Rubriche di
Patrizia Fontana Roca

 

COLLABORAZIONI

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ALTRI SANTI PIEMONTESI

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SERVA DI DIO CATERINA BENSO


Nasce a Morozzo (provincia di Cuneo) il 1° maggio 1745, in una semplice e umile famiglia di contadini. Morto il papà in ancor giovane età, si trasferisce con i famigliari a Roata Chiusani di Centallo.
Dotata di una straordinaria bellezza, che le procura anche vantaggiose offerte di matrimonio, ad essa preferisce la bellezza interiore, l’amicizia con Dio, che cerca di alimentare e sostenere con un’assidua preghiera.
Si iscrive alla Compagnia della Madonna Addolorata, particolarmente venerata a Roata Chiusani e di cui anche lei diventa devotissima: comincia così una vita spirituale ancora più intensa, che dalla preghiera e dall’affidamento a Maria riceve la forza ed il coraggio per affrontare le difficoltà di ogni giorno.
Nella semplicità di una vita intessuta di lavori umili, andando a lavorare a giornata nei campi, spigolando, allevando bachi da seta e portando una mucca al pascolo, Caterina scopre un “tesoro” al cui confronto tutto il resto è niente: soltanto Gesù può dare un senso alla sua vita, è Lui la “perla preziosa” di evangelica memoria, per la quale vale davvero la pena sacrificare tutto il resto. Questo cammino spirituale la porta, così, a considerare che anche alla bellezza fisica si può rinunciare, quando questa mettesse in crisi la sua amicizia con Gesù.
A vent’anni appena compiuti, aggredita in aperta campagna da un giovane che vorrebbe abusare di lei, si difende mettendo tra sé e l’aggressore il crocifisso, che sempre porta al collo: un gesto semplice e disarmante che lo mette in fuga, permettendole così di tornare a casa sana e salva. L’episodio, però, le fa capire ancora di più che la sua bellezza, suo unico tesoro, la può esporre anche a molti pericoli, facendole correre il rischio di offendere il Signore. Una quotidiana, lunga e fervorosa preghiera davanti all’Addolorata la porta così a mettere nelle mani di Gesù l’offerta di tutta se stessa: un’offerta generosa che Caterina non ritirerà mai.
Alcuni mesi dopo, la caduta di una grossa pagnotta le provoca sul volto una banale ferita, che si dimostra ribelle ad ogni cura. Ben presto la ferita si trasforma in una dolorosissima cancrena, che inizia a corroderle il volto fino ad inchiodarla nel letto.
Per 38 lunghissimi anni, tra sofferenze lancinanti, inutili e dolorose medicazioni, con il corpo piagato e squassato dalla febbre, accetta con santa pazienza ed infinita umiltà il dolore che si è abbattuto su di lei, riuscendo a santificare con l’amore la sua sofferenza, che, proprio quando sembra giunta al culmine, comincia a diventare sorgente di vita e speranza di guarigione per gli altri.
Attorno a Caterina cominciano ad affluire malati di ogni genere, provenienti non solo dalla provincia di Cuneo, ma da tutto il Piemonte, dalla Liguria, dalla Lombardia e perfino dalla Francia.
”Andate dalla Madonna” è il costante invito che rivolge a tutti coloro che si affidano alla sua intercessione: soltanto davanti all’altare della Madonna, infatti, ciechi, storpi, zoppi, ammalati di tumore, epilettici e sordi trovano guarigione, mentre Caterina vuole semplicemente essere il “ponte” tra la sofferenza dell’uomo e la potenza risanatrice di Dio.
Roata Chiusani è letteralmente invasa da carri e carrozze, ristoranti mobili e gente di ogni paese, al punto che il sindaco è costretto a far presidiare dalle guardie la sua casa, per prevenire possibili disordini.
Osteggiata e perseguitata dall’autorità civile, che vede in lei una pericolosa cospiratrice, è invece sostenuta dall’arciprete di Centallo e dalla Curia di Torino, che riconoscono il “dito di Dio” negli avvenimenti prodigiosi che avvengono attorno a lei.
Completamente divorata dal cancro, che l’ha resa anche cieca, Caterina muore il 25 febbraio 1803 e la gente di Roata Chiusani la vuole seppellita in chiesa, davanti all’altare della Madonna, contro il parere dell’autorità civile, che teme che su quella tomba si possano verificare altri miracoli.
La morte non spegne la forza della sua presenza, che anzi acquista maggior vigore, e la gente continua a ricorrere a Caterina Benso.
La sua intercessione si rivela particolarmente efficace per i piccoli e per i deboli; per i malati terminali e, specialmente, per quanti sono affetti dal “male del secolo”; per la pace nelle famiglie e per la conversione delle anime lontane da Dio.
La tomba di Caterina, nella chiesa parrocchiale di Roata Chiusani, diventa così ancora oggi un sicuro punto di riferimento per quanti cercano conforto e guarigione e per tutti coloro che hanno bisogno di attingere forza dal suo esempio e vogliono dare sempre a Dio il primo posto nella loro vita. In un silenzio pieno d’amore, da quella tomba sembra invitare alla fiducia e ripetere come un tempo, agli afflitti ogni genere, il suo consiglio “Andate dalla Madonna”

