Rubriche di
Patrizia Fontana Roca

POESIE

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BOVIANUM

 

- Pubblicazione della Poesia "Vicolo" sulla rivista Alla Bottega di luglio/agosto 1970 - Anno VIII

- Premio Città di Aversa - XIII Ediz. Coppa per la Poesia: "Una veste colma d'oro"

- VII Edizione 1985 Premio di Poesia e Narrativa "Castelli Romani" - Albano Laziale - legata alla rivista il Punto - Poesia Singola: 8° Premio Targa e Diploma (Poesie: Canto del chiù - Gente mia)

VIII Ediz. - 10° Premio, Medaglia con Diploma per la poesia "A mia nonna" (Silloge "Ricordi d'Infanzia") e pubblicazione sull'Antologia Pometina Vol. III

Premio Fermo 1985 (Premiazione 31/5/1986 - III Ediz -
Menzione d'Onore "per la sua composizione altamente positiva e qualificata" per le Poesie:
Gente mia - Una finestra sulla vita - Crocevia.
Quest'ultima è stata pubblicata nell'Antologia relativa al Premio.

- VIII Premio Naz.le di Letteratura "Città di La Spezia" 1984 - Ass.ne Nostra Spezia - Inserita nell'Antologia con la poesia "Ritorno alla terra natia".

- Centro Culturale "Il Portone" di Pisa - VI Premio Naz.le di Poesia 1984 - Finalista per la poesia singola (A mia nonna - Pasqua - Recita - dalla silloge "Infanzia")


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PAESE DELLA MIA INFANZIA

Catene di sogni infantili,
che non svaniscono dalla memoria
anzi s'illuminano
alla luce imperfetta del ricordo,
mi legano ancora a questo paese
d'uomini rudi,
dove l'intelligenza trova limite
in frasi di convenienza vuote
e in un bicchiere in più.

(Io giocavo sulla scalinata di pietra,
dove anche i sassi prorompevano
in agili risa...)

Il tempo imparziale
in cima alla montagna ascoltava
sospiri e preghiere, pianti e risa infantili,
nenie e bestemmie.

(Ma il fiume cantava
in un'antica lingua
che io sola intendevo...)

Forse non tornerò nel paese
che amavo e odiavo,
dove la gente pretendeva
capire cose che non comprendeva.
Dove, nelle viuzze strette
erano in agguato
le mie paure infantili.
Dove, persino i piccioni
che fendevano la piazza,
avevano occhi tristi,
poichè non sapevano
com'è bella la vita.

(Ma le donne al balcone
ridevano con occhi d'aria
e gote di sole...)

RITORNO ALLA TERRA NATIA


Ritorno alla terra natia.
Là dove mio padre visse,
irrequieto fanciullo,
dove sorrise alle verdi montagne.

Già sento nell'aria sospiri
di terre aspre, rudi e di ruscelli
che scorrono,
grevi di nevi disciolte.

Sorrido, contando i paesi,
le case stinte, gli ulivi indomiti
e bimbi sdraiati nell'erba
a parlare col gregge.

Brune sagome di monti
e facce commoventi di vecchi
che s'incupiscono.
Scendi sera.
Non lontana è la mia casa.


ESTATI DELLA MIA INFANZIA


Di quelle estati ricordo
il caldo tepore del sole
che m'inseguiva sull'erta,
sul lastricato sconnesso
che da San Giovanni portava
alla piccola chiesa di San Michele.

Ricordo poi altri fanciulli
inneggianti a battaglie e vittorie
riportate su bande rivali.
Tra gli arbusti spinosi di more,
tra le morbide balle di fieno
cercavamo nascondigli segreti
per celarvi i nostri tesori.

Dall'altura guardavo le case,
le stradine lastricate di bianco,
il gioco d'incastro dei campi
tra striature d'ogni colore.
E pensavo che il mondo era grande,
così grande da farmi paura...

