Rubriche di
Patrizia Fontana Roca

COLLABORAZIONI

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ALTRI SANTI REGALI

 

 

 

SAN FILIPPO I L'ARABO, IMPERATORE ROMANO

Traconitide, 204 circa – Verona, 249
Lo storico Eusebio di Cesarea indica Filippo l’Arabo come il primo imperatore romano ad aver abbracciato il cristianesimo.

Associò al trono il figlio Filippo e con lui fu ucciso a tradimento dal servo Decio, che divenne poi imperatore.

Alcuni calendari ortodossi li annoverano tra i santi.

 

SAN FILIPPO II, IMPERATORE ROMANO II

m. Verona, 249

Figlio di Filippo I l’Arabo, che storico Eusebio di Cesarea indica come il primo imperatore cristiano.

Il padre lo associò al trono imperiale romano. I due furono uccisi a tradimento dal servo Decio, che divenne poi imperatore. Alcuni calendari ortodossi li annoverano tra i santi.


SANT'AUGUSTA IMPERATRICE E MARTIRE


L’imperatrice Sant’Augusta subì il martirio presso Alessandria d’Egitto con Santa Caterina.

E’ venerata dalle Chiese Orientali il 24 novembre.

 

SAN TEODOSIO I IL GRANDE, IMPERATORE D'ORIENTE


Cauca (Spagna), 347 – Milano, 395
Teodosio, originario della Spagna, ove nacque nel 347, era figlio di un generale dell’imperatore Valentiniano I. Partecipò alle spedizioni del padre in Britannia e contro gli alamanni, e nel 374, come governatore della Mesia, sconfisse i sarmati. L’imperatore Graziano lo scelse nel 379 come augusto, assegnandogli il comando in Oriente. Teodosio riorganizzò l’esercito e liberò alcune regioni balcaniche dai barbari. Nel 382, non potendo respingere i goti, dette loro autonomia all’interno dei confini dell'impero in cambio di appoggio militare.
Convinto che l’imperatore dovesse avere la supervisione sulla vita della Chiesa e garantire l’unità religiosa in funzione della coesione dell’impero, Teodosio nel 380 con l’editto di Tessalonica proclamò il cristianesimo secondo il Credo niceno quale religione di Stato e convocò l’anno seguente il Concilio di Costantinopoli per ribadire la condanna dell’eresia ariana. Costretto in un primo tempo a riconoscere l’usurpatore Magno Massimo, nel 388 lo sconfisse, restituendo formalmente l’Occidente a Valentiniano II, successore dell’imperatore Graziano.

Tornato in Oriente, Teodosio emanò nel 392 un editto con cui proibiva i sacrifici cruenti e il culto delle divinità pagane. L’Occidente allora si ribellò, riconoscendo Flavio Eugenio successore del defunto Valentiniano II, che Teodosio poi sconfisse nel 394. Affidò quindi l’Occidente al figlio Onorio, cui affiancò come tutore il suo fidato generale vandalo Stilicone, mentre l’Oriente passò alla sua morte all’altro figlio Arcadio, cui aveva conferito già nel 383 il titolo di augusto. Morì presso Milano nel 395.
Teodosio I il Grande è venerato quale santo dalle Chiese Ortodosse, non tanto forse per le sue particolari virtù, quanto più per aver innalzato il cristianesimo a religione ufficiale dell’impero. Altri due casi simili sono costituiti da Filippo I l’Arabo, primo imperatore cristiano, e Costantino I il Grande, che concesse la libertà di culto. San Teodosio è commemorato dunque in Oriente al 17 gennaio e non è raro trovare raffigurazioni recanti un’aureola che cinge il suo capo.

 

SANTA ALESSANDRA IMPERATRICE E MARTIRE

 


IV secolo
Santa Alessandra, moglie dell’imperatore romano Diocleziano, fu vittima delle persecuzioni anticristiane indette dal suo stesso consorte.

La sua venerazione in data 23 aprile è dovuta ad una leggenda che lega la sua vicenda al martirio di San Giorgio.





SANT'EUDOSIA IMPERATRICE D'ORIENTE

 

V secolo
L’imperatrice orientale Sant’Eudossia, moglie dell’imperatore Teodosio II, è venerata dalle Chiese Orientali il 10 settembre.


SAN VAKHTANG GORGASALI, RE DI GEORGIA


Tra i numerosi sovrani georgiani ascesi alla vetta della santità, si commemora San Vakhtang Gorgasali. Poche notizie storiche si sanno in realtà sul suo conto.
Nella seconda metà del V secolo fondò la città di Tbilisi, attuale capitale della Georgia. Il nome Tbilisi è tradotto come “città di sorgenti calde”: racconta infatti la leggenda che un giorno durante la caccia il re Vakhtang Gorgasali sparò ad un fagiano che cadde in una sorgente calda. Quando il re si accinse a recuperare l’uccello dalla sorgente, scoprì che l’acqua era calda e l’uccello era bollito. Decise quindi di costruire una città in tale luogo e chiamarla Tbilisi.
Il patriarcato di Antiochia, su richiesta del re Vakhtang Gorgasali, concedette l’autonomia all’Arcivescovo di Mitschete che assunse così il titolo di Catholicos di Iberia. Nacque così la Chiesa Georgiana, ancor oggi indipendente dalle altre Chiese ortodosse ed orientali.
La fondazione della capitale e l’indipendenza della Chiesa nazionale: ecco dunque i due grandi meriti che fecero di Vakhtang Gorgasali un eroe degno dell’aureola della santità, così com’era intesa nei tempi antichi.
Il santo sovrano morì all’incirca nell’anno 502 e compare nel calendario georgiano al 13 dicembre.

