Rubriche di
Patrizia Fontana Roca

 

DIARIO DI UN PELLEGRINAGGIO

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Prima di passare alla lettura del Diario, è necessario sapere che esso è stato scritto al ritorno dal primo pellegrinaggio a Medjugorje, avvenuto nel 1988, quando la vita nel piccolo centro della Bosnia Herzegovina era decisamente molto più semplice e gli abitanti dediti soprattutto ad una vita rurale. All'inizio degli anni '90, poi, la guerra in Jugoslavia, ha portato altri cambiamenti, ma l'atmosfera mistica del luogo, che comunque non è stato toccato - se non marginalmente - dal conflitto, è rimasta la medesima, coinvolgente e sacra. Le apparizioni continuano ancora giornalmente per 3 dei veggenti, ormai adulti, mentre gli altri 3 hanno apparizioni una volta l'anno o in qualche altra occasione.
Ancora una nota riguardante il giovane che nel 1988 è stato la nostra guida: ha studiato in varie Università europee, laureandosi in varie discipline, il 14 Giugno del 1992 è stato ordinato sacerdote in San Pietro da S.S. Papa Giovanni Paolo II, è ritornato nella sua terra natale, la Croazia, a Spalato, dove ha riattivato una chiesa che durante il comunismo era stata chiusa al culto, ha recuperato un altro edificio annesso alla parrocchia anch'esso confiscato, destinandolo a Oratorio, Centro Conferenze, Biblioteca, ecc.. Tutto ciò ha richiesto anni di lavoro ma il risultato è che ora la chiesa e l'oratorio - che si trovano al centro della città - sono frequentati da molti giovani, universitari o semplici lavoratori, che si adoperano in varie attività, ruotando intorno a Don Jozo che rimane il fulcro di tutto, organizzando ogni cosa e indirizzando alcuni di questi giovani, che egli ritiene orientati in tal senso, verso la vita sacerdotale. Già 4 di essi sono, infatti, diventati sacerdoti e già lavorano attivamente in varie parrocchie e istituzioni religiose della Croazia.
Don Jozo, poi, insegna all'Università, organizza ritiri in Italia per i suoi innumerevoli amici, pellegrinaggi a piedi nei vari Santuari mariani della Croazia o dell'Italia - rimarrà memorabile quello che ha effettuato per l'Anno Santo del 2000, a piedi da Spalato a Roma - e realizzando altri innumerevoli progetti. Ringraziando Dio di questi immensi doni che ci ha concesso, Gli chiediamo di proteggere e aiutare sempre Don Jozo e i suoi giovani nell'adempimento del loro laborioso impegno e di dar loro una sempre maggiore determinazione, forza e fede.

Degli altri componenti del primo gruppo partito per la prima volta per Medjugorje, alcuni purtroppo ci hanno lasciato per sempre e ci auguriamo che dal cielo ci guardino e proteggano; degli altri, alcuni li abbiamo persi di vista e speriamo che siano felici e coerenti nella fede, mentre con alcuni abbiamo continuato a vederci ininterrottamente, condividendo molte altre bellissime esperienze, compresi altri 5 viaggi a Medjugorje.

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Il testo e le immagini sotto riprodotti - riguardanti un pellegrinaggio a Medjugorje -sono di esclusiva proprietà di Patrizia Fontana Roca di Cartantica. Tale Diario è depositato presso l'Archivio Diaristico di Pieve Santo Stefano. Previa richiesta e citando la fonte, sarà possibile riprodurlo, specificandone l'utilizzo. Grazie.

 

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TRE GIORNI IN PARADISO


 

DIARIO

di un pellegrinaggio che vuol essere solo un resoconto, soggettivo d'accordo, ma il piu' fedele e minuzioso possibile di questa esperienza che ai piu' forse si presentava come un impegno troppo vincolante e pesante e che si e' rivelato, invece, un approccio gioioso e vivificante con la realta', prima sconosciuta, di Medjugorje. Realta' che abbiamo vissuto in questi pochi giorni calandoci dentro l'atmosfera che li' si respira, pregna di serenita' e d'un'essenza speciale palpabile nell'aria, nel cielo terso, nel sole, nei volti di molte persone che abbiamo avvicinato. E che, ne sono sicura, in molti di noi e' rimasta radicata nell'animo definitivamente e a poco a poco si dilatera', ci inondera', ci colmera' di pace e di frutti, intangibili forse ma rigogliosi.

Medjugorje non e' certo la panacea per guarire i nostri molti mali spirituali o fisici, ma e' una sorgente a cui attingere forza per sopportarli, una fonte di energia a cui caricarsi per sostenere le nostre battaglie. E' una oasi di pace in questo mondo in cui non c'e' altro che guerra di popoli contro popoli, di uomo contro uomo. E' una verita' in questa nostra societa' di miraggi, una boccata di aria sana e pulita in questa civilta' inquinata.

Facciamo tesoro dei doni che abbiamo ricevuto a Medjugorje e non sprechiamoli, una volta rientrati nel nostro ambiente di sempre, nella nostra citta', nelle nostre famiglie, nei posti di lavoro, per strada e ovunque andremo. Ma utilizziamoli nella nostra vita quotidiana, mentre lavoriamo, mentre ci rechiamo in ufficio, mentre ci affaccendiamo intorno ai fornelli, compiendo insomma i gesti soliti, mettendo in pratica, forse con qualche difficolta' ma con impegno, quanto li' abbiamo ascoltato e visto.

