Rubriche di
Patrizia Fontana Roca

COLLABORAZIONI VARIE

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LE STORIE DI FABEL

Piccole "briciole" di conforto e di sprone per iniziare una nuova giornata, per sopportare le negatività che si incontrano durante il cammino, per concludere una serata con un pensiero consolatorio...

 

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IN VIAGGIO CON LA CARTA D'ARGENTO

 

L’occasione era favorevole. Il viaggio atteso da tempo si concretizzava e catalizzava i suoi pensieri ed ogni sua attività. Il buon nonno B. raccolse un po’ di cose e partì con la carta d’argento.
Il riposo di sconfinate terre si apriva davanti ai suoi occhi come una grande pagina bianca e lo sguardo incantato di un cuore semplice correva oltre, quasi volendo accelerare il tempo; era una storia già scritta, ma occorreva che fosse scritto nei suoi occhi, e nel viaggio dei suoi giorni. Poi la stanchezza ebbe il sopravvento sull’emozione, e lasciandosi cullare dal dondolio del viaggio, il vecchietto si addormentò.

Fu svegliato dal vocio festante dei bambini che avevano accompagnato il sig. G. alla partenza. Doveva essere sicuramente un personaggio importante se tutto il paese aveva organizzato quel saluto ufficiale.
“Sì – pensò il buon nonno B. – sarà un viaggio ancora più piacevole”.
Non fu difficile attaccare il discorso tra i due. Come avviene sempre, iniziarono a parlare dei tempi passati, delle guerre che li avevano coinvolti, delle speranze di pace che ormai custodivano nel cuore. A parlare di pace, gli occhi si commuovevano continuamente e le loro anime sembravano più candide, un tutt’uno con i campi innevati che incontravano durante il viaggio.
“Sarebbe bello – si dicevano – poter seminare i nostri pensieri, perché germogliasse la pace…”
Il sig. G. incominciò a raccontare del suo viaggio, dell’ansia di rivedere un vecchio amico che si sarebbe aggiunto a metà strada, dei progetti fatti insieme, dei contatti che, nonostante la lontananza, non erano mai venuti meno. Nonno B. ascoltava con piacere, a volte assorto nei propri pensieri, a volte partecipe del racconto del sig. G.
“In fondo – pensava nonno B. – alla nostra età tutte le storie si assomigliano; le esperienze sono comuni e le speranze saggiamente vagliate”.

Il sig. G. salutò il suo caro amico M. con un abbraccio commosso. Non si vedevano da tanto e cercava di scorgere nell’altro i segni legati più alla memoria che all’aspetto fisico. Gli anni avevano reso il suo volto scuro e scarno, eppure i lineamenti erano rimasti gli stessi, e facevano trasparire una nobiltà d’animo ed un sorriso pacificato che sarebbe stato il tesoro più prezioso per tutti e tre.
Fu approntata una “tavola” per pranzare insieme e, ripetendo gesti divenuti solenni e appartenenti all’epoca che aveva segnato la loro vita, che li aveva visti crescere, maturare e solcare la storia, condivisero un po’ di pane e di frutta. Dolci profumi di spezie e nuvole di tabacco riempirono l’aria di festa, mentre vecchie melodie accompagnate dal ritmo delle mani consacravano la loro amicizia.

Nonno B. ascoltava parole che esprimevano un senso di lontananza, nostalgia, desiderio, sentimenti che le rendevano subito familiari, immediate.
Si conosce subito un uomo, se è maestro, padre e compagno. Il buon vecchietto li sentiva e li vedeva così. Nelle loro parole, nei gesti, nella loro vita riconosceva la sua. No, quell’incontro non poteva essere una parentesi, non poteva essere abbandonato al freddo pensiero del caso. Ci mise poco a capire che poteva far sì che la vita cambiasse; ci mise poco a decidere, a scegliere; quelle scelte che ti segnano, ti toccano - anzi, ti feriscono - perché ne possa serbare per sempre il ricordo.
“Dove andate, amici, dove andate? Amici, dove andate?”
Ripeteva due volte le stesse domande, non come un ritornello, ma per cercare una risposta più profonda, più affascinante, con una drammaticità che si sentiva scorrere nelle vene.
“Posso venire con voi?”
Finché uno non ha trovato ciò che corrisponde al suo desiderio non può fermarsi nella vita: un altro ti dice qualcosa che non sapevi, e ti aiuta a camminare, a non fermarti mai. Si sentiva pronto a ricominciare, a “traslocare”. E’ bello e terribile insieme, ma non poteva dire di no a se stesso: la casa è anche punto d’apertura a orizzonti nuovi. Una parola, se è vera, arriva al tuo cuore, in casa tua come a migliaia di miglia di distanza.
“C’è un luogo di pace anche per me” si diceva.

