Rubriche di
Patrizia Fontana Roca

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 “A TE, O BEATO GIUSEPPE…”:
IL CULTO DI SAN GIUSEPPE NELLE PICCOLE IMMAGINI DEVOZIONALI

 

 


Una panoramica sull’iconografia devozionale di s. Giuseppe in Puglia e Sicilia, deve tener conto da una parte dell’azione di diffusione promossa dai religiosi, e incrementata dal laicato più sensibile alle forme di pietà individuale, che si faceva committente e promotore di nuovi soggetti rappresentativi, come pure dei luoghi in cui la devozione era praticata, e inoltre degli aspetti che ne hanno accompagnato l’evoluzione nel tempo.
L’enciclica di Leone XIII Quamquam pluries del 1889, sul culto riconosciuto al santo, “modello specialmente ai lavoratori”, prescriveva una Orazione a San Giuseppe: la preghiera è stampata sul retro di gran parte delle immaginette coeve e di inizio Novecento (figg. 1a, 1b) che trasmettono, come si vedrà, aspetti iconografici di antica origine.


 

Le immagini devozionali, come incisioni e stampe, santini e ricordini commemorativi, quadri, ex-voto, fogli volanti, conobbero una notevole circolarità nel corso dell’Ottocento, e l’inizio del Novecento; poi si andò riducendo la produzione, semplificando la tecnica di esecuzione, impoverendo l’aspetto grafico e iconologico, a vantaggio di un’essenzialità che sconfina nello stereotipo, come si coglie attraverso un esame comparativo.
Il percorso figurativo che si vuole proporre, è articolato attraverso l’iconografia narrativa, in primo luogo, per un approccio agli episodi salienti della vita del santo, quindi attraverso l’iconografia di tipo simbolico, in cui più forte è il valore emblematico del santo, e più rilevabili i caratteri a lui riconosciuti dalla Chiesa e dai devoti.

Le rappresentazioni artistiche del ciclo cristologico (1) evidenziavano nella scena del “Sogno di San Giuseppe”, detta anche “Primo Annuncio”, il momento iniziale della sua storia evangelica, a cui fa seguito l’Annunciazione, scena in cui talvolta è presente, in penombra e di sfondo, o appena rievocato dagli strumenti di lavoro. La Visitazione, il Censimento e il Viaggio a Nazareth, cioè gli episodi precedenti la Natività, sono meno ricorrenti rispetto alla Nascita, e all’Adorazione dei pastori e dei Magi. La Presentazione al Tempio e la Circoncisione sono temi meno frequenti rispetto alla Fuga in Egitto e la Vita a Nazareth, come pure la scena del Ritrovamento nel Tempio. Infine, la morte di san Giuseppe, di cui il Vangelo non parla, ha avuto espressione nella religiosità popolare, nel patrocinio sui morenti e gli agonizzanti.

 

A fronte di questo ampio spettro narrativo, e conseguentemente rappresentativo, abbiamo un altro genere di iconografia correlata, di carattere simbolico, che riveste un valore complementare, sul piano devozionale, pur nella sua essenzialità. Sono gli attributi che lo denotano, infatti, ad accompagnare invariabilmente la sua figura, conferendogli, insieme alla specificità identitaria, l’emblema delle virtù riconosciute di Padre putativo, Uomo giusto, Lavoratore, Patriarca. La ricchezza e la profondità di questi titoli ha dato luogo a dettagli figurativi e attitudini gestuali che, per la loro varietà, costituiscono un campo d’indagine.

Gli attributi tradizionalmente legati a san Giuseppe sono: il bastone fiorito, il giglio, gli arnesi da lavoro, presenti nelle rappresentazioni, specie dopo l’istituzione della festa liturgica (1621), tanto nell’arte e nelle immagini devozionali, che nella statuaria coeva.
Il bastone fiorito è un elemento iconografico arcaico, che fa riferimento all’episodio dei vangeli apocrifi dell’elezione dello sposo per Maria (2).
Le più antiche raffigurazioni presentano piccole infiorescenze, richiamando il fiore di mandorlo, allusione alla verga fiorita di Aronne, come nell’incisione seicentesca (fig. 2a); tale è l’elemento decorativo dell’abito del santo, e il mazzolino nella mano del Bambino Gesù, che si osservano nella statua (fig. 2b) di Chiusa Sclafani (Palermo). Il giglio, simbolo di purezza, compare successivamente abbinato al santo, e ne caratterizzerà definitivamente la figura, prevalendo sull’altro elemento iconografico (figg. 2c, 2d).

