Rubriche di
Patrizia Fontana Roca

COLLABORAZIONI

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PASQUA: TRADIZIONI E VARIE

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I riti della settimana Santa a San Marco in Lamis
4/10/2017 09:15:00 AM

 

 

 

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I RITI DELLA SETTIMANA SANTA IN SAN MARCO IN LAMIS

La Pasqua cattolica si celebra, secondo un decreto del Concilio di Nicea (325 d.C.), seguendo criteri astronomici, la prima domenica di plenilunio dopo l’equinozio di primavera. Ogni anno ha quindi un posto diverso nel calendario.
La solennità pasquale rappresenta il momento più importante di tutte le celebrazioni liturgiche, perché si celebra il rito e il mistero della morte e resurrezione di Gesù Cristo. Il triduo, che va da giovedì santo a sabato santo, a cui si aggiungono la veglia pasquale e le celebrazioni della domenica di Pasqua, costituiscono l’evento di maggior importanza per la religione cattolica. Il periodo pasquale è preceduto dalla Quaresima, periodo di 40 giorni che comincia con il mercoledì delle ceneri.
La domenica precedente la Pasqua è detta delle Palme e in quel giorno si ricorda l’accoglienza trionfale di Gesù a Gerusalemme fra ali di folla osannante. Nelle chiese vengono distribuiti ramoscelli di ulivo benedetti. La settimana successiva è detta settimana santa perché si rivive la passione e la morte e resurrezione di nostro Signore. Numerose le rievocazioni in tutto il mondo cattolico.

Oggi vediamo i riti della Settimana Santa a San Marco in Lamis (FG).

- Il Mercoledì e il Giovedì Santo nella chiesa dell’Addolorata i Confratelli, vestiti con camice, mozzetto e scapolare, cantano ‘li fruffecicchie’ (profezie), che sono 15 Lamentazioni tratte dall’Antico e Nuovo Testamento.

- La sera del Giovedì Santo inizia la visita ai cosiddetti Sepolcri che continua per tutta la mattinata del Venerdì.

I fedeli delle diverse parrocchie si recano nelle varie chiese (fino a qualche anno fa processionalmente). In tale giorno si coprivano tutte le immagini che si trovavano in chiesa e si spogliavano gli altari.
Le bambine portavano in processione, dietro il versamento di un’offerta, sulle braccia un cuscino con i simboli della Passione: la corona di spine, i chiodi, i dadi, la scala, la fune, il martello, la lancia, il fazzoletto della Veronica, ecc.

- All’alba del Venerdì Santo anche la statua della Madonna Addolorata viene portata in processione per le vie del paese alla ricerca del Figlio nei vari ‘Sepolcri’, abilmente preparati e addobbati da persone esperte (Nel passato venivano adornati con “piatti coperti di grano giallo, coltivato dalle devote per qualche mese al buio di qualche stipo e di qualche cassettone, perché sia del pallore che si addice alla circostanza.” (G. Tancredi).
 
E' una delle processioni più toccanti e più sentite della Settimana Santa ed anche la più seguita. Partecipa una folla immensa di cittadini di ogni età e censo a cui si aggiungono tanti sammarchesi che per motivi di lavoro vivono fuori paese. È molto commovente al mattino presto sentire i due cori, quello maschile e quello femminile, che alternativamente cantano lo Stabat Mater.

Anche la sera la statua della Madonna Addolorata ripercorre le strade del paese preceduta, questa volta, da numerose ‘fracchie’.
Le fracchie sono delle enormi torce di legno, costruite dagli abitanti di San Marco in Lamis, utilizzate per accompagnare la Madonna Addolorata durante la processione del Venerdì Santo. Con queste torce di enormi dimensioni la notte di San Marco in Lamis viene illuminata, così da permettere alla Madonna di andare alla ricerca del figlio morto.
Non si sa con precisione quando sia nata questa processione, senza dubbio è da collegare alla costruzione nel 1717 di una chiesa in località Monte di Mezzo da parte del canonico don Costantino Iannacone, dedicata alla Vergine dei Sette Dolori di cui era molto devoto. Dopo la sua morte (1720) i suoi eredi la cedettero in uso perpetuo alla Chiesa (1749).
La devozione e il culto della Madonna si diffuse rapidamente tant’è che nell’anno della cessazione nacque la prima Confraternita che senza dubbio contribuì all’aumento della devozione per la Vergine dei Sette Dolori. Nel 1872 il Consiglio Comunale La nominò Compatrona della città.

 “Quando nasceva (la chiesa) nel 1717, rimanendo l’estensione del paese circoscritta tra la Collegiata e la Chiesa del Purgatorio, con alcune isolate abitazioni lungo il tratto per San Bernardino, la chiesa dell’Addolorata si trovava, e non di poco, fuori le mura, e lì sarebbe rimasta fino all’ultimo ventennio del ’800.
Trovandosi, quindi, la chiesa fuori delle mura e mancando nel paese qualsiasi tipo d’illuminazione, i contadini del tempo pensarono di realizzare le fracchie allo scopo di illuminare la strada alla Madonna, tra la sua chiesa e la Collegiata, mentre andava alla ricerca del Figlio morto.
In seguito, sempre allo stesso scopo, si dovettero concepire anche i lampioncini alla veneziana, ormai caduti in disuso, che venivano disposti sui balconi lungo il corso attraversato dalla Madonna. Stando alla tradizione popolare, in origine le fracchie avevano piccole dimensioni, superando difficilmente il peso di un quintale, e venivano trasportate a braccia, le più piccole da una sola persona e le più grandi da tre: due reggevano due assicelle su cui era posta la fracchia, e la terza la reggeva posteriormente di dietro. Fu dopo la prima guerra mondiale che si cominciò a costruire fracchie di più grandi dimensioni e a trainarle su ruote di ferro”. (Ciavarella M. Garganostudi, Rivista quadrimestrale del Centro Studi Garganici. Anno III. Monte Sant’Angelo, 1980).
Fino agli anni ‘60 le fracchie di grossa mole erano poche. Esse erano preparate per devozione verso la Madonna e a proprie spese, da qualche imprenditore (Matteo Soccio) e dai carbonai più famosi del paese: ‘Ggire Maruzze’ (Ciro Iannacone), ‘Ualanédde’ (Gualano), ‘Carrubbine’ (Lombardi), Michele la Riccia ecc.  
Con la quasi scomparsa di questi operatori la preparazione delle fracchie passò ai giovani che abitavano nello stesso quartiere o che frequentavano lo stesso bar, alle scuole ecc. e la legna veniva fornita dall’Amministrazione Comunale e si assistette così negli anni ‘70 e ‘80 ad un aumento vertiginoso di numero e di dimensione delle fracchie. Negli anni ‘80 alcune pesavano circa cento quintali.

Oggi, nonostante le protesta degli ambientalisti, la Giunta municipale con una deliberazione stabilisce che è ammessa la costruzione di: 7 fracchie grandi (lunghezza max 10 m – diametro max 200 cm) con una tolleranza del 10%; 10 fracchie medie (lunghezza max 7 m – diametro max 160 cm) con una tolleranza del 10%; 7 fracchie a categoria speciale (lunghezza max 4.50 m – diametro max 1 m) con una tolleranza del 10%.
Questa categoria è riservata esclusivamente ai Gruppi formati da genitori o docenti e alunni della Scuola Primaria e dell’Infanzia. Le fracchie piccole aventi una lunghezza inferiore a 2 m saranno costruite esclusivamente con legna propria; il loro numero è illimitato;

Il rappresentante di un quartiere, di un gruppo di amici o di un’associazione, fa domanda all’Amministrazione Comunale per avere la legna ma, poiché le richieste sono tante, si procede al sorteggio che spesso provoca rabbia e delusione tra gli esclusi.

Alla Processione partecipano fracchie di tutte le dimensioni, da quelle di 40-50 centimetri di lunghezza a quelle di 10-12 metri.

I riti della Settimana Santa si concludono con la processione della Madonna Addolorata che nel giorno di Pasqua, a mezzogiorno, vestita di festa, ripercorre le strade del paese quasi a voler invitare il popolo a partecipare alla sua gioia.

 

 

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PAESE CHE VAI, PASQUA CHE TROVI
3/31/2017 08:10:00 AM

Il tempo della Quaresima per i cristiani rappresenta un periodo particolarmente importante dell’anno liturgico: è un periodo di riflessione sulla figura di Gesù e sui suoi insegnamenti, che culmina con la Resurrezione.

La Domenica di Pasqua è un giorno di grande felicità che si manifesta anche nello stare insieme con gioia, ma numerosi e suggestivi sono anche i riti che si svolgono in vari paesi. Vediamo cosa accade in alcune città italiane.

Ad Adrano, in provincia di Catania, nella Domenica di Pasqua si svolge una rappresentazione chiamata “diavolata”. Al centro della piazza viene preparato un palco sul quale è raffigurato da una parte l’inferno con i diavoli e dall’altra parte il paradiso. I protagonisti sono diavoli guidati da Lucifero, l’anima, che è una bambina, e l’angelo, che è un bambino. La “diavolata” rappresenta il trionfo del bene sul male, dopo una serie di lotte, conflitti e discussioni. Tutto è basato sulla parola e sui versi, l’angelo costringe i diavoli a pronunciare “Viva Maria”. La morte indossa un costume da scheletro mentre i diavoli sono in abbigliamento rosso ed ogni volta che appaiono sono preceduti da fumo e fiamme. L’angelo ha una bianca tunica con le ali.

A Prizzi (Palermo), orrende maschere di zinco vestite di rosso, con lunghi denti sporgenti e teste sormontate da enormi corna, rappresentano i diavoli che danno vita ad una caratteristica rappresentazione chiamata “l’abballu de li diavoli”. Gruppi di giovani che impersonano i diavoli girano per il paese nel tentativo di catturare il maggior numero possibile di anime. Chi è simbolicamente colpito dalla morte non ha via di scampo: viene preso e trascinato al più vicino inferno che altro non è che un’osteria o un bar. Qui il malcapitato è costretto ad offrire da bere a tutti i presenti. Nel pomeriggio entra in scena la Madonna che esce dalla chiesa principale e va incontro al Cristo Risorto. Alla visione della madre e del figlio riuniti, i diavoli interrompono il ballo e altri giovani in veste di angeli li catturano e li portano al cospetto della Madonna. I diavoli domati si inginocchiano fra le due statue e si tolgono le maschere chiudendo la rappresentazione.