Forse siamo stati "chiamati" a Medjugorje o semplicemente attirati da essa, proprio per portare un messaggio, un esempio ai nostri fratelli, figli, genitori, agli amici, ai colleghi, all'uomo della strada che non ha mai sentito parlare di cio' che li' accade o a coloro che, pur avendone avuto notizia, non sono stati in grado di recepire. Ricordiamolo, con il nostro atteggiamento, a coloro che hanno vissuto la nostra stessa esperienza ma, travolti dai problemi di tutti i giorni, l'hanno dimenticata, non l'hanno messa in pratica, l'hanno relegata in un angolo del loro animo. Diamo loro l'opportunita', con il nostro agire e parlare, di rammentare e trovare nuova forza e nuovo impegno da questo ricordo.

Non indossiamo piu' la maschera quotidiana del cinismo, dell'egoismo, dell'indifferenza ma presentiamoci come siamo ora, con questa veste nuova di fratellanza, di altruismo, di pace.

Se ci ritufferemo nelle nostre esistenze di prima senza che nulla in noi e attorno a noi sia cambiato, senza portare da Medjugorje neanche un segno tangibile nel cuore, allora vorra' dire forse che la nostra anima non era ancora pronta a ricevere il suo messaggio e sara' bene verificarlo con una nuova esperienza.
Ma mi rifiuto di pensare che si possa restare insensibili all'atmosfera che abbiamo respirato, cosi' diversa da quella che aleggia nelle nostre citta' occidentali ricche di vita e di presenze ma imbevute di esteriorita', di solitudine, di follia, di infelicita'...


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PRIMO GIORNO

6 Settembre 1988, ore sette meno un quarto : la citta' si sta svegliando pigramente e nell'aria s'odono solo il fruscio di poche auto ed il brusio dei passeri tra i platani. Siamo gia' convenuti quasi tutti dinanzi alla chiesa di San Martino ai Monti, luogo di incontro per i pellegrini diretti a Medjugorje e timidamente ci presentiamo gli uni agli altri; molti vengono da fuori Roma: da Albano, da Rocca Priora, da Allumiere, da Civitavecchia, da Ostia e Suor Maria Alba dalla provincia di Terni, senza contare che Padre Mario vive ad Albany, in America!
Siamo in pochi, provenienti dalla parrocchia, ad essere gia' affiatati.

Inizia la difficile operazione dello stivaggio dei bagagli che occupa una buona mezzora, poi saliamo sul pullman per occupare i posti gia' prestabiliti e siamo pronti per la partenza che avviene alle otto e un quarto, quando la citta' e' ormai ridestata dal traffico gia' caotico.
Inoltrandoci in esso, ci lasciamo alle spalle i nostri problemi quotidiani, la sagoma bianca della chiesa, Padre Angelico che ci saluta un po' triste ed un nastro d'edera brillante di rugiada che s'addensa folto sui muri di palazzo Brancaccio e vibra al vento fresco della mattina.

I tre organizzatori, Paolo G., Paolo R. e Mario M., hanno gia' iniziato il loro compito di sostegno materiale, mentre Padre Antonio, che invece ci guidera' spiritualmente, invita i convenuti a non infierire troppo su di loro se si verifichera' qualche imprevisto o se verra' rilevata qualche manchevolezza durante il pellegrinaggio.

Comincio a guardarmi intorno, a scrutare i volti dei miei compagni, per capire qualcosa dei loro caratteri, dei loro sentimenti e della loro disposizione d'animo nell'affrontare questo viaggio. Alcuni ,come ho detto, li conosco gia', so gia' della espansivita' di Mario e della pensosita' di Giuliana, entusiasti della loro prima esperienza a Medjugorje condivisa con Mimma, operosa e simpatica, conosco il volto sereno di Paolo G., quello enigmatico di Michela sua moglie, il volto aperto di Padre Antonio che oggi appare raggiante e rilassato forse perche', una volta tanto, non ha sulle sue spalle il peso dell'organizzazione, quello sornione di Fra' Ignazio,il viso tranquillo della signora Alba, il viso aperto di Aldo, eppoi quelli giovani ma maturi ed espressivi delle ragazze, la faccia giocosa di Lino. Gli altri imparero' a conoscerli col passare dei giorni vissuti insieme, ma su tutti e' dipinto un sentimento di attesa e di speranza ... Anche sul mio, certamente, saranno disegnati gli stessi sentimenti e le stesse emozioni; dentro, invece, mi si agita un'oscura confusione fatta di dubbi e di certezze, di interrogativi, di negazioni che si alternano, si placano e poi riappaiono come spiritelli maligni in vena di burle.

