Rubriche di
Patrizia Fontana Roca

COLLABORAZIONI

In questo Settore vengono riportate notizie e immagini fornite da altri redattori.
Nello specifico, il presente articolo è stato realizzato dal Prof. Renzo Barbattini dell'Università di Udine, che ha fornito anche le immagini.
Tutti gli articoli degli altri Settori sono state realizzati da Patrizia di Cartantica che declina ogni responsabilità su quanto fornito dai collaboratori.

"N.B.: L'Autore prescrive che qualora vi fosse un'utilizzazione per lavori a stampa o per lavori/studi diffusi via Internet, da parte di terzi (sia di parte dei testi sia di qualche immagine) essa potrà avvenire solo previa richiesta trasmessa a Cartantica e citando esplicitamente per esteso il lavoro originale (Autore, Titolo, Periodico) ."

******

LE API NELL'ARTE DEL SETTECENTO E DELL'OTTOCENTO
(parte I)

 

Renzo Barbattini* e Giuseppe Bergamini**
*Dipartimento di Biologia e Protezione delle Piante
Università di Udine
**Museo Diocesano e Gallerie del Tiepolo - Udine

 

Questa puntata, che tratta il periodo tra Sette e Ottocento, particolarmente significativo per la storia mondiale, non può non sentire il fascino di quell’eccezionale protagonista dei destini del mondo, il corso Napoleone Buonaparte che scelse le api come simbolo per il proprio manto, per cercare una legittimazione al proprio potere rinviando in tal modo alle antiche origini dei monarchi francesi

******

TRA SETTE E OTTOCENTO


In Francia nella prima metà del Settecento, come evoluzione e, per certi versi esasperazione, dell’arte visiva del tardo-barocco, si sviluppò uno stile ornamentale denominato rococò (1). Si caratterizza per la grande eleganza e la sfarzosità delle forme (volute, spirali, ondulazioni ramificate in riccioli, leggiadri arabeschi floreali, forme sinuose e complesse) che raggiunse esiti pregevoli soprattutto nelle decorazioni,
nell’arredamento, nella moda e nella produzione d’oggetti. Benché fosse privo di una propria teoria estetica, il rococò si diffuse come esperienza a livello europeo con realizzazioni dominate da un gusto comune che si può riassumere nell’aspirazione alla grazia, alla raffinatezza, ma anche al fantastico, al pittoresco, all’esuberante. La differenza tra barocco e rococò è spesso difficile da definire in quanto apparati formali e decorativi convivono per molti versi simili in entrambi. Ciò è visibile non soltanto nella scelta dei temi da raffigurare, per la maggior parte derivanti dall’arte classica e dal mondo della mitologia greca, ma soprattutto nella resa degli episodi stessi.
Questi, infatti, sono ricreati sulla tela secondo un’ottica narrativa in grado di rasserenare l’animo dell’osservatore.
Da qui la scelta di un’arte fresca, spontanea, perfino dolce, dal carattere di immediatezza visiva e di sensualità formale, un’arte che diventa tipica espressione della classe sociale borghese allora in ascesa.
Sia in pittura che in scultura si rileva l’abbandono dei toni grandiosi, delle proporzioni maestose in favore di soggetti più leggeri e piacevoli, di dimensioni minute e raffinate, di colori ariosi e la valorizzazione delle arti minori (mobili, specchi, arazzi eccetera) che vivono in questo periodo la loro grande stagione.
Intorno alla metà del XVIII secolo lo stile rococò cede il posto al nascente neoclassicismo che tuttavia si affermerà pienamente solo nel periodo che va dagli ultimi decenni del Settecento (1789, scoppio della Rivoluzione Francese) ai primi dell’Ottocento (1821, morte di Napoleone).
Fenomeno complesso, motivato da trasformazioni radicali di carattere socio economico e politico, anche per effetto delle importanti scoperte archeologiche e dei relativi studi, esso propose un nuovo modo di vedere e valutare l’arte classica non già per reinterpretarla come nel Rinascimento, ma per farla oggetto di erudita indagine critica.
Il neoclassicismo richiama tuttavia immediata alla memoria l’età napoleonica che ne fece lo stile ufficiale dell’impero, espressione del potere.
Napoleone fu ammiratore delle api araldiche che usò a profusione nella propria simbologia imperiale, tanto che il suo manto - così come altri simboli - n’è cosparso. Quando l’Imperatore dei Francesi andò in esilio all’Elba, scelse le api per la bandiera del nuovo piccolo possedimento (“d’argento alla banda di rosso caricata di tre api d’oro nel senso della pezza”).
Se ne trova traccia negli stemmi di alcuni comuni dell’isola e in quello della provincia di Livorno. L’origine di questo sua preferenza non è chiara: certo le api alludono anche in questo caso alla laboriosità e ad altre virtù civiche; verosimilmente il Bonaparte le scelse anche in ossequio a una vecchia leggenda.