A Valmontone (Roma) la processione del Venerdì Santo assume da secoli, come in numerose città centro-meridionali, un ruolo tipicamente teatrale. Come è noto già in tempi tardo-medievali, e soprattutto in tempi rinascimentali e barocchi, le processioni della Settimana Santa, si ampliano a dismisura con la presenza dei cosiddetti “misteri”, statue lignee o in cartapesta raffiguranti momenti della Passione portate a spalla da aderenti a Confraternite preventivamente prescelte. Contemporaneamente, la Sacra rappresentazione che assume un ben individuato ruolo paraliturgico, collocata sopra un palco, accanto alle statue dei Misteri, si anima con vere e proprie sceneggiature dei fatti della Passione con la partecipazione di attori vestiti in costumi storici romani ed ebraici. La manifestazione, che vanta quasi un secolo di vita, è una vera e propria processione, dove gli attori sfilano lentamente, preceduti e accompagnati da una “guida”, presente in scena, che commenta le varie fasi.

Molti gli attori che recitano sui testi delle Sacre Scritture. Dall’Antico Testamento (l’Annunciazione, i Profeti, la Visitazione), si arriva alla ricostruzione della Natività. È il primo quadro corale che termina con la Fuga in Egitto della Sacra Famiglia. Segue la scena con Erode e la strage degli Innocenti, un quadro di grande effetto spettacolare e la predicazione del Battista con una grande scena di massa che vede protagonista “il popolo” di Valmontone. Viene ricostruito il Battesimo di Gesù, la cattura del Battista e la sua decapitazione, dopo il balletto di Salomè.

Uno dei momenti di maggior suggestione e rappresentato dalla tentazione di Gesù nel deserto da parte di Satana, quindi la predicazione e la vita pubblica del Redentore, fino a giungere all’Ultima Cena, sull’impianto scenografico reso celebre da Leonardo Da Vinci. Con la Via Crucis, il quadro tra i più ricchi di emotività, con Gesù che cade più volte sotto la Croce, gli “sgherri” che lo frustano e lo deridono, le Pie Donne che piangono e sorreggono la Madonna, la disperazione di Giuda e la Crocifissione, si conclude la struggente rappresentazione. La Sacra raffigurazione è stata presentata nel 1989 a Benifayò in Spagna, città gemellata con Valmontone.

A Civita di Bagnoregio (Viterbo), un corteo in costume di oltre trecento persone mette in scena la Passione e la morte del Cristo, andando come è tradizione fino a Bagnoregio per tornare entro la mezzanotte a Civita.

A Sulmona il Venerdì Santo si celebra all’insegna del rosso: rosso è il sangue di Cristo, rosse le insegne e il sacco dei Confrati (o Confratelli) della Santissima Trinità. La processione si muove la sera dalla chiesa barocca dell’Annunziata preceduta da una banda di ottoni. Seguono i Confrati nel saio rosso reggendo lampioni e la bara del Cristo accompagnata dalla Madonna in lutto. La Scuola Cantorum intona il “Miserere”. Il corteo avanza con passo lento alla luce delle fiaccole e dei bengala per poi rientrare a notte fonda nella Chiesa della Trinità.

La domenica di Pasqua, dalla chiesa medievale di Santa Maria della Tomba avanza la processione aperta dai Confrati, con indosso la “mozzetta” (mantellina verde con piccolissimo cappuccio); i Confrati portano a spalla le antiche statue del Cristo Risorto, di San Giovanni e di San Pietro. Il Cristo si ferma. San Pietro e San Giovanni intanto raggiungono la chiesa di San Filippo dove la Madonna si è ritirata per piangere la morte del figlio. San Giovanni chiama la Madonna ma il portale resta chiuso, ci prova San Pietro ma il risultato non cambia. Dopo altre prove da parte degli Apostoli la Madonna appare vestita di nero in segno di lutto. Inizia la processione stanca e lenta fin quando la Madonna, scorgendo la figura del figlio, corre da lui frenetica e gioiosa. Le cade di mano il fazzoletto bianco, segno del lutto, e appare una rosa rossa come il sangue che dona la vita. A questo punto un volo di colombe e suoni festosi di campane concludono la cerimonia e danno inizio alla festa pasquale. E proprio dal battito d’ali delle colombe si potrà decifrare l’andamento della stagione agricola e della vita cittadina.

Molte altre manifestazioni pasquali si svolgono in Umbria e in Toscana. Ad Assisi - la città sacra di S. Francesco - la suggestiva processione del Venerdì Santo, di origine medievale, vede sfilare tutte insieme le confraternite in un percorso illuminato da fiaccole tra la Cattedrale di San Rufino e la Basilica del Santo.

A Porto Santo Stefano, in provincia di Grosseto, la Domenica di Pasqua si festeggia il Cristo Risorto con il rito della benedizione del mare.

 

 

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CHIESA - IMPORTANZA E SIGNIFICATO DELLA QUARESIMA IN CONTRAPPOSIZIONE AL CARNEVALE

 


La Quaresima nella liturgia cattolica è il periodo penitenziale di quaranta giorni, che segue il carnevale, in preparazione alla Pasqua, in cui si osserva il precetto del digiuno e dell’astinenza nei giorni prescritti. La Chiesa designò questo periodo come un momento di penitenza e di astinenza, assecondando una situazione generale di penuria che si verificava in questo momento dell’anno.

Secondo A.M. Di Nola, storico delle religioni, il carnevale, altro non è che il «Tenue residuo dell’imponente ciclo festivo di altre epoche, che sigilla nell’ambiguità dei comportamenti collettivi le antichissime immagini della Morte e della Gioia, i due termini intorno ai quali ruota la perenne storia dell’uomo. Il farsi diverso ed estraneo, il rifiutare negli atteggiamenti la quotidianità immettono in un itinerario della follia occasionale e passeggera, come alternativa dell’essere».
Spesso ci domandiamo quale l’origine storica del Carnevale e della Quaresima? Perché tanto contrasto tra i due periodi? A queste domande e ad altre ancora risponde Vito Lozito, docente universitario di Storia della Chiesa, presso il nostro Ateneo, scomparso qualche anno fa, nel suo volume “Agiografia, Magia, Superstizione”, edito da Levante Editore.

L’origine storica del carnevale è spesso collegata agli antichi Saturnali latini che erano feste religiose dell’antica Roma che si celebravano in onore del dio Saturno. I festeggiamenti tendevano ad abolire le distanze sociali ed avevano spesso carattere licenzioso e orgiastico, cambiavano il quotidiano rapporto padrone-servo, uomo-donna, governante-suddito, insomma in quel periodo tutto era lecito e permesso. La funzione stessa del re dei saturnali, che moriva alla fine della festa, richiama il nostro Re del Carnevale, che a seconda della tradizione locale, viene ucciso, bruciato, impiccato, ecc.

La civiltà babilonese ritenendo lo svolgersi della vita terrestre, riflesso dei moti astrali, rappresentava il passaggio dall’inverno alla primavera con una processione in cui su un carro-nave era trasportato il dio Sole o il dio Luna che simbolicamente procedeva verso il Santuario di Babilonia, cioè la terra. Si trattava del “Car Naval” che concludeva un anno e ne iniziava uno nuovo. Il passaggio del Carro indicava il “viaggio” con tutte le caratteristiche gioiose, terrificanti e di pericolo che comportava, il cui nocchiero rappresentava il Re di Carnevale, il quale sarà eliminato una volta giunti alla fine della traversata, per dare posto simbolicamente al nuovo anno.
Il contrasto più avvincente rimane quello tra Carnevale e Quaresima, ossia fra gioia e tristezza, fra benessere e miseria. Alle abbondanti libagioni di carnevale subentrava la dieta alimentare rigida che le classi povere accettavano più per scarsità di prodotti che per rispetto a prescrizioni religiose. Il digiuno, invece, aiutava a vincere le passioni e a liberarsi dalla materialità, dal momento che il precetto evangelico affermava che i demoni possono essere cacciati “con la preghiera e con il digiuno”. Perciò durante la “penitenza dei quaranta giorni”, che ricorda il corrispondente periodo di tempo trascorso da Mosè e Gesù nel deserto senza toccare cibo, sulle tavole mancavano cibi a base di carne, di grassi, di latticini, ecc. Nel giorno successivo alle Ceneri, in molte Regioni d’Italia, si facevano anche bollire le stoviglie di casa, per eliminare qualsiasi ricordo dei succulenti pranzi.

La Settimana Santa invece, è quella in cui si celebrano i riti che condurranno alla Pasqua e si apre con la Domenica delle Palme. Il lunedì si ricorda l’invocazione di Gesù nell’orto degli ulivi; il martedì si rievoca la lavanda dei piedi agli apostoli per rinnovare la memoria di quell’atto di umiltà con cui Gesù Cristo li lavò ai suoi apostoli; altri atti della Passione, come la flagellazione e la coronazione di spine, vengono rievocati il mercoledì; il giovedì Santo è il giorno in cui la Chiesa, ricordando l’Ultima Cena di Gesù, celebra l’istituzione dell’Eucaristia. I fedeli si recano alla visita del Santissimo Sacramento in più chiese, in memoria dei dolori sofferti da Gesù Cristo in più luoghi, come nell’orto degli ulivi, nelle case di Caifa, di Pilato, di Erode e sul Calvario. Nel giovedì Santo, dopo la Messa, si scoprono gli altari per rappresentarci Gesù Cristo spogliato delle sue vesti per essere flagellato e affisso alla croce. Dal giovedì sino al sabato Santo si legano le campane in segno di partecipazione alla passione e alla morte di Cristo.

Tra i riti della Settimana Santa la giornata del venerdì è la più intensa e toccante perché si ricorda la passione e morte di Cristo, adorando la Croce.

In molti paesi è possibile assistere alla rappresentazione della Via Crucis per le strade cittadine. Il giorno di Pasqua è la commemorazione della Resurrezione di Cristo. Nella tradizione cristiana Cristo viene identificato con l’agnello, vittima sacrificale, della Pasqua ebraica. Così come gli ebrei celebravano con la Pasqua il passaggio dell’Angelo sterminatore, anche per i cristiani la Pasqua rappresenta il passaggio di Cristo dalla vita mortale, in quanto Uomo, a quella immortale, in quanto Figlio di Dio.

