Rubriche di
Patrizia Fontana Roca

COLLABORAZIONI

 

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L’ ASSEDIO DI MALTA

 


Malta, è una bella e ridente isola mediterranea situata a quasi metà strada fra la Sicilia e la costa africana  la quale  insieme ad altre isole minori quali Gozo e Comino forma  un piccolo arcipelago.
Le coste di queste isole sono alte e rocciose  interrotte da profonde insenature che ne fanno porti sicuri per l’attracco di navi sia militari che mercantili.

Ed è  stata proprio questa sua configurazione  geografica a renderla  oggetto nel passato di attenzioni non proprio amichevoli da parte delle grandi Potenze continentali che considerandola, a ragione,  isola di grande valore strategico-militare nel corso dei secoli hanno tentato di impadronirsene, dando così luogo ad epici assedi e sanguinose battaglie e proprio l’assedio più famoso, quello che diede fama duratura a Malta, sarà oggetto della mia narrazione: intendo rievocare il terribile assedio turco del 1565.

In quel periodo l’isola era governata dai Cavalieri Ospedalieri conosciuti anche con il nome di Cavalieri di Malta,   i quali governavano l’isola come vassalli del re di Sicilia.
L’Ordine dei Cavalieri fondato per prestare le cure ai pellegrini malati in Terra santa, col tempo era divenuto al pari dei Templari un ordine militare combattente al servizio del Papa e della cristianità. Esso aveva partecipato a molte battaglie in Palestina ed erano presenti anche il 18 maggio  1291, quando i musulmani al comando del sultano Al-Ashraf Kalil ,dopo un breve assedio, conquistarono la città di ACRI, ultimo bastione cristiano in terra santa, costringendoli  ad una umiliante e precipitosa fuga.

Tale conquista  musulmana significò non solo  la fine del Regno di Gerusalemme ma soprattutto la fine della speranza di conquistare i Luoghi Santi; speranza che tanti giovani cuori generosi aveva infiammato e spinto a combattere per raggiungere questo obiettivo.
La caduta della città di Acri e la conseguente occupazione da parte degli islamici di tutta  la Palestina, creò in tante  popolazioni cristiane europee non solo  un sentimento di enorme paura di essere invasi dagli infedeli ma anche una reale  preoccupazione che  tale vittoria potesse incrementare le incursioni dei pirati barbareschi, che in quel periodo infestavano il bacino del Mediterraneo con improvvisi assalti non solo contro le città di mare, ma anche inoltrandosi nell’entroterra con la speranza di reperire maggior bottino.
Essi rubavano di tutto, uccidendo chi si opponeva a tale razzie, ma  quello che spaventava maggiormente le popolazioni erano  i rapimenti di giovani uomini e donne. Gli uomini più giovani e forti erano destinati o ad essere  venduti come schiavi nelle principali città islamiche (quali ad esempio Costantinopoli,  Algeri e Tunisi),  oppure a passare il resto dei loro giorni come rematori sulle galee del Sultano. Le donne più belle  erano inviate  ad arricchire gli harem dei ricchi musulmani,  mentre per  le altre il destino era quello di essere vendute come schiave al miglior offerente.  

Dai cronisti turchi apprendiamo che i prezzi di vendita variavano non solo  a secondo della provenienza degli schiavi (i  balcanici, uomini robusti, erano i preferiti), ma anche in base ad altri fattori  quali l’età, la salute, l’aspetto e l’eventuale istruzione. Gli schiavi non avevano nessun diritto cui appellarsi e spesso la loro sorte dipendeva dall’umore e dalla generosità del proprietario.
Per i fanciulli, che in tenera età venivano prelevati dai soldati turchi nelle zone di occupazione o di scorreria la sorte più augurabile era di essere addestrati all’uso delle armi ed entrare nel Corpo dei Giannizzeri composto, specie nei primi tempi della sua istituzione, quasi esclusivamente da  fanciulli cristiani  rapiti in tenera età.