I tre organizzatori hanno, ovviamente, caratteri diversi che pero' si compensano e si amalgamano compatti, a formare un unico fronte contro cui si spezzeranno gli ostacoli, la confusione, l'indifferenza che incontreremo sulla nostra strada o che involontariamente o meno creeremo noi del gruppo.
I due Paoli fisicamente si somigliano un po' per la corporatura e l'altezza, ambedue hanno quarantadue anni e sfoggiano baffi e barba precocemente ingrigiti ma Paolo G. ha una capigliatura piu' folta e mossa dell'altro e porta occhiali da vista, mentre Paolo R. inforca quelli scuri da sole. Mario M., invece non si puo' confondere con quella zazzera d'un bianco candido e quel vocione roco che spesso assume un tono autoritario di comando.
Paolo G., oltre ad essere stato il promotore del viaggio, e' il piu' maturo dei tre, un po' per carattere, un po' forgiato dalle due precedenti esperienze vissute a Medjugorje e dalla annosa amicizia che lo lega a Jozo - il ragazzo che troveremo ad attenderci a Spalato - che, come ci ha dichiarato : "Fa tutto per me ed io tutto per lui!".
Paolo G. ha capito profondamente il messaggio che dal piccolo centro jugoslavo si va trasmettendo al mondo e vive la sua vita di testimonianza con una tranquillita' ed una coerenza che gli invidio. E' instancabile nelle sue professioni di fede ed ha tempo per ogni cosa e per chiunque si rivolga a lui; si prodiga in chiesa, nella vita sociale, con gli amici ed a Medjugorje risolvera' alcuni problemi con pazienza ed imperturbabilita'. Ed in piu' e' umile, dote oggigiorno dimenticata.

Paolo R. e' il connubio personificato degli altri due: animato dallo stesso spirito di dedizione e generosita' del primo ma piu' pratico e razionale, irruente ed autoritario ma senza la caparbieta' di Mario. Severo quando e' necessario, gentile con i deboli, coi bambini e con gli anziani, tenace come un cane pastore che guida e protegge dalle insidie il suo piccolo gregge, forgiato nella fucina della vita dove alle volte, mettendo in dubbio tutto, si riscopre Dio Padre. Con pazienza ed amore fraterno si prodiga per il raggiungimento del benessere psico-fisico di tutti.
Con la sua solida corporatura e la sua irruenza Mario M. e' una punta d'ariete che sfonda molte resistenze ma, alle volte, dell'ariete sfodera una caparbieta' irragionevole con cui non ottiene il risultato desiderato. Ma il suo impegno e' genuino e piu' d'ogni cosa in lui s'ammira l'entusiasmo che cosi' tanta parte ha avuto nella fase iniziale del viaggio, quando Medjugorje era ancora solo un'idea. L'esperienza precedente in quel luogo lo aveva toccato profondamente, colmandolo d'una carica vivificante che gli ha dato forza nel comunicare il suo ardore ad animi tiepidi e vacillanti, nel trascinare chi gia' s'era prefisso di raggiungere prima o poi la meta. E anche se il suo vocione arrochito ci rimbomba nelle orecchie e se qualche volta vorrebbe rivoluzionare il mondo, lo guardiamo con ammirazione mentre lui, mai stanco, frenetico viaggia dall'uno all'altro capo del gruppo.

Il viaggio comincia con la benedizione del nostro sacerdote e con un canto in onore della Madonna, Regina della Pace, che ancora non conosciamo troppo bene ma che impareremo nel corso dei giorni. Una breve sosta sull'autostrada per Pescara, per sgranchirci le gambe e per ristorarci, poi di nuovo via, attraverso il rude paesaggio dell'Abruzzo, i paesetti sperduti nel verde, la Gola dei 3 monti, le gallerie ...
Arriviamo verso le 11,30 a Pescara dove le operazioni d'imbarco si svolgono ordinatamente; entriamo poi nel ventre scuro della nave risalendo subito di nuovo al sole, affascinati dai mille misteri dell'imbarcazione: i ponti, le scale, i boccaporti, le salette, la poppa, gli attrezzi dai nomi astrusi, un groviglio di corde arancioni ...
A Pescara abbiamo incontrato due nuove passeggere: Eliana,una bimba intelligente e vivace con problemi di deambulazione e sua madre, amiche di Lucilla, Francesco e Dennis, la simpatica famigliola romana.

A bordo abbiamo un'altra bimba, con problemi diversi e piu' gravi, Francesca, amorevolmente accudita dai genitori, Franco e Graziella. Francesca ad undici mesi venne colpita da una forte febbre che, malamente curata in noti ospedali romani, le ha comportato un arresto nello sviluppo psichico, mentre il fisico rigoglioso segue il suo ritmo naturale. Attenti a tutte le sue necessita', Franco e Graziella ci daranno quotidianamente un esempio d'amore e di fede immensi di cui dovremmo ringraziarli.

Tra di noi ci sono quattro religiosi: oltre a Padre Antonio, il nostro vulcanico Parroco, c'e' Padre Mario un Pallottino originario di Rocca Priora che da anni svolge la sua missione in America e che ora accompagna in questo viaggio i suoi anziani ma vigorosi genitori.
C'e' anche Suor Maria Alba, esile esile nella sua lunga veste nera, silenziosa ed umile. Infine, ma non ultimo, Fra' Ignazio, il frate sardo che vive accanto a Padre Antonio e che, per tener fede al suo ruolo di cuoco, si e' messo in viaggio con un bagaglio di salamini cacciatori ed una tanica di Vernaccia, prelibato vino proveniente dalla sua terra d'origine.