 

Le istanze di una religiosità vicina alla sfera del vissuto avevano suscitato fin dal medioevo, grazie alla spiritualità francescana soprattutto, esperienze aggregative che si affidavano al patrocinio di Maria e dei santi. Le Compagnie di Arti e mestieri si posero anticamente sotto il patrocinio di un santo eletto per affinità di mestiere, o per le sue specifiche prerogative e attributi; i falegnami elessero san Giuseppe quale patrono. Ne danno testimonianza i documenti, gli oggetti di culto e devozione.
Un esempio è costituito dal medaglione confraternale (3) della Congregazione di San Giuseppe a Castroreale (fig. 9). Ad Augusta è custodito nella chiesa della Venerabile Confraternita dei legnaioli, varcaroli e mastri d’ascia, un insieme di pregevoli opere di oreficeria, tra cui il medaglione argenteo con la Sacra Famiglia per le cerimonie solenni, e due bastoni argentei del XVIII sec. (4)
La domanda di patrocinio celeste (5), espressa a titolo individuale o come appartenenti a una particolare categoria, ha avuto molteplici attestazioni figurative; di cui si intende esaminare alcuni esempi significativi, riproposti nell’andar del tempo.

 

Figura 3

Figura 4

Le stampe popolari esprimono le forme della devozione, manifestando per immagini il sentimento di prossimità e affidamento spirituale che al santo veniva riconosciuto. Spiccano, in quest’ambito, le raffigurazioni di san Giuseppe con il Bambino in braccio, di cui si prende in esame in primo luogo una stampa del XVIII sec., che trova corrispondenza con immaginette di larga diffusione, documentate in una collezione siciliana (6) (fig. 3).

La rappresentazione di san Giuseppe che tiene per mano il Bambino, di cui si conosce un’ampia produzione statuaria (7), è testimoniata da un’incisione (fig. 4) dell’Archivio di Stato di Catania, e del Museo Pitrè (fig. 5).

Figura 5

Ispirata a un quadro del Murillo (1617-1682) questa stampa devozionale è di particolare efficacia espressiva: il soggetto venne ampiamente riproposto, tra Ottocento e Novecento nelle immagini e negli oggetti devozionali, tra cui uno scapolare (fig. 6).

Figura 6

 

Di accentuazione più sentimentale l’iconografia derivata da una tela del pittore Guido Reni (1575-1642), replicata e riprodotta con leggere varianti nelle opere pittoriche, di cui troviamo esempio, a Messina, nella Chiesa dello Spirito Santo, effigiata nel santino edito a Messina nel 1940 recante sul retro l’Orazione di Leone XIII “A te, o beato Giuseppe…”. Affine a questo genere rappresentativo, il quadro del pittore E. Reffo, ripreso nell’immaginetta realizzata in occasione dell’erigenda chiesa di S.Giuseppe a Bari per sollecitare le offerte dai fedeli, in cui si esplicita il testo della benedizione apostolica del pontefice Pio X, che è datata 29 Maggio 1912 (fig. 7).

Figura 7

 

Le antiche pratiche di pietà hanno lasciato tracce significative, come le medaglie devozionali; dal Santuario di San Michele al Gargano proviene la medaglia sotto riprodotta, della prima metà dell’Ottocento (8), mentre la Placchetta di medaglione confraternale (3) è della Congregazione di San Giuseppe a Castroreale.

Figura 8

Figura 9

 

Mentre si andava affermando la tipologia del santo con il Bambino, conobbe pure larga fortuna la rappresentazione della Santa Famiglia: la prima modalità figurativa vede san Giuseppe in primo piano, e rivela una forte connotazione catechetica, per la presenza della croce in mano a Gesù.

Una stampa popolare settecentesca (fig.10) e una pittura su vetro (fig.11) ne trasmettono i caratteri di espressività, come pure le immaginette di fine Ottocento (fig.12).

