Rubriche di
Patrizia Fontana Roca

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L'ALBERO RIVESTITO DI LUCE

 

 

Convergono sulla figurazione dell’albero rivestito di luce, differenti e molteplici valenze, che affondano le radici nel sostrato arcaico di miti, leggende, tradizioni, appartenenti al patrimonio della vecchia Europa, ma anche rifluiti tramite la cultura di matrice statunitense, improntata ai modelli culturali nordeuropei dei suoi fondatori.

Gli antichi riti agrari documentano la persistenza del culto degli alberi; lo spirito della vegetazione veniva annualmente celebrato, con un alberello adorno di fiori, nastri, doni alimentari, da porre al centro del villaggio, oppure da portare in casa, a scopo propiziatorio e benaugurale. Talvolta, il legno, in forma di ciocco, veniva bruciato; e la cenere ritualmente sparsa nei campi, e conservata per l’accensione nella successiva ricorrenza annuale.

Fortemente radicato era il rituale Albero di Maggio così detto perché tradizionalmente questo rito cadeva all’inizio della primavera, o estate, con l’intento di portare al villaggio e alle case tutte le benedizioni che lo spirito arboreo ha il potere di diffondere.
L’antico “maggio” veniva bruciato in alcuni casi alla fine dell’anno e veniva rappresentato sottoforma di vegetale, albero – spesso un pino ornato di ghirlande –, un ramo, o simultaneamente in forma vegetale e umana, ovvero un albero o ramo, associato a un essere vivente (1). La sua figurazione e sacralità hanno attraversato i secoli e le diverse culture, testimoniando il profondo legame dell’uomo con l’albero, simbolo della vita e della rinascita che fa seguito ad ogni ciclo vegetativo.
Accompagnato dai riti magico-propiziatori, il solstizio invernale segna il passaggio al nuovo ciclo calendariale; il sole torna a risplendere più a lungo, la luce e il calore aiutano la crescita e lo sviluppo della vita sulla terra. Sotto il segno di antiche ritualità, si consacrava la forza vitale insita nella natura, in quanto lo spirito fecondatore era concepito immanente all’albero. Richiamarlo aveva lo scopo di assicurare abbondanza e fortuna, attraverso gesti con valore di incantesimo propiziatorio.
L’antichissima venerazione degli uomini verso gli alberi, trova riscontro nei graffiti preistorici: a Fuencaliente (Sierra Morena), in Nord America, e in Italia nella Val d’Ossola, dove è stata rinvenuta un’incisione di tipo alberiforme, risalente al tardo neolitico (2).

Nell’antico Egitto per celebrare il solstizio invernale, si realizzavano piccole piramidi in legno, simbolo culturale e propiziatorio: vi era presente la “ruota solare” e bastoncini da incendiare, per trarne auspici sulla feracità dell’anno nuovo (3).

Addobbare alberi e piante è un’usanza antichissima: presso i Babilonesi si praticava il culto di Nimrod, discendente di Noè e mitico fondatore, il cui spirito sarebbe riapparso ogni anno il 25 dicembre in un albero sempreverde, portatore di doni. Pratiche similari si ripetevano nel mondo germanico, con le decorazioni arboree in onore di Odino, mentre in area celtica i Druidi adornavano le querce sacre con mele e agrifoglio, simbolo di immortalità.

 

Fig. 1 -
Cibele, Rilievo Marmoreo,
Museo della Civiltà Romana,
Roma

Fig. 2 - Biglietto augurale

Nell’antica Roma i Dendrophori, responsabili del trasporto del legno dalle foreste di proprietà imperiale, erano anche i ministri del culto di Cibele (Fig. 1), originario dell’Asia Minore; fondamentale, nelle pratiche cerimoniali, è la presenza di un albero, il pino sacro ad Attis e a Cibele, che veniva piantato ogni anno nel cortile interno dell’edificio presso il Celio, sede presunta della confraternita. Il rito consisteva nel taglio dell’albero, che veniva sontuosamente decorato e trasportato processionalmente fino al tempio della Magna Mater, sul Palatino, come riporta il Calendario Filocaliano del 354 (4).

