raccontare della loro concittadina, andarono a scongiurarla di ritornare tra di loro a fondare un monastero e lei, ricordando le pietruzze ricevute in visione, accolse l'invito e col permesso del vescovo di Arezzo (1306), eresse il monastero di Santa Maria Novella, prima sotto la regola di S. Agostino e poi quella di S. Domenico e, divenutane Priora, mantenne tale carica sino alla morte.
Per le penitenze che continuamente praticava, contrasse una grave malattia, da cui non guarì più. Per volere dei medici e dei superiori dovette moderare le austerità. Ne approfittarono per prepararle uno squisito piatto di carne, ma provando un invincibile avversione a quel brusco cambiamento di cibo, Agnese supplicò il Signore che glielo trasformasse in pesce ed egli all'istante la esaudì.

A Montepulciano la salute di Agnese peggiorò. Per nove domeniche consecutive un angelo la condusse sotto un olivo dell'orto e le diede da bere l'amarissimo calice della Passione di Gesù, per indicarle che sarebbe giunta alla beatitudine attraverso molte sofferenze. Per volere dei superiori, Agnese si recò alle acque di Chianciano ei, subito dopo l'arrivo di lei, cominciò a venire giù dal cielo un fitta pioggia di manna che ricoprì lo stabilimento termale. Nel luogo in cui la santa s'immerse, sgorgò una nuova polla d'acqua calda che ridonò la salute ai malati che in essa si tuffarono. Durante il periodo di cura, essendo venuto a mancare il vino, Agnese, piena di compassione per le commensali, tramutò con un segno di croce l'acqua, attinta alla fontana, in vino molto prelibato. Una bambina, nell'affettare il pane sulle proprie ginocchia, si era ferita col coltello fino all'osso, Agnese andò ad immergerla nella polla sgorgata prodigiosamente pochi giorni prima e la ritrasse guarita. Un bambino, rimasto incustodito, era entrato nell'acqua e vi era affogato. Agnese lo portò in disparte, si prostrò in preghiera davanti a lui, gli tracciò sopra il segno di croce e lo restituì vispo come prima alla madre desolata.

Nonostante la fama di tanti prodigi, un giorno, mentre entrava nei locali delle terme, alcuni giovani la presero in giro e lei frenò lo sdegno di coloro che l'accompagnavano, poi, tornata alla casa ospitale, fece tirare il collo a certi polli, portati dal monastero in considerazione della sua salute facendoli consegnare ai giovani insolenti, che, vinti dalla sua amabile cortesia le chiesero scusa in ginocchio e con una cinta al collo degli sberleffi. La santa li invitò ad alzarsi e disse loro di sentirsi molto obbligata perché, mettendo alla prova la sua pazienza, le avevano dato modo di avvantaggiarsene spiritualmente.

Nonostante le cure, Agnese non guarì, ma non per questo lasciò le sue religiose senza guida per raggingere la perfezione con l'esempio e l'esortazione. Esse, del resto, si guardavano bene dal commettere qualsiasi mancanza perché conoscevano le sue doti di scrutare i cuori e delle profezie ed un giorno, mentre ella pregava con esse, davanti ad un'immagine della Madonna, per la pace di Montepulciano, d'un tratto ella vide il volto ddi Maria contrarsi stilllando gocce di sudore, emettendo un respiro breve e affannoso. La santa comprese che, a causa dei peccati di molti, la città sarebbe stata sconvolta dalla guerra e, difattii, nella prima metà del secolo XIV, i fratelli Jacopo e Nicolò Della Pecora, decisero di sottrarre Montepulciano ai senesi, ma inutilmente, nonostante l'aiuto ora di Perugia, ora di Firenze.

Agnese, stremata, si mise a letto e sattese la morte, dicendo alle sue consorelle che se davvero l'amavano non avrebbero pianto in quel modo, perchè di solito gli amici si rallegrano del bene che capita ed il suo bene sarebbe stato quello di raggiungere, finalmente Gesù. Continuò cercando di instillare in loro la fedeltà a quello Sposo, la perseveranza nell'ubbidienza. consolandole che lei sarebbe stata più di aiuto da lassù che restando in terra.
Poco dopo, sollevando occhi e mani al cielio moìr. Era ì il 20 aprile 1317, a mezzanotte, e apparve a molti in diverse località.
Il suo corpo, nella chiesa del monastero, che prese il nome di Sant'Agnese, emanò un delizioso effluvio e risanò molti malati. I suoi concittadini, che non volevano sotterrarla, mandarono alcune persone fidate a Genova perchè, a qualunque prezzo, comprassero unguenti per trattare il suo corpo e conservarlo incorrotto il più a lungo possibile. Appena essi partirono, le punte delle dita di Agnese cominciarono a stillare abbondanti gocce di un prezioso liquore al cui contatto ciechi, zoppi e rattrappiti riacquistarono la salute.

