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PASQUA: TRADIZIONI E VARIE
I RITI DELLA SETTIMANA SANTA IN ALCUNE CITTA PUGLIESI
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La Settimana Santa è il periodo che intercorre tra la Domenica delle Palme e il Sabato Santo, durante il quale il Cristianesimo celebra gli eventi della fede in occasione degli ultimi giorni di vita di Gesù Cristo (passione, morte e resurrezione). I riti religiosi sono celebrati con solennità in tutte le chiese del mondo, mentre in Italia le cerimonie sono particolarmente suggestive ed in molti casi si mescola religione e folclore.
Sono da segnalare, in particolare, le manifestazioni che si svolgono in Sicilia, Umbria, Abruzzo e Puglia. Una delle rappresentazioni più importanti, ma nello stesso tempo singolare, soprattutto per i forestieri, è quella nota come “La Madonna che scappa” o “La Madonna che corre in piazza” che si svolge la Domenica di Pasqua a Sulmona.
Una dimensione fortemente teatrale e scenica rimane ancora assai evidente in alcune manifestazioni paraliturgiche che scandiscono la Quaresima e la Settimana Santa in Puglia. Molti riti sono di antica origine.
Si può assistere, infatti, ai volti incappucciati, ai lamenti, ai canti religiosi, al suono della troccola (tavola di legno su cui sono installate delle maniglie metalliche che agitandole producono un suono caratteristico), alla processione dei Crociferi (Noicattaro), a quella degli otto Santi (Martina Franca), a quella dei cinque Misteri di Molfetta, o alla suggestiva processione della Quarantana a Ruvo di Puglia.
Merita un cenno la processione dei ‘misteri’ che si svolge a Valenzano (Ba), perché di spagnoleggiante reminiscenza.
Ma ciò che rende, forse, unica la processione è l’alto numero dei Misteri (quarantaquattro). È dal 1671 che il venerdì Santo a Valenzano sfila la processione dei Misteri, una tradizione molto sentita e suggestiva, che inizia dall’Ultima Cena per finire alla Esaltazione della Croce. La processione che si svolge nelle vie cittadine, è molto seguita, non solo dai valenzanesi, ma dai cittadini di paesi e città limitrofi, attratti dalla magnificenza dei gruppi scultorei. L’originalità sta nel fatto che tutti i gruppi statuari sono di proprietà di privati e da loro stessi custoditi. Solo l’Addolorata esce dalla Chiesa Matrice di San Rocco.
Salvatore Pugliese, nel suo libro “La Settimana Santa a Martina Franca nella tradizione popolare” (Schena Editore), ricorda e descrive la molteplicità di celebrazioni e appuntamenti che un tempo davano alla città un senso di dignitosa mestizia. L’incedere delle Confraternite, il crepitio della troccola, la spogliazione degli altari, le croci velate e la lunga lacerante predica delle Tre Ore di Agonia, rappresentano i gesti della fede, il memoriale del Transito del Signore. In queste manifestazioni i cittadini diventano nello stesso tempo attori e protagonisti, manifestando una partecipazione interiore propria delle genti del Sud, vicine alla Passione per antica sofferenza e lontane radici di comunione di dolore.
A Ruvo di Puglia il giovedì Santo si svolge la processione degli “Otto Santi” che sfila tra le due e trenta e la tarda mattinata. Il corteo è composto da: Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo, il Cristo morto disteso sul lenzuolo, la Madonna Addolorata, San Giovanni, la Maddalena, Maria di Cleofa e Maria Salomè. La processione che sfila dal 1920, è quella più nota e suggestiva dell’intero ciclo sacro.
Tra le tantissime informazioni e immagini che Francesco Di Palo ricorda nel suo libro “Passione e Morte” (Schena Editore), c’è anche la processione del Risorto e lo scoppio delle Quarantane (fantocci di carta colorata o scherzi pirotecnici), che avviene la Domenica di Pasqua, un momento paraliturgico più significativo della Resurrezione. E per il Venerdì di Passione c’è la “Maduònne du vìnde” (Madonna del vento), appellativo popolare con cui viene indicata la “Desolata”, poiché in questo giorno il vento è sempre presente.
E per finire, non manca il capitolo dedicato ai cibi rituali di Pasqua: uovo, agnello e scarcella, alimenti legati intimamente al rito pasquale, definiti da alcuni studiosi di tradizioni popolari “alimentazione rituale”.
Da segnalare l’importante ruolo delle Congreghe e delle Confraternite che partecipano a questi eventi come viva espressione di fede, anche se contrastate da certe organizzazioni turistiche che tendono a sottovalutare le espressioni della pietà popolare.
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BARLETTA CUSTODE DI RELIQUIE DELLA PASSIONE
DI CRISTO

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La religione non sempre
è relegata esclusivamente ad esigenze di culto
e devozione, ma diventa spesso un importante veicolo
di conoscenza del passato capace di innescare prospettive
di sviluppo turistico oltre che culturale della popolazione.
