Rubriche di
Patrizia Fontana Roca

GIOVANI SANTI

 

BEATA IMELDA LAMBERTINI

All'inizio del 1300, viveva a Bologna il Conte Lambertini che con sua moglie Castora desiderava ardentemente un figlio che però tardava a venire, nonostante le preghiere e le suppliche che da loro s'innalzavano al cielo. Finalmente nacque una bimba, Imelda, che fin da piccola mostrò segni di grande personalità: invece di apprezzare i giochi che la circondavano, preferiva i grani del rosario e quando piangeva per qualche piccolo guaio, l'acquietava solo il sentir pronunciare il nome di Gesù.
Nonostante la giovane età, essa mostrò subito i segni di una precoce religiosità, che la vedeva inginocchiata spesso davanti ad una statua della Vergine, o recitare il rosario o andare alla Messa di frequente, guardando con invidia chi poteva ricevere il Corpo e il Sangue di Gesù. Imparò presto a leggere con un piccolo Messale e si faceva spiegare i passi della Bibbia dalle due zie suore, tra cui la sorella del padre che, prima dedita ai piaceri del mondo, si era tutt'a un tratto ritirata, coinvolgendo una cinquantina di sue amiche, in un convento dove visse venti anni in penitenza e contemplazione.

Quando Imelda compì 10 anni, i suoi genitori volevano festeggiare il suo compleanno ma ella rifiutò, chiedendo invece di entrare in convento presso le suore Domenicane. I genitori, oppressi dal dolore di perderla, tuttavia la lasciarono partire per la sua nuova vita. Il convento era regolato da ferree abitudini: bisognava amare l'obbedienza, la povertà, i digiuni, le veglie, la mortificazione... ma niente sembrava troppo per la giovanetta che con grande emozione ricevette il suo nuovo abito e cominciò a seguire le regole della sua nuova casa, pur pensando spesso ai genitori e sentendosi stringere il cuore per il loro dolore. Intanto, faceva tanti progressi ma ancora, purtroppo, non poteva ricevere Gesù e questo la feriva profondamente.
Un giorno, dopo aver sentito leggere la vita di Sant'Agnese, il suo sacrificio e il suo amore per Gesù, chiuse gli occhi immaginandosi la scena e sentì una voce che le chiedeva: "Figliola, cosa desideri da me?" e vide chinarsi su di lei la Madonna a cui, pronta, rispose: "Volevo conoscere la storia di Agnese perchè cerco in cielo un'amica poichè qui sulla terra non ne ho nessuna". La Madonna la prese per mano e la condusse in un luogo dove trovò ad attenderla Maria Maddalena e san Domenico e successivamente conobbe la piccola santa Agnese. A questa visione si svegliò. Certo tutto era stato un bel sogno che l'aveva però molto confortata. Il suo pensiero fisso, comunque, era quello di ricevere Gesù, ma sembrava che per questo il tempo non passasse mai; chiedeva il permesso al cappellano ma questi rifiutava ed ella accettava la volontà di Dio con rassegnazione, pur struggendosi nella pena e nella penitenza.
Alla vigilia dell'Ascensione, Imelda era in ginocchio davanti all'altare mentre una suora più anziana si dava da fare lì intorno. Ad un tratto ella udì un leggero fremito e, volgendosi, vide un'Ostia che era sospesa a mezz'aria sul capo della bambina, mentre Imelda era in estasi. Corse ad avvertire le altre e tutte si radunarono nella cappella insiema al cappellano che, tenendo in mano una patena si diresse verso l'Ostia che discese e si posò tra le mani del sacerdote. Imelda fece così la sua prima comunione. Ma quando finalmente tutto fu finito e la superiora si diresse verso la bimba per rialzarla, la fanciulla ricadde inerte: era morta d'amore per Gesù e dal suo viso irraggiava ancora una felicità ineffabile.

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SANTA GIOVANNA D'ARCO

All'inizio del 1400, in Francia nel villaggio di Doremy, una pastorella di nome Giovanna, pascolando le sue pecore spesso si fermava presso una piccola chiesa. Nel suo cuore turbato, il pensiero della guerra che tormentava la Francia, non la lasciava; sentiva che la sua Patria doveva essere salvata e pregava costantemente Maria Santissima affinchè provvedesse in tal senso. Un giorno, mentre pregava ardentemente, le apparve giovinetto luminoso, l'Arcangelo Michele, il Guerriero, che le promise la visione di due sante, Santa Caterina e Santa Margherita, che le avrebbero consigliato cosa fare per la sua nazione. Esse esortarono la fanciulla a recarsi dal Re per mettersi a capo delle sue truppe. La ragazza, confusa, non si riteneva all'altezza della situazione, non sapendo nemmeno andare a cavallo, figurarsi andare in guerra. Ma le sante la confortarono e la incoraggiarono.
Ovviamente, la sua storia non venne creduta dall'ufficiale a cui si rivolse, ma Giovanna ritentò caparbiamente, riuscendo alla fine a parlare con Carlo VII, che, stupefatto dalla sfrontatezza della giovane, ma colpito dalle sue parole e dalla sua forza interiore, ordinò che le dessero un'armatura. Impugnata la spada che era stata di Carlo Martello, indossato un mantello bianco, ella saltò su un cavallo sventolando la bandiera con i gigli, marciando verso Orleans, che stava per cadere in mano nemica. Tutto l'esercito, come galvanizzato, la seguì e conseguì la vittoria, mentre lei incitava le truppe e sventolava lo stendardo, sempre in prima linea: Orleans fu liberata e gli inglesi respinti. Il Delfino di Francia - così come da lei preannunciato - fu incoronato nella cattedrale di Reims. Quando sentì che la sua missione era ormai compiuta,Giovanna chiese di poter tornare a casa ma venne ancora trattenuta. Ferita e catturata dai nemici, fu poi accusata di stregoneria, venne sottoposta ad un processo da burla, in cui le si fece firmare con un segno di croce accuse infamanti, e infine condannata al rogo. La giovanetta, con le mani giunte in preghiera, si avviò al patibolo, chiedendo ai suoi persecutori una croce da impugnare mentre moriva. La si udì invocare il re, i suoi santi, la Francia, poi, straziata, morì.

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SAN STANISLAO KOSTKA

 

Verso la metà del 1500, da una nobile famiglia polacca nacque Stanislao Kostka che sin da bambino si dimostrò vivace e interessato alle cose che lo circondavano, con un carattere allegro e fondamentalmente sano e sempre, infatti, conservò un candore spirituale sia pur nell'ambiente di liberi costumi che caratterizzava la sua potente famiglia. Nel 1564, a 14 anni, Stanislao fu mandato a Vienna con il fratello maggiore per compiere gli studi presso i Gesuiti e quella vita regolare del collegio gli piaceva molto, ascoltava fino a tre Messe al giorno, tanto che pensò di darsi alla vita religiosa. Purtroppo però i Gesuiti dovettero chiudere il collegio e Stanislao, il fratello e il loro precettore furono costretti ad andar via, accettando - sia pur contro voglia, almeno per quanto riguardava Stanislao - l'ospitalità di un senatore di fede luterana. Egli comunque rimase fedele alle sue abitudini religiose, confessandosi settmanalmente e comunicandosi alle feste e correndo in chiesa, eludendo la sorveglianza del fratello che aveva dato alla sua vita un'altra inclinazione più mondana, conducendo una vita di bagordi, che in ogni modo osteggiava la sua religiosità e se ne faceva beffe, insieme ad altri amici come lui dediti solo al divertimento. Il loro precettore si era schierato dalla parte del fratello maggiore e non mancava, anche lui, di riprendere in ogni occasione il giovinetto. Tutto ciò veniva accettato in silenzio da Stanislao che, spesso, durante la notte, quando finalmente tutto era calmo in quella casa sempre in festa, si alzava per pregare e flagellarsi e sempre senza reagire sopportava quel continuo martellamento del fratello e degli amici e persino del suo ospite.

Questa fu la sua vita dal marzo del 1565 all'agosto del 1567 e la tensione in atto minò la salute di Stanislao che si ammalò di un forte esaurimento nervoso che lo portava al delirio: egli vedeva orribili apparizioni del demonio sotto forma di un grosso cane nero che riusciva a mettere in fuga col segno della croce. Chiese quindi il conforto di un sacerdote, ma il suo ospite essendo luterano, rifiutò questa grazia al ragazzo. Viste le condizioni del giovanetto, il precettore si mosse a compassione e spesso durante la notte lo vegliava.

Stanislao faceva parte della confraternita di santa Barbara, i cui componenti si affidano alla loro Patrona per avere la comunione in punto di morte; il giovane, dunque, aveva in lei fiducia che ciò sarebbe avvenuto e una notte, quando appunto il suo precettore gli era accanto, questi si sentì afferrare per le spalle e scuotere, mentre Stanislao che si era a fatica alzato e inginocchiato diceva: "Ecco santa Barbara! eccola, con due Angeli! Mi portano il Santissimo Sacramento!". E così fu: gli angeli si curvarono su di lui e lo comunicarono. Sfinito, il ragazzo si riadgiò sul letto e presto ci si rese conto che era arrivato allo stremo. Tuttavia, dopo qualche giorno di aggravamento, Stanislao si alzò una mattina perfettamente guarito, affermando che voleva andare personalmente a ringraziare il Signore. Pensando che ciò non foss'altro che frutto di eccitazione nervosa, i dottori gli proibirono di muoversi dal letto.

Nessuno poteva immaginare quello che era accaduto: durante la notte Stanislao aveva visto la Vergine con in braccio il Bambino Gesù che aveva deposto sul letto, proprio vicino al giovane che l'aveva abbracciato, mentre la Madonna gli preannunciava che sarebbe diventato un sacerdote Gesuita.

La guarigione fu rapida, Stanislao non perse tempo e si affrettò a recarsi dal Padre Provinciale dei Gesuiti che però si rifiutò di prendere in considerazione il desiderio del giovane, senza il nulla osta paterno. Pur senza molte speranze, Stanislao non si perse d'animo e decise che se non gli era permesso questo a Vienna, ciò sarebbe stato possibile in un altro posto, in Germania o in Italia. Intanto, i rapporti con il fratello si erano deteriorati al punto che Stanislao decise di lasciare il palazzo dove alloggiava e, lasciate le sue belle vesti e indossate quelle di contadino, si incamminò verso Augusta dove il Padre Canisio, provinciale della Germania avrebbe forse accettato la sua richiesta. Scoperta l'assenza, il fratello lo cercò a lungo e cominciò a provare rimorsi per la sua condotta. Intanto, il padre, avvertito della scomparsa andò su tutte le furie e minacciò rappresaglie verso tutti i conventi dei Gesuiti se l'avessero accolto.

Nel frattempo, Stanislao compì il percorso di 750 chilometri, sempre a piedi, che lo portò ad Augusta ma Padre Canisio non era là, si trovava a Dillingen, a un'altra giornata di cammino. Il giovane riprese il suo interminabile viaggio accompagnato da un Padre Gesuita; davanti ad una chiesetta si fermarono per pregare mentre Stanislao attendeva con ansia che vi venisse celebrata la Messa. Ma presto si rese conto che era una chiesa luterana e scoppiò in pianto; il Padre che l'accompagnava fece per avvicinarglisi e rincuorarlo, quando vide che due angeli si avvicinavano al ragazzo e gli porgevano l'Ostia. Padre Canisio, ricevendolo, gli prospettò grandi difficoltà sempre a causa dell'avversione del padre che dalla Polonia faceva sentire la sua collera e minacciava i Gesuiti se avessero accolto Stanislao come novizio.

Alla fine il giovane si fece persuaso che solo a Roma avrebbe potuto finalmente realizzare il suo sogno e si rimise di nuovo in cammino, da solo, percorrendo tra ostacoli di varia natura, 900 chilometri. Arrivò stremato, ma finalmente venne accettato come novizio. Felice di aver raggiunto il suo scopo egli potè dimenticare le avversità e vivere una vita di preghiera e di devozione. Ma ormai la sua salute era minata e quando giunse il mese di agosto del 1568, peggiorò improvvisamente ed egli si fece persuaso che per la festa dell'Assunzione sarebbe salito al cielo. Così fu e mentre spirava gli apparve la Madonna che l'invitava a seguirla.

