Rubriche di
Patrizia Fontana Roca

COLLABORAZIONI

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CURIOSITA'

 

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I SOPRANNOMI A BARI: STORIA E CURIOSITA'

 

- Un “Quaderno monografico”, pubblicato nel 1992 dal Comune di Bari, firmato da Vito Antonio Melchiorre (1922-2010), edito da Mario Adda Editore, tratta un interessante argomento del costume barese a proposito di nomignoli e soprannomi.

È noto che il soprannome o nomignolo è un appellativo distintivo di una persona o di una famiglia, che si usava aggiungere al nome proprio, derivandolo generalmente dal nome di uno dei genitori, dal luogo di origine, dal mestiere esercitato, o da un appellativo equivalente, diverso, sotto certi aspetti, dal nome proprio e dal cognome, o che prende generalmente spunto da qualche caratteristica fisica, mestiere esercitato o altro.

Lo storico Melchiorre, consultando documenti e archivi baresi di oltre un millennio fa (quello di San Nicola parte dal 939, mentre quello della Cattedrale dal 952), ha trovato quantità incredibili di soprannomi.

Pare siano stati i romani a disciplinare per primi l’onomastica per cui ogni individuo possedeva un ‘prenomen’, un ‘nomen’, un ‘cognomen’ ed, a volte, anche un ‘agnomen’ (soprannome). In sostanza il prenome era il nome individuale, il nome consisteva nel gentilizio (comune a tutti i componenti), il cognome indicava la famiglia, comune anch’esso a tutti i membri, mentre l’agnome era un soprannome individuale, attribuito per speciali qualità, per azioni straordinarie, per abitudini o per qualche particolare merito. Questo si verificava nel periodo della decadenza e così non mancavano persone che avevano molti più nomi, come, ad esempio, il filosofo Boezio, che si chiamò Flavio Anicio Manlio Torquato Severino Boezio, o Quinto Fabio Massimo Temporeggiatore (Fabius Quintus Maximus Cunciator) per cui Quinto era il prenome individuale non trasmissibile, Fabio il nome comune e trasmissibile, Massimo il cognome pure comune e trasmissibile della famiglia e Temporeggiatore il soprannome personale.

Dopo la caduta dell’Impero Romano e l’avvento del Medio Evo, le cose cambiarono e le persone erano indicate con un solo nome, senza alcun appellativo. Con le invasioni barbariche pure i nomi romani furono abbandonati e sostituiti con nomi nuovi, alcuni dei quali ancora sopravvivono in cognomi moderni. Il diffondersi della fede cristiana, poi, determinò l’adozione di innumerevoli nomi di santi e martiri.

 

 

 

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LE TABACCHINE E LA MANIFATTURA DEI TABACCHI DI BARI

 

Molte città italiane sono state sedi di Manifatture dei Tabacchi, prima private e poi controllate dai Monopoli di Stato. Bari fu una delle città prescelte per l’installazione di un edificio finalizzato alla lavorazione dei tabacchi con l’impiego in massima parte di donne definite ‘tabacchine’. Fu Nicola Balenzano (1848-1919), allora sottosegretario alle Finanze e successivamente ministro dei Lavori Pubblici, a favorire la scelta di Bari, anche perché all’epoca quella di Lecce non era ampliabile ed era dedicata alla confezione di polveri.

Nel 1901, ad esempio, su un organico di 13.313 unità, 12.044 erano donne pari al 90,5% del totale, distribuite in 17 stabilimenti dislocati nella penisola. La gestione ad opera dello Stato si traduceva in una organizzazione abbastanza rigida, ma garantiva anche una tutela per le lavoratrici.

Bari, pronta ad aprirsi alla emancipazione femminile, vide le prime tabacchine agli inizi del Novecento. Mille donne e cento operai pronti ad assicurare una produzione giornaliera di 800 chilogrammi tra sigari toscani, sigarette nazionali ed indigene.

Il lavoro delle tabacchine non era per nulla da invidiare dal momento che le operaie erano costantemente a contatto con foglie di tabacco in fermentazione, gli ambienti dovevano essere umidi affinché il tabacco non seccasse e spesso, per il caldo dell’estate, molte di esse svenivano. Vi erano anche i lati positivi: contratto di lavoro, orario di svolgimento dello stesso e, soprattutto, erano riconosciuti periodi di astensione per gravidanza e maternità. Nello stesso stabilimento erano disponibili asili-nido ed i bambini erano affidati a colleghe operaie che per vari motivi erano addette a questa particolare mansione.

Vito Maurogiovanni (1924-2009), nel suo libro “Cantata per una città” (Levante) scrive che «Andare a lavorare alla Manifattura Tabacchi era una scelta traumatica. La donna di quei tempi doveva essere tutta madre, chiesa e casa - per cui – le tabacchine degli Anni Trenta erano, nella concezione prevalente, quasi donne del peccato».

Alle tabacchine, molte delle quali morivano del mal sottile per colpa del tabacco, Maurogiovanni proponeva l’intestazione di una strada tra le vie Nicolai, Garruba e Crisanzio, circondario in cui insisteva lo stabilimento.

Oggi, la monumentale struttura che ospitava la Manifattura Tabacchi di Bari, è stata acquistata parte dall’Università e parte dal Comune, il quale ultimo ha deciso, forse erroneamente, la destinazione a mercato giornaliero. L’opificio, il più grande a Bari alla fine degli anni ’10, ha segnato un momento importante anche per la presenza di un notevole numero di donne nel mondo del lavoro.

La Manifattura dei Tabacchi, un tempo chiusa ed inaccessibile agli estranei, oggi è aperta alla città per il mercato ortofrutticolo al dettaglio ed anche come luogo di aggregazione in un quartiere, il Libertà, in via di riqualificazione.

Il poeta Peppino Franco (1891-1982) scrisse nel lontano 1940 la poesia che segue: un quadretto di vita vissuta di una tabacchina che dopo un giorno di lavoro tornava a casa in treno con il proprio figlio che allattava e, per mancanza di posti in terza classe, si sedette in prima classe, ma si imbatté nelle ire del controllore con il quale ebbe una vivace discussione. 

 

LE TABACCHINE... (1)
di Peppino Franco

Tutte le sere pàrtene da Bare
le fèmene de Medugne e de Bitette,
ca vònne a fategà alle tabbàcche.

La sere, alla stanziòne, arrìvene sembe
acquànne ’u trene avà partì, e tanne,
le vite a fusce accome alle quaquè (2),
arrambecàte ’o trene pe’ nghianà (3).

Ca iè creiùse po’, ca chidde fèmene,
na vònne mà’ sbegnàte... (4) ngocche e cose
honna scì strascinànne appijrse appijrse:
o nu uagnone ca sta chiange o cande,
o nu treppòne ca ngi abballe nnànde.

’Na sere ’u trene steve chijne chijne;
’na fèmene (de chidde cu prescìzze (5)
cu piccinìnne mbrazze a dange ’u latte,
non acchiò pòste nda la terza classe,
venì jìnda a la prima e s’assedì (6).

’U condrollòre, ca se n’avvertì,
nge scì a cercà ’u begljètte (7) tanne stesse,
vedì l’abbonamende in terza classe
e nge decì: - Da ddò te na da scì!

La fèmene, cu scherze e che la rise,
decì ca in terze na nge steve ’u poste,
e a stà alle mbìjte (8) che nu figghie mbrazze,
non ève cose ca peteve fa
e doppe ’na scernate de strapàzze.

Ma ’u condrollòre, teste nge gredò,
e ’u stette a dìsce pròbbie alla taliàne:
- Signora – voi qui – non potete stare!

La fèmene tanne, acchemenzò a sfòttue: 
- Do na ngi pozze stà?... e pe’ cci cose?...
La facce ca jì tenghe na iè brutte...
la veste nguèdde iè pelìte e bbòne...
le scarpe?... nà!... so pùre nove nove... 
percè so tabacchère?... e cce uè fa?
adacche ssì ’u Segnore m’ha velùte...
tu sà ca ’u Munne è fatte a pesatùre...
ce nasce poverèdde e cci segnùre.
E ppo’ t’avijsse crènze ca le cose
ca tena la segnure so chiù mègghie?,
... le tene ièdde e pure jì le tenghe.

- Ma ’u condrollòre perdì la pacienze: 
- Finitela – gredò – vi ho detto basta! –
La fèmene mbrìme: - Statte citte a me?...
E come a case parle pure ’u cane, 
e mbacce a te mò jì... jì, me a sta citte?...
... ma lei sta schijrze... o sta nervuse assà...
o sò le zicarèdde (9) ndrittigghiàte (10)
de la coppue ca t’honne puèste ngape.
Accome disce tu, e a sta alle mbjìte,
che sta figghiàte mbrazze ca me spolpe...
che tutte chisse poste ddò vacande!...
...’u nase ’u tijne o stà felgiùte ndutte?
Che mmè ca so povrèdde fasce ’u ’uàppe...
Ci stève ddò marìdme e te vedèsse...
... vattìnne và... e non facènne ’u fesse!

1940
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1 Citte citte… fra nu e nu… di P. Franco, Ed. Grafischena, Fasano (BR), 1976, pag. 113 
2 Sciocca 
3 Salire 
4 Libere, senza impegni 
5 Contentezza, piacere, felicità 
6 Sedette 
7 Biglietto 
8 In piedi
9 Paccottiglia, merce minuta
10 Attorcigliate   

 

 

 

 

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LE DONNE BARESI? RISERVATE, MA IMPORTANTI!

 

Fino a non molto tempo fa, le occupazioni alle quali la donna poteva aspirare – soprattutto al fine di contribuire al bilancio familiare – erano piuttosto limitate, tuttavia la creatività ed il genio femminili non sono mai stati centellinati, in alcuni casi hanno rappresentato l’eccellenza in diversi settori.

In precedenza, invece, il diritto longobardo nelle ‘Consuetudines Barenses’, considerava la donna addirittura incapace di governarsi, per cui si richiedeva che fosse costantemente sottoposta all’altrui potestà (?). Tale forma di tutela, ricorda Vito Antonio Melchiorre (1922-2010), nei suoi libri “Storie baresi” (Levante) e “Donne baresi” (Adda), si chiamava ‘mundio’ e ‘mundualdo’, aggettivi attribuiti a colui che l’esercitava, identificato nel padre, nel fratello, nel figlio, o altro parente maschio, scelto dalla stessa donna, ovvero un apposito giudice del ‘mundio’, ma mai il marito, il quale poteva subire le moine della moglie e quindi essere raggirato. In certi casi era proprio lo stesso marito a necessitare del consenso della moglie per il compimento di alcuni atti.

È il caso di ricordare che alcune donne baresi hanno contribuito nel 1862 all’Unità nazionale, attraverso una “Filantropica Associazione delle Dame Baresi”, finalizzata alla raccolta di offerte per il “fondo sacro al riscatto di Venezia e di Roma”, per la totale unità del paese.

Il 27 aprile del 1898, invece, una popolana barese, Anna Loprieno, soprannominata ‘La Mosce’ (per la faccia butterata), capeggiò una grande rivolta a causa dell’aumento del prezzo del pane, definita “La piccola rivoluzione francese”, sommossa che ebbe ripercussioni anche nel resto d’Italia, e per la quale ad Anna Loprieno fu dato un secondo soprannome “La Portapannère” (portabandiera).

Altro personaggio da considerare barese per il suo vissuto è Bona Sforza, figlia di Isabella. d’Aragona e del duca di Milano Gian Galeazzo. Nata probabilmente tra il 1493 ed il 1494, seguì la madre a Bari ove fu educata, approfondendo studi classici e religiosi. Sposò nel giorno di San Nicola del 1517, per procura, il re di Polonia Sigismondo I Jagellone e si circondò di molti italiani, tra i quali il nobile barese Vespasiano Dottula ed il medico Iacopo Ferdinando.

Nel diritto consuetudinario barese, nonostante la sfera femminile fosse fortemente limitata dal ‘mundio’ (il potere domestico esercitato dal capo della famiglia), erano previsti anche i diritti delle donne. In una codificazione (XLVII) erano stabilite le spettanze della moglie sui beni altrui tenuti in usufrutto dal marito, al momento della stipulazione del contratto di matrimonio, mentre la successiva (XLVIII), permetteva alla donna di contrarre liberamente mutui, cosa impossibile in precedenza senza la tutela. Nella codificazione XLIX era consentito alla donna alienare qualcosa o contrarre altro tipo di obbligazione, sia pure per mezzo di terzi, ma sotto l’attenta verifica dell’intera operazione da parte di un magistrato. Solo le disposizioni riguardanti l’anima non erano sottoposte a controllo che potevano essere liberamente adottate.

Ed a proposito di anima non si può non ricordare suor Elia di San Clemente, al secolo Teodora Fracasso (1901-1927), unica donna barese, che nonostante la sua breve vita terrena, è assurta all’onore degli Altari, motivo per cui Bari può ritenersi orgogliosa, di aver dato i natali ad una persona che “Godette fama di santità ancora in vita ed aumentò anche dopo la morte”. Fu il pontefice Giovanni Paolo II ad introdurre la causa della sua beatificazione, avvenuta il 18 marzo 2006.

 

 

 

 

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LE MASSERIE DI PUGLIA, STORIA E CURIOSITA'

 

 

La masseria è una tipologia costruttiva tipica del cinquecento e del seicento. Molto diffusa in sud Italia, soprattutto in Puglia e Sicilia, rappresentava una grande azienda agricola abitata sia dai proprietari terrieri che dai contadini e comprendeva le aie, lo spazio per le stalle, i depositi per i foraggi, i raccolti, ecc. Un recinto alto e in certi casi fortificato, dotato di molti comfort, anche se nel tempo ha subito importanti trasformazioni, al punto da discostarsi dalle forme originarie. Oggi la masseria è utilizzata nella maggioranza dei casi ad agriturismo, bed and breakfast o a sala ricevimenti e, in Puglia se ne contano parecchie.

Luigi Mongiello nel suo libro “Masserie di Puglia” (Adda editore), ricorda che la Puglia centro-meridionale, che comprendeva Bari, Taranto, Brindisi e Lecce, fu sottoposta, in tempi addietro, ad accatastamento, in quanto la terra fu divisa in appezzamenti di 200 ‘jugeri’ (unità di misura di superficie usata nell’antica Roma, equivalente a un rettangolo di 240 x 120 piedi romani, ossia a circa 2500 metri quadrati). L’operazione era conosciuta come ‘centuratio’ o ‘limitatio’, consistente in frazionamenti che permettevano di tracciare strade e lotti più piccoli di varie dimensioni che venivano assegnate ai coloni.

 

Qualche decennio fa, Antonio Ludovico, nell’intento di contribuire a far conoscere, amare e valorizzare ogni pietra, ogni oggetto ed ogni reperto del proprio territorio, pubblicò il volume “Masserie e campagne a Castellaneta” (Levante Editori).

Il fenomeno della masserie nel territorio di Castellaneta (TA), riguarda un considerevole numero di complessi, comprendenti sia quelli con monumentali corpi di fabbrica, che quelli tanto piccoli da non lasciare neanche traccia toponomastica nella cartografia ufficiale.

Da qualche tempo si è iniziato a considerare le masserie beni culturali, alla stregua di chiese e palazzi, da valorizzare e tutelare. Infatti, a causa delle trasformazioni sociali che si sono determinate in conseguenza del rapido sviluppo industriale verificatosi dal dopoguerra in poi, con le massicce emigrazioni, l’urbanizzazione e il conseguente esodo dalle campagne, è stato relegato in secondo piano il sistema fondato sull’agricoltura, determinando la crisi della cosiddetta “cultura contadina”.

 

La masseria si configura come cittadella autonoma, con possibilità anche difensive, talvolta, scrive Stefania Mola, segno di superficie di una grotta sotterranea. Nella masseria o fattoria, tutto ruota intorno ad una grande corte comprendente l’abitazione, affiancata da una serie di ambienti di servizio funzionali alle attività che ivi si svolgono, compresa la chiesa o la cappella.

“In Puglia se ne contano circa 2000 tra rustiche, aristocratiche, tipicamente mediterranee o sontuosamente barocche. Monumentali o turrite in Capitanata, pietrose, basse e quasi radenti al suolo sulla Murgia, le masserie si accendono del bianco di calce a sud di Bari e nel Brindisino, per ridiventare monumentali e signorilmente austere nel Salento. Dal Gargano alla piana assolata del Tavoliere sorgono isolate su vasti terreni”. I sovrani di Napoli nel ’400 crearono la “masserie regie”, stazioni di posta e di controllo del flusso delle transumanze delle pecore tra Puglia, Molise e Abruzzo.

Nella Valle d’Itria, tra murge, trulli e grotte, le masserie hanno invece la dolcezza del “giardino mediterraneo”, fra ulivi, vigneti, mandorleti, imponendosi scenograficamente nel territorio..

In questo lavoro sulle dinamiche storiche delle masserie nel territorio di Castellaneta, l’autore riesce efficacemente a «leggere i parametri e le strutture inerenti a ogni epoca, captando quegli assunti fondamentali che conformano la fenomenologia territoriale».

L’autore legge la storia del suo territorio in maniera policentrica, connotando in maniera originale questo angolo di Puglia.

Ben vengano, quindi, queste iniziative rivolte a promuovere la conoscenza e la valorizzazione dei beni culturali, finalizzate soprattutto a stimolare interventi organici per la salvaguardia del patrimonio culturale della nostra Terra, anche per far conoscere alle nuove generazioni quella parte del nostro passato, di un passato che ci appartiene e che ciascuno deve contribuire a custodire. Insomma, «un popolo che non onora il proprio passato è destinato a buttar via il presente e comunque, a non avere prospettive per il futuro».

Oggi le masserie trasformate in agriturismi o “soggiorni verdi”, offrono ospitalità, visite guidate e prodotti della terra insieme a genuinità di piaceri e ricordi di vita antica.

 

 

 

 

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CHE FINE HANNO FATTO LE BUONE MANIERE?

Nell’undicesimo secolo, un doge veneziano sposò una principessa bizantina che usava portare il cibo alla bocca con piccole forchette d’oro a due denti. Fece scandalo: i preti, indignati invocarono la collera divina contro la malcapitata, rea di avere precorso i tempi, mentre, otto secoli dopo, il galateo sosteneva che mangiare con le mani è cosa da cannibali.

Ancora qualche secolo dopo (1552), Monsignor Giovanni Della Casa (1503-1556), arcivescovo di Benevento, letterato e scrittore noto soprattutto per il libro delle buone maniere dal titolo “Galateo, ovvero dei costumi”, dal nome di Galeazzo (latinamente Galatheus) Florimonte (1484-1565), vescovo di Sessa Aurunca (Caserta), che gli suggerì l’idea. Egli raccoglie una serie di norme di “civil conversazione”, di consigli e suggerimenti sulla maniera di vestire, di stare in tavola e di come comportarsi correttamente e con galanteria nella vita di relazione. 

L’opera, che riflette nell’equilibrio del costume morale e nella purezza della lingua l’ideale di vita del Rinascimento, fu imitata nei secoli successivi e l’idea venne ripresa con maggiore interesse per l’educazione sociale e morale anziché per le sole buone creanze. 

Oggi il galateo di Della Casa, pur essendo attuale per molti aspetti, contiene consigli ormai superati e non più al passo con i tempi, per cui qualcuno ha sentito la necessità di modernizzare e aggiornare la nostra educazione ed il modo di comportarsi nelle varie situazioni della vita sociale, consegnandoci un passaporto per il viaggio in società e per renderci lo stesso più agevole.

Le buone maniere non sono soltanto ‘bon ton’, ma qualcosa di diverso che sistemare le posate a tavola o scrivere correttamente una lettera o un indirizzo su una busta. Infatti, la buona educazione spazia nella vita di giornata (levata, pranzo, scuola, televisione, hobby), al comportamento nei luoghi che frequentiamo (chiese, musei, biblioteche, ospedali, pullman, aerei, ecc.), al rispetto dell’ambiente ed agli aspetti della correttezza nei confronti degli altri per finire alla prevenzione ed alla solidarietà.


Un testo pubblicato recentemente dall’editore Armenia “Galateo – Il libro delle buone maniere”, i cui testi sono stati curati da Maria Cristina Giordano, Alessandra Repossi e Francesca Cosi, con illustrazioni di Alessandra Chiarlo, ricorda che “più di ogni altra cosa le buone maniere riguardano la civiltà, il fondamento della nostra società, e permettono di ristabilire quei rapporti di comprensione e gentilezza che rendono più semplice e piacevole la vita quotidiana e che, oltretutto, non costano alcuno sforzo a chi le mette in pratica”. Nel manuale troverete tanti piccoli consigli per esprimere al meglio lo stile e l’intelligenza che vi caratterizzano e per sviluppare quel talento personale che potrete coltivare prestando attenzione al prossimo, evitando di fare ciò che vi infastidirebbe se fatto da altri.

A tavola ad esempio, il cellulare si tiene spento, non si ritocca il trucco o i capelli, non si mischia vino e acqua, non si mangia con ingordigia, si ride con discrezione, si soffia il naso senza fare rumore, si servono prima le signore, non si inizia a mangiare prima che tutti siano stati serviti, il pane non va tagliato ma spezzato e così via.

In tema di automobili è bene sapere che la cura, la manutenzione, l’uso della stessa, “esprimono il grado di civiltà del proprietario”, esortandolo ad usare la macchina lo stretto necessario, per evitare inquinamenti, ingorghi, spreco di tempo, denaro e salute.

Le regole del ‘bon ton’ mascherano emozioni e spinte emotive che potrebbero farci apparire sgradevoli. Le buone maniere permettono di stabilire quei rapporti di comprensione e gentilezza che rendono più semplice e piacevole la vita quotidiana.

Atteniamoci dunque alle regole del buon vivere, non solo a tavola, poiché così facendo si può rispondere ai bisogni dell’uomo di oggi e contribuire con naturali e sereni antidoti al miglioramento della qualità della vita.

Ricordate che il ‘bon ton’ è il nostro migliore alleato per vivere più sereni.

 

 

 

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DANTE, BARI E LA "COMMEDIA" IN DIALETTO BARESE

 

Per l’apertura delle celebrazioni del 700° anniversario della morte di Dante Alighieri (1265-1321), si è svolto alla presenza del presidente della Repubblica, nel Cortile d’Onore del Quirinale, il Concerto sinfonico con l’Orchestra Luigi Cherubini, diretto da Riccardo Muti.

Il Presidente Mattarella, ricordando la figura di Dante nella sua grandezza umana e intellettuale, ha definito il sommo poeta “il più universale dei poeti italiani”.


La “Commedia”, scrive Francesco Granatiero, “rappresenta il cammino di un uomo la cui esistenza, fondata su un sistema di valori assoluti, è storicamente impegnata contro il male che affligge l’umanità. Si tratta di ideali molto vivi nel Romanticismo e nel Risorgimento. Dante è ritenuto il padre dell’italianità e della patria ancor prima della sua costituzione”.

Per l’apertura delle celebrazioni del 700° anniversario della morte di Dante Alighieri (1265-1321), si è svolto alla presenza del presidente della Repubblica, nel Cortile d’Onore del Quirinale, il Concerto sinfonico con l’Orchestra Luigi Cherubini, diretto da Riccardo Muti.

 

 

Anche Bari ha onorato Dante con la traduzione in dialetto barese de “La ‘Chemmedie’ de Dande veldat’a la barese”, ad opera del poeta Gaetano Savelli, pubblicata in tre volumi da Savarese: “U‘Mbìerne” (Inferno), “U Pergatorie” (Purgatorio) e “U Paravise” (Paradiso). Una immane fatica, pubblicata dall’autore a sue spese e presentata, qualche decennio fa, in un gremitissimo Circolo Unione di Bari a cura dell’Università Popolare, allora presieduta dal prof. Alberto Milella Chartroux, medico.

 



Bari può essere orgogliosa di essere stata citata da Dante Alighieri nella sua Divina Commedia, citazione che la Puglia divide solo con Brindisi e che molte città famose ci invidiano. Armando Perotti (1865-1924), ne parla nel suo volume “Bari dei nostri nonni” (Adriatica Editrice). Quanto sopra è ricordato anche da Nicola Roncone nella sua corposa pubblicazione “L’Istria e la Puglia negli Studi di Francesco Babudri” (Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano), nella quale si legge che la nostra città non è citata come un insignificante inciso, ma come termine essenziale nella trafila di un discorso in uno dei più delicati canti del Paradiso, l’ottavo, in cui traspira il dramma della mancata vita di un principe magnifico, Carlo Martello, il quale se fosse vissuto più a lungo, avrebbe saputo compiere tante belle imprese di pacifica e proficua politica. In questo ambiente di luce appare il nome di Bari, circoscrivendo una configurazione politica di grande momento.

………… 
e quel corno d'Ausonia che s'imborga
di BARI e di Gaeta e di Catona,

da ove Tronto e Verde in mare sgorga. » (63)

(e u cuèrne dell'Itaglie c'assà tene
cetate, BARE, Gajet'e Catone
ca u Tronde l'acqu'e u Verd'a mar'ammene).
...............

E per restare ancora con Dante, ecco un’altra curiosità relativa alle “Crittografie mnemoniche dantesche”, riprese dal volume di F. Comerci e M. Cosmai «Italiano a doppio senso» (Levante). Il termine crittografia deriva dall’unione di due parole greche: “kryptós” che significa nascosto, e “gráphein” che significa scrivere. Pertanto la crittografia tratta delle “scritture nascoste”, ovvero dei metodi per rendere un messaggio “offuscato” in modo da non essere comprensibile a persone non autorizzate. Tale messaggio si chiama comunemente crittogramma.

La crittografia, secondo il Vocabolario Treccani, è una scrittura segreta, cioè tale da non poter essere letta se non da chi conosce l’artificio fisico e logico usato nel comporla. Cosa che hanno fatto i due autori riprendendo da periodici enigmistici una serie di crittogrammi e riportati nel testo citato, e che solo a mo’ d’esempio ne indicherò qualcuno (soluzione, crittogramma, fonte, autore), riferito appunto alla Divina Commedia di Dante Alighieri, insieme ai nomi fittizi degli stessi autori dei giochi.


 

 

 

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IL TELEFONO E LE SIGNORINE DELLO 04

Fino agli anni ’90 erano in funzione nelle nostre case i telefoni cosiddetti ‘duplex’, frutto di una tecnologia inventata nel 1928, con lo scopo di rendere accessibile il servizio telefonico a più abbonati, a costi inferiori. Consisteva nella condivisione di una linea telefonica tra due abbonati, alternativamente. Da ciò si evince che si lesinava perfino sul canone, proprio il contrario di oggi. Situazioni di decenni fa che oggi fanno nostalgicamente sorridere i meno giovani e sorprendono i più piccoli, incapaci di immaginare un mondo così complicato, almeno nel campo della telefonia. In sostanza l’utilizzo del telefono era condizionato dal vicino che condivideva la linea e si sperava sempre sulla brevità delle conversazioni.

Tramontato il ‘duplex’, è rimasto il telefono fisso, che aveva tanti difetti, ma anche qualche piccolo pregio di non poco conto. Attendevi una telefonata importante? Allora ti toccava stare a casa. Erano tempi in cui non esisteva la segreteria telefonica e quindi l’impossibilità della registrazione dell’ora e del numero delle chiamate ricevute.

Oltre al problema del ‘duplex’, c’era anche quello delle telefonate interurbane che richiedeva l’intervento di un operatore del gestore telefonico, il cui collegamento poteva avvenire solo tramite il centralino, dove rispondeva solitamente una voce femminile.

Attivata la teleselezione in Italia il 31 ottobre 1970, le chiamate tra prefissi diversi divennero dirette, mandando in pensione le storiche “centraliniste” della SIP (poi Telecom), le famose signorine dello 04. Il nuovo sistema ampliò notevolmente il traffico telefonico, migliorando i contatti e proiettando l’Italia (6° paese al mondo ad adottare la teleselezione), tra le realtà più avanzate tecnologicamente.

A quei tempi (1954) il regista Gianni Franciolini pensò bene di realizzare un film sull’argomento “Le signorile dello 04” (il numero che si componeva per le interurbane), con la partecipazione di Antonella Lualdi, Franca Valeri, Giovanna Ralli, Marisa Merlini, Peppino De Filippo, Aldo Giuffrè e tanti altri.

Il film narrava la vita e le vicende di cinque impiegate dei ‘Telefoni di Stato’, nell’atmosfera della febbrile attività che è propria di una centrale telefonica, le quali dopo il turno, rientravano a casa, dove ognuna viveva un particolare ambiente, diverso da quello di lavoro e, con altre preoccupazioni. C’era la ragazza energica e spigliata e c’era anche quella, che ha imparato a proprie spese quali siano le conseguenze di un attimo di leggerezza apprezzando un cuore generoso e sincero, all’idillio sentimentale fra la telefonista e lo studente. La grigia e dura esistenza di una collega sposata che il marito tradisce, reca una nota di grande tristezza in quell’ambiente, ne quale predominava solitamente la spensieratezza e la gaiezza della gioventù.

Franciolini realizzò il film con garbo e scioltezza, senza metterci niente del suo oltre questo impegno di serio lavoro. Le telefoniste non sono che un pretesto per raccontare tante storielline. Si parte da un ambiente reale che potrebbe prestarsi a un’indagine di ordine umano e sociale, per creare, invece, un tipo di film comico sentimentale che, se si contrappone ai famosi telefoni bianchi, non è detto che in quanto a clima gli sia molto distante.

Il 3 aprile 1973 parte la prima telefonata con telefono cellulare, mentre dieci anni dopo la Motorola annunciava le vendite di ‘Motorola DynaTAC, un ‘mattoncino’ lungo 33 cm, del peso di 800 grammi, portatile sì, ma molto lontano dall’attuale produzione che in pochi grammi racchiudono una tecnologia ed una funzionalità incredibili.

Nel mercato della telefonia mobile non c’è stata, ovviamente, solo Motorola. Fra i nomi più rilevanti va ricordata la Nokia, che segnava il suo ingresso sul mercato alla fine degli anni ’80, e qualche anno più tardi arrivava Snake all’interno del Nokia 6110 insieme ad altri due giochini (meno iconici), mentre nel 2000 arrivava il 3310, seguito qualche anno più tardi dall’annuncio dei primi terminali con schermo a colori, e dei primi smartphone con funzionalità avanzate.

Oggi i telefoni cellulari sono diffusissimi e godono della massima popolarità: si è passati da un telefono a famiglia ad uno o più telefoni personali, per non parlare dei collegamenti che sono possibili oggi con internet, i social e tutta quell’altra tecnologia che permette di collegarsi da lontano alla propria abitazione o al proprio negozio con collegamenti che consentono il controllo e la programmazione di apparecchiature a distanza, invio di messaggi, ecc.

Con la cosiddetta telefonia mobile sono scomparse quasi del tutto le cabine ed i posti telefonici pubblici. Ed è scomparso anche il gettone telefonico, realizzato dalla Stipel, poi SIP, composto da nichel, zinco e rame.

 

 

 

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C'E UN TEMPO PER OGNI COSA

 

 

- Il “Qohèlet” o Ecclesiaste, che significa Maestro o oratore nell’assemblea o adunarla o convocarla), un libro di dodici capitoli scritto nel III secolo, ricorda che “C’è un tempo per ogni cosa”.
 Il genere letterario è quello dell’autobiografia di un sovrano. Si tratta di una specie di testamento, finalizzato alla formazione dei giovani aristocratici della società. Qohèlet è scritto in un tempo di passaggio, di confusione, di cambiamento epocale, simile quindi al nostro.

Il titolo del libro indica anche l’autore, colui che raduna l’assemblea. L’autore, comunque, è identificabile in Salomone, figlio di Davide, re di Gerusalemme, anche se tale attribuzione potrebbe giustificarsi nella preoccupazione di dare autorità al testo, riferendosi ad un personaggio di alto rango, di prestigio. Egli, in ogni caso, è un sapiente, un maestro che ha trasmesso sapere.

Qohèlet, variamente interpretato come un sapiente pessimista e disincantato, maestro del sospetto, oppure, al contrario, come un sostanziale ottimista perché vede la miseria dell’esistenza e invita a godere gli scarsi momenti di serenità, di piacere e della giovinezza.

Il testo ricorda che c’è un tempo per ogni cosa come ad esempio “tempo di nascere e tempo di morire”, “tempo di demolire e tempo di costruire”, “tempo di piangere e tempo di ridere”, “tempo di lutto e tempo di allegria”, tempo di guadagnare e tempo di perdere”, “tempo di tacere e tempo di parlare”, “tempo di conservare e tempo di buttare”, “tempo di amare e tempo di odiare” e “tempo di guerra e tempo di pace”.

A proposito del “tempo di guadagnare e tempo di perdere”, nel senso di accumulare ricchezze, sta a significare che poi un erede le sperpera, avendole ottenute senza fatica. L’esortazione del godimento, poi, non è riferito alla ricerca sfrenata del piacere, ma un invito a rallegrarsi delle piccole gioie della vita, dono di Dio.

Il riferimento al tempo di conservare e tempo di buttare, significa mettere ogni cosa al suo posto, cioè fare ordine nella vita essenziale, dal momento che la confusione mentale è anche disordine delle nostre vite.

In sostanza bisogna mettere ordine in tutto, nelle emozioni che ci aiutano a sopravvivere, nei pensieri che se “tossici” rovinano la vita e nelle relazioni, soprattutto le amicizie vere, che non possono che farci bene.

In conclusione, secondo lo scrittore Giorgio Saviane (1916-2000), «l’Ecclesiaste è un libro solenne dove Dio appare il costruttore dell’uomo che ama, sì ma proprio perché lo ama lo vuole corretto, distaccato a guardare l’avvenire con propositi intransigenti: non vi è mai una dolce provvidenzialità, una distrazione di Dio nell’agevolarti. Talmente pieno di pessimismo, finisce per fare del pessimismo un bene: questo è il suo significato estremo che sprona ad affrontare la vita quale uno spettacolo senza tregua».

 

 

 

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GLI EX-VOTO ESPRESSIONI DI DEVOZIONE POPOLARE

 

 

- L’ex voto è un oggetto offerto a Dio, alla Vergine, o a un santo, per grazia ricevuta, per una promessa fatta o per aver esaudito una preghiera.

Fra le varie tipologie prevalgono quelle anatomiche, che rappresentano nella grande maggioranza l’organo malato, gli oggetti-segno della malattia, per es., strumenti medici, attrezzi ortopedici ecc., e le tavolette dipinte, in cui è raffigurato l’evento a cui si riferisce la grazia ricevuta.

Gli ex voto costituiscono un campo di grande interesse antropologico in quanto documentazioni storiche, sociali ed artistiche, di ceti, aree ed epoche diverse e mi capita di leggere sull’argomento il pregevole testo a cura di Anna Maria Tripputi, già docente di Storia delle Tradizioni popolari della nostra Università, “P.G.R. – Per Grazia Ricevuta” (Paolo Malagrinò Editore).


Il testo presenta una panoramica vivace ed eterogenea delle problematiche di natura estetica, formale e sociologica inerenti a questo particolarissimo genere di testimonianza di fede che è, al tempo stesso, anche culturale.

Gli ex voto possono essere lamine d’argento, riproduzioni di parti anatomiche, prodotti dell’artigianato ceramico, tavolette in legno che riproducono disegni di interventi o altro, senza dimenticare che gli ex voto sono doni votivi di devozione popolare quale gratificazione verso Santi e Madonne.

I devoti di San Pio, ad esempio, lasciano sulla sua tomba biglietti sui quali narrano storie ed esperienze di vita, chiedono grazie e, se ricevute, ringraziano. Le pareti della Cappella di San Giuseppe Moscati nella Chiesa del Gesù Nuovo a Napoli è tappezzata di ex voto anatomici in lamina. All’Altare della Madonna del Divino Amore di Roma ed a quello della Madonna di Valmala (Cuneo), le madri per ringraziare della nascita di un figlio offrono fiocchi rosa o azzurri.

Lo stesso Papa Giovanni Paolo II, oggi Santo, offrì alla Madonna Nera di Częstochowa una rosa e un cuore d’oro, dopo l’attentato in Piazza San Pietro.

 

All’edizione di grande formato hanno contribuito Laura Borrello, Gianfranco Ciprini, Martha Egan, Elisabetta Gulli Grigioni, Maria Pia Pagani, Padre Angelo Quero, Sara Serafini, Vincenzo M. Spera, Rodolfo Striccoli, Erika Thümmel, Anna Maria Tripputi, Kate Wagle, che trattano “La Madonna della Quercia – Una storia meravigliosa”, “Milagros: Latin American Votive Offerings”, “Le statue votive di Nil, lo stilita russo”, “Gli ex-voto e i documenti: la Consolata di Torino”, “Ori e gemme: da ornamento prezioso ad ex voto”, “Gli ex voto del Santuario di Bonaria – Cagliari”, “Imperia: una città di devozione marinara”, “L’ex voto oggettuale a forma di cuore: tipologia multiforme e ricchezza di comunicazione spirituale", “Il Santuario di Mariazell. Leggenda, fondazione, pellegrinaggi”, “La presenza delle ‘figure’: Ex voto contemporanei e fotografia in Italia meridionale”, “Votive influences: Four American Artists”.

 

A corredo dei contributi dei vari autori, il volume presenta una sezione ‘Documenti’, nella quale tratta la voce “Voto o Tabella o Tavoletta votiva, Votum, Tabula vel Tabella votiva, Donarium”, ripresa dal “Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica” di Gaetano Moroni (1861)

 

 

 

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CHI ERA LO SCIENZIATO PUGLIESE DOMENICO COTUGNO?

 



Leggo sulla “Gazzetta del Mezzogiorno” di ieri la nota della rubrica “Bari ignota” pubblicata da Quarto e Bramato “Ma dov’è finito Domenico Cotugno?”. Dalla lettura mi sarei aspettato più notizie biografiche di Domenico Cotugno (1736-1822), ma si parla quasi esclusivamente della mancata denominazione dell’Ospedale Oncologico “Giovanni Paolo II” allo scienziato di Ruvo di Puglia (BA).
Al di là dell’inutile lamentazione polemica per l’intestazione dell’Ospedale barese, sarebbero state utili notizie sulle scoperte e sulle brillanti ricerche dello scienziato pugliese, definito “L’Ippocrate Napoletano”, della sua brillantissima carriera scientifica di medico, cattedratico di Anatomia Umana (dal 1766 al 1818). Fu tra i fondatori dell’Accademia delle Scienze e Belle Lettere, rettore dell’Università di Napoli, archiatra del Regno (1810), medico personale di Ferdinando IV, ecc.


Tra le scoperte più interessanti di Cotugno, è bene evidenziare che fu iniziatore della profilassi antitubercolare, dimostrò la presenza di un liquido nel labirinto osseo dell’orecchio interno e fu il primo ad associarlo alla trasmissione del suono. Molto prestigio ebbe anche la sua opera anatomo-patologica, pubblicata nel 1764, dal titolo “De ischiade nervosa commentarius”, dedicata a Gerard van Swieten, archiatra di Maria Teresa d’Austria, ristampata numerose volte e tradotta in inglese e tedesco.

Il testo, che era una memoria sulla sciatica, malattia nota a Ippocrate il quale la inquadrava tra le alterazioni umorali, Cotugno ne definì l’origine e individuò la sede dal sistema venoso della coscia alle guaine dei nervi interessati. Scoprì l’esistenza del liquido cefalorachidiano e constatò sperimentalmente la presenza dell’albumina nell’urina.
Quanto sopra sono solo alcune notizie relative allo scienziato che, alla sua morte, lasciò all’Ospedale degli Incurabili 80 mila ducati (un terzo del suo patrimonio), e nel 1823 fu eretto un monumento in suo onore, in occasione della quale la Regia Zecca coniò una medaglia con la sua effige.

Nel 1891 la città di Ruvo di Puglia pose una lapida commemorativa sul fronte della sua casa natale e collocò un suo busto nella sala consiliare del Comune.
Bari ricorda il celebre medico con una strada a lui intestata al rione Picone.

Quanto sopra sono notizie riprese in parte dalla nota di Caterina Tisci, riportate nel volume “Scienziati di Puglia secoli V a.C.-XXI d.C.”, curato da Francesco Paolo de Ceglia (Adda Editore).

 

 

 

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IL COMPARE DI MATRIMONIO NELL'OTTOCENTO BARESE


Il termine matrimonio deriva dal latino “matrimonium” e nell’antica Roma era un’istituzione fondata sul diritto naturale, definita come unione sessuale di un uomo e di una donna.

Secondo Khalil Gibran “Il matrimonio è l’unione di due diversità affinché una terza possa nascere sulla terra. È l’unione di due anime in un amore forte che abolisce ogni separatezza”.
Nel folklore nazionale, soprattutto meridionale, è riconosciuto in occasione del matrimonio il “comparatico”, ovvero il vincolo di parentela, detto anche di “San Giovanni”, che lega i cosiddetti “compari” o “comari” di nozze o di “anello”, di battesimo o di cresima, agli sposi o ai figliocci. Per questi ultimi sacramenti sono chiamati anche “padrino” e “madrina”.
Il “compare”, in alcune Regioni, doveva condurre all’altare la sposa, infilarle l’anello al dito durante la cerimonia, accompagnarla alla casa coniugale, regalarle oggetti di valore. Quello di battesimo, invece, teneva il figlioccio alla fonte battesimale, recitava il Credo con chiarezza e precisione, faceva un regalo importante. Inoltre, se il figlioccio rimaneva privo dei genitori, il compare o padrino si assumeva l’obbligo di allevarlo e di seguirlo nella sua vita.

Il compare d’anello, che è cosa diversa dal testimone di nozze, è una figura nata nel sud d’Italia il cui ruolo principale era quello di “monitorare” la coppia nella vita. Il suo compito era quello di regalare le fedi nuziali agli sposi. Il giorno delle nozze il suo ruolo era quello di recarsi a casa della sposa e, con lei al braccio, aprire il corteo nuziale, rigorosamente a piedi. Una volta in chiesa, il compare cedeva la sposa allo sposo. Per consolidare ancora di più il vincolo di questo “comparatico”, era tradizione anche che il compare d’anello battezzasse il primo figlio della coppia.

 

 

E a Bari, nell’Ottocento, quale ruolo rivestiva il “compare di nozze”? Ci viene in aiuto Franco Martino con il suo libro “Matrimonio e divorzio nell’Ottocento barese tra leggi e consuetudini” (Levante).
Il ‘compare’ doveva essere un personaggio di spicco nel paese, poiché classificava anche il tipo di nozze, a lui il giovedì prima delle nozze doveva essere inviato un ricco omaggio di dolciumi, una composizione non inferiore a 20 chili, ma presentato anche colorito e ricco di ogni “ben di Dio”. I colori accendevano la fantasia ed esprimevano un ‘concerto’ di forme e colori, artisticamente sovrapposti da mano esperta con il tocco sapiente del decoratore.

Il ‘compare’ doveva essere facoltoso e prestigioso, poiché serviva anche ad elevare le quotazioni sociali del futuro nucleo familiare e rappresentava il personaggio più importante dell’evento. Egli dispensava onori, dirigeva la festa, ballava con la sposa, mentre a suo carico erano la spese per la musica, che protraeva per due giorni, a lui la coppia si rivolgeva in caso di crisi, per suggerimenti circa l’educazione e l’istruzione dei figli e, a lui, toccava, all’indomani delle nozze, portare agli sposi “brodetto di colombo e pan di spagna”!

 

 

 

 

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A SPASSO TRA LE GRANDI EPIDEMIE DELLA STORIA

 


 

Da circa tre mesi a questa parte non si parla d’altro che dell’epidemia o della pandemia da “Covid-19” o “coronavirus”, della fase 1 e della fase 2, ecc. Sta di fatto che ad oggi non sappiamo ancora con certezza che cosa si deve fare per ritornare alla normalità e per rispettare, con sicurezza, le regole per la protezione individuale e generale.

Dell’epidemia se ne sono state dette “di cotte e di crude”, tanti in cattedra a dare norme e dettare consigli, molti “esperti” a pontificare sul da farsi, numerosi sedicenti “predicatori” a dare suggerimenti sui social, ecc., ma le incertezze sono tante e si auspica che alla fine si verrà a capo del preoccupante problema.

Al di là del “coronavirus”, mi piace andare a spasso delle grandi epidemie che si sono succedute nel mondo già nel 430 a.C., denominata “peste di Atene”, descritta da Tucidide, storico greco, e colpito egli stesso dal morbo. L’infezione, scoppiò durante l’Assedio di Atene da parte di Sparta. Atene fu afflitta da una gravissima epidemia che provocò la morte di migliaia di persone: probabilmente la metà dei suoi abitanti. Per la prima volta ne fu consegnata ai viventi, e ai posteri, una descrizione scientifica, comprensiva dei sintomi della malattia, della sua evoluzione e del suo epilogo, generalmente funesto.

Nel 165 d.C. scoppiò la “peste antonina”, dal nome della dinastia imperiale regnante, conosciuta anche come la peste di Galeno, che durò ben trent’anni, mietendo 5 milioni di persone. Si parla di vaiolo, morbillo o peste bubbonica, tra le ipotesi più accreditate.

Nel 251 d.C., scoppiò l’epidemia di San Cipriano, dal nome del vescovo di Cartagine, che nella sola Roma mieté 5 mila vittime. I ricercatori oggi ipotizzano sia stata generata dal virus del vaiolo o del morbillo o da contagio da “febbre emorragica” diffusa da un roditore.

Nel 1347 l’Europa è colpita dalla “peste nera” che sterminò oltre 20 milioni di persone (1 abitante su 3). Lo “yersinia pestis”, così chiamata, fu originata da un contagio avvenuto probabilmente da pidocchi e non da topi.

Nel XVI secolo, conquistatori e coloni europei portano nelle Americhe influenza, morbillo, tifo e vaiolo, malattie delle quali gli indigeni sono privi di difese immunitarie e quindi in alcune regioni si è avuta la mortalità fino al 90% della popolazione.

Nel 1575 la “peste di San Carlo”, così chiamata a Milano per l’assistenza ai malati disposta da parte del vescovo Carlo Borromeo. A Venezia il morbo uccide un abitante su 4 e porta alla decisione di far costruire una chiesa dedicata al Redentore.

E siamo all’epoca di Alessandro Manzoni con la peste del 1630, descritta nei “Promessi sposi”, portata dai mercenari lanzichenecchi assoldati da Venezia. A Milano si contarono sessantamila morti.

Nel 1656 la peste, partita da Algeri, passa in Spagna e in Sardegna e successivamente a Napoli, forse portata da un veliero, causando nel Regno, soprattutto al sud, 250 mila morti (43% della popolazione).

 



Nel 1665 la “grande peste di Londra”, giunta in Inghilterra, forse attraverso navi provenienti dall’Olanda, che decimò tra le 75 e le 100 mila vittime in due anni. L’epidemia si spense con il grande incendio che devastò la capitale del Regno Unito. Tra i testimoni Daniel Defoe, l’autore di “Robinson Crusoe” che nel 1722 pubblicò il “Diario” dell’anno della peste.

Il Vaiolo (sec. XVII-XVIII), dal ’600 flagella più volte tutti i paesi del mondo, diventando endemica e colpendo circa l’80% della popolazione europea, mentre a Napoli (1768), si registra una mortalità tra il 20 e il 40%.

Dal 1817 ad oggi si registrano sette pandemie di colera, il “vibrio cholerae”, partendo dal Gange, in India, dà origine a sei pandemie che uccidono milioni di persone. Attualmente è ancora in corso.

L’influenza russa (1889), originata probabilmente tra l’Asia e la Russia, grazie allo sviluppo delle comunicazioni, raggiunge anche l’Europa. I morti accertati nel mondo sono circa un milione di cui 11.700 in Italia.

Nel 1918 scoppia l’influenza spagnola causata dal virus H1N1, partita forse dagli Stati Uniti, attraverso i militari che la portano sui campi di battaglia nella I Guerra Mondiale. Infetta nel mondo 500 milioni di persone, causando tra 50 e 100 milioni di morti, di cui 600 mila in Italia, la maggior parte dei quali al di sotto dei 65 anni di età.

Nel 1957, molti la ricorderanno, scoppia l’influenza asiatica dal virus H2N2, scomparsa dopo 11 anni, proveniente dalla Cina, causando, si calcola, 4 milioni di decessi nel mondo, per la maggior parte di persone affette da malattie croniche.

Nel 1968 compare l’influenza di Hong Kong, causata dal virus H3N2, lo stesso che circola come virus stagionale, a partenza dal sud-est asiatico. È la meno letale delle pandemie del XX secolo.

L’epidemia di colera del 1973, scoppiata a Napoli e in Puglia, che registra 277 casi e 24 morti a Napoli e 9 in Puglia, fu originata da una partita di cozze importata dalla Tunisia.

Dal 1981 ad oggi registriamo l’infezione causata dal virus dell’immunodeficienza (HIV), conosciuta meglio come AIDS, scoperta negli Stati Uniti tra giovani omosessuali, anche se già venivano segnalati casi negli anni ’70 in numerose aree de mondo. Ad oggi i morti si calcolano in 35 milioni, di cui oltre 45 mila in Italia.

Scoppia nel 2003 la SARS (Severe Acute Respiratory Syndrome), comparsa in Cina (Guangdong) a fine 2002, con un numero di vittime che ammonta a circa 800.

Nel 2009 compare l’influenza suina dal virus H1N1, a partenza dal maiale, e contagia in Italia oltre un milione e mezzo di persone, con un tasso di mortalità inferiore a quello della normale influenza.

Nel 2012 compare la MERS, il coronavirus della Sindrome Respiratoria medio-orientale originata probabilmente dai pipistrelli, trasmessa in epoca remota ai dromedari. Sono presenti focolai in Arabia Saudita, Emirati Arabi e Corea del Sud.

L’EBOLA compare nel 2014, proveniente dall’Africa occidentale e causa, forse, del contatto con cacciagione infetta. Si contano 11.325 vittime in dieci paesi, Italia compresa.

Del Covid-19 o coronavirus, proveniente dalla città di Wuhan (Cina), la situazione nel mondo al 14 maggio 2020, secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, è la seguente: 4.218.212 casi confermati nel mondo dall’inizio dell’epidemia, 290.242 morti. I dati per l’Italia, secondo il Dipartimento della Protezione Civile, sono 222.104 casi (31.106 morti).

Per questi dati, che sono sotto gli occhi di tutti, non servono ulteriori commenti. Speriamo che quanto prima si esca dalla pandemia, che secondo le previsioni degli esperti, farà cambiare le nostre abitudini di vita.

Atteniamoci quindi ai suggerimenti e alle direttive, anche se in qualche caso confuse e, forse, così facendo, salveremo noi e gli altri dall’aggressione di un virus che pare non abbia molta intenzione di mollare le redini!

 

 

 

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FAMOSI E MALATI

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IOSIF STALIN

09//05/2020

Iosif Stalin (1879-1953), il cui nome deriva da “Stal”, che in russo significa “acciaio”, è stato una delle maggiori figure di dittatore del Novecento. Succeduto a Lenin nella guida della Russia comunista, dopo aver distrutto con il terrore tutte le opposizioni, si impose quale capo assoluto del paese, della cui potenza industriale e militare gettò le basi.
Sconfisse la Germania nazista e creò un impero nell’Est europeo, facendo dell’Unione Sovietica una superpotenza.

Cadere in disgrazia per una precisa diagnosi e rischiare la vita è un evento insolito, invece ai medici Levin e Pletnev, che nel 1937, chiamati a visitare Stalin, diagnosticarono correttamente “psicosi paranoica”.
L’anno successivo, non si sa per quali motivi, furono condannati il primo a morte e il secondo a 25 anni di carcere. A quei tempi nessuno poteva dubitare dell’efficienza fisica e mentale del dittatore.

Qualche anno prima della seconda guerra mondiale (1939-1945), Stalin presentava i segni di una “lenta involuzione psichica”, forse legata all’aterosclerosi cerebrale che sarebbe stata confermata dopo la sua morte.

Chiuso in se stesso e sempre sospettoso di chiunque, alla fine il suo comportamento si tradusse in una “mania di persecuzione”, che lo induceva a chiudersi a chiave nella camera da letto, opportunamente blindata, fino a raddoppiare ed a decuplicare le guardie del corpo. Cosicché, quando fu colpito da emorragia cerebrale, restò paralizzato e privo di coscienza nella sua stanza e si dovettero attendere 24 ore prima di far demolire la porta blindata, prestandogli ormai un inutile soccorso.

In precedenza era stato colpito da “infarto del miocardio” a cui ne seguirono altri due, rimasti tutti segreto di Stato.
Il deterioramento cerebrale, imputato a probabile morbo di Alzheimer, si manifestava con eccessi di collera, allucinazioni, difficoltà della parola e paranoia.

Il delirio di persecuzione esplose nel 1953, allorquando fu reso noto un presunto complotto di medici, finalizzato, secondo l’accusa, ad “accorciare la vita di noti dirigenti dell’Unione Sovietica, praticando loro trattamenti nocivi”.
Ma Stalin, che esigeva che il processo, doveva essere rapido e concludersi non con la fucilazione ma con l’impiccagione. Il processo non ebbe mai luogo, anche perché proprio in quei giorni, il 5 marzo 1953, fu annunciata la morte del dittatore.

Alcune di queste note sono state riprese dal volume di Luciano Sterpellone “Famosi e malati” (Società Editrice Internazionale).

 

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VINCENZO BELLINI

 

07-05-2020

- Vincenzo Bellini (1801-1835), il musicista catanese che morì a soli 34 anni, soffriva molto il caldo ed aveva frequenti coliche intestinali che cercava di dominare… con i purganti. La sua morte dette adito a ipotesi di avvelenamento e, per porre fine a quelle voci sempre più insistenti, dovette intervenire personalmente il re Luigi Filippo, che incaricò un professore della Facoltà di Medicina di eseguire l’autopsia sul corpo del musicista.
In realtà fu esclusa l’ipotesi di avvelenamento, ma la causa della morte fu attribuita ad una «infiammazione dell’intestino crasso, complicata da ascesso del fegato».

Una successiva rivalutazione dei reperti, alla luce di moderne conoscenze, ha per certi aspetti confermata la diagnosi di “enterocolite amebica”, che spiegherebbe anche il reperto autoptico dell’ascesso al fegato. Al tempo del musicista sarebbe stata impossibile una diagnosi del genere. Infatti “l’Entamoeba histolytica”, responsabile di tale patologia, fu scoperta solo quarant’anni dopo la morte di Bellini.

Un grande amore contrastato fu Maddalena Fumaroli, figlia di un ricco magistrato di Napoli, che Bellini sposò con l’opposizione del padre e, forse, per questo motivo, Francesco Fumaroli, morì di crepacuore, contrario al matrimonio della figlia con un “suonatore di cembalo”.

Sta di fatto che Bellini compone nel 1825 l’opera “Adelson e Salvini”, che al San Carlo fece molte repliche. Nel 1826 compose “Bianca e Germando”. Nel 1829 va in scena al Teatro Regio di Parma “La Straniera”. Nel 1831 scrive “La Sonnambula” che va in scena a Carcano. Ma il trionfo fu la prima di “Norma” alla Scala di Milano.
Il 24 gennaio 1835 prima dei “Puritani” al Teatro Italiano di Parigi, altro successo.

Nel successivo agosto 1935, Bellini comincia a parlare di strani malesseri notturni, rinunciando, il 9 settembre successivo, ad un pranzo della Principessa Cristina di Belgioioso.
Dal 15 settembre, seguito dal medico Montallegri, nessuno più riesce a vederlo. Il 23 successivo un amico, Auguste Aymè, entra nella casa, ormai abbandonata, e trova il musicista morto.

Ai funerali viene eseguito un “Lacrymosa”, elaborato sul tema dei “Puritani”. Entra così il compositore nel mito e Robert Schumann dirà un giorno alla sua Clara Wieck: “Tu amerai Bach in me, io amerò Bellini in te”.

 

Alcune notizie su riportate sono state riprese dal volume di Luciano Sterpellone “Famosi e malati” (Società Editrice Internazionale).

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GIOACCHINO ROSSINI

(05-05-2020)

Pare che Gioacchino Rossini (1792-1868), in età adulta, nel frequentare una ragazza dai costumi non proprio irreprensibili, avesse contratto la blenorragia, complicatasi successivamente in cistite e uretrite cronica, disturbi che lo accompagnarono tutta la vita. A quei tempi non erano ancora disponibili antibiotici per cui nessuno poté alleviare le sofferenze del maestro, la qual cosa lo angosciava non poco, anche per i sensi di colpa e la vergogna.

Per la mancanza di terapie mirate per la gonorrea, l’uretrite si complicò in stenosi uretrale e conseguenti forti dolori alla minzione. Ma, nonostante ciò, continuava a comporre, dando ai brani dei titoli strani come “Prélude convulsif”, Étude asmatique” o “Valse torture” (non si sa se quest’ultimo brano sia stato ispirato dalle “emorroidi” del quale soffriva pure).

Ma Rossini era affetto anche da altre patologie oltre la gonorrea, come la bronchite cronica, l’enfisema (era un accanito fumatore), la sindrome maniaco-depressiva e da insufficienza cardiaca e non mancò neanche un cancro al colon, scoperto in un secondo tempo e diagnosticato dapprima per fistola anale. Il celebre chirurgo Auguste Nélaton lo operò due volte, ma al secondo intervento seguì una infezione della ferita operatoria, forse per un bisturi non sterile, che lo portò all’exitus.

Alcune sue opere: La cambiale di matrimonio, La Scala di seta, La Pietra del paragone, Tancredi, Il Turco in Italia, Elisabetta, Regina d’Inghilterra, Il barbiere di Siviglia, La Cenerentola, La gazza ladra, Mosè in Egitto, Semiramide, Il viaggio a Reims, Moïse et Pharaon, Guglielmo Tell, Stabat Mater, ecc.

Pesaro dedica dal 1980 un importante festival estivo, il “Rossini Opera Festival”. Le opere rossiniane sono, inoltre, modernamente edite, secondo aggiornati criterî filologici, a cura della Fondazione Rossini di Pesaro.

Alcune notizie sono state riprese dal volume di Luciano Sterpellone “Famosi e malati” (Società Editrice Internazionale).

 

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NAPOLEONE I BONAPARTE

 

(04/05/2020)

 

Napoleone I Bonaparte (1769-1821), all’età di 46 anni, sembrava un pasciuto impiegato più che un condottiero. Iniziò ad ingrassare dopo il matrimonio, addome sporgente, anche simil-femminile, mentre la mente iniziava a farsi pigra. Probabilmente era affetto da “sindrome adiposo-genitale” o “sindrome di Fröhlich”, patologia tipica delle manifestazioni dell’insufficienza funzionale dell’ipofisi durante l’epoca dello sviluppo, confermata successivamente dal reperto necroscopico dell’autopsia.

A 20 anni, Napoleone soffrì di malaria e dopo qualche anno di scabbia. Disturbi urinari e al basso ventre insorsero successivamente, ma un attacco di emorroidi costrinse il condottiero a ritirarsi nella sua tenda, dopo la prima fase della Battaglia di Waterloo.

L’anno successivo fu probabilmente vittima di “dissenteria amebica” che lo rese apatico e sonnolento, mentre continuava ad ingrassare. Nell’ottobre 1817 avvertì segni di epatite con dolori all’ipocondrio irradiati alla spalla, una sintomatologia durata due anni a cui seguirono un ascesso al fegato e crisi dolorose allo stomaco, accompagnate da vomito, brividi e sudori, trattate con chinino, clisteri, rabarbaro e olio di ricino.

Il 1° maggio 1821 comparvero delirio e prostrazione e, dopo 4 giorni, morì in un’isola sperduta dell’Atlantico.