Il tempo che passava cambiava i colori del cielo e della terra, e i loro occhi, come piccole stelle intermittenti, conservavano vivo ogni momento trascorso immergendolo in gocce di rugiada che sgorgavano dal cuore.
Nonno B non riusciva a dormire e vegliava scrutando il cielo uguale ad ogni altra notte, eppure così diverso… Vide in lontananza una luce e sorrise: era una di quelle luci all’orizzonte che, pur se piccole, squarciano il buio profondo; era come una porta che t’immette nel mistero della vita, come uno srotolarsi della pergamena del destino i cui sigilli sono stati aperti. Con un nodo alla gola e con il cuore commosso svegliò il signor G. e il suo amico M.: i sogni si avveravano, le loro attese erano colmate, le speranze compiute.

La piccola Cri era sempre stata molto esigente; ogni volta che papà Lele preparava il presepe, lei gli stava accanto chiedendo il perché d’ogni cosa: perché la stella cometa era d’argento, come avevano fatto i signori G., B. ed M. a vederla da lontano, da dove venivano… Non si accontentava di vedere le statuine al proprio posto; voleva conoscerne la storia, e aveva anche buona memoria, per cui bisognava soddisfare la sua curiosità con immagini sempre nuove. Mentre papà le raccontava della stella che luccicava con la carta stagnola e dei Magi Gaspare, Melchiorre e Baldassarre (che con un tocco di licenza narrativa aveva voluto chiamare sig. G., sig. M. e nonno B.), osservava anche il giocoso rincorrersi delle scintille nel camino, e fissava quell’immagine come un promemoria per il Natale successivo; di sicuro la piccola Cri gli avrebbe chiesto:
“Perché…”.
Lei rielaborava tutto nella sua fantasia. Sapeva già che le luci dell’albero sono le stelle che brillano tra i suoi rami, ed ora vi scopriva anche gli occhi dei signori G., B. ed M. che le avrebbero partecipato i loro pensieri. La piccola Cri cresceva, e pian piano imparava a dare un nome nuovo ad ogni cosa.
Anche per la storia dell’umanità il Natale aveva significato qualcosa di nuovo: una luce che insegna agli uomini a ricominciare, a vivere nella speranza, ad essere partecipi di un cammino più grande. I desideri di pace seminati da quegli amici iniziavano a germogliare.
Chi avrebbe creduto a quel racconto? A chi si sarebbe si sarebbe manifestata la bellezza delle cose semplici.? La piccola Cri avrebbe scoperto che ogni cammino non sarebbe mai stato facile, ma che in fondo brilla sempre una stella…

 

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IL CONDOMINIO C

 


Il bambino nascerà presto, manca poco ormai. Dio, la vita che mi porto dentro! Quante volte mi sorprendo a parlargli, ad ascoltare i suoi ritmi, le sue esigenze, il suo esserci: ogni pensiero è come un dondolio della culla, mentre le mani mi pesano, perché mi sembra di non esserne ancora capace.
Sono per strada e mi diverto a lasciare impronte sulla neve fresca: è un ingenuo ed innocente gioco, quasi dei passi di danza che segnino elegantemente il mio cammino, ne lascino il ricordo, perché sono giorni per me importanti, e non mi sfiora minimamente il dubbio della presunzione. Tutta la strada è disegnata dai colori del gelo, dalle particelle di brina che brillano come coralli sulle ragnatele dei cancelli, mentre la nebbia ci avvolge facendo cadere sulla città un preziosissimo velo di chiffon.
Mi fermerei estasiata a guardare per ore, perché tutto è più bello; non cambierei questo freddo, questa nebbia, queste sere, con nulla. Mi basterebbe un’istantanea per conservare il ricordo di queste cose, ma non ho tempo. E’ tardi, e l’assemblea sta per iniziare.