Caduta di S. Giovanni d'Acri

Solimano in battaglia

E’ mia intenzione  fornire alcune notizie su  questo feroce Corpo  militare che nel corso dei secoli tanto filo da torcere diede agli eserciti cristiani e non solo a loro. Questi valorosi militari  costituivano il fulcro dell’esercito turco e nel corso del tempo divennero il centro del potere all’interno dell’impero ottomano; così potenti da condizionare lo stesso Sultano nella scelta dei maggiori rappresentanti governativi e degli suoi consiglieri.

Come già accennato precedentemente, all’inizio della sua fondazione quest’Ordine era composto quasi esclusivamente da cristiani rapiti durante  scorrerie piratesche o campagne militari   e selezionati  in base a procedure severe.

La selezione avveniva in questo modo:
-  dopo che i turchi o i pirati nord africani ritornavano dalle loro scorribande nei  porti di provenienza, uno scrivano del sultano era lì ad aspettarli per scegliere  tra i fanciulli al di sotto dei dieci anni quelli idonei a far parte dei giannizzeri  ed il prezzo per ciascun ragazzo selezionato  non era inferiore a 5 monete d’oro. Dopodiché i prescelti erano inviati in Anatolia dove  venivano istruiti militarmente ed educati nella religione musulmana.

I giannizzeri non potevano sposarsi e vivevano sempre in comunità maschili, un po’ come avveniva nell’ordine cristiano dei Templari, ma col tempo questa disposizione al celibato decadde o non fu più rispettata, tanto che i militari sposati arrivarono ad essere la grande maggioranza. Quando non erano impegnati in guerra, essi erano addetti o a vigilare sull’ordine pubblico nelle città o a prestare servizio nelle guarnigioni dei territori occupati.

Ho fin qui accennato ai pirati islamici che infestavano il Mar Mediterraneo ed alle loro terribili scorrerie e ruberie, ma bisogna anche asserire che la pirateria era praticata, pure se in misura minore anche dai cristiani, in particolare  dai Cavalieri di Malta, i quali con la  loro piccola flotta di galee scorazzavano da un capo all’altro del Mediterraneo assaltando e depredando navi turche o comunque musulmane rendendo schiavi  gli equipaggi catturati  che venivano in gran parte utilizzati come rematori sulle loro galee.

Proprio nel  periodo precedente l’attacco turco a Malta, cioè nei primi  anni sessanta del sedicesimo secolo, le loro incursioni  si fecero  sempre più audaci, mettendo  in allarme le popolazioni musulmane del Mediterraneo e le numerose vittime di tali ruberie inoltrarono al  Sultano SOLIMANO diverse richieste di aiuto  affinché facesse cessare tale pirateria, ma egli fu indeciso sul da fars, fino a  quando un episodio grave lo costrinse a prendere una decisione definitiva.

Nell’estate del 1564, cinque galee dei Cavalieri di Malta al comando dei cavalieri De Giou e Romegas intercettarono nei pressi dell’isola di Cefalonia un enorme galeone turco proveniente dal Bosforo, carico di merci preziose. Dopo un furioso combattimento il galeone turco fu catturato con tutto l’equipaggio superstite e le merci pregiate. Questo fatto risultò ancora più grave perché tra i sequestrati vi erano persone di alto rango tra cui il governatore del Cairo e l’ex nutrice della figlia del sultano, reduci ambedue  dal pellegrinaggio alla Mecca.

A Costantinopoli tale avvenimento diede adito ad alte proteste e tutti chiesero al Sultano di vendicare l’affronto in modo completo e definitivo contro quei “dannati“ infedeli Cavalieri di Malta e la più insistente a chiedere vendetta fula figlia del Sultano offesa ed amareggiata per la cattura della sua ex nutrice a cui era molto legata.
Tali proteste convinsero  Solimano ad agire e durante la riunione del Consiglio Reale (Divan) nell’ottobre 1564, prese la decisione di attaccare e conquistare l’isola di Malta, ordinando l’allestimento di una flotta di 150 navi che dovevano trasportare un enorme numero di  soldati. Con tale spedizione Egli intendeva non solo conquistare l’isola e distruggere  i Cavalieri di Malta, ma anche fare di Malta un trampolino di lancio per ulteriori conquiste, non ultima la città di Roma.