 

SAN GIUDICAELE (JUDICAEL) RE DI BRETAGNA


San Judicaël nacque all’incirca nel 590 e fu battezzato da un prete di nome Guodenon. Sino all’età di tre anni fu allevato a casa di suo nonno Ausoche, per poi passare alla corte del re di Bretagna Judhaël, suo padre, alla morte del quale avrebbe dovuto succedere alla corona essendo il primogenito tra tutti i suoi fratelli. Egli profuse dunque ogni forza nell’assicurarsi il trono, arrivando a sostenere i suoi diritti anche con l’uso delle armi. Ma Salomone II, suo fratello e suo competitore, lo battè ed conquistò così il trono verso il 605 circa.
Ora però non gli restò che rinunciare al mondo e vestire gli abiti di penitente, all’età di soli vent’anni, entrando nel monastero di Saint-Jean de Gaël sotto la preziosa guida di San Meen. Tutta la Bretagna, afflitta per il ritiro del suo principe, grazie al quale aveva conosciuto grandi speranze, ammirò questa sua grande scelta, presa non senza una dovuta riflessione, che mise ancor più in risalto le sue splendide qualità.

Le numerose leggende sorte sul suo conto narrano cose meravigliose circa il fervore che lo pervase. La sua ascesi fu sin da subito estrema ed avrebbe raggiunto addirittura dei grandi eccessi, se la saggia discrezione di San Meen non l’avesse moderata. Numerosi altri fatti relativi alla sua permanenza in monastero sono inoltre narrati da dettagliati quanto fantasiosi racconti leggendari. Non era passato molto tempo dal suo ingresso nel convento, che giunse già per Judhaël il momento della tonsura clericale e ricevette l’abito monacale, segni del suo ingresso ufficiale nella vita religiosa.
Un giorno però, quasi inaspettatamente, il santo abate Meen rese la sua anima a Dio, lasciando i suoi discepoli in una grande afflizione che nulla fu capace di consolare.
Judhaël decise allora di lasciare il chiostro alla morte di suo fratello Salomone II, verso l’anno 630, riprendendo gli abiti secolari ed assumendo finalmente la corona di Bretagna. Edificò tutta la famiglia reale e tutta la corte con l’esempio delle sue virtù. Sposò Meronoë (o Merovoë), donna proveniente dalla stessa famiglia e dallo stesso paese della regina sua madre. Anch’ella si dimostrò virtuosa come il marito, impregnata di fede e di pietà, e tutto ciò contribuì a mantenere tra loro una pace ed una concordia ammirabili. Governò il regno con autorità e saggezza, puntando principalmente al rispetto della Legge di Gesù Cristo. Le sue qualità diplomatiche gli permisero di concludere una pacifica alleanza con il re dei franchi Dagoberto. Fatto ciò, decise di abdicare per tornare nuovamente alla vita monacale. Nel 640 circa si ritirò dunque nel monastero di Gaël, ma secondo altri in quello di Paimpont da lui fondato. La morte lo colse il 16 dicembre di un anno imprecisato, forse il 658. In tale data è commemorato dalle diocesi di Quimper e Léon, mentre nel Martyrologium Romanum compare il giorno successivo.

 

BEATA TEODOLINDA REGINA DEI LONGOBARDI


Teodolinda era figlia del re di Baviera Garibaldo che, stretto da una parte dai Franchi e dall'altra dai Longobardi, per sicurezza volle stringere un legame di parentale con i Franchi, promettendo la figlia Teodolinda al giovanissimo re Childelberto II. Ma questo progetto andò in fumo e Teodolinda fu allora data in sposa al re longobardo Autari. I due novelli sposi trasferirono la capitale del regno longobardo a Monza. La regina Teodolinda, di religione cattolica, intratteneva una fitta corrispondenza con il papa San Gregorio Magno, finalizzata alla conversione al cristianesimo del popolo del quale era divenuta regina. Non riuscì, però, a convertire il marito Autari, che non accettava che venissero battezzati i figli dei longobardi. Ma Teodolinda riuscì comunque a far battezzare a Monza il figlio Adaloaldo. Rimasta vedova nel 589, sposò due anni dopo il duca di Torino Agilulfo, al quale trasmise il titolo regio. Alla morte del secondo marito nel 616 resse il governo per nove anni a nome del figlio Adaloaldo ancora minorenne. La cristianizzazione dei longobardi era continuata durante il periodo della sua reggenza, nonostante la dura opposizione ed ostilità di alcuni duchi aderenti all’eresia ariana. Dopo alcuni mesi dal suo avvento al trono il giovane Adeovaldo fu dunque spodestato dal duca di Torino Ariovaldo e dovette fuggire da Milano con la madre Teodolinda.
Si rifugiarono a Ravenna presso l’esarca bizantino Eleuterio. Nel 628 morirono entrambi, Teodolinda probabilmente di vecchiaia, mentre Adeovaldo forse avvelenato. Fu venerata come beata, ma il suo culto non fu mai confermato.

 

SANTA TEOFANO IMPERATRICE D'ORIENTE


+ 897 circa


L’imperatrice bizantina Santa Teofano, prima delle quattro mogli dell’imperatore Leone VI, si ritirò con il consenso del marito in un monastero.

E’ venerata dalle Chiese Orientali il 16 dicembre.

 

SANT'ENRAVOTA-BOYAN, PRINCIPE, PROTOMARTIRE DI BULGARIA


+ 833
Il principe bulgaro Sant’ Enravota-Boyan, convertitosi al cristianesimo, fu fatto uccidere da suo fratello che non approvò tale scelta. Prima di morire affermò profeticamente che la fede per cui lui veniva ucciso si sarebbe diffusa in tutta la nazione bulgara.

E’ popolarmente noto anche come “Bohdan” e tale nome è presente in Romania nella variante “Bogdan”. E’ festeggiato al 28 marzo.

