Rubriche di
Patrizia Fontana Roca

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SANTA LIBERATA

 

 

PREMESSA

Questo nuovo quaderno nasce dopo la lettura di una ricerca del Pomi dal titolo: “Santa Liberata ed il suo culto in Valsesia”.

Riporto buona parte del testo come premessa alla questione:
“Santa Liberata ed il suo culto in Valsesia. La dimensione più propriamente legata alla sessualità femminile è stata ricondotta all’interno di particolari devozioni, forse meno conosciute ma non per questo meno presenti sul territorio valsesiano, verso sante specificatamente preposte alla sorveglianza sui più personali aspetti dell’esistenza, quali appunto la maternità e la salute dei vari organi corporei. Sicuramente la figura più particolare e, per certi motivi, più interessante tra le differenti sante oggetto di venerazione da parte delle donne nel loro ruolo di madri è Santa Liberata: una devozione che, pur testimoniata solo in due casi di dedicazione e in poche altre rappresentazioni iconografiche, assume però delle caratteristiche così particolari che configurano il culto a questa santa come quello forse più rappresentativo del sentimento religioso femminile in valsesia. Per cercare di comprendere al meglio le ragioni ed i modi per cui e con cui si è manifestata questa singolare devozione, è indispensabile fare, si spera definitivamente, chiarezza sull’identità di Liberata, o meglio, chiarire a quale delle diverse sante omonime si possono riferire le dedicazioni e l’iconografia presenti sul territorio preso in considerazione. Dalle fonti agiografiche, sia storicamente attendibili sia leggendarie, emergono principalmente tre sante di nome Liberata: una vergine di Pavia, contemporanea del vescovo Epifanio (+ 497), di cui senza fondamento venne creduta sorella, la cui ricorrenza è fissata al 16 gennaio; una religiosa che, con la sorella Faustina, condusse vita ascetica presso la città di Como, dove morirono intorno al 580, e nella cui cattedrale ancora si conservano le reliquie onorate al 18 di gennaio; infine la famosissima quanto curiosa vergine e martire chiamata anche Wilgefortis, ricordata dai calendari in date diverse, principalmente però al 20 luglio.
I due titoli dedicatori presenti con questo nome in Valsesia, a Scopello e a Rimella, non forniscono alcuna specificazione che permetta una sicura identificazione del personaggio. Il motivo di questa mancata attribuzione deriva proprio dal fatto che la santa venerata in Valsesia, ma anche nel Biellese, nel Verbano e nell’Ossola, non si può esplicitamente ed immediatamente identificare con nessuna di quelle conosciute attraverso i martirologi o le tradizionali raccolte delle vite dei santi. Per nessuna delle sante sopra menzionate è, infatti, ricordato il noto attributo iconografico dei due bambini in fasce che Liberata porta in braccio né, viceversa, Liberata viene localmente rappresentata nelle sembianze monacali delle omonime pavese e comasca, o crocifissa come vorrebbe lo stravagante racconto riferito a Vilgefortis. A prescindere dalle vicende storiche di tutte queste sante, rimane, come già riferito, il fatto che, sia nell’oratorio del Chioso a Scopello, sia nella cappella di Sant’Antonio di Rimella, sia nelle rimanenti raffigurazioni, Liberata è riconoscibile per i due neonati che regge con le sue braccia e non possiede alcun altro attributo (croce, palma o libro) che possa aiutare a far chiarezza sulla possibile identificazione con una delle sante conosciute. Si prospetta quindi un caso molto interessante da indagare, di cui in questa sede si possono solamente delineare i contorni e indicare gli spunti per ulteriori indispensabili ricerche, che confermino o smentiscano la possibile soluzione proposte. Si potrebbe identificare la “nostra” Liberata con la vergine Vilgefortis, il cui culto,  molto diffuso nei paesi d’oltralpe, sarebbe giunto in quel di Rimella portato appunto dai walser nel loro insediamento nella zona dell’alta Val Mastallone, sviluppatosi poi in modo autonomo con forme ed iconografia proprie. Diversamente, il culto locale di Liberata si potrebbe riferire alla santa monaca lombarda, essendo appunto presente anche in località, come ad esempio Chioso di Scopello, che non si trovano in ambito walser, una devozione che per non meglio specificati motivi assunse, anche in questo contesto, caratteristiche devozionali ed iconografiche autonome, per nulla legate alle vicende o alla venerazione della santa comasca. Entrambe queste assimilazioni, non risolvono però il problema fondamentale che riguarda l’iconografia di Liberata, né monaca né martire crocifissa e non motivano il suo specifico patronato