Rubriche di
Patrizia Fontana Roca

FAVOLE MINUSCOLE

 

 

 

STORIA DI UNA MANO


                

        

 

Una mano può scrivere storie  di un'altra mano...

 ...  di una mano che al telaio dipinge  paesaggi, volti ed altre storie, intrecciando sveltamente la trama e l'ordito di fili multicolori...

 ...  di una mano che inforna una pagnotta e quando  sarà cotta e fragrante, la  taglierà in larghe fette che un'altra mano afferrerà e porterà alla bocca per saziare la sua fame...

 ... di una mano che raccoglie fiori e li deposita in un cestino, per poi regalarli alla mamma...

 ...  di una mano che dipinge con cura la cuccia del  suo cagnolino, per renderla più graziosa ed accogliente...

 ...  di una  mano che stringe al cuore la sua bambola preferita...

 ... di una mano che offre un fiore come fosse un gioiello...

 ... di una mano che si tende a stringere un'altra mano per trasmettere amore,  aiuto, pace...

 

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STORIA DI UNA FOGLIA

 



 ...  che nasce su un ramo insieme ad altre foglie...

 ...  che vibra ad ogni alito di vento e garrisce come una piccola bandiera..

 ... che si nutre dell'essenza stessa dell'albero, come un bimbo si nutre della madre...

 ...  che fa corona, insieme ad altre foglie, attorno ad un frutto o ad un fiore...

 ... che durante l'estate assorbe il calore ed il colore  del  sole e d'autunno,  ormai stanca, si stacca dal ramo per il suo primo ed ultimo viaggio...

 ... che lentamente si disfa sul terreno e diventa humus...

 ...  che dà vita, così, ad altre piante ed alberi, carichi di mille altre foglie...               

 

 

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LA SPIGA SUPERBA




     In  un  campo di grano una spiga  gonfia di chicchi dorati si  pavoneggiava  in  mezzo  ai papaveri e ad innumerevoli fili d'erba. Canticchiava  tra sè e  sè,  ma  con  voce abbastanza udibile da tutti gli altri abitanti del campo: 

"Come  sono bella, tutta d'oro e colma di  chicchi preziosi!  Come  sono  utile  con  questi  chicchi gonfi. Diventerò pane fragrante sulla tavola del re!"

Così,  crescendo,  ripeteva questa  cantilena  ai fiori  ed  alle  altre  spighe  che   sopportavano pazientemente la sua vanità.

     Dei piccoli insetti che volavano di fiore in fiore, di spiga in spiga, ascoltarono anch'essi il ritornello e, golosi ed incuriositi, si  diressero verso  di  essa  per  gustarne  la  polpa  soda  e deliziosa, si avventarono sui chicchi dorati e  ne fecero una grande scorpacciata, lasciando in  pace le altre spighe meno belle e tronfie.

     ... E la spiga superba morì lì, proprio dov'era nata, con tutte le sue illusioni e non diventò mai pane fragrante sulla tavola del re.

 

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LA NUVOLA VANITOSA



Un giorno, una nuvola vanitosa pensò: "Se riuscissi ad avvolgere tra le mie  braccia bianche il sole, m’inonderei di calore, brillerei di luce dorata e tutte le altre nuvole invidierebbero la mia bellezza!".
    
Così veleggiò bassa nel cielo dove una piccola sfera dorata ondeggiava ad ogni alito di vento, allungò le braccia circondando con la sua bianca ombra quello che credeva fosse il sole ma che in realtà non era altro che un  palloncino giallo legato ad un filo, che danzava nell'aria insieme ad altri palloncini.

A terra un bambino col capo rivolto all'insù, ne seguiva le evoluzioni e sorrideva felice...

    
La nuvola non si diede per vinta, salì  più in  alto e raggiunse, finalmente,  l'enorme  sfera del sole e tentò di racchiuderla in un abbraccio.

Ma, a contatto di tanto calore, la nuvola vanitosa che  voleva  diventare  tutta  dorata e destare l'invidia delle altre nuvole, evaporò lentamente,    nell'immenso,  mentre il sole continuò a splendere, alto nel cielo, con  tutta la sua potenza...

    

 

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LA TAZZINA DI CAFFÈ




Sullo  scaffale d'un negozio  d'antiquariato, faceva  bella mostra di sè una tazzina da  caffè di fine porcellana, su cui erano dipinti dei  rami di pesco dorati.

Guardandosi  intorno osservava certe  sue  sorelle panciute  e golose che avevano due manici  ed una linea più armoniosa e lamentosamente interpellava il suo piattino, dicendo: "Perchè mai ho solo un manico? Vorrei essere come quelle mie sorelle più grandi!".

    
E si lamentava così accoratamente che un giorno l'antiquario, che si dilettava anche di restauro, dopo aver cercato a lungo una tazza simile a  quella da caffè di cui parliamo, ne trovò una con il bordo  sbreccato,   ormai inutilizzabile.

L'uomo le tolse il manico e si accinse ad incollarlo sulla tazzina di nostra conoscenza che, non appena  si accorse di tutto quel lavorio intorno a sè, se ne stette buona e  zitta  fino alla fine dell'operazione.

Però, concluso il lavoro, l'antiquario non ne fu soddisfatto e decise di relegare la tazza nel buio retrobottega dove conservava alcune carabattole  che aveva scartato poichè non erano all'altezza  di far bella mostra di sè nella grande vetrina.

La mise quindi accanto ad altri piccoli oggetti di poco valore, tra un piattino di Limoges sbreccato che ostentava la sua regalità ed una damina di Capodimonte, che aveva quasi perso la testa per un cavaliere  azzimato che le faceva una   buffa riverenza tenendo in mano un immaginario cappello.

Ma la tazzina da caffè soddisfatta, invece, dei suoi due manici, si sentiva finalmente fiera ed orgogliosa di sè e non si  lamentò più nemmeno una volta nella sua vita.

 

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UN UOMO PICCOLO PICCOLO






C'era  una  volta un uomo  molto  piccolo  di statura  che  si sentiva a disagio  tra  uomini  e donne  più  alti di lui e camminava con  il  capo chino  verso terra, tanto da sembrare ancora  più piccolo.

Un giorno, mentre camminava per una  trada di campagna, si sentì molto stanco, si fermò sotto un  grande  albero per riposare un pò e, riflettendo tra sè e sè disse a voce alta:  "Ah, come vorrei essere alto e robusto!".

