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Patrizia Fontana Roca

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LA TEOLOGIA DELL’ABITO MONASTICO
NELLA SPIRITUALITÀ GRECO-BIZANTINA (1)


di Bryan Cuocci O.S.B.M.

 

"Per me, è una grande benedizione essere diventato Monaco".
A questa frase gli occhi gli si riempirono di lacrime. Sedevamo tutti e due nel cortile del S. M. del Santo Precursore di Essex in Inghilterra, l’ultimo giorno, prima della partenza e mi dava gli ultimi consigli per la mia vita in Grecia.
Descrisse le difficoltà che mi aspettavano, come era capitato anche a lui, ma non poteva, come diceva, concepire la sua vita senza la tonaca. Aveva gli occhi pieni di lacrime. Afferrò, con la mano destra, la manica sinistra della sua tonaca, muovendola leggermente e disse esattamente questo:
“Questa nera ed onorata tonaca non la cambierei neppure con la porpora regale! Qui, sotto questa tonaca consunta, si nasconde un Dio” (2)".

Archimandrita Sofronio (1896-1993)


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Per parlare dell’abito monastico e della sua teologia, mi è assolutamente necessario aprire una piccola parentesi introduttiva per ricordare l’origine del Monachesimo e il suo significato.
Proprio con l’Editto di Costantino e la fine delle persecuzioni dei cristiani, ebbe inizio un nuovo fenomeno sociale detto monachesimo o anacoretismo: uomini e donne, desiderando un rapporto più diretto e personale con Dio, cominciarono ad abbandonare la vita mondana delle città e a rifugiarsi nel deserto, cercando di ottenere la purificazione dei peccati della carne e dello spirito.
La vocazione monastica ha inizio nel senso radicale dell’Incarnazione del Λόγος di Dio.
L’assioma teologico fondamentale dell’antropologia nella tradizione orientale è espresso da sant’Atanasio vescovo di Alessandria: "Dio è diventato uomo perché l’uomo diventi Dio" (3): il Cristo nel suo disegno di salvezza inaugura il mondo della nuova comunione dell’uomo con Dio, dell’uomo con l’uomo e con l’intero cosmo, come pure quello di un’attività creatrice nella storia che anticipa il Regno futuro.
Creato ad immagine e somiglianza di Dio, l’uomo con il peccato ha perduto la somiglianza della perfezione divina pur conservando in sé indelebile l’immagine del creatore. Il battesimo è l’inizio del ritorno a questa piena somiglianza. L’uomo deve ritornare ad assomigliare pienamente a Dio, a riacquistare, attraverso i sacramenti (τα μυστήρια (4) ) - attualizzati nella vita assieme all’ascesi - la primigenia condizione umana.
Il monaco (dal greco μοναχός) è colui che è solo con Dio, avendo lasciato liberamente le condizioni più comuni della vita umana – quali la famiglia, i beni, i progetti personali – per dedicarsi completamente alla vita nello Spirito (5).
Il monaco, radicato specificamente nella vocazione battesimale di consacrazione a Cristo e, in Cristo, alla SS. Trinità, lontano dal mondo e dalle preoccupazioni della vita mondana, si dedica interamente al culto divino con la vita di nascondimento, la custodia del cuore, la preghiera ininterrotta e l’ascesi (6). Egli dà testimonianza, con l’offerta indivisa di tutta la vita, di un amore (αγάπη) segnato in modo speciale dall’attesa escatologica e dalla speranza che lo nutre nella fede.
La vita monastica, chiamata dalla Tradizione vita angelica, è vissuta nella castità/verginità, nella povertà, nell’obbedienza, nella preghiera liturgica ed esicasta; ha come fine la contemplazione (θεωρία), che si identifica con la pienezza dell’amore per Dio, per gli uomini e per tutte le creature.
Questo processo ascetico conduce alla divinizzazione (θέωσις - θεοποίησις), cioè alla piena configurazione della creatura uomo al Cristo trasfigurato nella sua natura umana.