Dea delle messi, Cibele reca un rametto nella mano destra; questa iconografia, che rimanda al ciclo vegetativo cui la divinità era preposta, sembra sopravvivere nelle raffigurazioni del portatore di doni beneaugurali, descritto come un uomo d’età avanzata dagli attributi regali, il dio Saturno (5), celebrato nel periodo solstiziale con le feste rituali dei Saturnali, noto in età moderna come Nonno Gelo, o il Vecchio venerando.

La rigenerazione è simbolizzata - come si vede in una cartolina di fine Ottocento - dall’alberello sempreverde nella mano destra dell’anziano coronato (Fig. 3), come anche, in un altro tipo iconografico, dal mazzetto di spighe visibile nella destra dell’anziano incappucciato (Fig. 2), dalla fisionomia bonaria e accattivante, frutto di una cultura in evoluzione (6).

Fig. 3 Cartolina del Capodanno del 1919

 

Riferisce Efrem il Siro che nei primi secoli della cristianità le case erano decorate con corone sempreverdi, per le feste natalizie, nei paesi del Mediterraneo meridionale; consuetudine che risulta diffusa pure nei paesi del nord Europa.

Col tempo, il culto degli alberi degenerò, divenne culto dei frutti degli alberi stessi. E i frutti vennero caricati di significati profondi, simboleggiando facoltà, virtù e principi connessi alla sfera del sacro, attributi ed espressione del divino.
La figurazione dell’albero tuttavia non perse il suo carattere ancestrale, di Axis mundi, Asse del mondo, perno ideale intorno al quale si riteneva che la Terra girasse (7) e sede di nascite mitiche (8).

Nel Medioevo il Teatro sacro poneva in scena, nella Rappresentazione della Creazione, l’albero dell’Eden, rivestito di mele (allusione al peccato originale) e ostie (richiamo al Corpo di Cristo rinnovato nell’Eucaristia): l’Albero del Paradiso sopravvisse nella ritualità natalizia, coi suoi decori fortemente simbologici.

Miti e leggende fiorite intorno all’albero, antiche forme di venerazione, culti arborei, sono all’origine dell’albero di Natale, così diffuso oggi nel mondo, tanto da sopravanzare le tradizioni invalse nei paesi cattolici, che vedevano protagonisti, connessi ai doni del periodo natalizio, san Nicola - commemorato il 6 dicembre -, santa Lucia - celebrata il 13 dicembre -, la Befana (derivazione etimologica di Epiphaneia, manifestazione di Dio che avviene nel Battesimo) - festeggiata il 6 gennaio -, e infine le anime dei defunti - ricorrenza il 2 novembre - (9).

Un tempo non lontano, raccontano i nostri anziani, i bambini attendevano dolciumi e giocattoli generalmente in queste ricorrenze. La festa era un dono, il compimento di un’attesa, legata alla memoria di figure sacrali care alla religiosità popolare.
L’idea di un albero rivestito di luce, si fa risalire a Martin Lutero, iniziatore del movimento protestante: un’opera pittorica lo ritrae con la famiglia riunita attorno a una tavola con l’albero in evidenza.
Lutero, desideroso di riproporre in famiglia l’incanto di un abete dai riflessi luminosi, ammirato nel bosco invernale, è entrato nella leggenda quale iniziatore della tradizione.
L’Alsazia sembra sia all’origine della consuetudine, documentata fin dall’anno 1605, nella cittadina francese di Strasburgo: si usava portare nelle case un piccolo abete, adornato poi con fiori di carta, dolci, regali. In Germania, venne introdotta nel XVII sec. dagli svedesi durante la guerra dei Trent’anni.

Pagine di grandi scrittori del Sette-Ottocento narrano di abeti fastosi, che illuminavano le stanze di regge e palazzi, e alberi modesti nelle case comuni, per celebrare la notte di Natale: Goethe descrive gli alberi che illuminano questa notte santificata dalla Nascita del Signore, nelle poesie dedicate al figlio del Principe di Sassonia, da recitare in famiglia.
Uno dei.più antichi Canti popolari del XVI-XVII legati alla leggenda di area germanica del “Tannenbaum”, ha ispirato la celeberrima canzone natalizia: “Oh tannenbaum...” , “O albero, mi piaci molto…”.