Lì accanto c'era un formicaio brulicante di vita che lo incuriosì: si mise ad   osservare attentamente le piccole lavoratrici che andavano e venivano  con alacrità, trasportando pesi  enormi per la loro corporatura.
Guardava affascinato il loro daffare che quasi dimenticò il dispiacere che gli procurava l'essere  così piccolo.

Una formichina che s'era fermata accanto a lui lo interpellò con una vocetta allegra:

"Perchè sei così triste? È forse per la tua statura? Non ne vale la pena,  credimi,  dovresti già  saperlo: non è la statura che decide  della grandezza  d'un uomo.
Sono  il  suo  animo, i suoi sentimenti, i  suoi pensieri, la sua bontà.
Eppoi, il buon Dio, guardando dall'alto dei  cieli giù  sulla terra, vede gli uomini  tutti  uguali, alti  o  bassi che siano, tutti piccoli  come  noi formiche.  Anche voi umani,  infatti,  guardandoci dall'alto  ci credete identiche, tutte  ugualmente piccole...

Mettiti l'animo in pace e sii contento. Sarai grande se il tuo animo, la tua  bontà, i tuoi gesti saranno grandi e più piccolo ti farai tra gli  uomini, più grande Dio ti  vedrà  dall'alto delle sue nuvole.

Arrivederci, dunque, mi sono fermata anche  troppo a chiacchierare" e se ne andò trascinando il  suo grosso carico gioiosamente.

"Arrivederci - la salutò il piccolo uomo - e grazie infinite!".

S'alzò  subito  e canterellando con  allegria  si avviò per tornare in mezzo al vasto mondo,  senza più  desiderare d'essere alto e robusto  ma  solo buono e generoso.

 

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LO SPAVENTAPASSERI TRISTE

 




Uno spaventapasseri che viveva in mezzo ad un campo di grano, si sentiva molto triste perché le lunghe giornate della sua esistenza si snodavano solitarie, l'una dopo l'altra. Mai nessuno che gli rivolgesse la parola,  neanche un uccellino che gli si avvicinasse a  rallegrarlo con il suo cinguettio.

Le  sue lunghe braccia di paglia stringevano  solo aria  e  per  non  sentirsi  troppo solo, spesso cantava  con  una  vocina flebile  e  dolce  delle canzoni armoniose ma tristi.

    
Sulle ali del vento, il suo canto giunse fino al Regno delle Fate ed una  di esse, commossa, decise di usare la sua magia per far felice lo spaventapasseri.

Di lì a poco, il poverino che quel giorno si sentiva  particolarmente triste,  cominciò a piangere: grosse lacrime rotolarono sul terreno formando un rigagnolo, fermandosi in una cavità del suolo.

Ma, al contatto di quelle lacrime la terra divenne fertile  ed improvvisamente, per incanto, vicino allo  spaventapasseri apparve un  meraviglioso albero,  ricco di foglie lucenti e verdi e  carico di mele rosse.


Tanti uccellini, richiamati dall'avvenimento, cominciarono ad arrivare  da ogni direzione, riempiendo l'aria di garruli cinguettii, battendo festosamente  le ali, preparando tra il fogliame dei comodi nidi in cui passare le loro giornate.
Alcuni di  essi intrecciarono voli  intorno  allo spaventapasseri  che  era infisso  nel  terreno  a pochi passi dall'albero fatato e guardava  stupito quel via vai festoso, di cui non riusciva a capire la  ragione. 

Quasi quasi  avrebbe  pianto di felicità, ma  ora era troppo allegro...

Un  uccellino  variopinto e  cinguettante  si posò sulla sua spalla senza timore,  chiedendogli se  poteva  fargli un pò di  compagnia. 
Un gran sorriso soddisfatto si dipinse sul volto di paglia dello spaventapasseri,  finalmente  non più triste. 

 

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L'UOMO-MONGOLFIERA 

 

Un uomo, convinto di non aver avuto fortuna nella vita e di non valere molto, si mise a  bere per consolare la propria insoddisfazione.

Così facendo non si accorgeva di sprecare del tempo prezioso, senza compiere nulla di utile e passava intere  giornate  in casa senza fare alcunchè, senza parlare con nessuno.

Un  giorno,  camminando per  le  strade  affollate della  città, mentre stava per attraversare una via molto trafficata non s'accorse che nello stesso  momento stava sopraggiungendo, a tutta velocità, una carrozza a cavalli che  sicuramente l'avrebbe travolto.

La paura lo inchiodò al suolo mentre riuscì a pensare solo: "Vorrei saper volare...". 

Non aveva finito neanche di pensarlo che improvvisamente, si gonfiò come una mongolfiera e cominciò  a salire nel cielo, così in  alto  che anche le nuvole rimasero sotto di lui come soffici guanciali.

Nel volo incontrò numerosi uccelli che lo guardavano meravigliati e a cui lui rispose con un sorriso soddisfatto. Finalmente faceva parte anche lui  delle alte sfere e così si fermò su di  una nuvola,   si  sdraiò  per  riposarsi  e   intanto guardava giù verso terra.

Che brulichio d'uomini à in fondo: chi andava,chi veniva, correvano tutti come matti in cerca di chissà cosa; quelli che avevano soldi, ne volevano  ancora,  quelli che non ne avevano, cercavano disperatamente di ammassarne quanti più  potevano per vivere meglio.
Le facce, sia degli uni che degli altri,erano ugualmente insoddisfatte, tiranniche e crudeli quelle dei ricchi, meschine e grette  quelle  dei poveri.

L'uomo,  che nel suo animo non nutriva alcun sentimento  di  avidità  o  di  meschinità, si convinse  d'essere  un uomo  fortunato  e  felice; desiderò  di  scendere di nuovo sulla terra per convincere chi stava laggiù che non valeva la pena di vivere così ed avvertirli di quale brutto effetto facessero, visti dall'alto.

Si lanciò giù dalle nuvole, vagando nel cielo chiaro e  man mano  che  scendeva  si  sgonfiava finchè,  giunto  in un gran prato  ben  curato  e ricco di fiori, dove molti bimbi giocavano felici, s'accorse d'essere ritornato alla sua  corporatura normale.

I ragazzini, incuriositi da quell'apparizione che scendeva dal cielo, lo seguirono nel suo volo col naso  all'aria, poi si raccolsero attorno  a  lui, facendogli molte feste.

"Chissà,  forse mi credono un angelo del  cielo!" pensò l'uomo.

E con la gioia nel cuore, cominciò a raccontare la sua grande avventura ai piccoli che lo stavano ascoltando a bocca aperta, senza perdere una parola di ciò che diceva.

