Rubriche di
Patrizia Fontana Roca

 

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LA FESTA ESTIVA “DUL BAMBIN”


Stefania Colafranceschi

 

Nella chiesa parrocchiale di S. Brizio, a Vagna, in Val d’Ossola, si è celebrata festosamente anche quest’anno la ricorrenza “Dul Bambin”, come di consueto la seconda domenica di luglio.
Ci siamo recati anche noi, come pellegrini richiamati da un evento inaspettato (1), per partecipare e documentare una festa di antica memoria, risalente infatti al XVII sec., e particolarmente singolare a motivo della devozione al Bambino Gesù.

La comunità parrocchiale celebra la funzione liturgica, al mattino, con canti tradizionali della Valle, e il “bacio” del Bambin, il sacro simulacro custodito nella chiesa; al pomeriggio si tiene la processione, che vede in apertura le donne abbigliate in abiti tradizionali, e il caratteristico copricapo, le ”cavagnette “ (2), segue il clero e la grande composizione lignea barocca con gli angioli e il Bambino nel mezzo, la banda della città di Domodossola, la comunità parrocchiale, gli ospiti.
Ciò che più colpisce l’osservatore è proprio l’ornamento femminile, con cui si rende omaggio, insieme alla tradizione religiosa che ha ispirato la festa, anche al periodo calendariale, segnato dalla prosperità della terra, prodiga di frutti e fiori, al culmine della fase generativa, alle soglie del periodo di maggior calura; in questo periodo, infatti, i montanari provvedono a spostarsi nei pascoli più alti col bestiame (transumanza alpina), per raggiungere nuovi pascoli.

Non a caso, si può affermare, venne scelta questa datazione, secoli fa, quando la Confraternita del SS. Nome di Gesù ne fece richiesta; al di là della motivazione istituzionale, infatti, è il periodo a rivelarci consuetudini secolari, su cui occorre soffermarci, per comprenderne la portata nella vita comunitaria.
Nata per volere della locale Confraternita del SS. Nome di Gesù, fondata all’inizio del ‘600 con l’intento di combattere la bestemmia e lo spergiuro, la festa venne istituita e celebrata inizialmente il 1° dell’anno (in cui il calendario liturgico commemora la Circoncisione, l’atto di imposizione del Nome al Bambino Gesù), e successivamente anche in una seconda ricorrenza, fissata alla seconda domenica di luglio, momento in cui la comunità parrocchiale sospendeva l’attività consueta, a causa della migrazione pastorale.
La processione, i gesti rituali, i canti tipicamente natalizi, l’ambientazione pre-alpina, il clima estivo, ne fanno un evento particolarmente originale e suggestivo, testimonianza di un’antica tradizione che ha ripreso vita, e si esprime nelle forme e nei dettagli ideati e curati dalla comunità parrocchiale.

La chiesa di S. Brizio ci accoglie con un festoso scampanìo, alle 10 del mattino del 9 luglio, per la celebrazione liturgica, che vede al centro il “Bambin” osannato e inneggiato nei canti della Corale e nell’accompagnamento organistico; gli altari, centrale e laterali, risplendono degli stucchi dorati (3), come pure la grande composizione lignea processionale, posta lateralmente nella navata centrale, opera barocca settecentesca che raffigura gli angioli osannanti col Bambino al centro.
Si notano, in bella mostra su una balaustra, le “cavagnette”, accanto all’altare, in prossimità dei primi banchi, dove siedono le donne della comunità, sobriamente abbigliate in nero con scialli fiorati; dall’altro lato della chiesa, su un altare rivestito di broccato rosso scuro, un fascio di spighe della recente mietitura, richiamo diretto al Pane di vita, al chicco evangelico, che muore per dare frutto in abbondanza; e ancora, disposte sull’altare appartenente alla confraternita ispiratrice della tradizione originaria, le tuniche rosso vermiglio dei portatori della grande composizione lignea.

