Rubriche di
Patrizia Fontana Roca

CAMPALBRUTTO

 

di Patrizia di Cartantica

 

Questo sole di primavera come sempre riscalda il cuore  ma, allo stesso tempo,  riempie l'anima d'una malinconia che penetra  nel profondo, sottile e tacita e rievoca tristezze di cose non godute. Sembra  allora  che  si  affollino   le delusioni patite negli anni, le nostalgie di certi gesti incompiuti, di certi  sogni non realizzati…
Si raccolgono tutte là, Paolo, in fondo ai tuoi occhi bruni e comprensivi, le vedo galleggiare come piccole barchette di carta fragili, che alla prima ondata suscitata dagli avvenimenti della vita, vengono spazzate via d'un colpo...
Come il tuo sogno di pilotare piccoli aerei ultraleggeri,  di spaziare librandoti felice nell'aria, perso nel tempo e nello spazio, il tuo bisogno  d'eremitaggio,  i tuoi generosi slanci sentimentali, le tue ambizioni  giovanili  non realizzate, i tuoi affetti ed io. Io che ti ho deluso  sempre, che ti deludo ancora. Lo stesso accade quando i nostri figli - come tutti gli adolescenti - si comportano con incoerenza ed egoismo...
Basta un gesto o un moto impulsivo dell'animo, che tu non hai previsto, una parola di troppo e già il tuo viso si rabbuia, già scorgo nei tuoi  occhi  un lampo acuto di disinganno. Non hai ancora imparato che siamo tutti estremamente fragili, inclini alle debolezze, a volte senza volontà  dinanzi alle prove, agli allettamenti della vita, che non devi aspettarti dagli altri  ciò che ti sei prefigurato e sopratutto, mai  attenderti  più di quello che ti possano dare.
Ed ecco, come un cucciolo taciturno ti raggomitoli nello scompartimento ferroviario di questo treno che ci sta riportando a Roma, dopo le  vacanze passate a Campalbrutto. Forse è proprio  il distacco dal luogo natio,  da  quel mondo contadino così schietto e solare, che aggrava il tuo stato d'animo  e  ti sprofonda sempre più in una culla di malinconia quasi accogliente, ma in fondo triste.

Proprio da questa tua matrice da cui vai fisicamente allontanandoti, proprio  da questa tua terra che dà vita e vigore, sia pure con le sue asprezze, con le sue difficoltà, devi attingere forze e volontà per proseguire  nella vita  quotidiana senza cedimenti, se non quelli momentanei  dell'umore o delle circostanze.
Con la stessa  vigoria quasi centenaria di nonno Vittorio e la mitezza sottomessa che traspare da nonna Angiolina e da zia Mirella, con quell'aggressività giocosa di Renzo, di Tiziano,  di zio Azzurro, con quello sfrontato desiderio di sorridere che caratterizza  Fausto, Elena,  zia  Lola, con quella stessa, caparbia voglia di vivere di tutti gli altri, lì a Campalbrutto...

 

ALTRA ILLUSIONE

 

Qui la terra
dà pienezza e turgore
alla vita
e quella mia di ieri
già sembra lontana e irreale
astrazione,
quasi non vissuta.

Altra illusione è questa,
legata a limiti,
al tempo delle cacce
e delle messi,
alla natura amica o perversa.

Anche qui ci disabitua
al pensiero, al sentimento
e le parole scorrono
imprecise, a volte sterili.

Anche qui, la terra infedele
matura mutamenti,
transumanze,
sognando ruscelli e cieli
trasmigranti.

Ma il riso è un fiume
senz'argini
che nutre
l'aridità avara
dell'animo.

 

 

1.

 

La collinetta, lontana dall'abitato, è simile a tante  altre disseminate sulle alture intorno,  un rialzo appena abbozzato di terreno argilloso originariamente arido e nudo; forse per questo, la famiglia l'ha sempre chiamato Campalbrutto.

Su di essa s'innalza un parallelepipedo dai muri grezzi, il casolare, su cui una  vite faticosamente si arrampica, sostenendosi ad un’esile tettoia verde fino a formare un fitto pergolato; piccole finestre dagli infissi anch’essi verdi s'aprono su ogni lato e tre gradini di mattoni rossicci segnano l'uscio basso che dà direttamente nell'ampia cucina.

Dinanzi alla casa piccioni grigioargentei incessantemente divorano il becchime sparso a profusione sulla terra battuta e d'improvviso, forse spaventati dall'avvicinarsi d'un cagnolino o semplicemente da un soffio di vento impetuoso, s'innalzano all'unisono per rifugiarsi poi  nelle piccole case tra gli alberi.

Intorno, bassi cespugli di oleandri ed aiuole di fiori  tirate  su a stento per  l'andirvieni di cani e di galline, alberelli folti che però non ostacolano la visuale: oltre la rete che recinge l'aia, si stende  la  costruzione bassa e rossiccia dell'ovile dove le pecore, dopo il pascolo diurno, gonfie  di latte s'accalcheranno, in attesa della mungitura.

Allineati lì accanto, tronchi massicci che un tempo servivano come abbeveratoi ed oggi dominio delle grigie faraone chioccianti. Sul retro della casa arnesi e una grande varietà di oggetti dismessi, una fila di damigiane di vetro, una vecchia motocicletta, un carro abbandonato…
Più  giù, a perdita d'occhio, campi dorati di grano e di biada intersecati da macchie verdi o d'un marrone scuro ed acido che formano lineari geometrie; ad occidente, invece, basse colline tondeggianti come tracciate dalla mano malsicura  d'un bimbo e la macchia maremmana di arbusti intrecciati che si chinano su un tappeto erboso spesso ricoperto da ogni specie di funghi.
A destra, lontano, oltre un'infinita distesa  di campi, s'indovina più che vedersi, l’infinita distesa del mare...

Alla  casa si accede provenendo dalla provinciale, girando sulla sinistra, dove  un alto, solitario cipresso sembra esser nato a bella posta per segnalare la via da seguire. Si attraversa un ponticello sconnesso sotto cui scorre, a seconda delle stagioni, uno stentato ruscello  il cui letto è ora all'asciutto e solo qualche pozza d'acqua morta brilla tra i ciuffi d'erba scomposti dal vento e  i ciottoli levigati e bianchi. 
Una stradina formatasi con gli anni gira intorno ad  un'altura brulla: a destra un campo verde e rigoglioso su cui una quercia centenaria apre i rami  frondosi, a sinistra la vecchia fornace, più  su l'ovile ed il pollaio poi, più avanti,  ecco finalmente la casa lunga e di solito silenziosa.
In certi giorni di festa grande, invece, la casa era affollata di gente: nipoti, cugini ed altri parenti stretti - immancabili e ciarlieri, Gustavo  e Carolina - s'inerpicavano su per la breve altura per salutare i vecchi.

Quando arrivavamo noi c'era sempre qualcuno dinanzi alla porta che sembrava attendere proprio noi: era nonna Angiolina, la figuretta esile inquadrata  dalla cornice verde dello stipite, ferma sugli scalini dinanzi all'uscio, che subito ci veniva incontro festante ad aprire il cancelletto, si faceva avanti a darci il benvenuto e gli altri ci si affollavano attorno, contenti...  

NONNA ANGIOLINA

 

Con tenera cantilena
richiami
i piccoli animali da cortile
che accorrono,

i chicchi del granturco,
dorata cascata che erompe
dalle cocche giunte
del tuo grembiule.

La tua esile figura
si disegna
contro il muro grezzo
di mattoni
come un'iscrizione
antica di migliaia d'anni...

Attiva  e lucida, con uno sguardo vigile che in un attimo spaziava tutt'intorno, osservando ogni angolo dell'aia e più oltre, dietro  la rete che delimita la casa, lungo la strada  bianca che si snoda tra i faggi sino al diritto nastro asfaltato della via principale, nonna  Angiolina  era la prima  ad  avvistare, nell'aria ferma del meriggio che sapeva  quasi di  miraggi, l'arrivo d'uno dei tanti nipoti e quand'ancora la macchina si trovava sulla provinciale, non appena accennava a girare a fianco del vecchio cipresso, lei già dal rombo del motore ne aveva riconosciuta l'identità.

Il viso segnato da mille ruscelli di rughe che si raccoglievano sul collo  avvizzito, si rallegrava tutta alla vista dei giovani e dei pronipoti giunti a salutarla. Si dava da fare ad offrire quanto poteva, giocava  coi  bimbi  sull'aia,  facendoli partecipare alla rituale distribuzione  serale del grano e del miglio  ai volatili della fattoria raccolti davanti alla casa.

La nonna emetteva dei suoni di richiamo, dolci ma gutturali e con la destra aperta, spandeva la sua manciata di becchime: a frotte arrivavano intorno a  lei  le faraone grigie e petulanti, le galline multicolori dall'andatura disinteressata e  flemmatica, le  oche  che  giungevano in fila indiana con  incedere ondeggiante, flettendo il lungo candido collo...

Spariva tutt'a un tratto per pochi minuti eppoi, eccola riapparire da dietro l'angolo con le mani strette attorno al grembiule colmo di chicchi dorati che offriva ai bimbi; essi affondavano le mani in quel tesoro e la seguivano  compunti, curiosi e orgogliosi di quel compito.

Per ultimo arrivava, maestoso ma  scostante, l'unico gallo del pollaio che roteava gli occhi a spillo in qua e in là movendo a scatti la testa,  come volesse incutere nell'harem tumultuoso un po’ di sgomento e, non appena si rendeva conto che la sua tecnica dava  qualche  risultato, ratto allungava il collo e piluccava il terreno circostante cercando i chicchi più teneri e gonfi.

 Poi, pentito della sua meschinità, si ritirava in un angolo a scrutare, con quegli occhi terribili, che anche le sue galline consumassero un lauto pasto.

L'arrivo dei tronfii tacchini ritardatari, più  grossi di lui, lo metteva in fuga con la sua piccola corte e, ormai al riparo dai loro rostri  aguzzi,  eccolo di nuovo impettito e pettoruto, rientrare nel pollaio seguito dappresso dalle sue compagne...

I bimbi, indecisi ed impauriti, osservavano la lenta processione di animali che divoravano ogni cosa sul terreno, affascinati da quelle gole variopinte  ed avide, dai violacei bargigli dei tacchini, dai  versi  di  godimento  che   essi emettevano facendo vibrare i lunghi colli e, benchè  sollecitati dalla  nonna,  indugiavano, sembravano ritrosi a compiere anche un solo gesto.
Ma poi, resi più arditi dalle insistenze della vecchia,  aprivano le dita e gettavano svelti i chicchi ormai umidi per esser stati trattenuti troppo  a lungo nelle manine calde.

Gioivano a quel nuovo trastullo ed ora facevano a gara  per arrivare al grembiule ormai quasi vuoto, vi affondavano  le  braccine  per  afferrare più mangime possibile e con quel trofeo dorato tra le  mani  si spingevano fin quasi dentro il pollaio, rincorrevano i timidi pulcini, emettevano grida di gioia che, spaventando i volatili, li faceva allontanare e disperdere in mezzo ai campi, starnazzando rumorosamente... 

Si dà ancora da fare  Nonna Angiolina, più magra che mai, con quei capelli corti  che le disegnano il cranio piccolo, sfuggente: va in giro per l'aia e per l'orto,muovendo questa o quella cosa lì in terra, dispensando chicche ad animali, nipoti  e  pronipoti, ma ormai il suo è un andirvieni  insensato, un vuoto  passatempo per riempire i minuti, i giorni. 
Lascia che gli avvenimenti le scorrano addosso senza più scalfirla, senza più   quelle sofferenze di un tempo.
Dimentica volti e fatti e solo raramente i ricordi della sua vita passata  sembrano riaffacciarsi alla memoria. Anche i più cari nipoti, la nuora paziente e servizievole con cui vive e persino il vecchio con cui ha diviso per più di cinquantanni l'esistenza e che ancora si ritrova accanto nel  letto  imponente  nelle lunghe notti, le sono talvolta sconosciuti e le sembrano ostili.
Perché la realtà le appare troppo dolorosa: tra i  tanti volti sorridenti che l'attorniano, uno manca, il volto del figlio  morto non troppo tempo fa in un incidente stradale.
Anche stavolta non ci ha riconosciuti ma pure ci ha accolti con un sorriso  sincero ed un abbraccio e poco dopo, come ad un soprassalto di memoria, ci ha detto a mezza voce: "Quanto vi ho pensati!".
Si ferma tanta gente qui: parenti, amici, nipoti, vecchi conoscenti e lei,  benchè confusa, in alcuni ritrova qualcosa del passato, in altri lo sguardo di Azzurro, il sorriso di Azzurro, l'intercalare, un moto d'impazienza, un empito d'allegria...
Ora siede sulla traballante sedia impagliata poggiata contro la parete grezza di mattoni: la sua figuretta già scarna si ranicchia ancora di più quasi a sembrare infantile, quasi volesse nascondersi alla vista di tutti.
Ma già si rialza, frettolosa e come in preda all'agitazione per un qualcosa d'impellente da compiere, corre nell'orto ma già non rammenta più perchè ci stava andando così di corsa, si siede di nuovo accanto a noi, quasi sulla  punta della sedia come si fa in un luogo estraneo che ci incute soggezione. 
Siamo noi, appena arrivati, che la disturbiamo un  pò  con le nostre chiacchiere,  i nostri sorrisi, il nostro affetto che non riusciamo  a riversarle nell'animo chiuso.
Di tanto in tanto la sua mente prodigiosamente compie balzi all'indietro, sembra che la nebbia in  cui  vive  si sollevi e con un barlume di lucidità  ci  interpella: "Sentite le faraone come berciano?  A volte arrivano fin  sotto  la casa per chiedere il becchime..." ed un sorriso increspa la sua faccia rugosa.
Eppoi, indicando Mirella: "Ah, sì è brava, mi vuole un gran bene...". Si riferisce alla nuora che la accudisce e non le  fa mancare nulla e a cui la  vecchia, ormai spersa nel suo mondo nebuloso, s'aggrappa quasi fosse la sua unica certezza.
Sì, è proprio brava zia Mirella, ha un cuore immenso  e  delicato in  quella sua struttura un pò mascolina che però l'aiuta nella fatica giornaliera. È la  vedova d'Azzurro e forse solo lei Angiolina riconosce, per quel dolore che le accomuna. 

 

UNA VECCHIA

La vecchia siede,
dimentica del mondo,
sulla pietra grigia del portico.

Nell'aria risuonano
vicine voci di bimbi
e una campana lontana.
eco della sua vita passata...

Scuote il capo ai ricordi
e le rughe scolpite
sulla sua faccia
dal vento, dal tempo,
per un attimo si dilatano
a mostrare
una remota bellezza.

Rasserenata
dall'ultimo raggio di sole,
chiude gli occhi
e riposa...

Del vecchio a volte ha un pò di timore, come se si  aspettasse da lui un qualche rimprovero; ma lui la guarda con quegli occhi eloquenti in cui c'è rispetto e pena e a volte la chiama accanto a sè con una voce imperiosa e  dolente: "Donna...".
Lei quasi riottosa lo raggiunge lentamente e restano  così, senza parole, ritti e vicini a guardare  il  sole che tramonta nei campi e li ammanta  d'una  aureola dorata.
Lui, solido e lucido  appoggiato per vezzo al bastone nodoso con  cui ravversa le  pecore, lei fragile e silenziosa, le braccia inerti sui fianchi.

Il sole passa, nel suo inarrestabile cammino, su di  loro e li riveste d'un  pulviscolo luminoso che investe anche le foglie degli alberi ritti ai  lati  dei due vecchi, sulla treccia delle cipolle splendenti  sospese  tra  i  rami,  sui ciottoli bianchi che delimitano le aiuole...

Un altro giorno della loro vita in comune s'è quasi  compiuto, un'altra notte lunga e forse tormentosa seguirà, ma essi saranno l'uno accanto all'altra, ancora... 

 

 

 

2

Il crollo era avvenuto con la morte accidentale del loro primo figlio maschio, quello con cui vivevano alla fattoria da sempre, quello che insieme  a loro mandava avanti il lavoro e con cui avevano diviso giorni e notti di fatiche, di  soddisfazioni  e di delusioni.

… Era una pallida mattina di gennaio: l'aria tersa e limpida portava già nuovi profumi d'una primavera precoce e tiepida; la casa s'era destata all'alba,  quando Azzurro con indosso già i suoi panni da caccia - un lungo impermeabile  verde imbottito ed un cappello di pelo a sghimbescio sulla testa - aveva consumato in piedi una breve colazione, aveva staccato dal chiodo  dietro  la porta il suo fucile e s'era avviato verso il canile dove i migliori cani già fremevano ed uggiolavano per richiamare la sua attenzione.
- A chi toccherà oggi? - sembravano domandarsi con quelle voci acute e lamentose. - Prendi me, io sì che ci sò fare con cinghiali e lepri. Sono  forte  e  coraggioso - abbaiava Lampo, diritto sulle zampe nervose. - Ed io? - gli rispondeva di rimando Saetta – io sono  agile e corro più  veloce degli altri. Prendi anche me!

Azzurro s'avvicinò alle gabbie e ne fece uscire i  quattro migliori che, al sentirsi liberi in quella mattina luminosa cominciarono a saltargli intorno gioiosi,  lambendogli  la falda dell'impermeabile, percorrendo a gran passi  la distanza che li separava dal camioncino traballante su cui si sarebbero  lasciati trasportare sino al punto d'incontro con gli altri cacciatori.
Ma poi ritornavano presso il padrone fermo sull'aia  a gambe larghe che scrutava  nell'aria un segno, forse il rapido passaggio di volatili;  ma il cielo era immoto e si stendeva su di lui, dinanzi a lui come uno scenario irreale su cui il rosa, l'azzurro e il grigio tenero dell'alba s'intersecavano  e si fondevano in un continuo arcobaleno dai toni tenui, dimessi ma non per questo meno belli.
Gli alberi intorno vibravano ai refoli di vento salutari  e  freschi provenienti dal mare poco lontano e il gregge nel vicino ovile già si ridestava con belati sommessi e  prolungati, quasi a richiamare la sua attenzione.

 

Tra poco il vecchio sarebbe uscito dalla casa ancora  buia e avrebbe iniziato la sua lunga e solerte giornata e la vecchia, in piedi da un'ora  e già  intenta alle consuete faccende casalinghe, l'avrebbe salutato come ogni volta sostando un poco accanto al cancelletto di rete che chiude l'aia, tra le cui maglie  argentee s'insinuava un ramo d'oleandro appena fiorito nonostante la primavera ancora lontana.
Azzurro  si riscosse dai suoi pensieri, s'avvicinò alla piccola Ape verde, vi fece salire i cani e s'introdusse, lui grande e grosso, nel piccolo abitacolo mettendo subito in moto; la vetturetta sobbalzò, quasi brontolando a  quel brusco risveglio ma poi s'avviò per la discesa, per i campi ancora avvolti da una brina lucente e ghiaccia.
La figuretta gracile e silenziosa di Angiolina con la mano tesa nell'aria per un ultimo saluto si stagliava contro la cornice verde del cancello,  bruna ed informe contro il  chiarore dell'alba...

Nell'aria cheta, le voci degli uomini risuonavano allegre e concitate nell'eccitazione d'una nuova caccia, risate represse, l'abbaiare discontinuo  dei cani... era tutto un fermento che allietava il cuore.

Azzurro si unì agli altri che già attendevano nello spiazzo erboso parlottando per organizzare le squadre, le poste: ogni particolare doveva essere discusso con chiarezza e ci voleva tempo per metter d'accordo quegli uomini fatti, duri e a volte aggressivi, che s'amalgamavano a fatica coi giovani e con le loro idee, diverse a volte da quelle che per anni avevano seguito i vecchi ed ancor prima i loro antenati.
Infine, chiarito ogni particolare, Azzurro s'era diretto verso il suo veicolo parcheggiato alla bell'e meglio ai bordi della strada provinciale, per  sistemarlo al riparo dal sole, tra gli alberi alti ed ombrosi;  ancora  preso   dai discorsi di poco prima non s'avvide che una macchina di grossa cilindrata stava venendo giù a  tutta velocità, sbandando sull'asfalto reso viscido dagli umori della notte...

Lo scontro fu inevitabile e fatale per Azzurro, conficcato com'era nel piccolo abitacolo sempre troppo angusto per lui; non riuscì a gettarsi fuori  dalla  vetturetta presa in pieno che si ribaltò  più volte e lui rimase lì, inerte  e  crocifisso contro il volante, il cranio lacerato dalla lamiera del tettuccio...
Nell'attesa dei primi soccorsi, di un'ambulanza, lo  trasportarono a casa. La vecchia non voleva credere che quell'uomo in fin  di vita fosse suo figlio, l'omone grande e grosso che poco prima s'era allontanato per una battuta  di caccia; poche ore di separazione e poi  sarebbe ritornato felice,  sbandierando  le sue prede, raccontando nei dettagli i movimenti e le avventure dell'intero gruppo...

Non poteva esser lui, davvero, quello steso laggiù nella piccola stanza   d'angolo, rimpicciolito, sfilato. No, non era il suo Azzurro vitale  e  sanguigno, forse un pò cocciuto, che in fondo era un bonario gigante anche se spesso brontolava con quel vocione che impressionava  tutti.  Non era suo  quel  petto piagato! 
Azzurro aveva un torace brunito dal sole in cui veloci e guizzanti vibravano i muscoli, braccia tornite e forti che alzavano senza sforzo balle di  fieno e di grano e che frenavano l'incedere maestoso  e testardo delle  giovenche aggiogate all'aratro, deviandole verso altri stradelli nella  compagine scura della terra da preparare per la nuova semina...

Inutile era stato il trasporto all'ospedale di Massa, poi di Siena, gli interventi per salvare quel corpo che poi, senza vita, venne riportato nella  piccola casa campestre per l'estremo saluto.

La figura vestita di scuro giaceva ora sul letto nella  penombra della  stanza,  circondata da parenti e amici che continuamente si alternavano, affollandosi uno accanto all'altro nello stretto corridoio dove la vedova seduta su una  sedia  addossata al muro bianco, piangeva sconsolata.
Il profumo dei tanti fiori sparsi nella casa si mescolava, confondendosi  con  quello acuto e intenso della morte.
La vecchia, disperata, andava e veniva senza requie e senza scopo, entrava nella  grande cucina dove ora si sentiva fuori posto, oltrepassava  la  porta  e i tre  gradini e si ritrovava nell'aia dove altri gruppi di persone parlottavano a bassa voce e quasi si ritraevano al suo apparire, non sapendo come poter  lenire quello sguardo doloroso che da ore lei si portava stampato in viso.
Non badava nemmeno alla gente, non vedeva nessuno se non quel muro nero di sofferenza che solo a tratti si squarciava per lasciarle intravvedere qualche viso conosciuto, addolorato quanto il suo.
E quegli sguardi di comprensione e di cordoglio, anzichè darle sollievo, sembravano acuire la sua angoscia; si ritraeva allora in gran fretta ed  arrivava alla rete di recinzione, oltre cui solo  la strada bianca e i campi si  disegnavano con quei loro colori e contorni netti...

Ma la via diritta era quella su cui Azzurro aveva  trovato  la morte: ora le  appariva come un'orribile ferita che dilaniasse la distesa verde  dei prati e dei campi! Di scatto si voltava, arrivava sino alla porta del forno, una casupola in miniatura  dall'allegra facciata verde che nel cuore  dell'inverno veniva usata come legnaia, ma senza neanche poggiare la mano  sul  pomo dell'uscio, ritornava sui suoi passi, saliva i tre gradini, rientrava nella cucina affollata, gli occhi velati da un pianto trattenuto. Percorreva quasi di corsa il breve e scuro andito, si riaffacciava nella stanza dove giaceva il morto e si ranicchiava in un  angolo, diventando se possibile ancora più  piccola.
Le voci, preghiera o cordoglio, erano un brusio  ininterrotto e fastidioso che penetrava persino nell'ovattato diaframma di silenzio che ormai  la ravvolgeva tutta e inevitabilmente la riconduceva  alla dolorosa realtà.
E cercava qualcuno intorno a cui aggrapparsi senza  ricavarne alcun conforto, ma quella mano amica che le si protendeva era pur sempre qualcosa che l'ancorava alla terra.

 ...  La piccola chiesa era affollata in quell'ora del primo pomeriggio  invernale riscaldato da un tiepido sole; dalle lunghe vetrate entrava un soffuso chiarore che colpiva il Cristo crocifisso sospeso a mezz'aria la cui ombra s'allungava scarna a dismisura sulla nuda abside.
La bara, poggiata sul lucido pavimento di marmo, sembrava da sola riempire tutta la chiesa più della folla di congiunti e amici stretti l'uno accanto all'altro, ancora increduli, per assistere alla cerimonia funebre.
Il parroco della sperduta frazione di campagna, non abituato a tanta gente, nemmeno nelle feste comandate, da anni non aveva avuto un simile, affollato uditorio. 
La società contadina che vive in questa zona ha  sempre  condotto, almeno sino a pochi anni fa, una vita dura, un'esistenza di stenti e sacrifici, di fatiche e di delusioni, ha sempre avuto  mani callose e screpolate dal lavoro e dalle intemperie, ha sofferto la siccità dei campi, i magri raccolti, le malattie dei figli e del bestiame.  Il mondo  esterno, in cui il progresso procedeva a grandi passi, l'ha tenuto quasi volutamente nell'ignoranza e nella necessità  per servirsene in alcuni casi come arma  politica. Così, l'ideologia comunista ha proliferato su questo terreno ben preparato e con  essa le tendenze anticlericali che hanno portato questi uomini a sfuggire la chiesa e i suoi pastori, molti dei quali non sono stati forse capaci di infondere coraggio e speranza in questi cuori, in queste menti così legate al quotidiano, alle cose terrene da non aver nè tempo nè pazienza, nè  sollecitazioni per ascoltare la parola di Dio.
E contro di  Lui, che veniva mostrato dalle ideologie, incomprensivo ed ingiusto ha lanciato i suoi anatemi, le sue bestemmie, ritenendolo - nell'ignoranza - responsabile delle sue miserie.

Ed ora, al prete anziano, piccolino, dal capo quasi calvo sopra una faccia tonda e buffa da caricatura, non pareva vero d'avere una così numerosa assemblea  cui  rivolgere il suo sermone. 
Preso dalla foga oratoria s'era infervorato in ammonimenti, lasciando intravvedere castighi futuri, alzando il tono della voce in acuti esacerbati che  improvvisamente avevano subito un'impennata quasi esilarante poiché, a causa della dentiera mal applicata, aveva incespicato nelle parole in qualcuno dei momenti più forti.
E tentando di restituire forza al discorso, stava quasi rimproverando il  povero   morto indifeso, impossibilitato a discolparsi, inchiodato com'era a quella  bara  costosa ed istoriata, simile a Gesù stesso sulla Croce.
Ma il Cristo sospeso al soffitto aveva il capo rivolto verso Azzurro e col suo sguardo benevolo sembrava quasi scusarsi per la troppa severità e  lo  zelo inopportuno del suo servo; le Sue braccia aperte promettevano a tutti perdono  e salvezza.

La bara uscì dalla chiesa portata a spalla dai nipoti più grandi che con lui avevano vissuto l'adolescenza dividendo giornate di lavoro e di allegre  battute  di caccia al cinghiale e ai fagiani.
Lentamente depositarono quel greve fardello sulla  nera macchina che  precedeva  il corteo diretto al cimitero della più vicina cittadina, dove  Azzurro venne interrato accanto ad altri morti, tra un'effimera cappella di marmo e l'umile croce piantata sull'umida terra, in uno spazio ristretto, angusto per la sua corporatura da Titano...
Ma ormai non avrebbe rimpianto la vastità delle sue campagne né l'aria tersa delle mattine, né albe rosate nè infuocati tramonti: per lui stavano per aprirsi le immensità dei Cieli...

Il vecchio e la moglie sono rimasti attorno alla casa con una  anziana parente, non  sono  abituati alla città e qualcuno deve pur rimanere a bada delle cose  anche  se il dolore è troppo grande.
La vicinanza ed il contatto con la loro terra lenirà forse un poco il loro tormento.

È ancora il vecchio il capo di casa, ora, se ne assume il  peso senza esitazioni e mentre s'accora per quella  assurda  morte  che non dà  requie al cuore, si fa forza, raddrizza le spalle per non sentire il  peso degli anni e mentre gira per casa o nell'aia, senza aver nulla da fare, oggi, si   rende conto che la primavera è già nell'aria e che presto ci sarà da lavorare.

E sarà lui a guidare la mano inesperta del nipote che fino ad ora non ha pensato ad altro se non a godersi la sua gioventù; c'è ancora bisogno  di  lui lì alla  fattoria, della sua esperienza e dei suoi consigli, non può cedere proprio  adesso, nè dinanzi alla morte del figlio, nè dinanzi agli inevitabili  acciacchi dell'età

 

ADDIO AD UN CACCIATORE

I piccioni svolazzano quieti...

Il vecchio attende
alle agresti fatiche
ed in sè trova,
oltre il dolore incredulo,
ancora il coraggio di sperare
nell'imminente primavera.


