Rubriche di
Patrizia Fontana Roca

 

COLLABORAZIONI

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LA PRIMA CROCIATA

 


Il 18 Novembre 1095 si riunì a CLERMONT, una cittadina della Francia meridionale, un concilio a cui intervennero quasi trecento vescovi provenienti da tutta Europa. All’ordine del giorno temi di normale amministrazione  tra cui i rapporti adulterini del re di Francia e l’acquisto delle cariche ecclesiastiche da parte dei ricchi; della preparazione di una crociata non si faceva cenno.
Comunque a tutti era noto che URBANO II aveva  in serbo uno speciale messaggio da comunicare durante i lavori del concilio, ma  nessuno ne conosceva il contenuto.

Papa Urbano, al secolo Oddone di Lagery di origine francese, era stato eletto papa il 12 marzo 1088, aveva studiato a Reims ed eletto  priore  dell’abbazia di Cluny. Mentre  il concilio discuteva sulle questioni sopra indicate, aumentava il numero delle persone che si recavano a Clermont per udire questo importante messaggio papale che finalmente il 27 Novembre 1095 Urbano pronunciò; un discorso gravido di conseguenze per la storia.

In sintesi egli indisse una crociata col fine di liberare i luoghi santi dai nemici di Dio, cioè i musulmani, invitando i cristiani a formare un’armata numerosa.
Era l’ora disse, che i cristiani smettessero di farsi guerra tra loro ma che indirizzassero il loro valore militare contro i nemici di Dio ed ai peccatori partecipanti alla crociata promise il perdono di tutti i peccati ed a coloro che vi avessero perso la vita, in battaglia o in viaggio, il Paradiso.
Il Papa non aveva ancora finito di parlare che già la folla gridava a gran voce “Dio lo vuole, Dio lo vuole”.
L’entusiasmo dei presenti fu enorme, un momento di grande emozione avvolse tutti i presenti che si lasciarono andare a scene al limite del fanatismo.


Fu stabilito che la crociata voluta da Dio partisse il 15 agosto 1096  giorno dell’Assunzione e che i cristiani partecipanti alla liberazione dei luoghi santi in nome della croce avessero un segno esteriore come riconoscimento e fu deciso che ognuno si cucisse sulle spalle della sopravveste una croce simbolo della propria consacrazione; nacque così il 27 novembre il “crociato”.
Il messaggio di Clermont cominciò a propagarsi rapidamente per tutta l’Europa e schiere di fedeli aderirono entusiasticamente al richiamo papale anche grazie a numerosi individui che si improvvisarono predicatori i quali giravano per le città esortando alla crociata contro gli infedeli ed alcuni di essi garantivano la bontà di tale impresa con presunte loro visioni celesti.
Obiettivamente però accanto al genuino fervore religioso ciò che spinse decine di migliaia di cristiani verso al Terrasanta fu la possibilità di acquisire ricchi bottini e per i ricchi nobili feudatari la possibilità di impadronirsi di nuove terre da sfruttare economicamente.

 

LA CROCIATA DEI POVERI

Pietro l'eremita predica la liberazione dei luoghi santi

Tanto era l’entusiasmo che regnava in tutta Europa che la crociata ufficiale fu anticipata da una spedizione raccogliticcia che passò alla storia col nome di “crociata dei poveri”, composta per lo più da rozzi contadini, avventurieri, fanatici e nobili impoveriti, ma scarsissima di veri soldati e cavalieri che invece aderirono in massa alla crociata ufficiale che doveva partire il 15 agosto 1096.

Tale spedizione era guidata da uno strano personaggio: PIETRO L’EREMITA, un uomo magro e di bassa statura che per essere vissuto per qualche tempo tra i boschi come eremita fu appunto soprannominato “eremita”. Ma se il suo aspetto fisico non destava nessuna emozione, quando cominciava a predicare era preso come da un fuoco sacro che lo trasformava e gli dava  la forza  di trascinare e persuadere molte persone.
Egli insieme ai suoi discepoli girò l’Europa in lungo e in largo invitando i cristiani a partecipare alla sua crociata per liberare i luoghi santi e la  predicazione fu così convincente che decine di migliaia di persone si unirono a lui per partecipare all’impresa.