PREGHIERA


Santissima Trinità,
che con l’opera della Vostra grazia
avete fatto di Caterina Benso
un ammirabile modello di innocenza e di eroico sacrificio,
noi Vi preghiamo,
per intercessione di Maria SS. Addolorata e della Vostra umile Serva,
di esaudire le nostre preghiere
e di concedere che le nostre famiglie
sappiano seguire il luminoso esempio delle sue virtù
e così Vi rendano gloria nei secoli.
Amen.

Nostra Signora Addolorata, prega per noi.

(adattamento della preghiera composta dal Vescovo Mons. Quirico Travaini)


* La biografia di Caterina Benso, ”Caterina dei miracoli” può essere richiesta alla Parrocchia di San Bernardo Abate – Roata Chiusani - 12044 Centallo.

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DON STEFANO GERBAUDO


(Centallo 30 luglio 1909 – Fossano 30 settembre 1950)
Sacerdote della diocesi di Fossano (in provincia di Cuneo), direttore spirituale del Seminario e assistente della Gioventù Femminile di A.C., innamorato dell’Eucaristia e della Madonna, direttore spirituale e formatore di schiere di giovani, raggiunge le vette dell’eroismo offrendo la sua vita per la santificazione della famiglia religiosa che ha fondato e per uno dei chierici affidati alla sua guida. Come risposta del cielo, un cancro lo stronca, lentamente e dolorosamente, ad appena 41 anni.
Don Gerbaudo: il pastore buono offre la vita
Don Stefano Gerbaudo nasce a Centallo (in provincia di Cuneo) il 30 luglio 1909, quinto di una famiglia di otto figli. Viene avviato molto presto al lavoro dei campi, ma a 14 anni sente un'improvvisa vocazione alla vita sacerdotale che nell'ottobre 1923 lo porta ad entrare nel seminario di Possano. Vince la sua scommessa contro quanti non credono alla solidità della sua vocazione e gli preannunciano insormontabili difficoltà negli studi; difficoltà che in effetti non mancano, ma che non gli impediscono, il 3 maggio 1935, di essere ordinato sacerdote dal vescovo di Possano, mons. Soracco.
Dopo un breve periodo di servizio pastorale nella Cattedrale di Possano viene destinato alla piccola parrocchia di Villafalletto, dove resta fino al 1939: pochi anni, che però sono sufficienti a lasciare un vivissimo ricordo di bontà e generosità sacerdotale, soprattutto in mezzo alla gioventù.
Nel settembre 1939 il vescovo di Fossano mons. Soracco lo richiama in seminario, affidandogli la direzione spirituale dei chierici. Poco dopo lo nomina anche Assistente diocesano della Gioventù Femminile di Azione Cattolica.
E' soprattutto a partire da questo periodo che la sua spiritualità acquista una chiara impronta eucaristica e mariana, che viene alimentata da una prolungata preghiera, da una continua penitenza, da una grande generosità che lo porta a distribuire ogni cosa ai poveri. Tra la gioventù, attraverso ritiri, giornate di spiritualità, profonde meditazioni, esercita una illuminata direzione spirituale che lo porta ad indirizzare molti alla vocazione sacerdotale e religiosa.
Sente l'urgenza e la necessità di numerosi e santi sacerdoti e per questo invita a "pregare, offrire, soffrire" per la santificazione dei sacerdoti. E proprio per venire in aiuto al sacerdote nello svolgimento del suo ministero, inizia a raccogliere attorno a sé un gruppo di ragazze generose, che il 2 maggio 1944 entrano a far parte della nuova famiglia che ha fondato. Le chiama "cenacoline" ed affida loro, insieme ad un grande amore per Gesù Eucaristia e per Maria "Regina degli Apostoli", il compito di "curare la santificazione propria ed altrui attraverso una più stretta collaborazione col Sacerdote".
Dopo aver dato prova di completa disponibilità e di incondizionata carità, la sua generosità lo porta a compiere un gesto eroico: offrire la propria vita per ottenere dal Signore la santificazione dei suoi chierici e delle sue Cenacoline. L'offerta viene compiuta, nel completo nascondimento e nel più rigoroso silenzio, nel mese di settembre 1948. Poco dopo la sua salute comincia a declinare fino a far diagnosticare, nel giugno 1950, un cancro alla spina dorsale che lo crocifigge in un letto della clinica Avagnina, a Fossano, tra spasimi indicibili. La sua "offerta di vittima fu accolta, ratificata dal Signore: in questa luce - e lo confermò anche Padre Pio - si deve vedere la dolorosa malattia che lo purificò, lo consumò secondo il misterioso progetto di Dio, facendone un'ostia santa, gradita a Dio".
Muore il 28 settembre 1950 promettendo: "Dal cielo vi sarò vicino, pregherò e lavorerò tanto per voi".
Oggi le sue Cenacoline, trasformatesi come istituto secolare in Missionarie Diocesane di Gesù Sacerdote, continuano a servire la Chiesa ed a perpetuare la sua ansia per la salvezza delle anime.