Per te, Azzurro,
niente più cacce,
niente più canizze,
nè albe appena soffuse di rosa
quando, la macchia complice,
tu t'appostavi in attesa
d'inermi ma selvaggi cinghiali
o per stanare altre bestie
(una volpe appena uccisa, ricordo,
la pelle rossiccia tesa nell'aia

Grida acute nell'aria,
antico rituale,
e tu per primo fuori,
agile benchè pesante,
all'inseguimento,
col tuo berciare
rozzo, alle volte,
ma necessario ad aizzare la muta
addestrata, obbediente,
a temprare alla pazienza, alla fatica
i giovani nipoti ancora impulsivi.

A fine caccia, intorno li riunivi,
agli uni e agli altri
dispensando in premio rudi carezze

Attenta, la vecchia spia
l'arrivo d'ogni nuovo
consolatore
poi, di nuovo smarrita
nella cruda realtà,
cerca inutile conforto
in un andirvieni sconnesso.
tra l'orto e la casa.


Dietro la collina di nubi rosse,
quasi un tramonto africano,
la notte sarà per te,
Azzurro, un nero sudario.

su questo scenario irreale,
svolazzano ancora...

 

.

 

3

 

… Ce ne andiamo salutando tutti e a bordo della  macchina  ci avviamo  verso  la discesa, quasi scivolando pigramente tra le sponde di terra ai cui lati s'allineano i campi ora verdi e rigogliosi.

Da lontano riconosciamo la  sagoma  di nonno Vittorio che, forse stanco s'è seduto su una lunga asse di legno ed ecco là anche il cipresso ritto sulla strada.  

Quando sente il rumore del motore il vecchio s'alza e s'appoggia per  maggior  stabilità ad un  bastone ricurvo,  trovato  per  caso nella macchia tutto incrostato di scorza rugosa e dura, la cui anima liscia e lucente egli ha portato alla luce, levigandolo con infinita pazienza per un intero pomeriggio.

Nonostante l’età avanzata è diritto e nodoso anch 'esso; da sotto la falda del berretto che porta sempre per ripararsi dal sole, ci guarda con quei suoi piccoli occhi vispi  e con la testa accenna ad un saluto, tornando  ad accudire ancora al suo  gregge:  sa che domani saremo di nuovo qui e ciò gli basta, non c'è bisogno di molte parole.

Ed è un uomo schivo, infatti, che s'allontana da  casa presto ogni mattina con le sue cento pecore, il cane, il bastone, una vecchia borsa e,  quando  può un quotidiano da leggere e da commentare tra sè ad alta voce.

Conosce a menadito ogni palmo della sua terra e i suoi animali, pecore e cani che si sono susseguiti negli anni, ognuno con una sua distinta personalità, con un suo nome proprio.

Anche se poi i nomi si ripetono puntualmente al passaggio d'ogni nuova generazione: così ci sono  stati e ancora ci sono innumerevoli Battaglia e Musetta tra i cani preposti ad accompagnare e curare  il gregge nel suo peregrinare, dinastie di pecore dal nome Pallina e Bianchina, ma di ognuno ricorda difetti e pregi personali.

Per abitudine, il nonno si sveglia all'alba,  quando albeggia appena e tra gli scuri accostati delle finestre senza persiane – solo un riquadro incorniciato da una lista di legno verde brillante - un chiarore soffuso s'infiltra e si fa forza a trattenersi ancora un poco nell'ampio letto, perchè ora non è  più così necessario alzarsi  presto... ma poi, non ce la fa più a star disteso e  s'alza, si dà una rapida rinfrescata, fà una piccola sosta  nella  cucina ancora  buia, accende il fornello per riscaldarsi un goccio di caffè che  lentamente manda giù,  scrutando dalla finestra e aspettando un segno dell'apparire del sole.

Deposta la sua tazza sull'acquaio, prende il cappello, cerca nell'angolo il suo bastone e la bisaccia - già pronta dalla sera innanzi - appesa al chiodo dietro la porta e finalmente è fuori  a respirare l'aria fresca della  mattina, diretto verso l'ovile dove anche le bestie sono già irrequiete...
Le albe della sua fanciullezza non erano forse dissimili da  queste, la luce  così incerta ancora, il sordo richiamo degli animali presto svegli nell'ovile. Si alzava svelto, indossava i pesanti panni, nella bisaccia allora nuova deponeva un  pò di pane avanzato dalla sera precedente - a volte neanche quello, ma si accontentava di bacche e frutta che trovava per la  strada - e via nei campi, sulle alture, per gli stradelli, libero e felice, al trotto con le sue pecore e il suo primo cane­ guida.

 ... Eccolo ancora qua attorniato dal suo gregge, che si avvia nel sole  cocente  del pomeriggio verso qualche pascolo dove esse troveranno nuova e fresca pastura. Lui siederà su di un masso di poco rialzato da terra, sotto una quercia che distribuisca la sua ombra protettiva e fresca; fisicamente solo è finalmente sereno, completamente pacificato.
Sperso nel verde, a contatto con la natura, la testa eretta, gli occhi fissi al cielo, si sente un tutt'uno con l'universo, con gli alberi diritti e sottili  che pongono limite all'irruenza del fiume, con le sue miti bestie che  pascolano  pacatamente accanto a lui, col cane che non l'abbandona un attimo.
E finalmente trova requie agli affanni quotidiani, alle preoccupazioni, al dolore di vedere non più in sè la sua compagna che forse al ritorno non lo riconoscerà neppure, persa com'è, ormai, in un mondo tutto suo.

Compirà novantanni il prossimo settembre ed i nipoti, a sua insaputa, stanno organizzando una festa in suo onore.
La stalla sarà addobbata con lampioncini di carta, piante e fiori diromperanno dai vecchi abbeveratoi dipinti di fresco e un lunghissimo tavolo accoglierà l’intera famiglia al completo per questa che sarà una di quelle riunioni da ricordare  nel tempo.
E sarà un susseguirsi di tipiche portate toscane: crostini ai funghi e fegatelli, zuppa di pane e verdure oppure un bel piatto di pasta fumante con sopra un sugo squisito di interiora di pollo, arrosti misti, il vino nuovo scorrerà limpido e fresco nelle gole accaldate dal troppo ridere  e  parlare.
Nelle pause, da un capo all'altro della mensa s'intrecceranno battute frizzanti e i numerosi brindisi verranno accompagnati da spiritosi mottetti all'indirizzo del vecchio che sarà al centro dell'attenzione, con gli occhi lucidi dall'emozione, dalla gioia...
E tutto ciò darà alle sorelle Materassi - così la famiglia chiama Adele, Lola e Amaly - che spesso si riuniscono a spettegolare bonariamente sugli altri componenti, un valido argomento per spigolare più e più volte.
Ma è molto difficile darla a bere al vecchio che ha subdorato ogni cosa e fa le viste di non saperne nulla, per non sciupare il sorriso che si dipingerà sui volti di ognuno.
I suoi occhi acuti annotano ogni sguardo d'intesa, ogni movimento ed un lampo felice gli brilla nello sguardo, per assopirsi subito e continuar a far finta di niente.

.  ..Inatteso  è arrivato un camioncino arancione, una piccola Ape come quella su cui morì zio Azzurro. È carico di pane di ieri che l'uomo  sui cinquanta alla guida, gestore d'un piccolo forno nella vicina cittadina, è solito destinare gratuitamente ai polli e ai cani della fattoria.
Saluta quasi con deferenza il vecchio appena uscito  dalla stalla al rumore del  traballante veicolo, mentre zia Mirella viene avanti al richiamo del nonno e s'insinua quasi nell'interno del camioncino, ritraendosene con le braccia stracariche di grandi corone circolari e panini all'olio ancora fragranti che porta in casa. La stragrande maggioranza,  invece, è andata a finire nella stalla ad uso e consumo degli animali.
Finito di scaricare, l'uomo entra per accettare un bicchiere di vino,  salutando  gentilmente tutti; indossa la tipica giacca di panno verde ed un vecchio cappello  dello stesso colore.
Assomiglia sorprendentemente a zio Azzurro: stessa altezza, stessa corporatura e persino nel viso dei tratti simili... ma ha un'altra voce, un altro modo di fare più pacato, mentre elenca i pregi di quel pane morbido e saporito che andrà bene per qualunque piatto: la bruschetta con un filino di buon olio d'oliva, la zuppa  di cipolle, quella di fagioli e bietole...

Entro insieme al nonno nell'ampia cucina in cui sono  sospesi intensi vapori di cibo che cuoce su una moderna cucina a gas, ad accensione automatica. Ormai ci si è dimenticati della vecchia, goffa cucina a legna di ghisa bruna, il cui tubo grigio correva sui muri formando un'ansa bizzarra.

Julie, l'ultima cagna beniamina della casa, ci saltella  intorno attendendo  qualche carezza.
Prima di lei c'era la Chicca, un cocker  nero, affettuosissimo, che riusciva  a sciogliere anche la mia freddezza  - non solo verso gli animali che vivevano nella fattoria  ma di tutte le specie viventi - così come sua madre, chiamata anche lei Chicca…

Il nonno non è capace di star fermo senza far nulla: eccolo di nuovo nell'aia che va e viene, ora accudendo ai suoi cani, ora ravversando la lunga  canna  che porta acqua all'orto, sempre lucido e attento ad ogni voce che provenga dalla casa o dall'ovile o dai campi lontani.

Veglia sui figli, sui nipoti, sui pronipoti che sente ancora affidati alle sue forze e sulla vecchia  moglie che, purtroppo, non ci sta più con la testa.
Solo nei giorni di festa, appena dopo il pasto di  mezzogiorno  si ferma un pò e  siede sulla vecchia sedia impagliata, là fuori della porta, sotto la pergola verde che lo ripara dal sole.

Se ne sta lì immobile a crogiolarsi con gli occhi  chiusi... forse ripensa  alla   sua giovinezza...  Quanti  giorni, quante ore sono passate?  Giorni che  sembravano tutti uguali allora, giorni di fatica  e di sudore, di cui rammenta con nostalgia e stupore - davvero sono passati tanti anni? - l'allegria delle fredde sorgenti di montagna,  il fresco benessere d'un sorso d'acqua, l'acciottolio degli zoccoli su per le strade scoscese, il sole che sbiancava le strade polverose senza riparo, per chilometri.
E quel silenzio greve, intenso, pregno della voce della natura, che permeava ogni paesaggio intorno dando un senso speciale ad ogni arbusto, ad ogni sasso, ad ogni sospiro del vento.

La stufa nel buio corridoio è accesa e riscalda le stanze da letto, ora tutte a soqquadro tranne quella del nonno dove, nella penombra, tutto sembra in ordine perfetto.
È una vera giornata di primavera e il verde è accogliente,  anche se un pò secco  poichè da mesi non piove.
Il vecchio non è molto lontano dalla casa, basta scendere il breve viottolo che  costeggia le gabbie entro cui soggiornano i cani da caccia che latrano al mio apparire, dapprima furibondi poi sempre meno aggressivi, ripresi dalla  voce del nonno.

Fatti altri pochi passi, me lo trovo davanti, diritto in tutta la sua piccola statura, solido nonostante gli anni appena compiuti, poggiato al solito  bastone,  in testa un bel cappello di vigogna grigio chiaro con un bordino verde tutt'intorno ed una piumetta che s'agita al vento del primo pomeriggio.
Si china verso di me per ricevere il mio saluto e  darmi  il  suo: sotto le mie  labbra la sua guancia è pungente di barba e nervosa per quel gesto d'affetto  che desidera ma che il suo pudore frena. Ma ritrova il suo solito controllo e  già s'avvia verso la piccola discesa che prelude ad un'altura erbosa su cui sta  brucando il suo  gregge,  facendomi  cenno che posso seguirlo.

Poco distante dall'ovile, sulla destra di fronte alla casa, s'apre il piccolo porcile ormai vuoto dove giacciono ora accatastate mille cose in disuso che, prima o poi, forse torneranno utili. Mentre vi passiamo accanto il nonno mi racconta di qualche anno fa, quando  invece vi grufolavano, scorbutici e sudici, i maiali che prolificavano  in  quello stretto spazio e si nutrivano d'ogni cosa che veniva dato loro. 

All'approssimarsi dell'inverno, si pensava alle provviste e si uccidevano i  più grossi,  i capofamiglia. Era quello un altro grande  avvenimento, un altro di quei riti che vedeva radunata tutta la famiglia perchè servivano  molte braccia: c'era da scuoiare gli animali, da raccogliere il sangue, il grasso, da preparare  salsicce, salami, prosciutti, sugna, buristi, sopressate...
Per far crescere più corpulenti i maiali si cercava di ingozzarli il più possibile sin da piccoli, poi si procedeva ad un'operazione quanto mai barbara simile in atrocità a quella riservata alle oche allevate per la  produzione del  fois gras, che vengono inchiodate a terra affinchè aumentino di peso. Insomma, i malcapitati maialetti appena nati venivano subito castrati.
Una mattina, di buonora, giungeva il castrino - così si chiamava l'uomo che  effettuava tale lavoro - col suo birroccio traballante ed una faccia impenetrabile come se nascondesse chissà quali terribili segreti e si metteva  all'opera con un paio di cesoie affilate. I poveri maialini, fiutavano all'istante odor di guai e recalcitravano verso l’interno del porcile, nascondendosi dietro la sagoma massiccia della scrofa che, inutilmente, tentava di proteggerli. Poi venivano afferrati da quelli di casa che attirata fuori la madre, blandendola con bocconi succosi,  li consegnavano al castrino affinchè procedesse all'operazione. 
Le loro strida si facevano acute e incrinavano irrimediabilmente  la gioiosità della  mattina, perchè poi i malcapitati continuavano a lamentarsi per ore. 
Ma anche questo, come sempre, rientrava nel gioco della esistenza, della natura. La vita, il dolore, la morte e la gioia non erano che sfaccettature, accadimenti inevitabili di una trama già tracciata dalla mano del Creatore: dovevano avvenire e dovevano essere accettati con rassegnazione, con furore, a seconda delle indoli, così come si accettavano le calamità naturali, gli incendi, la  moria delle  bestie, la nascita di un altro figlio da sfamare..
Sì, in alcuni casi, si poteva cambiare il corso degli  eventi ma i risultati spesso non erano quelli previsti e di nuovo si ritorcevano contro chi impunemente aveva tentato di mutarli. Meglio era chinare la testa al volere del Cielo, rimboccarsi le maniche e  continuare a rompersi la schiena contro le zolle rese dure da una siccità. Prima o poi la Provvidenza avrebbe lenito dolori e frustrazioni, concedendo pause   di serenità e d'allegria...

Andando su per la collina, a ridosso dei campi, su vaste zone erbose, decine e decine di arnie,  piccole costruzioni di assi di legno che ospitano api allevate in colonie per la produzione del miele. Intorno è tutto un fiorire di piante di acacia, gelsi ed arborelle e negli anfratti di quei tronchi antichi, da sempre si fermano sciamando da altri luoghi, prolifiche famiglie di api brulicanti che in fretta costruiscono i favi, invisibili quasi ad occhi inesperti.

Ma il nonno li scopre subito e quand'è il momento, con addosso grossi panni e coperto di guanti e scarponi in pelle, s'infila un curioso copricapo formato da fitta un'intelaiatura di assicelle di legno che sul davanti  reggono una reticella finissima che permette  di vedere ma che impedisce alle api di penetrare e pungere qualche parte delicata del viso - e s'incammina  verso gli alberi che nascondono quella dolce riserva.

Con delicatezza stacca i favi che vengono portati agli alveari entro cui, con estrema cautela, le famiglie di api vengono fatte traslocare. Per un pò  non  accade nulla poi, improvvisamente in quelle casette nuove s'avverte il  brulichio di vite in movimento, il viavai spedito di mille messaggere operose...

Qualche tempo più tardi i "mielari" verranno tolti dalle casette, carichi di miele e di cera e passati nella smielatrice che ne dividerà i due  componenti:  da  una parte s'addenserà la cera che verrà più tardi fusa  nuovamente  per essere utilizzata in vari modi, dall'altra, invece, uscirà il denso liquido dorato.

Simile ad una cascata, scenderà molle ed invitante, riempirà i contenitori  preparati a tal scopo, una parte dei quali verrà poi venduta.  L'altra, quella che servirà per gli usi di casa, sarà deposta sugli scaffali del piccolo  magazzino, in alto in alto in modo da non essere troppo a portata di mano  dei ragazzi...

Ai preziosi barattoli si attingerà a piene mani a tempo debito, per un dolce o per lenire qualche mal di gola ricorrente…

Siamo arrivati sulla collinetta: a me tremano già le gambe per la fatica, il nonno invece non ha neanche il fiatone. Mi guardo intorno: sul prato stentato, sotto l'ombra degli ulivi, si raccolgono  frotte di pecore dal vello marrone di terra che sembrano confabulare.  Staccate dal gruppo, altre giacciono sotto  il sole  con  accanto  piccoli agnelli neri ancora malfermi sulle zampette magre. Alcuni tentano qualche passo, si staccano dalle madri  e si sperdono nel prato che sembra ora immenso per loro.

Lunghi, tremuli belati s'innalzano nell'aria e il vecchio, allora, trotta svelto verso uno di essi, col bastone lo incita ad alzarsi: il piccolo si tira su a fatica sulle zampe tremanti, lo segue senza indugi, pestando le sue orme, finchè egli non lo conduce presso la madre che s'affretta a lambirlo dolcemente  come a dargli il bentornato.
Il cucciolo, invece, quasi per reazione alla paura di poco prima, diventa  aggressivo e s'avventa contro la mammella gonfia di latte della  madre e subito rasserenato ed avido, inizia a succhiarla. Quando li ha tutti ricondotti alle madri, il nonno prende il  comando del gruppo  e  con  vigore  s'avvia  su  per  la piccola erta verso il campo più ampio su cui potranno brucare a piacimento.
La sua sagoma si fa ancora più piccola per la lontananza, sembra la figurina d'un pastore d'un presepio.
Oggi con lui non c'è Musetta, il fedele cane da pastore che finora non ha mai  mancato di seguirlo "È vecchia, è vecchia come me..." fa il  nonno, con un sorriso tra il divertito e il rassegnato...

La nonna, invece è in casa e siede quasi immobile sul largo divano posto di fronte alla porta. Si lascia salutare senza la minima reazione o emozione: nipoti e pronipoti,figli e figlie - di cui non riconosce se non le fattezze esteriori che forse le sono abituali, ma nulla di più - sono per lei solo figure che fanno parte del quadro familiare.

Di tanto in tanto chiude le palpebre sopra le orbite affossate nel viso che s'è fatto ancora più  minuto e solcato da una rete di rughe fittissima, quasi una  maschera imperscrutabile e antica, il suo sguardo è perso in un tempo indefinito: passato e presente si confondono in un'altalena continua, creando  un mondo di immagini senza tempo.

Poi si risveglia sollecitata dal presente, dal passaggio della pronipotina che  le gironzola intorno o dal fuggevole bacio restio d'un qualche parente. Si erge sul busto e fissa lo sguardo verso la porta da cui, oltre la rete contro le mosche s'intravvede un piccolo spicchio di cielo; s'alza e s'appoggia contro di essa con gli occhi persi oltre l'aia, costeggia i campi rinverditi, gli  stradelli che s'infiltrano nella macchia, guarda verso  le  colline dietro cui il sole sta  calando in un'apoteosi di rossi abbaglianti.

Si fa coraggio e sguscia fuori appena la porta si apre, si ritrova tra le cose a lei familiari  disseminate nell'aia, tra le pietre che circondano la piccola  aiuola dove qualche fiore ha fatto la sua apparizione, tra le galline che bisbetiche  oltrepassano la staccionata e becchettando s'inoltrano  sul terreno, tra i  voli ossessivi dei colombi...

Da dietro la rete dell'aia, i due vecchi - ora riuniti - osservano un po’ inquieti una massa bianca che si contorce nel verde dei campi.
Silenziosi, senza scambiarsi una parola, girano intorno alla casa e s'avviano, con passi sicuri e cadenzati, nel folto prato che s'estende dinanzi a loro, lui poggiandosi all'inseparabile bastone, lei reggendosi al braccio del vecchio che le dà sicurezza. Indossano i soliti vestiti d'ogni giorno - li ricorderò sempre così - lui con la camicia di flanella o cotonina a quadri, secondo la stagione, un gilet di panno stinto e atticciato, un paio di pantaloni senza un colore definito e l'immancabile cappello di feltro che lo ripara dal  sole  e gli segna una riga bianca a metà fronte. Lei invece indossa un vestituccio nero a piccoli disegni bianchi e sembra più esile che mai in quello svolazzio di pieghe intorno al  corpo già magro.

Sono accorsi, entrambi affannati a portare aiuto ad una pecora che deve figliare... eccoli, hanno già raggiunto il punto bianco in mezzo alla piana. È dalla mattina che la bestia, malsicura sulle gambe deboli s'è allontanata dal  gregge, col ventre gravido che le toccava terra e s'è nascosta  alla vista delle altre pecore e degli uomini, per portare a compimento da sola ciò che  la natura le impone. Ma forse qualcosa non va...

I due vecchi, che d'esperienza di bestie e di cristiani ne hanno avute tante, calcolano che è già passata per l'animale l'ora in cui avrebbe dovuto sgravare e sono arrivati ora a portarle, con il loro aiuto, un pò di sollievo.
Le mani esperte vagano sul corpo della bestia, consapevoli  e sicure e poco dopo,  difatti, un belato doloroso segna l'acme del travaglio e del parto. Subito dopo, così flebile da essere percepito a malapena, un lamento come di bimbo e una  piccola macchia scura compare accanto alla massa bianca della madre.

È un agnellino piccolo e delicato, perfetto in tutte  le sue membra, che giace nell'erba quasi compiaciuto dei suoi sforzi. La madre, ancora dolente,  è accasciata accanto a lui ma, fiera rialza la testa candida a guardare con  orgoglio il nascituro.

I due vecchi stanno ritti accanto a lei, l'uomo s'asciuga il sudore che gli cola  giù dalla fronte con un fazzoletto anch'esso a quadri, poi sussurra qualcosa  alla donna; dopo un ultimo sguardo alle due bestiole, s'allontanano  eretti e soddisfatti, l'una appoggiandosi all'altro, traversando il mare verde d'erba  che stormisce al vento fresco della sera.

Il sole s'attarda sulle colline circostanti e lambisce le loro figure aggraziate che a me, ferma dietro la rete di recinzione, sembrano due statuine di porcellana di Limoges...

IL PASTORE

La faccia scottata dal sole,
battuta dalla pioggia,
un corpo ancora vigoroso,
nonostante gli anni,
il vecchio pastore
poggiato sul rozzo bastone
scruta nel verde,
cercando un facile pascolo
al gregge.


Finalmente un mare d'erba
che si culla al vento,
una sorgente chiacchierina
a cui dissetarsi,
una quercia ombrosa e amica
sotto cui sostare.


Un fischio nell'aria
ed ecco Musetta,
che ha compreso al volo,
lo precede, scortando
il gregge irrequieto.


Il vecchio siede, divide il pasto
con l'inseparabile amica
e intanto lo sguardo
gli spazia lontano...

Poi, stanco, s'appisola un poco,
persuaso della presenza vigile
della cagna fedele.


Solo un coro di grilli
disturba la quiete
e il brucare delle bestie
mai sazie...

 

 

 

 

4.

 

L'impatto con questo mondo campestre non fu facile a tutta prima, per me vissuta sempre in città - solo qualche breve boccata d'aria in un paesetto di  montagna - profondamente immersa nella vita caotica di Roma, in cui sono nata  e vivo.
Ma non appena sfrondate le resistenze esterne e superate le difficoltà oggettive di un vivere secondo altre regole, mi scoprii ricettiva al richiamo  di  quella terra, dei suoi abitanti, delle sue piccole creature.
Ero vestita in modo inadatto, un rosso abito di lana, corto - anche allora andavano di moda le minigonne - un paio di scarpe col tacco e  tutte le prevenzioni che mi portavo dietro...

Ma i nonni e gli altri, mi accolsero con subitaneo affetto e mi colmarono di  attenzioni, mentre zia Mirella cucinava per me succulente braciole d'agnello che arrostiva su una grande graticola posta al centro dell'aia, intorno a cui s'affannava, accaldata e solerte, affinchè si rosolassero alla perfezione.
Insomma, perchè non  mi  mancasse nulla, tutti mi stavano intorno con quella loro semplicità e quella loro naturale allegria che riempiva l'animo d'una intensa quiete, di una pace a cui l'uomo tendenzialmente aspira e a cui, in  quest'ultimo secolo, ha prevalentemente e quasi scientemente rinunciato per lasciar posto al progresso, all'industrializzazione, alla tecnologia.

Di questa prima, indimenticabile esperienza, custodisco scrupolosamente un filmino che ci ritrae dinanzi al casolare mentre ci scambiamo battute e scherzi, io con quel vestitino anacronistico e inadatto, il volto ancora fanciullesco, un sorriso inarrestabile, gai gli altri visi: attorniavamo una grossa zucca gialla che tentavamo d'aprire, battendola ripetutamente in terra.
Ricordo che - alla nostra successiva visita - quando portammo con noi il proiettore per mostrare quello che avevamo girato, ogni tanto invertivamo la marcia della proiezione e le nostre figure cominciavano a muoversi sveltamente all'indietro, a passo di corsa come nei films di Ridolini e, magicamente, la zucca aperta si ricomponeva compatta, inghiottendo di nuovo l'ammasso di semi e di umori.
E tutti si reggevano la pancia dal gran divertimento, specie zio Azzurro che riempiva la casa di risate gioiose, dirompenti...
La volta successiva, mi avvalsi di certi capi di vestiario smessi che venivano conservati per i giovani - prima o poi sarebbero cresciuti - nel piccolo magazzino.  Mi ritrovai bardata con un paio di vecchi pantaloni fuori misura per me, un maglione stinto e delle scarpe più che comode, pronta per inoltrarmi nei boschi.

Eravamo uno sparuto gruppetto di ragazzi e ragazze di cui io sola, non avendo mai vissuto in campagna, non sapevo muovermi senza problemi nella macchia; ogni mio gesto era goffo e mi fermavo incuriosita e sgomenta dinanzi ad ogni piccola creatura strisciante, anche davanti ad ogni sasso dalla forma insolita,  come temessi  di vedermelo trasformare  in  un rospo scuro e molliccio, spaurita... La macchia ci aveva accolto con la sua penombra confortevole  e noi c'eravamo insinuati nel suo ventre misterioso che nascondeva meraviglie o qualche insidia... pensavo fra  me, ma dovetti ricredermi.
Ad ogni passo scoprivo qualcosa che mi affascinava: ampie zolle di muschio setoso, piccoli fiori profumatissimi, delicati, nascosti nell'intrico dei rami, alberi di gelsi, cespugli di more succose, fragoline, mirtilli ed altri piccoli frutti con cui riempimmo i cestelli che, previdentemente, avevamo portato con noi…
Man mano che c'inoltravamo nel sottobosco, scoprivamo i primi funghi, dei miceti rosacei dalle larghe cappelle sfrangiate, una qualità che a Campalbrutto  non tenevano in nessuna considerazione, abituati com'erano a trovare enormi  quantità di funghi pregiati, come constatai poco dopo di persona.

Infatti, riempimmo panieri di galletti, di fragranti porcini, di pinaroli, di compatte famigliole di chiodini ed in un largo campo allo scoperto, allineati  in  perfetto ordine, trovammo una lunga fila di ovuli, forse la qualità più apprezzata; l'uno dietro l'altro si presentavano in  tutta la loro originale bellezza: simili ad un uovo, ma decisamente più grandi, la parte mangereccia arancione   colpiva l'occhio per quella vivacità esplosiva con cui erompeva dal sottile involucro bianco.
Mi lasciò senza fiato quella nitida macchia solare, perchè esprimeva  un'energia   vitale  straordinaria e nemmeno il canto delicatissimo d'un  usignolo che seguiva i nostri passi nella macchia, mi riempì di vibrazioni, come la visione di poco prima...
Penetrammo dentro un bosco folto e silenzioso, ma ad un tratto un ticchettio sommesso mi fece sobbalzare: mi guardai intorno e vidi solo visi sorridenti,  soprattutto quelli di Sandra e Sandro, i ragazzi di Azzurro che  mi  guidavano come due angeli custodi...
Non c'era niente di pauroso, soltanto stava piovendo, una pioggerella fina fina che sonora rimbalzava contro le foglie sparse sul terreno.
Scoppiammo tutti in una fragorosa risata, ricominciando a camminare  ma,  all'improvviso, sentimmo una vibrazione proprio sotto i nostri piedi, un rumore fragoroso di zoccoli... Valter che ci distanziava di alcuni metri, perlustrando il sottobosco in cerca di altri funghi, ci venne incontro correndo, consigliandoci di fuggire senza perder tempo, poichè una mandria di buoi si  stava dirigendo verso di noi a passo di carica.
Il fracasso si faceva sempre più vicino, riuscimmo a distinguere ormai non  troppo lontane, le grosse bestie maremmane dalle lunghe corna arcuate che ci caricavano animosamente.
Un brivido di vero terrore ci percorse tutti per un momento e rimanemmo fermi senza  reazioni... se non fosse stato per Valter che, ritto in mezzo al bosco berciando e agitando le braccia, le aveva spaventate al punto che esse cambiarono strada, ce la saremmo davvero vista brutta!

