Rubriche di
Patrizia Fontana Roca

COLLABORAZIONI

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LA PUGLIA, TERRA DI PAPI E DI SANTI

Capitolo 1

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La chiesa di Casaranello


E’ noto a tutti come la Puglia  sia o possa essere considerata culla di santi.
San Giuseppe da Copertino, sant’Antonio Francesco Fasani,  il beato Giacomo di Bitetto, la beata suor Elia di san Clemente, carmelitana scalza, il servo di Dio don Eustachio Montemurro, fondatore di due congregazioni religiose: le Suore Missionarie del Sacro Costato e i Piccoli Fratelli del SS.mo Sacramento, don Pasquale Uva, fondatore della casa della Divina Provvidenza di Bisceglie, senza dimenticare il santo per eccellenza, che pur non essendo pugliese di nascita, è vissuto nella nostra regione e le cui sue spoglie mortali vengono custodite sul Gargano, san Pio da Pietrelcina.
Ma la Puglia si conferma, nella sua radicata religiosità, anche terra di papi, avendone dati tre alla Chiesa universale. Infatti, secondo una ricostruzione e ricerca condotta alcuni anni fa da Matteo Fantasia, sfociata in una pubblicazione editoriale: “I Papi Pugliesi”, Schena editore, 1987, viene alla luce una verità ai più sconosciuta. Secondo questo studio i papi pugliesi sono tre: un salentino e due baresi:

Bonifacio IX, Pietro Tomacelli, nato a  Casarano o Casaranello, in provincia di Lecce, diocesi di Nardò, fra il 1344/1355 o nel 1359.
I biografi, purtroppo, sono discordi, anche  se è possibile accettare come più vera la data intorno al 1350.

Innocenzo XII, Antonio Pignatelli, vide la luce il 15 marzo 1615 a Spinazzola, che un tempo era in provincia di Bari, oggi città inserita fra i comuni che compongono la nuova provincia di Barletta – Andria – Trani, della diocesi di Altamura – Gravina.

Benedetto XIII, al secolo Frà Vincenzo Maria Orsini, dell’ordine dei Padri predicatori, nato a Gravina in Puglia il 2 febbraio 1650, in provincia di Bari, della stessa diocesi di Innocenzo XII, attualmente servo di Dio in quanto candidato agli onori degli altari, essendo in corso il processo di beatificazione.
Queste tre grandi figure, vissute in periodi difficili e tumultuosi per la vita della Chiesa (non va dimenticato che durante i quindici anni del pontificato di Bonifacio IX la chiesa fu scossa dallo scisma di Avignone, dove si risiedeva l’antipapa spagnolo Pedro de Luna, segnano la storia della nostra regione, anche se fra luci ed ombre, o, forse, fra più ombre che luci, come è nel caso di papa Pietro Tomacelli di cui ci occuperemo più diffusamente.

 

PAPA BONIFACIO IX

Papa Bonifacio IX

Questi non brillò per spessore religioso, se è vero - come riconoscono i suoi maggiori biografi -  che fu un papa nepotista, preoccupato a garantire le vie del successo e della considerazione a parenti vicini e lontani, che si macchiò di simonia vendendo indulgenze e fu anche di basso livello culturale.

Queste colpe e questi errori hanno pesato negativamente sulla sua azione pastorale, non meno, forse, della sua giovane età  - salì al Soglio pontificio ad appena quarantacinque anni – e degli agi in cui aveva vissuto, provenendo da una famiglia nobile anche se decaduta e che forse gli fecero esercitare  il ministero petrino con troppa liberalità, incoscienza e superficialità.

Di questo successore di Pietro è stato tramandato il ricordo grazie all’opera di recupero e di riabilitazione che ne fece il vescovo Antonio Sanfelice, uno dei più illustri pastori della diocesi di Nardò per dottrina, saggezza e zelo. Correva l’anno 1717, quando nel corso della sua visita pastorale fece sostituire l’epigrafe quasi distrutta dal tempo, apposta tre secoli prima per ricordare il battesimo di questo illustre figlio salentino.
Dice l’iscrizione, tradotta dal latino:

“A DIO OTTIMO MASSIMO
FERMATI O FORESTIERO
E AMMIRA IL DECORO DI QUESTO TEMPIO
QUI
BONIFACIO IX TOMACELLI
PONTEFICE MASSIMO
NATO DA GENITORI SIGNORI DELL’UNO E DELL’ALTRO CASARANO
COL SACRO BATTESIMO FU PURIFICATO
QUESTA CHIESA PRIMIERAMENTE VENERO’ COME MADRE
COLUI CHE POI IN TERRA FECE LE VECI DEL SOMMO DIO
ANTONIO SANFELICE
VESCOVO DI NARDO’
NELL’ANNO DI CRISTO 1717
ORDINO’ CHE FOSSE RINNOVATO IL RICORDO QUASI DISTRUTTO
DELL’OTTIMO PRINCIPE CHE IMMORTALMENTE MERITO’
DELL’ORBE CRISTIANO E DELLA CHIESA”

 

Casaranello, epigrafe fatta apporre dal vescovo Antonio Sanfelice

In questa ricostruzione va evidenziato anche il giudizio positivo espresso da alcuni storici. E’ il caso di Fliche, Martin e Castiglione.
Essi, sia pure in tempi e modi distinti, non esitano a definire questo papa:
“Giovane, bello e casto, questo cardinale divenuto papa col nome di Bonifacio IX sembrava promettere un lunghissimo regno”.
O ancora: “Questo Pontefice resterà segnato nella storia per il suo straordinario spirito di bontà: egli infatti andò continuamente cercando pace, conciliazione e carità”.
Per concludere,  fra assoluzioni e condanne, l’unico Giudice dei vivi e dei defunti potrà scrivere la parola fine, scrivendo o riscrivendo quella storia che noi, purtroppo, non leggeremo mai.

 

Capitolo 2

 


Lecce, piazza Duomo



 

PAPA INNOCENZO XII

Papa Innocenzo XII


Attingendo da Matteo Fantasia, autore de “I papi pugliesi”, Innocenzo XII è il secondo, dopo Bonifacio IX, di cui ci siamo occupati, a cui seguirà Benedetto XIII, ultimo vicario di Cristo nato in questa generosa terra di Puglia.
Questo pontefice nacque a Spinazzola il 15 marzo 1615, dalla nobile famiglia Pignatelli. Al fonte battesimale gli fu imposto il nome  Jacinto, Francesco, Luigi, Giuseppe, Antonio, anche se quello che restò scritto sul margine sinistro dell’atto di battesimo fu Antonio.
Di questo illustre personaggio si può dire che fece una rapida e brillantissima carriera ecclesiastica. Da piccolo, dopo aver percepito i segni della vocazione religiosa, intraprese il cammino ecclesiastico, diventando sacerdote, nell’ordine dei Gesuiti, laureandosi in diritto canonico e civile.

La sua preparazione teologica e giuridica consentì a molti pontefici di averlo come stretto collaboratore, soprattutto nelle missioni difficili da dirimere. Fu ambasciatore e fine diplomatico, infatti, fu nunzio apostolico presso le sedi di Varsavia e Vienna.
Purtroppo, questa carriera che sembrava essersi avviata verso una folgorante ascesa, fu interrotta quando al Soglio di Pietro fu eletto Clemente X, papa Altieri, che lo destinò vescovo residenziale a Lecce. A capo della Chiesa salentina restò per 12 anni, a mezzo del suo vicario, mons. Matteo Pulverini fino a quando non fece ritorno in Vaticano per assumere gli incarichi importanti nell’ambito della Curia romana. Fu nominato segretario della Congregazione dei vescovi e due anni dopo Maestro di Camera.

Prima che fosse destinato a Napoli, non bisogna però dimenticare le altre tappe episcopali intermedie che lo videro protagonista, come Legato pontificio, cioè il vescovado di Faenza e a quello di Bologna.
Del suo episcopato in terra leccese si ricordano alcune importanti opere destinate alla cattedrale: tre porte nuove realizzate a sue spese, il restauro della campana grande e la dotazione di ricchi paramenti sacri e di due paliotti d’argento. Il suo ricordo fu sempre esaltato, tanto che alla sua morte, avvenuta il 28 ottobre del 1700, proprio a Lecce furono celebrate solenni esequie.