Sul fondo del pullman si sono raggruppati tutti i ragazzi, un folto gruppo che intraprende questo viaggio non solo per curiosita' o come gita di piacere, ma con l'intento di ricercare dentro e fuori se stessi un segno tangibile dell'esistenza di Dio e della Madonna.
Alla loro eta' adolescente sono ricorrenti le crisi spirituali ed esistenziali e questo pellegrinaggio forse chiarira' le mille sensazioni, i mille pensieri che si agitano nelle loro anime cosi' fragili ancora, cosi' indifese contro le insidie e le mistificazioni che la societa' d'oggi ordisce ai loro danni.
Donatella, Katia ed Angela fanno parte del coro di S. Martino e Lino presta la sua opera come chierichetto e conoscono quindi molti canti con cui allietano ed allieteranno il nostro cammino.
Siamo cinquantotto pellegrini, ognuno in cerca della sua strada per arrivare alla meta ultima: Dio e la sua Pace.

Ore 12.00.- La nave puntualmente si allontana dal molo lasciando una scia di schiuma candida e s'avvia verso il mare aperto, mentre tutti osserviamo questo inusitato scenario che cambia continuamente dinanzi a noi e respiriamo a pieni polmoni un'aria diversa da quella ormai mefitica di Roma.
Ci sistemiamo nelle poltrone a noi riservate ed ognuno passa il tempo come piu' gli aggrada (la maggioranza girovaga sui ponti, da poppa a prua, curiosando) finche' non ci ritroviamo tutti al Self Service dove consumiamo assieme il primo pasto composto da un primo, un secondo, un contorno, formaggio e frutta.
Fra' Ignazio dispensa il suo prezioso vino, promettendo per merenda panini col salame innaffiati da Vernaccia, ma poi non se ne fara' nulla, saremo troppo impegnati in altre faccende.

Consumato il pasto, ognuno si dedica a qualcosa, attendendo l'ora della Messa che, come annunciato dal Comandante in piu' lingue, si celebrera' alle 16,30 nella sala di ristoro attrezzata per l'occasione.
C'e' chi dorme in poltrona, chi staziona nel bar dopo un caffe' od un liquore, chi chiacchiera nella saletta superiore e chi, come i ragazzi, preferisce crogiolarsi al sole di questa bellissima giornata, seduto sul sartiame, cantando o scambiandosi confidenze, chi scatta foto mentre io, appollaiata nei posti piu' impensati, scrivo. Alle 16 il free-shop apre i battenti, subito preso d'assalto dai due o tre fumatori piu' accaniti che si accaparrano due stecche di sigarette ad un prezzo quasi dimezzato, mentre altri acquistano liquori o profumi.
Verso le 16 gia' fervono i preparativi per la celebrazione Eucaristica: un piccolo tavolo costituira' l'altare, i chierichetti ( Lino e Dennis ) si vestono, si requisiscono i giovani che ciondolavano in giro per fare le prove di canto e per far leggere loro le Scritture.
Alle 16.30 ci riuniamo per la Messa che si svolge con la piena partecipazione commossa di tutti, anche di Francesca che accompagna i canti con ritmici movimenti del corpo.

I nostri tre organizzatori, che quasi non si discostano l'uno dall'altro, fanno del tutto per soddisfare le necessita' di ognuno; hanno articolato un nutrito programma che sperano di poter seguire senza contrattempi.
Altri passeggeri, che come noi sono diretti a Medjugorje in piccoli gruppi familiari, captano la loro solerzia e ad essi chiedono informazioni e consigli. Un piccolo imprevisto viene subito risolto: i tre si vedono avvicinare da un padre di famiglia napoletano che li informa di essere stato derubato e chiede loro un prestito di almeno un centinaio di migliaia di lire. Dopo qualche occhiata di intesa essi decidono di dar fiducia all'uomo che ringraziando, dichiara che saldera' il debito una volta tornato a casa.
Ancora un po' di tempo libero - l'arrivo e' previsto per le ore 20 - che ognuno riempie a suo piacimento. La nave la conosciamo ormai in lungo ed in largo, il punto di ritrovo e' pieno di gente, sulle poltrone ci si accalda e ci si annoia, nella saletta superiore si gioca a carte ..., finche' verso le 19 si cominciano a intravvedere le prime propaggini della costa jugoslava, alcuni isolotti rocciosi, qualche luce. La nave scivola sull'acqua ormai nera, in apparenza leggera ma carica di uomini e di speranze, puntando dritta verso le luci del porto di Spalato che si scorgono, laggiu', guidata da altre piccole luci disseminate lungo la costiera.
Siamo finalmente a Split, come dicono qui; in fila indiana ci dirigiamo verso la dogana ognuno con il suo bagaglio. Alcuni piccoli contrattempi - una valigia scambiata con un'altra, alcune incomprensioni linguistiche col doganiere di turno - ci fanno temere il ritardo sulla tabella di marcia e difficolta' impreviste, ma tutto fila liscio e siamo pronti a risalire sul pullman.

Ad attenderci troviamo Jozo, nativo di Split, amico di Paolo G., che ci ha organizzato i pernottamenti presso le suore della Misericordia qui in citta', i pranzi al ristorante, la sistemazione presso le famiglie di Miletina, piccolo centro rurale che fa parte del comprensorio attorno a cui ruota oggi la vita dei pellegrini che si recano a Medjugorje. Di Jozo, laureato in lettere e filosofia alla Sapienza di Roma e laureando in Teologia, amico delle veggenti, umile e disponibile in ogni attimo della giornata, di Jozo predicatore che ci illustra con parole semplici precetti dimenticati e che ci guida su per le impervie strade del monte, agile e leggero come un cerbiatto, parlero' di giorno in giorno poiche' ci si rivelera' a poco a poco.
Egli ci da' il benvenuto nella sua terra e ci illustra brevemente le caratteristiche della citta' in cui siamo appena sbarcati e di cui possiamo vedere poco mentre viaggiamo in pullman, giacche' e' ormai notte e l'illuminazione e' scarsa. Nel buio pero' brillano mille luci provenienti dalle case, per la maggior parte appartamenti popolari, che si innalzano con la loro mole squadrata uno a fianco dell'altro, in un susseguirsi quasi monotono.