Questi crociati partiti nei primi mesi del 1096 dopo aver seminato sul loro cammino stragi, ruberie e molte nefandezze che sarebbe lungo descrivere perché molti furono gli episodi, si dissolsero rapidamente a causa della sconfitta subita ad opera dei turchi nella battaglia  di CIVETOT  in cui decine di migliaia di loro persero la vita.
I turchi non si limitarono all’uccisione dei combattenti, ma presi da un furore irresistibile sterminarono anche tutte le donne, i bambini e i preti che  li accompagnavano, tanto che da Civetot fino al mare vi era una sola distesa di cadaveri: oltre 20.000 esseri umani  giacevano morti e insepolti, preda degli avvoltoi e delle fiere selvatiche.

La crociata di Pietro l’Eremita era tragicamente finita.

 

LA CONQUISTA DI GERUSALEMME

Mentre tutto questo avveniva, Urbano II nominava suo vicario e quindi capo della crociata ufficiale un vescovo: ADHEMAR DE MONTEIL vescovo di PUY, il quale già qualche anno prima era stato in pellegrinaggio in Palestina e  quindi ne conosceva i luoghi e la situazione politica.
A causa di motivi legati all’organizzazione ed alla logistica,  le forze  crociate  invece di partire il 15 agosto come stabilito si misero in movimento solo nel mese di ottobre, suddivise in cinque armate per un totale di circa centomila uomini  i quali pur partendo da luoghi differenti si diedero come luogo di riunione Costantinopoli, per poi  marciare decisamente  su Gerusalemme.

Tali armate erano guidate da personaggi come il conte UGO di VERMANDOIS, fratello del re di Francia, GOFFREDO di BUGLIONE partito dalla Lorena col suo esercito di lorenesi, BOEMONDO di TARANTO a capo di un esercito di normanni, il conte RAIMONDO DI TOLOSA con un esercito di provenzali, il duca ROBERTO DI NORMANDIA e ROBERTO DI FIANDRA con i loro rispettivi eserciti.
La marcia delle armate cristiane dopo varie peripezie ebbe termine ed una dopo l’altra giunsero a Costantinopoli nei primi mesi del 1097,  suscitando gran timore tra i capi  musulmani che compresero immediatamente che questa volta avevano a che fare con un esercito vero e potente  e non con una accozzaglia di sbandati come quello di Pietro l’eremita.

Moneta emessa sotto Alessio Comneno


Dopo che i capi degli eserciti latini ebbero riconosciuto la sovranità dell’imperatore bizantino ALESSIO COMNENO e promesso che sarebbero state restituite all’impero tutte le città bizantine conquistate ai turchi (siamo in pieno feudalesimo), le truppe crociate si misero in marcia con destinazione NICEA, da qualche anno capitale selgiucide  e dove nel 325 d.c. ebbe luogo il primo concilio ecumenico della Chiesa.

Ma la conquista di questa città non molto lontana da Costantinopoli  non aveva solo un valore simbolico ma era soprattutto un obiettivo strategico perché chi la controllava, controllava anche l’accesso all’Anatolia la quale protetta da ogni lato da montagne era accessibile solo attraverso pochi passi.

Mentre si dirigevano verso il loro obiettivo, giunti nelle campagne intorno a Civetot i pellegrini si imbatterono in uno spettacolo orripilante: migliaia di ossa e teste umane mozzate giacevano nelle campagne circostanti; era tutto quello che rimaneva dell’esercito di Pietro l’eremita massacrato mesi prima. Tale infelice visione non fece altro che accrescere  nei loro  cuori  sentimenti di odio,vendetta e determinazione nella lotta contro il nemico, decidendo di non aver misericordia nei loro confronti, sapendo  bene che in caso di sconfitta i nemici non ne avrebbero avuta a loro volta.

