Rubriche di
Patrizia Fontana Roca

COLLABORAZIONI

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L E P A N T O

 

La Battaglia di Lepanto di Paolo Veronese

 

 

 

 

ANTEFATTO

Quando nel 632 Maometto morì fra le braccia di Aisha la prediletta fra le mogli, la religione da lui predicata era circoscritta alla Penisola Arabica ed in altre piccole zone del Medio Oriente, ma ben presto conobbe una espansione vertiginosa grazie soprattutto alla messa in pratica del concetto di “guerra santa”, mezzo che garantiva a chi vi partecipava la sicurezza della salvezza eterna e l’accesso in Paradiso.
La guerra diventava e diventa tuttora un rito quasi religioso, i soldati musulmani diventavano eroi pronti a qualsiasi azione ed a qualsiasi sacrificio, la morte sul campo di battaglia significava e significa tuttora il premio supremo.

Questo spiega la rapida e sconcertante diffusione dell’islamismo nel mondo con la forza delle armi, ma anche che ciò fu reso possibile grazie al sostegno di un’organizzazione ineccepibile, copiata in parte da quella che regolava l’esercito bizantino e quello persiano.

Grazie a tutto ciò, in breve tempo gli arabi strapparono all’impero bizantino l’Egitto, la Siria, la Palestina ed all’impero persiano la Mesopotamia.
Sotto il califfo OTHMAN tutta l’Africa del Nord e tutto l’impero persiano furono conquistati, ma fu proprio in questo momento di maggiore espansione che si aprì all’interno dell’Islam una grave crisi politica che portò, oltre che ad un momentaneo arresto dell’espansionismo, anche all’uccisione dello stesso Othman in seguito ad una congiura ordita da ALI’, nipote di Maometto, e successivamente dopo vari scontri, alla divisione in due fazioni dei seguaci del Profeta.
Sconfitto, Alì e i suoi seguaci (sciiti) si ritirarono in Iraq separandosi dalla maggioranza dei musulmani ortodossi (sunniti), i quali riconobbero come nuovo califfo MU’WIJA, fondatore della dinastia Ommayyade.

Superata questa difficoltà, sotto questa dinastia l’Islam che ora aveva come capitale Damasco riprese la sua avanzata verso tre direzioni :

- in Asia Minore e verso Costantinopoli.
- In Africa ( Maghreb ) e in Spagna strappata ai visigoti al principio dell’VIII sec.
- Verso l’Asia centrale e l’India fermandosi però di fronte all’ostacolo insormontabile dell’impero cinese.

Ricapitolando, le cause di questa prorompente espansione vanno individuate nell’entusiasmo religioso, nella necessità di dare sfogo all’aumento delle popolazioni arabe ed infine nella debolezza degli imperi bizantino e persiano, quasi sempre in conflitto fra loro.

Nei territori conquistati il dominio arabo fu esercitato in modo abbastanza blando: confische e forti imposizioni fiscali colpirono solo le popolazioni o i soggetti che avevano opposto resistenza agli eserciti islamici; i non musulmani (cristiani ed ebrei) potevano restare indisturbati dietro pagamento di una tassa personale.

Dopo avervi provato più volte senza successo, finalmente il 29 maggio 1453 MAOMETTO II, Sultano Ottomano turco, conquistò Costantinopoli, subito ribattezzata Istanbul, determinando di fatto la fine dell’impero bizantino e consolidando in modo definitivo la civiltà islamica ottomana.

Maometto II

Conquistata Costantinopoli, gli ottomani, dopo un breve periodo di stallo all’inizio del XVI secolo sotto la guida di SOLIMANO IL MAGNIFICO, ripresero l’iniziativa e giunsero addirittura fino al cuore dell’Europa: nel 1521 conquistarono Belgrado, nel 1526 sconfissero nella battaglia di Mohacs il re d’Ungheria e di Boemia LUIGI II JAGELLONE, che morì in combattimento, poi risalendo il Danubio nel 1529 attaccarono Vienna che però resistette all’assedio.

In poche parole l’impero ottomano raggiunse il suo apogeo durante il regno di Solimano e la sua potenza non aveva nulla da invidiare a quella dell’impero cinese oppure a quella dell’impero asburgico.