Le suore ci accolgono con sorrisi e solerti ci servono la cena: minestra in brodo, bistecca, peperoni, fagiolini, patate arrosto, cocomero o susine.
Ci rifocilliamo turbolentemente mentre i discorsi si intrecciano dall'uno all'altro capo del lungo tavolo, in un'euforia provocata dalla stanchezza e dalla consapevolezza di aver raggiunto la prima tappa di questo viaggio. Siamo quasi vicini alla nostra meta!

Gli organizzatori studiano un piano di distribuzione delle stanze e ce lo comunicano: 16 persone andranno a dormire presso un altro convento a poche centinaia di metri; tra di essi Paolo R. e Jozo.
Con qualche problema d'avvio, Paolo R. mette in moto il pullmino decrepito e traballante, con un circuito elettrico in pessime condizioni, un cambio che non ingrana, uno sportello che non chiude. Ma anche questi infinitesimali problemi non scoraggiano nessuno, anzi sono motivo di coesione ed anche di ilarita' poiche' l'imprevedibile Vincenzo Priore sfodera la sua ironia tutta partenopea con conseguenti risate da parte degli altri protagonisti della piccola avventura.
Svegliando da un sonno beato le suore gia' addormentate, prendiamo posto nelle nostre stanze, augurandoci scambievolmente un "Buona Notte" sincero, con l'augurio di rivederci riposati la mattina dopo alle 8.00, per essere tutti insieme alle 8.30 dalle suore della Misericordia.
Intanto s'e' alzata la bora - da queste parti e' di casa - che porta via un accenno di pioggia, ma non le zanzare che per molti rappresenteranno un tormento per tutta la notte!



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SECONDO GIORNO

 

Splende di nuovo il sole! La bora di stanotte ha spazzato ogni minaccia di cattivo tempo ed il cielo e' d'un azzurro intenso. Dal nostro balcone ci affacciamo su un paesaggio che non delude le aspettative di noi viaggiatori curiosi.
Rimontiamo sul camioncino, qualcuno s'avvia a piedi per dare un'occhiata ai dintorni e raggiungiamo il grosso della comitiva per la prima colazione a base di the', caffellatte, caffe', burro, marmellata, salumi e formaggi.

Partiamo subito dopo per raggiungere - derogando un poco al programma - la piccola Lourdes, una quasi perfetta copia della grotta francese, dove si venera la Madonna. La strada costeggia il litorale permettendoci d'ammirare un paesaggio di straordinaria bellezza: dinanzi a noi un mare d'un azzurro inimmaginabile da cui emerge l'imponente sagoma dell'isola di Brazza, un susseguirsi di piccoli centri, baie, promontori allungati pigramente nell'acqua ...
Il mare e' increspato dalla forte bora e s'agita, destando creste bianche e spumose che si rincorrono mentre il sole dipinge zone d'un blu piu' chiaro sulla tavolozza azzurrissima della distesa d'acque.
Penetriamo nelle vie affollate di alcuni paesetti e ci vengono incontro un piccolo mercato colorato e folkloristico, tanto verde, ragazzi che con guanti di gomma raccolgono le foglie cadute in terra e le gettano in ampi scatoloni di cartone ...
A destra, sempre il mare, a sinistra invece, s'innalzano costanti e brulli i monti su cui dovremo arrampicarci per raggiungere l'altra tappa del viaggio.

Jozo ci invita a recitare il Rosario e ci spiega la sua opinione sul perche' la Madonna ci consiglia la preghiera: anche se all'inizio pregheremo un po' controvoglia o senza molta convinzione, dovremo perseverare poiche' prima o poi entreremo in comunicazione con Dio ed Egli, parlando alla nostra anima, ci indurra' a pregare con il cuore.

Eccola, la piccola Lourdes, un angolo nella roccia su cui, come un gioiello, e' incastonata una piccola statua della Madonna circondata da fiori. Piu' in alto una grande croce di metallo luccica al sole; al di sotto un altare attorno a cui alcune donne del luogo o forse venute da lontano, in ginocchio ne percorrono il perimetro pregando.
Foto di gruppo ed una breve occhiata alla Via Crucis che si inerpica sulla montagna, mentre folate di vento gonfiano le gonne scure delle donne in preghiera.

Mentre noi ci attardiamo sul piccolo piazzale gli organizzatori vengono avvicinati da un giovane slavo vestito di bianco che chiede un piccolo favore: e' venuto sin qui a piedi da Spalato ed e' diretto a Medjugorje per tener fede ad un voto alla Madonna; mesi prima era caduto in coma e miracolosamente s'era salvato. Aveva cosi' deciso di intraprendere a piedi il lungo viaggio, ma ora e' allo stremo delforze, vorrebbe un passaggio sul pullman fino alla nostra prossima meta, il piccolo centro di Ljubuski. L'autista esita un po' perche' nel pullman piu' di tante persone non si possono portare ed ha timore che la Miljcia ci faccia passar dei guai, ma gli organizzatori affidandosi alla Madonna, decidono di caricare anche lui.
Il giovane si siede in fondo, tra i ragazzi e dopo pochi minuti e' gia' nel regno dei sogni, mentre tutti noi cantiamo e preghiamo in coro al momento dell'Angelus.

