Rubriche di
Patrizia Fontana Roca

POESIE

 

Le poesie sottoriportate sono state scritte da Patrizia Fontana Roca di Cartantica e sono proprietà esclusiva di Cartantica, ma la riproduzione delle stesse verrà concessa, citando la fonte, previa richiesta e specificando l'utilizzo.

 

 

Silloge

DEDICHE

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DEDICA


Mio Dio, ti dedico
l'irrequietezza delle mie giornate,
la travolgente altalena dei desideri,
la consapevolezza d'ogni gesto non sterile,
i pensieri informi, le poesie travagliate.

L'ultimo pensiero della sera,
quasi inespresso, insonnolito
ti dedico.
E il primo della mattina,
quando il risveglio mi trae
dalle smarrite regioni del sogno...



******

 

A MIA MADRE

VORREI...


Voce inquieta, sovente,
che mi diede principio
e si fa guida e giudice
della mia vita adulta,
forse già pentita,
poichè non le somiglia
la donna ch'io sono,
che a volte non comprende
e non giustifica
i moti del tuo animo.

Poi, ti rivedo, madre
col rapido flash della memoria,
ridente, affaccendata
che rincalzi lenzuola
e paziente esaudisci desideri.
Ti ricordo entusiasta
tra gli schiamazzi allegri
dei fratelli che a te
s'affollavano intorno,
cercando un'affettuosa guida,
un consiglio.

...Via dell'Impero, S. Maria Maggiore
tappe obbligate
d'ogni nostra passeggiata
e tu che ricavavi modellini
dalle costose vetrine di Canetta,
per poi riprodurli in vestitini:
quello a quadretti rossi coi volants,
due farfalline con le ali sollevate,
pronte a volare dal corpino ricamato...


Invece ora, col passar degli anni,
ti ritrovo dolente, un pò sfiorita.
Intenta, per dar senso alla tua vita,
a pazienti lavori d'uncinetto,
pizzi preziosi, fantasiosi completini
per i miei figli che ti succhiano energie
ma ti regalano sorrisi
e un pò di gioia.


Mentre io, invece, non so darti
che pensieri e spesso sconvolgo
la tua precaria quiete e mi ribello
se m'esorti a una calma
che mal s'accorda con l'indole mia,
impetuosa.
Riposa, mi dici, riposa.

Ma io non ho tempo
che per una sola esistenza
e mille vite in una vorrei
condensare.
Per non ritrovarmi come te
dolente, anzitempo delusa.


...Vorrei che mia madre
fosse un grande veliero
che tra l'acque spumose del mare
s'insinui sicuro, leggero
tra le evoluzioni leggiadre
d'un argenteo delfino...

Vorrei che mia madre fosse
un grande uccello iridato
felice di potersi librare
in questo tramonto smaltato
e denso di nuvole rosse
che incendiano il cielo turchino...

Eppoi etereo, madreperlato
sentire il suo pianto,
sentirlo vibrare
trasformato in un canto
di lode alla vita, al creato,
che s'alza nell'aria, argentino...

******


Vorrei che mia madre
fosse un libero uccello
dalle piume iridate,
che aereo s'innalza
felice di potersi librare,
nè triste nè stanca,
tra qualche nuvola bianca
nel cielo turchino...

Vorrei che mia madre
fosse un fresco ruscello
dalle acque argentate
che sui sassi sobbalza
scendendo ad inondare
la piana, e il suo pianto
vorrei trasformare in un canto,
un canto lieve, argentino...

Vorrei che mia madre
fosse un grande vascello
dall'ampie vele spiegate
che, tra l'onda che incalza,
fende le acque del mare
leggero, senza emozioni,
tra leggiadre evoluzioni
d'un argenteo delfino...

Vorrei che mia madre
fosse un antico gioiello
di gemme madreperlate
su cui il sole rimbalza
e, rapidi, fà risvegliare
riflessi d'un arcobaleno
che, apparso nel cielo sereno,
scompare, poi, repentino...




A MIO PADRE

Il mondo fuori è un giardino
abbandonato, coltivato a rifiuti.

E tu qui, abbandonato sul cuscino,
le mani, così simili alle mie,
stanche sul lenzuolo,
l'aritmico pulsare del cuore
registrato da un monitor.
Ma nello sguardo un guizzo
di forze d'energie non sopite
che ti premono e che io distinguo.

Forse da te ereditai
l'irrequietezza del sangue,
l'ansia di conoscere
il responso del vento
che cadenzava le interminabili
notti di guerra sulle lontane
dune di Libia.
E il ritmo sonoro delle nacchere
nelle piazze di Spagna,
devastata ma indomita,
dove combattesti
esaltanti battaglie giovanili.

Ora siamo qui io e te,
tra queste pareti troppo strette.
E fuori il mondo è un giardino
abbandonato,
coltivato a rifiuti.

Poesia pubblicata nell'Antologia Stelle d'Europa
Accademia d'Europa Edizione 1985 - Per la Sez. Poesia singola I° Premio ex aequo con Trofeo città di Ankara -

 


A MIO FRATELLO

Arenato
su fondali di noia
sopravvivi
tra sponde
di solitudine.





BALLERINA

Una manciata leggera di tulle,
il tuo tutù da ballo
bianco e spumoso, giace sotterra,
sui tuoi resti calcinati
dal fuoco.

Ma il vento della sera ti porterà
le sue melodie immortali
e la tua anima folle e ballerina
si lancerà nel plastico gioco
della danza,
mimando figure di waltzer
e di fox-trot.

Piccoli fari luminescenti,
le stelle guideranno
i tuoi passi nostalgici
sul silenzioso parquet del cielo...

 

Poesia premiata con Diploma e Medaglia - Circolo Artistico Agostino Fossati - La Spezia 1987 - Premio Nicola Lisi

AD UNA NOVIZIA

Nel bianco vestito verginale
sembri solo una bimba che s'accosta
al sacramento della Prima Comunione.
E invece sei una suora, forse novizia.

