Rubriche di
Patrizia Fontana Roca

COLLABORAZIONI

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ELENA, MAFALDA & GIOVANNA DI SAVOIA
Madre e figlie verso gli altari

 

Elena

Giovanna

Mafalda

 

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Elena di Savoia (Jelena Petrovic Njégos)
Regina d'Italia e d'Albania, Imperatrice d'Etiopia
Rosa d'oro della cristianità

 

 

Cettigne, Montenegro, 8 gennaio 1873 – Montpellier, Francia, 28 novembre 1952

Elena del Montenegro, ovvero Jelena Petrović Njegoš, nasce a Cettigne (Cetinje) l’8 gennaio 1873. È la sesta figlia di re Nicola I del Montenegro e di Milena Vukotić. Cettigne era allora la modesta capitale del Montenegro, infatti era poco più di un borgo di montagna, abitato da pastori.
Fu educata ai valori forti dell’unione familiare. La conversazione alla tavola dei sovrani del Montenegro si svolgeva in francese e si discuteva con eguale disinvoltura di politica e di poesia; poeta lo era anche Elena che scriveva versi e li pubblicava sulla rivista letteraria russa Nedelja, firmandosi Farfalla Azzurra.

Crebbe schiva e riservata, ma ferma nel carattere e molto determinata. Attaccata alle tradizioni, di animo sensibile e con una mente brillante e curiosa, aveva un grande amore per la natura (il suo fiore preferito era il ciclamino). Studiò nel collegio Smol'nyj di Pietroburgo e frequentò la corte degli Zar.
Nicola I imparentò tutte le sue bellissime figlie con le diverse corti reali europee. La principessa Elena fu destinata alla Casa reale d’Italia, poiché la Regina Margherita (che desiderava rinvigorire il sangue Savoia), in accordo con Francesco Crispi (di origini albanesi), decise per le sorti dell’unico figlio, Vittorio Emanuele, principe di Napoli: l’incontro tra i due giovani avvenne al teatro La Fenice di Venezia, in occasione dell'Esposizione Internazionale d'Arte.

Nicola I imparentò tutte le sue bellissime figlie con le diverse corti reali europee. La principessa Elena fu destinata alla Casa reale d’Italia, poiché la Regina Margherita (che desiderava rinvigorire il sangue Savoia), in accordo con Francesco Crispi (di origini albanesi), decise per le sorti dell’unico figlio, Vittorio Emanuele, principe di Napoli: l’incontro tra i due giovani avvenne al teatro La Fenice di Venezia, in occasione dell'Esposizione Internazionale d'Arte. Fu dichiaratamente amore: dopo un altro incontro in Russia, Vittorio Emanuele formulò la richiesta a Nicola I di sposare colei che credeva di aver scelto personalmente, senza l’intromissione di nessuno. Elena, per potersi unire in matrimonio con il futuro re d’Italia, dovette abiurare la propria religione ortodossa.


Le nozze, molto sotto tono a causa della recente sconfitta di Adua, furono celebrate il 24 ottobre 1896: la cerimonia civile si svolse al Quirinale, quella religiosa in Santa Maria degli Angeli, alle quali la madre di Elena non partecipò, in forma di protesta all’abiura religiosa della figlia.
L'11 agosto 1900, in seguito all'assassinio di re Umberto I, Vittorio Emanuele salì al trono.
La presenza di Elena accanto al sovrano si mantenne sempre umile e discreta, non fu mai coinvolta in questioni strettamente politiche, ma fu sempre estremamente dedita ed attenta ai bisogni del popolo adottivo, che fece suo in tutto e per tutto. Profuse il suo impegno in numerose iniziative caritative e assistenziali, che le assicurarono vasta simpatia e popolarità. La Regina andò ben al di là della semplice beneficenza: il suo spirito evangelico la portava a praticare ogni giorno la carità più genuina e più carica di amore per il prossimo.