 

GEMMA  DI  LUCE

Nel  bosco  dei  castagni  mi  persi...

China  sotto  i  rami  contorti
mi  facevo  strada,
foglie  e  rovi  graffianti  sul  viso
e  il  fischio  d'un  merlo  nascosto
come  guida...

Il  sole,  a  tratti  dispensava
pennellate  d'oro  e  viola
su  un  tappeto  di  funghi
che  profumavano  l'aria.


Solitaria,
inattesa  nitida  macchia
biancoarancio,  un  ovulo,
gemma  di  luce...

 

 

 

5.

 

Ero un pò intimidita da zio Azzurro, corpulento ed impulsivo, che ad ogni piccola contrarietà faceva sentire il suo vocione stentoreo ed appariva - ma non era  vero - burbero e scontroso, ma poi imparai a non temere le sue sfuriate  e ridevo con gli altri alle sue battute.
Come tutti della famiglia aveva un cuore grande e generoso...

Qualche anno più tardi, anche Donatella e Simone intimoriti dalle sue  reazioni  verbali, subito accantonarono le loro apprensioni per sfoderare sorrisetti  e  battutine in puro dialetto toscano allorquando lui, bonariamente, li aggrediva o arringava ai cani che venivano a lambire le loro gambe nude..

Fatta amicizia, li conduceva con sè nel campo dietro la casa dove addestrava alla caccia al cinghiale i suoi famosi cani, agitando sotto i musi frementi un cinghialetto trovato nella macchia quando ne aveva, oppure dei maialini di pochi chili  che stava allevando.

Poi faceva salire i  piccoli nella soffitta  del casolare dove si  conservavano le granaglie e le grosse zucche gialle da semi che avevano stupito anche me per le loro dimensioni (a volte erano grandi come poltroncine su cui i bambini sedevano per burla) e  ne ridiscendeva poco dopo portandone alcune giù nell'aia dove,  facendole rimbalzare più volte  sul terreno, ne provocava l'apertura.

Festosamente  si  divideva in pezzi la succosa polpa gialla destinata in parte anche alle bestie, oltrechè alla famiglia, mentre i semini venivano accuratamente raccolti, essiccati al sole, ricoperti  d'uno  strato di sale e abbrustoliti sulla piastra nera della cucina economica.

A sera, poi, si faceva veglia, sgranocchiandoli avidamente, mentre gli uomini, a turno, raccontavano gesta di caccia, condite di infiniti particolari e descrizioni che si arricchivano di volta in volta, o aneddoti riguardantila loro giovinezza...

Sulla parete bianca di contro alla porta, due assi di legno asimmetriche reggono  i molti trofei conquistati da Azzurro per merito dei suoi cani, impareggiabili nella caccia al cinghiale.
Aveva vinto così varie gare regionali e i suoi campioni erano ricercatissimi; alcuni cacciatori non facevano che proporgli l'acquisto di Baffino e di Lampo, gli offrivano consistenti somme, gli lasciavano assegni in bianco  affinchè  pensasse con calma alla cifra... ma lui non si separava quasi mai dai suoi favoriti e li faceva parlare, quei signori, ma non li accontentava.
Perchè quei cani tanto apprezzati li aveva allevati lui, li aveva nutriti, aveva insegnato loro le più piccole sottigliezze per cercare, scovare, stanare le prede, fermarsi dinanzi ad esse ad un tiro di fiato senza timori.
Insomma vi aveva profuso tempo e pazienza, avevano percorso insieme chilometri di macchia senza mai stancarsi, senza desistere dalle ricerche  d'una qualche ambita preda, avevano diviso insieme delusioni e gioie. E questi erano legami che i soldi non potevano sciogliere, nessuna somma valeva l'amicizia tra lui ed uno dei cani da lui nutriti.

Non diversi, in questi rapporti con i loro amici a quattro zampe, sono gli altri uomini, gli altri cacciatori di Campalbrutto e nemmeno Valter, nato in città ma che ha trascorso gran parte della sua esistenza nel casolare, tendenzialmente amante di questo tipo d’ambiente, di vita, delle scorribande nelle campagne circostanti, fa eccezione.

Lo si ritrova a scorrazzare nei dintorni, in giro per la macchia, mai stanche le lunghe gambe di macinare le distanze da un poggio all'altro, in cerca ora di funghi, ora di qualche imperdibile preda venatoria seguito, quando le occasioni e il terreno lo permettono, dalle sue due cagne  Tila e Lara, due bei setter che Valter con pazienza addestra per la caccia.
Oppure, eccolo che inforca la bici per raggiungere il piccolo orto che gli produce ogni ben di Dio, grazie alle cure prodigate, dove ha costruito una baracca per gli attrezzi ed un superbo alloggio per i cani. Sempre  in  movimento, sempre in azione, senza pace..

Forse la pace la trova solo quando va là, nel padule, dove l'immobilità è necessaria per il buon andamento della battuta.
Lì, finalmente, si placa quell'ansia interna che lo muove, finalmente si rilassa e ritrova la sua essenza più intima, annullandosi nella tranquilla, stretta cuna della "botte" in cui si è calato per attendere il passaggio delle pavoncelle   o delle anatre, fasciato dal silenzioso abbraccio della natura intorno: le acque dell'acquitrino vibranti di mille segreti eppure immote, l'aria fresca venata appena d'un brivido di brezza mattutina, la luce via via meno  tenue del sole che compare ad est come un chiarore appena percettibile, soffuso il cielo  di nuvole violacee, il bisbiglio degli insetti e delle  piante, il rauco borbottio d'un gufo  che subito s'azzittisce...

E lui lì, ranicchiato come in un ventre materno, parte della natura eppure spettatore in questo intenso momento carico delle emozioni e delle tensioni dell'attesa, eppure rilasciato, come diluito, immerso in quell'universo...

 

ATTESA

Spiare
pigre costellazioni
nell'ombra della notte,
ombra io stessa,  al riparo
di un intreccio di canne...


Aspettare
un'esile vibrazione nell'aria
 che annunci il rapido migrar
d'attesi storni.


Sgranare
gli occhi assopiti verso una nuova alba
riflessa nell'acqua torbida d'un fossato,
ora prisma multicolore,
dove s'immergono
diafane sagome d'erbe lacustri...

 

Ora lo guardo interessata mentre - seduto sul bordo di marmo del camino, dove la fiamma sale allegra nella cappa - compie una misteriosa operazione. Anni fa, l'avrei guardato con stupore misto ad un senso di estrema irritazione e  non avrei capito ma ora, da quando ho assaporato l'essenza del mondo di Campalbrutto, cerco di penetrare la psicologia venatoria e d'interpretare lo scopo d'ogni suo movimento.

Ha aperto davanti a sè una cassetta di legno che contiene vasetti e attrezzi; su un ripiano ha depositato delicatamente una piccola pavoncella dal  piumaggio  invernale che ha trovato  - in una di quelle sue rapide, improvvise evasioni nel padule o per le campagne - già agonizzante ai bordi d'un acquitrino. L'ha raccolta e, visto che non c'era più niente da fare, l'ha ficcata nell'ampia tasca del suo giaccone, destinandola ad essere usata per richiamare le sue simili di passaggio nel cielo dei  dintorni. Perciò non c'è necessità di effettuare un'imbalsamazione vera e propria - che richiederebbe un procedimento  più lungo ed accurato - ma solo la cosiddetta "stampa".
Con gesti lenti e precisi incide piccoli tagli sul ventre del volatile e piano piano ne estrae le interiora, ossa e carne; per facilitare l'impresa, di tanto in tanto cosparge l'animale di fecola di patate, per evitare che le piume si impastino. L'operazione più importante è avvenuta ed ora dalla cassetta estrae un vasetto il cui contenuto è un liquido  giallastro con cui spennella la pelle all'interno poi, preso un involto di  paglia - che ha più o meno lo stesso volume della carne estratta - lo deposita nell'incavo. La paglia è arrotolata su un'anima di ferro che viene spinta sin  nel capo del misero uccelletto e con gesti misurati  ecco che finalmente Valter la colloca nel luogo giusto, là dove prima pulsava la carne, taglia il ferro con  le tronchesine e inizia l'operazione ultima di ricostruzione del piumaggio del sottopancia: delicatamente accosta i lembi della pelle, tira e cuce con un semplice ago e del filo forte di cotone, partendo dal collo dell'animale e proseguendo via via, con un punto incrociato, degno di un grande sarto...

...Nell'ampia cucina i mattoni di cotto del pavimento appena lavati e ravvivati, sembrano emanare un calore intenso, un'intimità che scalda il cuore.
Io guardo la tovaglia di plastica a quadri bianchi e rossi con le frange bianche, poggiata sul lungo tavolo che occupa larga parte dell'enorme cucina e la vedo tutta un susseguirsi  di fiori, di funghi, di uccelli di specie varie ed intorno intorno fiumi, ponticelli, canneti, cieli sereni in cui si rincorrono stormi d'uccelli migratori, fagiani, anatre selvatiche, germani reali. Nei prati, invece, rimpiattati dietro fitti cespugli lepri, cinghiali, daini...

Così come quella tovaglia, la Maremma è ancora una grande riserva naturale e nel  suo cuore misterioso crescono centinaia di funghi, in gran parte mangerecci, frutti di bosco, arbusti e macchie fittissime in cui vivono animali selvatici ed i suoi cieli limpidi sono solcati da volatili di ogni specie.
Fino a non molti anni fa - i primi durante i quali venivo qui in vacanza -  mentre arrancavamo con la macchina sbuffante su per la salita  che portava al  casolare, nei prati intorno era tutto uno svolazzare di fagiani, maschi  e  femmine, disturbati nei loro sonni pomeridiani.  I corpi pesanti dei maschi, peraltro bellissimi e multicolori nel piumaggio, snelliti dalle lunghe code, s'alzavano ad ogni   rumore, goffamente danzando per un poco nell'aria e ripiombando poi nel verde alla ricerca delle femmine nascoste tra i cespugli.
Ora, purtroppo, dopo esser stati bersagliati per anni senza tregua dai  cacciatori della domenica - quelli che non mostrano alcun rispetto per la natura, che sparano persino agli usignoli, pur di portare a casa una preda - i  fagiani sono scomparsi, emigrati verso l'interno della riserva di caccia di cui Campalbrutto fa parte.

Gli uomini, siano essi braccianti, operai, professionisti son quasi tutti  cacciatori, contenti di vagabondare nel cuore dei boschi, fucile in spalla, scarponi ai piedi, una muta di cani  ben addestrati al riporto,  obbedienti  ad ogni comando.
Respirare l'aria frizzantina dell'alba o quella della notte - se si caccia di frodo - ascoltare le voci d'ogni più piccola creatura che striscia sulla terra o vola nell'aria, aspirare i profumi intensi della macchia, farsi parte dei suoi colori che in autunno diventano densi, morbidi... Questa sì che è vita!
E non importa se bisognerà restare fermi alla posta per ore, in qualche scomoda  posizione o coi piedi nell'acqua di qualche guazzo o ranicchiati nelle  botti  disseminate lungo i bordi dei paduli attendendo il passaggio delle  anatre selvatiche o dei trampolieri ma, per carità, in  religioso silenzio, altrimenti l'attesa preda fuggirà via... In queste ore all'aperto, ore di movimento o di stasi, l'animo del cacciatore si rinfranca, gode dei piaceri che solo la natura può procurare, scarica le tensioni quotidiane.
L'uomo ritrova se stesso obbedendo a quel richiamo ancestrale che è la caccia, sopito ma non morto nell'animo dell'uomo moderno, discendente  di quei mostri rozzi  progenitori che, proprio grazie al loro istinto,  sopravvissero nell'era primordiale.

Ognuno di noi porta in sè impresso il ricordo di cacce ben più importanti: di piccoli uomini contro mastodontici animali feroci, di lotte all'ultimo sangue, di corse prolungate dietro una preda che rappresentava il sostentamento, la sopravvivenza, la salvezza della specie.
E, sapendo tutto questo, conoscendo il loro amore per la natura, la considerazione per le leggi che regolano la vita degli animali, le stagioni  degli amori, delle nascite, non mi sento - com'è tanto di moda oggi - dare addosso ai cacciatori, ai veri cacciatori ma spiritualmente sono solidale con questi uomini profondamente radicati alle loro convinzioni,  avvinghiati alla terra e in poche parole al rispetto per la natura.

...Dopo confabulazioni che durano mesi - mesi durante i quali la caccia è vietata - nel corso delle quali il parlare si fa più veemente ad ogni racconto di passate avventure e gli occhi brillano al  ricordo di  questa  o  quell'altra preda, di questo o quell'altro cane addestrato - i  cui nomi sono impressi negli albi d'oro della caccia  - gli uomini, in piccoli gruppi affiatati, parenti e  amici di cui si conoscono capacità ed abitudini,  difetti e pregi, finalmente si riuniscono

S'avviano ancor prima dell'alba partendo dalle fattorie situate nelle vicine cittadine o dai casolari spersi nella campagna, indossando pesanti pastrani o giacconi con ampie tasche posteriori, chiamate “ladre”, in cui sperano di poter stipare numerose prede, la cartuccera ben assestata  sui fianchi e piena di cartucce  ben dosate e assortite -  non si sa mai, ci si potrebbe imbattere in qualche lepre, in  qualche cinghialotto attardatosi all'abbeverata - il fucile  pulito  e lubrificato che penzola da una spalla mentre sull'altra è appesa la bisaccia contenente una sostanziosa colazione ed una preziosa, immancabile borraccia ricolma di buon vino vecchio o di cognac.
Lasciano le automobili e i camioncini nel punto di ritrovo - di solito al limite della macchia in cui si inoltreranno - fanno uscire i cani stipati nei minuscoli abitacoli e sorvegliano che le mute già eccitate al pensiero di nuove prede  e di nuove avventure, non si disperdano prima del tempo in qualche folto roveto. 

Presi gli ultimi accordi, iniziano la marcia attraverso  campi  e boscaglie: vengono sciolti i cani che cominciano il loro alacre lavoro di ricerca,  seguendo  l'usta dell'animale finchè, trovata la traccia fresca, subito ne segnalano la presenza con uno scodinzolio febbricitante o con qualche  altro movimento quasi inavvertibile, ma ogni cacciatore naturalmente conosce a menadito ogni segno che il suo compagno a quattro zampe gli trasmette.
Dopo l'inseguimento - in gergo si chiama “filata” - la bravura del cane si dimostra nel suo restare immobile, puntando la preda, fermandosi a pochi passi dal selvatico che a sua volta si blocca, sperando di passare inosservato. Il cacciatore trepidante s'avvicina a passi silenziosi e nel contempo dà al cane il busca (il via) per favorire la levata del volatile che con un fragoroso battito  d'ali s'innalza per scappare...
Nessuno meglio di un cacciatore può descrivere quel momento: l'attesa e le  varie fasi della battuta hanno creato dentro di lui un'esaltazione inenarrabile,  una tensione elettrizzante che lo percorre tutto dalla testa ai piedi e lo rende vibrante come la corda d'un arco teso, pronto a scoccare.   Un groviglio di sensazioni esasperate che si condensa proprio lì, alla bocca dello stomaco dove il cuore pulsa assordante come una bomba ad orologeria  e  che raggiunge il culmine nel momento in cui il dito preme sul grilletto e la pallottola percorre l'aria veloce, con furore e cozza contro il bersaglio...

Quella magica attesa è finita, il rito compiuto e si  resta lì, al limite d'un  bosco, in un prato, nella macchia, fermi a guardare quel piccolo punto  nel cielo che si fa sempre più vicino e poi cade con un piccolo tonfo, perdendosi nel verde e ci si sente improvvisamente delusi, si vorrebbe che quella eccitazione inebriante non avesse termine; quasi quasi si desidererebbe che l'animale - come uno di quei giocattolini a carica - riprendesse di nuovo  a batter le ali e si rialzasse in volo e tutto ricominciasse daccapo, come prima...   
Ma il grosso fagiano, colpito, è caduto a terra e il cane  subito si slancia in avanti nell'erba per effettuare il riporto dell'ambita preda e, raccoltala delicatamente tra le zanne, soddisfatto la consegna nelle mani del padrone.
Similmente, per le battute al cinghiale, dopo aver studiato il percorso e stabilito a grandi linee i compiti di ciascuno, i cacciatori avanzano sul terreno mentre il sole già inizia una danza allegra guidandoli con i suoi riverberi dorati. Essi si piazzano  in punti strategici da cui potranno avvistare la  bestia, in un’immobilità assoluta, zittendosi all'unisono,   comunicando tra loro per brevi istanti solo con gesti d'intesa.

...Ecco un fragore di rami spezzati e un grugnito, ecco la sagoma massiccia e scura di un grosso cinghiale maremmano dalle lunghe  zanne, frementi all'odore dell'uomo già fiutato, che cerca scampo nell'intrecciarsi fitto della macchia. Il capocaccia aizza i cani, li incita a seguire  la pista di rami spezzati  -  tracciata dallo stesso cinghiale - e a riportare la bestia su un terreno più favorevole all'uomo.  
A velocità inusitata per la sua corporatura, il cinghiale  passa  dinanzi ad una posta dove un cacciatore sta in attesa, già pronto il fucile, il cui colpo   fischia  ma non raggiunge l'obiettivo: la bestia prosegue la sua  corsa ormai senza destinazione precisa; un altro colpo e, stavolta, colpito ad una  zampa anteriore, l'animale si piega su se stesso nello stretto  sentiero, mentre i vari cani latrano rabbiosamente ed aumentano l'andatura per raggiungerlo.
Il suide, però, si rialza e dolorante prosegue la sua corsa verso la presunta salvezza...   I cani, invece, lo raggiungono ed uno di essi, il più coraggioso, gli si avventa  al collo massiccio e l'azzanna: il cinghiale con uno scarto del muso lo getta a terra e con una delle sue lunghe difese ne sventra il morbido torace. Gli altri inseguitori non si fermano neppure a guardare  il  loro compagno - il dovere è di proseguire! - continuano la loro corsa, più inferociti che mai.
Intanto i cacciatori si sono anch'essi inoltrati nel folto della macchia attraverso vari sentieri, cercando di precedere la preda. Improvvisamente uno di essi se la trova quasi di fronte e con rapidità e precisione, puntato il fucile  spara un colpo: il grosso corpo del cinghiale ha  un sussulto,  vibra  per  qualche secondo, poi stramazza a terra. Su di esso si slanciano i cani ancora vibranti per la lunga corsa e l'esaltazione e i cacciatori  già inneggianti alla vittoria, che subito attorniano la bestia ormai immota.
Se il colpo mortale è stato inferto da un cacciatore "novizio", gli si dà il "battesimo di  sangue"; uno dei vecchi bagna l'indice nel sangue ancora caldo  del  cinghiale e con esso segna, sulla fronte del novello cacciatore, una croce. È un rito antico, le cui origini si sono ormai perse  nel tempo, come  quello  di gridare, quando si è alfine colpita la preda, un "Viva Maria!", dedicato ovviamente alla Madonna, a mò di ringraziamento.
Trascinato il corpo per alcune decine di metri, gli uomini decidono di riposare un poco prima di rientrare con il loro bottino, mentre il padrone del  cane che è stato dilaniato s'improvvisa chirurgo per l'occasione e, tirato fuori un lungo ago e del filo,  s'industria a ricucire l'ampia ferita, dopo averla disinfettata con un pò di cognac di cui era ricolma una delle sue borracce a tracolla.  Finita l'operazione e ripulitosi le mani in una pozza d'acqua, l'uomo raggiunge gli altri che si sono seduti attorno ad un enorme albero per consumare un breve pasto.
I cacciatori hanno già tirato fuori dalle capienti bisacce fette di pane morbido e salumi, formaggio fresco, qualche frutto, mentre rumorosamente commentano la caccia appena conclusa in tutte le sequenze, rimproverandosi amichevolmente alcune infrazioni e decidono le spartizioni. Ridono dinanzi alle facce stupite  dei  giovani che per la prima volta hanno partecipato ad una battuta.
E quando il vino raggiunge il livello di guardia e comincia a dare un’ebbrezza allegra ma venata di sentimentalismo, ecco che riaffiorano i ricordi di cacce  passate e di prede e di avventure; è allora un accavallarsi di voci maschie che rievocano battute di qualche stagione prima, alcune delle quali appartengono ormai alla leggenda.
 ...Come dimenticare l'impresa di zio Adolfo, il suo corpo a corpo con un grosso  cinghiale ferito, armato solo d'un tagliente coltello, visto che il fucile era ormai inutilizzabile? La lotta era stata davvero ardua, il bestione davvero pericoloso, con quelle zanne arcuate a pochi centimetri dal volto e gli unghioli ricurvi che penetravano nelle spalle di zio Adolfo  che tuttavia era uscito  vincitore  da quel selvaggio confronto...
E quella volta che con una fucilata, sparata dall'alto d'un colle riuscì ad ammazzare uno di quei bestioni che era sfuggito ai suoi primi colpi  e che, dopo aver percorso alcuni chilometri, ritenendosi ormai in  salvo, stava abbeverandosi ad una piccola pozza.  Zio Adolfo, con quello sguardo acuto ed esercitato a scovare prede anche  nella  notte più fonda, aveva seguito il percorso della preda  dalla sua postazione e, vedendola alfine ferma, aveva caricato il vecchio fucile con dei pallettoni  di  sua fabbricazione, preso accuratamente la mira e a premuto il grilletto... forse neanche lui avrebbe mai sperato di riuscirci... fece di corsa la strada appena battuta dall'animale, raggiunse il piccolo  stagno dove, ormai immobile, giaceva l'antagonista di questa sua ultima impresa...
Dopo le  rievocazioni, la marcia riprende attraverso la macchia, ricurvi gli uomini sotto quel carico pesante - a volte le prede sono davvero numerose - il chè rallenta il cammino, ma gli animi sono allegri e rilassati; ci si chiama dall'uno all'altro capo della fila, ci si scambiano frizzanti, salaci battute, si discute ancora rumorosamente, arrivando sino al limite della macchia  dove erano stati lasciati i mezzi di trasporto e, tutti d'accordo, ci si avvia  verso il casolare più vicino, per procedere alla spartizione del bottino.

.. Fin da bambini, in questo mondo agreste, si era avvezzi a sentir parlare di caccia, a vedere gli uomini partire in gruppo col fucile in spalla e si era abituati - quando tornavano con le  prede ancora sanguinolente -  ad  assistere alla scuoiatura delle bestie, le cui parti troncate sgocciolavano sul pavimento e quando si trattava di grossi cinghiali o di daini, le teste - che spettavano di diritto a chi uccideva l'animale - venivano fatte imbalsamare e appese, trofei polverosi e un pò macabri, al centro d'una parete bianca, nel salottino di casa.

Anche zio Azzurro ne aveva una, naturalmente di cinghiale!. Era stato un bestione che doveva pesare circa centoventi chili, a giudicare da quelle zanne arcuate che facevano paura.

Vivendo spesso a Campalbrutto, ho avuto modo di assistere a vari rientri da battute di caccia ed ogni  volta riportavo anch'io a casa il mio personale  trofeo: qualche delicata piuma di fagiano, gli aculei marmorizzati d'un  istrice, la coda morbidissima e fulva d'una volpe catturata con  la tagliola,  la  cui  pelliccia stesa tra i due alberi dell'aia perchè si essiccasse ben bene per la  successiva concia, dondolava ad ogni soffio di vento...

Si viveva dunque a tu per tu con la natura e la morte era estremamente naturale:  si guardava solo con curiosità, direi da anatomisti, quelle bestie sventrate da cui fuoriusciva il groppo delle interiora viscide, in cui si vedevano ora  distese le poderose fasce muscolari e il sangue colare a gocce formando pozze subito assorbite dal terreno. L'unica cosa, forse, che suscitava un sentimento quasi di pietà era lo sguardo di quegli occhi acquosi e vitrei che sembravano scrutare il cielo e chiedere: "Perchè?".

 


 

6.


Ed anche le storie, persino quelle, che il nonno narrava nelle lunghe sere d'inverno dinanzi al camino, di che parlavano se non di cacce e d'animali?.

Il caldo del fuoco conciliava il sonno,  ma le novelle erano talora tanto interessanti che si riusciva a star svegli sino alla fine, magari sgranocchiando caldarroste o abbrustolendo i chicchi di granturco conservati dall'estate, che venivano stesi sulla pietra del focarile, accanto alle braci ardenti. Il calore li faceva gonfiare e scoppiettare allegramente mentre i bimbi, gareggiando tra loro, s'affrettavano ad afferrarli prima che raggiungessero il vuoto del camino.
Di tanto in tanto, il nonno s'interrompeva per riprender fiato, mandava giù un bel bicchiere di vin  santo  in cui aveva intinto alcuni cantuccini, poi si schiariva la voce e riprendeva:

LA LEGGENDA DEL FIORE DEI CARBONAI

"... Gisto avanzò nell'intrico di rami a  passo stentato  per via dei rovi ma guidato dal suo istinto, finchè raggiunse l'ampia radura ventosa: era proprio il luogo che stava cercando da parecchi giorni; si, proprio lì avrebbe "costruito" la carbonaia!. E, posata la bisaccia sotto un'enorme quercia, si   mise subito all'opera, compiendo il lavoro preliminare.
Certo - pensava fra sé - questa volta sarebbe stato lungo e faticoso senza l'aiuto di suo padre, morto - pace all'anima sua - solo qualche mese prima.
Ma i suoi gesti misurati, i consigli, i  segreti che aveva  assimilato guardandolo anno dopo anno, erano vivi nella sua mente e  nelle sue mani mentre  lavorava, lesto e scrupoloso, a spianare la radura circostante. L'attrezzatura vera e propria e la legna da trasformare in carbone erano al riparo nella macchia poco lontana, sul carro trascinato  da Fulmine - il vecchio baio ancora vigoroso, unica sua eredità - che da tempo immemorabile seguiva il rito annuale.

Gisto cominciò a trasportare poco a poco tutto l'occorrente, ora questo ora  quell'attrezzo, andando e venendo dalla radura alla macchia, trasferendo i ciocchi di legna e disponendoli direttamente sul terreno, fino a formare una perfetta corona circolare. E tutt’intorno deponeva, altra  legna, innalzando un cono alto che puntava diritto al cielo.
Compiva queste operazioni quasi con felicità  e ogni tanto mandava  nell'aria  certi  fischi allegri a cui rispondeva un coro di merli destati da quel tramestio; ogni tanto sostava quel poco che gli consentiva di individuare i nidi di quei canterini, poi riprendeva a lavorare di lena.

Verso il tramonto, ormai stremato dalla fatica e dalla fame (s'era immerso talmente in ciò che stava facendo che non si era nemmeno accorto del passare  delle ore), si fermò, lasciò gli attrezzi sul terreno e dal basso ramo d'un leccio a cui aveva appeso la sua  bisaccia - un'altra cosa lasciatagli da suo padre - trasse del pane e del salame che affettò a più riprese mentre, seduto contro il tronco d'un albero a gambe incrociate, finalmente godeva d'un meritato riposo.
Sentiva il corpo invaso da quella spossatezza gratificante di chi ha lavorato duramente e a lungo, che diventa quasi benessere e discende dolcemente ad anestetizzare le membra stanche. Bevve piccoli sorsi di vino dalla borraccia argentea  che  tanti anni prima  sua  madre gli aveva regalato e si sentì ristorato. Ora, prima di dormire, sentiva il bisogno di sgranchirsi le gambe.

S’allontanò, allora, dalla radura; sapeva che non lontano la macchia si  apriva  a corona attorno ad un piccolo stagno, in cui spesso si fermavano gli uccelli da passo, lasciando sul terreno alcune penne dei loro magnifici piumaggi... forse ne avrebbe trovata qualcuna da portare al suo nipotino...
Nella luce violacea del tramonto, tutte le cose intorno assumevano un alone quasi nero: nere le sagome dei monti sull'altra sponda dello stagno, nere le case lontane appena illuminate, neri gli alberi e  gli arbusti chini  sull'acqua.  Gisto guardava  quello spettacolo facendosi parte di esso, vivo e vibrante come la superficie d'acqua scura che fremeva ad ogni alito di vento.

Tutt'ad un tratto, un fruscio lo  destò dalla profonda quiete in cui era immerso, si addossò ad un albero e attese: ecco farsi avanti, fin sul bordo della pozza, un cinghiale anzi no, una femmina seguita da due piccoli che grugnivano sommessamente. Lambirono l'acqua  senza un rumore,  solo il rapido movimento dei musi destava su di essa una miriade di cerchi concentrici...
Gisto guardava affascinato la scena e nel controluce creato dall'alone lunare, le sagome dei cinghiali erano nere come il suo carbone.
Non voleva interrompere quel momento che aveva un che d'irreale ma, mossosi inavvertitamente, provocò un crepitio di rami spezzati che alle orecchie dei cinghiali risuonò come un colpo di fucile. I tre animali si diedero ad  una fuga precipitosa, travolgendo rami bassi ed arbusti, perdendosi nella macchia che si  racchiuse, subito complice, attorno a quei corpi massicci.