 


SAN BORIS MICHELE I, RE DI BULGARIA


Boris I, khan dei Bulgari dall’852 all’889, si fece battezzare nell’864 con il nome di Michele, dando così inizio alla conversione al cristianesimo del suo popolo.
Sostenne l’indipendenza della Chiesa Bulgara da Roma e da Costantinopoli.
Nell’893 si ritirò in un monastero e gli successe il principe Vladimiro, appoggiato dai nobili, che ripristinò il paganesimo.
Dopo la sua morte, avvenuta il 2 maggio 907, Boris divenne il primo santo della chiesa bulgara, alla quale lui stesso aveva dato origine, che lo venera come “Isapostolo”.

 

SAN PIETRO, RE DI BULGARIA


m. Bulgaria, 969

San Pietro, zar dei Bulgari, succedette nel 927 a suo padre Simeone I.
Durante il suo lungo regno cercò l’accordo con i Bizantini.
Repressa una ribellione interna (928-930), dovette sostenere gli attacchi degli Ungheresi, dei Peceneghi e più tardi, nel 966, quelli di Niceforo Foca e del principe russo di Kijev, Sviatoslav, che giunse a occupare la Dobrugia (968).
La Chiesa Ortodossa Bulgara lo venera come “santo” al 30 gennaio.

 

 

SAN BAGRAT III RE DI GEORGIA


27 maggio (Chiese Orientali) 975-1014

San Bagrat III fu il primo re della Georgia unificata e fondatore della cattedrale di Bragat.
L’iconografia a lui relativa costituisce una tangibile testimonianza della venerazione quale santo da parte della Chiesa Ortodossa di Georgia.

 


SANTO STEFANO I NEMAJA (SIMEONE)


1132 - 13 febbraio 1200

Stefano I Nemaja, capostipite della dinastia dei Nemanidi (principe di Serbia), è considerato il fondatore della Grande Serbia.

Lottò contro Bisanzio, estendendo il suo dominio a sud. Saggio e pio, entrò in monastero assumendo il nome di Simeone.

 


SANTA ANASTASIA DI SERBIA


XII secolo

Santa Anastasia, battezzata con il nome di Anna, proveniva dalla famiglia imperiale bizantina.
Sposò il fondatore della dinastia serba dei Nemanidi, Santo Stefano I Nemanja.
Da questa unione nacque San Saba I, primo arcivescovo di Serbia.

 


SANT'ALESSANDRO NEVSKIJ, PRINCIPE DI NOVGOROD, MARTIRE


Russia, 1220 – Gorodets, Russia, 14 novembre 1263
Alessandro Nevskij nacque in Russia nel 1220, figlio del Granduca di Vladimir Jaroslav II Vsevolodovic e della principessa Feodosia di Halic. Suo fratello maggiore Feodor Jaroslavic, erede del titolo e dei privilegi, morì precocemente all’età di soli quIndici anni ed Alexander si trovò così principe di Novgorod nel 1245. Sposò la principessa Bassa di Potolsk, da cui ebbe quattro figli, di cui l’ultimogenito fu San Danilo di Mosca.
Nessuno meglio di Alessandro può rappresentare la figura classica del “santo guerriero”, tipologia forse lontana dalla sensibilità contemporanea. Nel 1240 si trovò a dovere respingere un massiccio attacco degli svedesi che avevano invaso il suo principato. In questo frangente, chiamato a raccolta il suo piccolo esercito, si rivolse ai soldati con queste parole: “Dio non è nella forza ma nella verità. Alcuni confidano nei principi, altri nei cavalli, ma noi invocheremo il Signore Dio nostro!”. La notte che precedette lo scontro, sulla riva della Neva, un soldato di nome Filippo ebbe una visione: i santi principi martiri Boris e Gleb, si avvicinavano a bordo di una barca all’accampamento russo. Secondo la tradizione San Boris pronunciò queste parole: “Fratello Gleb, andiamo ad aiutare il nostro pari Alessandro!”. Il giorno successivo Alessandro ed il suo esercito riportarono una storica vittoria sul nemico. Da quel momento Alessandro fu soprannominato “Nevskij”, cioè “della Neva”, luogo della mirabile battaglia.

La tradizione narra una lunga serie di successi e di vittorie che trasformarono il saggio principe Alessandro Nevskij nell’eroe russo più amato e popolare, paladino della Chiesa indigena. Le guerre, le incessanti attività e i lunghi viaggi minarono però la salute di Alessandro. Tornando da un lungo viaggio in oriente e sentendo la morte avvicinarsi, decise allora di vestire l’abito monastico presso il monastero di Gorodets, assumendo il nome di Alessio. Il novello schema-monaco morì il 14 novembre 1263.
Nel 1547 Alessandro Nevskij fu canonizzato dalla Chiesa Ortodossa Russa, che lo commemora il 23 novembre, giorno della sua sepoltura, ed il 30 agosto, giorno della traslazione delle sue reliquie presso la Lavra a lui dedicata in San Pietroburgo.


 


SAN RADOSLAV, RE DI SERBIA


Radoslav succedette nel 1227 a suo padre Santo Stefano detto “primo incoronato”.

Regnò sulla Serbia sino al 1234 quando fu spodestato da suo fratello San Ladislao.

L’iconografia a lui relativa costituisce una tangibile testimonianza della venerazione quale santo da parte della Chiesa Ortodossa Serba.

 

 

 

 

 

SAN LADISLAO, RE DI SERBIA

+ 1264

Ladislao I, spodestato suo fratello re Radoslav nel 1234, governò la Serbia sino al 1242 quando fu a sua volta costretto a cedere il potere al fratello Stefano Uros I.

E’ venerato come santo dalla Chiesa Ortodossa Serba.




SANTO STEFANO UROS I (STEFANO IV) RE DI SERBIA

+ 1280


Stefano Uros I (noto anche come Stefano IV) ascese al trono serbo nel 1243.
Combatté vittoriosamente contro i Bulgari.
Spodestato dal figlio San Dragutin nel 1276, si ritirò a vita monastica.
L’iconografia a lui relativa costituisce una tangibile testimonianza della venerazione quale santo da parte della Chiesa Ortodossa Serba.