 

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ABBANDONO

Ora la casa muore nell'abbandono,
il gran portone nero aperto all'aria
e il balcone di ferro rugginoso
più non s'agghinda di gerani
in primavera.
Dentro c'è un gran silenzio...

Mai più la mia voce ridente
rimbalzerà
sulle pareti bianche...

La polvere copre ogni cosa
d'un sudario sottile,
il camino già non ricorda
gli allegri falò e i brindisi.
Anche l'aia è silenziosa:
nè un filo di grano nè balli,
nè corse di bimbi o pigolii...

Cari ricordi
del felice tempo dell'infanzia
che marcite lenti
con le tegole ocra del tetto
e le travi poderose delle arcate.
Ragnatele persino in soffitta,
ove giocai e mi nascosi,
ove piansi infantili lacrime...

Col tempo, tutto muore
nell'abbandono.
Solo nel mio ricordo
nel camino guizza ancora
la fiamma ardente del fuoco
e l'acqua riflette, nel catino di ferro,
il mio volto di bimba.

E la mia voce rimbalza
sulle pareti bianche,
su cui disegnai fantasie...

SOFFITTA


Pareti bianche su cui
la calce disegna asimmetrie,
su cui proietto immagini
e paesaggi ricorrenti.

Di contro, la geometria lineare
del soffitto,
le travi parallele
su cui corrono idee
e sogni
che ad alta voce compongo
e narro.

Poi, nel riquadro di luce
si delinea,
compatta e curvilinea,
l'azzurra catena di monti lontana
che in me evoca
ansie e storie remote...



 

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VICOLO


Casa incontro a casa
e la montagna verde
che guarda.
E vecchie querule che spiano
con gli occhi a spillo, la strada
dove bambini nascono per piangere
e giocare sui sassi aguzzi.
Dove madri-bambine, coi piccoli al seno,
hanno scarni sorrisi e niente più sogni,
dove vecchi d'antico stampo
siedono al sole,
lasciando una scia
di fumanti toscani.

Casa incontro a casa,
facciate consumate
dal fumo del camino.
E il tempo scorre,
ma è come se non passasse mai.
Non c'è traccia d'età
sui volti aggrinziti e bruni
di vecchi e bambini.
Impassibili al sole o alla pioggia
gioiscono e piangono
o ascoltano il vento,
pregando.

La morte li sfiora passando,
la vita sorride, ogni tanto...

 

 

 


RITRATTO


Un ritratto virato, color seppia
con la cornice d'un marrone stinto,
appeso al muro, ora non più bianco
dell'antica cucina di paese.
E un rametto di palme rinsecchite,
un tenue lume acceso giorno e notte,
l'immaginetta d'una santa ignota
tra la cornice e la fotografia.

Un volto liscio, giovane su cui
un paio di baffi scuri e rigogliosi,
come voleva la moda del momento,
spiccavano con cipiglio austero.
L'elegante divisa rivestiva
un corpo magro, scattante, vigoroso
in una posa un pò stereotipata
che fa pensare ad un tenente colonnello.

Davanti ad essa la donna a volte prega,
facendo scorrere un rosario consumato
tra le dita ornai ossute, senza forma.
Prega e ricorda, poi di nuovo prega,
annodando severa sotto il mento
l'immancabile, nero fazzoletto.
Ricorda...ma tanti anni son passati,
anni di stenti, di guerra, di pensieri:
le messi, i figli, siccità, alluvioni
e giorni e notti di malinconia...
"Se avessi avuto te qui al mio fianco
a sera avrei posato il capo stanco
sulla tua spalla, un pò per riposare
e il corpo contro il tuo per farmi amare..."