Nella stessa riunione fu nominato comandante della flotta  PIALE PASCIA’ e dell’enorme esercito  MUSTAFA’ PASCIA’ che si dimostrò anche in anni successivi uno dei più spietati e feroci nemici dei cristiani.
La macchina da guerra turca si era messa in moto ed il 29 marzo 1565  alla presenza del Sultano  e tra  le acclamazioni del popolo e le benedizioni dei capi religiosi la flotta salpò per la conquista di Malta.


L’ASSEDIO

Re Filippo II

Jean Parisot de La Valette

La notizia dei preparativi ordinati dal Sultano arrivò rapidamente tra le popolazioni del Mediterraneo, tanto che il re di Spagna FILIPPO II scrisse a tutti gli Stati cristiani d’Europa invitandoli ad unirsi alla Spagna per fronteggiare il mortale pericolo. Ma come per le volte precedenti  la risposta  fu deludente, ricevendo risposte positive solo dal Papa, da Genova e dal Granducato di Toscana, forze insufficienti  per fronteggiare l’enorme flotta che già stava navigando verso il suo obiettivo. Intanto a Malta i Cavalieri informati dalle loro spie dell’imminente attacco turco, si davano da fare per potenziare le difese, fortificando le loro piazzeforti situate su due piccoli promontori:

BIRGU (la città), che era la fortezza  vera e propria dell’Ordine circondata da robuste mura ed un profondo fossato e dominata da un piccolo castello detto  forte di Sant’Antonio; e  SENGLEA, separato da  Birgu da un piccolo tratto di mare e dominato dal  forte San Michele. Questi due promontori ben difesi erano a loro volta protetti da un altro forte: Sant’ Elmo,  piccolo  a forma di stella sito all’ entrata dell’insenatura e del porto.

A capo dei difensori vi era il Gran Maestro dei Cavalieri JEAN PARISOT DE LA VALETTE che aveva all’epoca 70 anni,  una vita di battaglie e di onorato servizio nell’Ordine.
Il numero dei soldati presenti all’inizio dell’assedio era di quasi novemila uomini di cui circa 600 erano Cavalieri di Malta, più di 4000 fanti mercenari e 5000 maltesi, anche se quest’ultimi non godevano grande considerazione  da parte del Gran Maestro che li considerava gente di scarso coraggio e poco amore per la Fede.


San Michele


Sant'Elmo

Nonostante i frenetici preparativi difensivi, l’isola si  trovò impreparata quando nella limpida mattina del 18 maggio 1565 le vedette di Sant’Elmo avvistarono numerose vele all’orizzonte a circa 30 miglia di distanza.
Qualche ora più tardi i difensori ebbero modo di constatare quanto imponente fosse la flotta turca, composta da centinaia di navi sia da combattimento che da trasporto disposte a mezzaluna con le vele bianche ben spiegate al vento  e tutte stracolme di soldati desiderosi di iniziare il combattimento.
Dopo aver preso posizione vicino la costa, il comandante in capo dell’esercito Mustafà Pascià diede  finalmente alle truppe l’ordine tanto atteso: “sbarcate e uccidete tutti i cristiani  e fate di Malta un’isola musulmana“.

I primi soldati  sbarcarono il 18 maggio 1565 nella rada di Marsa Scirocco e subito le prime avanguardie cominciarono ad avanzare sopra un terreno molto accidentato e difficile da percorrere e molto adatto a subire imboscate. Infatti decine di Cavalieri li  stavano aspettando  ben nascosti tra le rocce  tendendo  loro alcune imboscate e dando origine a feroci scontri che  causarono ai turchi diverse perdite, ma nonostante queste audaci azioni l’avanzata turca fu inarrestabile ed in pochi giorni quasi tutta l’isola entrò in loro possesso. I turchi subito  diedero inizio alla costruzione di fossati e trincee per l’assedio e la conquista dei Forti.