S. Agnese fu canonizzata il 10 dicembre 1726 da Benedetto XIII. Il suo corpo si conserva incorrotto. Nel 1374 Dio rivelò a S. Caterina da Siena che in cielo avrebbe goduto una gloria uguale a quella di Agnese da Montepulciano. Le venne quindi il desiderio di andarne a venerare le reliquie, ma mentre si chinava per baciarle i piedi, Agnese sollevò il suo piede destro fino alle sue labbtra, rinnovando il prodigio della manna.

PREGHIERA

 

O santa Agnese, sorella e esempio per tutti noi, aiutaci a custodire la fede, la speranza e la carità.
Fa’ che questi doni di Dio siano come una fonte sempre viva e zampillante che ci disseta e ci ravviva. Intercedi presso il Signore Onnipotente perché benedica i poveri, i malati, le persone che ci sono care e anche coloro che ci hanno creato dolore. 
Ti affidiamo le nostre necessità materiali e spirituali, le nostre comunità civili e religiose. Fa’ che godiamo del bene della pace con Dio, tra di noi e con tutti. Santa Agnese, prega per noi!

Amen!

 

 

 

SANTA CIRIACA



Di martiri di nome Ciriaca ce ne sono varie:

Santa Ciriaca (I secolo), martire con santa Potina e sorelle al tempo di Nerone (20 marzo)
Santa Ciriaca di Nicomedia (†307), vergine e martire con altre compagne, (19 maggio)
Santa Ciriaca di Roma, vedova e martire, compagna di san Lorenzo (21 agosto)
Santa Ciriaca di Pianella, vergine e martire, ricordata a Pianella l'ultimo venerdì di luglio

Di queste, la più conosciuta è Santa Ciriaca di Roma, vedova e martire.compagna di san Lorenzo.
Il 21 agosto viene ricordata Santa Ciriaca, nobile vedova romana che aveva messo i suoi beni a disposizione dei cristiani che si riunivano nella sua casa sul colle Celio, per celebrarvi Messa. Conosceva San Lorenzo che l'aveva liberata da un gran mal di testa. Venne arrestata durante la persecuzione di Decio e sottoposta alle più atroci torture, per cui morì il 23 agosto. Il suo corpo venne sepolto nell'"agro Verano" vicino al luogo dov'era stato sepolto San Lorenzo.
Sembrerebbe che il suo corpo sia stato dopo varo tempo traslato nella chiesa dei Santi Silvestro e Martino ai Monti, da cui poi sarebbe stato trasferito in Santa Maria in Campitelli, posta nell'altare della prima a cappella a sinistra. In tale chiesa il giorno dell'Assunzione si effettuava la Solenne Ostensione delle Reliquie dei Santi,: i corpi delle vedove e martiri Ciriaca, Vincenza e Vittoria; parte dei corpi dei martiri Ireneo e Abbondio; le teste della vedova e martire Ottavilla e della vergine e martire Candida; la gamba di Clementina m., di Eusebio m. e di S. Vitale; il braccio di Marcellino m. e di Cristina m.

Sotto il nome di Ciriaca era anche evidenziato il cimitero della via Tiburtina, o Agro Verano, dov'era stato sepolto san Lorenzo, probabilmente donato da Costantino alla vedova Ciriaca.

Parlando ancora di santa Ciriaca, se ne ritrova ancora un'altra, una giovane patrizia di dodici, tredici anni, vissuta sotto Diocleziano e Galerio nel III secolo, di religione cristiana, messa dunque a morte per ciò che credeva. Ella venne sepolta nelle Catacombe di Priscilla e parte dei suoi resti sono oggi presenti e venerati nella chiesa di Sant'Antonio Abate di Pianella, accanto alle statue degli altri due santi patroni della città san Silvestro san Pantaleone. Fino al 1946 l'urna è rimasta sotto l'altare maggiore.
Le reliquie erano state ottenute nel 1874 da frà Giuseppangelo de Fazio di Pianella, cappuccinovescovo missionario e visitatore apostolico, col permesso di  papa Gregorio XVI. Poteva prelevare dalle catacombe il corpo di una martire per esporlo alla pubblica venerazione nella sua diletta città di Pianella.
La scelta non fu facile, così il vescovo, come raccontò poi ai suoi familiari, scendendo nella Catacomba di Priscilla andava ripetendo : "Quale santo vuol venire con me?" e, accostatosi ad un loculo ove era riposta la martire Ciriaca avvertì come una chiamata e la sua tonaca era rimasta tutta tirata da una parte. Così comprese che la sua scelta era stata fatta.