Pare che la malattia di Fröhlich non fu causa della morte, anzi fu ipotizzata anche un’altra sindrome, quella di “Zollinger-Ellison” (rara malattia di natura ormonale), che coinciderebbe con alcune manifestazioni dell’Imperatore. Fu prospettato anche l’avvelenamento da piombo o arsenico, ma i dubbi sull’autenticità delle spoglie di Napoleone, sulle quali furono eseguiti i rilievi, non sono stati fugati.

Uno studio condotto più recentemente da ricercatori svizzeri, canadesi e americani, ha confermato che il decesso fu provocato da un cancro allo stomaco. Lo studio pubblicato sulla rivista scientifica “Nature Clinical Practice Gastroenterology and Hepatology” ha definitivamente scartato l’ipotesi di avvelenamento.

Alcune di queste notizie sono state riprese dal volume “Famosi e malati” di Luciano Sterpellone (Società Editrice Internazionale).

 

 

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MARIA CALLAS

(02/05/2020 )

 

Maria Callas (1923-1977), celebre soprano statunitense di origine greca, scomparsa nel 1977, fu colpita da una delle massime sfortune per una cantante: perdere la voce. La diagnosi tardivamente formulata fu di “dermatomiosite”, una malattia che colpisce i tessuti connettivi e nel caso della Callas colpì proprio l’organo della fonazione, la laringe, che le procurava improvvisi abbassamenti di voce.

I soliti detrattori attribuivano il fenomeno alle vicende sentimentali della cantante che tanto la angosciavano. La diagnosi fu fatta tardivamente ma fu introdotta una accurata terapia cortisonica che contribuì a migliorare i toni vocali. Un anno dopo Maria Callas si spense, forse a causa di un infarto del miocardio, compatibile con la stessa dermatomiosite della quale era portatrice.

Maria Callas, nome d’arte di Maria Kalogeropoulos, fu regina indiscussa della lirica. La sua infanzia non fu molto tranquilla, a soli cinque anni fu investita e rimase in coma per ventidue giorni. Maria coltiva la passione per il bel canto anche quando la madre, dopo il divorzio, decide di ritornare in Grecia, portando la ragazza con sé.

Nel 1937 entra al Conservatorio di Atene e, contemporaneamente, si perfeziona nel greco e nel francese. Non saranno anni facili per la Callas, solo dopo la guerra la sua esistenza fu finalmente tranquilla e agiata. I primi successi sono proprio in Grecia con la “Cavalleria Rusticana” nel ruolo di Santuzza e poi “Tosca”.

La Callas anela New York e, soprattutto, suo padre, che raggiunse negli Stati Uniti e dopo due anni non facili, ma la sua meta era l’Italia, dove avrebbe conosciuto il suo futuro marito, Giovanni Battista Meneghini, amante delle opere d’arte che, forse, non amò mai ma lo sposò nel 1949.

L'Italia porta fortuna alla Callas: Verona, Milano, Venezia hanno il privilegio di ascoltare la “Gioconda”, “Tristano e Isotta”, “Norma”, “I Puritani”, “Aida”, “I Vespri siciliani”, ecc. Nascono amicizie importanti, fondamentali per la sua carriera e la sua vita. Antonio Ghiringhelli, sovrintendente della Scala, e Arturo Toscanini, il celebre direttore d’orchestra che rimase stupito e meravigliato dalla voce del grande soprano al punto che avrebbe voluto dirigerla nel “Macbeth”, ma il capolavoro verdiano, purtroppo, non fu programmato alla Scala.

L’Italia non è l'unica patria d’elezione del celebre soprano. Trionfi e consensi entusiasti si susseguono in tutto il mondo. Londra, Vienna, Berlino, Amburgo, Stoccarda, Parigi, New York (Metropolitan), Chicago, Philadelphia, Dallas, Kansas City. La sua voce incanta, commuove, stupisce.

 

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OSCAR WILDE

(01/057/20)

Oscar Wilde (1854-1900), nacque a Dublino. Suo padre William era un rinomato chirurgo e uno scrittore versatile; sua madre, Jane Francesca Elgée, una poetessa e un’accesa nazionalista irlandese. Alcuni sostengono che un po’ di follia e certe malattie danno vita alla creatività di un’artista, molto di più della normalità psicofisica. Il futuro scrittore, dopo aver frequentato il prestigioso Trinity College a Dublino e il Magdalen College, divenne presto popolare per la sua lingua sferzante, per i suoi modi stravaganti e per la versatile intelligenza.

Condannato nel 1885 a 2 anni di carcere per “omosessualità”, dopo la detenzione, oltre a sofferenze ed umiliazioni, riportò anche una otite purulenta di probabile natura luetica che nessuno riuscì a guarire.

Le cefalee e i dolori che lo scrittore imputava all’assenzio erano verosimilmente dovute all’otite cronica e per tale motivo fu operato senza successo. Gli stessi medici non riuscivano a definire lo stato del paziente: “la sua gola è una fornace di calce viva, il cervello una caldaia, i nervi un groviglio di serpenti infuriati”. Con ogni probabilità le sue sofferenze erano legate al coinvolgimento luetico delle meningi e per dargli sollievo impiegavano la morfina.

La situazione peggiorò in pochi giorni, poiché l’otite si era estesa al cervello e dopo qualche giorno morì, ma l’arguto scrittore, aforista e poeta, che aveva sarcasticamente previsto l’accaduto, diceva che “Se un altro secolo comincia e mi trova ancora in vita, sarà davvero più di quanto gli inglesi possano sopportare”. Morì infatti il 30 novembre del 1900.

Alcune notizie su riportate sono state riprese dal volume di Luciano Sterpellone “Famosi e malati” (Società Editrice Internazionale).

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LUDWIG VAN BEETHOVEN

(23/04/20)

Ludwig van Beethoven (1770-1827), il celeberrimo sordo che conquistò il mondo scrivendo capolavori, specie nell’ultimo decennio di vita, versava in condizioni piuttosto gravi, tanto da tentare il suicidio.
Infatti, in una lettera indirizzata ad un amico, Beethoven scriveva: «… e poco ci mancò che mi togliessi la vita. Solo l’arte mi ha trattenuto di farlo. Mi è parso impossibile lasciare questo mondo prima di avere pienamente realizzato ciò di cui mi sentivo capace».

Il Maestro, che era un buon bevitore, soffriva anche di cirrosi epatica. Beethoven era molto miope e quindi usava le lenti sin da piccolo e forse per questo motivo scrisse un “Duetto con due occhiali per viola e violoncello”.

 

A causa della sua nota sordità trascorse sei mesi nell’arcadica atmosfera di Heiligenbstadt, oggi un trafficato quartiere viennese, «lontano dai rumori per riposare l’affaticato organo dell’udito», ove compose la “Sesta Sinfonia”, detta Pastorale. Purtroppo la perdita dell’udito sarà progressiva, sino alla sordità completa.

Tutte le terapie prescritte (suffumigi, diuretici, lavaggi, acque termali, correnti galvaniche, magnetismo), si rivelarono inutili, se non dannose. Molto probabilmente si trattò di una otosclerosi, una ossificazione della staffa, uno degli ossicini dell’orecchio, che attualmente si cura con elevato successo, sostituendola con un semplice intervento.

Il noto compositore soffriva anche di cirrosi epatica, forse dovuta alla sua documentata propensione verso l’alcol, e si ipotizza che sia stata proprio questa la causa della sua fine.

Beethoven a 22 anni si esibisce al pianoforte e conquistando in breve i salotti aristocratici. Egli faceva vibrare la tastiera in modo irruento, pieno e sonoro. Generoso, ambizioso, amante delle frasi a doppio senso, aggressivo e dolce nello stesso tempo, non tardò a circondarsi di amici influenti.

Alcuni nobili gli garantirono protezione come i principi Joseph Max Lobkowitz e Karl Lichnowsky ed anche l’arciduca Rodolfo. Non furono facili i rapporti con Joseph Haydn, forse per lo scarso interesse del vecchio compositore ai miglioramenti del giovane Ludwig, o per il carattere ribelle di quest’ultimo.

Il pianoforte diventò presto il suo mezzo di conquista ma anche lo strumento da “laboratorio”, sul quale sperimentava il proprio stile.

I successi: 1778, primo concerto; 1787, primo viaggio a Vienna e incontro con Mozart; 1792, Haydn lo accetta come allievo, anche se il rapporto è difficile; 1799, pubblica la sonata “Patetica”, mentre prepara i sei “Quartetti” che verranno editi nel 1801; il 2 aprile 1800, vengono eseguiti al Burgtheater la “Prima Sinfonia” e il “Settimino”; nel 1801, allo stesso teatro si rappresenta il “Le creature di Prometeo” con le sue musiche; 1809, l’arciduca Rodolfo insieme ad altri due principi garantiscono a Beethoven una rendita annua a condizione che non lasci Vienna. 1814, viene eseguita la terza definitiva edizione di “Fidelio”; 1824, vengono eseguite al Karntnerthortheater la “Missa Solemnis” e la “Nona Sinfonia”, mentre si attivava al completamento degli ultimi “Quartetti per archi” che vedrà la luce solo nel 1826, il 30 luglio tenta il suicidio e il 26 marzo 1827 muore.

 

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ALBERT EINSTEIN

(29/04/20)

– Albert Einstein (1879-1955) secondo suo padre “non avrebbe mai combinato nulla di buono nella sua vita” e invece a 26 anni era considerato un “genio” in tutto il mondo scientifico.

Tardò ad esprimersi. A 10 anni eseguiva con difficoltà semplici operazioni aritmetiche e non brillava per il profitto, unica passione il violino, con preferenza per Mozart e Vivaldi.

Alto, spalle larghe, quasi canuto, tendeva alla solitudine, si estraniava durante una conversazione, per l’eccezionale potere della concentrazione.

Soffriva di ipertensione che fu causa di un’arteriosclerosi generalizzata e di una lesione aortica, che risultò fatale. Nel 1928 fu colpito da una “lunga malattia”, forse una miocardite. Il 31 dicembre 1948 si lamentò di violenti dolori all’addome con vomito. Sottoposto a intervento chirurgico si scoprì una cirrosi epatica, ma anche un aneurisma dell’aorta addominale. Einstein non seguì mai troppo seriamente i consigli medici ed era solito affermare che “Si può morire anche senza l’aiuto dei medici”.

Il 12 aprile 1955, a causa della sospetta rottura dell’aneurisma, fu ricoverato, ma sei giorni dopo morì e la diagnosi fu confermata dal reperto autoptico.

Ad Einstein gli venne offerta la Presidenza dello Stato di Israele, ma gentilmente declinò la proposta.

Nel 1921 vinse il Premio Nobel per la Fisica. Ma non per la Teoria della Relatività per cui è universalmente conosciuto, ma “per i contributi alla fisica teorica, in particolare per la scoperta della legge dell’effetto fotoelettrico”. Non superò subito il test d’ingresso all'Università e dovette ripeterlo due volte. Aveva una pessima memoria. Non memorizzava nomi, date e numeri di telefono. Einstein, Darwin, Edgar Allan Poe e Saddam Hussein hanno in comune la vita matrimoniale: erano tutti sposati con le loro cugine di primo grado.

Alcune notizie su riportate sono state riprese dal volume di Luciano Sterpellone “Famosi e malati” (Società Editrice Internazionale

 

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GEORGE GERSHWIN

(27/04/20)

George Gershwin (1898-1937), forse l’artista che ha saputo offrire una sintesi fra musiche di estrazione popolare e quelle della tradizione più nobile, insomma una miscela di immenso fascino. Molto attratto alla musica di Maurice Ravel, si narra che un giorno si recò al Maestro per chiedere lezioni, ma il celebre autore del “Bolero” rispose: “Perché vuoi diventare un mediocre Ravel, quando sei un bravo Gershwin?”.

Pare che in vita avesse sofferto di ulcera gastrica, ma ulteriori studi hanno consentito di conoscere meglio la patologia di cui era portatore George.

Probabilmente si trattò di un tumore localizzato nel lobo parietale destro del cervello un “astrocitoma” o “ganglioblastoma”, neoplasie che possono anche manifestarsi con disturbi gastrointestinali che simulano l’ulcera ed anche “allucinazioni olfattive”, caratterizzate dalla percezione di odori inesistenti. Compaiono nelle lesioni del lobo temporale e nella schizofrenia.

Dopo un paia di svenimenti, si riprese e continuò a lavorare, ma il 19 luglio 1937 ebbe un nuovo svenimento, seguito da altri e venne ricoverato d’urgenza, dove fu deciso un intervento al cervello, ma l’esperto neurochirurgo, trovandosi a pesca in un panfilo dall’altra parte dell’Oceano, per interessamento dello stesso presidente Roosevelt fu intercettato da due torpediniere militari. Fu allora stabilito un ponte radio attraverso il quale il neurochirurgo “guidò” l’intervento eseguito dal collega Carl Rand.

Nonostante l’intervento fosse stato eseguito con perizia e asportata la lesione, Gershwin riprese conoscenza, ma dopo alcune ore morì.

Nel 1918 George Gershwin pubblica “Half past eight” e nel 1919, “La Lucille”.  Con la bella “Swanee”, cantata da Al Jolson, diviene famoso e inizia la sua lunga carriera a Broadway, per sfondare poi ad Hollywood. “Lady Be Good” è la sua prima opera di grande fama, da cui trae idee per la famosa “Porgy and Bess”, cui seguono “Oh Kay!”, “Funny Face”, “Strike Up The Band” e, nel 1934, l’ormai storico standard “I got rythm”, lavori musicali che lo fanno conoscere al grande pubblico. Nel 1928, rappresenta a Parigi “Concerto in fa” e riscuote grande successo che aumenta con la presentazione del celebre poema sinfonico “American in Paris” e della notissima “Rhapsody in Blue”, commissionatagli da Paul Whiteman per dare all'America una musica nazionale.

Le musiche di Gershwin, mai dimenticate, emergono ovunque, insieme a quelle di altri americani.

 

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LAZZARO SPALLANZANI

(25/04/20)

 

Lazzaro Spallanzani (1729-1799), biologo, naturalista, abate e sacerdote della congregazione della Beata Vergine e San Carlo di Modena, conduceva vita frugale, ottimo camminatore, gradiva cibo e vini prelibati e non disdegnava la compagnia di belle donne, specie se colte e intelligenti.

Nonostante la prestanza fisica, verso i 50 anni cominciò a soffrire di una patologia che i medici definivano “reumatismi” o “artrite gottosa”.

Non essendo in possesso di elementi certi della malattia di Spallanzani, si ritiene che quei dolori lamentati si potevano inquadrare nella patologia definita “artrodinìa” (dolore o reumatismo articolare), che colpiva le piccole articolazioni, deformazioni o comparsa di nodosità con periodiche riacutizzazioni.

I disturbi accusati non distrassero l’abate dai suoi interessi culturali verso la scienze naturali, di cui era appassionato. Si interessò del volo cieco dei pipistrelli, dei meccanismi della digestione da parte del succo gastrico negli animali, la fecondazione artificiale (riuscendo a fecondare “artificialmente” una cagna, in un’epoca in cui non si sapeva molto di ovuli e spermatozoi).
I disturbi si accentuavano col passare degli anni, ma le cure del tempo erano risibili (pensate elioterapia e assunzione per via orale di acqua marina, forse per il contenuto di iodio). Contrasse anche la malaria in occasione di un viaggio a Costantinopoli, disturbi della minzione a causa di una cistite da iperplasia della prostata, accertata dopo la morte.

Il 4 febbraio 1799, a Pavia, si sentì improvvisamente male, mentre attendeva ai suoi esperimenti, nella notte sopraggiunse un ictus cerebrale e la mattina successiva fu trovato in stato di incoscienza e dopo un breve miglioramento entrò in coma e morì nel lasso di pochi giorni.

Ebbe molto prestigio e grandi riconoscimenti internazionali, fu socio di molte accademie e società scientifiche nonché corrispondente e amico di numerosi scienziati del suo tempo.

Oggi il suo nome ricorre frequentemente a causa del “Coronavirus” in relazione all’Istituto romano dove è in cura un notevole numero di contagiati. Attualmente l’Istituto detiene: l’unico laboratorio italiano di livello di biosicurezza e cinque altri laboratori, una banca criogenica che può ospitare fino a 20 contenitori di azoto liquido e 28 contenitori a -80° C. È dotata di un laboratorio per la manipolazione e la preparazione dei campioni da congelare.

L’Istituto si configura attualmente in 4 Dipartimenti (clinico e di ricerca clinica, diagnostico dei servizi e di ricerca clinica, di epidemiologia e di ricerca pre-clinica, interaziendale trapianti), a loro volta articolati in Unità Operative Complesse (U.O.C), Unità Operative Semplici (U.O.S.) ed Unità Operative Semplici Dipartimentali (U.O.S.D.).

 

 

 

 

https://www.giornaledipuglia.com/2020/03/quando-bari-fu-colpita-nel-1836.html

 

QUANDO BARI FU COLPITA, NEL 1836, DALL'EPIDEMIA DI COLERA

 



 

Com’è noto per epidemia si intende la manifestazione collettiva di una malattia che rapidamente si diffonde, per contagio, fino a colpire un gran numero di individui in poco tempo.
In questi giorni, con le notizie che ci pervengono per il coronavirus o Covid-19, stiamo aggiornando le nostre conoscenze in materia.

Ma vediamo, con l’aiuto dello storico Vito Antonio Melchiorre (1922-2010), che succedeva a Bari circa due secoli fa.

Nel 1836 una epidemia di colera si manifestò a Bari e si annotarono 1290 casi di infezione e 238 decessi e, mentre sembrava attenuarsi il contagio entro dicembre, nel giugno 1837 riprese alla grande, causando altre 854 infezioni e 138 nuovi decessi.
Considerando che Bari allora contava appena 26.000 abitanti, le autorità si preoccuparono non poco e negli atti si legge “…di provvedere intorno ai mezzi come accorrere in aiuto ai poveri infermi, e ciò per umanità, e perché la malattia dominante venisse debellata al più presto…”.
Per reperire il danaro occorrente si utilizzarono i fondi destinati a soccorrere i poveri in caso di nevicate, quelle per la costruzione di un faro nel porto, di una chiesa e di un giardino pubblico, per un importo pari a 1100 ducati.

Furono acquistati letti, biancheria e vitto e ingaggiati 24 spazzini (gli attuali operatori ecologici), e 6 carretti per la pulizia delle strade per evitare “maligne influenze atmosferiche tanto nocive alla pubblica salute”.
Furono istituiti comitati presieduti da parroci e composti da “uomini buoni e caritatevoli”, i quali fecero affiggere sulla porta di ogni chiesa un elenco di medici e farmacisti, ai quali la popolazione si poteva rivolgere, presentando un biglietto firmato dal parroco o da uno dei membri del comitato e, in caso d’urgenza, anche senza alcun messaggio.

Nel 1873 un’altra infezione di colera si manifestò nel Mezzogiorno, minacciando anche Bari ed il prefetto costituì una commissione di 8 membri, presieduta da tale Beniamino Scavo, finalizzata ad accertare le condizioni igieniche della città che non risultarono proprio in regola.
Si rilevarono così irregolarità al cimitero, luridume e infrazioni di ogni genere nei mercati, le osterie vendevano vini sofisticati con aggiunta di acqua, carbonati alcalini o calcarei e sostanze coloranti. Furono anche controllati 39 pizzicagnoli (il salumiere di oggi), di cui: 13 furono definiti mediocri, 6 cattivi, 6 pessimi e 14 passabili, 14 cantine, mentre in 5 abitazioni si smerciavano carni di cavallo, asini e muli, macellati senza alcun accertamento sanitario.
Anche nelle 21 scuole furono riscontrate gravi irregolarità con servizi igienici inesistenti o sostituiti da recipienti di creta (?), per cui gli alunni erano costretti ad uscire da scuola per deporre sulla pubblica via feci e urine.

La situazione apparve subito disastrosa e la commissione propose di preparare grandi quantità di solfato di ferro e di cloruro di calce, intensificare la vigilanza sanitaria e isolare gli eventuali casi di colera con cautele e disinfezioni, proprio come si sta facendo oggi con la pandemia del coronavirus.

Bari, nel 1873, non fu interessata dal colera.

 

 

 

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SE DANTE FOSSE NATO A BARI, L'ITALIA PARLEREBBE BARESE


Arturo Santoro (1902-1988), un poeta con all’attivo diverse centinaia di poesie in dialetto barese dagli argomenti più disparati, ha pubblicato diverse antologie, alcune recenti a cura del figlio Armando, ove ci si delizia per i numerosi argomenti trattati. Don Arturo era un operatore economico affermatosi nel settore delle drapperie (tessuti per uomo), ed a causa delle notti tragiche del 1943, si rifugiò con la famiglia in un ricovero antiaereo. Rendendosi conto dell’immane disastro che la guerra stava provocando al nostro Paese, preso dallo sconforto, trovò lo sfogo nei versi suggeriti dalla sua lingua madre: il dialetto barese appunto. Le sue innumerevoli poesie trattano gli argomenti più vari: dalla guerra, alle campagne elettorali, agli animali inutili, ai mestieri della strada, all’artigianato che scompare, agli sfottò in famiglia, ecc. Insomma era considerato, non a torto, “Il Trilussa dei baresi”.
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Le sue poesie (se ne contano oltre 700), alcune pubblicate in tre distinti volumi, che rappresentano un diario di viaggio di uno che sta sempre dalla parte dei deboli e si esprime, senza peli sulla lingua, con il linguaggio dell’antica saggezza popolare. Alcune sue raccolte sono depositate nelle Biblioteche nazionali e in quelle di Bari. Alcuni suoi lavori hanno ottenuto riconoscimenti e premi nazionali. Il Comune di Bari, nell’aprile dell’anno 2007, ha intitolato una strada a questo figlio della sua città, nella VIII Circoscrizione, nel Quartiere San Girolamo.

Santoro può considerarsi un grande poeta e, tra le sue numerose composizioni, ha ipotizzato quello che sarebbe successo se Dante Alighieri fosse nato a Bari e, conseguentemente, ha tradotto il primo e il terzo Canto della Divina Commedia nel nostro idioma e, quindi, conclude con un suo commento. I versi sono stati scritti il 7 ottobre 1965 in occasione del 7° Centenario della nascita di Dante Alighieri (1265-1321).

 



SE DANTE FOSSE NATO A BARI

LA DEVINE CHEMMEDIE: U'MBJIRNE - U PREGATORI - U PARAVISE

 



L’Itàgglie jè la tèrr de le dialètt:
ci pàrl sguaiàte, ci a vòcca strètt.
A Venèzzie pàrlene u Venezziàne,
a Nàbbue u Nabbeldàne,
a Melàne u Melanèse,
a Torìne u Piemondèse,
a Ròme pàrlene Romàne,
e a Ferènz pàrlene u Toscàne.



Pe ogne pajìse, c’u pròbbie dialètt,
se pàrl che l’amìsce e le parjìnde,
ma po’ a la scòle mbàrame u Taggliàne,
ca jè… u dialètt de le Toscàne!

Stù fàtt jè vècchie e nò da jìre,
e u prìme fu Dand Aleghjìre,

c c’acchemenzò a scrive c’u dialètt sù,

ca ngi’avònn’ nzegnàte pur’a’nnù!

Ma stù fàtt no jè nù màle, jè nu bbène,
ca ngi àve libberàte da tànda pène,
percè jère pèsce apprìme,
quànn tùtt parlàvene u latìne:
nesciùn’u capescève, mànghe ddò,
e tùtt jèvene ciùcce, com’a mmò!

Dùngue, come stève a dìsce,
u mèrete fù de Dànd e Viatrìsce,
ca stù dialètt de la Toscàne,
devendò la lèngue de le Taggliàne.
Ma jì demànn: e ce Dànd avèsse nasciùte ddò,
v’u’mmagenàte vù, nu picch mò?
A racchendàue acsì, mò, pàre na rìse:
devendàve Taggliàne u dialètt de le Barìse!

E vedìme nu picch, ce seccedève,
ce Dànd a Bbàre la Chemmèdia sò screvève!
Ca u Paravìse, u’Mbjìrne, u Pregatòrie,
jèven’a passà a la Stòrie,
che le parole andìche de le Barìse,
– com’u pàrlene angòre a la Vaddìse – come non u pàrl chiù nesciùne,
dialètt ca se pàrl a le Cressiùne:
Nzòmm, nu dialètt chiù crestiàne,
ca u’èrema parlà tutt le Taggliàne!

 

* * *


U PRIME CAND D'U MBJIRNE



«Mmènz’o camine de la vita nòst,
m’acchiàbb jìnd’a na sèlva scùre
ca la stràta drètt’aveve perdùte.

Pe disce com’jère
, jè cosa tòst, stà sèlva salvàgge,
jàspr’e fòrt, ca jìnd’o penzjìre me fasce pavùre

Tànd jè amàre, nu pìcch com’a la mòrt,
ma pe parlà d’u bbène ca jì acchiàbbe,
jì à dìsce de l’àld cose ca vedjìbbe».

 

E po’ U TERZ CAND

«Pe mè se và a la cettà delènd,
pe mè se và a’u etèrn delòre,
pe mè se và ’nfrà la perdùta gènd.

Gestìzzie mevì u Fattòre mì,
ca la Devìne Trenetà me facì
la Sapiènz e u prìm’amòre…»

 

* * *

 

Scènn ’nnànz’ acsì, che stì paròle
ca nge nzègnen ’a la scòle,
vedìme ce jàld seccedì a stù pòvvre figghie de Dì:

La vòcc’alzò da la capùzz, cùdd peccatòre
, acciaffànn da le capjìdde,
chèdda capùzz, c’avève resequàte.

Po’ chemenzò: «Tu uè ca m’arecòrd,
u delòre desperàte ca me sprèm’u còre,
sul’o penzà, prime de parlà?

Ma ce le paròle mè sò u percè
De le frùtt ’nvàme de stu tradetòre,
m’à da vedè chiànge e parlà ’nzjième.


Jì non zàcce ci si tu
e còme si venùte ddò da me,
ma barèse tu me pàre da cùss’accènd.

Tu non sa ca jì so u Cònd’ Ugolìne,
e cùss’è u Arcevèscheve Reggjière,
e mò te diche percè u tènghe vecìne:

Ca pe còlp de stà carògne ’nvàme,
jì me fedàbb de jìdd com’a nu fèss
e m’acchiàbb muèrt de la fàme.

Però chèdd ca non zà, t’u dìche u stèss,
come la mòrta me venì senza piatà
e po’ dìmm tu ce chèss’ offese

cùss pertùse, jìnd’a la capùzz
jì nge so fàtt, pe còlp de la fàme,
a stù fetènd, ca fu sèmb ’nvàme!...».

* * *


Tùtt l’òbbre de stu grànn puète,
fu scritt, scènn ’nnanz’e drète,
da u’Mbjìrne a’u Paravìse e u Pregatòrie,
p’acchià le personagge de la Stòrie,

la gènd’onèst e le berbànd,
la genda bbòna e le bregànd,
ca stèvene tànn e stònn mò,
ca stèvene ddà e stònn ddò!

Ce tu sa lèsce ciò ca jàve scrìtt,
Dànd Aleghière jère nu vère drìtt,
percè jìnd’a tùtt chìdd uà,
sèmb nu prèvete ngi’avèva stà!

O jè nu Vèscheve o nu Menzegnòre,
o jè nu Pape o jùne vestùte a gnòre,
c’avònn sèmb perseguetàte
Felòsefe e Puète ’ndesequàte!

E jì conclùde: ce esìst nu Ddì,
stà camòrra gnòre avà fernèsce:
jì crète c’avà venì la dì,
ca sta ràzza desgrazziàte a’va sparèsce.

E ce n’ald Puète avà petè candà,
avònna jèss cànd de prjièsce e libbertà!!!



 Da “Parlann sule sule” (2), di Arturo Santoro, Vitale Edizioni, Sanremo, 2006. I testi delle poesie sono state riviste da Armando Santoro nel maggio 2009.

 

 

 

 

https://www.giornaledipuglia.com/2020/03/bari-citata-da-dante-alighieri-nella.html

 

 

BARI CITATA DA DANTE ALIGHIERI NELLA DIVINA COMMEDIA E ALTRE CURIOSITA'


 

Oggi si celebra per la prima volta il “Dantedì”, la giornata dedicata a Dante Alighieri, recentemente istituita dal Governo, giorno che gli studiosi individuano come inizio del viaggio ultraterreno della Divina Commedia.

Ricordare il sommo Poeta, simbolo della cultura e della lingua italiana, è un modo per unire ancora di più il Paese in questo difficile momento.

L’appuntamento è per le 12 di oggi in cui siamo tutti chiamati a leggere Dante e a riscoprire i versi della Commedia e sarà l’orario di punta per le celebrazioni che proseguiranno durante tutta la giornata sui social con letture, performance e curiosità dedicate a Dante.

Mi piace partecipare all’evento con alcune curiosità su Dante.



Bari può essere orgogliosa di essere stata citata da Dante Alighieri nella sua Divina Commedia, citazione che la Puglia divide solo con Brindisi e che molte città famose ci invidiano.
Quanto sopra è riportato da Armando Perotti nel suo volume “Bari dei nostri nonni”.
Quanto sopra è ricordato anche da Nicola Roncone nella sua corposa pubblicazione “L’Istria e la Puglia negli Studi di Francesco Babudri”, nella quale si legge che la nostra città non è citata come un insignificante inciso, ma come termine essenziale nella trafila di un discorso in uno dei più delicati canti del Paradiso, l’ottavo, in cui traspira il dramma della mancata vita di un principe magnifico, Carlo Martello, il quale se fosse vissuto più a lungo, avrebbe saputo compiere tante belle imprese di pacifica e proficua politica.

In questo ambiente di luce appare il nome di Bari, circoscrivendo una configurazione politica di grande momento.

…………

«Quella sinistra riva che si lava
di Rodano poi ch’è misto con Sorga,
per suo segnore a tempo m’aspettava, (60)
e quel corno d’Ausonia che s’imborga
di BARI e di Gaeta e di Catona,
da ove Tronto e Verde in mare sgorga.» (63)
……………

 


E per restare ancora con Dante, ecco un’altra curiosità relativa alle “Crittografie mnemoniche dantesche”, riprese dal volume di F. Comerci e M. Cosmai «Italiano a doppio senso».
Il termine crittografia deriva dall’unione di due parole greche: “kryptós” che significa nascosto, e “gráphein” che significa scrivere. Pertanto la crittografia tratta delle “scritture nascoste”, ovvero dei metodi per rendere un messaggio “offuscato” in modo da non essere comprensibile a persone non autorizzate. Tale messaggio si chiama comunemente crittogramma. 

La crittografia, secondo il Vocabolario Treccani, è una scrittura segreta, cioè tale da non poter essere letta se non da chi conosce l’artificio fisico e logico usato nel comporla.
Cosa che hanno fatto i due autori riprendendo da periodici enigmistici una serie di crittogrammi e riportati nel testo citato, e che solo a mo’ d’esempio ne indicherò qualcuno (soluzione, crittogramma, fonte, autore), riferito appunto alla Divina Commedia di Dante Alighieri, insieme ai nomi fittizi degli stessi autori dei giochi.

 

 

 

 

https://www.giornaledipuglia.com/2020/03/coronavirus-e-dialetto-barese.html

 

 

CORONA VIRUS E DIALETTO BARESE




La terribile pandemia che sta colpendo ogni parte del mondo continua la sua corsa verso picchi sempre più alti. Parliamo, ovviamente, del “coronavirus”, che secondo i dati della Protezione Civile alle ore 18 di ieri, 19 marzo, nell’ambito del monitoraggio sanitario sul territorio nazionale i casi ammontano a 41035, al momento sono 33190 le persone che risultano positive al virus, le persone guarite sono 4440, i pazienti ricoverati con sintomi sono 15757, in terapia intensiva 2498, mentre 14935 si trovano in isolamento domiciliare. I deceduti sono 3405, questo numero, però, potrà essere confermato solo dopo che l’Istituto Superiore di Sanità avrà stabilito la causa effettiva del decesso. Peggio di un bollettino di guerra. L’Italia si classifica, purtroppo, al secondo posto per numero di decessi dopo la Cina.

Nel mondo il numero dei casi confermati ammontano a 222.642, i decessi 9.115, mentre le persone guarite risultano essere 84.506. Ovviamente queste cifre sono ballerine e variano, sempre in aumento, di ora in ora.

In tutto questo bailamme l’Europa è stata a guardare e grazie alla Cina, interessata o meno, abbiamo avuto un aiuto concreto di personale sanitario e di materiale utile a far rimanere “a galla” la barca Italia. Anzi, in certi casi alcuni Paesi dell’Europa, hanno pure ostacolato l’invio di materiale sanitario. Bella solidarietà! E per completare l’opera Christine Lagarde, presidente della BCE, ha fatto un disastro, con le sue inopportune dichiarazioni dando un brutto colpo alle Borse e facendo salire lo spread. Insomma molti hanno dato una mano ad affossare l’Italia in un momento in cui serviva solidarietà e aiuto.

A completare lo sfacelo stanno contribuendo gli imbecilli di turno che invece di starsene a casa, secondo i consigli del Governo e degli esperti sanitari, se ne vanno in giro diffondendo ancora di più il morbo che sta impestando il mondo. E, al momento, sono oltre 43000 le persone denunciate, al punto di richiedere l’intervento dell’esercito per il controllo del territorio.

Una buona notizia arriva dalla Cina, dove non si registrano nuovi casi interni, mentre nel resto del mondo si allunga l’elenco dei governi che prendono misure drastiche per cercare di arginare il diffondersi del virus.

Atteniamoci quindi scrupolosamente ai suggerimenti e alle direttive, restiamo a casa, evitiamo di frequentare luoghi chiusi e affollati, ecc., e forse, così facendo, salveremo noi e gli altri da un virus che pare non avere molta intenzione di perdonare!

Al poeta Luigi Canonico non è sfuggita l’opportunità di esternare la triste cronaca in dialetto barese con una poesia che mi piace sottoporre all’attenzione dei lettori, se utile a sottolineare la cronaca di questo triste momento per l’Italia e per il mondo intero. Restate a casa.



U CRONAVIRE

di Luigi Canonico

M-mènz’a la strate pare na mortòrie:
nu cambesande iè u paiìse nèste
na desolazziòne ca a la memòrie
porte u cobbrifùche, porte la pèste.

Nzerrate la famigghie iìnd’a la case,
le fèmne cchiù non vonne a cialleddà,
ci a-passe- svèlde-svèlde o iazze trase,
e ll’omne che nessciune a chiacchiarà.

Iì nge agghi’addemannate o cerveddòne:
m’ha ditte ca u nemiche da lendàne
av’arrevate e trase ind’o pelmone
e ccudde nge settèrre a cchiane a cchiane.

Addò sta u rrè, addò sta u presedènte,
ci le terrìse tène e non z’abbotte,
ci è ca tène ardire e iè potènde?
Nnande o Cronavire se cache sotte.

Uètte migliarde quase de crestiane,
stu Cronavìre, c’addò sta nom bare,
redusce cacazzuse iìnde a le tane   
e oggn’e ddì ne morene a megghiàre.

Quand’arie ca ve date, e ve vandàte:
“tenime l’ariopiàne e la tivì
u cellulare, u cineme e l’autostràte,
l’atòmche, l’atomòbble e u piccì...” 

Non zèrve a nnudde la potèndarì,
u tiddue, u frise e ttanda probbietà
c’avaste u Cronavìre, nu cicì,
pe ffange paveruse addevendà.

E ppò, ambarate non avite angore
ca sope a nnu, ce pure non u vite
asiste Ci ve dà ogn’e ddì la vite,
e tutte a Iìdde cunde avim’a dà.

 

 

 

https://www.giornaledipuglia.com/2020/03/anche-una-preghiera-in-omaggio-alla.html

 


 




ANCHE UNA PREGHIERA IN OMAGGIO ALLA CASALINGA, LA PIU' ECLETTICA DELLE LAVORATRICI

 

Per casalinga si intende la donna che, come occupazione esclusiva o principale, cura l’andamento della propria casa, l’educazione dei figli, l’assistenza dei famigliari e anche l’amministrazione della famiglia.

In sostanza sono le colonne portanti del nucleo famigliare che, oltre alla cura dei figli e dei coniugi, conciliano numerose altre incombenze: un po’ badanti, un po’ colf, un po’ babysitter, un po’ amministratrici, un po’ segretarie. Insomma una indispensabile collaboratrice famigliare della quale non se ne può fare a meno, anche se da qualche lustro sono in diminuzione per una serie svariata di motivazioni.

In Italia opera il “MOICA”, (Movimento Italiano Casalinghe), che ha iniziato la sua attività nel lontano 1982, trovando nella rete l’opportunità di un’azione più incisiva, diventando un punto di riferimento sotto vari punti di vista, come la Federcasalinghe, che ha numerosi sportelli in tutta Italia. E sono diversi i siti di condivisione, di scambio e di aiuto reciproco sorti spontaneamente e diventati nel tempo piazze virtuali e luoghi di aggregazione anche per iniziative e risoluzione di pratiche amministrative. La Federcasalinghe si propone quale forza di rappresentanza per il raggiungimento di obiettivi a favore delle donne e delle proprie famiglie.

La casalinga non ha uno stipendio e non sempre è riconosciuta dalla società. Fa un lavoro che la impegna 24 ore al giorno e per 365 giorni l’anno, soprattutto se ha figli piccoli. La mole di lavoro è determinata dalla grandezza della famiglia, dall’estensione della casa, dallo stato sociale, ecc. Inoltre, gli orari di lavoro fluttuano continuamente, ma, soprattutto, è disponibile H24.

Fino a non tanto tempo fa, le occupazioni alle quali essa poteva aspirare – soprattutto al fine di contribuire al bilancio familiare – erano piuttosto limitate, tuttavia la creatività ed il genio femminili non sono mai stati risparmiati anzi, in alcuni casi hanno rappresentato l’eccellenza in diversi settori.

Va quindi riconosciuto ad essa l’essenzialità e l’indispensabilità della sua presenza e del suo lavoro in una famiglia e Pier Angelo Piai, insegnante e scrittore, ha anche scritto per lei la “Preghiera della casalinga”, che ho tradotto nel dialetto barese che volentieri sottopongo all’attenzione dei lettori, in omaggio alla donna-casalinga, certamente la lavoratrice più eclettica di tutte.

Preghiera della casalinga
di Pier Angelo Piai

 

Signore, a Te nulla è nascosto e conosci ogni persona perfettamente. Tu lo sai che gran parte della mia vita quotidiana si svolge tra queste mura domestiche.

Aiutami a non lasciarmi prendere dallo sconforto se la mia mansione non viene riconosciuta nella società o i miei stessi familiari non si accorgono della mia disponibilità.


Io so che anche Tua Madre, durante la sua vita terrena, passava gran parte del suo tempo a sbrigare i lavori domestici. Donami la costanza e la pazienza per poter portare avanti i miei impegni con amore, dammi la grazia di servire i familiari come se dovessi servire Te. Fammi capire che per Te non è importante quello che facciamo, ma come lo facciamo.

Aiutami ad amare nel nascondimento, nell’operare il bene, nel beneficare coloro che bussano alla mia porta, nel trovare dei momenti forti in cui dedicare solo a te il mio tempo nella preghiera, nella meditazione e nella contemplazione.

Ti ringrazio per tutto quello che stai facendo continuamente per me.
Grazie per la famiglia che mi hai dato, per il nutrimento quotidiano, per la mansione che mi hai affidato, per le numerose occasioni datemi nell’operare nel nascondimento.                           
Ti offro le mie fatiche, le mie frustrazioni, lo stress della routine quotidiana, l’ingratitudine dei figli e del consorte e chiedo che la Tua grazia li accompagni sempre.

Preghíre de la casalinghe
Traduzione di Vittorio Polito

 

Segnóre, a Te nùdde jè aschennùte e canùsce buène tutte quande. Tu u sa ca quase tutta la vita mè la pàsseche mmenze a chìsse quàtte mure.
Aiùdeme a non famme pegghià do schembòrte ce chèdda ca fàzzeche non vène accanesciùte jìnd’a la soggietà o la famìgghia mè ca non se n’avvèrte de chèdde ca fàzzeche.

Jì sàcce ca pure laMamma Tò, acquànne stève sóp’a la tèrre, passàve u tjimbe a sbregà le fàtte de la càse. Dàmme la costànze e la pasciènze pe pertà nnànze le fatiche cu amòre, dàmme la gràzie de servì la famigghia mè accòme ce avèssa servì Segnerì. Famme capì ca pe Tè non è mbortànde chèdde ca facìme, ma còme u facìme.
                           
Aiùdeme ad amà senza fàrme nnànze, a fa le cose asseduàte, ad aietà chiddde ca tezzuèscene alla pòrte, ad acchià u momènde da dedecà assèlute a Te u tjimbe mì pe pregà, cu penzamìende e la chendemblàzione.

Gràzzie pe tùtte chèdde ca sta fasce pe me e pe la famìgghie ca me si dàte, pe ciò ca iè necessarie, pe la fatiche ca me si affedàte, pe le tànde accassiòne ca me dà pe fàmme fa la volondà Tó senza fàmme avvertì.   

Òffreche a Te le fatiche me, le mortefecaziòne, la stanghèzze de la vìte d’ogneddì, u menefreghìsme de le fìgghie e du marìte e t’addemàneche ca la grazia Tó l’acchembàgne sèmbe.

 

 

 

https://www.giornaledipuglia.com/2020/02/i-canti-di-leopardi-tradotti-in.html

 

 


I CANTI DEL LEOPARDI TRADOTTI IN DIALETTO BARESE


Un grande poeta dialettale barese, Giuseppe De Benedictis (Giudebbe (1895-1963), autore di tante importanti liriche, ha tradotto nel dialetto barese dodici Canti, tra i più difficili, di Giacomo Leopardi (1798-1837), considerato il maggior poeta dell’Ottocento italiano. De Benedictis, non si è limitato alla traduzione letterale sic et simpliciter dei versi del grande poeta, ma li ha interpretati nel loro contenuto intrinseco.

Il testo “Canti di Giacomo Leopardi tradotti in vernacolo barese”, datato 1987 (Schena Editore), ha visto la luce proprio nell’anno delle “celebrazioni leopardiane”. Un modo “sommesso” di rendere omaggio al poeta di Recanati nel 150° anniversario della sua morte.

 

Francesco Babudri (1879-1963), storico pugliese di alta levatura, introduce ampiamente il testo di De Benedictis, elogiando la notevole infinità di versi in lingua e in dialetto barese, ora lirici, ora aristocraticamente satirici, ora simpaticamente spassosi, trattati egualmente con grande maestria. “Giudebbe” ha tradotto, infatti, dodici Canti di Giacomo Leopardi, legando il suo nome ad uno dei migliori capitoli della poesia dialettale italiana, e precisamente barese, meritandosi un posto di eccezione e con successo in un’impresa letteraria, quale quella di tradurre versi classici italiani in dialetto.

I Canti presenti nel testo sono: “Alla Luna”, “Scherzo”, “Il primo amore”, “Imitazione”, “Frammenti” (XXXVII, XXXVIII, XXXIX, XLI), “Coro di morti”, “L’Infinito”, “A se stesso”, “Il tramonto della luna”.

A solo titolo esemplificativo riporto dal volume citato, per meglio illustrare al lettore il lavoro fatto da De Benedictis, il celebre «L’Infinito» nelle versioni in lingua e in dialetto e la copia del manoscritto insieme all’immagine di Leopardi con le relative correzioni autografe.


“L’INFINITO”

 di Giacomo Leopardi

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo, ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei. Così tra questa
Infinità s’annega il pensier mio:
E il naufragar m’è dolce in questo mare.

 

 

L’INFINITO


Traduzione di Giuseppe De Benedictis

Le so’ tenute semme ijnde o’core:
sta’ aldure sola sole e chisse chiande;
non fascene vèdè ddà ’mbonde a ’mbonde
ce sta’ chiù drète a mè, ce sta’ chiù ’nnande.
Assise, vèche e non me stanghe,
e mìtte ca me allasse la pavure
me fèngeche ’nu llarghe granne granne,
chiù granne, chiù de a ijre, josce, e cra’,
ca ’u cervijdde ma pote penza’,
addò non sijnde frusce de ’na sckosce,
ce pasce te sta’ dda, affunne affunne.
Sèndeche ’na bavètta chiànda-chiànda,
ca frusce fronza e fronze; jè na vosce
e chessa vosce ’u fazze ’nu combronde
che “chedda” ca tu ma’, non sijnde ma’
e “vosce” jè, ca ma’ fernesce, ma’,
jè, come d’u merì e d’u camba’.
Ce cosa granna granna ca jè chesse.
Ddò ’u penzijre mi’ jè ca se nèche,
e dolge dolge me ne voche ’mbunne.
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Ddà = là; ’mbonde = punto lontano; assise = seduto; e picche = e poco che; me allasse = mi lascia o mi lasci; me fengeche = mi fingo; cra’ = domani (da “cras”); frusce = fruscìo; sckosce = pulviscolo; affunne = profondo; sèndeche = sento; bavetta = venticello fresco; chianda chianda = tra pianta e pianta; ca frusce = che fruscia; fronza fronza = tra foglia e foglia; nu combronde = un confronto; chedda = quella; ca = che; non sijnde = non senti; ma’ = mai; se nèche = si annega; ’mbunne = in fondo.

 

 

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https://www.giornaledipuglia.com/2020/01/il-gioco-del-lotto-e-la-smorfia-tra.html

 

IL GIOCO DEL LOTTO E LA "SMORFIA" TRA STORIA E CURIOSITA'

 




- Il gioco è una qualsiasi attività liberamente scelta a cui si dedicano, da soli o in gruppo, bambini o adulti senza altri fini che la ricreazione e lo svago, esercitando capacità fisiche, manuali e mentali. La competizione governata da regole fra persone, il cui esito, legato spesso a una vincita in denaro, chiamata posta del gioco, dipende dall’abilità dei singoli contendenti e soprattutto dalla fortuna. Il gioco del lotto, ad esempio, è uno dei giochi legato proprio alla fortuna, perché si basa sulla legge del calcolo delle probabilità. La fortuna è un concetto che accompagna l’uomo fin dagli albori della civiltà in un eterno dialogo di speranze, di rispetto e di sfida. Questo rapporto si è stabilito nelle forme del gioco e del giocare.

Il Gioco del Lotto pare derivare da una pratica in uso a Genova nel XVI secolo, che permetteva di puntare sui nomi di cittadini candidati a cariche pubbliche. Il gioco prendeva spunto da un “sistema elettorale”, che prevedeva l’estrazione casuale di 5 nomi di cittadini particolarmente meritevoli, su un totale di 120, che avrebbero assunto il ruolo di membri del Consiglio della Repubblica. Questa pratica prese quindi il nome di “Giuoco del Seminario”. Ai giocatori era data la possibilità di giocare solo due volte l’anno. A Bari il primo appaltatore autorizzato fu tale Francesco Bugatto. In ogni caso è fuor di dubbio che il gioco del lotto è radicato a Napoli.

Nella seconda metà del XVII secolo (1682) si diffuse il cosiddetto “Giuoco delle Zitelle” o “delle donzelle”, i cui numeri da estrarre erano abbinati al nome di ragazze povere che se sorteggiate erano premiate con una dote. Questa versione del gioco divenne famosa in tutta Europa e la sua estensione in Francia viene attribuita nientemeno che a Giacomo Casanova. Ben presto il gioco entrò anche nelle grazie dei ministri delle Finanze che, dimentichi delle ‘zitelle’, reclamarono gli incassi per l’erario. Sempre nel XVII secolo, per il dilagare delle giocate “clandestine”, i Serenissimi Collegi e l’allora Ministero delle Finanze, confermarono la non legalità del gioco d’azzardo, permettendo allo stesso tempo l’esercizio del “Seminario”, dietro pagamento di un diritto concessionario.

 

Nello Stato Pontificio il gioco del lotto fu bandito fortemente, ma il Pontefice Clemente XII lo autorizzò ed i proventi furono destinati come dote alle ragazze umili e bisognose. Nel 1785 Papa Pio VI cambiò la destinazione dei proventi a favore delle opere pie. In Italia nel 1863 il gioco del lotto è diffuso nell’intero Stato e le ruote sono solo sei, ma dopo il 1870, quando Roma divenne Capitale d’Italia, le ruote salirono a otto. Insieme alla crescita ed allo sviluppo del gioco del lotto, si diffuse anche l’arte di prevedere il futuro (oniromanzia), basandosi sui sogni e associando ad ogni elemento un numero da giocare. Il gioco del lotto non ha mai avuto tanto splendore come in questi ultimi tempi, infatti le persone che giocano sono sempre più numerose, al punto che si sta progettando di creare un lotto Europeo finalizzato a interessare più nazioni.

Anche i baresi non rinunciano al Gioco del Lotto. La città di Bari è la prima ruota nelle estrazioni. Questo non è sfuggito a Luigi Sada, Carlo Scorcia e Vincenzo Valente, tre studiosi pazienti, competenti e affezionati, che in una loro pubblicazione (“Bari Mito”, Japigia Editrice), presentata da Oronzo Parlangeli, hanno inserito anche il capitolo «Pe cci sciòch-o Geghedellotte» (per chi gioca al lotto), riprendendo dalla Smorfia un campionario di vocaboli corrispondenti a persone, eventi, oggetti, Santi, ecc., traducendoli in dialetto barese e contrassegnandoli con il corrispondente numero per consentire la combinazione e quindi la giocata.

La ‘Smorfia’ è il libro usato per trarre i corrispondenti numeri da giocare. Alcuni credono che l’origine della Smorfia risieda all’interno della tradizione cabalistica ebraica. Secondo la Cabala (Qabbalah), nella Bibbia non vi è parola, lettera o segno che non abbia qualche significato misterioso correlato. L'origine del termine “smorfia” è incerta, ma la spiegazione più frequente è che sia legata al nome di Morfeo, il dio del sonno nell’antica Grecia. La smorfia è tradizionalmente legata alla città di Napoli, che ha una lunga storia di affetto nei confronti del gioco del lotto, ma ve ne sono molte altre legate ad altre città. A solo titolo di esempio riporto, dalla pubblicazione citata, solo alcune voci ed i corrispondenti numeri. Tra parentesi è posto l’articolo per le varie distinzioni (plurale, maschile, femminile, ecc.).

E, per restare in tema, riporto una simpatica poesia del poeta dialettale barese, Peppino Zaccaro, che tratta del gioco del lotto.

 

U GIGDELLOTTE
di Peppino Zaccaro

 

Sendite a mè ve
vogghie racchendà
nu fatte cheriuse assà.
Ji stanotte, doppe
na sorte de greffuate
tre nummere sò sennate.

Fescènne so sciute
o petteghine du gigdellotte
pe fa na bbèlla scecuate.
Vijne, vijne fertuna mè
vijne tèrne beneditte
u core me sckatte mbitte.

E penzave, penzave
velèsse fa cessà ce ccose
velèsse aggerà pe tèrre e pe mmare
tutte u munne
atturne atturne
avè cassre e palazze
salì sop’a la mendagne
cchiù jalde ca nge stà
uazzurre du cijle
che nu discete atteccuà.

Madonna mè
u tèrne non av’assute
e ce me mborte
ca no nzò vengiute
mègghie nu picche
de cusse paravise
ca na mendagne de terrise.

 

 

 

https://www.giornaledipuglia.com/2020/01/il-soprannome-barese-tra-significato.html

 

 

 

 

 

IL SOPRANNOME BARESE, TRA SIGNIFICATO, STORIA E CURIOSITA'

 

Il soprannome o nomignolo è un appellativo distintivo di una persona che si usava aggiungere al nome proprio, derivandolo generalmente dal nome di uno dei genitori, dal luogo di origine, dal mestiere esercitato o da un appellativo equivalente, al moderno cognome, diverso, sotto certi aspetti, dal nome proprio e dal cognome, prendendo generalmente spunto da qualche caratteristica fisica o altro, con cui si usa chiamare per scherzo o per ingiuria una persona.
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Manlio Cortelazzo (1918-2009), già professore emerito dell’Università di Padova, uno dei massimi esperti in materia, autore di numerose pubblicazioni scientifiche sull’argomento, sostiene che «I soprannomi costituiscono il nerbo dell’onomastica, la scienza dei nomi propri: ne accompagnano l’origine, l’evoluzione, i punti d’arrivo. Eppure sono guardati con sospetto e timore, perché sfuggono ad ogni tentativo di spiegazione razionalmente condotto».
A Bari, nella città vecchia, esiste una via con il nome di “Roberto il Guiscardo”. In realtà egli si chiamava Roberto d’Altavilla, ma, le sue vicende politiche lo portarono, tra l’altro, a circondare il Papa Nicolò II di ogni cura e rispetto, tanto che il Pontefice nell’anno 1059 lo investì del titolo di “Duca di Calabria e di Puglia per grazia di Dio e di S. Pietro”. Si creava così una nuova situazione politica e giuridica nel Mezzogiorno d’Italia, che avrebbe avuto sviluppi di grande importanza storica nei secoli seguenti. Da queste vicende probabilmente il soprannome di “Guiscardo” (furbo, astuto).

Sempre nel centro storico è presente la “Corte di Lascia fare a Dio” (da Arco Alto a largo Albicocca), che potrebbe essere classificato tra quelli sacrali, ripetutamente riferito a persone appartenenti a certa famiglia “Ladisa”, che probabilmente abitavano da quelle parti (esempio “Gio Batta la Disa” alias “Lascia Fare a Dio”), citato dal notaio Ubaldo Ubaldini in un suo atto del 5 ottobre 1697.

Dagli archivi baresi (San Nicola e Cattedrale) di oltre un millennio fa è possibile leggere soprannomi di vario genere.

Tra i componenti degli equipaggi che trafugarono le ossa di San Nicola è possibile conoscere soprannomi come: Melicianna boccalata, Stefanus bos, Romualdus volpagna, Sire Azzo caballo, Petracca caperrone, Iohannoccarus mancus o Stefanus de cretazariis, ecc., riportati da Vito Antonio Melchiorre (1922-2010) nel suo libro ‘Bari vecchia’- (Adda Editore).

Numerosi sono i soprannomi che a partire dal Medioevo ai giorni nostri si trovano in atti ufficiali, insieme al nome vero, che stanno ad indicare come detto, parti del corpo, difetti fisici, mestieri, professioni, come ad esempio: Lo Panzuto, Lo Surdo, Capo di Ferro, Cavalliero, La Gatta, La Volpe, Guardavaccaro.

Molti dei significati originali sono stati nel tempo travisati e, molto spesso, è stata effettuata una sorta di ‘supertraduzione’, come ad esempio, il caso di ‘cazze cazze’, che corrisponde all’espressione italiana ‘venirsene tomo tomo’, cacchio cacchio, ‘venirsene da ingenuo, da imbecille’. Nell’elenco compaiono anche modi di dire, da semplici attributi di una categoria (‘cape de pezze’ = suora), entrati a far parte anche di una lista di soprannomi.



Il pronome ‘Chidde de…’ sta ad indicare la famiglia, l’attività o il mestiere esercitato; ‘Carghe n-gape’ = cornuto; ‘Cheppuniste’, chi contrae debiti a non finire; ‘La Mosce’, attribuito a chi aveva il viso butterato dal vaiolo; ‘Mèstefuèche’, era chiamato un abile artefice di fuochi.

Vito De Fano non si è lasciato sfuggire l’occasione per scrivere una poesia ricordando diversi soprannomi dei baresi.

 

NGOCCHE SOPANOME DE LE BARISE di Vito De Fano


Mba Nòfrie u tèrte e don Mechele u ciùmme

nzjeme a Gnagnùdde e Cole mjenze core,

Fafuèche, Fattacciùcce e Cape de cchiùmme,

scèrene da Pasquàle manad’ore

pe disce ca Gugù pjette a palùmme

u figghie de Perchiùse u prefessòre

che Beccone, Brezànghe e mba Chelùmme,

Sparrèdde, Megnerùdde e Ciola gnore,

jèrene sciùte a case de Peddècchie,

u ziàne de Gnessè menza sciàbbue

e canate a Gelòreme quattècchie,

pe demannà percè ca u figghie scàbbue,

apparolàte a Rose mammalàgne,

mò spesàve la figghie de Zù Fagne?

E Peddècchie arraggiàte respennì:

Sciàte da Calandrjedde o Corighì,

ca chisse, amisce, no nzò… fatte mì.

 

Da “Benàzze” di V. De Fano, Schena Editore, Fasano (Br)

 

 

 

https://www.giornaledipuglia.com/2019/12/capodanno-in-italia-e-nel-mondo-origine.html

 

 

 

 

CAPODANNO IN ITALIA E NEL MONDO: ORIGINI E CURIOSITA'

 

 

 

Il Capodanno, la festa più antica del mondo, non sempre è stato festeggiato nella notte di San Silvestro, come si scopre leggendo notizie sulle origini delle antiche civiltà. Solitamente del Natale si fa un gran parlare di presepi, alberi, canzoni, nenie, leggende, i bimbi scrivono letterine a Babbo Natale, che pian piano va sostituendosi alla Befana, i commercianti stanno all’erta per «impadronirsi» delle tredicesime e così via.

Ma come nasce la festa di Capodanno? I babilonesi festeggiavano il nuovo anno con la rinascita della Terra, cioè la primavera. Gli antichi romani continuarono a celebrare l’anno nuovo verso fine marzo, ma dal momento che il calendario era continuamente manomesso dai vari Imperatori, si scelse di sincronizzarlo con il sole. Fu Giulio Cesare nel 46 a.C. a creare il “Calendario Giuliano” che stabiliva che il nuovo anno iniziava il primo gennaio, giunto fino a noi.

I Babilonesi iniziarono a festeggiarlo circa 4000 anni fa. Ancora nel 2000 a.C., l’anno babilonese iniziava in coincidenza con la prima luna nuova dopo l’equinozio di primavera. I Celti, invece, seguendo un calendario agricolo e pastorale, legato al ciclo delle stagioni, festeggiavano il capodanno in autunno, proprio nella notte in cui si festeggia l’odierna Halloween, per solennizzare il periodo dell’anno in cui la terra ha dato i suoi frutti e si prepara all’inverno. Anche celtica è l’odierna simbologia del vischio, che secondo la tradizione dona prolificità spirituale e materiale. Solo con l’adozione universale del calendario gregoriano (dal nome di papa Gregorio XIII, che lo ideò nel 1582), la data del 1° gennaio come inizio dell’anno divenne così universalmente riconosciuta. Non ebbe successo, invece, il tentativo del governo fascista di imporre come Capodanno il 28 ottobre, data in cui avvenne nel 1922 la marcia su Roma. Ed ora qualche curiosità.

Perché a Capodanno si mangiano le lenticchie? Le lenticchie sono da sempre simbolo di prosperità e ricchezza. Gli antichi romani erano soliti mangiare un piatto di lenticchie il primo giorno dell’anno per buon auspicio. Questo perché le lenticchie, con la loro forma tondeggiante e appiattita, ricordano la forma delle monete, e quindi simboleggiano la ricchezza.

I botti? L’usanza di sparare i botti è nata dalla volontà di allontanare gli spiriti maligni, non ben disposti ad accettare un passaggio così importante.

 



Fino a qualche anno fa a fine anno c’era l’abitudine, almeno nel meridione d’Italia, di gettare dalla finestra, stoviglie vecchie, bottiglie, mobili ed anche qualche elettrodomestico. Il significato del gesto è abbastanza facile da capire: le cose vecchie sono la metafora dei momenti legati al vecchio anno da lasciarsi alle spalle. Via il vecchio, quindi, per far posto al nuovo. Per fortuna questa strana abitudine non è più in atto, anche per il mare di auto che sono parcheggiate in strada, ma in compenso sono aumentati i botti che ad ogni anno che passa divengono sempre più pericolosi.