sulle partorienti, concretamente significato dai fanciulli in fasce. Iniziando da questo secondo aspetto, che determinò poi la rappresentazione della santa, si può ricordare come già nell’antichità la divinità preposta all’assistenza delle partorienti era Libero, cui si attribuiva il potere di liberare, senza pericolo, le madri dal bambino che per nove mesi avevano portato in grembo. Si tratta della stessa richiesta che le donne rimellesi sottoponevano all’intercessione di Santa Liberata, recandosi negli ultimi tre mesi di gravidanza, a pregare presso la cappella lei intitolata, dove anche facevano celebrare la messa nei giorni in cui era previsto il parto, determinando così, involontariamente, una continuità rituale le cui origini, anche se forse non direttamente per quel sito, si perdono nella notte dei tempi. L’insolita e curiosa collocazione della cappella rimellese, scavata nella montagna, sul greto del torrente, andrebbe analizzata nei particolari, cercando, se possibile, di individuare il motivo di fondazione del chiesuolo: la scelta del sito potrebbe essere stata determinata, eventualmente, dall’esistenza di qualche particolare riferimento cultuale (sassi, pietre o sorgenti), già oggetto di particolare attenzione da parte dei fedeli, pratiche magico - rituali non poi così lontane nel tempo, come ricordano le visite pastorali in zone di montagna, Valsesia compresa, che condannano la superstizione presente specialmente all’interno delle devozioni femminili, spesso incanalata, organizzata e quindi sorvegliata all’interno di culti ufficialmente proposti dalla Chiesa stessa. Indipendentemente dal possibile passaggio di ruoli da Libero a Liberata, per evidenti ragioni etimologiche, ben documentato nel culto di molti altri santi, è evidente che in Valsesia, nel Biellese e nel Verbano – Cusio - Ossola, la santa si è configurata con caratteristiche particolari, totalmente  indipendenti da un qualsiasi riferimento alla sua dimensione di personaggio storico, legate non tanto quindi a chi essa sia stata, a cosa abbia compiuto, quando e dove sia vissuta, quanto al fatto di essere l’entità spirituale cui fare riferimento in un momento così delicato, specialmente nel passato, come quello del parto e dell’allattamento dei neonati. Nella devozione delle donne locali è di secondaria, per non dire nessuna,  importanza, se Santa Liberata è celebrata come vergine e martire o come reclusa in una fondazione monastica lombarda, l’importante è che sia una valida protettrice tra i travagli del parto. Non esistono riferimenti, storici o leggendari, a differenza di quanto avviene per altre sante, che consentano di giustificare la derivazione di tale patronato da qualche particolare episodio della vita di Vilgefortis o di Liberata di Pavia e di Como; al contrario, la loro esperienza verginale sembra addirittura in contrasto con il patrocinio sulle madri attribuito alla nostra Liberata. Questa anomala situazione potrebbe, forse, nuovamente tradire un passaggio di ruoli dalla divinità pagana alla santa cristiana, per semplice assonanza di nome, senza una preoccupazione di carattere storico, su cui fondare e organizzare poi il culto. Del resto, anche escludendo una diretta derivazione del ruolo di Liberata da quello del dio Libero, potrebbe essersi verificata, molto ingenuamente, all’interno dell’immaginario collettivo popolare, un identificazione delle donne con la santa, per la già riferita funzione attributiva del suo nome, condizione tanto sospirata dalla donna gravida, impossibilitata a svolgere le mansioni quotidiane e impedita alla normale conduzione del nucleo famigliare.
 Potrebbe essersi verificata una analoga trasposizione, dal nome al patronato, anche nel caso di Santa Liberata, che influì ovviamente anche sull’ iconografia, presentando alcuni aspetti curiosi che è opportuno richiamare, seppur brevemente, come ulteriori spunti per una più approfondita ricerca. Santa Liberata è facilmente riconoscibile, all’interno delle teorie di santi e sante affrescati sulle pareti di diversi oratori, o sulle tele dei secoli successivi, per i due lattanti in fasce che regge con le sue braccia o che tiene per mano (ad esempio nell’oratorio di San Pietro a Pila); questa iconografia, che come ricordato deriva dal patronato che essa esercitava sulle partorienti, rivela delle curiose affinità sia con temi iconografici pre – cristiani, sia con l’iconografia allegorica medievale. Il tema della maternità è stato, fin dall’epoca preistorica uno di quelli più diffusi nelle riproduzioni artistiche pittoriche e scultoree, un tema legato al naturale avvicendarsi delle generazioni che garantisce la continuità