Solimano

Intanto nelle acque del Mediterraneo imperversava la flotta dei pirati barbareschi guidati da KHAIR-AD-DIN detto Barbarossa, il quale effettuava continue incursioni e razzie lungo le coste italiane e spagnole. In seguito alle sue fortunate imprese fu nominato dal Sultano Ammiraglio della flotta ottomana

La pressione turca sull’Europa continuò anche con il feroce successore di Solimano: SELIM II, il quale volle intraprendere ancora una volta una spedizione militare in grande stile contro gli infedeli: correva l’anno 1570.

KHAIR –AD – DIN detto Barbarossa



LA BATTAGLIA

 

 

Mentre era in allestimento una grande flotta, egli mise a punto con i suoi consiglieri un piano che prevedeva la conquista dell’isola di Cipro, dominino veneziano che costituiva da sempre un ostacolo all’egemonia turca nel Mediterraneo orientale. Maggior ispiratore del progetto era il visir MUSTAFA’, colui che qualche anno prima non era riuscito a conquistare l’isola di Malta e che ora promise al Sultano che quest’isola non gli sarebbe sfuggita come la precedente.
Conseguentemente in meno che non si dica giunse alla Repubblica di Venezia la dichiarazione di guerra da parte del Sultano turco che accusava Venezia di fomentare la pirateria contro i turchi .
Sbarcato a Cipro, Mustafa’ cinse d’assedio la capitale Nicosia il 25 luglio e la espugnò il 9 settembre.

Uccisione di Bragadin

Un più triste destino spettò alla città di Famagosta che assediata per dieci lunghi mesi alla fine a corto di cibo e di soldati dovette arrendersi.

Il suo comandante, il valoroso MARCANTONIO BRAGADIN, che aveva avuto da parte di Mustafà garanzie di immunità per Lui e la popolazione, venne invece catturato, arrestato e torturato ed alla fine scuoiato vivo sulla piazza del mercato.

Insieme a lui furono trucidati un certo numero di nobili cavalieri.

 

Questo orrendo episodio ben presto noto in Europa, però non fece altro che allarmare i Re cristiani e soprattutto Papa PIO V, il quale pensò di dar vita ad una LEGA SANTA, che venne annunciata il 25 maggio 1571, durante una solenne cerimonia nella basilica di San Pietro.
Ad essa aderirono il regno di Spagna, la repubblica di Venezia, lo Stato Pontificio, le repubbliche di Genova e di Lucca, i Cavalieri di Malta, i Farnese di Parma, i Gonzaga di Mantova, gli Estensi di Ferrara, i Della Rovere di Urbino, il duca di Savoia, il granduca di Toscana.
Le spese furono divise in sei parti: tre a carico della Spagna, due di Venezia ed una del Papa.

Comandante in capo della flotta cristiana e del contingente spagnolo fu nominato il figlio naturale di Carlo V, DON GIOVANNI D’AUSTRIA che era anche fratellastro del re di Spagna FILIPPO II.

Successivamente fu stabilito che il luogo di ritrovo della flotta cristiana fosse lo stretto di Messina.

Mentre tutto questo avveniva la flotta turca al comando dell’ammiraglio ALI’ non dava tregua a Venezia. Molte isole veneziane venivano attaccate e saccheggiate con la speranza che tali incursioni avrebbero costretto Venezia ad inviare galee in soccorso e così facendo, la si costringeva ad inviarne di meno al ritrovo di Messina.
Furono saccheggiate tra le altre l’isola di Corfù, di Zante e di Cefalonia, uccise migliaia di persone, catturate decine di migliaia di uomini e donne giovani il cui destino era quello di essere venduti come schiavi nei mercati delle città africane e per gli uomini più robusti di essere utilizzati come rematori nelle galee.

Dietro ordine di Selim la flotta turca si portò nella base navale di Lepanto in una piccola baia tra il golfo di Corinto e quello di Patrasso, per approvvigionarsi sia di materiali che di soldati e rimanere in attesa di ordini.

Papa Pio V

Don Giovanni d'Austria

Nella tarda estate del 1571 era ormai chiaro a tutti che Alì avrebbe svernato a Lepanto. La minaccia era evidente: l’anno successivo, non soltanto Venezia e Roma ma anche il regno di Napoli e la Sicilia sarebbero stati a tiro dell’immensa flotta turca e del suo esercito.
Stando così le cose, il 16 settembre 1571 dopo un consiglio di guerra, Don Giovanni comunicò a tutti i comandanti della flotta la sua decisione di combattere ed andare a stanare la flotta turca.