Perché a Capodanno si usa l’intimo rosso? Anche l’usanza di indossare qualche capo di biancheria rossa ha origini antiche. È noto che nell’antica Roma, i romani indossavano indumenti di color rosso per simboleggiare la guerra, il sangue e quindi il potere, oggi invece lo si fa per sperare in buoni auspici.

Nel resto del mondo che succede? In Spagna allo scoccare della mezzanotte si è soliti mangiare 12 chicchi d’uva, uno ad ogni rintocco dell’orologio. Anche l’uva, come le lenticchie, simboleggia la prosperità, quindi la fortuna e la ricchezza. In Russia, al dodicesimo rintocco di un orologio, si apre la porta di casa per far entrare il nuovo anno. In Perù, invece, vengono installati, fuori da ogni abitazione, dei fantocci di carta pesta che allo scoccare della mezzanotte vengono incendiati. Ovviamente i fantocci simboleggiano l’anno appena concluso. In Giappone ci si riunisce ad ascoltare 108 colpi di gong. Pare infatti che 108 sia il numero di peccati che ogni persona compie ogni anno e ascoltando i gong ci si purifica delle proprie colpe. In Germania è più festoso, si va in giro mascherati come a Carnevale. In India, invece, il Capodanno bisogna passarlo per strada e non a casa da soli. In Romania, per gli amanti degli amici quadrupedi, c’è l’usanza di fare gli auguri ad ogni animale che s’incontra per strada. In Danimarca si gettano piatti alle porte di altre persone. Si ritiene che questo gesto porterà nuovi amici alla persona sulla cui soglia vengono gettati i piatti. A Caracas le campane della Cattedrale suonano 12 volte a mezzanotte. Nelle Filippine porta bene mettere in tavola 12 frutti rotondi che rappresentano le monete, come simbolo di prosperità. In Brasile il colore fortunato è quello che li racchiude tutti: sulla spiaggia di Copacabana a Rio de Janeiro più di due milioni di persone ogni anno arrivano vestite completamente di bianco.

E gli ortodossi che fanno? Il capodanno ortodosso viene festeggiato nella notte tra il 13 e il 14 gennaio e, a parte la data, non ha caratteristiche differenti rispetto al capodanno che si celebra in buona parte dei paesi del mondo, tra il 31 dicembre e il 1 gennaio. Perché viene celebrato esattamente in questa data? Perché la religione ortodossa segue il calendario Giuliano e non quello Gregoriano: infatti, anche Natale è in una data differente, per la precisione il 7 gennaio.

 

 

 

 

https://www.giornaledipuglia.com/2019/12/lintervista-vittorio-polito-il.html

 

 

 

L'INTERVISTA: VITTORIO POLITO,, IL GIORNALISTA AMANTE DI BARI E DI SAN NICOLA

di PIERO LADISA

Per un barese sono due i mesi più importanti dell’anno: maggio e dicembre. In entrambi i casi il fulcro delle festività è San Nicola. Quest'oggi il Giornale di Puglia, in occasione della celebrazione liturgica del Santo di Myra, ha deciso di fare un regalo a tutti i lettori del capoluogo pugliese intervistando Vittorio Polito. 

Polito, storico collaboratore della nostra testata, non ha bisogno certamente di presentazioni. Il suo curriculum parla da solo: scrittore di diversi libri, ha all’attivo numerose collaborazioni giornalistiche oltre che importanti riconoscimenti. Tra i quali spiccano senza dubbio le onorificenze di Cavaliere e di Ufficiale dell’Ordine «Al merito della Repubblica Italiana». Con Vittorio abbiamo discusso di vari temi che vanno dalla baresità a San Nicola, passando anche dalla crisi che imperversa nel giornalismo italiano. 

Caro Vittorio, come è nata la tua passione per le tradizioni popolari? 
«Di pari passo all’interesse sul dialetto barese è scaturito quello relativo alla baresità».

Cosa rappresenta per Vittorio Polito la baresità? 
«Per baresità intendo tutto quello che riguarda Bari: dialetto, tradizioni, folklore, cucina, monumenti, chiese, modi di dire, comportamenti, proverbi, soprannomi, usi e costumi, teatri, poesie e prepotentemente rientra il nostro San Nicola e tutto ciò che lo ricorda».



Che significato ha per te la figura di San Nicola?
 
«San Nicola fa da anello di congiunzione tra Oriente e Occidente e fondamentalmente per queste caratteristiche riveste un ruolo importante di sinergia tra le due culture. Per questo motivo è considerato uno dei santi più popolari del calendario liturgico, conosciuto e venerato in tutto il mondo fin dal Medioevo. Quando la grandezza dei suoi miracoli era già nota e apprezzata dalla Groenlandia alla Russia».

Quale aspetto miglioreresti nella tua Bari sul culto relativo al Santo di Myra? 

«Due cose su tutte. Denominare Bari quale città di San Nicola e contemporaneamente proclamare San Nicola patrono e protettore del Mediterraneo».

Tornando indietro, rifaresti la trafila per diventare giornalista? 

«No».

Perché? 

«La legge impone il pagamento da parte degli editori per cui non si può imputare la colpa ai giornalisti se questi non vengono retribuiti. Sostanzialmente le vertenze dovrebbero essere fatte agli editori e non a coloro iscritti all’ordine che poi rischiano anche la cancellazione». 

Cosa non va nel giornalismo? 

«Prima di tutto c’è disorganizzazione. Poiché certe decisioni dovrebbero essere prese a livello nazionale e non locale, come è accaduto per l’Ordine Regionale pugliese in cui sono stato iscritto fino al 31 dicembre 2015. A tal proposito l’ex presidente dell’ordine nazionale dei giornalisti, Enzo Iacopino, si dimise affermando che “il recupero della credibilità della categoria si è rivelato un vero fallimento”». 


Non c’è pericolo che molti giovani si allontanino da questa professione? 

«Assolutamente sì». 

Hai scritto tanti libri. A quale sei maggiormente legato? 

«La preferenza, senza togliere nulla alle altre pubblicazioni, va a “Baresità, curiosità e…” che si avvale della prefazione del prof. Corrado Petrocelli attuale Rettore dell’Università di San Marino. Anche perché, il volume, come gli altri, è stato presentato nell’Aula Magna dell’Università degli Studi di Bari. Un altro motivo che mi lega a questo libro è quello di aver incontrato in corso d’opera persone che hanno contribuito, con alcuni interessanti capitoli, alla stesura della pubblicazione.
Mi piace ricordarli: Felice Alloggio, Linda Cascella, Franz Falanga, Lorenzo Gentile e Giovanni Panza».

 

Una delle poesie scritte da Vittorio Polito

 

 

 

 

https://www.giornaledipuglia.com/2019/12/lacqua-insostituibile-liquido-per-la.html

 

 

L’ACQUA, INSOSTITUIBILE LIQUIDO PER LA VITA E L'ANTICA CISTERNA DI BARIi

 




Che l’acqua sia stato sempre un problema è documentato dalle tante pubblicazioni sull’argomento e sulle tante realizzazioni eseguite per poter assicurare all’uomo l’indispensabile liquido per la vita.

L’acqua è un composto chimico formato da due parti di idrogeno ed una di ossigeno (H2O), indispensabile per la vita, e l’uomo ha progressivamente imparato a gestire le acque a proprio uso e consumo.

Qualche migliaio di anni orsono, nell’antico Messico, vennero realizzate importanti canalizzazioni e pozzi per la gestione e l’approvvigionamento delle acque. Risalgono al XVII secolo a.C. pozzi realizzati nei territori dell’antico Egitto e in Cina.

A Bari nel XV secolo fu costruita nel centro storico, piazza Santa Maria del Buon Consiglio, una cisterna per soddisfare, senza discriminazione alcuna, le esigenze dei cittadini. L’iniziativa fu di un certo Bartolomeo de Risio (o de Riso), il quale mosso da altruismo e da profonda compassione per le persone meno abbienti, fece costruire a proprie spese una cisterna nei pressi della omonima Chiesa, preoccupandosi di far scolpire sulla pietra le seguenti norme da osservare per ottenere il prezioso liquido: «Bartholomæus de Risio – miseratus ego inopem plebiculam aquarum – inopia quotannis laborantem cisternam – hanc cum scaturiens acquæ puteum – effodienda curavi… (Bartolomeo de Risio, mosso a compassione dai bisogni del popolino minuto sempre travagliato dalla mancanza di acqua, fece scavare questa cisterna unitamente a un pozzo di acqua sorgiva…)».

Il nostro benefattore, conoscendo bene gli eccessi e le intemperanze dei concittadini, derivante dalla mancanza di acqua, previde il caso che qualcuno potesse prevalere sugli altri e allora chiamò sindaco e magistrati della città, stabilendo che in caso di chiusura del recinto della cisterna, fosse assicurato il “diritto dei poveri ad ottenere un sorso d’acqua”. Antonio Beatillo (1570-1642), il padre gesuita che scrisse la storia di Bari, riferì l’episodio.

Il Comune di Bari nel 1939, riprese la notizia, ed essendo scomparsa la lapide a causa della demolizione della Chiesa, ne fece riprodurre la dicitura vicino ai resti delle colonne e dei muri restanti.

Le note di cui sopra sono riprese da “Nicolaus studi storici”, anno XV, 2004 e da “Storia di Bari” di Vito Masellis (Italstampa 1965).

E, per restare in tema, qualche proverbio sull’acqua:

-    Acqua in bocca, una frase che invita a tacere, a non rivelare un segreto;

-    L’acqua si chiede e il vino si offre, quindi per educazione si chiede acqua e per cortesia si offre vino;

-    Chi vuole l’acqua chiara vada alla fonte, nel senso che chi vuole la verità vada a cercarla da chi la sa, senza ascoltare le chiacchiere;

-    Se l’acqua scarseggia, la papera non galleggia, quel che capita a chi ha un progetto, ma non ci sono le condizioni per realizzarlo.

 

 

 

 

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LA CERTOSA DI SAN LORENZO A PADULA

 

La Certosa prende il nome da Chartreuse presso Grenoble, ed è luogo poco abitato, dove tutto è silenzio, lavoro e raccoglimento. Fu fondato nel 1084, con l’Ordre des Chartreux, da San Bruno, ed è uno dei più vecchi Ordini del cristianesimo.

La certosa di San Lorenzo è stata fondata nel 1306 da Tommaso Sanseverino, Conte di Magico e Connestabile del Regno di Napoli. Rigorosamente divisa in casa bassa (ambienti di servizio) e casa alta (convento vero e proprio, distinto in zona cenobitica e zona eremitica), è situata a Padula, in provincia di Salerno. E' la prima certosa sorta in Campania, prima di quella di San Martino a Napoli e di San Giacomo a Capri.

La Certosa di San Lorenzo non ha conservato che a tratti il suo aspetto trecentesco, subì numerose trasformazioni nel corso dei secoli, specialmente nella seconda metà del secolo XVI e nei secoli XVII e XVIII, assunse l’attuale configurazione. Nel corso dell’Ottocento fu privata di gran parte del suo arredo e fu soppressa una prima volta nel 1807 in seguito alle leggi eversive dei napoleonidi. Fu riaperta con la Restaurazione e poi definitivamente chiusa nel 1866 dallo Stato Italiano. Pur essendo stata dichiarata nel 1882 monumento nazionale, durante la prima e la seconda guerra mondiale fu adibita a campo di concentramento. Affidata negli anni ’70 all’Amministrazione Provinciale di Salerno. Dal 1982 è stata presa in consegna dalla Soprintendenza ai BAAAS di Salerno e Avellino.

La Certosa di Padula ha subito nel corso dei secoli rifacimenti ed ampliamenti.

Il Monastero era quindi un microcosmo autosufficiente e nella sua Corte orbitavano tutte le figure che consentivano lo svolgimento delle attività quotidiane (guardiani, sarti, calzolai, barbieri, ortolani, fornai, ecc.), proprio un rumoroso mercato all’aperto, proprio in contrasto con il voto del silenzio della clausura. Nella Certosa era presente anche il Cimitero contrassegnato da una Croce centrale che ricorda la funzione, quello antico, poi ridotto a chiostro, attraversato dai monaci in preghiera nel giro quotidiano che terminava in chiesa.

Nella Certosa c’era di tutto: spazi coperti e scoperti, spezieria, stalle, mulino e frantoio, armigeri con torre e taverna, cucine, porcile, finanche la pescheria (fino al XV secolo), senza escludere cappelle, biblioteca, chiesa, granai, forni, falegnameria, insomma tutto ciò che poteva servire per condurre una vita isolatamente ed in ritiro.

Tra le tante opere presenti nel Monastero c’è la scala cosiddetta “elicoidale”, tortuosa, come “il cammino verso la sapienza”, che conduceva alla Biblioteca e che “rappresentava il cammino dell’uomo-monaco verso la salvezza eterna”. La “Scala Claustralium”, infatti, era costituita idealmente da 4 gradini: “lectio, meditatio, oratio, contemplato”, attraverso la quale avveniva il passaggio dallo stato materiale a quello spirituale.

La Certosa ospita anche il Museo Archeologico Provinciale della Lucania Occidentale, istituito nel 1957, per conservare e valorizzare i reperti provenienti dagli scavi eseguiti dalla Direzione dei Musei Provinciali di Salerno nel territorio del Vallo di Diano.

La Certosa di Padula, sito UNESCO dal 1998, è il complesso monumentale religioso più grande ed articolato dell’Italia Meridionale, il cui fasto e la ricchezza delle opere presenti, completano armonicamente l’essenzialità architettonica degli spazi destinati alla vita religiosa dei monaci certosini.

La presente nota non può essere esaustiva della bellezza dei luoghi e delle numerose opere presenti nella Certosa, che merita di essere visitata con tranquillità e attenzione per valutare lo svolgimento della vita nei Monasteri e apprezzare le opere artistiche presenti.

 

 

 

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IL DECRETO DEL S. UFFIZIO CONTRO IL COMUNISMO

Un opuscolo del 1949, firmato dal Sac. Erberto d’Agnese, professore di Teologia Morale nella Pontificia Facoltà Teologica del Seminario Arcivescovile di Napoli, (D’Auria Editore Pontificio), dal titolo “Il Decreto del S. Uffizio contro il comunismo”, ad uso di parroci e confessori, risponde ad alcuni quesiti posti all’epoca a proposito di comunismo.

Al primo quesito “È lecito iscriversi al partito comunista o favorirlo?”, la risposta è: “È illecito perché il comunismo è materialista e anticristiano”, poiché i dirigenti a parole dichiarano il contrario, ma “con la teoria e con l’azione, si dimostrano ostili a Dio, alla vera religione e alla Chiesa di Cristo”.

Al secondo quesito “È lecito pubblicare, diffondere, leggere pubblicazioni comuniste o scrivere in esse?”. Si legge: “È gravemente illecito, per sé, è peccato mortale: pubblicare, diffondere o leggere libri, periodici, giornali o fogli volanti, che sostengono la dottrina o la prassi del comunismo, o collaborare in essi con degli scritti”.

Ed ai giornalai è lecito vendere pubblicazioni comuniste? Il Decreto in questione parla di “diffusione” che è cosa diversa da “vendere”, poiché diffondere “indica un atto positivo; mentre vendere indica, un atto completamento negativo”, quindi in questo caso il giornalaio va assolto.

Il Decreto del Sant’Uffizio chiarisce anche molte altri quesiti, come la liceità ad iscriversi alla CGIL, all’UDI, o se “l’iscrizione ad un Partito comunista è un atto intrinsecamente cattivo?”. La risposta non poteva che essere affermativa, poiché “il comunismo è dottrina intrinsecamente cattiva”.

Tra gli altri quesiti c’è il seguente: “Possono essere battezzati i figli dei comunisti?”. La risposta: “Se si tratta di comunisti MATERIALI, nessuna difficoltà, ma se si tratta di comunisti FORMALI, cioè di genitori “che sono caduti nell’apostasia o nell’eresia o nello scisma, i loro figli infanti (che non hanno ancora raggiunto l’uso della ragione) lecitamente sono battezzati”.

E i figli dei comunisti possono essere ammessi alla Cresima? La risposta è positiva, se questi non sono comunisti anch’essi.

L’autore dell’opuscolo ha trattato con chiarezza, precisione e in modo esauriente il difficile argomento del comunismo, finalizzato a ricondurre alla Madre Chiesa i figli “ingannati” dall’errore comunista, che all’epoca (anni ’40) era cosa seria e per certi versi “preoccupante”.

 

 

 

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GLI ANZIANI? UNA RISORSA DI SAGGEZZA E D'ESPERIENZA

 


 



- L’anziano è una persona di età avanzata considerato, a torto, vecchio, che invece oltre ad avere una certa età, è considerato esperto, saggio, sapiente, ecc.

Nella Sacra Scrittura all’anzianità è riservato grande rispetto. In ebraico l’anziano è: “colui che porta la barba”. Questa definizione fa riferimento sia a “vecchio” sia ad “anziano”, con una concezione e un ruolo differenti. Così i vecchi hanno visto i loro anni moltiplicarsi e sono riconoscibili dai capelli bianchi o grigi e meritano onore, mentre gli anziani svolgono un ruolo fondamentale nella società e spesso prendono decisioni importanti nella vita politica e sociale.

Le persone cosiddette anziane non devono rassegnarsi alla mentalità dell’ineluttabile declino del “c’è ben poco da fare” o del “tiriamo avanti”. Con un diverso atteggiamento culturale in generale, un impegno nella speranza cristiana o in attività sociali organizzate, si può tentare, o per lo meno incominciare, a cambiare qualcosa, cercando di aiutare il prossimo a capire quali sono le autentiche qualità della vita coinvolgendo attivamente gli anziani. Non va dimenticato che anziano non significa necessariamente vecchio e inservibile. L’anziano può essere una persona di età avanzata in senso assoluto o in relazione ad altri. Insomma si può essere anziani anche a 40 anni se in relazione ad altri soggetti più giovani.

Qualche secolo fa le persone avanti con gli anni facevano parte del Consiglio degli Anziani, una sorta di Magistratura che presso il Comune assisteva il Podestà o il Capitano del popolo nel Governo.

Secondo Giovanni Paolo II, le persone anziane non devono sentirsi elementi passivi, ma soggetti attivi in un periodo umanamente e spiritualmente fecondo della vita umana. Infatti, hanno ancora una missione da compiere, un contributo da dare. Secondo il progetto divino, ogni singolo essere umano è una vita in crescita, dalla pura scintilla dell’esistenza fino all’ultimo respiro.

È fuor di dubbio, che la società attuale tende a premere psicologicamente sui suoi componenti, condizionando gli stessi atteggiamenti valutativi, come gli anziani ed i malati, che nella diffusione della cultura e dell’efficienza sono piuttosto vittime che beneficiari.

L’etica cristiana impone di non considerare gli anziani solo valenze biologiche negative, ma stimola a contribuire a rendere attiva la terza età, con l’obiettivo di aggiungere anni alla vita e vita agli anni.

La vecchiaia, secondo Fortunato Pasqualino (1923–2008), scrittore, drammaturgo e filosofo italiano, “È l’età dell’uomo più impegnativa spiritualmente, ricca di quei grandi distacchi che non si hanno se non nell’infanzia. È una fanciullezza elevata a un certo potere di veggenza spirituale”. Invecchiare attivamente significa far tesoro delle esperienze vissute, ma vivere anche radicati al presente per cogliere le novità di ogni giorno. Interessarsi agli altri, vedere come aiutarli, per quanto è possibile, esercitare attivamente il “ruolo” insostituibile dei nonni. Così facendo non si avrà il tempo di pensare ai propri acciacchi, che diventeranno più leggeri, e si svolgerà anche un ruolo importante trasmettendo alle nuove generazioni la “memoria collettiva”, cioè costumi, tradizioni, folclore, dialetto, abitudini alimentari, artigianato locale, aspetti ambientali e urbanistici, tutte nozioni che se perdute arrecherebbero un impoverimento culturale alla società. Benvenute anche le iniziative di volontariato con la creazione di gruppi di “anziani per gli anziani”.

 

Ma quali possono essere gli ausili per gli anziani per migliorare la qualità della vita? Tenterò di dare qualche suggerimento.

Innanzitutto l’udito, infatti la riduzione di questa capacità, isola inesorabilmente il soggetto dalla vita sociale. Rivolgersi subito allo specialista otorinolaringoiatra o audiologo che aiuterà certamente a migliorare questa funzione. Ottimizzare la capacità della memoria tenendola costantemente in allenamento, interessandosi degli avvenimenti quotidiani, leggere giornali e riviste e commentarli con i propri familiari. Non esistono al momento farmaci miracolosi per la memoria.

Una lunga passeggiata quotidiana porta almeno sette vantaggi alla nostra salute: attenua lo stress e diminuisce l’ansia, aiuta a non aumentare di peso, favorisce la circolazione del sangue agli arti inferiori e la diminuzione del colesterolo, facilita il lavoro del cuore, diminuisce la fragilità ossea, cioè l’osteoporosi, favorendo il mantenimento dei valori normali della pressione arteriosa.

Ma la cosa più importante da fare è quella di non isolarsi e partecipare attivamente alla vita sociale, bisogna stare il più possibile con gli altri, prendere parte a giochi, a gite, a iniziative parrocchiali, università della terza età, ecc. Insomma, stare il più possibile insieme agli altri, poiché solo così facendo si potrà vivere una vecchiaia serena e certamente accettabile, senza dimenticare che gli anziani sono “una riserva di sapienza, una risorsa di conoscenze e di esperienze che sono oggi più che mai necessarie, come un ceppo per far crescere l’albero di una società più armoniosa e solidale”.

Curiosità

Papa Francesco, nel “Discorso di apertura del Convegno Ecclesiale della diocesi di Roma in Piazza San Pietro (14 giugno 2015), raccontò che: «In una famiglia il nonno abitava col figlio, la nuora, i nipotini. Ma il nonno era invecchiato, aveva avuto un piccolo ictus, era anziano e quando era a tavola e mangiava, si sporcava un po’. Il figlio aveva vergogna di suo padre, e diceva: “Non possiamo invitare gente a casa…”. E decise di fare un tavolino, in cucina, perché il nonno prendesse il pasto da solo in cucina. Alcuni giorni dopo, arriva a casa dopo il lavoro e trova suo figlio – 6-7 anni – che giocava con legni, col martello, con i chiodi… “Ma cosa fai?” - “Sto facendo un tavolino…” - “E perché?” - “Perché quando tu sarai vecchio, potrai mangiare da solo come mangia il nonno!”. Non vergognatevi del nonno. Non vergognatevi degli anziani. Loro ci danno saggezza, prudenza; ci aiutano tanto.

E quando si ammalano ci chiedono tanti sacrifici, è vero. Alcune volte non c’è un’altra soluzione che portarli in una casa di riposo…
Ma che sia l’ultima, l’ultima cosa che si fa. I nonni a casa sono una ricchezza».

 

 

 

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IL TEMPO E L'OROLOGIO - NOTE STORICHE E CURIOSITA'


 

L’uomo, fin dagli albori della sua storia, ha sempre sentito la necessità di disciplinare il trascorrere del tempo, il sorgere e il tramontare del sole, della luna, l’avvicendarsi delle stagioni e il succedersi di eventi atmosferici che temeva e subiva, a volte con terrore, divenendo pian piano a lui familiari. Fu proprio il sole che suggerì all’uomo il primo strumento di misura del tempo.

Tra le prime idee per controllare l’ora è stata la meridiana o orologio solare, un “orologio” che funzionava solo di giorno e se c’era il sole. Essa permetteva di capire in quale momento della giornata si era giunti.

In uso in Cina e in India già nel XX secolo a.C., era formato da due parti: una bacchetta immobile verticale ed un quadrante circolare. La bacchetta serviva per proiettare l’ombra del sole sul quadrante dove erano segnate le ore, ma di notte o nelle giornate con il sole coperto, la sua funzione era annullata.


 “Fugit irreparabile tempus” è la celebre frase latina di un verso di Virgilio (Georgiche), che campeggia su certi orologi a pendolo, ricordandoci l’inesorabile fugacità del tempo.

Ma che cos’è il tempo? È la successione di istanti, intesa come una estensione illimitata, ma tuttavia capace di essere suddivisa, misurata e distinta in ogni sua frazione. È anche la serie più o meno ampia di istanti, compresa entro limiti definiti o vaghi, corrispondente alla durata di qualche cosa (anno, mese, giorno, ecc.), ma può essere anche lo spazio dell’anno di una certa durata dotato di proprie caratteristiche (estate, inverno, vacanze, carnevale, ecc.), o anche quello che abbiamo vissuto.
Platone lo ha definito “Immagine mobile dell’eternità”, mentre la Bibbia (Ecclesiaste 3-1,9) ricorda che ogni cosa ha il suo momento, ogni evento ha il suo tempo: tempo di nascere e di morire, tempo di piantare e sradicare, tempo di piangere e di ridere, tempo di tacere e di parlare, tempo di guerra e tempo di pace, tempo di amare e di odiare, ecc.

 



Quali sono stati gli strumenti con i quali abbiamo misurato il tempo?
Il primo orologo fu la volta celeste, infatti, attraverso il sole, la luna, le stelle ed i pianeti si seguivano il passare dei giorni e delle stagioni. Le meridiane misuravano l’ora con la loro ombra.
I primi orologi solari furono gli obelischi utilizzati dagli egiziani, intorno al 3000 a.C.; la clessidra, orologio ad acqua o a sabbia, che misura l’intervallo di tempo impiegato dall’acqua o dalla sabbia per passare da un vaso ad un altro, per uno stretto foro con esso comunicante.

Il più complicato strumento di misurazione del tempo dell’epoca fu quello rinvenuto nel 1901 al largo dell’Isola di Antikithera in Grecia, risalente a duemila anni prima. Ghiere e ruote dentate misuravano l’ora e il movimento delle stelle e dei pianeti.

Nel XIV secolo, in alcune città europee, appaiono i primi grandi orologi meccanici. Nel 1354 il primo esemplare fece sentire i suoi rintocchi a Strasburgo. Funziona ancora. Nel 1656 lo scienziato olandese Christian Huygens costruì il primo orologio a pendolo, basandosi anche su studi condotti da Galileo nel ’500, con un errore di un minuto al giorno. Il primo orologio elettronico fu costruito dalla Bulova nel 1960, orologio che accompagnò i primi astronauti nello spazio. Il progresso continua, l’orologio da polso ha perso le lancette, diventando sempre più multifunzionale e grazie a un displaya cristalli liquidi, oggi si può anche telefonare, tenere un’agenda, misurare i battiti cardiaci, contare i passi, misurare la pressione, le temperature, le altitudini, ecc. Insomma può controllare anche molte funzioni vitali.

Anche il calendario rappresenta un metodo di misura del tempo. Gli egiziani sono stati i primi ad inventarlo e secondo la tradizione fu Romolo a portare il calendario a Roma, mentre attualmente se ne contano almeno quattro: cristiano, ebraico, islamico e giuliano. Va ricordato anche quello perpetuo che è una tabella speciale che consente di trovare rapidamente la corrispondenza fra la data del mese e il giorno della settimana.


L’inesorabilità del trascorrere del tempo ha ispirato molti proverbi e detti. “Mettersi al passo con i tempi”, ovvero aggiornarsi, adeguarsi alle usanze comuni; “Perdersi nella notte dei tempi”, si riferisce a eventi che risalgono a tempi remoti e il cui ricordo è vago.

 

Insomma, “Chi ha tempo non aspetti tempo”, ovvero non rimandare a domani quello che puoi fare oggi, anche perché un proverbio arabo dice che le occasioni passano come le nuvole, mentre Heinz Piontek (1925-2003), scrittore tedesco, raccomanda: “Non affrettatevi. Viviamo giorni contati”.

Curiosità - L'orologio meccanico nacque intorno all’anno mille e il suo inventore fu Gerberto d’Aurillac (950-1003), monaco benedettino, divenuto Papa con il nome di Silvestro II. In sostanza l’orologio moderno, remoto antenato di tutti i misuratori del tempo, basato su un congegno meccanico, non idraulico, fu inventato da un pontefice di Santa Romana Chiesa.

Quindi si può dire che Papa Silvestro II non fece tutto da solo, ma elaborò alcune invenzioni
Senza dubbio però fu il primo ad ideare un orologio con il sistema “a peso”. Il principio, più affidabile dello sgocciolio dell’acqua (che nei mesi freddi poteva gelare bloccando così il meccanismo), appare relativamente semplice: un peso è collegato mediante una funicella, a un contrappeso minore, identico al peso della funicella. Questa è avvolta su un cilindro, la cui rotazione regolare è comandata da una ruota dentata; la rotazione di quest'ultima, a sua volta, è regolata da un asse con due denti opposti, che si inseriscono alternativamente girando sul pendolo.

L’invenzione di Papa Silvestro II ha una importanza tecnica enorme: si garantiva all’orologio una propria autonomia di funzionamento. Ma chi era questo Pontefice inventore?
Un uomo coltissimo dai mille interessi, studioso in particolare di matematica, astronomia e cosmografia. Nacque da una famiglia poverissima in Aquitania (Regione sud-occidentale della Francia), studiò in Spagna ove ebbe contatti con la cultura araba. Il suo interesse nel campo della misurazione del tempo, gli derivò dagli esperimenti effettuati in oriente.


Dai cronisti dell’epoca apprendiamo che egli inventò anche un “globo celeste in cui tutti gli astri avevano proprie orbite e propri movimenti e compivano in tempi proporzionati le proprie rivoluzioni”. Si trattava, evidentemente, di un planetario, ma non mancò anche la creazione di un organo a vapore, tutte invenzioni distrutte dopo la sua morte. Silvestro II fu il primo papa della storia a lanciare un appello per la liberazione del Santo Sepolcro dai musulmani che, spesso, non lasciavano passare i pellegrini in visita alla Terra Santa.

 

 

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ANCHE BARI HA AVUTO IL SUO BONAPARTE

14 settembre 2019

 

Il 10 giugno 1259 si riunì in una solenne adunanza il Capitolo di San Nicola di Bari per pronunciare una sentenza di espulsione di tale Meliciacca di Nicolò Peregrino, un “chierichetto senza tonsura”, colpevole di diversi reati, perdonati varie volte. Ma “il lupo perde il pelo e non il vizio” e così l’audacia di questo malfattore non si fermava, al punto di introdursi nella casa di un canonico, scacciandone il legittimo abitatore e non volendo uscirne a nessun costo.

Un altro gravissimo fatto avvenne un giorno in cui i membri del Capitolo stavano contando le elemosine raccolte, quando improvvisamente compare il Meliciacca brandendo un coltello e chiedendo loro di consegnargli i quattrini e dal momento che nessuno prendeva l’iniziativa, il chierico ladro afferrò la borsa delle monete e scomparve.

Citato più volte a comparire dinanzi al Capitolo per essere condannato se non riusciva a discolparsi, Meliciacca non si presentò, essendosi allontanato da Bari, e il Santo Tribunale pronunziò, contro il reo contumace, “sentenza di perpetuo bando dalla chiesa” e lo spogliò di ogni onore clericale, lanciandogli anche la maledizione “per essersi appropriato con violenza di cose che erano state donate a Dio”.

Il Meliciacca, otto anni dopo, si prese la rivincita e presentò un suo appello a Cosenza e il Capitolo barese fu condannato alla restituzione dello stallo (il sedile liturgico insistente nei cori liturgici delle chiese), insieme ai frutti maturati durante l’espulsione. Ovviamente i canonici di Bari avevano legalissime ragioni, ma Meliciacca, validamente protetto, la spuntò.

La sentenza del 1259, di cui sopra, debitamente scritta e firmata su pergamena con il Sigillo di San Nicola, è conservata nell’Archivio della nostra Basilica è inserita nel Codice Diplomatico Barese. Tra le tante firme si legge anche quella di un certo “Iohannes Bonepartis clericus”, diventato poi procuratore di San Nicola, quindi Canonico e Sindaco di quel Capitolo.

Nel 1261 il nostro Giovanni Bonaparte assurse a nuove dignità come quella di procuratore del venerabile maestro Berardo di Napoli e suddiacono e notaio di Sua Santità.

Le note di cui sopra sono state riprese dal volume di Armando Perotti “Bari ignota” (Arnaldo Forni editore).

 

 

 

https://www.giornaledipuglia.com/2019/05/storie-e-linguaggio-florigrafia-dei.html

 

 

STORIA E LINGUAGGIO (FLORIGRAFIA) DEI FIORI

 

 

- Com’è noto i fiori rappresentano da sempre una fondamentale importanza nel modo di comunicare tra le persone. “Dillo con un fiore” è un motto che si tramanda di generazione in generazione ed è stato utilizzato dai fiorai per invogliare i clienti a donare un fiore. Con i fiori si può anche esprimere qualsiasi sentimento: dall’amore alla gelosia, dalla passione all’amicizia o alla gratificazione.

Con l’avanzare della primavera siamo attratti dai nostri giardini, dalle nostre piante e dai bellissimi colori che mostrano i fiori. Ma perché i fiori sono colorati? Il colore è dovuto alla necessità di attrarre insetti impollinatori che trasportando il polline provvedono alla fecondazione e quindi alla nascita dei frutti. Se gli impollinatori sono animali diurni i fiori manifesteranno colori sgargianti, se invece i fiori si affidano ad animali notturni saranno poco colorati ma molto profumati. Le piante che vengono invece fecondate dal vento, come le graminacee, non hanno fiori né vistosi, né profumati.

In molte occasioni ci serviamo dei fiori per esprimere ammirazione, amore o semplicemente per congratularci per un traguardo importante. Ogni fiore quindi ha un suo significato particolare e comunica un vero e proprio linguaggio non verbale chiamato “florigrafia”, secondo la quale ogni fiore è in grado di trasmettere emozioni, sentimenti o idee. È della poetessa Lady Mary Wortley Montagu, sposata con l’ambasciatore inglese a Costantinopoli, che nel ‘700 ideò un codice dei fiori.

Ma qual è il linguaggio e la storia di alcuni fiori? Iniziamo dalla margheritina detta anche “pratolina” che in primavera copre i nostri prati. Il suo nome scientifico è “Bellis” e deriva da una leggenda. Bellis, figlia del dio Belus, un giorno mentre danzava con il suo fidanzato, attirò l’attenzione del dio della primavera a causa della sua bellezza, il quale tentò di strapparla al fidanzato che reagì con violenza e la poveretta per salvarsi da entrambi si trasformò in una margheritina. Questo fiore fu molto amato nei tempi antichi e Margherita d’Angiò, moglie di Enrico VI d’Inghilterra, era solita far ricamare margheritine sulle vesti dei cortigiani: aperte indicavano la vita, chiuse, la purezza.

La stella alpina sarebbe stata un tempo una fanciulla così bella, pura e nobile d’animo che nonostante fosse desiderata da molti spasimanti, non incontrò mai nessuno degno di diventare il suo sposo e quando morì, ancora zitella, fu portata sulle alte vette delle montagne e trasformata in un fiore che fu chiamato Edelweiss (che significa nobile bianco), che nasce in luoghi inavvicinabili per gli esseri umani.
Poiché per raccogliere questo fiore occorre fatica e coraggio, per gli svizzeri è sinonimo dell’ottenimento del più alto e nobile onore che un uomo possa conquistare.

Il crisantemo, considerato da noi il fiore dei morti, in Cina, Giappone e nei paesi anglosassoni è considerato simbolo di gioia, vitalità e pace e viene regalato alle spose, mentre in Inghilterra in occasione delle nascite. Il crisantemo rosso significa “ti amo”, bianco significa “verità”.

Il girasole detto anche Elianto, appartiene alla famiglia delle composite, poiché durante il giorno è rivolta sempre verso il sole, per taluni simboleggia adulazione, per altri riconoscenza verso l’astro che gli permette di vivere. Van Gogh ha raffigurato i girasoli in alcune sue opere.

L’orchidea è considerata da secoli un fiore afrodisiaco: elisir d’amore, pozioni magiche e ricette contro la sterilità venivano preparate con le radici o gli steli. Simboleggia sensualità, ma anche lusso, fascino e ricercatezza.ù

Le rose invece hanno un significato diverso a seconda del colore. Rosa arancio equivale a fascino, bianca, amore puro e spirituale, rosa color pesca, amore segreto, rosa rossa, passione d’amore. Ma come nacquero le rose rosse? La leggenda narra che le rose erano in origine tutte bianche e un giorno Venere, correndo incontro ad uno dei suoi innamorati, calpestò un cespuglio di rose e le spine la punsero facendola strillare dal dolore. Le rose, bagnate dal suo sangue, vergognandosi per l’offesa recata a Venere arrossirono all’istante rimanendo così per sempre.

La floricoltura poi ne ha create di diversi altri colori. La rosa gialla che simboleggia infedeltà e gelosia è nella storia del profeta Maometto e della sua favorita Aisha. Si narra che ella lo tradiva e Maometto chiese all’Arcangelo Gabriele di aiutarlo a scoprire la verità. L’Angelo gli disse di bagnare le rose, e se avessero cambiato colore i suoi dubbi sarebbero stati fondati. Infatti Maometto offrì alla sua Aisha delle rose rosse e le ordinò di lasciarle cadere nel fiume. Le rose divennero gialle.

Infine il bellissimo tulipano che è un fiore originario della Turchia, fu introdotto in Europa nel 1500 e divennero subito di gran moda in Olanda e in Inghilterra. I prezzi aumentarono a tal punto che solo i ricchi potevano permetterseli, costringendo il governo inglese ad imporre un prezzo fisso per i bulbi. Rosso, dichiarazione d’amore, screziato, i tuoi occhi sono splendidi, giallo, amore disperato.


E perché no qualche detto a proposito di fiori: “Essere il fiore all’occhiello”, costituire motivo d’orgoglio e di vanto; “Se son rose fioriranno”, una sospensione di giudizio di fronte a situazioni incerte e che solo dopo aver visto i risultati si potrà giudicare; “Non sono tutte rose e fiori”, le cose non sono facili come potrebbero sembrare.

 

 

https://www.giornaledipuglia.com/2019/04/oggi-festa-della-liberazione-ma-anche.html

 

 

OGGI, FESTA DELLA LIBERAZIONE, MA ANCHE IL 206° ANNIVERSARIO DEL BORGO MURATTIANO DI BARI VOLUTO DA MURAT

- Oggi si festeggia la Festa della Liberazione, ma si festeggia anche il 206° anniversario della posa della prima pietra per la costruzione del Borgo Murattiano di Bari, voluto da re Gioacchino Murat con la posa della prima pietra il 25 aprile 1813.

L’occasione mi è gradita per ricordare il radiodramma in dialetto barese “U retòrne de Giacchìne Muràtte”, scritto da Domenico Triggiani, noto soprattutto quale autore di teatro, cui ha dedicato la maggior parte della sua produzione letteraria, sia in lingua che in dialetto barese, pubblicate in raccolte e presentate in diversi teatri.

Il dialetto barese, infatti, lo vede protagonista, dal momento che le sue commedie dialettali, oltre ad essere numerose, sono scritte in un ottimo vernacolo, il che denota la preparazione e la padronanza della lingua dei nostri nonni conosciuta da Triggiani. D’altro canto il dialetto, che è un potente mezzo di comunicazione e che vanta numerose espressioni artistiche, in poesia, in prosa e in teatro, come testimonia appunto il lavoro dello scrittore, si rivela uno strumento importante per la crescita socioculturale di una popolazione. Triggiani, infatti, ha contribuito a creare un ponte autentico tra le generazioni, che hanno necessità di comunicare in modo spontaneo, per crescere senza vincoli e barriere.

Il radiodramma, frutto della fantasia di Triggiani, che ha tra i personaggi il Re Gioacchino Murat, ritornato idealmente a Bari dopo 200 anni per vedere cosa è stato fatto per la Bari Nuova, il sindaco, la regina, un paggio, un vigile urbano ed un ragazzo, si svolge davanti al Palazzo municipale mentre arriva il re in divisa dell’epoca con decorazioni ed un colbacco con piume e gemme.

Per gentile concessione della Signora Rosa Lettini Triggiani, che ha aggiornato la grafia del testo ed autorizzato la pubblicazione, riporto per la delizia dei baresi e dei cultori del dialetto barese alcune battute scambiate nel radiodramma tra un vigile urbano, Murat ed il sindaco.

RE - Uagliò, chiáme u sìnneche!

VOCE RECITANTE - Il vigile scoppia in una fragorosa risata.

VIGILE - E ce ave arrevàte carnevàle? ce iè chèssa masckaràte? Vattìnne, non si sfettènne!

VOCE RECITANTE - Il re alza il bastone in modo minaccioso.

RE - Ríde mbàcce a cùsse bastóne… Ma vìde addó sime arrevàte: chèsse iè lésa maistá... Ji sò u rè Giacchìne Muràtte... Chiáme sùbete u sìnneche e fernìscele de fá u speretùse… Nu picche de criànze... O tímbe mì te facéve fecelá, accóme fecelàrene a mè.

VIGILE - Cùsse iè màtte!

VOCE RECITANTE - Il vigile scappa nel portone.

RE (gridando) - A tè, u sìnneche! Ji stògghe dó. Te si scherdàte ca stanòtte te sò venùte nzènne? Spíccete! Ferníscele de fá finde de fadegá! Ascínne!

VOCE RECITANTE - l sindaco esce dal portone e va incontro al re. Fa un inchino.

SINDACO - Maistá, benternáte! Avìta scusá ce u vìgele urbáne v’ha scangiàte pe nu matte, acquànne v’ha vìste chembenàte adacsì.

RE - Ji decèsse vìgele inurbáne.

SINDACO - Stéve mbegnáte che na Giùnde mbòrtande, ma appéne so sendùte le paróle mbregghiàte du vìgele sò accapesciùte tutte e me sò ammenáte a spezzacuèdde.

RE - Va bùne, uagliò. Addó ng’è gùste no ng’è perdènze. U sacce ca vu fadegàte o mòtte e frecàte terrìse pure pe resperá, ma mó, accóme te sò dìtte jinde o sènne, vògghie fá nu gire attùrne a Bàre pe vedè dópe dú sègghele ce cóse si chembenáte tu e chìdde c’hanne chemannáte prime de tè.

SINDACO - Signorsì, maistá. Avìta scusá ce non sò dìtte a nesciùne c’avìva terná iósce, assenò me pigghiàvene pe matte.

RE - Ci pèggre se fásce, u lupe se la mange… Madònne ce site devendàte delecàte: parìte tande femmenèdde. A le tímbe mì le masque ièrene chiú iòmne. Non parláme de chìdde ca chemannàvene.

SINDACO - Iè acsì ca va u munne iósce.


RE - Me sò stangàte percè sò arrevàte a l’appéte. Non sò acchiàte na carròzze, nè nu cavàdde. Ma ce fine hanne fàtte?

SINDACO - Le carròzze non asìstene chiú.


RE - E le cavàdde?

 

SINDACO - Mó stònne le tomòble.

RE - E le cavàdde ve le site mangiàte a brascióle? U milleuettecindettrìdece trasìbbe

SINDACO - U sàcce da quànne scéve a la scóle.

RE - Mó facìme cùsse gìre!

VOCE RECITANTE - Da questo momento i due personaggi mentre parlano passeggiano lentamente andando avanti e indietro.

SINDACO - Signorsì, maistá. Allóre acchemenzáme do palàzze ca sta faccembrònde o menecìbbie.

RE - Dá sta l’Indendènde.

SINDACO - Na vòlde se chiamáve adacsì, ma mó se chiáme Prefètte e iè u capendèste de tutte la provìnge.


RE
- Sò accapesciùte. Vú ve la spassàte a cangiá le cóse, cóme ce mangàssere le probléme sèrie... E cùsse vecìne o menecìbie àva ièsse u tiàdre Peccìnne. Ce uè sapè la veretá ji sàcce tutte percè prime sò mannáte u segretàrie mì a fá nu gìre jinde a Bàre e jidde m’ha fàtte na relazióne.

SINDACO (sottovoce) - Ce fìgghie de bonamàmme!

RE - Ce si dìtte?

SINDACO - Sì, cùsse iè u tiàdre Peccìnne. È state achiùse quatt’ànne.

RE - Tande pe fá n’alde despìtte a Peccìnne. Non avàste quànde nge ne facèrene le barìse a le tímbe sú, tande ca se ne scì a Parìgge. Mó m’hanne dìtte ca nge hanne frecàte pure la pènne ca tenéve máne, sópe o monumènde.

SINDACO - Tande non petéve scrive chiú… Facìmenge u còrse Vettòrie Manuéle, finghe a máre.

RE - Adacsì se chiáme mó? Quande nóme avìte cangiàte. Ng’è state nu tímbe ca se chiamáve còrse Ferdenandé, mèndre mó se chiáme còrse Vettòrie Manuéle: eppùre chiú de cinguand’ànne fá Vettòrie Manuéle se la facì che Mussolìne e pure jidde nge còlpe ce perdìste la uèrre.

SINDACO - Maistá, adacsì vònne le cóse. Acquànne arrevàrene le garebaldìne cangiàrene le nóme a le còrse barìse.

RE - E le barìse devendàrene tutte garebaldìne e adacsì sò remàste. Sò capesciùte cóme vònne le cóse: se cange u pìle, ma u vìzie má.

SINDACO - Dó na vòlde stéve u café “La Sèmme” ca facéve u mègghie café de Bàre e sópe o palàzze stéve la làpede pe recherdá u vindicìnghe abbrìle du milleuettecindettrìdece, acquànne segnerì mettìste la prima péte du burghe murattiáne.

RE - Addó sta “La Sèmme” e la làpede?

SINDACO - U palàzze de “La Sèmme” non asìste chiú. Fu ammenáte ndèrre u millenovecindesessandaquàtte. Mó sta u palàzze Mòtte e la làpede sta dassùse.

RE - Ah, menomále ca le barìse non se la sò frecàte.

SINDACO - Maistá, nú barìse sime tutte ladre, ma onèste.

RE - A cùsse punde te digghe u fatte accóme scì... A la fine du settecínde la pobblazióne scoppiàve jinde a Bàre vècchie. No nge stéve chiù nu pertùse lìbere. Pedènne iére necessàrie assì da le mùre vícchie e acchemenzá a costruì Bàre néve. Rè Ferdenànde e pó canàdeme facèrene passá trènd’ànne a pegghiá pe fèsse le barìse, ma pó fùbbe ji a decìde, pure percè apprìme, fòrse pe sbàglie, fu nemenáte Tráne la citá chiú mbortànde de la provìnge. Remediàbbe e Bàre ternó a ièsse citá prengepàle e ji venìbbe dó... Arrevàte vecìne a la citá, l’autoretà me venèrene ngòndre e me mbetàrene a mètte la prima péte du bùrghe néve... Acsì salìbbe sópe o cavàdde e facìbbe l’endràta trionfàle a Bàre. Sparó u cannóne, senàrene le cambáne e u pòbble me battì le máne… A l’inaugurazióne mettèrene na làpede e decìbbe: «N’avìma fá na grànne e bèdda citá».

SINDACO - Mó stá a dísce na bescì. Cùsse penzíre iè du giornalìste e screttóre Armànde Peròtte. Pe sbàglie decèrene ca iére farìne du sacche de la vósta maistá, fòrse percè paréve giùste ca chìdde paróle l’avìva dísce segnerì.

RE - Se póte dà ca me sbàglieche ma vecìne a la làpede lassàbbe nu bèlle anídde cu brellànde.

SINDACO – U anídde non è state má acchiàte.

RE - E se capìsce. Ngualchedùne s’u ha frecàte. Non sóle, ma lassàbbe pure nu tesóre.

SINDACO - Ah, u tesóre?

RE - Sì, nu necessàrie da viàgge tutte d’argìnde pe le barìse c’hanna menì angóre. Cùsse iére u testamènde mì lassàte o Comùne.

SINDACO - Cèrt’è ca u tesóre non s’àve acchiàte. Fu pertàte a l’Universetá e da dá ha sparesciùte.

RE - Tutte ladre. Se meretèscene de ièsse attaccàte a la “chelònna mbáme”, ce asìste angóre.

SINDACO - Asìste, asìste. Comùngue dó fernèsce u còrse Vettórie Manuéle. RE - A propòsete, u sá ca quànne Ferdenànde ternó a Nàbbue me levó u tróne e me facì accìde? E le barìse ca sò state sèmbe levandìne chiamàrene u còrse cu nóme sú, scherdànnese de tutte chèdde ca ji avéve fàtte pe Bàre. La dì ca s’avvió la costruzióne du burghe néve se facèrene festeggiamìnde a la grànne e non mangó neppùre la fèste da balle o Castídde. Ji fùbbe u prime a senná la libertá pe l’Itàglie: non avéva ièsse chiú schiàve de nesciùne. Eh, quànde cóse facìbbe pe chèssa citá, ma le barìse mànghe pe festeggiá le cínd’ànne da chèdda dì ca trasìbbe a Bàre fùrene capásce de farme u monumènde c’avèvene premettùte, eppùre tànne iére giòvene e berefàtte... Avéve accapesciùte ca Bàre petéve devendá grànne percè stéve sópe o máre. E ji dó veléve nu monumènde a cavàdde o pòste de cùdde ca mettèrene jinde a na nìcchie du palàzze rìàle a Nàbbue, addó stògghe a ièsse fecelàte. Le barìse sò despettùse percè m’hanne fàtte asselùte nu mínze buste. U hanne mìse o spunde de còrse Cavùrre e còrse Vettòrie Manuéle, ca ce m’arrecòrdeche fùrene l’autóre de la destruzióne de le dò Siciglie... (Sospende il racconto e trattenendo il sindaco per un braccio) Mó, affìrmete nu pìcche.


VOCE RECITANTE - Si fermano. Il re avvicina una mano all’orecchio come se stesse ascoltando qualcosa. Dopo torna a guardare il sindaco.

RE - Fòrse me sò sbagliàte. U fatte iè ca m’ha parùte de sendì la vósce de megghièreme, la reggìna Carolìne.

SINDACO - Ma no, Maistá, la reggìne iè mòrte da quase ducínd’ànne.

RE - Iè possìble percè se véde ca pure ièdde facì na mòrte nu pìcche mbregghiàte e ognettànde me iàcchieche vecìne l’òmbra só. Cóme a nùdde iósce nge l’acchiáme da nànze percè iè gelóse assá e se póte dá ca m’ha venùte dréte. U stògghe a dísce percè ce avèssa capetá d’acchiàlle da nànze non te sckànde.

SINDACO - Oramá no me sckànde chiù nudde. Ci u avéva dísce ca u sìnneche avéva tenè a ceffá che le spìrde!

RE - E che ci te la uè fá, asselùte che ci fásce ndrallàzze? Sciáme nànze... Faccembrònde a la làpede stéve u mercàte de chiàzza Mercandìle.

SINDACO - Cùdde fu ammenáte ndèrre mínze sègghele fa e mó avìme fàtte u mercàte néve.

RE - U vègghe, ma me pare ca iè nu mercàte... senza mercàte.

SINDACO - U sacce, ma pe la veretá avìme sbagliàte le cunde percè sta sèmbe ci la vóle còtte e ci la vóle crude.

RE - Eh, ci manègge festègge e ci non rìseche non ròseche. D’alda parte ci nàsce tunne no móre quadre. É state sèmbe adacsì pe le polìteche: ci u sape ce ialde ndrallàzze sta sòtte!

SINDACO - Maistá, me le state a dísce de tutte le chelùre.

RE - Ci sckùte ngìle mbacce nge vène.

SINDACO - Ma stògghe a dísce la veretá.


RE - Iè sèmbe la veretá de nu politecànde fàtte tutte de bescì. E acsì se frèche u pòbble. Spìsse ve sbagliàte e má ve la fàscene pagá. A nguàlch’e alda vanne pure a le tímbe mì cèrte sbàglie se pagàvene sópe a la pròbbia pèdde... Mèh, mó sciáme a dá n’occhiàte ndèrre a la lànze. Acquànne ji stéve… sópe a la tèrre le barìse scèvene a mangiá piàtte de rìzze che la meddìche du pàne, pulperìzze e còzze. Pó accattàvene u pèsce pezzecàte che le varchecèdde; a menzadì accattàvene le paste e se retràvene a le casre.

SINDACO - Maistá, la veretá iè ca chiú de na vòlde ha scoppiàte a Bàre u colére e tande barìse cùsse vìzie s’u hanne levàte pe la pavùre. Mó ndèrre a la lànze se vènnene arlògge, radiolìne, tappète, cassètte e videocassètte.

RE - Ma ce càcchie avìte chembenáte?... Náh, dó vecìne vègghe u spèttre du tiàdre Margherìte. Da quànd’ànne sta adacsì?... E percè non se refásce?

SINDACO - U tiàdre Margherìte iè devendàte nu fandàsme percè ha fàtte na brutta mòrte cóme a segnerì. E non se mèttene d’accòrde cóme e cì u àva recostruì, pure ce mó pare ca ngualcheccóse se sta a móve.

RE - E u sprefùme du máre ca se sendéve apprìme da chìsse vanne ce fine ha fàtte?

SINDACO - Mó iè tutte nguináte.

RE - Ve pòssene accìde... Avìte levàte a le barìse tutte le prísce. Ce fine amáre! U sò capesciùte ca vú mettìte nu passe nànze e désce ndréte. Sèmbe ndècìse. Iè possìble ca non èsse nu Masanídde ca descetésce u pòbble e ve la fásce pagá

SINDACO - Maistá, chèsse iè la demograzì. Pe iògn’e cóse besògna mètte nzíme cínde cápe.

 

 

 

http://www.ilmessaggeroitaliano.it/news/vittorio-polito-giornalista-scrittore-innamorato-bari/

 

 

VITTORIO POLITO GIORNALISTA E SCRITTORE INNAMORATO DI BARI

 

ANTONIO CALISI, 22 Marzo 2019

 


In un tempo in cui assistiamo alla poca stima dimostrata nei confronti dei nostri vernacoli, ci sono sostenitori che permettono alla nostra lingua materna, i dialetti, di resistere e di rinnovarsi.

Tra questi c’è Vittorio Polito, classe 1935, propugnatore tenace il cui obiettivo principale è quello di ricordarci che il dialetto è uno strumento linguistico dotato di fondamentali significati storici e morali che ci permettono di comprendere il nostro modo di essere.

Le sue numerose opere lo attestano come ad esempio il volume Baresità e maresità, Baresità, curiosità e…, Pregàme a la barese, San Nicola, il dialetto barese e…, San Biagio protettore della gola. Per non parlare, poi delle sue numerose e splendide poesie quali Bare mì, Baresità, A l’alda vànne du ciùcce, U tréne de la vite, U giornalìste de iósce, Filastrocca e Nonònne.

Nei suoi scritti Vittorio Polito si esprime con ricchezza di particolari e mostra una grande conoscenza riguardo al nostro santo patrono Nicola, alla Basilica e alla Cattedrale; argomenta sull’isolotto “Monte Rosso”, sulla tramvia Bari–Barletta, sui raduni politici in dialetto, sulla banda dei ‘fichi secchi’, e tante altre curiosità arricchite da poesie in vernacolo.

La sua produzione letteraria è un lodevole lavoro che ha richiesto una diligente documentazione in cui nelle pagine, ricche di tradizioni, rivivono consuetudini e caratteristiche proprie del popolo di Bari, espressioni proverbiali, personaggi, episodi, tradizioni, nomignoli e passatempi legati a luoghi reali come mercati e piazze, punti di svago specie vicini al mare.


Con lo stile di chi si sente erede riconoscente, racconta Bari, una città da scoprire e raccontare in tutti i suoi punti di vista.



A seguire una sua poesia del 6 ottobre 2008 dal titolo Bare mì.

Bare mì

Tu sì come nu beghenòtte
ca berefatte e saperìte
ijnda ijnde, sope e sotte
me dà priesce e predìte!


Tu sì dolge, sì na mamme
ca che cudd’affètte ndelecàte
m’appicce u còre che na fiamme
ca m’allasse mbriacàte!
Tu sì nu fiore de checòzze
ca vèrde vèrde, prefemàte,
nzim’o rise, patàne e còzze
fasce nu piatte prellebàte!


Tu sì granne com’o prisce
ca m’ auuande acquanne jè sère
e me porte Mbaravise
abbrazzate che la megghière!

Assà paijse sò canesciùte
viaggiànne dò e dà, a zeffunne
all’alde vanne stogghe sperdùte:
tu sì la megghia città du munne!

 

 

https://www.giornaledipuglia.com/2019/02/curiosita-su-alcune-parole-sconosciute.html

 

CURIOSITA' SU ALCUNE PAROLE SCONOSCIUTE DELLA LINGUA ITALIANA

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La parola è il complesso di suoni articolati di una lingua, con cui l'uomo esprime una nozione generica, che si precisa e determina nel contesto d'una frase. La parola può essere derivata, semplice, composta, piana, tronca, sdrucciola, bisdrucciola, rara, dialettale, popolare, volgare, scurrile, ecc.

La lingua italiana, secondo i dizionari più diffusi, comprende circa 160.000 vocaboli, ma se ne usano in genere circa 48.000 per coprire il 98% dei discorsi di una persona con istruzione medio-alta. Vi sono molte vocaboli che non usiamo più o non abbiamo mai usato che vivono solamente nei dizionari senza sapere neanche il significato e altri talmente singolari da finire immediatamente nel dimenticatoio.

La lingua italiana ha una musicalità tutta propria e una ricchezza di vocaboli che non conosciamo o non sappiamo il significato.

Ne cito, a mo’ di esempio qualcuno: ‘gaglioffo’, persona buona a nulla, sciocca e ignorante o goffa; ‘granciporro’, errore madornale, strafalcione; ‘peripatetico’, ciò che si fa o che accade mentre si passeggia, da non confondersi con ‘peripatetica’ che si riferisce alla prostituta di strada o passeggiatrice; ‘precipitevolissimevolmente’, la parola più lunga della lingua italiana è il superlativo di precipitevolmente che indica un’azione o un gesto compiuti in modo precipitoso; ‘favellare’, parlare; ‘pleonastico’, atti o comportamenti che si ritengono inutili e superflui; ‘solipsista’, chi ha un atteggiamento di soggettivismo estremo o che ignora il proprio mondo e quello degli altri; ‘sciamannato’, disordinato, sciatto negli abiti e nel portamento; ‘sagittabondo’, che scocca sguardi che fanno innamorare; ‘sgarzigliona’, fanciulla prosperosa; ‘reprobo’, macchiato di gravi colpe, respinto dalla giustizia di Dio; ‘nugale’, senza senso; ‘rugliare’, brontolio sordo e continuato; ‘facondia’, facilità e abbondanza di parola; ‘nequizia’, malvagità, ecc.

Ed ecco una bella storiella contenente alcuni dei vocaboli citati, ripresa dal sito www.forum.termometropolitico.it

Il sagittabondo e la sgarzigliona

«Un giorno, un galante sagittabondo decise di tentare un esperimento: si vestì come il peggiore degli sciamannati e uscì di casa, ben deciso a conquistare una bella sgarzigliona.

Non appena intravide la predestinata, tuttavia, la mente del gaglioffo si obnubilò (offuscò) e lui commise un errore lapalissiano (evidente): le si avvicinò cogitabondo (pensieroso), le girandolò (girare senza fine) intorno e la stordì con un discorso talmente pleonastico da sembrare artefatto.

La fanciulla, trasecolata (sbalordita) dall’aspetto bislacco (di chi comporta in modo strambo) dello smargiasso (che ingigantisce le proprie qualità), dapprima si spaventò, poi lo apostrofò con una bella ramanzina.

– “Signorina, qui ci troviamo di fronte ad un grosso granciporro! Non si lasci ingannare dai miei abiti frusti (logoro e consunto) e venga a cena con me.”

La donzella, ammaliata da quel lessico forbito (elegante ed accurato), accettò un pasto luculliano (abbondante e raffinato), al termine del quale il nostro amico – solipsista solo in apparenza – lasciò addirittura una generosa buonamano (mancia). Come finì? Vattelappesca (e chi lo sa?)!»  