Accelero il passo senza smettere di curiosare nelle vetrine del viale. Passando davanti all’Edicola – Tabacchi – Profumeria, il sig. Piero mi sorride. E’ ancora a lavoro, anche se è tardi. Mi mostra l’ultimo numero del settimanale dicendomi:
«”Oggi” è speciale!».
«Già!» rispondo io, divertendomi a giocare col doppio senso. E i miei pensieri tornano a lui, al piccolo, lo circondano in un dolce abbraccio, mentre le parole si arricchiscono di musica.
Arrivo appena in tempo. Gli ultimi vicini stanno entrando in ordine. Cristina è sulla porta, mi guarda e sorride. E’ l’amica del cuore, quella che con me attende più di tutti il bambino. Lo sente anche suo, perché in questi mesi mi è sempre stata vicino, ha condiviso la mia situazione, i pianti, le ribellioni, la solitudine…
«Ti aspettavo» dice ancora sorridendo, ma questa volta è lei a ‘giocare’ un po’. Capisco che quel sorriso mi nasconde qualcosa (sicuramente una sorpresa: non riuscirebbe a far del male a nessuno).
Entriamo e prendiamo posto in un’aula già piena e riscaldata. Altri mi guardano, mi salutano e sorridono anch’essi. Eh, sì. Cristina ha ‘lavorato’ parecchio fra questa gente (avrei capito soltanto in seguito, molto dopo, che tipo di sorpresa nascondeva la sera).

Come è strana questa sera l’assemblea: non si discute, si accetta tutto, e ancora di più sembra ci si accontenti all’unanimità. Eppure bisogna fare grandi lavori. Ci sono buche da colmare, c’è da abbattere e ricostruire; ci aspettano grandi sacrifici, e bisogna affrontarli. Ancora una volta ho paura di non farcela, ma stranamente la presenza dei coinquilini mi rassicura. Ironicamente -ma lo faccio- prendo l’avviso per controllare orario e luogo, tanto mi sembra di essere fuori dal mondo. La mia vicina comprende il mio smarrimento e mi dice che anche per lei è così: avverte anche lei qualcosa di nuovo.
Alla fine, mentre usciamo, non posso che ringraziarli tutti: consapevoli della mia situazione mi sono venuti incontro, sono stati gentili.
«Grazie». Non riesco a dire altro.
«Lo facciamo per il bambino» mi dice Laura, entrando così delicatamente -ma ugualmente con forza- nell’ambito della mia famiglia, della mia vita privata, dei miei affetti, quasi adottando i miei pensieri e i miei desideri.

Non so perché i momenti più intensi della mia vita debbano essere sempre accompagnati dalle lacrime, come una costante, come uno dei segni particolari da trascrivere sulla carta d’identità. Mi consola l’immagine che le lacrime di oggi siano come gocce di cera lacca che sigilla i grandi avvenimenti.
Mentre torno a casa i pensieri diventano un vortice, mi assalgono i ricordi e dentro di me sembra scatenarsi una battaglia, l’ennesima. Presa dall’ansia mi metto a correre, senza riconoscermi più: non so se sia paura o altro. La pace arriva solo quando entrata in casa mi rifugio nella cameretta dove tutto è pronto da tempo. La culla è ancora vuota, ma già mi ritrovo a guardarla con occhi pieni d’amore, perché sento che manca veramente poco; sento che…