Alcuni eruditi avevano infatti ipotizzato che lo stemma reale francese (caratterizzato dai gigli d’oro o fleurs de Lys) fosse stato adottato come emblema principale dei re col battesimo del merovingio Clodoveo, i cui predecessori - quando erano ancora pagani - tavrebbero portato come insegna precedentementere api (2)
I tre gigli avrebbero dunque sostituito come simbolo cristiano e mariano le api pagane. Simile sarebbe, però, rimasta la struttura grafica dello stemma: del resto il giglio araldico, se lo si guarda da lontano, può ricordare effettivamente un’ape ad ali aperte, vista dal dorso.
Napoleone avrebbe dunque inteso riallacciarsi ai primi re della Francia, per legittimare il suo potere.
Napoleone estese l’uso delle api, come insegna araldica, per decreto anche alle bonnes villes (3) dell’Impero: tutte erano provviste di stemmi con un capo (ossia la striscia orizzontale superiore dello scudo) rosso con tre api d’oro.
A Firenze venne addirittura sostituito il tradizionale giglio rosso con un vero e proprio “giaggiolo” sormontato dalle api d’ordinanza.
Resta il fatto che, al posto dei gigli dei Borbone, Napoleone adottò come emblema personale le api, simbolo d’immortalità e resurrezione.
L’ispirazione gli era venuta ricordando l’effettiva scoperta nella tomba del re merovingio Childerico I, a Tournai, nel 1653 di numerose d’api d’oro (qualcuno dice però si tratti di cicale: simbolo d’origine orientale d’immortalità, per via della muta). Dal momento che Childerico fu il fondatore della dinastia merovingia, le api furono considerate il più antico emblema dei sovrani francesi. Allo stesso tempo, le api rappresentavano l’industriosità dei cittadini dell’Impero, che fedelmente lavoravano per il loro imperatore. Successivamente le originali api stilizzate sono state poi interpretate come “gigli” per sottolineare la speciale protezione della Vergine sui re di Francia. Secondo un’altra leggenda, creata artatamente, il re dei Franchi Clodoveo I (Clovis, 481-511) avrebbe ricevuto il giglio direttamente da un angelo poco prima di essere battezzato e incoronato a Reims.
Storicamente però solo nel 1179 i gigli sono stati adottati come emblema dei Re di Francia, verosimilmente per il simbolismo che rimanda alla purezza, e anche per la similitudine con lo scettro reale.
Napoleone Bonaparte, forse non inconsapevolmente, scelse le api come simbolo per il proprio manto (e per gli stemmi delle città): per cercare una “legittimazione” al proprio potere, rinviando alle antiche origini dei monarchi francesi. Le api “napoleoniche” sono presenti nell’architettura (come ad esempio nel bel fregio della Villa San Martino a Portoferraio, nel quale si alternano api e altri simboli allegorici), nei lussuosi abiti (“robe”) di parata, nell’Araldica (sia civica che nobiliare), nell’arredo e nell’oggettistica in generale, abbinate o meno all’aquila dell’Impero Francese (adottata nella forma “posata” a volo chiuso, simbolo di fermezza e d’equilibrio del potere): tutto questo apparato vuole richiamare altresì gli imperatori per eccellenza, quelli romani, con un chiaro intento propagandistico.

 

IL ' 700

 

 

Fig. 1 - Boucher F. (1703-1770) -
Sylvie guérit Phillis de la piqure d’une abeille
Museo Banque de France, Parigi.