L’uomo, con un sospiro di rammarico, ritornò sui suoi  passi  e si dispose a dormire ai limiti della radura, dove un intrico di frasche creavano un'amaca naturale sollevata dal suolo.

L'indomani, il risveglio della natura lo destò da un sonno tranquillo: l'aria  era fresca e serena, le sfumature dell'alba tingevano di rosa il paesaggio creando contrasto col verde aggressivo degli alberi e Gisto,  respirando a  pieni polmoni si mise subito al lavoro, sovrapponendo  la legna con perizia e con cura; il camino della carbonaia era a buon punto...
L'azzurro già si venava d'ombre e il  giovane, come la sera precedente, decise  di ritornare allo stagno dopo il frugale  pasto; la sera prima, confuso dalla vicinanza dei cinghiali, s'era dimenticato di cercare le piume.
Ancor prima di arrivare alla pozza, però, si accorse  della  presenza delle bestie: come la volta precedente essi raggiunsero l'acqua grufolando nella mota della riva; i piccoli s'allontanavano a tratti dalla  madre per curiosare intorno e poi ritornavano accanto a lei, caricandola con grugniti di soddisfazione.
Stavolta Gisto riuscì a non spaventarli e decise che la sera dopo sarebbe  ritornato a quello strano  appuntamento, portando con sé bacche  e ghiande che avrebbe deposto vicino all'acqua e i cinghiali li avrebbe trovati di sicuro.

Chissà che non gli riuscisse di portarli via tutti e tre e di allevarli come animali domestici in un piccolo recinto che avrebbe costruito per loro nel suo cortiletto...
Si comportò come aveva deciso: sia la sera seguente che le due successive procurò alle bestie ghiande e piccole bacche ed ogni volta lasciava  i suoi  doni un pò più  lontani dall'acqua, finchè una sera...

E qui il nonno si fermava, stremato quasi dal tanto raccontare, per bere un  sorso di vino vecchio e per chiedere: "Che ne direste di rimandare il resto a domani sera?".
Un coro di proteste s'alzava dai suoi interlocutori  piccoli  e grandi  che   avevano seguito tutta l'affascinante storia col fiato sospeso  e  allora lui,  ridendo, riprendeva a narrare...

"... Finchè una sera, i piccoli giunsero al margine della radura dove lui lavorava. Muovendosi lentamente, egli riuscì ad avvicinarsi alla coppia offrendo nuove chicche e allungando una mano avrebbe potuto afferrarli...  ma riuscì soltanto a sfiorare il loro pelame ruvido ma non grossolano... la madre li aveva seguiti, soffiando aggressivamente contro l'uomo - il nemico di sempre - che pure, il suo istinto materno glielo diceva, non era animato da intenzioni assassine.
Perciò, si accucciò come un animale domestico e  i piccoli, finito il loro lauto pasto, le si accovacciarono accanto; incredibilmente i tre feroci animali si addormentarono nella radura,a pochi passi da Gisto che s’addormentò anch’esso.

Al suo risveglio, naturalmente non c'erano più ma lui, riposato e soddisfatto, si mise daccapo al lavoro. Il camino fumava ora come un piccolo  vulcano  e il fumo saliva senza sosta al cielo con ampi cerchi voluttuosi.
Di nuovo sera: l’uomo non si allontanò come le altre volte, ma attese, paziente;  dopo un poco ecco i tre cinghiali che, ripetendo il cerimoniale della sera innanzi, si stesero per la notte accanto a lui.
Ormai il  carbone era  pronto e lui aspettò pazientemente  che si raffreddasse  e cominciò l'operazione inversa di quella iniziale: demolire il  camino, raccogliere i carboni e sistemarli nelle gerle, disponendole poi l'una accanto all'altra sul carro... un lavoro faticoso per un uomo solo ma Gisto, di carattere allegro e paziente, canterellava lavorando, così il tempo gli passava in fretta.

Mentre stava riempiendo una delle ultime ceste udì, lontani ma distinti, dei colpi di fucile, dei latrati, ancora colpi e poi un gran silenzio...
- Di certo sono cacciatori che battono la macchia in cerca di selvaggina – pensò,   continuando a sollevare le gerle di carbone.
Ed ecco, gli arbusti intorno a lui crepitarono ed il  terreno sobbalzò sotto il peso dei cinghiali in corsa;  erano, infatti, i suoi pupilli che venivano a rifugiarsi nella radura, al riparo dai cani e dai cacciatori, dopo chilometri di frenetica corsa.  Ora erano sfiancati e madidi di sudore sicchè,  a  tutta  prima, li credette tutti e tre sani e salvi.

Ma la madre si gettò al suolo mugolando dolorosamente, mostrandogli il ventre dilaniato da una pallottola e i morsi dei cani che l'avevano inseguita;  essa  sicuramente s'era battuta con furore contro la muta per la vita dei  suoi piccoli, ma quando aveva visto le brutte,  nel tentativo di portarli in  un  luogo sicuro, li aveva condotti alla radura da Gisto, quasi ad affidarglieli. Il giovane s'avvicinò ai piccoli cinghiali e spintonandoli li  condusse  accanto alla bestia morente, quasi a rassicurarla che avrebbe badato lui ai  suoi piccoli, tenendoli lontani dai pericoli. Lo squarcio della ferita palpitò un'ultima volta e fiotti di sangue bagnarono  il terreno circostante che immediatamente lo assorbì, mentre i piccoli si lamentavano debolmente come  se capissero la situazione...

Gisto aveva concluso il suo lavoro con risultati molto soddisfacenti ma, issati sul carro gli ultimi cesti di carbone ed in altri due i cinghialotti, sentì dentro di sé un senso di tristezza, quella malinconia che si prova quando si conclude qualcosa, qualunque ne sia l'esito, finita ormai quell'avventura  in cui aveva profuso esperienza e fatica e che gli aveva dato i frutti sperati ed in più quei due animaletti. Si allontanò a piedi, conducendo per le briglie Fulmine, un pò in difficoltà con  tutto quel carico così prezioso, voltandosi più volte verso la radura, finchè essa disparve ai suoi occhi, sommersa dal verde della macchia.

 ... Un anno era ormai trascorso, Gisto si avventurò di nuovo nel folto della bassa boscaglia, alla ricerca della radura dove l'anno precedente  aveva  costruito il camino della carbonaia. Era seguito dai due cinghiali ormai adulti che aveva  allevato affettuosamente,  ma che ora riportava nell'ambiente naturale perchè era giunto il momento di riprendere il loro posto tra  gli altri animali, liberi e selvaggi come erano stati creati.

Ecco lo spiazzo brullo, incolto, dove l'incandescenza  del carbone aveva lasciato una traccia nera, ecco il bordo erboso su cui s'era adagiata, ormai stremata, la madre dei piccoli cinghiali, irrorando col suo sangue bruno  tutta la  terra e dove...  oh, meraviglia, un fiore vermiglio,  mai  visto  prima  d'allora, apriva i suoi petali carnosi eppure delicati.
Gisto si avvicinò per osservarlo più accuratamente: era uno splendido esemplare  e quando, quasi senza rendersene conto, lo toccò, scoprì  che era morbido come seta sotto le sue dita e sentì il desiderio di strapparlo dalla terra e di portarlo con sè. Ma se ne astenne... Si alzò, chiamò i due  animali  che annusarono grugnendo la terra intorno al fiore senza nemmeno sfiorarlo e poi quasi di scatto si allontanarono da Gisto, come se avessero capito che quello era il loro destino, giunsero ai bordi della radura e, voltandosi un'ultima volta verso di lui, s'inoltrarono precipitosamente nel folto della macchia...  
Anche Gisto si accinse, con un pò di esitazione, a lasciare la radura dando un'occhiata al fiore vermiglio. Non poteva coglierlo!
L'avrebbe lasciato dov'era, affinchè gli abitanti della macchia ed ogni occasionale passante potessero vederlo e aspirarne l'intenso profumo… Così lasciò intatto il fiore scarlatto dei carbonai..."

Il concludersi della storia, metteva fine alla serata  e i bimbi ciondolanti  venivano portati via di peso ed infilati sotto le coltri, nel letto dove un arcaico scaldino di rame, deposto su un'intelaiatura  di legno - che  in  dialetto veniva  chiamata " il prete" - aveva  creato un tepore ovattato.

 

 

 

7.

 

Ormai non c'è rimasto quasi nessuno in queste case coloniche sparse su per le collinette i più, giovani e meno giovani, hanno preferito emigrare nelle città vicine  o addirittura al Nord.
Quanti sogni in coloro che hanno abbandonato le campagne per una vita  meno faticosa!
Non sapevano certo che l'aria delle grandi città è pesante, greve di smog, non pensavano certo che avrebbero dovuto passare ore ed  ore rinchiusi in un lugubre caseggiato senza più vedere il cielo o aspirare il profumo asprigno e benefico della terra.
E dov'è ora il flebile richiamo del merlo nascosto tra le piante, il silenzio pregnante di certe ore pomeridiane passate sdraiati sotto la quercia, in attesa che il sole calasse un  poco, non fosse più così rovente...?
Ora gli unici rumori sono quelli metallici delle macchine, insistenti e ininterrotti per ore o quello acuto e stridulo degli altoparlanti che segnano i turni, una pausa. Anche qui in fabbrica si lavora e si suda nelle tute grigio piombo... ma c'è una fila di docce asettiche e bianche in cui ci si può ripulire.
Ma dov'è il ruscello dalle garrule acque che scorreva  sul  pendio digradante, formando un’allegra cascata in quell'angolo nascosto della macchia, tra l'intreccio dell'erica e dei corbezzoli?
In quell'ombrosa culla ci si rifugiava per ristorarsi dal caldo e dalla fatica, dopo aver passato un'intera mattinata nei campi, a preparare gli  stradelli  per  la successiva falciatura.

...  Si partiva all'alba, quando il sole baluginava  appena  nel cielo e ancora  qualche stella indolente s'attardava a ritirarsi, una squadra di ragazzi chiacchierini e allegri con qualche adulto che portava gli arnesi, s'avviava baldanzosa a piedi verso il campo lontano.
Vi si giungeva ancora freschi, pieni di voglia di fare e s'iniziava il faticoso   lavoro servendosi delle falci argentee che ai primi bagliori del sole  mandavano  mille paurosi scintillii: piano piano s'avvolgeva la mano su un fascio di  grano  che subito si piegava, duttile, morbido e veniva tagliato in un attimo, poi  si andava avanti, se ne prendeva un'altra manciata e via così per tutta la mattina.
I fuscelli s'ammassavano ai bordi della stradina e, di tanto in tanto, raggiunta  la quantità desiderata, qualcuno si chinava ad affastellarli in grosse masse dorate che giacevano lì, appena mosse dal vento, sino al giorno dopo.
Gli stradelli erano necessari a sgomberare la strada ai buoi che avrebbero svolto il grosso del lavoro: la falciatrice, agganciata lateralmente  avrebbe  eseguito in poche ore quello che una squadra di uomini avrebbe compiuto in un giorno intero.

Intorno intorno al campo bisognava però falciare a mano una strada diritta e larga sì che permettesse al carro dei bovini di avanzare senza ostacoli.
Alle volte, per far prima, il nonno o lo zio Azzurro, tenendo solertemente a bada i ragazzi, tagliavano un'ampia estensione di terreno con l'enorme falce fienaia: il grano cedeva subito sotto la lama affilata, pericolosa e cadeva al suolo come una ridente cascata dorata.

I ragazzi osservavano quest'operazione dall'alto del carro e nei più piccoli un brivido leggero serpeggiava dal basso della schiena verso l'alto, riempiendoli d'un timore arcano: in un piccolo quadro a casa del fattore avevano visto la  figura oscura della Morte rappresentata con quella stessa falce, in atto di tranciare alcune figure umane, inermi e desolate in una plaga deserta.
Sul fondo  caliginoso del  dipinto la falce si stagliava, enorme e minacciosa, con un baluginio rossastro, ricordando all'uomo la caducità della vita e delle cose.

Ma poi si riscuotevano da quella specie di incubo ed improvvisa, una sana risata gorgogliava nelle loro gole giovani al rapido apparire d'una lepre nei campi, disturbata dal suo sonno pomeridiano.
Le davano la caccia, allora, inseguendola a lungo nella sua corsa per gli stradelli spogli, sotto il sole a picco, richiamati dalle voci stentoree del nonno e dello zio a cui ritornavano, ansanti e felici, dopo poco, per nulla stanchi anzi ancor più carichi di forze, per continuare  il lavoro interrotto, fino al momento di consumare la colazione che s'erano portati da casa in un gran cesto.

Un attimo di pausa per gli uomini e un momento di gioco per i ragazzi che del carro momentaneamente fermo nel campo, facevano un fortino da prendere d'assalto, con degli improvvisati fucili, rami d'albero lunghi e contorti trovati per la strada.
Si dividevano in due squadre rivali, chi sopra il carretto a difesa, chi sotto, concertando un piano d'attacco per salir su e far prigionieri gli altri; le loro grida d'incitamento a questa o quella manovra risuonavano forti e chiare in quell'ora di quiete solenne in cui nei campi s'avvertiva solo il  fruscio del vento contro il grano e destavano i dormienti che, richiamati all'ordine i giovani, ricominciavano il lavoro, con rinnovata lena sino a sera inoltrata.

Il giorno dopo, al levar del sole, arrivava al campo la coppia dei buoi che  portava la falciatrice che spaziava per tutto il campo tagliando svelta grosse quantità di grano.
I buoi erano enormi, poderosi, con quei garretti solidi  e tiravano il carro come se fosse un fuscello, con quella loro flemmatica andatura. Percorrevano silenziosamente la campagna aperta ed  assolata  e il loro andare  assomigliava al veleggiare d'una nave, mentre le loro corna imponenti spuntavano da lontano come due polene sinuose, disperse in quel mare d'oro colato.


Gli uomini – venivano anche i vicini, perchè a rotazione ci si aiutava l'uno con l'altro, - lo seguivano raccogliendo in balzi le spighe cadute e successivamente i balzi venivano affastellati in covoni che, legati strettamente, rimanevano sul campo eretti e gonfi fin quasi a scoppiare, come  tante pedine dorate sulla scacchiera del terreno, ora brullo dopo il taglio.

Un altro carro, trainato da possenti buoi da tiro, percorreva piano la campagna, raccogliendo mucchi di frumento da portare alla fattoria dove sarebbero stati accatastati fino a formare una singolare,  geometrica costruzione che in Toscana va definita col nome di "barca".
Giovani e adulti saltavan su da un gradino all'altro,  sempre più su, mentre da terra gli altri, caricatisi le balle sulle spalle le tendevano  o  addirittura  le lanciavano verso l'alto a quelli che le afferravano al volo con destrezza ed agilità.
Il sole bruniva i volti già accaldati dalla fatica,  ma loro continuavano di gran lena fino al mezzogiorno quando le donne di casa - che s'erano  affaccendate attorno ai fornelli - li chiamavano per il pranzo. Un pò di riposo seduti al desco con un buon bicchiere di vino davanti, una fumatina sotto le frasche nell'aia in un silenzio spesso e solenne -  tutte le bestie s'acquietavano in quell'ora, chi nell'ovile, chi nella stalla  e  i  cani cercavano riparo all'ombra delle balle di fieno, dove avevano scavato piccole nicchie  - poi di nuovo al lavoro, rinvigoriti e pieni di volontà, finchè l'ultimo covone non era stato issato in cima, tassello finale di quella perfetta struttura.

Dopo qualche giorno, dal piccolo borgo, con gli uomini arrivava la mietitrebbia e con celerità si disfaceva la "barca" e si gettavano i covoni nella  macchina che, sbuffando, ingurgitava le grosse balle e poi ancora sbuffando scagliava fuori, separatamente, la pula e il grano che veniva insaccato in grandi sacchi di tela grezza e riposto nel piccolo magazzino.
In quei giorni era una festa grande con tutta quella gente che andava e veniva per l'aia e pei campi: le tavolate e i brindisi compensavano della fatica e a sera, alla luce fioca delle lampade a petrolio, si danzava sull'aia sulle note allegre o melanconiche di mazurche o walzer suonate  con la fisarmonica dal  vecchio zio Egisto, si discorreva ridendo d'ogni piccola cosa, col cuore sazio di serenità, ormai che il raccolto era al sicuro!.
Seguivano alcuni giorni di tranquillità: si attendeva come al solito alle  faccende quotidiane che non si potevano tralasciare, ma c'era  una  certa  rilassatezza, almeno negli adulti che ciondolavano volentieri nell'aia, attendendo a piccoli lavori trascurati da tempo.


SOTTO IL SOLE D'AGOSTO

Nicchie d'ombra cercavano i cani
tra covoni di paglia,
al riparo dal sole d'agosto
e i timidi agnelli
tra cascate di foglie e cespugli.


Nel campo, solo due buoi
che trascinavano un carro,
greve di grano...


Nell'aia,
uomini a torso nudo innalzavano,
con leggerezza ed agilità inspiegabili,
solide piramidi di fieno.
I muscoli tesi guizzavano
sotto la pelle brunita,
come corde tese d'un arco.
Nell'aria immobile,
solo le loro voci
d'incitamento, di fatica
e il gorgoglio dei colombi,
già stanchi dei voli mattutini.

 

 

I giovani, che invece non erano mai stanchi, spendevano finalmente tutte le loro inesauribili energie organizzando giochi e passatempi straordinari che inventavano nei rari momenti di riposo, seduti sulle balle di fieno, costruivano piccoli cesti o vassoietti o intrecciavano  steli d'erba e giunchi, distratti solo dal ronzio sonoro di qualche enorme calabrone nero che saltellava scontroso da  fiore a fiore.
Quand’erano ormai stufi dell'inerzia, compivano viaggi avventurosi in una jungla di canne alta più di un uomo oppure, accovacciati al fresco di qualche grossa pianta, soffiavano in certi arcaici zufoli costruiti con pazienza, dopo aver tagliato, nei loro vagabondaggi lungo il greto della Gavosa, dei robusti  bambù. 
Emettevano flebili suoni che destavano gli uccelli sugli alberi, i grilli, sciami di farfalline che si disperdevano nell'aria in  un baleno e tutti gli altri piccoli insetti nascosti nell'erba... poco dopo anche le cicale aggiungevano a quell'orchestrina improvvisata il sottofondo del loro frinire ossessivo.

Poi, dopo aver confabulato a bassa voce, come se temessero d'esser spiati, s'alzavano di scatto come un sol uomo e raggiungevano nonno Vittorio e  le pecore che pascolavano poco lontano, costringendolo a seguirli sino alla Gavosa, per costruire la "cannata".
Mentre alcuni dei ragazzi, armati di piccole lenze tentavano la fortuna lui, con le mani sicure d'allora, intrecciava svelto con i giunchi una specie di imbuto che deponeva nel fiumiciattolo con la parte dell'imbuto rivolto verso  la corrente. Tutti attendevano col fiato sospeso che qualche piccolo pesce cadesse nell'intreccio delle canne, fermando la sua  corsa.
Ed essi, per lo più puntuali arrivavano, raccogliendosi nell'imbuto, spauriti e flessuosi, inutilmente tentando la fuga…

Quando se n'erano radunati un buon numero, i ragazzi li afferravano, deponendoli nei loro cestini di giunchi e, salutato il nonno che tornava  al  suo gregge, facevano di corsa la strada di casa per mostrare alla nonna  già in piedi  dopo un breve riposo, il frutto di tante fatiche, quei piccoli pesci guizzanti che a sera avrebbero trovato arrostiti sulla mensa.
Intanto, tutto quel lavorio, quelle corse li aveva resi famelici; la nonna, per quietarli preparava loro certe enormi fette di pagnotta coperte di olio, sale e pomodoro e quando non era il tempo, di solo sale e olio, quel greve olio d'oliva così saporito sul pane morbido e fragrante, ma così disgustoso, invece, la mattina, quando, tutti in fila, ne ricevevano una buona cucchiaiata ciascuno,  per purificare l'intestino.

Ancora non sazi, i ragazzi bighellonavano per i campi alla ricerca di qualche albero da frutto da depredare ed erano allora scorpacciate di susine, di ciliegie, di piccole pere selvatiche, di profumate mele cotogne.
Oppure vagavano nella macchia  alla ricerca di cespugli gonfi di more e di altri frutti di bosco che imporporavano labbra e mani, mentre i rovi lasciavano segni di graffi sulle gambe, sulle braccia nude e, talvolta, anche sulle magliette.
Verso l'imbrunire, poi, stanchi ormai di quell'andirvieni  pomeridiano,  tornavano al casolare, affollandosi attorno alla fontana che zampillava dal muro per rinfrescare la pelle bruciante dopo una giornata sotto il sole,  ma poi finiva ancora e sempre in gioco: getti d'acqua venivano  convogliati  verso  l'uno o l'altro dei presenti e allora erano altri salti ed  altre risate, altre corse finchè, sfiniti, si sdraiavano in silenzio sui gradini dinanzi casa, attendendo la minestra serale.



PASTORELLO


Pastore d'un piccolo gregge,
felice te ne andavi tra i campi,
seguivi tuo nonno già anziano
stringendo nell'esile mano
un lungo, nodoso bastone,
invincibile lancia
con cui trafiggevi
mostri e immaginari nemici.
E dietro un carro abbandonato
t'appostavi, l'orecchio teso
ad ogni minimo rumore
ma poi d'un tratto, svelto,
 saltavi su,
fingendoti spavaldo.

Ma presto, annoiato, svicolavi
per un viottolo ombroso
che portava al ruscello
e sulla riva proteso,
scagliavi sassi piatti e lucenti
che, rimbalzando nell'acqua
creavano creste spumose.

A sera poi,
stanco di giochi e di fatiche,
nell'ombra incerta sostavi,
sonnolento,
sull'ultimo scalino della casa
e carezzando il cucciolo più amato,
privo com'eri di compagni,
a lui, sottovoce raccontavi
le ultime avventure straordinarie...


 

 


8.

 

Altre volte, specie quando il tempo non lo consentiva o quando qualcuno dei più piccoli aveva un po’ di febbre, mal di gola  o tosse e bisognava fargli compagnia, i ragazzi dopo aver bighellonato per l’aia si riunivano attorno al piccolo malato di turno cercando di distrarlo, trastullandolo con qualche gioco ma senza riuscirvi.

Allora Nonna Angiolina lasciava a zia Mirella le faccende e si dava da fare  per il piccolo con tutte le premure di era capace: infilava il bimbo nel suo grande letto, rimboccava le coperte, sprimacciava ben bene il cuscino e si sedeva accanto al letto del malatino, dicendo a tutti: “Ora vi racconto una storia…”

Questo sì che li faceva star fermi, anche i più grandi che magari avevano ascoltato le sue favole già tante volte, ma non rinunciavano a sentirle di nuovo…
E, pescando nella memoria qualche favola che risaliva alla sua infanzia o inventando lì per lì, forse prendendo spunto da una piuma che  sortiva fuori dal cuscino gonfio, diceva: "Ò che la vuoi ascoltare la storia delle quattro piume?".
E lui, contento e distratto dal suo malanno, ranicchiandosi sotto il pesante coltrone di piume che sprigionava un tepore che si andava diffondendo per tutto il corpo, ascoltava con interesse...

 

LE QUATTRO PIUME

...Tanti e tanti lustri fa in quell'antica fattoria – e la nonna indicava  la  campagna che si intravvedeva nel vano chiaro della finestra, dove s'innalzavano le rovine d'un vecchio rudere vicino  alla  Gavosa, un fiumiciattolo striminzito - abitava una vecchia fata...
Appena sveglia, metteva in ordine la sua casetta e rassettando, sprimacciava il grande piumino posato sul letto, morbidissimo poichè riempito di piume di un'oca straordinaria che le era stata regalata  tanti anni prima da un famoso mago. Solitamente, lo poggiava sul davanzale della finestra e lo batteva un  pò  con  le mani, affinchè prendesse aria; ogni tanto, qualche piuma scappava fuori e se ne andava per il mondo a far magie...
Una mattina, scuotendolo, saltarono fuori dalla fodera quattro piume che un'allegra folata di vento afferrò, portandole in diverse direzioni.
Una andò verso Est, attraversò le grandi montagne e giunse in un Paese lontanissimo dove uomini e  donne avevano gli occhi oblunghi ed abitavano in  case di bambù e carta di riso circondate da ridenti giardini in cui crescevano alberi di gelsi e di ciliegi.
La piuma cadde nelle mani d'una vecchia maga che, sentendola così morbida, decise di compiere un incantesimo: divise le fibre della piuma una per una ed assottigliandole tra le dita, ne fece dei filamenti lunghissimi, fini e resistenti che unì formando un unico nastro interminabile e avvolgendolo su stesso formò un bozzolo.  Con molta cura, lo appese all'albero di gelso che protendeva i suoi rami oltre la finestra e pronunciò delle parole magiche:  immediatamente il  bozzolo setoso si aprì e dal suo interno uscì  fuori un insetto grigio che però subito si trasformò, aprendo le ali che erano di colori indescrivibilmente belli ed abbaglianti. La farfalla - perchè proprio della prima farfalla si trattava - distese le ali leggiadre e volò nel cielo, scendendo ora su un fiore ora sull'altro, percorrendo le vie dell'aria e popolando prati e boschi...

La nonna si fermava un attimo per andare a dare un'occhiata ai suoi fornelli, mentre il malatino di turno e gli altri ragazzi le ingiungevano  di sbrigarsi subito subito e quando lei tornava, tirandole le  cocche del grembiule,  dicevano : "Racconta, racconta... "

Lei riprendeva: "La seconda  piuma si avviò verso Nord passando sopra a paesi e città, finchè non raggiunse una terra sterile ricoperta solo di  licheni e distese palustri. Cadde in una pozza d'acqua stagnante, galleggiando lievemente come una piccola barca.
Gli Gnomi della palude si raccolsero tutti a fior d'acqua per ammirare il candore e la leggerezza di quel dono che sembrava giunto dal cielo, poi la presero delicatamente per esaminarla, ma erano troppo curiosi: chi voleva guardarla più da vicino, chi ne chiedeva un pezzettino per ricordo! 
Insomma, fecero una gran confusione e ridussero la piuma in una miriade di briciole bianche che al primo soffio di vento si alzarono nell'aria, raggiunsero le nuvole basse nel cielo e a contatto   con  quella gelida carezza si moltiplicarono all'infinito, diventando  piccoli fiocchi candidi e ricadendo sulla terra. Caddero senza sosta  tutta  la notte e tutto il giorno  successivo  coprendo le terre del Nord di un ghiacciato mantello che non si sciolse più.