Delicatamente prendo dalla tasca il bambinello che Don Giustino ha benedetto durante la Messa della notte. Mentre lo depongo nella culla, incrocio lo sguardo di Maria e di Giuseppe che insieme ai pastori sono in attesa. Sarebbe egoistico tenerlo per me.
Per me c’è altro. Il libro è già pronto sul comodino; lo apro alla pagina segnata dal nastrino dorato (per l’occasione anche le parole sembrano vestirsi a festa). «Tardi ti amai, bellezza così antica e così nuova, tardi ti amai! Sì, perché tu eri dentro di me e io fuori. Lì ti cercavo. Eri con me, e non ero con te. Mi chiamasti e il tuo grido sfondò la mia sordità; balenasti e il tuo splendore dissipò la mia cecità; diffondesti la tua fragranza, e respirai e anelo verso di te, mi toccasti, e arsi di desiderio della tua pace.» Vorrei leggere altro, ma non ci riesco, e non perché le mie ‘compagne’ giocano sulle pagine davanti a me, ma perché è il momento della sorpresa… I bambini sono venuti a cantare sotto casa le dolci nenie natalizie. Mi affaccio dalla finestra come la più innamorata di tutte le Giuliette. Cri’ (l’ho sempre chiamata così perché è stata la mia ‘crocerossina’), è contenta nella sua disponibile semplicità, e Laura mi dà un altro appuntamento.
«Già! -rispondo-. Ci vedremo spesso».
«Ciao, Stella» mi dice la piccola Rachele con gli occhietti vispi e teneri che la caratterizzano all’interno del coro. Imbacuccata nella sciarpetta rosa, sembra un batuffolo di zucchero filato. Don Giustino la solleva fino a me, le do un bacio, come un candido fiocco di neve.
«Ciao, Stella», ripete, e con solenne serietà mi porge un bigliettino. Lo apro. Don Giustino, che parla poco, ma è capace di grandi parole mi ha trascritto un brano del profeta Baruc: «Le stelle brillano dalle loro vedette e gioiscono; Egli le chiama e rispondono “Eccoci”! e brillano di gioia per colui che le ha create.» Il mio nome è Giusy, ma da quando sono stata battezzata, la notte santa di Pasqua, tutti mi chiamano Stella; sentono un senso di paternità nella mia vita, e hanno deciso anche per “il nome nuovo”. E Cri’ dice che è notte santa anche questa, e che si fa voce nei piccoli, e che Rachele si è preparata bene per chiamarmi così, e che…
«E’ tardi» conclude, e si festeggia anche da noi (ha trovato una amichevole e complice scusa per lasciarmi sola col bambino e i pensieri di sant’Agostino). Un ultimo “Astro del ciel” intervallato da sacri singhiozzi, l’ultimo bacio e poi tutti a casa.

Seguo commossa i miei amici che si sono incamminati. La piccola Rachele si volta ancora accennando un altro ciao. La mano nel guantino mi sembra - per restare in tema - il tragitto della cometa. Le rispondo con lo stesso dolce gesto. Appiccicata ai vetri della finestra, inavvertitamente ho fatto disegnare al vapore il mio sorriso: ne viene fuori un quadro di valore, che nessun artista avrebbe mai saputo dipingere.
Nella penombra della stanza, accovacciata davanti al presepe scrivo queste poche impressioni:
" Desidero comunicarvi la gratitudine che ho nel cuore quando penso a voi. E' come pensare a un padre e a una madre, che mi hanno tirato su volendomi bene sempre, anche quando non era facile. Ora davanti al ‘piccolo’, mi rendo conto con commozione di quello che siete, che significate per me. Essere madre non è possedere, ma appartenere di più. Quando guardo il Gesù bambino, Rachele, e tutti gli altri, mi intenerisco per il bisogno che hanno di essere e di imparare, ma nello stesso tempo capisco che la responsabilità che ho nelle mani potrebbe farmi paura se non ci foste voi…"
Le appenderò alla porta. Domani, quando i miei amici verranno a casa, non troveranno ad accoglierli una ghirlanda di plastica…
E’ festa, e fuori anche la neve danza.

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LA FELICITA'

Ciao, il mio nome è Felicità. Faccio parte della vita, di quelli che credono nella forza dell'amore, che credono che ad una bella storia non possa esserci mai fine.

Sono sposata, lo sapevate?
Sono sposata con il Tempo.

Lui è il responsabile della risoluzione di tutti i problemi.
Lui costruisce cuori, lui medica quelli feriti, lui vince la tristezza....

Io e il Tempo, assieme, abbiamo avuto 3 figli:
Amicizia, Saggezza, Amore....

Amicizia è la figlia più grande, una ragazza bellissima, sincera e allegra.
Lei unisce le persone, non ha l'intento di ferire, ma di consolare.

Poi c'è Saggezza, colta, con principi morali... lei è quella più somiglia a suo padre, Tempo.
E' come se Saggezza e Tempo camminassero insieme!

L'ultimo è Amore!
Ah, quanto mi fa lavorare lui!
E' ostinato, a volte vuole abitare solo in un certo posto... e a volte dice che è stato concepito per abitare in 2 cuori e non in uno soltanto... eh sì, mio figlio Amore è molto complesso.
Quando comincia a far danni, devo chiamare subito suo padre Tempo affinché chiuda le ferite procurate dal figlio!