La tennero a mente e, tornati a casa, raccontarono ai loro genitori, agli amici ed  ai  parenti  la storia dell'uomo che era salito nel cielo ed aveva visto  gli abitanti della terra, così  piccoli  e stupidi,  correre freneticamente,  follemente  per raggiungere cose che in fondo non hanno una così grande importanza: denaro, potere, successo...

 

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IL TRENINO STANCO



    
Un trenino che correva bofonchiando a tutta velocità tra cittadine, paesi e campagne,  diceva tra sè:

"Quando potrò fermarmi a riposare  tranquillo e per  sempre?
Vorrei tanto poter sostare in una di queste  piccole stazioncine allegre davanti a cui passo ogni giorno.
Sono così graziose con quelle aiuole piene di fiori,    le    fontanelle    che gorgogliano ininterrottamente... e che pace!

Pochi  passeggeri  che salgono e  scendono,  molti vecchietti  che  si riposano sulle panchine  e  la domenica  bande  di  ragazzi  che  si   rincorrono intorno  ai carri e vi si nascondono dentro per giocare, sognando di partire alla volta di paesi lontani e di vivere avventure fantastiche.
Che vita felice sarebbe quella!".

Così sognando, il trenino correva e correva e  a sua vecchia locomotiva ansava attraversando tanti luoghi, alcuni caotici e rumorosi, altri che ispiravano pace.
Alle volte si fermava sbuffando e gettando verso il cielo ampi pennacchi di fumo bianco, ma per la maggior parte del tempo era impegnato nel viaggio.

Un giorno, però, la vecchia locomotiva non ce la fece più: aveva arrancato faticosamente in giù e in su per tante salite e non aveva più fiato.
Il treno si fermò definitivamente proprio in  una di  quelle  stazioncine  che  piacevano tanto al trenino e decise che da quel giorno sarebbe andato in pensione.

Gli operai della ferrovia  trainarono  il trenino sino ad un binario morto e insieme alla popolazione decisero di tributargli  un  ultimo saluto.   
Organizzarono una bella festa, inghirlandarono i binari, decorarono la locomotiva con bandierine colorate e brindarono tutti insieme alla salute del trenino.
Che  era  finalmente soddisfatto:  aveva  proprio ciò che desiderava!

A festa finita la stazioncina si svuotò ed il trenino potè dormire tranquillamente per un'intera notte, come mai aveva potuto fare  prima d'allora. 
Ormai aveva per sè tutto il tempo che voleva, non aveva bisogno d'altro.

L'indomani mattina, il primo treno che passò sul  binario  adiacente, salutò  allegramente  il trenino  allungato sul  binario  morto  e  la  vecchia locomotiva,  per non essergli da meno, di rimando gli rispose con un gioioso sbuffo di vapore..

 

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DUE ZOCCOLETTI AVVENTUROSI

 

Due zoccoletti di legno vivevano una vita tranquilla in campagna, all'aria ed al sole, lavorando sodo, ma uno di essi sognava d'andarsene e di girare il mondo e poichè era anche un pò sciocchino ed impulsivo, il fratello più saggio decise d’accompagnarlo.

Una mattina partirono, camminarono a lungo ed arrivarono alfine in un’affollatissima città dove la gente che andava e veniva per le strade era come un fiume inarrestabile.


Gli zoccoli si chiesero dove andassero così in fretta tutte quelle persone, dove trovassero tanta energia e, già stanchi, si fermarono presso un lussuoso albergo davanti al quale faceva la guardia un portiere dagli imponenti, lucidi stivali di pelle morbida e scura.
Un  pò vergognosi, i due zoccoli si  avvicinarono ai  lustri stivali e chiesero:
"Scusate  Generali,  potreste dirci  come  mai  qui tutti corrono come fossero incalzati da qualche imminente minaccia? Dove vanno, cosa fanno, come mai...?"


Con sussiego gli stivali  risposero:
"Carini miei, si vede proprio che venite dalla campagna con quell’ aspetto polveroso e le  vostre ingenue domande. Qui si lavora, si gira, ci si diverte, non si ha un minuto da  perdere  nè per riposare nè per riflettere.
Sapeste quanta gente ho visto di ogni Paese che viene per affari o in vacanza; sta qui qualche giorno e poi via, parte per un'altra destinazione.
E quante vostre sorelle scarpe di fogge diverse ho visto: di pelle, di stoffa, persino di serpente, di coccodrillo, di seta o di velluto, con la  punta piatta, arrotondata, persino all'insù... 

Ricordo  una volta delle babucce di seta ricamate con filo d'oro e d'argento, indossate da  un principe della  Cina. Erano così graziose con quella  punta  rivolta  verso l'alto..."

Gli stivali si persero per qualche istante in pensieri romantici, poi continuarono:
"Questo non è posto per voi, qui alloggiano solo scarpe più fortunate, che non hanno il vostro aspetto impolverato.
Esse vengono indossate ogni tanto, solo per brevi periodi poichè i loro padroni usano comode macchine per spostarsi in città e quando rientrano in albergo, esse vengono deposte fuori della porta di ogni stanza. Prelevate da camerieri addetti a tal scopo, vengono ripulite a dovere, poi depositate in armadi enormi dove dormono tutte in fila.
E la mattina sono di nuovo belle e linde, pronte per essere indossate di nuovo".


"Oh…" fecero i due zoccoletti di legno – era un'esclamazione di ammirazione o di commiserazione nei confronti delle loro fortunate sorelle? -  poichè lo zoccolo che amava le avventure avrebbe voluto imitarle, mentre l'altro, più riflessivo e saggio, non voleva davvero finire dentro uno di quegli oscuri armadi.

"Noi abbiamo vissuto una vita dura - disse il primo - sempre a lavorare all'aperto, nei campi, nel fango, sotto il sole o sotto pioggia. Mai un momento di riposo. Oh, mi piacerebbe vivere qui, con tutte le comodità!".

L'altro, il saggio, invece disse: "Non dire così: pensa a ciò che abbiamo avuto, una vita all'aria aperta, sotto il sole caldo, godendo delle bellezze della natura, sguazzando nell'acqua fresca del ruscello. Non ricordi le meraviglie che potevamo vedere dal nostro povero ma accogliente stanzino?"

"Si' - fece il primo zoccolo - ma qui è un'altra vita!".

"Bella vita! - incalzarono gli alti stivali -  sempre sull'attenti, sempre "Sissignore, Nossignore", respirando lo sgradevole odore delle auto, vedendo solo  un cielo coperto di smog! Potessi anch'io andarmene da qui!".