Quando nel 1686 morì il cardinal Caracciolo, arcivescovo di Napoli, l’allora pontefice Innocenzo XI, che  cinque anni prima gli aveva consegnato la berretta cardinalizia, non ebbe esitazione a destinarlo alla sede partenopea.
A parere degli storici, Napoli fu la sede che lo preparò e lo lanciò per l’ascesa alla carica più importante e più prestigiosa nella vita della Chiesa, cioè al Sommo pontificato. Resse la diocesi di Napoli per quasi quattro anni, perché ne prese possesso solo venti mesi dopo la sua designazione e nel frattempo il governo pastorale venne affidato al canonico Francesco Verde. Anche in questo nuovo ruolo non mancò di far emergere le sue doti di pastore e di saggio ed  attento conoscitore delle problematiche politiche, che, in quel tempo non mancavano. Fu vescovo zelante, e relativamente alla sua pietà religiosa, favorì ed incrementò il culto e l’adorazione verso l’Eucarestia.

 

 

Stemma di Innocenzo XII

Dovette affrontare, con non poche difficoltà le conseguenze del terremoto del 1688, che colpì Napoli e gran parte della Campania, in particolar modo Benevento e il vasto territorio provinciale, come vedremo nel corso del profilo biografico di Benedetto XIII. Due futuri papi pugliesi uniti dalla stessa tragedia.
Ma dopo  Napoli e dopo lunghi mesi di conclave, ben sei, il 12 luglio 1691, Antonio Pignatelli potè diventare il nuovo vicario di Cristo e successore di Pietro. Non fu eletto all’unanimità, come ci raccontano le cronache redatte  dal Pastor,  nella sua Storia dei papi, al capitolo secondo del libro XIV. Ciononostante, il nuovo pontefice si mostrò all’altezza del compito, seppe dare prova di governo, seppe conservare l’umiltà dei semplici, il coraggio dei forti, tanto che non disdegnò di combattere il nepotismo e ogni forma di corruzione e di sopruso nei confronti dei poveri.

Se può essere iscritto nella storia come uno dei pontefici che seppe distinguersi per un tratto importante, questo è quello di essere stato il papa dei poveri, se è vero -  come è vero - che per favorirli nominò un avvocato che prendesse le loro difese. La sua attenzione verso gli ultimi si concretizzò, inoltre, con la ristrutturazione dell’orfanotrofio  San Michele a Ripa Grande che ampliò in modo da poter accogliere ed ospitare 300 ragazzi tolti dalla strada e avviati al lavoro. Come Benedetto XIII, indisse il Giubileo del 1700, ma a differenza di questi non potè vederne la fine, con la chiusura della Porta santa, perché la morte lo colse il giorno 27 settembre dello stesso anno.
In queste brevi note è stato delineato, sia pur limitatamente, il profilo di una persona i cui meriti sono ascrivibili alla sua consolidata esperienza di uomo di fede e di preghiera. Incessantemente volle il bene della Chiesa, sotto ogni profilo e con mezzi sempre leciti.
Di questo papa, c’era chi avrebbe voluto esaltarne le virtù eroiche, avviando un processo di canonizzazione che lo portasse agli onori degli altari, ma purtroppo gli intrighi della politica, con i veti incrociati di Luigi XIV con il quale Innocenzo XII si era scontrato violentemente a causa del gallicanesimo, lo vietarono e fecero cadere ogni legittima velleità.


CAPITOLO III


 

PAPA BENEDETTO XIII

La matematica dice che il numero tre è il numero perfetto, attingendo, con ogni probabilità, dai latini che dicevano: “omne trinum est perfectum. Tre, per un caso o una coincidenza sono finora i papi pugliesi. Degli altri abbiamo ampiamente scritto e descritto, in precedenza, da queste stesse colonne, la loro vita, le opere pastorali, il loro servizio alla Chiesa, fra ombre, luci, consensi e dissensi.