La flotta cristiana salpò lo stesso 16 settembre dirigendosi verso Corfù, avendo le navi esploratrici confermato che la flotta nemica era nei pressi del golfo di Lepanto, e ivi entrò il 27 settembre.
Intanto i turchi, informati dalle loro spie disseminate nella zona, vennero a conoscenza dell’avvicinarsi della flotta cristiana e misero in allarme tutta la flotta e i soldati in essa imbarcati.
Il 5 ottobre la flotta della Lega Santa fu costretta a fermarsi a causa della nebbia e del forte vento nel porto di Visacando – non lontano dal luogo ove si svolse la battaglia di Azio – e anche non molto lontano da dove era la flotta nemica.

Il giorno dopo le navi salparono velocemente verso Lepanto da cui nel frattempo, nella notte tra il 6 ed il 7 ottobre, la flotta turca era uscita dirigendosi verso Patrasso, pronta allo scontro decisivo con i cristiani. Finalmente domenica 7 ottobre 1571 le due flotte si avvistarono: stava per iniziare una battaglia epica, uno scontro di civiltà che avrebbe determinato in modo definitivo chi sarebbe stato il dominatore del Mediterraneo negli anni a venire.

Sebastiano Venier

 

La flotta cristiana composta da 195 navi fu fatta schierare da Giovanni d’Austria in una formazione a croce, al centro della quale si pose lo stesso Giovanni d’Austria con 64 galee. La sua nave ammiraglia era la Real.
Al suo fianco si pose quella del veneziano Sebastiano Venier mentre l'ammiraglia pontificia era comandata dal principe romano Marcantonio Colonna.
Sull’ammiraglia di Savoia il conte Provana di Lejni e su quella di Genova Ettore Spinola. Due galeazze furono poste davanti al centro della flotta.

L’ala sinistra venne affidata principalmente ai veneziani sotto il comando di Agostino Barbarigo. Al lato più estremo si pose Marcantonio Quercini. Davanti alle galee veneziane furono posizionate due galeazze al comando di Antonio e Ambrogio Bragadin, parenti del senatore scorticato vivo
All’ala destra si schierarono galee e combattenti di diverse nazionalità, sotto il comando del genovese Gian Andrea Doria.

Erano presenti anche molti volontari tra cui Alessandro Farnese, il francese Carillon e l’inglese sir Thomas Stukeley. Anche qui due galeazze veneziane furono collocate davanti alla flotta.
La retroguardia venne posta sotto il comando di Santa Cruz con tre galee dei Cavalieri di Malta.

A sua volta la flotta turca con 274 navi da guerra si dispose a mezzaluna. Il centro turco, al comando diretto di Mehmet Alì, era costituito da 96 galee. Di fronte ai veneziani era Muhammad Sauluk detto anche Maometto Scirocco, governatore dell’Egitto, con 56 galee.
Il pirata rinnegato Occhialì (Uluj Alì), con 63 galee e galeotte era di fronte a Gian Andrea Doria, mentre una forte riserva comandata da Amurat Dragut era dietro la linea delle galee turche.
Sull’ammiraglia Alì fece issare e sventolare il vessillo verde del Profeta, su cui era scritto 28.900 volte a caratteri d’oro il nome di Allah.

La flotta cristiana con un abile manovra bloccò l’ingresso del golfo di Lepanto e i musulmani obbedendo ad un ordine del sultano accettarono la battaglia.
Mentre le due flotte si stavano avvicinando per combattersi, improvvisamente il vento che fino ad allora aveva favorito i turchi, cambiò direzione agevolando la flotta cristiana che con le vele gonfiate velocemente si avvicinò al nemico.

Questo improvviso cambio di vento dalla totalità dei cristiani fu interpretato come un intervento divino. Caso molto raro nelle battaglie navali, le due navi ammiraglie stavano puntando direttamente l’una contro l’altra. Il primo sparo che diede inizio alla battaglia, partì dalla nave ammiraglia Real, che velocemente e coraggiosamente puntò verso la nave di Alì, quasi in una sfida personale.

Le ammiraglie si urtarono violentemente; lo sperone della Sultana (l’ammiraglia di Alì) penetrò nel castello di prua della Real mentre il picco dell’ammiraglia di Don Giovanni si conficcò fra il sartiame di quella di Alì

I turchi sotto un fuoco micidiale si lanciarono in massa all’arrembaggio della Real ma furono trattenuti da un ostacolo che non conosceva : le reti anti – arrembaggio.