Finalmente nel giugno 1097 i crociati giunsero davanti alla città di Nicea, città quasi imprendibile protetta da forti mura e oltre duecento torri, ma i capi turchi compresero subito la gravità della situazione chiedendo immediatamente aiuti al Sultano che nel frattempo era distante dalla città.
Il sultano KILICH ARSLAN dopo una breve riunione con i suoi consiglieri si convinse che l’unica possibilità di sconfiggere il nemico  consisteva in un attacco improvviso ed immediatamente si mise in marcia col suo esercito composto da decine di migliaia di soldati e migliaia di cavalieri con destinazione  Nicea.

La battaglia, che si svolse vicino la città, fu molto sanguinosa ma dopo un primo momento favorevole ai turchi, i crociati ebbero il sopravvento decimando i nemici con estrema ferocia. Non ci fu misericordia: coloro che si arrendevano venivano massacrati e le loro teste spiccate dal corpo, anzi  dopo la fine della battaglia anche ai morti furono  tagliate le teste e parte di esse furono inviate all’imperatore bizantino a riprova della loro vittoria, mentre le altre teste rimaste furono lanciate con le catapulte nella città  con lo scopo di intimorire gli assediati.

La vittoria sui turchi, però, non significò la conquista della città e l’assedio continuò ancora per qualche tempo senza particolari episodi significativi e senza che i crociati in tale periodo  si trovassero   in difficoltà perché poterono contare sull’aiuto dei bizantini che con la loro flotta li rifornivano di cibo e di armi.

Mentre infine si decise di iniziare un attacco massiccio contro la città con l’esercito  schierato per la battaglia, tra lo sbalordimento generale i crociati videro sventolare sulle torri della città i colori imperiali bizantini!
Era successo che la città durante la notte si era arresa all’imperatore bizantino,  il quale all’insaputa dei crociati  aveva tempo addietro stabilito contatti segreti con i capi della città offrendo loro termini di resa molto generosi, garantendo  in caso di resa  la salvezza della vita ed  un salvacondotto per la moglie del sultano rimasta chiusa in città ed a tale generosa offerta i turchi cedettero consegnando la città ai bizantini che prontamente ne presero possesso.

Alle proteste dei crociati che si videro privati del saccheggio e del relativo bottino, Alessio rispose con l’elargizione  ai capi crociati di molti doni in denaro ed oggetti d’oro (che in realtà aveva ricevuto dai turchi), mentre la fanteria si dovette accontentare di una distribuzione di viveri creando tra  questa gente un forte risentimento verso i loro comandanti.

La caduta di Nicea invece di costituire un momento di profonda soddisfazione tra i cristiani, mise in risalto tensioni che saranno destinate a persistere per tutta la durata della crociata; infatti fra i combattenti che si sentivano vittime di una grave ingiustizia si instaurò un tacito accordo: la prossima volta non avrebbero dato ascolto a nessuno ed ognuno avrebbe potuto tenere i beni accaparrati. Con questi sentimenti, i crociati si rimisero in marcia il 26 giugno 1097 attraverso l’Anatolia dividendosi in due forze distinte ed avendo come obiettivo Gerusalemme.

Mentre alcuni capi crociati marciavano sicuri  in avanscoperta con numerose truppe, l’esercito turco al comando del sultano stesso,  tese  loro un’imboscata nei pressi di DORILEO con l’intento di fermarne la marcia nell’Anatolia. Il 1° luglio 1097 all’alba un attacco improvviso si scatenò contro l’accampamento crociato dando inizio ad una feroce battaglia che all’inizio fu favorevole ai turchi ma proprio quando sembrava che la sconfitta cristiana fosse inevitabile,  l’arrivo di rinforzi cristiani cambiò l’esito della battaglia e i musulmani dovettero fuggire velocemente verso luoghi più sicuri, abbandonando salmerie e rifornimenti  e lasciando sul terreno tremila morti : la via per l’Anatolia era libera.

Verso la fine di ottobre il corpo principale delle forze cristiane giunse ad ANTIOCHIA, città importante e centro commerciale di prima grandezza, cinta  da imponenti mura entro cui risiedeva una forte guarnigione selgiuchide sotto il comando dell’emiro YAGHI SIYAN dando  subito  inizio all’assedio.
Tale città doveva essere necessariamente conquistata perché non sarebbe stato possibile marciare verso sud alla volta di Gerusalemme lasciandosi alle spalle la forte guarnigione turca che stazionava in città, era un po’ come avere un pugnale puntato alle spalle.
L’assedio fu lungo e difficile per i crociati  a causa soprattutto della scarsità  di cibo in parte causato dalla distruzione all’inizio dell’assedio dei fertili campi e dei frutteti  antistanti la città.

