Rubriche di
Patrizia Fontana Roca

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CAGLIOSTRO

 

 

Giuseppe Balsamo  meglio noto come “Conte di Cagliostro“  di cui mi accingo a narrare l’incredibile quanto sfortunata vita, non ha mai goduto di stampa amica .

Infatti  i numerosi libri, articoli e libelli che su di lui  sono stati scritti,  sono opera per la quasi totalità  di suoi avversari che in questo modo lo descrissero come un ‘avventuriero, un essere diabolico,  truffatore ed eretico, in poche parole  molto peggio di quello che fu in realtà: un miscuglio di genio e sregolatezza ma certo non un  santo né un uomo da prendere ad esempio.
Un personaggio scomodo senza alcun dubbio, un uomo impregnato di mistero ma molto intelligente, dal forte carisma che, unito alla sua indubbia abilità oratoria, ne fecero un interlocutore ammirato e ricercato da ricchi e poveri, da intellettuali e ignoranti, molti dei quali rimasero vittima dei  sui raggiri.

Nel  “Secolo dei Lumi “, del trionfo  della Ragione  sulla superstizione dei secoli precedenti,  nel secolo che generò personaggi del calibro di  Voltaire, Rousseau e Newton, Cagliostro osò  proporre il mondo dell’occulto, del mistero e della magia,  insegnando dottrine occultistiche di origine egiziana e sostenendo che proprio nei misteri della civiltà egiziana risiedeva la vera saggezza umana e che solo osservandone i principi era possibile arrivare alla felicità ed alla comprensione degli arcani della vita.

 

LA VITA

Giuseppe  Balsamo nacque a Palermo il 2 giugno 1743 da Pietro Balsamo, mercante di stoffe  e da Felicita Bracconieri. Venne battezzato nella cattedrale di Palermo l’8 giugno con i nomi di Giuseppe, Giovanni Battista, Vincenzo, Pietro, Antonio e Matteo.

Alla morte del padre, furono gli zii materni a prendersi cura di lui e dei suoi studi,  prima affidandolo ad un maestro privato poi a dieci anni mandandolo in un collegio  tenuto dai Padri Scolopi.
Da questo collegio fuggì varie volte, dimostrando anche da fanciullo di avere  un carattere ribelle e  per questa ragione la famiglia lo affidò nel 1756 ai frati del Convento dei Fatebenefratelli di Caltagirone,  sperando che vi apprendesse un mestiere o decidesse di intraprendere la vita religiosa, un modo come un altro per  sistemarsi definitivamente.
Ma  a causa di alcuni suoi  atteggiamenti poco in armonia con la  vita  religiosa  e soprattutto per essere stato scoperto a rubare monete dalla cassetta delle elemosine, fu espulso e rimandato a casa degli zii che poco tempo dopo lo cacciarono di casa.
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Non avendo voglia di lavorare si dedicò anima e corpo a quello che sapeva fare meglio: rubare e truffare. Più di una volta rischiò il carcere  ma riuscì quasi sempre a farla franca, diventando in breve tempo un capo malavitoso, circondandosi di  altri balordi come lui e combinandone di tutti i colori.
Infine, ricercato dalla Polizia  per una truffa non riuscita ai danni di un argentiere, fu costretto - per non andare in prigione - a fuggire a Messina dove sbarcò dopo alcuni giorni di difficile navigazione.

Fu qui che conobbe un certo Altotas, di origine incerta (greca o spagnola), un personaggio bizzarro con una grande barba,  che amava indossare una zimarra albanese ed un berretto rosso   e che si spacciava per alchimista, vantandosi di possedere poteri miracolosi tra cui il possesso di una polvere particolare che guariva le ferite fino alla distanza di 666 miglia.
Altotas divenne il suo primo maestro, colui  che lo introdusse alla conoscenza dei segreti della  scienza arcana e quando questi partì per l’Egitto decise di seguirlo. Dopo l’esperienza egiziana approdarono a Rodi e poi a Malta, l’isola dei Cavalieri di Malta il cui Gran Maestro de Fonseca era un appassionato di alchimia e proprietario di un laboratorio dove effettuava esperimenti al fine di trovare la pietra filosofale.
Venuto a conoscenza della loro venuta e apprendendo il loro interesse per l’alchimia, li invitò a partecipare agli esperimenti e fu proprio durante uno di questi che Altotas, investito dai miasmi velenosi d’una pentola in ebollizione, trovò la morte.