Papa Benedetto XIII

Ora è la volta dell’ultimo della serie, Benedetto XIII, della nobile famiglia degli Orsini. Nato Pierfrancesco, a Gravina in Puglia, dal duca Ferdinando III e Giovanna Frangipane della Tolfa, come primo erede del casato, a diciassette anni veste l’abito domenicano, assumendo il nome di Vincenzo Maria.
Una scelta difficile e travagliata, perché osteggiata dalla madre, la quale stava preparandogli, essendo il primogenito, un bel partito matrimoniale. Ma lui, incurante dei piaceri mondani e dei privilegi di corte e di casta, abbandona tutto e segue la chiamata vocazionale al sacerdozio, intraprendendo una rapida carriera ecclesiastica, tant’è che a 22 anni - ad appena un mese dalla sua ordinazione sacerdotale - tra resistenze, pianti e dinieghi, viene nominato cardinale, del titolo di San Sisto, da papa Clemente X, e non perché raccomandato o per una sorta di privilegio che gli derivava dalla sua discendenza e dai suoi avi, ma perché apprezzato come modello di santità, dottrina, cultura, sapienza e scienza.
Questo incarico, inaspettato, lo turbò parecchio, perché egli voleva continuare a vivere la vita del chiostro che aveva scelto, ma non fu così e, costretto all’obbedienza da parte del suo Maestro generale dell’ordine a cui apparteneva, chinò il capo, convinto di fare la volontà di Dio, assumendo con dignità e decoro tutti gli impegni che gli furono assegnati.
Dapprima nei panni di uomo di curia, presso alcuni dicasteri vaticani, e, successivamente come vescovo di Manfredonia, Cesena e Benevento. In queste tre sedi vescovili spese, fino alla morte, tutte le sue energie spirituali, morali e materiali. A sue spese restaurò - se non addirittura costruendoli dalle fondamenta – chiese e ospedali, come nel caso di Manfredonia, dove non esitò, sotto la spinta del Concilio di Trento, a costruire anche un seminario per la formazione del clero.
In questa terra garganica il suo episcopato durò poco meno di cinque anni, perché fu poi trasferito a Cesena. Anche qui, nella brevità della sua permanenza, non fece mancare il suo apporto, le sue intuizioni pastorali e sociali e come a Manfredonia e successivamente a Benevento, per i contadini poveri che non dovevano essere soggetti ad usura, istituì i Monti frumentari, una specie di banca del grano. Questa fu ritenuta una importantissima opera sociale, tanto benemerita e ricordata anche successivamente, a distanza di due secoli dall’istituzione, dall’onorevole Giustino Fortunato nel corso di alcuni suoi interventi presso la Camera dei Deputati.

 

 

Stemma di Benedetto XIII

Per l’Orsini, la parentesi cesenate fu di passaggio nel senso che egli vi dimorò poco, a causa delle malferme condizioni di salute, ma anche perché, sempre a sua insaputa e contro ogni sua volontà, era già predestinato a sedi sempre più importanti e più vaste, come quella di Benevento. Correva l’anno 1686 quando il giovane presule prese possesso della cattedra episcopale che era stata di san Gennaro. Due anni dopo, purtroppo, sulla città capitale del Sannio e in tutto il suo territorio provinciale si abbattè un violento terremoto che mise a nudo povertà, miserie, di cui il solerte arcivescovo non fece altro che condividerne i bisogni. Fortunatamente e miracolosamente, come egli ha sempre affermato, e per l’intervento di san Filippo Neri, di cui era fervente devoto e apostolo, uscì illeso dalle macerie dell’episcopio.

Questo gli consentì di mettersi subito al lavoro dopo essersi reso conto dei danni che la città e la popolazione aveva subito. Come sempre a sue spese, contribuì alla ricostruzione, intervenendo di persona presso i cantieri, presso le case dove si trovava la gente indigente e bisognosa di aiuti, presso gli ospedali per visitare i feriti. Furono giornate vissute instancabilmente con l’intento di ridare un tetto alle famiglie e di ricostruire i sacri tempi abbattuti, i conventi che ospitavano le comunità religiose maschili e femminili. Nel giro di pochi anni, la città risorse ed egli si meritò l’appellativo di secondo ricostruttore di Benevento. Purtroppo, però, questa rinata normalità o normalizzazione durò poco tempo, se è vero che nel 1702, un secondo sisma continuò a “privilegiare” quelle popolazioni. Il povero arcivescovo, ancora al lavoro, ancora con lo stesso amore e zelo, si adoperò instancabilmente per ridare dignità e decoro a tutti.
In questi anni di difficile governo pastorale, comunque non smise mai di visitare la sua grandissima diocesi, che si estendeva fino ai confini dell’attuale Molise. Ogni anno indiceva visite pastorali e teneva i suoi Sinodi, giunti al numero di 44, tanti quanti gli anni di governo episcopale, avendo conservato  - cosa insolita, ma per lui normalissima, perché non volle mai staccarsi da quella che egli definiva la sua sposa - quella sede anche da papa. Tanto è vero che, dopo essere stato eletto  il 29 maggio del 1724 e dopo aver celebrato l’Anno santo del 1725, nonostante il parere contrario dei cardinali, la visitò ben due volte: nel 1727  e nel 1729. Da papa non si smentì, non solo perché volle vivere in condizioni parche anche se agiate, senza sfarzi e senza troppi codazzi, ma perché continuò ad essere più che vescovo e papa un vero e proprio parroco, alle prese con la consacrazione di chiese, altari, arredi sacri, ordinazioni di sacerdoti, vescovi, suore, monache.