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SAN LUIGI GONZAGA

Durante la gravidanza, donna Marta Gonzaga si era data a letture spirituali come mai prima, chiedendo a Dio un figlio da offrigli, preghiera strana perchè il nascituro sarebbe stato il primogenito di una nobile e famosa famiglia e avrebbe dovuto vivere un'esistenza di lusso, armi, avventure e guerre. Don Ferrante Gonzaga aveva illustri antenati ( due imperatrici di Germania, una regina di Polonia), era uomo di guerra, religioso ma senza grande devozione, però quando i medici lo avvertirono che si disperava di salvare madre e figlio, fece voto di recarsi in pellegrinaggio a Loreto.

Il bimbo nacque sano e godeva di tutto quello che vedeva. A 5 anni la madre gli insegnò le preghiere e la vita di Gesù, la cui morte lo colpì vivamente. Ricevette un'educazione completa: lettere, arte militare, equitazione, insomma tutto ciò che poteva servire a un valoroso guerriero o a un politico e il padre gli fece costruire una piccola armatura. A 7 anni Luigi cominciò però a rendersi conto del misero valore delle cose di questo mondo, accompagnava volentieri la mamma nelle sue visite caritative e mentre un giorno si trovava in un convento, presso uno dei padri esorcisti che stava liberando degli indemoniati, questi si misero a gridare, indicando Luigi:"Eccolo, il Santo!".

Presa la malaria, Luigi abbandonò gli esercizi militari e passava lungo tempo in ginocchio, recitando preghiere e sognando la vita religiosa, ma un primogenito dei Gonzaga non poteva aspirare a questo. Scoppiata la peste, la famiglia si trasferì a Firenze e Luigi e il fratello vennero nominati Paggi di Francesco I de Medici, rivestiti riccamente e partecipavano ai giochi e alle feste di Corte, dove dilagavano gli intrighi. Luigi capì che solo un contatto profondo con Dio avrebbe potuto preservarlo dal male che gli era intorno e cominciò a rifiutare gli inviti, i divertimenti e i pranzi. Non poteva accettare i costumi depravati, le usanze e gli eccessi del lusso. Cominciò a confessarsi con frequenza e a 10 anni fece voto di castità alla Madonna. Dopo due anni, i fratelli passarono alla Corte del Duca Guglielmo di Mantova, tornando poco dopo a Castiglione.

Luigi non riusciva a staccarsi dalla preghiera e passava ore ed ore dinanzi al Crocifisso e si mise a spiegare il catechismo ai bambini dei villaggi, cercando di sollevare le loro miserie. Nel luglio 1580 il Cardinale Arcivescovo di Milano, il futuro San Carlo Borromeo, cugino dei Gonzaga, andò da loro e visto che Luigi non aveva ancora fatto la Prima Comunione, gliela impartì lui stesso. Luigi fu molto colpito dalla sua personalità. La famiglia poi si trasferì a Casale dove Luigi si disinteressò completamente della vita di corte e del teatro che suo padre amava molto; si imponeva molte penitenze, digiunava a pane e acqua tre giorni alla settimana e mangiava poco gli altri, rinunciando a servirsi dei caminetti e bracieri e si flagellava e utilizzava ogni mezzo per mortificarsi, pensando durante il giorno alla Passione del Signore. Il padre era molto inquieto, la madre si preoccupava, i medici prevedevano una morte precoce. Luigi chiedeva invece al Signore di guidarlo verso la perfezione.

Nel 1581 Don Ferrante venne nominato Ciambellano dell'Imperatrice d'Austria e con tutta la famiglia si trasferì a Madrid, dove Luigi venne nominato paggio di prima classe, compagno del Principe delle Asturie, Don Diego. La rigidità e dignità della corte spagnola non dispiacque, di primo acchitto, a Luigi, ma ben presto il giovinetto si accorse che tutto ciò era una facciata dietro cui si nascondeva un'immoralità profonda. Si diede quindi allo studio e faceva da segretario al padre ma doveva anche partecipare alla vita mondana. Non riduceva però le ore dedicate al Signore e si sentiva sempre più attratto dalla vita religiosa, una vita che unisse alla preghiera un'attività apostolica. Decise quindi di entrare nei Gesuiti, i quali facevano voto di non accettare nessuna dignità neppure ecclesiastica.

Il 15 Agosto, dopo la Comunione, davanti alla Vergine, udì una voce che gli confermava la sua vocazione. Il padre, però, s'inquietò moltissimo non credendo alla vocazione del figlio, ma dovette poi convincersi, promettendogli che al rientro in Italia gli avrebbe permesso di seguire il suo desiderio. Nel 1584 tornarono, fermandosi però presso un nobile, la cui moglie stava per partorire e le condizioni della madre e del figlio erano molto gravi; Luigi chiese di cominciare a pregare ma tutti protestarono indignati. Egli si ritirò nella cappella e di lì a poco il bambino nacque senza problemi.

Don Ferrante, pensando di farlo desistere dai suoi propositi, lo mandò col fratello a fare un giro di addio tra le corti italiane, ma Luigi rimase fermo nelle sue idee e infine il padre acconsentì, cercando almeno di ottenere che entrasse in un Ordine che lo potesse portare alla nomina ad Arcivescovo, Cardinale e, perchè no, anche al Papato. Il giovane, però, non ne voleva sapere e ciò suscitò una profonda collera nel genitore che mandò il governatore del castello a parlargli. Questi, non visto, assistette ad una scena commovente: Luigi, piangendo, si flagellava le spalle. L'uomo raccontò tutto a Don Ferrante che, sconvolto e vinto, gli diede il suo assenso, scrivendo al Generale dei Gesuiti. Luigi sarebbe entrato novizio a S. Andrea in Roma. Ottenuto il permesso dall'Imperatore per l'abdicazione in favore del fratello Rodolfo, Luigi pensò che ormai il suo destino stava per compiersi; tuttavia, il padre aveva avuto un ripensamento e l'osteggiava ancora accampando scuse. Il giovane si disperava, imponendosi penitenze sempre più gravose per la sua salute, finchè, finalmente, il marchese diede il suo assenso e il 2 novembre 1585 Luigi sottoscrisse l'atto di rinuncia, spogliandosi dei suoi abiti sfarzosi e lasciando Mantova per Roma, dove entrò, finalmente, nel noviziato scoprendo che la Regola era meno rigorosa di quella che egli si era sempre imposto; due anni dopo, pronunciò i voti e ricevette gli Ordini Minori.

Nel 1590 a Roma scoppiò la peste e gli ospedali traboccavano di malati, a cui Luigi ed altri 12 giovani si dedicarono completamente: li lavavano, curavano, amministravano i Sacramenti. Luigi non sopportava quella vita ma si dominava e si obbligava a curarli, benchè gli ripugnassero. I giovani gesuiti si ammalarono uno dopo l'altro e alla fine anche lui, che aveva insistito nella sua opera, si ammalò; ad un certo punto sembrò riprendersi, ma l'infezione ormai gli era entrata nel sangue. Il suo stato s'aggravò ed ebbe la rivelazione che sarebbe morto l'ultimo giorno dell'Ottava del Corpus Domini. Le sue preghiere incessanti perchè gli amministrassero la Comunione (che si faceva solo di domenica), finalmente vennero ascoltate, benchè nessuno credesse che fosse in fin di vita. Poggiata la mano sinistra sul Crocifisso, gli occhi rivolti ad un quadro di Cristo in Croce, nell'estremo sforzo di pronunciare il nome di Gesù, Luigi spirava a 23 anni il 20 giugno del 1591.

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SANTA GERMANA COUSIN

Lorenzo Cousin viveva in una fattoria in Linguadoca, Francia, con la moglie, una donna fragile che diede alla luce una bimba ancor più delicata, Germana. La piccola crebbe con problemi di salute ed un braccino mezzo paralizzato e verso i 4 anni venne colpita dalla scrofala, il collo le si gonfiò enormemente e le si aprì una piaga purulenta. La mamma morì presto e Lorenzo si decise a riprender moglie, Donna Ortensia, una donna forte di costituzione e di carattere. Essa non amava Germana e appena ella compì 6 anni la mise a lavorare anche se non poteva far molto, ma badava al pollame, puliva la verdura, teneva in ordine la casa.

La vecchia domestica che l'aveva allevata le dava da mangiare di nascosto e le parlava di Gesù Bambino che aveva sofferto per noi, di Maria che aveva avuto il cuore trafitto dal dolore, di Gesù Crocifisso morto per noi sulla Croce. Allora la piccola si sentiva rincuorata da quei suoi tormenti fisici e morali.

Nacquero intanto altri fratelli che lei avrebbe voluto coccolare ma la matrigna non voleva che si avvicinasse loro e il padre, debole, lasciava fare,non avendo il coraggio di difenderla, pur pieno di dolore e di rimorsi. A 10 anni Germana venne mandata a lavorare per i campi, a pascolare le pecore e a filare la lana ma, quando sentiva la campana della chiesa, lasciava le pecore e si recava alla Messa, ritornando di buio con la lana filata e dopo cena accudiva alla casa, rimettendo tutto in ordine, dormendo nell'ovile. Il Parroco del villaggio, ammirando la dolcezza e la purezza della povera bambina, le permise di fare la Comunione, cosa che la riempì di grande gioia.

Intanto Ortensia s'era accorta che la fanciulla lasciava solo il gregge per andare in chiesa e un mattino si recò al pascolo; Germana tornava allora, la vide e ai suoi rimbrotti per il lavoro non fatto, essa rispose che durante la sua assenza il suo Angelo vegliava sul gregge. Sapendo che in un bosco lì vicino c'erano dei lupi affamati, la matrigna la mandò in quella zona a pascolare. Germana però aveva trovato la compagnia di un'altra bambina che vi portava il suo gregge e si misero a filare; quand'ecco l'ululato dei lupi e l'altra bimba e le pecore cominciarono ad aver paura. Germana, invece, tracciò sul branco un gran segno di croce ed essi si fermarono e scapparono via.

Un'altra volta, essendo il fiume in piena per il disgelo e dovendolo attraversare per andare a Messa, Germana venne sollecitata ad andare in chiesa dalla perfida matrigna; ed eccola camminare tranquilla sulle onde e arrivare senza pericolo sull'altra sponda.

La leggenda racconta che a 17 anni Germana che filava seguendo il gregge venisse raggiunta da un cavaliere che le chiese la strada per Pibrac. I due giovani si guardarono e si sorrisero. Quel giovane era Vincenzo De Paoli.

Nonostante non avesse nulla Germana trovava sempre qualcosa, magari solo un pezzo di pane, da dare ai più poveri; una sera due mendicanti bussarono alla porta di casa ma la matrigna li scacciò furiosa. La mattina dopo la fanciulla andò subito a cercarli dirigendosi verso la chiesa, nascondendo nel grembiule qualche avanzo, seguita da Ortensia che la rimbrottò dandole della ladra per quel pane che portava via da casa. Ma da quel grembiule ch'essa aprì davanti alla matrigna e ad altri convenuti - che cominciarono a ritenerla Santa - caddero solo dei fiori bianchi e rossi.

Una sera del giugno del 1601, due monaci rifugiatisi tra le rovine di un castello adiacente la zona in cui viveva Germana, videro una gran luce e scorsero due bei giovani vestiti di bianco che si dirigevano verso il villaggio, cantando. Poco dopo ripassarono davanti a loro, ma stavolta erano in tre: avevano una compagna, anch'essa vestita di bianco, con una corona di fiori in testa. I monaci capirono allora che i due giovani erano angeli venuti a prendere una santa. Infatti Germana era appena spirata. Fu sepolta nella chiesetta del villaggio tra una folla di contadini e 40 anni più tardi, quando si scavò per fare delle riparazioni, il suo corpo fu ritrovato intatto, con le mani piene di fiori ancora freschi.