Lo zoccolo saggio disse al fratello: "Vedi, anche i  generali qui, sono stanchi di questa vita e credo che anche le nostre sorelle fortunate non siano così felici come credi, sempre in giro o rinchiuse nelle macchine o negli armadi! Io ho nostalgia della vita semplice di tutti i giorni, qui c'è solo caos e ti saluto, me ne torno a casa senza rimpianto Ma tu se vuoi, puoi restare qui".

Lo zoccolo più intraprendente ci pensò un pò su e  riconobbe spontaneamente che il fratello aveva ragione: meglio una vita dura ma all'aria e al sole, circondati dalle bellezze della natura, che una vita forse più facile ma caotica...

"Avete proprio ragione - commentarono gli stivali - Avete convinto anche noi,  veniamo  via con  voi".  E, cantando  allegramente,  lasciarono insieme la città...

 

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L'ORSETTO ROSA

 

 

L'orsetto rosa piangeva a dirotto, impacchettato in una scatola infiocchettata posata sotto un enorme Albero di Natale  splendente di luci.
Un nastro azzurro stringeva il pacchetto così strettamente che il povero  orsacchiotto non riusciva a respirare.  Eppoi, quanto  buio là dentro, quante  voci al di fuori, voci di quel mondo che lo attendeva.

Come rimpiangeva il bel negozio caldo ed illuminato che lo aveva accolto appena nato e gli altri orsetti di tutti i colori che lo avevano circondato con il loro affetto e con  cui  poteva parlare e ridere tutto il giorno!
Ogni mattina, una signorina allegra lo spolverava amorevolmente e gli carezzava  il pelo roseo finchè non ritornava lucente.
Quanti bambini lo avevano guardato in  quei  bei giorni e gli avevano sorriso. Come era infelice, ora, tutto solo in quel fagottino scuro e stretto!

D'un tratto, tra le esclamazioni di gioia e di allegria, sentì che qualcuno prendeva l'involto,lo scartava e finalmente poteva rivedere la luce, quanta luce nella stanza, tutt'intorno!

"Com'è bello quell'abete verde carico di lampioncini! - pensò l'orsetto - quanta  gente", poi si guardò attorno e vide molti  bambini che correvano  e gridavano e tutti lo ammiravano con occhi colmi di desiderio e dicevano:  
"Che bellino!", "Lo voglio!"...

In un angolo, poi, notò un  bimbo più piccolo degli altri che se ne stava fermo con un faccino triste, silenzioso ed avvertì che le braccia di una giovane donna lo avevano  afferrato e lo conducevano verso di lui.

Egli guardò l'orsetto rosa con il desiderio di correre incontro a sua madre e toglierglielo dalle mani; le sue labbra si schiusero leggermente come se  volesse parlare, ma non proferì  parola, non poteva;  sulla sua bocca si spense  anche l'ombra del sorriso che stava nascendogli dentro.

La mamma gli andò incontro, lo prese in braccio e gli porse l'orsacchiotto.
Il bimbo sembrava un pò restio, si ritraeva, poi il lieve contatto con quel pelo morbido, setoso e caldo sembrò rassicurarlo e piano piano se lo strinse al petto.

L'orsetto rosa aveva seguito la scena un  pò confuso ma i suoi occhi brillanti fissarono quelli del bambino e vi colsero una timida gioia che andava crescendo  nell'animo del piccolo  triste mutino.
Sentì che  gli sarebbe stato amico fedele ed inseparabile e che questa amicizia avrebbe aiutato il bimbo sempre chiuso nella sua silenziosa solitudine.

L'orsetto non provò più alcun sentimento di infelicità o di rimpianto per il bel negozio dove aveva  vissuto e  per  i giocattoli che aveva lasciato. 
Si sentì felice poichè era certo che quando il suo pelo non sarebbe stato più così lucente  e folto, il bimbo non lo avrebbe accantonato, come fanno tanti  con i giocattoli vecchi,  ma se lo sarebbe sempre tenuto stretto al cuore nei  lunghi sonni notturni...

 

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LA RIVOLTA DEI GIOCATTOLI

 

 

C'era una volta un birillo di legno su cui era dipinto un soldatino  della  Guardia Reale Inglese. Gli avevano disegnato una  bella  divisa rossa e nera ed un alto copricapo di pelo scuro. Teneva  le braccia diritte lungo i fianchi  ed  in mano reggeva un fucile color argento.
Stava ritto e impettito nella stanza d'un bambino insieme a molti altri giocattoli, ultimo superstite d'una folta schiera di birilli identici a lui.

Ma il bambino cui apparteneva era davvero disordinato ; benchè nella stanza vi fossero  dei grossi  cesti  di  vimini  e  un  enorme   armadio a   scaffali, i giocattoli erano sparsi sul pavimento e negli angoli della stanza e a quasi nulla servivano le punizioni e i rimbrotti della madre, a cui toccava ogni sera rimettere in ordine, nonostante la stanchezza, dopo una giornata d'intenso lavoro.

Il  soldatino, dal canto suo, era stanco di essere buttato di qui e di là, senza un posto fisso, sempre mescolato insieme agli altri giochi. Lui, ligio al proprio dovere di montare la guardia, amava l'ordine, la pulizia, la gentilezza.
Anche gli altri giocattoli mormoravano il loro malcontento, ma non sapevano come uscir fuori  da questa situazione.

Finchè, una fatidica notte, il  soldatino che aveva già chiaro in mente un  piano d'azione, lo spiegò ai più importanti rappresentanti della categoria: l'orso di pelo, il trenino, il pallone e altri soldatini di dimensioni ridotte ma con il loro fucile pronto a sparare.
Confabularono fino a notte alta e decisero di agire non appena se ne presentasse l'occasione.

Qualche giorno più tardi, il bambino, dopo aver finito i compiti (perchè in   questo era giudizioso, prima studiava e poi giocava!), sparpagliò sul pavimento tutti i suoi  balocchi, toccando ora questo ora quello, buttandoli  poi in  un  cantuccio, prendendone di nuovi,  finchè tutti si ritrovarono fuori posto.
Giunse l'ora di cena, il bimbo abbandonò la sua stanza, lasciandola in un caotico disordine.