Ma chi era quell'uomo che tu piangi
e ricordi con sì struggente pena?
Uomo, marito, padre, contadino
che, la schiena chinata sotto il sole
nei campi lavorava con fatica
e nei solchi semi e pensieri seppelliva
e sentimenti ed allegria e sudore.
Ma guardandosi intorno, discopriva
d'essere un punto fermo nel creato?
Un'anima? Una mente?
O nel corpo, nel ventre brulicava
un istinto d'insaziabile animale?
Chi era, dunque? Chi piangi?
Sapevi com'erano forti le sue mani,
ma i teneri germogli del suo cuore
e dei pensieri, seppure ne aveva,
nei solchi neri della terra seppelliva
e con te non spartiva che il suo tempo...
E tu ricordi e preghi per un uomo,
un volto liscio, i baffi rigogliosi,
immortalato in una posa austera
che un giorno se ne era andato via
a combattere sui monti del Trentino,
sotto il fuoco d'assalto del nemico.

Tu preghi ed una lacrima, talvolta,
bagna il volto avvizzito tuo di vecchia,
bagna le mani che non hanno conosciuto
se non che affanni, siccità e alluvioni.
E sulla stinta sua fotografia
traccia una riga di malinconia...


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PASQUA


Mattini ancora umidi di nebbia,
uno scampanio sommesso
e veniva Pasqua
sullo sfondo d'un cielo
appena sbrinato.

Il mite silenzio mattutino
diventava brusio di pioppi
e frassini argentei,
mormorio di viole nascoste
lungo un fiume di ciottoli.

Io indossavo un vestito leggero
con festoni di mandorli in fiore.
Corse pazze nei campi sognavo...

Nell'aia un vocio e un aroma
di rituale capretto alla brace,
ramoscelli d'olivo e uova dipinte
al centro d'una tavola imbandita.

Io le mani chiudevo a riparo
d'una piccola, ambita sorpresa
e correvo nell'aia, cantando.
Tra le brune cataste di legna,
un frinir di cicale afferravo...

PASQUETTA


Pasquetta, giorno riservato alle gite,
un camion traballante,
fortezza da prendere d'assalto,
provviste d'uova sode e di salumi
e una montagna di patate da sbucciare.
Torte di riso gonfie e prelibate
ornate di confetti colorati che,
annualmente zia Incoronata preparava.
Un prato, case diroccate e un'aia
su cui, indisturbati, scorrazzare
mentre nell'aria tersa dell'aprile
si spandeva il profumo d'un capretto
che cuoceva, girando sopra il fuoco.
E l'acquolina, a stento trattenuta,
che noi bambini tentavamo di domare,
su noi vinceva e facevamo incetta,
frugando tra le ceste sparpagliate,
di rustici al formaggio e di salumi.

Distendevamo una tovaglia sopra l'erba
come un enorme bruco colorato,
poi si mangiava tra i discorsi e i lazzi,
tra le facezie degli zii senza pensieri
e un'allegria lieve ci riempiva il cuore,
da un capo all'altro della tavolata,
frizzante come il vino di montagna
che le gote dei piccoli accendeva.

Poi qualcuno s'avviava al vecchio pozzo
per attingere acqua con un secchio...
.. il fragore del metallo sulla pietra,
il tonfo, l'allegria di noi bambini
ansiosi, scalpitanti, incuriositi.
L'acqua tagliente ci scendeva dentro,
fredda carezza di nevai disciolti...

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SAN MICHELE


Venivo ogni anno per la Pasqua
e le consuete vacanze dell'estate.
Primo pensiero, dopo i soliti saluti
era il correre al sole scalpitando
come un puledro lasciato in libertà.
Con la vestina a quadrettini rossi,
le trecce bionde penzolanti sulle spalle,
scendevo a due a due gli alti gradini,
le gote accese, il cuore che pulsava,
salivo l'erta che portava al San Michele.

L'ampio portale, sbarrato da decenni,
su cui il muschio deponeva incrostazioni,
le oblunghe finestre medievali
su cui la polvere formava un fitto velo,
m'apparivan d'un tratto sopra il colle
ed io cadevo ginocchioni sopra l'erba,
col fiato corto... ma poi m'avvicinavo.

Al di là della cortina polverosa
mi riappariva il tuo volto di guerriero,
la testa bionda, le tue ali d'argento
e nel cuore mi fiorivano preghiere.

Lassù il tempo correva via veloce
mentre, sognando, parlavo a San Michele.
Senza attendere mai una risposta...