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SANTA CATERINA TEKAKWITHA

Nel 1600 gli Irochesi occupavano le terre ora del Canada e del Nord degli Stati Uniti ed erano venuti a contatto con la "civiltà" dei bianchi, che avevano però portato loro solo dissoluzione e malattie, facendo loro dimenticare le rigide tradizioni della loro gente.

In una di queste tribù, da una donna profondamente cattolica era nata Caterina, che però ben presto divenne orfana di entrambi i genitori per un'epidemia di vaiolo. Ella stessa fu contagiata dal morbo che le lasciò problemi alla vista. Di lei si occupò uno zio, un uomo duro e brutale che trattava le donne come schiave e che ovviamente non si occupò davvero di dare un'istruzione cattolica alla piccola. Un giorno, quando Caterina aveva quasi 11 anni, un gruppo di missionari si fermò dinanzi alla sua capanna e quel rapido contatto le lasciò dentro un'impronta indelebile, che prese un nuovo vigore l'anno successsivo, quando in quel luogo si stabilì un sacerdote. Ma lo zio di Caterina, che non voleva avere niente a che fare con la religione e i religiosi, le proibì di frequentarlo.

Le irochesi venivano sposate dalla famiglia ad un'età molto giovane e, nonostante Caterina rifiutasse di accasarsi si cercò di farla sposare con degli stratagemmi che, fortunatamente, lei riusciva a sventare. Vista la sua disobbedienza in questo campo, i suoi parenti la obbligarono a fare ogni sorta di pesanti faccende e a vestirsi secondo le loro usanze. Un giorno che non si sentiva bene, aveva ormai 19 anni, e se ne stava nella sua capanna, il sacerdote entrò e, colpito dalla purezza della giovane e dal suo desiderio di diventare cristiana, la istruì nella fede, battezzandola nella Pasqua del 1676. Essa visse una vita di penitenza e di preghiera ma la sua vita in famiglia, diventata sempre più ostile, divenne intollerabile e irta di difficoltà. Sentendo parlare di una nuova comunità cristiana fondata sulle rive del fiume San Lorenzo, ella lasciò la casa natale e si rifugiò là dove potè consacrarsi ad una vita di preghiera e passare ore ed ore davanti al SS. Sacramento, lavorando senza risparmiarsi per la sua nuova tribù, aiutando in ogni modo lo svolgimento della vita in comune. Desiderando consacrarsi ancor di più a Dio e negandosi al matrimonio, ma volendo esser "schiava di Cristo", una notte si bruciò le piante dei piedi con un tizzone ardente; questo era un segno di schiavitù presso gli Irochesi. Poi si trascinò dolorosamente verso la cappella. Continuò così a mortificare il suo corpo, prima per reprimere i suoi personali istinti, dopo per accomunarsi alla Passione del Signore e cercava tutte le occasioni possibili per umiliarsi. Questo suo modo d'agire stupiva tutti, poi lo stupore diventò gelosia e si fecero su di lei chiacchiere poco piacevoli, calunniandola e anche i missionari che pure apprezzavano il suo comportamento, prestarono in un primo tempo fede a queste dicerie e ne furono addolorati. Caterina ricacciò in fondo al cuore anche il suo orgoglio fiero e tacque. Questo suo modo d'agire venne ben presto interpretato positivamente e tutti capirono che le chiacchiere non avevano alcun fondamento. Questo fatto increscioso, tuttavia, minò tutte le difese della giovane, già stremata dalla vita di penitenze che si infliggeva e dalle privazioni. Caterina s'indebolì e morì lentamete. Era il Mercoledì Santo del 1680, quando emise l'ultimo respiro e finalmente in pace, mostrò nella morte, un viso luminoso e finalmente felice.

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BEATA CRESCENZIA DI KAUFBEUREN

Crescenzia nacque il 20-10-1682 a Kaufbeuren, in Baviera, ultima di otto figli; essendo molto precoce, a soli cinque anni venne cresimata e a sei si consacrò totalmente al Signore, mentre a sette fece la Prima Comunione. Vedeva spesso ed ascoltava il suo Angelo Custode che la consigliava sul come comportarsi e che le rivelò che un giorno si sarebbe fatta suora e sarebbe entrata nel piccolo monastero di suore francescane del suo paese. Ella pensava che tutto ciò non sarebbe mai accaduto, ma un giorno, inginocchiata davanti al Crocifisso del convento dove si recava spesso, sentì una voce che le prometteva che quella sarebbe stata la sua casa.

Ammessa, dunque, nel Convento nel 1703, diede subito prova di straordinario fervore, di pazienza e di umiltà, specie nei confronti della Madre superiora che l'aveva accettata a forza e che la sottoponeva ai lavori pù faticosi ed umilianti; ben presto anche il demonio cominciò a tentarla, procurandole anche danni fisici, ma questo non faceva che farla considerare una malata di mente o addirittura una strega, tanto che la perfida superiora la fece rinchiudere in una oscura prigione. Il suo atteggiamento mansueto e la sua grande disponibilità a tutti i lavori venivano ritenuti segno di ipocrisia ed anche il Padre Provinciale ed il suo confessore, per via delle visioni e degli altri fenomeni, la trattavano con estrema severità. Essa, comunque, emise i voti nel 1704 e prese il nome di Suor Maria Crescenzia. Durante la cerimonia cadde in estasi e vide il Signore che le metteva al dito un anello e diceva che stava prendendola in sposa. Avrebbe dovuto soffrire molto, ma Egli avrebbe sempre alleviato le sue pene e anche la Madonna l'avrebbe presa sotto la sua protezione. Difatti, spesso Ella le appariva con Gesù Bambino, confortandola e sostenendola nelle numerose pene che sopravvenivano.

Infatti, spesso era tormentata da scrupoli, da una "notte spirituale", da dubbi sulla sua salvezza eterna e un giorno la Madonna, apparendole, le disse che se avesse compiuto un pellegrinaggio nel suo santuario di Lechfeld, si sarebbe purificata e non avrebbe avuto più alcun dubbio. La Madre superiora, però, glielo impedì ma, finalmente, il suo atteggiamento per niente consono, venne rilevato ed essa fu sostituita da Madre Giovanna Altweger, che diresse il convento per 34 anni, facendo rifiorire il monastero; ella diede il suo assenso per il pellegrinaggio di suor Crescenzia, che lì fece la comunione ed ebbe di nuovo la visione della Madonna che le promise la liberazione da ogni sua pena, fisica e spirituale. Ella ritornò sollevata al monastero, pensando solo a fare il suo umile lavoro in cucina o in infermeria, accettando senza riserve ogni croce e persecuzione, senza mai perdere la speranza nell'aiuto di Dio. Dormiva solo poche ore per notte mentre le altre le dedicava alla preghiera per le anime del purgatorio che spesso le apparivano per chiederle di salvarle. Umile, rassegnata, zelante, la sua vita si svolgeva in santità ed ogni compito veniva da lei svolto con estrema cura; così quello di portinaia che fece per 16 anni, accogliendo i poveri, consolandoli, soccorrendoli, a costo di privarsi di cibo e di vestiti. Venne infatti definita "la madre dei poveri".

Nel 1716 il P. Provinciale dei Francescani, ancora dubbioso, decise di sottoporre suor Crescenzia ad una prova: se la suora gli avesse portato un lume senza che lui l'avvesse richiesto, quella sarebbe stata la conferma della santità di quell'anima. Crescenzia gli si presentò, di lì a poco, con una candela in mano. Anche P. Ignazio Wagener, che si occupò della sua direzione spirituale rimase incantato dalla sua santità e quando morì le apparve sotto forma di bianco fantasma. La beata pregò per lui per vari giorni, finchè lo vide salire al cielo.

Le era quasi impossibile stare senza Gesù e quando poteva si recava davanti al Tabernacolo e rinnovava con Lui la penosa Via Crucis che l'aveva portato al Calvario. Avrebbe voluto comunicarsi tutti i giorni, ma non era sempre possibile a quei tempi e alle volte un Angelo le portava l'Eucarestia, prodigio che continuò per due anni. Crescenzia, credendosi indegna di tale favore, chiese a Gesù di farle vivere la vita comune ma per il gran dolore di essere distaccata da Lui, si ammalò, tanto che ebbe poi di nuovo il permesso di comunicarsi tutti i giorni.

Dopo quasi vent'anni, tutti compresero la grandezza spirituale di suor Crescenzia e la nominarono maestra delle novizie, incarico che essa eseguì con grande senso di responsabilità, esigendo l'osservanza della regola e insegnando che anche il compimento di piccole azioni, tese a sconfiggere egoismo ed amor proprio, erano gradite a Dio, sollecitando le consorelle a pregare per le necessità della Chiesa, per la conversione dei peccatori e per le anime del Purgatorio. Spesso, in queste occasioni, entrava in estasi e subito dopo si avvicinava all'una o all'altra novizia e le diceva all'orecchio ciò che nessuno sapeva. Ad alcune persone essa predisse una morte precoce o altri avvenimenti che dovevano accadere.

Più tardi Suor Crescenzia fu nominata superiora ed anche quest'incombenza venne da lei svolta nel migliore dei modi, soprattutto con saggezza ed acume per quanto riguardava le vocazioni delle postulanti e con allegrezza incitava le sue sorelle a non preoccuparsi del domani ma ad affidarsi alla Provvidenza. Dio più volte premiò la fede di questa sua figlia con svariati miracoli. Ammalatasi, per esempio, di idropisia, all'inizio del suo governo, fu consolata e guarita all'istante da Sant'Antonio di Padova.

Ogni giorno la Beata faceva la Via Crucis, esortando le monache a meditare spesso la Passione del Signore e a tenere sempre presente la Sua croce. Madre Crescenzia non ebbe le stimmate, ma, per molti anni, partecipò ogni venerdì ai dolori del Figlio di Dio. Nella quaresima del 1744 la Beata sia ammalò di una strana malattia che come un fuoco la bruciava internamente, tormentandola con una sete inestinguibile, poi sopravvenne un gonfiore sulla spalla e sulla guancia sinistra e quindi le si aprì una piaga fino al dorso. Sin dall'inizio ella sapeva che tale stato l'avrebbe portata alla morte, ma non subito; tra grandi patimenti accettava la volontà di Dio, chiedendo altre pene ma anche sopportazione e a chi tentava di consolarla per i dolori che la straziavano diceva: "La mia gioia, la mia vita, la mia forza si trovano nell'afflizione e nell'amore. Se potessi vedermi inchiodata in croce con il mio Signore, tutti i miei voti sarebbero esauditi: questo sarebbe il mio paradiso in terra".

Durante la Settimana Santa, guidata a Gerusalemme dal suo Angelo Custode, ella assistette in estasi allo svolgersi della Passione di Cristo e poi morì, come aveva predetto, a mezzanotte del 6 aprile 1744, assistita dall'Arcangelo Raffaele. Il suo corpo, che non si irrigidì nella morte e che esalava già da tempo un profumo soave che continuò a spandere intorno a sé, venne sepolto nella cappella del monastero. Venne beatificata da Papa Leone XIII il 27-7-1900.

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SAN DOMENICO SAVIO

Domenico nacque il 2 Aprile 1842 in un'onesta famiglia che si stabilì, di lì a poco, a Murialdo, nei pressi di Castelnuovo d'Asti. Divenne presto un modello di virtù: sin da piccolo dimostrò umiltà, pietà e candore, amore per il lavoro, intelligenza; era un bambino buono e servizievole, mite di carattere, sempre di buon umore, aveva però una salute fragile, gli piaceva molto pregare e quando trovava la porta della chiesa sbarrata, si metteva in ginocchio pregando, attendendo che l'aprissero. A 5 anni già serviva Messa ma aveva il cruccio di essere un pò troppo piccolo per spostare il grosso Messale da una parte all'altra dell'altare; a 7 conosceva già tutto il Catechismo ed il suo desiderio più grande era fare la Prima Comunione, ma a quell'epoca bisognava avere 11 anni. Il Parroco, che ben lo conosceva, non osava però prendere questa decisione poi, consultandosi con altri parroci, gli diede il permesso: Domenico fece quindi la sua Prima Comunione nel giorno di Pasqua del 1849. Aveva un quadernetto in cui annotava i suoi propositi spirituali, a cui si attenne per tutta la sua breve vita.