Il soldatino fece ai suoi compagni un cenno d'intesa e subito ognuno prese il suo posto di battaglia e quando il bimbo rientrò, la  rossa locomotiva fischiò a tutto vapore e gli andò contro, contemporaneamente al pallone che  partì sparato dal suo angolo.
Il colpo  lo fece cadere lungo disteso  sul pavimento.  Una miriade di indiani Sioux, che di solito prendevano d'assalto il fortino dei soldati, per  l'occasione si coalizzarono con quest'ultimi e con un gruppo di cow-boys.  Con delle funi immobilizzarono le gambe e le braccia del bimbo, punzecchiandolo con delle lance, frecce e coltelli aguzzi.

Il soldatino di legno da un angolo  della  stanza gridò:  "Carica!" e un folto drappello  composto dai più svariati giocattoli, capeggiato dall'orso bruno di pelouche, avanzò a passo di marcia verso il  bimbo  che  terrorizzato  guardava  con  occhi sgranati questa inspiegabile rivoluzione.
Avanzando verso di lui, i giocattoli emettevano gridolini d'incitamento e quelli più agguerriti gridavano:
"Combattiamo  il disordine", "Avanti contro l'oppressore", "Non vogliamo più  il caos","Non gettarci nel dimenticatoio".

Il bimbo, impaurito, chiamò disperatamente la madre che, intenta nel suoi lavori domestici in cucina non lo sentì.
Con voce flebile si rivolse quindi ai suoi giocattoli dicendo: "Fermatevi, non fatemi del male. Cosa volete  da me?" 

Il soldatino di legno avanzò speditamente verso di lui e a nome di tutti i giocattoli  prese  la parola: 
"Questa rivolta contro di te è stata causata dal tuo comportamento. Noi giocattoli ti vogliamo un gran bene, ti facciamo passare il tempo, ti facciamo divertire, ti stiamo accanto quando non riesci a dormire, ti consoliamo quando sei triste, ma  tu... ci prendi, ci butti di qua e di là, ci accatasti l'uno   sull'altro, ti  dimentichi, insomma, che anche noi giocattoli abbiamo un animo sensibile.

Il  bimbo,  commosso dal fiero atteggiamento del soldato e dei suoi compagni, vergognandosi del suo agire distratto e poco rispettoso disse: 
"Avete proprio ragione non sono stato un buon amico per voi, mi sono comportato da egoista sia nei vostri confronti che verso la  mamma che, poverina, ha sempre tanto da fare eppure vi ripone con cura e vi ripara se siete un  pò  sciupati.
Perdonatemi!. Prometto solennemente che da oggi in avanti non sarò cosi ingrato, dopo aver giocato con voi vi metterò in ordine, ognuno nel suo cantuccio a riposare finalmente dopo una  giornata faticosa".   

Il soldatino di legno diede un ordine ed i giocattoli ubbidirono, slegando il bambino che, alzatosi, cominciò a mettere a  posto i vari giochi  sugli scaffali, nei cesti e  nell'armadio, dando ad ognuno un posto definitivo.

Li guardò e carezzò lungamente e se ne andò a letto dopo aver salutato teneramente sua madre che, non vedendo il solito disordine,  rimase meravigliata.
Al  caldo tra le coperte, il bimbo alzò una  mano per salutare il soldatino di legno che sopra uno scaffale stava sull'attenti impettito, poi cadde in un sonno profondo e tranquillo.
Il soldatino strizzò l'occhio al grosso orso che sedeva in un cesto di vimini, il quale in risposta alzò la zampa pelosa.
Ambedue felici e soddisfatti del loro operato, vegliarono sul bimbo addormentato.

 

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I VESTITI DELLA NONNA

 

 

Due sorelline, Miria e Minia, che vivevano in città,  andarono  un giorno  dalla  loro  vecchia nonna  che abitava in campagna, tra il  verde  dei prati,   alberi   carichi  di   frutta,   pulcini, uccellini ed altri animali domestici.
Le  due  bimbe si entusiasmarono subito  a  quella vita  ed aiutavano volentieri la nonna  nelle  sue faccende: raccoglievano le uova appena  scodellate dalle  tre gallinelle nel pollaio, davano loro  da mangiare  dorati chicchi di grano,  coglievano  la frutta  dagli alberi, mungevano la magra  capretta che pascolava nel prato.Lavoravano sì, ma si divertivano un mondo!

Un pomeriggio un pò nuvoloso - stava quasi per piovere - le due bimbe decisero di rimanere in casa a giocare e, mentre la nonna riposava accanto al  caminetto, salirono le scale che portavano in soffitta.
"Quassù  - disse Minia - troveremo certo qualche bel  gioco, qualche bambola della nonna di quand'era piccola". 

Miria annuì, anche se aveva un pò di paura di tutto  quel buio, ma si fece coraggio ed aprì la piccola  finestra sul tetto, rischiarando  l'ampia stanza.
Quanta   polvere   sui  vecchi   mobili!   Qualche ragnatela   argentea  negli  angoli  pendeva   dal soffitto  come una tenda preziosa, a  decorare  un vecchio specchio con la cornice dorata, un pesante comò intarsiato, dei libri polverosi ed un baule.

"Quanta  roba! - esclamò Minia - Forse nel  baule troveremo dei giocattoli!".
Si  rimboccarono le maniche, spolverarono la superficie  del baule e lo aprirono ma dentro non vi erano altro che vestiti.

Un pò deluse, le due bimbe li tirarono fuori e li appesero ad un'asse che correva lungo un muro della soffitta.
"Così prenderanno un pò d'aria - disse Miria, la più  giudiziosa  -.  Eppoi  potremmo  provarceli, sembrano  fatti  apposta per  la  nostra  statura.

Guarda che strano, non sono per niente impolverati, benchè siano  anni  ed  anni   che nessuno li indossi, sembrano proprio nuovi!".
E così dicendo, ne prese uno tutto  pizzi, farpalà, con grandi balze colorate ed una cintura ricoperta di piccoli fiori di pesco di stoffa.
"Io  lo  misuro"  disse Minia e si  tolse  il  suo abitino  di  cotone ed  indossando  il  frusciante vestito, si sistemò alla vita la bella cintura  e si pavoneggiò per la stanza.

"Aspetta...  - ribattè Miria - ne voglio provare uno anch'io" e di fretta prese  un  bell'abitino alla  marinara,  bianco con righine azzurre, un buffo  colletto  ed un gran fiocco sul  retro  che fecero ridere di cuore la sorellina.

Le bimbe avevano appena indossato i due  vestitini che  la  nonna, ormai sveglia, le  chiamò;   esse risposero che stavano per scendere ma, poco  dopo, eccola  lì  in  soffitta anche  lei,  gioiosa  ed affannata.