Già all’inizio dell’Ottocento gli illustratori celebravano l’evento natalizio con scene domestiche in cui l’albero, rivestito della luce promanata da piccole candele, trasmetteva il messaggio universale di una rinascita vegetativa e spirituale; questo messaggio – sostanzialmente legato alla cultura arcaica –, era stato poi rivestito di valenze religiose sulla scia delle iniziative atte a contrastare la diffusione del protestantesimo in area germanica, apponendovi all’apice una Stella, simbolo della Luce vera (10), ed espressione della Luce divina di cui fu annunzio cosmico, e insieme richiamo delle genti vicine e lontane.

L’abete, rivestito di questa connotazione epifanica, ne manterrà la valenza, diffondendosi come emblema universale del Natale, affermandosi tanto nelle aree di confessione protestante, che cattolica, ed eclissando l’albero spoglio, auspicio di rinascita vegetativa, sempre più raro nelle rappresentazioni figurative.
E la stella dorata, che da allora divenne cifra decorativa dell’abete, perpetuando una simbologia antichissima come l’albero stesso, ha poi assunto le forme più varie: rivestimento filiforme stellare delle piccole sfere di vetro soffiato – di cui il mercato antiquario offre ancora scelta –, stelle di carta o cartone contenenti raffigurazioni sacre, fino ai pregevoli “puntali” in vetro con la stella all’interno, come ben ricorda la generazione di mezzo.

Nella seconda metà dell’Ottocento l’abete natalizio prese piede in Inghilterra, per opera della Regina Vittoria, che accolse le tradizioni d’origine del consorte, Alberto di Sassonia. Le collezioni di oggetti del tempo, ispirati all’albero, spaziano dalle boccette, ai piatti, ai giocattoli, ai gioielli e spille bijoux di cui la mostra offre esemplari di rilievo.
La produzione devozionale coeva, che ebbe a Parigi il suo centro propulsore e di irradiazione (11), allargandosi ai mercati di tutta Europa, riflette anch’essa il tema dell’albero rivestito di luce. Alcuni esemplari della metà del XIX sec. documentano una impronta volutamente catechetica: pur nella dominanza dell’abete, vi è il Bambino Gesù a richiamare l’attenzione del devoto, quale fulcro visivo dell’immagine, in cui i doni, sia pure presenti, risultano di ridottissime dimensioni (Fig. 4).

 

Fig. 4 - Santino merlettato, XIX secolo

 

Metafora del dono, il piccolo Gesù offre se stesso allo sguardo di ognuno, come in gloria, ovvero recando sulle sue spalle l’albero (Fig. 5) o mediante una slitta (Fig. 6).
Il Bambino Gesù stesso si fa portatore dell’albero; chiede accoglimento mostrandosi dinanzi a una porta chiusa, col suo carico mistico, significato anche dalla pecora a lato, di cui si hanno numerose varianti presenti in mostra.

 

Fig. 5

 

Fig. 6

 

Rilucente di candeline, l’abete è ormai inscindibile dalla ritualità natalizia, e la Stella, al suo apice, le conferisce il carattere epifanico di dono celeste (13).
Gli Angeli si affollano attorno all’albero, lo esaltano nel loro trionfo di giubilo, lo arricchiscono di luci e doni alimentari – primariamente –, lo offrono alla contemplazione, lo onorano di suoni e canti; la festa del Cielo si fa speculare alla festa terrena, assumendone i tratti, enfatizzandone l’attualità (Figg. 7 - 8)

Fig. 7 - Cromolitografia natalizia, inizio Sec. XX


Fig. 8 -
Angelo porta-doni, biglietto augurale, sec. XIX

In Italia, la famiglia reale volle allestire a corte l’abete natalizio: una rivista  del 1908 riporta la notizia di un albero riccamente decorato dai Reali Principini, dono della Regina a favore dei bambini poveri di Roma.

È in questa fase di affermazione dell’abete “nordico”, che si prese ad accostare l’albero al presepio, non senza critiche e polemiche a difesa della tradizione presepiale, caratteristica del Centro-Sud: ecco quindi l’albero accanto alla Nascita (Figg. 9-10), così da trasmettere messaggi più vividi e “popolari”, richiami arcaici e insieme moderni, secondo un processo evolutivo che non ha cessato il suo corso.

 

Fig. 9 -
Cartolina natalizia disegnata da F. Zandrino -
Seconda metà XX sec.

Fig. 10 -
Immaginetta della seconda metà del XX sec.