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LA CATTEDRALE


La cattedrale era bianca ed imponente
con le lunghe navate illuminate,
alle volte diventava il mio rifugio
e vi arrivavo nel tardo pomeriggio
quando si celebrava la Funzione.
Qualche vecchietta sgranava le orazioni
come una cantilena d'altri tempi,
poi d'improvviso il coro delle suore,
guizzava dall'ombra delle grate,
seguendo il suono dell'organo vibrante.
Ad esso, ad una ad una s'accodava
la voce incerta, commossa delle vecchie.
Anche la mia vocetta s'innalzava
fino alle stelle dorate della volta,
gioiosamente la sentivo rimbalzare
tra le colonne candide di marmo:
parole antiche, storpiate ed ignorate
che ripetevo per ascoltarne il suono...

Il sacerdote celebrava il sacrificio
ed io attenta seguivo i suoi sermoni
di pecore smarrite e pastorelli,
di giardini incantati per i buoni.
Ma il sole, perforando le vetrate,
mi pungolava poi a fantasticare...
Le vecchiette s'avviavano all'altare
con compostezza, per la Comunione...
Diventavano un gregge diligente,
le colonne, montagne di granito
e il Cristo crocifisso sull'altare
un pastorello della mia stessa età,
a cui dare la mano per la corsa
in un'immensa, ondeggiante prateria...

Lo sguardo del giovane officiante
mi richiamava all'ordine d'un tratto,
lasciando intatta, dentro, quella pace
che mi faceva buona e ristorata.
A fine Messa mi lanciavo fuori
dopo un saluto frettoloso al Salvatore,
uscivo all'aria fresca della sera,
elaborando mille e più proponimenti.
Presto messi in disparte, per seguire
il pigolio d'una covata di pulcini,
riuniti in cerchio al limitar dell'aia...


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TANTI ANNI FA


La pentola gorgoglia ininterrotta
sul fuoco mai spento,
le pesche, ordinate sulla madia,
profumano l'aria...
Le mele ancora verdi
hanno
lo stesso acerbo sapore
d'una volta
quando, non ancora decenne
correvo, scoiattolo selvatico,
verso la collina,
catturando raggi di sole
fuggitivi nel verde...

E sui muri bianchi della cucina
i rami appena lucidati riflettono
i bagliori del sole
che, furtivi, entrano
dalle persiane socchiuse.

Fuori,
il bianco calcinato della strada
e il sole d'agosto
di tanti anni fa...

 

POMERIGGIO


Nel pomeriggio appena iniziato,
il caldo dalla strada saliva,
filtrando tra le persiane socchiuse.

Furtiva, anch'io entravo
disobbedendo agli ordini materni,
nella cucina da poco governata
dove il cotto bruciato dei mattoni
da poco lavati, riluceva.
Nell'aria quell'acuto odore,
nocivo alle mosche
e nel silenzio un fremito d'antenne
che s'agitavano...

In un angolo fresco, ben riposti,
cesti di frutta fresca e di dolciumi,
la cui fragranza nell'aria era sospesa...
Poi, col bottino stretto tra le mani,
la bocca piena ed un sorriso dentro gli occhi,
sul davanzale di marmo m'appoggiavo
cercando, invano, di carpire al sole
la scia setosa del pulviscolo dorato...

 

UNA VESTE COLMA D'ORO


Com'ero spensierata in quelle estati
che sapevano d'uve e melograni,
rubati ai campi sotto il sole ignaro
e divorati, il capo chino a terra,
incuriosita, incantata per un poco
da un frenetico andirvieni di formiche.
Il vento mi portava nenie antiche
che una vecchia dalla voce stanca
sussurrava, cullando un nuovo nato.

Nella calura di quei pomeriggi
io sola mi spingevo fuori al sole,
cercando il fresco, l'acqua d'una fonte
a cui rasserenare la mia sete.
Coi fili d'erba carezzevoli sul viso,
seguivo il sole scintillare tra le canne,
un maggiolino che arrancava su uno stelo
e catturavo iridescenti scarabei
che a casa avrei mostrato, trionfante,
come si fa con preziosissimi tesori.