Figura 10



Figura 11

Figura 12

 

L’altra rappresentazione della Sacra Famiglia illustra il “Ritorno dall’Egitto”, descrivendo il gruppo per via, e il Bambino già cresciuto negli anni; la stampa popolare di Palermo (fig.13) evidenzia una continuità percepibile nell’impianto, nei vestimenti, negli attributi, nella presenza dello Spirito Santo, concretizzando così una tipologia emblematica nella iconografia devozionale (fig.14).

Figura 13

Figura 14

 


Gli scritti dottrinali su san Giuseppe, che le immagini rispecchiano, manifestavano l’intento di celebrare la figura di intercessore; il santo venne raffigurato rivolto a Maria, quale tramite celeste, o insieme con il Bambino, che assume su di sé le domande dei devoti, e stila di Suo pugno le grazie richieste.
Tale iconografia è comprovata da due opere d’arte: “L’intercessione di San Giuseppe” (fig.15) del XVII sec., conservata a Vizzini (9), mentre a Manduria si ammira la tela (fig.16) intitolata “Patrocinio di San Giuseppe su tutta la Chiesa” (10), tema riscontrabile nelle immaginette devozionali (fig.17).

Figura 15

Figura 16

Figura 17

Figura 18

La domanda di patrocinio celeste (11), espressa a titolo individuale o come appartenenti a una particolare categoria, ha avuto svariate attestazioni figurative.

Un aspetto di devozione Giuseppina è il patrocinio sulle “Anime Purganti” (fig.18), antica devozione che prese avvio dalle Messe Gregoriane, e ha dato vita a un’iconografia in cui compaiono Maria e Giuseppe, e tra le fiamme le anime del Purgatorio (12).

Figura 19

La singolarità della morte di s. Giuseppe, confortato da Gesù e Maria, come si ritiene pur in assenza di fonti canoniche, ha ispirato un tema di antica data: il patrocinio dei morenti, meglio noto come patrocinio del Transito (13), entrato a far parte della pietà popolare (fig.19).

 

Allo sviluppo dell’iconografia nel XVII secolo, seguì un periodo difficile, segnato dal declino dell’arte sacra. Vennero replicati i tipi tradizionali, per gli usi liturgici e devozionali, tuttavia non si ebbe per lungo tempo alcuna ripresa o innovazione.
L’iconografia giuseppina conobbe una nuova stagione nel XIX sec., con l’avvenimento più importante del secolo e della storia del culto di san Giuseppe: il Concilio Vaticano I, col decreto Quaemadmodum Deus (14), lo proclama “Patrono della Chiesa Universale” l’8 dicembre 1870. Si affermarono nuove tipologie, specie col santo in gloria, associato alla basilica di San Pietro, come si vede in una stampa popolare e nell’immaginetta del 1900, edita a Palermo dall’editore G. Pantaleone (fig. 20).

Figura 20

 

Il servo di Dio P. Eugenio Reffo, cofondatore della Congregazione del Murialdo, curò la prima biografia del fondatore, e numerose pubblicazioni devozionali, tra cui la Novena del Patrocinio di San Giuseppe, del 1929; tra le varie Meditazioni, troviamo anche quella su “San Giuseppe Patrono delle S. Comunioni”, in cui l’autore esorta a considerare la valenza eucaristica della pietà giuseppina, in nome del ruolo che egli ebbe, di Custode del Signore Gesù.
La devozione proposta dal Reffo è all’origine di una nuova iconografia, in cui san Giuseppe figura patrono dei Comunicandi. Coeve le immaginette illustrative del patrocinio sui bambini (fig. 21).

Figura 21

 

Ulteriore testimonianza di un patrocinio caro alla religiosità popolare, è quello degli emigranti, ispirato alla Fuga in Egitto, per cui si utilizzarono soggetti d’arte, e a cui si accompagnò per affinità il patrocinio sui viandanti (fig.22).

Figura 22

 

 

Si ringrazia l’Editore di aver consentito la pubblicazione dell’articolo, presente nel volume Dalla Sicilia alla Puglia: la festa di S.Giuseppe, Talmus Art Editore, San Marzano di San Giuseppe (Ta), 2012 -  info@talmus.it – www.talmus.it



Note


(1) per l’iconografia giuseppina, cfr. l’ampia rassegna storico-artistica di p. G. Verri CSJ, Joseph nell’arte, in La Voce di San Giuseppe, 103, 6 (2005), pp. 3-23.