FRANÇOIS BOUCHER


Pittore e incisore francese (nato nel 1703 a Parigi e morto nel 1770 a Parigi), rappresentante del gusto raffinato ed elegante del rococò, François Boucher operò alla corte di Luigi XV.
Preferì temi mitologici e galanti.
Della ricca produzione di quest’artista si presenta il dipinto Sylvie guérit Phillis de la piqure d’une abeille conservata presso il museo della Banque de France, a Parigi, significativo esempio del gusto artistico dell’età dei lumi.

 

Fig. 2 - Feuchtmayer J.A.
(1696-1770)
Assaggiatore di miele

JOSEPH ANTON FEUCHTMAYER


Joseph Anton Feuchtmayer, noto anche come Feichtmair e Feichtmayer (1696, Linz - 1770, Mimmenhausen di Salem) fu un versatile scultore che utilizzò, con successo, la tecnica dello stucco, dedicandosi anche alla costruzione di altari e all’incisione su rame.§

Operò soprattutto nella zona intorno al lago di Costanza, nella Germania meridionale ma anche in Svizzera. Testimone della sua abilità è la scultura Assaggiatore di miele nel Santuario di Birnau (Uhldingen-Mühlhofen, regione Baden-Württemberg), situato su una piccola altura presso il lago di Costanza.

Il putto porta, divertito, l’indice sinistro alle labbra, mentre con la mano destra regge un bugno rustico. Sulle sue morbide forme corporee, la luce gioca creando chiari riflessi.

 

JOSEPH SEBASTIAN E JOHANN BAPTIST KLAUBER


I fratelli Klauber (1710-1768; 1712 - 1787) appartenevano a una nota famiglia d’incisori di Augsburg (Augusta), capoluogo della Svevia, in Germania.
Della loro vasta produzione si riportano due incisioni. La fig. 3 riproduce un’immagine di san Bernardo di Chiaravalle (4) cui fu dato l’appellativo di doctor mellifluus (dottore fluente come il miele) non solo per la sue capacità oratorie ma anche per lo stile raffinato dei suoi scritti. San Bernardo è rappresentato orante, di fronte al Crocefisso e con un grandissimo alveare alle spalle: numerose api volano intorno a un roseto posto accanto. Quest’immagine, realizzata per le abbazie cistercensi, faceva parte di una serie di ritratti di santi ed è conservata presso il Museo Diocesano di Bressanone.
La fig. 4 è tratta dal catalogo In praesepio Immagini della natività nelle incisioni dei secoli XVI-XIX, Biblioteca Casanatense, Roma 19875; si tratta di una Adorazione dei magi e riporta in alto l’iscrizione Christus a Regibus adoratur (Cristo è adorato dai Re) con rimando al Vangelo di Matteo 2,11.
Realizzata su disegno di Gottfried Bernhard Goez (Augsburg, 1708-1771), l’incisione è ricca di dettagli, al di sopra e al di sotto della raffigurazione.
In basso si legge: Angusto tuguri tecto coluere iacentem Reges, et puero regia dona ferunt. Quid tibi dem, coeli solio regale micanti? Cor petis: et nondum quod petis, obtineas? (I Re lo adorano giacente, posto in una piccola capanna, e portano al bambino i doni regali. Che cosa posso dare a te, che rifulgi sul trono regale del cielo? Desideri il cuore: e non puoi ancora ottenere ciò che desideri?).
Nella parte superiore, si vedono tre emblemi circondati da cartigli. In quello di sinistra c’è un’arnia di paglia, attorno cui volano numerose api operaie; nel cartiglio, il motto Excipiunt natum regem (S’inchinano al neonato Re). Questa didascalia potrebbe alludere alle api operaie che accettano la regina, o la nuova regina, o che sciamano con una regina (fino al 1500 - 1600 si pensava che l’ape regina fosse un re) (6). Implicita sarebbe la similitudine con i re Magi che giungono dal loro paese, per adorare il nuovo Re, Gesù Cristo.
Al centro, nel cartiglio si legge Soli substerno coronam (Sottomettono la corona al Sole), e sulla destra A tenero diadema (Per mezzo di un giovane diadema), espressioni che alludono a Cristo, qui indicato come Sole, in riferimento al titolo “Sole di giustizia” introdotto dai Padri della Chiesa per indicare Gesù, fonte di Luce eterna.
Egli, Bambino, viene onorato con la corona regale, offerta appunto dai Magi, i sapienti giunti dal lontano Oriente alla ricerca di Colui che i profeti avevano annunciato, germoglio della stirpe di Davide, virgulto del popolo di Israele.