Le pieghe dell'abito, morbide scendono
e candide attorno al tuo giovane corpo
ancora acerbo, mai sbocciato alla vita
e il tuo volto di creola non ha età,
sembri appena uscita dall'adolescenza.

O forse il tempo in te non ha alterato
la freschezza delle forme
e l'originaria purezza dell'anima.
Le tue labbra ferme si stringono,
mentre lo sguardo si posa intorno
con la leggerezza d'un passero.
Si spinge lontano, confuso, inquieto
come sperduto, quasi frastornato
dalle sollecitazioni esterne.
E gli occhi d'un chiaro marrone
ancor più risoluti e imperiosi
brillano
come luminosi ceri votivi...

A PADRE ANTONIO

Alla fonte attingevi
e, in bilico sui sassi,
saltellando gareggiavi
con altri fanciulli,
attento che dalla conca di rame,
preziosa non cadesse
neanche una goccia d'acqua.

E intanto,
per scacciare pensieri dolorosi
e recenti, cantavi
con quella tua voce già adulta
che s'innalzava sonora
nel cielo senza confini.

Ma poi, d'improvviso tacevi
stranamente docile, assorto,
ascoltando la voce
sovrumana e possente di Dio.




A PADRE PIO

Come tutti, o Padre, arrivo
col mio fardello di richieste
che affastello e depongo speranzosa
là, dove ininterrotte fioriscono
rose e preghiere,
sulla pietra nera e levigata della tua sepoltura...
Ma ti ritrovo poi
tra le pietre calcaree affioranti
nei rudi campi, nel cristallino canto di un usignolo
che là, sull'erta Via Crucis boschiva,
dà sfogo alla sua gioia,
inesperto delle cose del mondo.

E ancora ti riscopro,
ora nel bronzeo Cireneo,
ora in una vecchia foto bianco e nero,
ora nel volto e nel corpo sofferente
d'un povero Cristo crocifisso
su una sedia a rotelle.





A MARIA


"Giove in congiunzione con Saturno
nella costellazione dei Pesci..."

Così racconti e la tua voce,
velata quasi di commozione,
si fa più intensa
mentre dispieghi alla mia mente
fragile, ottusa,
il miracolo che in te
s'è compiuto.

Già mi colma di pace
la tua presenza sottile, ascetica,
fattivamente china
sotto il sofferto peso della vita
che ora, diviso col Cristo,
lieve ti sembra.

Un giorno, forse, le tue parole,
la tua coerenza produttiva
fioriranno, inaspettatamente,
sui detriti decomposti
della mia coscienza

 

 

 

UNA GIORNATA CON VINCENT VAN GOGH



Olanda...terra nera strappata
all'apparente aridità del mare.
Verdi prati rigogliosi,
assurdamente teneri
contro la tagliente
lama azzurra del sole.
Schegge di colori, rosa e gialle
galleggiano a fior d'acqua
sulla placidità dei canali
e le case flottanti proiettano
prospettive diverse su piani paralleli.

Ad Amsterdam la gente
ha un volto solido, sereno
su cui s'annida, facile, il riso.
Anche i mangiatori di patate
al Rijkmuseum, distendono
le sofferte pieghe del volto
nella serena pensosità del tempo...

...Ho camminato
lungo campi di girasoli assolati,
ho traversato ponti deserti ed insicuri.
E ho incontrato Van Gogh.

- Vincent, Vincent
cosa guardi, al di là del ponte
di S.te Marie? -

­ L'acqua torbida, fonda
che mi spaura e mi attrae
e il cielo nuvoloso
che non consente alle stelle
la loro solita, argentea luminosità,
ma accende solo fiammelle tremule.
L'onda della follia
mi travolge e riporta
alle dimenticate spiagge del delirio
dove i neri uccelli dell'inconscio
tormentano la notte
con zampe adunche, inesorabili
che graffiano l'anima.
Riaffiorano poi altri mostri
che pensavo sopiti,
impulsi remoti dell'infanzia sepolta.
Visioni come scenografie teatrali
parole monche, senza suono,
corridoi senza fine
dove la vita e la morte sono realtà.
Ed io, delirante inseguo,
incespicando, diafani fantasmi... -

- Prendi la mia mano, Vincent
t'aiuterò a risalire
dal fondo dell'abisso.

- Ma io maledirò ancora
la mia razza d'uomo inutile,
nutrito di disperazione
e follia -


...Vincent ha rubato le voci
ed i silenzi della notte,
i colori dell'impalpabile alba.
Il riverbero accecante del sole
sulle strade bianche della Normandia
e degli arsi girasoli
che scuotono le grevi corolle,
impazziti anch'essi...

Nello smarrimento della fantasia
la mia anima ha cercato Van Gogh
valicando pareti, spazi,
perdendosi tra gli alberi neri
del viale.

L'ha raggiunto, l'ha preso per mano,
con lui ha percorso sentieri
segnati e polverosi.

Con lui ha sofferto
la pazzia dei gialli contorti,
i rossi lancinanti del dolore,
i bleu di Prussia
di cieli notturni e piovigginosi,
i limpidi azzurri di cieli diurni
solcati dai falchi del dubbio.

Con lui ha vissuto il delirio,
l'ossessione.
Con la sua anima ha scambiato
pensieri e si è elevata
negli infiniti spazi del sapere.

...Ho sepolto Vincent
sotto l'albero dell'Eternità
dove ora riposa,
finalmente sereno.
Ho amato molto Van Gogh

- "La Parola e il Segno - Il Candelaio Edizioni - Firenze 1987 - Pubblicazione della poesia "Ho amato Van Gogh" sulla Rivista " Eco Letteraria" Gen/Feb. 1988§

STORIA DI BUTTERFLY

STORIA DI YOKO TANI


Nemica pioggia
Butterfly muore,
chiusi gli occhi che sapevano
di mandorle amare.
Butterfly
che vibrò nel mio universo
rapida e luminosa
come una stella cadente
subito spenta.
Che ascoltava le mie parole
come la terra avidamente ascolta
lo scroscio d'un temporale estivo.
Butterfly, in cui s'accendevano
fiammelle d'amore
ad ogni mia carezza,
ondate di luce
ad ogni mio sguardo.