(2) I brani dell’apocrifo Protovangelo di Giacomo, e dello Pseudo-Matteo, parlano dell’apparizione prodigiosa di una colomba, segno di elezione divina; questo elemento narrativo si richiama all’episodio biblico della nomina di Aronne a sacerdote (Num 17 , 17-24): vd I Vangeli apocrifi, a c.di Marcello Craveri, Einaudi, Torino, 1990, pag 14.

(3) A.Bilardo, Giuseppe, l’artigiano di Nazareth, Castroreale, Museo Civico, 1996, pag. 57.

(4) G.Carrabino-A.Patania, Il culto di San Giuseppe nella fede, nell’arte e nella tradizione di Augusta, Kalòs Onlus, Augusta, 2004.

(5) Vd.  T. Stramare, S. Giuseppe  nella Sacra  Scrittura nella teologia e nel culto, Roma 1983, p. 317.

(6) La collezione di immaginette, rinvenuta nelle mura domestiche all’inizio del Novecento, come usava in passato, di non eliminare materiale devozionale ma accantonarlo, costituisce un repertorio di riferimento per l’analisi delle tipologie e della produzione tipografica; ringrazio Salvatore Calafiore del materiale che ha reso disponibile.

(7) Eloquente la corrispondenza tra tipi iconografici e statuaria coeva, presente negli edifici sacri. Correlato a questa tipologia, si segnala il fastoso simulacro nella Chiesa dei Teatini, a Palermo. La statua di san Giuseppe era tradizionalmente condotta per le vie dell’abitato, portata a spalla dai falegnami, dai membri delle confraternite e devoti, come pure nei campi, per la benedizione rituale; vd M. Messina, Il culto di San Giuseppe a Bagheria, in “San Giusippuzzu chiuviti chiuviti…”, Bagheria, 2006, pag.22, e inoltre vd F. S. Oliveri, La Tavolata di San Giuseppe a Roccapalumba, Palermo, 2004, pag 12.

(8) Si tratta di una pittura su vetro del XIX secolo, del Centro Studi Devozioni Popolari di Canicattini Bagni. Ringrazio Tanino Golino, curatore del Centro Studi, per la segnalazione.

(9) Opera di Nicola Mineo, fu realizzata nel 1755; è conservata nella chiesa di S. Maria dei Greci, a Vizzini.

(10) attribuita a Pasquale Bianchi (1733-1811), la tela è nella Chiesa di S. Giuseppe a Manduria (Taranto).

(11) Vd. T. Stramare, S. Giuseppe  nella Sacra  Scrittura nella teologia e nel culto, Roma 1983, p. 317.

(12) Due importanti opere artistiche seicentesche ne danno testimonianza: la tela di Giovanni Anastasi nella Chiesa della Croce a Senigallia, e l’ “Intercessione di San Gregorio presso la Madonna per le anime del Purgatorio” nel Duomo di Monterotondo (Roma); eseguita intorno al 1630, attribuita a Francesco Cozza (1605-1682), vd. Francesco Cozza (1605-1682). Un calabrese a Roma tra Classicismo e Barocco, a cura di C. Strinati, R. Vodret, G. Leone, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2007, pp. 120-121; per il quadro dell’Anastasi vd. D. Mori, Altari laterali, quadri delle Aggregazioni e Stazioni della Via Crucis nella Chiesa della Croce di Senigallia, in La Chiesa della Croce e la sua Confraternita, Senigallia, 2009, pp. 123-147.

(13) Il teologo domenicano Isidoro Isolani, nella sua Storia di Giuseppe Falegname, riprende questo aspetto devozionale già divulgato dal Gerson (1363-1429), attivo promotore del culto giuseppino, nella sua  Josephina. Il tema del trapasso del santo, poi detto Transito, è presente nell’omiletica del Quattrocento, come testimonia ad esempio San Bernardino da Feltre nelle sue predicazioni, rifacendosi al Gerson; vd A. Dordoni,  Aspetti di etica sociale e familiare nella predicazione osservante del Quattrocento. I Sermoni di san Bernardino da Siena e di Bernardino da Feltre, in Annali di Scienze religiose, 8 (2003), pp. 235-257.

(14) Documenti pontifici su S.Giuseppe, A.B.I., Treviso 1965, pp. 27-28.

 

 

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