 

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BEATO ODDINO BAROTTI


* 1344 Fossano (Cuneo) + 1400

Più di 650 anni ci separano da lui, ma forse avrebbe ancora da dire qualcosa ai suoi concittadini, sacerdoti e laici, per l’eroismo di una fede integralmente vissuta e concretizzata in opere di carità. Affonda le sue radici nella parte più antica di Fossano (provincia di Cuneo), dove, in via Garibaldi, ancora si indica la casa in cui avrebbe visto la luce, nel 1344. Nobili (o almeno aristocratici) i suoi natali, che non gli impediscono, una volta sacerdote, di compiere scelte radicali e controcorrente. Canonico della Collegiata di San Giovenale prima ancora di essere ordinato prete, parroco della chiesa di San Giovanni, allora la più importante della città, pochi anni dopo l’ordinazione, ad un certo punto molla tutto e va pellegrino in Terra Santa. Che a quell’epoca non vuol dire compiere un semplice e comodo seppur devoto pellegrinaggio, tante sono le incognite e i pericoli di un viaggio lungo e defatigante, dal quale non sempre si ritorna. Ad attirarlo là è la sua profonda devozione alla Passione di Gesù, una devozione che vuole ritornare alla fonte, dove la Passione di Gesù si è consumata e dove egli vuole rinvigorire la sua fede. Non ha fatto però i conti con i Turchi, che lo fanno prigioniero e gli riservano pochi riguardi e tante sofferenze. Liberato, torna a Fossano, dove si vedono subito i frutti di questo sofferto pellegrinaggio: moltiplica le preghiere, le penitenze e le opere di carità, trascorre lunghe ore in meditazione davanti al crocifisso, vive poveramente, privandosi anche del necessario per vivere. Si lascia anche affascinare dall’ideale francescano, di cui oltre all’abito da terziario adotta anche la spiritualità. La gente è ammirata, ma anche preoccupata, del suo stile di vita, perché mangia lo stretto necessario per sopravvivere: un po’ di pane e qualche verdura. Eppure non c’è verso di fargli ingoiare qualcosa di più, perché tutto quanto gli regalano, perfino le pietanze già cotte, finisce invariabilmente nelle case della povera gente. Come quel cappone regalatogli per il pranzo di Natale, che egli si vergogna di mangiare mentre famiglie intere non hanno di che mangiare: lo fa così recapitare nella casa di una povera donna, che ha partorito da pochi giorni, dal suo inserviente che viene guidato all’indirizzo giusto da un cagnolino. E poichè i malati sono anch’essi poveri, non solo di salute ma a quell’epoca soprattutto di cure e di assistenza, ecco tuffarsi in questa nuova opera di misericordia: getta le basi dell’attuale ospedale, visita i malati poveri nei loro tuguri, costruisce un ospedaletto per i lebbrosi e un altro per i malati colpiti dal fuoco sacro. Tanto caritatevole perché altrettanto devoto e pio, costruisce quattro cappelle ai quattro punti cardinali (dedicate a San Lazzaro, San Bernardo, Santo Stefano e San Pietro) quasi a realizzare un’immaginaria croce a protezione della città. Finiscono per affidargli la Collegiata di San Giovenale (la futura cattedrale), ma la trova talmente in cattive condizioni da sentirsi in dovere di riedificarla. Durante questi lavori i suoi contemporanei sono spettatori di cose prodigiose: il muratore che cade dall’impalcatura della torre campanaria ed è dato per morto, si alza senza un graffio e torna subito al lavoro non appena egli lo prende per mano; il carro stracarico, sprofondato nella melma, riparte dopo una sua semplice benedizione. Un uomo così nessuno lo ferma, neppure una pestilenza. E si butta talmente in prima linea nell’assistere gli appestati da esserne lui stesso contagiato. Ed è proprio la peste ad ucciderlo, il 7 luglio 1400, quando ha appena 56 anni, tutti spesi per Dio e per i più bisognosi. Bisognerà attendere più di 400 anni, ma alla fine, nel 1808, Pio VII concederà l’aureola di Beato ad Oddino Barotti, il primo fossanese ad avere l’onore degli altari.