Ogni giorno il corriere recapitava a Villa Savoia una grande borsa di cuoio, chiamata «la bolgetta» (parola sardo-savoiarda). Essa conteneva lettere su lettere: di ogni dimensione, di ogni formato, di ogni colore. Inchiostri di tutte le tinte; matite delle più svariate tonalità, alfabeti anche in rilievo per ciechi. Campionario pittoresco e vario che racchiudeva la richiesta umile, fiduciosa a volte disperata di chi aveva bisogno e che ricorreva alla Regina della Carità sapendo di non essere dimenticato. Le risposte non tardano ad arrivare: aiuti nascosti, ma efficaci si diramano ovunque, sanando tante piaghe materiali, ma anche morali, accresciute dalla miseria.
Per tutta la durata dell’inverno venivano aperte le cucine a Sant’Anna di Valdieri e a Trinità nella Vallegesso, in provincia di Cuneo. A tutti gli abitanti erano distribuiti minestra, pane, carne, formaggio, marmellata e medicinali. Un’infinità di giocattoli uscivano da casa Savoia e venivano indirizzati a tutti i bambini. Per non parlare degli indumenti. Metri e metri di armadi rivestivano i sotterranei della Villa: si trattava del «deposito dei poveri». Qui erano riposti vestiti per adulti, biancheria per la casa, tessuti, corredini per neonati, culle, scarpe, cappelli, sciarpe, ombrelli, coperte... tutto perfettamente nuovo.
A Roma non c’era signora dell’aristocrazia o della buona borghesia, che non lavorasse per la fabbrica della Regina, preparando indumenti, maglie, golfini, scarpette da neonato...
Durante i soggiorni estivi a Sant’Anna di Valdieri, Elena apriva un ambulatorio per i malati. Per i casi più gravi, in cui era necessaria la cura del mare, i pazienti venivano ricoverati a Villa Helios a San Remo oppure erano indirizzati ai sanatori, dove le degenze durano mesi e mesi, a volte anche anni: tutto a spese di Casa Savoia.
Immenso fu l’aiuto che la regina diede dopo il terremoto e maremoto di Messina del 1908. La regina Elena si dedicò subito ai soccorsi, come mostrano fotografie dell'epoca. Durante la prima guerra mondiale fece l'infermiera a tempo pieno e con l’aiuto della Regina Madre, trasformò in ospedali sia il Quirinale che Villa Margherita; per reperire fondi, lei stessa inventò la "fotografia autografata" che veniva venduta nei banchi di beneficenza, mentre alla fine del conflitto propose la vendita dei tesori della corona per estinguere i debiti di guerra.
Fu la prima Ispettrice delle Infermiere Volontarie della Croce Rossa Italiana, dal 1911 al 1921. Studiò medicina e ne ebbe la laurea ad honorem; finanziò opere benefiche a favore degli encefalitici, per madri povere, per i tubercolotici, per gli ex combattenti.
Quando la Garfagnana, in Toscana, fu colpita dal terremoto nel 1921, Elena fece preparare a San Rossore, nei locali delle Cascine Nuove, diciassette alloggi, per altrettante famiglie rimaste senza tetto.
Quando a Roma una bambina fu vittima di un assassinio, la regina fece collocare, nel cimitero di Verano a Roma, una lastra di marmo sulla tomba della piccola, su di essa spiccava un gruppo di gigli a lunghi steli, sullo stesso bassorilievo era raffigurata una serpe che con un morso troncava un giglio, ripiegato su se stesso. In alto, Maria Santissima con Gesù Bambino fra le braccia, era pronta ad accogliere la vita spezzata. Il padre della bimba, un rivoluzionario, rimase turbato e dall’immagine e dall’epigrafe: «Qui dove giace/Rosina Pelli/vittima inespiabile/di nefanda barbarie/il pianto perpetuo del popolo/lavi l’orrendo oltraggio/gigli e rose ricordino/l’innocente anima ascesa al regno degli angeli. Elena di Savoia Regina d’Italia Q.M.P.».

Spesso si recava nei quartieri poveri di Roma e qui faceva visita sia ai diseredati che ai malati: portava denaro, consigli, conforto, carezze e quando era necessario faceva iniezioni e leggeva agli analfabeti i referti sanitari, le componenti e le posologie dei farmaci. Spesso non si faceva neppure riconoscere ed erano in molti a crederla una dama della San Vincenzo.
Promuoveva iniziative in favore della ricerca contro il cancro, del morbo di Parkinson, contro la poliomielite oppure a favore della formazione professionale delle assistenti di categoria.
Nel 1927 assunse l’alto patronato della Lega italiana per la lotta contro il cancro. A Roma venne creato, anni più tardi, l’istituto Regina Elena, un complesso clinico-ospedaliero di notevole valore, sia per le dimensioni che per la portata scientifica.
Verso la metà degli anni Venti si prodigò per arrestare l’encefalite letargica, che colpiva la corteccia cerebrale, promuovendo la cosiddetta «cura bulgara», a base di erba Belladonna, che fu però ostacolata da diversi medici, perciò la diffusione della terapia iniziò seriamente soltanto a partire dal 1934 e i risultati si dimostrarono più volte efficaci.
Dalla vicina San Rossore, Elena si recava spesso a Pisa, nella Clinica neurologica facente parte degli Ospedali Riuniti di Santa Chiara, dove incontrava i pazienti. Sorridente ed affettuosa, s’informava e rianimava, dimostrandosi amabile e tenera come una mamma.
Se le capitava di incrociare per strada un mendicante, uno squilibrato, un disperato, si fermava, oppure scendeva dalla sua vettura e dava inizio al suo intervento.
Predisposta particolarmente per lo studio delle lingue straniere, fece da traduttrice al marito per il russo, il serbo e il greco moderno, tenendogli in ordine l'emeroteca dei giornali stranieri.
Ebbe cinque figli, Iolanda, Giovanna, Mafalda, Umberto, Maria.
Si dedicò con immenso amore al marito, ai figli, alla casa, stando accanto al sovrano con dignità di chi è regina "dentro".
Il Sommo Pontefice Pio XI il 15 aprile 1937 le conferì la Rosa d’oro della Cristianità, la più importante onorificenza possibile a quei tempi per una donna da parte della Chiesa Cattolica. Il papa Pio XII nel messaggio di condoglianze inviato al figlio Umberto II per la morte di Elena, la definì «Signora della carità benefica».
Nel 1939, tre mesi dopo l'invasione tedesca della Polonia e la dichiarazione di guerra della Gran Bretagna e della Francia alla Germania, Elena scrisse una lettera, toccante ed inascoltata, alle sei sovrane delle nazioni europee ancora neutrali (Danimarca, Olanda, Lussemburgo, Belgio, Bulgaria e Jugoslavia), al fine di evitare all’ Europa ed al mondo l’immane tragedia della seconda guerra mondiale.
Terminata la guerra, il 9 maggio del 1946, Vittorio Emanuele III abdicò a favore del figlio Umberto, assumendo il nome di Conte di Pollenzo e andò in esilio con Elena. La coppia reale si ritirò a Villa Jela, ad Alessandria d'Egitto, ospite di re Farouk I d'Egitto che ricambiò così l'ospitalità data a suo tempo dal re italiano a suo padre.

Durante l'esilio i due coniugi festeggiarono il cinquantesimo anniversario di matrimonio. Elena rimase col marito fino alla morte di quest'ultimo, avvenuta il 28 dicembre 1947. Tre anni dopo si scoprì malata di cancro e si trasferì in Francia a Montpellier, anche qui la popolazione ebbe modo di conoscere la «bonne Dame noire» («La buona signora in nero») che, nonostante le ormai residue possibilità economiche, continuava ad aiutare i poveri: i pescatori la conoscevano molto bene, anche perché la regina spesso andava a pescare (il suo sport prediletto).