La  morte del maestro causò in Giuseppe un dolore vivissimo tanto da indurlo a prendere la decisione di lasciare l’isola e partire alla volta di Napoli dove ricominciò, con la complicità di un prete mariuolo suo amico, a organizzare truffe a danno del prossimo.
Ma a causa di una lite furibonda  scoppiata in una taverna malfamata e durante la quale ferì a coltellate un cameriere, fu rinchiuso per alcuni giorni in carcere e dopo la scarcerazione decise di trasferirsi a Roma dove conobbe colei che sarebbe diventata sua moglie e sua complice: LORENZA FELICIANI.

Il matrimonio fu celebrato il 20 aprile 1768 nella chiesa di S. Salvatore in Campo ma il suo  fu un matrimonio  “particolare“; infatti col consenso di lei, Giuseppe spinse la moglie all’adulterio per fini di lucro, cioè col suo permesso essa si “intratteneva“ per denaro con persone danarose e benestanti.
Anche nella Città Eterna, Balsamo visse dedicandosi alle truffe, specie in quelle relative alla  falsificazione dei documenti, servendosi per questa attività  dell’aiuto di alcuni  complici come  di un certo sedicente Marchese Alliata, siciliano spregiudicato e di  un certo Ottavio Nicastro (che in seguito morirà impiccato per aver ucciso l’amante).
Proprio quest’ultimo per ragioni non chiare denuncerà i complici alla polizia,  costringendoli ad una fuga precipitosa  verso la città di Bergamo dove continuarono nelle loro attività truffaldine. Proprio a causa di una truffa andata male, Balsamo e la moglie furono arrestati mentre l’Alliata dopo averli derubati di tutto,  riuscì a fuggire lasciandoli  senza il becco di un quattrino.

Giacomo Casanova

Rilasciati dopo alcuni giorni, decisero di partire per  Aix - en - Provence, in Francia, dove conobbero Giacomo Casanova e successivamente ripartirono alla volta della Spagna, precisamente a Barcellona, dove si fermarono per qualche tempo vivendo discretamente anche grazie a Lorenza  che fu inviata prontamente dal marito negli accoglienti letti di mercanti danarosi e di nobili tra i quali il marchese di Fontanar, che innamoratosi di Lorenza la porterà insieme al marito a Madrid, mantenendoli per un certo periodo fino a che  stufatosi li cacciò di casa.

Nel 1770 si trasferirono a Lisbona e da qui dopo un breve soggiorno salparono per l’Inghilterra dove nell’agosto del 1771 arrivarono a Londra.

I  primi tempi furono molto duri per ambedue assediati giorno e notte dai creditori, i quali l’avrebbero certamente mandati in galera se a Balsamo non fosse riuscita una truffa che gli procurò una discreta somma. Dopo altre disavventure per evitare di finire in carcere egli decise di lasciare l’Inghilterra e trasferirsi sul continente.
Durante la traversata conobbero un certo Duplessis, avvocato elegante e spaccone che fu subito attratto dall’ avvenenza di Lorenza tanto da invitarla insieme al marito a Parigi.
Tutto sarebbe andato come sempre se Lorenza questa volta non si fosse innamorata dell’amante tanto da andare a vivere con lui.
 Tale imprevista situazione irritò tanto Balsamo  da indurlo a denunciare la moglie alla polizia per abbandono del tetto coniugale e tale denuncia costò a Lorenza quattro mesi di reclusione nelle carceri parigine, ma poi venne scarcerata poiché Cagliostro la scagionò davanti ai giudici perché l’amore che nutriva per lei ebbe il sopravvento sul suo orgoglio di marito tradito.