Nemica pioggia,
Butterfly è morta
e la sua voce d'usignolo
tacerà per sempre.
Ma io canterò per lei,
canterò la sua rinuncia alla vita.
Ed essa sarà immortale,
per sempre sepolta
nell'angolo remoto
del giardino dei ciliegi
che amava...


Non doveva morire Yoko Tani
senza aver vissuto
il suo destino.
Tormentata, sofferta
è la sua storia non vissuta
di donna folle e saggia.
Il germe dell'amore
per essa non fiorì,
nulla germogliò
fra le sue braccia.
Che breve primavera
fu la sua!

Ora sarà quieta
come la sabbia di certe spiagge
deserte ed assolate.
Come la densa nebbia mattutina
che in silenzio ricopre la brughiera.
Coi suoi occhi miti, silenziosi
guarderà gli spavaldi vagabondi
delle lande aperte, brulle
che cercano misteriosi sentieri.
Essi guardando in alto,
ad altri mostreranno
un punto luminoso
dell'immenso universo
dicendo:
Ecco lassù Yoko Tani!"



A EDUARDO DE FILIPPO

Quattro ossa ambulanti
e un viso scarno su cui
ombre e luci disegna
la luce spietata.
Un viso solcato da un dolore aspro,
eterno, che non trova riposo.

E uno sguardo che si fa parola
nel silenzio e penetra,
ferendoti, perchè dice:
"Io non rido"

Una voce ironica e tagliente
tra mille sfumature
di un dialetto amaro.

Quattro ossa ambulanti
che destano lacrime o risa
perchè il suo dolore e la sua gioia
universali
fanno fremere anche
sconnesse tavole di palcoscenico.

 

 

A JOHN WAYNE

Sprona,
coi tuoi speroni argentei,
il cavallo bianco dei nostri sogni,
mitico cow-boy dal nome breve e chiaro,
che hai entusiasmato tre generazioni.

Il sole, nelle sconfinate valli,
è un disco accecante che mette arsura,
ma tu, giustiziere implacabile, spazi
ora indomito,
nelle libere praterie dei cieli...

 

 

A MAURIZIO COSTANZO

Insonne amico delle ore serali,
manciate di sogni dispensi e regali
momenti di gioia, un pò d'allegria
a chi nella vita non ha compagnia.

E come un mago che inventi magie
talvolta tramuti in realtà, le fantasie
di quegli eterni bambini che siamo,
il microfono in pugno, un talismano
a cui confidare dolori o speranze,
con cui lanci appelli, denunci mancanze.
Talvolta trafiggi con l'arguto sorriso
e un pò d'ironia espressa dal viso
chi viene portando un vento di boria,
chi s'è dipinta un'aureola di gloria.

Come una volta dinanzi al camino
i nonni d'un tempo, ciarlieri col vino
sgranando pannocchie, narravan le fole,
tu ci raccogli in quel salottino,
allieti le notti con risa e parole.

Ed anche se tu non sei credente,
insonne compagno di tante sere,
i "Grazie" sinceri di tanta gente
vanno nel libro del Dare ed Avere
dove forse qualcuno, in tuo favore
segna una lunga somma di ore
e sotto il tuo nome, scrive un giudizio:
"Dispensiere di sogni, Costanzo Maurizio!".

 



A REINHOLD MESSNER

Passo dopo passo, sino in cima...
(dentro di te s'annida la gioia e la paura),
ancora un'altra vetta da conquistare (e poi?).

Forse nell'immenso cielo cerchi
un segno d'immortalità,
forse tuo fratello scomparso
che ti farà da guida
su un altro cammino
ancora sconosciuto.

Forse, sull'ultima cima scalata
ti fermerai ad afferrare
la chiara bellezza d'una manciata di stelle,
da chiudere nell'urna dei sogni.

L'urlo pietrificato
delle vette innevate
percorrerà l'aria e tu,
poeta dell'infinito,
l'ascolterai...

 

 

 

A VINICIO

Il coro delle messe solenni
e l'ostensorio d'oro
da cui trasuda il sangue
del Cristo in pena
per tutti gli uomini.
È morto
anche per te, Saddam
e per questo ragazzo
turbato
che Gli chiede pietà
e perdono
per chi sarà costretto
ad uccidere un uomo.

E poi
tra gli altri ragazzi
seduto
imbraccia, inoffensiva,
la sua chitarra
e col canto Gli innalza
l'ennesima preghiera
di pace,
la voce un pò arrochita
dall'emozione,
lo sguardo grigio e pensoso
perso
in un punto opaco
del futuro

 




A NIKSA

"Cari mii..."
Nel tuo italiano stentato,
sgrammaticato,
tu stesso sorpreso
da quell'emozione
che ti tocca
il viso già segnato,
che resta un segreto
nascosto dietro i vetri
scuri degli occhiali,
di getto componi
un breve discorso.

Poi, sopraffatto,
discendi svelto
dall'auto
e mentre le tue grandi mani
ondeggiano nell'aria
in un commosso addio,
la tua alta figura,
piccola ora nella distanza,
rimane a lungo immobile
sulle rive
della placida Neretva...

 

 

 

 

RITRATTI

AD UNA SCONOSCIUTA SULL'AUTO

ZINGARA O PRINCIPESSA


Colpevole solo
della tua follia,
guardi con livore
la gente
che ti si affolla intorno.

Invisibilmente,
stringo la tua mano
tra le mie,
ma anche il mio
non è che un volto
tra i tanti.
E la mia solidarietà
non è una lancia
che possa penetrare
nella ferrea armatura
del tuo rifiuto,
delle tue emozioni.
Non scaccerà fantasmi
o realtà ostili...

Ma io continuerò a stringere
la tua mano,
quasi a voler trasfondere
in te
questa mia fragile serenità.

