Rubriche di
Patrizia Fontana Roca

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L'ARCAISMO NATURALE NELLE SCULTURE DI INMA GARCIA ARRIBAS

 

di Renzo Barbattini e Giovanni Miani
Università di Udine


E’ utile una breve introduzione sulla scultura lignea in generale nella storia dell'arte.

Sono relativamente pochi gli esempi di sculture a tutto tondo realizzate attraverso il legno a noi pervenute, a causa soprattutto della deperibilità del materiale ma anche a una predilezione da parte degli scultori per altri materiali, quali il marmo, il bronzo o la terracotta.
Si riscontra un certo interesse per la rappresentazione d’immagini devozionali di culto durante i secoli del Medioevo, successivamente si assiste a un lento ma inesorabile declino nell'utilizzo di questo materiale, in favore, appunto, del marmo e del bronzo.

Tuttavia il legno non è del tutto abbandonato dagli artisti, tra gli esempi più importanti di sculture lignee si riscontrano, infatti, il Crocifisso di Santa Croce (1406-1408), il San Giovanni Battista (1438), il San Giovannino Martelli (1442), la Maria Maddalena (1453-1455), opere di Donatello. Si vedano anche il Crocifisso (1410-1415) di Brunelleschi e il Crocifisso (1493) di Michelangelo.

Nelle epoche successive non si riscontrano esempi altrettanto noti di sculture lignee, se non nel XX secolo con Arturo Martini e Marino Marini, due degli scultori più importanti del secolo, le cui maggiori realizzazioni, anche in questo caso, rimangono comunque quelle in marmo e in bronzo.

Recentemente la scultrice spagnola Inma Garcia Arribas (nata a Riaza il 15/2/1964 e residente, dal 1993, in Italia, http://www.inma.it) è stata premiata nell’ambito dell’ottava edizione del simposio internazionale di scultura lignea di Erto (provincia di Pordenone in Friuli-Venezia Giulia, Italia), organizzato dall'associazione “Ecomuseo Vajont-continuità di vita”.
Gli artisti intervenuti, provenienti dall’Italia e dall’estero, si sono impegnati a ricavare con motosega e scalpello opere di pregio artistico con i tronchi di cirmolo. Il tema 2014 è stato quello della continuità della vita, espresso con diversi modi: dalle raffigurazioni di animali o mestieri fino all'astrattismo.

Per tre giorni, gli scultori hanno lavorato alle loro creazioni dislocati nelle vie principali del centro storico e nella parte nuova dell’abitato di Erto dove, in diversi luoghi caratteristici, negozietti e trattorie, erano ospitate anche alcune opere realizzate nelle precedenti edizioni del simposio.
Si è quindi ricreata ancora una volta una vera e propria mostra itinerante per i visitatori, sottolineando il legame che esiste fra arte e presenza della comunità.

Proprio pensando all’importanza che riveste la volontà di recuperare e far rivivere i valori, i ricordi e il modo di essere di una comunità, l’associazione ha scelto l’opera maggiormente rappresentativa del concetto di “continuità di vita”.
Si tratta della scultura dell’artista spagnola Inma Garcia Arribas, che raffigura le celle di un alveare circondate di api al lavoro. Secondo il parere del sodalizio ertano: “l'operosità e la solidarietà che le api dimostrano nella costruzione e nella cura del loro rifugio simboleggiano lo spirito con il quale gli ertani hanno saputo affrontare il dolore della tragedia (1) continuando ad andare avanti recuperando l'equilibrio e la naturalità delle loro esistenze”.

Nel 2012, l’artista spagnola ha vinto anche il simposio di scultura lignea di Asiago con l'opera, intitolata Casa dolce casa, di proprietà del comune di Asiago ed è esposta nell'atrio di questo Comune (figg. 1e 2).