La mancata presenza sul campo del Sultano, il solo a  cui spettasse la decisione finale, fu causa di animate discussioni fra il comandante della flotta ed il  capo dell’esercito sulla strategia da seguire, in quanto gerarchicamente ambedue erano sullo stesso livello e tale contrasto fu causa di ritardi ed incomprensioni. Alla fine fu accolta la proposta del comandante della flotta  Piale e si decise di attaccare il forte Sant’Elmo, “la chiave di tutte le altre fortezze di Malta“.

LA VALETTE, informato di tale strategia da  alcuni rinnegati disertori  fu contento di tale decisione, sia perché avrebbe offerto più tempo per potenziare le difese di Sanglea e Birgu ed anche perché avrebbe potuto inviare a DON GARCIA, nominato viceré di Sicilia da Filippo II, appelli per l’invio di una flotta di sostegno.

Il 23 maggio gli ottomani iniziarono a trasportare pesanti cannoni verso il forte Sant’Elmo, incominciando l’assedio con la costruzione di trincee, postazioni militari e piattaforme dove sistemare gli enormi cannoni. La Valette  ordinò immediatamente che da sant’Elmo fossero evacuate donne e bambini e nel contempo inviò vettovaglie, munizioni e cento armigeri al comando del colonnello MAS.
In totale all’inizio dell’assedio al forte  Sant’Elmo vi erano 750  uomini idonei al combattimento la maggior parte dei quali erano spagnoli, comandati da JUAN DE  LA CERVA.

Lunedì 28 maggio i cannoni ottomani cominciarono a far sentire la loro possente voce  colpendo con potenti proiettili le mura e le case del forte  e decine di tiratori scelti, nascosti ed immobili, con i loro lunghi ma precisi archibugi  sparavano sui difensori che incautamente si sporgevano dai parapetti  uccidendone  in un solo giorno più di trenta.
Tale intenso bombardamento, la vicinanza delle trincee turche e la presenza di numerosi cecchini evidenziò da subito che la posizione dei difensori non era sostenibile a lungo e di conseguenza le richieste di aiuti al Gran Maestro si fecero sempre più pressanti tanto da indurlo ad inviare munizioni , viveri ed anche altri 120 uomini al comando del capitano MEDRANO.
E fu proprio questo coraggioso capitano che appena giunto al Forte lanciò improvvise sortite contro coloro che stavano lavorando alla costruzione di  nuove trincee sempre più vicine alle mura causando loro molte perdite.
Ma ciò non durò a lungo, infatti per far fronte a queste efficaci sortite dei maltesi furono fatti giungere molti giannizzeri, i migliori soldati fra i turchi, che in breve tempo dopo uno scontro feroce  le fecero cessare definitivamente.

La mattina del 2 giugno nelle prime ore del mattino  giunse a Malta da Algeri con una trentina di galee e circa 1600  “Matasiete”, DRAGUT, il capo pirata che il Sultano aveva posto al comando della spedizione insieme a Mustafà e Piale.  I “Matasiete” erano feroci e fanatici pirati armati di affilate scimitarre, vestiti con pelli di belve  ed  un elmo dorato sulla testa, ed erano così chiamati perché avevano giurato di uccidere ognuno non meno di sei cristiani in guerra (in arabo settah significa sei e da ciò è derivato il nomignolo italiano “ammazzasette”).
Appena sbarcato andò subito in prima linea per rendersi conto di persona della situazione e notò immediatamente che le cose non procedevano bene perché i cannoni non erano sufficienti ed ordinò che altri cannoni fossero utilizzati e situati più vicino alle mura in modo da arrecare più danni; egli aveva l’intenzione di radere al suolo il forte Sant’Elmo!
Il mattino del 3 giugno dopo un intenso bombardamento le truppe ottomane si mossero all’attacco del rivellino (corpo avanzato di forma quadrata o triangolare, posto dinanzi all’ingresso di una fortezza) e con grande meraviglia degli attaccanti non vi fu reazione da parte dei difensori.