Il CRSEC di Barletta ha pubblicato nel 2000 il volume
di Giuseppe Doronzo “Barletta: Custode di insigni
reliquie della Passione di Cristo”, il miglior
modo per valorizzare, promuovere e tutelare il patrimonio
che la storia ha lasciato alla comunità.
Barletta per la sua posizione geografica ha conosciuto
varie civiltà: i Longobardi, i Bizantini, i Normanni,
gli Svevi. Federico II nel 1228 radunò un solenne
Parlamento per la VI Crociata in Terra Santa.
Per questi motivi alcune chiese di Barletta hanno, infatti,
il grande merito di custodire da secoli importanti reliquie,
allorché i Patriarchi di Gerusalemme furono costretti
ad abbandonare la Terra Santa. Il porto di Barletta
era, infatti, luogo di transito dei Crociati.
La Basilica del Santo Sepolcro custodisce una croce
patriarcale di metallo smaltato di Corinto coperto di
lamine d’argento dorato.
Su di essa vi sono incastonate 24 pietre turchine disposte
due a due lungo la banda verticale e le due bande orizzontali.
Su di essa è apposta una targhetta che riporta
la seguente iscrizione “Lignus crucis D.N. Jesu
Christi Anno Santo della Redenzione 1983-84. Benedetta
e sigillata 25.3.1984”.
La croce contiene tre pezzi della Vera Croce e nel 1659
subì una mutilazione: da uno dei tre pezzi della
Croce Vera fu asportata una scheggia lunga 4 cm. Che
fu donata dal Priorato di Barletta al vicerè
di Napoli, Gaspare di Bragamante, e a Guzman, conte
di Pignorando, come attestato da due documenti del notaio
Geronamo Spallucci del 1659.
La preziosissima reliquia della Croce è molto
venerata dai barlettani che in occasione di tristi eventi
ne invocano la protezione.
Un’altra croce patriarcale contenente frammenti
del Sacro Legno è custodita nella Chiesa di S.
Maria Maggiore che è la Cattedrale di Barletta.
Alta 42,5 cm., è artisticamente lavorata e arabescata
e tempestata di pietre false e preziose.
La sua provenienza è ignota, sebbene non manca
un inventario del 1727, tuttora nella chiesa nazarena,
dalla quale si apprende che la croce fu consegnata dalla
Serenissima regina Giovanna di Gerusalemme all’Arcivescovo.
Una terza croce patriarcale è custodita nella
Chiesa e Monastero di San Ruggero (già S. Stefano).
Una croce, non nota ai barlettani, della quale non si
hanno notizie della sua provenienza al monastero di
S. Ruggero. Le reliquie di San Giovanni Battista e di
S. Leonardo, in essa custodite, fanno supporre che sia
appartenuta ai Cavalieri dell’Ordine Teutonico
ed a quelli dell’Ordine di S. Giovanni Gerosolimitano.
Infine per quanto riguarda la terza reliquia, la Sacra
Spina custodita nella Chiesa di S. Gaetano, si ipotizza,
che furono i Trinitari nel sec. XIII a portare a Barletta
la spina della Corona.
Delle tre croci che custodiscono il sacro legno, solo
quella che si custodisce nella Basilica del Santo Sepolcro
viene portata in processione la sera del Venerdì
Santo e il 14 settembre.
Inoltre la Sacra Spina viene portata in processione
la sera della domenica che precede quella delle Palme,
rito che si fa risalire al tempo in cui i Trinitari
risiedettero a Barletta e andando via dalla città,
la tradizione fu continuata dai Confratelli della Congrega
della SS. Trinità installatasi nella omonima
Chiesa.
Con l’ultimo decennio del secondo millennio, la
festa della Sacra Spina ha assunto la forma mistica
della Via Crucis. Portata in processione sotto un baldacchino
si ferma davanti a ciascuna delle 14 stazioni che raffigurano,
com’è noto, i tristi momenti della Passione
di Nostro Signore. |
Croce Patriarcale custodita nel Monastero
di S. Ruggero, parte anteriore
(Concessione dell'Ufficio d'Arte Sacra e Beni Culturali
dell'Arcidiocesi di Trani-Barletta-Bisceglie-Nazareth)
- Foto Milillo (Barletta) |
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Croce Patriarcale custodita nella
Cattedrale di S. Maria Maggiore.