Dopo aver raggirato alcune persone  per non finire di nuovo  in carcere, lasciò Parigi e per un breve periodo soggiornarono in Germania  ritornando poi di nuovo a Palermo, dove Balsamo fu arrestato ed imprigionato perché riconosciuto da un tale  che aveva  truffato.

Riscattato da un suo amico, fu scarcerato e rimesso in libertà ma  precipitosamente si  imbarcò per Malta e  poi alla volta di Napoli da dove  però dovette fuggire a causa di una nuova truffa mal riuscita. Dopo un breve soggiorno in Spagna si trasferì a Londra dove arrivò nel luglio 1776. In questa città allestì un laboratorio di alchimia, spacciandosi per mago e possessore di polveri miracolose con le quali asseriva di essere in grado di aumentare il valore dei gioielli,  abbindolando in questo modo molte  persone ingenue,  che con la speranza  di veder aumentare il valore dei propri monili, glieli consegnavano fiduciosi.

Il 12 aprile 1777 vi fu una svolta nella vita di Cagliostro: chiese ed ottenne di essere ammesso alla loggia massonica “Speranza“ (con sede in una taverna di Soho), i cui iniziati erano per la quasi totalità di origine italiana e francese. Ma perché si fece massone un uomo così cinico, furbo e senza scrupoli? 
Molti suoi biografi sono del parere che la sua adesione  alla  Massoneria avvenne  al solo scopo di ottenere facili guadagni e per sviluppare altre conoscenze che gli permettessero di frequentare personaggi influenti e danarosi.

Simbolo del Serpente
adottato da Cagliostro

Qualunque ne sia stata la ragione, questa non gli impedì di continuare ad esercitare il suo vero lavoro e per  non finire in galera lasciò l’Inghilterra in tutta fretta, iniziando un lungo peregrinare in diversi Paesi  che elencare sarebbe troppo lungo e noioso;  posso solo dire che dovunque andò continuò ad esercitare l’unica attività che gli riusciva meglio: fregare il prossimo, ed in molti casi con esito positivo.

A Lipsia  fondò addirittura un nuovo tipo di massoneria “la Massoneria Egiziana“ di cui si autoproclamò Gran Cofto ed in un libretto intitolato “Rituale della massoneria egiziana“  espose la sua dottrina esoterica. Ai  seguaci  Cagliostro  prometteva la visione beatifica grazie alla quale l’uomo si risolleva dalle caduta adamitica e si ricongiunge con la primitiva divinità. Agli adepti egli donò anche un emblema: un serpente rizzato sulla coda, trafitto da una freccia puntata verso il basso, con una mela in bocca. Strano a dirsi alla sua massoneria aderirono migliaia di persone da tutta Europa i quali per accedervi  dovettero abbandonare le loro vecchie logge, creando in questo modo  notevoli contrasti con i loro capi.

Dalla Germania si recò in  Curlandia,  piccolo principato baltico e precisamente a Mitau la capitale e qui grazie all’esercizio della necromanzia e della pranoterapia ingannò molte persone ricche e colte  fanatiche dell’occultismo, acquisendo notevole popolarità.
Inspiegabilmente però dopo quattro mesi lasciò questo Paese recandosi prima in Russia  e poi in Polonia riuscendo anche in questi Paesi  a sbalordire con i suoi trucchi molta gente, ma improvvisamente per cause sconosciute, abbandonò Varsavia per dirigersi verso la Francia, precisamente a Strasburgo dove riprese  a svolgere con successo la sua attività di guaritore e spiritista, grazie alla quale  potè conoscere una persona che rimase affascinato dal suo carisma e  ne divenne un grande amico: il Cardinale di Rohan.

Il 30 gennaio 1785 giunse a Parigi prendendo alloggio in un palazzo messogli a disposizione da un membro della famiglia reale, ma in questa città rimase coinvolto nel famoso “scandalo della collana“, una truffa ordita ai danni del Cardinale di Rohan che fu convinto ad acquistare una costosa collana per farne dono alla regina Maria Antonietta e farsi così perdonare per una offesa a lei arrecata.