La terza piuma veleggiò nell'aria verso Sud, traversò il mare e si fermò sulla sabbia, in mezzo ad un immenso deserto. Di lì a poco, passò  una carovana di nomadi che scortava una bellissima principessa, figlia di un re dedito alla magia. Dall'alto del suo dromedario essa spaziava con lo sguardo e ad  un tratto vide, sul giallo accecante della sabbia, quel punto bianco che risplendeva come un gioiello. Ordinò ai suoi servi di raccoglierlo e avuta tra le mani la piuma, ne apprezzò la morbidezza e, per non perderla, la racchiuse in un prezioso cofanetto che  nascose sotto il suo ampio mantello.
Giunta all'accampamento dove viveva col padre,  gli mostrò la piuma ed anche lui ne fu stupito: non aveva mai visto niente di simile e subito decise di utilizzarla per i suoi esperimenti di magia, ma la ragazza si oppose e rifiutò di consegnargliela.
Il re finse di disinteressarsene, pensando di impossessarsene con un inganno. Difatti, poco dopo, chiamò un suo servo fedele a  cui spesso affidava incarichi segreti a cui indicò come rubare la piuma alla figlia, senza accorgersi però della presenza di uno schiavo, sordomuto sin dalla nascita e  molto devoto alla principessa che gli aveva insegnato a "leggere" il movimento delle labbra e a comunicare con lei.
Il giovane servitore avvertì subito la sua padrona ed essa, pur di non far cadere nelle mani del padre la bella piuma, poiché anche lei praticava arti magiche, decise di compiere un incantesimo, la tolse dallo scrigno e, pronunciate antiche e arcane parole, la lanciò nell'aria, dicendo: "Vola attraverso il deserto e ristora i viandanti!".
La piuma si divise in innumerevoli frammenti, si sfrangiò in tanti piccoli corpuscoli che vagarono  in tutte le direzioni e lì dove si posavano,  improvvisa cresceva la vegetazione: verdi ed altissime palme che davano ombra e frutta dolcissime; ogni singolo frammento della piuma si trasformava in una grande pozza d'acqua che avrebbe dato refrigerio agli uomini del deserto che sarebbero  passati di lì nei loro lunghi viaggi in quelle terre sabbiose...".
La nonna, a quel punto, si muoveva un pò a disagio  sulla sedia per via di tutte quelle faccende  ancora da sbrigare, ma i ragazzi, piccoli e grandi, stavano così buoni e pendevano dalle sue labbra ascoltando la novella, che rimessasi ben  ferma, proseguiva:

"...la quarta piuma attraversò  l'oceano e si diresse verso  Ovest, posandosi in mezzo ad un enorme campo.
Nell'erba alta, una fagiana affaccendata intorno al suo nido, cercava di ricoprire con cura le sue  uova, per nasconderle alla vista di altri uccelli; vide la bianca piuma e pensò: "Oh, se tutto il campo fosse bianco, il candore delle mie uova non si distinguerebbe e i miei nemici, invece di fermarsi a  depredare il mio nido, proseguirebbero per la loro strada. I miei piccoli potrebbero così nascere al tempo dovuto, indisturbati".
Il suo desiderio venne ascoltato dal Folletto degli Uccelli che, appollaiato sul ramo di un vicino albero, stava riposando in compagnia di alcuni piccoli amici canterini. Il Folletto pensò che era una magnifica idea quella espressa dalla fagiana, proprio quel che ci voleva per aiutare gli uccellini che dovevano nascere e crescere in pace.
Quindi, sceso dall'albero da cui aveva assistito all'arrivo della piuma, la raccolse e la portò sul ramo, affidandola ai suoi piccoli compagni e  dicendo loro: "Coi vostri becchi aguzzi dovrete ridurla in pezzettini minuscoli che dividerete tra di voi e porterete nei voli che vi condurranno per le vie del cielo. Li farete cadere sui campi sotto di voi, così avverrà un evento straordinario, la fagiana vedrà esaudito il suo desiderio!".
Gli uccellini obbedirono ai comandi del Folletto, sminuzzarono la piuma in una miriade di piccoli frammenti e, portandoli con sé per le vie del cielo, li dispensarono nei campi.
Sotto di loro, dove si posavano, i pezzettini di  piuma si trasformarono in tante piantine, sulla cui sommità apparve un ciuffetto candido. Tutti i  campi così fecondati,  divennero enormi distese di bianco cotone entro cui le uova della fagiana e degli altri uccelli che fanno il nido nell'erba,   si mimetizzavano alla vista dei predatori.
Le quattro piume fatate della vecchina divennero,  dunque, seta all'Est, neve  a  Nord, oasi a Sud e cotone ad Ovest...".
"Bella, bella..." commentavano gli ascoltatori e soprattutto il malato che, mentre la nonna ritornava ai suoi fornelli, se ne stava al calduccio del suo piumone rimuginando tra sè la storia...

Oltre alle favole, la nonna destinava ai piccoli chicche ed alcuni regalini; erano piccole cose, sorprese delle uova di Pasqua, giocattolini che i   legittimi proprietari, subito annoiati, avevano abbandonato nell'aia e che  lei  poi riproponeva in altri momenti, ad altri nipoti.
 Sembrava una gazza curiosa che, scorto nell'erba  un piccolo oggetto lucente, se ne impossessava, nascondendolo dapprima nelle ampie tasche del suo grembiule, poi nei cassetti del suo canterano, un vecchio comò dalle linee severe con tanti tiretti e ripostigli segreti. 
Faceva parte della sua natura generosa, questo continuo dare, ma quel maniacale fare incetta di oggetti e di nascondigli celava, forse, i podromi  della malattia che l'avrebbe colpita, anni dopo.
Anche a Donatella aveva elargito dei regalini che  lei, una  volta tornata a casa, aveva disposto un pò disordinatamente in giro. Tra di essi, avevo trovato una piccola statuetta della Madonna, che ho sistemato sul mio comodino, accanto  al solito abat-jour, a un piccolo portagioie ed alcune foto dei miei figli.

Curva su una culla in cui giace un Bambinello di pochi centimetri - anch'essa è minuscola - guarda il Figlio con uno sguardo dolce e remissivo, profondamente realistico, nonostante l'immobilità perenne. Sembra intagliata in un pezzo d'alabastro verde chiarissimo, ma si tratta d'una statuetta da pochi soldi, di plastica opaca che, pure, per me è del tutto speciale.
A sera, quando vado a letto, a conclusione di una lunga giornata, la guardo  e...  oh, meraviglia, se durante il giorno ho compiuto qualche buona azione, qualche atto di generosità o d'amore o di rinuncia, se non mi son lasciata andare al mio  caratteraccio ma l'ho  tenuto  a freno, la Madonnina s'illumina tutta, risplende di d'un'intensa luce verde fosforescente.
Se, al contrario, ho commesso qualche dimenticanza grave, qualche  infrazione  o  mi  sono  comportata  egoisticamente,  la  piccola Madonna è opaca, priva di lucentezza e quasi non riesco a distinguerla nel buio della stanza.

Certo, so che questo "miracoloso evento" avviene per una qualche reazione chimica del materiale con cui la statuetta è stata fabbricata, esso assorbe la luce elettrica e quando nella stanza le luci restano accese per un  pò, la Vergine  risplende come di luce propria mentre, se vado a letto difilato, senza accendere l'abat-jour,  la piccola figura non ha modo di incamerare alcuna luminosità e così resta inerte.

Ma io, nella mia fanciullesca fantasia, continuo a pensare che, se la Madonnina è contenta di me e del mio operato, mi fà lume durante la notte; altrimenti, triste e rabbuiata, silenziosamente mi addita le mie mancanze...

 

 



9.

 

Il borgo che sorge a due chilometri, forse meno, da Campalbrutto era di origine  medievale e ancor oggi si scorgono, nelle vicinanze, le suggestive rovine d'un vecchio castello su cui è fiorita una leggenda di un cunicolo segreto che  avrebbe condotto alla stanza del Tesoro ed altre storie simili. 
Faceva parte di una vasta tenuta appartenuta, un tempo, a un signorotto della zona - un certo Odero - che alla sua morte aveva lasciato in donazione le  sue  proprietà alla fondazione religiosa di Don Orione.
Un piccolo istituto per ragazzi handicappati era sorto, dunque, al centro della  tenuta - una vasta zona ridente dell'allora paludosa, venefica Maremma - gestito  da alcuni validi sacerdoti che si davano da fare in quei luoghi malarici anche per le poche famiglie che si erano avventurate a bonificare la zona, alloggiando su quei poggetti in piccole fattorie costruite allo scopo e date a mezzadria.

Su una di esse vivevano nonno Vittorio e nonna Angiolina, ambedue provenienti  dalla bassa Romagna, ai confini con la Toscana, dove avevano trascorso la   loro giovinezza e da cui si erano allontanati attorno al 1920  per cercare fortuna. 
Anche il fratello di nonno, zì Noviglio, s'era trasferito con loro  ed  abitava  sulla collina di fronte, a parecchi chilometri di distanza, con la sua numerosa famiglia - dieci figli, venti braccia - che con gli anni si erano poi  dispersi per l'Italia, ritornando a casa solo a Pasqua e a Natale.
Più o meno all'epoca in cui i nonni si erano stabiliti a Campalbrutto, il  don Orione era gestito da un sacerdote che proveniva dall'Alta Italia un giovane prete - Don Nicco si chiamava - alto e magrissimo che sembrava dovesse soccombere a causa delle mefitiche esalazioni delle paludi disseminate intorno e sotto il bersaglio dei fittavoli, più o meno tutti assertori delle idee marxiste, che durante l'ultima guerra si erano schierati contro i fascisti ed i tedeschi.
Don Nicco, invece, aveva saputo farsi rispettare da quegli uomini incalliti dal  sole e dalla vita, aveva lavorato con loro e per loro, aveva usato nei suoi sermoni - rari, perchè rare erano le occasioni in cui la sua chiesetta era frequentata - un tono autoritario ma non privo di dolcezza,  di comprensione  per la durezza della loro vita, aveva consolato, benedetto e riconsegnato  alla  terra molti degli uomini e delle donne che gli erano stati affidati.
La sua morte aveva suscitato un'enorme commozione e ancora, a distanza di anni e  anni, lo si ricordava con affetto e deferenza.
Scomparso lui, essendo in passivo la gestione della tenuta, la proprietà venne ceduta ad un nobile veronese che non ne trasse, però, alcun profitto e che a sua volta la rivendette ad una società multinazionale che vorrebbe destinare la zona all'agriturismo, una nuova moda dei giorni nostri.

 ...Affrontiamo il breve rettilineo: al di là ed al di qua tra il verde della  campagna compaiono le pietre scarne e grigie della vecchia casa di zio Adolfo, la “tabaccaia” dove un tempo il raccolto di tabacco veniva steso al sole ad asciugare, un filare di pioppi filiformi, un brecciolino rumorosamente allegro.
All'apice della salita, uno spiazzo: la piccola contrada è tutta lì, una chiesetta sempre chiusa durante la settimana e dove la domenica si raccolgono una decina di anime in tutto, la casa del fattore, tutta di mattoni rossicci con una lunga scalinata ombrosa che s'inerpica al piano superiore,  la  casetta  del guardiacaccia, Anchise, con il portico ornato da volute di gerani multicolori su cui s'affacciano, come occhi curiosi, due finestrelle che scrutano ogni movimento  della piazzetta. 
A rallegrare il piccolissimo borgo, addossati contro i muri di pietra, accanto alle porte doghettate dai battenti di ferro, proprio sotto alle  nere fenditure delle finestre, dei grossi orci di coccio mostrano le loro panciute fisionomie ornate di fiori rossi, arancio e rosa.    

Poco più  in là,  alcuni capannoni   abbandonati accanto a cui giacciono degli arnesi in disuso: un erpice e delle vanghe sono ancora lì tra l'erba incolta,  lasciate contro un muro o in terra, già prede della ruggine e della polvere.
Ora in quelle poche case non vi abita che il fattore e la famiglia "Balatresi" - così zio Renato usa chiamare i suoi componenti, a cominciare da sè stesso, - ormai ridotta a tre elementi: lui, Carolina, chiamata sbrigativamente  Lola e la loro irresistibile figliola più giovane, Elena.
Quando zio Adolfo, zia Marisa e la loro cucciolata di quattro  maschi vivevano alla tabaccaia e poco più in là i tre giovani Balatresi, l'aria del piccolo villaggio era decisamente allegra e piena di vita, scoppiettante di gridolini di gioia e di sorpresa... ma il lavoro dei campi per gli adulti  era  duro, faticoso, le case scomode, senza bagni, i soffitti bassi e sconnessi da  cui  in inverno penetravano pioggia ed umidità, mentre d'estate l'afrore delle stalle vicine ed infuocate ammorbava l'aria. E le scuole, dalle medie  in poi, bisognava andare a frequentarle fuori.
I tre Balatresi vennero messi in collegio - un bel posto del Lazio verde e  ridente, un pò simile, per natura, a quello natio - ma la disciplina e gli orari erano così dissimili da quelli di casa...
Con monotona lentezza i mesi invernali passavano nel grigiore del collegio, mesi in cui i tre ragazzi si maceravano dalla nostalgia per la casa lontana, per la perduta libertà di scorrazzare nei campi, per l'impossibilità di recarsi  a caccia con zio Adolfo e zio Azzurro, di addestrare i cani e di imparare, con quella precisione che caratterizzava zio Renato, a lavorare il legno e a mandare un trattore. A fatica passarono gli anni e Renzo che era il più grande, ovviamente fu il primo a tornare a casa, il primo a sottostare alla durezza del lavoro e a scendere nell'oscurità perenne della miniera.
A quell'epoca, infatti, tutta la zona intorno era un pullulare di miniere - che oggi sono state abbandonate perchè non rendevano più - per  la presenza di rame, pirite ed  antimonio.
Per anni, gli uomini che vivevano nei dintorni, se non si dedicavano all'agricoltura, ma anche quello era un lavoro durissimo perchè la bonifica  della Maremma era ancora di là da venire, scendevano nel sottosuolo di Niccioleta, di Gavorrano, di Boccheggiano. Era pesante quell'esistenza inumana passata a spicconare le rocce per lunghe ore, spalando e caricando i detriti nei mobili carrelli che s'inoltravano, ansanti e serpentini nelle oscure gallerie che traversavano con infiniti percorsi le montagne, dimenticando la luce, i colori, l'aria tersa delle solatie campagne toscane, rinchiusi laggiù nel fango viscido dei cunicoli, col pericolo sempre probabile d'uno sfaldamento, d'un crollo dei sostegni, d'una fuga di gas...
E poi, dopo molte ore di questa coatta prigionia, dopo aver buttato sudore e  fatiche inenarrabili, risorgere da quell'oscurità riemergendo nel buio del tramonto ormai inoltrato, le facce e i panni incrostati da una patina scura che occludeva i pori e il respiro nei polmoni. Se non si moriva di silicosi, spesso si periva anche in giovane età o ci si feriva  irrimediabilmente  a  causa di qualche incidente dovuto all'inesistenza delle misure di sicurezza. Fu questo il caso di Renzo che, per un banale infortunio perse le falangi superiori di due dita, il che lo rese inabile alla discesa in  profondità. Venne assegnato ad un reparto che operava sulla superficie e il godere dell'aria libera e piena di profumi, del sole e della  vista dei meravigliosi paesaggi intorno, lo  ricompensava del dolore patito.  Eppoi, per premere sul grilletto del fucile, bastavano le rimanenti dita...!   
Gli altri due ragazzi, Fausto e Tiziano, resistettero anch'essi fino ad ottenere l’ambito diploma professionale, poi corsero di nuovo a casa, dove nel frattempo un lieto evento, inatteso, aveva dato un tocco di femminilità a quella banda di maschi scatenati: era nata Elena che per loro divenne la bambola di casa da trastullare con la stessa veemenza che usavano nei loro giochi maschili.
A seguito della scelta delle professioni e dei matrimoni, i tre fratelli si sono allontanati dal piccolo borgo che però è il centro attorno a cui gravitano comunque i loro  interessi e i loro affetti; ogni due, tre giorni - secondo i turni lavorativi - sono là di nuovo a portare confusione nella piccola casa, sovraccarica ora tra nuore e nipoti. Ma Carola, con quel sorriso imperturbabile li accoglie tutti  a braccia aperte, allunga il tavolo e mette sulla mensa ogni ben di Dio per sfamare quell'orda vibrante di vita e di battute che rallegrano la sua esistenza e quella di zio Renato. E quando non sta in casa a preparar pranzetti, va a sfaccendare al Sauro - è questo il nome dell'Istituto del Don Orione per ragazzi handicappati che si trova nella tenuta - dedicandosi ai minorati con il solito impegno e buonumore che anima tutta la sua esistenza.
Sembrerebbe una contraddizione questa: tutte le famiglie di contadini e in genere tutti coloro che abitano questa zona seguono ideologie comuniste, anzi sono marxisti di vecchio stampo come lo zio Renato che però non si è mai sognato di intralciare la zia in quanto  faceva. Il loro cuore, infatti, non ha legami di alcun genere quando si tratta di dar una mano sia pure ai preti e quando si tratta di curare, assistere e vegliare altri esseri umani meno fortunati.  

Deviamo a sinistra, quasi sfiorando l'abitazione del fattore, la cui facciata ocra s'apre sulla piazzetta striminzita, mostrando una profusione di gerani in fiore ed ecco la casa di zia  Lola, una bassa costruzione scolorita. Di fronte, un piccolo pergolato verde sotto cui rifugiarsi, per un pò di ristoro nelle ore più torride e dopo cena, già tutto folto di grappoli dagli acini gonfi sotto la buccia traslucida.
I gatti s'affacciano curiosando, quasi tra i piedi  di  zia Lola che controsole  strizza nel viso un pò aggrinzito, i suoi occhi ridenti poi, ecco Elena, con quella faccia aperta, confidenziale, che saltellando ci viene incontro stringendo a sè Paride, un grosso splendido angora grigio piombo, scontroso e  fiero della propria bellezza, che subito nasconde il muso contro il corpo della padrona.
Paride è di pochi complimenti e non ama la confusione che invece regna sovrana nella casa, non certo per incuria ma perchè sovente  è invasa dai fratelli di Elena e dalle loro famiglie e, quando ci siamo, anche da noi. Lui, che ormai di fatto si considera il re della casa  e  che ancora non si  è  rassegnato alle baraonde, approfittando del momento dei saluti, con  un arruffio del morbido pelo si contorce e  sguscia via dalle braccia della padrona,  rifugiandosi  in una stanzetta adibita a lettiera per i gatti dove vive con la sua prolifica famigliola.

La sua compagna, Sofia, è dolcissima e candida come un batuffolo d'ovatta e ad ogni poco sforna una  cucciolata; l'ultima è  questa che oggi gironzola  tra i nostri piedi, sei gattini (tre bruniti come Paride e tre bianchi come la madre).
Elena vuole a tutti i costi tenere uniti e immobili i micetti in  una cesta  di vimini imbottita, affinchè io possa riprenderli con la macchina  fotografica. Tenta invano di tenerli dentro ma quelli non vogliono sentir ragioni e sgusciano  via, felpati e rapidi come tutte le bestie della loro specie.
Ed uno più intraprendente degli altri, si butta giù  dal tavolo su cui è posato il cesto per raggiungere una nuova meta.
Lei si muove con la sua solita agilità e vivacità, li raccatta, li rimette  in  gruppo, ridendo con quei gorgoglii di gusto che la contraddistinguono, li blandisce chiamandoli coi nomi altisonanti che gli ha tributato, mentre io scatto alla bell'e meglio qualche istantanea.
Poi, si dà per vinta anche lei e si butta su una poltrona,  quasi esausta  da  tutto quel movimento, ma non per questo meno ilare, con quel faccino minuto e ansioso, i capelli biondi trattenuti da un fiocco bianco e pomposo che la fa più bimba di quello che in  realtà non sia...

 

 

 

 

10.

 

Il clackson d'un'automobile interrompe questo nuovo divertimento: è in arrivo la vecchia Skoda rossa di Fausto e Tiziana che raggiungono la nostra comitiva.
Fausto è uno di quei rari personaggi che al solo apparire viene accolto da ovazioni unanimi, è uno di quei soggetti che mette allegria perchè  è vero, non costruito, non corrotto dagli schemi di una società convenzionale. E si sa già che alla prima battuta con cui saluterà la  platea d'occasione, ci  sarà da ridere di cuore.
Media statura, magrissimo, perennemente fasciato da un paio di jeans senza colore e da una maglietta a righe, una selva fulva di capelli come lui anarchici  e due baffi lunghi, spioventi ma non tristi, ha due occhi azzurro intenso che ridono prima ancora dei suoi interlocutori.
Tiziana, di contro, è due volte lui di peso, il corpo  sodo  ma non ingombrante, un'aureola di capelli neri e ricci che le incornicia il  volto pieno e furbo; fa da spalla a Fausto nelle sue lunghe o corte concioni improvvisate, con certe arguzie succulente che nel discorso lei getta al marito con un fare tra il sarcastico e il divertito, perchè lui ne faccia uso.
E lui continua, imperterrito: giù a raccontare facezie con la sua inimitabile loquacità toscana, intercalata da qualche bestemmia detta più  per abitudine, per dare maggiore forza  al discorso che per convinzione politico-religiosa anche se - di fatto - è un comunista convinto e acceso.
Come quasi tutti da queste parti, del resto, è un rosso seguace di Berlinguer di cui rimpiange la figura morale, ormai già deluso, lui pure, del torpore letargico in cui i compagni si crogiolano. È  un idealista che ha  fatto la gavetta dall'età di sedici anni e che oggi si ritrova, come quasi tutti i suoi coetanei non ancora quarantenni, al punto di partenza.
Ricordo che al funerale del compagno Berlinguer - celebrato a Roma con tutti gli onori che la sua carica prevedeva, ma ancora di più per le doti morali della persona - si radunarono squadre di comunisti provenienti da tutt'Italia, una  folla che si ammassava di ora in ora sui prati in piazza  San Giovanni, una delle più imponenti della città.
Sin dalla mattina presto, i rossi si erano accampati in attesa del discorso funebre con cui i successori del defunto leader politico avrebbero liquidato quell'uomo dal volto un pò lungo e sensibile, dallo sguardo intenso, quasi triste...
Per ore e ore erano sfilati sotto le nostre finestre, senza declamare i soliti slogans politici, silenziosi, quasi con reverenza, a capo scoperto.  Abitando in una via  centrale abbiamo visto di tutto: scioperi di studenti e d'operai di tutta Italia, il Papa nelle annuali processioni del Corpus Domini, statisti e regnanti di passaggio, repressioni della polizia contro varie genie di dimostranti…  Poco prima che iniziasse il discorso, più per curiosità che per altro e forse con la segreta speranza di trovare qualcuno dei cugini toscani, io e Paolo ci  avventurammo  per le strade gremite e assolate, raggiungendo la piazza. Il caso volle che, proprio accanto al palco su cui si sarebbe tenuto il discorso trovassimo il gruppo di Gavorrano - il piccolo paese in cui vive e milita Fausto - e vedessimo la sua chioma fulva; era lì che prestava il servizio  d'onore con suo fratello Renzo.
Sui volti magri e costituzionalmente scavati, c'era un'ombra di tristezza, l'effervescenza che sempre li distingue, in quel momento cedeva il posto  ad una vera e propria  amarezza... quasi fossero consapevoli che un'era stava concludendosi alle loro spalle e che essi ne erano stati i co-protagonisti.
Nell'afa statica del pomeriggio la gran massa di gente accovacciata in ogni angolo o ritta in piedi sotto il sole, non si muoveva, parlottava  solo a mezza voce, quasi temesse di disturbare; solo gli striscioni - su cui erano dipinte  o  ricamate frasi di commiato - e i fazzoletti rossi annodati intorno ad ogni collo vibravano ad una lieve brezza e le braccia tese, su cui spiccavano abbaglianti i nastri da lutto, rossi anch'essi, sembravano sfidare, senza volere,  l'imponente bianco Cristo di marmo che dall'alto  della Basilica benediceva  tutta la piazza...

S'infervora, Fausto, parlando sfiduciato ormai dal partito, come s'infervora nelle lunghe notti d'estate, quando  si resta a veglia sotto il pergolato  di viti dinanzi alla tavola ancora imbandita, con un bicchiere di vino sempre pieno a metà.
E allora è un susseguirsi di battute salaci e di scherzi ai danni dei più giovani cugini, è un fantasioso fuoco d'artificio di motti, di sentenze, di sottintesi a cui la calata toscana dà un sapore di proverbi antichi.
È una miniera di trovate e di storie sempre diverse  capitate  a conoscenti  o  di episodi vissuti in prima persona.

Poi, la stanchezza e il vino hanno il sopravvento su tutti: in ognuno  s'insinua  una lieve vena di malinconia che dà la stura ad un intrecciarsi di ricordi d'infanzia e di adolescenza: "Ò  che te la rammenti - dice  qualcuno - di quella volta... s'andava giù pèl poggio a raccattar balzi...". È un segnale irresistibile: ognuno ha da dir la sua, da rammentare qualche particolare inedito, è un ripescare nella memoria birbonate e punizioni scontate insieme, giorni passati a governare maiali e mucche nei campi, a  pescare nel vicino torrentello, a spaccar le legna per l'inverno...
Le voci maschie s'intrecciano l'una all'altra, si sopraffanno, si accomunano in un unico canto d'addio all'età spensierata che non ritornerà più. La notte stellata si fa piano piano più nera e misteriosa: una  tristezza vaga è  in agguato sulle  colline circostanti, dietro i nodosi tronchi  degli  alberi,  nell'animo intriso di nostalgia... Ma ecco che Fausto, recuperato chissà dove il suo humor caratteristico, balza fuori con la vecchia trovata di andar ad "abbeverare le piante", suscitando la consueta ilarità dell'uditorio.
Gli uomini s'alzano rumorosamente con le facce ravvivate dall'allegria e il  movimento li riempie di nuove energie e già progettano una battuta  di caccia al cinghiale per le prossime ore. Non c'è posto per la malinconia, se c'è Fausto...

Anche zio Renato, oggi ha ostentato, lui sempre così schivo, un atteggiamento  espansivo nei miei confronti, il che è davvero eccezionale.
Alto, magro e dinoccolato è un uomo di poche, concise parole, uno che fa i fatti senza troppe chiacchiere e quando c'è da combattere per un'idea, eccolo lì pronto a sostenerla.
Convinto assertore del comunismo, quello vero - dice lui - non all'acqua di rose come quello di oggi, che scende a patti con gli antagonisti d'un tempo, spesso, durante quelle cene a base di crostini di fegato, di tortelli e di  arrosti prelibati, che zia Lola ci ammannisce ogni volta che ci invita insieme alla tribù dei Balatresi al completo, s'accendono tra lui e Fausto accanite discussioni dovute alle divergenze delle correnti politiche.
Zio Renato s'infervora e diventa rosso dalla collera, mentre parla roteando  l'unico occhio mobile (l'altro l'ha perso sul lavoro per colpa d'una  scheggia di legno e al suo posto ha una protesi di vetro) e nel discutere brandisce la sua forchetta gigantesca, perchè è d'uso che adoperi quella da portata.
E intanto Fausto, tra il faceto e l'incollerito sostiene le sue tesi, mentre il fragolino scende negli animi e addolcisce ogni rivalità.

È allora la volta di Renzo, piccolo e magro come nonna Angiolina, a cui somiglia  molto, che tira in ballo l'ultima avventura di caccia, un  pò per farsi bello nei confronti di Fausto che spara, spara ma raramente prende qualcosa, un pò perchè è il suo argomento preferito.
Con la mimica del volto e delle mani mobilissime - spiccano chiare e nette le  due falangi mancanti - rievoca quella di qualche mese fa quando,  avuto sentore della presenza di alcuni cinghiali nel suo orto che di notte gli andavano a mangiare il granturco, ma anche qualunque altra cosa trovassero, aveva costruito una trappola, una grossa gabbia nel cui interno aveva deposto un paniere colmo di susine di cui i cinghiali sono ghiottissimi. Aveva gettato  altra frutta nei campi, affinchè si avvicinassero e come se non bastasse, ai margini del campo aveva teso un laccio eppoi, sul far della sera, conclusi  per  quel giorno i lavori campestri, se ne era tornato a casa. La mattina dopo, curioso ma incerto sugli esiti che  le  sue trappole avrebbero  potuto dargli, s'era sbrigato a tornare all'orto.
Non credeva ai suoi occhi, era davvero più di quanto un cacciatore si potesse aspettare, una di quelle storie che raccontata in certi ambienti avrebbe suscitato   solo   ilarità, in quanto non sarebbe sembrata reale ma solo una panzana.
Nella gabbia c'erano tre cinghialotti sui trenta chili ciascuno che, attirati dalle ghiottonerie del paniere, erano entrati e che ora grufolavano cercando invano di uscire!
Mentre se ne stava lì davanti, beato ed estatico davanti a tanto ben di  Dio,  sentì il bercio d'un altro animale proprio alle sue spalle.
Intimorito, si girò su se stesso, afferrando con prontezza una vanga che stava lì sul terreno, ma poi si rassicurò e gioì di nuovo, enormemente, constatando  che anche la seconda trappola aveva funzionato: un altro cinghialotto aveva messo la zampa nel laccio e grugniva, lanciando all'aria fresca della mattina la  sua disperazione.
Renzo restò un attimo interdetto, doveva fare subito qualcosa prima che gli  altri contadini nei campi intorno s'avvedessero dell'accaduto: la caccia  al  cinghiale in quel periodo era chiusa e sarebbe stato un guaio essere colto  in flagrante. Non poteva utilizzare il fucile, troppo rumore... che altro aveva a portata di mano? Lì accanto, nel capanno degli attrezzi, non c'era che  un martello...  un'arma poco adatta ma, d'altronde, non aveva altro.
Lo afferrò e giù botte da orbi ai tre cinghialotti nella gabbia, tenendosi al  riparo dalle loro zanne aguzze... due caddero senza troppo  rumore sotto i colpi ben  assestati, il terzo invece riuscì a fargli cadere il martello di mano per cui, uscito in fretta dalla gabbia, vi rientrò dopo pochi istanti armato della vanga... e lo finì in un attimo.
Ora bisognava pensare a quell'altro che ancora si lamentava al limite del campo: gli  propinò lo stesso trattamento e tirò un sospiro di sollievo. E questa era fatta, ora era necessario farli sparire, cancellare le tracce della loro presenza; con lena si mise a trascinarli sotto l'enorme fico che troneggiava in mezzo al campo, i cui lunghi rami toccavano terra e formavano una cupola d'ombra fittissima. Dal di fuori non si distingueva assolutamente nulla. Trafelato tornò a casa, svegliando il suocero che ancora se la dormiva saporitamente, in poche parole gli raccontò i fatti e gli disse di sbrigarsi che gli serviva una mano.
Tornati al campo, entrarono nella culla ombrosa; il suocero ancora frastornato stentava a credere a quello che vedeva come aveva stentato a credere alle parole di Renzo, ma la realtà era là sotto i suoi occhi: c'era da scuoiare gli animali  e bisognava farlo in tutta fretta, il sole  stava salendo nel cielo e di lì a poco i campi si sarebbero popolati di gente. Riuscirono a farcela e a non destare i sospetti di nessuno,  se ne tornarono a casa con delle buste colme di pezzi di cinghiale tagliati alla bell'e meglio che le donne s'affrettarono a rimanipolare, a pulire, ritagliare e a sistemare nei congelatori già colmi di selvaggina.
E Renzo pronto a raccontare a pochi intimi quell'esclusiva, solitaria battuta di  caccia, già leggendaria.