Assedio di sant'Elmo - Matteo Perez d'Aleccio


Immediatamente i giannizzeri muniti di scale salirono le mura piombando nella piccola fortezza e facendo fuggire i pochi soldati presenti ed a nulla valse  un vigoroso contrattacco da parte di alcune decine di cavalieri di Malta che non riuscì a ricacciarli indietro. Il  rivellino  da allora fu in mano turca.
Vista la scarsa resistenza cristiana, i turchi andarono all’assalto delle mura del Forte Sant’Elmo ma i maltesi questa volta non si fecero cogliere  alla sprovvista e dopo 5 ore di furiosi combattimenti ricacciarono indietro i turchi che lasciarono sul terreno 500 morti, mentre i difensori ebbero  60 soldati e 20 cavalieri morti.
Tuttavia, nonostante questa eroica resistenza il rivellino rimaneva in mano ai turchi che  iniziarono a consolidare questa testa di ponte  installando cannoni e costruendo ripari per i soldati.

Nei giorni seguenti - specialmente il 16 giugno - sotto la protezione dei loro potenti cannoni i turchi lanciarono una serie di attacchi con l’intento di conquistare  quel maledetto Forte che tanti lutti aveva causato precedentemente, ma furono sempre respinti con forti perdite.
Sant’Elmo comunque sotto la continua valanga di ferro e fuoco vacillava e  i  difensori  compresero che, nonostante qualche rinforzo giunto attraverso il piccolo braccio di mare che li collegava con Birgu, il loro tempo stava per scadere.
Nel frattempo i capi turchi, delusi per le continue sconfitte e timorosi dell’ira del Sultano, si riunirono  il 17 giugno nella tenda di Mustafà per esaminare la situazione  e presero la decisione  non solo di sferrare  un ultimo massiccio assalto ma anche  di bloccare  i soccorsi che da Birgu giungevano a Sant’Elmo attraverso quel maledetto  tratto di mare.
Il giorno dopo  però avvenne un fatto grave ed inaspettato: mentre era intento ad ispezionare le batterie dei cannoni ed osservare le fasi delle operazioni, un grosso proiettile di ferro sparato da Sant’Elmo colpì un grosso macigno vicino a Dragut ed una scheggia di pietra gli spaccò il cranio. Il feroce  pirata morirà alcuni giorni più tardi, appena in tempo per apprendere la notizia della  caduta del Forte di Sant’Elmo.
Il 23 giugno fu lanciato l’assalto finale con il contributo del bombardamento navale e finalmente i turchi riuscirono a scalare le mura ed entrare nel Forte avendo ragione in breve tempo dei pochi difensori rimasti ed  abbandonandosi ad un orgia di sangue.
Nessun difensore  fu risparmiato, neanche i feriti  e  quelli che non furono uccisi in combattimento furono allineati al muro e trapassati da frecce o colpiti con fucili. Ai Cavalieri di Malta fu riservato un trattamento particolare : torturati, impiccati,  le  teste mozzate, i loro petti squarciati e tolti i cuori;  tanto era l’odio verso di loro. Finalmente dopo giorni di feroci combattimenti, lo stendardo del Profeta svettava sul Forte conquistato!

Ma se pensavano di intimorire il Gran Maestro si sbagliavano di molto;  infatti prontamente diede la sua risposta.  Tutti i prigionieri turchi furono portati  sui bastioni in modo da essere visti dai commilitoni e  brutalmente decapitati. Non bastando ciò, le loro teste  spiccate dal busto furono  lanciate coi cannoni nell’accampamento turco come  ammonimento;  a tanto era giunto  l’odio da una parte e dall’altra che non esisteva più   pietà  per il nemico e ogni possibile atteggiamento cavalleresco era da escludere per il futuro.

