Rubriche di
Patrizia Fontana Roca

COLLABORAZIONI

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I SANTI CHE NAVIGANO SUL MANTELLO


INTRODUZIONE

“In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch'egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre. E qualunque cosa chiederete nel mio nome, la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio. Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò” (Gv 14.12-14)

È interessante questo brano del vangelo di Giovanni. Interessante in due passaggi: “ne compirà di più grandi di queste” e poi “perché il Padre sia glorificato nel Figlio”.

Credo che i gesti più grandi che l’uomo puo’ compiere siano quelli superiori alle sue capacità umane: Gesù andando al Padre, ci dona lo Spirito da figli, in forza di questo Spirito noi possiamo compiere, per la gloria del Padre, delle opere umanamente impossibili.

“Anche noi dunque, circondati da tale moltitudine di testimoni, avendo deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti” (Eb 12,1): la vita cristiana è una corsa, dice la lettera agli Ebrei, il cui scopo è glorificare il Padre.

I santi sono testimoni, una moltitudine, che nei secoli, conformandosi al Figlio, Gesù, attraverso il dono dello “Spirito Santo, primo dono del Risorto ai credenti” (Benedetto XVI, 26-9-2012), hanno manifestato in parole, opere e segni la gloria del Padre facendosi figli nel Figlio.

Tra le parole, le opere i segni che caratterizzano la vita dei santi c’è il miracolo del mantello galleggiante.
Prima però di raccontare questo “segno”, dobbiamo ridirci chi è un santo:
“Il Signore Gesù, maestro e modello divino di ogni perfezione, a tutti e a ciascuno dei suoi discepoli di qualsiasi condizione ha predicato quella santità di vita, di cui egli stesso è autore e perfezionatore: «Siate dunque perfetti come è perfetto il vostro Padre celeste» (Mt 5,48) [122]. Mandò infatti a tutti lo Spirito Santo, che li muova internamente ad amare Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutta la mente, con tutte le forze (cfr Mc 12,30), e ad amarsi a vicenda come Cristo ha amato loro (cfr. Gv 13,34; 15,12). I seguaci di Cristo, chiamati da Dio, non a titolo delle loro opere, ma a titolo del suo disegno e della grazia, giustificati in Gesù nostro Signore, nel battesimo della fede sono stati fatti veramente figli di Dio e compartecipi della natura divina, e perciò realmente santi.
Essi quindi devono, con l'aiuto di Dio, mantenere e perfezionare con la loro vita la santità che hanno ricevuto … È dunque evidente per tutti, che tutti coloro che credono nel Cristo di qualsiasi stato o rango, sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità e che tale santità promuove nella stessa società terrena un tenore di vita più umano. Per raggiungere questa perfezione i fedeli usino le forze ricevute secondo la misura con cui Cristo volle donarle, affinché, seguendo l'esempio di lui e diventati conformi alla sua immagine, in tutto obbedienti alla volontà del Padre, con piena generosità si consacrino alla gloria di Dio e al servizio del prossimo. Così la santità del popolo di Dio crescerà in frutti abbondanti, come è splendidamente dimostrato nella storia della Chiesa dalla vita di tanti santi”. (LG 40).

 

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SANTITA' DAL MANTELLO "MIRACOLOSO"

Chi sono i santi che hanno operato il suddetto segno?

Segue qui un piccolo elenco, in ordine cronologico:

San Giulio d’Orta (IV secolo)
San Martino di Tours (316-317 - 397)
San Giovanni Xenos (ca. 970-1027)
Sant’Alberto da Genova o Sestri (XI secolo - 1180)
San Gerardo dei Tintori (1135 – 1207
San Raimondo di Peñafort (1175 – 1275)
Beato Corrado Confalonieri da Noto (1290-1351)
San Miro di Canzo (1306 ca. –1381)
San Francesco di Paola (1416 - 1507)
Venerabile padre Gesualdo Melacrinò da Reggio Calabria (1725 – 1803)

 

SAN GIULIO D'ORTA
(IV secolo)

L'isola di San Giulio è l'unica isola del Lago d'Orta e fa parte del comune di Orta San Giulio, in Provincia di Novara. Un tempo essa era un luogo inospitale. La leggenda narra che furono i santi fratelli Giuliano e Giulio a scoprirla dopo essere giunti nel Cusio e aver costruito a Gozzano la loro novantanovesima chiesa. Proprio mentre fervevano i lavori, Giulio si spinse fino alle rive del lago e là vide una piccola isola infestata dai serpenti, dove decise di fondare la centesima chiesa. Giuliano si stanziò a Gozzano mentre Giulio raggiunse l'isola navigando sul suo mantello.