dell’esistenza umana, della famiglia o del gruppo. In tutte le civiltà mediterranee ritroviamo specifiche divinità preposte alla sorveglianza della maternità, raffigurate nell’atto di allattare o recare tra le braccia il bambino: un’iconografia che è poi divenuta, con l’affermarsi del cristianesimo, quella predominante per la Vergine Maria, la madre per eccellenza. Anche riguardo a Liberata non si può non segnalare come la sua rappresentazione possa derivare, o quanto meno richiamare, l’iconografia di alcune dee – madri celto – galliche, personificazione femminile della potenza divina creatrice e fecondante. La loro immagine era codificata sostanzialmente in due modelli: triadi di donne, una delle quali recava frutti tra le mani (la fecondità della terra) o singole figure femminili, in posizione frontale, con due bambini sulle braccia, talvolta nel momento dell’allattamento, “proprio come certe sante cristiane” in particolare Liberata. Questa iconografia, di possibile derivazione da un tema iconografico pagano, mostra analogie con la raffigurazione dell’ astinenza: rappresentata nelle sembianze di una donna che reca tra le braccia due neonati e reca sulla testa un cesto con delle uova. È probabile che a livello popolare tale personificazione, di valore essenzialmente simbolico, sia stata interpretata come quella di una santa preposta alla salvaguardia dei neonati. Alla formazione, infatti, dell’iconografia di un determinato santo/a concorrono i più svariati fattori,  ma predomina un’attenzione tutta particolare per quegli attributi specifici che possano permettere l’immediato riconoscimento del personaggio da venerare e che siano dunque diretto veicolo del messaggio che s’intende proporre. Liberata viene così presentata come la legittima santa da invocare nella maternità, codificata definitivamente all’interno di quel ruolo che, come si è visto, per motivi più o meno reali, le è stato conferito. Ad avvalorare l’ipotesi che l’iconografia di Liberata sia molto particolare e che non derivi da un noto episodio della vita di una delle sante che portano questo nome, viene la curiosa testimonianza di un parroco di montagna del settecento: don Giovanni Battista Beltrami. Egli fu parroco a Forno, noto paese dell’alta Val Strona, nella cui chiesa parrocchiale dei Santi Pietro e Paolo, vi è una cappella dedicata a Santa Liberata; tale intitolazione sembra derivare proprio dalla presenza in loco del quadro, posto in venerazione nel 1725, nella cappella in  precedenza intitolata a San Giacomo apostolo e concessa in patronato alla famiglia Suabbi. Il sacerdote, avendo deciso di eliminare tale concessione stante l’incuria dei privati, si preoccupò di reperire informazioni circa la rappresentazione della santa, soggetto della tela, opera di ignoto, che egli volle far sistemare sull’altare rinnovato; si rivolse al francescano padre Giulio Maria d’Ameno, religioso che viveva nel convento del Monte Mesma, già predicatore in valle. Nell’archivio parrocchiale  esiste la lettera di risposta che il religioso, il 30 maggio 1726, inviò al parroco: “Circa al sapere al significato perché si dipinga Santa Liberata con due figlij, uno in braccio et l’altro a piedi, o pure come altri pittori fanno, cioè con uno da un braccio e l’altro dall’altro, per quanta diligenza ho usata in voltar foglie de libri non ho ritrovato che di questo si faccia mentione; solo che si trova che ella con sua sorella si partirono da Verona sua patria e si portarono a Como et ivi fondarono un monastero et nell’istessa città finirono li suoi giorni santamente e poco si trova de suoi gesti nel Martirologio Romano; però con un poco di tempo, userò ogni diligenza per mezzo di qualche mio amico nella città di Como per saperne distinta la notitia”.
Questo documento è di molta importanza per la ricerca che si vuole qui delineare, in quanto rivela sia la presenza del culto alla santa in una località di montagna dalle caratteristiche simili a quelle valsesiane, sia l’esigenza di conoscere le motivazioni di una così particolare iconografia di cui si era persa la memoria, sia l’identificazione della nostra Liberata, con la monaca di Como. Nella città lombarda, presso cui il frate avrebbe dovuto continuare le sue ricerche, la santa, come si è già ricordato, non appare con i due fanciulli, ma è presentata nelle vesti monacali che le sono proprie, come la sorella Faustina. Il dubbio circa l’identificazione del personaggio rimane, tanto più se si considera che è incerta anche l’origine della santa: Verona, come riporta il frate, Piacenza come vorrebbe il racconto agiografico o addirittura il Piemonte, come riportato da certi autori.