(Concessione dell'Ufficio d'Arte Sacra e Beni Culturali
dell'Arcidiocesi di Trani-Barletta-Bisceglie-Nazareth)
- Foto Milillo (Barletta) |
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Reliquiario contenente una spina della Corona di
Gesù che si venera nella Chiesa di San Gaetano
di Barletta
(Concessione dell'Ufficio d'Arte Sacra
e Beni Culturali dell'Arcidiocesi di Trani-Barletta-Bisceglie-Nazareth)
- Foto Milillo (Barletta) |
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LE TRADIZIONI PASQUALI IN ABRUZZO
Pasqua è considerata una festa nobile ed in ogni paese
o regione le manifestazioni ad essa dedicate sono numerose,
varie e in alcuni casi anche curiose. In questo caso mi riferisco
a quelle che si svolgono in Abruzzo, in particolare a Sulmona,
ove i riti della Settimana Santa si svolgono con caratteristiche
consolidate nel tempo. Sulmona, l’antica capitale dei
Peligni, dà vita, durante la Settimana Santa e nel
giorno di Pasqua, a sacre celebrazioni che rappresentano con
coinvolgente impatto emotivo il dramma della morte e la gioia
della resurrezione.
E così mentre la Chiesa celebra i suoi riti liturgici
quaresimali, il popolo tramanda le sue tradizioni. In diverse
contrade dell’Abruzzo, ad esempio, nel giorno di Giovedì
Santo i cantori della Passione, li passionire, vanno in giro,
per le case dei borghi e delle campagne, cantando Lu ggiuveddi
sande o la Madonne de lu ggiuveddi sande. Il canto, alternato
tra due o più cantori, è accompagnato per lo
più da un organetto, lu ddu botte, ma spesso anche
dalla fisarmonica e dal violino. È anche detto lu piante
o lu lamente de la Madonne. Questi canti variano da luogo
a luogo, concordanti però quasi tutti nel contenuto.
La più antica composizione è quella duecentesca
della Lamentatio Beate Marie de Filio, tramandataci dal manoscritto
pergamenaceo celestiniano, conservato a l’Aquila nel
Museo di Arte Sacra.
La varietà di credenze, usi, costumi e cerimonie delle
popolazioni abruzzesi durante il periodo quaresimale e pasquale,
è talmente vasta che non è possibile darne una
descrizione completa, che peraltro interesserebbe soltanto
lo studioso di tradizioni popolari.
Una delle rappresentazioni più importanti, ma nello
stesso tempo singolare, soprattutto per i forestieri, è
quella nota come “La Madonna che scappa” o “La
Madonna che corre in piazza” che si svolge la Domenica
di Pasqua a Sulmona.
La rappresentazione si svolge intorno a mezzogiorno nello
scenario di Piazza Garibaldi, affollata da una moltitudine
di persone. Alle 11,30 dall’antica Chiesa di Santa Maria
della Tomba escono le statue di San Pietro e San Giovanni
evangelista, gli apostoli che secondo il Vangelo si accorsero
per primi della Resurrezione. Entrano quindi in piazza e si
dirigono verso la Chiesa di San Filippo. Tra i tre archi intanto
si intravede anche la statua del Cristo Risorto che prende
posto sotto un baldacchino rosso.
I costumi indossati dalle Confraternite della
Trinità e di Santa Maria di Loreto, i portatori di
lampioni che procedono con passo strisciante, i cantori del
Miserere, che invece avanzano gomito a gomito con andatura
oscillante lateralmente, la ’nnazzecarelle, con tutto
lo spettacolare apparato coreografico, conferiscono al rituale
drammatico della processione del Cristo Morto una solenne
grandiosità.
Dall’antica chiesa di Santa Maria della Tomba esce la
processione con le Statue di Cristo Risorto, di San Giovanni
e di San Pietro, portate dai confratelli della Confraternita
della Madonna di Loreto, che indossano il caratteristico mantello
verde su tunica bianca. La statua del Cristo Risorto si ferma
sotto l’arco centrale dell’antico acquedotto,
al limite della bella e luminosa piazza Garibaldi. Le statue
di S. Giovanni e di S. Pietro proseguono lentamente e, separatamente,
dirigendosi verso la chiesa di S. Filippo Neri, dove si trova
la statua della Madonna vestita a lutto, straziata dal dolore
per la perdita del Figlio diletto. Prima l’uno, poi
l’altro, i due Santi bussano per annunciare alla Madonna
che Cristo è risorto. Il portale non si apre. Al terzo
tentativo fatto da S. Giovanni, la porta si apre ed appare
la Madre vestita di nero che stringe un fazzoletto bianco
nella mano destra. Esitante e quasi incredula, come chi teme
di andare incontro ad una delusione, si avvia pian piano,
seguita dalle altre due statue, lungo la piazza. A circa metà
percorso, i portatori sollevano la statua della Madonna, a
significare il tentativo di chi si protende sulla punta dei
piedi per meglio vedere. Ormai convinta di aver visto il Figlio
risorto, si lancia verso di Lui in una corsa frenetica, lascia
cadere il mantello nero e il fazzoletto bianco, per subito
apparire splendidamente vestita di verde, mentre nella mano
destra ora regge una rosa rossa. Allo stesso istante da sotto
il piedistallo si alzano in volo dodici colombi bianchi. Le
campane suonano a festa e intanto si ricompone il corteo con
in testa le statue del Redentore e della Madonna appaiate,
seguite da quelle di San Giovanni e di San Pietro. La figura
della Madre, in abito verde che corre gioiosa verso il Figlio
trionfante sulla morte, è senza dubbio una evidente
allegoria della “Speranza”. Non è azzardato
il paragone con la famosa e celebre statua della “Macarena”,
Nostra Signora della Speranza, che si venera a Siviglia, dove
tra una folla di penitenti, sfila durante la Settimana Santa,
vissuta, anche lì, con grande fervore e devota animazione.