La leggenda narra che quest'isola, distante non più di 400 metri dalla riva di Orta, un tempo era uno scoglio abitato da serpi e terribili mostri, fino a quando nel 390 vi approdò San Giulio: attraversando le acque del lago sopra il suo mantello e guidato nella tempesta dal suo bastone, il Santo fondò una chiesa dedicata ai Dodici Apostoli, nella quale scelse poi di essere sepolto, e trasformò l'isola nel centro di evangelizzazione di tutta la regione.

Questa leggenda è raffigurata nell’arte. Anche se in alcuni casi il santo è raffigurato non su un mantello ma su una roccia galleggiante.

 

 

SAN MARTINO DI TOURS
(316-317 - 397)

Martirologio Romano, 11 novembre: Memoria di san Martino, vescovo, nel giorno della sua deposizione: nato da genitori pagani in Pannonia, nel territorio dell’odierna Ungheria, e chiamato al servizio militare in Francia, quando era ancora catecumeno coprì con il suo mantello Cristo stesso celato nelle sembianze di un povero. Ricevuto il battesimo, lasciò le armi e condusse presso Ligugé vita monastica in un cenobio da lui stesso fondato, sotto la guida di sant’Ilario di Poitiers. Ordinato infine sacerdote ed eletto vescovo di Tours, manifestò in sé il modello del buon pastore, fondando altri monasteri e parrocchie nei villaggi, istruendo e riconciliando il clero ed evangelizzando i contadini, finché a Candes fece ritorno al Signore.

Si racconta, che Martino, da Aosta, dovesse passare per Ivrea, e ai cittadini della città chiese ospitalità, gli fu negata. Allora il santo stese il suo mantello sul fiume Dora da cui si fece trasportare sino nei pressi di Anzasco, dove fondò un borgo chiamato appunto S. Martino.

 

 

SAN GIOVANNI XENOS
(ca. 970-1027)

 

Martirologio Romano, 6 ottobre: A Nazogírea nell’isola di Creta, san Giovanni, detto Xenos, che diffuse nell’isola la vita monastica.

Si racconta che naufragato con la nave sull’isola di Gaudos, raggiunge Creta usando il mantello con imbarcazione-vela e il bastone come albero.

 

 

 

SANT'ALBERTO DA GENOVA O SESTRI
(XI secolo - 1180)

Nato verso la fine dell'XI secolo, condusse dapprima vita monastica nell'Ordine benedettino. Nel 1129 scelse la riforma cistercense, ma, aspirando alla vita solitaria, si ritirò in una grotta del monte Contessa presso Sestri Ponente, dove morì l'8 luglio, probabilmente nell'anno 1180.

Presso l’eremo di S. Alberto, un affresco rappresenta il santo eremita con il tradizionale bastone, in piedi sul mantello steso sulle acque, mentre naviga sullo sfondo del litorale di Sestri, antistante il luogo dove, in seguito, sarebbe sorto l’Eremo di S. Alberto.
Alcuni biografi del Santo scrivono che Alberto si recò sulla spiaggia e, gettato il mantello sulle onde, vi si collocò pregando il Signore di condurlo dove Egli volesse. Il mantello, quasi fosse una navicella, si diresse al confine della Parrocchia di S. Maria Assunta di Sestri Ponente dove, ripreso il suo mantello e, appoggiandosi a un bastone, che da allora in poi conservò sempre, riprese il cammino fino a giungere a un luogo deserto che prescelse quale sua dimora.

Altri biografi del Santo raccontano che Alberto si trovava, un giorno, su una barca con dei confratelli per pescare. Rivelandosi la pesca infruttuosa, Alberto chiese di essere accompagnato a terra per accudire alla mensa del monastero. Poiché i monaci si rifiutarono di interrompere la pesca, il Santo stese il mantello sul mare, vi salì sopra e tornò a riva.