 

Il corpo, dopo l'apertura era avvolto in eleganti vesti di seta, vicino vi era stata posta un'ampolla tinta di sangue ed una lastra di marmo incisa con un cuore trafitto da una palma, con la seguente incisione: QUIRACÆ IN PACE (Ciriaca riposa in pace), tutti segni di appartenenza ad una nobile famiglia e del martirio subito.
Il corpo della Santa venne condotto a  Cittaducale eppoi tramite una splendida carrozza, seguita da fedeli e devoti che recitavano preghiere, cantavano inni di gioia ed offrivano numerosi oggetti in oro, iniziò il suo cammino verso Pianella, dove giunse il 2 aprile 1834, tra una folla festante. Per diciotto giorni il corpo della Santa rimase deposto nella casa paterna del vescovo de Fazio per essere rivestito di nuovi abiti di seta e questa permanenza viene ricordata tutt'oggi durante la processione patronale, con una sosta dinanzi a questa casa, dove cè una stanza, la <<Cameretta di santa Ciriaca>>, con dei quadri della Santa e del vescovo de Fazio.

Il 20 aprile 1834 il corpo venne esposto alla pubblica venerazione nella Chiesa Madre di Sant'Antonio Abate.

Papa Gregorio XVI accordò l'indulgenza di dodici anni, applicabile anche ai defunti, a tutti quelli che visitando il corpo della Vergine e Martire avrebbero pregato per la propagazione della fedePapa Leone XIII accordò l'indulgenza plenaria, applicabile anche ai defunti, a tutti quelli che avrebbero visitato il corpo della Vergine e Martire dai primi ai secondi vespri della sua festa.


Attorno alla Santa sono nate delle compagnie di devoti, le giovani vestite con abito bianco, un velo e dei fiorellini, chiamate "Verginelle" o "Ciricolle" provenienti a piedi dalle campagne e dai paesi vicini e lontani pregando e cantando in dialetto:

 Lu petucce de Santa Ciriche, ca ci ha nate na rose e nu gije, e pregate popile mie, Santa Ciriche la grazia ci fa... che significa "Il piedino di Santa Ciriaca dove c'è nata una rosa e un giglio, pregate o popolo mio, Santa Ciriaca la grazia ci fa...".
Un sacerdote, coi paramenti liturgici, andava loro incontro per accompagnarle in chiesa a venerare la Santa.

 

Altre ossa di Santa Ciriaca sono venerate anche a Gravina di Puglia.

PREGHIERA

O Signore Dio nostro, Tu che hai disposto che il corpo della vergine e martire Santa Ciriaca, dalle catacombe di Santa Priscilla in Roma, venisse portato nella città di Pianella, fà che questa presenza sia per noi motivo di vera conversione.
Fà, o Signore, che noi, pentiti dei nostri peccati e della nostra tiepida vita, imitiamo le virtù di S. Ciriaca, specialmente la purità dei costumi, la carità, la sofferenza nel patire per Tuo amore.

Fà che ella sia nostra avvocata e per la sua intercessione, liberaci sempre dalle disgrazie temporali e soprattutto tienici lontani dal peccato, facci vivere nella Tua grazia, affinchè morendo con la morte dei giusti, possiamo venire al cielo a goderTi perpetuamente. Amen.


 

 

 

SANT'INNOCENZO

Di questo santo martire non si hanno notizie certe, tranne il fatto che probabilmente le sue reliquie, come moltissime altre, vennero estratte dalle catacombe romane, esplorate a partire dal Cinquecento, ed alcune delle tantissime tombe scoperte, vennero ritenute, secondo alcuni indizi, appartenenti a dei Santi Martiri.
I loro corpi, come quello di sant'Innocenzo, conservato poi a Vitrè in Francia, vennero estratti e distribuiti a personaggi di rango, a notabili, sacerdoti e a chiese locali e non, dove vennero poi esposte alla venerazione dei fedeli.

PREGHIERA

 

O Signore, che accogli i martiri nel tuo seno, concedi che per l'intercessione di S. Innocenzo che subì il suppplizio per non rinnegarti, possiamo rafforzare la nostra fede e meritare l'eterna beatitudine.
Amen.

 

 

 

Continua

- Bibliografia:

 

- Santi e Beati

- Wikipedia

- http://lagioiadellapreghiera.it/article-31-gennaio-san-giovanni-bosco-preghiere-114919593.html

 

 

Per altri articoli sull'argomento:

In Collaborazioni :

 

- di Fabio Arduino - "Santi Corpi"

- di Don Damiano Grenci - I " Corpi Santi"

 

 

- Per altre Voci correlate a Sante Reliquie:

 

 

- Reliquie e Corpi Santi 1

 

- Reliquie e Corpi Sani 2

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- Studio sulla Sacra Sindone

- Santo Volto

- Sante Spine

- Sotto la Croce

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