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Se è vero che il monachesimo cristiano nasce ufficialmente nella seconda metà del III e gli inizi del IV secolo, si può incominciare a parlare di abito monastico a partire dal IV secolo. Esso aveva lo scopo di distinguere il monaco - cioè colui che aveva come grave impegno la vita ascetica e la sequela di Cristo in maniera più radicale - dal resto degli uomini. Il significato è duplice: da un lato la rottura con la vita secolare, mondana; dall’altro la consacrazione a Dio.
Lo stesso Concilio di Nicea I del 325 sottolineò l’importanza del vestito dei monaci, nel cui uso vedeva un cambiamento di vita (7), di sforzo nella μετάνοια (= cambiamento di pensiero, conversione). Anticamente proprio la vestizione dell’abito monastico costituì la forma di professione.
Nel mondo bizantino è molto profondo e importante il senso del Sacro. E ciò che è con-sacrato a Dio, appartiene solo a Dio. Non deve essere profanato. Le cose sacre a Dio vanno coperte.
Secondo la filosofia orientale l’occhio umano per vedere deve necessariamente “rubare” l’immagine e proiettarla in se stesso. Questo atto va in un certo modo ad appropriarsi di qualcosa che non è proprio per farlo proprio.
Per questo motivo la persona consacrata a Dio deve essere visibile solo a Dio, in quanto proprietà esclusiva di Dio, deve svelarsi solo a Dio ed essere velata agli occhi degli uomini e del mondo a cui per vocazione non appartiene più.

Sulla base di questa motivazione si capisce meglio l’abito monastico nella sua categorica scelta di essere indossato in tutti i momenti della giornata, sia dentro sia fuori dal Monastero, sempre e comunque, e il perché sia così categoricamente lungo nelle maniche e fino alle caviglie, senza far trasparire nessuna parte del corpo.
L’abito monastico riceve quindi, fin dagli albori, una valenza simbolica marcatamente teologica di testimonianza tangibile dell’esistenza di Dio, di impegno preso nella vita ascetica, di rinuncia al secolo e di dedizione totale a Dio, vivendo da salvati e conseguendo così la divinizzazione.
San Basilio il Grande riconosce nell’abito una esteriorizzazione ineluttabile e necessaria della scelta e della condotta di vita. "Tale qualità propria dell’abito è utile – afferma – perché a tutti preannuncia e testimonia la promessa fatta di condurre una vita secondo Dio e così ci verrà richiesto un comportamento coerente da quanti ci incontrano. E aggiunge – infatti, una condotta sconveniente e vergognosa non appare nello stesso modo in persone qualsiasi e in chi promette grandi cose. Il fatto che la nostra professione sia rivelata dall’abito, ha per così dire una funzione pedagogica (8)".
L’abito subì in Oriente un’evoluzione lungo i primi secoli sino a giungere a un modello fissato, restio poi a facili mutamenti, anche se nell’Oriente bizantino “non si concepisce una rigidità e statica uniformità in cose non sostanziali (9)”; non si esclude l’ipotesi che la formazione dell’abito monastico originariamente fosse in base a necessità pragmatiche della vita, tuttavia tale dato va associato alla necessità evangelica di non vestire come gli altri uomini nello sfarzo del lusso e nella risposta ai gusti mondani.

Le parti che compongono l’abito, a giudizio di San Pacomio, devono essere umili e non molto costose, e non devono richiamare l’attenzione altrui né eccitare la propria vanità.
Il colore preciso non era determinato e solo dopo molti anni predominò il nero. Il nero, colore più modesto e più confacente a chi professa una più alta filosofia, nel senso di vita cristiana radicale, (da considerare che proprio il nero era il colore del mantello degli antichi filosofi), indica il lutto per la morte di Cristo e la morte personale al mondo, la penitenza e l’umiltà. Il nero non lascia spazio all’immaginazione e ai pensieri cattivi.
Molto probabilmente il primo abito monastico fu la melota, ossia una sopravveste ampia e lunga con collo a scialle e maniche di taglio ampio, fatta di pelle di capra, stretta al corpo da una cintura di cuoio. Certamente questo prototipo di vestiario era sul modello del vestito del profeta Elia (2Re1,8 (10)) e di Giovanni Battista (Mt 3,4 (11)), entrambi grandi precursori dei monaci cristiani.
San Basilio il Grande pur non prescrivendo un abito tipico, tuttavia parla di un abito povero, semplice, adatto alle necessità della vita ascetica, conforme agli esempi biblici e simbolo della rinuncia alle vanità del mondo. Infatti coloro che abbandonano il mondo non devono pensare di dovergli piacere, piuttosto proprio attraverso l’abbigliamento devono esortare alla modestia e all’umiltà tutti coloro che li osservano, edificando tutti con la propria condotta (12).