Il dato sicuro risulta quindi essere l’esistenza del suo culto in diverse località dell’Italia nord occidentale, più in particolare in un’area che, dalle colline del Monferrato, attraverso le montagne biellesi e Valsesiane, giunge fino alle vallate del Cusio e del Verbano; un culto concretizzato in dedicazioni di oratori, cappelle ed altari, dove Liberata, oggetto di tele, affreschi e statue, presiede al delicato momento del parto. Si possono ricordare, ad esempio, gli altari di Sizzano e dell’antica basilica di San Gaudenzio a Novara, o quello ancora esistente nella parrocchiale di Massino Visconti; anche una pregevole tela di suor Orsola Maddalena, conservata a Moncalvo nella chiesa di San Francesco, raffigura la santa, con le martiri Agata e Lucia.

È evidente, da quanto riportato, che Santa Liberata e la sua raffigurazione costituivano un problema agiografico già nei primi decenni del ‘700, un problema che il presente contributo non pretende certo d’aver risolto, dovendo essere studiato ed analizzato in modo più specifico avvalorando o smentendo le diverse ipotesi che a suo riguardo sono state formulate nel tempo, ma almeno delineato”.


INTRODUZIONE

Lo scritto del Pomi nella sua conclusione lascia il problema iconografico aperto. Difatti si legge: “il presente contributo non pretende certo d’aver risolto, dovendo essere studiato ed analizzato in modo più specifico avvalorando o smentendo le diverse ipotesi che a suo riguardo sono state formulate nel tempo, ma almeno delineato”.

Noi vogliamo ora proporre una lettura iconografica che affonda le sue radici su due luoghi di culto: Roncitelli di Senigallia (AN) e Palazzo Pignano (CR).

Le due località, una marchigiana e l’altra lombarda, non esulano dall’analisi iconografica compiuta del Pomi, in quanto hanno l’elemento centrale: cioè la rappresentazione iconografica di Santa Liberata come una donna con due bambini. Però queste località concentrano il culto non tanto sull’opera pittorica (in Roncitelli è all’origine del culto) ma è su quella scultorea.


SANTA LIBERATA A PALAZZO PIGNANO

Palazzo Pignano è un comune di circa 4.000 abitanti della provincia di Cremona, in Lombardia. Il comune è famoso per i resti archeologici di origine protoromanica.

Patrono di Palazzo Pignano è San Martino da Tours (festeggiato l'11 novembre) e San Rocco (festeggiato il 16 agosto).

Il culto di Santa Liberata a Palazzo Pignano è presso la Pieve di San Martino.
La Pieve di Palazzo Pignano, come la vediamo oggi, è la ricostruzione romanica avvenuta sopra una pieve precedente.
L’impianto è quello tardo basilicale con lo spazio diviso in tre navate da due file di sette pilastri con otto archi a tutto sesto (un ottavo pilastro e il relativo nono arco sono stati inglobati nelle murature delle due sacrestie). Il soffitto è a capriate nelle tre navate. La serie di pilastri a destra, a base quadrata con angoli smussati, non è originaria: hanno sostituito nel citato rifacimento del XV secolo quelli cilindrici dell’XI. I bellissimi capitelli sono invece originari e lo dimostra la loro base circolare che mal s’adatta al pilastro. Sono scolpiti a motivi simbolici di uno stile legato ancora al gusto altomedievale. Sulle facciate interne dei primi due pilastri sono venuti alla luce affreschi votivi del XV secolo.

L’abside è decorata da affreschi del XVI secolo, di gusto popolare della scuola di Aurelio Busso (vissuto nella prima metà del Cinquecento), disposti su tre piani sovrapposti. Nel primo i santi testimoni della fede: Fermo con la spada, Martino che offre metà del suo mantello a un povero (è il patrono di Palazzo) e Giorgio che uccide il drago: rappresentano la Chiesa militante. Al centro si trovava una Crocifissione della prima metà del sec. XV di cui oggi restano abbondanti lacerti: faceva parte di un precedente complesso iconografico absidale (visibili ancora molte tracce) sostituito poi dall’attuale. Nel secondo piano, all’interno delle lunette, i quattro più grandi dottori della Chiesa occidentale: sant’Ambrogio, san Gregorio Magno, san Gerolamo e sant’Agostino che costituiscono la Chiesa docente. Nel terzo, il Trionfo di Cristo risorto che sale al cielo, affiancato da angeli recanti i segni della passione: rappresenta la Chiesa gloriosa.