 



SANTA ELENA, REGINA DI SERBIA


+ 8 febbraio 1306


Santa Elena fu moglie del re serbo Stefano Uros I (Stefano IV) e madre dei Santi Re Dragutin e Milutin.
Si ritirò a vita monastica.




 

SAN DRAGUTIN (STEFANO V) RE DI SERBIA

 

+ 2 marzo 1316

Figlio del re serbo Stefano Uros I (Stefano IV) e di Santa Elena, usurpò il trono paterno nel 1276 e fu poi costretto ad abdicare in favore del fratello Milutin.
Dragutin è conosciuto anche come Stefano V.
Ritiratosi in monastero assunse il nome di Teoctist.

 


SANTA CATALINA, REGINA DI SERBIA

Santa Catalina e suo marito San Dragutin (Stefano V), sovrani serbi, furono i fondatori del monastero di Arilje.

Catalina era una principessa di origine ungherese.

L’iconografia a lei relativa costituisce una tangibile testimonianza della venerazione quale santa da parte della Chiesa Ortodossa Serba.

 


 

SANTO STEFANO UROS V (STEFANO X) RE DI SERBIA


Nato nel 1337, incoronato nel 1346 e morto probabilmente tra il 2 ed il 4 dicembre 1371.
Santo Stefano Uros V, re di Serbia, noto anche come Stefano X, sconfitto dai popoli sottomessi dal padre Stefano IX Dusan, fu infine battuto dai Turchi.
Sotto il suo regno la Serbia si frammentò in molteplici staterelli. L’iconografia a lui relativa costituisce una tangibile testimonianza della venerazione quale santo da parte della Chiesa Ortodossa Serba.

 



 

SANTA SIMONIDA, REGINA DI SERBIA


XIII-XIV secolo


Santa Simonida, moglie del re serbo San Milutin, fondò con lui il monastero di Gracanica, nel quale figurano le sue icone, tangibile testimonianza della sua venerazione quale santa da parte della Chiesa Ortodossa Serba.

 



SANTA ANGELINA BRANCOVICH, PRINCIPESSA DI SERBIA

 


Serbia, XV secolo
Santa Angelina, di origine albanese, sposò il principe serbo Santo Stefano Brancovich, dal quale ebbe il figlio San Giovanni, re di Serbia. Si conservano i corpi incorrotti dei tre santi, fonti di numerosi miracoli.

 

 


MARIA STUARDA, REGINA DI FRANCIA E DI SCOZIA


Scozia, 1542 – Inghilterra, 8 febbraio 1587
Dall’allocuzione concistoriale “Quare lacrymae” pronunciata dal pontefice Pio VI a Roma il 17 giugno 1793:
3. Maria Stuarda, regina di Scozia, figlia di Giacomo V re di Scozia, e vedova di Francesco II re di Francia, avendo assunto i titoli e le insegne dei re d’Inghilterra, che gl’Inglesi avevano già attribuito ad Elisabetta, come narrano molti storici, quante avversità dovette affrontare da questa sua rivale e dai facinorosi Calvinisti, che le portarono insidie e violenze! Spesso incarcerata, spesso soggetta agli interrogatori dei giudici, rifiutò di rispondere, dicendo che una regina deve rendere conto della sua vita solo a Dio.
Vessata continuamente e in tutti i modi, rispose, dimostrò l’infondatezza dei crimini che le erano stati attribuiti e provò la propria innocenza. Ma non per questo, tuttavia, i giudici si astennero dal compiere l’ingiustizia già premeditata e pronunciarono contro di lei la condanna a morte, come fosse irrefutabilmente rea e quella testa regale fu troncata sul palco.

4. Benedetto XIV nel terzo libro sulla Beatificazione dei Servi di Dio, cap. 13, n. 10, ragiona così su questo evento: "Se si dovesse istituire un processo sul martirio di questa Regina, processo che finora non è mai stato disposto, risalterebbe subito un’obiezione evidente contro il suo martirio, desunta dalla sentenza del processo e da tutte le calunnie che contro di lei hanno farneticato gli eretici, specialmente Giorgio Buchanan in quell’infame libello che ha per titolo: "Maria smascherata". Ma se si esamina la vera causa della sua morte, che si riassume nell’odio contro la Religione Cattolica che ella sola, unica superstite, professava in Inghilterra; se si esamina l’invitta costanza con la quale respinse le proposte di abiurare la Religione Cattolica; se si osserva la forza ammirevole con cui sostenne la morte; se si tien conto, come si dovrebbe, che ella protestò prima della decapitazione, e nell’esecuzione stessa, che era sempre vissuta da cattolica e che moriva volentieri per la fede cattolica; se non si omettono, come non devono essere omesse, le evidentissime ragioni dalle quali emerge non solo la falsità dei crimini attribuiti alla regina Maria dai suoi oppositori, ma anche l’ingiusta sentenza di morte, fondata su calunnie ispirate dall’odio contro la Religione Cattolica, perché restassero immutabili i dogmi ereticali nel regno d’Inghilterra; allora si comprenderà che non manca nessuna condizione necessaria per affermare che il suo fu un vero martirio".
5. Sappiamo da Sant’Agostino che "non è il supplizio che fa il martire, ma la causa". Per questa ragione Benedetto XIV si dichiarò propenso a ritenere vero martirio l’uccisione di Maria Stuarda. Egli si chiese "se per il martirio è sufficiente dimostrare che il tiranno fu mosso dall’odio contro la Fede di Cristo, anche se si attribuisce l’occasione della morte ad un’altra causa che non riguarda la Fede di Cristo o vi appartiene soltanto accidentalmente". Risolse il caso affermativamente, indotto dalla ragione che un atto desume la sua specifica natura non da un’occasione o da altra causa impulsiva, ma dalla causa fondamentale. Pertanto per dichiarare un vero martirio è sufficiente che il persecutore, per procurare la morte, sia mosso dall’odio contro la Fede, anche se l’occasione della morte provenisse da altri motivi, che, a causa delle circostanze, non appartengono alla fede.