Una persona un giorno mi ha detto:
"alla fine tutto si sistema sempre... in un modo o nell'altro... Se le cose ancora non si sono sistemate è perché non siamo ancora giunti alla fine"

Per questo ti dico di avere fiducia nella mia famiglia.
Credi in mio marito Tempo, nei miei figli Amicizia, Saggezza e soprattutto credi in mio figlio Amore!

Se avrai fiducia in loro, stai certo che allora io, Felicità, un giorno batterò alla tua porta!!
E non dimenticare mai di sorridere!


Autore sconosciuto

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INTRAPRENDERE IL VOLO


C'era un uccello che ogni giorno trovava rifugio tra i rami secchi di un albero isolato in mezzo a un'estesa pianura.
Un giorno un forte vento fece cadere l'albero.
Il povero uccello dovette volare lontano, al di là della pianura per trovare un albero su cui rifugiarsi.
Finalmente raggiunse un bosco pieno di alberi carichi di frutta

"Se l'albero vecchio fosse rimasto in piedi l'uccello non avrebbe intrapreso il volo".


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QUELLA SERA DI PIOGGIA

 

Chissà quanto tempo passa tra uno squillo e l’altro. Ve lo siete mai chiesto? Lui sì. E questa volta sembrava davvero interminabile: una vita. Ad ogni squillo corrispondeva un capitolo. E rivedeva tutti quei momenti con l’ansia dello scrittore, con la ricerca ostentata di un distacco che gli permettesse di osservarsi in silenzio.
Non era ancora l’autunno, ma aveva già freddo e il vento batteva impietoso sulle guance umide: piangeva, come se fosse una clessidra a segnare il tempo. La strada deserta e la cabina telefonica vuota. Senza accorgersene stava rinchiudendo la sua vita e il mondo intero in quel piccolissimo ‘studio’ dove avrebbe iniziato a scrivere e raccontare un altro capitolo, e questa volta l'ultimo. Ormai era deciso così.
Nemmeno quel cane che passava si era fermato a fargli compagnia: forse era ‘scritto’ anche questo, o forse, e più probabilmente, aveva un appuntamento: l’Amore.
Già. E’ sempre stato lAamore la causa di tutto. E nemmeno lui ne era immune. Anzi, nemmeno loro. Ma ora, scherzo del destino, li divideva proprio l’amore. E lui era lì, con la sua storia, un ‘diario’ dalle pagine piagate più che piegate, nel fascino vorticoso di un non so che... Driiin, tac, tac, tac, driiin...
Sapeva benissimo che non l’avrebbe trovata a casa.

Che motivo c’era ormai che lei si facesse trovare lì? Le sere sempre più lunghe, a dispetto dell’accorciarsi delle giornate, e la debole luce della lampada non bastavano più. Per fortuna c’erano le amiche a riempire un po’ di tempo. Ma per quanto? E poi? Non aveva certo l’intenzione di diventare daltonica... tutto grigio: giorni e notti, lacrime e sorrisi, grida e silenzi... No! Che continuasse a squillare quel telefono, grigio pure lui; che continuasse pure. Tanto lei sapeva tutto: che la stava cercando, ultimo scampolo di dovere familiare; sapeva che era già per strada, sulla via del ritorno. Ma con quale coraggio, si chiedeva lei, si può parlare ancora di ritorno? Il suo intuito l’aveva preceduto di un bel pezzo. E poi lo conosceva alla perfezione, ne conosceva tutti i ritmi. E sapeva che questa sarebbe stata la serata decisiva, ‘l’ultima’.
Soltanto un cuore innamorato sapeva far questo. Si strinse le mani ancora una volta, ingoiò quel diluvio di sofferenza che da tanto tempo ormai la faceva annaspare alla ricerca di brevissime boccate d’ossigeno, e corse a casa, a farsi pronta. Lo amava tanto, da sempre, ma sapeva che nessuna resistenza, nessun tentativo sarebbero serviti a fargli cambiare idea. E prima di sciogliersi nell’elenco delle recriminazioni, aveva promesso a se stessa che avrebbe sofferto da sola: inutile farlo in due... Era libero già da quel momento, senza che lui lo sapesse. In compenso lo sapeva lei, e questo era più che sufficiente; a volte anche ‘troppo’.