La Regina Maria Antonietta

La collana fu consegnata dall’inconsapevole cardinale ad un complice dei truffatori,  il quale invece di consegnarla alla regina la consegnò ai due imbroglioni  ideatori della truffa: il conte de La Motte e  sua moglie Giovanna Valois de La Motte.
Il conte velocemente portò in Inghilterra parte della collana già smontata e sminuzzata  per cercare di venderla  meglio, ma poco dopo a Parigi  la truffa fu scoperta ed  arrestati i responsabili.
La moglie di La Motte per alleggerire la sua posizione accusò Cagliostro di essere  complice del raggiro e per questo egli fu arrestato con la moglie il 23 agosto 1785.
Il processo, che si svolse a Parigi, si concluse con il riconoscimento della  totale estraneità sua,  di sua moglie e del cardinale, arrestato e processato anch’egli, mentre fu condannata  la moglie del conte  La Motte  che nel  frattempo era riuscito  a dileguarsi e non fu più rintracciato.

Nonostante  fosse stato riconosciuto innocente, considerata la grave offesa arrecata alla sua consorte, il Re lo obbligò a lasciare entro 20 giorni la Francia costringendolo ad imbarcarsi per l’Inghilterra.
Dopo una sosta a Londra, durante la quale  dovette subire  una feroce  campagna di stampa a lui avversa, ricominciò a pellegrinare  per tutta Europa fino a che, stanco e sfiduciato, decise di ritornare in Italia, a Trento, da dove  rassicurato da qualche prelato della Curia romana e munito di un salvacondotto rilasciatogli dal vescovo di Trento, il 17 maggio 1789 partì con la moglie alla volta di Roma.



LA CATTURA E LA TERRIBILE FINE

Dopo un viaggio travagliato, giunsero a Roma il 27 maggio 1789  alloggiando  prima  in una locanda  di piazza di Spagna e poi presso parenti della moglie a Campo de’ Fiori: erano passati venti anni da quando dovettero fuggire dall’Urbe per non essere arrestati dalla polizia pontificia.
Richiesta e non ottenuta un’udienza dal Papa, per non dare nell’occhio all’inizio si comportò nel suo agire con  molta prudenza ma incautamente nella notte fra il 13 e il 14 settembre a Villa Malta organizzò un convegno, dando un saggio delle sue facoltà medianiche e divinatorie e vantandosi inoltre di possedere l’arte di ingrandire le pietre preziose ed aumentarne il valore. 
La notizia di questa riunione notturna fu subito di pubblico dominio tanto da insospettire il Sant’Uffizio che ne venne a conoscenza attraverso i suoi  onnipresenti agenti. Immediatamente cominciò ad  “interessarsi “del conte, cercando di trovare delle prove per smascherarlo e a tal fine architettò contro di lui una congiura  coinvolgendo  la moglie, donna timorosa e di carattere debole,  la quale su consiglio del suo confessore, emissario del  Sant’Uffizio, il 26 settembre 1789 denunciò il marito di  svolgere una intensa propaganda massonica.

A questa denuncia  seguirono il 27 novembre 1789 quelle del suocero e del cognato.  Il 27 dicembre 1789 il pontefice PIO VI dopo un breve consulto col segretario di stato ordinò l’arresto del conte, che avvenne nello stesso giorno ad opera di un gruppo di soldati e condotto sotto stretta sorveglianza nelle carceri di Castel  Sant’Angelo per paura che i “fratelli” massoni potessero tentare un colpo di mano e liberarlo. Anche la moglie fu arrestata ma rinchiusa in un monastero di religiose.
Il Sant’Uffizio iniziò subito il processo che si protrasse per molti mesi, durante il quale gli inquisitori lo accusarono di una serie di reati: dall’appartenenza alla massoneria alla magia, dalla blasfemia alla truffa ed al lenocinio. Queste accuse furono ricavate in gran parte dai suoi scritti e dalle dichiarazioni della moglie   ma molte anche durante i 43 estenuanti interrogatori a cui fu sottoposto.