La navata destra è stata liberata del pavimento per mettere in luce i resti della cappella battesimale del V secolo. Si vedono le basi di quattro dei sei pilastrini, alcuni brani dell’emiciclo e l’abside. Sulla facciata interna, a destra dell’ingresso troviamo una tela del Battesimo di Gesù’, pala d’altare di autore ignoto del XVIII secolo. È la riproduzione fedele dell’omonima tela di Carlo Maratta (1625-1713) conservata in Santa Maria degli Angeli a Roma. La prima campata dell’abside è occupata dalle pareti portanti est e nord del campanile alleggerite da due alte aperture ad arco acuto. Sulla base di quella nord un affresco votivo quasi illeggibile di Sant’Antonio Abate con bastone e campanello (un antico graffito recita “Sancte Antoni”). Sul fondo si apre la cappella della Madonna del Rosario di cui è stato mantenuto l’impianto secentesco, con volta a vela popolata di angeli, composizioni floreali e festoni con titoli attribuiti alla Vergine: Mater Castissima, Stella matutina, Turris davidica, Rosa mystica, Vas spiritualis, Speculum Justitiae. La statua della Madre di Dio con Bambino è nella nicchia sopra l’altare, all’interno di un alzato barocco in stucco formato da due angeli reggenti due capitelli e un timpano semicircolare sul quale siedono altri due angioletti che affiancano la piccola tela della Madonna con Bambino che consegna il rosario a san Domenico e santa Caterina da Siena; il paliotto dell’altare è secentesco in scagliola (imitazione in gesso dell’intarsio in marmo) la cui figurina centrale è sempre la Madonna del Rosario.
Nella parete destra della cappella, si apre un grande lunotto, e in una nicchia posta la statua di Santa Liberata protettrice delle partorienti.

Il giorno dedicato al culto di Santa Liberata è il 18 gennaio. Questa ci riporta alla santa vissuta nel VI secolo con la sorella a Como, dove fondò un monastero.
Nella tradizione locale si ricorda che tra i tanti interventi miracolosi di S. Liberata ci fu la liberazione di una donna dalla sterilità e di un’altra donna dalle percosse del marito. Questi due fatti hanno reso la Santa protettrice delle donne, la liberatrice dalle sofferenze tipicamente femminili.


SANTA LIBERATA A RONCITELLI

 

 

La frazione di Roncitelli appartiene al comune di Senigallia, in provincia di Ancona, nella regione Marche. Questo paese è situato su una collina a sinistra del fiume Misa, a 7 Km da Senigallia, ha origini molto antiche.
Nella carta archeologica della Regione, nel luogo ove ora è Roncitelli, è segnato e documentato un insediamento di epoca romana.
Nell' alto Medioevo troviamo questa località in molti documenti, citata con quattro o cinque nomi.

Il piccolo borgo ha due luoghi di culto, escludendo le località rurali: la parrocchia di San Giovanni Battista, la cui origine è del XI secolo (pieve nel XIV secolo), in Borgo S. Giovanni; e la chiesa di S. Liberata edificata nel 1644 in Borgo Superiore.

Il luogo di culto di S. Liberata è quest’ultima chiesa del XVII secolo, che ingloba un pilone votivo su cui è affrescata la Santa con i due bambini.

Anche a Roncitelli, come a Palazzo Pignano, la Santa è identificata come la sorella di S. Faustina, vergine consacrata a Dio presso un monastero a Como.

La tradizione locale custodisce la memoria della santa e dei suoi miracoli, tra cui la guarigione da possessione diabolica e da sterilità di una donna a Piacenza, città dove era nata prima di trasferirsi a Como (secondo altre versioni, il miracolo avvenne nella città lariana). Inoltre è ricordato un episodio di liberazione di una donna dai maltrattamenti del marito (si dice che l’aveva crocifissa – questa vicenda ricordata da vari autori, fece confondere la vergine Liberata con la martire Liberata, che infatti crocifissa) e molti altri miracoli, tanto da essere invocata speciale protettrice dei bambini dalle loro insidiose e penose infermità.

La piccola chiesa, come un santuario, custodisce il simulacro ligneo della santa che ha sulle braccia i due bambini (opera del 1967; il simulacro precedente è in cartapesta e custodito - in attesa di restauro - nella parrocchiale) e due reliquie custodite un reliquiario ligneo dorato di forma antropomorfa (braccio benedicente).