Nascosta nell'intreccio delle piante,
le reste a volte alte più d'un uomo,
tra le cocche raccolte della gonna,
luminosi rosari, sgranavo una pannocchia.

A sera, poi, nell'aia ritornavo,
la veste colma d'oro rutilante
e nel fuoco appena divampato
gettavo una manciata di granturco.
Scoppiettavano i chicchi allegri, gonfi
che sbocciavano in bianche creste spumose.
Fatue scintille brillavano nell'ombra
innalzandosi lieve all'infinito,
mutandosi, alfine, in immobili astri misteriosi...

 


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HO RITROVATO


Ho ritrovato nell'aria
l'aroma denso, sugoso
del pomodoro che in un calderone
ribolliva
e s'animava al vento
come un drappo rosso
di velluto.

Cento bottiglie, intorno,
verdi o trasparenti,
piccolo drappello di soldati
allineati.

Ho ritrovato nell'aria quel profumo
pulito di ranno e d'acqua pura
mescolato all'odore del sole
e del vento
che faceva fremere
le bianche lenzuola di lino...

Ho ritrovato nell'aria
di oggi
dei ricordi
persi nel tempo...

IL LAVATOIO


La piazzetta incastonava il lavatoio,
la pietra viva, bianca, levigata
dove le donne chinavano la schiena,
insieme mescolando fatica e gioia.

Il tempo scorreva tra panni e racconti
affastellati in ampie, argentee conche
di cui anch'io al ritorno mi gravavo.

Poi, da un balcone all'altro,
uno schioccar di lini, di coperte
e di meste canzoni popolari...

Gonfie di vento vibravan le lenzuola,
erranti cavalieri misteriosi
che su destrieri alati conquistavano
castelli inerpicati sulle nubi...

 

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A MIO NONNO

RINCASANDO


Affannata correvo verso casa
intravvedendo, da lontano, sul balcone
la tua sagoma scura nel tramonto,
confusa tra i gerani e le inferriate.

Intorno alla tavola imbandita
tutti riuniti, in attesa, vi trovavo
e borbottando un Amen frettoloso
nel rituale del ringraziamento,
mi siedevo trangugiando già un boccone.
E di sottecchi ti scrutavo per capire
s'eri inquieto con me… Ma tu,
seduto all'altro capo della mensa,
complice, l'occhio mi strizzavi ed io,
con l'anima leggera, ti elargivo
un ampio, irrefrenabile, sorriso...

FAVOLE ANTICHE


Seduto sull'erba,
coi piccoli intorno,
mio nonno parlava,
la barba pirandelliana al vento.

L'ulivo stendeva i rami contorti,
argentea barriera contro il sole
del pomeriggio inoltrato.

Nell'aia serena,
la voce quasi sperduta narrava
favole antiche.
Ed io, la testa sui ginocchi
china, sognavo
un novello Prometeo...

IN CAMPAGNA


A volte ti strappavo la promessa
di portarmi con te per la campagna,
felice io ti saltellavo accanto,
stringendo tra le mani un libricino,
fiabe, leggende che m'avresti letto.

Il sapore del fieno lo risento
tutt'a un tratto nell'aria, sulle labbra
tiepido, intenso come lo sentivo
quando, stanchi oramai di camminare,
ci fermavamo sotto l'ombra d'un castagno,
riparo all'assolato pomeriggio.

Un filo d'erba tra le mani calde,
il libro aperto sulle tue ginocchia,
una storia iniziavi, poi divagando
m'illustravi la vita dell'inerme formica
che con fatica arrancava su una mano,
nomi strani di fiori, di funghi m'insegnavi.