Allora furono i cristiani che balzarono all’arrembaggio della Sultana dando vita a sanguinosi scontri. I due ammiragli combatterono anch’essi: Don Giovanni fu ferito ad una gamba ma Alì ebbe un destino più crudele; infatti mentre scoccava frecce contro i nemici fu colpito alla fronte da una pallottola di archibugio e morì.

Un soldato cristiano in un attimo gli fu addosso e gli tagliò la testa infilzandola sulla sua piccola alabarda portandola di corsa al Quartier Generale della Real che la fece issare in alto in modo che tutti potessero vederla.
Questa improvvisa apparizione demoralizzò i turchi e la Sultana fu rapidamente sopraffatta, il verde vessillo della Mecca venne ammainato ed al suo posto fu issata la bandiera pontificia.

Mentre tutto questo avveniva, le navi di Maometto Scirocco posizionate di fronte a quelle veneziane scatenarono un violento attacco riuscendo addirittura ad aggirarle e metterle in seria difficoltà. Il comandante Barbarigo ferito ad un occhio, fu costretto a cedere il comando a Federico Nani. La situazione per le navi veneziane si stava facendo tragica (già più di sei erano affondate e molte altre erano state danneggiate), quando sulle navi turche una gran massa di rematori cristiani si ammutinarono ed al segnale dei capi del complotto arrivarono alle spalle dei turchi che stavano combattendo.

Marcantonio Colonna

Agostino Barbarigo

Gian Andrea Doria

Uluji Ali - Occhiali

La sollevazione dei rematori delle galee diede il colpo di grazia ai turchi facendo in modo che fossero respinti e che i veneziani prendessero il sopravvento. Maometto Scirocco rimase ucciso durante un corpo a corpo ed il suo cadavere galleggiante sul mare fu riconosciuto e come successe per Alì ebbe tagliata la testa che fu issata in alto ad un pennone. A tale vista i turchi già in difficoltà si persero d’animo e cominciarono a ritirarsi: la battaglia lungo l’ala sinistra era vinta!

All’ala destra Occhialì e Gian Andrea Doria intanto stavano manovrando per trovarsi in posizione di vantaggio. Il Doria spostò le sue galee verso destra per fermare i turchi lasciando però aperto un varco tra il centro e l’ala destra.
Giovanni d’Austria ordinò al Doria di ricompattare lo schieramento, ma Occhialì fu veloce ad infilarsi nel varco aperto aggredendo da dietro la Capitana, la nave ammiraglia dei Cavalieri di Malta, al cui comando era Pietro Giustiniani priore dell’Ordine. La nave fu circondata e catturata e catturati furono pure il vessillo dei Cavalieri di Malta e lo stesso Giustiniani che era stato ferito ben sette volte.

Per fortuna accortosi della grave situazione in cui si trovava il Doria, in suo aiuto accorse l’ammiraglio Santa Cruz che raggiunta la Capitana l’abbordò e dopo un violento combattimento la riconquistò.
Occhialì fu costretto ad abbandonare la preda fuggendo velocemente verso Costantinopoli portando con sé però il vessillo dei Cavalieri di Malta
Alle quattro del pomeriggio i Turchi erano completamente sconfitti e i pochi superstiti si ritirarono verso l’interno del golfo.


Il bilancio finale delle perdite fu spaventoso: i turchi ebbero 80 galee e 27 galeotte affondate, 130 catturate, circa 30.000 uomini uccisi e più di 8.000 fatti prigionieri.

Vennero inoltre liberati 15.000 schiavi cristiani che erano incatenati alle galee. Anche per i cristiani la vittoria fu sanguinosa: 15 galee furono affondate e molte altre danneggiate, circa 8000 uomini morirono e altrettanti furono feriti, tra i quali Miguel De Cervantes il futuro autore del Don Chisciotte.

Felice per la grande vittoria delle armi cristiane, Pio V stabilì che il 7 ottobre fosse un giorno festivo consacrato a S. Maria delle Vittorie.

Grazie a questa vittoria, il Mediterraneo fu liberato dalla presenza dell’Islam e l’Europa evitò di cadere sotto il dominio degli Ottomani.

Miguel de Cervantes

 



Foto fornite da Cartantica

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