Preghiera

O Dio, che hai ispirato al Beato Oddino Barotti un grande amore per la passione del tuo Figlio ed un generoso zelo per le anime, fa’ che sorretti dal suo esempio e dalla sua intercessione, possiamo arrivare, attraverso il mistero della Croce, alla gloria della beata risurrezione. Per Cristo nostro Signore.

O Beato Oddino, grande nel regno dei cieli perché fosti umile ed amante della Croce su questa terra, volgi il tuo sguardo a noi che ti invochiamo fiduciosi del tuo patrocinio.
Tu dal cielo ci ami come amasti i fedeli che Dio ti aveva affidato in questa nostra città.
Tu conosci le nostre miserie e le nostre necessità. Intercedi per noi affinché il Signore ci conceda aumento di fede, di preghiera e di carità operosa; distrugga nei nostri cuori il verme dell’egoismo e dell’ipocrisia; ci doni la forza di superare le umane passioni e di vivere totalmente per Gesù Cristo, come Egli con infinito amore donò se stesso sacrificandosi sulla croce per la nostra salvezza.
Beato Oddino, prega per noi.

 

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BEATO GIOVANNI GIOVENALE ANCINA


* Fossano (Cuneo) 1545 - + Saluzzo 1604

Le tentazioni di un giovane ricco: potremmo chiamare così le varie opportunità che il mondo cinquecentesco offre al fossanese Beato Giovanni Giovenale Ancina. Innanzitutto le soldatesche (prima spagnole e poi francesi) che stazionano in città e che certamente non sono una scuola di modestia. Poi un’interessante proposta di matrimonio con una ragazza nobile e virtuosa che per di più (particolare non trascurabile) porta in dote duemila scudi. Infine l’opportunità di fare carriera a Roma, con la “raccomandazione” di un cardinale. E’ un “Dies irae”, ascoltato in un chiesa di Savigliano, a far cambiare rotta al promettente medico ventisettenne (che ha anche conseguito una splendida laurea in Filosofia) e ad orientarlo verso il sacerdozio. A Roma resta affascinato da “un certo padre Filippo, stupendo per molti rispetti”, che altri non è che San Filippo Neri, il quale dopo averlo fatto sospirare non poco lo accoglie, insieme al fratello Giovanni Matteo, nella sua congregazione. Diventato sacerdote, inizia a Roma il suo ministero, (dove tra l’altro si interessa con passione alla fondazione della diocesi di Fossano) e poi accompagna San Filippo a Napoli, dove vive i dieci anni più belli del suo sacerdozio: raccoglie frutti insperati di conversioni, le sue prediche sono talmente partecipate che le chiese napoletane non sono sufficienti a contenere tutti coloro che lo vogliono ascoltare. Ritorna a Roma per ordine di San Filippo, ma qui si accorge che sta correndo il grosso “rischio” di diventare vescovo. A “tradirlo” ed a metterlo in luce davanti a Clemente VIII, oltrechè la fama di uomo santo e di predicatore affermato, sembra sia proprio una predica che è chiamato a tenere davanti a Papa e Cardinali e che egli è costretto ad improvvisare, dato che ha dimenticato a casa gli appunti, frutto di una settimana di intenso lavoro e di ricerca biblica e patristica. Il risultato di quella predica “a sorpresa” è tale che il Papa non può più dimenticarsi di lui, che intanto, mentre prega e fa pregare che non gli capiti la “sventura” di diventare vescovo, abbandona la capitale e si mette a predicare in giro per l’Italia. Rintracciato e proposto per la sede episcopale di Mondovì, sceglie quella di Saluzzo (entrambe nel cuneese) perché più povera e difficile. Sa che qui la fede è minacciata non solo dall’eresia, ma soprattutto dalla scarsa preparazione di un clero, che in fatto di moralità e preparazione teologica lascia molto a desiderare. Sa che, in mancanza di adeguate guide spirituali, nel popolo di Dio sta venendo meno il fervore e lo slancio religioso. Ancina sarà vescovo di Saluzzo per pochi mesi appena: giusto il tempo per rimettere un po’ di ordine, rinvigorire la fede, introdurre la pratica delle