L'ULTIMO ADDIO

Ho dato l'ultimo addio
al tuo corpo,
una volta fonte di vita e di sapere
ora fiume secco.
Gli occhi vivaci
in cui balenavano sorrisi,
lievemente ora s'appannano
e sembri sperso
in un passato remoto solo tuo,
mentre tenti di cogliere al volo,
candide farfalle inafferrabili,
nomi e fatti sfuggenti.
La nuca debole e canuta
china sull'omero, stanca,
il mento ed il profilo volitivi
perdono, in quest'abbandono,
l'impronta di forza e di fierezza.

Dov'è andata, maestro,
quella tua immagine spavalda
di vittorioso sannita
che teneva banco nei conviti,
con arguzia e mordente,
fra lo stuolo dei figli,
come te scanzonati, allegri,
mentre il tuo nome
come un grido di battaglia
risuonava, dall'uno all'altro capo
della mensa...?
Dove ti sei diretto,
ultimo eroe pirandelliano,
col tuo vestito bianco di panama
e gli occhiali azzurri
inconfondibili?

La scintilla che ti rendeva unico
s'è spenta e s'è conclusa, ormai,
la tua saga di scorribande
e lotte contro i mulini al vento.

L'ultima cena imbandiamo
vecchio mio, vecchio stanco
e leviamo i calici
per l'ultimo tuo brindisi...

UN RIFLESSO DI CIELO

 

La terra a cui non tornai
e una lapide, grigia ormai,
su cui il vento consuma
anche il tuo nome...
Ma tu puoi finalmente ascoltarmi.
Poichè nel timore d'annoiarti
o di fraintesi, mai ti parlai,
mai ti rivolsi le mille domande
ch'avevo in cuore
ed i perchè dell'infanzia
in me, inespressi, rimasero.

E l'ultima volta che ti vidi
non volli disturbarti
nell'assorto addio che davi
alla vita,
controfigura, ormai,
di quello ch'eri un tempo,
da cui, in cuor mio
penosamente,
m'accommiatavo.

Avrei voluto forse il nonno saggio
che si incontra nel libro delle fiabe,
che t'ammaestra sul senso della vita...

No, ti voglio ancora così,
ispiratore di nostalgie,
voglio ricordarti com'eri
con la tua sanguigna sete
di vita e di conoscenza.
Un riflesso di cielo sugli occhiali,
il cappello di panama bianco
in una mano
e l'ombrello nell'altra,
come una lancia tesa
a sfidare il mondo,
paladino d'avventure sognate...

ERA ESTATE

Al sabato, giornata di mercato,
la piazza brulicava, arnia impazzita
di gente forestiera e ridanciana
che si esibiva andando avanti e indietro,
con il vestito nuovo della festa.

Nel vociare fattivo, ininterrotto,
io silenziosa, osservando camminavo
tra il cangiante riflesso dei velluti,
le sete, i drappi, i nastri colorati,
le pezze di cotone a quadrettini
di cui mi vestivo in quelle estati
ed annotavo il sorriso soddisfatto
di quel rubizzo venditore di primizie,
che degli ortaggi raccolti nelle ceste
enumerava i pregi e la freschezza.

Un profumo agrodolce era nell'aria
di pietanze alla brace, succulente
e una nenia di suoni ripetuti:
"Peparuole, peparuole..."
Era estate...

IL MAGO DEL SABATO


Il mago del sabato giungeva,
inaspettato,
il seggiolino a righe in una mano
e la cassetta delle meraviglie
da cui, inesauribile, estraeva
fiori di tulle, nastri di cascame,
forcine, collane, pettinini,
ogni sorta di piccoli monili
che, trafitti dal sole,
destavan luminose scie,
balenii viola e d'argento...
E mentre li stendeva sulla stuoia,
con tono veritiero declamava
i mille pregi della mercanzia...

Affascinata dalla magica cassetta
m'avvicinavo, poi sceglievo un anellino
o un nastro, una pietruzza, un pettinino
e lo serravo nel palmo della mano
con l'illusione di stringere un tesoro.
Ora era mio, lo portavo lontano...

A casa, palpitante, ritornavo
ed in un canto sedevo a rimirarlo
ma lì, nella penombra della stanza,
la gemma ormai più non rifulgeva.
Nè sfolgorii, nè magie...