Fig. 3 - Joseph Sebastian e Johann Baptist Klauber - Incisione (XVIII secolo) con San Bernardo di Chiaravalle, (Bressanone, Museo Diocesano).

Fig. 4 - Joseph Sebastian e Johann Baptist
Klauber - Incisione (XVIII secolo), Adorazione
dei Magi, Biblioteca Casanatense
(Roma)

.

L'800

 

Fig. 5 - Anonimo, 1821 - Incisione “acquarellata”
Le travail. In La Minerve des
Dames, Le Fuel, Paris.

ANONIMO


Nel 1821 la casa editrice Le Fuel di Parigi pubblicò La Minerve des Dames. Questo volume racchiude una raccolta di 28 lastre incise e finemente “acquarellate” riportanti allegorie che caratterizzano le virtù, i vizi, le passioni, la scienza e le stagioni. Tra queste ve n’è una dedicata al “lavoro” (le travail ) (fig. 5) (7).

Essa è una raffigurazione emblematica del lavoro in cui si intrecciano i simboli dell’industriosità (le api), della costruzione solida e ordinata (l’arnia), del lavoro dei campi (la falce e la pala), del raccolto abbondante (i grappoli d’uva e le spighe), del metodo e della rettitudine (il compasso e la squadra composta da due regoli uniti ad angolo retto).





 

VINCENZO BALDACCI


A causa della prematura morte (avvenuta nel 1813), pochissime sono le notizie relative a Vincenzo Baldacci.
Considerate la propensione alla pittura e l’apprezzabile abilità tecnica, il Comune di Cesena sovvenzionò il soggiorno del giovane Vincenzo a Roma affinché potesse studiare presso l’Accademia di San Luca.
Di quest’artista cesenate si riporta il Ritratto di Napoleone Bonaparte (fig. 6), datata agli inizi del sec. XIX e presente nella Pinacoteca del Comune di Cesena. L’Imperatore, ritratto a tre quarti, in piedi con il corpo leggermente flesso verso lo scettro, porta sul capo una corona d’alloro e indossa una tunica bianca e un mantello di velluto rosso ricamato con api d’oro e foderato con pelliccia d’ermellino.
Sullo sfondo scuro e uniforme, che dà maggior risalto al personaggio, si vede a sinistra in basso il globo crociato posto su un cuscino e a destra lo schienale di una sedia.
L’autorità e il potere di Bonaparte sono espressi attraverso tutti questi simboli, veri e propri attributi iconografici del personaggio, e tramite l’impostazione frontale, lo sguardo fisso e l’austerità del volto.

Fig. 6 - Vincenzo Baldacci -
Ritratto di Napoleone Bonaparte
Pinacoteca del Comune di Cesena


 

 


******

 

PARTE SECONDA

Il nostro percorso alla ricerca dell’ape nel mondo dell’arte e della cultura è arrivato al periodo tra il XVIII e il XIX secolo. In questa puntata (la prima parte è uscita sul numero di gennaio) gli autori ci presentano alcuni interessanti esempi di figurazioni apistiche in diversi campi: dall’arte applicata, alla tipografia, passando anche per l’abbigliamento, con particolare riferimento agli abiti da parata napoleonici.
Probabilmente è ispirandosi a questi ultimi che lo stilista Balmain faceva ricamare delle api sui corsetti e le guepière (da cui il detto, improprio, di “vitino di vespa”)

JACQUES LOUIS DAVID


Pittore francese (Parigi, 30 agosto 1748 - Bruxelles 29 dicembre 1825) è l’esponente più importante del movimento neoclassico: con lui nasce la pittura di storia, intesa non solo a narrare ma anche ad esaltare e stimolare le virtù civili attraverso i grandi esempi dell’antichità romana.
David fu scelto da Napoleone perché immortalasse la gloria del suo dominio imperiale, dipingendo tra il 1805-07, l’enorme tela con L’incoronazione di Napoleone e Giuseppina (fig. 7) (8).
Il modello classico a cui David si riferisce è Augusto, primo imperatore romano, esaltato come il creatore di un lungo periodo di pace, successivo alle guerre civili. Non è casuale il fatto che Napoleone avesse adottato, in occasione della sua incoronazione ad imperatore dei francesi, la corona degli imperatori romani. Da allora, come tutti i monarchi, fu chiamato col solo nome di battesimo.
Anche se la cerimonia si svolse alla presenza di papa Pio VII, fatto arrivare appositamente a Parigi, non fu il pontefice a porre sulla testa del sovrano il simbolo dell’Impero: Napoleone s’incoronò da solo, a significare che non riconosceva alla Chiesa nessuna autorità sulla sua persona. Poi incoronò Giuseppina (Joséphine de Beauharnais), la sua prima moglie (fig. 8).