Nell’abito è quindi espressa una vocazione e una missione, una identità ben precisa e una escatologia. Stando alle parole dell’anziano asceta italo-greco Nilo, fondatore dell’Abbazia Greca di Grottaferrata: "Il monaco è un angelo e la sua opera propria è misericordia, pace e sacrificio di lode. Come i santi angeli, infatti, offrono incessantemente a Dio un sacrificio di lode, e fra loro, per vicendevole amore, si mantengono in pace, ed hanno misericordia ed aiutano gli uomini quali fratelli minori, così, parimenti, il vero monaco deve usare misericordia verso i fratelli a lui inferiori od ospiti, amare con spirito di pace i confratelli del suo stesso grado, e non nutrire invidia verso coloro che gli sono preposti.
Egli deve avere, inoltre, una fede sincera e speranza verso Dio e verso suo Padre nello spirito".
La monaca greca Monica del Sacro Monastero delle Meteore, in un suo articolo pubblicato sulla rivista Ορθόδοξη Μαρτυρία, parlando del significato dell’abito monastico così si esprime:
"Gli angeli sono luce per i monaci. La sola condotta di vita che è luce di tutti gli uomini è la vita vissuta secondo l’imitazione degli Angeli; questa sosterrà e sostiene la terra abitata; e l’uomo, il cristiano, che si riveste del grande ed angelico Abito è degno di molti elogi e felicitazioni. Infatti, quando qualcuno si presenta per consacrare la propria vita, con tutto il cuore e con tutta la mente, allo Sposo Cristo Gesù, allora gioisce ed esulta la terra e festeggia il mondo degli angeli perché ancora un uomo in più si è schierato ad imitare la loro vita".
Questa l’identità del monaco.

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Passiamo ora alla descrizione analitica dell’abito monastico con l’ausilio delle video-proiezioni:


1. TONACA – Εσώρασον, Ζωστικόν Ράσον, Ιμάτιον, Αντερί, Χιτών


Capo di vestiario con maniche strette che raggiunge le caviglie. Può essere considerato un indumento “intimo” del monaco e della monaca.
Ordinariamente è di colore nero, a volte può essere di colore blu e raramente grigio. Il colore nero significa che bisogna essere sempre fortificati dalla tristezza mortale per il peccato e la vita in terra straniera. È l’abito della volontaria povertà e della mancanza di possesso e della sopportazione di ogni miseria e di ogni ristrettezza.
Il nero simboleggia il camice della gioia e dell’esultanza invece di quello della spogliazione e del disonore che indossammo con la nostra disobbedienza e di quello del deterioramento e della morte che ci procurò la stessa disobbedienza e a cui smentisce e porta rimedio l’abito angelico con l’obbedienza e la vita virtuosa.
La tonaca è chiamata pure abito di giustizia, in quanto la parola ‘giustizia’ significa ogni virtù, e ogni monaco deve essere ben disposto all’esercizio di ciascuna virtù.

 


2. CINTURA DI CUOIO – Δερματίνη Ζώνη


La cintura è fatta sempre di pelle di animale morto per ricordare al monaco la necessità del proprio personale sacrificio e l’indifferenza ai piaceri del mondo e della carne. L’azione del cingere i lombi ha un duplice significato:

1) Continenza/mortificazione del corpo (Col 3,5 (13) ) per il rinnovamento dello spirito;
2) Prontezza e speditezza nel servizio di Dio e in vista del Suo ritorno (Lc 12, 35-37 (14) ).