"Vi ho trovato, biricchine - esclamò la vecchina con un sorriso - lo sapete  che  anch'io adoro  venire  quassù  a  rivedere  le  mie  care vecchie cose.
Quanti  ricordi mi suscitano, quante persone care che non ci sono più!"

"Che  buffo cappellino, nonna - disse Miria, mettendoselo in testa - com'è grazioso!  Di  chi era? Era tuo? Quando lo portavi?...".
Una sequela di domande si affollava alla mente delle due bimbe che si strinsero  intorno  alla vecchia  signora che, felice di  poter  rispondere alle sue nipoti, s'immerse nell'atmosfera  radiosa della  sua infanzia, traendo dallo  scrigno  della memoria   i   preziosi  ricordi   che   conservava gelosamente.
E  raccontò loro dei bei momenti d'allegria,  dei momenti  tristi, dei giorni di vacanza, di  quelli di studio, degli amici, dei parenti...

Le  bimbe l'ascoltavano affascinate dalle  storie,  sedute accanto a lei su due vecchie seggioline.
Il volto pieno di rughe dell'anziana signora sembrava liscio e levigato come un tempo, il suo sorriso era dolce e i suoi occhi ridevano quasi fosse  una  bimba  anche lei; i bianchi capelli brillavano  quasi  fossero d'argento,  mentre  lei instancabile parlava del tempo passato.

Fuori della finestrella la pioggia, preannunciata da qualche tuono qua e là, si era allontanata in altre direzioni ed un timido sole quasi al tramonto era tornato.
Le  due  bimbe  si  affacciarono a guardare i meravigliosi colori del cielo.
La  nonna taceva, ora. La magia evocata  dai  suoi bei vestitini d'un tempo, era finita. Le sue care vecchie cose giacevano lì nel baule ormai inutilizzabili!

Miria e Minia si tolsero di dosso gli indumenti, i cappellini, le cinture e    li riposero accuratamente, chiudendo il pesante coperchio pieno di  borchie  di  ferro con un  pò  di tristezza.
Miria, con una vocetta acuta che cercava di scacciare la malinconia, disse alla nonna: 
"Sono  dei vestiti bellissimi, cara  nonna,  quasi magici!
Mentre  noi li indossavamo e tu ci  raccontavi  di quando li portavi, a me e a Minia sembrava proprio di  essere lì, in quei posti che  ci  descrivevi, con  quelle persone, amici e parenti che ti  erano intorno.
Ed il tuo viso, in quel momento, era così giovane e  bello che anche tu sembravi una  bambina,  come allora".

Miria e Minia si avvicinarono alla vecchia signora e l'abbracciarono forte, con affetto.

La nonna era commossa, ma cercava di non darlo a vedere alle sue nipoti,  le  abbracciò dicendo:
"È stato un pomeriggio molto bello, non è vero?Torneremo ancora insieme quassù, un altro giorno, guarderemo  tra  gli  altri  miei  ricordi  e   vi racconterò altre belle storie...".

 

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UNA GITA IN CAMPAGNA

 

Jenny e Giacomo sono due  fratellini  che vivono  in  una  grande  città  soffocata dalle costruzioni, con pochi alberi e fiori. Vanno  a scuola  e  sono  molto diligenti; ogni giorno  studiano con piacere e  dopo aver fatto i  compiti
giocano con i loro balocchi preferiti.
Un giorno i loro genitori decidono di condurli in campagna  ed i due piccoli attendono con ansia  di arrivarci.
Eccola,  finalmente, la  campagna:  prati d'erba verde e  setosa, fiori a non  finire, alberi altissimi ed ombrosi ed un piccolo fiume  in  cui nuotano  anatre  e  cigni...

    
Jenny e Giacomo guardano tutto con occhi meravigliati ed assaporano l'aria   fresca  e fragrante,  ascoltando  gli uccellini che cinguettano allegri sui rami.
Si aggirano intorno correndo ed esclamando ad alta voce: "W la campagna! ".
Arrivata  l'ora del pranzo, la  mamma  stende sull'erba una tovaglia tutta fiori che si confonde col prato e  distribuisce arrosto e panini ed infine un dolce saporitissimo. La  mamma e il papà s'addormentarono poi sull'erba,  mentre i due bimbi decidono di esplorare i dintorni: improvvisamente un cagnolino appare  tra  gli alberi e si avvicina ai due fanciulli guaendo in cerca di carezze e seguendoli poi, passo passo, durante la loro escursione.

  
I due fratellini si dirigono verso il  fiume che  è  tutto un ondeggiar di papaveri lungo le rive; tra i sassi gracidano le rane, grossi  pesci escono  dall'acqua e vi si rituffano compiendo balzi nell'aria, dei funghi colorati   fanno capolino tra le radici degli alberi.
I bimbi e il cagnolino si stendono sull'erba con le mani immerse nell'acqua e parlottano tra di loro: "Non avrei mai immaginato che la campagna fosse così   bella  -  dice Giacomo entusiasta - Mi piacerebbe proprio vivere qui". E Jenny gli fa eco: "Anche a me!".      

    
Improvvisamente accanto a loro s'alzano delle vocine flebili che dicono: "Bravi, siete proprio due bravi bambini". Sono i fiori rosa e azzurri che   muovendo delicatamente le  corolle stanno  parlando  tutti insieme. 
Un rospo, che è il principe dello stagno, con voce roca li ammonisce: "Quando tornerete in città non dimenticate questo giorno. Ricordate di  parlare con  gli   altri ragazzi, raccontate loro quanto è  bella la campagna...".
E un altro, fermo su una splendente ninfea, continua: "Raccomandate loro, però, di aver rispetto della natura, di non inquinarla  con i  distruttivi prodotti che provengono dalle città e dalle fabbriche. Altrimenti, tra poco la  natura si ribellerà: i campi non daranno più  frutti, i prati non più fiori, i fiumi non più pesci! Ditelo a tutti i vostri compagni,  affinchè sappiano cosa  li attende se infrangeranno le regole della natura!".
E dopo questa lunga filippica, il rospo si tuffa nel fiume e ne raggiunge il fondo melmoso dove vive.

Jenny e Giacomo, seguono a bocca aperta per lo stupore tutto ciò che accade intorno a loro ed annuiscono, approvando le parole che hanno appena ascoltato.  Si alzano in fretta e, seguiti sempre dal cagnolino, tornano presso i genitori  che  li stanno cercando. È ora di far ritorno in città, purtroppo.
I due bimbi vorrebbero tanto che il loro piccolo amico li seguisse nel loro   appartamento in città, ma poi pensano che il cagnolino sarà molto più felice lì in campagna,all'aria aperta,tra i fiori e i colori della natura. Lo accarezzano con affetto e lui guaisce come  se avesse capito.