 

Fig. 7 (sinistra) - Jacques Louis David (1748-1825) - L’incoronazione di Napoleone e Giuseppina, 1805-07, Museo del Louvre (Parigi).
Fig. 8 (destra) - Jacques Louis David (1748-1825) - L’incoronazione di Napoleone e Giuseppina, particolare.

 




FRANÇOIS GÉRARD


François Pascal Simon Gérard (Roma, 4 maggio 1770 - Parigi, 11 gennaio 1837) fu allievo di J. L. David, la cui lezione si ritrova nel ritratto dell’Imperatore Napoleone, realizzato nel 1805 (fig. 9).
L’arte celebrativa tipica di questo periodo è caratterizzata, in generale, da un realismo quasi “fotografico” che unisce una tecnica raffinata al linguaggio dell’arte monumentale antica.
Le fonti d’ispirazione sono gli “antichi”: gli artisti dell’epoca, Gérard compreso, si rifanno alla statuaria greca e romana, realizzando però non sculture ma tele di grande dimensione destinate alle regge e alle sedi del potere.
D’altra parte l’intenzione è proprio quella di “divinizzare” i personaggi ritratti, di legittimarne il ruolo autocratico e di farli assurgere all’empireo della fama e della gloria: ciò vale tanto per Napoleone quanto per altri regnanti, ad esempio gli Asburgo. Gli stessi simboli, presi direttamente dal pantheon classico, rafforzano quest’intenzione propagandistica e cercano il legame di continuità (spesso solo simbolica) con l’Impero Romano. Ne risulta un intrigante contrasto tra le pose ieratiche e la forza dei tratti somatici, con esiti spesso ammirevoli.
Nel quadro di Gérard, Napoleone indossa un abito che richiama quello degli imperatori romani: il bianco è quello del Pontifex maximus (massima carica
religiosa nella antica Roma) e così anche il colore rosso-porpora del manto (9).

 

Fig. 9 - François Gérard (1770-1837) -

L’Imperatore Napoleone,
1805.

Deutsches Historisches Museum (Berlin).




 