Sicuro del difficile momento che stavano attraversando i difensori,  Mustafà fece giungere a  La Valette un’onorevole proposta di resa ma questa  fu prontamente e sdegnosamente respinta .
Offeso dalla risposta negativa, immediatamente si mise al lavoro elaborando un piano di battaglia molto dettagliato che stabiliva:

a)  di proseguire l’intensificazione dell’assedio e del bombardamento  degli altri due  forti rimasti : S. Michele e quello di Birgu,
b) di isolare le due penisole iniziando con la conquista della più debole, Senglea, per poi assalire  Birgu, la piazzaforte principale dei Cavalieri, concludendo così in modo definitivo questa guerra che durava ormai da troppo tempo.

Un  piano  ben congegnato che per questione di spazio ho dovuto riassumere, ma due fatti imprevisti dovevano minarne l’efficacia operativa.
Il primo fu la diserzione di un rinnegato cristiano che faceva parte dell’entourage di Mustafà, il quale volendo ritornare alla fede cattolica, fuggì dall’accampamento turco raggiungendo con qualche difficoltà Birgu e rivelando a La Valette i particolari del piano approntato, dando così modo ai difensori di adottare efficaci contromisure.
Il secondo fu l’arrivo dalla Sicilia il 30 giugno di una piccola forza di soccorso di 700 uomini inviata da don Garcia a bordo di 4 galee, le quali grazie anche ad un fitto banco di nebbia, riuscirono  a forzare il blocco navale turco e sbarcare segretamente  i soldati, i quali il giorno dopo entrarono a Birgu tra due ali di folla esultante.

Sorpreso e umiliato da questi eventi imprevisti, Mustafà ordinò all’esercito di intensificare il bombardamento di Senglea e predisporre tutte quelle misure militari atte a rendere possibile l’attacco definitivo. Il pesante bombardamento di Senglea e del suo Forte ebbe inizio il 4 luglio e si protrasse per diversi giorni e fu talmente intenso da causare molti danni alle mura ed alle abitazioni
limitrofe. Finalmente il 15 luglio Mustafà si decise  a dare il via all’assalto finale che doveva svilupparsi per  terra e per mare e nel prendere  tale  decisione fu incoraggiato dall’arrivo ai primi di luglio di 2500 algerini agli ordini di HASSAN BEY, governatore di Algeri e di altre truppe d’assalto turche dette “Teriaki“ guidati da KANDALISSU, un rinnegato greco già compagno del famoso pirata Barbarossa.

L’offensiva  iniziò con un imponente attacco via mare da parte di numerosi barconi  che trasportavano migliaia di soldati desiderosi di iniziare il combattimento e mentre i barconi si avvicinavano alla spiaggia per sbarcare le truppe, Hassan Bey con i suoi algerini iniziarono l’assalto da terra,  dando vita ad una carica impetuosa. I maltesi si difesero coraggiosamente dagli attacchi ingaggiando spesso feroci corpo a corpo con gli assalitori che infine furono costretti a ritirarsi con forti perdite. Anche un secondo assalto lanciato dai giannizzeri fu respinto  pure  se con qualche difficoltà. Mentre si svolgevano questi attacchi terrestri, sbarcarono le truppe trasportate via mare le quali dopo qualche successo iniziale, furono contrastati vittoriosamente dai cristiani  che  dopo  scontri molto sanguinosi li costrinsero ad una fuga precipitosa.

Non soddisfatti di ciò centinaia di maltesi uscirono dalle mura lanciandosi contro i turchi che fuggivano dando inizio ad un sanguinoso massacro. Non ci fu pietà per nessuno, ed alla fine centinaia di cadaveri turchi giacevano sulla spiaggia  o galleggiavano in mare. Copioso fu pure il bottino: armi, indumenti, cibarie e molto denaro ed oro.  I turchi pagarono questa sconfitta con circa 4000 morti.
L’eroica resistenza dei maltesi stupiva i  Paesi europei cristiani  tanto da indurre gruppi di soldati di ventura e i Cavalieri arrivati dai più lontani avamposti dell’Ordine a raggiungere la Sicilia con la speranza di poter raggiungere Malta e partecipare ai combattimenti.
Tutta l’Europa cristiana pregava e si mobilitava  per soccorrere l’isola, anche se ancora non vi era un’unità d’intenti sul come procedere in tal senso.