I primi Padri della chiesa commemorarono la Pasqua in concomitanza con il giorno della Passione e della morte di Cristo, mentre in età più tarda, nel III secolo, San Cipriano condusse a commemorare non solo la morte, con mestizia, ma a ricordare come vero e proprio passaggio (Pasqua), il giorno della Resurrezione ed a festeggiare, non già con tristezza, ma con gioia, questo giorno solenne della cristianità.

Il cristiano ha già la Buona Novella. Bisogna, in questa Quaresima, appena iniziata, riscoprirne sempre più la novità e farne il motivo della propria vita.

 

 

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15 APRILE 2014

I RITI DELLA SETTIMANA SANTA IN SAN MARCO IN LAMIS di VITTORIO POLITO

Foggia, Libri, Territorio

 



A San Marco in Lamis (FG) i riti della Settimana Santa si accentrano nell’arco di una settimana.
Il Mercoledì Santo c’è la Via Crucis Vivente a cura dell’Associazione omonima. Il Mercoledì e il Giovedì Santo nella chiesa dell’Addolorata i Confratelli, vestiti con camice, mozzetta e scapolare, cantano ‘li fruffecicchie’ (profezie), che sono 15 Lamentazioni tratte dall’Antico e Nuovo Testamento.
La sera del Giovedì Santo inizia la visita ai cosiddetti ‘Sepolcri’ che continua per tutta la mattinata del Venerdì.

I fedeli delle diverse parrocchie si recano nelle varie chiese fino a qualche anno fa processionalmente. In tale giorno si coprivano tutte le immagini che si trovavano in chiesa e si spogliavano gli altari.
Le bambine portavano in processione, sulle braccia, un cuscino con i simboli della Passione: la corona di spine, i chiodi, i dadi, la scala, la fune, il martello, la lancia e il fazzoletto della Veronica. All’alba del Venerdì Santo anche la statua della Madonna Addolorata viene portata in processione per le vie del paese alla ricerca del Figlio nei vari “Sepolcri”, abilmente preparati e addobbati da persone esperte. In passato venivano adornati con “piatti coperti di grano giallo, coltivato dalle devote al buio in qualche stipo o cassettone, perché sia del pallore che si addice alla circostanza” (G. Tancredi). È una delle processioni più toccanti della Settimana Santa.

Partecipa una folla immensa di cittadini di ogni età e censo a cui si aggiungono tanti sammarchesi che per motivi di lavoro vivono fuori paese.
È molto commovente al mattino presto sentire i due cori, quello maschile e quello femminile, che alternativamente cantano lo Stabat Mater. Questa è forse la processione più sentita e senza dubbio la più partecipata.
Anche la sera la statua della Madonna Addolorata ripercorre le strade del paese preceduta, questa volta, da numerose fracchie (grandi torce di dimensioni diverse costruite da un tronco spaccato longitudinalmente e riempito di rami, sterpi, schegge di legno e frasche).

Non si sa con precisione quando sia nata questa processione, senza dubbio è da collegare alla costruzione nel 1717 di una chiesa in località Monte di Mezzo da parte del canonico don Costantino Iannacone, dedicata alla Vergine dei Sette Dolori di cui era molto devoto. Dopo la sua morte (1720) i suoi eredi la cedettero in uso perpetuo alla Chiesa (1749).
La devozione e il culto della Madonna si diffuse rapidamente tant’è che nell’anno della cessazione nacque la prima Confraternita che senza dubbio contribuì all’aumento della devozione per la Vergine dei Sette Dolori.
Nel 1872 il Consiglio Comunale La nominò Compatrona della città. “Quando nel 1717 nasceva la chiesa, rimanendo l’estensione del paese circoscritta tra la Collegiata e la Chiesa del Purgatorio, con alcune isolate abitazioni lungo il tratto per San Bernardino, il tempio dell’Addolorata si rovava, e non di poco, fuori le mura, e lì sarebbe rimasta fino all’ultimo ventennio dell‘800. Trovandosi, quindi, la chiesa fuori delle mura e mancando il paese di qualsiasi tipo d’illuminazione, i contadini del tempo potrebbero aver concepito le fracchie esattamente allo scopo di illuminare la strada alla Madonna, tra la sua chiesa e la Collegiata, mentre andava alla ricerca del Figlio morto.
E in seguito, sempre allo stesso scopo, si dovettero concepire anche i lampioncini alla veneziana, ormai caduti in disuso, che venivano disposti sui balconi lungo il corso attraversato dalla Madonna.

Stando alla tradizione popolare, in origine le fracchie avevano piccole dimensioni, superando difficilmente il peso di un quintale, e venivano trasportate a braccia, le più piccole da una sola persona e le più grandi da tre: due reggevano due assicelle su cui era posta la fracchia, e la terza la reggeva sul retro.
Fu dopo la prima guerra mondiale che si cominciò a costruire fracchie di grandi dimensioni e a trainarle su ruote di ferro (...“ Ciavarella M. Garganostudi, Rivista quadrimestrale del Centro Studi Garganici. Anno III. Monte Sant’Angelo, 1980). Fino agli anni ’60 le fracchie di grossa mole erano poche.
Esse erano preparate per devozione verso la Madonna e a proprie spese, da qualche imprenditore (Matteo Soccio e dai carbonai più famosi del paese: Ggire Maruzze (Ciro Iannacone), Ualanédde (Gualano), Carrubbine (Lombardi), Michele la Riccia ecc.
Con la quasi scomparsa di questi operatori la preparazione delle fracchie passò ai giovani che abitavano nello stesso quartiere e la legna veniva fornita dall’Amministrazione Comunale e si assistette così negli anni ’70 e ’80 ad un aumento vertiginoso del numero e delle dimensioni delle fracchie. Negli anni ’80 alcune pesavano circa cento quintali.

Oggi, grazie anche alla protesta degli ambientalisti, la Giunta municipale con apposita deliberazione ha stabilito che è ammessa la costruzione di fracchie di peso non superiore a 25 q.li. La sera del Giovedì Santo tutte le fracchie sono pronte e i costruttori, per evitare che qualcuno possa danneggiarle, fanno la veglia per tutta la notte.
Si riuniscono attorno alla propria fracchia col capofracchista che racconta le sue esperienze passate, ma soprattutto per insegnare ai giovani quali sono gli accorgimenti da usare per costruire una fracchia che bruci bene, che non penda lateralmente e che non si scomponga durante il tragitto.

Nelle primissime ore del pomeriggio del Venerdì Santo 20-30 ragazzi col capofracchista, vestiti in costume (berretto di lana, generalmente di colore rosso con pompon che lambisce le spalle, camicia bianca, gilè nero o comunque scuro, pantaloni fino al ginocchio, calzettoni generalmente bianchi con pompon), trasportano la fracchia in Viale della Repubblica, in prossimità della chiesa dell’Addolorata, dove vengono messe in fila in ordine di grandezza.
Qualche minuto prima che inizi la processione vengono irrorate di liquido infiammabile e poi accese. La processione inizia con le fracchie piccole portate dai bambini accompagnati dai familiari; seguono quelle più grandi, poi i lampioncini e le scene viventi riguardanti la Passione di Gesù preparati dalle scuole, dalle associazioni o anche da privati cittadini; viene poi la statua della Madonna Addolorata seguita dai fedeli che cantano lo Stabat Mater.
Chiudono la processione le fracchie di media grandezza e le giganti che lungo il tragitto vengono ‘stuzzunijate’ (stimolate) dal capofracchista ‘cu lla véria’ (una sorta di verga), nei punti in cui la combustione lascia a desiderare.
Lo stimolo provoca la levata al cielo di una lingua di fuoco e di una miriade di scintille che creano uno spettacolo unico e molto suggestivo. Finita la processione, le fracchie vengono spente e poi trasportate nei quartieri di origine dove la legna rimasta viene donata o venduta (anche per recuperare una parte delle spese) oppure viene conservata per l’anno successivo.
I lampioncini, le scene viventi e le fracchie vengono giudicate dalla Giuria della Pro Loco “Serrilli” che premia con trofei i migliori.
Le fracchie che vengono più apprezzate sono quelle che bruciano meglio e che sono state costruite con maestria. Fino a qualche anno fa nel pomeriggio del Sabato Santo sfilavano, invece, in processione le statue del Cristo Morto e della Madonna Addolorata della chiesa di Sant’Antonio Abate, accompagnate da fedeli (una volta le donne che partecipavano si vestivano di nero) che cantano il Miserere e canti legati alla Passione.

Da qualche anno questa processione viene anticipata al Venerdì Santo pomeriggio. I riti della Settimana Santa a San Marco in Lamis si concludono con la processione della Madonna Addolorata che nel giorno di Pasqua, a mezzogiorno, vestita a festa, ripercorre le strade del paese quasi a voler invitare il popolo a partecipare alla sua gioia.
Nel passato il Sabato Santo, verso mezzogiorno al momento della Resurrezione di Gesù ‘ce ssciugghiévene li campane’ (si scioglievano le campane delle Chiese), cioè suonavano a festa, dopo due giorni di silenzio completo.
Per ricordare ai fedeli l’inizio delle cerimonie religiose, giravano dei ragazzi per le strade della parrocchia suonando la trènnela (raganella). In tutti i paesi del Gargano le giovani mamme rucelàvene (facevano ruzzolare) su una coperta stesa per terra in mezzo alla strada, i loro bimbi, che incominciavano a muovere i primi passi, convinte che come “e ssciugghiévene li campane accuscì c’èvena ssciogghie li jammicciòle de lli meninne” (con la convinzione che con lo sciogliersi delle campane anche le gambette dei bimbi dovessero camminare liberamente).

Subito dopo Pasqua i parroci, girano per la città per benedire le case ed accettare offerte. Una volta, invece, la padrona di casa offriva delle uova che il chierichetto o il sagrestano conservava con cura in un paniere di vimini. Le notizie di cui sopra sono state riprese dal volume di Grazia Galante «La religiosità popolare di San Marco in Lamis» (Paolo Malagrinò Editore

 

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13 APRILE 2014


LA SIMBOLOGIA DI PASQUA

 

Pasqua, in ebraico significa passaggio, andare oltre. Ricorda il transito del Mar Rosso e la liberazione degli Ebrei dalla subordinazione egiziana. Ai cristiani ricorda la liberazione dell’uomo dalla schiavitù del peccato e del demonio e dall’angoscia della morte per i meriti di nostro Signore Gesù Cristo.

La festività di Pasqua si identifica in usanze e tradizioni antiche e consolidate che si ripetono resistendo al tempo e alla secolarizzazione della civiltà attuale.
Il Venerdì Santo si svolgono le processioni dei Misteri, che si snodano per le vie principali delle città.
Ma qual è la simbologia di Pasqua?