Gli altari barocchi fanno rivivere ai nostri occhi temi e motivi dell’età controriformistica, dai toni carichi di espressività, ma la sobrietà e la cura dell’insieme ci trasmette un senso di autentica partecipazione religiosa, una volontà sincera di rivivere con lo stile di una comunità attenta, la memoria del Bambino che rinasce per noi, nel cuore dell’estate, più che mai inaspettato.
L’antica confraternita (4) che ispirò la festa, nel XVII sec., intese affermare una devozione sentita e praticata già dal medioevo, che ebbe nella figura di s. Bernardino da Siena un grande sostenitore; il “Nome Santo di Dio”, simbolizzato nel monogramma JHS, abbreviazione di JESUS, venne diffuso dal ‘400 in poi, e comparve sugli oggetti, i documenti, le culle, le porte, le abitazioni, i campanili, non solo per affermare l’adesione al disegno salvifico, ma anche in funzione apotropaica, per proteggere e allontanare i mali con l’aiuto di Cristo. A queste consuetudini devozionali, si aggiunse l’intento di onorare il Nome di Gesù contro la bestemmia, sollecitato da preoccupazioni d’ordine morale nel quadro dello spirito di riforma.
La Confraternita del SS. Nome, ai suoi albori, commissionò l’altare ligneo per le proprie ufficiature, e la tela che vi si conserva; questa, alla luce dei fatti, darà spunto alla nuova forma devozionale, oggi riscontrabile a Vagna. La rappresentazione iconografica presenta due registri; cupo e inquietante quello inferiore, dove compaiono sullo sfondo di un paesaggio montuoso e terreo, un gruppo di figurazioni aggrovigliate, dai tratti demoniaci: in alto, su uno sfondo celestiale, l’immagine del monogramma JHS, al cui centro è il Bambino benedicente con la destra, e il globo nella sinistra, simbolo del potere universale.

L’altra raffigurazione, su cui merita soffermare l’attenzione, è nell’affresco della volta della cappella, raffigurante la “gloria del Bambino Gesù”, settecentesca: circondato dagli angeli musicanti, in posizione eretta, su un globo sorretto da cherubini, il Bambino benedice avvolto nella fulgida luce divina, in cui spicca il monogramma cristico.

 

Nel corso del tempo la Festa del SS. Nome di Gesù a Vagna, pur mantenendosi come tradizione religiosa locale, ha registrato momenti di affievolimento, specie in seguito alle leggi italiane d’incameramento dei beni ecclesiastici. Verso la fine dell’ ‘800 subisce un calo, e lentamente si trasforma; il Bambino Gesù, che campeggia, come abbiamo visto, nelle rappresentazioni iconografiche dell’altare della Confraternita e nell’affresco corrispondente della volta, diviene il fulcro della devozione, e la celebrazione assume le forme espressive di una liturgia natalizia vera e propria.

“Caro Bambin, che nato appena, soffri del verno il crudo gel…”, cantano con trasporto i giovani e meno giovani della Corale, rappresentando la scena della Nascita con armonie semplici ed efficaci; “…ma perché piangi? Dormi, non piangere così…”
E infine: ”Lascia che baci, lascia che baci il tuo piedin…(5)”
Rivediamo l’omaggio dei pastori offerenti, chinati a baciare il piede del Bambino, accompagnati dalle loro greggi; rivediamo il gesto dei Magi, solenni e pomposi, prostrati anch’essi in adorazione del Re delle genti, che Lo baciano iniziando dal più anziano, come testimonia tanto spesso l’iconografia .

Dobbiamo a un amico del luogo, profondo conoscitore delle tradizioni e dei canti di questa terra, la notizia della Festa estiva“dul Bambin” di Vagna; a Lui si è pensato di affidare la presentazione del canto tipico, appunto “Caro Bambin”, qui di seguito riprodotto, in musica e parole. Loris ha viaggiato molto, per recuperare e trasmettere le testimonianze di una cultura sopravvissuta alle devastazioni del tempo; così iniziamo, col suo aiuto di “esperto”, un viaggio attraverso i canti della Natività, lieti di poter condividere l’espressione di una religiosità semplice e profonda.

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Note:

- 1 - Franco Pompele, musicista di Milano e collaboratore della ricerca in corso sui canti popolari della Natività, ha segnalato la festa estiva di Vagna, consentendo un proficuo contatto; il primo approccio è stato possibile grazie al contributo di L. Bonavia Del verno il crudo gel. La festa estiva del Bambino a Vagna. Tradizione secentesca delle cavagnette portate sul capo dalle ragazze, in Le Rive, Domodossola, 2001.