Le sculture realizzate da Inma Garcia Arribas traggono la propria ragione di essere dal mondo naturale.
La scultrice rappresenta alveari che si presentano all'occhio dell'osservatore come poderose forme lignee nelle quali sono incastonate le api.
Come detto, le opere sono realizzate in legno, dunque un materiale naturale, in conformità quindi con la poetica artistica della scultrice, il cui interesse creativo è rivolto “in toto” alla rappresentazione del mondo naturale, in questo caso al mondo dell’apicoltura.
La scultura così concepita diventa parte integrante dell'ambiente circostante, creando con lo spazio nel quale è inserita un legame di empatia sostanziale - Einfϋhlung avrebbe detto il Romanticismo ottocentesco a significare appunto il legame di partecipazione emotiva).

L’osservatore non percepisce queste opere come artefatti a sé stanti, oggetti artificiali creati dalla mano dell'uomo, bensì come porzioni esse stesse di natura.

Tali sculture lignee assumono una connotazione fortemente ieratica e austera, al contempo si presentano come arcaiche forme primordiali appartenenti agli albori della civiltà umana.

Non è errato, infatti, paragonare questi lavori con i giganteschi menhir preistorici, i megaliti monolitici risalenti al Neolitico e visibili ancor oggi per la maggior parte nell'Europa occidentale, ma le cui tracce sono evidenti anche in Asia e in Africa.

Le sculture così realizzate sono immerse nella natura e diventano parte di essa, formando con l'ambiente circostante un vero e proprio "continuum" relazionale.

Accanto alla citata immediatezzza dell'immagine, è elemento imprescindibile, la lavorazione metodica del materiale, in questo caso il legno: come può ben essere colto nella scultura dal titolo Casa dolce casa, ove la forma dell'alveare e le api che si annidano in esso sono percepite nella loro estrema aderenza al dato naturale.

Come ben spiegato da Inma Garcia Arribas stessa, lo scopo dell’artista nel realizzare queste opere scultoree è quella di creare un'arte intimamente radicata nel luogo per la quale è concepita, un'arte cioè che sappia esprimere al meglio l'identità di quel determinato territorio hic et nunc.
Ciò che permette di stabilire un parallelismo dal punto di vista formale fra queste realizzazioni così distanti temporalmente e idealmente è, appunto, l'estrema stilizzazione figurativa ridotta all'essenzialità dell'immagine.

L'arcaismo scultoreo di Garcia Arribas porta dunque ad un recupero del concetto di arte come τεχνή nel senso classico del termine, l'arte intesa cioè come concetto o idea trasposta visivamente in forme materiali attraverso il lavoro manuale del plasmare la materia.
Ciò porta a una rivalutazione del momento esecutivo di realizzazione pratica dell’opera, che conduce a una concezione classica della creazione artistica nell’epoca odierna della riproducibilità dell’opera d'arte, come affermato dal filosofo Benjamin in un suo famoso saggio.
Ciò che conta è la praxis, il fare, ovvero il lavoro metodico dell’artista che crea le proprie immagini attraverso la tecnica dello scolpire il legno, dunque attraverso un’operazione antica, avulsa dalla realtà odierna della società industriale avanzata nella quale l’opera perde l’alone di autenticità, l'"aura", ed è fruibile attraverso i mezzi di comunicazione di massa.

 

 

 

Note

(1) Il disastro del Vajont fu l’evento occorso la sera del 9 ottobre 1963 nel neo-bacino idroelettrico artificiale del Vajont, a causa della caduta di una colossale frana dal soprastante pendio del Monte Toc nelle acque del sottostante e omonimo bacino lacustre alpino.
La conseguente tracimazione dell'acqua contenuta nell'invaso, con effetto di dilavamento delle sponde del lago, ed il superamento della diga, provocarono l'inondazione e la distruzione degli abitati del fondovalle veneto, tra cui Longarone, e la morte di 1.917 persone. Il disastro causato dalla frana coinvolse anche Erto.

 



Bibliografia consultata

Argan G. C., 2001 - Storia dell'arte italiana vol. I, Firenze, p. 9.

‪Benjamin W., 1936 - L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica. trad. di Enrico Filippi, intr. di Cesare Casis, Einaudi, 2000.

Parisi M. (a cura di), 2003 - La grande storia dell'arte, vol. III, Gruppo Editoriale l'Espresso, Roma: pp. 84-85.


 

 



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