Era molto intelligente e portato agli studi e per frequentare la scuola, che distava alcuni chilometri da casa sua, doveva fare molti km; la gran fatica gli minò la salute tanto che dovette abbandonare gli studi e con la famiglia si traferì poi a Mondonio. Il suo nuovo parrocco Don Cugliero, voleva aiutarlo e così si ricordò di Don Bosco che a Torino dirigeva una scuola. Egli conobbe Domenico e ne fu subito colpito, decise quindi di farlo entrare nell'Oratorio di s. Francesco di Sales (29/10/1854).

Domenico si comportava in maniera esemplare, avendo deciso di "farsi santo", era assetato di penitenze, voleva digiunare nonostante l'età e la sua malferma salute, voleva a tutti i costi poter offrire alla Madonna qualche piccola privazione. Ma Don Bosco gli disse che l'obbedienza e l'accettazione paziente delle contrarietà erano già abbastanza. Molto devoto a Maria SS.ma si preparò con gran gioia alla proclamazione del Dogma dell'Immacolata Concezione.
Voleva "salvare le anime dei suoi fratelli, per assicurare la salvezza della propria", cercava quindi ogni occasione per dare consigli o impedire cattive azioni e bestemmie. Fondò una piccola società che si proponeva di convertire gli alunni cattivi e vi si dedicò con ardore, cercando di convincerli alla confessione e al cambiamento del cuore e, inoltre, l'8/6/1856, fondò con alcuni amici la Compagnia dell'Immacolata Concezione con regole approvate dai superiori. Il suo amore per Gesù Crocifisso gli permise la comunione quotidiana.

Aveva spesso visioni che egli chiamava "distrazioni" in cui gli sembrava di vedere il cielo aperto su di sè e spesso riuscì ad aiutare delle persone morenti a ricevere gli ultimi sacramenti.

Nel settembre del 1856 sua madre si ammalò ma non volle avvertire Domenico per non spaventarlo, tuttavia egli già sapeva tutto e disse che la Madonna l'avrebbe guarita; si recò quindi da lei, le mise al collo lo Scapolare della Madonna ed ella si riprese subito. La sua, invece, di salute, si deteriorò e fu colpito da tubercolosi polmonare, per cui fu necessario farlo tornare a casa.
Sapendo che non sarebbe mai più tornato, salutò ad uno ad uno i suoi compagni, lasciando in loro un ricordo indelebile. A casa andò sempre più deperendo e chiese l'Estrema Unzione, benchè nessuno credesse che fosse giunto il momento, recitò le Litanie della Buona Morte, chiuse gli occhi e li riaprì gridando: "O come è bello ciò che vedo!". E con un sorriso sulle labbra, spirò.

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I BAMBINI DE LA SALETTE

Massimino (11 anni) e Melania (15) benchè abitassero nello stesso villaggio non si conoscevano: il primo era un bambino grossolano, frequentava scuola e catechismo saltuariamente e non teneva a mente nemmeno le preghiere più semplici e pensava solo a giocare; eppure aveva un animo dolce e generoso ed era intelligente. Melania era anch'essa povera e tutt'altro che pia, non andava nè a scuola nè a catechismo, era timida e paurosa, pigra e disubbidiente, chiusa ed ostinata. Tuttavia era ingenua e senza malizia.

Melania si trovava a La Salette e anche Massimino andò là per lavorare come pastore; così i due ragazzi si conobbero e pascolarono insieme per un pò. Dopo aver mangiato si riposarono poi videro una gran luce all'interno della quale scorsero una Signora, seduta, che piangeva tenendosi la testa fra le mani. Indossava un abito bianco con uno scialle bordato d'oro. Essi si spaventarono sentendola parlare e dire: "Se il mio popolo non vorrà ubbidire dovrò lasciare libero il braccio di mio Figlio che non riesco più a trattenere. Da tempo soffro per voi e prego ma voi non pregate, non rispettate le domeniche, bestemmiate..." I bambini non capivano una parola perchè la Signora parlava francese ed essi solo il dialetto; essa quindi ripetè il discorso in dialetto affinchè essi comprendessero. Ella fece un lungo discorso in cui parlava del raccolto che l'anno prima era andato a male e di quello nuovo che stava per essere seminato, che anche questo sarebbe andato a male se gli uomini non si fossero decisi a seguire i suoi consigli. Disse che ci sarebbe stata una grande carestia preceduta dalla morte di molti bambini...

A un certo punto la Signora venne udita solo da Massimino, poi solo da Melania: ambedue avevano ricevuto un segreto. "Se gli uomini si fossero convertiti la messe sarebbe stata molta". Chiese poi ai due fanciulli se pregassero ma al loro diniego essa li incitò a farlo e a frequentare la Messa e disse di rendere note a tutti le sue parole. I suoi piedi sfioravano appena l'erba e i bimbi la seguirono per un pò nel suo lieve ondeggiare poi, dopo averli guardati a lungo, la bella Signora svanì nel sole.

Melania credeva d'essersi trovata davanti ad una grande santa, Massimino avrebbe desiderato andare con lei... I due fanciulli non si rendevano assolutamente conto di quello che era accaduto ma il loro messaggio si diffuse comunque in tutto il villaggio e poi tra i pellegrini che subito arrivarono, alle autorità civili e religiose da cui vennero perseguitati in ogni modo. Ma essi rimasero fermi nelle loro dichiarazioni e nel corso di 4 lunghi anni di interrogatori, confermarono sempre il loro racconto. Le loro risposte erano superiori sia alla loro condizione che alla loro età.
Intanto le suore di Corps si erano incaricate della loro educazione, un'impresa lunga e difficile che però i bambini cercavano con sforzo di affrontare. Benchè spesso bisticciassero fra loro, Melania divenne pia e Massimino aperto e simpatico ma non riusciva mai a stare fermo, ma quando si trattava di parlare della Signora allora assumeva un atteggiamento calmo e pensoso.
Nessuno dei due è diventato santo. Melania entrò e poi uscì dal convento, lui invece venne raggirato da cattive compagnie. Diventarono buoni cristiani e nulla più e l'apparizione fu un dono umanamente inspiegabile.

Essa provocò nella Regione, ostile alla Chiesa, un risveglio religioso e molte furono le conversioni. Le predizioni della Vergine si avverarono: vi fu una malattia che colpì le patate, in Francia e al'estero, una nuova malattia della vite, poi quella del noce; nel 1855 in Francia morirono più di 100.000 persone per la carestia e per un'epidemia di colera altre 100.000, specie bambini. Poi venne la guerra del 1870, quella del '14, quella successiva del '39.

"Il braccio di mio figlio è così pesante che non riesco più a trattenerlo...".


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SANTA BERNADETTE SOUBIROUS

 

Il 7 gennaio 1844, a Lourdes, in una povera famiglia profondamente cristiana, nasce Bernadette, primogenita di nove figli. Fin da piccola soffrirà di asma e, proprio a causa della salute non buona, frequenterà saltuariamente la scuola, dovendosi anche occupare della piccola casa e dei fratelli e sorelle. A 14 anni frequentava ancora la classe delle bambine di 7 anni, non avendo una gran memoria e parlando solo il dialetto. Tuttavia era docile, obbediente e serena.
L'11 febbraio del 1858, segnerà per sempre la sua vita: Bernadette con alcune compagne si era recata a raccogliere della legna secca nella grotta di Massabielle, quando improvvisamente le apparirà, in una anfratto della roccia, una Signora bellissima e giovane, dal viso soave, vestita di bianco con una fascia azzurra attorno alla vita e un velo sulla testa. Nonostante la paura, la fanciulla, che sembra l'unica a vederla, si sente l'animo invaso da una gioia indescrivibile ed inizia a recitarecon Lei il Rosario. L'apparizione svanisce quasi subito e la giovane, che era rapita in estasi, si riscosse e ritornò dalle compagne che le fecero molte domande e riuscirono a strapparle di bocca quell'esperienza meravigliosa a cui però non credettero. La "Bella Signora" che le aveva riempito il cuore di felicità, forse era stato solo un sogno.
Apprendendo il fatto, la mamma le vietò di tornare laggiù, ma intanto la notizia si era diffusa nel paese; alcuni ritenevano Bernadette una bugiarda che voleva rendersi interessante, tuttavia, la domenica 14 un piccolo seguito di persone la accompagnò alla grotta, dove si recò dopo aver ottenuto il permesso materno. L'apparizione ritornò e così pure il 18 febbraio quando, finalmente, la Signora parlerà alla giovane, chedendole di ritornare per quindici giorni consecutivi, aggiungendo: «Non ti prometto la felicità in questo mondo, ma nell'altro». Fedele alla sua promessa, tutte le mattine ella si recherà in quel luogo dove, il 21 successivo, riceverà questo messaggio:«Prega Dio per i peccatori» e poi : "Va a dire ai sacerdoti che qui deve esser costruita una cappella"; il 24, poi, la Signora pronuncerà ripetutamente le parole: «Penitenza! Penitenza! Penitenza!».

Intanto le autorità civili e religiose si preoccupavano e sottoposero Bernadette a lunghi interrogatori, mentre il Parroco, non convinto della veridicità delle apparizioni, si teneva in disparte e alla richiesta della ragazza di erigere una cappella, chiese alla Signora un miracolo, cosa questa che avverrà solo successivamente.

Il 25 Bernadette, scortata dai soldati, arrivò sino alla grotta per pregare, poi si alzò dirigendosi verso il fiume, tornò alla grotta, avanzando in ginocchio fino al centro, dove la Signora l'aveva preceduta. Sembrava una piccola demente mentre poi con le unghie scavava la terra lì intorno, dove una piccola pozza d'acqua si era aperta la strada fino alla sua mano. Essa bevve di quell'acqua, si lavò il viso e mangiò, sia pur riluttante, qualche stelo d'erba. Molti la ritennero impazzita, ma poco dopo alcuni passanti si accorsero che un filo d'acqua sgorgava dalla cavità, diventando poi un ruscello, una sorgente che dovette ben presto essere incanalata e che ancor oggi produce una grande quantità d'acqua che è diventata fonte d'inesauribili grazie e guarigioni.
Il 25 marzo, giorno dell'Annunciazione, la Signora finalmente si rivela: «Sono l'Immacolata Concezione». Bernadette corre a ripetere questa frase che non capisce al Parroco che, svonvolto, crederà alle apparizioni, esclamando: «È la Santa Vergine!». Pochi anni prima, Papa Pio IX aveva proclamato il Dogma della completa assenza di peccato in Maria Vergine. Intanto, tra le alterne vicende di Bernadette, che era soffocata dalle domande dei curiosi, pressata dall'opinione pubblica e sorvegliata dalle autorità che tentavano di porre fine agli affollamenti della gente che chiedeva miracoli, in giugno il luogo delle apparizioni venne delimitato da uno steccato ma la folla continuò a condurre là gli ammalati.
L'ultima apparizione della Vergine ebbe luogo il 16 luglio, festa della Madonna del Carmine: «Non l'ho mai vista tanto bella», dirà Bernadette, rattristata dall'annuncio che non avrebbe più rivisto la bella Signora.

Successivamente a questi fatti, anche il Vescovo di Tarbes pronuncerà solennemente: «Noi riteniamo che Maria Immacolata, Madre di Dio, è veramente apparsa a Bernadette Soubirous, l'11 febbraio 1858 ed i giorni seguenti, per diciotto volte».