 

 

Iniziamo con l’Agnello, che oltre a rappresentare la primizia del gregge, ha significato sacrificale, sia nell’antico che nel nuovo Testamento, e quindi diventa il simbolo più perfetto di Gesù Cristo: «Ecco l’Agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo».

Inoltre l’Agnello, che è il simbolo dell’innocenza e del candore, è offerto in sacrificio durante la Pasqua ebraica. Ma è anche il simbolo della Resurrezione.


La Campana, strumento musicale e di culto, ha la funzione di chiamare i fedeli e annunciare, a seconda del suono emesso, sventura, lutto o festa.

Lo scampanio di Pasqua, ad esempio, annuncia la Resurrezione.

 



La Croce, simboleggia l’uomo con le braccia aperte, in posizione di abbandono, ma nel contempo anche l’albero cosmico che sostiene il mondo.
La sua struttura evoca la divisione del Paradiso terrestre in quattro parti e dell’anno in quattro stagioni.

Il Cero con la sua fiamma simboleggia tutte le forze attive della natura e dei quattro elementi. Ma è anche la luce dell’anima che mette in comunicazione con il Divino.

L’Acqua è l’elemento che purifica ed il mezzo attraverso il quale si compie il Battesimo. La notte di Pasqua è la notte battesimale per eccellenza, il momento in cui il fedele viene incorporato alla Pasqua di Cristo, che rappresenta il passaggio dalla morte alla vita.


Nelle altre domeniche in cui si compie questo sacramento è come se si prolungasse e rinnovasse settimanalmente la domenica per eccellenza, la Festa di Pasqua.

La Colomba, pacifica e delicata, era l’antico attributo della Dea dell’amore (Ishtar per i semiti, Afrodite per i greci) e poiché la si usava per inviare messaggi, le sacerdotesse greche dell’oracolo di Dodona (antichissimo centro religioso in una valle dell’Epiro), erano chiamate colombe. Oggi è considerata simbolo annunciatore della pace. Per tradizione, alla fine del pasto pasquale è d’obbligo mangiare un dolce fatto a forma di colomba, che simboleggia sia Gesù che lo Spirito Santo.

La colomba ha parecchi significati; i più importanti sono: il Cristo che porta la pace agli uomini di buona volontà e lo Spirito Santo che scende sugli uomini per i meriti di Gesù.

 

L’Uovo rappresenta, forse, il simbolo pasquale per eccellenza. D’altro canto l’uovo è simbolo di rinascita in tutte le religioni, come ricorda Vito Lozito (1943-2004), docente di Storia della Chiesa, nel suo libro «Agiografia, Magia, Superstizione» (Levante Editori).
L’uovo è simile ad un sepolcro che possiede in sé il germe del rinnovamento. Infatti, sostiene Lozito, «Se proviamo a rompere un uovo fresco di giornata, troviamo che vi è il tuorlo il quale è una sfera gialla simile al sole e l’albume di color bianco è di aspetto lunare. Due simboli fondamentali dell’origine vitale; il sole come eroe maschile, la luna come generatrice».
Il primo uovo con sorpresa fu regalato a Francesco I di Francia agli albori del XVI secolo, da qui probabilmente l’usanza di inserire un dono all’interno dell’uovo di cioccolato. Ma è nella Russia degli Zar che le uova preziose e decorate diventano regalo di Pasqua e Peter Carl Fabergé è l’artista orafo che con la sua genialità ha segnato la storia delle uova pasquali decorate.
L’uovo a Pasqua rappresenta anche l’elemento gastronomico principe.
A Bari, in particolare, lo troviamo nel benedetto, un antipasto tipico pasquale, composto da uova sode, soppressata e arancia tagliata a fette, nel ‘bredette’, un insieme di carne d’agnello, piselli e uova, e nel classico uovo di cioccolata. Anche la ‘scarcèdde’ (scarcella = piccola borsa), rappresenta, soprattutto per i baresi, un simbolo: si tratta di una ciambella favolosa (impasto di farina, olio, uova, zucchero con sopra un numero dispari di uova sode e abbellita da confettini colorati), molto gradita dai bambini.

L’Olivo, sacro alla dea Atena, signora della guerra e delle arti, che vincendo la contesa con Poseidone, lo offrì in dono agli abitanti di Atene.

È considerato un simbolo di pace. Si dice che sulla tomba di Adamo sia nato un olivo dal quale la colomba, uscita dall’arca di Noè dopo il diluvio, aveva staccato un ramo per indicare la fine del castigo divino; inoltre la Croce sarebbe stata fatta di legno d’ulivo, diventando l’albero cosmico, asse del mondo e collegamento tra il cielo e la terra.

Non a caso, forse, Gesù si recò a pregare nell’Orto del Getsemani (ricco di olivi) nella notte in cui fu arrestato, iniziando così la sua Passione.

Ma dall’olivo si produce anche l’olio utilizzato per ungere i prescelti, infatti, il battezzando con questa unzione è liberato dal peccato ed entra così nella ‘societas’ cristiana.



Infine la Palma, albero sacro agli Dei del Sole, assai utile perché da esso si traevano latte, olio, frutta, legno corteccia, ecc. Gli egizi deponevano rami di palme sui sarcofagi per evocare la resurrezione dei defunti.

Con i rami di questa pianta anche Gesù fu accolto trionfalmente quando fece il suo ingresso a Gerusalemme.

Da qui l’usanza di distribuire ai fedeli la Domenica delle Palme i rami benedetti, simbolo di pace e di rinascita.

 

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I RITI DELLA SETTIMANA SANTA IN ALCUNE CITTA PUGLIESI

 

 

La Settimana Santa è il periodo che intercorre tra la Domenica delle Palme e il Sabato Santo, durante il quale il Cristianesimo celebra gli eventi della fede in occasione degli ultimi giorni di vita di Gesù Cristo (passione, morte e resurrezione). I riti religiosi sono celebrati con solennità in tutte le chiese del mondo, mentre in Italia le cerimonie sono particolarmente suggestive ed in molti casi si mescola religione e folclore.

Sono da segnalare, in particolare, le manifestazioni che si svolgono in Sicilia, Umbria, Abruzzo e Puglia. Una delle rappresentazioni più importanti, ma nello stesso tempo singolare, soprattutto per i forestieri, è quella nota come “La Madonna che scappa” o “La Madonna che corre in piazza” che si svolge la Domenica di Pasqua a Sulmona.      
Una dimensione fortemente teatrale e scenica rimane ancora assai evidente in alcune manifestazioni paraliturgiche che scandiscono la Quaresima e la Settimana Santa in Puglia. Molti riti sono di antica origine.
Si può assistere, infatti, ai volti incappucciati, ai lamenti, ai canti religiosi, al suono della troccola (tavola di legno su cui sono installate delle maniglie metalliche che agitandole producono un suono caratteristico), alla processione dei Crociferi (Noicattaro), a quella degli otto Santi (Martina Franca), a quella dei cinque Misteri di Molfetta, o alla suggestiva processione della Quarantana a Ruvo di Puglia.

Merita un cenno la processione dei ‘misteri’ che si svolge a Valenzano (Ba), perché di spagnoleggiante reminiscenza.
Ma ciò che rende, forse, unica la processione è l’alto numero dei Misteri (quarantaquattro). È dal 1671 che il venerdì Santo a Valenzano sfila la processione dei Misteri, una tradizione molto sentita e suggestiva, che inizia dall’Ultima Cena per finire alla Esaltazione della Croce. La processione che si svolge nelle vie cittadine, è molto seguita, non solo dai valenzanesi, ma dai cittadini di paesi e città limitrofi, attratti dalla magnificenza dei gruppi scultorei. L’originalità sta nel fatto che tutti i gruppi statuari sono di proprietà di privati e da loro stessi custoditi. Solo l’Addolorata esce dalla Chiesa Matrice di San Rocco.

Salvatore Pugliese, nel suo libro “La Settimana Santa a Martina Franca nella tradizione popolare” (Schena Editore), ricorda e descrive la molteplicità di celebrazioni e appuntamenti che un tempo davano alla città un senso di dignitosa mestizia. L’incedere delle Confraternite, il crepitio della troccola, la spogliazione degli altari, le croci velate e la lunga lacerante predica delle Tre Ore di Agonia, rappresentano i gesti della fede, il memoriale del Transito del Signore. In queste manifestazioni i cittadini diventano nello stesso tempo attori e protagonisti, manifestando una partecipazione interiore propria delle genti del Sud, vicine alla Passione per antica sofferenza e lontane radici di comunione di dolore.

A Ruvo di Puglia il giovedì Santo si svolge la processione degli “Otto Santi” che sfila tra le due e trenta e la tarda mattinata. Il corteo è composto da: Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo, il Cristo morto disteso sul lenzuolo, la Madonna Addolorata, San Giovanni, la Maddalena, Maria di Cleofa e Maria Salomè. La processione che sfila dal 1920, è quella più nota e suggestiva dell’intero ciclo sacro.

Tra le tantissime informazioni e immagini che Francesco Di Palo ricorda nel suo libro “Passione e Morte” (Schena Editore), c’è anche la processione del Risorto e lo scoppio delle Quarantane (fantocci di carta colorata o scherzi pirotecnici), che avviene la Domenica di Pasqua, un momento paraliturgico più significativo della Resurrezione. E per il Venerdì di Passione c’è la “Maduònne du vìnde” (Madonna del vento), appellativo popolare con cui viene indicata la “Desolata”, poiché in questo giorno il vento è sempre presente.

E per finire, non manca il capitolo dedicato ai cibi rituali di Pasqua: uovo, agnello e scarcella, alimenti legati intimamente al rito pasquale, definiti da alcuni studiosi di tradizioni popolari “alimentazione rituale”.
Da segnalare l’importante ruolo delle Congreghe e delle Confraternite che partecipano a questi eventi come viva espressione di fede, anche se contrastate da certe organizzazioni turistiche che tendono a sottovalutare le espressioni della pietà popolare.