 

 


 

SANTA KETEVAN, REGINA DI GEORGIA E MARTIRE

 

+ 1624

Giovanni Paolo II, durante la sua visita in Georgia, la citò tra i più grandi martiri di tale nazione.




 

SAN COSTANTINO BRANCOVEANU E COMPAGNI MARTIRI

 


Costantino Brancoveanu, principe di Valacchia, i suoi figlioletti Costantin, Stefan, Radu, Matei ed il dignitario di corte Ianachi Vacaresco morirono martiri dei turchi a Costantinopoli il 15 agosto 1714.

Nel 1992 furono canonizzati dalla Chiesa Ortodossa Romena che li venera quali eroi nazionali.

 

 



 


 

BALDOVINO I DI SASSONIA-COBURGO-GOTHA, RE DEL BELGIO


Bruxelles (Belgio), 1930 – Motril (Spagna), 31 luglio 1993
Salito al trono il 17 luglio 1951, alla morte del padre Leopoldo III, in giovanissima età, regnò sino alla propria morte.
Gli anni del regno di Baldovino videro il Belgio impegnato in importanti questioni interne e decisamente proiettato verso una politica comunitaria europea. Durante la sua seconda visita in Belgio, il papa Giovanni Paolo II rese grazie a Dio “per il Re Baldovino difensore dei diritti di Dio e dell'uomo” durante la recita del Regina Coeli di domenica 4 giugno 1995 e pregò la Vergine dicendo “Ti ringraziamo anche, Madre della Grazia divina, per il Re Baldovino, per la sua fede incrollabile e per l'esempio di vita che ha lasciato ai suoi concittadini e a tutta l'Europa.

Ti ringraziamo per la forza che ha dimostrato nella difesa dei diritti di Dio e dei diritti dell'uomo, e in particolare del diritto alla vita del nascituro. Ho avuto la gioia di conoscere la profondità dello spirito di Re Baldovino, la sua eccezionale e ardente pietà cristocentrica e insieme mariana. Come non ringraziare lo Spirito Santo per ciò che ha compiuto nell'anima del Re defunto? Che grande esempio ci ha lasciato! Che grande esempio ha lasciato ai suoi concittadini!”.
Nel 1990 il re aveva rifiutato di firmare la legge che depenalizzava in modo parziale l’aborto, dimettendosi dalla sua carica per un giorno, nominando a fare le sue veci il fratello. Questo era stato uno dei tanti suoi interventi in difesa dei diritti dell’uomo a cui il Santo Padre fece riferimento.
Il 31 luglio 2003, nel decimo anniversario della scomparsa del sovrano, un messaggio dello stesso pontefice ne ricordava l’alta figura “umana, morale e spirituale”. Giovanni Paolo II sottolineò l’esempio che re Baldovino aveva dato al suo paese ed al mondo intero. “La sua vita di servizio, radicata in una profonda relazione con Dio e fondata sui valori essenziali” - si legge - possa incoraggiare il popolo belga a “seguire le sue tracce per edificare una società sempre più giusta e fraterna, nel rispetto della dignità delle persone”.




 

MASSIMILIANO D'ASBURGO AGUSTIN I,
IMPERATORE DEL MESSICO


Vienna, 1832 - Querétaro (Messico), 19 giugno 1867
Fratello minore dell’imperatore austrio-ungarico Francesco Giuseppe d’Asburgo, l’arciduca Massimiliano fu governatore del regno Lombardo-Veneto e nel 1864 venne incoronato imperatore del Messico con il nome di Agustín I, per iniziativa della Francia che aveva occupato il paese l’anno precedente.

Il nuovo sovrano dovette fronteggiare la resistenza dei repubblicani messicani, le cui forze ripresero il potere nel 1867. Massimiliano fu catturato e condannato a morte da un tribunale militare e fucilato con due suoi ufficiali il 19 giugno 1867 a Querétaro.
Poco prima che venisse ordinato il fuoco, Massimiliano parlò a voce alta in modo che i 3000 soldati presenti sul campo d’esecuzione potessero udirlo bene: “Messicani, gli uomini della mia classe e della mia razza vengono creati da Dio per essere la felicità delle nazioni o i loro martiri […]. Perdono tutti. Prego affinché anche voi tutti possiate perdonare me e desidero che il mio sangue che sta per essere qui versato possa servire al bene del paese. Evviva il Messico, evviva l’indipendenza”.

 



 

SANTO STEFAN CEL MARE (STEFANO IL GRANDE) voivoda di Moldavia

A metà del XIV secolo, sotto il governo di Stefan cel Mare (Stefano il Grande), la Moldavia raggiunse il periodo del suo massimo splendore.
Figlio del Voivoda di Moldavia Bogdan II Musat e di Maria-Malina Oltea, fu celebre come strenuo difensore della cristianità nella lotta contro l’avanzata ottomana, ma al tempo stesso esempio di dialogo con il cristianesimo occidentale e con lo stesso islam. Con l’aiuto del principe di Valacchia Vlad III Tepes detto l’“impalatore”, conosciuto in occidente con il soprannome di Dracula, Stefano poté assicurarsi il trono di moldavo ed essere incoronato tra il 12 ed il 14 aprile 1457. Minacciato dai potenti paesi vicini, respinse gli invasori ungheresi nel 1467 ed invase la Valacchia nel 1471, per liberarla dal vassallaggio Ottomano. Quando il sultano ottomano Maometto II attaccò la Moldavia, Stefano sconfisse gli invasori nei pressi di Vaslui nel 1475 ed a Valea Alba l’anno successivo.
Il 25 gennaio 1475 Stefano il Grande si rivolse ai sovrani cristiani d’Europa per ribadire l’importanza del ruolo svolto dal suo paese nella difesa dell’intero continente: “Il nostro paese è la porta della cristianità finora difesa, con l’aiuto del Signore, ma se questa porta sarà persa, che Dio ci guardi, tutta la Cristianità sarà in grande pericolo”.