LA TIPOGRAFIA DI ALVISOPOLI

Nel territorio di Portogruaro, che fino al 1838 fece parte della “Patria del Friuli” (dal 1420 soggetta alla serenissima Repubblica di Venezia) la nobile famiglia veneta dei Mocenigo possedeva una vasta campagna che alla fine del Settecento andò via via bonificando dalla malaria e tramutando in una moderna azienda, comprendente anche estese risaie.
Il promotore più attivo di quest’opera di risanamento ambientale e riordino fondiario fu Alvise Mocenigo, ultimo luogotenente generale della Patria del Friuli, che ebbe l’idea di trasformare la povera borgata di Mulinat (in comune di Fossalta) in un attivo e fiorente centro industriale, cui diede il pomposo nome di Alvisopoli.
Riuscì soltanto in minima parte a realizzare il progetto di creare una Città - di cui però vediamo ancora i resti - che voleva dotare delle infrastrutture necessarie intorno alla villa padronale e alle case coloniche: edificò due scuole e altri edifici di pubblica utilità (biblioteca, locanda eccetera).
Passata la Repubblica di Venezia (e quindi anche la Patria del Friuli) alla Francia con la Pace di Presburgo, Napoleone affidò ad Alvise Mocenigo il compito di reggere, come prefetto, il dipartimento dell’Agogna (Novara) e nel 1811 lo nominò senatore del Regno d’Italia.
Nel 1810 il Mocenigo impiantò in Alvisopoli una tipografia la cui direzione affidò a Nicolò Bettoni, geniale ed esperto manager editoriale che in pochi anni stampò numerosissimi libri, in eleganti caratteri e su carta di filo. Nel frontespizio del primo opuscolo stampato, sotto il titolo collocò una piccola incisione raffigurante un’ape, che era l’insegna imperiale adottata da Napoleone, con il motto: utile dulci.
L’ape caratterizza tutti i libri stampati in Alvisopoli, il più noto dei quali è il poemetto del poeta e scrittore Vincenzo Monti (Alfonsine, 19 febbraio 1754 - Milano, 13 ottobre 1828) intitolato “Api Panacridi
in Alvisopoli” (fig. 10).
Come scrive Giovanni Comelli, sono dette panacridi le api che il poeta immagina provenienti dal monte Ida, detto anche Panacride, in Creta e insediatesi in Alvisopoli per poi volare festosamente presso la culla del re di Roma per deporre“sul porporino labbro dell’augusto pargolo”, quest’aureo miele etereo sul timo e le viole dell’aprica Alvisopoli còlto al levar del sole: quello stesso nettare che le “caste api panacridi” avevano fornito per nutrire il neonato Giove.
Nel 1988 la Società di Storia di Portogruaro (VE) ha riproposto in edizione anastatica il saggio di Amoretti intitolato“Coltivazione delle api”, pubblicato in Alvisopoli nel 1811 (fig. 11).
Da questo raro scritto, interessante sia per l’apicotore sia per lo studioso di storia locale, è tratta la tavola di (fig. 12).
In essa sono rappresentate, con notevole maestria pittorica:
- due esempi di arnie orizzontali;
- gli adulti delle due dannose “tarme” della cera: Galleria mellonella e Achroia grisella;
- un “pigliasciami”;
- due esempi di “affumicatore”;
- la celeberrima predatrice di miele“sfinge testa di morto”: Acherontia atropos.

Fig. 10 - Tipografia di Alvisopoli (1811), Vincenzo Monti
- Api Panacridi in Alvisopoli,
Società di Storia di Portogruaro (VE).

Fig. 11 - Tipografia di Alvisopoli (1811), Amoretti -
Coltivazione delle api. Società
di Storia di Portogruaro (VE).


Fig. 12 - Tipografia di Alvisopoli (1811), Amoretti

- Coltivazione delle api. Società
di Storia di Portogruaro (VE).




 

JAMES JOSEPH JACQUES TISSOT

 

Fig. 13 - Jacques Tissot (1836 - 1902) - Festività (Il pic-nic), 1876, (collezione privata).

Di questo pittore e incisore francese (nato a Nantes il 15/10/1836 e morto a Chenecey-Buillon l’8/8/1902) si riporta l’olio su tela Festività (chiamato anche Il pic-nic del 1876 (fig. 13).
L’immagine è tratta da un volume allegato agli atti del XXXIX Congresso di Apimondia tenutosi nel 2005 a Dublino (Irlanda). Il picnic rappresentato prevede, molto probabilmente, tè, con torta, dolcificato col miele.
Il miele, infatti, può essere consumato come tale, a colazione e a merenda, come dolcificante delle bevande (tè, latte, tisane, succo di limone e di arancio, caffè, bevande alcoliche).
Si accoppia, oltre che con tutti i tipi di pane, anche con la frutta, lo yogurt, il burro e molti formaggi (ricotta, pecorino, parmigiano, per citarne alcuni).
E’ doverosa una nota fitopatologica: la colazione è consumata sotto ad alcuni ippocastani dalle foglie fortemente decolorate, molto probabilmente infestate dall’antracnosi dell’ippocastano (Guignardia aesculi ). (10)

 

FEODOR ALEXANDRIVICH VASILYEV


Fig. 14 - Feodor Alexandrivich Vasilyev (1850-1873) - Apiary. The Russian Museum (San Pietroburgo, Russia)