 


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BARLETTA CUSTODE DI RELIQUIE DELLA PASSIONE DI CRISTO

 


La religione non sempre è relegata esclusivamente ad esigenze di culto e devozione, ma diventa spesso un importante veicolo di conoscenza del passato capace di innescare prospettive di sviluppo turistico oltre che culturale della popolazione.
Il CRSEC di Barletta ha pubblicato nel 2000 il volume di Giuseppe Doronzo “Barletta: Custode di insigni reliquie della Passione di Cristo”, il miglior modo per valorizzare, promuovere e tutelare il patrimonio che la storia ha lasciato alla comunità.
Barletta per la sua posizione geografica ha conosciuto varie civiltà: i Longobardi, i Bizantini, i Normanni, gli Svevi. Federico II nel 1228 radunò un solenne Parlamento per la VI Crociata in Terra Santa.
Per questi motivi alcune chiese di Barletta hanno, infatti, il grande merito di custodire da secoli importanti reliquie, allorché i Patriarchi di Gerusalemme furono costretti ad abbandonare la Terra Santa. Il porto di Barletta era, infatti, luogo di transito dei Crociati.

La Basilica del Santo Sepolcro custodisce una croce patriarcale di metallo smaltato di Corinto coperto di lamine d’argento dorato.
Su di essa vi sono incastonate 24 pietre turchine disposte due a due lungo la banda verticale e le due bande orizzontali.
Su di essa è apposta una targhetta che riporta la seguente iscrizione “Lignus crucis D.N. Jesu Christi Anno Santo della Redenzione 1983-84. Benedetta e sigillata 25.3.1984”.
La croce contiene tre pezzi della Vera Croce e nel 1659 subì una mutilazione: da uno dei tre pezzi della Croce Vera fu asportata una scheggia lunga 4 cm. Che fu donata dal Priorato di Barletta al vicerè di Napoli, Gaspare di Bragamante, e a Guzman, conte di Pignorando, come attestato da due documenti del notaio Geronamo Spallucci del 1659.
La preziosissima reliquia della Croce è molto venerata dai barlettani che in occasione di tristi eventi ne invocano la protezione.
Un’altra croce patriarcale contenente frammenti del Sacro Legno è custodita nella Chiesa di S. Maria Maggiore che è la Cattedrale di Barletta. Alta 42,5 cm., è artisticamente lavorata e arabescata e tempestata di pietre false e preziose.
La sua provenienza è ignota, sebbene non manca un inventario del 1727, tuttora nella chiesa nazarena, dalla quale si apprende che la croce fu consegnata dalla Serenissima regina Giovanna di Gerusalemme all’Arcivescovo.

Una terza croce patriarcale è custodita nella Chiesa e Monastero di San Ruggero (già S. Stefano). Una croce, non nota ai barlettani, della quale non si hanno notizie della sua provenienza al monastero di S. Ruggero. Le reliquie di San Giovanni Battista e di S. Leonardo, in essa custodite, fanno supporre che sia appartenuta ai Cavalieri dell’Ordine Teutonico ed a quelli dell’Ordine di S. Giovanni Gerosolimitano.

Infine per quanto riguarda la terza reliquia, la Sacra Spina custodita nella Chiesa di S. Gaetano, si ipotizza, che furono i Trinitari nel sec. XIII a portare a Barletta la spina della Corona.
Delle tre croci che custodiscono il sacro legno, solo quella che si custodisce nella Basilica del Santo Sepolcro viene portata in processione la sera del Venerdì Santo e il 14 settembre.
Inoltre la Sacra Spina viene portata in processione la sera della domenica che precede quella delle Palme, rito che si fa risalire al tempo in cui i Trinitari risiedettero a Barletta e andando via dalla città, la tradizione fu continuata dai Confratelli della Congrega della SS. Trinità installatasi nella omonima Chiesa.
Con l’ultimo decennio del secondo millennio, la festa della Sacra Spina ha assunto la forma mistica della Via Crucis. Portata in processione sotto un baldacchino si ferma davanti a ciascuna delle 14 stazioni che raffigurano, com’è noto, i tristi momenti della Passione di Nostro Signore.

Croce Patriarcale custodita nel Monastero di S. Ruggero, parte anteriore

(Concessione dell'Ufficio d'Arte Sacra e Beni Culturali dell'Arcidiocesi di Trani-Barletta-Bisceglie-Nazareth)
- Foto Milillo (Barletta)

Croce Patriarcale custodita nella Cattedrale di S. Maria Maggiore.
(Concessione dell'Ufficio d'Arte Sacra e Beni Culturali dell'Arcidiocesi di Trani-Barletta-Bisceglie-Nazareth)
- Foto Milillo (Barletta)

Reliquiario contenente una spina della Corona di Gesù che si venera nella Chiesa di San Gaetano di Barletta

(Concessione dell'Ufficio d'Arte Sacra e Beni Culturali dell'Arcidiocesi di Trani-Barletta-Bisceglie-Nazareth)
- Foto Milillo (Barletta)



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LE TRADIZIONI PASQUALI IN ABRUZZO

 



Pasqua è considerata una festa nobile ed in ogni paese o regione le manifestazioni ad essa dedicate sono numerose, varie e in alcuni casi anche curiose. In questo caso mi riferisco a quelle che si svolgono in Abruzzo, in particolare a Sulmona, ove i riti della Settimana Santa si svolgono con caratteristiche consolidate nel tempo. Sulmona, l’antica capitale dei Peligni, dà vita, durante la Settimana Santa e nel giorno di Pasqua, a sacre celebrazioni che rappresentano con coinvolgente impatto emotivo il dramma della morte e la gioia della resurrezione.
E così mentre la Chiesa celebra i suoi riti liturgici quaresimali, il popolo tramanda le sue tradizioni. In diverse contrade dell’Abruzzo, ad esempio, nel giorno di Giovedì Santo i cantori della Passione, li passionire, vanno in giro, per le case dei borghi e delle campagne, cantando Lu ggiuveddi sande o la Madonne de lu ggiuveddi sande. Il canto, alternato tra due o più cantori, è accompagnato per lo più da un organetto, lu ddu botte, ma spesso anche dalla fisarmonica e dal violino. È anche detto lu piante o lu lamente de la Madonne. Questi canti variano da luogo a luogo, concordanti però quasi tutti nel contenuto. La più antica composizione è quella duecentesca della Lamentatio Beate Marie de Filio, tramandataci dal manoscritto pergamenaceo celestiniano, conservato a l’Aquila nel Museo di Arte Sacra.
La varietà di credenze, usi, costumi e cerimonie delle popolazioni abruzzesi durante il periodo quaresimale e pasquale, è talmente vasta che non è possibile darne una descrizione completa, che peraltro interesserebbe soltanto lo studioso di tradizioni popolari.
Una delle rappresentazioni più importanti, ma nello stesso tempo singolare, soprattutto per i forestieri, è quella nota come “La Madonna che scappa” o “La Madonna che corre in piazza” che si svolge la Domenica di Pasqua a Sulmona.
La rappresentazione si svolge intorno a mezzogiorno nello scenario di Piazza Garibaldi, affollata da una moltitudine di persone. Alle 11,30 dall’antica Chiesa di Santa Maria della Tomba escono le statue di San Pietro e San Giovanni evangelista, gli apostoli che secondo il Vangelo si accorsero per primi della Resurrezione. Entrano quindi in piazza e si dirigono verso la Chiesa di San Filippo. Tra i tre archi intanto si intravede anche la statua del Cristo Risorto che prende posto sotto un baldacchino rosso.

I costumi indossati dalle Confraternite della Trinità e di Santa Maria di Loreto, i portatori di lampioni che procedono con passo strisciante, i cantori del Miserere, che invece avanzano gomito a gomito con andatura oscillante lateralmente, la ’nnazzecarelle, con tutto lo spettacolare apparato coreografico, conferiscono al rituale drammatico della processione del Cristo Morto una solenne grandiosità.
Dall’antica chiesa di Santa Maria della Tomba esce la processione con le Statue di Cristo Risorto, di San Giovanni e di San Pietro, portate dai confratelli della Confraternita della Madonna di Loreto, che indossano il caratteristico mantello verde su tunica bianca. La statua del Cristo Risorto si ferma sotto l’arco centrale dell’antico acquedotto, al limite della bella e luminosa piazza Garibaldi. Le statue di S. Giovanni e di S. Pietro proseguono lentamente e, separatamente, dirigendosi verso la chiesa di S. Filippo Neri, dove si trova la statua della Madonna vestita a lutto, straziata dal dolore per la perdita del Figlio diletto. Prima l’uno, poi l’altro, i due Santi bussano per annunciare alla Madonna che Cristo è risorto. Il portale non si apre. Al terzo tentativo fatto da S. Giovanni, la porta si apre ed appare la Madre vestita di nero che stringe un fazzoletto bianco nella mano destra. Esitante e quasi incredula, come chi teme di andare incontro ad una delusione, si avvia pian piano, seguita dalle altre due statue, lungo la piazza. A circa metà percorso, i portatori sollevano la statua della Madonna, a significare il tentativo di chi si protende sulla punta dei piedi per meglio vedere. Ormai convinta di aver visto il Figlio risorto, si lancia verso di Lui in una corsa frenetica, lascia cadere il mantello nero e il fazzoletto bianco, per subito apparire splendidamente vestita di verde, mentre nella mano destra ora regge una rosa rossa. Allo stesso istante da sotto il piedistallo si alzano in volo dodici colombi bianchi. Le campane suonano a festa e intanto si ricompone il corteo con in testa le statue del Redentore e della Madonna appaiate, seguite da quelle di San Giovanni e di San Pietro. La figura della Madre, in abito verde che corre gioiosa verso il Figlio trionfante sulla morte, è senza dubbio una evidente allegoria della “Speranza”. Non è azzardato il paragone con la famosa e celebre statua della “Macarena”, Nostra Signora della Speranza, che si venera a Siviglia, dove tra una folla di penitenti, sfila durante la Settimana Santa, vissuta, anche lì, con grande fervore e devota animazione. Meno celebri, ma non meno suggestive per religiosità e per carica emotiva, sono le sacre rappresentazioni dell’incontro della Madonna con il Figlio risorto, che si svolgono a Lanciano, nel chietino, e a Corropoli, in provincia di Teramo, rispettivamente nel giorno di Pasqua e nel martedì di Pasqua. In provincia di Pescara meritano di essere ricordate la processione di Moscufo per il pregio e la quantità dei gruppi statuari, conservati nell’apposita chiesa della Pietà, e soprattutto, quella di Penne, istituita nel 1570, che, oltre ad esibire una preziosa coperta ricamata del 1860, sulla quale giace il Cristo Morto, si caratterizza sia per i simboli tradizionali, riuniti in corpo unico detto “Statua della Passione”, sia per il tamburo, in uso in tutta la zona vestina, detto Lu tamorre scurdate, perchè privo della corda vibrante. Al calar del sole il corteo, preceduto dal suonatore del tamburo, avanza, lineare e composto, con passo scandito dal ritmo dei battiti lenti e sordi, che creano un’atmosfera di lutto. Odori d’incenso, canti corali e preghiere che si diffondono per le antiche pittoresche vie cittadine, illuminate dai ceri dei fedeli, conferiscono solennità al sacro rito. A Villa Badessa, una frazione del comune di Rosciano, nel pescarese, vi è insediata, dalla prima metà del XVIII secolo, una piccola colonia italo-albanese. Ancora oggi gli albanesi di Villa Badessa conservano inalterato il loro idioma e continuano a seguire la liturgia di rito greco-bizantino. Nei riti e nelle processioni della Settimana Santa, non compaiono statue e altri simboli ricorrenti nelle celebrazioni cattoliche, ma sono presenti antiche icone. Le cerimonie hanno inizio con gli “encomia”, il pianto delle donne durante la veglia notturna sulla icona della deposizione di Cristo. Nelle ore antelucane della domenica di Pasqua, il papas, che reca l’icona della Resurrezione, esce in processione fuori dalla chiesa, seguito dai fedeli che illuminano con candele le ultime ore della notte. In grande silenzio, tutti insieme si volgono verso oriente in attesa dell’alba. Al sorgere del sole il papas canta il primo verso del Vangelo secondo Giovanni e, intonando canti di gioia, rientra in corteo nella piccola chiesa. In grande silenzio, tutti insieme si volgono verso oriente in attesa dell’alba. Al sorgere del sole il papas canta il primo verso del Vangelo secondo Giovanni e, intonando canti di gioia, il corteo rientra nella piccola chiesa.