Cercò invano l’aiuto dalle potenze europee contro l’Impero Ottomano, ma la sua determinazione nel “tagliare il braccio destro ai pagani” gli valse gli appellativi di “Atleta di Cristo” e “Difensore della Cristianità” da parte del papa Sisto IV (1471-1484), con il quale intrattenne un intenso rapporto epistolare. Dopo il 1484 Stefano dovette contrastare non solo la minaccia Ottomana, ma anche i progetti polacchi ed ungheresi di spartizione della Moldavia, finchè nel 1503 concluse un accordo di pace con il sultano Beyazid II, che ne garantì l’indipendenza, in cambio di un tributo annuale. Benché attraversato da numerose traversie, il lungo regno di Stefano il Grande fu nondimeno caratterizzato da un fiorente sviluppo artistico e culturale: non meno di 44 chiese e monasteri vennero eretti su sua iniziativa in ricordo di ciascuna battaglia vinta ed alcuni di essi sono tuttora patrimonio dell’UNESCO. Stefan morì il 2 luglio 1504 e fu sepolto nel Monastero di Putna, da lui fondato nel 1469 in Bucovina, regione settentrionale della Romania ai confini con l’Ucraina. Gli successe sul trono moldavo suo figlio suo figlio Petru Rares.
E’ venerato come “santo” dalla Chiesa Ortodossa Rumena, il cui Santo Sinodo lo ha canonizzato il 20 giugno 1992 fissandone la ricorrenza liturgica al 2 luglio.
Stefan cel Mare, contemporaneo di Cristoforo Colombo, Leonardo da Vinci e Michelangelo, è attualmente considerato eroe nazionale sia dalla Romania, perché a lui si deve anche l’indipendenza della regione di Bucarest detta Valacchia o Tara Romanesca, che dalla Repubblica Moldova. Quest’ultima ha posto la sua effige anche sulle banconote.
Il sommo pontefice Giovanni Paolo II Magno, durante il suo viaggio apostolico in Romania, il 7 maggio 1999 appena atterrato all’aeroporto di Bucarest affermò nel suo discorso: “Il seme del Vangelo, caduto in suolo fertile, ha prodotto nell’arco di questi due millenni numerosi frutti di santità e di martirio. Penso […] al santo re Stefano, “un vero atleta della fede cristiana”, come lo definì il Papa Sisto IV”, riconoscendone così anch’egli la santità, similmente a come avvenuto per altri santi ortodossi inseriti nei mosaici della cappella Redemptoris Mater in Vaticano.
Il 30 settembre 2004, nel contesto dei festeggiamenti per il cinquecentesimo anniversario della sua morte, fu innaugurata alla presenza di Sua Eminenza il Cardinale Angelo Sodano, Segretario di Stato di Sua Santità, e di Sua Eccellenza Ion Iliescu, Presidente della Romania, una mostra a lui dedicata presso il Salone Sistino dei Musei Vaticani, intitolata “Stefano il Grande - Ponte tra Oriente e Occidente”. Tale mostra offrì l’opportunità di ammirare una scelta di capolavori, normalmente conservati nei monasteri eretti per iniziativa del santo sovrano, tra i quali il velo funerario della Principessa Maria di Mangop sua seconda moglie, raffinatissima opera di ascendenza bizantina, unica nel suo genere nel sud-est europeo.




 

SANTI MIRIAN III E NANA re della Georgia


Mirian III e Nana, sposi, sovrani della Giorgia nel IV secolo, si convertirono al cristianesimo e collaborarono con Santa Nino, l’Apostola della Georgia.

Sono venerati come “Isapostoli”, cioè “Uguali agli Apostoli”.




 

SANTA EDVIGE D’ANGIO’ regina di Polonia


Con lei si aprì il “secolo d’oro” della storia cristiana della Polonia, cioè il XIV secolo. Fonti storiche risalenti a quel tempo permettono di delinearne un profilo alquanto dettagliato e di ammirare al meglio la sua personalità e la sua spiritualità. Edvige è presentata solitamente nell’atto di “regnare servendo”, comportamento che ne fa immediatamente risaltare la sua maturità cristiana, fondata su una vita impregnata di fede e di carità.
Nei suoi confronti è riscontrabile inoltre un’ininterrotta ammirazione da parte del popolo polacco, accompagnata ad un vero e proprio culto ancora vivo oggi a distanza di secoli.
In Edvige vi era un intreccio di doti e virtù, religiosità e devozione, e tutto ciò contribuiva ad irradiare santità in ogni sua attività quotidiana. Dalla sua profonda ascesi cristiana, scaturì un giusto autocontrollo volto a dominare il suo carattere forte e vivace.