- 2 - Le “cavagnette” (o alberelle) sono un ornamento altamente simbolico, le cui origini si perdono nel tempo; sulla struttura portante ad albero, figura emblematica della rinascita generativa, vi sono decorazioni dal sapore natalizio: ghirlande di perline rosso-oro, e vere e proprie palline del classico albero di Natale, insieme a nastri colorati. La “lavagnetta” ha alla base un cestino rivestito di carta crespa rassa , che le donne trattengono con grazia sul capo, in tutto il percorso esterno del corteo, come si vede nelle immagini.
Un ornamento processionale analogo è riscontrabile in Valle di Susa: il “bran”, un’alta struttura lignea decorata con nastri multicolori, e con un pane all’interno, ricostruita sul modello di vecchi esemplari (cfr. G. Bravo Le feste tradizionali sono figlie della modernità? in Feste d’inverno, Ivrea 2001, p. 42).

- 3 - Lo studio di F. Tonossi Altari lignei, materia, arte e fede, Comunità Montana Valle Ossola 2004, illustra in modo approfondito gli aspetti tecnici e stilistici dell’arte lignea ossolana, esaminando il patrimonio presente nella Valle, per coglierne tutto il valore di originalità ed espressività; a pag. 111 sgg. sono raffigurati ed esaminati i pregevoli altari lignei secenteschi di S. Brizio: quello di S. Marta, del SS. Nome di Gesù, e della Visitazione a S. Elisabetta.

- 4 - Per tutte le informazioni storiche, si fa riferimento ai due articoli di T. Bertamini, profondo conoscitore della storia religiosa dell’Ossola, e della festa di Vagna; vd. San Brizio di Vagna, in Oscellana, 1974, pp.115-130, e “A Vagna. La festa estiva del “Natale”, ibid., 1996, pp.193-204. P. Bertamini riferisce di non aver riscontrato alcuna documentazione che attesti la data d’inizio della nuova forma devozionale, incentrata sul Bambino, che sembra si pratichi da circa un secolo, secondo quanto testimoniano i più anziani.

- 5 - L. Bonavia, Cantar Storie, un viaggio nel canto di tradizione orale tra i monti dell’Ossola, vol.1, Domodossola 1999.

- 6 - A partire dal XIII sec. l’iconografia testimonia il motivo del “bacio” del Bambino; da Arnolfo di Cambio, nella composizione scultorea ritenuta il primo gruppo presepiale, conservato in S.Maria Maggiore a Roma, alle raffigurazioni di Giotto, Gentile da Fabriano, Masaccio, Filippino Lippi, Botticelli, Veneziano, Beato Angelico, Ghirlandaio, Scuola di Raffaello, Paolo Veronese, Memling, che così raffigurano uno dei Magi, solitamente il più anziano; ma anche i pastori si chinano a baciare il piedino del Bambino. A riprova della persistenza del motivo del “bacio del piedino”, si riporta una strofa del canto della tradizione carnica “Lusive la lune”:Volin bussà chei santz pidutz/ di chel cjar fantulin ( Vogliamo baciare quei santi piedini di quel caro fanciullo), in Strepitz La Natività Furclap 2003.

 

Della stessa Autrice:

 

-  “A Te, o Beato Giuseppe…”: Il Culto di san Giuseppe nelle piccole immagini devozionali

"...E, prostrati, lo adorarono". Aspetti iconografici dell'Adorazione dei Magi

- L'Albero rivestito di luce

- L'Apprendista Gesù nella Bottega di Nazareth - Tipologie Iconografiche

 

- L'Artigiano al lavoro insieme agli Angeli e ai Santi

- L'Iconografia del Presepe - San Giuseppe nella Natività

- La Collezione di P. Giuseppe Taveri di Valbrembo - Testimonianza di devozione giuseppina

 

- La Natività di Cristo

- La tradizione in musica: I Concerti di Natale

 

- Mostra Imago Sanctitatis

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- Patrocinio, intercessione, gloria di San Giuseppe attraverso l'iconografia devozionale in Italia

- Pietro Ivaldi - Aspetti di simbologia nelle sue Natività

- San Giorgio, Immagini e Simbologia


- San Giuseppe Artigiano - Tra Simbologia e Quotidianità


- San Giuseppe nelle Sacre Rappresentazioni Italiane

 

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