Due occhi folli su un volto intenso
di zingara o principessa
ed una chioma di capelli fulvi
che con rapido gesto
scosti dalla fronte.
Dietro cui un passato
forse riaffiora portando altri volti,
altri paesaggi:
neve sui tetti, neve per le strade,
vesti sontuose, danze, canti.
E il malinconico umore
di un'armonica.

Nella tua follia travalichi spazi,
ti sollevi oltre quella finestra,
t'involi come una fragile tortora
al suo primo volo.

La luce obliqua d'un lampione
illumina il grigio selciato,
la corolla scomposta delle tue vesti,
le linee, sfatte ormai, del tuo volto.
Altero e tragico
di zingara o principessa.

NANNARELLA

SOLILOQUIO

Nannarella, che porti sul viso
rossi pomelli d'innocua follia,
che trascini in mezzo alla via
il tuo corpo sgraziato
di clown travestito.

Nannarella, che a giorni
reclami giustizia
e a gran voce
condanni il governo,
il tuo malcontento
che mette in berlina la vita,
suscita solo un mezzo sorriso
o un momento d'intensa pietà
sul volto contrito di pochi passanti
che non sanno guardare al di là
della tua innocua follia...

Fermata d'autobus.
E tu sotto il grande albero
che distilla un'incessante pioggia,
sciorini il tuo solitario monologo
di nomi e fatti,
davanti a una platea indifferente
di passanti.

Poi, come un'attrice
alla fine dell'ultimo atto
te ne vai,
composta nel tuo vestito fuori moda,
lasciando una scia lieve di profumo
e l'ondeggiare
dell'incredibile piuma rossa
del tuo cappello...

AD ANGELICA

AD ANDREINA

Ti ho teso solo una mano,
fragile sostegno cui affidare
un debole corpo contratto,
per il breve percorso
sino alla tua stanza,
per te interminabile.
Sclerosi a placche...

Angelica era una bella ragazza
con un serico manto
di capelli corvini
e un profilo aggressivo
di Nausicaa gioiosa...

Il male inesorabile rapprende
in nodi d'ossa
la tua femminea figura
di zingara altera.

Battute graffianti, risate
e la sua vivace spontaneità.

Ora la tua sorda disperazione
mutamente implora tregua.
Inutile ribellarsi.
Nulla riuscirà ad arginare
il dilagare del male.

Angelica era una bella ragazza...

Ricordo, Andreina,
la tua casa grigia
sui tetti
e quelle nostre corse,
la mattina,
per raggiunger in tempo
la scuola.
Il tuo esile volto
di bambina timida,
silenziosa tra i fratelli
ormai adulti.

Ed il sereno scorrer
dell'infanzia,
i giochi consueti dell'età
per la strada o al giardino.
Tu, meno chiassose di noialtre,
t'adombravi, talvolta, provocata
e il volto di vergine vestale
arrossiva, mentre gli occhi
brillavan di sdegno e di furore...

Raramente ti vedo, ora
e ti ritrovo pallida,
bianca come una cerea candela
che ogni giorno un poco
si liquefa
al soffio ardente
della vita.

A ROSA

ALLA PICCOLA MICHELA


In un pomeriggio di marzo
chiaro, sereno,
la clessidra del tuo tempo
s'è fermata.

Un pugno di sabbia fine, lieve,
disperso nell'aria
come i tuoi pensieri
e i tuoi discorsi svagati.

Non troverò più,
dietro l'angolo del viale,
il sorriso di Rosa
ancora fanciullesco.

 

Il mio cuore piange per Michela

Per il suo viso aperto di bambina,
un sorriso schietto tra risa
d'altre compagne
e una fiammella
negli occhi di Madonnina agreste
(dolcezza, presagio di morte
o nostalgia dell'Eden perduto?).
Patisco con te il tuo dolore,
Teresa,
la tua inutile attesa nel vegliare,
ora, un letto vuoto,
con l'ultima bambola-compagna
che aspetta un altro gioco.

Nel tuo cuore trafitto
non penetrano parole
e nessun gesto può alleviare
la tua sofferenza.
Solo il tempo, forse...

Ma guarda,
nel giardino sotto casa
una nuova pianta è sbocciata.
Custodiscila nei lunghi giorni
che verranno.
Nel creato una nuova stella
palpita d'una luce più intensa.
Accenderà le lunghe notti
che verranno...

AD ELEONORA

Serena ti trova
la nuova sentenza di vita
ma forse,
prigioniera d'un ruolo sei
e, anche se a fatica ti muovi
tra i tanti problemi quotidiani,
con rassegnata saggezza reciti
la complessa, difficile parte
che la vita t'assegna.

COINQUILINA

A VALERIA

Unica cosa in comune tra noi
il cicaleccio della soneria del telefono
da tempo ormai muto, poichè tu
già stavi morendo di solitudine.

Quasi un rimorso
per non averti mai rivolto la parola
nel rapido incrociarti per la strada,
tu col tuo volto segnato, illegibile,
gli occhi già persi nella dimensione
indefinibile della morte.

Un trafiletto breve sul giornale,
poche parole a sottolineare la tua fine:
"Allucinante suicidio consumato
nella propria stanza da letto"...
Eppoi le ipotesi, le cause
per giustificare l'ultimo tragico
atto della tua vita:
mania di persecuzione, esaurimento.
Ipotesi assurde, azzardate.

Tu passavi i tuoi giorni vuoti, inutili
nel filtro amaro della disperazione
e mentre per gli altri la vita palpitava
tu, tu morivi di solitudine.

Cara Valeria,
eccoti, dunque, in Russia,
la grande terra dove vivrai
fortunata tra pochi,
in ampi spazi in cui
non a fatica si respira
e la neve abbondante non sorprende
la folla adunata sulla piazza.

E il sole, com'è il sole
a Mosca?
Forse un'apparizione fatiscente,
irreale che s'infrange
sulle esili torri,
oppure un tiepido mantello
che ricopre diafane icone
e cupole dorate?