Quarantore, favorire il culto all’Eucaristia, combattere l’eresia che dalla vicina Francia sta dilagando in Piemonte. Inaugura un nuovo stile episcopale, sostituendo il modello del vescovo-principe, molto comune nel XVI secolo, con quello del vescovo-pastore buono, in piena sintonia con lo stile evangelico. Sobrietà, penitenza, profonda pietà, austerità di vita, grande generosità verso i poveri, delicatezza e premure verso i malati: è questo il modo con cui il vescovo Ancina, precedendo con l’esempio, cerca di moralizzare il suo clero e cerca di ammaestrare il suo popolo. Non mancando, se necessario, di fare anche la voce grossa e di comminare sanzioni, come fa pochi giorni dopo il suo ingresso in diocesi, sospendendo dal ministero della confessione tutti i sacerdoti, ad eccezione dei parroci, e riservandosi di nominare solo quelli che se ne fossero resi degni. Nel suo essere cristiano e nel suo farsi pastore gli sono di modello San Filippo Neri, alla cui ombra si è formato, San Carlo Borromeo, suo contemporaneo, e san Francesco di Sales, che da Ginevra viene a Carmagnola, apposta per incontrarlo e confrontarsi con lui. Intanto predica, con lo stile che gli ha trasmesso San Filippo Neri: in chiesa, per strada, anche su una pista da ballo durante una festa patronale. E prega: ore e ore ininterrotte davanti all’Eucaristia, o nella sua camera davanti all’immagine della Madonna, così assorto e devoto che per richiamarlo alla realtà a volte occorre scuoterlo non poco. Muore il 30 agosto 1604, a due anni esatti dalla sua nomina episcopale ed a 17 mesi appena dal suo ingresso in diocesi, e la sua fine è avvolta dal mistero: fu avvelenato da chi non condivideva la sua azione riformatrice e il suo zelo apostolico? I sospetti cadono su un frate, cui il vescovo Ancina pochi giorni prima aveva rinfacciato la condotta immorale e minacciato sanzioni canoniche, che gli serve un misterioso vino il giorno di San Bernardo (20 agosto), durante il pranzo che i frati del convento di Saluzzo hanno preparato per il vescovo. Fatto sta che i disturbi nel vescovo cominciano a manifestarsi subito dopo pranzo e muore dieci giorni dopo, tra lancinanti dolori. Nessuno ha interesse o vuole approfondire subito quel sospetto e su tutto viene steso un velo pietoso, per non suscitare un vespaio a disonore del convento. Ma la conferma che ci sia del vero in questo presunto “giallo” viene proprio dalla Postulazione, che in un primo tempo cerca di impostare la causa di beatificazione dimostrando il martirio dell’Ancina “per il veleno datogli per adempiere agli obblighi suoi episcopali”. Ovvio che non ci riesca per il troppo tempo trascorso, per le mancate indagini effettuate a tempo debito, per la scomparsa degli eventuali testimoni e perfino per la mancanza del nome del sospetto assassino. Ciò non impedisce tuttavia a Giovanni Giovenale Ancina di giungere ugualmente alla gloria degli altari per l’ordinaria via del riconoscimento dell’esercizio eroico delle virtù cristiane, sancito dalla beatificazione avvenuta il 9 febbraio 1890 per bocca di papa Leone XIII. Mentre lui, non dimenticandosi di essere stato medico, continua a prendersi cura di quanti gli affidano i propri malanni, come testimoniano le numerose relazioni di grazie ricevute.

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Preghiere

O Dio, che nel beato Giovanni Giovenale Ancina, Vescovo, hai formato un eminente predicatore della tua parola e un pastore esemplarmente zelante, concedi per sua intercessione di custodire la fede che ha trasmesso con l’insegnamento e di seguire la via che ha tracciato con l’esempio. Per Cristo nostro Signore.

Signore, che nel beato Giovanni Giovenale Ancina, posto a servizio del tuo popolo, ti sei fatto medico delle anime e dei corpi, concedici per sua intercessione di godere sempre la salute spirituale e corporale. Per Cristo nostro Signore.