La storia fantastica di Renzo ci ha tenuti tutti zitti, compreso zio Renato e gli altri che pure l'hanno già sentita narrare parecchie volte, ma data  l'eccezionalità dell'avvenimento, ogni volta la si ascolta con ammirazione e con  un senso di stupore.
Tiziano, il più giovane dei tre, altissimo e ancor più magro degli altri, sempre scettico e polemico come la buonanima del nonno Giannino, con una delle sue battute mordaci e  contestatrici, rompe l'incantesimo e batte un pugno sul tavolo, riportandoci alla  realtà: mangiando e ridendo  chiacchierando ed ascoltando, le ore sono passate ed è tempo per tutti di rientrare a casa, portandoci dentro l’anima un senso di leggerezza e d'allegria tenace che non si disperde lungo il cammino.
Nel buio della notte i fari della macchina illuminano solo un breve scorcio di strada bianca su cui, ad un tratto, sbuca un leprotto velocissimo che riesce a  mettersi in salvo sull'altro lato.
Dal cupo groviglio di alberi che fiancheggiano la provinciale escono smorzate le voci degli uccelli notturni: il borbottio sordo d'un gufo, la chioccia voce d'una civetta.
Intorno, le luci di qualche paesetto lontano, ombre di colline, la sagoma stilizzata della ciminiera del Casone e il suo inevitabile filo di fumo che s'alza, cianotico, verso il cielo... 
Spesso i Balatresi parlano di una loro venuta a Roma e di qualche ipotetico viaggio all'estero per una battuta di caccia (in Jugoslavia o in qualche altro paese, dell'Est naturalmente), ma poi faticano ad allontanarsi dal luogo natio anche di pochi chilometri e quando ciò avviene per cause di forza maggiore, sono  come pesci fuor d'acqua. Difatti, quelle poche volte che sono venuti a trovarci a Roma, benchè incuriositi ed interessati dagli  animali dello zoo, nostra prima  meta abituale a cui condurre parenti ed amici non romani, dopo la visita a qualche monumento o altro luogo caratteristico della capitale, dopo una passeggiata tra le vie affollate e piene di negozi, quasi in preda ad un'ubriacatura, i nostri soggetti non desideravano altro - spento ormai  il desiderio di paesaggi nuovi rutilanti di luci e di insegne - che tornare alla calma delle loro piane immerse nel silenzio rotto solo dal latrare dei cani, dal chiocciare delle nane e delle gallinelle mugellesi, dal fischio di qualche merlo nascosto sopra il susino che si protende  sulla  casa, accesa in cielo solo una falce di luna e le  luci  lontane  di qualche altro casolare disteso sui colli adiacenti...
Rimarrà famosa tra noi la loro ultima visita a Roma.
Venimmo avvertiti telefonicamente della prematura, imprevista nascita, avvenuta a Massa del bimbo di Fausto e Tiziana. C'eravamo visti appena un mese e mezzo  prima - nel pieno dell'estate - ed eravamo riusciti a convincere i vecchi  a  venire con noi ad un pic nic serale improvvisato al Parco della Fenoria, un bel giardino naturale sul cocuzzolo di un monte appena attrezzato con giochi per i bimbi, altalene, panche, tavole di pietra, piccoli focolari su cui è possibile accendere fuochi e cuocere carni o pesci, secondo i gusti.
Fausto ci teneva a far gli onori di casa e, indossato  un grembiule di Tiziana, in testa - per burla - un buffo cappello da cuoco, da cui ribelli sfuggivano i suoi riccioli rossicci, si dava da fare mettendo sulla griglia salsicce, crostoni di pane, bistecche succose, sorvegliando il fuoco perchè non languisse, rigirando di tanto in tanto la carne che di lì a poco inondò il parco con il suo odore succulento, facendo illanguidire i piccoli che giocavano finalmente senza freni e altra gente accampata come noi, ma non così attrezzata.

L'aria fresca ci inebriava più del vino vecchio che non mancava mai nei bicchieri e la compagnia si faceva vieppiù allegra man mano che il tempo passava.
Tiziana s'affaccendava spennellando la carne con una salsina, tagliando il pane, compiendo altri piccoli servizi, la figura grassoccia nascosta da un ampio camicione nero.
Lì per lì non azzardai nessuna ipotesi, anzi non mi  passò neanche per la mente  che fosse già incinta di quasi cinque mesi, ma ne ebbi il sospetto solo più tardi, guardando le foto scattate senza preavviso: sotto il seno imponente c'era già un rigonfiamento del ventre, là dove il camicione disegnava molli pieghe, c'era un languore negli occhi che la rendeva  più matronale del solito e c'era nel suo sguardo una cert'aria di complicità quando incontrava quelli di Fausto. Non avevano voluto rendere nota quest'altra maternità un pò per timore, un pò per scongiuro.
Qualche anno prima, difatti, la terza gravidanza di Tiziana aveva avuto un epilogo negativo: il bimbo, nato anch'esso prima del previsto, non aveva resistito che poche ore.

Dunque, stavolta avrebbero annunciato il lieto evento quando non ci fossero più stati pericoli di sorta.
E invece, ecco di nuovo una nascita prematura e la salute del piccolo nato messa in pericolo da lievi malformazioni a carico del cuore e dei polmoni che a tutta prima sembrarono essere più gravi di quanto non fossero in realtà.
Trasportato di corsa all'ospedale di Pisa, il bimbo venne ritenuto bisognoso di incubatrice e di cure appropriate che potevano essere forniti solo in un ospedale di Roma.
Quindi Fausto, accompagnato dal cognato Andrea, da Tiziano e da Valter giunse,  affranto ed accorato, mentre Tiziana intanto continuava la sua degenza post-parto all'ospedale di Massa da cui uscita di lì a qualche  giorno, avrebbe raggiunto il piccolo a Roma per sostenerlo col suo latte ed ogni altra attenzione materna. Il bimbo ora era in buone mani, bisognava solo sperare che la forte fibra ereditata dai genitori reagisse in maniera adeguata alle  cure che gli venivano prodigate. Intanto, visto che l'orario di visita al piccolo lasciava loro molto tempo  libero durante la mattina, per rialzare il morale di Fausto e del neo-zio Andrea, Paolo decise di condurli a Porta Portese.
Presero il 15 in via Labicana e fecero il lungo percorso che attraversava il centro della città fino al rinomato mercato romano dove furono assaliti dalle bancarelle, dalle chincaglierie, dalle grida dei venditori, dal  caos.
Un'esperienza davvero traumatica che li stordì e fece dimenticar loro per un  pò  il motivo della loro presenza a Roma.
Ma quando rimisero piede in casa, Andrea che era stato il più colpito dalla confusione e dal traffico giurò che non avrebbe mai più messo piede nella  capitale poichè lui con tutti questi matti non aveva nulla da spartire...
Versione riveduta e corretta che Paolo non faceva che ripetermi, ogni volta con  maggior dovizia di  particolari: Andrea, un giovanottone tutto muscoli altro che Stallone, era abituato alla libertà e alla quiete del suo lavoro all'aria aperta nelle campagne toscane - fa lo stradino - e non si aspettava tutta la folla che di solito si trova sui mezzi pubblici romani.
Non vedeva l'ora di posare i piedi in terra perchè si sentiva come un animale condotto al macello!
Appena disceso dal tramvetto, per reazione e per dimostrare la sua insofferenza alla vicinanza di tanta gente, alle spinte, alle strattonate, con un gesto fulmineo e sentito, forse un po’ volgare ma adatto all’occasione, aveva portato la mano destra sull'avambraccio sinistro, accompagnandolo con un: "... col cavolo che mi ci rivedete qui a Roma...!" espresso con tutta la potenza dei suoi forti polmoni.
Con sonore risate, a cui finalmente partecipava anche Fausto, fino ad allora mogio mogio e silenzioso (a lui tutto quel bailamme non l'aveva nemmeno toccato nè distratto dal pensiero che il suo bimbo tanto atteso, stesse ora lottando tra la vita e la morte), mi ridescrivevano la scena a cui avevano assistito con ilarità.   
Quello stesso pomeriggio, un pò per necessità, un  pò  perchè già stufi della città, Andrea,  Tiziano e Valter ripartirono per il loro tranquillo paesello dove non esistevano l'affollamento e il caos  di Roma.
Di lì a qualche giorno arrivò Tiziana accompagnata da Giada, la sua bimba più piccola e da Elena che, nella sua veste d'infermiera diplomata era la più adatta alla  bisogna per sostenere la madre in quei primi giorni, ma soprattutto per rincuorarla e metterla di buonumore.
Difatti, la piccola Elena è così esilarante ed estroversa  che farebbe sorridere anche il più misantropo degli esseri umani; scoppietta come un continuo fuoco d'artificio, con battute che le salgono alle labbra con un'immediatezza degna dei suoi fratelli maggiori. Colora ogni piccolo avvenimento del suo humor genuino e benefico e insostenibili sono le risate quando s'infervora a raccontare i suoi primi approcci col lavoro, la sua prima esperienza nel   reparto di psichiatria. Anche ad argomenti tragici come quello della pazzia e della morte, riesce a dare   una fresca coloritura d'allegria, mettendo in luce quei lati buffi che sussistono nonostante i drammi.
Porterà scompiglio, sicuramente, tra quei malati giovani e vecchi abbandonati o  relegati nelle strette corsie d'ospedale per mesi ed anni, li farà forse sorridere ed animare con quelle sue battute frizzantine, li trarrà  dall'apatia pesante che ottunde i loro pensieri e i loro gesti.
A tutti elargirà, con quell'aria svagata e sbarazzina un pò di gioiosità, un pò di vita, insomma una dimensione più umana. Anche se i suoi occhi socchiusi nel riso nascondono, forse, dietro un sipario   di ilarità, uno scenario denso di malinconia.

 

Bagno di Gavorrano, un piccolo centro ridente della Maremma, stranamente silenzioso oggi, in questo lungo assolato pomeriggio di fine luglio. Un vento caldo e dispettoso solleva la gonna fiorita d'una bimba dai lunghi capelli castani: è la prima d'una fila di donne disposte a due a due che stringono tra le braccia enormi mazzi di fiori variopinti. Attendono sotto il sole, dinanzi ad un portone nel cui androne si accalcano mazzi, corone, corbeilles di fiori ed una folla di gente dal volto triste...
Sono appena scesi dall'appartamento del primo piano dove hanno sostato per alcuni minuti in una piccola stanza ed hanno toccato con deferenza  una bara di noce in cui giace, ormai morta dopo una tormentosa malattia, una donna ancor giovane.

In un angolo, seduti l'uno accanto all'altra, quasi a sostenersi a vicenda, i due figli inebetiti dal dolore, Andrea e Tiziana. Andrea, smagrito  e  con  la barba lunga, non ha più quell'aria da discolo che gli ricordavo e il suo corpo di giovane gigante abituato alle intemperie, sodo e muscoloso s'è come infiacchito; Tiziana, che ha seguito ed accudito l'ammalata giorno dopo giorno nel suo inevitabile calvario fatto di dolore, medicine costose e inutili - solo  una pausa tra sofferenza e sofferenza - ha un volto gonfio per il troppo piangere e gli occhi velati dai quali sembra svanito per sempre quel lampo solito d'ironia e d'arguzia.
Giacciono su quelle due sedie  e  ascoltano passivi le parole di ogni nuovo venuto, inutili a lenire il dolore, ma salutari, benefiche poichè provocano un pianto inarrestabile, che è già quasi una liberazione.

Il marito, bell'uomo dai capelli precocemente imbiancati, vaga nell'appartamento sovraffollato con un'aria inespressiva e stanca, accetta le condoglianze  e strette di mano da gente a lui nota e addirittura sconosciuta, senza potersi liberare dal pensiero opprimente da cui si sente schiacciato. Non si ribella più al destino ormai compiuto!
Fausto, sempre più magro nei suoi jeans attillati, vaga anche lui da un parente  ad un amico come a cercare un attimo di sollievo e parla  a  voce bassissima come se  temesse  di destare la povera morta.

Ma lei giace ormai tranquilla, lontana da ogni terrena  ambascia e controversia,  riposa nella solida cassa ora ricoperta da un drappo rosso su cui le amiche, per un estremo saluto, hanno ricamato una falce e martello incrociati ed una frase: LE COMPAGNE COMUNISTE". Le lettere gialle e regolari spiccano nella penombra della stanza, accentrano  l'attenzione di ogni nuovo arrivato.

Sembrano ridestare anche lo sguardo triste d'un Cristo crocifisso appeso alla parete proprio sopra il capo della morta. "Anch'essa faceva parte del gregge  ed è ritornata a me - sembra dire quel Corpo  contratto  e doloroso - Poteva  essa  non sapere che vi è un Padre che genera la vita e dopo la riprende? Il suo calvario è stato più lungo del mio! Ora riposa in pace!".

Ad un'esortazione, una macchina su cui sono stati  caricati  gli enormi  cesti  di fiori, s'avvia precedendo il corteo funebre. Con qualche incertezza la fila delle donne s'avvia: a due a due procedono  lentamente, seguite dalla bara che viene portata a spalla dai parenti più giovani. Dietro, una folla d'amici, compagni di partito, parenti, conoscenti.

Una  salita, una piccola piazza assolata: il traffico viene fermato da un vigile  premuroso, le macchine si chetano in silenzio ed un autista si segna in fretta, come se si vergognasse, un vecchio accenna ad un saluto militare.
Il corteo prosegue nel sole: sulla destra, più avanti, s'innalza la Casa del Popolo, sede della sezione dove la donna ha lungamente prestato la sua opera. Ora è tutta un garrire di bandiere tricolori e di quella rossa del partito;  appeso in alto uno striscione annuncia allegramente: FESTA DELL'UNITÀ e sventola intorno al monumento innalzato dinanzi alla costruzione, sulla cui facciata l'effigie di Togliatti sorride al popolo.
Un uomo segue il corretto andamento della cerimonia, rallenta o accelera l'andatura della fila, la dirige verso il piccolo piazzale antistante la Casa.

I mazzi di fiori ondeggiano e si disperdono sotto gli alti alberi, in cerca d'un pò d'ombra, mentre la bara viene deposta sopra una pedana, sotto lo sguardo quasi sorridente del fondatore del partito. Un improvvisato oratore commenta in poche parole la vita della defunta: fedele compagna di vita e di lotte, madre e nonna affettuosa, infaticabile lavoratrice.
Il tono della voce è basso, accorato, gli occhi delle amiche e di qualche anziano compagno sono colmi di lacrime trattenute, il pugno chiuso delle mani tese in avanti è un saluto commosso ed una sfida alla vita ed alla morte.
Ma le cicale nascoste sugli alberi, indifferenti ai  destini  umani, inneggiano senza posa alla vita ed il loro frinire ininterrotto si sovrappone alla  voce  arrochita dell'oratore, disperdendone le parole nell'aria calda del pomeriggio.
Il corteo riprende la sua forma originaria: innanzi la fila delle donne e dietro  la bara, su cui ondeggia la macchia cremisi del drappo,  portata ora da altri compagni. Nè canti nè preghiere se non quelle silenziose ed anonime che alcuni compitano interiormente. Ed il fruscio pesante dei passi lungo la  strada leggermente in salita e il rumore secco che produce il vento caldo proveniente dal mare scompigliando il trasparente involucro attorno ai fiori.
Il cimitero è lontano: se ne scorge la costruzione recintata  dagli alti, immancabili cipressi che non sembrano percepire il sole a picco. Dall'asfalto sale un calore che pervade ogni corpo e si tramuta in piccole gocce perlacee di sudore che compaiono all'attaccatura dei capelli, il cellophan si rapprende alla pelle sudaticcia delle braccia, le donne in fila s'avvicinano brevemente per scambiarsi qualche parola e darsi un pò di coraggio per proseguire.

BANDIERA ROSSA

 

 

Nel buio della stanza,
dalla finestra socchiusa,
penetrava una lama di luce
che colpiva
il marrone bruciato della bara
ed un Crocifisso,
inusuale e solitario,
appeso al centro del muro bianco...

Fiori e, forse, preghiere
intorno alla bara
avvolta dalla carezza di una bandiera rossa,
che sembrava il fulcro della scena...

I vistosi mazzi di fiori hanno perso quella loro aria spavalda e le corolle  aperte appaiono anch'esse affrante per il gran caldo: si accalcano ora una sull'altra; solo i colori rimangono vividi e inalterati, attraendo ancora mosconi e farfalle che ronzano intorno alla colonna ondeggiante in testa al corteo che ormai affronta la salita finale. I cipressi fiancheggiano la piccola erta, inchinandosi dolcemente ad ogni brezza improvvisa sopra la lunga teoria di persone come per un estremo  saluto, il lento scalpiccio dei passi sulla terra battuta solleva un pò di polvere: il cancello del camposanto è aperto e sembra attendere la folla: è giunta l'ora dell'addio.
Il marito della morta non regge a questo insopportabile distacco: non gli fa paura quella terra dove giacciono solo i defunti, nè gli fanno paura quelle croci bianche, quegli angeli dolenti proni in preghiera.
Gli fanno tristezza quelle foto, quei volti statici ed imperscrutabili  che non possono comunicarci  il loro stato, quei fiori appassiti nei vasi.
Egli non ha cuore di sentire lo scorrere del legno della bara dentro il piccolo cunicolo di cemento, non ha la forza di ascoltare il rumore secco  e graffiante della cazzuola contro il muretto di mattoni che s'innalzerà a separare per sempre la morta dai vivi.
Si ferma sulla soglia del cimitero dove non entrerà, carezza ruvidamente la bara con la sua mano grande, ora insicura e mormora teneramente: "Ciao, Piera, a presto..."

 

 

 

11.

... L'uomo è asciutto, sulla cinquantina, tutto muscoli guizzanti sotto la  pelle tesa nello sforzo continuo, brunito dal sole, terrigno il volto su cui il tempo ha tracciato piccoli solchi col suo aratro implacabile. Bonario lo sguardo con cui accompagna il bimbo che si sta interessando al suo lavoro.
Sotto il sole alto delle ore pomeridiane la campagna sembra arida tanto è gialla e silente.
A guardar bene, invece, si distinguono mille sfumature di gialli, di marroni e di verdi distinti e mescolati insieme, un alternarsi di colli e di valli, qualche casupola aggrappata sui pendii, qualche cavallo che vaga libero, dei trattori che silenziosamente scivolano sul terreno come tanti giocattoli azionati da un bimbo intento a un gioco.
La campagna intorno pare non abbia voce, eppure ha un suo timbro sommesso, gentile, il fruscio delle foglie, dei fiori, del vento e qualche strido di rondine che cerca, nei solchi appena arati, semi dispersi...
Ecco il mastodonte d'acciaio che li attende, solido, pesante. Il bimbo vi salta  su senza rumore arrampicandosi sui cingoli immobili, aiutato dallo zio Adolfo che con appropriate indicazioni guida i passi insicuri, si issa al posto di guida, da cui domina tutta la campagna circostante.
Segue attentamente ogni operazione per mettere in moto il trattore che simile ad un grosso insetto terricolo inizia l'andirvieni lento e misurato lungo tutta la superficie.
Il trattore trascina dietro di sè un grande aratro che, con numerose punte aguzze scava il ventre della terra portando alla luce grosse zolle  umide d'intenso color marrone e crea un disegno di solchi paralleli, diritti. 
Ora  il grande campo è diviso in due metà, una già arata tutta bruna e greve degli umori  della terra nuda, l'altra tutta gialla ancora per le mille  piccole pagliuzze di grano che giacciono sul terreno.

Il bimbo è affascinato da questo gioco inusitato per lui, osserva con interesse le fasi delle varie operazioni prodotte dalle numerose leve situate accanto al posto di  guida,  fa domande su domande riguardo ai vari movimenti del trattore, sullo scopo dell'aratura, chiede, curioso...
Zio Adolfo, contento, gli risponde a voce altissima, tentando di farsi udire. 
Il rumore del trattore è, difatti, assordante: tutta la cabina ne è scossa e  vibra intensamente; qualche domanda si disperde nel vento, rimane senza risposta.
Quando zio Adolfo è solo, senza spettatori come oggi, vibra anch'egli con il  suo trattore, attento alla sua voce monotona e metallica, ai suoi improvvisi scarti quando affronta le curve.
Ma i suoi gesti di risposta sono ormai automatici, gli permettono di lasciar liberi i pensieri di vagare nella pace di questa campagna assolata.
Qui  non c'è la fretta della folla impazzita delle grandi metropoli cittadine, nè minareti  di cemento nè il fumo nero dallo smog che  intorpidiscono il corpo e lo  spirito.  Qui c'è una grande serenità che si dissolve nell'aria ed entra in ogni  essere  vivente, diventa letizia e buonumore.
L'anima ritrova la sua essenza incorporea, vaga nella solitudine circostante come una giunca leggera che scivoli sulla superficie piatta e tranquilla di  uno di quei grandi fiumi orientali, diventa un grande aquilone che si lasci  trasportare da un vento allegro ma non bizzoso...
Sulla terra, le linee si susseguono in un paziente gioco geometrico mentre l'uomo e il bimbo confabulano ancora.
Il tempo passa lentamente, una luna  pallida già tenta di oscurare la luminosità del sole. Intorno il silenzio sembra ancora più intenso.
L'uomo ferma il trattore e lui e il bimbo scendono con leggerezza dall'abitacolo  giallo, tenendosi per mano.
Domani zio Adolfo sarà di nuovo solo a comporre sulla terra i suoi fantastici disegni, ad ascoltare il rombo possente del motore ed il fruscio della natura, a creare centinaia di piccoli crateri inanimati, che  ora sembrano inutili e in cui poi nascerà ancora vita... 

 

IL SEMINATORE

Chissà se sente la solitudine
il seminatore intento ai campi
e se mentre sparge i suoi semi pensa
al piccolo germe che in sè racchiude
un'immensa forza
e dalla terra avida e pronta
eromperà, fremendo di vita.

Se si sente inerme, confuso
di fronte al creato e prova
la consueta ansia d'infinito
d'ogni essere umano.


O solo è soddisfatto
se il cielo dimostra
voglia di pioggia,
dopo un'incessante calura...

 

Un giorno d'estate andammo al campo di zio Renato dove Valter - che ancora non  aveva un orto tutto suo - s'era riservato una piccola striscia di terreno su cui aveva coltivato alcuni ortaggi e, giunto ormai il tempo, dovevamo raccogliere patate e cipolle.
Ci mettemmo tutti e cinque, Donatella e Simone compresi, con la schiena curva sotto il sole del mattino inoltrato a scavare il terreno secco, incrostato intorno ai tuberi: benchè non abituati a quel lavoro che presentava per noi anche delle difficoltà, ci mettemmo di buona lena ad estrarre dalla terra i suoi  tesori. 

I bimbi di tanto in tanto si allontanavano dal punto in cui eravamo e facevano  delle piccole escursioni, salendo sui rami bassi d'un susino e gustandone  i prelibati frutti, zompettando tra le zolle da cui zampillavano gli  esili  steli degli asparagi o le cascatelle verdi dei fagiolini, poi ritornavano al lavoro,  condendo di buonumore i discorsi che s'intrecciavano tra noi.
Erano pieni di allegria, quel mondo nuovo a cui s'erano avvicinati quasi di malavoglia, li stava ora affascinando con tutte quelle tonalità di verdi,  quell'aria tersa li riempiva di energie così che si davano a bucherellare la  terra alacremente e ad estrarre mucchietti di patate che poi depositavano in un  grande cesto di giunco poco distante.
Poi di nuovo una pausa ed un zigzagare nei campi canterellando, raggiungendo il piccolo ruscello che scorreva tra verdi sponde di canne al limite del  campo; sembrava che il sole a picco non desse loro alcun fastidio, mentre noi ci lamentavamo del caldo, sudando copiosamente ed ovviamente, ci davamo da fare più  di  loro, senza interruzioni e con più vigore, di modo che di lì a due ore tutto il  raccolto venne portato alla luce.
Tornando a casa, i piccoli non la finivano più di ciarlare fra loro rievocando la mattinata appena trascorsa.

Pensai allora che eravate stati  molto fortunati, piccoli  miei, a conoscere così da vicino – attraverso le molte esperienze vissute a Campalbrutto - la natura, i suoi mille volti, le  sfumature, le sue voci, le sue asperità e le sue tenerezze. Quanto era diversa quella vita dalla vostra esperienza quotidiana del vivere  in  città, più confortevole per certi versi ma anche caotico e desolante.
Eravate stati favoriti dalla sorte, essendo stati partecipi di un mondo così schietto, così ricco, avevate potuto osservare un infinitesimale magico mondo che, vibrando, raccontava  storie senza fine, avevate potuto nascondervi nel verde brillante  degli alti  fusti di granturco carichi di pannocchie  dorate, avevate sgranato gli  occhi dinanzi agli immensi campi affollati di girasoli grevi di semi scuri..

 

"Ma questo era niente - diceva Donatella con una aria spavalda – dovevi esserci alla vendemmia!" La vendemmia a cui si riferiva ci aveva visti protagonisti qualche anno prima, Simone non era ancora  nato e dunque lei poteva avere quattro, cinque  anni, ma le immagini di quell'esperienza erano rimaste indelebilmente  impresse nella sua memoria.

Quella fatidica mattina, alzatici molto presto, ci eravamo avviati verso la vigna poco lontana, lasciando a  casa solo zia Mirella e la nonna. Arrivammo tutti a piedi al bivio dove trovammo zio Renato con il trattore a cui aveva attaccato un carrello carico di cassette, salimmo sul mezzo che traballando percorse l'erto declivio che portava alla collinetta e lì scaricammo le casse e ci apprestammo al lavoro.
Dinanzi a noi si stendevano filari e filari di vitigni carichi di grappoli succosi che con il loro peso li curvavano verso terra; i viola, i blu, i lilla si amalgamavano in un unico, denso colore negli acini gonfi e maturi, mentre il fogliame aveva dato fondo ad  ogni  colore  esistente,  dipingendo  una natura  morta  dagli strabilianti effetti cromatici: rossi, gialli, verdi, bluastri fusi, mescolati a profusione ed armoniosamente. Uno spettacolo da lasciar senza fiato.

Donatella e Sandro, i più piccoli di tutti, saltellavano gioiosamente da un filare all'altro, da un parente all'altro, specialmente lei che interpellava tutti affinchè soddisfacessero la sua curiosità relativa al lavoro che ci appressavamo a fare. Zio Arnaldo, il più giovane degli zii, la divertiva insegnandole il gioco del coniglio - era una specie di smorfia ilare che la faceva ridere a crepapelle, scoprendo le due fossette birichine sulle gote rosse dall'emozione - mentre Azzurro, col suo vocione che rimbombava per tutta la vigna, la richiamava bonariamente, che si chetasse con tutti quegli urletti e  saltelli...  ma lei continuava, spavalda e ridente, a rincorrere Sandro che le tirava i capelli neri e lucidi, fermandosi solo, allarmata eppure curiosa, ad osservare il via vai  frettoloso di alcuni grossi calabroni neri che ronzavano intorno ai grappoli sugosi.

Intanto noi cominciammo a staccare i grappoli dai tralci ritorti e a depositarli nelle ceste e cassette disseminate sul terreno, un lavoro paziente e alacre che interrompevamo  di tanto in tanto per una risata causata da una battuta allegra, dall'ilarità dei bambini, per un sorso d'acqua o di vino che ci rinfrescasse dal calore del sole, ora alto nel cielo luminosissimo, solcato da nuvole gonfie ed ovattate.
L'ora del pranzo ci trovò riuniti in uno spiazzo del campo, sotto un filare di alberi da frutto a cui attingevamo a piene mani, a consumare un pasto frugale e  sostanzioso che c'eravamo portati da casa, innaffiato dall'impareggiabile fragolino di zio Renato, dal brillante colore dei rubini; dopo la sosta, riprendemmo di maggior lena la raccolta dell'uva che terminò a metà pomeriggio.