Tu, col tuo fare sottile, elegante
e la fermezza della volontà
sarai presto padrona delle usanze,
come già dell'idioma.
Mentr'io continuo a viver qui
la mia solita vita di sempre
ma ancora anelo a spazi più ampi
dove più profondo è il respiro
dell'uomo e della terra.
Ancora attendo un germinar d'eventi,
di sorprese...

AD UNA COMPAGNA DI VIAGGIO

AD ALESSANDRA

Oggi, fuori, c'è un cielo severo, invernale
striato d'opale, d'un pallore di neve,
compatto e greve di noia e di tristezza.
Non più la gaiezza di quello sereno croato,
soltanto solcato da nubi gonfie, mansuete.
D'intorno, la quiete di quel vivere agreste,
di gialle ginestre fiorite nella pianura,
dell'uva matura, del rosso dei melograni
e le nostre mani riunite in preghiera...
Buia, ora, la sera discende come un muro
di zaffiro scuro e tu, compagna di viaggio,
con grande coraggio affronti l'ultima prova
che quieta ti trova, laggiù in quell'ospedale.

...Un cielo d'opale e di neve, oggi, là fuori
ed io non verrò a trovarti portandoti fiori,
ma solo quest'inutile, effimera poesia
per dirti ancora "Grazie" per la tua compagnia.

A te che bambina non sei,
forse non sei mai stata,
a te, bella Alessandra,
così piena di vita e di speranze
simile agli altri figli del tuo tempo
di cui condividi i sogni, le illusioni.


A te che sorridi, ma dentro forse
hai già paura del domani.
A te che dei tuoi sedicianni
fai dono al mondo intero
con l'irruenza dei modi, del parlare,
del tuo giovane corpo provocante...

Buon Compleanno!

A LUCIA

A CLARISSA


Purtroppo, Lucia,
ci son terribili giorni nella vita
che su noi, dentro di noi lasciano
indelebili segni.
E inutili sono anche le presenze,
i gesti, le parole,
queste od altre di conforto
perchè la sofferenza d'esser sola
in questa prova,
oggi prosciuga ogni tua forza.

In te, ora, forse s'annida
feroce, l'astio contro il destino,
un senso d'annientamento, di debolezza
che l'umana rassegnazione
presto calmerà.
E tu sarai sempre quella di ieri,
compagna, madre, donna,
quella che con la sua sola presenza
rallegra un convito.
Ritrova il tuo coraggio,
la solita aggressiva voglia di vivere,
il tuo sorriso travolgente,
l'allegria vivace che da te dirompe,
sfidando la crudele realtà
che ferisce il tuo corpo
ma non la tua anima indomita.

Forse rimpiangi le tue solitudini
di deserti, di silenzi, di colori africani
le vecchie, care, buone abitudini
inglesi, i riti quasi pagani
d'un mondo ormai tanto lontano.
E l'ombra avvolgente del vecchio banano
che offriva al giardino un pò di frescura.
Forse i ricordi di quell'avventura
di quella vita, del tempo passato
dolgono a volte come ferite
ed ecco … i colori del grande mercato,
le sete, l'avorio, le figure scolpite
nell'ebano...la regale andatura
delle donne del bush, la pelle scura
e setosa tra stoffe e ornamenti,
la folla dei servi obbedienti...
Tra i tanti, Khalume, il boy di casa
che allegro chinava la sua testa rasa
ai tuoi desideri... laggiù c'era un fuoco
e attorno ad esso un crocchio d'anziani.
Ecco, il ricordo si ravviva un poco
la gravida ombra dei monti lontani,
le piogge violente, sferzanti d'estate,
la calura del giorno, le spiagge assolate
e l'oceano a due passi, immensa lavagna
su cui scrivere storie con qualche compagna
che con te divideva la tua adolescenza.
...E a notte quel cielo, color dell'assenzio
cosparso di fuochi, di luci, di noia
e l'arcano brusio dell'esistenza,
una pausa, un profumo, un greve silenzio
foriero di morte, di vita, di gioia...

Cambiò corso, un giorno, il tuo destino,
lasciasti la quiete del grande giardino
e venisti a conviver con altre abitudini,
a condividere le tue solitudini
in questa Roma infelice, sconvolta.
E forse ricordi e rimpiangi, talvolta,
i luoghi d'un tempo, i volti lontani,
i deserti, i silenzi, i colori africani...

Premio "I poeti del S. Domenichino 1989-191 -
Pubblicazione della Poesia
"A Clarissa" sulla IV Antologia poetica

A ZIO RICCARDO

.. Un piccolo corteo
dietro la lucida bara
elegante
e un uomo e una bambina,
assorte e tristi,
si tengono per mano,
silenziosi.

Anche tu,
spesso tacevi, quieto,
rassegnato alla vita.
E forse,
rassegnato anche alla morte,
tacesti ancora
nell'attesa...

A PAOLO G.

ALLA MAMMA DI MICHELA

Di te che dire,
taciturno amico,
che a un primo approccio
quasi scontroso e schivo appari?

E, invece, intorno
instancabile diffondi
un fertile e benefico calore
ed energico attendi
ai numerosi impegni quotidiani,
serena quiete attingendo
da misteriose, inesauribili sorgenti...

... Una bellezza smarrita nel tempo
s'indovina nei tratti, ora sconvolti,
del tuo viso.
Ma, intatta rimane l'indomita rabbia
della tua razza
e il lampo d'un riso indocile
che negli occhi passa
e si perde,
stanco...

A MICHELA

AD ALESSIA ­ IL CAGNOLINO

Chissà quale donna sei
dietro quegli occhi mutevoli
ed inquieti
che l'ala bionda dei capelli
cela,
con sagace malizia,
all'altrui sguardo.

A tratti, il tuo corpo
ancora di ragazza,
irrequieto vibra a una risata
d'un tono troppo acuto,
poi il volto ben curato
si rabbuia.
E taci, forse ascoltando
il tenero richiamo
di mesti fantasmi riaffioranti
dallo stagno del cuore.

Sopite nostalgie in te
si destano
ed io non so più
quale donna sei
dietro lo sguardo assorto,
incerto tra mistero e malia
velato, adesso, di malinconia...