La situazione divenne così critica che Boemondo di Taranto  e Roberto di Fiandra con circa 20.000 soldati si mossero verso zone più lontane con l’intento di procurarsi quanto più cibo possibile, ma tale partenza non passò inosservata  tanto da spingere i turchi a tentare una sortita per sopraffare i cristiani rimasti,  ma tale incursione non riuscì e solo con grande difficoltà riuscirono a ritornare in città ed impedire l’entrata dei crociati.
Nel frattempo le truppe di Boemondo e Roberto di Fiandra spintosi per oltre 100 chilometri alla ricerca di cibo si imbatterono in un grosso esercito turco  ingaggiando una violenta  battaglia in cui  i turchi furono battuti anche se non in modo schiacciante, tanto che poterono ritirarsi in ordine e con molti prigionieri.

Nonostante queste battaglie vittoriose ed altri scontri meno importanti, i principi cristiani non riuscivano a trovare il modo di conquistare la città  finchè  Boemondo  il 3 giugno 1098, grazie anche ad un traditore turco di nome FIRUZ,  riuscì con alcuni uomini a scalare le mura ed  entrare in città, occupare varie torri ed aprire una delle porte principali, facendo entrare i crociati che  si lasciarono andare ad una mattanza terribile non lasciando in vita nessun turco ne furono uccisi circa 10.000) e neanche l’emiro Yaghi Siyan  ebbe salva la vita in quanto fu ucciso e decapitato mentre tentava di fuggire: la città di Antiochia era divenuta cristiana.

La conquista di Antiochia avvenne giusto quattro giorni prima dell’arrivo di un forte contingente turco al comando dell’emiro di Mossul KIRBOGHA il quale a sua volta pose l’assedio alla città rinchiudendovi i vincitori. I crociati riparati in città, totalmente privi di viveri e con la cittadella ancora in mano ai turchi, allo stremo delle forze il 28 giugno 1098 al comando di Boemondo fecero una sortita e dopo una furibonda lotta costrinsero alla fuga i musulmani.
Con questa sconfitta i turchi non erano più in grado di impedire ai cristiani di marciare verso Gerusalemme, ma proprio in questo frangente le divergenze tra i capi cristiani aumentarono d’intensità e  causa scatenante fu la morte il  1° agosto 1098 del  legato papale il vescovo di Puy.
Queste loro rivalità  bloccarono di alcuni mesi  la partenza per la liberazione dei Luoghi Santi  tanto da costringere i pellegrini affamati a  ribellarsi e minacciare il ritorno alle loro case.

Finalmente il 13 gennaio 1099 il conte Raimondo di Tolosa mosse con le sue truppe in direzione della Città Santa, camminando scalzo come un semplice pellegrino in testa ad un corteo di oltre 10.000 uomini, presto seguito dagli altri principi con i loro eserciti.
Il cammino verso Gerusalemme procedette, a parte qualche piccolo scontro, senza grandi problemi ma ci vollero quasi cinque mesi per giungere finalmente alla meta agognata.

Varie fasi della Crociata


L’esercito cristiano che giunse sotto le mura di Gerusalemme il 7 giugno 1099 era composto da 12.000 fanti, circa 1.500 cavalieri e qualche migliaio di pellegrini: era  tutto quello che rimaneva  del grande esercito di due anni prima, ridotto così a causa  delle battaglie, delle malattie e della fame.

Immediatamente i crociati diedero inizio all’ assedio della città che era comunque fornita di robuste mura di cinta e provvista di varie cisterne ed un acquedotto d’epoca romana che provvedeva gli abitanti di acqua potabile. Il 13 giugno 1099 con molta veemenza i crociati si lanciarono all’assalto del lato settentrionale della città, ma dopo ore di accaniti combattimenti , non riuscendo a scalare le mura a causa della scarsità di scale e dall’assenza di torri d’assedio, dovettero ritirarsi  lasciando sotto le mura numerosi morti.