Jozo ci avverte che a Medjugorje potremo effettuare la Confessione, sulla cui importanza e necessita' Padre Antonio ci intrattiene, cercando di instillare in ogni animo il desiderio di una purificazione completa. Nella strada quasi deserta che si inerpica sulle montagne, d'improvviso incrociamo due bimbi piccolissimi che vengono dalla scuola del paese che ora s'intravvede sul dorso montuoso; le loro figurette in grembiuli bianchi si dileguano svelte sotto il nostro sguardo accompagnate da un agitar di mani.
Il paesaggio e' diventato scarno, estremamente sassoso: da tempo abbiamo lasciato il mare che appariva e scompariva dietro le curve a strapiombo, gli alberi contorti bruciati dagli incendi ed i tronchi bianchi calcinati dalla bora; ora ci sono sentieri impervii, piccoli lembi di terra coltivata tra i sassi, strappata a forza alle montagne, delimitazioni di pietra per recintare i campi, piccoli vigneti, siepi di more e melograni a profusione, in fiore o gia' colmi di frutti rossi e sugosi, collane di tabacco appese all'aria ad asciugare.


Siamo ormai nell'Erzegovina e ci fermiamo a Ljubuski per il pranzo, in un piccolo ristorante gestito da una famiglia di corporatura imponente, tutti bruni e di belle fattezze, specie la ragazza che serve a tavola l'immancabile brodo con i tagliolini, la carne di maiale arrostita, pomodori e verza.
Ci siamo divisi a gruppi di quattro attorno ai tavoli, tranne i ragazzi che stanno tutti assieme ed otto commensali, tra cui siedo anch'io, riuniti ad un unico tavolo piu' grande. Nel prezzo pattuito e' compreso anche il caffe' che ai piu' viene servito all'occidentale, mentre a noi otto viene offerto nel tipico bricco dorato dell'uso turco, poiche' quello espresso non basta per tutti.
E' una vera novita' che viene accolta in maniera contrastante: c'e' chi preferirebbe il solito vecchio metodo e chi, come me, e' entusiasta di scoprire nuovi costumi. Nel piccolo pentolino la polvere di caffe' si gonfia e ribolle, bruna e bollente, sotto il getto di acqua calda; la miscela viene fatta sobbollire piu' volte finche' non si ritiene che la bevanda sia pronta, ma deve riposare ancora un po', affinche' la polvere si depositi sul fondo enon venga ad inquinare l'infuso bruno in superficie.
Persino il napoletanissimo Vincenzo P., che della degustazione del caffe' fa un vero e proprio rito, non puo' esimersi dall'apprezzare la novita'.

Riprendiamo posto sul pullman e ci avviamo verso Miletina senza piu' soste, sotto lo sguardo severo e attento di Tito che prorompe dal versante di una montagna da un'enorme riproduzione bianca e rossa. Finalmente, a destra, compaiono il monte Krizevac e la Collina delle Apparizioni e ci fermiamo nello spazio erboso che s'apre tra le poche case del piccolo centro rurale.
Mentre gli organizzatori si riuniscono per decidere la sistemazione dei vari componenti del gruppo presso le famiglie che vivono a Miletina, noi prendiamo visione dei dintorni: qualche casa una accanto all'altra, alberi da frutto, stalle, per i viottoli bimbi e donne che ci guardano sorridendo con aria interrogativa. Sono le padrone di casa che ci ospiteranno, ma noi ancora non sappiamo a chi siamo destinati. Il dilemma si risolve ben presto: per nuclei familiari o raggruppando le persone sole, seguiamo le nostre ospiti che portano nomi difficili (Neda, Traceka, Ladoika, Branca), lungo le stradine asfaltate da poco ed entriamo nelle case, ognuna delle quali ha attiguo un orto in cui coltivano pomodori, peperoni, cipolle, filari di viti basse e pregne d'uva, qualche albero di fichi.
Fra' Ignazio, Vincenzo e Giuseppe sono destinati a dormire assieme in una stanza, io e Paolo R. nell'altra, nella casa dei Neda. Davanti ad essa un uomo magro e schivo, Marko, sta lavorando di buona lena ad innalzare una parete che permettera' di creare una nuova stanza per ospitare un maggior numero di persone, senza sacrificare la famiglia.
La donna che ci precede, camminando con un incedere che le nostre contadine non possiedono, non e' piu' giovanissima, abbastanza alta e molto magra, quasi scarna come molti da queste parti, con un viso angoloso e due occhi chiari, incastonati sotto l'arco scuro delle sopracciglia, che scrutano cercando di penetrare al di la' delle parole, poche, che tentiamo di scambiarci.
Essa ci mostra le stanze che occuperemo e in cui lasciamo i bagagli e ci invita a sederci in cucina, un ambiente lindo ed ordinato dove ci offre, con i gesti e le parole, un bicchierino di liquore locale.
Vincenzo, con la mimica del suo volto mobilissimo e delle mani, riesce a farle capire che gradirebbe un caffe', un vero caffe' alla napoletana, non quello che si usa qui, una bevanda scura si' ma pressoche' insapore e, meravigliati, vediamo apparire una macchinetta Moka che la donna riempie seguendo le istruzioni del nostro compagno. Riservata e gentile, essa acconsente a sedere accanto a noi ed a degustare un po' di caffe' caldo e forte, profumato.