Briciole d'allegria
e un pò di caos
aveva creato nella tua stanza
d'adolescente troppo vuota,
troppo ordinata,
la breve presenza del cucciolo.

Pinky, Bubble, Winkly?
Il nome non lo avevi ancora deciso
in quelle poche, brevissime ore
in cui giocaste felici,
ambedue ignari
della sua prossima morte.

E a lui penserai, dolente
ancora per un pò,
poi sempre più raramente,
anche se il cuore
veloce batterà di nostalgia
dinanzi a uno Yorkshire
incontrato per caso...

A GIULIANA

A ZIO LINO

Gioiosa m'accogli, con un saluto

Invitante, come s'io fossi, di fatto,

Un'amica della tua fanciullezza.

La tua festosa schiettezza,

Il gaio tuo benvenuto,

Annullano la mia ritrosia.

Nel cuore, ancor stupefatto,

Accendono, inattesa, una gran simpatia.

Nel tunnel della tua esistenza
i sensi esasperati diventano
vibranti antenne di conoscenza.

E le sensibili mani ti mostrano,
purtroppo imprecisi,
i contorni d'un volto, d'un corpo,
i limiti d'uno spazio, d'un luogo.

Oltre cui sconfinano
senza più ostacoli,
i tuoi pensieri,
i tuoi sogni senza colori...

A MARIO M.

La tua risata chiassosa,
costretta tra le mura,
ci rallegra e trascina
come un torrente
eternamente in piena.

In te, un ribollire d'impeti
e di fanciullesco entusiasmo
che a fatica bisogna arginare,
affinchè non trabocchi
oltre i confini della realtà.

Ma tu, come un bimbo tenace
e ostinato ancora insegui,
persi nel cielo, i sogni...

 

AD UN POVERO

VAGABONDI


Non ho avuto coraggio
per fissare
il tuo volto,
ho guardato solo i tuoi piedi
neri di sporcizia.
Più in là
non sono andata
con lo sguardo
nè al tuo corpo disteso
sul selciato
nè alla tua mano
che forse si tendeva ai passanti.
Nè, tantomeno, ai tuoi occhi
oscurati forse dalla rabbia
o così sfiniti e persi nel vuoto
dell'impotenza, della disperazione.

Ed ora, qui nel cuore,
come un macigno pesano
la mia desolazione,
il mio poco coraggio,
il mio ritrarmi
dalla tua povertà.
Dio, forse, mi perdonerà.
Ma tu?

Nella sconsolata solitudine
che l'avvolge,
un viandante cerca
la sua strada.
La sua sagoma, scura nel giorno,
irradia intorno
una luce accecante.

Si ferma,
nell'angolo ombroso d'una via
dove un altro vagabondo
già riposa.
L'uno accanto all'altro
attendono la notte,
danno un senso alla loro
solitudine.
Ora scrutano il cielo
cercando la stella del Nord
e ne seguono attenti
il luminoso cammino...

Ma ecco, la sosta è finita,
ognuno riprende il suo cammino,
ognuno solo
nell'interminabile viaggio,
proteso a cercare
la stella del Nord...

 

 

 

LA MIA CASA

Alle volte non è in ordine.
Ma le sue porte sono aperte
ai parenti, agli amici,
ai loro problemi, ai loro sentimenti.
Sono aperte al mondo.

La mia casa non mi appartiene.
Ma mi appartengono le ore
felici che vi trascorro.

La mia casa non è alla moda.
Ma è abbellita da una cornice
di ricordi.
E nonostante tutto
la mia casa,
è una casa viva.

 

 

A ROSITA

Giorno dopo giorno,
come un’ape operosa,
mai stanca di servire,
percorri le vie del mondo,
intessendo
la tua invisibile trama d’amore
intorno a nuove vite a te affidate,
su cui diffondi
il nettare succoso del tuo sapere.

Creando attorno ad esse
un’impalpabile rete protettiva
che sfida le paure ed i malanni
e il tempo
che via veloce scorre
di generazione in generazione.

E tu sei sempre là,
vigile e protettiva,
pronta ad asciugar lacrime,
a donare consigli e zuccherini,
consolatrice, amica, confidente,
inesauribile “dottoressa” di tutti…

 

 

A CARLO - DA QUESTO BALCONE

La prima alba frantuma
con tenui colori
l'acuto buio
della torrida notte estiva
e guarnisce di gale iridescenti
i mille tetti
di una Roma insonnolita.
E questa stanza
in cui ascoltai
il grido mattiniero
di mia madre,
ascoltai i tuoi primi vagiti…
ora i tuoi ultimi respiri…

Si sfumano, ormai,
i contorni della tua vita…

Tu stai morendo
ed io benchè consapevole
fingo che non sia vero
mentre il tuo respiro affannoso,
 - già quasi un rantolo -
preme il tuo petto   
grava su di me,   
riempendo l'assurdo,
pesante silenzio della stanza
e si dilata
oltre il balcone aperto.

Quel balcone da cui
ci affacciammo alla vita,  
su cui imbastimmo giochi infantili,
infantili baruffe,
su cui, bambini, ci ritraevano
in piccole foto in bianco e nero,
gli zii venuti da lontano...

Da quel balcone aperto sulla strada
vedevamo  i nostri giorni disfarsi  
e dilatarsi in momenti di gioia
e di tristezza.
Eravamo là in certi pomeriggi afosi
quando, come una cappa gialla,
greve saliva la calura  
dai sanpietrini grigi
e dai palazzi umbertini,
temperata appena
dal garrulo verde
del pensile giardino delle suore,
da cui un campanile snello  
bucava il cielo turchino.
E in giorni piovosi attendevamo
gocciole iridescenti come biglie
dietro i vetri appannati
su cui le nostre piccole dita
abbozzavano
parole senza senso.

Da quel balcone,
col cuore in gola attendevamo,
gli acuti richiami delle rondini,
ritornelli festosi ed esultanti
e in quei sereni mattini
del 2 giugno,
il rapido sfrecciar della squadriglia
che in cielo disegnava
garruli tricolori.