La Santa è festeggiata la II domenica di Maggio ed è venerata come Patrona della parrocchia.

 

SANTA LIBERATA VERGINE

 

Dopo quanto detto, volendo dare una lettura agiografica alla contorta questione iconografica, ora dobbiamo chiederci, ma chi è Santa Liberata venerata a Roncitelli e a Palazzo Pignano?

Santa Liberata è stata molto popolare in Brianza nell’Ottocento, ritenuta patrona delle partorienti in difficoltà che così la invocavano: “Santa Liberata, liberé che la dona ché “. Gottifredo da Bussero, parroco di Rovello e noto per il suo elenco, redatto attorno al 1260, relativo ai santi venerati nella diocesi di Milano, scrive che si fece monaca con la sorella Faustina per evitare i dolori del parto e la sofferenza per la morte dei figli e del marito, dopo aver visto le lacrime di una donna ai funerali dei suoi cari.
Ma al di là di queste fantasie popolari, che ben si prestano per il nostro discorso, il nuovo Martirologio Romano la commemora il 19 gennaio: “A Como, sante Liberata e Faustina, sorelle e vergini, fondatrici del monastero di Santa Margherita”.

Togliendo, quanto vi è stato di leggendario negli Autori che a più riprese, in questi ultimi secoli, si sono interessati alle due sante, la loro storia può essere così riassunta.

Nacquero nei primi decenni del VI secolo a Rocca d'Olgisio da un certo Giovannato, padrone di un fortilizio di particolare importanza strategica, posto sui monti della Val Tidone. Le due, figlie di un padre potente e ricco, restarono prive di madre poco dopo la loro nascita, e della loro educazione si interessò un religioso di nome Marcello. Uniche eredi del casato, il loro destino era il matrimonio, che avrebbe aggiunto, pur in via femminile, altri rami di prestigio all' albero genealogico.

Liberata e Faustina, invece, erano tormentate nel loro animo da ansie religiose, ancor più accese dalla vicinanza del precettore Marcello; e proprio lui, e con la compagnia di una fedele governante, e due giovani donne organizzarono la fuga, rifugiandosi a Como.

Perché proprio a Como? Come ha affermato il Molinari, studioso delle due sante. "Non sembri questo un elemento romanzesco. Come, meno di due secoli prima Sant' Ambrogio aveva scritto a elogio di San Savino, anche le vergini piacentine "de longe veniunt", vennero cioè da lontano perché capaci di affrontare lunghi viaggi per celebrare il loro casto matrimonio con Dio”.

A Como le due sorelle furono anche protagoniste di un eccezionale episodio prodigioso: un nobile della città, per soddisfare i suoi demoniaci istinti, aveva crocifisso la moglie. Quando ormai essa era vicina alla morte, intervenne Liberata che la salvò risanando le sue gravi ferite. Lo stesso padre Giovannato, all' inizio contrario alla vocazione delle figlie, ebbe poi per loro segni di paterna comprensione, fino a destinare alle medesime gran parte delle sue ricchezze, che permisero la costruzione di un monastero, con annesso oratorio dedicato a San Giovanni Battista, destinato a ospitare numerose giovani attratte dalla fede delle piacentine.

Il monastero ebbe vita lunghissima, fino al 1798. Avuto il velo dal vescovo Agrippino, Liberata e Faustina adottarono le regole Benedettine, allora ai primi passi.

Il problema della data della loro morte ha anch'essa da sempre impegnato i biografi che sono giunti a considerazioni diverse. Il Molinari si è pronunciato per il 593 in quanto le cronache comasche parlano del ruolo svolto dal monastero durante la grave carestia che colpì la città e più in generale l'Italia sul finire del VI secolo, e precisamente nel 591. La data del 580 è stata invece accettata da altri autori, desunta dagli estremi dell' episcopato del vescovo di Como Agrippino, ma proprio in questi ultimi anni nuovi elementi hanno fatto posticipare di alcuni decenni tale episcopato, rendendo ancor più problematica la datazione.

Alla loro morte, i corpi furono sepolti nel monastero la cui sicurezza, intorno all' anno Mille, fu messa in serio pericolo da invasioni barbariche; così fu deciso di traslarle all' interno della città, nella cattedrale di Santa Maria; il 18 Gennaio 1317 fu fatta una ricognizione dei corpi, che furono di nuovo traslati sotto l' altare maggiore.