 

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MARIA ISOARDO


(Centallo, 12 giugno 1917 – Pietraporzio 20 aprile 1944)
Giovane maestra assegnata a disagiate scuole di montagna, matura nei tempi della guerra una forte spiritualità e solidi principi morali. “Santità eroica è quella di colui che abitualmente esercita la virtù e all’occorrenza anche in grado eroico”, scrive come suo programma di vita. Il 20 aprile 1944, mentre sui monti del cuneese infuria la rappresaglia tedesca che semina distruzione e morte, la ventisettenne maestrina, con le idee estremamente chiare sulla virtù e sul peccato, sulla fede e sui doveri del cristiano che devono essere rispettati anche a costo della vita, resiste con tutte le sue forze alla violenza di un ufficiale tedesco e viene uccisa nella sua scuola. Il suo ricordo continua a vivere ad oltre 60 anni dalla morte come quello di “un’altra Maria Goretti”: decorata della Medaglia d’Oro della Pubblica Istruzione, al suo nome sono state intitolate alcune scuole elementari e continua ad essere commemorata con periodiche iniziative.
Maria Isoardo, maestra coraggio
Era una ragazza dalle idee chiare e dal sorriso luminoso, che amava la montagna e si dedicava con passione all'insegnamento.
Maria Isoardo nasce a Centallo il 12 giugno 1917 ed a vent'anni è già per i monti, insegnante elementare in sedi disagiate ed in scuolette fuori dal mondo, dove si fa conoscere come una maestra "molto buona e alla buona".
Nel periodo più brutto della 2^ guerra mondiale (cioè quello che fa seguito alle tragiche giornate dell' 8 settembre 1943) Maria è assegnata alle scuole di Pietraporzio. Non è così ingenua da ignorare i pericoli che può correre, ma non per questo è disposta a venir meno al suo dovere. Così, mentre cerca di rassicurare la mamma che a Pietraporzio "tutto è tranquillo" (questa pietosa bugia è del 16 aprile 1944, appena quattro giorni prima della morte), cerca come sempre di "fare tutto ciò che piace a Gesù", anche in mezzo alle difficili condizioni in cui è chiamata a vivere.
Il 20 aprile 1944 è una giornata tragica per il paese di Pietraporzio: scorribande di soldati, mitragliatrici tedesche puntate un po' ovunque, case minuziosamente perquisite, la fuga per i boschi dei pochi giovani e dei pochi soldati italiani rimasti, l'incendio di quattro case come rappresaglia per il ritrovamento di alcune armi.Anche la scuola viene perquisita, tré mitragliatrici sono puntate contro di essa, ma le maestre svolgono regolarmente, come ogni giorno, le loro lezioni. Anzi, alle 11,30, per la pausa-pranzo, accompagnano ad uno ad uno i piccoli alunni alle loro case per evitare loro qualsiasi pericolo. Dopo averli messi al sicuro, si fermano nei pressi delle case alle quali i tedeschi hanno appiccato il fuoco, per dare una mano nell'opera di spegnimento. Sono questi gli ultimi gesti di carità di Maria: assicurarsi dell'incolumità dei suoi alunni e prestarsi generosamente per alleviare le sofferenze e i disagi di chi si era visto incendiare la propria abitazione.
Al rientro nella scuola le due maestre hanno un'amara sorpresa: un militare tedesco le ha seguite, si è introdotto nelle stanze in cui abitano e, appena esse ne varcano la soglia, si chiude la porta alle spalle. A chiave. Le sue attenzioni sembrano concentrarsi sulla collega, che riesce a divincolarsi ed a fuggire, anche perché Maria è venuta in suo aiuto. Ma è quest'ultima che ora, da sola, deve affrontare la furia e la violenza dell'uomo, che parla francese e forse è anche ubriaco. Nessuno è testimone di quanto avviene nel chiuso della scuola, ma è facile immaginare la lotta che Maria deve sostenere: è la storia che si ripete, ogni volta che l'uomo vuole sopraffare sul più debole. Dall'esterno sentono il rumore di uno sparo e qualcuno assiste poi alla fuga del militare per i monti.
Quando i più coraggiosi riescono a penetrare nella scuola, per Maria non c'è più nulla da fare: la ritrovano supina, in una pozza di sangue, con il capo trapassato da un proiettile. Dalle deposizioni dei testimoni e dal rapporto dei carabinieri è possibile intuire il dramma che in quella stanza si è consumato: da un lato la violenza feroce del militare, dall'altra la ferma resistenza di quella donna di 27 anni, che aveva le idee chiare. Soprattutto sulla virtù e sul peccato, sulla fede e sui doveri del cristiano, che dovevano essere rispettati. Anche a costo della vita.
Una sola cosa è certa, sulla base della posizione in cui venne rinvenuto il cadavere e delle macchie di sangue a forma di impronte digitali sparse un po' ovunque: sul corpo di Maria, fino a che fu in vita e cosciente, quell'uomo non potè prevalere.
In modo "eroico", secondo il programma di vita che si era imposto, aveva mantenuto fede a quei principi nei quali credeva e per i quali era vissuta. Una vita lunga appena 27 anni, giocati tutti per Dio, in un costante allenamento, per poter giungere preparata all'ultima decisiva scelta, che fece dire ad alcune sue colleghe che molto bene l'avevano conosciuta: "Maria non rubò a Dio la palma gloriosa del martirio, ma la conquistò con lo sforzo continuo e con il sacrificio quotidiano delle piccole rinunce".