I visitatori si facevano sempre più numerosi e cercavano di vedere la fanciulla. Temendo per la sua salute, il parroco e il sindaco la fecero entrare in un pensionato di suore nel 1860; là ella ritrovò un pò di calma anche se la gente continuava a cercarla. Non diede mai il più piccolo segno di vanità a proposito dei favori straordinari che aveva ricevuto e si dimostrò umile ed obbediente come sempre. Si racconta che una volta, la superiora dell'Ospizio, cadendo malamente aveva avuto una forte distorsione al piede e le erano stati prescritti 40 giorni di riposo. Fece chiamare Bernadette e le disse: "Figlia mia, io non ho tempo per restare a letto. va dunque a chiedere alla Madonna che mi faccia subito guarire". "Va bene Madre" disse Bernadette e il giorno dopo la superiora era già in piedi.
Sei anni più tardi, dopo aver esitato a lungo su tale scelta, ritenendosi indegna, nè abile nè intelligente,la veggente di Lourdes, a 22 anni, verrà ammessa - con il nome di suor Maria Bernarda - al convento di S. Gilardo dalle Suore della Carità e dell'Istruzione cristiana di Nevers: «Sono venuta qui per nascondermi», diceva. Nascondersi pe pregare, per soffrire, per sè e per i peccatori...

Gli inizi della sua nuova vita furono penosi soffriva di nostalgia dei suoi e per l'assenza della Signora, per le umiliazioni morali inflittele dalla Madre Superiora, che non la comprendeva e la trattava con freddezza, non constatando niente di straordinario in quella “veggente. Inoltre, sarà tormentata da vari malanni fisici ma la sua sarà una vita di umiltà e di preghiera, segnata da grande coraggio e da una forza d'animo fuori del comune; volenterosamente e sempre sorridendo, compirà ciò che le verrà chiesto.Oltre alle continue crisi d'asma, durante l'inverno del 1877 le si formò un ascesso tumorale al ginocchio destro, il dolore era atroce e Bernadetta troverà forza solo in Gesù e, per amore suo, arriverà al punto di “amare” la sofferenza: «Sono più felice con il mio Cristo, sul mio letto, che una regina sul trono» scrive ad una suora che le aveva mandato un'immagine di Gesù Crocifisso. Negli istanti di tregua, si renderà utile alla comunità, ricamando, disegnando, dipengendo, ecc. Ben presto, si allettò e, essendo ormai in fin di vita, chiese insistentemente di pronunciare i voti. Dopo la cerimonia, officiata dal Vescovo, Monsignor Forcade, la salute di Bernadette si ristabilirà in maniera inattesa ed ella vivrà ancora altri 12 anni.
Nel 1879, verso la fine di marzo si aggraverà e il 16 aprile spirerà recitando l'Ave Maria. Umile e fiduciosa fino alla fine, Suor Maria Bernarda dirà per due volte: «Santa Maria, Madre di Dio! Prega perme... povera peccatrice... povera peccatrice». Spirerà quasi subito dopo, stringendo al cuore il Crocifisso.

Bernadette Soubirous è stata canonizzata da Papa Pio XI, l'8 dicembre 1933.

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SANTA GERMANA CASTANG

Germana nacque a Najals, in Dordogna nel 1878 da una famiglia di ben 12 figli, profondamente cristiana, molto generosa verso i più poveri. Aveva un carattere forte e volitivo e spesso ne combinava di tutti i colori. A 4 anni cadde in un sonno che durò parecchi giorni, dopodichè le si paralizzò la gamba sinistra che si deformò, mentre il piede diventava enorme e successivamente le si formò una piaga inguaribile; a nulla valsero le cure del dottore e la bambina restò inferma ma, nonostante tutto non perse mai il suo carattere battagliero e litigava spesso coi fratelli. Tuttavia, piano piano riuscì a mitigare le asprezze del suo essere, pensando al Paradiso e alle innumerevoli sofferenze patite dai santi; era sempre di buon umore e aveva una pazienza straordinaria. Il Tabernacolo con l'Eucarestia l'attirava oltremodo e quando la mamma e la sorella si comunicavano, lei stava loro intorno per tutta la giornata, sognando di diventare suora e di fare subito la Prima Comunione. Intanto la situazione finanziaria della famiglia diventò disastrosa e presto si ridussero alla carità e dovettero ritirarsi su un pezzetto di terra, ancora di loro proprietà, a 4 km da Najals, chiamato ancor oggi "il prato Castang"; là vi era una casupola piccolissima per quel gran numero di persone, calda d'estate e fredda d'inverno. Il male di Germana intanto peggiorava e ogni passo era per lei dolorosissimo e la piaga si allargava sempre più ma, ciononostante, la volontà era grande ed essa si mise a girare con una carriola chiedendo la carità, per aiutare la sua famiglia. Di suo non aveva che la vita e la immolò, offrendosi in sacrificio per salvare i suoi cari; di lì a poco il padre trovò un lavoro a Bordeaux e la piccola non dubitò che la sua offerta fosse stata gradita al Signore. Nel 1890 ebbero di nuovo una casa a cui Germana e la mamma accudivano ma non c'era denaro per curare la sua gamba. All'inizio dell'anno successivo, un cane rabbioso la morsicò e fu ricoverata in ospedale dove i medici le promisero la guarigione completa. L'operazione riuscì felicemente ma poco dopo, mentre era ancora là, venne ricoverato il fratellino di 1 anno con la polmonite tubercolare che poco dopo morì e successivamente il morbillo si portò via altri 2 fratellini. Germana era stata per loro una piccola mamma e un giorno parlando con un altro ammalato disse: "Oh, guarda, i miei fratellini sopra il tuo letto, come sono graziosi". Ella trovava naturale che essi le fossero apparsi per consolarla. Il fratello più grande era malato di tisi e i genitori si preoccupavano per lei e la fecero entrare come pensionante al "Rifugio di Nazareth" che accoglieva le bambine povere, lavoratrici e carcerate, dove avrebbe potuto apprendere un lavoro; una compagna le insegnava quel che doveva fare ma spesso la maltrattava, ma ella tutto accettava e quando entrava nella cappella tutto il resto le diventava indifferente. La sua carità divenne proverbiale e tutti la chiamavano "la buona Germana". Per premio ottenne in chiesa un posto da cui poteva vedere direttamente il tabernacolo e venne poi fissato il giorno per la sua Prima Comunione. Per tutta quella giornata rimase assorta e raggiante e da quel momento la sua vita fu un'attesa della comunione festiva. Sognava la vita delle Clarisse ma nel 1892 la mamma morì ed ella dovette ritornare a casa ad occuparsi del padre e del fratello malato che di lì a poco morì anche lui. Fu così che la giovane condusse alla casa di Nazareth le due sorelline più piccole. Intanto una piaga purulenta le si era aperta presso la caviglia; dovette mettersi a letto e per la prima volta pregò per la sua salute e fece un pellegrinaggio a Lourdes. La gamba però non guarì.

Nel 1893 ripresentò la domanda per essere ammessa tra le Clarisse, ma di nuovo venne rifiutata e nel frattempo rimase sola poichè le due sorelline vennero trasferite in altro luogo. Conservava però sempre un volto sereno e si affidava al suo Angelo Custode che le rendeva molti servizi e una volta, alla festa dell'Immacolata, cadde in estasi e finì per confessare di aver visto la santa Vergine che le apparve anche successivamente, per dirle che sarebbe stata accettata tra le religiose ma che vi sarebbe rimasta per poco tempo.
Ella attese tranquilla che tutto ciò si avverasse e alfine il 12 giugno, festa del S. Cuore, venne ammessa nel convento. Nonostante la durezza della Regola claustrale, il primo giorno fu per Suor Celina, questo era il suo nuovo nome, una festa. Mentre attendeva di pronunciare i voti, che le vennero amministrati in extremis, la giovane cercava le mortificazioni e praticava la penitenza dello spirito, ma ben presto ella avvertì un malore, inizio di un male implacabile che non le diede respiro e si preparò a lasciare la vita e il convento che amava tanto, ma con calma e rassegnazione si adattò all'idea. Durante questo periodo si evidenziarono molti fatti prodigiosi e veniva spesso turbata da rumori spaventosi provocati dal demonio che la tormentava e quel fracasso durò fino alla sua morte e terribili angosce (oltre a quelle fisiche) turbavano il suo spirito: era ossessionata dal peccato, pensava al suo destino eterno, era desolata di dover abbandonare le suore.

Resterà tra la vita e la morte per molto tempo tra profumi misteriori ed intensi che si diffondevano per tutto il monastero mentre si levavano musiche celestiali. Dal 17 al 30 maggio suor Celina fu in una agonia simile all'estasi che durava diverse ore e avvicinandosi al suo letto le suore e il capellano provavano strane impressoni di forza e di dolcezza. Gli ultimi giorni furono terribili, non poteva nè inghiottire nè masticare mentre il demonio continuava a tentarla e le appariva di continuo, finchè un mattino spirò, illuminata dall' immensa gioia di aver visto la Vergine.. Innumerevoli furono le grazie ricevute per intercessione della piccola santa, con manifestazioni di profumi misterosi.

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VENERABILE ANNA DE GUIGNE'

Anna era la maggiore di 4 fratellini, rimasti orfani del padre, morto nella guerra appena iniziata nel 1915. Aveva un forte carattere terribilmente geloso, diceva bugie, faceva capricci, era difficile, ma anche intelligente, vivace ed orgogliosa. La morte del papà e il dolore della mamma la cambiarono: si propose di consolare sua madre con la dolcezza e con la volontà, offrendo sacrifici per la vittoria della Francia. Aveva una gran fede e iniziò a lottare contro i suoi difetti, mortificandosi in ogni modo.

Cominciò a frequentare la scuola di catechismo a 4 anni e mezzo e, giunto il momento della Prima Comunione, che le sarebbe stata amministrata in anticipo sui tempi grazie alla sua precocità, venne esaminata dal superiore dei Gesuiti che nonostante la giovane età e le diffcili domande che le pose, ritenne che essa era in grado di comprendere e di volere. anna, infatti, teneva un quadernetto su cui annotava tutto quello che aveva compreso delle omelie che si tenevano in chiesa. Il 2 marzo del 1917 Anna fece la sua Prima Comunione e si immerse nel raccoglimento, dicendo che Gesù parlava al suo cuore. Gli sforzi per essere buona e per cercare di dominarsi le costavano molto ma lei offriva tutto a Gesù. Amava il suo Angelo Custode e consigliava ai suoi fratellini ed amichetti di invocarlo spesso per essere sempre più bravi. Venerava molto anche la Madonna dei 7 dolori e le offriva di condividere il suo dolore perchè "Gesù non era molto amato".

Si dava da fare per tutti: per i fratelli, per la mamma, per il nonno, per un prozio, faceva la carità con ardore, pregava con impegno per tutti i peccatori e per piccoli che fossero i suoi doveri, li compiva alla perfezione per amore di Dio.

Il 19/12/1921, Nannetta, così la chiamavano, ebbe forti dolori di testa e di schiena ma continuò a darsi da fare; l'encefalite che l'aveva colpita fece il suo corso, procurandole dolori intensi che essa tuttavia minimizzava, cercando sempre di accettare la volontà del Signore. Il 28 dicembre si confessò e si comunicò con gran fervore e il 30 ricevette l'Unzione degli Infermi e mentre era alla fine, chiese alla mamma di poter seguire il suo Angelo Custode che le era appena apparso.

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I BAMBINI DI FATIMA

In un villaggio vicino a Fatima, in Portogallo, vivevano due famiglie devote e lavoratrici, imparentate fra loro, i Marto con 9 bambini e i Dos Santos con 5 figli. Non tutti i bambini andavano a scuola e le mamme insegnavano loro le preghiere e di sera leggevano le vite dei santi o il Vangelo. Lucia de Jesus, l'ultima figlia dei Dos Santos era stata per questo ammessa al Catechismo prima dei 7 anni; era intelligente, seria e aveva una buona memoria. I suoi cugini Francesco, un bel bambino silenzioso, pio e caritatevole e Giacinta, la più piccola, era molto vivace ma pia ed affascinata da Gesù Eucarestia, le volevano molto bene. Essi invidiavano Lucia che aveva fatto la Comunione prima dell'età prescritta e chiesero il permesso di frequentare il catechismo. Quando Lucia compì 10 anni, le fu dato l'incarico di condurre al pascolo le pecore e i due cuginetti la sera ne aspettavano il ritorno, ma poi si unirono a lei e passarono insieme le giornate giocando, pregando e guardando le pecore.