Probabilmente si era quasi persa la memoria di quel sepolcro, in quanto una lapide collocata nel duomo di Como in quell' anno 1317 dice: "qui furono trovati i corpi delle sante vergini Liberata e Faustina". Dal 1599 al 1618 furono eseguiti lavori di restauro allo stesso duomo e l'urna venne provvisoriamente collocata nella sagrestia. Quando venne riportata sotto l' altare maggiore, che ancora oggi è dedicato a Santa Liberata e Santa Faustina, nel giugno 1618 furono tolte alcune reliquie.

Proprio in questa occasione sarebbe stata trasferita a Piacenza una tibia di Santa Liberata, ora conservata nella Basilica di Sant'Eufemia. Il Campi, studioso della vita ecclesiastica piacentina, ha scritto che anche il cuore di Santa Liberata fu trasportato a Piacenza e collocato nella cripta della chiesa dedicata a Santa Margherita.

Questo edificio piacentino, costruito dopo il Mille, venne rifatto in epoca barocca: sulla sua cripta si ebbero nei secoli successivi molte e confuse idee. Solo in anni recentissimi (tra il 1960 e il 1980) sono state compiute ricerche archeologiche scientificamente mirate, e si è scoperto che quei vani a lungo creduti una cripta in realtà altro non erano che gli straordinari resti di una chiesa paleocristiana finita sotto il livello della strada, databile al VI secolo d.C. e dedicata proprio a Santa Liberata.

Per quanto riguarda l'iconografia delle sante, a fianco di generiche raffigurazioni contraddistinte dall' abito dell' Ordine benedettino, e, per la sola Liberata, dal giglio, simbolo di verginità, va ricordato in modo particolare il ciclo di affreschi di un anonimo giottesco lombardo del primo quarto del sec. XIV già nel monastero di Santa Margherita a Como, e attualmente, nel Museo Civico della stessa città.

Le cinque scene rappresentano progressivamente: la morte di un gentiluomo che induce le giovani principesse a darsi alla vita religiosa; la fuga della due sante dalla casa paterna e il loro viaggio sul Po, da Piacenza, insieme col sacerdote Marcello; il loro arrivo a Como ove Marcello la indirizza a un romitorio; l' accoglienza da parte delle monache; una scena non ben individuabile, nella quale si distinguono tracce di architettura forse raffiguranti il monastero  di Santa Margherita fondato dalle sante.

 

CURIOSITA'

 

Santa Liberata, Affresco XV sec. - Montalto Dora

Una delle scoperte in questa ricerca, è curiosa: gli affreschi (metà del XV secolo) della Chiesa di San Sebastiano a Fontanetto Po erano stati attribuiti a Domenico della Marca di Ancona, zona in cui si trova Roncitelli, in entrambe le località c’è una affresco con la Santa avente i due bambini in braccio.

Le località, finora scoperte, che custodiscono l’iconografia presa in esame sono:

Boccioleto (VC), Oratorio della Madonna delle Giavinelle, affresco
Bolzano Novarese (NO), Oratorio di San Martino, affresco
Briona (NO), chiesa della Madonna della Neve, affresco
Castegnate di Castellanza (VA), cappella votiva
Dairago (VA), Chiesa di Santa Maria in Campagna, affresco
Fontanetto Po (VC), Chiesa di San Sebastiano, affresco
Forno di Valstrona (VB), Parrocchia dei  Santi Pietro e Paolo, affresco
Massino Visconti (NO), Parrocchia
Moncalvo (AT), chiesa di San Francesco, tela di Suor Orsola Caccia (1637)
Montalto Dora (TO), Cappella del Castello, affresco (XV secolo)
Mosso (BI), oratorio dei Santi Lorenzo e Liberata, affresco (XVII secolo)
Novara, Basilica di San Gaudenzio a Novara
Palazzo Pignano (CR), Pieve di S. Martino, statua
Paruzzaro (NO), Chiesa di San Marcello, affresco
Pila (VC), Chiesa di San Pietro, affresco
Rimella (VC), Loc. S. Antonio, Oratorio, affresco
Roncitelli di Senigallia (AN), Chiesa di S. Liberta, statua (anno 1967) e affresco
Roncitelli di Senigallia (AN), Parrocchia di San Giovanni Battista, statua (antica, in cartapesta)
Scopello (VC) loc. Chioso, Oratorio di S. Liberata, affreschi
Sizzano (NO)
Valdisotto (SO), Chiesa di S. Bartolomeo, affresco
Vespolate (NO), Parrocchia di San Giovanni Battista, affresco (XVI secolo)