 

 

SAN GERARDO DEI TINTORI
(1135 – 1207)

All’epoca di San Gerardo, gli ospedali che sorgono in Europa sono in gran parte opera di religiosi, quello di Monza nasce nel 1174, ad opera un laico caritatevole: Gerardo dei Tintori. Pone l’opera sotto il controllo del Comune e dei canonici della basilica di San Giovanni Battista, e riserva a sé i compiti di fatica: portare a spalle i malati raccolti in giro, lavarli, nutrirli, servirli. Si uniscono a lui dei volontari e Gerardo li organizza come gruppo di laici, legato però da una precisa disciplina di vita in comune, con l’impegno del celibato. Colpiti da questa dedizione totale, i monzesi lo dicono santo già da vivo. Alla sua morte incominciano i pellegrinaggi verso la tomba nella chiesa di Sant’Ambrogio (poi incorporata nella parrocchiale intitolata a lui). Sarà San Carlo Borromeo arcivescovo di Milano ad avviare il processo canonico, ottenendo nel 1583 da Gregorio XIII la conferma del culto. Nei dipinti lo si vede vestito rusticamente di saio e mantello, con immagini e simboli che richiamano i suoi miracoli.

"Durante una carestia il santo volle portare del cibo ad alcune famiglie che vivevano al di là del Lambro e, non avendo a disposizione nè zattere nè barche, stese il suo mantello carico di provviste che lo traghettò dall'altra parte del fiume", così racconta una biografia del santo.

Altri biografi parlano dello stesso miracolo, o di un’altro in riferimento alla piena del fiume Lambro. Si racconta che, mentre Gerardo si trovava in duomo a pregare, il fiume, ingrossandosi improvvisamente, ruppe il ponte che collegava l'ospedale con la città. L'ospedale stesso si affacciava sul Lambro e rischiava di essere allagato. Gerardo, subito accorso, stese il suo mantello sull'acqua, vi salì e su di esso attraversò il fiume, raggiungendo i suoi malati, quindi ordinò alle acque di non entrare nelle stanze degli infermi. Secondo il resoconto del Morigia, le acque si fermarono sulle porte per alcune ore nonostante la loro altezza superasse di mezzo cubito (più di 20 cm) quella delle soglie.
San Gerardo è uno dei patroni di Monza, e i suoi concittadini, dedicandogli nel XVII secolo un monumento, lo hanno chiamato “padre della patria”.

 

 

SAN RAIMONDO DI PENANFORT
(1175 – 1275)

Martirologio Romano, 7 gennaio: San Raimondo di Penyafort, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori: insigne conoscitore del diritto canonico, scrisse rettamente e fruttuosamente sul sacramento della penitenza e, eletto maestro generale, preparò una nuova redazione delle Costituzioni dell’Ordine; in avanzata vecchiaia a Barcellona in Spagna si addormentò piamente nel Signore.

Nella sua biografia si racconta il miracolo dell’avversata sul mantello. Raimondo, predicatore zelante, lavorò indefessamente per la repressione dell'eresia nella Spagna e nella Catalogna, coadiuvato da Giacomo I il quale ricorreva sovente al suo ministero e al suo consiglio. Un giorno volle che il Santo lo accompagnasse nell'isola di Maiorca, dove si erano rifugiati i giudei cacciati dal continente. Trattandosi della salvezza delle anime Raimondo non seppe dire di no, ma appena si accorse di una tresca del re, egli lo riprese con franchezza. Non essendosi il sovrano emendato, Raimondo decise di ritornarsene a Barcellona, parendogli una complicità la sua permanenza a corte. Avendo Giacomo I proibito a tutte le navi di prenderlo a bordo, egli stese il suo mantello sul mare, vi salì sopra, e in sei ore percorse le centosessanta miglia che lo separavano dal suo convento nel quale entrò a porte chiuse.

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BEATO CONFALONIERI DA NOTO
(1290-1351)

Martirologio Romano, 19 febbraio: A Noto in Sicilia, beato Corrado Confalonieri da Piacenza, eremita del Terz’Ordine di San Francesco, che, messi da parte gli svaghi mondani, praticò per circa quarant’anni un severissimo tenore di vita nell’orazione continua e nella penitenza.