La casa era vuota e silenziosa; ma lei c’era abituata. La scelta o la condanna non facevano più differenza. Nico e Lia sarebbero tornati solo il giorno dopo. Sì, era la serata ideale per tutti e per tutto: uno sprazzo d’intimità, pochissime parole, e qualche lacrima. Oh sì, lo conosceva davvero bene il suo amore.
Il trillo del campanello e la chiave nella toppa si confusero con i lenti e grigi rintocchi dell’orologio, riempiendo la stanza di suoni cupi e uniformi, presagio di un dolorosissimo distacco, quasi l’ anticipo di una liturgia funebre.
La giacca a vento appesa con garbo, la cartella al suo posto, e la poltrona già pronta. Tutto era in ordine, o quasi tutto... (Avete forse dimenticato di quando vi siete innamorati anche voi)? Comunque esteriormente tutto era in ordine: quel suo ‘diario’ aperto sull’ultima pagina, e la ‘stilografica’ intinta in un inchiostro rosso sangue.

Aveva letto da qualche parte che Dio creò con la parola immediatamente seguita dall’opera compiuta. Così iniziò a parlare anche lui; sperando che qualcosa di nuovo succedesse già alle prime parole. Ma lei sapeva anche questo. D’altronde, chi era stato a ‘suggerirgli’ passo dopo passo le parole e le azioni di tutto quel periodo vissuto insieme? Solo l’amore discreto e fedele di lei, anche quando si era sentita trascurata, anche quando per lui gli amici avevano contato di più...
“Ciao” le disse timidamente.
“Ciao”.
“Mi spiace aver fatto tardi anche questa sera. Ma se penso che sono stato tentato di non tornare nemmeno... forse mi trovo anche in anticipo”.
Lei sorrise cercando di smorzare un po’ di tensione; ma questo non bastava. Quella sera esigeva qualcosa di più: una spiegazione, un chiarimento. E lui doveva farlo. E comunque l’attesa fu veramente breve.
“Devo parlarti” riprese lui.
“Lo so”.
“Oggi sono stato da...”
Era il momento segnato dal destino, contraddittoriamente atteso e respinto. Il momento di dimostrargli la grandezza dei suoi sentimenti, anche a costo di lasciarsi spaccare il cuore. Lo interruppe con quel disperato gesto d’amore, ingoiando un’altra di quelle piene.
“So perfettamente dove sei stato quest’oggi. Ci sono stata anch’io. Ne ho discusso con chi sai. Volevo conoscere, comprendere...”.
Lui sgranò gli occhi.
“Quando l’hai capito?” le chiese.
“Da tanto. Da prima ancora che tu stesso te ne rendessi conto. Fa parte della nostra eredità femminile: istinto e sofferenza”.
Le parole erano accompagnate da un altro rintocco. Più solenne che mai.
“E’ un cuore ferito che ti parla -riprese-, stanco di solitudine e di attesa. Ma è pur sempre un cuore innamorato, il solo capace di comprendere e giustificare l’amore, sempre. Per questo... va’, sii felice con chi ami oggi. E principalmente sii uomo fino in fondo, con le tue decisioni e le tue responsabilità, con la fatica delle tue scelte. Sii uomo come fino ad oggi non lo eri mai stato. Continua come lo sei stato questa sera. E sappi, comunque, che io non amerò che te, e Nico e Lia, per sempre. Solo voi nella mia vita.”
Le lacrime ormai si fondevano in un unico abbraccio quasi asfissiante. Finalmente avevano ritrovato se stessi. Ed ora si sentivano uniti più che mai. Quella pioggia d’amore aveva cancellato le ultime parole sul ‘diario’. E poi sicuramente non ci sarebbe stato spazio per scrivere tutto il resto: la vita che riprendeva sotto il giallo dorato del sole che benevolo sorride da sempre sul destino degli uomini. E altre parole si scrivevano sul pentagramma dei suoi raggi come la più dolce di tutte le melodie:
“Va’, figlio mio, e sii felice. So che ti aspetta già”.

“Ciao mamma, e grazie. Se domani sarò Sacerdote di tutti lo devo esclusivamente a te”.

L’indomani il cielo era di un azzurro splendente e non ci sarebbero state nuvole per molti giorni. Quell’unica ‘goccia’ che cadde in mezzo a loro, non era di passaggio... Suggellava l’amore.

 

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