3. KOUKOULLION/KUFOS/EPANOKALIMMÀFCHO – Κουκκούλιον, Κούφος, Επανωκαλυμμαύχιον


Tradizionalmente fatto risalire a San Pacomio il koukoullion è un copricapo, originariamente avente la forma di cappuccio piccolo che scendeva giù fino alla nuca e alle spalle e che copriva il capo, simile alla cuffia dei bambini, come ci riporta Giovanni Cassiano nel primo capitolo delle Istituzioni Cenobitiche. Nel corso del tempo ha assunto la forma di un velo lungo munito per i monaci (uomini) sia a dx sia a sx di due risvolti dette ali.
Quello delle monache non possiede questi due risvolti e mentre a loro viene collocato immediatamente sul capo, ai monaci invece non aderisce direttamente sulla testa, bensì si unisce dalla parte superiore a un cappello cilindrico, che ricorda l’elmo delle sentinelle, detto kufos da cui viene giù all’indietro. Pende avanti e dietro, lì dove si trova la sede della ragione e il cuore dell’uomo. Il velo è di colore nero.
I risvolti, o ali, del velo secondo la tradizione hanno origine dal tempo di San Metodio (846), Patriarca di Costantinopoli, il quale fu sfregiato in volto dall’Imperatore iconoclasta Teofilo. Cercando di nascondere le ferite, San Metodio portava con il velo due risvolti lì dove era sfregiato (vicino alle tempie). Successivamente l’utilizzo del velo con le ali si estese in tutto il monachesimo bizantino e tra il clero in memoria delle sofferenze del Patriarca iconodulo San Metodio per mano dell’iconoclasmo a causa dell’ortodossia della fede, e tale usanza è giunta sino ai nostri giorni (15).
È dunque l’Elmo dell’innocenza, della salvezza e della speranza (1Tess 5,8 – Ef. 6,17 (16) ) di non essere confusi, per resistere a ogni intrigo diabolico; copre il capo come copertura dell'umiltà e della costante obbedienza, in segno di ascesi spirituale, distogliendo gli occhi dell’asceta per non vedere le vanità
del mondo.


4. ANÀLAVOS/POLYSTÀVRION – Ἀνάλαβος (prender su, assumere), Πολυσταύριον (molte croci)


Non è ordinariamente concesso a tutti i monaci e le monache, ma soltanto ai Megaloschimi, cioè a coloro che sono giunti a un particolare grado spirituale e hanno un impegno più profondo di preghiera e una condotta di vita molto più austera.
L’Anàlavos – abitino grande o piccolo in base all’ascesi spirituale del monaco e della monaca - è la croce mistica che il monaco assume quotidianamente nella Sequela del Cristo. Cinge e fortifica l’asceta dagli assalti del diavolo e da ogni desiderio cattivo.
È di colore nero e su di esso si suole rappresentare con colore rosso la Croce del Calvario con la lancia, la canna, la spugna, il teschio e le ossa incrociate (emblema della morte) di Adamo, ed altre decorazioni simbolico-teologiche; vi è sempre riportata la sigla IC XC NIKA, emblema della vittoria del Cristo sul peccato e sulla morte.
Tradizionalmente è fatto risalire a Sant’Antonio il Grande.
Originariamente era fatto di pelle. Nella sua forma attuale è fatto di stoffa nera o di morbida pelle marrone scuro, ornata di molte croci, da cui il nome Polystavrion. Il materiale, se non è di pelle di animale deve comunque essere un prodotto derivante da animale morto come la lana o i peli di capra. Mai materiale vegetale, come cotone o canapa.
Simbolo della crocifissione di nostro Signore Gesù Cristo, per il quotidiano ricordo delle sofferenze, dei disprezzi, degli sputi, delle ingiurie, delle ferite, degli schiaffi, e della crocifissione e della morte del Signore, Dio e Salvatore Nostro Gesù Cristo, che Egli ha sopportato volontariamente per amor nostro; e per quanto è possibile nello sforzo di imitare tutto ciò.


5. SOPRANA – Εξώρασον, Επανόρρασον, Μανδόρρασον, Παλλίον


Capo di vestiario secondario che arriva fino alle caviglie e ha le maniche molto larghe. È sempre di colore nero ed è disegnato a forma di croce Tau (T) maiuscola. Abito di incorruttibilità e di modestia e come segno della protezione di Dio per la vita devota nei Suoi riguardi e costituisce il divino abito che lo rende destinatario dello Spirito Santo.
Abito della letizia e della gioia spirituale. Con esso si depone e si rifiuta ogni tristezza e turbamento derivanti dal demonio, dalla carne e dal mondo, rimanendo nella costante gioia e allegria in Cristo. È l’abito bello con cui bisogna presentarsi al banchetto del Regno dei Cieli.