    
Poi prendono posto sull'auto e mentre stanno partendo si voltano indietro  a guardare quell'angolo di mondo così perfetto
E Giacomo, senza esitazioni, annuncia, con quella voce già da adulto: "Da grande studierò le piante e gli  animali e verrò a vivere in campagna per poterli curare  da vicino!".
Jenny  che è ancora piccola per  prendere  grandi decisioni,  dice solo:"Anch'io voglio  venire  con te!”.

 

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LA FARFALLINA IMPAURITA

    

Una farfallina, dipinta di mille bellissimi colori su di una scatola di dolciumi, stanca di star sempre ferma sulla dura superficie di  latta, decise un giorno di andare in giro per il mondo. Mosse le piccole ali, spiccò il volo e si fermò sul davanzale della finestra aperta, tutta allegra per quella sua decisione. 

Il mondo se l'era immaginato tutto azzurro  e verde, come nel dipinto da cui era  fuggita: un cielo terso con tante nuvolette serene, la terra carica di frutti, con tanti alberi ricchi di fiori bianchi e rosa e intorno,  nell'aria  profumata, uccellini cinguettanti...
    
Che delusione! Dalla strada salivano i rumori del traffico cittadino,  esalazioni che la stordivano, una polvere scura che le impediva di respirare. 
Eppoi, un andirvieni frenetico di mostruosi veicoli a due, tre, quattro ruote e  di esseri umani che correvano più che camminare, scuri in volto, gli occhi chini a terra anzichè rivolti al cielo, protesi in una folle corsa senza meta. 

E i palazzi grigi, gli alberi grigi, il selciato grigio... 
Neanche le grida  gioiose dei pochi bambini che ancora giocavano per le vie, sembravano poter  spezzare quella  coltre di tetraggine e di apatia.

La piccola farfalla battè, sconvolta, le piccole ali e silenziosamente  tornò indietro, riprendendo il suo posto di prima, nel suo  mondo limitato  sì, ma accogliente. Immobile, sul ramo di pesco odoroso, attorniata da uccellini e  fiori multicolori, essa era immensamente felice...

 

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IL PAVONE E LA CICOGNA

 

 

Nel parco d'un castello abitato da un re s'aggirava, solitario e maestoso, un pavone dalle magnifiche piume che sembravano tempestate di pietre  preziose.

Passava lì, tranquillamente, tutte le sue giornate  specchiandosi nelle acque  placide  d'un piccolo  lago, dicendo a voce alta:
"Sono davvero bello con questo piumaggio ricco di colori. Nessuno è bello come me!".
E tutto il giorno lo trascorreva così, senza far nulla dall'alba al tramonto, dimenando  nell'aria la sua coda multicolore.

Una cicogna che passava sopra il lago con un involto stretto nel becco, incuriosita da quello scintillio di colori, discese lentamente a  terra, per  vedere di cosa si trattasse. Si avvicinò al pavone e l'apostrofò con voce dolce: "Come sei bello, tu devi essere il principe degli uccelli, il pavone; ho sentito molto parlare di te!".

"Sì - annuì il pavone con sussiego - io sono il principe degli uccelli,  decantato per la mia bellezza, per il mio portamento, per i miei colori!".
"E cosa fai in questo bel parco? - aggiunse la cicogna, curiosa.
"Niente -  le rispose il pavone - giro per il giardino, mi specchio..." .
"Non ti annoi? - chiese la cicogna - non ti senti inutile, senza far nulla?".

"Inutile io, brutta screanzata?! Io sono l'immagine stessa della bellezza e quindi non sono inutile. Tu, piuttosto, con quelle tue gambette magre e quel collo e quel becco così sottili! Certo non sei affatto bella! Tu sì che sei inutile!".

"Sarò anche brutta - disse la cicogna per niente avvilita - ma io ho un'importantissima missione da compiere: volo tutto il giorno portando a destinazione i neonati che vengono al  mondo. Li consegno ai loro genitori che mi ringraziano affettuosamente e poi ritorno a prenderne degli altri... ho sempre un gran daffare, mai un attimo d'ozio. E sono contenta così! Anzi, ho già fatto tardi, debbo andar via...  mi aspettano... Addio!".

E s'innalzò, leggera e felice nonostante  il fardello che portava.
Il pavone l'osservò scuotendo la testa e rimase sulle  rive del lago a  specchiarsi, compiaciuto, nelle limpide acque...

 

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IL PALLONCINO COLORATO

 

 

All'angolo d'una strada, un venditore di palloncini esortava i passanti ad acquistarne uno per i propri figli o nipoti.
Molti si fermavano a comprarne uno da portare a casa come un dono, alcuni tirati per la manica dai  loro bimbi appena usciti dalla scuola.

Uno zingarello che passava per caso lì davanti si fermò  a contemplare il grappolo dei palloncini colorati; ne avrebbe voluto tanto uno anche lui, per mostrarlo fiero ai suoi compagni. Ma non aveva neppure  un  soldino  e non  voleva chiederlo al venditore  che forse l'avrebbe scacciato  in  malo modo.

Decise, così, di  rubarlo approfittando d'un momento di distrazione  dell'uomo,  intento a contare il gruzzolo che aveva guadagnato nella mattinata.  Gliene  staccò abilmente uno rosso dalla cintura a cui erano assicurati uno ad uno e stava per scappar via  felice ed inosservato, quando il venditore, voltandosi di scatto per non so quale ragione, si trovò faccia a faccia col ladruncolo.

Tentò di afferrarlo ma l'uomo era goffo e pesante ed il fanciullo leggero ed esile, tanto leggero che la spinta verso l'alto del palloncino lo fece subito staccare da terra e salire in alto, sempre più  in alto, sotto gli occhi esterrefatti dell'ambulante che, cominciò a gridare affinchè qualcuno si ingegnasse a riportarlo a terra.

Il piccolo zingaro, invece, era contento come non mai: saliva sempre più in su, finchè non incontrò un gruppo di nuvole bianche che l'inghiottirono alla vista di grandi e bambini che osservavano  la  scena  col  viso  rivolto   verso l'alto.