Nel novembre 1952 si sottopose ad un difficile intervento chirurgico nella clinica di Saint Cóm. Vedova, bruciata dal dolore della tragica perdita dell’amatissima figlia Mafalda (morta nel lager di Buchenwald il 28 agosto 1944), esiliata e rinnegata dalla terra a cui aveva dato tutta se stessa, Elena morì il 28 novembre 1952, povera e sola, assistita unicamente dalla fedelissima camerista Rosa Gallotti.
Fu sepolta, come suo desiderio, in una comune tomba del cimitero cittadino a Montpellier. L'intera città si fermò per assistere e partecipare al suo funerale, al quale presero parte ben 50 mila francesi. La Municipalità di Montpellier ha intitolato il viale che porta al cimitero alla regina Elena e le ha innalzato un monumento.
Per la sua vicinanza ai malati e per la sua grandissima umanità, in occasione del cinquantesimo anniversario della sua scomparsa, il Ministero italiano delle Comunicazioni ha emesso un francobollo commemorativo con la sua effigie, associando la sua figura alla lotta contro il cancro.

Nel 1960, a ricordo del suo aiuto alle popolazioni colpite dal terremoto, le fu innalzato a Messina un grande monumento in marmo bianco di Carrara, che la riproduce vestita da crocerossina, opera dello scultore Antonio Berti.
Nel 2001, in occasione dell’apertura dei festeggiamenti per il 50° anniversario della morte della regina Elena, il vescovo di Montpellier ha avviato la fase diocesana del suo processo di canonizzazione, anche sulle basi di una indiscussa fama di santità.

 

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Mafalda di Savoia, Langravia d’ Assia
Martire vittima del nazismo

 

Roma, 19 novembre 1902 – Buchenwald, Germania, 28 agosto 1944

Battesimo della Principessina Mafalda di Savoia,
15 Dicembre 1902, nel Palazzo del Quirinale, alla presenza di S. M. Maria Pia di Portogallo (Madrina)

Mafalda Maria Elisabetta Anna Romana di Savoia, langravia d’Assia, secondogenita di re Vittorio Emanuele III e della Regina Elena del Montenegro, nasce a Roma il 19 novembre 1902. Il nome era stato scelto da Vittorio Emanuele, ricordando Matilde di Savoia, figlia di Amedeo III, il crociato fondatore dell’abbazia di Altacomba, e sorella di Umberto III il Beato.
Matilde sposò nel 1146 Alfonso di Borgogna, primo re del Portogallo ed ebbe una figlia che chiamò Mafalda (in lingua portoghese Mahalda): promessa ad Alfonso II d’Aragona, la principessa preferì il monastero alle nozze, morendo poi in odore di santità ed è tuttora venerata a Cascia (Perugia).
Un’altra Mafalda di sangue blu, ma non di Savoia, fu regina di Castiglia, beatificata da papa Pio VI.
Mafalda cresce in un ambiente più familiare che nobiliare.
Quando nel 1900, all’assassinio di Umberto I, Vittorio ed Elena salirono sul trono, cambiano radicalmente la vita di corte. Il Quirinale fu la loro prima dimora, ma scelsero di vivere nell’ala detta «della Palazzina», la zona più raccolta e per ubicazione e per struttura, per poi andare ad abitare a Villa Savoia.

Il temperamento di Mafalda era allegro e brillante: estroversa e socievole, trascorse una giovinezza felice, grazie alla forte unione familiare, alla presenza costante e dolce della regina Elena, all’affetto di Vittorio Emanuele III, all’affiatamento con il fratello Umberto e le sorelle, in modo del tutto speciale con la principessa Giovanna.


Di indole docile ed ubbidiente, ereditò dalla madre il senso della famiglia, i valori cristiani, la passione per l’arte e la musica. Amava il ballo e in particolare la musica classica, soprattutto le opere di Giacomo Puccini, il quale le disse che proprio a lei avrebbe dedicato la Turandot.
Trascorse infanzia e giovinezza divisa fra Roma e le località di villeggiatura: Sant’Anna di Valdieri, Racconigi, San Rossore.
Durante la prima guerra mondiale seguì, con le sorelle Jolanda e Giovanna, la madre nelle frequenti visite negli ospedali ai soldati feriti e collaborando agli innumerevoli atti di carità verso i sofferenti ed i poveri della Regina Elena, donna dall’altissimo profilo spirituale della quale è già introdotto il processo di canonizzazione.
Conobbe in seguito il langravio Filippo d’Assia (1896-1980), principe tedesco, giunto in Italia per i suoi studi di architettura.
Le nozze si celebrarono a Racconigi il 23 settembre 1925. Vittorio Emanuele III per la fausta occasione donò alla figlia un piccolo casale romano situato fra i Parioli e Villa Savoia. Alla casa venne dato il nome di Villa Polissena, in memoria della principessa Polissena Cristina d’Assia-Rotenburg, seconda moglie di Carlo Emanuele III di Savoia. Dalla loro felice unione nacquero quattro figli: Maurizio d’Assia (1926); Enrico d’Assia (1927-1999), Ottone (1937-1998) ed Elisabetta (1940)

La principessa di Savoia fu donna coraggiosa che non misurava il rischio quando si tratta di intervenire per gli altri, così come avvenne durante la seconda guerra mondiale. Con l’armistizio dell’8 settembre 1943, Hitler progettò la sua vendetta ai danni della famiglia reale italiana e come vittima da immolare indicò proprio la consorte del principe d’Assia.