Nata a Buda nel 1374, dalla stirpe capetingia degli Angioini a quel tempo regnati sull’Ungheria, dovette appena maggiorenne annullare gli “sponsalia de futuro” stipulati dai suoi genitori quando lei aveva solo quattro anni, com’era tipica prassi medievale, per combinare un matrimonio con Guglielmo d’Asburgo.
Il 18 febbraio 1386 sposò invece il granduca lituano Jagello, che promise di ricevere il battesimo insieme con tutta la sua nazione, ultimo baluardo pagano in Europa, nonché l’unificazione alla Polonia. Pare che Edvige sia giunta a prendere una decisione così importante per la sua vita a seguito di un lungo travaglio interiore, intense preghiere dinnanzi al Crocifisso di Wawel e parecchie consultazioni con vescovi e nobili polacchi.
Questo matrimonio cambiò la storia europea, trasferendo la frontiera della civiltà occidentale sino ai confini orientali del neonato regno polacco-lituano e ponendo nella schiera dei protagonisti dell’evangelizzazione del vecchio continente. Ciò le avrebbe sicuramente meritato da parte delle Chiese orientali il titolo di “Isapostola”, come le sante Maria Maddalena, Olga di Kiev, Elena madre di Costantino il Grande e Nino di Georgia. Per noi cattolici può essere invece considerata come la regina di Brigida di Svezia “patrona d’Europa”, come ha osservato il papa nell’omelia in occasione della canonizzazione.
Aperta la strada alla cristianizzazione della Lituania, si rese necessario fornire un’adeguata formazione religiosa. A tal scopo Edvige decise di fondare a Praga un collegio per i futuri sacerdoti lituani. Nel documento protocollare dell’atto di fondazione, lei stessa spigò come tale fondazione fu preceduta da lunghe consultazioni ed intense preghiere.
Ritenendo che anche l’Università di Cracovia dovesse collaborare all’opera di evangelizzazione, l’11 gennaio 1397 con il consenso del papa Bonifacio IX fondò la prima Facoltà Teologica polacca. La regina ebbe così a cuore questa sua opera tanto da lasciarvi in testamento le sue gemme ed altri beni personali per anche dopo la sua morte avesse potuto crescere e funzionare al meglio. Queste operazioni, apparentemente pure espressioni di mecenatismo, furono in realtà il frutto della sua fede matura e lungimirante.
Sin dalla sua infanzia Edvige era stata a leggere abitualmente la Sacra Scrittura, il Salterio, le Omelie dei Padri della Chiesa, le meditazioni e le orazioni di San Bernardo, i Sermoni e le Passioni dei Santi ed altre opere religiose classiche. Alcune di esse vennero tradotte su sua iniziativa in lingua polacca e fece redigere un salterio in tre versioni linguistiche, denominato “Salterio Floriano”, oggi custodito nella Biblioteca Nazionale di Varsavia.
Giovanni Štìkna, Stanislao di Scarbimiria ed Enrico di Bitterfeld, guide spirituali di grande pregio, furono messi a disposizione degli ecclesiastici, dei cortigiani e degli uomini di cultura, assicurando loro in tal modo non solo una formazione culturale.
Edvige esigeva infatti dal clero un alto livello sia spirituale e che culturale.
In quei tempi, in cui vi fu un amalgamazione di varie credenze, dottrine e prassi, spesso provenienti dal mondo pagano, Edvige si rivelò sempre fedele alla tradizione ed in profonda comunione con la Sede Apostolica. Al tempo stesso si dimostrò tollerante nei confronti delle altre confessioni cristiane e delle altre religioni. In tale direzione va citato l’esempio della fondazione della chiesa e del convento dei Benedettini slavi a Cracovia, che avrebbero dovuto recarsi nella Rus’Rossa per celebrare la liturgia nel rito slavo, per giungere pacificamente ad un riavvicinamento fra i differenti culti. In qualità di sovrana cristiana, seppe testimoniare la sua fede con irrepetibile sensibilità; per esempio, per ravviare il culto nella cattedrale di Cracovia, fondò nel 1393 il “Collegio dei 16 Salmisti”, perché giorno e notte potesse risuonarvi la gloria di Dio.
In occasione del Giubileo dell’Anno Santo 1390, desiderando poter avvicinare tutti i suoi sudditi, polacchi, lituani e ruteni, ai frutti spirituali della Chiesa, ma ben conscia degli enormi disagi di natura politica e sociale ai quali sarebbero stati esposti in pellegrinaggio per Roma, chiese ed ottenne dal papa Bonifacio IX la grazia di poterlo celebrare nel proprio paese.
Incoronata “Regina della Polonia”, con il passare del tempo prese parte sempre più attivamente agli affari pubblici dello suo stato, rivelando sempre più la sua prudenza e saggezza politica. Dal 1389 si trovò ripetutamente a dover fare da mediatrice nei rapporti conflittuali fra la Polonia e l’Ordine teutonico, nonché in varie rivalità familiari.
Consapevole dell’immane pericolo che i Turchi costituivano per l’Europa cristiana, Edvige tentò di dissuadere l’ambizioso duca lituano Vitoldo dal disperdere le forze dell’esercito polacco-lituano in un’inutile spedizione bellica contro i Tartari.
Ma gli affari dello stato non le impedivano di soccorrere i suoi sudditi nei loro bisogni quotidiani. Ciò è testimoniato anche dai registri dei conti reali. In Edvige è sicuramente da sottolineare l’acuto senso, non solamente di giustizia, ma di rispetto per ciascun essere umano. Un episodio in particolare dimostra inequivocabilmente la fermezza che la contraddistinse sempre nel difendere i deboli e gli oppressi. Nel 1386, avendo appreso che gli abitanti di un villaggio erano stati privati dei loro beni da parte dei cavalieri reali, ordinò che fossero risarciti non solo i danni materiali, ma, preoccupata della ferita provocata alla loro dignità umana, affermò con dolore: “Se pure abbiamo restituito il bestiame ai coloni, chi restituirà loro le lacrime?”. Questa domanda, tramandataci dai cronisti del tempo, pone in rilievo il suo “genio del cuore”, al punto che Konrad Górski, storico della spiritualità polacca, l’ha definita “l’espressione più profonda della cultura cristiana”.
Solita contemplare l’immagine del Crocifisso Nero di Wawel, la santa regina attingeva amore e forza per regnare servendo, lo slancio missionario, l’umiltà di cuore, l’altruismo e la pace nel soffrire e nell’agire. Diverse fonti ricordano come fosse solita assistere alla Messa nei giorni feriali, anche durante i suoi viaggi.
La croce l’accompagnò sempre nel suo pellegrinaggio terreno, anche nelle circostanze più difficili: la morte prematura del padre, il distacco dalla casa paterna a Buda, l’incoronazione a Regina all’età di dieci anni in un regno a lei ignoto, la rassegnazione circa i falliti progetti matrimoniali dell’infanzia, la tragica morte della madre nel 1387 e dell’ultima sorella nel 1395, le calunnie diffuse nei suoi riguardi nelle corti europee, il tentativo di creare discordia fra lei e suo marito Ladislao Jagello più anziano di lei. Ma in tutte le numerose e complesse difficoltà politiche e umane in cui venne a trovardi, Edvige seppe sempre prodigarsi con tutto l’amore possibile.
Una di queste fu rappresentata dalla lunga attesa dell’erede al trono. Nel Medioevo, infatti, la sterilità della donna era considerata un segno del castigo divino: Edvige dunque ne soffriva, tanto più che sperava di rafforzare l’unione polacco-lituana e di proseguire l’opera di cristianizzazione con la nascita di un figlio. La sofferenza fu interrotta solo per breve tempo dalla lieta novella della gravidanza. All’approssimarsi del parto Jagello era solito raccomandarle di addobbare sontuosamente la stanza del nascituro.
Grazie al noto cronista polacco Jan Dlugosz conosciamo lo stato d’animo della regina in questo periodo, tramite la sua risposta al re: “Da lungo tempo ho allontanato da me il fasto del secolo e non lo voglio seguire in prossimità della morte, che, abbastanza spesso, il parto è solito causare, ma piuttosto voglio piacere a Dio, il quale mi ha donato la fecondità, tolto l’obbrobrio della sterilità, non per lo splendore dell’oro e delle gemme, ma nella mansuetudine dell’umiltà”.
Purtroppo ebbe modo di gioire assai poco della sua maternità fisica, perché la neonata erede al trono Elisabetta Bonifacia morì in breve tempo. A distanza di quattro giorni, il 17 luglio 1399, si spense anche Edvige, alla giovanissima età di 25 anni e 5 mesi. Premurosa della sorte del coniuge, preoccupata per la solidità dello stato e per la continuità della dinastia Jagellonica, prima di morire consigliò al marito di sposare Anna di Cilli, figlia del Guglielmo e nipote del re San Casimiro il Grande.
Giovanni Paolo II l’ha proclamata “santa” l’8 giugno 1997 a Kraków, in Polonia.