Dopo il primo momento d'euforia, però, il  bimbo si sentì sgomento poichè le nubi lo avvolgevano  tutto, tanto che ormai non distingueva più  nulla; poi  all'improvviso, si diradarono facendogli scorgere un lembo di terra sollevato nel cielo pieno  di tutte le cose che piacciono ai bimbi: prati per correre, ruscelli per immergere  i piedini affaticati dalle lunghe corse e giochi a non finire sparsi sull'erba.
Più in là una giostra colorata ed invitante girava, girava e sopra vi erano tanti bambini che l'incitarono a salire in groppa ad un cavallino nero. 

Lo zingarello non se lo fece ripetere due volte e mentre girava scorse in lontananza un castello, proprio come l'aveva sempre immaginato e desiderò di  potervisi recare.
Neanche un attimo dopo, il cavallino su cui si dondolava con un balzo si staccò dalla giostra e si avviò in direzione del maniero.
Il bimbo salutò i ragazzi che continuavano a girare sui loro cavalli e senza  timore galoppò verso quella sua nuova avventura.

Il ponte levatoio era stato calato giù da invisibili guardiani ed il cavallino entrò al trotto  nel grande cortile dove il bimbo smontò, guardandosi  intorno e cominciando a provare un pò di timore; ma ecco, una voce dolcissima lo chiamò dalla finestra. 
Il bimbo senza porsi domande si avviò per una scalinata ed entrò in un vasto salone dove, su un trono d'oro, una signora dal viso delicato e dagli occhi  ridenti gli fece cenno di avvicinarsi :
"Vieni, - gli disse – ormai qui sei al sicuro. Avrai ciò che vorrai, non dovrai più mendicare e nessuno ti  chiamerà ladro.  Potrai mangiare e giocare a sazietà  ed io ti amerò come un vero figlio".
E si chinò su di lui maternamente.

Lo zingarello la guardò un pò intimorito ma poi si fece coraggio, le andò in   grembo e l'abbracciò; quella era davvero la sua mamma mai conosciuta  che lo cullava con amore!
Era proprio stanco, adesso, dopo quel lungo viaggio  ed  appoggò  sulla  spalla  della bella signora  la sua testolina scura.

Gli occhi gli si chiusero lentamente ma, fece ancora in tempo a guardare,  oltre  la finestra aperta, un vasto campo dove tanti altri bambini della sua età  giocavano  spensieratamente. 
Ed ognuno di essi stringeva tra le mani un bel palloncino colorato...!

 

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LA GALLINA CHIACCHIERONA

 

 

 

Una grossa gallina padovana dalle belle piume multicolori  si pavoneggiava, fiera della  propria bellezza e passava la giornata a parlottare con le altre galline: "Cocò, cocò, cocò...". Era un continuo di  pettegolezzi, notizie, impertinenze.

Ed anche le galline più  chiacchierone, alla fine, quando la  vedevano  da lontano, cambiavano strada per non doversi fermare troppo a lungo.
Ognuna di esse aveva un gran daffare nel pollaio e non poteva perdere tempo.

Ma la gallina ciarliera riusciva sempre a trovare qualche giovane faraona ancora sprovveduta, che non riteneva gentile scappar via di corsa prima che essa avesse terminato  i suoi discorsi.
Così passava l'intera mattinata: ora fermandosi sul ciglio della strada, ora  in  qualche altro pollaio dove ferveva un alacre lavoro, ora accanto a qualche pozza d'acqua ove vedeva riflessa la sua immagine e, credendo di parlare con   qualche gallinella d'acqua, s'intratteneva a lungo.

Erano quelli monologhi in cui poteva esprimere il meglio di sè, poichè  l'interlocutrice pareva attenta ed interessata, annuiva di tanto in tanto  e la gallina padovana poteva toccare ogni argomento, esprimere le proprie idee senza  esser interrotta o contraddetta.

Le altre galline del pollaio che non erano così stupide come si dice e,   tanto più intelligenti della gallina chiacchierona, visto che  non riuscivano in alcun modo a toglierle il vizio di disturbarle durante il lavoro, decisero di risolvere la situazione.
Nella rimessa accanto al pollaio il padrone aveva molti vecchi oggetti ormai fuori uso e tra di essi un grande specchio senza cornice.

    

Una notte, mentre la gallina chiacchierona finalmente dormiva, le altre galline unendo i loro sforzi,  riuscirono a trasportare lo specchio nel pollaio,  proprio  dinanzi al pagliericcio della loquace pennuta.
La  mattina dopo, non appena essa si svegliò trovò dinanzi a sè una nuova  interlocutrice  e cominciò a parlare, a spettegolare ed informare la nuova venuta, sciorinandole addosso un fiume di  parole.
Non si mosse più di là e gli abitanti del pollaio, felici di quella trovata, riuscirono a compiere i loro lavori senza tema d'esser  più disturbati.

 

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GLI UCCELLI CANTERINI

 

 

Alcuni uccelli appollaiati su un ramo stavano cantando in coro una bellissima canzone; la loro dolcissima voce si spandeva nell'aria con armonia e  tutti  gli animali del bosco  si  fermarono  ad ascoltare quell'improvvisata orchestrina.

Solo il serpente continuò a vagare nell'erba in  cerca di possibili prede e intanto  sibilando, diceva tra sè:
"Ma sì, cantate, incantate tutti gli animali  del bosco; così non mi sentiranno arrivare alle loro spalle e potrò facilmente afferrarli tra le mie spire e farne un solo boccone!".

Era gonfio di velenosa invidia verso i piccoli cantori a cui la natura  aveva dato un così bel dono, mentre a lui aveva regalato solo quell'insistente  sibilo che incuteva terrore in ogni essere umano.

Strisciò  furtivamente alle  spalle degli animali che si erano fermati in una radura ad ascoltare la voce degli uccellini e, nonostante le intenzioni, si fermò anch'esso, rapito dai modulati gorgheggi di quegli esseri piumati, così piccoli eppure così potenti.

Non si avvide, quindi, che dietro di lui, acquattata nell'erba, c'era una  mangusta  che, sorpresolo così immobile dinanzi a sè, gli si avventò contro e ne fece un sol boccone.

Gli altri animali della foresta non si erano accorti  di nulla e tantomeno se ne accorsero gli uccellini intenti ai loro vocalizzi che tranquillamente  continuarono a riempire l'aria circostante con il loro coro.

 

Continua

 

 

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https://www.comacchio.it/scheda/244/Giornata-Mondiale-Autismo-palloncini-blu-in-volo-sopra-Codigoro

https://www.animalpedia.it/perche-il-pavone-fa-la-ruota-1024.html

 

https://www.italcasadecor.com/Product/1979/

http://www.sapere.it/sapere/approfondimenti/animali/uccelli/cicogna-bianca.html

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