 

 

https://www.giornaledipuglia.com/2019/01/la-piu-rinomata-macelleria-di-bari-era.html

 


 

LA PIU' RINOMATA MACELLERIA DI BARI? ERA GESTITA DALLA BASILICA DI SAN NICOLA

Sapevate che nel Settecento la più rinomata macelleria di Bari era gestita dalla Basilica di San Nicola?

Nell’antica Bari uno degli alimenti più pregiati e costosi nell’alimentazione dei baresi era la carne, che non era sempre presente sulla tavola, ma solo in particolari circostanze e la gestione di alcune di esse, denominate “beccherie”, erano gestite anche da enti ecclesiastici.

La più accorsata era la “Beccheria S. Nicola”, situata nel cortile principale della Basilica e si affacciava sulla via chiamata oggi “Via delle Crociate”. Ma ve n’erano anche altre: una dell’Arcivescovado, un'altra, situata nel Castello e quella comunale, ubicata in piazza Mercantile, ma quella più frequentata era quella della Basilica.

La ‘beccheria’, macelleria o esercizio di vendita di carne di becco, era rinomata perché era dotata di una “pannata”, ovvero mostra della carne, e di “caprie”, ossia uncini (a forma di S), che servivano ad appendervi interi quarti di animali, così come avviene ancora oggi nelle moderne macellerie.

L’esposizione, che impegnava l’occupazione di suolo pubblico antistante l’esercizio, richiedeva l’autorizzazione del Comune, e nel 1798, il gestore, tale Antonio Petruzzelli, non si atteneva alla disposizione comunale ed il signor Giovanni Battista Casamassimi presentò un esposto alla R. Camera della Sommaria (un organo amministrativo), per chiedere il richiamo all’ordine del gestore.

Ma Petruzzelli, sentendosi protetto dalle autorità della Basilica, fece ricorso direttamente al Parlamento cittadino, asserendo che la decisione spettava al Decurionato (il Consiglio Comunale dell’epoca). Questo, riunitosi il 22 luglio 1798 registrò una dichiarazione del decurione Giuseppe Attolini, il quale lamentava che, mentre le altre “beccherie” osservavano la normativa, il Priore della Basilica tollerava i comportamenti del Petruzzelli.
Attolini concluse di non voler partecipare alla votazione, in quanto l’inconveniente ledeva la “pulizia e buon governo della città”. Alla luce di quanto sopra il Decurionato, dopo votazione, decise che “l’antica beccaria debba rimanere come sempre è stata con pannata e caprie”.
Quanto sopra è riportato da Vito Antonio Melchiorre (1922-2010), nel suo libro “Storie Baresi” (Levante editori).

 

 

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ALLO SHOWILLE DI BARI TORNA IN SCENA LA SOLIDARIETA' QUOTIDIANA DEI DONATORI DI SANGUE FIDAS

BARI - Domenica 7 ottobre si svolgerà per la nona volta a Bari la grande Festa “La solidarietà va in scena”, organizzata per i propri soci dall’Associazione “Federazione Pugliese Donatori Sangue”, federata FIDAS.

Nel corso della serata sono previsti: riconoscimenti ai soci benemeriti; Premio regionale per la comunicazione a Vittorio Polito - Il cabaret di Fabrizio Gaetani ed il violino di Francesco Greco con la sua band.

“Cogliamo l’occasione del Giorno del Dono, fissato nel 2015 dal Parlamento italiano al 4 ottobre, per porre una volta tanto al centro dell’attenzione non la donazione, ma il donatore, anonimo e non avvezzo ai ringraziamenti”, chiarisce la prof. Rosita Orlandi, Presidente della Onlus.

Alle 18.30 il sipario della Sala Grande del Multisala Showville (Via Giannini 9, Bari) tornerà ad aprirsi sul mondo del volontariato della donazione del sangue, e momenti di vita associativa si alterneranno allo spettacolo di intrattenimento – a invito – che l’Associazione offre ogni anno gratuitamente ad una rappresentanza dei suoi 20.000 soci donatori e donatrici.

Presenti i Presidenti regionali FIDAS di Puglia Cosima Sergi, Antonio Parise (Calabria) e Lazio Paola Tosi, e di una delegazione della gemellata FIDAS di Paola (Cosenza) capeggiata dal Presidente Carlo Cassano, saliranno sul palco i ragazzi che hanno voluto festeggiare la loro maggiore età donando sangue sull’esempio dei loro familiari. Sarà poi il turno di tre soci che hanno superato nel 2017 le 100 donazioni: Francesco Tricarico di Terlizzi, Domenico Pizzutilo e Luca Montepulciano di Molfetta. Saranno quindi consegnate a Gaetano Colacicco e Nicola Ungari, Presidente e Vice della Sezione di Adelfia, le insegne del Cavalierato della Repubblica a loro recentemente attribuito.

Seguirà la consegna del Premio “Un amico per la Comunicazione” - giunto alla 18ª edizione - assegnato per il 2018 dalle 5 Associazioni che costituiscono la FIDAS di Puglia al cav. Vittorio Polito, giornalista e scrittore, per il contributo professionale dato negli anni a sostegno della donazione del sangue ed all’immagine della FIDAS pugliese.

La parte della serata destinata allo spettacolo sarà invece dedicata alla comicità del cabarettista romano Fabrizio Gaetani e poi alle note e ai virtuosismi del violinista tarantino Francesco Greco.

Ricordiamo che nel 2017 i soci delle 42 Sezioni in cui si articola la FPDS-FIDAS hanno donato alla Sanità pugliese 18.600 unità di sangue ed emocomponenti, realizzando, nell’anno del quarantesimo anniversario di fondazione, il notevole incremento del 9 per cento.

Per ulteriori informazioni:
Tel./Fax 080.5219118 – mail to: fidas_fpds@yahoo.it
Cell. 346.7346750

 

 

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LA STORIA ILLUSTRATA DELLA LINGUA ITALIANA



 

Una recente sentenza della Corte Costituzionale (n. 42/2017), ha affermato che “le legittime finalità dell’internazionalizzazione non possono ridurre la lingua italiana, all’interno dell’università italiana, a una posizione marginale e subordinata, obliterando quella funzione, che le è propria di vettore della storia e dell’identità della comunità nazionale, nonché il suo essere, di per sé, patrimonio culturale da preservare e valorizzare”. In realtà la lingua italiana ha una storia lunga molti secoli, milioni sono le persone che la utilizzano nei pensieri e nelle parole, sia nelle professioni che nella vita comune.

Meritevole quindi l’iniziativa di Luca Serianni (già docente alla “’Sapienza’ di Roma), e Lucilla Pizzoli (docente all’Università per gli studi internazionali di Roma - UNINT), che hanno recentemente pubblicato per Carocci Editore, l’interessante volume “Storia illustrata della lingua italiana”, un testo utilissimo non solo per gli “addetti ai lavori”, ma per tutti, scritto con semplicità e illustratissimo.

Il testo accompagna il lettore, soprattutto non ‘specialista’, in un viaggio che rende visibili, attraverso un ricco corredo di immagini, le mille voci ed i mille volti di coloro che nel corso del tempo hanno plasmato e poi reso vitale e creativa una delle lingue di cultura più apprezzate nel mondo, destando il suo interesse per la lingua italiana ben oltre la curiosità superficiale e la rivendicazione di appartenenza. In sostanza serve per apprezzare di più chi ha saputo magistralmente modellare in precedenza l’italiano.

La rinnovata attenzione per la visibilità della lingua si inserisce in una più ampia riflessione sulla possibilità di rappresentare, anche in forma museale, beni considerati immateriali. Dopo che, nel 2003, l’ UNESCO ha inserito la lingua tra i segni della cultura nazionale dei paesi (nella Convenzione internazionale per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale), sono sorti numerosi musei dedicati a lingue nazionali in paesi lontani tra loro per storia e tradizioni (anche per lingue molto meno diffuse dell’italiano: oltre all’afrikaans, al quale è stato dedicato un museo nel 1975, anche danese, occitano e lituano) e ancora molti progetti sono in corso di realizzazione per descrivere il patrimonio delle lingue: l’attenzione al plurilinguismo, alla biodiversità linguistica, va di pari passo con la consapevolezza che la tutela dei diritti linguistici rientri tra i mezzi efficaci a garantire la pacifica convivenza tra i popoli.

Gli autori hanno trattato moltissimi argomenti con molta semplicità e comprensibili per tutti: partendo dalla nascita della lingua italiana, alla lingua parlata, che è stata sempre molto diversa da quella scritta, all’influenza e al contributo delle lingue straniere all’italiano e, infine, alla lingua italiana nel mondo, e lo hanno fatto arricchendo i temi citati in numerosi altri argomenti, tra i quali non hanno tralasciato il dialetto nell’Italia di oggi,

Scrivono gli autori che “I dialetti restringono a poco a poco il loro ambito d’uso, arrivando sul finire del secolo a trovarsi in posizione marginale nella comunicazione. Eppure, è proprio il pieno predominio dell’italiano da parte della stragrande maggioranza della popolazione a rendere possibile il rilancio di un nuovo uso del dialetto, visto ora non più come il registro inevitabile di chi non sa usare l’italiano, ma come quello di chi, ormai pienamente italianizzato, lo usa consapevolmente per dare espressività e autenticità al proprio discorso”. Vi pare poco?

In ogni caso gli autori hanno scritto un testo, in parte tecnico, alla portata del comune di tutti, arricchendolo con moltissimi argomenti e immagini che rendono fruibile a tutti la comprensibilità. Da non perdere.          

 

 

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UNA SPOSA PER L'IMPERATORE DELLA CINA

             

Molti stranieri sognano di sposarsi in Italia, in particolar modo a Venezia o a Firenze, o scegliendosi preferibilmente una sposa italiana.

Nel 1712 nel protocollo degli atti del notaio Antonio Pepe è leggibile uno strano documento recante l’appello rivolto alle donne dall’Imperatore della Cina, Hsuan yeh della dinastia Ts’ing, finalizzato a trovare moglie essendo per lui “arrivato il tempo in cui il fior della real gioventù doveva maturare i frutti”.
Per tale motivo inviò a Papa Clemente XI (1649-1721), un messaggio affinché lo aiutasse a trovare una sposa a lui adatta fra le donne d’Europa. Nella missiva si definiva “il favorito di Dio, altissimo sopra tutti gli altissimi sotto il sole e la luna, seduto nella sede di smeraldo della Cina sopra cento scaloni d’oro ad interpretare la lingua di Dio a tutti i discendenti, e fedeli d’Abramo”.

Il messaggio, scritto “con la penna bianca dello struzzo vergine”, chiedeva in sostanza una donna fiera, casta, autoritaria, fedele, sapiente, con occhi di colomba, bocca a conchiglia, di età intorno ai 17 anni, di statura bassa e di vita sottile, possibilmente nipote del pontefice o di alto gran sacerdote latino. Pretese sproporzionate, considerando che l’età dell’imperatore, secondo quanto era dato di sapere, si aggirava intorno ai 50 anni.

Secondo un padre gesuita, che aveva tradotto la lettera in italiano, anche il nonno del pretendente aveva a suo tempo richiesto al re di Francia, Ludovico XIII, di procurargli una fidanzata e che il sovrano gli aveva proposto la scelta tra una principessa francese e una Contarini, una nobile famiglia appartenente al patriziato veneziano, facente parte delle antiche famiglie apostoliche, ma le cronache del tempo non riportano la conclusione della faccenda.

Anche della richiesta dell’Imperatore cinese al Papa non si conosce l’esito, ma certamente Clemente XI ne dette ampia divulgazione, dal momento che il testo tradotto in lingua italiana giunse anche dalle nostre parti ed il notaio Pepe ne prese buona nota nei suoi protocolli.

Non è dato sapere se qualche giovane dama barese fosse stata disposta a diventare sposa dell’Imperatore, cosa improbabile, ma l’episodio molto ben documentato, aggiunge una pittoresca nota alla varia problematica del femminismo barese.

Le notizie descritte sono state riprese dal libro di Vito Antonio Melchiorre “Storie Baresi” (Levante Editori).

 

 

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IL BACIO IERI? UN REATO. MA ANCHE OGGI. LO DICE LA CASSAZIONE


 

Come è noto, il bacio è una delle manifestazioni di affetto più diffuse al mondo e pur non essendo di per sé impegnativo, o esprimendo solo un’affettuosità, o un gioco, è comunque un segno certo di affettuosità e, in qualche caso, può preludere a un rapporto più “stretto”, ma non sempre è stato così.

Sin dal XIV secolo, dal tempo della dominazione angioina, in virtù di una rigorosa normativa, era vietato baciare una donna contro la sua volontà, tanto in pubblico che in privato, ritenendo questo atto un gravissimo scandalo e che, se ciò avvenisse, l’unico rimedio per estinguere il “reato” era il matrimonio.                       

Il re Roberto d’Angiò (1277-1343), detto il Saggio, considerando quanto fosse “detestabile e gravissimo il delitto di baciar le donne per forza nelle loro case, nelle chiese, nelle strade pubbliche, ed in altri luoghi, e di malissimo esempio, e gli scandali che da quello potrebbero nascere”, era stato stabilito di punire i colpevoli addirittura con la pena di morte, come riporta Vito Antonio Melchiorre (1922-2010), nelle sue note pubblicate su “Nicolaus – Studi storici” (numero XVI fasc. 2), diretto da padre Gerardo Cioffari, o.p., e “Storie Baresi” (Levante Editore).

Infatti, il bacio, era considerato reato e dopo due secoli (1563), una disposizione del viceré D. Perafán de Ribera (1509-1571), richiamò in vigore la norma e l’unico rimedio per evitare qualsiasi condanna o punizione, era quello di sposare la donna baciata (?). A Bari, diverse persone, furono colpite da tale provvedimento, per cui un certo Domenico Donato Natalicchio “per causa di bacio violento, che si diceva havere dato in persona di Anna di Donato Antonio di Triggiano” ne subì le conseguenze. C’era anche qualche furba che per affrettare le nozze si faceva baciare pubblicamente, come capitò a Nicolò Ubaldini, che costretto a baciare il 23 novembre in chiesa tale Caterina Nardi, fu obbligato a sposarla d’urgenza il 26 dello stesso mese.

Il 12 marzo 1745, vigilia della festa della Madonna di Costantinopoli, alcune persone sostennero che il giovane Leonardo Pontrelli aveva baciato Angela Appullo durante le ore notturne e che aveva dichiarato di volerla baciare anche di giorno allo scopo di dimostrare la seria intenzione di sposarla.

Oggi che succede? La Corte di Cassazione in una sentenza di qualche anno fa, ha condannato un direttore di banca a 14 mesi di reclusione ed a risarcire 1500 euro (1200 a copertura delle spese legali). Il danno subito dalla donna fu quindi quantificato in 300 euro per aver tentato di baciare, con un “mero sfioramento delle labbra”, una sua dipendente proprio nel giorno di San Valentino.
Con la sentenza n. 18679 del 5 maggio del 2016, la Cassazione è intervenuta sul tema della configurabilità del delitto di violenza sessuale nell’ipotesi di bacio dato “a tradimento”, ossia contro la volontà della vittima. Anche con la sentenza numero 43802 del 22 settembre del 2017, la stessa Corte ha sanzionato che il tentativo di dare un bacio sulle labbra che, però, non viene ricambiato, si configura come tentata violenza sessuale.

La mentalità ed i costumi dei giorni nostri sorprendono non poco le moderne generazioni per il rigore di allora, considerando oggi che in ogni luogo, non solo c’è spazio per un bacio, ma… di molto altro ancora! Ma solo e sempre con il consenso dell’interessata e …senza dare scandalo.

 

 

 

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IL BACIO: SIGNIFICATO, STORIA, E CURIOSITA'

Qualcuno ha detto che «Vivere senza amore e senza baci è vivere senza felicità», mentre Trilussa sosteneva che «Il bacio è il più bel fiore che nasce nel giardino dell’amore». Ma vediamo il significato di questo atto.

Il bacio è una delle manifestazioni di affetto più diffuse al mondo e pur non essendo di per sé impegnativo, o esprimendo solo un’affettuosità, o un gioco, è comunque un segno certo di affettuosità e, in qualche caso può preludere a un rapporto più “stretto”.

Gli antropologi sostengono che il bacio deriverebbe dall’uso della madre di passare piccoli bocconi alla prole in fase di svezzamento, mentre come gesto erotico era conosciuto a molti popoli dell’antichità, come mongoli, eschimesi, polinesiani e persino ai giapponesi.

I latini definirono tre tipi di baci: ‘osculum’ il bacio del rispetto; ‘savium’, il bacio della libidine e degli amori e ‘basium’, quello dell’affetto. In pratica, spiegava Isidoro di Siviglia, Santo, teologo e storico spagnolo, l’osculum si dà ai figli, il basium alle mogli e il savium, quello utilizzato nei contesti erotici, alle prostitute.

Erodoto, lo storico greco, racconta che già tra i persiani i baci erano un gesto istituzionalizzato, ma baciare sulla bocca era un gesto fra pari, baciare sulla guancia indicava lieve differenza sociale.

Anche nella Bibbia si parla di bacio: “Quando Labano sentì che era giunto Giacobbe, figlio di sua sorella, gli corse incontro, l’abbracciò e lo baciò e lo condusse a casa sua”, (Genesi 29.13); «Intanto il Signore disse ad Aronne: - Va’ incontro a Mosè verso il deserto – Egli andò e l’incontrò verso il monte di Dio, e lo baciò», (Esodo 4.27). La stessa Passione di Cristo inizia con il bacio del discepolo Giuda: «Colui che lo tradiva aveva dato loro questo segno: Chi bacerò, è lui: prendetelo» (Matteo 26.48). Non si tratta di una novità, infatti, nella cultura classica il bacio ebbe spesso la funzione di rappresentare l’inganno o il tradimento, velato dal gesto più amichevole che l’uomo potesse concepire. A questo punto sarà chiaro che il bacio a cui stiamo maliziosamente pensando, non è affatto quello più importante dell’amore, ma quello riferito alla amicizia, alla cortesia, alla fedeltà, all’ossequio.

L’episodio evangelico narrato da Matteo ci rimanda all’abitudine di salutarsi col bacio, oggi praticata più che mai. Il problema è quello di sapere quanti baci si debbano dare, e si passa dall’inflazionato baciarsi sulle guance dei francesi al più contenuto omaggio del gentiluomo che sfiora solo la mano della dama. Ma non tutti amano il saluto sotto questa forma, che se è comune nel sud dell’Europa, non lo è nel nord, dove il bacio sulle guance provoca imbarazzo e ‘arrossamento’ più del bacio sulle labbra. Andando verso oriente le cose cambiano e giungiamo al bacio russo, variante politica del bacio francese. Famosissima è la foto che ritrae l’unirsi delle labbra, ad occhi chiusi, di Leonid Breznev, presidente del Soviet Supremo russo, ed Erich Honecker, leader della Germania est, che suggellava un rapporto sulla cui natura gli anticomunisti di una volta non ebbero mai dubbi. Ma la malignità era fuori luogo, infatti gli uomini russi si baciano sulle labbra e non lo fanno solo a partire da Stalin, ma lo facevano già in epoca zarista. In una fotografia degli inizi del Novecento si vede lo zar Nicola II dare il bacio tradizionale di Pasqua ai semplici marinai della sua flotta, che in fila, attendono il loro turno. Anche sulla corazzata ‘Potëmkin’ ci furono i “Giuda” che non fecero partire solo baci volanti ma bordate rivoluzionarie.

Il bacio però è anche una convenzione. Dicono gli etologi che è proprio l’unirsi delle labbra a distinguere l’uomo dall’animale. Ma è anche vero che il bacio è un istinto naturale. Ricordate Tarzan, che pur non avendo vissuto da essere umano, ma da onorata scimmia, sapeva baciare, e come baciava! la sua Jane, pur non avendo avuto alcun insegnamento.


Molti sono i baci fatidici come, ad esempio, quello di Paolo e Francesca, bacio tragico, il cui dolce sapore si trasformerà in atroce dolore. Il bacio più celebre rimane quello che come linfa vitale ridesta la bella addormentata nel bosco. Ma vi è anche quello del Conte Dracula che vive di baci che avventate signorine o signore gli permettono di dare. Come dire di baci straziami, ma anche di baci saziami! Ma, se manca la fantasia e non sappiamo baciare cosa succede? Ecco alcuni consigli.

Il bacio delicato sulle palpebre: un modo molto romantico per comunicare che l’amore rende ciechi. Il bacio alla francese: sicuramente il bacio più intimo. La maggior parte delle persone considera questo bacio l’inizio di un rapporto. Il bacio all’eschimese: un tenero strofinare di nasi. Il bacio della farfalla: muovere le palpebre nelle zone erogene del nostro partner o della nostra partner.

Ma attenzione! Oggi la situazione è un po’ diversa: se tenti di dare un bacio rischi il carcere. Infatti, la Corte di Cassazione in una sentenza di qualche anno fa, ha condannato un direttore di banca a 14 mesi di reclusione ed a risarcire 1500 euro (1200 a copertura delle spese legali). Il danno subito dalla donna fu quindi quantificato in 300 euro per aver tentato di baciare, con un “mero sfioramento delle labbra”, una sua dipendente proprio nel giorno di San Valentino.

Il bacio è anche gesto di potere e di ossequio. Basti ricordare il virile “baciamo le mani” dei siciliani, molto ben esemplificato nel film “Il padrino”. Ma vi è anche l’arte del bacio all’anello episcopale o papale che richiede una notevole esperienza, o quello religioso e di rispetto al quale ci ha abituati Giovanni Paolo II quando baciava la terra che visitava, o il bacio al Crocifisso. Santa Caterina da Siena baciava i piedi dei lebbrosi per umiltà e per infondere loro coraggio, mentre Sant’Antonio, prima di recitare le sue preghiere baciava Gesù Bambino.
Gli appassionati di cinema non avranno certamente dimenticato le scene romantiche di «Casablanca», il bacio più lungo della storia del cinema in «Notorius» o la storia d’amore tra la bella attrice svedese Ingrid Bergman e il regista italiano Roberto Rossellini che negli anni cinquanta occupava le pagine dei rotocalchi.

Il bacio alla fine è entrato anche in pasticceria: molti dolci sono definiti baci. I più noti sono quelli di cioccolato di una famosa azienda di Perugia i quali sono sempre accompagnati da messaggi d’amore. Per chi volesse saperne di più provvede un libro inglese “The kiss in history” (Il bacio nella storia, Manchester University Press), una raccolta di saggi sull’argomento a cura della sociologa Karen Harvey, oppure “Storia del bacio” di Adriano Bassi, una pubblicazione distribuita dalla Perugina.

Ed ora qualche detto sull’argomento: “baciare i piedi a qualcuno” = dimostrargli una devozione esagerata; “baciare per terra” = mostrarsi riconoscente; “essere baciato dalla fortuna” = essere favorito dalla sorte in modo insperato e inaspettato.

E per finire ricordo che la storia del bacio accompagna la storia stessa dell’umanità, la sua arte come la sua letteratura, la vita pubblica come quella privata. Senza dimenticare che il primo bacio non si scorda mai. Il problema comincia quando, col passare degli anni, non ricordiamo più quando abbiamo dato l’ultimo.

 

 

 

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IL PAPA, LA FEDE E IL DIALETTO

 



Gerhard Rohlfs (1892-1986) filologo, linguista e glottologo tedesco, soprannominato “l’archeologo delle parole”, che si occupò a fondo della situazione dialettale italiana, sosteneva che “Fra le nazioni europee l’Italia gode il privilegio di essere, certamente, il paese più frazionato nei suoi dialetti (...)”. La presenza, quindi, di una notevole varietà di dialetti, può essere un elemento facilitante nella comunicazione, anche se in certe zone del Paese il dialetto è considerato di valore inferiore rispetto alla ‘lingua’.

È noto che il dialetto, patrimonio di cultura, storia e tradizioni, secondo alcuni, riveste scarsa importanza, mentre appare sempre più evidente come la somma dei valori umani e spirituali delle diverse località, caratterizzino l’identità di una nazione. Così, la poesia dialettale, che rappresenta l’espressione immediata dei nostri sentimenti, va risvegliando sempre più l’interesse da parte dei cultori e degli studiosi e di tutti coloro che se ne servono per deliziarsi o per esprimere le proprie sensazioni. Il dialetto è anche una forma di linguaggio verbale più immediata al nostro parlare, funzionando l’espressione dialettale come efficace rafforzamento del nostro eloquio.

Questi, forse, i motivi che hanno ispirato il Santo Padre a dichiarare che «La trasmissione della fede si può fare soltanto “in dialetto”, nel dialetto della famiglia, nel dialetto di papà e mamma, di nonno e nonna. Poi verranno i catechisti a sviluppare questa prima trasmissione, con idee, con spiegazioni». Franco Lo Piparo, giornalista de “L’Osservatore Romano”, tenta di dare una spiegazione: «Trasmettere a un non ancora parlante la fede “in dialetto” potrebbe dunque voler dire proprio questo: fargli sentire, con parole che l’infante sa riconoscere, la fede come qualcosa di familiare. Il Battesimo “in dialetto” non sarebbe altro che il prolungamento affettivo e cognitivo della vita prima di nascere».

Nel febbraio 2004, Giovanni Paolo II, in occasione di un incontro con i Parroci della Capitale, disse salutandoli “Volemose bene. Semo romani”, dimostrando che era riuscito ad apprendere i rudimenti della lingua cara al Belli ed a Trilussa.

Non è un caso che l’Europa recentemente ha sponsorizzato un progetto per la creazione di un Atlante interattivo finalizzato a raccogliere e conservare i dialetti italiani, mettendolo a disposizione di tutti. Il più grande progetto mai finanziato sui dialetti italiani, in Italia e nelle Americhe, è stato affidato a Roberta D’Alessandro, Professor of Syntax and Language Variation presso l’Università Olandese di Utrecht.

D’altro canto che si può pregare anche in dialetto è testimoniato dalle numerose pubblicazioni che riportano, in vari dialetti, Vangeli e Preghiere. Per gli eventuali interessati ne cito solo alcune che hanno tradotto i testi originali utilizzando il dialetto barese.

Luigi Canonico, noto poeta dialettale barese, che ha pubblicato alcuni libri di poesie, proverbi ed altro, si è cimentato, con un’ardua e complessa opera, a tradurre in dialetto barese i Vangeli di Matteo, Marco, Luca e Giovanni. Il notevole lavoro fatto da Canonico si intitola «U Vangèle chendate da le quatte Evangeliste: Matté, Marche, Luche, Giuanne veldate a la barése», (Stampa Pressup, Roma).

Augusto Carbonara, invece ha tradotto in dialetto barese il Vangelo dell’Evangelista Marco «U Vangele alla manere de Marche veldate a la barese» (Wip Edizioni).

Infine, chi scrive, in collaborazione con Rosa Lettini Triggiani, ha pubblicato «Pregáme a la Barése» (Preghiamo in dialetto barese), Levante Editore, che presenta non solo le preghiere tradizionali del popolo cristiano (sempre con testo in italiano a fronte), ma anche il “Cantico delle Creature”, “I Comandamenti”, alcune preghiere a San Nicola, a Sant’Antonio, a San Pio, ecc.

Ecco una delle classiche preghiere, il “Padre nostro”, tradotto in dialetto barese.

 

PADRE NOSTRO

Padre nostro, che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome; venga il tuo regno; sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra.

Dacci oggi il nostro pane quotidiano, e rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori, e non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male.

Amen

 

PADRE NÈSTE

Pàdre nèste, ca stá ngíle, se sandefecàsse u nóme tú; venèsse u règne tú; se facèsse la volondá tó, cóme ngíle acsì ndèrre.

Dànge iósce ciò ca iè necessàrie ogneddì pe la salvèzza nòste, e perdùne a nú le peccàte cóme nú le perdenáme a le debetùre nèste, e, mise a la próve, no nge si lassànne cadè o peccàte, ma allendáne da nú u mále.

Amèn

 

 

 

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HOBBY, VIRTU' E CURIOSITA' DEI PAPI

 

L’hobby o passatempo è una occupazione, solitamente non molto impegnativa, finalizzata a trascorrere piacevolmente alcune ore della nostra vita. Di questa passione sono affetti anche i “grandi” e tra essi i Papi.

Negli austeri Palazzi Vaticani le figure sacrali dei Papi si umanizzano rivelando anche lati umoristici, a volte curiosi, ma sempre interessanti e, nonostante il limitatissimo tempo libero di cui dispongono per i numerosi impegni religiosi, diplomatici e sociali, riescono a trovare anche momenti di distensione per dedicarsi ai loro passatempi preferiti.

Qualche lustro fa è stato pubblicato il volume di Anonymus “Anche in Vaticano…” (Editrice Ancora), contenente una raccolta di aneddoti, curiosità e hobby su Papi e ambienti ecclesiali del ventesimo secolo. Molti episodi sono pervenuti dalla viva voce di alcuni Monsignori e Prelati romani, molti altri sono stati “trasmessi” verbalmente con una buona dose di fantasia, molte volte sconfinata nella leggenda o nel mito. I Papi e i loro ambienti sono visti nel loro aspetto quotidiano, da cui non è estraneo il lato umoristico che rende i personaggi “ufficiali” più umani e simpatici, insomma il lato sconosciuto del Vaticano. Vediamone qualcuno in dettaglio.

Leone XIII (Gioacchino Pecci), era patito per il latino ma anche per le passeggiate e la caccia, hobby quest’ultimo che mantenne anche nei primi anni di pontificato, al punto che aveva fatto mettere nei Giardini Vaticani un roccolo per il richiamo degli uccelli. C’è da dire che gli uccelli una volta presi venivano liberati dallo stesso Pontefice. In occasione di una visita di un Cardinale americano, questi, considerata l’età avanzata del Papa (92 anni), nel salutarlo disse: “Dato che non ci vedremo più su questa terra, Santità, addio…”, al che Leone replicò, “Eccellenza, ha forse un brutto male?”.
Pio X (Giuseppe Sarto), quando qualcuno gli chiedeva: “Come sta Vostra Santità”, rispondeva “Da Papa”. Pio X dette notevole impulso alla musica sacra e alla liturgia dispose la compilazione del Codice Canonico, riordinò la Curia Romana e, riformò dopo tre secoli, la Costituzione Apostolica.

Benedetto XV (Giacomo Della Chiesa), si dilettava di araldica ed era puntualissimo, al punto che alle persone care regalava orologi dicendo «Tieni, così non avrai più scuse per arrivare in ritardo». Pio XI (Achille Ratti) che era “lento nel parlare e rapido nell’agire”, aveva, secondo Confucio (I colloqui, IV, 24), due qualità proprie di un vero signore. Fu anche esperto alpinista. Pio XII (Eugenio Pacelli), coltivava l’hobby della ornitologia, in particolare dei canarini, al punto che quando morivano li faceva imbalsamare. La biblioteca privata di Pio XII, invece, aveva una quantità enorme di libri, tanto che si dovette rinforzare il pavimento con ulteriori travi e Sua Santità ripeteva sempre che “I libri danno le idee per parlare”. Inoltre è stato il primo Papa in assoluto ad utilizzare il telefono per dare ordini o direttive e gradiva andare in macchina ad alta velocità. Pio IX (Giovanni Maria Mastai Ferretti), si dedicava alle sciarade senza trascurare i sigari ed i tarocchi, lasciando perplesso lo stesso Pio XII al momento di avviare il processo di canonizzazione.

Giovanni XXIII (Angelo Giuseppe Roncalli), il Papa buono, il parroco del mondo, che aveva sempre “una parola di comunione e di speranza per tutti”, era solito uscire dal Vaticano per recarsi in visita ai malati, ai carcerati, alle Parrocchie romane e per recarsi ai Santuari di Assisi e di Loreto. I romani lo chiamavano bonariamente “San Giovanni fuori le mura” ed alcuni, in riferimento all’etichetta di un noto ‘whisky’ lo soprannominarono ‘Johnny Walker’ (Giovanni il Camminatore), poiché ‘walk’ in inglese significa camminare.

Paolo VI (Giovanni Battista Montini), quando era monsignore in Vaticano, era considerato “la persona meno socievole del mondo”. Era un formidabile lettore di libri ed aveva un grande attaccamento alla letteratura francese, anche non cattolica. Usava un linguaggio moderno, scarno, scultoreo, sintetico, simile a quello di Cesare, di Sant’Agostino e di Hemingway. Non concedeva nulla al superfluo, giusta il detto di Michelangelo, del quale il Pontefice fu un grande estimatore: “L’arte sta nel togliere”, o quello di un letterato russo che sosteneva che “Per scrivere bene bisogna badare più a quello che non si deve dire che a quello che si dice”.

Giovanni Paolo I (Albino Luciani), il cui pontificato durò solo 33 giorni per l’improvvisa morte, dette adito a ipotesi di complotti che avrebbero coinvolto sia prelati della Curia, sia torbidi personaggi esterni. Pare si sia trattato solo di fantapolitica e di invenzione di certi scrittori. La mattina, quando si alzava, continuò una sua vecchia abitudine, apriva da sé le finestre della stanza da letto e dello studio che lasciava aperte per far entrare l’aria ed il sole. Nei suoi momenti di libertà si dedicava al gioco delle bocce.

Giovanni Paolo II (Karol Wojtyla), primo Papa non italiano che ha contribuito indirettamente al crollo del comunismo, quando espresse il desiderio di farsi costruire una piscina a Castelgandolfo, qualcuno criticò l’iniziativa sostenendo che erano soldi sprecati. Si racconta che Sua Santità così commentò: “Sempre meno di quelli necessari per l’elezione di un nuovo Papa” (anche perché la piscina è a disposizione anche del personale di servizio). È nota anche la sua passione per lo sci e la montagna. Molti ricorderanno l’episodio che lo vide impegnato nella “storica” gita con il nostro Presidente della Repubblica Sandro Pertini.

Del Pontefice Benedetto XVI (Joseph Ratzinger), uomo timido e riservato, si sa che è amante del tè e si narra che quando un professore gli stava versando del caffè in una tazza, disse sorridente: «Nein, danke, no grazie, io sono un teista». Si sa, inoltre, che ha la passione per i gatti, per la musica e suona il pianoforte. Questi per sommi capi alcuni degli hobby e curiosità dei nostri Pontefici.

E gli hobby di Papa Francesco (Jorge Mario Bergoglio), primo Papa argentino, quali sono? L’ultimo successore di Pietro è un rinomato tifoso del San Lorenzo, club argentino di grande prestigio e pare che anche qui nella capitale segua con interesse le vicende sportive. L’esperto di calcio sudamericano, Stefano Borghi, ha confermato la passione per il mondo del pallone: “Come tutti gli argentini immagino che il Papa ami il football fortemente”. Alcune foto lo ritraggono allo stadio del San Lorenzo. Dicono che vada matto per il calciatore argentino Erik Manuel Lamela, e ciò conferma che è molto competente di calcio. Si dice che cucina da solo e va a letto alle 9,30 per alzarsi alle 4,30. Durante il conclave del 2005 aveva rischiato di essere eletto, grazie al supporto del Cardinal Martini, pare però che si mostrò così atterrito dall’idea del peso che gli sarebbe caduto addosso da convincere i più a lasciar perdere. Infine, porta sempre con sé due cose, un rosario e un piccolo libretto rosso con le quattordici stazioni della via dolorosa intarsiate, “Con queste due cose - dice - mi regolo come posso, ma grazie a queste due cose non perdo la speranza”. Una sorta di storia minore dei Papi che si svolge negli austeri Palazzi Apostolici.

E, per finire, un aneddoto di J.W. Goethe (da Viaggio in Italia): «Il defunto Cardinale Albani era ad una di quelle feste romane tanto pittoresche, in cui nobili e popolo si ritrovano insieme. Uno dei presenti, un ragazzotto, iniziò a parlottare alle spalle dei Cardinali presenti, ripetendo in continuazione - Gnaja! Gnaja! - che suona pressappoco: Canaglia! Canaglia! Il Cardinale Albani, udendolo, si voltò verso i confratelli e disse: “Quello ci conosce bene”». 

 

 

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ANNO NUOVO, A CIASCUNO IL PROPRIO CALENDARIO

 

Sin dai tempi remoti i popoli hanno sentito la necessità di misurare il tempo. L’osservazione di fenomeni atmosferici costanti nel loro avvicendarsi, come la levata e il tramonto del sole, l’alternarsi della luce e delle tenebre, le fasi lunari, l’apparizione ad intervalli costanti di alcuni astri in precise posizioni, ecc., hanno suggerito la ripartizione del tempo in giorni, mesi anni. Da qui la nascita del calendario.

Ma cos’è un calendario? È un sistema convenzionale di divisione del tempo in periodi costanti (anno, mese, giorno): calendario lunare, basato sul moto della Luna; solare, che collega la durata dell'anno civile o legale con quella dell'anno tropico, cioè con l'intervallo di tempo compreso fra due passaggi consecutivi del Sole a uno stesso equinozio; giuliano, quello riformato da Giulio Cesare, in cui ogni tre anni, ciascuno di 365 giorni, fa seguito un anno di 366, con un giorno in più nel mese di febbraio, anno bisestile; gregoriano, quello riformato nel 1582 dal pontefice Gregorio XIII e ora vigente in quasi tutti gli stati. Normalmente utilizziamo l’almanacco senza sapere o renderci conto di tutto quello che è stato fatto per giungere all’indispensabile almanacco. Ed ecco qualche utile informazione sull’argomento.

Dopo l’avvicendarsi di varie riforme si è giunti a quella attuale, il Calendario gregoriano, voluto dal pontefice Gregorio XIII, approvato nel 1582, che per eliminare le inaccettabili incongruenze nel calendario voluto da Giulio Cesare, nominò un’apposita commissione composta da cosmografi, astronomi, cardinali, matematici, dal patriarca di Siria e da un uditore della Sacra Rota. La Commissione, dopo varie proposte, accettò quella di Luigi Lillo, medico di origine calabrese, appassionato di problemi matematici e astronomici e il 24 febbraio 1582 il pontefice Gregorio XIII, con la bolla “Inter gravissimas”, decretò le modifiche del calendario. La riforma gregoriana si è imposta quasi dappertutto, ma inizialmente molti Stati non l’accettarono, soprattutto quelli a maggioranza protestante, ma col passar del tempo quasi tutti si sono adeguati al nuovo calendario. Ma vi sono anche altri calendari, utilizzati in Stati che abbracciano altre religioni come gli ebrei, i cinesi, i musulmani, ecc.

Il Calendario ebraico, tuttora vigente, è composto da anni comuni di 353, 354 o 355 giorni suddivisi in 12 mesi lunari e da anni cosiddetti embolismici di 383, 384 o 385 giorni suddivisi in 13 mesi lunari. Gli ebrei contano gli anni dalla prima luna nuova dell’anno della creazione del mondo secondo la Bibbia (verso mezzanotte del 6 ottobre 3761 a.C. del calendario giuliano), dal quale iniziano i cicli di 19 anni, formati da 12 anni comuni e 7 embolismici, equivalenti a 19 anni solari. I nomi dei mesi sono i seguenti: Tishri, Heshvan, Kislev, Tevet, Shevat, Adar, Nisan, Iyar, Sivan, Tammuz, Av, Elul. Le principali feste religiose sono la Pesah (Pasqua), il Kippur (ricevimento delle Tavole), Quasir (Pentecoste) e Sukkot (Fuga dall’Egitto).

Il Calendario musulmano e iraniano è lunare, ed è composto da 12 mesi lunari di 29 e 30 giorni, formando anni di 354 o 355 giorni. Gli anni lunari sono contati dall’Egira (la fuga di Maometto avvenuto il 16 luglio 622 d.C.), e nell’arco di 30 anni vi sono 11 anni abbondanti, in cui si aggiunge un giorno all’ultimo mese. I nomi dei mesi sono: Jumada I, Jumada II, Rajab, Sha’ban, Ramadan, Shawwal Dhu, Dhu al-Q’adah, Dhu al-Hijjah, mentre il giorno inizia al tramonto. Il Calendario iraniano fu introdotto nel 1925. Anch’esso è basato sull’Egira, ma è regolato con quello solare. Il primo giorno dell’anno, che conta dodici mesi, è il 21 marzo (equinozio di primavera).

Il Calendario cinese, che secondo la tradizione fu inventato nel 2637 a.C., è un calendario lunisolare ed è composto da anni comuni di 353, 354 o 355 giorni suddivisi in 12 mesi e da anni embolismici di 383, 384 o 385 giorni suddivisi in 13 mesi. Ad ogni anno, che fa parte di un ciclo di 60 e che veniva contato dall’ascesa al trono dell’Imperatore, è assegnato un nome composto da due parti: una radice celeste non traducibile (jia, yi, bing, ding, wu, ji, geng, xin, ren, gui) e un ramo terrestre con uno dei seguenti 12 termini zi (topo), chou (bue),yin (tigre), mao (coniglio), chen (drago), si (serpente), wu (cavallo), wei (pecora), shen (scimmia), you (gallo), xu (cane) e hai (maiale). Questi ultimi rappresentano anche i segni dello zodiaco cinese. Il Capodanno cinese (Hsin Nien) dura 4 giorni e cade quando inizia il mese numero uno, ovvero tra il 21 gennaio e il 19 febbraio del calendario gregoriano.

Da qualche anno si pubblica a Bari il Calendario comparato (ebraico-cristiano-islamico-ortodosso), a cura di Don Nicola Bux, Michele Loconsole e Michele Monno, con testi e ricerca iconografica di Mariagrazia Belloli e Donatella Di Modugno, in collaborazione con l’ENEC (Europe-Near East Centre). Il calendario comparato potrebbe sopperire in parte alle esigenze delle diverse comunità religiose presenti sul nostro territorio, consentendo a tutti di vedere che il mondo non ha una sola voce, rispondendo così anche alle provocazioni che giungono da esponenti di ogni genere di estremismo.

Tra le ultime novità mi piace segnalare il “Sincronario galattico”, che la Wip Edizioni pubblica da qualche anno, giunto alla 16ª edizione, una sorta di calendario cosiddetto delle 13 lune di 28 giorni, creato interamente in base all’osservazione che utilizza solo numeri, invece di riferimenti culturali. Non riflette alcuna ideologia e non ha pregiudizi culturali. Praticamente è uno strumento di sincronizzazione con i cicli del tempo naturale, scanditi dalla frequenza armonica 13:20 (i numeri che codificano il calendario sacro dei Maya).

Il Calendario delle Tredici Lune integra i cicli della Terra con quelli della Luna e del Sole in modo armonioso, risolvendo il problema. Poiché la luna compie in un anno 13 rotazioni attorno alla Terra, il sincronario delle 13 lune è un autentico calendario solar-lunare che mette in rapporto la rivoluzione terrestre intorno al Sole con l’orbita lunare attorno alla Terra.

Tanto per intenderci il calendario cosiddetto gregoriano, voluto da Papa Gregorio XIII nel 1582, è formato da mesi irregolari e disuguali. Viceversa nel Calendario delle 13 Lune, ogni Luna ha 28 giorni. Ciò costituisce un grande vantaggio poiché permette di fare calcoli facili. Il primo giorno di ogni Luna, infatti, è anche il primo giorno della settimana – sempre.

Il Sincronario utilizzato originariamente dai Maya, i guardiani del tempo più sofisticati del pianeta, rende anche possibile il calcolo dei giorni festivi con accuratezza. Inoltre nel Calendario delle 13 Lune, equinozi e solstizi cadono sempre nello stesso giorno dell’anno. Va anche detto che gli Inca, gli Egizi, i Maya, i Celti e gli indigeni polinesiani usano da sempre un calendario di 13 lune di 28 giorni, più un giorno finale che conclude il ciclo solare annuale.

Molte delle notizie riportate in questa nota sono state riprese dal volume di Patrizia de Sylva “Il Calendario – Dalle Origini ai nostri giorni”, edito da Levante Editori di Bari.

 

 

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COME SI DIVERTIVANO I BAMBINI DI SAN MARCO IN LAMIS

L’Editore Levante ha pubblicato il volume di Grazia Galante “I giochi di una volta”, con il sottotitolo “Come si divertivano i bambini di San Marco in Lamis”. Prefazione di Daniele Giancane, trascrizione musicale di Michelangelo Martino e disegni di Annalisa Nardella.
Grazia Galante, nota scrittrice e autrice (insieme a Michele Galante), del “Dizionario del dialetto di San Marco in Lamis” (Levante Editore), una poderosa opera che si avvale della prefazione di Tullio De Mauro e della postfazione di Joseph Tusiani, questa volta si è dedicata ai giochi di un tempo, quelli che, chi è avanti con l’età, ha certamente giocato sotto casa, nei vicoli, nelle strade o nei giardini pubblici.


Secondo il filosofo Michel de Montaigne (1533-1592), «il gioco è una delle azioni più serie», mentre per la pedagogista inglese Susan Isaacs (1885-1948), «L’attività del gioco è il lavoro del bambino, è grazie ad esso che egli cresce e si sviluppa. Tale attività può essere considerata un segno di normalità, la sua assenza, invece, come un segno di qualche difetto innato o di malattia mentale».

Alla luce delle suddette affermazioni si evince chiaramente l’indispensabilità dei giochi per i bambini, giochi che erano collettivi, mentre quelli cosiddetti moderni con   telefonini, playstation e computer, si sono trasformati in giochi individuali e solitari. Il gioco deve essere attivo, mentre quelli che si fanno con i detti sussidi sono da considerare passivi, poiché non attivano muscoli, non aguzzano l’ingegno, non fanno respirare aria pura, non fanno socializzare, facendo rimanere immobili coloro che li usano. Da non dimenticare che i giochi di un tempo erano a costo zero a differenza di quelli moderni che hanno costi esorbitanti.

“Il libro della Galante - scrive Daniele Giancane nella prefazione -  ci immerge in un universo che non c’è più: quella che è stata definita “la civiltà del vicolo”. Una civiltà in cui era la ‘strada’ il luogo dei giochi, dell’aggregazione, della amicizie, della competizione”, ed io aggiungerei della socializzazione e del rispetto reciproco.

Utilissimo anche il contributo dialettale della Galante, poiché, così facendo, ha dato una mano alla salvaguardia del vernacolo sammarchese e lo ha difeso da chi pensa che esistano differenze tra Lingua e Dialetto, mentre non ne esistono affatto. Il dialetto non è un’alternativa folcloristica alla lingua italiana, perché il suo uso è qualcosa che ci appartiene intimamente e va a toccare situazioni ed avvenimenti spiccioli del quotidiano che la gente riconosce ed apprezza immediatamente.

L’attività ludica dei bambini greci, ad esempio, si esprimeva all’interno della famiglia: le bambine giocavano con le bambole, i maschietti con la palla, con il cerchio, con l’arco, si cimentavano nella corsa e nella lotta, praticavano il tiro alla fune, l’altalena, il gioco della settimana, o quello della trottola che chiamavano “strombos”. Mentre i bambini romani, invece, come testimoniano Orazio, Marziale e Cicerone, praticavano molti di quei giochi che, a distanza di oltre duemila anni sono pervenuti a noi.

A San Marco in Lamis i giochi non si contano. Grazia Galante ha fatto un lavoro certosino descrivendo centinaia di passatempi, suddivisi in giochi della prima infanzia, giochi femminili e maschili con e senza giocattoli, scherzi stupidi con monellerie, giochi popolari delle feste, i giocattoli, le conte, i pegni e vi sono anche gli spartiti delle musiche che accompagnano certi giochi. Insomma c’è n’è per tutti gusti. Un ottimo lavoro di ricostruzione storica fatto dall’autrice che dimostra come nella “espressione gioco”, accanto all’elemento ricreativo, culturale e pedagogico, si affianca un profondo valore storico e antropologico.

Il testo di Grazia Galante consente a chiunque di praticare i giochi ricordati, per il modo particolareggiato con cui vengono raccontati. Inoltre, la pubblicazione, potrebbe risultare utile a quanti volessero adottarlo come manuale di giochi nelle scuole, nelle biblioteche o nelle associazioni che promuovono attività ludiche.

Il volume sarà presentato il prossimo 14 dicembre, alle 17:30, nella Sala Teatro “Giannone” di San Marco in Lamis, con l’intervento di Francesco Gorgoglione, dirigente scolastico, Stefano Pecorella, presidente Parco Nazionale del Gargano, Patrizia Resta, docente di Antropologia. Modererà l’evento Tonino Daniele con la presenza dell’autrice.

 

 

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ODORI E PROFUMI: STORIA, FATTI, CURIOSITA'

Nel nostro meraviglioso universo, in cui la tecnologia lotta contro l’inquinamento, senza riuscire a vincerlo, mentre i mass media spalancano le loro colonne e i loro schermi a ogni sorta di pubblicità mirante al lancio di prodotti per combattere i cattivi odori, l’uomo ha ben poche occasioni per registrare sensazioni olfattive, siano esse piacevoli o meno. Molti prodotti dell’agricoltura, che una volta offrivano caratteristici odori alle cellule dell’odorato, oggi sono coltivati in serre con tecniche artificiali, stipati per giorni in speciali frigoriferi per farli maturare e conservare. Inevitabilmente rivelano una quasi totale assenza di odori e sapori, facendo rimanere in letargo le nostre cellule olfattive.
L’olfatto, che nell’uomo è stimolato da oltre cinque milioni di cellule che eccitano le terminazioni nervose e invitano il cervello alla decodifica del tipo di fragranza, è l’organo di senso preposto alla funzione specifica della percezione degli odori. Esso va perdendo sempre più il suo ruolo nel corso dell’evoluzione della razza umana, se solo si considera che l’uomo primitivo affidava all’odorato compiti importantissimi, come la ricerca del cibo, la difesa dai pericoli, l’eccitazione dell’appetito sessuale, ecc.

Sull’argomento non mancano aneddoti e storielle curiose. Si narra, ad esempio, che Enrico IV, re di Francia, indirizzò ad una delle sue amanti un biglietto di questo tenore: «Domani verrò da voi, mia adorata. Mi raccomando che non vi laviate. Mi piace il vostro odore forte». I malevoli, invece, asserivano che Enrico IV, per dare il buon esempio, “puzzava come un caprone”, ma pare anche che una delle sue conquiste gli sussurrasse: «Bisogna proprio che siate il re perché vi sopporti. Altrimenti…».

L’opinione dello scrittore giapponese Yasunari Kawabata, è un po’ diversa da quella del monarca francese, infatti, egli sostiene che: «La pelle di una donna prende ad emanare profumo solo quando è tra le braccia di un uomo che le piace. Una donna anche giovanissima sembra sia incapace di frenare questo profumo. Esso dà coraggio all’uomo, lo rasserena, gli dà pace. Con quel profumo la donna comunica silenziosamente il suo assenso». Lo stesso Casanova affermava di aver sempre trovato soave l’effluvio delle donne che aveva amato. Ma anche Plauto era del parere che «La donna odora di buono quando odora di niente». Sta di fatto che la percezione degli odori, nostri ed altrui, starebbe perciò alla radice anche di comportamenti apparentemente “razionali” o almeno intenzionali, dal momento che il sistema olfattivo ‘dialoga’ con il cervello attraverso un asse che collega ipotalamo e bulbi olfattori.

Oggi le nostre strutture sensoriali olfattive, forse, proprio a causa dei numerosi eccitamenti odorosi, si sono “annoiate” a tal punto da preferire agli odori naturali quelli delle miscele odorose artificiali sempre più raffinate e penetranti che, reclamizzate e ben confezionate, possono essere acquistate in una qualsiasi profumeria, per soddisfare le variate esigenze olfattive, sia femminili che maschili. Ma, Re Salomone, nel Canto dei Cantici, un sorprendente inno d’amore, fa non meno di venti allusioni ai profumi che aleggiano sui corpi degli amanti, consigliando di dare la preferenza al proprio effluvio, poiché l’odore che emaniamo supera ogni profumo.

Anche la letteratura si è interessata all’olfatto, esso può decidere, infatti, simpatie e antipatie, può riassumere una sensazione o una situazione ambientale, può farsi veicolo di ricordi. A solo titolo di esempio, ricordo Patrick Suskind, che attraverso il suo volume “Il profumo”, le cui sensazioni olfattive sono al centro dell’intero romanzo, narra che il protagonista, Grenouille, è una creatura che ha un odore ma, che proprio per questo, presta notevole attenzione agli odori del mondo e che dell’odore della gente si “nutre”.

E parlando dei profumi non possiamo tralasciare qualche nota in relazione alla sua storia. La parola profumo è latina e significa “fare fumo per propiziarsi gli dei”. In Italia fu il piemontese Gian Paolo Feminis, all’inizio del ’700 a impiegare per primo il bergamotto in una composizione profumata esportata poi a Colonia, in Germania. Giovanni Maria Farina, poi, pare l’avesse brevettato col nome di Acqua di Colonia, una fragranza che conquistò Napoleone al punto che portava sempre con sé una boccetta infilata nello stivale. Di ben diversa origine è invece la conosciutissima “Acqua di Rose”, la cui provenienza è persiana, dal momento che i persiani consideravano questo fiore “la delizia per eccellenza”, al punto da cospargere di petali tappeti e divani in occasione delle feste. Furono essi i primi a distillare le rose e ad esportare la profumata acqua in Cina, India, Egitto e nel bacino del Mediterraneo. Ma la donna più profumata della storia pare sia stata Caterina dei Medici. Fu proprio lei ad esportare in Francia l’arte della lavorazione dei profumi.

Dai tempi più remoti della storia dell’uomo il profumo è stato sinonimo di ricchezza, cultura e civiltà, al punto che il mestiere di profumiere era sempre associato a quello di medico, guaritore o sacerdote. Le materie aromatiche manipolate dal profumiere possedevano poteri curativi e inducevano, attraverso l’olfatto, un vero benessere psicofisico. Il profumiere arabo, componeva, non solo profumi, ma si spingeva oltre preparando incensi, bagni, unguenti e cosmetici per procurare piaceri raffinati e guarigioni.

Uno degli aspetti della storia dei profumi, può considerarsi quello religioso, in quanto l’uomo fu talmente sensibile alle sostanze odorose, da utilizzarle, sia per riconciliarsi con gli dei che per disinfettarsi, dal momento che gli odori gradevoli scongiuravano anche le malattie. A quest’ultimo proposito si trova traccia addirittura nell’Odissea, ove Ulisse, ritornando a Itaca, fa bruciare dello zolfo per purificare il proprio palazzo, dopo aver sterminato i Proci e i suoi infedeli servitori. Anche nella Bibbia (Esodo 40, 27), è scritto che Mosè costruendo il Tabernacolo (Santuario portatile nel quale erano conservate le tavole della Legge), “Vi bruciò sopra l’incenso aromatico…”.

I profumi servivano anche a combattere i cattivi odori ed a scacciare il demonio, mantenendo intorno alla rappresentazione della divinità nel tempio, un’atmosfera favorevole all’accoglimento delle preghiere. La leggenda ricorda che il cretese Melisseo, padre di Amaltea, l’affascinante ninfa che nutrì il giovane Zeus con il latte della sua capra, salvandogli la vita, fu il primo a sacrificare alcune pecore per bruciarle e accarezzare così, attraverso il velo del fumo, le narici degli dei.

Il profumo è considerato una specie di “genio buono” che permette di compiere diversi tipi di sogni come ad esempio, la funzione sacra che mette in rapporto con gli dei. La funzione eleganza, invece, dal momento che il profumo innalza, è aristocratico, ma è anche segno di benessere. Il profumo è ritenuto anche il più forte artefice della seduzione. Si narra che la Regina d’Ungheria a 70 anni con l’Eau d’Hongrie sedusse il Re di Polonia. Del profumo vanno ricordate anche le funzioni ‘piacere’ che sorprende l’intelletto e provoca estasi, la funzione ‘vitalità’ che dà forza, la funzione ‘identità’ che contraddistingue una persona, insomma, come fosse un secondo nome di battesimo. Infine vi è la funzione ‘evasione’, dal momento che il profumo ricorda luoghi distanti, momenti passati, permettendo di fuggire in luoghi lontani.

La tradizione dei profumi si tramanda ancora oggi nelle nostre Chiese con l’uso dell’incenso che, diffuso attraverso il ‘turibolo’ (incensiere), è utilizzato in diverse cerimonie cristiane. Sta di fatto che le regine si procuravano a qualunque costo i profumi che il lusso e la gloria del loro rango esigevano. Vi sono numerose testimonianze che concordano nell’affermare che Cleopatra non disdegnava enormi quantità di profumi di fiori e di balsami odorosi che gli uomini le offrivano per esaltare la sua bellezza. La regina di Saba portava oro in dono a Re Salomone, ma anche profumi e aromi.

La scoperta del Nuovo Mondo ed il conseguente intensificarsi dei commerci con le Indie e con la Cina portarono poi molti prodotti nuovi, alcuni dei quali utilizzati in profumeria, e la loro attività divenne rilevante col progredire della civiltà. Nel 1190, in Francia, i profumieri ottennero un riconoscimento ufficiale e la regolamentazione dell’esercizio della professione che richiedeva un lungo periodo di apprendistato.

Oggi si parla anche di “memoria olfattiva” finalizzata ad associare ad un odore un’immagine emozionale. Quando questo odore viene risentito dopo anni, la “memoria olfattiva” attiva un sistema per riprodurre con l’emozione lo stato d’animo che accompagnò l’odore nel passato, procurando una sorta di piacere indiretto. L’esperienza emozionale legata all’odore è alla base dell’apprendimento degli organismi viventi ed è talmente necessaria alla loro sopravvivenza che le memorie olfattive sono trasmesse insieme al patrimonio genetico. Ciò è dimostrato dal richiamo dei primi ricordi olfattivi che risalgono all’infanzia, che sono i più potenti nella loro capacità di suscitare emozioni gradevoli e anche i più facili da richiamare. In effetti, le “memorie olfattive” non svaniscono mai e la loro forza dipende dall’importanza che ha avuto la situazione in cui l’odore è stato percepito nel processo d’apprendimento delle persone. Più antiche sono le “memorie olfattive”, più profonde sono le emozioni che risvegliano.

Anche la “scenografia olfattiva”, le cui origini risalgono all’alba della civiltà, epoca in cui rappresentava un elemento essenziale nei riti e nelle cerimonie religiose, è attuale. Gli antichi non sottovalutavano la capacità degli aromi per suscitare emozioni profonde e, senza saperlo, praticavano la “scenografia olfattiva” con le resine, i legni, le erbe e le spezie. La “scenografia olfattiva” dinamica rinnova lo stimolo olfattivo cambiando la profumazione diffusa nell’ambiente. In questo modo l’olfatto rimane sempre allertato, sollecitato continuamente da nuovi odori e da nuove emozioni. In certe situazioni, in cui il pubblico è in movimento, si possono combinare insieme sia l’arredamento olfattivo, che consente di riconoscere attraverso il profumo i posti nei quali entriamo, sia la “scenografia olfattiva”, che consiste nel profumare diverse parti di uno spazio con aromi diversi e distinti.

Le “scenografie olfattive” possono realizzarsi con aromi naturali e sintetici, ma tutto ciò che il profumo sintetico fa è solo quello di imitare la natura e le emozioni che danno la sensazione della realtà. Ma, gli aromi di sintesi suscitano solo dei “ricordi di emozioni”, più che delle emozioni vere e proprie. La “scenografia olfattiva” naturale va ben oltre questo approccio “artistico” dei profumieri moderni, avvalendosi, oltre che della psicologia dell’olfatto anche dell’aromaterapia e della psico-aromaterapia.