Papa Pio VI


Il 7 aprile 1791 il Sant’Uffizio emise la sentenza: condanna a morte, che tuttavia per grazia speciale fu commutata in carcere a vita da scontarsi in una fortezza sotto stretta sorveglianza. La moglie  Lorenza, assolta,  fu rinchiusa nel monastero di  Sant’Apollonia e di lei non si avranno più notizie certe. L’annuncio della sentenza fece molto scalpore perché il mago era ancora molto popolare e la maggioranza della gente l’accolse con dispiacere, il che arrecò un duro colpo al già minato prestigio della Chiesa.

Il conte fu rinchiuso in una delle celle più tetre di Castel Sant’Angelo e sottoposto a vari tipi di vessazioni, che scatenarono in lui attacchi d’ira terribili durante i quali imprecava contro Dio i preti e la moglie.
Il 16 aprile 1791 fu trasferito da Castel Sant’Angelo  all’imponente Rocca di San Leo, nelle Marche, dove gli fu assegnata la cella detta del “tesoro“ la più inaccessibile della rocca, denominata così perché i Montefeltro l’avevano adibita a cassaforte.

Il recluso inizialmente sembrò ravvedersi della sua vita empia,  tanto da chiamare il cappellano del carcere e ricevere i sacramenti, ma in breve tempo, anche a causa della dura segregazione a cui era sottoposto, mutò questo atteggiamento di conversione in aperto odio contro Dio,  la Chiesa ed il Papa, bestemmiando in modo orribile ed insultando i guardiani, specie il caporale Marini, un ceffo ignorante e manesco, il quale ricambiava l’odio di Cagliostro bastonandolo per ogni piccola mancanza.

Questo stato di cose  fece si che la salute del conte si deteriorasse, per cui ben presto rimase  vittima di innumerevoli patologie  che  le cure prodigategli dal medico del carcere non riuscirono a guarire. 

Il 23 agosto 1795 il guardiano entrando nella sua cella lo trovò a letto con le mani sul viso contratto da orribili spasmi. Il medico subito accorso diagnosticò un colpo apoplettico con conseguente emiplegia sinistra.
Vista la  gravità dell’ammalato, accorse immediatamente anche  il cappellano del carcere per amministrargli i sacramenti, ma egli per tutti i tre giorni che durò l’agonia non volle sentir parlare né di confessione né di comunione,  anzi alle insistenze del cappellano che lo minacciava che se non si fosse pentito sarebbe andato all’inferno, egli si girava dall’altra parte del letto. Infine dopo lungo penare  alle ore 22,30 del  26 agosto 1795 il conte di Cagliostro morì.

Il prete della  parrocchia  di San Leo, don Luigi Marin , ne stilò l’atto di morte:

“Anno del Signore 1795,  27 agosto,  San Leo, Giuseppe Balsamo soprannominato conte di Cagliostro, di Palermo, battezzato ma incredulo... per sentenza della Santa Inquisizione relegato a carcere perpetuo nella fortezza di questa città... colto da improvviso colpo apoplettico, di mente perfida e malvagio cuore come era, non avendo dato il minimo segno di pentimento, muore senza compianto fuori dalla comunione di santa madre Chiesa... come eretico, scomunicato ed impenitente, gli viene negata la sepoltura secondo il rito ecclesiastico. Il cadavere è tumulato sulla punta estrema del monte...”.

I guardiani per assicurarsi che fosse veramente morto gli passarono una fiaccola accesa sotto i piedi e dopo essersi accertati che era morto veramente e non simulava, lo trasportarono nel luogo della sepoltura, dove scavata frettolosamente una fossa lo inumarono.

Così finì l’avventura terrena di  Giuseppe Balsamo conte di Cagliostro,  un miscuglio di grandezza e di miseria, che se pure un poco di buono, un ciarlatano, un truffatore, ci viene reso   meno odioso di quello che era realmente dalla sua fine tristissima.

 

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