Mafalda partì per Sofia per stare accanto alla sorella Giovanna, il cui marito, Boris III re di Bulgaria, era morto per avvelenamento il 28 agosto 1943. La principessa di Savoia non fu messa al corrente dell’armistizio e venne informata soltanto a cose fatte alla stazione ferroviaria di Sinaia, in piena notte, dalla Regina di Romania, mentre stava tornando in Italia.
Tuttavia, dimentica di sé, decise di fare ritorno a Roma per congiungersi con i suoi figli e con la sua famiglia d’origine (il marito era prigioniero di Hitler in Germania, alla sua insaputa): era convinta che i tedeschi l’avrebbero rispettata in quanto moglie di un ufficiale tedesco.
Con mezzi di fortuna, il 22 settembre raggiunse Roma e scoprì che il re, la regina ed il fratello Umberto avevano lasciato la capitale. Riuscì a rivedere, per l’ultima volta, i figli Enrico, Ottone ed Elisabetta (Maurizio era arruolato in Germania), custoditi da monsignor Giovanni Battista Montini, futuro Paolo VI, nel proprio appartamento.
La Gestapo, che aveva aperto su di lei un vero e proprio Dossier, fece scattare l’«Operazione Abeba»: cattura e deportazione di Mafalda di Savoia.
Arrestata a Roma il 22 settembre 1943, venne imbarcata su un aereo con destinazione Monaco di Baviera, fu poi trasferita a Berlino ed infine deportata nel Lager di Buchenwald e rinchiusa nella baracca n. 15, sotto il falso nome di Frau von Weber. Le venne vietato di rivelare la propria identità e per scherno i nazisti la chiamavano Frau Abeba. Occupò una baracca insieme all’ex deputato socialdemocratico Rudolf Breitscheid ed a sua moglie, e le venne assegnata come badante la signora Maria Ruhnau, alla quale Mafalda, in segno di riconoscenza, regalerà l’orologio che portava al polso. La dura vita del campo, il poco cibo (che divideva con coloro che reputava avessero più bisogno di lei) ed il glaciale freddo invernale, deperirono ulteriormente il già gracile e provato fisico di Mafalda.
Nell’agosto del 1944 gli anglo-americani bombardarono il lager e la sua baracca venne distrutta. La principessa riportò gravissime ustioni e contusioni su tutto il corpo. Fu ricoverata nell’infermeria della casa di tolleranza dei tedeschi del lager, ma qui non venne curata.
Dopo quattro giorni di agonia, sopraggiunse la cancrena al braccio sinistro che fu amputato con un interminabile e dissanguante intervento chirurgico.
Ancora addormentata, Mafalda venne riportata nel postribolo e abbandonata, senza assistenza. Morì a 42 anni, il 28 agosto 1944. Il dottor Fausto Pecorari, radiologo internato a Buchenwald dichiarò che Mafalda era stata intenzionalmente operata in ritardo e l’intervento era il risultato di un assassinio sanitario avvenuto per mano di Gerhard Schiedlausky (poi condannato a morte dal tribunale militare di Amburgo e giustiziato per impiccagione nel 1948), come era già avvenuto per altri casi, soprattutto quando si trattava di eliminare “personalità di riguardo”.
La salma di Mafalda di Savoia, grazie al padre boemo Joseph Tyl, monaco cattolico dell’ordine degli Agostiniani Premostratensi, non venne cremato, ma fu messo in una cassa di legno, sepolta sotto la dicitura: "262 eine unbekannte Frau (donna sconosciuta)". Trascorsero alcuni mesi e sette marinai italiani, reduci dai lager nazisti, trovarono la bara della principessa martire e posero una lapide identificativa.


Dallo studio dell’esistenza della principessa e della sua personalità, emerge la figura di una principessa briosa e mite, intelligente e colta, sempre dedita agli altri; una sposa ed una madre esemplare, di grandissima fede cattolica, sempre pronta alla carità per i più bisognosi e disagiati. Persona semplice, indulgente, benevola e amabile. Piuttosto cagionevole di salute affrontò ugualmente e con amore quattro gravidanze, di cui l’ultima a 38 anni. Donna di grande classe e finezza di tratti, era fortemente ancorata ai valori e ai principi evangelici.
Il destino la segnò crudelmente, ma il martirio di Buchenwald non fu altro che l’epilogo di una vita perennemente spesa e protesa verso il prossimo: per vivere accanto all’amato marito, sopportò il rigido clima tedesco fino a quando non le venne impedito dai medici; accettò di occuparsi del «caso Montenegro» (restaurazione del trono Petrovich) per amore di suo padre e di sua madre, non considerando che la Gestapo l’avrebbe pedinata; si recò al funerale del cognato per amore della sorella Giovanna, sebbene l’Europa vivesse giorni di ferro e fuoco; per sentire telefonicamente il consorte in Germania, cadde nella trappola predisposta dall’ufficiale tedesco Herbert Kappler, comandante del Servizio Segreto delle SS e della Gestapo a Roma.
Il sacrificio della breve vita è l’ultimo atto di una scena terrena occupata prioritariamente dalla presenza del Vangelo nella sua esistenza: anche nel campo di concentramento di Buchenwald non badò a se stessa, in cima ai suoi pensieri c’erano i figli, il marito, i genitori, gli internati del campo e in particolare agli italiani del lager, ai quali fece sentire tutta la sua vicinanza. Le sue ultime parole furono proprio dirette a loro: «Italiani, io muoio, ricordatemi non come una principessa ma come una vostra sorella italiana».
All’esterno della neoclassica Villa Polissena, nella via oggi intitolata a Mafalda di Savoia, è collocato un piccolo altare composto da un rilievo della Vergine con il bambino (a cui Mafalda era molto devota) e da un busto della principessa, sul piedistallo del quale sono incise queste parole: «Alla memoria di Mafalda di Savoia, principessa d’Assia, nata a Roma il 19 novembre 1902, morta da martire a Buchenwald il 28 agosto 1944».
La martire Mafalda di Savoia riposa oggi nel piccolo cimitero degli Assia nel castello di Kronberg in Taunus a Francoforte-Höchst, frazione di Francoforte sul Meno.
Più di centocinquanta vie, piazze, giardini pubblici intitolati a lei (anche in città tradizionalmente rosse come Forlì o Modena), un comune che porta il suo nome (in provincia di Campobasso), cippi e monumenti eretti in suo onore, diverse scuole italiane e club dedicati alla sua memoria… le richieste di intitolazioni topografiche proseguono dal nord al sud d’Italia.
Figlia ideale, madre ideale, moglie ideale… principessa dai connotati straordinariamente umani e cristiani, Mafalda rappresenta una vittima sacrificata sull’altare degli olocausti perpetrati in una guerra dove l’odio ha espresso le sue più turpi facce, in una guerra più ideologica che di conquista.