All’inizio del secolo fu costruito addirittura un “organo odorifero” che era suonato durante i concerti organizzati dalla Central Hall di Londra, ipotizzando che gli odori avrebbero influenzato le emozioni del pubblico. La “scenografia olfattiva” naturale ha il compito essenziale di orchestrare gli odori dell’ambiente in un profumo continuamente rinnovato, proprio come fa il musicista orchestrando le note musicali in un concerto. In sostanza stiamo parlando del “concerto dei profumi”, che accompagnato da uno spettacolo musicale, rappresenta la massima espressione della “scenografia olfattiva”, dal momento che attraverso le sue memorie olfattive, si propone di trasportare lo spettatore in un viaggio all’interno di se stesso facendolo assistere ad un concerto di emozioni. Un concerto di profumi deve iniziare con diluizioni tali che le fragranze si devono indovinare. Il naso deve ricercare ed esplorare per rassicurarsi, prima di aprire al “crescendo”, proprio come fa il nostro orecchio con la musica.

L’«assuefazione olfattiva», invece, fa sentire il profumo solo nel momento in cui si entra in uno spazio profumato, ma dopo pochi minuti l’odore non è più percepito pur continuando ad agire sul sistema nervoso.

Oggi è attuale anche la “profumoterapia”, che si basa sul principio simile a quello dell’omeopatia o di altre terapie cosiddette “vibrazionali”. Essa presuppone l’effetto curativo della forza vitale della pianta attraverso la materia aromatica che produce. La “profumoterapia” predilige alcuni campi in cui si osserva che la sua azione curativa risulta essere particolarmente efficace negli stati depressivi, nell’anoressia, negli stati d’animo negativi come insicurezza e aggressività, ma pare che sia elettiva anche contro l’infertilità delle donne, durante la gravidanza e l’allattamento e per tutti i disturbi del ciclo femminile.

La profumazione ambientale, invece, migliora “l’ambiente psicologico” del luogo di lavoro, influisce positivamente sui lavoratori e sui clienti ed è anche capace di incrementare la produttività e le vendite, ma non deve essere utilizzato per incrementare la produttività, attraverso lo sfruttamento dei lavoratori per favorire le vendite. La profumazione dell’ambiente è soprattutto un investimento umano che protegge la salute fisica e psichica dei dipendenti, che è il vero capitale dell’azienda. In realtà la profumazione ambientale ‘umanizza’ il luogo di lavoro attraverso essenze destressanti come quelle degli alberi di pino, cipresso, legno di rosa, ecc.

La ‘profumoterapia’ rappresenta il lato più sottile e coinvolgente della medicina aromatica di ieri e di oggi ed è il proseguimento della tradizione del medico-profumiere antico, capace di orchestrare una fragranza che riflette e sostiene uno stato d’animo.

C’è un vero e proprio ‘alfabeto degli odori’ che permette di conoscere il linguaggio della ‘comunicazione olfattiva’ e l’effetto psicologico degli odori. Ovviamente l’effetto psicologico di una fragranza dipende soprattutto dal contesto in cui viene utilizzata. Per esempio, un profumo indossato dalla donna amata avrà una forte carica sensuale, se lo stesso profumo viene sentito al bar nella tazzina di caffè farà pensare a condizioni igieniche insufficienti e potrebbe suscitare una reazione di disgusto.

Vediamo quali sono i significati ed il linguaggio di alcuni profumi che madre natura ha voluto regalarci. L’aroma dell’incenso, ad esempio, evoca il mistero del sacro e se indossato come profumo comunica l’immagine di una serietà quasi ecclesiastica. Il profumo dell’incenso aiuta a superare la claustrofobia e l’apprensione, allontana gli incubi e gli spiriti facendo da scudo contro gli influssi negativi. In cosmetica è usato nelle maschere di bellezza per contrastare le rughe e prevenire le infezioni cutanee legate all’invecchiamento. Il fumo dell’incenso, che rappresenta l’aroma dell’elevazione spirituale, sale verso il cielo e ci aiuta a ridimensionare le nostre ansie e preoccupazioni. La rosa rappresenta il simbolo dell’amore sia profano che divino. Il suo profumo dà un senso di sicurezza e armonia e permette di superare l’egocentrismo e l’egoismo. Il suo aroma unisce armoniosamente il sacro ed il sensuale aiutando a spiritualizzare le relazioni sessuali. In psico-aromaterapia è utilizzato nelle malattie mentali, mentre in aromaterapia è considerato una delle essenze più importanti per le donne, e poi, apre il cuore alle realtà angeliche. La menta, invece, agisce sull’ego, scacciando l’orgoglio esagerato. Aiuta anche a superare il complesso di inferiorità, poiché spesso un orgoglio eccessivo maschera proprio un senso di inferiorità. La menta è un potente analgesico, efficace sulle scottature e per tutti i tipi di prurito, specie se associata all’essenza di lavanda. Il suo nome rivela le sue affinità con la mente.

Il poeta francese Paul Valery sosteneva che “Una donna che non si profuma non ha avvenire” e, probabilmente, seguendo questo assunto Guerlain, “naso” famoso, si sistemò in una strada di Parigi per vendere fragranze e aceti aromatici. Offriva le delizie di profumi e acque profumate a un pubblico più vasto della solita élite. Cominciò così l’epoca d’oro della profumeria. A cominciare dagli anni venti furono soprattutto i sarti a far esplodere la voglia di profumarsi con Poiret, Coco Chanel, Jeanne Lavin, ecc. seguiti da pellicciai e pellettieri come Weil, Revillon ed Hermes che fiutarono gli affari collegati a moda e profumi.  

Nel periodo della Belle-Époque sono apparsi grandi profumi proposti da noti profumieri. È tra le due guerre che sono apparsi i nomi dell’Alta Moda nel mondo della profumeria, con tutto quello che questo rappresenta in fatto di eleganza e lusso femminile. L’epoca è contrassegnata anche dalla raffinatezza dei flaconi e delle confezioni e dalla nascita di grandi creazioni diventate dei classici, ancora oggi in commercio.

Oggi il consumo dei profumi è in continua crescita. Si calcola che il fatturato dei prodotti di profumeria alcolica supera i duemilacinquecento milioni di euro. Un settore che sembra godere di ottima salute, probabilmente perché le formule sono radicalmente cambiate, anche se c’è una riscoperta nell’uso di olî essenziali originali. I profumi moderni contengono ben poco di essenziale a causa degli esorbitanti costi delle sostanze naturali, difficili da reperire o coltivare. Così, come altri ingredienti profumati, che una volta si ricavavano dalle ghiandole di alcuni animaletti, oggi sono realizzati in laboratorio, senza dover più disturbare esseri viventi come gli zibetti, i castori, i cervi tibetani e cinesi o i capodogli, dai quali ultimi è stata ricavata l’ambra grigia, una sostanza fortemente aromatica. Nei laboratori, invece, “nasi” esperti fiutano le fragranze più adatte per la stagione estiva o invernale, per gli sportivi o per i pigri, per bambini, giovani e anziani, per l’amore, per i matrimoni, per l’ufficio, per il relax, per il giorno o per la notte, per ricordi e sentimenti. Insomma un vastissimo assortimento di profumi nei quali è difficile non trovare quello giusto. Ma la ricerca di nuovi profumi non si ferma. Studiosi di botanica tropicale e tecnici specializzati dell’Università di Montpellier, sponsorizzati da importanti aziende di profumeria, si sono serviti di una zattera appesa ad un dirigibile, che posata sulle cime degli alberi della foresta, ha permesso loro di annusare e raccogliere campioni di foglie e fiori, catturando nuove fragranze naturali in momenti diversi del giorno e della notte per ricavarne olî essenziali, ricostruirli chimicamente e trasformarli in nuove fragranze di successo.

Un breve cenno meritano gli odori e i profumi della tavola e della cucina. Chi non riconosce l’odore di un buon ragù, o quello di un arrosto di carne o di pesce, o l’effluvio che esala da una teglia di riso patate e cozze o da quella della pasta al forno? Per non parlare dei profumi che emanano pesce e frutti di mare freschi e, perché no, anche i profumi provenienti da un panificio o da una pasticceria o quelli di Natale?

Ricordo, infine, che l’olfatto è di estrema utilità per segnalarci pericoli come fuga di gas, esalazioni di benzina, incendi, ecc., al pari di quanto fa l’organo di senso dell’udito per gli allarmi sonori. Purtroppo è anche reale il pericolo di “aggressioni” alle delicate strutture sensoriali del nostro odorato, a causa degli innumerevoli attacchi da parte di molti agenti chimici inquinanti, per cui l’importantissima funzione olfattiva subisce continui ‘insulti’. Auguriamoci che non arrivi mai il giorno in cui dell’organo di senso dell’olfatto se ne parlerà solo nella storia della medicina.

 


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IL DIALETTO? UN BENE DA SALVAGUARDARE


10/31/2016 02:01:00 PM

 

È sufficientemente noto che l’utilizzo del dialetto dà una maggiore vivacità e spontaneità anche all’opera letteraria e, spesso, molti scrittori romantici rivalutano il dialetto per la sua vicinanza al popolo. Pertanto il dialetto, chiunque lo usi, rappresenta una risorsa espressiva in più e quanto mai utile a colorire un discorso, una poesia, una prosa, rendendo immediata la sua comprensione.
Il dialetto, quindi, rappresenta un patrimonio da non disperdere in quanto strumento di comunicazione, di cultura, ma anche di tradizioni, usi, costumi. Il dialetto è anche una forma di linguaggio verbale più immediata e nello stesso tempo più sofisticata, in quanto riesce ad imprimere quel tanto di drammatizzazione al nostro parlare, funzionando l’espressione dialettale come efficace rafforzamento del nostro eloquio.

Nel novembre 1999 un gruppo di assessori delle Regioni Veneto, Lombardia, Friuli Venezia Giulia e della Provincia autonoma di Trento, si riunirono a Palazzo Balbi a Venezia stilando un accordo per il recupero, la conservazione e la tutela del dialetto per la salvaguardia delle “tradizioni orali”, mentre il Consiglio comunale di Torino approvò, a larga maggioranza, un ordine del giorno inteso a far riconoscere da parte dello Stato la lingua piemontese, a tutela delle minoranze linguistiche.

È il caso di ricordare che anche Gesù parlava una varietà dialettale dell’aramaico, una lingua appartenente al gruppo occidentale delle lingue semitiche. Lo stesso Vangelo è stato scritto in aramaico, mentre San Francesco, un anno prima di morire, completamente cieco, ma fortemente illuminato, cantò il “Cantico delle Creature” scritto in “volgare”, per non parlare di Goldoni, Edoardo De Filippo, Totò, Gilberto Govi, Trilussa, tanto per citare i più noti.

In riferimento poi al dialetto barese l’elenco di scrittori, commediografi e poeti dialettali è abbastanza lungo e lo spazio non consente di citarli tutti. Ne ricorderò qualcuno, solo a mo’ di esempio: Francesco Saverio Abbrescia, primo poeta dialettale; Alfredo Giovine, con le sue numerose pubblicazioni; Giovanni Panza con il suo libro “La checine de nononne” (Schena), una sorta di bibbia bilingue (italiano e dialetto) della cucina barese; Vito Maurogiovanni, giornalista, scrittore e commediografo di cultura popolare con il suo “Il Teatro” e “U Café antiche” (Levante), per non parlare dei suoi capolavori dialettali, “Jarche vasce”, replicati oltre tremila volte, le cui recite si protraggono da oltre trent’anni, e del dramma teatrale “La passione de Criste”, trasmesso anche da Raitre; Domenico Triggiani, le cui commedie in vernacolo costituiscono un importante contributo teso a recuperare la memoria storica del territorio con i suoi tre volumi di teatro dialettale editi da Levante, Capone ed Editrice Tipografica. Triggiani è altresì autore del primo romanzo storico-satirico in vernacolo barese, “Da Adame ad Andriotte” (Schena), scritto con la moglie Rosa Lettini, con presentazione di V.A. Melchiorre. Grazie a Triggiani, il dialetto barese ha varcato non solo i confini regionali, ma anche quelli nazionali, raggiungendo praticamente tutto il mondo.

I poeti dialettali baresi non si contano: da Francesco Saverio Abbrescia, canonico e primo poeta dialettale barese, a Gaetano Granieri, Giovanni Laricchia, Giuseppe Capriati, Gaetano Savelli, quest’ultimo ha tradotto la Divina Commedia in dialetto barese, Michele Bellomo, Nicola Macina, Onofrio Gonnella (Ogon), Giuseppe Romito, Arturo Santoro, Francesco Lopez, Vito De Fano, Giovanni Panza, Francesca Romana Capriati, Marcello Catinella, Maria D’Apolito Conese, Ettore De Nobili, Giuseppe De Benedictis, Agnese Palummo, Giuseppe Gioia, Peppino Franco, Lorenzo Gentile, Franca Fabris Angelillo, Luigi Canonico, Santa Vetturi, Peppino Zaccaro, Felice Alloggio, Emanuele Battista, i quali ultimi hanno scritto anche commedie dialettali rappresentate con successo. Citati o non citati l’applauso va a tutti.

Anche la medicina ha dato una mano a dare importanza universale al dialetto. Infatti nel 1513 fu pubblicato a Strasburgo un libro intitolato “Der swangern Frauen und Hebammen Rosengarten”, cioè “Il Roseto delle donne incinte e delle levatrici”. L’autore, Eucario Roesslin, medico a Worms e Francoforte, non diceva nulla di originale però lo scriveva in volgare e non in latino, e la pubblicazione divenne il primo manuale per levatrici ed ebbe larghissima diffusione.

Il dialetto, in conclusione, è anche un universo verbale a suo modo “colto”, più colto dell'italiano piatto e banale imposto dai mezzi di comunicazione e degradato dall’uso che ne fanno i giovani attraverso i loro messaggi criptati,

Esprimiamoci quindi liberamente nel nostro dialetto, che rappresenta anche un ulteriore mezzo per abbattere le barriere della comunicazione e, soprattutto, insegniamolo ai nostri figli per conservare nel tempo la memoria storica da tramandare alle generazioni future.

Per restare in tema, eccovi alcune strofe di una poesia di Peppino Franco dal titolo “Dialette bedde mì sì nnu tresore”, nella quale l’autore esprime tutto il suo amore per la lingua dei nostri nonni, ipotizzando che il dialetto è stato inventato da Dio e che fu Lui stesso il primo a parlarlo.



Ci sape quanda volte sò ppenzàte
a cci ha parlàte apprime nu dialette;
fù ’u Paddretèrne acquànne ngi ha creiàte?
Percè nzijme ’o serpènde, Adame ed Eve
e ttutte l’alde ch’onne nate doppe,
s’avèvena parlà trà llòre e llòre,
e nnu segnàle o ’na paròle stève.
E allore certamende le dialette,
iè state ’u Terneddì ca l’ha nvendàte.
………….

 

 

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VITTORIO POLITO, IL CRONISTA INNAMORATO DEL SUO DIALETTO

 


di GRAZIA STELLA ELIA —  Per più di un secolo si è guardato con angoscia (da parte dei sostenitori della cosiddetta “lingua materna”) alla decadenza e sottovalutazione dei dialetti. Oggi possiamo dire che i dialetti non solo resistono, ma si rinnovano. Ben lungi dallo scomparire, come temeva Pasolini, soppiantato dall’italiano regionale, il dialetto è diventato una risorsa ed è salito, dalla considerazione di mezzo espressivo sottoproletario, al rango di lingua letteraria.

Ha detto chiaramente Tullio De Mauro: “Il fiorentino dantesco, prima di essere italiano, era fiorentino, cioè un dialetto”.
 Per quanto riguarda il dialetto barese, si può dire che il cronista Vittorio Polito ne è un difensore e sostenitore accanito. Le sue opere, infatti, tutte pubblicate con Levante editori, mirano a rivalutare tanti lavori letterari di autori dialettali baresi. Citiamo ad esempio il volume ‘ Baresità, curiosità e…’, con prefazione di Corrado Petrocelli.

Un lavoro ponderoso, di oltre quattrocento pagine, che comprende molti capitoli, di cui alcuni sono di autori che hanno inteso dare la propria collaborazione per un libro che tutti dovrebbero apprezzare, possedere, custodire e tramandare. Una fatica che l’autore, nei suoi versi introduttivi, definisce un’esplosione di scintille, una sorella dell’opera precedente.

Nel capitolo “Baresità, curiosità e…” Vittorio Polito si esprime con dovizia di particolari e sfoggia una completa conoscenza di notizie relative a San Nicola e alla Cattedrale; inoltre disserta dello scoglio “Monte Rosso”, della tramvia Bari–Barletta, dei comizi in dialetto, della banda dei ‘fichi secchi’, ecc. Tante pagine di “curiosità” corredate di poesie in vernacolo di vari autori, non accompagnate, purtroppo, dalla traduzione in lingua.(Non una lacuna, ma un grido di dolore, intriso di sensibilità, che lo porta ad escludere dall’appartenenza tutti coloro che snobbano il vernacolo!).

Nelle circa 100 pagine del capitolo le curiosità sono davvero tante e tutte descritte con la perizia di chi ha dedicato tempo e impegno alla ricerca.

Nel capitolo “Le Barise e…” di Felice Alloggio, copioso di pagine come il precedente, fa spicco, con la grazia che la distingue, la poesia “Amòre de marenàre” di Michele Scorcia.

Segue la descrizione di mercati e piazze baresi, con articoli di ogni genere, compreso note interessanti su “La Gazzetta del Mezzogiorno” e “Fiera del Levante”.

È poi la volta dei luoghi di evasione, specialmente vicini al mare, dove i cittadini portano, fra le tante bontà, anche la gustosissima focaccia barese, a cui sono dedicate pagine di meritata apologia.

Si prosegue con la trattazione dei giochi a carte e a biliardo, per finire allo sport che accomuna tutti i tifosi che sono passati dallo stadio ‘Della Vittoria’ al faraonico ‘San Nicola’ con immutata passione e fede nei mitici colori bianco e rosso.

Il capitolo “La Baresità al femminile” non poteva non essere scritto da una donna; ne è infatti autrice Linda Cascella, la quale rivisita le produzioni poetiche di validi autori baresi, per trarne testi relativi alla donna, naturalmente in dialetto barese. Si leggono così, in queste pagine, notizie importanti sulle donne, dalle umili “tabacchine”, alle grandi Isabella d’Aragona e Bona Sforza, il cui “fascino” rimane, per l’autrice e non solo per lei, davvero “irresistibile”.

Eccoci al capitolo “Teatralità del dialetto barese” di Franz Falanga, l’architetto-scrittore, ottima forchetta e grande consumatore di “cialdella”, che considera il dialetto barese “un formidabile strumento da poter utilizzare in una scuola di teatro”.

Ed ecco di nuovo Vittorio Polito con “La baresità di Giovanni Panza”, “L’Università di Bari”, “l’Aula Magna e la baresità”, “I proverbi”, “Magia e superstizione”, “Il gioco del lotto e i Baresi”, “Le feste in Italia e a Bari”, “I soprannomi”, capitoli densi di tradizioni, usi e costumi, peculiarità proprie della gente di Bari: un lavoro di indagine e ricerca senza dubbio encomiabile, se si pensa che il tempo, laddove non vi fosse una registrazione scritta, spazzerebbe tutto, gettandolo nell’oblio.

Ultimo capitolo è “Dedicato a Vito Maurogiovanni”, un omaggio al grande commediografo, instancabile cantore della propria città.

Ma non è tutto. Il libro si chiude con una sorta di appendice, una rassegna di fotografie dal titolo “Sul filo dell’ironia”, a cura di GioCa. Si tratta di foto che evidenziano aspetti architettonici della città di Bari, frontespizi di libri, personaggi…

Un libro importante, dunque, questo di Vittorio Polito, che considera la sua Bari un mare magnum da esplorare e cantare in tutte le sfaccettature, con l’amore di un figlio grato e devoto.

L’intento precipuo e costante di Vittorio Polito è quello di far ritenere il dialetto un mezzo linguistico ricco di importanti contenuti storici ed etici, identitari di chi ci ha preceduti e quindi di noi stessi.

Non è dato sapere se Polito abbia praticato il pugilato, lo sport senz’altro dato il possente fisico atletico conservato nel tempo, ma sicuramente ha amato il grande pugile Alì, recentemente scomparso, e il suo modo di lottare nella vita tanto che ha fatto sua, come stile di vita, una frase di Muhammad che recita “…dentro a un ring o fuori, non c’è nulla di male a cadere. È sbagliato rimanere a terra.” Da ex giornalista Polito non ha messo gli ‘altri’ al tappeto, ma li ha lasciati a ‘terra’, lui volando per altre terre secondo il famoso detto universale che per l’occasione ‘vestiamo’ di dialetto barese: “Ogne bène da la tèrre vène”.

 

 

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I NONNI? RISORSA E NON UN PESO, PER CUI MAI BAMBINI "ORFANI" DI ESSI


— Il 2 ottobre di ogni anno, ricorrenza degli Angeli Custodi, è dedicato alla festa dei nonni, considerati angeli custodi dei bambini. L’idea di dedicare un giorno ai nonni è riconosciuta ad una casalinga del West Virginia, tale Marian Mc Quade. La signora Mc Quade, mamma di 15 figli e nonna di 40 nipoti, iniziò la campagna nel 1970, ma lavorava con gli anziani già dal 1956. Nel 1978, l’allora Presidente americano, Jimmy Carter, stabilì che la festa nazionale dei nonni “Grandparents Day” fosse celebrata ogni anno.

I nonni vivendo un periodo della loro vita meno competitiva, sono più disponibili alla “complicità” ed alla protezione nei confronti dei nipoti. I periodi di vita trascorsi con i nonni difficilmente vengono dimenticati, anzi saranno sempre motivo di dolce ricordo. I nonni essendo depositari di preziose informazioni sulla famiglia, sulla storia, sulle tradizioni, non fanno altro che raccontare ed allargare gli orizzonti dei ragazzi.

Mai fare a meno dei nonni nell’educazione dei figli. È il consiglio che emerge da una ricerca realizzata nel 2001, dall’Associazione Psicologi volontari “Help me”. Sotto accusa, insomma, sono le famiglie che hanno fatto a meno del ruolo educativo dei nonni, della loro dolcezza, della loro saggezza. Infatti i nonni vedono i nipoti con un’altra ottica rispetto ai figli, forse perché non avendo responsabilità dirette nei loro confronti, danno loro amore e affetto.

Il rapporto segnala che il 47% dei bambini cresciuti senza i nonni ha manifestato maggiore propensione alla violenza, in particolar modo i maschietti. Non solo: nel campione preso in esame (di età fra i 6 e i 12 anni), quelli che sono stati privati della figura del nonno, sono risultati più lenti nel processo di apprendimento scolastico (18%); hanno imparato più lentamente a parlare italiano (27%); hanno maggiore difficoltà di integrazione sociale (36%) e hanno più difficoltà a socializzare con gli altri coetanei (15%).

L’assenza del nonno incrementa la visione di programmi violenti dell’80%, facendo aumentare in maniera esponenziale il consumo di pubblicità. “Il nonno nella famiglia tradizionale aveva la funzione educativa – spiega il curatore della ricerca, lo psico-antropologo Massimo Cicogna – non fungeva solo da depositario della memoria familiare e culturale. Con il nonno in casa c’è da parte dei minori anche un maggior senso di educazione civica”.
Un dato allarmante arriva dalla ricerca: chi non ha nonni in famiglia si affida ai consigli mediatici di guru e psicologi televisivi. “L’educatore mediatico – spiega Cicogna – è incolpevolmente un sostituto dell’assenza di questa figura. Il problema non sono gli psicologi del video, bensì l’incapacità oggi dei genitori di integrare con autorevolezza l’assenza del ruolo del nonno”.

Anche Benjamin Spock (1903-1998), famoso pediatra americano, era convinto che “Quando più si sono studiati metodi diversi per allevare i bambini, tanto più si è arrivati alla conclusione che ciò che buone madri, buoni padri e buoni nonni, si sentono istintivamente portati a fare per i loro piccoli, è alla fine la cosa migliore”.

Ma dal punto di vista legale cosa succede. È presto detto. Con il decreto legislativo n. 154/2013, l’art. 317 bis c.c., espressamente dedicato ai “Rapporti con gli ascendenti” (cioè i nonni), dispone che “Gli ascendenti hanno diritto di mantenere rapporti significativi con i nipoti minorenni. L’ascendente al quale è impedito l’esercizio di tale diritto può ricorrere al giudice del luogo di residenza abituale del minore affinché siano adottati i provvedimenti più idonei nell’esclusivo interesse del minore.

Pertanto è quanto mai necessaria la presenza dei nonni nella famiglia, hanno un ruolo insostituibile a far vivere ai piccoli un amorevole rapporto anche con tutti gli altri parenti, per una crescita sana ed equilibrata e contribuire così a non farli sentire orfani” degli stessi

E ricordate che “Nella casa dei nonni, si coccolano i nipoti” !!!

NONÒNNE*

di Vittorio Polito

Iére uagnongídde e stéve vecìne o brascíre
acchiàve nonònne chíne de penzíre
ca m’acchiamendàve sèmbe che tand’amóre
e che nu picche d’emozióne jind’o córe.


A chidde tímbe jinde a le càsere le mamme
crescèvene le figghie sènza dràmme
a la fatìche asselùte l’attàne se ne scèvene
e le nonònne le giornále lescèvene.

Jinde a tùtte le famìgghie de iósce
iè mbortànde de nonònne la vósce.

Che tande chenzìgglie chiàre e terciùte
lóre dónne la stràte a fìgghie e nepùte.


La famìgghie de iósce iè cangiàte,
megghíre e marìte sò scesciàte;
da le càsere se ne vònne fescènne
e a la fatìche la scernáte spènnene.


Acquànne la sére scabbuèscene
jinde a le càsere attùrne rezzuèscene.

Cìtte cìtte nesciùne u sàpe
ca tènene assá penzíre pe la càpe!


A le fìgghie l’aducazióne la dònne,
da la matìne a la sère, le nonònne.

Che tanda delgèzze e saggèzze
l’aiùdene a crèsce sènz’amarèzze.


A nonònne u serrìse de le nepùte
allàsse u córe de prísce e de vertùte,
e a le peccenìnne na dolgia carèzze
trasmètte amóre, affètte e securèzze.


Cange u munne e iè nu peccàte
acquànne jinde a la case non nge sta u fiàte
de nonònne c’agnéve u córe adásce adásce
d’amecìzie, de prísce e de tanda  pásce.



* Poesia vincitrice del Premio speciale del Coordinamento delle A.D.A. di Puglia, Edizione 2013-2014

 

 

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SIGNORILE E GELSOROSSO PRESENTANO "IL PICCOLO PRINCIPE"
IN DIALETTO BARESE

11/10/2015 09:48:00 AM Bari, Cultura e Spettacoli, Libri

“Il Piccolo Principe” di Antoine de Saint-Exupéry, è uno dei libri più conosciuti e diffusi al mondo, anche per le centinaia di traduzioni in tutte le lingue ed anche nei vari dialetti. Ci mancava quella in dialetto barese e ci ha pensato Vito Signorile, attore e direttore artistico del Teatro Abeliano di Bari, che ha dato alle stampe “U Prengepine”, con la “complicità” di Angela M. Lomoro e della “Gelsorosso Editore”.

Secondo Saint-Exupéry “Il Piccolo Principe” è un libro per bambini che si rivolge agli adulti. I vari piani di lettura possibili rendono il libro piacevole per tutti e offrono temi di riflessione alle persone di qualsiasi età.

L’edizione della Gelsorosso, che è indirizzata ad adulti e bambini, è pregevole, poiché contiene anche un CD nel quale Signorile interpreta alcuni capitoli con la sua voce calda e suadente, con lo scopo di facilitare la lettura del dialetto barese.

Scrive Signorile: «Come ogni lingua, anche il dialetto si evolve. Come ogni dialetto anche il nostro stimola dibattiti su come scriverlo, per la mancanza di poche, indispensabili, chiare, condivise regole, e per la testardaggine di soliti saccenti. Bisogna parlarlo e parlarlo, e bisogna scriverlo nel modo più semplice e leggibile. E dunque nel mio dialetto scritto reintrodurrò la j per ottenere, ad esempio, quell’inconfondibile suono gutturale barese nel dire “io” cioè “jì” e manterrò le e,  che sono mute nelle finali e quando non sono toniche, e userò gli accenti e gli apostrofi per semplificare la lettura».

E per darvi un assaggio del leggibilissimo dialetto di Vito Signorile, trascrivo la parte iniziale:
«Tand’e tand’anne fa, acquànne tenève sè iànne, jind’a nu libbre sop’a le forèste de na vòlde, ca se chiamàve “Stòrie vère de la nature”, vedìbbe nu bèlle desègne. Stève scritte: ‘Le serpìnde bò se gnòttene la prède sana sane, senza mastecàlle. Po’ non ze pòdene mòve chiù e dormene sè mise pe deggerì. Me mettìbb’a penzà all’avvendure de la giungle».

Il testo è illustrato con i disegni originali dell’autore che invitano ancor più a leggere il famoso libro di Antoine de Saint-Exupéry… e di Vito Signorile.

Il volume è stato presentato ad un numeroso e qualificato pubblico al Teatro Abeliano, da Vito Signorile, attore, fine dicitore e direttore artistico dello stesso Teatro, da Paola Romano, assessore alla Cultura del Comune di Bari, da Angela M. Lomoro, curatrice del progetto editoriale e da Paolo Comentale, attore e direttore artistico del “Granteatrino”. Presente Carla Palone, editore della Gelsorosso.
Una chicca da non perdere.
Si legge piacevolmente e si apprezza molto il dialetto barese, così come è scritto e che, come è stato detto, rappresenta un plusvalore.

 

 

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LA PASTA TRA STORIA, CULTURA E CURIOSITA'

11/02/2015 07:00:00 PM Attualità, Cultura e Spettacoli, Gastronomia

Un secolo prima di Cristo, Cicerone e Orazio, erano già ghiotti di ‘làgana’ (termine che deriva dal greco ‘laganoz’ da cui il latino ‘làganum’ che designava una schiacciata di farina, senza lievito, cotta in acqua. La forma plurale ‘làgana’, invece, indica strisce di pasta sottile, liscia o leggermente ondulata, fatta di farina e acqua, da cui derivano le nostre lasagne.
In un inventario relativo ad un’eredità, stilato da un notaio nel 1279, si legge testualmente, «una cestella piena di maccheroni». Doveva certamente trattarsi di pasta “secca”, fatto che avrebbe accreditato la paternità ai cinesi.

Aristofane, commediografo greco, in una descrizione di taglio gastronomico, accenna ad una pasta che ricorda il raviolo. Col termine ‘maccherone’, trovato già in uno scritto del Basso Medio Evo, si denominava in quel tempo ogni tipo di pasta, lunga e corta, mentre in Sicilia si definivano ‘maccarones’ le paste ripiene che oggi chiamiamo ravioli. Altre tracce ci portano in Medio Oriente e pare possibile che la pasta secca sia di origine araba. Questa ipotesi è accreditata dai nomi arabi ‘itryya’ e ‘fad’ attribuiti ai fili di pasta di forma cilindrica e ai ‘fidelini’. In terre come la Sicilia e la Spagna, che hanno subito la dominazione araba, l’uso dei due termini continua, trasformati in ‘trii’, ‘fideli’ ed in ‘tria’ e ‘fidear’. 

Recentemente però è stato ritrovato in Cina nella cittadina di Laja, vicino al Fiume Giallo, il più antico piatto di spaghetti: ha infatti 4000 anni. Il capo del gruppo degli archeologi dell’Accademia delle Scienze di Pechino ha dichiarato che: «La pasta ritrovata assomiglia molto agli spaghetti del tipo ‘La-Mian’, realizzati secondo una tecnica tradizionale cinese che consiste nel tirare e allungare ripetutamente a mano l’impasto».    

Nel XVII secolo con la crescita demografica e le conseguenti necessità, approfittando di una piccola rivoluzione tecnologica, la diffusione della gramola e l’invenzione del torchio meccanico, si produce pasta a prezzo conveniente. Nel XVIII secolo la pasta veniva preparata impastando la semola con i piedi, ma il Re Ferdinando II non era contento e ingaggiò un famoso ingegnere per migliorarne il procedimento. Il nuovo sistema proposto consisteva nell’aggiungere acqua bollente alla farina macinata fresca e al subentro di una macchina fatta di bronzo che imitava il lavoro dell’uomo.
Nel 1740 Venezia concede la licenza per aprire il primo pastificio. Nel 1763 il Duca di Parma concede a Stefano Lucciardi di Sarzana, il diritto di privativa per 10 anni, per la produzione di pasta secca nella città di Parma. Agli inizi dell’Ottocento la pasta inizia ad incontrare il pomodoro, ed il ‘matrimonio’ fu felice. Infatti, sino ad allora la pasta era consumata senza condimento o con il solo formaggio. Ma l’uso del pomodoro nella cucina italiana avviene solo alla fine dell’800, poiché fino a quel momento il pomodoro era considerato pianta ornamentale e, secondo una leggenda dura a morire, addirittura pianta velenosa!  

Pietro Barilla nel 1877 apre a Parma un negozio di pane e pasta: con un torchietto di legno produce 50 kg di pasta al giorno. Nel 1891 Pellegrino Artusi ‘inventa’ la cucina italiana. Il suo celeberrimo libro di ricette, che diventa la bibbia dei cuochi, la pasta vi trova ampio spazio.
Nel XIX secolo i trafilai, per movimentare il mercato, cambiano le trafile inventando nuovi e fantasiosi formati. Con la rivoluzione tecnologica che annovera l’invenzione della pressa meccanica continua e si migliora così qualità e igiene del prodotto. 
Nel 1970, sempre a Parma, Barilla inaugura quello che ancora oggi è il più grande pastificio del mondo, mentre alla fine degli anni ’70 si comincia a parlare di “dieta mediterranea”.
L’arte della pasta si serve anche di piccoli elementi fabbricati artigianalmente, in geometrie difficilmente riscontrabili in natura. I ‘ziti’ (una particolare qualità di pasta), prende il nome dalla donna che va sposa, che a Napoli ed anche a Bari, è chiamata  in dialetto ‘zita’. Si tratta della classica pasta per il pranzo di nozze, ma per i baresi i ‘ziti’ rappresentavano anche la trafila per il pranzo della domenica, i quali dovevano essere rigorosamente spezzati a mano (si tratta infatti di una pasta lunga). I bucatini, invece, furono un modo tutto romano di reinterpretare gli spaghetti, mentre a fine ’800 i ditalini (o tubettini) rigati furono chiamati anche garibaldini (?).

Un discorso a parte va fatto per le paste fresche, che a Bari e in Puglia sono rappresentate essenzialmente dalle orecchiette, confezionate a mano con semola di grano duro, acqua, “indice” e “pollice”. E poi le orecchiette si sposano felicemente con ragù, rape, cavoli, sugo alla bolognese, pomodoro, mentre quelle più grandi si possono riempire di carne tritata e cotti in forno. Oggi anche l’industria si è impadronita di questa speciale pasta che viene prodotta con apposite trafile, ma è altra cosa.
La pasta, come detto, rappresenta anche il componente principale nella cosiddetta dieta mediterranea. Per le sue caratteristiche nutritive è ritenuta fondamentale nelle moderne diete sportive, grazie alla bassissima percentuale di grassi e alla presenza di zuccheri composti, in grado di garantire un apporto di energia diluito nel tempo. Ricerche della FAO (Food and Agricultural Organization) hanno dimostrato che un semplice piatto di pasta condita con olio e formaggio rappresenta un’alimentazione completa. Ciò è importante perché dato il costo ridotto, la pasta, almeno in Italia, rappresenta il piatto principale per molte famiglie. Insomma il piatto nazionale.

Ed ora qualche curiosità.
In alcuni scritti del XII e XIII secolo ci sono riferimenti ad “abbuffate di lasagne con formaggio”; Jacopone da Todi nomina la pasta in una delle sue invettive contro il Papa; Boccaccio, nel Decamerone, ne fa un elogio.
Fu solo attorno al 1700, che grazie ad un ciambellano di corte di Re Ferdinando II, Gennaro Spadaccini, e alla idea di utilizzare una forchetta con quattro punte corte (poi diventata di uso comune), la pasta cominciò ad essere servita anche nei pranzi delle corti di tutt'Italia e di là iniziò il suo giro del mondo. La pasta da allora è diventata il cibo più italiano che ci sia, quello che ovunque nel mondo viene istintivamente associato all’Italia
Nel film “Un americano a Roma”, con il mitico Alberto Sordi, ricordiamo le abbondanti forchettate di spaghetti, portate generosamente alla bocca dal nostro grande attore, che rappresentava in quell’epoca l’italiano medio. Quegli spaghetti, mangiati con tanto gusto, erano in grado di far scorrere l’acquolina in bocca a tutti i telespettatori degli anni cinquanta ed, allo stesso tempo, di immortalare questa nostra pasta tutta italiana nel mondo.

La nascita del piatto “pasta alla Norma”, ad esempio, ha una data ben precisa e la si fa risalire all’autunno del 1920, quando Nino Martoglio, poeta e buongustaio siciliano, l’equivalente, per capirci, di Porta per i Milanesi o del Belli per i romani o Fucini per i toscani, accolse una pasta fatta servire dalla sua ospite, Donna Saridda Pandolfini, appartenente ad un'altra celebre famiglia di artisti, con queste parole: “Signura, chista è ’na vera Norma”!!
Questa espressione, omaggio alla capacità culinaria della signora e all’arte magnifica di Bellini, piacque talmente che rimase legata al piatto e fece in breve il giro del mondo. Nacque così la “pasta alla Norma”.
Posso darvi un’altra curiosità?  Volete sapere come si chiamava il soprano che interpretò il ruolo di Norma alla prima assoluta dell’opera alla Scala: Giuditta Pasta. Originale vero?
Infine, nel 1734 Giacomo Casanova compose a Chioggia un sonetto in onore dei maccheroni e ne fece una tal mangiata che venne subito incoronato “Principe dei Maccheroni”, mentre a Napoli quasi contestualmente il popolo cantava:


Chi mogliera vuol pigliare
E fan buono il desinare,
Deve fare un calderon
Tutto pien di Maccheron.

 

 

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GASTRONOMIA E PERSONAGGI CELEBRI
10/22/2015 09:33:00 AM Cultura e Spettacoli, Gastronomia

 

La gastronomia altro non è che il complesso delle regole e delle usanze relative alla preparazione dei cibi. Secondo Guy de Maupassant (1850-1893), la gastronomia «È l’unica passione seria», confermata da Pellegrino Artusi ( 1820-1911), famoso scrittore e gastronomo, autore de «La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene», pubblicato nel 1891, tuttora validissimo, ricorda nella presentazione dell’opera che le due principali funzioni della vita sono: la nutrizione e la riproduzione della specie. Queste poche righe rappresentano il riassunto di una lettera a lui indirizzata dallo scrittore Lorenzo Stecchetti – pseudonimo di Olindo Guerrini (1845-1916) – il quale sosteneva, tra l’altro, che «Se l’uomo non appetisse il cibo e non provasse stimoli sessuali, il genere umano finirebbe presto».

Queste probabilmente le ragioni per le quali  le nostre donne si sono dedicate, per secoli e con tanto impegno, alla preparazione di gustose e appettibili ghiottonerie per soddisfare le esigenze alimentari della famiglia e, soprattutto, per tenersi buoni i mariti.

Lucio Licinio Lucullo (117 a.C.- 56 a.C.), François-René de Chateaubriand (1768-1848), Giacomo Casanova (1725-1798), Vittore Carpaccio (1425-1526), Anthelme Brillat-Savarin (1755-1826) e il marchese Louis  Béchamel (1630-1703), hanno dato il loro contributo, pur non essendo cuochi, a suggerire ricette e condimenti, o a creare aforismi come « Gli animali si nutrono, l’uomo mangia e solo l’uomo intelligente sa mangiare».

Da Casanova, ad esempio, viene la ricetta “Piccioni alla Casanova”, una sorta di piatto a base di carne di volatili, carciofi, funghi e tartufo nero, mentre da Chateaubriand deriva una particolare tecnica di preparazione e cottura di una fetta di filetto. All’artista Vittore Carpaccio è legata, invece, la tecnica di cottura a freddo o di marinatura della carne, più o meno quello che oggi ci preparano i ristoranti. Si racconta che in occasione di una mostra del pittore a Venezia,, una nobildonna, non potendo mangiare cibi cotti, chiese al ristoratore di prepararle un piatto appetitoso. Il cuoco preparò delle sottilissime fettine di carne cruda condite con sale, pepe, limone e varie spezie, che la nobildonna gradì moltissimo, pietanza che incontrò anche il gradimento di altri avventori reduci dalla mostra. Il “piatto” prese così il nome di “Carpaccio”.

A Brillat-Savarin – magistrato e autore del trattato “La fisiologia del gusto” - si deve lo studio di esplorare, mangiare e stare a tavola negli aspetti filosofici, psicologici ed economici. In sostanza considerava i piaceri della tavola funzioni così essenziali da influire su salute, felicità ed anche sugli affari.

Il marchese Béchamel diede il nome ad una salsa, béchamel appunto, che incontrò il gradimento di Luigi XIV, il Re Sole, il quale dispose che la candida salsa guarnisse tutti i piatti. Nell’Italia dell’Ottocento venne chiamata “balsamella”, ma Artusi sostiene che pur equivalente, quella francese è un po’ diversa.

Licinio Lucullo, invece, lega doppiamente il suo nome alla gastronomia. Il primo alla famosa pietanza “Aragosta alla Lucullo”, mentre il secondo è collegato all’aggettivo “luculliano”, che identifica un pasto bilanciato sia quantitativamente che qualitativamente. Oggi, invece, il termine “luculliano” viene attribuito a qualsiasi pranzo ritenuto eccellente.

Lorenzo Stecchetti, sopra ricordato, ritiene che «Non si vive di solo pane, è vero; ci vuole anche il companatico; e l’arte di renderlo più economico, più sapido, più sano, lo dico e lo sostengo, è vera arte. Riabilitiamo il senso del gusto e non vergogniamoci di soddisfarlo onestamente».

 

 

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IL CIMITERO MONUMENTALE DI BARI, NOTE STORICHE

 

La commemorazione dei defunti risale ai tempi dei bizantini i quali celebravano il rito il sabato prima della domenica cosiddetta di Sessagesima, cioè che precedeva a sua volta di due settimane la prima domenica di quaresima.

Il Cimitero è, com’è noto, il luogo destinato alla sepoltura dei morti con i campi, le tombe, le cappelle. Vi sono i cimiteri di guerra o sacrari militari, in cui sono riunite le salme dei soldati caduti nei vari conflitti (Sacrario di Vittorio Veneto, Sacrario dei Caduti d’Oltremare di Bari, ecc.), i cimiteri monumentali, come quello di Bari, con sepolture costituite da cappelle e monumenti di vari stili e quelli militari dedicati a soldati italiani o stranieri.

Per rimanere in tema ricorderò la storia del Cimitero di Bari. Nei primi anni dell’Ottocento, scrive Vito Antonio Melchiorre, era usanza antichissima di seppellire i morti nelle cripte delle chiese, destando preoccupazioni sia per il ridotto spazio, che per l’igiene. Fu così che l’Intendente della Provincia di Bari impartì disposizioni affinché i morti venissero inumati fuori dell’abitato.

E così  i defunti venivano sepolti nelle periferie. Uno dei primi luoghi di sepoltura, fu individuato accanto all’attuale Chiesa di Sant’Antonio (più o meno nei pressi della Caserma Picca), ma essendosi colmato in breve tempo, si pensò ad altra zona nei pressi del Monastero dei Cappuccini,  intorno all’attuale ex Palazzo delle Poste.  Ma dopo tante peripezie, nel 1842  fu scelta la sede attuale, progettata da Francesco Saponieri, un ingegnere bitontino, la cui cerimonia inaugurale fu officiata da Monsignor Michele Basilio Clary, arcivescovo di Bari.

La situazione, col passare degli anni, ridiventò critica per l’aumentare della popolazione, e così intorno all’anno 1885, sindaco Giuseppe Signorile, si pensò di triplicare la superficie e così fu fatto. Ma a distanza di oltre un secolo la situazione non è migliorata affatto e nonostante tutti gli accorgimenti (costruzione di loculi a più piani, ampliamenti, ecc.), fu progettata la realizzazione dell’impianto di cremazione.

Nonostante tutto il Cimitero di Bari confina in più punti con l’abitato, mancando la fascia di rispetto richiesta dalle norme vigenti, ma in compenso abbiamo una significativa presenza di monumenti e opere scultoree, che rendono il nostro Cimitero monumentale.

A tal proposito ricordo che nell’anno 2003, la Regione Puglia, attraverso il CRSEC BA/9 e BA/11, diffuse una pubblicazione dal titolo “Storia e arte del Cimitero Monumentale di Bari” (Levante Editori), di Maria G. Altomare, Angela Colonna, Vito A. Melchiorre, Vincenzo Sblendorio, Vincenzo Velati, Daniela Veneto, con  prefazione di Bartolomeo Servodio e Orsola Chiddo, presentazione di Andrea Silvestri e foto di Giuseppe Pavone, alla quale rimando per gli approfondimenti.

 

 

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Mercoledì 31 dicembre 2014

IL TEMPO, L'OROLOGIO E LA VITA TRA STORIA E CURIOSITA'

 

Ad inizio anno si dice “anno nuovo, vita nuova”, come un augurio o come progetto di cambiare qualcosa nel proprio modo di vivere senza dare eccessivo peso al tempo che scorre inesorabile.

L’uomo, fin dagli albori della sua storia, ha sempre sentito la necessità di disciplinare il trascorrere del tempo. Il sorgere e il tramontare del sole, della luna, l’avvicendarsi delle stagioni e il succedersi di eventi atmosferici, che temeva e subiva, a volte con terrore, divenendo poi pian piano familiari. Fu proprio il sole che suggerì all’uomo il primo strumento di misura del tempo. Il tempo è raffigurato simbolicamente come un vecchio con le ali, che tiene in una mano una grossa falce, nell’altra le bilance, ed il piede destro appoggiato su una ruota che si identifica nel cerchio dello Zodiaco.

‘Fugit irreparabile tempus’ sono le parole di un verso di Virgilio (Georgiche),  che sta ad indicare che il tempo passa. La suddetta frase latina viene semplificata in ‘Tempus fugit’ e campeggia su molti orologi ricordandoci l’inesorabile fugacità del tempo. Ma che cos’è il tempo? È la successione di istanti, intesa come una estensione illimitata, ma tuttavia capace di essere suddivisa, misurata e distinta in ogni sua frazione. È anche la serie più o meno ampia di istanti, compresa entro limiti definiti o vaghi, corrispondenti alla durata di qualche cosa (anno, mese, giorno, ecc.), ma può essere anche lo spazio dell’anno di una certa durata dotato di proprie caratteristiche (estate, inverno, vacanze, carnevale, ecc.), o anche quello che abbiamo vissuto.  Platone lo ha definito «Immagine mobile dell’eternità», mentre la Bibbia (Ecclesiaste 3-1,9), ricorda che ogni cosa ha il suo momento, ogni evento ha il suo tempo: tempo di nascere e di morire, tempo di piantare e sradicare, tempo di piangere e di ridere, tempo di tacere e di parlare, tempo di guadagnare e di perdere, tempo di guerra e tempo di pace, tempo di amare e di odiare, ecc.

Ed a proposito del tempo di nascere e di morire è significativa l’immagine che vede la vita dell’uomo che trascorre sotto l’inesorabile sguardo del tempo.

Quali sono stati gli strumenti con i quali abbiamo misurato il tempo? Il primo orologio fu la volta celeste, infatti, attraverso il sole, la luna, le stelle ed i pianeti si seguivano il passare dei giorni e delle stagioni. Le meridiane misuravano l’ora con la loro ombra. I primi orologi solari furono gli obelischi utilizzati dagli egiziani, intorno al 3000 a.C., la clessidra, l’orologio ad acqua o a sabbia. Quest’ultimo misura l’intervallo di tempo impiegato dall’acqua o dalla sabbia per passare da un vaso ad un altro, per uno stretto foro tra loro comunicante.

Il più complicato strumento di misurazione del tempo fu quello rinvenuto nel 1901 al largo dell’Isola di Antikithera in Grecia, risalente a duemila anni prima. Ghiere e ruote dentate misuravano l’ora e il movimento delle stelle e dei pianeti. Nel XIV secolo, in alcune città europee, appaiono i primi grandi orologi meccanici. Nel 1354 il primo esemplare fece sentire i suoi rintocchi a Strasburgo. Funziona ancora. Nel 1656 lo scienziato olandese Christiaan Huygens (1629-1695), costruì il primo orologio a pendolo, basandosi anche su studi condotti da Galileo nel ’500, con un errore di un minuto al giorno. Il primo orologio elettronico fu costruito dalla Bulova nel 1960, orologio che accompagnò i primi astronauti nello spazio. Il progresso continua, l’orologio da polso ha perso le lancette, diventa sempre più  multifunzionale e grazie a un display a cristalli liquidi, oggi serve anche a telefonare, a tenere un’agenda, misurare battiti cardiaci, temperature, altitudini, ecc. Bill Gates della Microsoft qualche anno fa annunciava la creazione di un cellulare da polso, attraverso il quale inviare e ricevere e-mail o collegarci ad Internet su siti precostituiti.
Oggi è realtà.

Anche il calendario rappresenta un metodo di misura del tempo. Gli egiziani sono stati i primi ad inventarlo e secondo la tradizione fu Romolo a portare il calendario a Roma, mentre attualmente se ne contano almeno quattro: cristiano, ebraico, islamico e giuliano. Va ricordato anche quello perpetuo che è una tabella speciale che consente di trovare rapidamente la corrispondenza fra la data del mese e il giorno della settimana.

Come viene utilizzato il nostro tempo? Pare che gli italiani hanno il primato del tempo libero in Europa. Si prendono uno svago oltre mille volte l’anno. Secondo una statistica dell’ISTAT di qualche anno fa, il 94% delle persone passa gran parte del tempo libero davanti alla TV, ed oggi anche davanti al computer, ai videogiochi, ai cellulari, agli smartphone . Nel 2000 si è registrata una flessione nella lettura: solo il 59% delle persone leggeva un quotidiano, mentre il 38% utilizzava il suo tempo libero in compagnia di un libro. Il cinema era in testa ai nostri svaghi con il 45% delle preferenze, mentre il 17% seguiva i concerti di musica leggera e solo l’8% quelli di musica classica.

Vi sono, infine, numerosi detti a proposito del tempo: «Il tempo non aspetta», riferito a quelle che sono le indifferibili scadenze della vita; «Mettersi al passo con i tempi», ovvero aggiornarsi, adeguarsi alle usanze comuni; «Perdersi nella notte dei tempi», riferito ad eventi che risalgono a tempi remoti e il cui ricordo è vago. Insomma, «Chi ha tempo non aspetti tempo», ovvero non rimandare a domani quello che puoi fare oggi, anche perché un proverbio arabo dice che le occasioni passano come le nuvole, mentre Heinz Piontek (1925-2003), scrittore tedesco, raccomanda: «Non affrettatevi. Viviamo giorni contati».

Curiosità 
L'orologio meccanico nacque intorno all’anno mille e il suo inventore fu Gerberto d’Aurillac (950-1003), monaco benedettino, divenuto Papa con il nome di Silvestro II. In sostanza l’orologio moderno, remoto antenato di tutti i misuratori del tempo, basato su un congegno meccanico, non idraulico, fu inventato da un pontefice di Santa Romana Chiesa. Quindi si può dire che Papa Silvestro II non fece tutto da solo, ma elaborò alcune invenzioni. Senza dubbio però fu il primo ad ideare un orologio con il sistema “a peso”. Il principio, più affidabile dello sgocciolio dell’acqua (che nei mesi freddi poteva gelare bloccando così il meccanismo), appare relativamente semplice: un peso è collegato mediante una funicella, a un contrappeso minore, identico al peso della funicella. Questa è avvolta su un cilindro, la cui rotazione regolare è comandata da una ruota dentata; la rotazione di quest'ultima, a sua volta è regolata da un asse con due denti opposti, che si inseriscono alternativamente girando sul pendolo. L’invenzione di Papa Silvestro II ha una importanza tecnica enorme: si garantiva all’orologio una propria autonomia di funzionamento. Ma chi era questo Pontefice inventore? Un uomo colto, coltissimo dai mille interessi, studioso in particolare di matematica, astronomia, cosmografia. Nacque da una famiglia poverissima in Aquitania (Regione sud-occidentale della Francia), studiò in Spagna ove ebbe contatti con la cultura araba. Il suo interesse nel campo della misurazione del tempo, gli derivò dagli esperimenti effettuati in oriente. Dai cronisti dell’epoca apprendiamo che egli inventò anche un “globo celeste in cui tutti gli astri avevano proprie orbite e propri movimenti e compivano in tempi proporzionati le proprie rivoluzioni”. Si trattava, evidentemente, di un planetario, ma non mancò anche la creazione di un organo a vapore, tutte invenzioni distrutte dopo la sua morte. Silvestro II fu il primo papa della storia a lanciare un appello per la liberazione del Santo Sepolcro dai musulmani che spesso non lasciavano passare i pellegrini in visita alla Terra Santa.

 

 

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Martedì 4 novembre 2014


I FOLLETTI, PARTICOLARI CREATURE DELLE FAVOLE

 

Il folletto è il nome generico che si applica a una categoria di esseri favolosi, creature della fantasia popolare, raffigurato come piccolo di statura, burlone, bizzarro. Ritenuto originatore di sorprese, fatti inverosimili, tiri pericolosi, a volte benefici, assume nomi diversi nei diversi paesi e nelle diverse regioni: salvanello nel Veneto, monacello in Calabria, farfareddu in Sicilia, monachicchio in Lucania ecc.

Rossella Barletta, ha pubblicato un decennio fa, per la collana Pochepagine edita da Schena di Fasano (BR), “Scazzamurieddhri” - I folletti di casa nostra - un volumetto nel quale l’autrice fa un ideale viaggio tra i folletti toccando i vari aspetti di queste favolose creature dell’immaginario popolare nell’ambito delle varie regioni italiane, soprattutto di quelle meridionali. L’autrice si sofferma in particolare sul folletto salentino che ha denominazioni diverse: laurieddhru, scazzamurieddhru, carcalùru e tanti altri, senza trascurare quello tarantino, foggiano o barese. Parlare di uno di essi è come comprendere tutti gli altri, tanto sono impercettibili le varianti.

Il folletto di cui si parla è un piccoletto alto tre spanne, bruttino, fosco, peloso, vestito di panno color tabacco, con cappellino in testa, scalzo, smanioso di possedere un paio di scarpette, sdebitandosi con chi gliene fa dono con un gruzzolo di moneta sonante o indicandogli il luogo ove giace nascosto un tesoro.

L’autrice illustra anche le modalità in uso in alcuni paesi salentini per scongiurare i suoi influssi e conclude con alcune considerazioni, tra le quali quella di «accettare fino in fondo le creazioni idealistiche coincidenti con la realtà per il fatto che il folletto, è un tramite che incarna aspirazioni, desideri o anche paure legate alla condizione umana». Per cui «Sorprendentemente il ruolo svolto da millenarie credenze appare più importante di quanto si possa... immaginare».

E a Bari che succede? Vito Antonio Melchiorre nel suo libro “Storie e patorie” (Adda Editore) ci parla della “fata della casa”, o “uangeue de la bona nove” che secondo la fantasia popolare si troverebbe in ogni casa.

Si tratta, secondo la credenza, di una specie di nume tutelare, invisibile, probabilmente lo spirito di qualche defunto vissuto precedentemente, rimasto a proteggere i nuovi occupanti e, perché no, anche ad aiutarli realmente, a condizione di non rivelarne il segreto a nessuno. In qualche caso, la presenza nelle vicinanze di qualche gufo o civetta, detti ‘malacijdde’ (ossia cattivi uccelli o uccelli del malaugurio), starebbe ad indicare l’imminenza di qualche grave fatto o funesto evento.

Secondo Melchiorre, in questo capitolo, possono rientrare anche le maschere apotropaiche, apposte a protezione sul portone di alcune case, visibili ancora oggi in qualche quartiere della città.

Curiosità - In Irlanda, ove il colore dei prati è di un verde brillante unico, è una terra magica in cui fate e folletti sembrano uscire da ogni angolo.
Il rappresentante irlandese per eccellenza è il ‘Leprechaun’, una specie di folletto dispettoso, che secondo la tradizione irlandese, si nasconde all’origine dell’arcobaleno seduto su di una pentola colma di monete d’oro, e, probabilmente, passeggiando per i prati irlandesi si potrebbe incontrare una di queste strane creature.
Questo curioso nome, apparso per la prima volta nel 1604, deriverebbe dal gaelico (antica lingua di Scozia importata in Irlanda) ‘leipreachán’ che significa piccolo spirito. Il termine sarebbe a sua volta derivato da ‘luchorpán’, cioè spiritello d’acqua. Si ritiene che quest’ultima parola significhi anche mezzo corpo in quanto queste particolari creature del folklore irlandese sono considerate in parte fisiche e in parte spirituali.

 

 

 

 

GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO 27 OTTOBRE 2014

 

 

 

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 MERCOLEDÌ 22 OTTOBRE  2014

GLI ANZIANI? UNA RISORSA ANCHE NELLA POESIA VERNACOLARE. I PREMIATI AL CONCORSO UIL-ADA

 

di Vito Ferri

- Si è svolta presso l’Hotel Excelsior di Bari la cerimonia di premiazione dei partecipanti al concorso di poesie in vernacolo pugliese e, organizzata dall’Unione Italiana Lavoratori Pensionati (UIL Puglia), in collaborazione con l’A.D.A. (Associazione di volontariato per i diritti degli anziani), presieduta dal dott. Rocco Matarozzo.

Sono ormai nove anni che la UIL organizza l’evento dedicato alla poesia nei vari dialetti della Puglia e l’iniziativa, oltre a conservare tutta la sua freschezza, vede ogni anno in crescita sia la partecipazione ed il consenso dei pensionati, che la qualità delle composizioni.
Per l’occasione è stata presentata la IX edizione 2013-2014 dell’Antologia “Il mio cuore, la mia terra, la mia vita” (Levante Editori), che raccoglie tutte le poesie presentate nei vari dialetti con relativa traduzione a fronte e che ogni anno sono sempre più numerose.

Rocco Matarozzo, segretario generale UIL Pensionati di Bari e di Puglia, che firma l’introduzione annota che «Scrivere una introduzione, significa avere la pretesa di prendere per mano il lettore e guidarlo per meglio capire un’opera. Pur nella continuità, anno dopo anno le poesie esprimono qualcosa di nuovo: sentimenti, gioie, dolori. Ricordi belli e brutti, ma anche sofferenze attuali, timori, speranze. E poi trovi insegnamenti, molti insegnamenti per la vita, esperienze vissute e consigli che o fanno bene al cuore o si rivelano, soprattutto per i più giovani, fondamentali per il pragmatico divenire quotidiano».

Il segretario generale della UIL pensionati, Romano Bellissima, scrive nella prefazione che «È molto importante realizzare iniziative che riportino l’attenzione sulle persone anziane, sulla loro condizione, sul loro vissuto e anche sulle loro capacità creative e immaginative. Gli anziani infatti non si preoccupano solo di se stessi, perché questa gravissima crisi li sta penalizzando e dimenticando, ma anche e soprattutto dei loro figli e nipoti».

Numerosi gli autori premiati tra i quali ricordiamo: Giovanni Palmarini di Lecce, primo premio per la poesia “Auschwitz (1949-1945): la tragedia ebrea; premio ex æquo Sezione Bari per le poesie “Tramònde” (Agostino Galati di Palo del colle) e “U Natale jiè de tùtte” (Michele Lucatuorto di Bitetto); sezione BAT assegnato a Sante Valentino di Roma per la poesia “N’angele”; sezione Brindisi a Lucia Delle Grottaglie di Mesagne per la poesia “Sctà chiovi”; sezione Foggia alla poesia “’U testèmènt” di Cesare d’Onofrio di Serracapriola; sezione Lecce alla poesia “Valentina” di Filippo Sabatiello di Bari; sezione Taranto alla poesia “Pescature notturne” di Michele Pulpito.