Un manoscritto maltese del tardo seicento, di un gesuita, riporta una bella e stimolante notizia agiografica; essa è stata anche riportata nel 1657 nelle “Animadversiones in Vitam Divi Conradi”, testo compreso nel libro del Gaetani che fu edito a Palermo nel suo “Vitae Sanctorum Siculorum”.
Oltre quindi a dirci del soggiorno maltese di San Corrado, viene narrato di come il Santo, avendo avuto dei diverbi con degli astiosi abitanti di Casal Musta nell’isola di Malta, lasciò quel luogo.
San Corrado si allontanò da Malta viaggiando sul mare sopra al suo mantello di pellegrino e penitente: il suo approdo fu la Sicilia.


SAN MIRO DI CANZO
(1306 ca. –1381)

 

San Miro nasce a Canzo verso il 1253 (alcuni dicono 1306 o 1336?) da Erasmo Paredi e Drusilla (o Drusina), pii genitori che ebbero in dono un figlio in tarda età, e che chiamarono “Miro” forse per esprimere la meraviglia di un dono così grande. San Miro prima orfano di madre e poi di padre, donò tutto ciò che possedeva ai poveri e si mise a condurre vita eremitica sotto la guida di un maestro, prima a Canzo e poi a Sorico in diocesi e provincia di Como, sulla Riviera del Lario.
Alcuni studiosi lo ritengono appartenente al Terz’Ordine Francescano, altri negano questa appartenenza.
San Miro a 32 anni, dopo la morte del maestro e da lui stesso guidato in un sogno, iniziò un lungo pellegrinaggio nei luoghi santi per poi ritornare nel suo paese d'origine dove si ritirò come eremita nel luogo dove oggi sorge l'eremo a lui dedicato, nella valle del torrente Ravella. Qui visse in continui digiuni e preghiere. Gli apparve la Santa Madre di Dio a consolarlo e sostenerlo nella sua vocazione. Il suo letto era la nuda terra, si cibava dei frutti del bosco, si dissetava ad una fontana che scaturì dalla roccia viva grazie alle sue preghiere.
Si racconta che prima di lasciare Canzo per Sorico, dove sarebbe morto, svolse un discorso di commiato ai suoi paesani, ecco come ce lo racconta il Tam: “Ecco quel vostro Miro che partito da qui anni orsono, pellegrino ai Luoghi santi, e poi ritornato non fu da voi riconosciuto: ora, poiché deve abbandonarvi per sempre, prega il Signore che, in riconoscenza del bene che avete fatto a lui poveretto, vi faccia qualche grazia. Dite che grazia desiderate”. Racconta ancora il Tam che dalla folla si udì una voce di un fanciulla che gridava “Acqua, acqua! .. E acqua otterrete, rispose Miro”.

Questo episodio elesse San Miro a santo da invocare per ottenere l’acqua o come protettore nei disastri causati dall’acqua. Ancora oggi a Cazzago Brabbia (VA) lo invocano per la siccità.
Così San Miro, in procinto di morire, da Canzo raggiunse Onno e poi Mandello attraversando il lago usando il proprio mantello a mo' di barca. Da ultimo raggiunse Sorico dove morì, a 45 anni, nel 1308 (o 1381?) – secondo alcuni l'11 maggio – qui fu sepolto nella chiesa di S. Michele (oggi chiamata di S. Miro), situata su un vicino colle.
La prima “Vita” in italiano pare fosse la traduzione di un precedente testo latino andato perduto. Presso il santuario di San Miro al Monte – a Canzo - la vita del santo eremita è riccamente illustrata negli affreschi che lo decorano. Il Santo è spesso raffigurato in abito grigio da eremita o da pellegrino.
Il 10 settembre 1452 si ebbe la ricognizione delle reliquie, seguita poi da quella del 1837 e del 1932. La festa liturgica si celebrava o si celebra ancora il secondo venerdì di maggio, mentre il padre Tatti, della congregazione dei PP. Somaschi, nel suo “Martyrologium Novocomiensis” lo collocò al 10 maggio; è ricordato anche il 21 maggio probabile data di una ricognizione.
Presso Sorico (santuario di San Miro) e la parrocchia di Canzo sono custodite le sue sante reliquie. San Miro pur essendo storicamente esistito e pur essendoci un culto secolare, non è inserito nel Martirologio Romano: dimenticanza?

 

SAN FRANCESCO DA PAOLA
(1416 - 1507)

Martirologio Romano, 2 aprile: San Francesco da Paola, eremita: fondò l’Ordine dei Minimi in Calabria, prescrivendo ai suoi discepoli di vivere di elemosine, senza possedere nulla di proprio né mai toccare denaro, e di mangiare sempre soltanto cibi quaresimali; chiamato in Francia dal re Luigi XI, gli fu vicino nel momento della morte; morì a Plessy presso Tours, celebre per la sua austerità di vita.