 

 

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Giovanna di Savoia, Regina di Bulgaria
Terziaria francescana

 

Roma, 13 novembre 1907 – Estoril, Portogallo, 26 febbraio 2000

"La libertà discende dalla morale cristiana, essa vive di generosità e di perdono".
In questa frase c'è l'anima di Giovanna di Savoia, Regina di Bulgaria ed amatissima madre del popolo bulgaro. In lei dolcezza e rigore non furono mai disgiunti, il dovere, "il terribile quotidiano" (secondo la definizione di Pio XI), non era che la base di partenza su cui edificare l'amore di Cristo: la vera bontà può cominciare solo dopo che si è fatto ciò che si deve, è quell'oltre che non può essere codificato, è la vera natura della vita, lo spazio lasciato al genio personale.
Tutta la sua vita fu questo, senza che ella lo abbia mai detto.

Nasce principessa felice il 13 novembre 1907, quartogenita di Vittorio Emanuele III e della Regina Elena. Di intelligenza brillante, coltiva un grandissimo amore per i libri e la cultura, concepiti come svago e rifugio, ma anche e, soprattutto, come strumento principe della sua formazione umana e cristiana, in vista di un futuro da Regina, cui si sentiva vocata.
L'educazione avuta dalla madre la porta a non separare mai la formazione intellettuale dalla carità, intesa come sentimento di amore e condivisione verso il prossimo. La carità è vivere l'amore di Dio e parteciparlo agli altri. Non c'è iato tra l'aspetto ascetico-teologico e l'aspetto morale. È dal suo abbandono in Dio che nasce l'amore verso il prossimo. Il fascino della spiritualità francescana su una simile anima è del tutto naturale. Il Poverello di Assisi non è per lei un modello sociale (verrebbe da dire sociologico), è un maestro di fede in Dio, di speranza nella Sua misericordia e provvidenza. Eloquente è l'episodio del voto fatto per la sua guarigione.

Nel settembre 1923 era stata colpita, insieme con la sorella Mafalda, da una gravissima forma di tifo. In tutta Italia si pregava per la loro guarigione. Le principesse erano assistite da due monache dell'Ordine di Santa Chiara. Questo contatto conquistò subito alla spiritualità francescana l'anima di Giovanna, che vi trovò un modo di sentire il Cristianesimo a lei congeniale. Quando i medici la definivano, ormai, in fin di vita, ella fece voto che, se fosse guarita, sarebbe divenuta devota del Patrono d'Italia e si sarebbe sposata ad Assisi.
Il voto, realizzato a 16 anni, non consisteva, come spesso, troppo spesso, accade, in una rinuncia, in un privarsi di qualche cosa, quasi a pagare la grazia ottenenda; ma in un aggiungere qualche cosa, nell'offrire a Dio, per l'intermediazione di san Francesco nel caso specifico, quel di più di vita, quell'arricchimento che l'adempimento del voto comporta. Iddio vuole solo e sempre il nostro bene, la nostra realizzazione ed il voto diviene strumento per conseguirla. Solo con un di più di felicità siamo buoni cristiani. Il francescanesimo diviene, così, per la principessa Giovanna uno strumento di crescita spirituale.
L'anno successivo sarebbe andata ad Assisi, insieme con la sorella Mafalda, in pellegrinaggio di ringraziamento per la guarigione.

In Giovanna ambizione e vocazione trovano una perfetta coincidenza: la sua massima ambizione è assolvere al meglio alla sua vocazione. Per questo in lei la preparazione, il continuo miglioramento divengono un dovere religioso: solo così potrà migliorare il suo modo di rispondere alla chiamata di Dio. Fin dalla sua primissima giovinezza ha sentito la vocazione al compito di Regina, Regina cristiana, vale a dire al servizio del popolo affidatale dalla Provvidenza. Il fascino di questo ruolo non risiedeva negli onori e tanto meno nel potere. Si sentiva chiamata al servizio, a quella forma di carità verso un popolo cui è vocata una Sovrana seguace di Cristo.
E quale fosse la sua concezione della Maestà lo si è visto bene quando è salita sul trono. Non si è mai ingerita in questioni politiche, ma si è sempre prodigata per far sentire ai sudditi la presenza della famiglia reale al loro fianco.