Dopo questa sosta che e' servita a prender contatto con le famiglie ed a rinfrescarci, ci affolliamo di nuovo attorno al pullman che ci porta al Santuario di Medjugorje, un'imponente Cattedrale che s'innalza in mezzo a un largo spiazzo una volta erboso, ora asfaltato, attorno a cui si sono sviluppati servizi di comunicazione, bancarelle a non finire, strade, illuminazione.
A sentire coloro che alcuni anni fa avevano gia' intrapreso questo viaggio, le cose sono molto cambiate; anche qui, come in molti luoghi in cui e' apparsa la Madonna, gli uomini si danno da fare e lucrano su questi eventi iracolosi. E gia' le case si addossano ad altre case, i souvenirs vengono offerti a prezzi non proprio bassi, si susseguono i chioschi di bibite e persino di pizze, si vendono piccole statuine della Madonna in plastica per dar modo ai turisti di portar via l'acqua di una fontana che sgorga dinanzi alla chiesa e che si dice sia portentosa per guarire alcune malattie.
Qua e la', nelle strade non ancora finite, mucchi di mattoni grigi attendono d'essere usati, molte case sono in costruzione e quelle gia' tirate su si allargano, si ammodernano, si abbelliscono.

La Chiesa domina su questa selva di abitazioni con la sua sagoma essenziale: i due campanili laterali svettano nel cielo azzurrissimo come due lunghe dita che indichino una direzione consigliata.
Nella grande piazza antistante, sono infissi lampioni ed alberi di varie specie, aiuole ben tenute, una fontana ed una statua candida della Madonna. Nella chiesa c'e' gia' una gran folla, moltissimi i pellegrini provenienti da varie parti del mondo, mol- tissimi gli uomini e le donne d'ogni eta' dal volto indurito dalla fatica di strappare a questa terra grama qualche campicello da coltivare. Indossano vestiti semplici e le anziane portano gonne ampie e pesanti, calze di lana, zoccoli o scarpe informi ed in testa scuri fazzoletti.
L'ambiente e' ampio e chiaro, il sole e' ancora al massimo della sua potenza e penetra dalle porte laterali aperte e dalle finestre istoriate, rafforzando le trasparenze dei gialli; alle pareti dei quadri in vetro con pitture naives raffigurano le varie stazioni della Via Crucis.

L'altare, moderno, e' affossato nell'abside bianco su cui spicca una gran Crocdi legno ed una statua di S. Francesco; vari mazzi di fiori danno al candido scenario una nota di colore. A destra dell'altare, la luminosa immagine della Madonna davanti a cui i fedeli sostano a rotazione, per pregare e per chiedere qualche grazia.
Davanti all'altare, un frate francescano ci accoglie parlando la nostra lingua ed illustrando le richieste ed i desideri che la Madonna continuamente trasmette tramite i veggenti e i messaggi settimanali. Cerca di farci comprendere che anche la via dell'amore e del perdono comporta sofferenza, anch'essa e' una strada difficile, irta di ostacoli.

Fuori comincia a far freddo ed il vento solleva i sai dei molti sacerdoti che, seduti intorno alla chiesa, a ridosso delle mura di pietra o sull'erba del prato adiacente, attendono che i penitenti si avvicinino per confessarsi.
Li intravvedo dalla porta laterale aperta, mentre il numero dei fedeli in chiesa aumenta a vista d'occhio; e' l'ora del Rosario ed il francescano avvia la preghiera in croato: i pellegrini e gli abitanti dei dintorni rispondono in coro, ognuno nella propria lingua, piccola Babele in cui pero' ci si comprende.
La folla si fa piu' pressante e ci si sente addosso il fiato altrui, ma e' ordinata e silenziosa, solo qualche flash disturba lo svolgersi delle celebrazioni che culminano, poco piu' tardi, nella Messa concelebrata in forma solenne da sacerdoti di varie nazionalita' giunti a Medjugorje con i gruppi di pellegrini. Anche Padre Antonio e Padre Mario si uniscono ad essi e lo stesso faranno nei giorni seguenti.

La gente che continuamente entra nella Cattedrale e' come un fiume ininterrotto che s'ingrossa a vista d'occhio, finche' la chiesa e' stracolma e l'aria diventa soffocante. Il cielo ora e' quasi senza colore, inondato com'e' dal sole che brilla come un faro fosforescente: dalla porta aperta la luce penetra lateralmente, sostando prepotente sulla testa dei fedeli. Dio stesso attraverso la natura protende le Sue dita incandescenti ma delicate ad accarezzare i Suoi figli.
L'apparizione della Madonna ai ragazzi, che ora avviene nel coro situato sopra la porta d'entrata, s'e' svolta senza particolari turbamenti tra la gente assiepata; solo qualcuno dei presenti ha volto all'indietro il capo per scrutare oltre la balaustra all'ora solita - verso le sette meno venti - in cui l'avvenimento accade ...