Molti sono i miracoli attributi al Santo di Paola, ma il più conosciuto è l’attraversata del tratto di mare che divide la Calabria dalla Sicilia usando il mantello come barca e il bastone come vela. Il fatto è narrato da diversi scrittori. San Francesco si trovava a Catona (RC) con i suoi compagni, con l'intento di raggiungere la Sicilia. Chiese al proprietario di un'imbarcazione, che stava per fare vela per Messina, di ospitarli, ma quello rispose che senza soldi non avrebbe imbarcato nessuno. Francesco allora stupì tutti: si tolse il mantello, lo distese in mare e vi salì sopra, navigando verso la Sicilia. A quel punto, il tizio della nave, ancor più meravigliato, imbarcò tutti i compagni del frate, inseguendolo inutilmente: Francesco arrivò per primo nei pressi di Messina (secondo altre fonti approdò invece a Milazzo).

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VENERABILE PADRE GESUALDO MELACRINO' DA REGGIO CALABRIA
(1725 – 1803)

 

Gesualdo nacque a Reggio Calabria il 18 ottobre 1725, da Francesco Melacrinò e da Saveria Melissari di discreta condizione sociale. Fu battezzato due giorni dopo col nome di Giuseppe. A 15 anni, dopo una fanciullezza singolarmente serena ed educato all'innocenza e alla pietà nell'ambiente domestico, Giuseppe entrò nel noviziato dei Cappuccini di Fiumara di Muro, vestendone l' abito col nuovo nome di Gesualdo da Reggio il 5 Novembre 1740 e professandone i voti il 5 Novembre 1741.
Attese poi agli studi umanesimi e filosofici, acquistandone tra l'altro una perfetta padronanza delle lingue classiche e moderne, come il latino e il greco, l'ebraico e aramaico, il francese e lo spagnolo.
Per 11 anni insegnò ai chierici della sua provincia, scrivendo lui stesso, insieme a molti altri lavori apologetici e dottrinali, nuovi manuali di testo atti ad affrontare i pericolosi movimenti filosofici e teologici del tempo: dall'illuminismo e razionalismo al giansenesimo e febronianesimo e in testa a tutti per insidia e virulenza, la massoneria.
Per la difesa della verità e della Chiesa furono più di 50 anni di lotta vigorosa e franca tuttavia, quanto possibile, rispettosa delle persone, nell'intento apostolico di conquistarle più con l' amore che col ragionamento. Nello stesso tempo rispondeva ai continui inviti dei Vescovi che lo chiamavano per predicazioni e missioni nelle loro diocesi.

Nominato per la fiducia dei suoi confratelli agli uffici di Guardiano, Visitatore, Definitore e Maestro Provinciale, diede il meglio del suo spirito serafico, ma anche della sua attività epistolare e dottrinale, per il rinnovamento della sua famiglia religiosa; e per un ventennio attese alla formazione dei " Conventi di ritiro ", da lui ideati e sostenuti dove i frati, che lo volevano, potevano vivere in tutto il suo rigore la tradizione francescano cappuccina.
A causa degli avvenimenti politici, che sconvolsero la Calabria verso la fine del secolo XVIII, nel 1784 i religiosi vennero soppressi ed espulsi dalla Calabria. P. Gesualdo avrebbe voluto ritirarsi nella provincia di Messina, fu invece trattenuto dall'autorità dell'arcivescovo di Reggio perché necessario alla diocesi a causa dei disastri dei terribili terremoti del 1783 - 1784.

Rimase dunque in città ma prendendo alloggio in una baracca di legno di proprietà del suo fratello canonico Don Candiloro; e là visse per più di 10 anni in povertà assoluta, il genuino spirito francescano-cappuccino, nella fedeltà al suo abito religioso e facendo un gran bene con l' assistenza spirituale e materiale, soprattutto ai poveri, e ai malati nelle loro case o all'ospedale e nelle carceri, ed anche, ogni sera e fino notte inoltrata, nella sua stessa baracca. Nel frattempo insegnava ai chierici del seminario arcivescovile.