La situazione si fece critica ma a dare speranza ed entusiasmo ai cristiani delusi fu un certo prete visionario di nome PIETRO DESIDERIO  il quale affermando di avere avuto delle rivelazioni da parte del defunto vescovo di Puy, li convinse che per conquistare la città era necessario osservare un periodo di digiuno e organizzare una processione intorno alle mura di Gerusalemme.

Venerdì 8 luglio i crociati, scalzi e reggendo croci e reliquie, fecero una solenne processione intorno alla città tra il divertimento dei musulmani che sulle mura si godevano lo spettacolo. Fatto il giro della città, i crociati salirono sul monte degli Ulivi e lì ascoltarono il sermone del prete che assicurò loro la vittoria entro breve tempo. Questa volta la profezia si avverò!

L’assalto dei crociati iniziò la notte del 14 luglio ma inizialmente esso fu frenato dai turchi che si difesero coraggiosamente causando molte perdite agli assalitori anche grazie al “fuoco greco”,  un’arma composta da pece, zolfo, resina, grassi e carbone che mescolati all’acqua formavano una miscela incendiaria ed esplosiva, insomma una specie di napalm del mondo antico.

All’alba del 15 luglio 1099 gli assedianti ritornarono all’attacco con maggior veemenza e questa volta riuscirono a creare una breccia nelle mura  da dove centinaia e centinaia di crociati guidati da GOFFREDO DI BUGLIONE iniziarono ad entrare riversandosi all’interno della città e dando inizio ad una terribile strage, un orrendo massacro che rimarrà una macchia indelebile nella storia pur gloriosa delle crociate.

Il racconto di quell’evento tragico e sanguinoso è descritto in modo mirabile nelle pagine di un cronista medievale:
 “Tra i primi entrarono Tancredi e Goffredo di Buglione, che in quel giorno versò una quantità incredibile di sangue. Dietro di loro tutti gli altri salivano le mura ed i saraceni erano ormai sopraffatti e tutte le mura e le torri della città furono conquistate. Allora si cominciarono a vedere cose orribili : alcuni, ed era per loro una fortuna, avevano la testa troncata; altri cadevano dalle mura crivellati di frecce, moltissimi altri infine bruciavano tra le fiamme. Per le strade e le piazze si vedevano mucchi di teste, mani e piedi tagliati, uomini e cavalli correvano tra i cadaveri. Ma abbiamo ancora detto poco: veniamo al Tempio di Salomone nel quale i saraceni erano soliti celebrare le loro solennità religiose. Che cosa vi era avvenuto? Se diciamo il vero, non saremo creduti; basti dire che nel tempio e nel Portico di Salomone si cavalcava col sangue all’altezza delle ginocchia e del morso dei cavalli...” .

Credo che questa breve narrazione sia più che sufficiente per comprendere l’orrore che seguì alla presa di Gerusalemme, la quale fu conquistata  nel nome della croce e del Salvatore Gesù il quale, sono sicuro, di fronte a tanto orrore si sarà coperto il volto e vergognato di tali fedeli!

Solo pochissimi musulmani dietro il pagamento di un notevole riscatto  poterono  sfuggire al massacro, gli altri pagarono con la vita  la loro fedeltà ad Allah, anzi neanche gli ebrei  furono risparmiati dalla furia omicida:  rifugiatisi nella sinagoga principale, furono  rinchiusi dentro ed  arsi vivi. In totale  secondo i cronisti dell’epoca trovarono la morte tra  i 50.000 e i 60.000 esseri umani.

Dopo quasi 500 anni di egemonia  straniera Gerusalemme tornava ad essere cristiana, ma  papa Urbano II  l’artefice della crociata, non visse abbastanza per godere di tanto trionfo; infatti morì il 29 luglio 1099 due settimane dopo la conquista di Gerusalemme e prima che tale notizia  potesse giungere a Roma.

 

 

Foto fornite da Cartantica

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