Tutto quello che avviene attorno a me e' di tali dimensioni che non riesco a comprenderne quasi la ragione: tutta questa gente, tutto questo fervore, questa esaltata umilta', questa suggestione che vibra nell'aria stessa che respiriamo, mi sembrano caricati, eccessivi, mi fanno mettere in dubbio ogni cosa, anche le mie personali convinzioni e persino tutto quello che vedo con i miei stessi occhi.
Non ce la faccio piu' a restare ammassata tra la folla ad ascoltare l'interminabile omelia in croato: esco all'aperto, mi perdo tra la gente che attende di confessarsi, tra quella che ascolta la Messa tramite gli altoparlanti o rista' inginocchiata nell'erba o sul sagrato.
Osservo i confessori seduti in fila indiana a poca distanza l'uno dall'altro, quel tanto che permetta di non udire le parole dei penitenti, scruto i volti delle decine e decine di fedeli che stazionano sulle panche poste dinanzi alle porte della chiesa o che come me vagano avanti ed indietro in attesa di confessarsi o cercando di far luce nel proprio animo. Molti si fermano in preghiera per lungo tempo in ginocchio, testimoniando pubblicamente la loro conversione.
Ma questo spettacolo enorme e travolgente mi lascia insensibile, come se la mia anima fosse sorda e muta e tutto intorno a me irreale, impossibile ... Mi siedo su un muretto mentre la bora si alza gelida ad avvolgermi come un sudario di indifferenza e le luci dei lampioni gettano sul selciato bianco ombre lunghe e indefinibili.

La funzione termina a sera inoltrata e il gruppo dei miei compagni esce alla spicciolata; rientriamo in fretta nelle famiglie dove consumiamo una lauta cena servita dalla donna che conosce qualche vocabolo d'italiano e tenta di tradurlo nella sua lingua, ma riusciamo a comprendere solo la parola "Dobro" che vuol dire "Buono"; quasi stupidamente, come fanciulletti cocciuti, la ripetiamo ad ogni occasione, accompagnandola con gesti del capo e con sorrisetti melensi: "Dobro, dobro ...".

Appena conclusa la cena un piccolo gruppo di noi, i giovani e quelli un po' meno giovani, si raccoglie di nuovo al pullman per raggiungere la Collina delle Apparizioni che vogliamo scalare recitando il Rosario. Armati di torce e capitanati da Jozo che sembra conoscere le pietre del sentiero una ad una, arranchiamo, ormai gia' stanchi dopo questa lunga giornata,pregando finche' non arriviamo in cima all'altura dove, proprio al centro dello spiazzo, infissa in un ammasso di pietre, c'e' una Croce semplice e nuda con un Cristo in metallo ed una piccola statua della Madonna.
Spegniamo le torce ed attorno a noi cala un buio fitto spezzato solo dalle piccole fiaccole che ardono come segni votivi attorno alla Croce, poi uno di noi punta la sua luce sull'immagine di Maria che sembra risplendere nella notte. Preghiamo ancora ed innalziamo a Lei le nostre intenzioni, le nostre suppliche, ascoltando la voce di Jozo che intercede per noi.

La notte e' un po' fredda ma limpida, nel cielo occhieggiano milioni di stelle che sembrano convenute li' da ogni parte dell'universo; in basso, nell'ampia vallata, brillano invece le tenue luci dei centri abitati, create dagli uomini. E noi siamo quassu', in mezzo tra la terra ed il cielo, incerti tra materia e spirito, piccole cose inerti se non ricevessimo il soffio vitale di Dio.
La mia anima, pur turbata, non si vuol lasciar suggestionare da questa atmosfera di comunione con gli altri e con Dio, che spesso e' in grado di raggiungere da sola, non vuol sottostare all'influenza delle sole emozioni e dei sentimenti anche se positivi. E' qualcosa di piu' che essa attende, a cui anela: una trasformazione integrale e positiva, una convinzione incrollabile, un accrescimento costante della fede giorno dopo giorno, che renda ogni atto ed ogni pensiero compiuti come un dono, un'offerta di tutta se stessa.

Ma e' tempo di tornare di nuovo a valle; silenziosamente discendiamo il colle, facendo attenzione a non inciampare nelle grosse pietre, riprendiamo il pullman e torniamo alle case assegnateci dove ormai tutti dormono. Ma le luci sono ancora accese a significare che il nostro arrivo e' atteso.

Mi accorgo solo adesso che non so neanche il nome della donna che ci ospita me, mio marito e gli altri tre uomini, non gliel'ho chiesto ed ora sta dormendo nell'unica stanza disponibile, quella dove vive sua suocera, una vecchia malata, insieme ai suoi tre figlioli: Luca, Tomislav e Ivan.
A Vincenzo, Giuseppe ed Ignazio ha riservato la sua stanza matrimoniale dopo avervi aggiunto un altro lettino; a noi due ha riservato la stanza dei ragazzi dove due divani ampi e candidi occupano quasi tutta la superficie. Sui mobili ben tenuti, allineati in bell'ordine, si susseguono tazzine da caffe', piatti, soprammobili e qualche giocattolo: una macchinina rossa di metallo, un pupazzetto, dei libri ...

 

- Diario di Medjugorje 1988 - Terzo e quarto giorno


- Diario di Medjugorje 1988 - Quinto giorno

 

 

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- Messaggi della Madonna

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