Delusa, allora, il viso tra le mani,
piangevo lacrime ardenti, disperate
che il mago del sabato neanche presumeva,
intento ancora a vendere illusioni,
a barattare sogni invece di realtà...

AL MERCATO


Tu col cesto di vimini sul braccio,
che fieramente sbandieravi al sole,
uscivi presto in quei sabato mattina
e con te, dietro insistenze, mi portavi.
E mentre tu mercanteggiavi, contrattando
sul prezzo troppo alto della frutta,
io mi fermavo ai bordi della strada
vicina a un venditore di merletti
che sistemava la cascata delle trine
e il tombolo migliore troneggiava
sul tamburello, puntato con gli spilli.

E mi perdevo dietro gonne pittoresche
di zingare disperse in mezzo ai banchi,
ad un muto richiamo poi riunite,
confabulando in quel dialetto ignoto
dai toni rudi, acuti, gutturali.
Con gli occhi ardenti, pieni di malizia
come gazze curiose e impertinenti
scrutavano la piazza e i mille oggetti,
cercando prede facili a rubare,
da trafugare poi all'accampamento.

Ti tempestavo allora di domande
a cui, tornando a casa, rispondevi
e nella mente intorpidita di stanchezza
confondevo il Mangiafoco di Pinocchio
con un terribile bravo del Manzoni
e ne facevo un capo zingaro ladrone
dal volto altero, segnato da ferite,
ricordo d'imprese leggendarie.
Su uno sfondo da opera verdiana
io immaginavo storie fosche, intrighi,
visioni di danze attorno ai fuochi,
riti pagani e carrozzoni erranti...


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GLI ORCHESTRALI

Il giorno prima della ricorrenza
ecco arrivare, finalmente,
gli orchestrali,
tirate a lustro le divise scure,
gli strumenti lucenti come l'oro.

Le grida dei fanciulli di vedetta
scoppiavano dall'alto dei balconi
come festosi fuochi d'artificio,
poi tutti in strada dove si formava
un piccolo corteo d'ammiratori,
che seguiva dappresso gli orchestrali
lungo i platani ombrosi della strada,
fino alla piazza, al palco illuminato.

Nell'aria già qualche acuto,
una tromba stridente, un'ouverture...

L'attesa, da giorni contenuta,
esplodeva in un viavai gioioso,
voci, risa, dolciumi e ricordini,
archi di luce sorti all'improvviso...
E un'ansia premeva dentro il cuore,
presagio d'eventi straordinari...

 


 

LA PROCESSIONE


Dalle finestre, dai balconi spalancati,
all'improvviso una cascata di coperte,
come corolle aperte verso il vento,
allegre coperte di merletto o di raso
con fiori grandi e ricamati o cifre.
D'un tratto una campana già vibrava
come ad un segnale convenuto,
un trepestio, un coro...
Anche sul mio balcone una coperta
di raso azzurro con un fregio d'oro
ed io in ginocchio spiavo tra le sbarre
il lento moto della processione,
m'inebriavo del profumo dell'incenso
che saliva e nell'aria persisteva,
insieme a quello vizzo delle rose
che i fedeli gettavano al passaggio
della statua di San Bartolomeo,
sorretta a spalle da uomini maturi.
Mentre il corteo s'avviava alla salita,
la sua veste rossiccia, mano a mano
diventava violacea in controluce,
poi solo un'ombra indistinta, quasi cupa...

Il sole dietro i monti già calava,
posando un lieve raggio sulla nonna
bianca regina d'un eterno inverno,
che poco prima già rabbrividiva
nella vestaglia candida, di seta
e un ultimo riflesso a te, nonno, giungeva,
nell'opulenza della tua barba bianca.

Da quella sorta di contemplazione
in cui ero immersa poco prima
rialzavo il capo e in te, incredula,
scoprivo il mitico re delle novelle
o un Babbo Natale sovversivo...