In numerose aree lombarde, piemontesi e valdostane si sono conservate immagini di santa Liberata che la ritraggono mentre regge in braccio due bimbi in fasce risalenti al XV secolo. In tali immagini i due bimbi compaiono con l'aureola in capo e in qualche caso (ad es. nell'affresco nel Castello di Montalto Dora) sono leggibili le scritte che identificano i due infanti come i santi Gervasio e Protasio, fratelli gemelli figli di san Vitale e santa Valeria. Si deve dunque pensare ad una sovrapposizione del culto di santa Liberata e di santa Valeria: la santa è invocata a protezione contro i pericoli del parto e della mortalità infantile

Montalto Dora (TO), è un caso curioso che fa comprendere come l’iconografia della Santa con i due bambini non è di così semplice interpretazione.

 

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BIBLIOGRAFIA E SITI

* AA. VV. - Biblioteca Sanctorum (Enciclopedia dei Santi) – Voll. 1-12 e I-II appendice – Ed. Città Nuova
* C.E.I. - Martirologio Romano - Libreria Editrice Vaticana – 2007 - pp. 1142
* Grenci Damiano Marco – Archivio privato iconografico e agiografico: 1977 – 2012
* Pomi Damiano - Santa Liberata ed il suo culto in Valsesia in Sacro Monte di Varallo, 2004 (?)
* Sito web di santaliberata.org

 

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Ed. D.M.G.
10 settembre 2012

 

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Dello stesso autore:

 

- Beati e Beate:

- Beata Colomba da Rieti

 

- Beate Ambrosiane

 

- Le beate terziarie minime di Milazzo: quattro o tre?


- Beato Enea da Faenza

 

Santi Martiri:

- Albiate e i suoi Martiri - Santi Fermo, Rustico e Procolo

- La Martire Fortunata di Roma, la “Santa” di Baucina (PA)

- Monselice e i suoi Martiri

 

- San Liberato martire

- Santa Candida martire

- Santa Vittoria, martire in Sabina


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- Santi Martiri di Fossa

Iconografia dei Santi:

- Chi sarà mai costui - - Iconografia dei SantI - Prima parte


- Chi sarà mai costui - - Iconografia dei SantI - Parte seconda

- San Rocco e i suoi attributi iconografici

Santi ed Animali:

- I Santi e il Cane

 

- La Santità dell'Orso

 

- Mancu li gatti! I gatti nella vita dei Santi

- Santi e Roditori


- Santità e il Cervo

 

- Santità e il Drago

Santi e Sante:

- Santi 14 Ausiliatori

- Bambini Santi

 

- Corpi Santi

- Famiglie di Santi

 

- I Santi Magi

- L'Amico dello Sposo - S. Amico

- Longino, la santità sgorgata dal Cuore di Cristo

 

- Luciano, nato nella luce

- Martino di Monselice e Martino di Tours

- San Callisto


- San Damiano e Damiano di...

- San Donato

- San Fabio (Gens Fabia)

- San Giovanni da Tufara

 

- San Lucio I Papa

- San Mamante di Cappadocia


- San Marco

- San Mario


- San Sefirio

 

- San Sostene: un nome, due santi

- San Vincenzo Ferrer

- Sant'Albino, Vescovo: Un quartiere di Monza

- Santa Cita di Serravalle

 

- Santa Marina Vergine

- Santa Rosalia, tra i testimoni di Gesù

 

- Santi dai nomi Atipici :
Apollo, un santo dell'era apostolica
Eliana, la "Figlia del sole"
Genoveffa detta anche Ginevra

Ludovica "Colei che è gloriosa in battaglia"

Gigliola "Bella come un giglio "

- Santi di Canzo

- Santità di nome "Lucia"

- Santità di nome "Romeo"


- Sebastiano, Nobile atleta di Cristo

 

Santità e...

- Come la ginestra... (Santità calabrese)

- Dalla schiavitù alla santità

- In Defensum Castitatis


- Santi e lebbra

- Santi e sofferenza

 

- Santi Patroni dei cultori di immagini sacre


- Santità e Stigmate

- Santità ed Ecumenismo

- Santità Silvestrina

Altro:

- Sacro Cuore di Gesù e Santità e Sacro Cuore

- "Sarà chiamato Emmanuele"

- "Saremo condotti..."


- Siti personali di Don Damiano Grenci:

http://xoomer.alice.it/damiano.grenci/Home.html

 

http://www.preguntasantoral.es/?p=3177

http://regio18.blogspot.com


 







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