6. MANDYAS – Μανδύας


È un largo e nero mantello di lana senza cappuccio. È portato unicamente dai Megaloschimi con l’Epanokalimmàfcho e l’Anàlavos ogni qual volta si va in chiesa. Non è molto radicato nella tradizione monastica greca, quanto maggiormente in quella slava.
Indica la forza protettrice e difensiva di Dio, contemporaneamente la pia riservatezza e umiltà della vita religiosa; il non avere maniche significa che tutta la vita del monaco e ogni sua parte sono morte per qualsivoglia opera mondana e peccato. Lascia scoperta solo la testa che vede Dio ed aspira alle cose divine.
Veste incorruttibile, simbolo del manto di luce, candido e sfolgorante del Cristo sul Tabor (Lc 9,29 – Mt 17,2 (17) ).
Manto della salvezza e dell'armatura della giustizia per evitare ogni ingiustizia, sforzandosi di deporre la propria opinione e il desiderio della propria volontà; avendo sempre nella propria mente il ricordo della morte, crocifiggendo se stessi al mondo, ed essendo morti a ogni azione cattiva per vivere senza pigrizia ogni virtù secondo Cristo.


7. PARAMANDYAS – Παραμανδύας


Il Paramandyas è segno di impegno nella forma di vita angelica, per ricordare costantemente il soave giogo di Cristo preso su di sé e il Suo peso leggero, e nell'imbrigliamento e nel dominio di tutte le passioni della propria carne. Viene sempre consegnato assieme a una croce di legno.
Benchè non possano rivendicare un antico precedente nella Tradizione monastica e considerarsi parte dell’abito completo, tuttavia entrambi meritano di essere menzionati, in quanto sono generalmente adottati dai monaci greci.
Vengono consegnati con un formulario proprio, distinto dal rito di professione pubblica e del Megaloschimato. In realtà non sono neppure presenti negli Eucologi greci, ma per consuetudine vengono consegnati al monaco e alla monaca secondo un cerimoniale.
Il Paramandyas può essere di 2 tipi, a seconda delle tradizioni: o una pezzetta nera, sullo stile dell’Anàlavos, con cordicelle, riportante, con cucitura di colore porpora, una croce con la scritta IC XC NIKA e spesso le due frasi di Isaia (50,6 – 53,7 (18) ), oppure funicelle tessute in lana nera incrociate più volte.
Entrambi i modelli si portano sopra la tonaca, sulle spalle, dalle quali discendono incrociandosi tra loro sul petto e sugli omeri.
Rammenta assiduamente al monaco che il suo ideale è solo Gesù Cristo a cui deve conformarsi, e per risorgere con Lui deve necessariamente prima morire con Lui.
La croce di legno non è pettorale, bensì si tiene in mano, date le sue dimensioni. Ricorda al monaco le parole del Cristo ai suoi discepoli (Mt 16,24 (19) ) e lo rende in grado di spegnere tutte le frecce ardenti del maligno.


8. SANDALI – Ἐμβάδες


I sandali per propagare la lieta novella della pace (Ef 6,15 (20) )perché siamo pronti e ci sforziamo nell’adempimento di ogni obbedienza e di ogni opera buona. I primi monaci erano ordinariamente scalzi, tuttavia i sandali erano concessi per viaggiare a piedi. Non erano mai calzati all’interno del monastero né in Chiesa.
Attualmente i monaci greci portano sandali o calzari senza tacco.


9. BARBA E CAPELLI


Compimento dell’abito maschile sono la Barba e i Capelli lunghi raccolti e annodati dietro la nuca e composti sotto la tonaca.
La Barba indica la sacralità del monaco e della vita monastica sull’esempio del primo sacerdote Aronne (cfr Sal 133,2).
I Capelli lunghi ricordano al monaco la sua consacrazione a Dio fin dal seno materno (Cfr Gdc 13,5) e che la sua forzaè unicamente in Dio, sull’esempio di Sansone il Nazireo (cfr Gdc 16,17).


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Concludo dunque qui, asserendo assieme a tutta la tradizione che la vita monastica è veramente “vita angelica”, e l’abito del monaco è innanzitutto testimonianza dell’esistenza di Dio e poi manifestazione di una profonda realtà interiore, pertanto sacra; simboleggia la veste battesimale, il secondo battesimo, che è la professione monastica in cui si riceve il nome nuovo, la crocifissione con Cristo; la qualità scadente del suo tessuto, la povertà, la rinuncia, l’ascetismo; il colore nero, l’umiltà; la sua foggia e il suo utilizzo, l’obbedienza.
Si parla dunque di “abito apostolico”, “abito profetico” ma soprattutto “abito angelico”.
Non contempla una dicotomia tra essere e apparire e manifesta con evidenza il segno della propria identità di battezzato interamente dedicato al servizio di Dio. Va pertanto indossato con amore, timore e tremore.


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“DIO È CON NOI!”