 

Protagonista universalmente riconosciuto, l’abete ha continuato a esercitare il suo fascino sollecitando figurazioni suggestive, come si vede nella produzione degli apprezzati disegnatori del ‘900: Meschini, Brunelleschi, Busi, Rubino, Colombo, Zandrino, Bertiglia, Michi.
E non da meno, quanti hanno portato avanti la pubblicistica natalizia, riproponendo il linguaggio figurativo che faceva dell’albero un simbolo sacrale della vita che si rinnova, e la cui abbondanza e varietà di decori e di doni è da sempre affidata alle cure degli angeli, che suggellano il messaggio della venuta di Dio tra gli uomini, partecipandone l’incanto e la gratuità, coi loro gesti leggeri.
Molte le immagini che documentano la persistenza della funzione ausiliatrice degli angeli (Fig. 11-12-13)

Fig. 11 -
Cartolina augurale del 1901



Fig. 12
Cartolina natalizia, 1953



Fig. 13 - Letterina natalizia, seconda metà del XX sec.

 

Ultimo tipo iconografico, presente nel percorso in esposizione, è l’albero partecipato dai bambini in festa: particolarmente espressivo il motivo del girotondo intorno all’abete (13), festa di piccoli in continuità coi rituali più antichi, sotto il segno della Stella che ne illumina i passi e il ritmo di danza (Fig. 14).

 

 

Fig. 14
Cartolina augurale del 1929

 

Note

1 - J. G. Frazer, Il ramo d’oro. Studio sulla magia e la religione, Torino 1922, p. 193 sgg.

2 - Si v. P. F. Midali, Scoprire... camminando, Napoli, 2010, p. 29; ringrazio l’Autore.

3 - Natale nella storia, nella letteratura, nelle tradizioni, a c. di M. Contardi, Roma 1983, p. 125.

4 - F. Coarelli, Cibele, in Il rito segreto. Misteri in Grecia e a Roma, a c. di A. Bottini, Roma 2005, pp. 77-83. La dea Cibele venne celebrata a partire dal 204 a.C., primo culto proveniente dall’Oriente; le fu edificato un tempio sul Palatino, uno dei luoghi più sacri della città, in quanto vi sarebbe vissuto Romolo. A seguito della diffusione della leggenda troiana, la Magna mater assunse il ruolo di protettrice della fondazione dell’Urbe.

5 - Re mitico d’Italia, figlio del Cielo e della Terra, venne identificato dai Romani col greco Crono, il Tempo, personificato nell’Anno vecchio. A lui era dedicato il periodo dei Saturnalia, in cui si usava scambiarsi doni, in segno propiziatorio.

6 - I connotati essenziali di questa figura mitologica verranno modificati, a vantaggio di una operazione commerciale ispirata a S. Nicola-Santa Klaus, condotta negli Stati Uniti a fine Ottocento, con la creazione dell’attuale Babbo Natale.

7 - L. Pelliccioni di Poli, L’albero di Natale ed altri miti arborei, Roma 1993, p. 11.

8 - C. Widmann, La simbologia del presepe, Roma, Ma.Gi, 2004; un’eco delle credenze mitologiche si rispecchia nel motivo popolaresco della nascita dei bambini sotto elementi vegetali, come i cavoli e non solo, ricorrente nelle ninne-nanne delle varie regioni d’Italia.

9 - P.Toschi, Il Folklore. Tradizioni, vita e arti popolari, Milano, 1967.

10 - “Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita” (Gv 8,12). “Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce: su coloro che abitavano in terra tenebrosa, una luce rifulse”(Is 9,2): la liturgia del tempo di Natale celebra, con le parole del profeta Isaia, la nascita del Cristo-luce, e il suo disegno salvifico per la redenzione di ogni uomo, che con la sua venuta riceve il dono illuminante della Parola.

11 - F. Cammarano - A. Florian, Santini e storia di un editore parigino. Maison Bouasse-Lebel, Cuneo, Astegiano, 2009, p. 234 vi è un’immagine devozionale con il Bambino Gesù che mostra l’albero di Natale, trattenuto con la destra.

12 - E. Gulli Grigioni – V. Pranzini, Santi Auguri! Presepi di carta, santini, calendarietti devozionali per augurare le buone feste (sec XIX e XX), Essegi, Ravenna, 1995, pp  41-44.

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