Le foto sono di Claudio Lattanzio


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RIFLESSIONI E CURIOSITÀ SULLA CROCE

 

 

È notorio che la Crocifissione di Gesù è un evento, come si legge nei Vangeli, che insieme alla Resurrezione rappresenta l’avvenimento più importante della religione cristiana. La Croce simboleggia l’uomo con le braccia aperte, in posizione di abbandono, ma nel contempo anche l’albero cosmico che sostiene il mondo. La sua struttura evoca la divisione del Paradiso terrestre in quattro parti e dell’anno in quattro stagioni. La croce ha rappresentato anche uno strumento di tortura, il più infamante, dal momento che, nell’epoca in cui era usata, chi veniva crocifisso era cosciente fino alla fine. Gli Orientali celebrano la Croce con una solennità paragonabile a quella della Pasqua. L’uso liturgico che vuole la Croce presso l’altare quando si celebra la Messa, rappresenta un richiamo alla figura biblica del serpente di rame che Mosè innalzò nel deserto: guardandolo, gli Ebrei morsicati dai serpenti erano guariti. Per l’Islam la croce ha invece un significato sapienziale. Simbolo delle due direzioni dell’essere (verticale) e del fare (orizzontale), l’una dell’Anima l’altra della psiche e della materia. Il centro è il Cuore. La psiche si manifesta nel mondano, nel corporeo, nella dimensione orizzontale dell’agire, della parola ma fa anche da ponte con l’Anima Divina nell’atto della introversione, della contemplazione, del sentimento che si raccoglie ricettivo sul mistero dell’Essere.

Per San Bonaventura «La croce è un albero di bellezza, consacrato dal sangue di Cristo, esso è colmo di tutti i frutti».
Il 3 maggio la Chiesa ricorda il ritrovamento della Croce, mentre il 14 settembre celebra l’esaltazione. Sant’Elena, madre di Costantino il Grande, nel 327, durante un pellegrinaggio ai luoghi santi di Palestina, fece ritrovare a Macario, Vescovo di Gerusalemme, la vera Croce di Cristo, una parte della quale si conserva nella Basilica di “Santa Croce in Gerusalemme” in Roma, da lei fatta costruire. Nell’Angelus del 15 settembre 2002, Giovanni Paolo II così si esprime sul significato della Croce: «Il Cristianesimo ha nella Croce il suo simbolo principale. Dovunque il Vangelo ha posto radici, la Croce sta ad indicare la presenza dei cristiani. Nelle chiese e nelle case, negli ospedali, nelle scuole, nei cimiteri la Croce è diventata il segno per eccellenza di una cultura che attinge dal messaggio di Cristo verità e libertà, fiducia e speranza. Nel processo di secolarizzazione, che contraddistingue gran parte del mondo contemporaneo, è quanto mai importante che i credenti fissino lo sguardo su questo segno centrale della Rivelazione e ne colgano il significato originario e autentico».
«La croce - sempre secondo Giovanni Paolo II - è il segno della più profonda umiliazione di Cristo. Agli occhi del popolo di quel tempo costituiva il segno di una morte infamante. Solo gli schiavi potevano essere puniti con una morte simile, non gli uomini liberi. Cristo, invece, accetta volentieri questa morte, la morte sulla croce. Eppure questa morte diviene il principio della risurrezione. Nella risurrezione il servo crocifisso di Jahvè viene innalzato: egli viene innalzato su tutto il creato». (Halifax 14 settembre 1984).
Infine, Papa Giovanni XXIII, nel suo “Breviario” (Garzanti, 1966), a proposito dell’esaltazione della Croce, scrive che «Gesù Cristo, dalla sua Croce purifica, dà forza, trasforma le energie nascoste e male indirizzate dalle esiziali concupiscenze e le ordina alla vita spirituale, al dominio di sé. Cerchiamo, dunque Gesù che ci dà esempio di umiltà, dolcezza, bontà; che si prodigò per la nostra salvezza e il nostro bene. Al termine della vita si apre la porta dell’eternità: senza la croce non si entra».


Le immagini delle Crocifissioni sono tratte dal volume “Vangelo” (Edizioni Paoline, II Edizione 1979).

 

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SIGNIFICATO DELL’AGNELLO PASQUALE

 


In occasione di un quiz televisivo svoltosi in una Domenica di Pasqua, di qualche anno fa, bisognava indovinare la parola “Pasqua”. Per aiutare i concorrenti il conduttore chiese: “Ma che giorno è oggi?”. Una voce quasi unanime rispose “Domenica”; solo una vocina timida timida, quasi timorosa di offendere quell’ambiente così ostile a chi ricordava le nostre radici cristiane, disse “Pasqua”.
Ciò sta a significare che molti di noi ignorano o dimenticano origini e storia della Pasqua o il significato di alcuni simboli, tra i quali, il più importante, è rappresentato dall’agnello, immagine della creatura pura e candida che gli ebrei offrivano in sacrificio durante la Pasqua.
Infatti, il Signore disse a Mosè e ad Aronne “Questo mese - Nisan (marzo aprile) - sarà per voi il primo mese dell’anno.
Parlate a tutta la comunità di Israele e dite: Il dieci di questo mese ciascuno si procuri un agnello per famiglia, un agnello per casa. Il vostro agnello sia senza difetto, maschio, nato nell’anno, e lo serberete fino al quattordici di questo mese: allora tutta l’assemblea della comunità d’Israele lo immolerà al tramonto.
Questo giorno sarà per voi un memoriale; lo celebrerete come festa del Signore: di generazione in generazione, lo celebrerete come un rito perenne” (Genesi, 1-12).
In sostanza, tutti gli animali innocenti e senza difetti destinati al sacrificio nell’Antico Testamento anticipavano il grande Sacrificio, quello offerto da Gesù Cristo sulla croce del Calvario. Giovanni Battista Lo presentò dicendo: «Ecco l’Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo!» (Giovanni 1:29).
La pena imposta da Dio per il peccato non solo è giusta, ma anche misericordiosa, perché Dio stesso, nella persona di Suo Figlio, scontò quella pena.
Papa Giovanni XXIII nel suo breviario scriveva che «La Pasqua è per tutti un mistero di morte e di vita: per questo, secondo l’espresso precetto della Chiesa ogni fedele è invitato in questo tempo a purificare la coscienza col Sacramento della Penitenza, immergendola nel sangue di Gesù; ed è chiamato ad accostarsi con maggior fede al Banchetto Eucaristico, per cibarsi delle carni vivificatrici dell’Agnello Immacolato».
L’agnello, oltre a rappresentare la primizia del gregge, sia nell’antico che nel nuovo testamento, ha significato sacrificale e quindi diventa il simbolo più perfetto di Gesù Cristo: «Ecco l’Agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo». Inoltre l’Agnello, che è il simbolo dell’innocenza e del candore, è anche il simbolo del Cristo in quanto Agnello divino che con il suo sacrificio si accolla i peccati del mondo, sia come “buon pastore” che va alla ricerca delle pecorelle smarrite. Ma è anche il simbolo della Resurrezione.

 



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SIMBOLOGIA DI PASQUA

 

Pasqua, che in ebraico si dice «Pesàh», che vuol dire passaggio, andare oltre, ricorda il transito del Mar Rosso e la liberazione degli Ebrei dalla subordinazione egiziana. Ai cristiani ricorda la liberazione dell’uomo dalla schiavitù del peccato e del demonio e dall’angoscia della morte per i meriti di nostro Signore Gesù Cristo.
La festività di Pasqua si identifica in usanze e tradizioni antiche e consolidate che si ripetono resistendo al tempo e alla secolarizzazione della civiltà attuale. Tutti, credenti e non, ad esempio, il giovedì santo si dirigono «a fare i Sepolcri», riunendo la famiglia che sfila in religioso silenzio nelle varie chiese. Così come il Venerdì Santo si svolge la processione dei Misteri, che si snoda per le vie principali delle città.

Ma qual è la simbologia di Pasqua?

niziamo con l’Agnello, che oltre a rappresentare la primizia del gregge, sia nell’antico che nel nuovo Testamento, ha UN significato sacrificale e quindi diventa il simbolo più perfetto di Gesù Cristo: «Ecco l’Agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo».

Inoltre l’Agnello, che è il simbolo dell’innocenza e del candore, è offerto in sacrificio durante la Pasqua ebraica.

Ma è anche il simbolo della Resurrezione.

La Campana,

strumento musicale e di culto, ha la funzione di chiamare i fedeli e annunciare, a seconda del suono emesso, sventura, lutto o festa.
Lo scampanio di Pasqua, ad esempio, annuncia la Resurrezione.

 

Il Cero con la sua fiamma simboleggia tutte le forze attive della natura e dei quattro elementi. Ma è anche la luce dell’anima che mette in comunicazione con il Divino.