BIBLIOGRAFIA


· CHAVEZ M.L., Riti Bizantino-greco e Bizantino-russo della professione monastica, Elaborato per la Facoltà di Teologia (Liturgia orientale) della Pontificia Università Urbaniana, Roma 2007-2008;
· DE SANTI M., L’abito ecclesiastico, Ravenna 2004;
· GIOVANNI CASSIANO, Le istituzioni cenobitiche, Abbazia di Praglia 1989;
· LEGGIO E. (a cura di), L’Ascetica di San Basilio il Grande, Torino 1934;
· Regole Monastiche del Protopatriarca S. Basilio il Grande ordinate a Costituzioni per la Congregazione dei Monaci Basiliani di S. Maria di Grottaferrata, Roma 1900;
· Rito della prima professione monastica, Abbazia Greca di Grottaferrata 1999;
· Rito della professione del grande abito, Abbazia Greca di Grottaferrata 2004;
· Rito della professione monastica bizantina, Monastero Russo Uspenskij Roma 1996;
· Rito della solenne professione dei Megaloschimi, Abbazia Greca di Grottaferrata 1941;
· ROBINSON N.F., Monasticism in the Orthodox Churches, London 1916;
· WAWRYK M., Initiatio Monastica in Liturgia Byzantina, Roma 1968;
· ΜΟΝΑΧHΣ ΜΟΝΙΚΑΣ, Τι συμβολίζουν τα ρούχα των μοναχών, άρθρο από την “Ορθόδοξη Μαρτυρία”, τεύχος 155.

 

NOTE

1 - Relazione scritta in occasione del V Convegno Internazionale “L’Anima nell’Arte”, Abbazia Greca di
Grottaferrata 3-4-5 Dicembre 2008.
2 - DAVITI D. B., Ricordando il Padre Sofronios di Essex, Edizioni Athos 1999, pag. 116-117.

3 ATANASIO, L’incarnazione del Verbo 8,54.

4 Dal verbo greco μύω che indica il chiudere la bocca, gli occhi e le orecchie dinnanzi a qualcosa di grande.
5 Per questo motivo il monaco è tradizionalmente chiamato pneumatoforo in Oriente.
6 Al termine ascesi si possono dare due accezioni molto profonde: la prima, propriamente semiotica, deriva dalla parola greca άσκησις, esercizio delle virtù, esercizio di conformazione al Cristo biblico, e più propriamente tirocinio spirituale e fisico che, attraverso digiuno, astinenza, isolamento, meditazioni e preghiera, procura la perfezione interiore e il distacco dal mondo e dagli istinti; il secondo significato è semanticο ed è ascendere attraverso i Sacramenti, l’andare verso l’alto, dunque salire. Più intenso è l’esercizio spirituale, maggiore sarà l’ascesa spirituale e quindi la vicinanza a Dio.

7 PH. LABBÉ – G. COSSART, Sacrosancta concilia, II, Venezia 1728, pagg. 378-383.

8 SAN BASILIO, Regola Diffusa 22.
9 Melitone, Metropolita di Eliopoli e Thira.

10 “Era un uomo peloso; una cintura di cuoio gli cingeva i fianchi”.
11 “Giovanni portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo erano
locuste e miele selvatico”.
12 Cfr. Regola Diffusa 22.

13 “Mortificate dunque quella parte di voi che appartiene alla terra: fornicazione, impurità, passioni, desideri
cattivi e quella avarizia insaziabile che è idolatria”.
14 “Siate pronti, con la cintura ai fianchi e le lucerne accese; siate simili a coloro che aspettano il padrone
quando torna dalle nozze, per aprirgli subito, quando arriva e bussa. Beati quei servi che il padrone al suo
ritorno troverà ancora svegli; in verità vi dico, si cingerà le vesti, li farà mettere a tavola e passerà a servirli”.

15 Begräbniss-Ritus, A. v. Maltzew. Th II, pagg. 207-207.
16 “Noi che siamo del giorno dobbiamo essere sobri, rivestiti con la corazza della fede e della carità e avendo
come elmo la speranza della salvezza” – “Prendete l’elmo della salvezza”.

17 “La sua veste divenne candida e sfolgorante” – “Come la luce”.

18 “Ho presentato il dorso ai flagellatori; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi” – “Era come
agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori”.
19 “Se qualcuno vuole venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”.
20 “Avendo come calzatura ai piedi lo zelo per propagare il vangelo della pace”.

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