Caricammo le ceste stracariche sul trattore e, rimontati su, tornammo al podere, cantando a voce spiegata antichi stornelli toscani; Donatella tentava di starci  dietro, ma non conoscendo tutte le parole saltellava da una strofa all'altra con quella sua vocetta aggraziata da usignolo che metteva tenerezza.
Era stanca, si vedeva,  ma  si faceva forza perchè voleva assistere alle operazioni successive.
Arrivati a Campalbrutto, proprio nel mezzo dello spiazzo antistante l'aia, trovammo un vecchio tino di legno brunito che attendeva il nostro carico di grappoli azzurrini: gli uomini ve li gettarono con alacrità e quando la misura  fu colma, due di essi saltarono d'un balzo nel tino e cominciarono a pigiare l'ammasso succoso, finchè esso non fu ridotto ad una poltiglia sanguigna.
Donatella entusiasmata da questo nuovo gioco, non faceva che guizzare intorno al tino, alzando le braccine verso gli uomini intenti a pestare, finchè zio Azzurro non si chinò a sollevarla in alto per poi tuffare anche lei - per un attimo -nelle profondità del contenitore, dandole modo di schiacciare i nuovi grappoli che vi avevano versato.
La piccola vibrava d'emozione e, rimessa a terra,  continuò ad  esprimere la  sua piena  approvazione   per quell'esperienza, gridando a piena voce la sua contentezza: "Viva, viva la vendemmia! "

Le immagini e le impressioni di questa giornata le rimasero così impresse nell'animo che ogni tanto - nei giorni successivi - non faceva che ripetere:
"Che bella la vendemmia, viva, viva la vendemmia!"
e una volta tornata a casa, a Roma, spesso usava questa sua esperienza come un termine di paragone per esprimere una grande gioia o un apprezzamento positivo.

Questo suo entusiasmo durò intatto sino a Natale quando, travolta da numerosi  regali da parte di nonni e zii, finì per dire: "Questa sì che è una vendemmia!"...

 

 

12.

 

POMERIGGIO IN MAREMMA

 

Il sole rifrange
sui battenti bianchi della finestra
e riverbera righe parallele
sulle pareti in penombra.

Catinelle d'acqua
sul cotto dei mattoni sbreccati,
per un momento lucidi,
l'odore pungente dell'insetticida
nel chiuso delle persiane scrostate
e un pugno di mosche morte
sulla pietra bianca dell'acquaio,
nel vano chiaro della finestra
dove, accalcate, cercavano
un inutile scampo.


Sulla trama scompaginata d'una sedia
il gatto disegna un'esse incompleta
e il nero mantello assorbe
un raggio di sole disperso,
sprigionando riflessi cangianti.
Fuori, lo schiocco dei panni
tesi contro il vento,
che già sanno di sole
e un conciliabolo d'oche starnazzanti...

Tra due alberi
il peso di cascatelle rossicce
di cipolle e la vite che arranca,
faticosamente, sul palo contorto,
sul muro rozzo di mattoni,
cornice ancora incompiuta.

Sulla verde tettoia
pigramente zampettano i piccioni.
Le rondini nella stalla,
da cui rifuggo,
incrociano rapidi voli
per posarsi poi, poco lontano.

Baffino, zoppicando
sulle tre zampe superstiti,
intreccia una magica danza
rammentando forse l'ultima,
cruenta caccia al cinghiale.


Nel silenzio assonnato
del meriggio,
solo il monotono verso chioccio
delle faraone,
che trapassa il cervello
e le voci insistenti dei piccoli,
il canto tedioso delle cicale...


Ai miei piedi la Chicca
abbandona il mobile muso
tra le zampe,
l'orecchio teso a chissà quali
remoti richiami.

Folate di vento portano
l'acre odore di stalla
e un sentore di mare oltre le colline.
Dune erbose intorno dirompono,
costeggiando distese di stoppie
imputridite, suolo e concime
a future messi.


Sulla lamiera argentata del capanno
il sole accende rivoli di luce
assopiti al chiudersi, improvviso,
del cielo.
Sulle fasce collinose
s'addensa e spinge minaccioso
il temporale,
contro cui s'alza,
fragile barriera,
un nugolo di piccioni.


Cade, senz'altro preavviso,
la pioggia subito gonfia, ribelle,
sferzando gli alberi prima statici
nel sole pomeridiano,
ora ricurvi archi mobili.

Rassoda la terra riarsa
in grumi succosi,
zittisce il gorgoglio delle tortore,
rinnova il rosso spento delle tegole...


Dentro di me non intravvedo
che una solitudine vaga, informe
che spazia come una nube dispersa
e un'ansia che ben conosco
di cose indefinite, irragiungibili...


 

Il vento del meriggio fa dondolare vorticosamente le foglie del pergolato e i  radi cespugli dinanzi alla casa.
Uomini e animali sonnecchiano dopo l'abbondante pasto, cercando riparo al solleone; i vecchi e i piccolissimi sono già in casa, nella penombra fresca delle stanze, qualcuno s'è addormentato sotto gli stenti alberelli dell'aia.
Simone, mai stanco di corse, scorrazza nei campi nonostante l'afa inseguendo le sue fantasticherie: s'avvicina alle gabbie dei cani che iniziano il loro concerto di guaiti, ma poi subito se ne allontana per andare a curiosare nella conigliera.
Ed eccolo scattare di nuovo, a grandi saltelli, raggiunge il capannone sotto cui sono stipate le balle di fieno che originariamente erano state disposte in ordine geometrico e che, usate man mano, hanno creato  nel parallelepipedo dorato delle alte gradinate.
Sale, a fatica sulla prima alta balla, arranca verso la seconda dove si ferma, si diverte a lanciarsi di balza in balza con acuti gridolini di contentezza sfrenata.
Dalla cunetta ombrosa che ho scovato nell'aia, lo seguo con lo sguardo assonnato ed assaporo questo momento così particolare in cui tutto - tranne lui con la sua vivacità - sembra immoto; poi, la mia attenzione si concentra su piccoli particolari che mi fanno scoprire mille vibrazioni nella natura circostante e osservo i piccioni che cercano la penombra fresca delle loro casette metalliche, fatte di grossi barattoli di vernici  o mangimi,  messe a bella posta sugli alberi o sotto le grondaie; ogni tanto, uno di essi pigramente svolazza lieve da una colombaia  all'altra  e l'urto delle sue zampine contro il ferro o la verde plastica  della tettoria protesa sul fronte del casolare, spezza il silenzio greve che  pareva essersi posato sulla casa.

Accovacciate nei grossi tronchi cavi degli abbeveratoi oche, galline e faraone sonnecchiano immergendo i capi tra le piume multicolori creando, ad ogni movimento, un sottofondo di delicati fruscii.
Di tanto in  tanto, alcune insonni chioccolano con un verso monotono, tedioso, come quello - instancabile - delle cicale nascoste tra gli alberi.

Il sole a picco desta argentei riverberi sopra il tetto di lamiera metallica del  pagliaio e asciuga in un attimo i panni che, appesi ad un lungo filo teso attraverso il campo, schioccano ad ogni refolo di vento...
Accanto a me, acciambellato pigramente su una sedia  di  paglia traballante, un  grosso gatto grigio striato di bianco tira su il capo ad ogni minimo rumore, aguzzando le orecchie e con aria sorniona gira intorno il muso appuntito, quasi a volersi render conto di ogni movimento che turba la sua quiete.

Invece la Chicca, la cockerina nera che vive in casa, come sempre obbediente e sensibile, è stesa ai miei piedi sul terreno umido che le trasmette un pò di frescura.
Sembra godere anch'essa di questo momento di abbandono che, però, dura poco: Simone, ormai stanco dei suoi giochi solitari, s'avvicina all'animale riverso e lo distoglie dal suo riposo, gli solleva le mobili orecchie, gliele tira, le fa ricadere sulla terra scura...
Lei, paziente, sta allo scherzo fanciullesco e, benchè rimanga immobile, già si ravviva, traendosi dalla pesante apatia che il caldo le aveva  comunicato,  apre i dolci occhi umidi e osserva il bimbo poi, con un guizzo di vitalità s'alza  e  già è davanti al cancelletto che porta fuori dell'aia. 

Simone accorre e in un attimo sono già ambedue nei  campi assolati, impegnati in  rapide corse che s'interrompono di tanto in tanto, per riprendere poi più  sostenute di prima.
Si spingono sino alla grande quercia centenaria che allarga  i suoi rami frondosi proprio al centro del  campo  e spariscono quasi nel  folto  delle margherite, gialle e altissime, che ne ricoprono tutta la superficie; esausti, poi, si abbandonano contro il tronco nodoso, l'uno accanto all'altro, per una pausa ristoratrice.
Di lì a poco ritornano, accanto a me e ormai l'aia, ripopolata, ha ripreso  vita;  Simone, intanto, viene attratto da un altro gioco: i grandi stanno facendo una gara di tiro con una vecchia carabina, sparando alle bottiglie di plastica allineate contro la parete di mattoni rossicci della casa.
Anche lui vuole provare questa nuova esperienza e sotto la guida degli adulti imbraccia il fucile, prende la mira e bum, bum... dei colpi, alcuni  raggiungono il bersaglio, altri s'infrangono contro la parete e lui, tutto orgoglioso,  si guarda intorno, attendendo la nostra approvazione.

SAGOME

 

Il cucciolo giace, il muso riverso
alla frescura che sale
all'impiantito,
si sottopone paziente ai tuoi giochi,
alle tue ruvide carezze
che vorrebbero distoglierlo da
quella
raggiunta quiete.


E tu insisti, sollevi
le mobili orecchie, le lasci cadere
di nuovo inerti
e Tila, benchè immersa nell'afa pesante
dell'estate, apre gli occhi
il suo sguardo assonnato
col tuo che la sprona e l'invita,
ilare e sovversivo,
s'incontra.


Ed eccola, ormai distolta
dal sonno,
seguirti in corse giocose, sostenute,
rimpiattarsi nell'ombra
d'enormi  ormai appassiti,
rincorrerti ancora
per poi abbandonarsi
al tuo fianco, sull'erba gonfia
d'umori e di profumi,
sotto la quercia centenaria.


Mobili sagome,
nell'immobilità greve
del primo pomeriggio,
solo voi due,
così vitali, così vibranti
d'energia...

 

 

13.

Qui ci si sposa giovani e si diventa presto genitori, nonni. Libertà di costumi? Ingenuità? Scarse informazioni? Niente di tutto questo. Si cresce svelti in provincia, le esperienze si fanno  sulla propria pelle come dappertutto, ma forse qui si è più responsabili che altrove: ci si conosce, ci si sceglie, ci si ama e non si fanno ragionamenti nè calcoli... così ci si avvia all'altare o più spesso in comune virtualmente già in tre.
Negli anni '70 ci fu un boom di matrimoni: più o meno tutti i cugini (i figli di Lola, di Adele e di Adolfo), quelli della nostra generazione, per intenderci, misero su famiglia. La nostra casa diventò meta fissa di viaggi di nozze con conseguenti  visite alla città degli sposi entusiasti ma frastornati dal traffico, dallo smog, dalla grandezza dell'Urbe. E noi, pronti a fare da ciceroni. Il primo a dare l'avvio alla sequela di matrimoni fu, neanche a  dirlo, Fausto  più spicciativo degli altri, poi noi due, infine Renzo. Ai matrimoni seguirono le nascite e per un caso forse di coerenza, nei due anni successivi nacquero tre primogeniti, tutte  femmine, che nell'estate o nelle altre festività si ritrovavano a giocare allegramente o a confabulare con vivacità.

Erano allora giochi a rimpiattino, corse nei campi, assalti ai carri ormai inutilizzati che giacevano abbandonati nell'erba sul retro della casa. Il tutto seguito a distanza da Sandro e Sandra, di pochi anni più vecchi di loro, padroni incontrastati di Campalbrutto.
Sandro, che rimase l'unico maschio del gruppo per qualche tempo, non tralasciava occasione per far valere quella superiorità conferitagli da quei pochi anni in più. Era, infatti, l'unico a riuscire a zittire quelle amichette chiacchierine e sfrenate a cui si aggiungeva Sandra, finalmente contenta per quella compagnia,  lei così sensibile e sola nella sperduta casa di campagna.
Faceva più chiasso delle altre tre messe insieme e scorrazzava assieme a loro nei campi, spesso rincorrendole, un pò inquieta per quel nomignolo che le avevano appiccicato e di cui un po’ si risentiva... La chiamavano, difatti, Olivia - la dinoccolata  compagna di Braccio di Ferro - per via della sua magra ed alta figura che sovrastava le altre di tutta la testa.
Quel soprannome le rimase per anni, alla fine lei ci si era talmente affezionata, che in età adulta lo rammentava con una sorta di nostalgia, come di solito avviene con i ricordi d'infanzia.

Gli altri cugini, i quattro maschi di zio Adolfo, da poco trasferitisi nella più  vicina cittadina, erano di poco più giovani e restarono liberi più a lungo.
Erano alti ed esili ma solidi come giovani arbusti e si facevano vedere alla fattoria in occasione delle grandi festività o per qualche battuta di caccia (quella ce l'avevano tutti nel sangue come una malattia congenita!), ma sembravano già distaccati da quel mondo contadino a cui a fatica, forse, appartenevano.

Tra tutti, Daniele si contraddistingueva per quell'aria svagata, gli occhi un pò affossati e misteriosi, quei capelli che gli ricadevano  in riccioli morbidi sulle  spalle... insomma aveva un'aria d'artista mancato che lo tratteneva un pò a distanza da tutti.
In contrasto con quella sua natura bohemienne e con la sua struttura fisica, amava le macchine, le moto, la velocità che spesso lo induceva a correre  imprudentemente come a sfidare la strada, l'esistenza.
Forse la sua era una corsa contro se stesso e le sue intemperanze, le sue debolezze... era quell'ansia di fuggire, di trasgredire le regole, che più o meno anima tutti gli  esseri umani in certi momenti della vita, ma che poi viene messa coscienziosamente a tacere.

 

Negli anni dell'adolescenza s'era dedicato, tra l'altro, al ballo e faceva coppia fissa, anche nella vita, con una bella ragazza bruna, ben fatta, piena di vivacità che lo seguiva nelle gare regionali in cui riuscivano sempre a conquistare premi e punteggi di tutto rispetto.

Non so per quale necessità, forse per acquistare un completo da indossare in  qualche competizione importante erano capitati a Roma, a casa nostra.
Eravamo tutti giovani ed euforici, quella sera, c'era anche una coppia di nostri amici e dopo cena invitammo Daniele e la sua compagna a darci una dimostrazione della loro bravura.
Si schermirono, un po’ per modestia un po’ perchè - ci spiegarono dopo - la nostra sala da pranzo, sia pur ampia, era troppo angusta per il genere di ballo figurato che noi avevamo chiesto... 
Ma poi s'alzarono, lui la cinse alla vita e un attimo dopo, silenziosi e assorti come se ascoltassero una musica che  solo loro potevano udire, ecco che scivolavano, sul vecchio pavimento di casa nostra, ambedue agili, splendidi.

Di quella sera m'è rimasta, quest'unica  visione, come se davvero fossero in  un ampio salone da ballo dai lucidi pavimenti di marmo e loro due indossassero gli abiti di scena: lui impeccabile in un abito scuro dalla vita stretta che gli metteva in risalto la bella figura slanciata e diritta,  lei vaporosa e variopinta in un abito tutto strass e farpalà...

Per una serie di vicende s'erano poi lasciati ed anche le gare di ballo erano finite.
Dopo qualche tempo seppi che la giovane era morta in un incidente stradale: l'auto su cui viaggiava era finita in un burrone e si era incendiata. 
Rimasta incastrata nel groviglio metallico, la piccola ballerina di slow non era sopravvissuta, era bruciata anch'essa come una  falena avvicinatasi troppo alla luce.

 ...Daniele aveva vagabondato a lungo per l'Italia intraprendendo vari lavori, in cerca d'un posto redditizio, con la stessa aggressiva voglia di vivere (o di morire?) di quando se ne andava per le colline e nella macchia attorno a Campalbrutto col vecchio fucile in spalla, una saccocciata di pallottole ed uno zainetto con la colazione e il vino.
Forse cercava e cerca ancora solo se stesso, con meno rabbia patteggiando, ora, a causa di quelle tre piccole donne che dipendono da lui e  che lo aspettano: la flessuosa, bruna, elegante, giovanissima moglie e le due figliolette, due scricciolini come lui esili e dolci all'apparenza,  ma con quel suo  stesso  sguardo imperioso...

BALLERINA

Una manciata leggera di tulle,
il tuo tutù da ballo
bianco e spumoso, giace sotterra,
sui tuoi resti calcinati
dal fuoco.


Ma il vento della sera ti porterà
le sue melodie immortali
e la tua anima folle e ballerina
si lancerà nel plastico gioco
della danza,
mimando figure di waltzer
e di fox-trot.


Piccoli fari luminescenti,
le stelle guideranno
i tuoi passi nostalgici
sul silenzioso parquet del cielo...

 

I giovani di casa, da poco sposi, hanno apportato al casolare un tocco di modernità e  di comforts: in vista le travi imponenti e solide tinteggiate d'un caldo color marrone, bianche a calce le pareti contro cui il letto  d'ottone nuovo di zecca risalta e brilla come un gioiello.
A nuovo anche la stalla che fino a poco prima aveva custodito generazioni di giovenche e di vitelli, imbiancata anch'essa e destinata a stanza  di  sgombero,  dove gatti e cani in solidale amicizia si acciambellano per la notte.

Solo le rondini che da anni fanno il nido sulle grosse  travi,  sembrano sempre le stesse e intrecciano garruli voli tra un'arcata e l'altra, uscendo dagli ampi finestroni aperti al di sopra della porta, spaziando un attimo nel cielo  dell'orto e rientrando dalla parte opposta.

Neanche la vecchia cucina è rimasta com'era: il grezzo pavimento di mattoni rossicci - di quel caldo colore della terracotta che tutte le  case di campagna avevano anni fa - ha ceduto il posto ad un asettico pavimento di ceramica liscia, color miele.
Pareti bianche e piastrelle granigliate su cui si ripetono, di tanto in tanto,  disegni color arancio. Nuovi  mobili, una cucina-tinello di noce  bionda con antine di vetro molato, alta e capiente, in cui si può immagazzinare ogni ben di Dio ed ogni sorta di piccoli elettrodomestici moderni.
L'unica cosa che è rimasta tale e quale è il tavolo di legno di pino nel  mezzo della stanza, stuccato e lucidato a nuovo. Il nonno lo comprò nel lontano 1921 per venti lire, una gran somma all'epoca che comportò sacrifici alla nascente famigliola.

Quando hanno portato via la vecchia mobilia, il nonno  ha provato un'acuta fitta di rimpianto - come se gli portassero via un pezzo di carne viva - ma non ha  fiatato, non ha lasciato trasparire i suoi veri sentimenti, mentre avrebbe voluto trattenere gli uomini incaricati del trasporto affinchè lasciassero almeno quel tavolo che aveva segnato le ore belle e brutte dell'esistenza sua e della sua famiglia.
Era  quello  stesso attorno a cui s'era visto crescere i figli, i nipoti, i pronipoti..

Ed era stato proprio intorno a quel tavolo che, durante l'ultima guerra, una pattuglia tedesca in ritirata facendo irruzione nel casolare, aveva fatto radunare tutta la famiglia. 

Con  fare terribile, il giovane tenente che la comandava, aveva  depositato sul piano di legno una piramide di bombe cariche, minacciandoli di morte se non avessero rivelato dove nascondevano i disertori. Forse era solo un tentativo - si sapeva che i contadini della zona davano rifugio a fuggiaschi delle armate americane ed inglesi - oppure erano davvero ben informati: nella macchia là vicino, ben nascosto, c'erano u
n cuoco cinese,  nella pagliaia,  sepolto sotto le balle di fieno, un ebreo e a pochi passi, un inglese.   
Il tedesco, ritto dinanzi a loro, brandiva un frustino con cui sciabolava l'aria  e ripeteva, scandendo bene le parole in un italiano  stentato, le sue richieste,  intimando ancora alla famiglia stretta attorno al tavolo che  se  non  avessero  acconsentito, sarebbero saltati tutti in aria.
I volti delle donne erano maschere tragiche, quelli dei giovani vibranti, d'impotenza, di  rabbia, quelli dei vecchi di tristezza e di rassegnazione...

Il nonno - che allora era nel pieno degli  anni, quarantatre, quarantacinque - invece, stava al centro della stanza, eretto sia pur nella sua piccola statura, atticciato nei soliti pantaloni di velluto  marrone, la camicia a quadri,  il fazzoletto rosso stretto al collo e quel viso rubizzo, quegli occhi piccoli e  vispi che ora si erano velati d'improvviso, fissi al pavimento  di  cotto,  incerti sul da farsi, sentendo tutta la responsabilità di quegli esseri  che  gli stavano d'intorno.  Cosa fare? Reagire o rimanere inerte?

Fuori della porta del casolare, schierato come un piccolo plotone, con i  fucili  in pugno, pronto a far fuoco sulla piramide di bombe ad un cenno del tenente, c'era quel pugno di soldati giovani dalle facce schiette che in altri momenti,  forse, non sarebbero sembrati così cattivi, così aggressivi. Ma ora non  pensavano ad altro che alla guerra, a razziare, ad incutere timore, ad uccidere...

L'unica cosa che il nonno poteva fare, almeno così pensava, era patteggiare col giovane, in cambio della salvezza della famiglia intera, gli avrebbe  dato tutte le riserve mangerecce che aveva nascoste in casa, nel forno, nella caciaia:  salami, salsicce, prosciutti, molte forme di cacio – quelle che la nonna  preparava per vendere - e uova, vino...
Questa proposta allettò molto il tenente che da qualche tempo stringeva la cinghia assieme ai suoi uomini e che non se la sentiva di infierire  su  quella  gente semplice, che lo guardava con quelle facce impietrite da un genuino terrore. 
D'altra parte aveva una terribile fretta perchè le colline intorno pullulavano  di partigiani; quello gli sembrava uno scambio favorevole...
Ordinò quindi agli  uomini  di radunare tutte le vettovaglie che riuscirono a far entrare negli zaini e su un piccolo sidecar che trasportava il tenente, se ne andarono di gran carriera, riprendendosi quel mucchio di bombe mortali...

Era ancora attorno a quel tavolo che ci si riuniva, come per un rito, la mattina  presto, alle dodici e mezza precise e la sera verso l'imbrunire, per i pasti in comune.
La vita, lì nel casolare era un susseguirsi di riti, di tradizioni, come quei pasti attorno al vecchio tavolo, la pasta e i dolci fatti in casa, il macello dei maiali, la mungitura; tanti piccoli tasselli di un unico, grande mosaico agreste.

Alle prime luci dell'alba, la nonna e zia Mirella s'alzavano, indossavano  vesti pesanti, che già emanavano un forte odore caprino, infilavano gli stivali e s'avviavano verso l'ovile dove le pecore già si lamentavano, con  quelle vocette  tediose, per l'abbondanza di latte che premeva nelle mammelle gonfie.
Le due donne cominciavano il ritmico lavoro di raccolta del liquido caldo e denso che scendeva nei secchi zincati gonfiandosi in superficie,  creando  una miriade di bolle trasparenti.

Zia Mirella che, poveretta, aveva una vera allergia per il latte, come si scoprì  solo più tardi e che era causa di molti suoi malanni - sudava freddo solo a sentirne l'odore e spesso doveva uscir fuori all'aria fresca per riaversi. Ma poi, coraggiosamente, tornava indietro o si faceva sostituire.
Non avrebbe voluto saperne di quel lavoro… ma come fare? Angiolina si stava facendo anziana, gli uomini erano impegnati nei campi, i figli erano  troppo  giovani... eppoi lei aveva tanto sofferto  nel corso della sua infanzia e adolescenza che voleva risparmiar loro ogni difficoltà...  avrebbe  tirato  avanti finchè poteva..

Verso le otto la casa, vuota sin dalle prime ore dell'alba, si riaffollava per consumare insieme una prima colazione sostanziosa, divorata in allegria,  dopo già quattro ore di duro lavoro nei campi o dietro alle bestie della fattoria...

 

 

 

14

 

...Il grasso di maiale sfrigolava nell'ampia padella nera di ghisa insieme alla cipolla ed il suo profumo acuto destava i più giovani che ancora dormivano   nelle stanze adiacenti, scappava fuori nell'ampia aia, oltre il cancello dove  legioni di cani si risvegliavano dal dormiveglia sotto il primo sole ed uggiolavano - avvertendo quegli aromi - reclamando anche loro il pasto mattutino.

La cucina s'animava di giovani e bimbi scarmigliati e ridenti, sulla tavola  compariva la tovaglia a quadretti rossa e bianca, l'immancabile  bottiglione  del vino bruno e invecchiato, il pane fragrante, talvolta la schiaccia  di  farina di ceci e di frizzoli di maiale, il cacio fresco, il candido  rovaggiolo immerso in una culla di felci profumate.
Nell'enorme padella venivano sgusciate molte uova ed anch'esse friggevano e venivano servite - fumanti e gustose - con il condimento ben rosolato e sugoso in cui galleggiavano, come in uno stagno scuro, simili ad esotici fiori colorati.

Poi di nuovo tutti nei campi o ad accudire alle bestie, a pulire la stalla, a zappare nell'orto, mentre le donne sbrigavano altre faccende.
Come si davano via le uova e le ortaglie, anche il latte, una volta finita la mungitura, veniva venduto, ma una piccola parte restava in casa, destinata ad essere trasformata in formaggelle, ricotte, ravaggioli e burro.

La nonna era la sola che possedesse la bravura necessaria, bastava un pizzico di caglio in più o un minuto di cottura in meno che tutto il lavoro sarebbe stato compromesso. E invece lei, con quelle abili mani, riusciva a dosare ingredienti e movimenti, rimestava e girava  il latte finchè questo non si coagulava nel modo dovuto, eppoi filtrava e strizzava, rimettendo tutto al fuoco e continuando a rimestare.
Conclusa anche questa operazione, le donne si suddividevano i compiti: zia Mirella rigovernava la casa e la nonna si dava da fare, andando e venendo,  con la sua figuretta agile e decisa, tra la  madia e i fornelli già in atto di preparare il pranzo.

Sul famoso tavolo improvvisamente compariva una candida montagna di farina appena setacciata su cui le sue mani magre ed avvizzite compivano ogni giorno magie: la farina veniva presa con un grosso cucchiaio dall'ampio ventre del sacco di tela grezza deposto nella madia, veniva setacciata fino a formare, sulla superficie rugosa della tavola, una bianca altura.
Le mani leggere fendevano la morbida cascata, creavano una piccola conca dove ad una ad una venivano rotte delle uova e poi, dai ad impastare, mescolare ed impastare di nuovo, fino ad ottenere una palla soda e liscia.

Il mattarello di legno veniva staccato dal gancio dietro la porta e tra le mani della nonna diventava uno strumento magico, una speciale bacchetta che stendeva, piallava, dava armonia alla sfoglia che alla fine diveniva leggera, quasi trasparente ma solida, sempre più ampia, quasi come tutto il tavolo.
Dopo averla lasciata un pò all'aria, la nonna s'armava d'un lungo coltello affilato e tagliava sveltamente la pasta ripiegata più volte, dando vita  a cascate di tagliolini, di linguine, di tagliatelle...
Oppure, dopo aver steso la pasta in due grandi sfoglie separate, preparava un impasto abbondante di ricotta fresca e di bietole o spinaci tritati.
Poi, come un'abile musicista dirigeva la piccola orchestra dei figli - più tardi dei nipoti - impartendo ordini a destra e a manca: ognuno di essi prendeva tra le dita una piccola porzione di impasto e la collocava su una zolla di sfoglia.
Ognuno era responsabile di una zona, mettendo in fila, come tanti soldatini, tante porzioni di impasto finchè tutta la sfoglia non era altro che una grande scacchiera piena di dame biancoverdi. La schiera dei piccoli si disponeva a raggiera intorno al tavolo aspettando altri ordini, ma ormai tutto era compiuto.

La nonna deponeva l'altro strato di pasta sulla precedente, premendo  ai bordi con le sue dita magre e nodose, passando poi in lungo e in largo la rotella dentata che creava degli stradelli a zig zag sulla liscia distesa gialla.
I tortelli ormai pronti venivano staccati l'uno dall'altro e, deposti su vassoi  improvvisati ricoperti da vecchi tovaglioli, venivano tenuti al  fresco d'una stanza, all'ombra ed al riparo dalle mosche.

La stessa accurata procedura si svolgeva in occasione  delle feste pasquali  e  natalizie, quando venivano tirate numerose sfoglie dolci a cui s'aggiungevano aromi di alchermes o rum.
La rotella dentata percorreva la pasta e disegnava quadrati, ritagliava losanghe e lunghe strisce che venivano poi avvolte dalle mani sapienti della nonna in fiocchi o altre figure astratte e che venivano tuffate a gruppi nella  nera padella sfrigolante sul fuoco in cui l'olio già sobboliva.
In un attimo i dolci si gonfiavano come concrete bolle  di sapone, prendevano  un bel colorito invitante, eccoli cotti; la nonna li deponeva su una carta da pane di color paglierino per farne sgocciolare l'eccesso d'unto passandoli poi  su larghi vassoi di legno, adagiati su vaporosi centrini di pizzo. 

Per salvaguardarli dalle mani desiderose dei bambini, li portava al fresco, nella penombra della stanza adiacente la cucina - un salottino  senza alcuna pretesa - che chiudeva, riponendo la chiave nel suo grembiule nero.
I dolci ricomparivano il giorno della festa, a fine pranzo, ancora croccanti e saporiti e ricoperti d'un sottile velo di zucchero.
E i bimbi potevano finalmente allungare le mani, riempirsele e scappar via in qualche angolo per gustarne intensamente e il più a lungo possibile, il sapore esaltante.