E le notti d'estate gioivamo
alla brezza d'un refolo leggero
di ponente...

Il tempo così trascorreva
e noi non ce ne accorgevamo…

Ma ora…
Questo balcone aperto sulla strada
è un'orbita scura
senza vita… senza ricordi...
squarciata da un’unica lampada accesa
e dalle tue ultime parole.

Mentre io, protesa nella notte,
spio l’arrivo
dell’angelo della morte
che come dono imprevisto
con la sua presenza serena,
accattivante,
giunge a cambiare i contorni
della stanza
e del mistero che si sta compiendo.

Te ne sei accorto?

Ma forse eri già intento,
finalmente,
là tra le cime gonfie
delle nubi
ad innalzare palazzi
e guglie e minareti candidi...

 

 

A CLAUDIA

Eri là, sola…
Dormivi, le lunghe dita avvinte
al tuo cuscino, inutile riparo
e, persa nel sonno, forse elaboravi
nuovi progetti…
I tuoi sogni, le tue speranze,
tutto polverizzato
in quella crudele, assurda notte
tra le diafane pareti della stanza,
tra i muri portanti fatiscenti
e vacillanti sotto la terribile scossa.

Un attimo è bastato per dare vita
ad un groviglio di rovine, di detriti, di oggetti,
un attimo è bastato per dare morte…

Morte e silenzio per un lungo momento…
Eppoi i lamenti e le grida dei dispersi
e dei soccorritori, improvvisati e impavidi
tra i cumuli inerti delle macerie…
Mentre la luna a tratti dispariva
tra geyser di polvere e dolore…

Il dolore di quella notte…
Il dolore in quella notte è diventato
un sudario gelido sul cuore
di chi è ancora vivo,
un fiore essiccato tra le pagine
del libro della vita,
un segno indelebile che graffia
a sangue l’anima…

…Una diafana luce s’intravvedeva
tra la polvere e il cielo,
rendeva spettrale e sconosciuto
il paesaggio sconvolto
che sembrava ora, assurdamente
una costruzione di bimbi
un immaginario castello di carte disfatto,
dissolto a un lieve tocco…

… Ed i tuoi là, in attesa,
anime perse in quella pallida foschia,
nell’alacre delirio degli scavi,
avvinti a un tenue filo di speranza
spezzato poi dall’amara realtà.
Una realtà di dolore e di morte,
di grida e d’ingiustizia,
di dolore sordo, persistente
come il sibilo delle sirene impazzite,
come l’immane sforzo dei soccorritori,
solerti e generosi/
che hanno lottato, salvato averi e vite.

Ma non la tua…
Perché?

Restano i dubbi, le illazioni, le domande
senza risposta, se non quella della fede:
“Dio solo sa qual è il momento decisivo
in cui chiamare un altro angelo nel cielo…”

 

 

A MARTINO

UN ALTRO DONO   (NASCITA DI MARTINO)

Un altro immenso dono
nella mia esistenza:
questa nuova vita
germinata da altre vite
e dal Tuo pensiero.

In questa divina creatura,
che gioirà e soffrirà,
hai profuso il Tuo soffio vitale
ed essa è diventata espressione
del Tuo amore.

Indegnamente,
o Creatore della vita,
Ti ringrazio!

 

UNA FOLLA DI GNOMI

Con lo sguardo curioso ed incantato
tu scruti il mondo intorno
come fosse un gran bosco fatato
da cui in un solo istante
insospettata, può saltar fuori
una folla di gnomi, gaia, festante.

Ben presto, però, torni  già a scrutare
tutto quello che ti sta d’intorno
e segui col tuo sguardo attento
il volto di mamma bello, intento
che su di te si china con amore
e tra le braccia ti torna a cullare.

E’ tutto il tuo mondo ed ora può bastare
e tu gioisci e ridi e sei  contento…

 

UNA FOTOGRAFIA

Spesso ti rubo, in fotografia,
un moto ilare, un gesto trasgressivo,
un sorriso, uno slancio, un’emozione,
un lampo di gioia o di disperazione
per un gioco interrotto od un diniego.

E scatto… scatto…
come a voler fermare il tempo
che inesorabile, rapido, già scorre.

A fermare un momento solo mio
che nessuno possa portarmi via…

 

ESTATE 2010 – GIOCHI IN PINETA

Con l’aria assente,
avulso quasi dalla realtà,
sovente ti fermi, muto,
soppesando ostacoli e timori
che in te s’insinuano rapidi,
mentre titubante spii altri fanciulli
impegnati in esercizi e sfide
che reputi difficili per te,
quasi impossibili…

Nei tuoi occhi bruni
come rapide nuvole passano
timori e desideri…
Poi, d’improvviso,
con gioiosa impazienza ti tuffi
nel vortice dei giochi
che ora affronti senza paure o limiti,
finalmente sereno,
cosciente delle tue forze,
affrontando ostacoli, percorsi impervi,
salendo e scendendo scale,
e superando con volontà caparbia
ciò che prima in te destava
timore ed ansietà…
Libero e felice
Come garrulo uccello che si libra
Sotto la fitta trama verde dei pini...

CULLA 

Per te,
le mie braccia si fanno culla
e dormi,
col tuo piccolo essere
abbandonato nel riposo.
Ma di tanto in tanto sussulti… 

Forse per gli spasmi dei muscoli
a lungo contratti
o forse sogni d’essere ancora
nell’acqueo ventre materno…

Di tanto in tanto,
tenui sorrisi passano
sul tuo volto,
forse alla carezza
della soffice ala
del tuo Angelo…

Anch’io vorrei,
come angelo imperfetto,
superare le mie debolezze
proteggerti da ogni insidia,
da ogni pericolo,
dalla vita che incalzerà,
promettendoti fatui piaceri.

Ma non potrò!