La Croce, simboleggia l’uomo con le braccia aperte, in posizione di abbandono, ma nel contempo anche l’albero cosmico che sostiene il mondo.

La sua struttura evoca la divisione del Paradiso terrestre in quattro parti e dell’anno in quattro stagioni.

La Colomba, pacifica e delicata, era l’antico attributo della Dea dell’amore (Ishtar per i semiti, Afrodite per i greci) e poiché la si usava per inviare messaggi, le sacerdotesse greche dell’oracolo di Dodona (antichissimo centro religioso in una valle dell’Epiro), erano chiamate colombe.
Oggi è considerata simbolo annunciatore della pace.
Per tradizione, alla fine del pasto pasquale è d’obbligo mangiare un dolce fatto a forma di colomba, che simboleggia sia Gesù, che lo Spirito Santo.
La colomba ha parecchi significati; i più importanti sono: il Cristo che porta la pace agli uomini di buona volontà e lo Spirito Santo che scende sugli uomini per i meriti di Gesù.

L’Uovo rappresenta, forse, il simbolo pasquale per eccellenza. D’altro canto l’uovo è simbolo di rinascita in tutte le religioni, come ricorda Vito Lozito, docente di Storia della Chiesa, nel suo libro «Agiografia, Magia, Superstizione» (Levante Editori). L’uovo è simile ad un sepolcro che possiede in sé il germe del rinnovamento. Infatti, sostiene Lozito, «Se proviamo a rompere un uovo fresco di giornata, troviamo che vi è il tuorlo il quale è una sfera gialla simile al sole e l’albume di color bianco è di aspetto lunare. Due simboli fondamentali dell’origine vitale; il sole come eroe maschile, la luna come generatrice».
Il primo uovo con sorpresa fu regalato a Francesco I di Francia agli albori del XVI secolo, da qui probabilmente l’usanza di inserire un dono all’interno dell’uovo di cioccolato. Ma è nella Russia degli Zar che le uova preziose e decorate diventano regalo di Pasqua e Peter Carl Fabergé è l’artista orafo che con la sua genialità ha segnato la storia delle uova pasquali decorate.
L’uovo a Pasqua rappresenta anche l’elemento gastronomico principe. A Bari, in particolare, lo troviamo nel benedetto, un antipasto tipico pasquale, composto da uova sode, soppressata e arancia tagliata a fette, nel verdetto, un insieme di piselli, verdure amare e uova miste alla carne d’agnello e nel classico uovo di cioccolata.
Anche la scarcèdde (scarcella = piccola borsa), rappresenta, soprattutto per i baresi, un simbolo: si tratta di una ciambella favolosa (impasto di farina, olio, uova, zucchero con sopra un numero dispari di uovasode), molto ricercata dai bambini.

L’Olivo, sacro alla dea Atena, signora della guerra e delle arti, che vincendo la contesa con Poseidone, lo offrì in dono agli abitanti di Atene, è considerato un simbolo di pace. Si dice che sulla tomba di Adamo sia nato un olivo dal quale la colomba, uscita dall’arca di Noè dopo il diluvio, aveva staccato un ramo per indicare la fine del castigo divino; inoltre la Croce sarebbe stata fatta di legno d’ulivo, diventando l’albero cosmico, asse del mondo e collegamento tra il cielo e la terra. Non a caso, forse, Gesù si recò a pregare nell’Orto del Getsemani (ricco di olivi) nella notte in cui fu arrestato, iniziando così la sua Passione. Ma dall’olivo si produce anche l’olio utilizzato per ungere i prescelti, infatti, il battezzando con questa unzione è liberato dal peccato ed entra così nella societas cristiana.

Infine la Palma, albero sacro agli Dei del Sole, assai utile perché da esso si traevano latte, olio, frutta, legno corteccia, ecc.
Gli egizi deponevano rami di palme sui sarcofagi per evocare la resurrezione dei defunti.
Con i rami di questa pianta anche Gesù fu accolto trionfalmente quando fece il suo ingresso a Gerusalemme.
Da qui l’usanza di distribuire ai fedeli la Domenica delle Palme i rami benedetti, simbolo di pace e di rinascita.

 

 

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RITI, MISTERI E TRADIZIONI DI PASQUA NEL MEZZOGIORNO

Pasqua significa passaggio e deriva dalla tradizione ebraica. Per gli Ebrei era il giorno della fine della schiavitù in Egitto. La Pasqua cattolica si celebra, secondo un decreto del concilio di Nicea (325 d.C.), seguendo criteri astronomici, la prima domenica di plenilunio dopo l’equinozio di primavera. Ogni anno ha quindi un posto diverso nel calendario.
La solennità pasquale é il momento più importante di tutte le celebrazioni liturgiche, perché si celebra il rito e il mistero della morte e resurrezione di Gesù Cristo. Il triduo, che va da giovedì santo a sabato santo, a cui si aggiungono la veglia pasquale e le celebrazioni della Domenica di Pasqua, costituiscono l’evento di maggior importanza per la religione cattolica.

Il periodo pasquale é preceduto dalla Quaresima, intervallo di 40 giorni che comincia con il mercoledì delle ceneri.

La domenica precedente la Pasqua é detta delle Palme e in quel giorno si ricorda l’accoglienza trionfale di Gesù a Gerusalemme fra ali di folla osannante. Nelle chiese vengono distribuiti ramoscelli di ulivo benedetti.
La settimana successiva é detta settimana Santa perché si rivive la passione, la morte e risurrezione di nostro Signore

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Numerose le rievocazioni in tutto il mondo cattolico. In Sicilia, nella provincia di Ragusa, è noto il rito della «Madonna vasa vasa» (Madonna del bacio). Durante la mattina di Pasqua due cortei percorrono le vie cittadine portando le statue del Cristo e della Madonna. Dalla Chiesa di Santa Maria viene portata fuori la statua di Gesù. Dopo mezz’ora viene fatta uscire quella di Maria che indossa un mantello nero in segno di lutto.
La Madonna inizia subito la ricerca del figlio. A mezzogiorno, finalmente, si incontrano nella piazza principale. La Vergine avendo incontrato il Figlio allarga le braccia e lascia cadere il mantello mentre si alzano in volo bianche colombe con nastri azzurri alle zampine. Maria si avvicina e bacia il Figlio. Al punto del «vasa vasa» tutta la popolazione festeggia l’arrivo della Pasqua.

A Castelvetrano (Trapani) si festeggia l’incontro tra il Cristo Risorto e la Madonna con una cerimonia chiamata l’«Aurora». Gesù è rappresentato con una statua di cartapesta portata a spalla da quattro uomini e deposta al lato della piazza. La Madonna, avvolta in un mantello di velluto nero con in mano un fazzolettino che stringe al petto, viene posta all’altro lato. I due sono messi in modo che non si vedano.
Allo squillo di una tromba, un angelo di cartapesta portato da quattro ragazzi, corre lungo la piazza annunciando a Maria la resurrezione del figlio. La Madonna non crede alla notizia, e per ben quattro volte l’angelo attraversa la piazza. La quinta volta l’angelo si ferma al centro, mentre Cristo Risorto cammina lentamente, altrettanto fa la Madonna.
Al momento dell’incontro cade il mantello e Maria appare con il suo vestito bianco, un ampio mantello e una corona d’argento in testa. A quel punto suonano le campane e scoppiano centinaia di mortaretti. In Basilicata, i riti legati alla Passione e alla Pasqua si svolgono attraverso gesti e movenze antiche sullo sfondo di tradizioni corali.

La magia delle sacre rappresentazioni nasce dai tempi dei bizantini, dalle tradizioni del cristianesimo greco, presente e vivo nelle cappelle scavate nelle grotte, nelle icone sacre dipinte sui muri diroccati. Per tutta la comunità è l’ora dell’attesa, della paura e della speranza.

A Barile (Pz) la Via Crucis è interpretata da uomini e donne che si sentono veramente il simbolo della espiazione comune. Tutti nel paese lavorano, nelle settimane precedenti, alla riuscita della processione. Lungo il percorso vengono innalzati una serie di palchi per la rappresentazione dei diversi episodi della Passione: il Cristo nell’orto, la cattura, Ponzio Pilato, la Via Crucis, la Crocifissione.

Il giovane che impersona il Cristo deve digiunare ed espiare ogni colpa per tre giorni prima della processione. Viene lavato, unto e vestito da sole donne, ognuna delle quali si cura del suo vestiario. La processione ha un ritmo frenetico sostenuto dalla presenza di uomini vestiti da soldati che si muovono a cavallo su e giù per le strade del paese. Intorno a loro si agitano gruppi di personaggi: i romani, i sacerdoti, il popolo, e ancora la Maddalena, la Madonna, gli apostoli.

La Vergine viene rappresentata in due versioni, con un vestiario diverso: da giovane e da anziana. In questa atmosfera tutta ricostruita dai Vangeli, compaiono all’improvviso, portando un grande scompiglio, alcune figure di fantasia legate alle paure ancestrali che ci portiamo dentro.
Ecco la figura del «Negro» che rappresenta lo straniero, indossa un mantello con piume colorate e gioca con un altro «Negro» bambino a tirarsi una palla avanti e indietro. Nella grande festa popolare compare anche la «Zingara», altro personaggio dai toni oscuri e misteriosi, che porta un vestito decorato da tutti gli ori del paese: simbolo di una ricchezza che nasconde malvagità e pericolo.
La gente si difende da lei donandole, anche per un solo giorno, tutti i propri averi. Personaggi simbolici dunque il Negro e la Zingara, che assumono un grande rilievo in questo grande rito di espiazione collettiva.

Tra i riti della settimana Santa è da segnalare anche quello che si svolge a Valenzano (Ba), perché di spagnoleggiante reminiscenza. Ma ciò che rende, forse, unica la processione è l’alto numero dei Misteri (quarantaquattro) tutti appartenenti a privati cittadini. Il rito si svolge dal 1671 con la processione dei Misteri, una tradizione molto sentita e suggestiva, che inizia dall’Ultima Cena per finire alla Esaltazione della Croce.
La processione che si svolge nelle vie cittadine, è molto seguita, non solo dai valenzanesi, ma anche da cittadini di paesi e città limitrofe attratti dalla magnificenza dei gruppi scultorei. L’originalità sta nel fatto che tutti i gruppi statuari sono di proprietà di privati e da loro stessi custoditi. Solo l’Addolorata e Gesù Morto escono rispettivamente dalla Chiesa Matrice di San Rocco e dalla Parrocchia di Santa Maria di San Luca.
Lino Angiuli ha pubblicato un bel volume “La festa del dolore – La processione del Venerdì Santo a Valenzano” (Edizioni Pagina), recensito in altra parte di questo sito (vedi Link in fondo alla pagina - Arte, Folklore, Libri, Religione). Si tratta di un vero e proprio catalogo, diviso in schede, una per ogni gruppo scultoreo. Per ogni scultura è indicato il nome del proprietario originario e attuale, il luogo di conservazione, la data di costruzione e l’autore, gli eventuali restauri eseguiti e ciò che rappresenta l’opera.