 

Era uno spettacolo osservare ogni giorno quelle tavolate il cui fulcro era, come gli spettava, nonno  Vittorio. 
Attorno a lui zia Mirella e nonna Angiolina gravitavano coi loro vassoi ricolmi da cui gli porgevano (era, naturalmente, sempre servito per primo, come spettava al capo di casa) certi bocconcini prelibati: i grasselli del lesso, i fegatini del pollo, i cervelletti, gli zampetti di maiale... che lui metodico e lento macinava con gusto, tracannando ogni tanto un bicchier di vino.
La nonna, invece, sempre in fermento da un capo all'altro della mensa e per via di quel male allo stomaco che la tormentava ormai da tempo, mangiava  poco:  piccoli bocconi che mandava giù più per far contenta Mirella e il suo vecchio che  per fame, seduta appena sul bordo della sedia, sempre in procinto di scappar via per questa o quella incombenza che sembravano attenderla ora nell'aia, ora nell'orto finchè, ormai sicura che il pasto s'era concluso, rientrava pronta a lavar le stoviglie.

 

Ogni qualvolta uno della famiglia lamentava qualche piccolo malanno - un cerchio alla testa, un bruciore di stomaco - la nonna prendeva un piatto rigorosamente bianco e fondo, lo riempiva d'acqua e con fare misterioso si dirigeva verso un angolo dell'ampia cucina, chiamando a sè il malato di turno ed imponendogli  di  guardare fisso nel piatto.

Dalla mensola prendeva l'oliera d'alluminio e con gesti lenti e misurati faceva  cadere nel piatto tre gocce d'olio, poi osservava il rapprendersi del liquido dorato sulla trasparenza dell'acqua e vi tuffava due dita a dissolvere  le  fantastiche figure formatesi, segnando poi sulla fronte del malato tre croci consecutive.
Il rito continuava: ancora due volte la nonna riempiva il piatto d'acqua e ripeteva ogni gesto con la stessa misurata lentezza e compunzione dell'inizio.
Se l'olio si allargava formando una miriade di puntini luminosi, il mal di testa o di stomaco se ne sarebbe andato, altrimenti se la macchia s'addensava al centro del piatto, il piccolo esperimento non era riuscito, qualche forza oscura  era forse contraria alla guarigione e bisognava adottare mezzi più convincenti...

Ma la maggior parte delle volte il magico rito riusciva ed il giovane indisposto - poichè di solito si trattava dei ragazzi di casa - se ne usciva dall'ombra dell'antica cucina già bell'e ristorato e ringalluzzito tornando ai suoi giochi nell'aria limpida e gaia del cortile.

Era una tradizione arcana, questa, tramandata di generazione in generazione alle donne di casa, più inclini dei maschi alla superstizione ma anche più sensitive, più dotate di poteri taumaturgici, più sensibili ai mille misteri che indissolubilmente accompagnano la vita dell'uomo.
L'uso di questa psicologia spicciola e d'effetto, ben s'attagliava alla vita contadina vissuta in mezzo ad estese campagne semideserte e malariche, difficilmente raggiungibili in passato, distanti dalle cittadine fornite di farmacie, di dottori e di ritrovati moderni.
La gente nasceva e moriva senza intrusioni, talvolta senza far ricorso ad altre mani se non quelle di qualcuno di casa: la vita s'accendeva e si spegneva nel dolore e nella gioia senza lamenti, senza sfarzi, in silenzio, quasi nel raccoglimento. Come disumanizzati, o forse era il contrario?.

E per vincere paure ancestrali, per difendersi dalla mille insidie o dalla malasorte si ricorreva a questo e ad altri riti antichissimi che facevano leva sulla psiche ingenua, un pò infantile della gente di campagna che, a contatto quotidiano della terra ha chinato per secoli il capo verso di essa a scrutare nelle sue viscere, senza più innalzare gli occhi al Cielo per trarvi ispirazioni mistiche.
Tutt'al più al cielo si guardava per scrutare le fasi alterne della luna o l'addensarsi delle nubi in previsione d'un temporale...

Così convinzioni e credenze antiche sussistono, ma ormai per poco, ancora nel mondo contadino che, più che affidarsi alla Provvidenza si rivolge ai cosiddetti maghi o stregoni, a metà strada tra gli erboristi, gli omeopati o pranoterapeuta.
Niente a che vedere con la ricerca che anima oggi un largo strato di umanità dedita alle scienze occulte, persino al satanismo - decisamente dimentichi del passaggio di Gesù Cristo, figura scomoda, imbarazzante, dolorosa, al cui seguito si va senza bisaccia o calzari, mentre la società odierna, basata solo sul potere, sul consumismo, sul sesso, sul danaro, ormai priva di profondi aneliti spirituali si rivolge alle oscure creature delle tenebre evocate per raggiungere scopi decisamente terrestri e dannazione eterna. 

Non così nel mondo contadino, pastorale in cui i precetti cristiani di bontà, generosità, di amore verso il prossimo, d'accettazione della volontà divina spontaneamente fermentano e su  cui domina essenzialmente una superstizione primitiva ma innocua. E quindi si ricorreva e si ricorre ancora, talvolta, allo “stregone” per ricercare qualche animale di valore non ritrovato dopo il pascolo - e subito lui ti indica, con precisione assoluta, il posto in cui certamente ritroverai sana e salva la bestia - oppure ci si rivolge  a lui per guarire di qualche malattia, fisica o di natura psicologica...

Ricordo che un giorno, per curiosità, accompagnai zia Amaly e la Nicoletta - l'elegante, esile cugina genovese di Paolo, - dallo stregone, per così dire "di famiglia", vecchia conoscenza del nonno a cui appunto aveva ritrovato una giovenca dispersa in un fosso molto lontano dal casolare, dopo vari giorni di assenza.
Abitava in una villetta stesa su di una  piccola altura in un’invidiabile posizione: a due passi dal lago dell'Accesa, un piccolo specchio d'acqua su cui in quel momento - era il tramonto - il sole attraversando  le chiome verde scuro dei salici, gettava gli ultimi riflessi cangianti.
Era lo sfondo decisamente ideale, che creava l’atmosfera giusta e predisponeva l’animo di chi arrivava all’incontro… 

Negli anni aveva fatto fortuna, lo stregone in parola; a lui giungevano sin dalla Svizzera e dalla Germania clienti desiderosi di avere un parere, un consiglio, una pozione.
Anche mio suocero - che pure agli stregoni ed al loro potere non credeva - anni fa dovette darsi per vinto. Ad ogni cambio di stagione, soffriva di un fastidioso eczema che gli imporporava una metà  del viso, dandogli prurito e rendendolo quasi irriconoscibile.
A Roma dove viveva, aveva consultato decine di professori, gli immancabili frati dei Monti di Creta e del S. Gallicano, ma nessun rimedio aveva avuto effetto definitivo.

Finchè un giorno, convinto da nonno Vittorio e da altri familiari, incredulo e senza altra speranza com’era, s'era lasciato sottoporre allo sguardo del famoso stregone.
L'uomo dalla faccia rubizza, piccolino, grasso, quasi calvo, l'aveva squadrato ben bene e gli aveva ordinato di sorbire - ad ore determinate - un  decotto  di erbe, da lui preparato allo scopo, dopo aver girato - secondo le più trite tradizioni di magia - non so bene quante volte, assieme ad un asino legato ad un pero attorno all’albero, in una notte di plenilunio. 

Tutte queste regole erano state eseguite alla perfezione nonostante lo scetticismo profondamente radicato nell’animo di mio suocero che, però, insperabilmente uscì guarito definitivamente  da questa antipatica malattia!!

 

Poco fa, attorno al lungo tavolo imbandito, eravamo una quindicina, vocianti e allegri a partire dal nonno, patriarcale e lucido nonostante l'età, fino agli ultimi nati, Jenny e Giacomo, che a dieci mesi sono due bambolotti sorridenti e vispi che guardano intorno curiosi e affascinati da ogni movimento e l'allegria era al culmine.
Il seggiolone su cui si sta dimenando Jenny in attesa della pappa - Giacomo sta invece a terra e la guarda un pò in cagnesco, come un reuccio spodestato - è sempre quello che hanno utilizzato i miei figli e a suo tempo altri componenti della famiglia.
È ancora colorato di rosso acceso, così come l'avevo desiderato e dipinto io stessa, decorandone la spalliera con decalcomanie dei personaggi disneyani.
Da quarantanni a questa parte è stato utilizzato da varie generazioni, ha  visto crescere e farsi adulti quasi tutti i nipoti e pronipoti di nonno Vittorio e di nonna Angiolina ed ora anche questi due che, di tanto in  tanto, si danno il cambio.

I bimbi giocano ora nell'aia, ignari quasi del mondo circostante: due bambolotti  rosei  dalla faccetta simpatica ed ilare, due occhi furbi ma innocenti.
I due cuginetti - Jenny e Giacomo - hanno la stessa  età, essendo nati lo stesso  giorno, a qualche ora di distanza l'uno dall'altra, a pochi mesi dalla morte di Azzurro. Sandro e Sandra, figli del defunto, alla sua scomparsa erano appena  consapevoli che di lì a poco sarebbero diventati rispettivamente padre e madre...

Così è il nostro destino umano, governato da un Dio commiserevole che pure se  riprende una vita, dà in cambio il doppio di quanto ha ricevuto e trasforma il dolore in nuova gioia, in speranza.
Jenny e Giacomo crescono assieme come due gemelli, vezzeggiati e curati; su loro si riversa l'affetto degli adulti, dei visitatori di passaggio, degli animali di casa ed essi, come piccoli reucci dispotici impongono alla famiglia le loro leggi di orari e di pasti privilegiati, di giochi coinvolgenti… fanno, insomma, il bello ed il cattivo tempo.

Più fortunati di altri coetanei, vivono a contatto  della  natura, scoprono le infinite ricchezze di questa campagna solare, ne aspirano gli aromi  primaverili, osservano le mille sfumature dei colori che li circondano.
Ad occhi sgranati e attenti seguono il volo delle rondini, l’ininterrotto viavai dei piccioni tra la grondaia e l'aia, il lento trasmigrare delle pecore da un campo all'altro e assistono, con quel loro sguardo innocente, eppure imperscrutabile, agli avvenimenti che accadono intorno a loro, facendone tesoro. Guardano senza commentare i gesti ripetitivi dei vecchi e la loro nonna Mirella che, afferrati due piccioni vagabondi per la collottola argentea, compie lenti giri nell'aria, torcendo il loro collo morbido.
Eccoli, ora, i due uccelli posati sul tavolo di zinco al centro dello spiazzo, privati del loro sontuoso piumaggio, pronti per essere cucinati.
I bimbi, avvicinatisi, tendono le mani verso di essi ma poi involontariamente le ritraggono, fissano quegli esserini inerti con occhi ormai sapienti, pieni di curiosità e di costernazione, d'allegria e di pena eppoi, guardando da sotto in su la nonna, tirano le somme di quella non nuova esperienza, concludono, portando il ditino sulla gota rossa, con un "... Buono... a... rosto!".
E tornano, orgogliosamente eretti sulle gambe nude e solide, ai loro giochi di  bambole e macchinine, come se nulla fosse.

Diversamente dai coetanei di città, hanno pochi animaletti di pelouche con cui gingillarsi, ma accarezzano il vellutato manto dei prolifici conigli che vivono nelle cassette sparse nei campi vicino la casa, gioiscono di un bel sole  caldo, insieme ai gattini appena nati, imitano l'andatura dei cagnolini che giocherellano attorno all'ovile, si rincorrono destando i latrati dei cani da caccia, subito all'erta da dietro alla rete  delle  gabbie, e se trovano qualche insormontabile ostacolo o se inciampano, le loro voci sono simili a quelle tenere degli agnelli spauriti ma tenaci che, dispersi nel  verde, richiamano le madri...

 

Ci siamo mossi presto da Campalbrutto, stamani, per recarci nella vicina cittadina di Follonica per alcune compere urgenti e, poichè è Pasqua, abbiamo  portato  con noi un piccolo involto azzurro che contiene una dozzina d'uova sode che, secondo la tradizione pasquale toscana, faremo benedire dal sacerdote.
Sembra un gran monumento funebre, la parrocchiale di S. Leopoldo, più che una chiesa dedicata al Signore, forse a causa della sua forma atipica, con quel pronao ornato di colonne arabescate che reggono l'enorme baldacchino e su cui s’arrampicano teorie di foglie e frutta,  ma soprattutto per l’utilizzo della ghisa color grigio fumo con cui la costruzione è stata ornata. 
La polvere e gli anni non fanno che conferire altro lustro, una patina argentea che rende ancora più compatta l'originale lavorazione.

Diverso è l'interno dove l'intonaco, d'un brutto colore tra il beige e il grigio, è scrostato; sulle pareti alcuni grandi quadri, mediocri e tracciati da una mano non troppo sicura ma amorosa, rappresentano la vita di Gesù. Il baldacchino del pulpito, inutilizzato ormai da anni, sembra la valva d'un'enorme conchiglia...

Fu costruita intorno al 1838 per volere del granduca Leopoldo II, grazie all'aiuto degli operai dell'Ilva, la vicina fonderia che sfruttava le miniere della zona, ricchissima di pirite, da cui appunto venne ricavato il ferro necessario al progetto ambizioso e singolare, in cui ghisa,   pietra, intonaco e legno, nel colonnato, nel campanile, nella balaustra e nel pulpito erano fusi insieme con risultato originalissimo.

Sotto le ampie volute del sagrato, una folla s'addensa sempre più numerosa. È Pasqua e in molti ci si appresta a mettersi in pari con Dio e  forse anche con gli uomini, assistendo a quella Messa solenne.
Ma la chiesa, per grande che sia, non è così ampia da contenere, oggi, questa fiumana improvvisa. Così c'è da attendere: la Messa precedente non è ancora terminata e dal sagrato s'ode la voce secca e decisa del parroco che approfitta dell'inattesa  affluenza per tenere i suoi sermoni con piglio autoritario.

Mingherlino, piccolo, bruno e deciso, fisicamente assomiglia a Charles Aznavour così nervoso e scattante, ma ha anche qualcosa d'indefinito - saranno gli occhiali o il taglio della bocca? - che ricorda il Peter Sellers in "Lassù qualcuno mi attende". Coraggiosamente affronta ogni argomento, scabroso o no, con quell'impeto toscano di cui si sente, nel parlare, l'inflessione. 
Sferzante flagella – così aveva fatto Gesù nel tempio! - i suoi interlocutori presenti e non, deprecando il materialismo imperante e le facili scelte del mondo, cercando di ricondurre all'ovile le troppe pecorelle smarrite dietro i falsi idoli che l'uomo d'oggi si costruisce.
Difficile compito questo, eppure, forse proprio per questa sua personalità forte e per la sua fede sicura, le sue funzioni sono seguite da molti.

La sua determinazione e questa foga oratoria, l'ha forse ereditata dal suo predecessore, un omone alto, tarchiato - una figura alla Don Camillo, per intenderci, non solo nel fisico ma anche nel carattere, con quell'irriverenza quasi scanzonata, mitigata da imprevisti quanto profondi pentimenti - che spesso, subito dopo la guerra  veniva preso in giro da bande di comunisti sfegatati e baldanzosi che canticchiavano canzonette in cui  i preti erano citati come mangiapane a tradimento.
Ogni volta, il parroco rispondeva a queste provocazioni in una maniera tutta sua, dovunque si trovasse: si slacciava il collarino bianco, si tirava su la tonaca consunta e s'appressava furibondo agli scalmanati con un:
"Ora ve lo faccio vedere io...!"
a cui seguivano una scarica di scappellotti e pugni sulle  teste e sulle spalle dei denigratori...

 

 ...  Fuori della chiesa, una pioggia sottile e dispettosa bagna la folla che s'accalca e si restringe in un abbraccio non meditato, il selciato del breve viale alberato che conduce alla Cattedrale, i fregi del portale...

La  folla s'assiepa ai lati dei banchi già zeppi come un gregge irrequieto e sotto le ampie volte è tutto un brusio prima che la funzione cominci.
Sulla balaustra dinanzi all'altare, un nugolo di piccoli fedeli con degli involucri: racchiudono le uova sode che, secondo la tradizione pasquale toscana, debbono venir benedette dal sacerdote e verranno poi consumate, per buon augurio, durante il pranzo.

Ogni involto ha una sua fisionomia, distinta da un fiocco, da un fiore, da un nastro lucente; qui un tovagliolo candido che racchiude quattro uova, là  un fagottino azzurro con un fiocco dorato, uno a piccoli quadri bianchi e rossi fermato da una margherita…
Un bimbo ha posato sulla balaustra una bionda pecorella di marzapane e la balaustra è come un prato fiorito su cui essa attende col capo rivolto verso l'alto.

Persino il non più giovane prete, fustigatore di costumi e di cattivi cristiani, s'addolcisce dinanzi all'innocenza di questi piccoli che vengono a lui...

 

 

 

15.

 

Il vecchio è vispo come sempre, mi saluta con premura affettuosa e, alla  mia  richiesta, viene fuori sull'aia, con quel suo incedere calmo, dignitoso per farsi fotografare.
Si mette in posa con quel suo fare schivo, ma con un certo orgoglio, rialzandosi nelle spalle un pò curve, vicino alle due caprette che gli sono rimaste ora che i nipoti l'hanno convinto a vendere il suo gregge, non per necessità economica  ma proprio perchè lui, il vecchio, abbia un pò di riposo dopo una così lunga vita di lavoro.
S’è visto, quindi, portar via quelle pecore che facevano parte della sua esistenza come i cani ed  il bastone, insomma un frammento di se stesso.  Ma, come sempre, non ha fiatato, ha guardato il camion che le avrebbe portate via  e in cui venivano pigiate a forza, con quei suoi occhi ora acquosi, pieni di  domande e di commozione.

Prima che l'automezzo partisse il nonno s'è allontanato dalla casa, è sparito nella macchia, portandosi appresso Musetta e Battaglia che mugolavano dal dolore.
Chissà, forse avrà pianto anche lui, seduto su qualche grossa radice di scopa oppure, ritenendo che fosse giusto così, dopo aver guardato il cielo chiaro, avrà chinato il capo quasi a manifestare la sua rassegnazione anche a questo evento.

Ed ora si prende cura dei volatili: le faraone chioccianti, le galline e un piccolo drappello di anatre acquatiche per cui ha ricavato, nel terreno quasi sabbioso poco distante dal casolare, una piccola pozza d'acqua che lui rinnova di giorno in giorno affinchè l'abbiano sempre pulita per le loro abluzioni ed evoluzioni.

I cani da pastore vagabondano nell'aia, oltre il cancelletto, mogi mogi ora che non hanno più nulla da fare, badando solo a non scontrarsi con i piccoli polli vispi che zampettano ovunque sbandierando certe crestine nuove d'un rosso sgargiante... Musetta, spelacchiata e triste è accovacciata all'ombra di un cespuglio, presso la pozza delle nane, il muso bastardo allungato sulle zampe... forse ha nostalgia anche lei del suo gregge di pecore...
Ora non ha altro da fare se non trascinare stentatamente la sua vecchiezza fino all'ora della morte, in tutto simile al vecchio amico Battaglia, il lupo nero sciancato e dallo sguardo buono, che a me incute la solita paura; entrambi i cani gironzolano attorno al vecchio, senza lasciarlo mai un attimo, quasi in attesa d'un suo comando.
Lui, ora, è intento a districare, con l’aiuto di Paolo, le due caprette che tentando di ripararsi dal solleone pomeridiano all'ombra d'uno stentato cespuglio, si sono aggrovigliate nei rovi con la corda a cui erano legate.

Le sue mani tremanti per la senilità diventano sicure nei gesti pacati e  ripetuti chissà quante volte nel corso della sua esistenza; nello sforzo, si raddrizza tutto, perdendo così quell'aria di stanchezza che poco prima gli avevo visto nello sguardo.

…Come quella sera in cui mentre eravamo tutti seduti attorno alla tavola, ancora imbandita, allestita in fretta all'aperto sulla lunga lamiera zincata stesa dinanzi casa, mentre il buio ci stava avvolgendo e solo la luce fioca della lampadina che da sotto  la tettoia illuminava i nostri volti intenti ad ascoltare per l’ennesima volta varie storie di caccia.

D'un  tratto da un ramo alto dell'acacia s'era alzata, improvvisa, la voce del chiù...

Il nonno, che se ne stava silenzioso a capotavola,  centellinando un bicchiere di vino corposo, ascoltava, ancora una volta, i racconti un pò gonfiati delle avventure di caccia dei suoi nipoti più giovani.
S'animò immediatamente e con lo sguardo acceso nel volto rubizzo, puntò verso l'aria la mano piccola e callosa quasi ad azzittirci, esclamando:
"Sentite, è il chiù..." indicando il ramo proteso nell'ombra da cui s'innalzava il verso ripetitivo dell'uccello.

Quel canto gli si diramava dentro con una dolcezza  improvvisa, risvegliando ricordi da tempo sopiti, che ora riaffioravano e si concretizzavano in parole.
Ed ecco che ci raccontò dei giorni della sua giovinezza, giorni di fatica, di lavoro nei campi rallegrati da momenti gioiosi quali quelli del Calendimaggio, una festa antica, quando i giovani (i maggianti) a frotte andavano di casa in casa, cantando stornellate e ricevendo in cambio qualche dolce.
Era usanza, in quel tempo, regalare per buon augurio un grillo alla propria fidanzata e così, di notte, al solo chiarore della luna, frotte di giovani rincorrevano frotte di  grilli,  finchè catturatone un buon numero, li rinserravano in leggere gabbie di saggina che avevano intrecciato a bella posta per loro e li tenevano in vita per regalarli e per venderne l'eccedenza poi al mercato settimanale.

Il nonno si perse per un  po’ dietro questi pensieri gioiosi e sul suo viso  si potevano leggere le sensazioni provate un tempo.

Quel canto risvegliava  però altri ricordi, dolorosi, quelli della guerra, delle battaglie sulle scarne montagne del Carso, dei suoi compagni d'arme caduti, della ferita sull'arcata sopracciliare che per tutta la vita gli aveva lasciato quel lieve tic birbone che di tanto in tanto gli faceva strizzar l’occhio e che all’inizio - quando ancora non ne conoscevo la ragione - mi confondeva sempre ogniqualvolta giocavamo a scopa, credendo che mi annunciasse, come è d'usanza tra i giocatori, con quel batter di ciglia, la presenza dell'asso…

A quell'ondata di ricordi, in quell'ora in cui si è facilmente preda di nostalgie e di tristezze, il vecchio quasi a se stesso formulò serenamente un pensiero: "L'ora sarebbe...", come avesse detto: “Vado a governare le pecore”!
"Ma sì - aggiunse poi- forse potrei essere uno di quelli che supera i cento anni!".

E si strinse nelle spalle, concludendo: "Se mi ci lasciano... io resto..., intendendo dire: Se Dio me lo consente, potrei anche arrivarci... -   

E, riascoltando un ultimo, melodioso richiamo del chiù, già quasi rasserenato dalle nostre, sincere, proteste, alzò con noi il bicchiere colmo di vino e lo buttò giù tutto d'un fiato.

IL CANTO DEL CHIU

Nell'ora che precede la notte,
seduto sotto il susino,
il vecchio evoca ai nipoti attenti
gesta lontane, compagni d'arme caduti,
la paludosa Maremma della sua gioventù,
festose processioni di casa in casa
al Calendimaggio,
ore di duro lavoro nei campi,
non sempre gratificato
da abbondanti raccolti.

E il canto del chiù
che accompagnava
l'ininterrotto pascolar
del gregge...

Il colpo d'una baionetta nemica,
infertogli sui monti della Carnia,
gli desta un ritmico batter di ciglia
e la sua mano trema disegnando
nell'aria della sera
un arco breve
tra passato e presente.

A pochi passi, sul susino,
ancora il canto monocorde del chiù...

 

Non c'ero al suo funerale - del chè mi pento - per motivi che ora ritengo futili, mentre c'era accanto a lei tutta la famiglia schierata per un ultimo abbraccio...
Manca davvero qualcosa, ora, qui a Campalbrutto!

Nonna Angiolina non c'è più, la sua figuretta silenziosa non s'affretta nell'aia, dietro ai piccoli o ai piccioni... seguita dall'occhio vigile di Milena, la moglie di Sandro, l'ultima delle nipoti acquisite, che nonostante la giovane età ha dimostrato una maturità ed una sconfinata pazienza, quella stessa che riversa ora sul piccolo Alessio appena nato.

E che dire di zia Mirella che per anni è stata sola a starle dietro, a prendersi cura di lei convincendola a buttar giù qualche boccone per sostenersi, ad accudirla quando, segnata ormai da quella regressione fanciullesca che le annebbiava la mente, era diventata l'ombra di se stessa?
Su tutti gli abitanti della fattoria zia Mirella si è prodigata in ogni senso con riconoscenza, senza  limiti, soprattutto nei confronti di quella che essa considerava la sua vera madre e che lì a Campalbrutto l'aveva accolta e confortata con amore dopo aver vissuto l'infanzia e l’adolescenza tristemente. 

…Eppure mi sembra sempre di vederla, nonna Angiolina, là accanto alla rete, a scrutare la strada, nel verde dei campi o comparire svelta da dietro l'angolo del casolare e sfaccendare nell'aia, leggera...
E forse il suo spirito aleggia, inafferrabile attorno a questa casa, vola insieme al vento che lambisce i gerani ora rinverditi, sfiora il viso paffutello e roseo dell'ultimo nato che dorme beato dopo la pappa, sognando un'esistenza felice.
Fa ancora parte di Campalbrutto, è un frammento inscindibile di questo affresco agreste. 

L'ULTIMA VEGLIA

... Finite son le veglie accanto al fuoco
che allegro divampava
sotto la volta oscura del camino.

Mentre tu, Angiolina,
ravversavi lesta la cenere,
impavida brandendo il greve alare


E noi bambini,
gli occhi sfavillanti di scintille,
intenti seguivamo la tua scarna figura,
incurante di pene e di fatiche,
le alacri dita
che dalla candida fontana di farina
traevan cascatelle
di tagliolini e dolciumi.

Si stava a veglia sino a notte
immagini passate rinvangando,
giovanili avventure,
le cacce e le trebbie sotto il sole
quando ai buoi s'approntavan gli stradelli
ed il sudore colava giù, liberatore,
a riscattar gli stenti.

Ed ora eccoti,
il piccolo corpo scavato in riposo,
le rughe contratte del volto
finalmente distese
nell'intenso letargo della morte.

Intorno, per non turbare la tua raggiunta quiete,
bisbiglii quasi furtivi di figli, di nipoti.

Io sola manco, rammaricata,
accanto al tuo letto
dove il vecchio assiste
rassegnato e discreto all'ultima tua veglia...

 

Tuttavia, temo che questo piccolo mondo possa svanire e con esso l'atmosfera che  l'avvolge… fra qualche tempo, quando i vecchi saranno tutti scomparsi, i giovani si trasferiranno in città, in uno di quei grandi anonimi palazzi dalle cento finestre socchiuse,  circuiti dagli allettamenti del vivere moderno, quasi vergognandosi delle loro origini contadine, barattando la terra per un miraggio di benessere costruito sul consumismo, che li disumanizzerà, trasformandoli, sottraendo loro quella vigoria fisica e morale ereditata dai loro antenati.

E vorrei, invece, che riflettessero sullo straordinario patrimonio che hanno ereditato lì, in quel vecchio casolare senza tanti agi, dove lo stretto rapporto con la natura, le sue creature,  i suoi doni li rendeva ricchi e felici, dove l'esperienza dei vecchi, la loro energia ed il coraggio quotidiano erano un insegnamento produttivo, vitale.

Tutto questo ho appreso e recepito lì a Campalbrutto ed ora mi sento parte  di esso, della sua  storia, dei suoi riti, delle  sue leggende...

 ...Apro la porta di legno verde e mi fermo sui tre  gradini: intorno intorno, una pace immensa sale  dalla terra e da ogni essere vivente che zampetta, striscia o becca sul terreno.
M'avvolge come un velo di benessere e mi sento compartecipe di questo universo, come fossi una zolla di terra fertile da cui nasceranno raccolti, come un albero che produce foglie e linfa inesauribile, come una nuvola che vaga in un cielo terso, un alito di vento che porta  profumi,  un  grappolo d'uva succoso e saporito.

Sento in me il desiderio di proclamare questa mia affinità con ciò che mi circonda, ma so che ora le parole non usciranno dalla mia bocca restia a confidare emozioni e sentimenti.
Forse più tardi, quando quest'emozione (od esultanza?) si sarà placata e dall'epidermide sarà penetrata nel mio essere, mescolata ai miei umori, al mio sangue, agli altri miei pensieri, allora forse potrò tentare di affidarla alle parole scritte, per  me più congeniali, senza esitazioni o distorsioni, fluide e fedeli alle sensazioni, alle emozioni vissute e provate e potrò parlare di Campalbrutto come di un piccolo Eden...  

 

 

Le poesie sopra riportate fanno parte della Silloge "Maremma" che troverete nella sezione apposita delle Poesie

 

 

 

 

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