Fu uno dei più importanti pittori russi dell’800. Questo pittore (1850-1873) ha introdotto nell’arte pittorica russa uno stile lirico nel rappresentare i paesaggi.
Nonostante sia morto in giovane età,hanno fortemente influenzato i pittori russi della generazione successiva alla sua, amanti della riproduzione di paesaggi.
Della sua ricca produzione si cita l’acquarello Apiario (fig. 14) conservato al The Russian Museum di San Pietroburgo.
In esso spiccano alcuni bugni rustici in un contesto rurale raffigurato con tratto sicuro e con molta immediatezza; la scena, con i suoi colori piuttosto uniformi, sembra evocare il periodo autunnale e in qualche misura l’inattività, il riposo, se non anche la trascuratezza e l’abbandono propri della stagione. I ritmi della natura, l’ineluttabile volgere delle stagioni e l’intrecciarsi di queste con l’operosità umana, quasi traspaiono, in filigrana, come suggestioni che il giovanissimo artista ha percepito e ci ha trasmesso: è questa, forse, la giusta chiave di lettura di un’opera velata da un senso di mestizia unitamente all’emozione della simbiosi tra uomo e natura.
Il lirismo che la pervade sembra ricordare in qualche modo certe esperienze e correnti pittoriche e letterarie proprie del Romanticismo.
Il quadro ha una forte componente lirica e poetica, accentuata anche dalla tecnica pittorica che l’artista ha scelto per rappresentare il soggetto. I bugni sono inseriti in un contesto bucolico; nel quadro si intravede, infatti, una casa, un bosco e i bugni.
Questi ultimi rappresentano, probabilmente, il tramite tra l’uomo e la natura.

 


RINGRAZIAMENTI


Desideriamo ringraziare il dottor Alberto Dal Moro (Portogruaro, VE), il professor Franco Frilli, la dottoressa Laura Fortunato e la dottoressa Iris Bernardinelli (Università di Udine), il compianto dottor Fugazza (già direttore della Galleria d’Arte Moderna Ricci Oddi di Piacenza), Massimo Ghirardi del Comune di Reggio Emilia (www.araldicacivica.it), Giovanni Miani (Udine), il dottor Rinaldo Nicoli Aldini (Università Cattolica di Piacenza) per la collaborazione prestata.

 

******



NOTE


(1) Il termine rococò ha una connotazione dispregiativa: deriva dal francese rocaille, parola usata per indicare le pietre e le rocce utilizzate nei giardini come abbellimento.
(2) O, secondo altre versioni, tre rospi.
(3) Le bonnes villes appartenevano alla I delle tre classi principali nelle quali erano suddivise le città e i Comuni dell’Impero: esse dovevano avere oltre i 10.000 abitanti con un Podestà
e un Consiglio di 6 Savi, tutti di nomina imperiale o regia. Il titolo conferiva il privilegio ai rappresentanti della città di partecipare all’incoronazione dell’imperatore.
(4) Nato a Fontaines, vicino a Digione, nel 1090 e morto a Ville-sous-la-Ferté, Comune della regione della Champagne - Ardenne il 20 agosto 1153, fu il fondatore della celebre abbazia di
Clairvaux - in italiano Chiaravalle -, sempre in Francia.
(5) La biblioteca Casanatense, aperta nel 1701, fu istituita dai padri domenicani del Convento di S. Maria sopra Minerva a Roma come biblioteca di pubblica utilità, per volere del
cardinale Girolamo Casanate (1620-1700). La Biblioteca possiede oltre 350.000 volumi; oggi è un Istituto periferico del Ministero per i Beni e le Attività culturali.
(6) Furono le ricerche di Jan Swammerdam, naturalista e biologo olandese (Amsterdam 1637-1680) nella seconda metà del Seicento a chiarire com’è organizzata e funziona la società
delle api. Egli, pioniere delle analisi al microscopio sui tessuti animali e vegetali descrisse la morfologia e la metamorfosi degli insetti.
(7) Quest’incisione è stata scelta per corredare il Catalogo (a cura di Gulli Grigioni Elisabetta) della mostra “LaboriosaMente” tenutasi a Fusignano (RA) nel periodo 26/3-1/5 2005.
(8) Il dipinto, ora conservato al Louvre, fa riferimento all’incoronazione avvenuta a Notre Dame, la Cattedrale di Parigi, il 2 dicembre 1804.
(9) Il colore rosso richiama la ricchezza dell’Impero e la porpora è un colorante estratto dalla ghiandola ipobrachiale di un mollusco gasteropode chiamato Murice, probabilmente Murex
brandaris; questo produce una sostanza incolore, che all’aria in presenza della luce si ossida assumendo un colore rosso-violaceo (con tonalità differenti a seconda del grado d’ossidazione
del pigmento). Con la pregiata porpora (occorrevano circa 8000 molluschi per un etto di pigmento) si tingevano ricercati tessuti; fu, infatti, prerogativa delle vesti degli imperatori
e dei senatori dell’antica Roma.
(10) Il sintomo caratteristico di questa patologia fungina interessa le foglie dell’Aesculus. Su di esse si sviluppano in primavera delle macchie decolorate distribuite nelle zone internervali.
Con il progredire della stagione queste aree infette disseccano e si ampliano fino a confluire fra loro interessando buona parte del lembo fogliare. Le foglie così colpite tendono a
cadere anticipatamente per cui le piante a fine estate si presentano spoglie.