Per approfondire la sua figura:
“Maria Isoardo: a costo della vita” – breve profilo biografico
“Le stagioni della speranza” – videocassetta realizzata dai bambini di Centallo e della Valle Stura (Cuneo)

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BEATA LUDOVICA DI SAVOIA

 

Suo padre è convinto che “la carità non ha mai prosciugato le casse di uno Stato”  ed arriva a vendere pezzo per pezzo il suo “collare dell’Annunziata” per venire incontro ai bisognosi.
Lei, con un tal esempio in casa, non può che crescere nella carità, fatta non di parole ma di gesti concreti. Anche con Dio ha una certa familiarità, frutto di uno studio prolungato sulla Bibbia e di un dialogo continuo con Lui.
Il tutto alla corte dei Savoia, in mezzo a ragioni di stato, intrighi di palazzo, vita mondana e guerre di successione.

Nata nel 1462, fin da bambina assiste alle liti e alla guerra, scatenata dagli zii per strappare alla sua famiglia castello e potere. E’ forse anche per questi dispiaceri che papà muore a Vercelli neppure quarantenne, raccomandando di “amare i poveri e far fiorire la fede” e lei da quel giorno sente nascere in cuore la vocazione religiosa.
La sua vita, però, è attraversata da un giovane, nobile ed affascinante, che non le è per niente indifferente, e con il quale si trova fidanzata senza neppure saperlo, perché, come si usava allora, a decidere per lei è stata sua madre. Che è una donna volitiva ed energica, esperta in politica (è sorella del re di Francia), capace di reggere in modo ben saldo il ducato dei Savoia, abilissima nello stringere e nel rompere alleanze anche se per ciò deve pagare le conseguenze.
Così succede ad esempio con il duca Carlo il Temerario, già suo alleato, che sentendosi da lei tradito nel corso delle guerre di Borgogna la fa imprigionare e in cella finisce anche Ludovica di soli 14 anni,  che però sa approfittare di questi mesi di solitudine per intensificare la preghiera e la meditazione.
Vengono liberate per l’intervento del re di Francia e tornano a Vercelli, dove la madre muore due anni dopo, distrutta dalla gotta.
E’ quindi ancora il re di Francia Luigi XI a prendere in mano la situazione, ospitando le nipoti nella sua corte e organizzando anche con sontuosità il matrimonio di Ludovica con Ugo di Chalon, il giovane che fin da bambina le aveva messo gli occhi addosso. E che adesso si rivela lo sposo adatto a lei, circondandola di venerazione e rispetto e sperimentando con lei alcuni princìpi di buon governo sui loro possedimenti.

Ugo e Ludovica, sempre teneramente insieme, migliorano le strade, aiutano i poveri, sostengono le opere benefiche, permettono ai poveri di andare a far legna gratuitamente nei loro boschi.
Ma è soprattutto lei a trasformarsi in infermiera premurosa e sollecita di malati e lebbrosi.  Questo crescendo di affinità umana e spirituale viene messo a dura prova 11 anni dopo con l’improvvisa morte di Ugo nel 1490.
E’ a questo punto che Ludovica decide di assecondare la vocazione sentita fin da bambina, entrando nel convento delle Clarisse di Orbe.
Qui si lascia assorbire interamente da Dio, edificando le consorelle con la sua pietà, la sua umiltà e la sua disponibilità verso tutte.
Muore il 24 luglio 1503, anche lei poco più che quarantenne, e subito viene invocata come santa. Nel 1839 la Chiesa convalida questo sentimento popolare riconoscendo il titolo di beata a Ludovica di Savoia, preceduta nella gloria degli altari da suo papà, il beato Amedeo di Savoia.