Intanto nonostante la terribile sconfitta del 15 luglio, Mustafà  non si perse d’animo, decidendo di proseguire con determinazione l’assedio  dedicandosi  ad azioni di logoramento specie con l’uso massiccio dei cannoni, sottoponendo i Forti a  continui bombardamenti. Il 22 luglio fece ammassare oltre 60 cannoni sulle alture sovrastanti il porto, dando inizio ad un terrificante bombardamento che durò senza interruzioni per cinque giorni e cinque notti  distruggendo abitazioni, uccidendo molti civili e riducendo in macerie le fortificazioni.

Il 6 agosto accadde un episodio grave: un tale di nome Francisco de Aguilars  tenuto in considerazione  dal Gran Maestro ed informato di molte cose,  fuggì da Birgu  e superando la sorveglianza  dei soldati, raggiunse le linee turche dove fu accolto con gioia e condotto da Mustafà che così venne a conoscenza di molte cose attinenti le difese del Forte. 
La Valette molto preoccupato, prontamente decise di modificare le strategie difensive stabilite, rafforzando i punti più difficilmente difendibili. Il 7 agosto, 15.000 turchi lanciarono un possente attacco sia su Senglea che su Birgu, dando vita ad uno dei più violenti scontri di tutta la guerra. Ad ogni ondata di turchi  che veniva respinta  ne giungeva un’altra ancora più determinata e lo scontro divenne molto violento e sanguinoso  tanto che in uno di questi assalti morì anche Kandalissu colpito da un’archibugiata.
A Birgu, gli ottomani riuscirono dopo nove ore di attacchi incessanti  a penetrare nella cinta muraria e sarebbero riusciti a  dilagare in città se un disperato contrattacco guidato dallo stesso Gran Maestro non fosse riuscito  a fermarli e ricacciarli indietro. Nello scontro rimase ferito lo stesso Gran Maestro. La scena sul campo di battaglia era raccapricciante: centinaia di cadaveri erano ammucchiati gli uni sopra gli altri, e molti erano senza testa o senza qualche arto,  i feriti gridavano a gran voce di essere aiutati, ma  ogni ferito veniva ucciso senza pietà.

Dopo quasi dieci ore di combattimenti i difensori erano ormai sfiniti e la situazione si stava facendo veramente drammatica  tanto che molti pensavano che la fine fosse vicina, ma all’improvviso... quasi per miracolo, quando tutto sembrava perduto l’attacco perdette vigore e i turchi cominciarono a ritirarsi in preda al panico.  
Ma che stava  succedendo? Stava succedendo che tra le truppe si era diffusa la notizia che forze nemiche erano sbarcate sull’isola  e che  erano in procinto di raggiungere  il Forte assediato.
In realtà  non vi era stato nessuno sbarco di forze di soccorso,  si era trattato solo di un coraggioso contrattacco di circa cento cavalieri cristiani  i quali non visti e dimostrando molto coraggio  avevano attaccato l’accampamento turco massacrandovi  i feriti e molti soldati di guardia e bruciando tende, viveri ed altro materiale. Il rumore dello scontro e gli incendi  visibili nell’accampamento, avevano fatto credere  erroneamente ai turchi che combattevano a Birgu dell’arrivo di forze nemiche. Se Malta sopravvisse al 7 agosto fu solo grazie  ad un  eroico colpo  di mano di pochi  eroici soldati.