La Commissione ha assegnato anche due premi fuori concorso a Michele Caldarulo per “U sol’e cecàte” ed a Enzo Migliardi per “O Presedènde du conziglie Mattèe Rènze”.

Numerose le menzioni speciali assegnate e gli attestati di partecipazione consegnati ai tanti poeti presenti alla manifestazione.

Il Premio speciale del Coordinamento della A.D.A. (Associazioni di volontariato per i Diritti degli Anziani), è stato assegnato al nostro collaboratore-scrittore Vittorio Polito per “Nonònne” «Perché con la sua poesia ‘Il Nonno’ ha evidenziato il valore delle persone anziane, risorsa e non peso, nel rapporto tra generazioni: genitori, figli, nipoti. Una poesia che va assolutamente assaporata nel vernacolo perché la traduzione in italiano non fa rivivere le stesse emozioni».

 

Nonònne  di Vittorio Polito             


Iére uagnongídde e stéve vecìne o brascíre
acchiàve nonònne chíne de penzíre
ca m’acchiamendàve sèmbe che tand’amóre
e che nu picche d’emozióne jind’o córe.


A chidde tímbe jinde a le càsere le mamme
crescèvene le figghie sènza dràmme
a la fatìche asselùte l’attàne se ne scèvene
e le nonònne le giornále lescèvene.


Jinde a tùtte le famìgghie de iósce
iè mbortànde de nonònne la vósce.

Che tande chenzìgglie chiàre e terciùte
lóre dónne la stràte a fìgghie e nepùte.


La famìgghie de iósce iè cangiàte,
megghíre e marìte sò scesciàte;
da le càsere se ne vònne fescènne
e a la fatìche la scernáte spènnene.


Acquànne la sére scabbuèscene
jinde a le càsere attùrne rezzuèscene.

 Cìtte cìtte nesciùne u sàpe
ca tènene assá penzíre pe la càpe!


A le fìgghie l’aducazióne la dònne,
da la matìne a la sère, le nonònne.

Che tanda delgèzze e saggèzze
l’aiùdene a crèsce sènz’amarèzze.


A nonònne u serrìse de le nepùte
allàsse u córe de prísce e de vertùte,
e a le peccenìnne na dolgia carèzze
trasmètte amóre, affètte e securèzze.


Cange u munne e iè nu peccàte
acquànne jinde a la case non nge sta u fiàte
de nonònne c’agnéve u córe adásce adásce
d’amecìzie, de prísce e de tanda  pásce.

Il Nonno


Ero ragazzino e vicino al braciere
trovavo il nonno che pieno di pensieri
mi guardava sempre con tanto amore
e con un po’ d’emozione nel cuore.

 

A quei tempi nelle case le mamme
crescevano i figli senza drammi
al lavoro solo i padri se ne andavano
e i nonni i giornali leggevano.

In tutte le famiglie di oggi
è importante dei nonni la voce
che con consigli chiari e d’interesse
aprono la strada a figli e nipoti.


La famiglia di oggi è cambiata,
moglie e marito sono disordinati,
dalle case se ne vanno correndo
e in ufficio la giornata trascorrono.


Quando la sera smettono di lavorare
nella casa attorno girano e rigirano
e silenziosamente, nessuno lo sa,
hanno assai pensieri nella testa!


Ai figli l’educazione la danno
dal mattino alla sera i nonni
che con tanta dolcezza e saggezza
l’aiutano a crescere senza amarezze.


Ai nonni il sorriso dei nipoti
lascia il cuore pieno di virtù
e ai bambini una dolce carezza

Cambia il mondo ed è assai peccato quando
nella casa manca il conforto del nonno
che pian piano riempiva il cuore
d’amicizia, d’allegria e di tanta pace.


A questo punto un giornalista non può esimersi da alcune considerazioni che riguardano tutti: giovani e anziani.

Un uomo di grande spessore culturale, di cui non ricordo il cognome, ci ha lasciato questa frase: “La vecchiaia non è triste perché cessano le nostre gioie, ma perché cessano le nostre speranze”. Sperare di vincere un premio ad un concorso di poesia non può essere una speranza da coltivare con amore e passione? Io non sto parlando della bugia detta in silenzio che ci consente di vivere meglio perché sorretta dalla speranza, ma di quella speranza che, impegnando la nostra mente e il nostro cuore, consente che i pensionati siano non una risorsa per far crescere il PIL dal punto di vista economico, ma per ripristinare il loro diritto a vivere consapevoli di poter fare qualcosa di utile per loro stessi, la società, la famiglia. (I nipoti di Vittorio Polito saranno orgogliosi della poesia scritta dal nonno e tramanderanno ai loro figli e nipoti i volumi che la lungimiranza di Rocco Matarozzo ha ritenuto di stampare!).

Recentemente ad un incontro ‘culturale’ il relatore citando la frase di Oscar Wilde: “La tragedia della vecchiaia consiste non nel fatto di essere vecchi, ma in quello di sentirsi giovani”, ha criticato gli ‘anta’ che vogliono a tutti i costi sentirsi giovani, ossia fare le cose dei giovani. Ebbene coloro che hanno partecipato a questa iniziativa non sono anziani che si presentano in jeans stazzonati, capelli colorati e orecchino al naso, ma sono persone che non negando i loro anni e i loro acciacchi vogliono evitare di essere considerati ‘parassiti’, anzi con la dignità fisica che deriva dall’età e dall’esperienza cercano di invitare la ‘bella gioventù’ ad individuare i… veri parassiti.

 

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http://www.giornaledipuglia.com/2014/10/la-stampa-il-refuso-ed-il-primo-libro.html

Giovedì 16 Ottobre 2014

LA STAMPA, IL REFUSO ED IL PRIMO LIBRO STAMPATO A BARI

- In tipografia e in editoria sanno molto bene cosa significa ‘refuso’, che altro non è che un errore di stampa, di composizione o di scrittura.
Chiaramente la colpa non è solo e sempre imputabile al tipografo o meglio al compositore, figura oggi quasi del tutto scomparsa, dal momento che il computer lo ha sostituito a dir poco nel 90% dei casi, ma spesso è anche di chi scrive (poeta, scrittore, ecc.).
Fino a qualche decennio fa la composizione tipografica avveniva con le singole lettere, la cosiddetta “stampa a caratteri mobili”. In sostanza il compositore prendeva lettera per lettera da appositi cassetti e componeva le frasi e fu così che fu composta nel 1453 in Germania (Magonza) la prima opera tipografica rappresentata com’è noto dalla Bibbia latina di Gutemberg.
Nell’arco di un decennio il lavoro tipografico si diffonde nelle varie città europee, ma l’Italia è privilegiata dai proto-tipografi tedeschi che nel 1464 giungono al Monastero benedettino di Subiaco, già centro importante per la produzione di manoscritti, nel quale vengono pubblicati il “De oratore” di Cicerone e il “De civitate Dei” di Sant’Agostino.
A Venezia i primi stampatori giungono nel 1469, mentre la nuova arte si diffuse rapidamente anche in altre città italiane.
Nella nostra città, Bari, il primo libro è stato stampato nel 1535 con il titolo “Operette del Parthenopeo Suauio”, riprodotto in stampa anastatica pure a Bari nel 1982 dalle Edizioni Levante.

Ma torniamo al refuso, l’errore causato dallo scambio o dallo spostamento di una o due lettere, spesso è dovuto a errati inserimenti di lettere negli scomparti delle casse tipografiche, o più recentemente con l’entrata in funzione della ‘Linotype’, una macchina per la composizione meccanica delle pagine di stampa.
Consiste in una tastiera, collegata a dei ‘magazzini’, ossia a delle cassette in cui vengono conservate le matrici delle lettere, dei segni e degli spazi, che vengono richiamati man mano che il compositore linotipista batte i segni sulla tastiera. In questo caso per correggere eventuali errori era necessario sostituire l’intero rigo e quindi ulteriori pericoli di refusi.
Quando un libro o altro era pubblicato con qualche errore allora si ricorreva alla cosiddetta ‘errata corrige’, cioè si inseriva nel testo un foglio con l’elenco degli errori (o dei refusi) e la relativa correzione.

L’occasione è gradita per segnalare due composizioni poetiche relative al refuso, rispettivamente di Gino Pastore, scrittore nostrano ed autore di una recente “Storia di Capurso” (Levante editori), e di Gianni Rodari (1920-1980), scrittore, pedagogista, giornalista e poeta italiano.

Il refuso

Il nemico più insidioso
per un qualsiasi autore
è il refuso, ch’è ascoso,
invisibile e senza cuore,

tra le pieghe di una frase,
dietro un nome o una data,
in attesa, se si dà il caso,
di scalzarli di soppiatto.

Assai difficile è scovarlo
per qualsiasi correttore,
ché in silenzio, come un tarlo,
rode e corrode il suo onore.

Se di cinquecento pagine
quattrocentonovantanove
suonan d’alto accento,
per un sol refuso, per Giove,

una fatica d’anni ed anni,
per qualche critico solerte
che gufa più d’un barbagianni,
diventa materia inerte.

Allora, evviva il refuso?
Per carità, non l’ho mai detto.
Ma non si giudica, da ottuso,
un’opera da un sol difetto.

Gino Pastore
scrittore

Il refuso


Il refuso è quella cosa
che tu trovi nel giornale
e ci resti molto male
se non sei svelto a capir.

Per esempio: “A Busto Arsizio
cadde ier la prima nave”.
Fatto strano e pure grave,
perché a Busto il mar non c’è.

Leggo poi che, causa vento,
un signor “perde il cammello”.
Una volta era il cappello
che volava in qua e in là.

Buffi ladri, e dico poco,
sono quelli di Subiaco
che nel muro han fatto
un baco per rubar dal gioiellier.

Li hanno presi, meno male.
Li avran messi tosto in cella?
Dice che li han messi in sella.
Ora chi li prende più?

La signora Moriconi,
cuciniera poco accorta,
nel richiudere la torta
s’è schiacciato l’anular.

Il refuso in conclusione
è il burlone del giornale
e può far sorgere il sale
mentre noi s’aspetta il sol.

Gianni Rodari
Da “Filastrocche per tutto l’anno”



Secondo una vecchia massima: «Chi non ha mai fatto un errore, non ha mai fatto una scoperta», il che equivale a dire che «Erriamo tutti, ma in modo differente». Secondo un presidente di un ordine dei giornalisti italiani una volta vi erano i correttori di bozze e i giornalisti, oggi vi sono i giornalisti e i... giornalisti.

Personalmente ritengo che tutti ‘giornalisti’ siano una garanzia di democrazia e libertà e mi fa tornare in mente una frase di Bernard Shaw: «La libertà implica responsabilità per cui molti uomini la temono». La differenza poi la fa la vita: facendo diventare alcuni giornalisti delle ‘firme’ ed altri solo dei firmatari di alcune parole assemblate in libertà (...PAROLA CHE RITORNA SEMPRE!).

Pur essendo un giornalista pubblicista mi considero schierato con i firmatari e all’inizio di questa nota troverete un refuso di nome Vittorio Polito.

 

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http://www.giornaledipuglia.com/2014/08/la-bibbia-i-dialetti-zingareschi-e.html
martedì 5 agosto 2014

LA BIBBIA, I DIALETTI ZINGARESCHI E QUELLO BARESE

Il Concilio Vaticano II ha incoraggiato l’uso delle varie lingue sia per la Sacra Scrittura che per la Liturgia. «La Chiesa – leggiamo nella “Gaudium et Spes” (la Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo) - fin dagli inizi della sua storia, imparò ad esprimere il messaggio di Cristo ricorrendo ai concetti e alle lingue dei diversi popoli; inoltre si sforzò di illustrarlo con la sapienza dei filosofi: e ciò allo scopo di adattare il Vangelo, nei limiti convenienti, sia alla comprensione di tutti, sia alle esigenze dei sapienti. E tale adattamento della predicazione della parola rivelata deve rimanere la legge di ogni evangelizzazione. Così, infatti, viene sollecitata in ogni popolo la capacità di esprimere secondo il modo proprio il messaggio di Cristo, e al tempo stesso viene promosso uno scambio vitale tra la Chiesa e le diverse culture dei popoli». Spetta specialmente agli operatori pastorali tendere verso un più efficace annuncio della Parola, servendosi appunto della lingua e dei mezzi adatti alle necessità dei destinatari del messaggio della salvezza, per far comprendere loro più profondamente i sacramenti, i riti e le celebrazioni.

Monsignor Agostino Marchetto, segretario del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, a proposito di Bibbia e testi liturgici nella Pastorale per gli zingari, in seguito ad una inchiesta sull’argomento, ha parlato anche dei dialetti zingari, l’uso dei quali va modificandosi in seguito alla perdita ed alla standardizzazione. Molti gruppi, ormai sedentarizzati, hanno perso nel corso dei secoli la loro lingua originale adottando una sorta di gergo “zingarico” innestato su strutture della lingua del Paese ospitante. In molti casi c’è anche l’obbligo di usare la lingua della maggioranza della popolazione. Motivo per cui gli operatori pastorali si trovano di fronte ad una molteplicità di lingue o di dialetti che li pone davanti a una scelta difficile: quale lingua utilizzare? In sostanza essi rimangono convinti che sia necessario impartire la catechesi in una lingua comprensibile, e che occorra spiegare la Sacra Scrittura in una lingua parlata.

In Ungheria si identificano quattro gruppi linguistici, con 17 dialetti con un vocabolario molto ridotto. Al posto di quelle mancanti si usano termini ungheresi. In questa varietà sembra che il ‘lovari’ (il dialetto che utilizza un sottogruppo del popolo Rom), sia lo strumento di comunicazione più comune. In Germania, la traduzione dei testi biblici e liturgici in lingua zingara sarebbe un’iniziativa difficile perché esistono ben 25 dialetti, totalmente diversi uno dall’altro. In Olanda vivono circa 36.000 Travellers (viaggianti) olandesi che parlano la lingua comune, cioè l’olandese, anche in Chiesa. I Rom cattolici e ortodossi, circa 4.000, parlano anch’essi l’olandese. Soltanto i Sinti olandesi, quasi 4.000, parlano il romanes (una lingua indoeuropea), che è rimasto però soltanto a livello di lingua parlata, e come tale viene usato anche nella Liturgia durante i loro pellegrinaggi. Normalmente, pure in chiesa, usano però l’olandese.

Negli Stati Uniti d’America la lingua principale dei discendenti degli Zingari Cattolici immigranti è l’inglese. Essi sono arrivati in America dai Paesi dell’attuale Europa Centrale, nella seconda metà del XIX secolo e nella prima metà del XX secolo. La American Bible Society (ABS), organizzazione Protestante con sede a New York, è molto coinvolta comunque nella pubblicazione della Bibbia in varie lingue. Nel 1998, la ABS ha allargato i suoi servizi anche ai Cattolici, ma non vi è stata traduzione biblica in lingua zingara. Allora gli Zingari che non trovano i testi della Bibbia o liturgici nella propria lingua, li richiedono ai Paesi di origine.

Alla Chiesa cattolica in Romania appartengono fedeli zingari di lingua rumena e ungherese. Le celebrazioni, per loro, si svolgono in rito latino e greco-cattolico, in uno degli idiomi citati. In Transilvania, gli Zingari che fanno parte di alcune comunità parrocchiali, partecipano alle celebrazioni in uno dei due riti con relativa lingua. Non si celebra dunque la Messa in lingua zingara. In Serbia e Montenegro gli Zingari delle varie parrocchie sono assistiti pastoralmente in serbo, croato, ungherese e slovacco. In Croazia gli Zingari si trovano nella stessa situazione, partecipano cioè alla Liturgia nelle chiese del luogo e frequentano il catechismo insieme con la gente locale.

In Svizzera si lavora soprattutto con gli Zingari appartenenti al gruppo Jennisch, i quali non parlano più la loro lingua ma usano il francese o il tedesco. Non esistono pertanto traduzioni. Vi è stato comunque un tentativo di un membro Jennisch della Cappellania per gli Zingari di tradurre il Vangelo in tale lingua, incontrando grosse difficoltà a causa della scarsa conoscenza di quella originale, nonché della povertà del suo vocabolario. La lingua usata dalla popolazione zingara portoghese è il ‘caló’ (anche questo un idioma indoeuropeo che utilizza la lingua spagnola frammisto a elementi lessicali arabi), ma essa non ha una forma sistematica, consiste piuttosto in poche parole ed espressioni. Non vi sono, pertanto, traduzioni dei testi biblici e liturgici.
La Costituzione pastorale sulla Chiesa ricorda che «È dovere di tutto il popolo di Dio, soprattutto dei pastori e dei teologi, con l'aiuto dello Spirito Santo, ascoltare attentamente, discernere e interpretare i vari linguaggi del nostro tempo, e saperli giudicare alla luce della parola di Dio, perché la verità rivelata sia capita sempre più a fondo, sia meglio compresa e possa venir presentata in forma più adatta».

E in Italia che si fa? Molti si sono attivati a tradurre in vari dialetti (siciliano, napoletano, calabrese, romagnolo, leccese, abruzzese, barese), alcune preghiere, le più comuni, come ad esempio, il tascabile di chi scrive e di Rosa Lettini Triggiani dal titolo “Pregáme a la Barése – Preghiamo in dialetto barese” (Levante Editori). In sostanza sono state tradotte nell’idioma barese le preghiere di tutti i giorni: dal segno della croce al Padre nostro, all’Ave Maria, ad alcune preghiere a San Nicola, San Pio, Sant’Antonio, inclusi il Credo, i Dieci comandamenti ed il Cantico delle creature di San Francesco, ecc. Insomma un contributo finalizzato ad ampliare le pubblicazioni, sia del panorama religioso che di quello dialettale nostrano. Infine, e non per ultimo, mi piace citare anche la brillante idea del poeta dialettale barese Luigi Canonico, che ha tradotto i Vangeli di Matteo, Marco, Luca e Giovanni (U Vangèle chendate da le quatte vangeliste: Matté, Marche, Luche e Giuanne, veldate a la barése – Pressup Editore).
Un’ardua e complessa opera, dal momento che ha tradotto in un’altra lingua, il barese, senza regole condivise, quanto scritto sulla vita di Gesù. Ed a proposito di regole condivise mi piace ricordare agli “addetti ai lavori” che nulla si porta a termine con l’egoismo, l’arroganza e la discordia.

 

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(da http://www.giornaledipuglia.com/2014/06/il-pane-di-santantonio-e-di-san-nicola.html#.U5sZUctZqcw)


venerdì 13 giugno 2014

 

IL PANE DI SANT'ANTONIO... E DI SAN NICOLA


di Vittorio Polito -

 

Tra le numerose tradizioni popolari vi è quella di offrire in occasione dei festeggiamenti per Sant’Antonio di Padova… e di San Nicola, delle Pagnottelle di pane dalle forme più svariate, che comunemente si chiama “Pane di Sant’Antonio”.

La benedizione e distribuzione, ormai della consolidata tradizione, avviene alla fine di ogni Messa il 13 giugno giorno a lui dedicato.
L’atto simbolico della distribuzione del pane, collegato ad un racconto del frate minore Jean Rigauld, ricordato nella biografia di Sant’Antonio nel 1293, narra un prodigio avvenuto a Padova relativo ad un bambino di appena venti mesi, annegato per colpa della mamma che lo aveva lasciato accanto a un recipiente d’acqua. La donna disperata fece voto che avrebbe dato ai poveri una quantità di frumento pari al peso del bambino, se il Santo lo avesse resuscitato.
Antonio compì il miracolo e da allora nacque la tradizione chiamata “pondus pueri” (peso del bambino) o, pane di Sant’Antonio.
Col tempo questo prodigio ha dato inizio ad una tradizione, ormai consolidata, che prevede l’offerta del pane in occasione dei festeggiamenti di Sant’Antonio per grazia ricevuta o per una particolare devozione al Santo di Padova.


Vito Maurogiovanni, noto esperto di tradizioni e di storia e storie baresi, ricorda nel suo libro “Cantata per una città” (Levante editori), un altro episodio legato alla panetteria-chiesa presente nel centro storico di Bari, nelle immediate vicinanze della Basilica di San Nicola.

Si riferisce a quella di Mimmo Fiore che impasta pagnotte a forma di animali, cestini di fiori e immagini di santi.
Quest’ultima novità è offerta in occasione della festa di San Francesco, protettore dei panettieri, e di San Nicola, protettore della città.
Nella ricorrenza di San Nicola prepara il “pane del marinaio”, un biscotto di pasta con lievito naturale, la famosa “galletta” che un tempo, durante i periodi bellici, rappresentava la scorta dei militari e per i marinai la scorta per i lunghi viaggi.
Le “gallette” che hanno un tempo di conservazione di circa un anno, oggi sono confezionate per i pellegrini che le portano, dopo la benedizione, nei loro paesi in ricordo della visita alla Basilica del grande San Nicola, che considerano una specie di reliquia benedetta nella terra del Santo di Bari

 

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SI PUO' PREGARE SULLA PUNTA DELLE DITA ANCHE IN BARESE


Il Concilio Vaticano II ha incoraggiato l’uso delle varie lingue sia per la Sacra Scrittura che per la Liturgia. La stessa Chiesa si legge nella ‘Gaudium et Spes’ – «fin dagli inizi della sua storia, imparò ad esprimere il messaggio di Cristo ricorrendo ai concetti e alle lingue dei diversi popoli; inoltre si sforzò di illustrarlo con la sapienza dei filosofi: e ciò allo scopo di adattare il Vangelo, nei limiti convenienti, sia alla comprensione di tutti, sia alle esigenze dei sapienti.
E tale adattamento della predicazione della parola rivelata deve rimanere la legge di ogni evangelizzazione. Così, infatti, viene sollecitata in ogni popolo la capacità di esprimere secondo il modo proprio il messaggio di Cristo, e al tempo stesso viene promosso uno scambio vitale tra la Chiesa e le diverse culture dei popoli».
Pertanto gli operatori pastorali si trovano di fronte ad una molteplicità di lingue e di dialetti che li pone di fronte ad una scelta difficile: in quale lingua tradurre?
L’essenziale è tradurre preghiere e Sacra Scrittura in una lingua il più largamente comprensibile. E a Bari non possiamo che utilizzare, dopo l’italiano, il dialetto barese.

Tra le regole per imparare a pregare vi è quella che recita «Anche il corpo deve imparare a pregare» (Gesù si gettò a terra e pregava... (Mc. XIV, 35).
Pertanto non si può escludere il corpo quando preghiamo. Il corpo influenza sempre la preghiera, perché influenza ogni atto umano, anche il più intimo. Il corpo diventa così strumento di preghiera.

La conferma viene da Papa Francesco che, alcuni lustri fa, prima di essere elevato alla guida della Chiesa Cattolica, quando era Vescovo di Buenos Aires, scrisse «La preghiera sulla punta delle dita» coinvolgendo nelle orazioni il corpo e in special modo le dita della mano, suggerendo un piccolo ausilio, utile a tutti, per facilitare ed aiutare a pregare.
Allo scopo di dare maggior forza e comprensione al suggerimento di Sua Santità e nello spirito del Concilio Vaticano II, abbiamo tradotto, liberamente in dialetto barese, «La preghiera sulla punta delle dita», auspicando che in dialetto si possa raggiungere più facilmente Dio.

LA PREGHIERA SULLA PUNTA DELLE DITA DI PAPA FRANCESCO



Papa Francesco consiglia di recitare
una preghiera sulla punta di ciascun
dito della mano.



1. Il pollice è il dito più vicino a te.
Comincia quindi a pregare per coloro
che ti sono più vicini.
Sono le persone di cui ci ricordiamo
più facilmente.
Pregare per le persone a noi care è
“un dolce obbligo”.

2. Il secondo dito è l'indice.
Prega per quelli che insegnano,
educano e curano: gli insegnanti, le guide, i
medici, i sacerdoti...
Hanno bisogno di sostegno e saggezza
per indicare la via giusta agli altri.
Ricordali nelle tue preghiere, sempre.

3. Il medio è il dito più alto.
Ci ricorda i nostri governanti.
Prega per il presidente, per i parlamentari,
per gli imprenditori e gli amministratori.
Sono le persone che dirigono
il destino del nostro Paese
e guidano l’opinione
pubblica.
Hanno bisogno della guida di Dio.

4. Il quarto dito è l’anulare.
Molti saranno sorpresi,
ma questo è il nostro dito più debole,
come può confermare
qualsiasi insegnante di pianoforte.
E’ li a ricordarci di pregare per i più deboli,
per chi ha problemi da affrontare,
per i malati. Le preghiere per loro
non saranno mai troppe.
L’anulare ci invita a pregare anche per
le coppie sposate.

5. E per ultimo c'è il nostro dito
mignolo, il più piccolo di tutti,
come piccoli dobbiamo sentirci
di fronte a Dio e al prossimo.
«Gli ultimi saranno i primi»,
dice la Bibbia.
Il mignolo ti ricorda di pregare per te stesso.
Solo quando avrai pregato
per i bisogni degli altri,
potrai capire meglio quali siano
le tue vere necessità
e guardarle dalla giusta prospettiva.


PREGHÍRE SÓPE A LA PÒNDE DE IÒGN'E DISCETE DE LA MÁNE


Libera traduzione in dialetto barese di
Vittorio Polito e Rosa Lettini Triggiani


Pape Frangìsche consìglie de dísce
na preghíre sópe a la pònde de
iògn’e dìscete de la máne.



1. U dìscete grèsse iè cùdde chiú vecìne a tè. Acchemìnze quinde a pregá pe chìdde
ca te stònne chiú vecìne
e te vènene a mènde chiú spìsse.
Pregá pe lóre iè dòlge assá.

2. U seconde dìscete iè l’ìndece.
Príghe pe chìdde ca nzègnene,
aduchèscene e cùrene: maièste, guìte,
mídece e saciardóte...
Iàvene abbesègne de sestègne e sapiènze
pe petè indicá a l’àlde la strata giùste.

3. U dìscete de mènze iè u chiú
iàlde.
Nge fásce penzá a le ghevernànde nèste.
Prìghe pu presedènde, pe le polìdece,
pe l’industriàle e pe chìdde ca cùrene
la cósa pùbbleche.
Sò lóre ca decìdene u destìne
de la pàdrie e du pòbble.
Dì l’àva guìdá e lumená.

4. U quarte dìscete iè l’anulàre.
Non tutte u sàpene,
ma iè cùsse u dìscete chiú dèbbue,
cóme póte combermá
qualùngue maièste de piáne.
Sta dá a recherdànge de pregá
pe le chiú dèbbue, pe ci téne probblème,
pe le malàte.
Le preghíre pe lóre non sò má abbastànze.
L’anulàre nge mbìte a pregá pure
pe le còppie spesàte.

5. U l’ùldeme iè u mìgnue,
u discete chiú peccenùnne de tutte,
cóme peccenùnne nge avìma sendì nú
nanze a Dì e o pròsseme.
«L’ùldeme hanna ièsse le prime»,
dísce la Bibbie.
U mìgnue t’arrecòrde de pregá pe tè stèsse.
Soldànde quànne si pregàte
pe le besègne de l’alde,
àda petè capì mègghie
de ceccóse tu ià adavére besègne.

Il modo di pregare è ripreso dal tascabile “La preghiera sulla punta delle dita” della collana “Un pensiero per te”, a cura di Renzo Sala, (Edizioni San Paolo 2013).

 

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IL GIORNALISTA D'OGGI

 


Il lavoro del giornalista è essenzialmente quello di rispettare, coltivare e difendere il diritto all’informazione, ricercando e diffondendo notizie che ritiene di pubblico interesse, scivendo sempre la verità. Il suo lavoro è ispirato ai principi della libertà d’informazione e di opinione previsti dalla Costituzione e regolato anche dalla legge n. 69 del 3 febbraio 1963.
Tra i suoi doveri vi è quello di rispettare la persona, la sua dignità, il suo diritto alla riservatezza e non dovrebbe discriminare nessuno per la sua razza, religione, sesso, condizioni fisiche o mentali, opinioni politiche, ecc.
Solitamente è un professionista serio e scrupoloso che si dedica con passione al suo lavoro, con il senso di curiosità che lo contraddistingue, curiosità che lo porta ad attingere notizie da ogni dove, a partecipare a conferenze-stampa, a presentazione di libri, insomma ad ogni sorta di evento per poter dare, possibilmente, in anteprima notizie e resoconti al lettore.

Ha il suo protettore, San Francesco di Sales, che si festeggia il 24 gennaio, considerato anche pioniere del volantinaggio, dal momento che faceva scivolare messaggi religiosi su foglietti che provvedeva a far inserire sotto gli usci o incollandoli sui muri.
Oggi l’attività giornalistica è un po’ cambiata anche perché alla carta stampata si è aggiunta quella online per cui il numero degli addetti è aumentato notevolmente, anche se non tutti sono iscritti all’Ordine. Ma al di là di diritti e doveri mi piace sottoporre all’attenzione dei colleghi e dei lettori queste quattro strofe che ho dedicato al “Giornalista di oggi” (U giornaliste de iósce), che lo vede scrupoloso professionista e decoroso lavoratore, che corre sempre di qua e di la nel tentativo di arrivare sempre primo con la notizia dell’ultim’ora. Senza trascurare quell’altra lunga schiera di giornalisti che si dedicano ai fatti della cultura, della politica, della giustizia, dello sport, dell’economia, del gossip, ecc.. Insomma tutti lavoratori che insieme al Direttore o ai Capi Redattori sottopongono ogni giorno fatti e misfatti del nostro Bel Paese o della nostra bella Bari ed ai quali tutti auguro buon lavoro.

U GIORNALÌSTE DE IÓSCE

Fadegatòre e nzìste nzìste
ié vére segnóre u giornalìste
ca fescènne da dó e da dá
téne sèmbe iàlde la dignetá
e pure ce fatìche mènz’a le stràte
che le crestiàne assá desgraziàte,
mandéne vive u onóre
ca téne stritte stritte jind’ò córe.

Che tànda delgèzze e serenetà
a l’informazióne dá libertá
mandenènne che decisióne
u respètte de la Chestituzióne!

Sópe o lavóre iè nu tresóre;
suse e sòtte, pe ióre e ióre
va scheprènne a ògne pendóne
le bescì du mbrestulóne
e fescènne fescènne o giornále,
cu segréte professionále
s’amméne a la redazióne
e cònde le fatte d’ògne nazióne.

U ambiènde iè assá ’mbortànde
percè dá s’àcchiene tutte quande
ca, pertànne le netìzie o direttóre,
cóme ce fòssere fràte e sóre,
se scàngene na grànne chellaborazióne
chiéna chiéne de tanda struzióne
e che nu picche de díscia dísce
fàscene u pòste assá de prísce.
Iè u chiú mègghie rè u prengepàle
ca fásce assì nu giornále
ca, che scritte nderessànde
dá culdùre a tùtte quande.

Ognedùne, biànghe o gnóre,
póte lésce a ògn’e ióre
e canòsce ogne pendóne
pure ce non sàpe la religióne.

IL GIORNALISTA DI OGGI

Lavoratore e scrupoloso
è vero signore il giornalista
che correndo di qua e di là
ha il decoro sempre alto
e anche se vive nelle strade
con le persone assai sciagurate,
mantiene vivo l’onore
che ha stretto stretto nel cuore.

Con tanta dolcezza e serenità
all’informazione dà libertà,
mantenendo con decisione
il rispetto della Costituzione.

Sul lavoro è un tesoro;
su e giù, per ore ed ore
va scoprendo a ogni angolo
gli inganni dell’imbroglione
e velocemente al giornale,
col segreto professionale
si precipita alla redazione
e racconta i fatti di ogni nazione.

L’ambiente è assai importante
perché là si ritirano tutti quanti
che, portando gli articoli al direttore,
come fossero fratelli e sorelle,
si scambiano grande collaborazione
piena piena di tanta istruzione
e con un po’ di chiacchiericcio,
rendono il posto assai allegro.

È il miglior re il principale
che fa uscire un giornale
che, con articoli assai interessanti,
dà cultura a tutti quanti.
Chiunque, bianco o nero,
può leggere ad ogni ora
e conoscere ogni luogo
pur se ignora la religione.

 

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3  OTTOBRE 2013

A proposito di “Pregáme a la Barése” di Vittorio Polito e Rosa Lettini Triggiani

Vittorio Polito è tra  i pochi  ricercatori (viventi) della nostra terra, da meritare l’appellativo di ‘Archeologo della tradizione pugliese’.
È un instancabile divulgatore di  cultura e saggezza, grazie alla quale si può apprezzare, in tutto il suo spessore, il modo di essere dei baresi.

Amico dei più grandi studiosi degli usi, costumi e vicende della regione, con  passione e orgoglio puro, riesce a indicare strade, corti e vicoli nei quali si ode ancora l’eco del bel dialetto (quello elegante, delle cui sonorità vibra la vita  autentica) e la storia di uomini capaci di riconoscere  nell’altro la vera ricchezza.
Vittorio, insieme a Rosa Lettini Triggiani, ci ha regalato il tascabile di “Preghiere” trafugate letteralmente all’oblio.

Il piccolo libro:  “Pregáme a la barése” (Levante Editori, pagine 95 -  € 10), non solo ha il merito di restituirci le sonorità vellutate del dialetto, le cui musicalità possono essere apprezzate se si rispettano gli accenti,  ma ci offre un ventaglio di litanie, per ogni avvenimento dell’esistere che è dono di modi di sentire.
Attraverso le preghiere, il dialogo intenso dell’uomo con l’Altissimo si riconoscono, prima ancora del colore delle parole, nel ritmo e nella cadenza ben calibrata, l’intensità della fede, gli stati d’animo di gente abituata a solcare il mare senza farsi abbattere dai venti contrari.
È un lavoro che salva la storia ed il vernacolo dal rumoroso, asfissiante e ingombrante quanto prevaricante forma sguaiata di usarlo. Il volume si avvale della presentazione di p. Lorenzo Lorusso o.p., Priore della Basilica di San Nicola di Bari.

Tutta l’opera di Vittorio Polito libera il dialetto da ogni volgarità e banalizzazione, prende le distanze da ogni associazione mentale che lo evoca come la voce dell’ignoranza e stupidità.
Leggendo, anzi accogliendo l’invito a “pregare in dialetto barese”si potrà cogliere il palpito dei sentimenti, il fascino e la dignità di certo modo di orare che nella franchezza e capacità comunicative ha note magnifiche, ossigeno per il cuore che si volge a Dio.

Vittorio Polito è giornalista pubblicista, collabora con riviste e giornali, ha pubblicato alcuni volumi dedicati alla Baresità, tradizione e storia Pugliese ricevendo molti riconoscimenti.
Rosa Lettini Triggiani è attrice e scrittrice. È studiosa e ricercatrice del dialetto barese, soprattutto in relazione alla  grammatica. È autrice insieme al marito Domenico Triggiani del volume “Da Adàme ad Andriòtte” (romanzo storico-satirico in dialetto barese).

 di Piero Fabris -

 

2 OTTOBRE 2013

La UIL premia gli anziani che si dimostrano una risorsa anche nella poesia

Si è svolta presso l’Hotel Excelsior di Bari la cerimonia di premiazione dei partecipanti al concorso di poesie in vernacoli pugliesi, organizzata dall’Unione Italiana Lavoratori Pensionati (UIL), in collaborazione con l’A.D.A. (Associazione di volontariato per i diritti degli anziani).
Sono ormai otto anni che la UIL organizza l’evento dedicato alla poesia nei vari dialetti della Puglia e l’iniziativa, oltre a conservare tutta la sua freschezza, vede ogni anno in crescita sia la partecipazione ed il consenso dei pensionati, che la qualità delle composizioni.

Per l’occasione è stata presentata l’VIII edizione 2012-2013 dell’Antologia “Il mio cuore, la mia terra, la mia vita” (Levante Editori), che raccoglie tutte le poesie presentate nei vari dialetti con relativa traduzione a fronte e che ogni anno aumentano sempre di più. Rocco Matarozzo, segretario generale Uil Pensionati di Bari e di Puglia, che firma l’introduzione scrive che

«È un onore e un piacere scrivere, ogni anno, l’introduzione all’antologia di poesie. Ed ogni anno sembra sempre più difficile. Poi, appena si inizia, tutto si risolve come per magia, perché appunto, “magicamente” scopri che di poeti ce ne sono dei nuovi e soprattutto che le cose che dicono tutti sono diverse e piene di contenuti. Ciò che più colpisce è che di anno in anno le menti si affinano e quanti hanno iniziato per gioco oggi si affiancano, quasi alla pari, ai poeti di elevata caratura».
Il segretario generale della UIL pensionati, Romano Bellissima, scrive nella prefazione che
«È importante ribadire con ogni mezzo, anche con un concorso di poesie in vernacolo, il valore della memori e del vissuto delle persone anziane, da sempre portatrici di ideali di condivisione e comunità, di capacità di fare sacrifici per il bene comune, di sobrietà nei consumi e negli stili di vita».

Numerosi gli autori meritevoli di essere premiati e ricordati, ma come sempre vi sono perle che vanno esaltate per la grande forza poetica. Il primo premio è stato assegnato a Lucia Delle Grottaglie di Mesagne per la poesia “L’urtumu arvulu ti aulja” (L’ultimo albero di ulivo); i premi per la Sezione Bari sono stati assegnati a Michele Caldarulo per “Caccà” (Balbuziente); A Vincenzo D’Acquaviva per “U Gnùrəchə ’nguèrpə” (Il groppo in corpo); ad Agostino Galati per “Sorriso”. Per la Sezione Bat sono stati premiati: Felice Dimonte, Sante Valentino; per Brindisi, Apollonia Angiulli; per Foggia, Mario Iannacci; per Lecce, Rosanna Gabellone; per Taranto Antonio Spada. Premi speciali sono stati assegnati a Concetta Conte ed Angela Tragni


Vittorio Polito

Numerose le menzioni speciali tra le quali figurano i nomi di Michele Lucatuorto per la poesia “Tembòrale” (Temporale); Vittorio Polito per la poesia “U Tréne de la vite” (Il treno della vita); Santa Vetturi per “Serafine” (Serafina) e Giuseppe Zaccaro per “U trène de la tèrra noste” (Il treno della nostra terra). Altrettanti numerosi i diplomi di partecipazione consegnati a Vita Corallo per “U Eure” (L’Euro); a Vito Antonio Corsini per “ U munne de josce… ce cose sta seccète!” (Il mondo di oggi… cosa sta succedendo) e “La Pasque de Resurrezzione” (La Pasqua di Resurrezione); a Vincenzo D’Acquaviva per “Uagnangéddare” (Ragazzini); a Tonino Fonzeca per “Lupràne” (Leporano); a Giuseppe Gioia per “La serène” (La sirena) e “Museche” (Musica); a Michele Lucatuorto per “U’ attòre còmeche” (L’attore comico); a Vittorio Polito per “U giornaliste de iòsce” (Il giornalista di oggi); a Santa Vetturi per “U paravìjse vere” (Il paradiso vero); a Nicola Vitale per Vot’Andònie vot’Andònie” (Vota Antonio). Fuori concorso le poesie di Antonella Agape “La notte”; di Antonio Salvatore Landolfo “Caru amore mia” e “La nuvoletta” e, infine, di Enzo Migliardi “U sindacàte de la UIL penzionate” (Il sindacato della UIL pensionati). Il nostro collaboratore Vittorio Polito, si è aggiudicata la coppa con la menzione speciale per la poesia “U Tréne de la vite” (Il treno della vita), che di seguito riportiamo.

 

U tréne de la vite

Le giùvene de la redazióne,
che tand’aggarbàta seggezióne, m’addemànnene sèmbe u motìve
ca me fásce ièsse attìve
attìve cóme crestiáne ca non se stanghe
che la capa biànga biànghe,
ca da la matìne che volondá
va sèmbe fescènne dó e dá
e cóme fòsse nu uagnongídde,
chíne de prísce e de cervídde,
allàsse attùrne chèdda fresckèzze
ca de gevendù iè dòlgia brèzze.

Care giùvene, ve digghe cu córe
ca cusse mbìte iè tradetóre
e a respònne m’àgghia arrènne
allassànne u mbègne o Padretérne.

Ve pòzzeche dísce da crestìáne
ca sènghe nguèdde na máne
de ngualchedùne ca da lendáne,
me vóle béne e cóme a n’attáne
me spènge a scì sèmbe chiú nànze,
chiáne chiáne e senz’arrogànze,
e m’appìcce chèdda lúsce
ca m’auànde e me fásce fúsce
cóme a nu vagóne carresciàte
da nu tréne ca acceleràte
mbrìme pìgghie stràte
e scènne scènne, scapeceràte,
pìgghie na bèlla veloscitá...

l treno della vita

I giovani della redazione,
con tanta delicata soggezione,
mi domandano sempre il motivo
che mi rende attivo attivo
come persona che non si stanca,
con la testa bianca bianca
che dal mattino con volontà
va sempre correndo qua e là
e come fosse ragazzino,
pieno d’allegria e intelligenza,
sparge attorno quella freschezza
che di gioventù è dolce brezza.

Cari giovani, vi dico col cuore
che questo invito è traditore
e a rispondere mi devo arrendere
lasciando l’impegno al Padreterno.

Vi posso dire da uomo,
che sento addosso una mano
di qualcuno che da lontano,
mi vuol bene e come un padre
mi fa andare sempre più avanti,
pian piano e senza arroganza,
e mi accende quella luce
che mi cattura e mi fa correre
come un vagone trasportato
da un treno che accelerato
velocemente prende strada
e procedendo, sbizzarrito,
prende una bella velocità...



di Vito Ferri

http://www.giornaledipuglia.com/2013/10/la-uil-premia-gli-anziani-che-si.html

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2 OTTOBRE, ANCHE I NONNI HANNO UNA FESTA

 

Il 2 ottobre ricorre La Festa dei Nonni, introdotta negli Stati Uniti nel 1978, ufficializzata in Italia con la Legge 159 del 31 luglio 2005. Una giornata a loro riservata, una ricorrenza per celebrare il ruolo di queste figure all’interno delle famiglie e della società. I nonni hanno lo straordinario potere di trasmettere non solo emozioni, ma sono importanti anche per la vita familiare.

Una ricerca effettuata un decennio fa dall’Associazione Psicologi volontari “Help me”, suggerisce di non fare mai a meno dei nonni nell’educazione dei figli. Dallo studio su 500 bambini socialmente disagiati è risultato che quelli cresciuti senza “anziani” hanno più problemi di inserimento sociale. In sostanza il ruolo educativo dei nonni, la loro dolcezza e la loro saggezza sono indispensabili alla loro crescita. Uno dei motivi è quello che i nonni vedono i propri nipoti, ed i bambini in genere, con un’ottica diversa dei genitori per cui danno loro solo amore e affetto. Il rapporto della ricerca segnala che il 47% dei bambini cresciuti senza i nonni ha manifestato maggiore propensione alla violenza, in particolar modo i maschietti.
Non solo: nel campione preso in esame (di età fra i 6 e i 12 anni), quelli che sono stati privati della figura del nonno, sono risultati più lenti nel processo di apprendimento scolastico (18%); hanno imparato più lentamente a parlare italiano (27%); hanno maggiore difficoltà di integrazione sociale (36%) e hanno più difficoltà a socializzare con gli altri coetanei (15%). Secondo la stessa ricerca, almeno un uomo in famiglia ha reso i bambini più bravi a scuola (19%), meglio disposti verso gli altri coetanei (22%), più educati (38%), meno sensibili ai messaggi della TV e della pubblicità (47%).
Non solo: pare che il nonno e la nonna incidono sul processo di autostima del processo educativo del bambino nel 52% dei casi dove, secondo il rapporto, la presenza del genitore “anziano” ha reso il soggetto di gran lunga più sicuro di sé.
L’assenza del nonno incrementa la visione di programmi violenti dell’80%, facendo aumentare in maniera esponenziale il consumo di pubblicità. «Il nonno nella famiglia tradizionale aveva la funzione educativa – spiega il curatore della ricerca, lo psico-antropologo Massimo Cicogna – non fungeva solo da depositario della memoria familiare e culturale. Con il nonno in casa c’è da parte dei minori anche un maggior senso di educazione civica». Un dato allarmante arriva dalla stessa ricerca: chi non ha nonni in famiglia si affida ai consigli mediatici di guru e psicologi televisivi. «L’educatore mediatico – spiega Cicogna – è incolpevolmente un sostituto dell’assenza di questa figura. Il problema non sono gli psicologi del video, bensì l’incapacità oggi dei genitori di integrare con autorevolezza l’assenza del ruolo del nonno».

Anche Benjamin Spock, il famoso pediatra americano, era convinto che «Quando più si sono studiati metodi diversi per allevare i bambini, tanto più si è arrivati alla conclusione che ciò che buone madri, buoni padri e buoni nonni, si sentono istintivamente portati a fare per i loro piccoli, è alla fine la cosa migliore». Un particolare ruolo assumono le nonne che, custodi della memoria, sono educatrici sempre disponibili ad accogliere ed accompagnare i nipoti a passeggio od a seguirli nello studio o nelle attività ludiche. Insomma un particolare legame di tenerezza.
Ma dal punto di vista legale cosa succede? È presto detto. Ufficialmente, secondo la legislazione vigente, non è sancito un diritto dei nonni ad avere uno spazio proprio nel rapporto con i nipoti, specie nel caso di figli di genitori separati, e quindi non esiste neanche un diritto del minore ad avere una relazione autonoma con i nonni. Ma, in questo caso, una sentenza della Cassazione (9606/98) ha stabilito che «Anche i nonni hanno diritto di vedere quotidianamente i nipotini, figli di genitori separati. Questo è l’innovativo principio sancito dalla prima sezione civile della Corte di Cassazione, che evidenzia l’importanza di un legame - quello tra nonni e nipoti - fondamentale per la vita familiare» e riconosciuta anche dalla Costituzione.
Numerose sentenze, in ogni caso, sono a favore dei nonni che, comunque, hanno il diritto di vedere i nipoti.
Pertanto la presenza dei nonni nella famiglia è quanto mai necessaria dal momento che hanno un ruolo insostituibile a far vivere ai piccoli un amorevole rapporto anche con tutti gli altri parenti, per una crescita sana ed equilibrata e contribuire così a non farli sentire “orfani” dei nonni.

E per concludere La preghiera dei Nonni.

Padre onnipotente e buono,
il compito che come nonni ci affidi è un ministero di gioia!

È la tua Speranza che si fa visibile!
Aiutaci ad imitare Te,
che non abbandoni nessuno di quanti in Te confidano,
ma li sostieni con amore fedele.

Fa’ che trasmettiamo ai nostri nipoti con le carezze,
l’attenzione, l’ascolto,
la bellezza del Tuo dono più grande: la vita!

 

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In ogni angolo d’Italia numerose sono le comunità grandi e piccole che organizzano nel corso dell’anno feste e sagre di ogni genere: religiose, laiche, tradizionali, tutte manifestazioni che danno, sotto certi aspetti, una identità alle nostre città ed al nostro Paese. Pietro Sisto, docente di Letteratura italiana e di Storia del libro e dell’editoria nella Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Bari, ha pubblicato recentemente per i tipi della Progedit, il bel volume “I giorni della festa – Miti e riti pugliesi tra memoria e realtà” (pagg. 208, € 27), che raccoglie opportunamente modificati, integrati ed illustrati, una serie di articoli apparsi sulle pagine culturali della “Gazzetta del Mezzogiorno”. L’autore accompagna i suoi lettori in una interessante lettura-passeggiata tra i miti ed i riti che si svolgono nella nostra bella Regione attraverso una serie di feste, per lo più religiose, senza trascurare quelle laiche. Sisto in sostanza si sofferma sul significato e sul ruolo ricoperto nella società tradizionale e in quella odierna dalle feste, esaminate non solo come veri e propri beni culturali immateriali da conoscere e tutelare, ma anche come interessanti testimonianze della complessa, contraddittoria transizione dal mondo pagano a quello cristiano e cattolico. Sisto da esperto della materia illustra in una serie di capitoli il corteo delle festività che scorrono durante l’anno: da Natale alle “Fanove” di Castellana, a Sant’Antonio Abate, protettore degli animali, al Carnevale, ai colori ed ai suoni della Pasqua, agli amori e i canti del calendimaggio (cantate di maggio), al culto Mariano nelle grotte e nei boschi, alle feste dell’Ascensione e del Corpus Domini, della magica notte di San Giovanni e così via. Insomma l’autore descrive con competenza l’antica vocazione della gente del Sud finalizzata a trasformare vicoli, strade e piazze dei paesi in grandi palcoscenici illuminati sia dal sole che da migliaia di lampadine iridescenti, animati da un ‘esercito’ di personaggi multicolori che avanzano sulla scena tra uniformi, gioielli preziosi e poveri ex voto. Ma la storia non finisce qui, si parla anche dell’arte della pirotecnia, dei palloni aerostatici, di San Rocco, la peste e il colera, del culto dei morti e della notte di Halloween, di Santa Lucia dei tarocchi e dei calendarietti dei barbieri. Un viaggio nel tempo che aiuta il lettore a comprendere la realtà della Puglia, nella quale nei giorni di festa continuano a sfilare Santi e Madonne, Confraternite e bande in un irripetibile spettacolo di luci, suoni, colori e sapori. Una miscela di sacro e profano. Completa il volume una simpatica Antologia con varie curiosità (lettera al Papa sulla riforma delle feste, la Settimana Santa a Trani, l’Ascensione ed il Corpus Domini a Putignano, la festa della Madonna della Scala a Massafra), una bibliografia ed un indice della numerose immagini presenti nel testo. Una bella ed utile strenna per Natale.

 

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Da Barisera del 31 marzo 2008, pag. 17


UN’ALIMENTAZIONE CORRETTA IN SALSA RAP

L’esigenza di “istruire” i giovani in fatto di alimentazione e stile di vita sano, non termina sicuramente in giovanissima età. È evidente che, con il passare degli anni, ciò che è stato acquisito e assorbito nel primo ciclo della scuola primaria vada comunque ribadito e riproposto, anche se in una forma più “adatta” alle nuove esigenze dovute ai mutamenti della crescita. Lo stesso accade, senza voler guardare tanto lontano, per l‘insegnamento delle materie fondamentali (grammatica, matematica, geometria, ecc.) che, nel passaggio dalle scuole elementari alle scuole medie vengono insegnate dal principio, ma con i dovuti adattamenti necessari al miglioramento cognitivo dei ragazzi in crescita.
Questi, forse, i motivi ispiratori che hanno spinto Marialuisa Sabato a pubblicare per la Collana “Femio”, diretta da Francesco De Martino (Levante Editori), il coloratissimo e bellissimo volume “FilaStorie in Salsa Rap” (pagg. 134 euro 11).
Un libro divertente e “allegro” che, attraverso la lettura dei racconti, propone a bambini e ragazzi da 9 a 13 anni, ai loro genitori, e non solo, suggerimenti per seguire un’alimentazione corretta e uno stile di vita sano.
Il volume si divide in 12 capitoli, tutti preannunciati da un rap (genere di musica sorto negli Stati Uniti d’America alla fine degli anni ’70), che non potranno essere letti se non al ritmo della musica preferita! Dopo ogni rap c’è una storia. Alcune sono storie di ragazzi, altre riguardano personaggi assolutamente fuori di testa. Alcune ridicole, altre un po’ tristi. Esattamente come accade nella nostra vita di ogni giorno.
Le prime dieci storie sono dedicate alle “Linee guida per una sana alimentazione”, diffuse dal Ministero delle Politiche Agricole e Forestali di concerto con l’Istituto Nazionale di Ricerca per gli alimenti e la nutrizione. Le successive due storie sono dedicate al percorso di alcuni alimenti dal campo alla tavola e l’altra alla memoria delle tradizioni natalizie della nostra Regione (la Puglia).
In sostanza l’autrice, che scrive, illustra e dipinge, diplomata all’Accademia di Belle Arti di Bari, sottolinea, con questa gradevolissima pubblicazione, l’importanza di mangiare frutta e verdura proprie di ogni stagione, ma soprattutto di consumare quelle prodotte nella regione in cui si vive.
Un volume sicuramente utile a genitori, docenti e soprattutto ai ragazzi.


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FEDE E SUPERSTIZIONE

Sant’Agostino sosteneva che «L’uomo non trova pace sino a che non placa la propria sete in Dio», per cui si può ragionevolmente affermare che la magia e la superstizione rappresentano dei succedanei (nocivi e affatto dissetanti) di quell’acqua viva di cui ci parla l’Evangelista Giovanni nel capitolo 4.
La parola superstizione (dal latino superstes = superstite) rimanda all’angoscia primordiale e fondamentale che preoccupa il cuore dell’uomo fin dalla sua esistenza.
La superstizione alla quale facciamo spesso ricorso, altro non è che la presunzione di avere credenze e compiere pratiche, che nella valutazione della cultura e delle religioni superiori, ufficiali e dominanti, sono ritenute frutto di errore e d’ignoranza, di convinzioni prive di qualsiasi fondamento empirico e religioso.
Gilles Jeanguenin, specializzato in psicopatologia clinica, nel suo libro “Non è vero ma ci credo!” (Edizioni San Paolo, pagg. 114, euro 7.50), appena pubblicato, accenna alle varie scienze che interessano la superstizione (antropologia, sociologia, storia, psicologia), proponendo poi la riflessione teologica sul tema, maturata dalla sua esperienza di sacerdote, oltre che dall’insegnamento della Chiesa.
L’autore tenta di fornire una visione d’insieme su quelle che sono ritenute le superstizioni più diffuse e lo fa con umorismo e ironia, convinto che queste ultime sono ottime armi per combatterle.

La pubblicazione, frutto di una ricca documentazione, religiosa e profana, suscita la curiosità del lettore che scopre le strane origini delle superstizioni antiche e moderne, mentre le testimonianze e i racconti tratti dall’esperienza pastorale danno all’opera il sapore di autenticità della vita vissuta.
Jeanguenin, in sostanza, attraverso la sua inchiesta tenta di chiarire il significato, la provenienza, le forme nuove della superstizione anche in relazione alla salute non solo corporale ma anche spirituale. Insomma una spiegazione morale e scientifica del problema.
È il caso di ricordare, per concludere, che secondo il politico inglese Edmund Burke, «La superstizione è la religione degli spiriti deboli».




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LA CASA DELLA BEFANA? A URBANIA

Con la festività dell’Epifania si commemora la visita dei Re Magi a Gesù in Betlemme. Il termine nel mondo cristiano sta a designare la celebrazione delle principali manifestazioni della divinità di Gesù Cristo.
Epifania, dal greco apparizione o manifestazione, è la triplice solennità istituita dagli Apostoli in cui la Chiesa ricorda tre grandi miracolosi avvenimenti: l’apparizione dell’astro che dall’Oriente guidò fino alla stalla di Betlemme i Re Magi all’adorazione del Bambinello, Salvatore del mondo; la conversione dell’acqua in vino alle nozze di Cana in Galilea e il battesimo di Gesù Cristo nel Giordano amministrato da San Giovanni Battista, assistito dallo Spirito Santo in forma di colomba e dall’Eterno Padre, che dichiarò Gesù essere figlio Suo diletto.
Non si sa come mai la celebrazione dei tre diversi avvenimenti accadesse lo stesso giorno. In maniera del tutto arbitraria fu stabilito che essi fossero accaduti in uno stesso giorno in differenti epoche. I Greci chiamavano l’Epifania Teofania, cioè apparizione di Dio, e la celebravano insieme a quella del Natale, almeno per i primi tre secoli. Nel IV secolo, invece, sotto Giulio I, queste due feste furono separate nella Chiesa Latina e tale separazione fu adottata al principio del V secolo nelle Chiese di Siria e di Alessandria. Anticamente all’Epifania precedeva un rigoroso digiuno che durava un’intera giornata.
L’Epifania, comunemente designata, come già detto, “Adorazione dei Magi”, contrapposta a quella dei pastori, è soggetto molto diffuso nella primitiva arte cristiana, alla quale perviene dalla rappresentazione del tributo dei barbari: i tre Magi, vestiti alla persiana, con anassiridi (una sorta di pantaloni, aderenti alle gambe, che venivano indossati dai Medi, dai Persiani e da altri popoli barbari dell’Asia antica), e berretto frigio (copricapo rosso appuntito, tipico dei frigi, assunto come simbolo di libertà in Francia), accorrono, sotto il segno della stella cometa, recando al Bambino i loro doni (oro, incenso e mirra).

Ma vediamo come viene ricordata l’Epifania in alcuni Paesi europei: in Francia si usa fare un dolce speciale, all’interno del quale si nasconde una fava. Chi la trova diventa per quel giorno il re o la regina della festa.
In Islanda il 6 gennaio viene chiamato il tredicesimo, dal momento che da Natale a questa data trascorrono 13 giorni, e si inizia con una fiaccolata alla quale partecipano anche il re e la regina degli elfi. In Spagna tutti i bambini si svegliano presto e corrono a vedere i regali che i Re Magi hanno lasciato. Il giorno precedente mettono davanti alla porta un po’ d’acqua per i cammelli assetati, insieme a qualche cosa da mangiare e una scarpa (?).
In Germania preti e chierichetti vanno nelle case per chiedere donazioni e recitano qualche verso o intonano una canzone sacra. Le persone di religione cattolica si recano in chiesa, ma va detto che in Germania non è giorno festivo, si lavora e si va a scuola regolarmente.
In Romania è giorno festivo ed i bambini vanno lungo le strade bussando alle porte per chiedere di entrare e raccontare storie, ricevendo come compenso qualche spicciolo. Anche i sacerdoti vanno di casa in casa per benedirle. In Ungheria i bambini si vestono da Re Magi e portandosi dietro un presepe vanno di casa in casa per ottenere qualche soldo.
In Russia, infine, la chiesa Ortodossa celebra il Natale il 6 gennaio. Secondo la leggenda i regali li porta Padre Gelo accompagnato da Babuschka, una sorta di matrioska che somiglia ad una simpatica vecchietta.
Ma a che razza appartiene la Befana? Una certa tradizione vuole la Befana nera, poiché si rifà al racconto dei Magi dell’Oriente, di cui uno era di carnagione scura. Ma non dimentichiamo che la Befana è una strega, anche se buona di cuore, e come tutte le streghe, anche lei deve avere qualcosa di nero, uno scialle scuro, gli occhi sono rossi, è sdentata, porta un fazzoletto in testa annodato sotto il mento, le scarpe sono grossolane e rotte. Difatti una vecchia nenia recita “La Befana vien di notte con le scarpe tutte rotte, il cappello alla romana, viva viva la Befana”.
Secondo una poetica immagine la Befana, nella tradizione contadina, entra in casa attraverso il camino, viene dalle montagne a notte fonda, attraversa il cielo a cavallo di una scopa e con un grosso sacco carico di doni sulle spalle. Nelle leggende anglosassoni e nordiche, invece, la notte dell’Epifania è uno spazio di tempo favorevole ai presagi ed ai prodigi, il più indicato per combattere le forze del male.
Urbania, una cittadina dell’entroterra pescarese, nel ricordo di antiche usanze che vedevano la Befana al centro di feste popolari, si candida come luogo originale e adatto per ospitare “La casa della Befana” (Casella Postale aperta 61049 Urbania P.U.). Qui si potranno indirizzare da parte di tutti i bambini e per l’intero anno, le loro lettere, con i loro desideri e i piccoli problemi: sarà proprio la cara vecchietta a rispondere ad ognuno. Nella stessa cittadina dal 2 al 6 gennaio si terranno feste in piazza. In queste giornate, lungo le vie del paese, sfileranno tantissime befane, dalla più bella, alla più vecchia; darà spettacolo anche una Befana acrobatica. Altri momenti salienti della festa: un nutrito lancio di dolciumi, la partecipazione di personaggi del mondo dello spettacolo, animazioni, intrattenimenti, giochi, musica in ogni angolo e il tentativo di battere primati da Guinness. Urbania si candida a livello internazionale come il luogo dove l’amata Befana vive e riceve i bambini di tutto il mondo.