(Le immagini dei due articoli di cui sopra sono dell'Archivio di Cartantica)

 

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IL SIGNIFICATO DELLA QUARESIMA

Dopo il periodo di Carnevale ha inizio, con il Mercoledì delle Ceneri, l’intervallo quaresimale che culminerà con la Settimana Santa. La Quaresima ha lo scopo di invitare i fedeli a imitare il periodo di 40 giorni di meditazione e di penitenza che Gesù trascorse nel deserto prima di cominciare la predicazione e di farci crescere nella conoscenza del mistero di Cristo.
Inizialmente il periodo quaresimale venne osservato in modo difforme dalle varie chiese: la chiesa di Alessandria, ad esempio, osservava un periodo di digiuno che coincideva con la Settimana Santa, mentre più tardi la chiesa di Roma aggiunse prima due settimane a questo periodo di penitenza e poi altre tre.
Nell’anno 325, durante il Concilio di Nicea, si fissò uno stesso giorno per tutta la cristianità per la celebrazione dei riti e della festa, riferendosi al novilunio di primavera, e dato che il criterio per definire la data del novilunio non era unico, si stabilì che fosse la Chiesa di Alessandria a determinarne il giorno.
Nel 525 si dispose che la Pasqua potesse essere festeggiata la domenica successiva al primo plenilunio dopo l’equinozio di primavera, tra il 22 marzo e il 25 aprile. Se l’equinozio di primavera si verifica, ad esempio, sabato 21 marzo, la Pasqua si festeggerà il giorno dopo, 22 Marzo. Se invece l’equinozio di primavera si verifica il giorno dopo il plenilunio, bisognerà aspettare più di un mese, ma mai oltre il 25 aprile. Raramente si verifica la Pasqua il 22 marzo o il 25 aprile.

La Pasqua della chiesa Cattolica e quella della chiesa Ortodossa differiscono perché la prima fa riferimento al calendario Gregoriano mentre la seconda a quello Giuliano.
Il digiuno quaresimale, invece, consiste nel fare un solo pasto al giorno, e nell’astenersi dai cibi vietati. Nei giorni di digiuno la chiesa permette un leggero pasto di ristoro alla sera, se l’unico vero pasto avviene a mezzogiorno, o a mezzogiorno se si stabilisce alla sera il proprio pasto principale.La Settimana Santa è quella in cui si celebrano i riti che condurranno alla Pasqua e si apre con la Domenica delle Palme.
Dal lunedì al mercoledì, in un clima di Riconciliazione, vengono rievocati i momenti dolorosi che precedono il Calvario: Il pianto di Gesù su Gerusalemme, la cacciata dei venditori dal Tempio, il complotto contro Gesù e la decisione del tradimento di Giuda.

Il Giovedì Santo è il giorno in cui la Chiesa - per rinnovare la memoria dell'atto di amore e di umiltà di Cristo nei confronti degli Apostoli - rivive la lavanda dei piedi, servizio fraterno di carità e ricorda l’Ultima Cena di Gesù, celebrando l’istituzione dell’Eucaristia e con essa anche quella del sacerdozio ministeriale; successivamente segue l'Adorazione del Santissimo Sacramento nell'altare della Reposizione.
Questo luogo di adorazione, veniva - e ancor oggi viene - chiamato più semplicemente "sepolcro", a cui i fedeli giungevano, visitando varie chiese e quindi vari sepolcri, per adorare la deposizione del corpo di Gesù, fino alla mezzanotte. Tuttavia, questa terminologia è inadatta, si tratta di un travisamento di vecchia data, osteggiato nel corso dei secoli dalla Sacra Congregazione dei Riti, che può avere derivazione da antiche tradizioni ed usi locali con cui si rappresentavano - e tuttora si rappresentano - i misteri della passione e della morte del Cristo. Si tratta, invece, non di una sepoltura ma di una solenne Ostensione.
Dal Giovedì sino al Sabato Santo si legano le campane in segno di silenzio e partecipazione di tutta la Chiesa alla Passione e Morte di Cristo, partecipazione che ha il suo culmine nel Venerdì Santo, giorno di penitenza e di digiuno, in cui si farà memoria, appunto, del Sacrificio di Gesù. Il Sabato invece sarà un giorno di silenzio e di raccoglimento, nell'attesa della Risurrezione che si compirà nella Domenica di Pasqua, giorno di Pace e di gioia.
In molti paesi è possibile assistere alla rappresentazione della Via Crucis per le strade cittadine.

Il giorno di Pasqua è la commemorazione della Resurrezione di Cristo. Nella tradizione cristiana Cristo viene identificato con l’agnello, vittima sacrificale, della Pasqua ebraica. Così come gli ebrei celebravano con la Pasqua il passaggio (dell’Angelo sterminatore e del passaggio del Mar Rosso), anche per i cristiani la Pasqua rappresenta il passaggio di Cristo dalla vita mortale, in quanto Uomo, a quella immortale, in quanto Figlio di Dio. La condanna e la crocifissione di Cristo avvennero durante la Pasqua ebraica, ma sulla data delle celebrazioni non si raggiunse facilmente un accordo: in Oriente, seguendo S. Giovanni e S. Paolo la celebrazione avveniva il giorno della morte di Gesù Cristo, il 14 del mese di Nisan (settimo mese del calendario ebraico), mentre in Occidente si preferiva commemorare l’evento riferendosi al plenilunio di Primavera. I primi Padri della chiesa commemorarono la Pasqua in concomitanza con il giorno della Passione e della morte di Cristo, mentre in età più tarda, nel III secolo, San Cipriano condusse a commemorare non solo la morte, con mestizia, ma a ricordare come vero e proprio passaggio (Pasqua) il giorno della Resurrezione ed a festeggiare, non già con tristezza, ma con gioia, questo giorno solenne della cristianità.

(Foto dell'Archivio di Cartantica)


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QUARESIMA E CARNEVALE A CONFRONTO

 

Il Carnevale è il periodo dell’anno che precede la quaresima e secondo A.M. Di Nola, storico delle religioni, altro non è che il «Tenue residuo dell’imponente ciclo festivo di altre epoche, che sigilla nell’ambiguità dei comportamenti collettivi le antichissime immagini della Morte e della Gioia, i due termini intorno ai quali ruota la perenne storia dell’uomo. Il farsi diverso ed estraneo, il rifiutare negli atteggiamenti la quotidianità immettono in un itinerario della follia occasionale e passeggera, come alternativa dell’essere».
La Quaresima, invece, nella liturgia cattolica è il periodo penitenziale di quaranta giorni, in preparazione della Pasqua, in cui si osserva il precetto del digiuno e dell’astinenza nei giorni prescritti.
Spesso ci domandiamo quale l’origine storica del Carnevale e della Quaresima? Perché tanto contrasto tra i due periodi? A queste domande e ad altre ancora risponde Vito Lozito, docente universitario di Storia della Chiesa, nel suo volume «Agiografia, Magia, Superstizione», edito da Levante Editore.
L’origine storica del carnevale è spesso collegata agli antichi Saturnali latini, feste religiose dell’antica Roma, che si celebravano in onore del dio Saturno. I festeggiamenti tendevano ad abolire le distanze sociali ed avevano spesso carattere licenzioso e orgiastico, cambiavano il quotidiano rapporto padrone-servo, uomo-donna, governante-suddito, insomma in quel periodo tutto era lecito e permesso. La funzione stessa del re dei saturnali, che moriva alla fine della festa, richiama il nostro Re del Carnevale, che a seconda della tradizione locale, viene ucciso, bruciato, impiccato, ecc.
Vi sono anche altri riti antichi in cui la nostra festa affonda le radici ed il riferimento è alla festa chiamata Equirria, che si svolgeva il 27 febbraio e ripetuta il 14 febbraio a Roma e che consisteva in una corsa di cavalli, effettuata con l’intento di conquistare il favore di Marte, padre e protettore dell’Urbe.
La civiltà babilonese ritenendo lo svolgersi della vita terrestre, riflesso dei moti astrali, rappresentava il passaggio dall’inverno alla primavera con una processione in cui su un carro-nave era trasportato il dio Sole o il dio Luna che simbolicamente procedeva verso il Santuario di Babilonia, cioè la terra. Si trattava del “Car Naval” che concludeva un anno e ne iniziava uno nuovo. Il passaggio del Carro indicava il “viaggio” con tutte le caratteristiche gioiose, terrificanti e di pericolo che comportava, il cui nocchiero rappresentava il Re di Carnevale, e che sarà eliminato una volta giunti alla fine della traversata, per dare posto simbolicamente al nuovo anno.
Il contrasto più avvincente rimane quello tra Carnevale e Quaresima, ossia fra gioia e tristezza, fra benessere e miseria. Alle abbondanti libagioni di carnevale subentrava la dieta alimentare rigida che le classi povere accettavano più per scarsità di prodotti che per rispetto a prescrizioni religiose. Il digiuno, invece, aiutava a vincere le passioni e a liberarsi dalla materialità, dal momento che il precetto evangelico affermava che i dèmoni possono essere cacciati «con la preghiera e con il digiuno». Perciò durante la «penitenza dei quaranta giorni», che ricorda il corrispondente periodo di tempo trascorso da Mosè e Gesù nel deserto senza toccare cibo, sulle tavole mancavano cibi a base di carne, di grassi, di latticini, ecc. Nel giorno successivo alle Ceneri, in molte Regioni d’Italia, si facevano anche bollire le stoviglie di casa, per eliminare qualsiasi ricordo dei succulenti pranzi.
Attualmente, dal punto di vista alimentare, Carnevale ha sconfitto la Quaresima, dal momento che non vi sono più tempi eccezionali come il Carnevale, l’abbondanza oggi è presente tutti i giorni, ogni giorno è festa, per cui si può tranquillamente affermare che il digiuno, ormai, è dimenticato.

 

 

 

 

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