Pierfrancesco Orsini,
Papa Benedetto XIII

Nonostante i suoi 76 anni, l’anno di maggiore impegno fu quello in cui celebrò il diciassettesimo Giubileo, indetto a pochi mesi dalla sua elezione al Soglio pontificio. Fu proprio in questa occasione, che,  continuando  nel suo mecenatismo al servizio degli umili e degli ultimi, fece costruire l’Ospedale di Santa Maria e di san Gallicano, specializzato contro le malattie della pelle e quelle veneree, per consentire a quelle persone, che venivano rifiutate in altre strutture ospedaliere, di essere accolte e curate. Per l’anno giubilare fu aperta la scalinata di Trinità dei Monti, così come viene ricordato da due lapidi che si trovano presso l’imponente monumento. Sempre in occasione dell’anno di grazia del 1725, indisse e celebrò il Concilio Lateranense, evento che non si celebrava da secoli e che doveva servire per ripristinare ordine e disciplina nei vari settori della vita della Chiesa.
Purtroppo, molti biografi di questo pontefice concordano che, al di là dei buoni propositi del Santo padre, per certi aspetti l’assise si rivelò un fallimento, nel senso che andarono disattese le premesse della vigilia, per la impreparazione di un clero abituato a non privarsi dei propri vizi e dei propri privilegi di casta.  

Benedetto XIII fu un papa al limite di ogni umano attivismo. Spesso, si recava a visitare i degenti nelle strutture pubbliche, gli ammalati in case private, imbattendosi in tuguri malsani, nelle carceri a visitare i detenuti. Dagli addetti alla custodia, alle pulizie, al vitto, all’assistenza  pretendeva che a tutti venisse riservato un trattamento dignitoso e rispettoso. Fu severissimo nel rimproverare se trovava gli ammalati trascurati nel cibo, nel vestiario, negli indumenti e nell’alloggio. Da papa, si recava spesso a fare visita ai suoi confratelli domenicani, ora alla Minerva, ora a Santa Sabina, ma sempre da umile e ultimo dei frati, tanto è vero che non disdegnava di servire a tavola.
Nel corso del suo ministero petrino canonizzò molti santi tra i quali san Luigi Gonzaga, san Stanislao Kostka, santa Margherita da Cortona, san Giovanni Nepomuceno, sant’Agnese da Montepulciano, san Giovanni della Croce. 
In tutto questo scenario di splendore, purtroppo, c’è stato un cono d’ombra che ha offuscato la sua immagine cristallina. La presenza fra i suoi più stretti collaboratori del cardinale Coscia, accusato  - giustamente o ingiustamente e per questo anche processato e condannato, dopo la morte del santo pontefice - di essere stato un personaggio avido, che aveva abusato della bontà dell’Orsini, commerciando in titoli, dignità, riconoscimenti, promozioni, favori e indulgenze. Questo macigno, ha pesato negativamente sulla vita del pontefice, spesso rimproverato da altri collaboratori di esserne stato il protettore. Può darsi lo sia stato, inconsapevolmente o consapevolmente, ma vogliamo riconoscergli un‘attenuante che nessuno mai, finora, si è azzardato ad avanzare anche nelle sedi delle due fasi processuali precedenti in cui poteva essere elevato agli onori degli altari?
Ma un papa può anche pensare, come Cristo, di non disdegnare i peccatori, di non vergognarsi di loro, perché il fine ultimo deve essere e può essere la conversione? Ovviamente, questa è una domanda rivolta e diretta a chi dice di credere nel vangelo, a chi dice di professarsi, probabilmente, solo a parole, seguace di Cristo. La parabola terrena di Benedetto XIII si concluse il pomeriggio del 21 febbraio 1730, ultimo giorno di carnevale, come asseriscono i suoi maggiori e qualificati biografi: dai domenicani Vignato e Thuron, al Pastor, al Pittoni, al Borgia.
A noi, senza volerci distinguere, senza volerci sostituire ai cultori della sua vita e della sua storia, ma solo perché ci troviamo dinanzi al vicario di Cristo, piace scrivere che la sua morte avvenne la vigilia del mercoledì delle Ceneri.

 

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