Il 13 maggio 1917, dopo la Messa, essi si diressero verso la Cova de Iria e mentre giocavano, un lampo accecante illuminò il cielo; radunarono il gregge pensando che sarebbe piovuto ma si fermarono ad un nuovo lampo, poi videro una Signora che facevano cenno di avvicinarsi: aveva i piedi poggiati su una nuvoletta, una tunica e un velo ornato d'oro. Le bimbe la videro subito mentre Francesco solo dopo aver pregato, però non intese mai quello che Lei diceva. Giacinta sentiva tutto, ma solo Lucia parlava con Lei.

La Signora chiese ai fanciulli di ritornare in quel luogo il 13 di ogni mese per sei volte; in ottobre, poi, avrebbe dato un segno, avrebbe detto chi era e che cosa volesse. La visione raccomandò loro di recitare il Rosario ogni giorno e chiese se volessero soffrire un pò per la conversione dei peccatori e fare qualche sacrificio per salvare le anime; molte si perdevano perchè nessuno pregava per loro. La fanciulla accolse con slancio l'invito e di lì a poco la Signora si allontanò, lasciando i bambini senza parole; Lucia consigliò di non rivelare a nessuno ciò che avevano visto, ma Giacinta non riuscì a mantenere il segreto e raccontò ogni cosa, poi anche gli altri ammisero di aver avuto un'apparizione. La notizia si sparse nel paese contrariando la mamma di Lucia che però, dopo aver parlato col parroco, acconsentì che la figlia andasse, il mese successivo, alla Cova di Iria, dove si raccolse una gran folla e dove, dopo il primo Rosario, la Signora arrivò, tornando a sollecitare la recita giornaliera delle preghiere, chiedendo ai bambini d'imparare a leggere e promettendo di ritornare il mese seguente.

Lucia chiese la guarigione di un malato che si era rivolto a lei ma la Madonna disse: " Ditegli che si converta e guarirà entro quest'anno". Lucia supplicò di portarli con sè in cielo e la Signora le assicurò che vi sarebbero andati, prima i due più piccoli, mentre Lucia avrebbe dovuto restare sulla terra più a lungo, per far conoscere ed amare Gesù che voleva stabilire nel mondo la devozione al Cuore Immacolato di Maria. La giovinetta si rammaricò di dover restare da sola ma la Signora assicurò che il suo Cuore sarebbe stato il suo rifugio, aprì poi le braccia inondando i fanciulli di luce ed essi videro nella sua mano destra un cuore circondato di spine. Gli astanti non avevano ovviamente visto nulla ma avevano notato che, benchè la giornata fosse calda e serena, il sole si era indebolito, avevano sentito un forte colpo e visto una nuvoletta che poi si era dissolta.

I genitori dei ragazzi, poichè tutto il paese parlava di loro, pretendevano una ritrattazione e Lucia venne picchiata più volte dalla madre finchè il parroco non intervenne e fece chiamare le due famiglie. Lucia quasi quasi avrebbe voluto arrrendersi e ritrattare, ma Giacinta la convinse che quella sì, allora, sarebbe stata una bugia. Il 13 successivo, benchè non volesse andare all'appuntamento, Lucia si sentì attratta alla Cova dove si recò, accompagnata dai genitori e da una folla di 6000 persone; alle 12 precise la Signora apparve, chiedendo ciò che aveva detto in precedenza: recitare il Rosario per ottenere la fine della guerra. Lucia chiese un miracolo affinchè tutti credessero ed essa ne promise uno per l'ottobre successivo, quando avrebbe rivelato quello che voleva. Gli astanti videro il volto di Lucia rattristarsi, lanciare un grido di terrore, poi i bambini rimasero in silenzio: avevano visto l'Inferno, mentre la Signora aveva loro rivelato un segreto, invitandoli a diffondere il suo messaggio:
" ... Se si farà quello che chiedo molte anime si salveranno e ci sarà la pace. Ma se non si cesserà di offendere Dio, sotto il nuovo pontificato vi sarà un'altra guerra ben peggiore. Quando vedrete una gran luce misteriosa nella notte, saprete che quello è il segno di una nuova guerra, di carestie e persecuzioni contro la chiesa e il Santo Padre. Per impedire questo Il Signore chiede la consacrazione del mondo al mio Cuore Immacolato e la comunione riparatrice ogni primo sabato del mese. Se ciò avverrà la Russia si convertirà e si avrà la pace, altrimenti essa diffonderà i suoi errori nel mondo, portando ancora guerre e persecuzioni e il S. Padre dovrà molto soffrire, molte nazioni saranno annientate. Ma alla fine il mio Cuore Immacolato trionferà e il mondo potrà godere di un periodo di pace".
La gente notò una nube bianca che avvolgeva i bambini e una strana colorazione dorata dell'atmosfera.

Nel 1917, a quel momento, non era ancora avvenuta la Rivoluzione Russa che si sarebbe verificata in ottobre e quindi dei pastorelli ignoranti non avrebbero potuto inventare una storia del genere. Aspettando il 13 agosto, molta gente, anche sollecitata dalla stampa massonica che fece un gran chiasso su questa vicenda, si recò alla Cova, provocando problemi alle culture dei Dos Santos e causando problemi a Lucia che non era ancora creduta dalla madre. Le autorità ecclesiastiche non potevano ormai far finta di nulla e decisero quindi di convocare i bambini e i loro genitori per allontarli nel giorno previsto per l'apparizione e il Prefetto con una scusa li portò lontano, chiudendoli in prigione insieme a detenuti comuni, sorpresi di vedere quei tre bambinetti che subito si misero in ginocchio a pregare. I piccoli, sia pur minacciati e tra le lacrime, sostennero quanto già detto. Il giorno dell'apparizione i ragazzi non erano al solito posto ma c'era una gran folla che udì uno scoppio e vide l'aria diventare dorata, il sole attenuò i raggi e sulla sommità dell'albero si formò una nuvoletta. I bimbi si disperarono di non poter essere presenti ma poi, liberati, nel pomeriggio del 19 agosto mentre erano al pascolo, ecco apparire di nuovo la Signora. Essa disse che, a causa degli avvenimenti, il gran miracolo che si era ripromessa di compiere in ottobre sarebbe stato meno grandioso. Dopo aver chiesto di utilizzare il denaro raccolto dai fedeli per l'acquisto di unn carro per trasportare la statua della Madonna del Rosario in processione e per costruire una cappella, ribadì di pregare molto e di fare sacrifici per i peccatori. Lasciando la Cova, Lucia portò con sè un ramo dell'albero su cui si era poggiata la visione, che profumò miracolosamente tutto il villaggio.

Il 13 successivo vi era già una gran folla sul luogo delle apparizioni: tutti si inginocchiarono e alle 12 precise, preceduta da un globo di luce, ecco apparire la Madonna preceduta che promise ai bambini di tornare il mese successivo con San Giuseppe e il piccolo Gesù. Il 13 ottobre era un giorno piovoso eppure la folla si riversò a frotte all'appuntamento. Lucia comandò di chiudere gli ombrelli e subito ecco un lampo e per tre volte una nuvoletta circondò i bambini che erano ormai entrati in estasi. La Madonna, sottolineando le troppe offese nei confronti del Figlio, chiese che in quel luogo venisse eretta una chiesa in suo onore, poi aprì le mani che brillarono al sole comparso improvvisamente e ci fu un prodigio: il sole ballava in un cielo azzurro intenso, sembrava un disco d'argento che roteando nel cielo lanciava fasci di luce di tutti i colori. Poi si fermò e ricominciò di nuovo. Per la terza volta ci fu il prodigio e la luce sembrava sempre più sfavillante. La folla guardava costernata, tutti videro il fenomeno e ad un tratto sembrò che il sole precipitasse sulla folla che incominciò a fuggire,ma lentamente esso si rimise al suo posto. Tutti recitarono il Credo e ognuno si accorse che i suoi vestiti prima bagnati per la pioggia, si erano improvvisamente asciugati. Lucia raccontò di aver visto la Vergine dai 7 Dolori senza la spada conficcata nel petto, la Madonna del Carmine, la Sacra Famiglia e Nostro Signore benedire la folla, mentre gli altri due avevano visto solo Maria, San Giuseppe e il Bambino Gesù.

L'anno dopo, 1918, la spagnola colpì tutta la famiglia Marto e Francesco che, nonostante la febbre, continuò a recitare tranquillamente il Rosario, restò a letto per 5 mesi chiedendo con insistenza di poter fare la Prima Comunione, prima di morire. Così fu il 2 aprile e solo dopo due giorni se ne andò in cielo. Anche Giacinta verrà colpita dalla spagnola che le provocherà una pleurite; condotta in ospedale, ne uscirà due mesi dopo con una dolorosa fistola a un fianco e avendo rivista la Signora, questa le aveva predetto che sarebbe morta in solitudine, dopo molto penare, in un un altro ospedale, senza più rivedere i genitori. La fanciullina accettò tranquillamente la sua sorte. Nel febbraio del 1920, infatti, un medico di Lisbona giunto in pellegrinaggio a Fatima, assicurò che Giacinta avrebbe potuto guarire con un intervento chirurgico. L'operazione ebbe luogo ma la bimba, di lì a poco, dopo aver avuto altre apparizioni della Vergine, morì. Il suo piccolo corpo venne esposto perchè una folla sorprendente da ogni parte andava a recarle un saluto. Sorrideva come fosse ancora viva e da lei emanava un odore di fiori. 15 anni dopo la sua salma venne riportata a Fatima e quando la bara venne riaperta, il suo corpo era ancora intatto.

Qualche anno più tardi, Lucia entrò nell'Orfanotrofio delle suore di santa Dorotea, a Porto, dopo aver promesso al Vescovo di non parlare mai a nessuno di Fatima, promessa a cui terrà fede per 13 anni. A 18 anni chiese di essere ammessa nella Congregazione delle suore di Santa Dorotea, a 21 emise i primi voti e nel 34 i voti perpetui. In quest'occasione la consegna del silenzio fu tolta. Lei, intanto, di Fatima non sapeva più nulla, ma successivamente seppe del riconoscimento, da parte della chiesa, della autenticità dei fatti accadutivi; vi ritornò solo nel maggio del 1946. Entrò poi nel Carmelo, il giovedì santo del 1948 , a Coimbra, con il nome di suor Maria Lucia del Cuore Immacolato.

Fatima è divenuta meta di pellegrinaggi e dal maggio del 1926 al dicembre del 1937 si verificarono più di 800 guarigioni ritenute inspiegabili. Il Portogallo, dapprima anticlericale e massonico, divenne sempre più devoto a Maria e nel 1931 i Vescovi portoghesi consacrarono al Cuore Immacolato di Maria la loro Nazione, rinnovando la consacrazione nel 1938 e nel 1940. Grazie al Cuore Immacolato di Maria, il Portogallo fu miracolosamente preservato dal coinvolgimento nella guerra civile spagnola e venne risparmiato dalla Seconda Guerra Mondiale.

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I BAMBINI DI BEAURAING

A Beauraing, piccolo villaggio francese al confine con il Belgio, nel 1932 la popolazione era per metà cattolica e per metà protestante, per lo più tiepidamente devota. Le famiglie Voisin e Degeimbre, amiche fra loro, erano cattolici. I Voisin avevano 3 bambini : Ferdinanda, Gilberta e Alberto. La Degeimbre, vedova, aveva Andreina e Gilberta. I bambini erano sempre insieme e il 29 novembre di quell'anno, mentre andavano a prendere Gilberta Voisin alla scuola retta da suore, Alberto vide una luce su un ponte là vicino e ne restò abbagliato mentre le bambine, distratte, non davano retta ai suoi richiami. Il piccolo però insistette e anch'esse si girarono e videro una figura bianca sul lato di una piccola grotta. Gilberta, raggiuntili, vide anch'essa quella candida apparizione.