L'unica azione con riflessi politici da lei compiuta è stata la difesa degli ebrei bulgari dalla persecuzione nazista. Ma anche questa non era sentita come una scelta politica, quanto piuttosto come l'ovvio dovere di una Regina cristiana di sovvenire alle esigenze della parte del suo popolo più immediatamente bisognosa del suo intervento.
Era un dovere etico, una parte di quell'etica del servizio che l'ha sempre contraddistinta. E forse neppure questo, forse era solo una manifestazione dell'amore e della condivisione provate verso il suo popolo o, meglio, verso ciascuna persona del suo popolo, senza eccezioni, ma non in maniera indifferenziata.
Grande e forte fu il legame d'amicizia che unì monsignor Angelo Giuseppe Roncalli, futuro papa Giovanni XXIII, oggi beato, a Giovanna e Boris III.
Infatti, dal 1925 al 1934 monsignor Roncalli fu chiamato a ricoprire la carica di visitatore prima, poi come delegato apostolico di Bulgaria dopo. Monsignor Roncalli viene così inserito da papa Pio XIV in una terra attraversata da grandi fermenti politici e sul cui scacchiere internazionale giocano gli influssi della Francia e le aspirazioni dell'Italia fascista.
Sul piano religioso il Paese possiede una forte maggioranza ortodossa ed una piccola minoranza cattolica e in questo contesto il nunzio cercherà il dialogo e la mediazione fra le due chiese. Più missionario che vescovo, più pastore di anime che diplomatico, Roncalli prende a cuore il legame fra cattolici ed ortodossi. Scriverà: "I cattolici e gli ortodossi non sono nemici, ma fratelli. Hanno la stessa fede partecipano agli stessi sacramenti, soprattutto alla medesima eucaristia. Ci separano alcuni malintesi intorno alla costituzione divina della Chiesa di Gesù Cristo. Coloro che furono causa di questi malintesi sono morti da secoli. Lasciamo le antiche controversie e, ciascuno nel suo campo, lavoriamo a rendere buoni i nostri fratelli, offrendo loro i nostri buoni esempi… Benché partiti da vie diverse ci si incontrerà nella unione delle Chiese per formare tutti insieme la vera e unica Chiesa di N.S. Gesù Cristo".

Quando nel 1934 dovrà, per obbedienza, lasciare questa terra che lo aveva visto protagonista di gesti di grande carità, come accadde fra i terremotati del 1928, si rivolgerà ai bulgari con parole vive e toccanti: "Da ora innanzi io non mi chiamerò più arcivescovo titolare di Areopoli, ma arcivescovo titolare di Mesembria. Per tal modo il ricordo della Bulgaria sarà di tutti i giorni; e tante volte mi tornerà gradito al cuore, quante volte la mia mano si alzerà nella solenne liturgia a benedire il popolo, o si stenderà sulla carta a firmare un documento. Ma anche voi, miei cari fratelli, conservate sempre vivo il ricordo di me, che intendo restare sempre amico vostro, sempre fervido amico della Bulgaria… In qualunque luogo del mondo mi accada di vivere, se alcuno di Bulgaria avrà a passare presso casa mia, durante la notte, fra le difficoltà della vita troverà sempre la lampada accesa. Batta, batta, non gli sarà chiesto se è cattolico o ortodosso: fratello di Bulgaria, basta, entri, due braccia fraterne, un cuore caldo di amico lo accoglieranno a festa…".
All'appuntamento di congedo da monsignor Angelo Giuseppe Roncalli la regina Giovanna profetizza: "Mio marito e io verremo a renderle omaggio in Vaticano quando lei sarà Papa". Con riferimento al caro incontro Roncalli registrerà sulla sua agenda in data 3 gennaio 1940: "Povere donne quando si illudono! Come la buona regina Giovanna di Bulgaria, che mi profetizzava il pontificato, e che lei e suo marito sarebbero venuti a farmi visita in Vaticano".
Il 28 ottobre 1958 la fumata bianca diede il suo responso a favore di Angelo Giuseppe Roncalli. Dopo l'elezione Giovanni XXIII ricevette in udienza la regina Giovanna l'8 novembre. Fu un incontro ricco di ricordi, di cordialità e di commozione: "Santità", affermò la regina, "ecco avverato il mio augurio del 3 gennaio 1935! Come allora assieme a mio marito avevo promesso, eccomi a lei, purtroppo senza il mio Boris, ma con tutti i voti miei e dei miei figli Maria Luisa e Simeone".
Nella storia dell'olocausto ebraico spiccano, per eroismo e testimonianza cristiana, le figure della regina Giovanna e del suo sposo, Boris III di Bulgaria; ciò è evidenziato dalle motivazioni del conferimento a quest'ultimo, da parte della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti, del titolo di "salvatore degli ebrei bulgari", conferimento avvenuto il 12 maggio 1994 nelle mani del figlio Simeone II, ex Primo Ministro di Bulgaria:
"Poiché, durante gli anni dell'Olocausto, ad eterna vergogna della razza umana, la maggior parte dei non ebrei furono indifferenti alla carneficina dell'ebraismo europeo; e poiché, nonostante intense pressioni naziste, i bulgari, sotto la coraggiosa guida di Re Boris III, difesero e protessero gli ebrei bulgari e cercarono di risparmiarli dalla distruzione pianificata per loro; e poiché Re Boris e la Regina Giovanna rischiarono la loro vita e la loro sicurezza personale per proteggere gli ebrei dalla deportazione e per assicurare agli ebrei un transito sicuro verso aree non occupate dai nazisti.
Quindi si risolve che l'ebraismo mondiale e le persone degne di onore salutano la Bulgaria e la famiglia reale bulgara per il suo ruolo eroico nel salvare la maggioranza dei quarantottomila ebrei bulgari e per commemorare eternamente questo sentimento viene innalzata la foresta del Re Boris nella terra d'Israele".
Ad ulteriore testimonianza della gratitudine dell'ebraismo mondiale verso la Casa reale di Bulgaria, la Fondazione nazionale ebraica ha conferito il 23 maggio 1994 a Boris III, sempre a mani del figlio Simeone II, la Legion d'onore.
Il modo con cui la Regina Giovanna considerasse tutto quanto compiuto ed eroicamente compiuto a favoredegli ebrei bulgari è testimoniato dal fatto che non ne fece mai accenno neppure nelle sue Memorie, nemmeno per rispondere alle menzogne della propaganda comunista nei confronti della Dinastia.
"La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto" (1 Cor 13,4-5).
L'amore che la Regina Giovanna e Re Boris nutrivano per il loro popolo non aveva nulla di indistinto e collettivo, ma era vicinanza anche fisica con le persone; le distanze tra la Casa regnante e l'ultimo dei sudditi erano state cancellate o quasi. Ogni bulgaro sentiva i suoi Sovrani come suo sostegno, morale e materiale; sentiva che le loro vite erano spese per lui. Il mutamento di stile dall'epoca di Re Ferdinando, il padre di Boris, non poteva essere più netto, anche se permane una sostanziale continuità.
Ferdinando è il sovrano che dà indipendenza alla Nazione e crea lo Stato. Avvia un processo di modernizzazione molto ampio; costruisce i maggiori palazzi di Sofia, rendendo questo villaggio dell'Impero ottomano una capitale europea; avvia l'industria estrattiva e quella tessile; crea la rete ferroviaria; costituisce le forze armate: dà, insomma, ai bulgari la sensazione e la realtà i essere rientrati in Europa, dopo la lunga occupazione turca.
Altro grande risultato è la bulgarizzazione di una dinastia, quella dei Sassonia Coburgo-Gotha, di origine franco-tedesca. L'approccio è chiaramente quello dell'esaltazione dell'autorità del Sovrano, del suo potere, come strumento di riscatto per la nazione. È, mutatis mutandis, un'opera simile a quella realizzata in Italia da Umberto I e, soprattutto, dalla Regina Margherita.
Una volta unita la Nazione intorno allo Stato ed alla Dinastia, è stato possibile fare il passo successivo, vale a dire rendere la Dinastia parte integrante del popolo bulgaro. Non era raro che la Regina Giovanna e Boris III si recassero a desinare in umili case di contadini o di povera gente, dando a queste famiglie e, loro tramite, ad ogni bulgaro l'orgoglio di essere commensale dei propri Sovrani.
La monarchia ritrova le sue origini: lo Zar (come è chiamato il Re in Bulgaria) non è una istituzione astratta e lontana, ma è la guida, il sostegno, il punto di riferimento di tutto il popolo e di ogni suddito, in una cultura che vede nell'appartenenza alla Nazione l'unico modo di essere per l'individuo.
Questo legame tra il popolo ed i suoi Sovrani è così forte che quasi cinquant'anni di comunismo non sono riusciti a cancellarlo e la Regina Giovanna ha potuto assaporare la gioia della manifestazione pubblica dell'affetto della Nazione bulgara nei suoi confronti, quando, dopo la caduta del regime, è potuta rientrare in Patria.
Nel 1993, in occasione dei cinquant'anni della morte di Re Boris, la Regina Giovanna, all'età di ottantasei anni, compì la sua prima visita ufficiale in Bulgaria, dopo l'esilio. Vivida è la descrizione che fa dell'evento la principessa Maria Luisa, figlia primogenita della stessa Regina Giovanna e di Re Boris:
"Portammo una sedia a rotelle, ma non la utilizzammo, perché Mamà ritrovò un'energia incredibile. La gente la accolse con un calore che neppure lei poteva immaginare. Non l'avevano dimenticata e continuavano ad amarla, perciò fu un trionfo. La nuova ideologia imposta alle nuove generazioni non era riuscita a cancellare l'antica cultura, le sane aspirazioni nazionali, i vecchi sentimenti suscitati dagli scrittori e dai poeti della Bulgaria libera. E per il popolo continuava ad essere la madre di quella Bulgaria".