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A MIA NONNA


Poco rammento di te sempre malata,
costretta nel nero letto di ferro,
tra angeli e fiori dipinti.

Altro non trovo nel ricordo
che lo sguardo un pò severo,
un pò dolce, triste e tenero
a un tempo.

Quando a sera tornavo,
stanca di scorribande,
anch'io salivo a salutarti,
ma poi non sapevo che dire
ed impacciata scioglievo,
sulla coperta chiara di cotone,
un fascio di dorate ginestre.

E sul tuo volto bianco spiavo
il diafano apparire
d'un sorriso...


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TRISTE OCCASIONE

Una rosa rossa, fiorita per caso
sulla massicciata di ghiaia,
rabbrividisce e s'inchina
al rapido passaggio di questo treno
che s'insinua tra sagome sfumate,
imprecise, di pini e di monti.
Poche nuvole sparse
nei cieli disegnano
un pentagramma neroazzurro
su cui rari uccelli sfrecciano
a comporre
un malinconico slow...

Triste occasione, questa,
per tornare ora, dopo anni,
e ritrovarvi ancora uniti,
attorno a lui,
con quei volti tirati e stanchi,
quegli occhi arrossati...

E lui, che è solo andato avanti,
a prender posto ad un altro convito
ben più solenne,
non vorrebbe vedere nei vostri sguardi
questa tristezza spessa, opaca.
Vorrebbe solo che lo rammentaste
cosi com'era,
un pò scontroso forse
e di poche parole
ma con un grande cuore.
Vorrebbe solo che lo rammentaste
nei vostri variopinti racconti
d'estrose scommesse ed avventure
vissute assieme
in quella vostra comune gioventù
tormentata eppur trionfante...
Lui non vorrebbe
sapervi tristi...

 

A ZIO ALESSANDRO


È cosi triste questo pomeriggio
guardare i tetti di cotto e di lavagna
contro lo schermo di questo cielo grigio
e la pioggia improvvisa che ristagna
sull'arida terra del giardino...

Dentro c'e lui cereo, senza pensieri,
la testa composta sul cuscino,
le mani strette attorno al crocefisso,
come forse faceva da bambino.
Attorno, lo sguardo triste, fisso
nel vuoto, sua moglie, i suoi fratelli
compagni d'una vita, i più sinceri.

E il sole si disfa, laggiù, in brandelli
di luce, in schegge d'oro lucenti
che vagano in cielo, evanescenti...

GENTE MIA


Gente mia, che da anni non vedo,
non trovo il coraggio per guardarvi
ora, in età adulta per voi e per me.

In fondo non so se vorrei,
poichè potrei scoprirvi diversi,
tristi, lontani dall'immagine gaia,
­ istantanea intatta nel ricordi -
che ho di voi,
idoli della mia fanciullezza.
Fermi alla curva della gioventù
ed io, adolescente,
che vi guardo e ammiro
come miti dei giocondi, chiassosi,
a volte irati ma comprensivi.

Di voi conoscevo difetti e pregi,
ansietà e illusioni,
la risata di cuore,
la piega amara dello sdegno
d'un tempo.
Quelli d'oggi no, non li conosco.

Così, col pensiero mi chino
sui capi ricciuti e composti,
purtroppo già ingrigiti,
sui volti dove il tempo cesella
nuove forme, nuove sculture
imperscrutabili
e una carezza lieve vi depongo
con tutto l'amore che vi porto.

 

******

 

 

 

AL DI LÀ DEI MONTI


Ancora il cielo conserva
un incerto barlume di neve,
nel pomeriggio d'inverno.
Lontano, già rosso, il tramonto
s'affaccia sui sassi bianchissimi,
nei campi, nelle pozze d'acqua
mentre tutto è silenzio
sopra i paesini tutti uguali
e gli ulivi indomiti.

Non mi dà pace questo verde
insistente dove, gracili,
i faggi germogliano.

...Al di là dei monti, ormai,
è la mia gente
dal concreto,
ma pur dolce linguaggio.

 

 

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