Nessuno però credette al racconto dei piccoli, ma poichè quella forma sospesa a mezzaria con le mani giunte si ripresentò al loro sguardo, il giorno dopo essi chiesero ai genitori di accompagnarli di nuovo in quel luogo. La visione ora non era più sospesa nell'aria ma sfiorava il terreno e i bimbi la videro in vari posti là attorno, potevano osservare il suo bel volto, l'aureola di raggi dorati intorno alla sua testa, le mani giunte e gli occhi rivolti al cielo. Essi caddero in ginocchio pregando. Il 2 dicembre, i bambini ritornarono là seguiti da altra persone e caddero in ginocchio di colpo, battendo fortemente sul terreno ma essi non se ne accorsero nemmeno. Il bimbo le chiese se essa fosse la santa Vergine ed ella annuì; le domandò cosa volesse ed essa li spronò ad essere buoni. Essi promisero e la loro voce risuonava ma quella della Vergine poteva essere udita solo da loro. Ella diede un nuovo appuntamento per l'8, sua festa e in quel giorno si raccolse sul posto una folla enorme. Non accadde nulla di particolare, tranne l'estasi dei bimbi che vennero esaminati da alcuni medici presenti. La Vergine ritornò altre volte e chiese che in quel luogo venisse costruito un santuario. Mentre apriva le braccia, i bimbi videro un cuore d'oro sul petto della Madonna. Il 3 gennaio ebbe luogo l'ultima sua apparizione. A Gilberta Degeimbre e ad Alberto la Vergine confidò un segreto e a Gilberta Voisin un altro, dicendo: "Io convertirò i peccatori". Ad Andreina disse: "Io sono la Madre di Dio, la Regina del cielo. Pregate sempre". Solo Fernanda non aveva visto nè udito nulla ma dopo la visione si scosse, come colpita e singhiozzò: "Sì, si". La Vergine le aveva chiesto se volesse bene a Lei e a suo Figlio e di fare sacrifici.

Le apparizioni di Beauraing sono state molto contestate poichè i bambini non presentavano particolari doti di devozione e di fervore. Anche i messaggi della Madonna non avevano nulla di particolare, a parte forse che la promessa di salvare le anime e la visione del cuore d'oro non siano stati un messaggio di speranza. I bimbi comunque crescendo, hanno condotto una vita profondamente cristiana, responsabile, onesta, da buoni parrocchiani.

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LA FANCIULLA DI BANNEUX

Nella provincia di Liegi, su un terreno poco lontano dal bosco, viveva Giuliano Beco, poco credente e praticante, tuttavia ottima persona, con una numerosa famiglia. La figlia maggiore, Mariuccia, frequentava senza gran fervore il catechismo, non sempre andava a Messa ma conosceva le preghiere. La domenica 15 gennaio 1933 non vi era stata e a sera attendeva il ritorno del fratello, quando scorse una luce e vide una signora luminosa, in piedi, che la guardava con le mani giunte. La fanciulla prese il Rosario e cominciò a pregare mentre la Signora le sorrideva e la chiamava a sè, ma la mamma, che non vedeva nulla, glielo impedì. La visione scomparve e la mattina la ragazzina raccontò tutto al padre che le credette subito e ad una sua compagna che riferì la cosa al Cappellano il quale, poco convinto, la vide comunque partecipare alla messa del mercoledì.

Quel 18 gennaio faceva molto freddo - 11 gradi sotto zero - e nonostante la paura Mariuccia uscì di casa mentre il padre la seguiva senza farsi scorgere. La piccola si mise in ginocchio, recitò il rosario e a un certo punto tese le braccia: la visione era ricomparsa e un disco di raggi la circondava, aveva un abito bianco e un lungo velo. La bimba continuava a seguire l'apparizione mentre il padre la chiamava senza che essa lo sentisse, finchè egli decise di andare a prendere il cappellano ma, non trovatolo, portò con sè un amico e il suo figliolo. Mariuccia intanto seguiva gli spostamenti della visione: ora si inginocchiava, ora si alzava, sorridendo, si rimetteva in ginocchio e pregava finchè non si fermò sulla riva di un fossato in cui la fanciulla bagnò le mani dicendo distintamente, come ripetendo: "Questa sorgente è riservata a me. Io sono la Vergine dei Poveri. Questa sorgente è destinata a tutte le Nazioni per dar sollievo agli ammalati".

Mariuccia poi la salutò mentre essa si allontanava. Tutto era durato poco più di mezz'ora. La visione ricomparve ancora il 19 e il 20 gennaio mentre la fanciulla recitava tanti rosari, ritornò ancora l'11 febbraio, anniversario dell'apparizione di Lourdes e chiese una cappella, poi ancora chiedendo a Mariuccia di pregare molto. Il 2 marzo si congedò quindi dicendo: "Io sono la Madre del Salvatore, la Madre di Dio".

Mariuccia non si espose alla curosità generale, lavorò presso una clinica di suore, si sposò ed ebbe dei bambini. A Banneux venne costruito un santuario che è diventato un centro molto frequentato. Nel 1949 le autorità ecclesiastiche hanno proclamato la reale apparizione per 8 volte della Vergine Maria ed è stato approvato il culto a Maria Madre dei Poveri.

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PIERGIORGIO FRASSATI

 

Piergiorgio nacque a Pollone in Piemonte, presso un'agiata e distinta famiglia; suo padre Alfredo era direttore e proprietario del giornale "La Stampa", scrittore e poi Ambasciatore a Berlino, dopo la prima guerra mondiale. Già da piccolo dimostrò buon cuore verso i poveri, non diceva bugie, era tenace e di temperamento generoso. Gli piacevano tutti gli sport: calcio, equitazione, ciclismo ma aveva una vera passione per la montagna.
Ascoltava con intensità il Vangelo che tentava, con successo, di mettere in pratica.

Fece la sua Prima Comunione nel 1919 con la sorellina e da allora la fece sempre con freqenza e dall'età di 16 anni vi si accostava quotidianamente. Era fedelissimo al precetto della Messa festiva e cercava di farlo rispettare anche ai suoi amici o conoscenti. Era ricco di intenzioni, di idee, gran lavoratore, si adoperava per il Signore in ogni modo: nel 1920 si iscrisse, tra i primi, ad una sezione di Adorazione notturna per gli studenti e si tratteneva in chiesa per parecchie ore, si incaricava del servizio d'ordine alle processioni e ai Congressi Eucaristici, era Terziario dell'Ordine Domenicano, praticava digiuni ed astinenze e buona parte del suo tempo lo dedicava all'Azione Cattolica.

Nel settembre del 1921 ebbe luogo in Roma un Congresso Naz.le della Gioventù ed egli era tra i 50mila giovani convenuti per celebrare una Messa al Colosseo, ma il Prefetto revocò il permesso. Tuttavia, a mezzogiorno era prevista la deposizione di una corona al Milite Ignoto e i giovani, tra cui Piergiorgio che portava la bandiera del Circolo Cesare Balbo, vennero accerchiati e rinchiusi nel cortile del Palazzo Altieri. Pierluigi venne interrogato e si qualificò come figlio dell'ambasciatore a Berlino, con tale semplicità da lasciar stupiti tutti.

Si interessò al movimento "Pax Romana" per favorire un aiuto agli studenti, si mise in contatto con i giovani operai cattolici, si prodigò per il Primo Congresso della "Pax Romana" e si era anche iscritto al Partito Popolare, il partito dei cattolici. "La Stampa" era contraria al regime fascista e i militanti del partito decisero di punirne il direttore, recandosi a casa sua, dove però c'erano solo la moglie e Piergiorgio: 4 giovani irruppero e fecero a pezzi tutto ciò che capitava loro tra le mani. Egli si alzò e li cacciò fuori, tornando poi tranquillamente a tavola.

Aveva fondato un'allegra società "I tipi loschi" con un presidente, un segretario, un organizzatore di gite e altri ragazzi e ragazze chiamati "lestofanti" o "lestofantesche". Partivano di primo mattino per la montagna e Piergiorgio, che lungo le salite recitava il Rosario, si preoccupava affinchè tutti partecipassero alla Messa festiva. Lui e i suoi amici, con spietata sincerità sottolineavano i reciproci errori e difetti, chiedendo aiuto scambievole per migliorare. Rincuorava conoscenti e amici, si curava poco delle convenienze sociali, si metteva al servizio dei poveri e dal 1919 fece parte della Conferenza di San Vincenzo, trovando sempre tempo da dedicare alle famiglie bisognose e per Natale si dava ancor più da fare.

Dio era al centro della sua vita anche nei momenti difficili e rinunciava per Lui a tutto il resto. Diceva : "Tu mi chiedi se sono allegro; lo sarò finchè la fede mi dà forza. La tristezza deve essere bandita dai cattolici. La nostra vita, pur seminata di molte spine, non è una vita triste. Essa è allegra anche attraverso il dolore". Pensava alla morte come al preludio di gioie ben più grandi: "Dopotutto, chi muore raggiunge il vero fine dell'esistenza, non si dovrebbe temerla ma invocarla". Tutti i giorni faceva una preparazione per una buona morte.

Il 30 giugno 1925 andò in gita in barca con alcuni amici e a un certo momento sentì delle fitte spaventose alle gambe e ai reni e tornato a casa fu preso da un violento mal di testa e da febbre. La crisi però passò inosservata perchè proprio quel giorno era morta la nonna materna e Piergiorgio passò tutto il tempo presso il suo letto di morte, sia pur soffrendo molto. Il medico credette che si trattasse di una crisi di reumatismi, mentre invece era stato colpito da una poliomielite infettiva di forma acuta. Nell'arco di poco tempo, non riuscì più a stare in piedi, le gambe avevano già perso ogni sensibilità e benchè le sofferenze aumentassero e la paralisi progredisse, Piergiorgio, pur comprendendo la gravità del male, stava tranquillo; poi, non potendo più muovere le braccia, chiese a una suora di aiutarlo a farsi il segno della croce e alle 3 del mattino, dopo aver ricevuto l'estrema Unzione, morì.

Sulla sua lapide venne incisa una bellissima epigrafe che riassumeva la sua vita di perfetto cristiano. Il 20 maggio del 1990 è stato beatificato da Papa Giovanni Paolo II che lo ha definito: "l'uomo delle otto beatitudini, che reca con sè la grazia del Vangelo, della buona novella, la gioia della salvezza offertaci da Cristo". La sua memoria liturgica viene celebrata il 4 luglio.


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CHIARA BADANO, LA SANTA DEI GIOVANI

 

Nata a Sassello in Liguria nel 1971, Chiara era nata dopo molti anni dal matrimonio dei suoi genitori che tanto desideravano un figlio e li aveva subito riempiti di gioia. Sin da piccola entra a far parte del movimento religioso dei Focolari o focolarini come si chiamano abitualmente, creato da Chiara Lubich, composto da famiglie che si impegnano a dare testimonianza del Vangelo... era quindi quella l'aria che Chiara respirava assorbendo in tutte le sue fibre l'amore per Cristo e la volontà di aderire alla sua volontà

Amava il mare, la montagna, il ballo, gli sports e le altre cose belle della vita, verso cui, fiduciosa, si stava incamminando, sempre allegra, sempre vitale. Ma tutta questa carica lei la improntava sui valori religiosi che le aveva trasmesso la sua famiglia. Come ogni ragazza della sua età sognava di trovare un giovane che le potesse vivere accanto animato dai suoi stessi ideali e qualche delusione l'avrà sicuramente avuta visto che marciava in controcorrente, in contrasto coi dettami odierni.