Nonostante la pesante sconfitta subita,  Mustafà, sempre più incollerito per non riuscire a concludere questa maledetta guerra e preoccupato per la reazione del Sultano deluso di come veniva condotta, decise di continuare il bombardamento dei Forti per tutto il mese di agosto ed effettuando solo alcuni attacchi mirati, preparando intanto  un  piano per un nuovo attacco massiccio.
Dopo tre mesi di accaniti combattimenti, la zona del porto era ormai ridotta ad un cumulo di macerie e le difese di Birgu e Senglea erano  così ridotte  che a separare i due contendenti erano ormai solo mucchi di calcinacci, tanto che i maltesi ormai erano convinti che il prossimo attacco avrebbe segnato la loro fine.

Il  30 agosto i turchi sferrarono un nuovo attacco con la speranza di superare le brecce ed entrare finalmente in Birgu, ma anche questa volta  furono respinti dai maltesi anche se con grande difficoltà.
Ormai sembrava davvero che il destino di Malta fosse segnato, ma ancora una volta la Provvidenza venne in aiuto dei cristiani: una flotta di soccorso era partita dalla Sicilia facendo rotta su Malta dove il 7 settembre migliaia di soldati sbarcarono nella Baia di Mellihea, proprio mentre i turchi erano in procinto di sferrare un massiccio attacco.

La notizia dello sbarco raggiunse le truppe musulmane pronte per l’assalto, procurando loro un tale terrore che immediatamente tolsero l’assedio dandosi ad una vergognosa fuga ed iniziando ad abbandonare l’isola. Tale terrore era motivato dalla convinzione  che i cristiani giunti  in aiuto dei maltesi fossero più di 10.000, ma quando seppero da un disertore che i soccorritori  erano circa la metà ed anche a corto di viveri subito sbarcarono di nuovo,  ma di notte per trarre in inganno i cristiani e attaccarli all’improvviso. Ma i maltesi non si fecero  prendere alla sprovvista, infatti informati da alcune spie del loro sbarco, in tutta fretta avevano già predisposto i necessari accorgimenti difensivi.

Ma La Valette, anche grazie ai nuovi soldati arrivati,  decise di affrontare i turchi in campo aperto;  fece uscire i soldati dalle fortezze schierandoli  nella piana di Pietranera  rimanendo in attesa dei turchi che però non si fecero attendere:  entrambe le parti si rendevano conto che questa battaglia sarebbe stata l’ultima e avrebbe deciso la sorte dell’isola.
Lo scontro si accese furioso e si prolungò per diverse ore sotto un sole cocente che sfiancò i combattenti che a stento riuscivano a reggersi in piedi per la debolezza causata dal caldo e dalla sete. Gli ottomani alla fine indietreggiarono, iniziando a fuggire in modo disordinato verso il mare con l’intento di reimbarcasi sulle galee che attendevano a largo, ma inseguiti dai cristiani molti  di loro furono uccisi prima di raggiungere la spiaggia. Questi ultimi momenti della battaglia  per Malta  si svolsero proprio sulle rive della Baia di San Paolo, il posto del naufragio dell’apostolo.
Reimbarcati tutti i  soldati che riuscirono a salvarsi, il 12 settembre  la flotta turca, che con tanta orgogliosa sicurezza  era arrivata quattro mesi prima, ora  ritornava  in patria umiliata e sconfitta.

Papa Pio IV

La battaglia per la conquista di Malta dopo 117 giorni di feroci combattimenti  era costata ai turchi circa 20.000 morti (altre fonti parlano di 30.000), ai maltesi ed  ai loro alleati oltre 9.000 morti di cui 239 erano Cavalieri di Malta.

La notizia della vittoria sui musulmani si diffuse fulminea per tutto l’Occidente, sollevando ovunque grande entusiasmo specie a Roma dove papa PIO IV intonò un grande Te Deum di ringraziamento.

I turchi però erano stati sconfitti,umiliati ma non domati. Infatti solo qualche anno dopo allestita una più potente  flotta, diedero  inizio ad una nuova guerra di conquista che si concluse il 7 ottobre 1571 con la terribile battaglia navale di Lepanto, ma questa è un’altra storia.


 


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La Strage di San Bartolomeo

Lo Scisma Anglicano

 

Lo Scisma d'Oriente

Un eresiarca risoluto: Giovanni Calvino

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