******

 

BIBLIOGRAFIA CONSULTATA


- BARBATTTINI R., 2008 - Le api nell’araldica civica italiana IV. Apitalia, 34 (4): 35-38
- BARBATTTINI R., 2008 - Le api nell’araldica civica italiana VI. Apitalia, 34 (6) 35-38
- BARBATTTINI R., D’AGARO M., 2006 - Le api “pubblicitarie”. Apitalia, 32 (11): 14-16.
- CURRADO I., BIZZARRI, 1982 - Api e alveari simboli di operosità e risparmo nell’Italia subalpina. Atti Conv. Naz. “Per un Museo dell'Agricoltura in Piemonte: III - Passato e Presente dell'Apicoltura Subalpina”. Torino, 25-26 settembre 1982. Associazione Museo dell’Agricoltura del Piemonte: 111-117 + 6 tavv.
- BARBATTTINI R., SABATINI A. G., 2007 - Il miele e lo sport. Notiziario ERSA, 20 (1): 23-26.
- CHARLTON J., NEWDIC J., 2005 - In Praise of Honey. Boyne Valley Honey Company Mell, Drogheda, Co. Louth, Ireland: 128 pp.
- COLUSSI P., TOLFO M.G., 1999 - Bestiario milanese. Dispensa del corso di “Storia di Milano”: 12 aprile-10 maggio 1999, Comune di Milano, Settore Servizi Formativi, CEP: 105 pp.
- COMELLI G., 1985 - La vicenda friulana della tipografia di Alvisopoli, in San Michêl, a cura di G. BERGAMINI, G. PILLININI, Udine, Società Filologica Friulana.
- CONTESSI A., 2004 - Le api: biologia, allevamento, prodotti. Edagricole, Bologna: 497 pp. • D’ANCONA U., 1975 - Trattato di Zoologia. UTET, Torino: 1207 pp. (pag. 826).
- FOX-DAVIES A. C., 1909 (rist. anastatica) - A complete guide to heraldry. Jack, Edimburgo: 260-261.




 

******

Dello stesso Autore:

 

Api nell'Arte

 

- Api nell'Arte antica

- Api nell'Arte Barocca

 

- Api nell'Arte del Bernini

 

- Api nell' Arte Medievale

- Api nell'Arte Umanistica e rinascimentale

- Api nell'Arte del '700 e dell'800

- Api nell'Arte del Novecento

 

- Api nell'Arte Naif

- Api nell’iconografia dei Santi

- Ma quante api sono? Il monumento equestre al granduca Ferdinando I dei Medici a Firenze

 
 

Api e loro prodotti



- Il Miele e lo Sport

- La Cera delle api e le Religioni

 

Api nel collezionismo e nella pubblicità



- Api e Figurine Liebig

- Api Pubblicitarie

- Le "false api" nell'arte, nell'editoria, nella pubblicità

 

Il mondo delle Api

- Api e loro linguaggio

- Api - Perchè pungono

- Ape, insetto prodigioso

Api nel mondo infantile

- Api e Bimbi

- Api e Favole

 

 

e, di altro argomento:

- Appunti di vacanze - Il rifugio di Resy

- Metamorfosi del legno

- Pellegrinaggio in Terrasanta

- 42° Congresso Internazionale di Apicoltura (Apimondia) a Buenos Aires, 2011

- Per un'apicoltura a misura dei disabili

 

 

- sull'argomento "Miele" in Collaborazioni varie, di Maria Cristina Caldelli: DOLCILOQUIO - A TAVOLA CON IL MIELE ITALIANO:

 

Ciao a Tutti | Contattami | Nota Legale | Ringraziamenti |©2000-2016 Cartantica.it