...Poi la malattia, che l'ha portata alla morte prima che potesse compiere i 20 anni e attraverso cui ha dimostrato ampiamente di essere seguace di Cristo non solo nelle piccole ma soprattutto nelle grandi sfide.
Quando seppe di avere un tumore alle ossa, terribile prova, dapprima si spaventò, poi aderì alla volontà di Dio, affrontando questa prova come soleva dire sin da piccola: "Se lo vuoi Tu, Gesù, lo voglio anch'io!" e affrontò due lunghi anni di ricoveri, operazioni, di medici, di dolori insopportabili senza perdere nè la fede, nè la pazienza nè il suo sorriso.
La malattia progressiva la portò per sempre a letto con dolori incessanti che le squassavano il giovane corpo ma per controbattere i quali rifiutava i forti antidolorifici che le proponevano.
Sul suo comodino un'immagine di Cristo che la sosteneva e le dava forza in questa impresa più grande di lei: accettare il dolore, la malattia, offrirla per gli altri, confortare i suoi genitori che, grazie alla loro fede hanno superato con .... la triste vicenda.. E' morta nel 1990 rivolgendo parole di conforto a sua madre.

Di lei Chiara Lubich, la fondatrice del movimento dei focolari, che conosceva sin da piccola Chiara e che le aveva .... anche quello di Luce, alla conclusione della fase diocesana del processo, così aveva detto: “Quanta luce in questa nostra Chiara! La si legge sul suo volto, nelle sue parole, nelle sue lettere, nella sua vita tutta protesa ad amare concretamente tanti! Possiamo bere alla sua vita.
E’ modello e testimone per giovani e anziani: ha saputo trasformare la sua 'passione' in un canto nuziale!”.

Mons. Livio Maritano, il Vescovo che le aveva impartito la Cresima ha detto: “Mi è parso che la sua testimonianza fosse significativa in particolare per i giovani. C’è bisogno di santità anche oggi. C’è bisogno di aiutare i giovani a trovare un orientamento, uno scopo, a superare insicurezze e solitudine, i loro enigmi di fronte agli insuccessi, al dolore, alla morte, a tutte le loro inquietudini”.
“E’ sorprendente – ha aggiunto – questa testimonianza di fede, di fortezza da parte di una giovane di oggi: colpisce, determina molte persone a cambiare vita, ne abbiamo testimonianza quasi quotidiana”.
L'ha definita " apostola in un mondo malato di infelicità", mentre l'Osservatore Romano ha intitolato il suo articolo a lei dedicato "Modello per tempi difficili".

Molte le conversioni che le vengono attribuite eppoi il miracolo che l'ha fatta salire agli onori degli altari.
Si tratta della guarigione di un bambino di Trieste colpito da meningite, ricoverato in gravissime condizioni e per cui i medici davano poche speranze perchè c'era poco da fare... se non pregare!
Lo zio del ragazzo, che faceva parte del Movimento dei Focolari si affidò dunque all'intercessione di Chiara Badano, di cui conosceva la limpida vita, e dopo la notte, al mattino successivo il bambino presentava segni di netto miglioramento e ben presto potè dimostrare di essere pienamente guarito.

Quanti amici si è fatta in questi anni Chiara con la sua vita e da tutto il mondo sono arrivati a Roma per la sua beatificazione, inondando anche l'etere con i mezzi più usati dai giovani: sms, e-mail e altro.
La cerimonia di beatificazione, che si è tenuta al santuario del Divino Amore (Roma ) è stata condotta da mons. Angelo Amato, prefetto per le Cause dei Santi delegato da papa Benedetto XVI.
La Messa è stata officiata da più di 100 sacerdoti.
I presenti, circa 25.000 erano per lo più giovani di tutte le nazionalità.

Restano di lei i suoi scritti che rendono piena testimonianza della sua fede ed il ricordo del suo sorriso solare.


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ALDO MARCHETTI

 

 

Nato a Trieste il 3 agosto del 1920, fu bambino giudizioso ed intelligente che ben presto venne avviato agli studi presso il Convitto Nazionale di Cividale. Nel luglio del 1929, però, si manifestarono i primi sintomi di una poliartrite deformante che l'avrebbe portato ad una morte precoce.
Tuttavia, il piccolo sembrava interiormente saldo e quando riuscì ad andare a Lourdes per chiedere la grazia della guarigione fisica, ebbe a dire che non l'aveva ricevuta ma gli era stata donata una cosa ancora più grande: la forza di soffrire. Egli, infatti, fu sempre sereno e gioioso nonostante tutto.
Dal 1937 fu fermo a letto e da lì non si rialzò più. Girato sul fianco destro rimase così per tre anni tormentato da atroci dolori di cui non si lamentava, non poteva più far nulla neanche leggere ma fece anche di questo un'oblazione, sospirando di vedere le bellezze del Paradiso.
Nel marzo del 1939 ricevette, come fosse una festa, l''Estrema Unzione e si rallegrò tutto perchè era pronto a compiere la volontà di Dio. Il suo atteggiamento diveniva sempre più virile e, offrendo le sue pene al Signore, non voleva alcuna medicina che potesse renderlo incosciente.
Gli venne somministrata una nuova estrema unzione, dopodichè cercando di confortare sua madre passò gli ultimi momenti della sua breve vita pensando al Paradiso; il 25 gennaio 1940, dopo aver alzato la testa che da tempo non poteva più muovere ed esortando i presenti alla fede e alla preghiera, prese la S. Comunione e continuò a pregare, baciando il Crocifisso. Spirò dopo aver riconfermato di voler fare la volontà di Dio, con un sorriso estatico sul volto che guardava in alto...

I suoi pensieri sono dedicati alla sua alta missione:

"Le sofferenze sono sante. Sta a noi ammalati santrificarci con esse oppure farne oggetto di tortura".

"Dio sa quello che fa... Dio è certezza!"

"Prego Gesù perchè io sia sempre degno di soffrire per Lui. Non voglio essere solo rassegnato... voglio soffrire con amore... A quante anime dieci minuti di sincera meditazione basterebbero per arrestarle nella folle corsa verso la notte eterna!".

 

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DOMENICO ZAMBERLETTI

 

24/8/1936 - 29/5/1950

Nato tra le Prealpi, vicino alla Madonna del Sacro Monte di Varese, sin da piccolo manifestò un grande amore per Dio e la Madonna. Bimbo vivace, precoce, aveva un vero talento per la musica, ma tutto venne interrotto dalla malattia e dalla morte. Nonostante le sofferenze della pleurite prima e della leucemia poi, manifestò sempre una gioia non comune, sorridendo nonostante i dolori, sempre obbediente e generoso come quando era in salute.
Diceva:

"Per me è ugualmente bello vivere come è bello morire"

"Il Signore mi ha dato tutto ed è giusto che ora mi dia la malattia..."

"...Non lo sapete che grazia sia morire a tredici anni! Il Paradiso è assicurato!".

Per otto lunghi mesi le sofferenze lo torturarono, ma quando i dolori si calmavano era allegro e ridanciano come sempre, voleva che la gioia che era nel suo cuore si comunicasse a tutti. Era devoto del S. Cuore e passava lunghe ore davanti a quell'immagine con cui silenziosamente comunicava. Le sue ultime parole furono la rivelazione che la Madonna era andata a prenderlo per portarlo in Paradiso.

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BEATO JOSE' SANCHEZ DEL RIO, MARTIRE

Sahuayo, Messico, 28 marzo 1913 - 10 febbraio 1928

 

28/3/13 - 10/2/28

José Luis Sanchez Del Rio era nato in Messico (Michoacán), a Sahuayo, il 28 marzo 1913 e sin da piccolissimo mostrò segni di forte attaccamento alla fede cristiana, avvicinando i suoi compagni alla Eucaristia ed alla preghiera. Un anno prima di morire, nel 1927, era riuscito dopo tante insistenze a farsi accettare nell'esercito del generale Prudenzio Mendoza, che combatteva contro le leggi antireligiose instaurate dal governo, come aiutante di campo, portabiandiera e clarinettista.

Visitando la tomba del beato martire Anacleto González Flores, aveva chiesto a Dio di poter morire in difesa della fede. E così fu.
Preso prigioniero dalle truppe federali, venne blandito in vari modi affinchè rinnegasse Cristo ma egli non volle accettare l'apostasia, rifiutando di far pagare il riscatto ai suoi genitori. Nonostante lo avessero torturato in vari modi, pur piangendo dall'intenso dolore non cedeva ai suoi torturatori che lo incoraggiavano a maledire Cristo, ma egli per tutta risposta sia pur con poca voce riusciva a gridare "Viva Cristo Re !". Quelli continuarono nel loro infame intento chiedendogli di rinnegare la sua fede ma egli preferì morire con il grido che inneggiava a Cristo re dell'universo e alla Santa Vergine di Guadalupe.

La sua morte avvenne il 10 febbraio 1928 davanti a due bambini che successivamente si convertirono diventando cristiani e fondatori di due congregazioni religiose e che confermarono che la sua prigionia doveva scoraggiare la popolazione che parteggiava per le forze cristiane.

Il suo martirio dovuto a persecuzione religiosa è stato riconosciuto nel 2004 da Giovanni Paolo II, mentre la sua beatificazione è avvenuta ad opera di Papa Benedetto XVI il 20 novembre 2005, assieme ad altri tre martiri messicani morti nella persecuzione contro i cristiani in Messico, due sacerdoti José Trinidad Rangel Montaño e Andrés Sola Molist, missionario ed un laico, Leonardo Pérez Larios.

E' sepolto presso la chiesa del Sacro Cuore di Gesù nel suo villaggio.

 

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SERVO DI DIO ANTONIO MOLLE LAZO

 

2/5/15 - 10/8/36

Nato in provincia di Cadice (Arcos de la Frontera), il 2 aprile 1915, presto si trasferì con la famiglia a Jerez dove crebbe e dove più tardi frequentò con ottimi risultati un collegio dei Lasalliani. Aveva un buon carattere e cercava sempre di metter pace ed allegria tra i suoi amici. Sin da piccolo non ammetteva che qualcuno bestemmiasse in sua presenza e cercava di riprenderlo con vigore.

Finiti gli studi iniziò a lavorare con impegno, cambiando spesso tipo di lavoro ma guadagnandosi simpatia e fiducia da parte deii suoi compagni. Intanto era diventato Terziario Carmelitano e cercava in ogni modo di di catechizzare i suoi coetanei; nel 1931 si iscrisse al Circolo della Gioventù Tradizionalista, lavorando per la gloria di Dio, con impegno, dedizione ed allegria, ma intanto i rivoluzionari prendevano sempre più piede e a causa del suo impegno religioso venne rinchiuso in carcere, dove non potendo ascoltare la Messa e cantare inni religiosi si diede alla recita del Rosario o a scrivere poesie sui muri della prigione. .

Dopo qualche mese venne rilasciato, ma intanto la situazione politica era precipitata e Antonio, assieme ai suoi due fratelli, si presentò alle armi come volontario, entrando a far parte del “Tercio de Requeté” che sosteneva la monarchia, intitolato a Nostra Signora della Mercede, patrona di Jerez. Portò a termine alcune azioni impegnative e pericolose in varie città, finchè non si ritrovò coinvolto nella liberazione di Peñanflor e nella successiva occupazione della città ad opera dei comunisti che lo presero prigioniero, cercando di costringerlo, dopo vari maltrattamenti ed imprecazioni, ad abiurare alla sua fede e a bestemmiare.

Antonio, invece, coraggiosamente inneggiava a Cristo Re, mentre i suoi nemici cominciarono a torturarlo brutalmente, facendolo letteralmente a pezzi mentre lui non aveva sulla bocca che il nome di Gesù e quando si accorse che stava per essere fucilato, aprì le braccia in croce abbracciando il suo destino. Era il 10 agosto 1936.

E' sepolto nella chiesa carmelitana di Jerez de la Frontera. La causa di beatificazione è iniziata il 22 giugno 2007.

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Bibliografia: I Santi Fanciulli di Margherita de Felcourt - Ed. Ugo Munier, 1962
www.santiebeati.it

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Sulla Santa Infanzia vedere:

- Letteratura religiosa per l'infanzia


- Preghiere per bambini - 7 Opere di Misericordia Corporale e Spirituale

- Santa Infanzia operosa

- Piccoli Martiri

 

In relazione all'ultima voce, vedere in Collaborazioni:


- Santi Fanciulli - di Fabio Arduino


- "Un Segreto..." - Bambini Santi del XX Secolo di don Damiano Grenci

 

 

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