E m’accontento,
di sorreggerti, ora,
fra le mie braccia che si fanno culla
e di gioire ai  tuoi brevi,
involontari sorrisi…

 

PRIMI PASSI

Muovi i tuoi primi passi
incerto, traballante
e, nonostante ostacoli e cadute
da cui faticosamente ti rialzi,
di nuovo in piedi, ancora procedi
caparbio, verso nuove mete…

 

SINTONIA

Altri dividono con te
sorrisi e giochi,
sconfitte ed emozioni.
Ricercano anch’essi  le tue carezze,
le tue furberie accattivanti,
i tuoi progressi, i tuoi slanci…

Ma io, gelosa, fingo
che tra me e te soli ci sia,
complice e silenziosa,
una profonda sintonia…

 

SILENZIOSE ELLISSI

Il mio cuore vibra d’amore per te.
Ma, come sempre,
non so darti nulla
se non il mio fare scontroso,
gelosa delle tue preferenze.
E del tuo cerchio d’amore
che non mi comprende.

Non so darti altro
che una piccola parte di me,
né regalarti, senza confini,
il mio io rinchiuso
tra mura d’egoismo e di solitudine.

Gelosa, dei tuoi sguardi stellati
che nelle loro silenziose ellissi,
in altri cieli lasciano
luminose impronte…

 

 

A ZIO GENNARO

Sei andato via anche tu
Con quel sorriso allegro
ed irridente sul viso,
stanco d’angosce e lotte

Poiché, difficile era, ormai,
affrontare la vita
d’anziano e decadente
e dimenticare i rimorsi.
Te, che nella passata gioventù
vibravi di gioia di vivere
e d’amare
Ma poi forse disperdesti
i tuoi talenti
nel vento che batteva
l’alta montagna alle tue spalle
e che infrangeva la sua folle corsa
sull’alto costone roccioso
dov’era la tua casa.
Mura bianche sospese nel vuoto...
Fatte d’aria e di sole
Dove però l’incomunicabilità del dolore
circolava veloce,
pulsava ininterrotta,
palpitante...

E forse non era possibile cancellare
Il ricordo lancinante, insistente
Di quella notte tremenda,
di quella rosa purpurea
fiorita all’improvviso
sul volto bello e disfatto di lei,
sotto lo zigomo destro.
Inattesa, in tanto pallore.
Sotto le sue palpebre stanche
la vita s’era fermata
in un attimo
di disperata liberazione.

Il suo corpo, in un attimo solo,
s’era librato
come gabbiano in volo,
sidereo e inafferrabile,
per planare ormai senza vita
nel sottostante giardino
come una farfalla purpurea
trafitta al suolo.

Sedate, ormai, le inquietitudini
e quel corrosivo male di vivere
che tormentava il suo animo...

…Sepolti nel mio cuore siete,
al riparo dall’infida palude
del presente,
fragile trama che si decompone
e non lascia intatti
i ricordi
e le immagini dei nostri giorni passati,
delle nostre gioie,
dei comuni dolori,
mentre tutto sfuma
in una girandola d’immagini
liete o tristi,
iridescenti a volte
come gocce d’un grande arcobaleno
o come una pioggia
grigia e sottile
di sensazioni inafferrabili.

E allora preferisco
tenervi sepolti
sotto la terra
fertile del cuore...

 

 

AD AMBROGIO FOGAR

Il tuo definitivo e più complesso viaggio,
quello verso la morte,
affronti oggi
con lo stesso coraggio, credo
con cui affrontasti la vita,
le mille avventure, i mille viaggi,
vibrando sull’invisibile filo del pericolo,
al limite quasi dell’incoscienza,
sfidando il freddo artico del Polo,
l’estrema solitudine degli oceani,
fronteggiando in un istante
la vita e la morte.
Eppoi restando immobile
- tremendo contrappeso della sorte –
legato a un esile soffio di vita artificiale.

Ora libero sei, di tornare
all’instancabile ricerca di pace e di silenzi,
in spazi immoti più ampi e più sereni,
scevri da pericoli e da insidie
Circumnavigando, forse,
inesplorati e lucenti
oceani di stelle…

 

 

AD UNA MADRE

Immagino il tuo dolore,  la tua solitudine,
 sia pure immersa  tra la folla,
dietro l’ampio, moderno bancone del bar
che ti protegge da ogni contatto.
Immagino i tuoi sogni di madre
dispersi dietro ricordi e speranze ormai spezzati:
“Questo piaceva a Ugo,
questo faceva Ugo…”
Rimane solo quel tuo sguardo spento,
perso dietro  tristi pensieri,
su quel volto pallido, tirato,
come risucchiato dal tempo…

 

 

A INDRO MONTANELLI

Nel giardino dei ciliegi
di tanto in tanto ritornava la tua ombra
in cerca dell’altro te stesso
che non eri stato…

Ma ora, finalmente, sì è placata
quest’ultima ricerca
perché non potevi restare
tu no, cittadino del mondo,
in quel luogo appartato…
Il tuo lavoro
chi lo avrebbe fatto meglio di te?

Con la stessa rapidità del pensiero
che scaturiva già nitido e completo,
agili e veloci,
le lunghe dita danzavano sulla tastiera,
a comporre il vuoto della pagina bianca,
con parole che incidevano l’anima
come ferite,
raccontando gli uomini, la vita…
Come un pittore dipingevi
le storie del mondo
suscitando immagini vive
di ciò che andavi narrando…

Non potevi sottrarti a quest’impegno,
giogo e delizia dell’anima tua
tu che, ne sono sicura,
in ogni storia, in ogni avventura,
in ogni uomo,
cercavi senza sosta
il mistico volto di Dio…

 

 

ANNUNCIO DI UNA NASCITA


Gioia e sconcerto, trepidazione
per questa inattesa, lieta  notizia
che ci scompiglia l’anima…

Ancora mesi prima di conoscerti…
Ma già ti penso, unico o unica,
appena creato dalla mente di Dio,
uguale o diseguale a me,
prolungamento dell’esistenza,
estensione della realtà,
essenza di amore e di diversità…

Nei giorni a venire sarai
centro di cure e d’attenzioni
E ancor più in futuro
quando sarai dono
ineffabile, tangibile…

 

 

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