Frattanto, nel 1792, P. Gesualdo era stato preconizzato vescovo di Martirano, da Pio VI e dal re Ferdinando IV, ma egli vi rinunciò con tenace umiltà. Il ripristino della provincia cappuccina di Reggio nel 1800 consentì il ritorno del Servo di Dio nella comunità presso il Convento del Santuario della Madonna della Consolazione. Nel 1801 si piegò soltanto all'ubbidienza nell'accettare la carica di Ministro Provinciale, alla quale era stato designato all'unanimità dai suoi confratelli. P. Gesualdo non tralasciò per questo il sacro ministero, anzi si servì della sua scienza per renderlo più proficuo, fu sempre, e in tutte le più svariate occasioni, anche eccezionali, Uomo di Dio e della Chiesa, pio, umile, religioso integro e puro, francescano autentico ovunque e con tutti, in ogni occasione.

La sua grande fede si riconosceva nel visibile fervore delle sue lunghe meditazioni e preghiere, nella celebrazione della S .Messa, nella sua predicazione, difendendo indefessamente l'ortodossia della fede. A tutto questo si aggiungeva un amore ardente al Signore: il suo abbandono totale alla volontà di Dio, il compimento esatto di tutti i suoi doveri, la dedicazione assoluta al ministero della predicazione e confessione per ricondurre anime all'amore di Dio, le aspre penitenze in riparazione alle offese fatte al Signore, dimostrava che Dio era in cima a tutti i suoi pensieri. Di qui l'amore eroico verso il prossimo; egli fu un autentico servitore di tutti e tutte le ore, in tutti i bisogni.

Predicava con assiduità, confessava fino a notte avanzata, visitava gli ammalati nelle case private e nell'ospedale, i carcerati. Tutto quello che riceveva lo dava ai poveri, per i quali con la bisaccia sulle spalle girava per le case a raccogliere elemosine. Diede grandi prove di fortezza nel suo Ministero, non solo sopportando disagi e privazioni di ogni genere, ma affrontando anche l'inimicizia e la minacce dei Massoni, che allora in Calabria come altrove non facevano nulla per mascherare il loro anticlericalismo. Era di una temperanza straordinaria, mangiava cibo scarso e vile una sola volta al giorno, dormiva per terra e si flagellava a sangue. Nell'osservanza dei voti, specie della altissima povertà, non solo fu eccelso modello, ma la zelò moltissimo con i confratelli.

Fu Apostolo infaticabile nella Calabria e nella vicina Sicilia. Fu taumaturgo: passò fiumi asciutti; sul mantello, col compagno, per ben due volte, tragittò lo stretto di Messina; guarì innumerevoli infermi in vita e dopo morte.

Per quanto riguarda l’attraversamento dello Stretto si racconta: dovendosi recare a Messina per predicare il quaresimale, si portò assieme a fra Mansueto al vicino lido di Catona, per imbarcarsi. Ma il mare è troppo agitato e i barcaioli non se la sentono di prenderli a bordo e accompagnarli all’altra riva. Allora egli, senza punto scomporsi, dice a fra Mansueto: «Tieniti dalla mia tonaca», sollevandola alquanto dalla parte anteriore, e incomincia la traversata sulle acque, le quali al suo passaggio diventano lisce come l’olio, mentre intorno i cavalloni continuano a rincorrersi, facendo sfoggio della loro forza brutale e schiumosa.

Ecco come ci tramanda il suggestivo evento il canonico dittereo di Santa Maria della Cattolica di Reggio Calabria, don Consolato Laganà: “Pochi anni addietro un nostro paesano a nome Giuseppe Lipari, vecchio tuttora vivente, mi disse che il fu suo genitore Fabrizio gli aveva raccontato, che un giorno avendo il Servo di Dio tutta premura di recarsi in Messina per predicarvi la Divina parola, non potendo mettersi in barca, perchè atteso il vento tempestoso nessun marinajo aveva il coraggio di affidarsi alle onde, egli in nulla scoraggiato spiegò sulle acque il suo mantello e detto a Fra Mansueto (suo ordinario compagno) di seguirlo, tutti e due si commisero al mare, ed in breve ora furono all’opposto lido. Il che recò molta meraviglia a quei di Messina, perchè non videro legno dal quale fossero sbarcati, anzi i Religiosi di quel Convento, che non conosco, vedendolo giungere furono sorpresi, dacchè stante un mare così tempestoso non sapevano persuadersi come egli avesse potuto ivi giungere” (Summarium 128-129).