SANTI DAVID E COSTANTINO, principi georgiani, martiri

I santi fratelli georgiani David e Costantino, Principi d'Argweth, oltre che valorosi e coraggiosi condottieri militari seppero dimostrarsi convinti cristiani, che si impegnarono nella difesa della Georgia e conseguentemente dell’Europa intera dagli attacchi dei mussulmani. Il comandante arabo, nonché futuro califfo, Marwan-Abdullah Kasim li fece prigionieri tra gli anni 731 e 734 e tentò con false promesse di convincerli alla conversione all’Islam.

I due fratelli perseverarono però nel levarsi in piedi per professare la loro fede in Cristo. Allora Murvan Kru (“kru” significa “sordo”) tentò di servirsi dell’aiuto di alcuni stregoni ed ipnotizzatori per ottenere la loro conversione, ma con la preghiera i santi principi David e Costantino vinsero anche queste astuzie pagane. Considerando la loro ostinata risoluzione, ai mussulmani non restò che procedere alla tortura dei due e ad affogarli nel fiume Rioni. Consumatosi così il loro martirio, i due corpi santi, illuminati da tre colonne di luce forse simboleggianti la Santissima Trinità, furono trasportati dalla corrente d’acqua per un certo tragitto. Alcuni fedeli riuscirono però finalmente a recuperarli e riporli al sicuro in una caverna del monte Tskhaltsiteli, nei pressi della città di Kutaisi. Ivi riposarono sino al dodicesimo secolo, quando ebbe a ripetersi il miracolo dei bagliori di luce ed il re georgiano Bagrat il Grande (1072-1117) le rinvenne durante una battuta di caccia. Il sovrano pensò allora di erigere una chiesa in onore dei due martiri fondando il monastero Motsameti. In questo luogo si verificarono molti miracoli che vennero dunque attribuiti alla presenza delle reliquie dei due santi. David e Costantino sono citati tra l’altro nella lista dei martiri a cui fece riferimento il panegirista di san Razden il Persiano. Sono festeggiati al 15 ottobre.






BEATA BIANCA D'ARAGONA

Regina, fece parte dell’Ordine Mercederio, è festeggiata il 12 novembre.




BEATA BEATRICE DI CASTIGLIA

Regina, fece parte dell’Ordine Mercederio, è festeggiata il 25 settembre.




BEATA BEATRICE DE SUABIA

Regina, fece parte dell’Ordine Mercederio, è festeggiata il 5 novembre.




BEATA BERTA



Regina dei Franchi e moglie di Pipino "il breve", madre di Carlo Magno, morta nel 783, detta "Berta la Pia", patrona delle filatrici.

E’ festeggiata il 24 marzo.




BEATO AUGUSTO CZARTORYSKI principe e salesiano


Il principe polacco Augusto Czartoryski nacque a Parigi da genitori polacchi il 2 agosto 1858. La famiglia si era stabilita in Francia quando, dopo lo rivoluzione del 1830 e lo confisca dei beni, era stata posta al bando dalla Russia.
Nel 1886 entrò nella Congregazione Salesiana, dove fu ordinato sacerdote.
Si ammalò presto e trovò nella nuova condizione il motivo e il metodo per salire le vette della perfezione. Morì in fama di santità a soli 34 anni 1’8 aprile 1893, sabato dell’Ottava di Pasqua.
E’ stato beatificato da papa Giovanni Paolo II, suo connazionale, in San Pietro il 25 aprile 2004

 

 

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