 


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IL NUOVO DIZIONARIO DEI BARESI

(italiano barese - barese italiano)

da www.palesemacchie.it - 21 novembre 2007

 

Si parla da anni dell’agonia dei dialetti, ma, andando in fondo, ci si rende conto che non sono pochi coloro che in famiglia e tra amici parlano il dialetto. Non è forse con le parole del vernacolo che si esprime la vera genuinità, la naturalezza della vita concreta, l’autentico soffrire e sentire di un popolo? Oggi, infatti, inizia ad essere fonte di studio e di interesse per molti.
Ma cos’è un dialetto? Dal punto di vista glottologico ed espressivo, non c’è alcuna differenza tra lingua letteraria e dialetto: entrambe hanno una formazione storica dovuta a fattori assai complessi, anche se i dialetti esprimono una tradizione di cultura e letteratura meno complessa ed autorevole. Perciò è errato ritenere che i dialetti siano una degradazione della lingua letteraria. La verità è che tra il concetto di “dialetto” e quello di “lingua letteraria” esiste solo un rapporto logico, per cui l’una cosa non può intendersi senza l’altra, tanto che sarebbe assurdo parlare di dialetto senza presupporre una lingua nazionale e viceversa. È pur vero che il dialetto fornisce quella sicurezza, quella certezza della nostra provenienza, delle nostre radici, alle quali, nonostante tutto, siamo e saremo ancorati, malgrado i tentativi ingegnosi o maldestri che vengono messi in atto per tagliare questo importante e vitale cordone ombelicale.
A dar manforte ai conservatori del dialetto ci hanno pensato Enrica e Lorenzo Gentile pubblicando il “Nuovo dizionario dei baresi”, edito da Levante Editori di Bari, per la delizia di poeti, cultori, studiosi, ed estimatori del dialetto barese (pagg. 334, euro 25).
Si tratta di una esclusiva ed assoluta novità editoriale, trattandosi del primo dizionario italiano-barese e barese-italiano, rivolta a chi desideri conoscere e arricchire il proprio linguaggio, agli studiosi, ai cultori ed ai curiosi.
Lorenzo Gentile, barese doc, ha curato la regia di diverse commedie in dialetto barese di Gaetano Savelli, Domenico Triggiani ed anche una sua commedia Tutte le colpe di Martemè (Tutte le colpe di Bartolomeo), scritta con Benedetto Maggi. Gentile è anche autore della commedia U mbetate de Natale (L’invitato di Natale), e per gli appassionati di dialetto ha preparato, insieme alla figlia Enrica, ricercatrice presso il Dipartimento di Informatica dell’Università di Bari, questa preziosa chicca.
Scrive Vito Maurogiovanni, che presenta l’opera: «Lorenzo Gentile in questa meritoria fatica, ha raccolto i vocaboli nella loro doppia versione e li ha anche arricchiti con fraseologie, proverbi, sinonimi, stornelli, sonetti e via dicendo. In realtà esistono interessanti nostri dizionari, ma finora nessuno studioso di cose nostrane si era dedicato a tradurre i vocaboli italiani nella sonora lingua barese. È questa la novità della pubblicazione gentiliana, dare la possibilità di veder tradotta nel nostro vivace linguaggio la lingua nazionale».
A proposito del dialetto, Maurogiovanni sottolinea come oggi «…è al centro di molte polemiche degli amanti delle cose nostre che un po’ si stanno lasciando andare a regole dei massimi sistemi dichiarando regole somme che vanno dalla scrittura alla filologia, dalla grammatica alla sintassi e tutti – o quasi – hanno le loro regole per fissare la norma generale», auspicando «che un po’ d’ordine vada messo nelle varie istanze senza dimenticare che le regole consigliate sono elaborate a livelli più alti e concordati con le sedi che questi studi affrontano in maniera più organica e addirittura severi».
Gli autori nelle loro pagine hanno dato grande spazio alle voci sicché si ampliano in tutta quella ricchezza non solo fraseologica che si delinea attorno al vocabolo stesso e dimostrano la varietà delle traduzioni di un vocabolo a seconda del significato che si vuol dare.
Vediamo, ad esempio, che il vocabolo ‘persona’ si può tradurre in tanti modi: chembassàte (persona a modo); jè tutte fettucce (p. azzimata); mezzacalzètte (p. di nessun valore); fafuèche (p. sbrigativa); pèggra zoppe (p. senza fiducia). E a proposito di uomo: maulòne (u. alto); striòne (u. alto e grosso); bacchettòne (u. insulso); gagliòte (un poco di buono); presciannàre (u. sempre allegro), e così per tanti altri vocaboli. Insomma una delizia.
La passione per il dialetto barese, scrive Lorenzo Gentile, mi ha permesso di portare alle stampe questo dizionario dopo anni di lavoro, consultando pubblicazioni di vari poeti, a cominciare da Francesco Saverio Abbrescia e Davide Lopez, che sono stati tra i primi a cimentarsi con lo scrivere in vernacolo, a quelle dei più recenti autori.
Nel vocabolario sono stati raccolti, per ogni singolo vocabolo, i differenti termini dialettali utilizzati dai tanti autori baresi nei loro scritti. Questo ha portato, anche alla individuazione di sinonimi che si differenziano tra loro solo per il cambio di uno o più consonanti. Inoltre sono stati raccolti proverbi, modi di dire, giaculatorie, stornelli e sonetti in modo da far gustare la bellezza del dialetto barese nelle sue espressioni vivaci ed invogliare il lettore a leggerlo per godere qualche ora di piacevole divertimento, in barba a tutte le polemiche su come si scrive il dialetto.
Il dizionario è arricchito da un’ampia bibliografia, da alcune immagini relative alla nostra città vecchia e ad alcune baresità come: Sanda Necòle (San Nicola), u presèbbie (presepio), le ficheninne (fichi d’India), le zèppue (zeppole), le pulpe rizze (polpo arricciato), ecc.
Infine, Gentile, verso il quale i baresi saranno sicuramente grati, ha voluto trasmetterci un suo pensiero sulla nostra città con la poesia “Chèsse jè Bare” (Questa è Bari).

CHÈSSE JÈ BARE
di Lorenzo Gentile


Seccome avime perdute la memorrie
jè mègghie ca v’u digghe che la storrie
accome la Bare nèste jè nate
che le casre, la meragghie e le strate.
Cchiù de mill’anne apprìme de Criste
arrevò na morre de gènde ma’ viste,
mbrime la Pùgghie s’aggnì de crestiane
menute da tèrre assà lendane.
A Bbare se sestemarene che le famigghie
e che l’ajiute de megghière e ffigghie
facèrene cassre a preppedàgne
sènza porte, checine e bbàgne.
Chiandarene aminuue, grane dure,
vigne, auuì, ciggere e fasule,
cime de rape e ffave de cuèzze
e a mmare menarene le rèzze.
Rome no jère fendate angore
acquanne Bare jère nu sblendore
che commerciande e navegande
ca facèrene de Bare nu ngande.
Le prime a scrive u latine andiche
sò state Ennie, Pacuvie e Androniche:
sò trè pugljise brave assà assà
ca Rome se le petève seggnà.
Ormà u sapene tutte quande
ca Petrarche, Boccacce e Ddande
mbararene da nù u taggliane,
pure ce lore jèrene toscane.
Ce ngann’a mmare tu stà assise
te pare de stà mbaravise
e ce te mitte de facce o sole
pe rengrazzià Ddì non ge sò parole.
Ch’u sole calde e u prefume de mare
no nge stà na cetà mègghie de Bare.


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LA PIZZA TRA STORIA, CURIOSITÀ E VARIETÀ

La pizza ha origini antichissime, qualcuno ne parla nell’era degli Etruschi. Naturalmente era qualcosa che vagamente, aveva la forma e sembianza della pizza di oggi. Della pizza più recente, se ne parla fra il 500 e il 600 e si ricorda quella denominata mastunicola ossia pizza al basilico. Era preparata mettendo sul disco di pasta, strutto, formaggio, foglie di basilico e pepe.
Intorno al 1700 le pizze, che già avevano acquisito una loro tradizione nella cucina napoletana, venivano cotte in forni che potevano essere a legna o a paglia e poi messi in contenitori chiamati “stufe” con cui venivano trasportate per essere vendute nella strada. Alla stessa epoca risalgono le notizie sulle prime pizze “al pomodoro”. Come si sa il pomodoro è un alimento esotico importato dal Perù, dopo che venne scoperta l’America, dapprima usato in cucina come salsa cotta con un po’ di sale e basilico, e solo più tardi, a qualcuno venne l’idea di metterlo sulla pizza. Inventando così, senza volerlo, la vera e propria pizza.
La coltivazione della pianta del pomodoro era diffusa già in epoca precolombiana in Messico e Perù, fu poi introdotta in Europa dagli Spagnoli nel XVI secolo, ma non come ortaggio commestibile, bensì come pianta ornamentale, ritenuta addirittura velenosa per il suo alto contenuto di solanina, sostanza considerata a quell’epoca dannosa per l’uomo. Infatti, nel 1544 l’erborista italiano Pietro Matthioli classificò la pianta del pomodoro fra le specie velenose, anche se ammise di aver sentito voci secondo le quali in alcune regioni il suo frutto veniva mangiato fritto nell’olio.
Le pizzerie moderne hanno una storia relativamente recente: la comparsa della prima pizzeria nell’accezione moderna è datata tra la fine del 1700 e l’inizio del 1800. La pizza in origine veniva venduta per strada da garzoni dei fornai o su banchetti dove i pizzaioli le friggevano direttamente in strada. Infatti, la tradizione più antica è quella delle friggitorie, in cui oltre alla pizza si preparavano fritture tipiche napoletane come crocchette di patate, arancini di riso, ecc.
La pizza napoletana verace si riconosce in quella cosiddetta marinara, una pizza popolare, frugale, senza mozzarella, con pomodoro, aglio, origano e/o basilico e olio. Tipici erano altri due tipi di pizza, oggi rari da trovare: la pizza con le alici fresche e quella con i cicinielli (novellame di pesce) sempre con aggiunta di olio, aglio, origano, basilico.
La pizza non è fatta, come molti credono, con l’impasto del pane, bensì con uno specifico impasto. Si parte dalla farina: l’ideale è mescolare farina “00” con la “0” e con un'altra derivata da un frumento americano che conferisce una qualità apprezzabile: la friabilità. Sbaglia, infatti, chi pensa che la pizza sia una moderna alternativa al pane.

Poi entrano in gioco la manualità e il “sapere” del pizzaiolo: quanto sale, quanto lievito, quanta acqua mettere. Quest’ultima va addirittura rapportata alle condizioni atmosferiche. L’impasto è lavorato a lungo e a lungo lievita.
Il forno per la pizza non può essere un comune forno a legna: deve essere studiato per poter cuocere la pizza in una “vampata” Quello ideale dovrebbe avere il pavimento così composto: un primo strato di tufo, un secondo di sabbia di fiume, un terzo di sale marino e l’ultimo di una pietra denominata “suolo di Sorrento” che ha la peculiarità di accumulare e non disperdere calore. In un forno così concepito e ben costruito la pizza cuoce a 400 gradi e più, in un attimo, appunto.

L’uso della mozzarella sulla pizza napoletana è recente. Il “matrimonio storico” della pizza tradizionale con la mozzarella avviene per iniziativa di un pizzaiolo napoletano, tale Raffaele Esposito che insieme a sua moglie la prepararono in onore della regina Margherita, moglie di Umberto I re d’Italia. Infatti, i regnanti, che si trovavano alla reggia di Capodimonte a Napoli, sentendo parlare della pizza, convocarono a corte il pizzaiolo e la moglie affinché la preparassero.
Il pizzaiolo e la consorte si recarono nelle cucine reali e prepararono tre pizze: una alla mustinicola, una alla marinara e una pizza con il pomodoro, la mozzarella e il basilico, pensando al tricolore italiano. Alla regina piacque quest’ultima ed il pizzaiolo per questo motivo la chiamò con il nome della regina. Fu d’allora che la pizza Margherita si impose ovunque nel mondo. È considerata, infatti, la pizza classica per eccellenza.
Ai primi del Novecento la pizza esce dai confini di Napoli e sbarca in grande stile in America, conquistando l’intero continente, espandendosi pure nel meridione d’Italia.
La seconda espansione invece, avviene dopo la seconda guerra mondiale. In questo periodo la pizza esce dai confini del meridione d’Italia attraverso le migliaia di emigranti che si spostano con le loro famiglie al Nord con i modi, gli usi e i costumi dei loro paesi. Incominciano pian piano a fare le prime pizze per i compaesani e via via, con il successo ottenuto, anche per la gente del posto.

Con la caduta del muro di Berlino, si assiste ad una nuova migrazione della pizza verso i paesi dell’Est, quindi in Medio Oriente, Giappone e persino in Cina.
Ma quanti e quali sono le varietà della pizza? Oggi si contano a migliaia con tutte le varietà possibili e immaginabili, le invenzioni dei pizzaioli e le richieste dei clienti: si va dalla classica margherita, a quella alla romana, ai formaggi, al prosciutto, al salmone e rucola, ai frutti di mare, ai funghi, alla crudaiola, alla messicana (pomodoro, mozzarella, melanzane e peperoni tagliati a julienne, salamino piccante, cipolla, origano), a quella taxi (mozzarella, pomodoro e 7 tipi di funghi), casereccia (con pomodoro, olive greche snocciolate, cipolla rossa imbiondita in padella ed a fine cottura fettine di salame dolce e scaglie di grana), alla diavola (pomodoro, mozzarella, salame piccante, peperoncino, basilico, olio), e così per un lunghissimo e vario assortimento. Insomma oggi la pizza non è più napoletana ma è diventata mondiale e perché no, a modo tuo, dal momento che oggi tutto è permesso e tutti si possono inventare un condimento secondo le proprie preferenze.


 

 

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FAMOSI E MALATI
QUANDO SONO I GRANDI A STAR MALE


Molte sono le persone che testimoniano quanto la malattia, piccola o grande che sia, con i suoi inevitabili impedimenti, difficilmente accettata inizialmente, ci accompagnerà sempre, ma noi abbiamo il potere di sfruttarla convivendo con lei, mentre per molti rappresenterà anche uno stimolo per la creazione artistica. Questa tesi era già sostenuta dallo scrittore Pietro Verri (1728-1797), che così scriveva: «La musica, la pittura, la poesia, tutte belle arti, hanno per base i dolori innominati: in guisa tale che, se gli uomini fossero perfettamente sani ed allegri, non sarebbero nate mai le belle arti. Questi mali sono la sorgente di tutti i piaceri più delicati della vita».
Thomas Mann, scrittore tedesco, era solito affermare che rispetto ai soggetti normali l’artista si distingue per il fatto che presenta più difficoltà ad esprimersi. La conferma viene da Edvard Munch, il pittore degli incubi, contemporaneo di Ibsen e Strindberg, considerato il massimo artista norvegese, che sosteneva: «…senza malattia né angoscia sarei stato una barca senza timone».


Thomas Mann


Edvard Munch


Vincent Van Gogh

Grandi malati furono anche Vincent Van Gogh, affetto da schizofrenia, Henry Matisse, che soffriva di grave enteropatia cronica, Toulouse Lautrec, che oltre ad essere un affezionato seguace di Bacco, era affetto da deformità scheletriche e da sifilide. Degas accusava gravi disturbi visivi, mentre Modigliani era tubercolotico. Masaccio il cui nome vuol significare vestito di stracci, morto a soli a 27 anni, era considerato un genio un po’ matto poiché con la testa immersa nel suo lavoro si dimenticava di mangiare o di farsi riparare un abito strappato e nonostante la sua brevissima vita è riuscito a dare una svolta alla storia della pittura. Per non parlare di Freud, Goya e Oscar Wilde, tutti affetti da malattie dell’orecchio o da sordità.
Alcuni sostengono che un po’ di follia e certe malattie danno vita alla creatività di un’artista, molto di più della normalità psicofisica. Infatti, anche Toulouse-Lautrec, riesce a convivere con la sua deformità, ma gli altri, non geniali, che vogliono (a volte) possono guarire?
Artisti o no ci tocca mettere in discussione alcuni concetti sulla nostra salute o sulla nostra malattia e per farlo ci aiutano due neuropsichiatri, Abraham e Peregrini, che qualche anno fa hanno pubblicato il volume “Ammalarsi fa bene” (Feltrinelli), attraverso il quale dimostrano, con prove, il grande aiuto prodotto dalla psicoemotività, una sorta di prontuario con le istruzioni per girare tra malattie che ne evitano altre. Nel libro citato c’è quanto basta per capire che chi è sano è più solo, mentre chi “scoppia” di salute farà bene a fingere di soffrire qualche malanno. Inoltre gli autori tentano di spiegarci come impossessarsi della malattia, del disagio e come occorra dominarli per non essere dominati, poiché l’errore più comune è quello di mascherarli. Nessuno ammette con gli altri, ma prima con se stesso, la propria fragilità fisica e/o mentale. Essere sani, belli, efficienti. Chi non appartiene a questa tribù, si sente indegno di far parte del “felice villaggio globale”.



Francisco Goya



Oscar Wilde



Sigmund Freud

Più recentemente è stato pubblicato il volume di Luciano Sterpellone “Famosi e malati” (Editrice SEI, Torino), il quale fa un’ampia rassegna dei malati famosi.
In campo musicale si ipotizza che pochi maestri scoppiavano di salute. Fra i più malridotti figurano Vivaldi, creatore di tanta stupenda musica per “Le quattro stagioni”, portatore di asma bronchiale, morì per una “infiammazione interna”; Paganini, affetto da tubercolosi; Mozart, che dopo aver contratto una lieve forma di vaiolo nel 1767, fu colpito nel 1788 da una crisi depressiva e creativa, si ammalò anche di insufficienza renale e forse di schizofrenia. Ma, nel 1791, con l’improvviso e straordinario risveglio della vena creativa: compone Clemenza di Tito, Flauto Magico, Concerto per clarinetto, il Requiem. Quest’ultimo rimasto incompiuto a causa della sua morte, avvenuta il 5 dicembre dello stesso anno, per una “febbre da infiammazione reumatica”. È recente la notizia secondo la quale Mozart sarebbe morto perché colpito da “trichinosi” per aver mangiato troppe costolette di maiale poco cotte. Anche Schumann accusava problemi otologici.
Johann Sebastian Bach, il famoso compositore tedesco, morto il 28 luglio 1750, miope da giovane, aveva sviluppato una cataratta che un micidiale oculista, John Taylor, rivelatosi un ciarlatano, introdusse nell’occhio del musicista un preparato a base di mercurio, costringendo il malcapitato a sottoporsi solo una settimana dopo ad un nuovo intervento. Era affetto da obesità, ipertensione arteriosa e soffrì di vari “colpi” cerebro-vascolari, uno dei quali complicato da una non meglio identificata “febbre miliare”, che lo portò a morte.
Ludwig van Beethoven, il celeberrimo sordo che conquistò il mondo scrivendo capolavori, specie nell’ultimo decennio di vita, versava in condizioni piuttosto gravi, tanto da tentare il suicidio. Infatti in una lettera indirizzata ad un amico, Beethoven scriveva: «… e poco ci mancò che mi togliessi la vita. Solo l’arte mi ha trattenuto di farlo. Mi è parso impossibile lasciare questo mondo prima di avere pienamente realizzato ciò di cui mi sentivo capace». Il Maestro che era un buon bevitore, soffriva anche di cirrosi epatica.



Niccolò Paganini



Wolfgang Amedus Mozart



Ludwig Van Beethoven

Ma vediamo i dettagli. Beethoven era molto miope e quindi usava sin da piccolo gli occhiali e forse per questo motivo scrisse un “Duetto con due occhiali per viola e violoncello”. A causa della sua nota sordità trascorse sei mesi nell’arcadica atmosfera di Heiligenbstadt, oggi un trafficato quartiere viennese, «lontano dai rumori per riposare l’affaticato organo dell’udito», ove compose la Sesta Sinfonia, detta Pastorale.
Purtroppo la perdita dell’udito sarà progressiva, sino alla sordità completa. Tutte le terapie prescritte (suffumigi, diuretici, lavaggi, acque termali, correnti galvaniche, magnetismo) si rivelarono tutte inutili, se non dannose. Molto probabilmente si trattò di una otosclerosi (diremmo oggi una ossificazione della staffa, uno degli ossicini dell’orecchio), che oggi si cura con elevato successo.
Il noto compositore soffriva anche di cirrosi epatica, forse dovuta alla sua documentata propensione verso l’alcol, e si ipotizza che sia stata proprio questa la causa della sua fine.
Vincenzo Bellini, che morì a soli 34 anni, dette adito a ipotesi di avvelenamento e per porre fine a quelle voci sempre più insistenti, dovette intervenire personalmente il re Luigi Filippo, che incaricò un professore della Facoltà di Medicina di eseguire l’autopsia sul corpo del musicista. In realtà fu esclusa l’ipotesi di avvelenamento ma la causa della morte fu attribuita ad una «infiammazione dell’intestino crasso, complicata da ascesso del fegato». Il musicista catanese soffriva molto il caldo ed aveva frequenti coliche intestinali che cercava di dominare… con i purganti. Il reperto autoptico dettero adito a varie ipotesi diagnostiche, come la colite ulcerosa, la sindrome del colon irritabile, ecc.
Yasser Arafat che prese parte elle guerre contro Israele del 1948 e 1956 nelle file dell’esercito egiziano, fu eletto nel 1970 presidente dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP).
Arafat soffriva di ipertensione arteriosa complicata da arteriosclerosi e numerosi furono gli episodi di angina pectoris, favoriti dalla sua vita convulsa e continuamente a rischio. La morte è sopravvenuta in seguito ad una emorragia cerebrale, dopo 27 giorni di coma. Recentemente sono state avanzate insistenti ipotesi di avvelenamento e per dissimulare l’azione del veleno sarebbe stato iniettato il virus HIV dell’Aids.
Osama Bin Laden il famigerato sceicco arabo. A parte varie ferite da lui sofferte, Bin Laden pare affetto da una grave forma di insufficienza renale che rende necessarie frequenti e ripetute emodialisi. Secondo indiscrezioni, il danno renale sarebbe conseguenza di un tentativo di avvelenamento da lui subito.

Vincenzo Bellini

Maria Callas

Frederic Chopin

Maria Callas, celebre soprano statunitense di origine greca, scomparsa nel 1977, fu colpita da una delle massime sfortune per una cantante: perdere la voce. La diagnosi tardivamente formulata fu di “dermatomiosite”, una malattia che colpisce i tessuti connettivi e nel caso della Callas colpì proprio l’organo della fonazione, la laringe, che le procurava improvvisi abbassamenti di voce. I soliti detrattori attribuivano il fenomeno alle vicende sentimentali della cantante che tanto la angosciavano. La diagnosi fu fatta tardivamente ma fu introdotta una accurata terapia cortisonica che contribuì a migliorare tutti i toni vocali, ma un anno dopo Maria Callas si spense, forse a causa di un infarto del miocardio, compatibile con la stessa dermatomiosite della quale era portatrice.
Fryderyk Chopin mentre soggiornava a Palma de Majorca con il suo amico George Sand si manifestò, circa dieci ani prima della morte, il processo tubercolare. Nonostante i chiari segni della malattia un medico, tal Papet, diagnosticò una «modica infiammazione della trachea senza segni di tubercolosi polmonare» (?).
Chopin, persona estremamente sensibile, molto geloso ed irascibile, aveva sofferto in passato di varie affezioni delle vie respiratorie ed aveva seguito varie terapie in stazioni termali, equitazione, dieta con mucillagine d’avena, infuso di ghiandole tostate, ecc., tutte terapie non seguite da alcun giovamento. L’autore del bel notturno soffriva anche di “allucinazioni uditive”, gli sembrava di udire le campane della chiesa che suonavano a morte per il suo funerale. In questa condizione compose la “Sonata in si bemolle maggiore”, di cui fa parte la “Marcia funebre”.
Gabriele D’Annunzio, celebre non solo come scrittore ma anche per le sue stravaganze, narcisista e megalomane, volle essere al centro dell’attenzione sia nelle sue battaglie “guerriere” che sentimentali.
Dopo un intervento subito nel 1929, gli fu consigliata la somministrazione di un purgante “per muovere l’intestino”, ma il vate rifiutò sdegnosamente di sottostare alla «volgarità dell’olio di ricino» ed allora si adoperò un espediente: il purgante fu messo in un bicchiere con mentuccia e champagne.
Morì per un’emorragia cerebrale. Come per altri personaggi famosi anche per D’Annunzio si parlò di suicidio, ma con molta probabilità quella del suicidio fu solo un’interpretazione un po’ fantasiosa di quel desiderio di sparire, che spesse volte ripeteva.

Gabriele D'Annunzio

Giorgio De Chirico

Marlene Dietrich

Giorgio De Chirico, nato in Grecia, fin dalla sua giovinezza soffriva di frequenti cefalee, alle quali fu attribuita quella “rivoluzione” della pittura del Novecento (la metafisica), della quale fu riconosciuto l’ispiratore. Il pittore soffriva di “febbri spirituali”, come egli stesso li definiva, ma la scienza attuale li riconosce come forme patologiche che generano visioni alterate e allucinatorie.
Marlene Dietrich, con «le gambe più sexy del mondo», proprio quelle avrebbero decretato la fine della splendida carriera dell’attrice. Il motivo? Una osteoporosi, sopravvenuta alla menopausa. Che aveva colpito l’articolazione dell’anca costringendola in casa per dodici anni. Gli ultimi della sua vita.
La preoccupazione maggiore dell’attrice non era tanto l’eventualità di nuove fratture, quanto quella di apparire a chiunque in condizioni precarie. La sua fine è da attribuire ad un ictus cerebrale, almeno così è considerato ufficialmente il motivo della sua morte. Ma vent’anni dopo la sua segretaria, fornì una versione diversa. Un suo nipote, che la Dietrich odiava, propose di ricoverarla in una casa di cura. L’attrice che udì tutto dalla sua stanza da letto lo fece cacciare di casa insieme ad altri parenti, poi chiese alla segretaria di portarle i soliti sonniferi. Pochi momenti dopo, quando la segretaria rientrò in camera, vide il flacone vuoto e la donna riversa sul letto.
Albert Einstein, il bambino che secondo il pronostico del padre «non avrebbe mai combinato nulla di buono nella vita», era considerato a 26 anni già un genio dal mondo scientifico. Certamente a dieci anni aveva difficoltà ad eseguire operazioni aritmetiche, ma aveva una passione per il violino e preferiva Mozart e Vivaldi. «La relatività? Pensate cos’è un minuto con i piedi sui carboni ardenti, e un minuto con una bella ragazza su un prato…».
Einstein soffriva di ipertensione arteriosa, causa di un’arteriosclerosi generalizzata e di una lesione aortica che fu poi causa della sua morte. Forse fu colpito da una lunga malattia, forse una miocardite. Nel 1948, sette anni prima della fine, fu colpito da improvvisi dolori addominali e da vomito. L’intervento chirurgico mise in evidenza una cirrosi epatica ed un aneurisma dell’aorta addominale. Ma Einstein non seguì mai troppo fedelmente i consigli dei medici. Sosteneva che «Si può anche morire senza l’aiuto dei medici».
Giovanni XXIII, al secolo Angelo Roncalli, soffriva di disturbi allo stomaco che rivelarono successivamente un cancro. Le sue condizioni peggiorarono dopo la sua elezione e nel 1963 morì a causa delle frequenti emorragie gastriche.

Albert Einstein

Giovanni XXIII

Giovanni Paolo II

Giovanni Paolo II (Karol Wojtila). Non aveva avuto particolari problemi di salute, se si eccettua un incidente subito nel 1944, quando fu travolto da un camion militare e riportò una lieve frattura cranica.
Dopo il noto attentato subito per mano di Alì Agca, fu operato per un voluminoso tumore benigno al colon. Successivamente, in seguito ad una caduta, si lussò la spalla e si fratturò la scapola. Qualche anno dopo, la sera prima di un programmato viaggio in Sicilia, cadde nuovamente e si fratturò il collo del femore e gli fu impiantata una protesi artificiale che lo costrinsero dapprima a camminare con un bastone e successivamente a muoversi su una sedia a rotelle.
Subì ancora un intervento per asportazione dell’appendice e si affacciò una nuova malattia: il morbo di Parkinson seguito anche da una ipertrofia prostatica. La situazione si aggravò nel marzo 2005 per una infezione polmonare prima e il sopravvenire, dopo, di crisi anginose, ipotensione e blocco renale. Così il Papa venuto da lontano che influenzò notevolmente la storia del XX secolo, si spense la notte del 2 aprile 2005.
Concludendo «stare bene non vuol dire “scoppiare di salute…” ascoltare i segnali del malessere significa usare il sistema di allarme di cui siamo dotati, solo così la nostra vita riesce a trovare un equilibrio con allarmi e squilibri quotidiani».

 

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GOLA: FATTI, STORIE E CURIOSITÀ

La gola, termine generico con cui si designa soprattutto la faringe e la parte alta del tratto laringo-tracheale, rappresenta una parte anatomica vitale del collo, in quanto racchiude la laringe che è l’organo della respirazione, della fonazione, del linguaggio e quindi della comunicazione. La gola è opportunamente protetta da idonea muscolatura ed è stata definita “nodo ferroviario”, attraverso il quale passano le connessioni vitali tra organi ed apparati, come la bocca, il naso, la laringe, la faringe, i polmoni e lo stomaco. Inoltre, attraverso questo tunnel, passano i grandi “binari” della circolazione sanguigna che collegano due organi anatomici eccellenti: cuore e cervello.
La gola, oltre a racchiudere le importanti funzioni già dette, è anche la porta di accesso di tutte le squisitezze della vita alimentare ed è sinonimo di ghiottoneria, ingordigia, golosità e come tale considerata dalla morale cattolica uno dei sette peccati capitali.
Vito Lozito nel suo volume “Alla radice del vizio” (Levante Editori, Bari) sostiene che «Nella tradizione cristiana il rapporto uomo-cibo diventa problematico; nelle opere degli scrittori ecclesiastici, numerosi sono i consigli e i richiami all’uso moderato del vitto e delle bevande; netta opposizione è dichiarata nei confronti dell’ingordigia del ventre sino a definire, in alcuni casi, il peccato della gola il più importante e pericoloso dei vizi». La Sacra scrittura, ricorda ancora Lozito, «Offre numerosi esempi di funesti danni, provocati dal desiderio smodato del cibo, dagli eccessi alimentari, dall’ubriachezza. Esaù perdette la primogenitura per un piatto di lenticchie. Noè a causa del vino, in uno stato di ebbrezza, mostrò le sue nudità ai figli; Loth che non fu sconfitto dai peccati di Sodoma, fu vinto dal vino e per l’ubriachezza ebbe rapporti incestuosi con le figlie; Erode, dopo un lauto banchetto, preda dei richiami licenziosi della lussuria ed eccitato dalla danza di Salomè, accettò di uccidere Giovanni Battista; il re di Babilonia, Baldassarre, a seguito di un lussuoso festino e banchetto perse il regno e la vita». Fatta salva la morale, i cibi rappresentano un settore particolarmente interessante ai quali l’essere vivente si è sempre servito per soddisfare le indispensabili esigenze di sopravvivenza.

A proposito della supremazia del linguaggio sulle altre forme di comunicazione, ricordo uno degli episodi più inquietanti dell’Antico Testamento: quello della Torre di Babele (Genesi, XI).
Fin dall’antichità gli uomini avevano una chiara consapevolezza del valore della comunicazione interumana sapendone apprezzare il potere ed il significato sociale.
La leggenda narra che, al tempo del racconto biblico, su tutta la Terra si parlava “una sola lingua con le stesse parole” e proprio grazie all’universalità del loro linguaggio gli uomini si sentirono talmente forti da costruire una torre che saliva fino al cielo, provocando l’ira di Dio, di un Dio spesso geloso, come quello dell’Antico Testamento.
La condanna divina fu proprio la diversificazione delle lingue, affinché gli uomini non si potessero più capire e si disperdessero su tutta la Terra.

La differenza della gola tra i due sessi è ben visibile: è rappresentata da quella sporgenza anatomica chiamata “pomo d’Adamo”, che mentre ci ricorda il peccato originale, altro non è che la punta (osso ioide) di una cassa di risonanza (laringe) per le corde vocali.
Il fatto poi che nell’uomo è più grande, non è dovuto solo ad una struttura più robusta, ma anche alla maggiore lunghezza delle corde vocali (18 mm. nell’uomo, 13 nella donna), espressione di un diverso timbro vocale.
Il collo femminile?
È generalmente più lungo e sottile di quello maschile, simboleggia un’immagine di bellezza e femminilità, riconosciuto soprattutto nel mondo della moda.
In Birmania, invece, vivono donne-giraffa, che hanno un collo più lungo di 2 o 3 volte il nostro, a causa di una serie di anelli o meglio di spire metalliche che vengono messe alle bambine intorno ai 5-6 anni e in seguito ne vengono aggiunte altre. In questo modo il collo può superare anche i 30 centimetri di lunghezza, subendo così una graduale deformazione di tutta la struttura ossea delle spalle e delle clavicole al punto che se gli anelli dovessero essere rimossi le donne non riuscirebbero più a tenere su la testa a causa dell’atrofia dei muscoli del collo. Gli anelli pare fossero utilizzati per proteggersi dai morsi delle tigri, ma attualmente la legge vieta questa usanza tribale.





L’arte italiana ha contribuito a dare giusto rilievo al collo femminile attraverso i celebri dipinti La Bohèmienne e Madama Pompadour del grande Modigliani, tanto per farsene una ragione.
Altri riferimenti alla gola sono rappresentati da concetti allusivi e di uso comune, come “avere il cuore in gola” (provare forte emozione), “avere l’acqua alla gola” (essere in estremo pericolo, in gravissime difficoltà o costringere qualcuno a far qualcosa o catturarlo con sfiziose ghiottonerie).
Per finire, qualche curiosa ricetta popolare regionale italiana e straniera contro il mal di gola, ricordata da Luciano Sterpellone nel suo libro “Orecchi, naso… e un po’ di gola” (Antonio Delfino Editore). “Spalmare sulla gola un po’ di grasso di serpente” (Valle d’Aosta); “Applicare e fissare intorno al collo un impacco di cenere calda” (Liguria); “Contro l’afonia, bere un quarto di latte in cui sono stati bolliti due fichi” (Trentino); “Applicare al collo un sacchetto di sabbia calda” (Lazio); “Frizionare la gola con olio caldo” (Campania); per la Puglia, “Fare sciacqui e/o gargarismi con decotto di radice d’adonide - erba rizomatosa - in mezzo bicchiere di acqua tiepida”.
Per la Nuova Zelanda, invece, “Avvolgere intorno al collo un panno bagnato e ricoprirlo con un calzino di lana da uomo”; per la Svizzera Tedesca “Fare gargarismi con infuso d’aglio e salvia in parti uguali” e, infine, per la Turchia, “Scarificare la cute del collo a livello della gola, e spargervi fiori di camomilla. Avvolgere intorno alla gola della mussola sulla quale sono stati schiacciati grani di pepe nero e noccioli d’oliva”. Insomma paese che vai, usanza che trovi!

Lolotte

Madame de Pompadour

Lunia



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ESTATE: TEMPO DI VENTAGLI

Ventaglio della Regina Vittoria

Ventaglio di Maria Antonietta

Da tempi immemorabili la gente usa una varietà di strumenti per adattarsi al cambiamento delle stagioni. In passato, durante l’estate, ci si serviva del vento per difendersi dal caldo soffocante. Il vento creato con la mano o con un pezzo di carta può offrire qualche sollievo e il ventaglio non è altro che una applicazione di questo semplice principio.
Furono gli Egizi a fare uso dei ventagli fin dall’alba della civiltà. I materiali erano per la maggior parte deperibili ed è per questo che molti esemplari si sono persi. I modelli più diffusi erano due: il primo, lotiforme, realizzato con giunchi, assomigliava ai fiori di loto; il secondo, palmiforme, assomigliava alle foglie della palma.
Il ventaglio non era utilizzato solo per trarre sollievo dal calore. Dalle rappresentazioni ritrovate nelle tombe si deduce che possedeva anche una valenza simbolica. L’atto di fare ombra era messo in relazione a una parte specifica della persona: l’ombra di un individuo era il luogo della sua sessualità, ed era importante che fosse adeguatamente preservata. Anche l’aria mossa dal ventaglio rappresentava la capacità di donare la vita. Per questo motivo era rappresentato nei luoghi funerari per permettere al defunto di rinascere nell’Aldilà. Posto alle spalle del faraone, aveva lo scopo di fornirgli protezione e infondergli il soffio vitale.
Nell’antica Roma il ventaglio era segno di potere militare; quello a tre stecche, serviva per dare il segnale di battaglia. I sofisticati ventagli di piume dei Greci e dei Romani, erano usati da ancelle ed eunuchi al servizio dell’Imperatore.
Ci vollero molti secoli prima che l’uomo arrivasse alla costruzione del primo ventaglio pieghevole. Sopra sottili stecche di madreperla, avorio, tartaruga, osso, corno e legno, veniva distesa una larga striscia semicircolare di carta, seta, pizzo o di altri tessuti che potessero pieghettarsi più volte in sensi opposti.
In estremo Oriente la presenza del ventaglio è documentata fin dal 3000 a.C., mentre i giapponesi che avevano conosciuto il ventaglio a scherma della Cina, inventarono il ventaglio pieghevole. Anche la Corea ha una storia di ventagli. Infatti, mentre i ventagli occidentali erano fatti di seta e coperti completamente di disegni con struttura ornata di frange, molto popolari fra l’aristocrazia di Francia e Inghilterra, quelli tradizionali coreani mettono in risalto la bellezza delle linee più semplici.
Il ventaglio poteva essere un simbolo, a volte un vezzo, spesso veniva usato come linguaggio per comunicare.

Ventaglio di Maria Vetsera

Ventaglio della Pompadour

Ed a proposito di comunicazione ecco quello che si poteva comunicare con il ventaglio: se generosamente aperto e rivolto verso l’interlocutore significa “Benvenuto”; chiuso ed appoggiato ripetutamente alla bocca vuol dire “Posso parlarvi in privato”; chiuso e rivolto in basso: “Venite vicino a me”; chiuso e diritto: “Potete agire liberamente”; aperto e nascondendo gli occhi: “Vi amo”; mosso circolarmente: “Ci spiano stiamo attenti”; chiuso e appoggiato all’orecchio sinistro: “Non rivelate il nostro segreto”; appoggiato al cuore: “Sarò sua per la vita”; tenuto chiuso nella mano destra; “Addio, Arrivederci”; semi aperto e appoggiato sul seno, invita ad attenersi alla discrezione più assoluta, ma se è aperto solo per due settori indica totale indifferenza. Appoggiato sulla fronte è un avvertimento: “Arriva mio marito”. E così via.
Le curiosità su questo oggetto sono tante. Si narra che il bellissimo Duomo di Carignano presso Torino, sia dovuto ad un ventaglio. Durante un pranzo di gala, il Conte Benedetto Alfieri, potente e geniale architetto del XVIII secolo, raccontò alla sua dama che gli avevano dato l’incarico di preparare il disegno del Duomo e di essere preoccupato per questo. La dama, con graziosa civetteria, rispose: “Ecco la pianta della chiesa” ed aprì il ventaglio. Alfieri afferrò l’idea e disegnò la chiesa a forma di ventaglio.
La pittura ha avuto anch’essa un ruolo importante nei ventagli. Infatti, il gusto per i dettagli ed una particolare predilezione per i nudi femminili sono alcune delle costanti che hanno caratterizzato, ad esempio, l’opera di Auguste Dominique Ingres. Nella sua opera appaiono già i temi che preannunciano il movimento romantico: scene di donne nude che evocano luoghi lontani ed esotici. Ma la mentalità puritana dell’epoca obbligava però il pittore ad ambientare questo tipo di scene solo nei bagni turchi o negli harem, dove la presenza di odalische e donne senza veli era pienamente legittima.
Anche poeti e scrittori si sono ispirati ai ventagli scrivendo versi del seguente tenore: «Quel tuo leggero ventaglio, o contadina bella, si esprime più della favella. Esprime ira, dolore, dispetto e piacere, odio e amore, chiudi il ventaglio e dona il tuo cuore». Mentre nella commedia di Goldoni “Il Ventaglio”, questo oggetto diventa il vero protagonista di una trama basata su equivoci e malintesi. Passando da un personaggio all’altro, infatti, finisce per renderli tutti uguali nella loro essenza più profonda, i sentimenti.
Qualcuno, infine, ha definito il ventaglio «Elegante stratagemma muliebre, che, a un gesto di suprema civetteria nella schermaglia contro la calura estiva, associa la previdenza maliziosa di uno schermo complice a sorrisi e sguardi furtivi»
Il ventaglio è storia, passione, ricordi. Quanti di noi sapevano queste cose. Quanti si sono mai soffermati su questo accessorio che sembra tanto insignificante, banale e fuori moda, ma che ancora oggi lo si può vedere nelle mani di donne di ogni età? Per cui se volete darvi delle arie… usate il ventaglio.

Ventaglio di Mata Hari

Ventaglio di Sarah Bernhardt

 

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SEI INTROVERSO O ESTROVERSO?
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Il carattere è un segno distintivo, una qualità propria che contraddistingue una persona, ovvero il complesso delle doti individuali e delle disposizioni psichiche che distinguono una personalità umana dall’altra e che si manifesta soprattutto con il comportamento sociale.
La personalità, secondo Gordon Allport, psicologo statunitense, è invece la somma totale degli schemi di comportamento effettivi o potenziali dell’organismo, determinati dall’eredità e dall’ambiente; ha origine e si sviluppa attraverso l’interazione funzionale dei quattro compartimenti principali entro i quali questi settori sono organizzati: cognitivo (intelligenza), creativo (carattere), affettivo (temperamento), e somatico (costituzione).

Gordon Allport

Hans Eysenck

Che significa essere estroversi o introversi? Secondo Hans Eysenck, psicologo inglese, «l’estroverso tipico è socievole, ama le feste, ha molti amici, ha bisogno di un rapporto continuo con la gente e non gradisce leggere o studiare per proprio conto. Ricerca le emozioni, sfida la sorte, non si tira indietro, agisce secondo lo stimolo del momento ed è generalmente un individuo impulsivo. Agita e muove le cose in continuazione, tende a divenire aggressivo e perde facilmente la calma; nel complesso i suoi sentimenti mancano di equilibrio e non sempre è una persona attendibile.
L’introverso tipico è un individuo tranquillo e schivo, amante più dei libri che della gente, riservato, freddo con tutti tranne che con gli amici più intimi. Progetta prima di agire, ‘guarda prima di saltare’, diffida dell’impulso momentaneo. Non desidera emozioni, si interessa alle cose d’ogni giorno con particolare serietà e tende a un modo di vita regolare e uniforme. Mantiene un fermo controllo sui suoi sentimenti, raramente si comporta in modo aggressivo e non perde facilmente la calma. È degno di fiducia, è piuttosto pessimista e attribuisce grande valore ai modelli etici».
Ovviamente questa descrizione si riferisce al ‘perfetto’ estroverso e al ‘perfetto’ introverso. Sia ben chiaro che poche persone si avvicinano realmente a questi casi-limite, la maggioranza, senza dubbio si colloca nel mezzo.

Quali sono i fattori fondamentali della personalità? Secondo Lorenza Dardanello Tosi, che ha pubblicato il manuale “E tu che carattere hai? (ed. Franco Angeli), sono tre: emotività o non emotività, attività o non attività e primarietà o secondarietà. L’emotività è la propensione a farci coinvolgere dagli avvenimenti esterni ma anche da “movimenti” interiori. L’attività rappresenta la disponibilità di energia ovvero la “dotazione di carburante” di cui si dispone. In caratterologia, secondarietà e primarietà indicano la rapidità con cui reagiamo ad uno stimolo e la durata di questa reazione.
Da questi tre ingredienti emergono tanti tipi: vediamone qualcuno.
Abbiamo l’entusiasta, che è dinamico e generoso, ma incostante e dispersivo; il tenace, fermo ed entusiasta, ma presuntuoso e megalomane; l’inquieto, sensibile e con temperamento artistico; il realista, dotato di senso pratico, ottimista, abile organizzatore, scettico e opportunista; il tranquillo, calmo, mite e tollerante, ma insensibile, apatico e avaro.
Tra i personaggi appartenenti all’una o all’altra categoria troviamo: Raoul Bova, signorile; Paolo Bonolis, protettivo; Sabrina Ferilli, aggressiva; Mara Venier, invadente; Simona Ventura, frizzante; Enrico Papi, compagnone; Maria Grazia Cucinotta, materna, Carlo d’Inghilterra, introverso.

Raoul Bova

Sabrina Ferilli

E le combinazioni vincenti quali sono? Ecco un campionario: l’entusiasta lega bene con il tenace e il realista, ma non con lo scrupoloso o il pigro; lo scrupoloso con il tenace e il pigro, ma non con il realista o il tranquillo; il realista con l’entusiasta e il flemmatico, ma non con lo scrupoloso o l’inquieto, ecc.
Vuoi proprio capire il tuo carattere? Eccoti un consiglio. Abbi il coraggio di guardarti dentro, senza cedere alle tentazioni di mascherare o ignorare i tuoi lati negativi, insomma fai un esame di coscienza, poiché spesso, abbiamo una così alta opinione di noi stessi al punto da pensare che sbaglia chi non è come noi. Una volta individuati le qualità e i propri difetti, impariamo ad accettarli come sono, sforzandoci di ottenere uno stato di equilibrio e stabilità, con l’aggiunta di scrupolosità, umiltà e costanza, che sono virtù indispensabili a ricompensare bene chi impara a sfruttarle con intelligenza, avendo sempre presente che tutti possono cambiare, infatti nessuno è responsabile di ciò che impongono le circostanze, ma solo del modo in cui si reagisce alle situazioni.

Foto fornite da Cartantica

 

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LA VITA È BELLA SE È COLORATA

 

(Foto fornite da Cartantica)


Vasilij Kandinskij, pittore e teorico russo dell’arte, famoso perché principale esponente dell’astrattismo non geometrico, sosteneva che il colore grigio rappresenta l’immobilità che è inconsolabile, per cui «quanto più il grigio si fa scuro tanto più si accentuano l’inconsolabilità e l’oppressione soffocante. Se invece dà nel chiaro, una specie di aria, di possibilità di respiro, penetra nel colore stesso, che contiene in sé un certo elemento di celata speranza». Ciò ci fa comprendere perché il ponte di Blackfriars di Londra, che era tristemente famoso per il numero dei suicidi che si verificavano, era dipinto di nero e che ridipinto di verde vivo, il numero dei suicidi diminuì di un terzo.

In realtà attraverso i colori si contraddistinguono tantissime cose: un pittore, una bandiera, uno stemma, uno Stato, oppure un partito politico, o il colorito della pelle, che in certi casi (pallore, pigmentazione giallastra, rossore), può essere espressione di malattia, quello che caratterizza le razze e, dulcis in fundo, quello che caratterizza il maschietto o la femminuccia.
Vi siete mai chiesti perché il colore rosa contraddistingue le bambine e l’azzurro i maschietti?
Ebbene, secondo la tradizione occidentale, il rosa è il colore di Venere la dea dell’amore e della bellezza. Ecco che allora quando la bambina era socialmente destinata a crescere, era molto importante che avesse un colore dolce e arrendevole, quindi vestirla di rosa equivaleva a predestinarla in tal senso.
Per il maschietto, che andava incontro ad una vita caratterizzata da forza, bellicosità e grinta, occorreva attenuare i bollenti spiriti e quindi il completino azzurro aveva il compito di calmarlo e renderlo tranquillo e quieto.

Per colore, inoltre, non si intende solo quello che si vede esteriormente, ma anche quello interiore che in ognuno di noi riassume le inclinazioni affettive, gli stati d’animo, l’approccio verso l’esterno.
Scoprire il proprio colore non è facile, ma può essere un esercizio divertente per dedicare un po’ di tempo a se stessi e guardarsi dentro.
Ma ai colori si può ricorrere anche per migliorare il proprio fisico e la propria salute. Forse per questi motivi è nata la cromoterapia, ovvero la pratica volta a ripristinare l’equilibrio mentale e corporeo, grazie all’applicazione di raggi di luce colorati sul corpo che, anche se poco praticata, ha origini antichissime.
Infatti, Egizi, Romani e Greci praticavano l’esposizione alla luce solare diretta per la cura di diversi disturbi. In India, invece, la medicina ayurvedica ha sempre considerato come i colori influenzino i centri di energia sottile che vengono associati alle principali ghiandole del corpo. Anche i Cinesi affidavano il proprio benessere fisico all’azione delle varie tinte, al punto che le finestre della camera del paziente venivano coperte con teli di colore adeguato e il malato indossava indumenti della stessa tinta.
Negli ultimi anni la cromoterapia ha avuto un notevole sviluppo grazie ai numerosi studi scientifici che evidenziano l’influenza dei colori sul sistema nervoso, immunitario e metabolico.
Pare, che i colori siano una cura efficace per molte malattie e possono perfino prolungare la vita di una decina d’anni, almeno così sostiene Corinne Heline nel suo libro «Guarire e rigenerarsi per mezzo del colore».

Vediamo un po’ quali sono le proprietà dei colori maggiormente utilizzati nella cromoterapia. Il rosso, ad esempio, migliora la circolazione sulle piante dei piedi; intorno all’ombelico e all’inguine, aiuta l’intestino pigro, è anti-irritante, facilita la crescita e l’aumento di peso, ma va evitato negli stati infiammatori acuti.
L’arancione è considerato utile contro il rachitismo, i crampi e gli spasmi, la digestione ed il buon funzionamento della tiroide, facilita il flusso mestruale e stimola la produzione di latte materno. Il giallo viene considerato un ottimo stimolante dell’attività muscolare, è lassativo, favorisce i succhi gastrici e riduce il gonfiore addominale, rende più bella la carnagione ma è controindicato nelle infiammazioni acute, nelle nevralgie, nelle palpitazioni e nelle sovraeccitazioni in genere.
Il verde viene considerato in grado di ristabilire l’equilibrio di tutte le funzioni dell’organismo, è purificante, stimolante battericida e germicida.
Il blu viene considerato l’opposto del rosso, anche per le sue proprietà calmanti. Viene usato in caso di febbre e palpitazioni e pare efficace anche in alcuni casi di calvizie. Il porpora, infine favorisce la dilatazione dei vasi sanguigni favorendo l’attività vascolare, abbassa la temperatura corporea ed è utile contro l’insonnia.
Un colore da evitare? Secondo Kandinskij il nero, poiché: «Come un nulla senza possibilità, un nulla morto dopo la morte del sole, come un silenzio eterno senza avvenire, senza la speranza stessa di un avvenire, risuona interiormente il nero».

Oggi anche la dieta si veste di colore, anzi di quattro colori, (rosso, verde, giallo e arancione) riferiti essenzialmente a frutta e verdura. Queste ultime, se di colore rosso, sono le guardie del corpo, se gialle e arancioni assumono il ruolo delle estetiste che vi fanno belle, se verdi, infine, sono i personal trainer che curano la forma. In sintesi il rosso (angurie, peperoni, ciliege, melanzane, fragole, mirtilli, fichi, pomodori), protegge; il verde (piselli, zucchine, mele, cetrioli, kiwi), depura; il giallo (banane, ananas, mais, pesche, limoni e prugne gialle), ringiovanisce; l’arancione (albicocche, carote, arance, zucche), rinforza.
Il colore può anche essere “respirato” e convogliato con l’immaginazione verso l’area del corpo che necessita di cure. L’esercizio è semplice, dopo aver visualizzato il rosa, immaginate di essere circondati da una nube dello stesso colore e respirate profondamente, pensate al vostro corpo e decidete la parte che vorreste migliorare. Per favorire l’immaginazione potete anche utilizzare come guida una fotografia che vi piace, inondando di rosa la parte che vorreste abbellire e così facendo potete passare ad un’altra area.

Insomma la vita è bella se è colorata.

 


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ODORI & PROFUMI
STORIA, FATTI, CURIOSITÁ

Nel nostro meraviglioso universo, in cui la tecnologia lotta contro l’inquinamento, senza riuscire a vincerlo, mentre i mass media spalancano le loro colonne e i loro schermi a ogni sorta di pubblicità mirante al lancio di prodotti per combattere i cattivi odori, l’uomo ha ben poche occasioni per registrare sensazioni olfattive, siano esse piacevoli o meno. Molti prodotti dell’agricoltura, che una volta offrivano caratteristici odori alle cellule dell’odorato, oggi sono coltivati in serre con tecniche artificiali, stipati per giorni in speciali frigoriferi per farli maturare e conservare. Inevitabilmente rivelano una quasi totale assenza di odori e sapori, facendo rimanere in letargo le nostre cellule olfattive.
L’olfatto, che nell’uomo è stimolato da oltre cinquemilioni di cellule che eccitano le terminazioni nervose e invitano il cervello alla decodifica del tipo di fragranza, è l’organo di senso preposto alla funzione specifica della percezione degli odori. Esso va perdendo sempre più il suo ruolo nel corso dell’evoluzione della razza umana, se solo si considera che l’uomo primitivo affidava all’odorato compiti importantissimi, come la ricerca del cibo, la difesa dai pericoli, l’eccitazione dell’appetito sessuale, ecc.
Per vari motivi l’olfatto è considerato un senso minore, la cenerentola dei sensi. A differenza dei sensi nobili quali la vista e l’udito. La nostra cultura misura il bello attraverso la vista e l’udito, mentre quella orientale – ebraica e indiana in particolare – ha sempre sottolineato l’elemento degli odori e dei profumi.
Sull’argomento non mancano aneddoti e storielle curiose. Si narra, ad esempio, che Enrico IV, re di Francia, indirizzò ad una delle sue amanti un biglietto di questo tenore: «Domani verrò da voi, mia adorata. Mi raccomando che non vi laviate. Mi piace il vostro odore forte». I malevoli, invece, asserivano che Enrico IV, per dare il buon esempio, puzzava come un caprone, ma pare anche che una delle sue conquiste gli sussurrasse: «Bisogna proprio che siate il re perché vi sopporti. Altrimenti…».
L’opinione dello scrittore giapponese Yasunari Kawabata, è un po’ diversa da quella del monarca francese, infatti, egli sostiene che: «La pelle di una donna prende ad emanare profumo solo quando è tra le braccia di un uomo che le piace. Una donna anche giovanissima sembra sia incapace di frenare questo profumo. Esso dà coraggio all’uomo, lo rasserena, gli dà pace. Con quel profumo la donna comunica silenziosamente il suo assenso». Lo stesso Casanova affermava di aver sempre trovato soave l’effluvio delle donne che aveva amato. Ma anche Plauto era del parere che «La donna odora di buono quando odora di niente». Sta di fatto che la percezione degli odori, nostri ed altrui, starebbe perciò alla radice anche di comportamenti apparentemente razionali o almeno intenzionali, dal momento che il sistema olfattivo dialoga con il cervello attraverso un asse che collega ipotalamo e bulbi olfattori.

Oggi le nostre strutture sensoriali olfattive, forse, proprio a causa dei numerosi eccitamenti odorosi, si sono annoiate a tal punto da preferire agli odori naturali quelli delle miscele odorose artificiali sempre più raffinate e penetranti che, reclamizzate e ben confezionate, possono essere acquistate in una qualsiasi profumeria, per soddisfare le variate esigenze olfattive, sia femminili che maschili. Ma, Re Salomone, nel Canto dei Cantici, un sorprendente inno d’amore, fa non meno di venti allusioni ai profumi che aleggiano sui corpi degli amanti, consigliando di dare la preferenza al proprio effluvio, poiché l’odore che emaniamo supera ogni profumo.
Anche la letteratura si è interessata all’olfatto, esso può decidere, infatti, simpatie e antipatie, può riassumere una sensazione o una situazione ambientale, può farsi veicolo di ricordi. A solo titolo di esempio, ricordo Patrick Suskind, che attraverso il suo volume Il profumo, le cui sensazioni olfattive sono al centro dell’intero romanzo, narra che il protagonista, Grenouille, è una creatura che ha un odore ma, che proprio per questo, presta notevole attenzione agli odori del mondo e che dell’odore della gente si nutre.

E parlando dei profumi non possiamo tralasciare qualche nota in relazione alla sua storia. La parola profumo è latina e significa «fare fumo per propiziarsi gli dei». In Italia fu il piemontese Gian Paolo Feminis, all’inizio del ’700, a impiegare per primo il bergamotto in una composizione profumata esportata poi a Colonia, in Germania. Giovanni Maria Farina, poi, pare l’avesse brevettato col nome di Acqua di Colonia, una fragranza che conquistò Napoleone al punto che portava sempre con sé una boccetta infilata nello stivale.
Di ben diversa origine è invece la conosciutissima Acqua di Rose, la cui provenienza è persiana, dal momento che i persiani consideravano questo fiore la delizia per eccellenza, al punto da cospargere di petali tappeti e divani in occasione delle feste. Furono essi i primi a distillare le rose e ad esportare la profumata acqua in Cina, India, Egitto e nel bacino del Mediterraneo. Ma la donna più profumata della storia pare sia stata Caterina dei Medici. Fu proprio lei ad esportare in Francia l’arte della lavorazione dei profumi.
Dai tempi più remoti della storia dell’uomo il profumo è stato sinonimo di ricchezza, cultura e civiltà, al punto che il mestiere di profumiere era sempre associato a quello di medico, guaritore o sacerdote. Le materie aromatiche manipolate dal profumiere possedevano poteri curativi e inducevano, attraverso l’olfatto, un vero benessere psico-fisico. Il profumiere arabo, componeva, non solo profumi, ma si spingeva oltre preparando incensi, bagni, unguenti e cosmetici per procurare piaceri raffinati e guarigioni.
Uno degli aspetti della storia dei profumi, può considerarsi quello religioso, in quanto l’uomo fu talmente sensibile alle sostanze odorose, da utilizzarle, sia per riconciliarsi con gli dei che per disinfettarsi, dal momento che si riteneva che gli odori gradevoli scongiuravano le malattie. A quest’ultimo proposito si trova traccia addirittura nell’Odissea, ove Ulisse, ritornando a Itaca, fa bruciare dello zolfo per purificare il proprio palazzo, dopo aver sterminato i Proci e i suoi infedeli servitori. Anche nella Bibbia (Esodo 40, 27), è scritto che Mosè costruendo il Tabernacolo (Santuario portatile nel quale erano conservate le tavole della Legge), «Vi bruciò sopra l’incenso aromatico…».
I profumi servivano anche a combattere i cattivi odori ed a scacciare il demonio, mantenendo intorno alla rappresentazione della divinità nel tempio, un’atmosfera favorevole all’accoglimento delle preghiere. La leggenda ricorda che il cretese Melisseo, padre di Amaltea, l’affascinante ninfa che nutrì il giovane Zeus con il latte della sua capra, salvandogli la vita, fu il primo a sacrificare alcune pecore per bruciarle e accarezzare così, attraverso il velo del fumo, le narici degli dei.
Il profumo è considerato una specie di genio buono che permette di compiere diversi tipi di sogni come, ad esempio, la funzione sacra che mette in rapporto con gli dei. La funzione eleganza, invece, dal momento che il profumo innalza, è aristocratico, ma è anche segno di benessere. Il profumo è ritenuto anche il più forte artefice della seduzione. Si narra che la Regina d’Ungheria a 70 anni con l’Eau d’Hongrie sedusse il Re di Polonia. Del profumo vanno ricordate anche le funzioni piacere che sorprende l’intelletto e provoca estasi, la funzione vitalità che dà forza, la funzione identità che contraddistingue una persona, insomma, come fosse un secondo nome di battesimo. Infine vi è la funzione evasione, dal momento che il profumo ricorda luoghi distanti, momenti passati, permettendo di fuggire in luoghi lontani.
La tradizione dei profumi si tramanda ancora oggi nelle nostre Chiese con l’uso dell’incenso che, diffuso attraverso il turibolo (incensiere), è utilizzato in diverse cerimonie cristiane. Emanuela Angiuli, direttrice della Biblioteca Provinciale di Bari, ipotizza che «La nuvola di fumo che sale dall’altare trascina dalla terra verso il cielo, in mille profumate spirali evanescenti, la voce dei desideri. Così gli uomini parlano agli dei…».
Sta di fatto che le regine si procuravano a qualunque costo i profumi che il lusso e la gloria del loro rango esigevano. Vi sono numerose testimonianze che concordano nell’affermare che Cleopatra non disdegnava enormi quantità di profumi di fiori e di balsami odorosi che gli uomini le offrivano per esaltare la sua bellezza. La regina di Saba portava oro in dono a Re Salomone, ma anche profumi e aromi.