 

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SERVI DI DIO MARCHESI DI BAROLO, CARLO TANDREDI FALLETTI E JULIETTE COLBERT


 

Lei, della cattolicissima Vandea, ha ancora negli occhi le atrocità della Rivoluzione francese e, nel cuore, il rimpianto di sua madre, che di quella carneficina fu vittima.
Lui, ultimo rampollo di una delle famiglie più in vista della “Torino-bene”, è ricco, intelligente e culturalmente preparato.
Tanto lei è vulcanica, impulsiva ed ostinata, quanto lui è riflessivo, ponderato e calmo secondo la miglior tradizione piemontese.
Due personalità così contrapposte si sposano il 18 agosto 1807, in nome di una strategia matrimoniale che risponde alla necessità di far imparentare tra loro le famiglie nobili del tempo.
Fautore di queste nozze è lo stesso Napoleone Bonaparte, mentre i due giovani sono ospiti al palazzo imperiale di Parigi, lui come paggio, lei come damigella di corte. Una volta tanto la “politica dei matrimoni” non fa danni alla coppia, perché i due scoprono di avere in comune l’identica passione per la cultura, la stessa attenzione verso i bisogni sociali, forti analogie nella sensibilità religiosa.
Nell’ambiente parigino, senza contravvenire alla loro posizione sociale, frequentano gli ambienti nobiliari, ma nello stesso tempo si avvicinano alle varie istituzioni di assistenza e beneficenza, affinando la loro sensibilità e anche la loro strategia caritativa. 
Alla caduta dell’impero napoleonico si spostano a Torino, andando a stabilirsi nel sontuoso palazzo della famiglia di lui, che in breve tempo diventa un cenacolo di economia, politica e cultura, frequentato, tra gli altri, da Cavour, Cesare Balbo e i Marchesi di Saluzzo, oltre che da ambasciatori, cardinali e nunzi pontifici, che, forse, neppure immaginano che in quegli stessi locali frequentati ogni sera, lungo il giorno viene servito il pranzo a circa duecento poveri: Torino, infatti, insieme all’industrializzazione, sta affrontando i problemi di una povertà diffusa, se non di vere e proprie sacche di miseria, di abbandono minorile e di delinquenza, dovute in larga parte all’immigrazione dalla campagna di una massa di disoccupati in misura molto superiore  a quella che le nuove fabbriche possono realmente assorbire.

I due sposi non fanno della semplice filantropia, ma svolgono una vera e propria opera di promozione umana nel segno della più squisita carità.
Lei lo dimostra girando per le strade di Torino alla ricerca dei poveri, per contattare i quali ha voluto imparare anche il piemontese; lui, che di Torino diventerà sindaco, fa costruire nuovi giardini, potenzia il numero di fontane di acqua potabile, migliora l’illuminazione pubblica, fa distribuire migliaia di razioni di legna ai poveri, mentre di tasca sua fa costruire il cimitero generale e, all’interno del proprio palazzo, un  asilo per i figli degli operai.
Poi, insieme alla moglie, cosa non certo comunissima per un laico, fonda addirittura una congregazione religiosa, le Suore di Sant’Anna, perché prosegua nel tempo l’educazione giovanile che tanto gli sta a cuore.
Questa coppia, che non ha avuto figli, finisce così per adottare come tali i poveri di Torino; normale, quindi, che al momento della morte, il 4 settembre 1838, a soli 56 anni, lasci il suo consistente patrimonio alla moglie, per metterla “in grado di proseguire a beneficio dei miei concittadini” l’attività caritativa che insieme fino ad allora hanno svolto.
E lei, non appena elaborato il lutto, si rituffa a capofitto tra i poveri, aiutata dal suo carattere forte e determinato di cui rimane traccia nei suoi frequenti scontri con don Bosco. D’altronde, se tale non fosse il suo carattere, non avrebbe il coraggio di farsi rinchiudere nelle celle del carcere femminile, per cercare di redimere,evangelizzare e migliorare le sorti di quelle infelici.
Da quando il grido di un  detenuto (“non il Viatico voglio, ma la zuppa”) le ha fatto scoprire le condizioni di miseria e degrado delle carceri, si batte perché in esse si favorisca il recupero del detenuto e si prepari il suo reinserimento nella società a fine pena. Mantiene, potenzia e gestisce una colossale e multiforme opera di carità, strutturata e all’avanguardia, che va dal monastero di clausura per ex carcerate desiderose di cambiar vita, all’ospedale per bimbe disabili.

Sopravvive a suo marito 26 anni e muore il 19 gennaio 1864, ma dei Marchesi di Barolo si continua a parlare, e non solo in quanto protagonisti di un pezzo di storia torinese: la Chiesa, infatti, nel 1991 ha aperto il processo di beatificazione di Giulia  Colbert e nel 1995 quello di suo marito Carlo Tancredi Falletti, successivamente unificati per portare un’altra coppia di sposi cristiani all’onore degli altari.

 

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