La spiritualità della Regina Giovanna è profondamente ed intimamente materna. Ella fu madre dei suoi figli e dei suoi sudditi. La sua maternità è una delle più alte sintesi di tenerezza e rigore. Ella è tanto appagata dal suo modo di sentire la vita, anche sul piano etico e spirituale, da sentire il bisogno di trasmetterlo ai suoi figli, non come un'imposizione, una castrante e legalistica osservanza di norme, ma come il più naturale e bel modo di vivere: l'etica diviene saggezza che evita sofferenze in futuro. L'educazione è preparazione al futuro, è fonte di gioia. Ella diceva: "Spiegai ai miei figli: "O adesso vi dico sì a tutto, e un giorno lo rimpiangerete; oppure oggi vi rendo scontenti in qualcosa, ma un giorno mi ringrazierete"".
Tutto era naturale, quasi ovvio, vissuto con tutta la persona e non solo con la ragione e la volontà, come traspare dalle parole della principessa Maria Luisa. "Al primo posto Mamà metteva la fede, la sua grande fede in Cristo, ed è quella che l'ha sempre sostenuta: il segreto del suo stoicismo stava proprio in quel credo mai ostentato, ma riservato, chiuso nel suo cuore. I suoi soci erano san Francesco e sant'Antonio. Di natura allegra non soffriva di cattivi umori e se tristezza c'era nel suo cuore, non la diede mai a vedere. Mai una lacrima scorgemmo sul suo volto. Sapeva, però, essere severa e rigorosa: quando era no era no. Primeggiava in lei la parola dovere, dovere verso il buon Dio, la Patria e i genitori".
Questa educazione si riverbera in modo sorprendente nei suoi due figli. Il senso del dovere che diviene dedizione. Re Simeone e la principessa Maria Luisa portano i segni di persone che sono passate attraverso la grande tribolazione, ma con una guida, che ha permesso loro di trasformare la sofferenza in fonte di forza etica, in maturità di vita,oltre che (ed è questa la cosa più sorprendente) in gentilezza d'animo, in finezza spirituale e sensibilità verso le persone con cui vengono in contatto. E proprio questo garbo era il tratto distintivo della Regina Giovanna, del suo approccio con il prossimo.
Il tratto dolce del suo carattere non può far dimenticare la grande forza che l'ha accompagnata nei momenti tragici della vita. Questo elemento della sua personalità emerge in maniera più chiara nel periodo più duro della sua esistenza, vale a dire dalla morte del marito all'esilio.
Il 28 agosto 1943 moriva Boris III, moriva avvelenato per mano dei sovietici, dopo cinque giorni di terribile agonia. Anche e soprattutto la morte di Boris ci può far capire l'umile grandezza di Giovanna come Regina e come sposa.
Lunedì 23 il Re lascia la sua famiglia nella residenza montana di Tzarska Bristritza per recarsi a Sofia; salutò la moglie, parlò teneramente con i figli, Maria Luisa e Simeone, poi li baciò e la moglie gli domandò: "Quando torni?"; rispose: "Cercherò di rientrare stasera". Dall'automobile salutò con la mano. "Questo gesto… fu l'ultimo suo ricordo da vivo", come annota la Regina nelle sue memorie.
Giunto nella capitale, verso le 10,30, il Re si mise subito al lavoro con il capo della cancelleria Groueff ed altri funzionari, ma già alle sette della stessa sera cominciò a sentirsi molto male; si ritirò in camera, vomitò e fu preso da delirio. Venne avvertito il Principe Cirillo, fratello del Re, che chiamò i medici di corte. Con il resto della Nazione fu mantenuto il più stretto riserbo, Governo e consorte compresi.
Martedì sera egli si reca dalla sorella, principessa Eudossia, per avvisarla della malattia di Re Boris e pregarla di andare al monastero di Rila (il più importante e popolare luogo di culto di tutta la Bulgaria, intitolato al protettore del Paese, san Giovanni di Rila) per accendere una candela, all'uso ortodosso, e per pregare, cosa che lei fece l'indomani mattina, recandosi successivamente al capezzale di Boris e constatandone le gravi condizioni.
Giovanna non ebbe notizie del marito, che lei attendeva per la sera di lunedì, per tutta la giornata di martedì e per tutta quella di mercoledì. Conscia del tragico momento che attraversava la Patria e dell'essenzialità dell'azione del sovrano in tali circostanze, certa dell'amore del consorte, pensò che improrogabili impegni gli avessero impedito di avvertirla: così attese. Solo la sera di mercoledì chiamò e le fu risposto che il Re era troppo impegnato per risponderle e che, tra l'altro, non si era sentito bene.
Allarmata, Giovanna richiamò più tardi e le fu risposto che Boris si sentiva meglio e che era con lui il Principe Cirillo, circostanza che tranquillizzò la Regina. L'indomani le fu detto che lo Zar era malato, ma la sua presenza a palazzo non era necessaria. Nel pomeriggio però, inattesi, giunsero a Tzarska Bristritza uno dei medici di corte e l'ispettore di palazzo, i quali riferirono che il sovrano era peggiorato. Alle 21 ricevette una telefonata da quello stesso medico che la pregava di venire a Sofia, perché le condizioni del Re erano gravi. Ella scattò, baciò i bambini ed ordinò all'autista di raggiungere palazzo reale il più in fretta possibile. Vi giunse alle 22,30 circa.
Dopo aver ascoltato la diagnosi dei medici, che lasciava poco spazio alla speranza, si recò al capezzale del marito, presso il quale si dimostrò molto più serena di quanto in realtà fosse. Divise il suo tempo tra la veglia a Boris e la veglia di preghiera nella chiesa cattolica ed in quella ortodossa. Per due giorni e tre notti curò, vegliò e pregò, finché alle 16,22 di sabato 28 agosto 1943 la vita di Re Boris si spense.
In Giovanna l'amore non è mai giustificazione o anche solo attenuante per sfuggire ai propri doveri o alla dedizione verso lo sposo, i figli e la Patria, dedizione che ha segnato la sua vita. Ella patisce uno strazio indicibile per non avere notizie del marito; soffre incredibilmente per avere notizie scarne e poco attendibili sulla sua salute.
Ma, anche in quelle circostanze terribili, la sua preoccupazione è quella di essere di conforto a Boris, di essergli vicina il necessario per lui, di sostenere lo sposo e la Patria già così scossi, trattenendo i suoi sentimenti. Ancora una volta è "al servizio", è dedita. Sempre con un amore umile e forte, con un dominio di sé degno di un grande asceta, ma con una concretezza ed un calore degni di una sposa e di una madre. Non le mancherà il coraggio (come dimostrato dalla forza con cui ha difeso i suoi figli di fronte al potere comunista), ma esso non deborderà mai in avventatezza, sarà sempre temperato dalla fermezza, dal dominio di sé, dalla forza dolce, in altre parole dall'amore di una donna, nel senso più pieno ed alto del termine.

 

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Per approfondire:

 

 

 

Della stessa autrice:

- Gugliemo Massaja, l'Abuna Messias d'Etiopia

- Umberto II, il Re Cattolico

- La direzione spirituale di Padre Sebastiano Valfrè in Casa Savoia

 

 

Sui Savoia, in libreria, di Cristina Siccardi:


- Elena. La regina mai dimenticata - Ed. Paoline

- Mafalda di Savoia. Dalla reggia al lager di Buchenwald - Ed. Paoline

- Giovanna di Savoia. Dagli splendori della reggia alle amarezze dell'esilio - Ed. Paoline

 

- per altre notizie sulla santità Sabauda vedere:

- Beati, Venerabili e Servi di Dio di Casa Savoia - di Fabio Arduino (Collaborazioni)

- Altri Santi Piemontesi di Giampiero Pettiti (Collaborazioni Varie)

- Immagini di Casa Savoia (Collaborazioni Varie)

e su Casa Savoia:

- L'epopea dei Savoia (Di tutto un pò)

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