La scoperta del Nuovo Mondo ed il conseguente intensificarsi dei commerci con le Indie e con la Cina portarono poi molti prodotti nuovi, alcuni dei quali utilizzati in profumeria, e la loro attività divenne rilevante col progredire della civiltà. Nel 1190, in Francia, i profumieri ottennero un riconoscimento ufficiale e la regolamentazione dell’esercizio della professione che richiedeva un lungo periodo di apprendistato.
Oggi si parla anche di memoria olfattiva finalizzata ad associare ad un odore un’immagine emozionale. Quando questo odore viene risentito dopo anni, la memoria olfattiva aziona un sistema per riprodurre con l’emozione lo stato d’animo che accompagnò l’odore nel passato, procurando una sorta di piacere indiretto. L’esperienza emozionale legata all’odore è alla base dell’apprendimento degli organismi viventi ed è talmente necessaria alla loro sopravvivenza che le memorie olfattive sono trasmesse insieme al patrimonio genetico. Ciò è dimostrato dal richiamo dei primi ricordi olfattivi che risalgono all’infanzia, che sono i più potenti nella loro capacità di suscitare emozioni gradevoli e anche i più facili da richiamare. In effetti, le memorie olfattive non svaniscono mai e la loro forza dipende dall’importanza che ha avuto la situazione in cui l’odore è stato percepito nel processo d’apprendimento delle persone. Più antiche sono le memorie olfattive, più profonde sono le emozioni che risvegliano.
Anche la scenografia olfattiva, le cui origini risalgono all’alba della civiltà, epoca in cui rappresentava un elemento essenziale nei riti e nelle cerimonie religiose, è attuale. Gli antichi non sottovalutavano la capacità degli aromi per suscitare emozioni profonde e, senza saperlo, praticavano la scenografia olfattiva con le resine, i legni, le erbe e le spezie. La scenografia olfattiva dinamica rinnova lo stimolo olfattivo cambiando la profumazione diffusa nell’ambiente. In questo modo l’olfatto rimane sempre allertato e sollecitato continuamente da nuovi odori e da nuove emozioni. In certe situazioni, in cui il pubblico è in movimento, si possono combinare insieme sia l’arredamento olfattivo, che consente di riconoscere attraverso il profumo i posti nei quali entriamo, sia la scenografia olfattiva, che consiste nel profumare diverse parti di uno spazio con aromi diversi e distinti.
Le scenografie olfattive possono realizzarsi con aromi naturali e sintetici, ma tutto ciò che il profumo sintetico fa è solo quello di imitare la natura e le emozioni che danno la sensazione della realtà. Ma, gli aromi di sintesi suscitano solo dei ricordi di emozioni, più che delle emozioni vere e proprie. La scenografia olfattiva naturale va ben oltre questo approccio “artistico” dei profumieri moderni, avvalendosi, oltre che della psicologia dell’olfatto anche dell’aromaterapia e della psico-aromaterapia.
All’inizio del secolo fu costruito addirittura un organo odorifero che era suonato durante i concerti organizzati dalla Central Hall di Londra, ipotizzando che gli odori avrebbero influenzato le emozioni del pubblico. La scenografia olfattiva naturale ha il compito essenziale di orchestrare gli odori dell’ambiente in un profumo continuamente rinnovato, proprio come fa il musicista orchestrando le note musicali in un concerto. In sostanza stiamo parlando del concerto dei profumi, che accompagnato da uno spettacolo musicale, rappresenta la massima espressione della scenografia olfattiva, dal momento che attraverso le sue memorie olfattive, si propone di trasportare lo spettatore in un viaggio all’interno di se stesso facendolo assistere ad un concerto d’emozioni. Un concerto di profumi deve iniziare con diluizioni tali che le fragranze si devono indovinare, che il naso deve ricercare ed esplorare per rassicurarsi, prima di aprire al “crescendo”, proprio come fa il nostro orecchio con la musica.
L’assuefazione olfattiva, invece, fa sentire il profumo solo nel momento in cui si entra in uno spazio profumato, ma dopo pochi minuti l’odore non è più percepito pur continuando ad agire sul sistema nervoso.
Oggi è attuale anche la profumoterapia, che si basa sul principio simile a quello dell’omeopatia o di altre terapie cosiddette vibrazionali. Essa presuppone l’effetto curativo della forza vitale della pianta attraverso la materia aromatica che produce. La profumoterapia predilige alcuni campi in cui si osserva che la sua azione curativa risulta essere particolarmente efficace negli stati depressivi, nell’anoressia, negli stati d’animo negativi come insicurezza, aggressività, ma pare che sia elettiva anche contro l’infertilità delle donne, durante la gravidanza e l’allattamento e per tutti i disturbi del ciclo femminile.
La profumazione ambientale, invece, migliora l’ambiente psicologico del luogo di lavoro, influisce positivamente sui lavoratori e sui clienti ed è anche capace di incrementare la produttività e le vendite, ma non deve essere utilizzato per incrementare la produttività, attraverso lo sfruttamento dei lavoratori per favorire le vendite. La profumazione dell’ambiente è soprattutto un investimento umano che protegge la salute fisica e psichica dei dipendenti, che è il vero capitale dell’azienda. In realtà la profumazione ambientale umanizza il luogo di lavoro attraverso essenze destressanti come quelle degli alberi di pino, cipresso, legno di rosa, ecc.
La profumoterapia rappresenta il lato più sottile e coinvolgente della medicina aromatica di ieri e di oggi ed è il proseguimento della tradizione del medico-profumiere antico, capace di orchestrare una fragranza che riflette e sostiene uno stato d’animo.

C’è un vero e proprio alfabeto degli odori che permette di conoscere il linguaggio della comunicazione olfattiva e l’effetto psicologico degli odori. Ovviamente l’effetto psicologico di una fragranza dipende soprattutto dal contesto in cui viene utilizzata. Per esempio, un profumo indossato dalla donna amata avrà una forte carica sensuale, se lo stesso profumo viene sentito al bar nella tazzina di caffé farà pensare a condizioni igieniche insufficienti e susciterà certamente una reazione di disgusto.
Vediamo quali sono i significati ed il linguaggio di alcuni profumi che madre natura ha voluto regalarci.
L’aroma dell’incenso, ad esempio, evoca il mistero del sacro e se indossato come profumo comunica l’immagine di una serietà quasi ecclesiastica. Il profumo dell’incenso aiuta a superare la claustrofobia e l’apprensione, allontana gli incubi e gli spiriti facendo da scudo contro gli influssi negativi. In cosmetica è usato nelle maschere di bellezza per contrastare le rughe e prevenire le infezioni cutanee legate all’invecchiamento. Il fumo dell’incenso, che rappresenta l’aroma dell’elevazione spirituale, sale verso il cielo e ci aiuta a ridimensionare le nostre ansie e preoccupazioni.
La rosa rappresenta il simbolo dell’amore sia profano che divino. Il suo profumo dà un senso di sicurezza e armonia e permette di superare l’egocentrismo e l’egoismo. Il suo aroma unisce armoniosamente il sacro ed il sensuale aiutando a spiritualizzare le relazioni sessuali. In psico-aromaterapia è utilizzato nelle malattie mentali, mentre in aromaterapia è considerato una delle essenze più importanti per le donne, e poi, apre il cuore alle realtà angeliche.
La menta, invece, agisce sull’ego, scacciando l’orgoglio esagerato. Aiuta anche a superare il complesso di inferiorità, poiché spesso un orgoglio eccessivo maschera proprio un senso di inferiorità. La menta è un potente analgesico, efficace sulle scottature e per tutti i tipi di prurito, specie se associata all’essenza di lavanda. Il suo nome rivela le sue affinità con la mente.
Il poeta francese Paul Valery sosteneva che «Una donna che non si profuma non ha avvenire» e, probabilmente, seguendo questo assunto Guerlain, naso famoso, si sistemò in una strada di Parigi per vendere fragranze e aceti aromatici. Offriva le delizie di profumi e acque profumate a un pubblico più vasto della solita èlite. Cominciò così l’epoca d’oro della profumeria. A cominciare dagli anni venti furono soprattutto i sarti a far esplodere la voglia di profumarsi con Poiret, Coco Chanel, Jeanne Lavin, seguiti da pellicciai e pellettieri come Weil, Revillon ed Hermes che fiutarono gli affari collegati a moda e profumi.
Nel periodo della Belle-Époque sono apparsi grandi profumi proposti da grandi profumieri. È tra le due guerre che sono apparsi i nomi dell’Alta Moda nel mondo della profumeria, con tutto quello che questo rappresenta in fatto di eleganza e lusso femminile. L’epoca è contrassegnata anche dalla raffinatezza dei flaconi e delle confezioni e dalla nascita di grandi creazioni diventate dei classici, ancora oggi in commercio.
Oggi il consumo dei profumi è in continua crescita. Si calcola che il fatturato dei prodotti di profumeria alcolica supera i settecento milioni di euro. Un settore che sembra godere ottima salute, probabilmente perché le formule sono radicalmente cambiate, anche se c’è una riscoperta nell’uso di olî essenziali originali. I profumi moderni contengono ben poco di essenziale a causa degli esorbitanti costi delle sostanze naturali, difficili da reperire o coltivare. Così, come altri ingredienti profumati, che una volta si ricavavano dalle ghiandole di alcuni animaletti, oggi sono realizzati in laboratorio, senza dover più disturbare esseri viventi come gli zibetti, i castori, i cervi tibetani e cinesi o i capodogli, dai quali ultimi è stata ricavata l’ambra grigia, una sostanza fortemente aromatica.
Nei laboratori, invece, nasi esperti fiutano le fragranze più adatte per la stagione estiva o invernale, per gli sportivi o per i pigri, per bambini, giovani e anziani, per l’amore, per i matrimoni, per l’ufficio, per il relax, per il giorno o per la notte, per ricordi e sentimenti. Insomma un vastissimo assortimento di profumi nei quali è difficile non trovare quello giusto. Ma la ricerca di nuovi profumi non si ferma. Studiosi di botanica tropicale e tecnici specializzati dell’Università di Montpellier, sponsorizzati da importanti aziende di profumeria, si sono serviti di una zattera appesa ad un dirigibile, che posata sulle cime degli alberi della foresta, ha permesso loro di annusare e raccogliere campioni di foglie e fiori, catturando nuove fragranze naturali in momenti diversi del giorno e della notte per ricavarne olî essenziali, ricostruirli chimicamente e trasformarli in nuove fragranze di successo.

Un breve cenno meritano gli odori e i profumi della tavola e della cucina. Chi non riconosce l’odore di un buon ragù, o quello di un arrosto di carne o di pesce, o l’effluvio che esala da una teglia di riso patate e cozze (per baresi e pugliesi, soprattutto), o da quella della pasta al forno? Per non parlare dei profumi che emanano pesce e frutti di mare freschi. E perché no anche i profumi provenienti da un panificio o da una pasticceria o quelli di Natale.
Ricordo, infine, che l’olfatto è di estrema utilità per segnalarci pericoli come fuga di gas, esalazioni di benzina, incendi, ecc., al pari di quanto fa l’organo di senso dell’udito, per gli allarmi sonori.
Purtroppo, è anche reale il pericolo che a causa delle innumerevoli aggressioni alle delicate strutture sensoriali del nostro odorato, da parte di molti agenti chimici inquinanti, l’importantissima funzione olfattiva subisce continui insulti. Auguriamoci che non arrivi mai il giorno in cui del senso dell’olfatto se ne parlerà solo nella storia della medicina.
Per chi volesse approfondire l’argomento ricordo che dal 14 marzo e fino al 2 settembre 2007, i Musei Capitolini ospitano la mostra “I profumi di Afrodite e i segreti dell’olio. Scoperte archeologiche a Cipro”. Sono presenti cento reperti e 4 essenze preistoriche che raccontano la storia della più antica fabbrica di profumi del Mediterraneo.
I reperti provengono dal sito di Pyrgos (Cipro), mentre i profumi sono stati ricreati per la mostra sulla base dell’archeologia sperimentale e possono essere annusati dal pubblico lungo il percorso.

E per rimanere in tema riporto una poesia della poetessa Santa Vetturi che richiama i profumi di Natale.

U SPREFUME D'U NATALE

 

Iind’all’arie se spanne chiane chiane
pezzinghe d’o prengìbbie de Decèmbre
e s’arrevogghie o core man’a mmane
u sprefume du Natale sorprendènde
Acchemmènze ggià c’u-addore du ccuètte
ca baggne dolge assà le carteddate
chessa rezzètte andiche pe le fèmmene
iè tradezzione pe l’Immacolate
E mbriime po’ s’ammèscke u ddolg’ e amare
de le amìnue pe le calzengèdde
c'acchembaggne uatterrone ndelecate
de zzuccre de candite e de necèdde
Do Presèbbie po’ nge arrive u-arome
de muscke de marange e manderìne
s'’abbabuèsce u nase e pure u core
pe la rèsene ca cole d'o pine
Ma u mmègghie priisce tu done u-addore
c’ammène u suche pronde a la Vescigghie
pu guste speciale du capetone
c’aunìsce atturne o tàue la famigghie
St’addure tutte quande miise nziime
sò llore a ddà sprefume o Natale
c'oggne ianne arrive sembe chiine chiine
d’amore e pasce e ppure de… rregale

IL PROFUMO DEL NATALE

Nell’aria si spande pian piano
fin dall’inizio di Dicembre
e s’avvolge man mano al cuore
il profumo del Natale sorprendente
Incomincia già con l’odore del vincotto
che bagna assai dolce le cartellate
questa ricetta antica per le donne
è tradizione per l’Immacolata
E subito si mescola l’agrodolce
delle mandorle per i calzoncelli*
che accompagna il torrone delicato
di zucchero, di canditi e di arachidi
Dal presepe poi ci arriva l’aroma
di muschio, di arance e mandarini
s’inebria il naso e anche il cuore
per la resina che cola dal pino
Ma il miglior godimento te lo dona l’odore
che emana il sugo pronto la Vigilia
per il gusto speciale del capitone
che unisce intorno al tavolo la famiglia
Tutti questi odori messi insieme
sono loro a dare il profumo al Natale
che arriva ogni anno pieno pieno
d’amore e pace e pure di regali.

*sgonfietti o sgonfiotti ripieni


Le foto del pesce e degli oggetti di Pyrgos sono state fornite da Vittorio Polito, le altre sono dell'Archivio di Cartantica

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IL RIONE CARRASSI DI BARI E LA CHIESA RUSSA IN VETRINA PER IL VERTICE ITALO-RUSSO

Si è svolto in questi giorni a Bari il vertice italo-russo con il presidente russo Putin e il nostro presidente del Consiglio Prodi. In tale occasione il quartiere Carrassi di Bari, dal momento che ospita l’importante Chiesa Russa, è stata oggetto di visita da parte del presidente russo. Per tale motivo è utile qualche notizia sul quartiere e sulla Chiesa Russa.
La prima vera costruzione del Rione Carrassi fu una Chiesetta dedicata a San Lorenzo, risalente ad alcuni anni prima del 1144, ma oggi non si hanno più tracce.
Fonti documentarie attestano che i campi lungo la via per Carbonara siano appartenuti per molti secoli al Capitolo Metropolitano della Cattedrale ed a quello della Basilica di San Nicola. Il simbolo è rappresentato da una struttura, a carattere religioso, denominata Padre Eterno. Di questa opera non si conosce l’origine ma Luigi Sada la fa coincidere con la Torre di “Vrunnolo”, datata 1834, primo edificio che si incontrava provenendo da Carbonara. Oggi c’è solo una edicola votiva in Corso Alcide De Gasperi.
Il nome Carrassi deriva da Antonio Carrassi, sindaco di Bari dal 1851 al 1853.
Corso Benedetto Croce, la più importante arteria del rione Carrassi ospita l’originale complesso della Chiesa Russa. Il romantico lembo di paesaggio da fiaba, con i verdi tetti e la cupola a bulbo nella parte più alta. È un lontano ricordo della Russia degli Zar e rappresenta una eccezionale nota di colore, come ricorda Vito Antonio Melchiorre nel suo volume “Note Storiche su Bari” (Levante Editori). L’imponente opera, realizzata in pochi anni, fu oggetto di una lunga vertenza giudiziaria prima di essere acquisita dal Comune di Bari.
Un incendio ridusse in pessime condizioni una porzione dell’immobile che fu lasciato a un progressivo e gravissimo degrado. Solo recentemente la splendida costruzione è stata restaurata e riportata al suo antico splendore§

La Chiesa Russa è stata per anni il simbolo monumentale del rione Carrassi, i meno giovani ricorderanno il passaggio del tram, prima, e della filovia, poi, che raggiungevano Carbonara a Ceglie.
La prima parrocchia fu quella dei Carmelitani, voluta dall’Arcivescovo Vaccaro, per contrastare l’invadenza ortodossa che faceva capo alla Chiesa Russa. Fu istituita nel dicembre 1956 con il nome di “Santa Maria delle Vittorie”. L’attuale edificio fu realizzato nel 1982 sullo stesso suolo del precedente rinnovato secondo i dettami del Concilio Vaticano II.
Qualche curiosità: il bar del villaggio si chiamava “Minerva”, il tabaccaio era Nicolino “u zeppe”, il giornalaio era Gennaro, nella cui edicola erano esposte “La Domenica del Corriere”, con le tavole di Walter Molino, “Il Travaso” per farsi due risate e “L’Uomo qualunque”, il quotidiano diretto da Renato Angiolillo.
Il rione Carrassi poteva essere considerato una città con il suo campo degli sport, il glorioso Istituto Margherita, il carcere, la Parrocchia di Nostra Signora del Santissimo Sacramento, quella di Santa Maria delle Vittorie, il Cinema Adriatico, la vetreria Pizzirani il saponificio Serio, ma soprattutto era ricco di ville e villini, dal momento che in quei luoghi i baresi trascorrevano le ferie estive.
La Chiesa Russa di Bari, unico riferimento religioso in Italia per gli ortodossi russi, è stata donata, in questa occasione, dal Governo italiano al Presidente Putin.
Alcune di queste note sono state riprese dal fascicolo “Il Quartiere Carrassi”, a cura del Cenacolo Carmelitano e della VI Circoscrizione “Carrassi San Pasquale” di Bari.

Chiesa Russa

 

 

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TRICOLORE. VESSILLO DI LIBERTÀ CONQUISTATA

Il 4 novembre 2001 il presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, celebrava il 140° anniversario della unità nazionale così dicendo: «Adoperiamoci perchè in ogni famiglia, in ogni casa, ci sia un tricolore a testimoniare i sentimenti che ci uniscono fin dai giorni del glorioso Risorgimento.
Il tricolore non è una semplice insegna di Stato, è un vessillo di libertà conquistata da un popolo che si riconosce unito, che trova la sua identità nei principi di fratellanza, di eguaglianza, di giustizia. Nei valori della propria storia e della propria civiltà».
Per rafforzare il sentimento patriottico egli non ha perso occasione per sollecitare gli italiani a esporre la bandiera, a cantare l’Inno di Mameli. In diverse occasioni ha distribuito egli stesso il nostro tricolore. La Presidenza del Consiglio dei Ministri per meglio rafforzare questo sentimento ha pubblicato in occasione della Festa della Repubblica il bel volume «Il tricolore, il simbolo, la storia»a cura del Dipartimento per l’Informazione e l’Editoria.
L’iniziativa che ha ottenuto un vasto consenso ha lo scopo di raccontare e ricordare ai cittadini, giovani e meno giovani, la storia del tricolore intorno al quale si sono riuniti e manifestati i migliori sentimenti dell’Italia.
La pubblicazione illustra origini e storia della nostra bandiera, in particolare di quella dell’Esercito Italiano, della Marina e dell’Aeronautica Militare, dell’Arma dei Carabinieri, della Polizia di Stato, dei Vigili del Fuoco della Croce Rossa, ecc., arricchita da belle immagini e da un utile guida ai musei storici e del risorgimento.
Al volume è allegato un esemplare della bandiera italiana, opera di detenuti, ex detenuti e loro familiari iscritti all’Associazione culturale senza scopo di lucro G.I.S.C.A. (Gruppo Italiano Scuola Carceraria) e della Cooperativa Sociale a r.l. “Infocarcere”, con le quali è stato sottoscritto un accordo finalizzato a fornire lavoro a persone particolarmente svantaggiate.
L’iniziativa è stata patrocinata dal Senato della Repubblica, dalla Camera dei Deputati, dalla Presidenza del Consiglio e da una nota di apprezzamento da parte del Presidente della Repubblica.
Mauro Masi, segretario generale della Presidenza del Consiglio dei Ministri, che firma la prefazione, afferma che «È importante approfondire e studiare il Tricolore e la sua storia, che non si svolge solo attraverso avvenimenti di guerra, ma simboleggia anche le conquiste civili, scientifiche e sportive dell’intera Nazione».
Insomma, un bel viaggio nella nostra storia, attraverso i colori rosso, bianco e verde che riescono ad accendere l’immaginario delle nuove generazioni e la memoria dei più anziani, ma animano anche gli eventi di oggi come la Festa della Repubblica.


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FAVOLE DA RACCONTARE AI BAMBINI ADOTTATI

 


L’adozione, come la scelta di avere un figlio proprio, dovrebbe essere considerata un atto d’amore a cui riservare tutte le attenzioni, e non un semplice gesto egoistico per sopperire ad una eventuale mancanza di equilibrio.
In considerazione di quanto sopra, forse, Simona Giorgi, psicologa e psicoterapeuta, specializzata in terapia familiare presso l’Istituto di Terapia Familiare di Firenze, ha pensato bene di proporre un libro rivolto ai genitori adottivi ed ai loro bambini (“Cavalcando l’arcobaleno”, Magi Edizioni, pag. 130, euro 13,00).
L’autrice sostiene che i bambini adottati hanno bisogno di un metaforico arcobaleno, costruito dai genitori acquisiti, che congiunga le parti della loro storia, la loro identità dalla nascita ad oggi, con le sue verità ed i suoi perché. Non è impresa facile, sottolinea Simona Giorgi, ma spera che il suo libro possa essere in qualche modo d’aiuto.
Il testo costituisce un vero manuale di istruzioni per ideare le favole fin dal momento in cui viene presa la decisione di adottare un bambino, arricchito di tante storie già inventate e raccontate ai bambini arrivati nelle famiglie sia tramite adozioni nazionali che internazionali.
In sostanza la modalità che l’autrice propone ai genitori adottivi è semplice e originale: inventare per il bambino una favola nella quale il passato si congiunga al presente.
La favola è uno dei modi attraverso i quali il bambino sente la nostra presenza e il nostro amore da sempre. In particolare proprio la presenza è qualcosa di molto importante, che gli farà compagnia lungo le strade della vita anche quando noi non ci saremo più.
Simona Giorgi, auspicando che la lettura di questo libro possa contribuire ad alleggerire il loro lavoro, porge ai genitori dei bambini adottati il suo sentito augurio, sottolineando che inventare una favola che racconti la storia del bambino in un linguaggio magico e comprensibile sia importante, perché gli risparmierà probabilmente il trauma del “momento X” in cui scatta l’“ora della verità”.




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LA CULTURA DIALETTALE BARESE, IN TUTTE LE SALSE


È stato pubblicato in questi giorni il volume “Baresismi” di Anna Sciacovelli, nota scrittrice, poetessa e dialettologa, nonché attenta ricercatrice di storia locale (Wip Edizioni, Bari, pag. 160 euro 12).
L’idea è di Giuseppe Caldarulo, imprenditore con esperienza ventennale specifica nelle tecniche di stampa che finalizza la pubblicazione per tramandare la cultura della baresità, non solo alle figlie Giorgia e Azzurra, ma anche a tutti i bambini baresi, figli di una Bari moderna e caotica, dove non è più possibile giocare per strada, vivere e comunicare con i coetanei, divertirsi insieme, come avveniva per le generazioni passate.
Anna Sciacovelli autrice di numerose pubblicazioni che hanno suscitato interesse da parte di molti scrittori di rilievo (Carlo Bo, M. Luzi, G.Spinelli de’ Santelena, V.A. Melchiorre, D. Giancane, V. Maurogiovanni e tanti altri), presenta questa volta un agile volume, con l’obiettivo di proporre e stimolare l’interesse per il dialetto barese, spesso scambiato per un linguaggio volgare, da qualcuno definito erroneamente gergo, ma che in realtà rappresenta un importante strumento di comunicazione da tramandare alle generazioni future.
Sosteniamo pertanto il tessuto linguistico dialettale non per spirito campanilistico, ma perché il dialetto rappresenta la storia stessa di una collettività, le sue radici, il suo passato, le sue origini.
Il contenuto di questo simpatico libro è quanto mai variegato. Si passa dai canti popolari religiosi a canzoni… anche dispettose, a detti, a baresismi in versi, a mestieri scomparsi, ai proverbi, al linguaggio dei furbi e dei furfanti, agli indovinelli, ai soprannomi, alla terminologia medica, agli usi e credenze popolari, ai giochi, insomma un assortimento di baresità per tutti i gusti.
Il volume è illustrato dalla straordinaria matita del maestro Luigi Giacopino che ripropone graficamente alcuni mestieri scomparsi.

Dallo stesso volume propongo una lirica dialettale del poeta Domenico Dell’Era.

La canzone de la tèrra mè

Lende lende
So le staggione jìnd’a la tèrra mè
Addò u bbianghe de le ccàsere
Jè accom’a la tevagghje d’u ualdàre.
N’nanze a na porta vacande
Nu trajìne che le rrote granne
Jàlze le sdànghe
Com’a le vvràzze ca preghene
Ci sa chjòve… ci sa chjòve.



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IL VIZIO DAL MONDO ANTICO A QUELLO CONTEMPORANEO


C’è modo e modo di intendere il vizio. Secondo William Shakespeare «Non vi è vizio che non abbia una falsa somiglianza con qualche virtù», per Santa Teresa d’Avila, è «Un modo con cui il demonio, a nostra insaputa, può farci molto male facendoci credere che possediamo delle virtù, quando ne siamo privi», mentre per Santa Caterina da Siena, «Tutti i vizi sono conditi dalla superbia, così come le virtù sono condite dalla carità»..
Un testo di Moralia “Invidia e odio” descrive come Plutarco per definire il vizio ricorreva all’immagine di «una lenza a più ami, che a forza di essere agitata di qua e di là dalle passioni che le sono appese, fa si che queste si congiungano e si aggroviglino tra loro, e si contagino trasmettendosi a vicenda le proprie infiammazioni, come avviene con le malattie». Vito Lozito, invece, per definire visivamente i vizi ricorre, nella sua pubblicazione “Alla radice del Vizio - Immagini, simboli, motti”, edita in una splendida veste tipografica da Levante Editori di Bari (pagg. 396, euro 25,00), al polpo, ipocrita e traditore, che attraverso i suoi tentacoli e la sua mimetizzazione, assume una valenza negativa, indicando, a seconda dei casi, l’astuzia, l’avarizia, la lussuria, l’invidia, la malvagità e così facendo attanaglia la sua preda in un abbraccio senza scampo. A proposito di “polpo” l’autore fa una precisazione: il termine “polpo”, è stato usato solo in copertina, mentre nel corso del volume è stato preferito il termine dotto “polipo”.
Vito Lozito, docente universitario di Storia della Chiesa nell’Università di Bari, scomparso due anni fa, ha pubblicato, tra l’altro, “Santo Spirito. Storia di un centro costiero in Terra di Bari”; “Il Corvo. Calunnie, accuse e lettere anonime nei primi secoli dell’era cristiana”; “Agiografia Magia Superstizione”; “Culti e ideologia politica negli autori cristiani (IV-VIII sec.), tutti editi da Levante.

I Sette vizi capitali


Ma cos’è il vizio? L’incapacità del bene e abitudine e pratica del male, per cui sul piano morale è correlato a quello della virtù di cui costituisce la negazione. Nella teologia morale i vizi sono rappresentati dai sette peccati capitali (superbia, avarizia, lussuria, invidia, gola, ira e accidia), quando sono considerati non occasionali, ma come abitudine. In Oriente, invece, è restata la più antica classificazione di otto: gola, lussuria, avarizia, tristezza, ira, pigrizia, vanagloria e superbia.
«Non si è avari, lussuriosi, oziosi, superbi, invidiosi, irosi, golosi, se nell’animo non alberga il “piacere” di limitare e condizionare la libertà e l’esistenza altrui», così afferma l’autore, sostenendo anche che «Il desiderio di sopraffazione, che in vario modo è presente in tutti gli uomini in via latente e che in alcuni casi si esprime in modo violento, in altri è controllato dal senso di equilibrio e di moderazione, si traduce in crudele malvagità che riunisce in sé tutti i vizi e che diventa Vizio».
L’autore oltre a indicare le simbologie del mondo animale e vegetale, relative ai vizi capitali, seguendo la tradizione greco-romana e cristiana, riporta anche sentenze, proverbi e modi di dire, spesso definiti espressioni di “saggezza popolare” che invece testimoniano la “continuità di una cultura occidentale dal mondo classico a quello medievale fino alle letterature moderne” e che documentano un modo di pensare e affrontare il vizio con moduli verbali antichi ma tuttora vivi.

La pubblicazione è impreziosita da una serie di bellissime immagini, molte inedite, tratte nella maggior parte dei casi da “cartoline d’epoca”, da giornali, con disegni di illustratori famosi dei primi anni del Novecento, molto conosciuti nel mondo dei collezionisti. Il disegno di copertina, che rappresenta appunto il polipo, è di Michele Cramarossa.
Lozito nei suoi cinque capitoli descrive la lotta tra il vizio e la virtù, i vizi di gola, la lussuria, la superbia, l’invidia, l’avarizia, l’accidia, l’ira, la crudeltà e la malvagità, insomma fa una ricca disamina dei peccati capitali tutti descritti e documentati scientificamente, quindi destinato anche a cultori della materia, con note a piè di pagina, un’ampia bibliografia, una serie di sentenze, motti e modi di dire per ciascun vizio trattato, con indici di nomi, di figure, di tavole ed anche un indice dei simboli citati nell’opera. Il testo per i suoi contenuti è destinato ad un vastissimo pubblico in quanto essendo di facile e semplice lettura, “attanaglia” il lettore incuriosendolo, proprio come fa il polipo con le sue prede. Ma attenzione, «il polipo quando per fame mangia i suoi tentacoli, è simile all’invidioso che rode se stesso».

 

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Dimmi come ti chiami e ti dirò chi sei
IL NOME? LO SPECCHIO DEL CARATTERE

Hai un buon equilibrio? Dentro di te si nasconde un ribelle? Il tuo nome ti piace? Tentiamo di rispondere a qualche interrogativo poiché pare che il nome che portiamo influenzi la nostra personalità.
Da sempre e in tutti i paesi del mondo il nome è stato sempre un segno distintivo dell’individuo. Poeti e scrittori hanno affermato che un nome bello e armonioso imprime alla personalità di chi lo porta un fascino ed un’attrattiva speciali. È difficile non essere d’accordo, anche se in ogni epoca vi sono state persone eccezionali che hanno impresso caratteristiche particolari ai loro nomi.
Greta, ad esempio, senza la figura della Garbo non evocherebbe certamente una donna affascinante, in altre parole la più celebre Greta del nostro secolo. Di lei Winston Churchill, statista inglese, ebbe a dire: “È la donna più interessante di tutti i tempi”.
Purtroppo, certi genitori, soggetti ai capricci della moda, non valutano attentamente che l’imposizione del nome ai figli debba essere frutto di un’attenta analisi e prudenza. Infatti, un nome molto ricercato, impegnativo o altisonante potrebbe mettere in imbarazzo chi lo porta per tutta la vita. Il nome, poi, dovrebbe armonizzare con il cognome per cui si dovrebbe evitare il nome doppio o la scelta di uno vecchio uscito dall’onomastica corrente, anche se sono appartenuti a parenti o congiunti. Al cognome lungo va affiancato un nome breve, mentre ad un cognome breve si può affiancare un nome lungo.
Chi ha ricevuto al Battesimo un nome del genere, è quasi sempre costretto a variarlo nella vita con diminutivi o farsi chiamare addirittura con un nome diverso. Massimiliano si fa chiamare “Massi”, Donato “Donny”, Alessandro “Alex”, Caterina “Ketty”, Sebastiano “Seba”, ecc.
È bene evitare anche di imporre nomi di divi, di campioni sportivi, di animali o di personalità del momento, che col passare del tempo potrebbero sembrare molto meno attraenti e qualche volta anche ridicoli, come il caso recentissimo di dare ad un neonato il nome di Varenne, un celebre cavallo. Notiamo anche che molti portano nomi come Mimosa, Lieto, Diletta, Benito o Italia, riferiti a fiori, politici o a nazioni, tutti nomi che non trovano riscontro nel calendario.

Pare anche che ad ogni nome corrisponda una personalità. Federico, ad esempio, molto diffuso in Italia, ma concentrato più in Lombardia e in Toscana, discende dalla forma medievale “Frithurik”, composto da “frithu” (pace, amicizia) e “rikja” (signore, principe, potente), che significa “potente nella pace o signore della pace”. È tenace, collerico, suscettibile, sincero fino all’eccesso, generoso quando gli si chiede un piacere, ama circondarsi di amici. Il significato quindi è “potente nell’assicurare la pace”.
Antonio, coraggioso e permaloso, introverso e spesso triste, amante dell’arte e dello studio. Andrea, dominatore, originale, soggetto a collere improvvise, cocciuto, tendente all’infedeltà. Francesca è una persona ordinata, leale, coraggiosa, ma molto suscettibile. Rosa, ha fascino da vendere, è passionale, tenace e ostinata. Luigi è studioso, intelligente e anche un po’ disordinato, ottiene ciò che vuole perché è perseverante, cauto ed ha fiuto per le strategie vincenti. Teresa, è sensibile, espansiva, affettuosa, intelligente e ricca di immaginazione, il suo entusiasmo le causa spesso forti delusioni.
Alessandro, di origine asiatica, ha un significato ignoto, anche se l’etimologia popolare rimanda al greco cioè “difensore dei propri sudditi”, è intelligente, volenteroso, generoso e buono. Otto papi, tre re di Scozia e tre imperatori di Russia hanno reso celebre questo nome.

Alessandro Magno

Giulia, diffuso in Veneto e in Toscana, pare stia attualmente spopolando. Il nome deriva dall’antica Roma, ma la sua origine, ancor più antica, sarebbe greca “da Iovilios”, ossia dedicato a Giove. Carattere brillante e vivace, espansiva in pubblico, depressa in privato, ignora il perdono, ama l’arte e il lusso, spesso si angoscia senza ragione per il futuro.
Raffaele e Raffaella, derivano dall’ebraico rapha “guarire”, e el, abbreviazione di JHWH: “solo Dio guarisce”. Raffaele è fluido e generoso come l’acqua, è fecondo, istintivo. Porta felicità a tutti coloro che ama perché possiede al grado più elevato il senso e la passione profonda della solidarietà.
Infine, Patrizia, dal latino patricius, che significa «di condizione libera e di classe sociale elevata», conserva, più del maschile Patrizio, qualcosa del suo significato originario: nobiltà, eleganza, raffinatezza, sottigliezza. Santa Patrizia è una dei patroni di Napoli. Secondo le fonti sarebbe stata una giovane di Costantinopoli che per evitare il matrimonio si recò in pellegrinaggio a Gerusalemme e poi a Roma, dove ricevette, da Papa Liberio, il velo verginale. La tradizione vuole che fosse discendente dell’imperatore Costantino.

Santa Patrizia

Si calcola che i nomi degli italiani siano circa diecimila, per cui vi sono ampie possibilità di scelta ma, per la nostra pigrizia, fino a qualche anno fa, ne abbiamo usati pochissimi e sempre gli stessi.
Da qualche tempo, invece, l’influenza del cinema e della TV ci portano ad usare sempre meno Giuseppe, Antonio, Giovanni, Maria, Michele e Raffaele, attingendo alla nuova sfornata di Giulio/a, Valentino/a, Silvio/a, Elena, Alessia/o, Luca, Giorgio/a, Ilaria, Marco, Federico/a, Francesco/a, Alessandro/a, ecc. In ogni caso i nomi più sicuri sono quelli classici della storia occidentale, dei grandi Santi (a questo proposito potete consultare il sito internet www.santiebeati.it), e quelli legati alle tradizioni nazionali ed etniche, ma ciò non significa che la scoperta di un nome armonioso e poco conosciuto possa risultare una scelta felice.
Vi sono poi i soprannomi, per lo più dialettali, molto usati nel mondo popolare e diffusi quindi nei vecchi rioni della città e nei piccoli paesi, finalizzati ad indicare la persona o il nucleo familiare di appartenenza a causa della presenza di numerosi omonimi. Ma questa è un’altra storia.
E la legge cosa prescrive in proposito? Vieta di imporre il nome del padre, di un fratello o di una sorella viventi (non quello della madre); cognomi al posto del nome, denominazioni geografiche, nomi vergognosi o contrari alla morale, al buon costume, al sentimento nazionale e religioso. I nomi stranieri sono permessi, ma solo se tradotti con caratteri dell’alfabeto italiano (consentite le lettere j, k, x, y e w).
Pertanto i genitori farebbero bene a ricordare che la scelta di un nome non è un gioco divertente, ma un atto responsabile che essi sono chiamati a compiere con attenzione e nell’interesse della propria creatura.



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CAPE O CROSCE? TORNANO D’ATTUALITÀ I GIOCHI DI UN TEMPO

Per la Collana di letteratura per ragazzi “I libri di Alice”, diretta da Daniele Giancane, è stato pubblicato in questi giorni l’originale volume “Cape o Crosce?” di Felice Alloggio, attore e autore di commedie in dialetto barese e in lingua, (Levante Editori, pagg. 172, euro 15,00).
Si tratta di una pubblicazione che presenta le schede di 70 giochi, ben illustrati da Fausto Bianchi, scritti in dialetto barese con sintesi a fronte in lingua italiana.

È opinione comune che giocare sia l’esatto contrario di essere seri. Se questo può essere vero per gli adulti - tanto che a quelle persone che scherzano e giocano continuamente si dice: «tiìne sèmbe la cape a la scioggue, uè mètte la cap’à pposte?» (pensi sempre al gioco, vuoi mettere la testa a posto?) - non vale per i bambini per i quali, secondo il filosofo Michel de Montaigne, «il gioco è una delle azioni più serie».
Ma anche l’adulto, che è in grado di fare scelte consapevoli e giuste, può giocare ed entrare nel mondo della fantasia, perché concatena fra loro, attraverso l’immaginazione, la propria capacità di vivere l’attualità e la realtà. Un adulto che ha tali potenzialità è, come afferma il filosofo Friedrich Schiller, «Un uomo che attraverso il gioco, si ritrova e si conosce».
L’autore bene ha fatto a scriverlo in dialetto, con una opportuna sintesi in lingua italiana, perché in questo modo ha contribuito alla salvaguardia del nostro vernacolo, difendendolo da chi pensa che esistano differenze tra Lingua e Dialetto, mentre non ne esistono affatto, dal momento che entrambi hanno una grammatica, che fissa le regole della scrittura.

 


Come si divertivano i ragazzi di duemila anni fa? Come giocavano i bambini di ieri? I bambini, greci e romani, conoscevano la palla, giocavano a moscacieca o con le monete? E quale atteggiamento assumevano gli adulti di allora nei confronti dell’attività ludica? Qualche risposta a questi interrogativi la fornisce l’autore, dimostrando come nella “espressione gioco”, accanto all’elemento ricreativo, culturale e pedagogico, si affianca un profondo valore storico e antropologico.
Chi non ricorda il gioco di Palla pallina, la filastrocca di Madame Dorè o quella di Regina reginella con i suoi passi di formica e di leone? Chi non ricorda il lancio in aria della monetina accompagnato dalla frase: «Testa o croce?», rituale ancora in uso oggi e derivante dall’antica Roma, dove i giocatori invece di dire, Testa o Croce, pronunciavano la frase latina: “Navia ant capita = Testa o croce”.

 


Daniele Giancane, docente nell’Università di Bari che firma la prefazione, sostiene che «Il testo di Felice alloggio, è davvero prezioso, perché ci fa ripercorrere attraverso la memoria i giochi di un tempo. Il risultato non è una ventata di nostalgia, ma un’analisi di società e climi culturali diversi». Mentre Paola Rapini, docente al Liceo Linguistico “G. Cesare” di Bari, sostiene che attraverso il libro-documento di Alloggio «Potrebbe essere ancora possibile contrastare l’avanzata dei mostri tecnologici che hanno invaso il Pianeta Giochi e restituire all’infanzia creatività e fantasia»
Il testo di Felice Alloggio, pertanto, non solo suscita positive emozioni, ma consente a chiunque di praticare i giochi ricordati, per il modo divertente e particolareggiato in cui questi vengono presentati e raccontati, ma soprattutto a costo zero. Inoltre, la pubblicazione, potrebbe risultare utile a quanti volessero adottarlo come manuale di giochi nelle scuole o nelle associazioni che promuovono attività ludiche ed a tutti gli amanti del dialetto barese.

 


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STORIA DELLA GENTE FATTA A ROVESCIO

Ai primordi del cristianesimo si credeva che quella sinistra fosse la mano usata dal diavolo; nel teatro greco, i personaggi cattivi e i messaggeri di sventure entravano in scena dalla parte sinistra del palco; i romani inventarono il saluto con la destra, come dimostrazione di fiducia nell’offrire la mano non armata e ancora, era considerato offensivo entrare in casa di un ospite con il piede sinistro; insomma, il mondo destro non li ama: non per disprezzo, ma perché, in realtà, ha paura di loro.
Il mancinismo, com’è noto, è una condizione fisiologica in cui in un individuo la mano sinistra, e spesso tutta la parte sinistra del corpo, prevale per forza, rapidità e precisione di movimenti sulla mano destra e sul lato destro del corpo.
Oggi molti hanno modo di constatare come i mancini diventano sempre più numerosi e uno dei motivi è imputabile alla crescente permissività che la nostra società ha concesso loro a partire dal dopoguerra.
All’inizio del XVII secolo i mancini erano considerati “gente fatta a rovescio”. Questo implacabile giudizio riflette bene quello che i mancini hanno dovuto subire nel corso dei secoli.
La preminenza della mano destra è un pregiudizio che ha segnato con un’impronta indelebile la nostra struttura mentale. Verso qualunque ambito del pensiero ci rivolgiamo - religioso o profano, dotto o popolare - la questione ritorna con un’evidente insistenza: alla mano destra tutti gli onori, tutti i privilegi, tutte le nobiltà; alla sinistra tutti i biasimi, tutti i compiti subalterni, tutte le viltà.
La tradizione cristiana associa la destra al Paradiso e la sinistra all’Inferno; nel Credo, infatti, Cristo siede alla destra del Padre.
Pierre-Michel Bertrand, storico dell’arte e autore della “Storia dei mancini” (Magi Edizioni, pagg. 246, euro 17,00), fa un’ampia disamina a proposito della “mano buona”, quella con la quale si deve in modo esclusivo salutare, farsi il segno della croce, prestare giuramento, ecc. e per contro la “mano malvagia”, rappresentata dalla mano sinistra con tutto il corteo di negatività che a torto si attribuisce.
L’autore, anch’egli mancino, parla anche dei mancini disprezzati, dell’anormalità mancina, dell’epoca di massima intolleranza, del mancinismo perseguitato, del mito delle due mani destre, dei mancini tollerati e dei mancini ammirati. Egli racconta, fatti, aneddoti, storie, cronaca, cita opere, vangeli, insomma dice tutto quello che c’è da sapere dei mancini e lo fa in modo scientifico citando opere, bibliografia, fonti, immagini. Insomma, un libro non solo di curiosità ma ricco di documentazione frutto di accurate ricerche dell’autore.
Oggi, finalmente, i mancini godono di un totale riconoscimento della loro singolarità e questa recente emancipazione costituisce, senza dubbio, l’ultima peripezia della loro strana e ricca storia.
Ed ora qualche curiosità.
In India la mano destra è utilizzata per i compiti più nobili, quali le offerte, la pulizia del viso ed il mangiare; al contrario la sinistra non è usata ed è tenuta sotto il tavolo durante i pasti.
Raro caso di “democrazia” tra destra e sinistra è invece presente in Cina, dove alla mano sinistra non è attribuito alcun potere nefasto, mentre, in Giappone l’uso della sinistra è ancora oggi fortemente represso.
In relazione ai vocaboli che contraddistinguono i mancini: in italiano si dice “sinistro” o “mancino”, in molte altre lingue i termini che indicano le persone mancine hanno una connotazione di valore negativo: così il francese “gauche” significa goffo; l’inglese “left-handed”, impacciato; il greco “skaios”, nefasto; il tedesco “Links”, maldestro.

 

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IL MANCINISMO? NON È UNA MALATTIA

Il mancinismo è una condizione fisiologica in cui in un individuo la mano sinistra, e spesso tutta la parte sinistra del corpo, prevale per forza, rapidità e precisione di movimenti sulla mano destra e sul lato destro del corpo. Il mondo, invece, è a misura di tutti coloro che delle due mani usano prevalentemente la destra. Infatti, i mancini rappresentano solo l’8-10% della popolazione, ma prima di giungere a “tollerarli”, sono stati sottoposti a torture e sevizie. Essere mancini a scuola non è stato mai un grande affare, superficialità e preconcetti hanno reso dura la vita di molti bambini. Sono stati sottoposti a torture e sevizie fino a legargli la mano sinistra dietro la spalla, per evitare di farla usare, o, se non si resisteva all’impulso di adoperarla, la bacchetta della maestra si abbatteva inesorabile sul suo palmo.
Oggi le cose sono cambiate, i mancini godono di un totale riconoscimento della loro singolarità e questa recente emancipazione costituisce, senza dubbio, l’ultima peripezia della loro strana e ricca storia e non mancano neanche attenzioni editoriali in loro favore. Ultima in ordine di tempo è la pubblicazione del “Dizionario dei mancini”, di Pierre-Michel Bertrand, storico dell’arte pubblicato da Magi Edizioni (pagg. 261, euro 18,00).
Il lavoro fatto da Bertrand non è un semplice bestiario né una raccolta di aneddoti. È in sostanza il frutto di lunghe e pazienti ricerche fatte nel mondo dei mancini i cui risultati sono stati pubblicati dall’autore. In sostanza si tratta di ricerche in un territorio ancora ignorato nel quale l’autore ha trovato notizie sconosciute, divertenti, sorprendenti, rare, istruttive, in una parola pittoresche. E dal momento che il materiale trovato è stato molto ricco è sorta la necessità di creare uno strumento efficace e pratico dal quale attingere informazioni e perché no anche divertirsi.
Nel dizionario, come di norma, l’autore non ha trascurato rigore e precisione. Il lettore non troverà nulla che non sia autentico, tutto materiale tratto da fonti originali, il che dimostra che è possibile scrivere sui mancini senza fare letteratura “di seconda mano”.
Nella interessante pubblicazione di Bertrand, si parla di arte, curiosità, etnologia, fatti di cronaca, guerra, letteratura, linguistica, religione, musica, scienza, medicina, storia, filosofia, ecc. Insomma, è il frutto di chi «della gente a rovescio» si è dedicato seriamente e con passione e di questo dobbiamo darne atto.
E ricordate che Platone, già nel IV secolo a.C., sosteneva che “Coloro che operano per rendere la mano sinistra più debole della destra operano contro natura”. Oggi la scienza gli dà ragione.


 

LA MUSICA, TERAPIA PER L’ANIMA

Nessuna civiltà conosciuta ha ignorato la musica. Alle origini mitiche della musica in Grecia, poesia e musica erano un tutt’uno. Apollo è il dio delle Muse e Orfeo, poeta e musicista, con le sue melodie piega animali e natura cantando i suoi poemi accompagnandosi con la lira.
Grande è il potere della musica sullo spirito dell’uomo, soprattutto per i due maggiori costituenti, la melodia ed il ritmo. La musica è un linguaggio ricco e mai uguale a se stesso che si evolve continuamente, un modo di esprimere pensieri ed emozioni, come la scrittura, la pittura, la poesia o la scultura. Michel Schneider nel libro “Glenn Gould - Piano solo”, sostiene che «Soltanto la musica non ripete, quando ripete. Questa è la sua forza, ed è la sua follia…».
I valori emotivi e la relazione tra musica ed emozione sono stati oggetto di numerosi studi indirizzati verso un’analisi sistematica della relazione tra musica ed emozioni. Da qui gli effetti terapeutici del suono e della musica che sono in grado di indurre, non solo attenzione e rilassamento, ma anche di modulare la percezione di stimoli nocivi e modificare anche l’attività del sistema nervoso vegetativo. Per tali motivi le frequenze musicali rappresentano anche una efficace aggiunta terapeutica in varie condizioni morbose, anche in quelle caratterizzate da dolore, per cui potrebbero definirsi anche frequenze analgesiche. È anche il caso di ricordare che sono in corso studi che stanno dimostrando che l’ascolto di una qualunque musica, scatena meccanismi che stimolano il cervello, infatti, quando siamo allegri ci viene voglia di cantare e quando viviamo qualche emozione intensa la musica accompagna il nostro stato d’animo.
Ma la terapia musicale non è nuova, è solo un rimedio antico tornato di moda. Infatti, già nel 1811, Pietro Lichtenthal, medico tedesco, scrisse un «Trattato dell’influenza della musica sul corpo umano e del suo uso in certe malattie». In realtà pare proprio che la musicoterapia, lanciata in questi ultimi anni, tragga le sue radici prima di Cristo, quando Talete, con il suono di un’arpa, sconfisse la peste e Aristotele dispensò consigli sulle virtù della musica come unico rimedio contro i disturbi psicosomatici.
Ma al di là delle origini, la musicoterapia viene utilizzata anche come strumento terapeutico nel sostegno psicologico ai bambini con difficoltà visive, uditive e di parola. Ai ragazzi autistici fornisce una possibilità in più, quella di comunicare, mentre ai bambini un sottofondo musicale leggero può utilmente accompagnare i primi giorni di vita, con il risultato di metterlo subito a contatto con un linguaggio molto ricco e stimolante e rasserenarlo nella sua quotidiana scoperta del mondo che lo circonda. Conosco un bimbo che a due anni conosceva benissimo alcune canzoni della cantante Celin Dion ed alcuni pezzi di musica araba e di ritmi latini che pretendeva di ascoltarli e non c’era possibilità di confondergli le idee.
Qualche tempo fa una rivista specializzata pubblicò una tabella a proposito di “Capricci e prodezze della musicoterapia”. In essa si apprende come il jazz, stimolante ed eccitante, aumenta la concentrazione ed a volte l’aggressività; il rock ed il “rithm and blues” eccitano, deconcentrano, riducono l’autocontrollo, mentre l’eccesso di volume provoca euforia e a volte violenza incontrollata. “La notte” di Vivaldi, ad esempio, è distensiva, combatte l’insonnia e riduce sensibilmente le tensioni emotive, l’ansia. Stessa cosa può dirsi per la musica di Bach, mentre, ascoltando Mozart, si riduce l’acidità gastrica e si migliora quindi sensibilmente la digestione. Il “Bolero” di Ravel eccita, sui soggetti psicolabili può indurre isterismo, depressione, stati confusionali, a volte anche crisi epilettiche. Il “Canto di Primavera” di Mendelssohn, invece, allenta le tensioni nervose e l’ansia repressa, facilita l’estroversione e l’ottimismo. E per finire ricordo il “Medical sound”, una sorta di cocktail composto da suoni naturali mescolati a musicalità primitive e integrato da variazioni elettroniche, che è rasserenante, in molti soggetti facilita il relax ed il sonno, produce desiderio di movimenti del corpo, può ridurre le rigidità muscolari ed il dolore di molte reumopatie.
Secondo Massimo Pagani, dell’Istituto Ricerche Cardiovascolari dell’Università di Milano, «La musica e il suono più in generale, si pone come un fondamentale costituente dell’ambiente esterno, e può per questa via rappresentare un importante modulatore della percezione, ed evocatore di risposte emotive».
Anche per combattere la malattia di Alzheimer (demenza senile), gli esperti sostengono che la musicoterapia funziona. «Funziona talmente che c’è anche chi dopo un incontro di musicoterapia, canta giorno e notte, oppure chi non chiude occhio per notti intere e non riesce a riposare. Di sicuro la musica ha effetto su chiunque ma, come le altre medicine, non a tutti fa bene allo stesso modo». È da evidenziare anche il potere di comunicazione e socializzazione che ha la musica, creando emozione, contatto, condivisione.
È bene tener presente che la musica è pur sempre un rumore e va ascoltata a “giusto volume”, in quanto, se alto, aumenta la nostra aggressività, mentre a basso volume dà una sensazione di benessere e non danneggia i nostri apparati uditivo, digestivo, cardiocircolatorio e nervoso, particolarmente sensibili agli insulti sonori.
Guido D’Arezzo, teorico musicale, affermava che «Non fa meraviglia che l’udito prenda diletto da suoni diversi, dal momento che la vista si compiace della varietà dei colori, che l’olfatto gode della varietà degli odori, che la lingua prende piacere dal variare dei sapori. In tal modo, infatti, attraverso la finestra del corpo, la dolcezza delle sensazioni piacevoli mirabilmente penetra fin nell’intimo del cuore». Per Daisaku Ikeda, religioso giapponese, invece, la musica «È linguaggio universale; essa trascende tutte le barriere della cultura e delle ideologie. La musica è risonanza tra due cuori».
Buon ascolto e ricordate, per finire, che secondo il filosofo tedesco Immanuel Kant, la musica è anche «un bel gioco di sensazioni per l’udito».

 

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LA PUGLIA?
UN PARADISO MULTIFORME


La Puglia: terra multiforme, disomogenea sia dal punto di vista geografico e morfologico che da quello storico e culturale, è una regione per lo più pianeggiante nella quale fanno bella mostra il Gargano, la Murgia, la Valle d’Itria, tutte tessere di un affascinante mosaico alla cui composizione hanno contribuito, oltre che madre natura, le diverse civiltà che si sono succedute nel tempo.
Antonella Daloiso, giornalista, che vive e lavora a Bari, ha pubblicato recentemente per i tipi di Levante Editori, il bel volume “Elegia itinerante”, (pagg. 170, euro 22,00), riccamente illustrato con foto di Ennio Cozzolino, Roberto Lodato, Eustachio Cazzorla, Stefano Fato, attraverso il quale ci accompagna in un ideale viaggio finalizzato a scoprire una provincia a molti ancora sconosciuta. L’itinerario parte da Cerignola, creduta città agricola, ma in realtà ricca di beni archeologici, artistici e monumentali di grande pregio, per snodarsi attraverso Andria, Ruvo, Corato, Canosa, Margherita di Savoia, Barletta, Trani, Giovinazzo, Bitonto, Bari, Monopoli, Conversano, Putignano e Gioia del Colle.
Un percorso che non si ferma solo a Cattedrali e Castelli ma che si estende a luoghi, pagine di storia, itinerari sconosciuti, fatti, curiosità, frutto non solo dell’instancabile lavoro dell’uomo ma anche delle nostre mille risorse naturali.
Sapevate, ad esempio, che il bocconotto, una specialità dolciaria che non teme confronti, è stato inventato per errore dalle suore del Monastero di Santa Maria delle Vergini sorto nel 1500 a Bitonto? Che nel territorio di Conversano c’erano ristagni d’acqua di dimensioni tali da chiamarsi laghi? Che a Gioia del Colle si svolgeva la festa patriarcale del maiale? Che a Putignano esiste la grotta del Trullo, uno scenario di incomparabile bellezza in piena valle dei Trulli? Le risposte, insieme ad altre importanti scoperte frutto di una laboriosa e puntigliosa ricerca, le troverete nel bel volume di Daloiso che rappresenta una vera e propria ode alla Puglia.
«Un reportage intimo e seducente – come sostiene Raffaele Nigro nella prefazione – scritto con delicatezza, tra un aneddoto e un altro, a caccia di cronache d’altri tempi, di microstorie sentite raccontare e con la semplicità di chi vuole partecipare ai lettori i luoghi dell’anima, terre amate e orme umane importanti per la nostra esistenza più di quelle lasciate dai dinosauri nel cuore della Murgia».
Concordiamo, infine, con l’autrice nell’auspicare che il volume «possa servire a mettere a nudo, usi, costumi, abitudini di paesi e città completamente differenti, popolati da anime apule, saracene, bizantine, normanne, sveve, angioine, aragonesi, affinché tutte insieme possano cercare nuovi orizzonti, questa volta non per bisogno, ma per amore» della nostra bella Puglia, che il filologo tedesco Eduard Fraenkel ha definito ‘Paradiso’.

Foto di Ennio Cozzolino

Foto di Eustachio Cazzorla

 

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SEGNI ZODIACALI. FIDARSI OPPURE NO?


L’oroscopo rappresenta, in linea di massima, il complesso delle previsioni fondate più o meno sull’osservazione astrologica valida non per singole persone ma per l’insieme dei nati nell’uno o nell’altro segno dello zodiaco. Alcuni sostengono che la “lettura” delle costellazioni è un antico e suggestivo tentativo di capire com’è fatto il mondo, ma senza alcun valore scientifico. Sta di fatto che molti credono e consultano quotidianamente pubblicazioni o altro nel tentativo di “leggere” cosa riserva il destino.
I fiori che, come si sa, hanno mille significati, rappresentano un modo per lanciare un messaggio preciso dal momento che hanno un linguaggio che può essere utile quando non troviamo le parole adatte alla circostanza e quindi anch’essi, secondo alcuni studiosi, simboli per gli oroscopi, soprattutto estivi. Infatti, pare che ad ogni segno corrisponde un fiore guida che rispecchia le caratteristiche degli astri e dei pianeti a cui siamo legati. Una unione fra cielo e terra che ci aiuta a capire che cosa succederà nei mesi più caldi soprattutto per quanto riguarda l’amore.
Vediamo così che l’Ariete, che dona un carattere impulsivo, ardente e avventuroso, preferisce il Biancospino, bello ma spinoso. Il duro legno della sua pianta evoca un’idea di grande forza e capacità di resistenza. Il Toro, segno prediletto da Venere, è legato alla Rosa rossa, dal momento che questo fiore simboleggia anche l’amore che i nati Toro hanno per ogni piacere della vita. Ai Gemelli, che sono governati da Mercurio, è legato il Fiordaliso, il piccolo fiore azzurro, che evoca un’immagine di freschezza e brio, tipiche qualità dei gemelli. La Ninfea lega bene con il Cancro che ha un temperamento sognante, ama cullarsi nel passato e nei ricordi, per cui ben si sposa con il bianco fiore che galleggia sull’acqua facendosi trasportare dalla corrente. Per i nati Leone, che hanno il sole come guida, segno dalla personalità forte e carismatica, ben si accoppia il Girasole, per la