Padre Gesualdo carico di meriti, colpito da grave infermità morì santamente il 28 Gennaio 1803 in età di 78 anni, di cui 63 vissuti in religione.

La causa per la canonizzazione è stata aperta nel 1855, e il 2 aprile 1982, Padre Gesualdo è stato dichiarato Venerabile.

 

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CONCLUSIONE

Gesù dopo la moltiplicazione dei pani e dei pesci, “costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull'altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo.
La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!». Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s'impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!»”.

Il mare nella simbologia biblica è il mondo, in tutti i suoi aspetti: ebbene il santo, è l’uomo di Dio che ormai con l’anima perfettamente dedita alle sole letizie del Cristo, “vola” sopra il mondo stesso, senza subirne danni.

Il santo cammino sul mare però per la propria gloria ma il miracolo avviene come compimento della volontà di Dio o a sostegno dell’opera evangelizzatrice e caritativa.

Quindi il mantello non solo si rivela difesa dalla pioggia, dalla bufera del viaggio naturale, ma diventa un segno della propria santificazione: una vita che passa “sopra” al mondo e manifesta nella potenza di Dio il cammino perseguito: la “pienezza della vita cristiana e la perfezione della carità” (LG 40)

 

Tu che leggi e ne conosci altri: raccontameli!


BIBLIOGRAFIA E SITI

* AA. VV. - Biblioteca Sanctorum (Enciclopedia dei Santi) – Voll. 1-12 e I-II appendice – Ed. Città Nuova
* C.E.I. - Martirologio Romano - Libreria Editrice Vaticana – 2007 - pp. 1142
* Cantù Ignazio - Guida pei monti della Brianza e per le terre circonvicine (1837)
* Grenci Damiano Marco – Archivio privato iconografico e agiografico: 1977 – 2013
* Grenci Damiano Marco – Quaderno 138, I Santi di Canzo - Ed. D. M. G., 2012
* Malvicini Fulvio A. in www.templarisanbernardo.org
* Pettinei Guido, I Santi canonizzati del giorno, vol. 1, ed. Segno, Udine, 1991
* Santi, santità e santini di Calabria", Cosenza, Progetto 2000, 2011
* sito web eremosantalberto.it
* sito web madonnadellaconsolazione.com
* sito web treccani.it
* sito web web.tiscali.it/gesualdodareggiocal/
* Tam Giovanni – Santi e Beati in Valtellina. Biografie popolari. Memorie storiche. Tradizioni – Scuola Tip. Casa Divina Provvidenza, Como 1923
* Tradigo Alfredo – Icone e Santi d’Oriente – Electa 2004

 

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Le due foto contraddistinte dall'asterisco sono state fornite dalla Professoressa Stefania Colafranceschi, che ringraziamo.

24 febbraio 2013

 

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- San Marco

- San Mario


- San Sefirio

 

- San Sostene: un nome, due santi

- San Vincenzo Ferrer

- Sant'Albino, Vescovo: Un quartiere di Monza

- Santa Cita di Serravalle


- Santa Liberata

 

- Santa Marina Vergine

- Santa Rosalia, tra i testimoni di Gesù

 

- Santi dai nomi Atipici :
Apollo, un santo dell'era apostolica
Eliana, la "Figlia del sole"
Genoveffa detta anche Ginevra

Ludovica "Colei che è gloriosa in battaglia"

Gigliola "Bella come un giglio "

- Santi di Canzo

- Santità di nome "Lucia"

- Santità di nome "Romeo"


- Sebastiano, Nobile atleta di Cristo

 

Santità e...

- Come la ginestra... (Santità calabrese)

- Dalla schiavitù alla santità

- In Defensum Castitatis


- Santi e lebbra

- Santi e sofferenza

 

- Santi Patroni dei cultori di immagini sacre


- Santità e Stigmate

- Santità ed Ecumenismo

- Santità Silvestrina

Altro:

- Sacro Cuore di Gesù e Santità e Sacro Cuore

- "Sarà chiamato Emmanuele"

- "Saremo condotti..."


- Siti personali di Don Damiano Grenci:

http://xoomer.alice.it/damiano.grenci/Home.html

 

http://www.preguntasantoral.es/?p=3177

http://regio18.blogspot.com


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