Meno celebri, ma non meno suggestive per religiosità
e per carica emotiva, sono le sacre rappresentazioni dell’incontro
della Madonna con il Figlio risorto, che si svolgono a Lanciano,
nel chietino, e a Corropoli, in provincia di Teramo, rispettivamente
nel giorno di Pasqua e nel martedì di Pasqua. In provincia
di Pescara meritano di essere ricordate la processione di
Moscufo per il pregio e la quantità dei gruppi statuari,
conservati nell’apposita chiesa della Pietà,
e soprattutto, quella di Penne, istituita nel 1570, che, oltre
ad esibire una preziosa coperta ricamata del 1860, sulla quale
giace il Cristo Morto, si caratterizza sia per i simboli tradizionali,
riuniti in corpo unico detto “Statua della Passione”,
sia per il tamburo, in uso in tutta la zona vestina, detto
Lu tamorre scurdate, perchè privo della corda vibrante.
Al calar del sole il corteo, preceduto dal suonatore del tamburo,
avanza, lineare e composto, con passo scandito dal ritmo dei
battiti lenti e sordi, che creano un’atmosfera di lutto.
Odori d’incenso, canti corali e preghiere che si diffondono
per le antiche pittoresche vie cittadine, illuminate dai ceri
dei fedeli, conferiscono solennità al sacro rito. A
Villa Badessa, una frazione del comune di Rosciano, nel pescarese,
vi è insediata, dalla prima metà del XVIII secolo,
una piccola colonia italo-albanese. Ancora oggi gli albanesi
di Villa Badessa conservano inalterato il loro idioma e continuano
a seguire la liturgia di rito greco-bizantino. Nei riti e
nelle processioni della Settimana Santa, non compaiono statue
e altri simboli ricorrenti nelle celebrazioni cattoliche,
ma sono presenti antiche icone. Le cerimonie hanno inizio
con gli “encomia”, il pianto delle donne durante
la veglia notturna sulla icona della deposizione di Cristo.
Nelle ore antelucane della domenica di Pasqua, il papas, che
reca l’icona della Resurrezione, esce in processione
fuori dalla chiesa, seguito dai fedeli che illuminano con
candele le ultime ore della notte. In grande silenzio, tutti
insieme si volgono verso oriente in attesa dell’alba.
Al sorgere del sole il papas canta il primo verso del Vangelo
secondo Giovanni e, intonando canti di gioia, rientra in corteo
nella piccola chiesa. In grande silenzio, tutti insieme si
volgono verso oriente in attesa dell’alba. Al sorgere
del sole il papas canta il primo verso del Vangelo secondo
Giovanni e, intonando canti di gioia, il corteo rientra nella
piccola chiesa.
Le foto sono di Claudio Lattanzio
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RIFLESSIONI E CURIOSITÀ SULLA CROCE
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È notorio che la Crocifissione di Gesù è
un evento, come si legge nei Vangeli, che insieme alla Resurrezione
rappresenta l’avvenimento più importante della
religione cristiana. La Croce simboleggia l’uomo con
le braccia aperte, in posizione di abbandono, ma nel contempo
anche l’albero cosmico che sostiene il mondo. La sua
struttura evoca la divisione del Paradiso terrestre in quattro
parti e dell’anno in quattro stagioni. La croce ha rappresentato
anche uno strumento di tortura, il più infamante, dal
momento che, nell’epoca in cui era usata, chi veniva
crocifisso era cosciente fino alla fine. Gli Orientali celebrano
la Croce con una solennità paragonabile a quella della
Pasqua. L’uso liturgico che vuole la Croce presso l’altare
quando si celebra la Messa, rappresenta un richiamo alla figura
biblica del serpente di rame che Mosè innalzò
nel deserto: guardandolo, gli Ebrei morsicati dai serpenti
erano guariti. Per l’Islam la croce ha invece un significato
sapienziale. Simbolo delle due direzioni dell’essere
(verticale) e del fare (orizzontale), l’una dell’Anima
l’altra della psiche e della materia. Il centro è
il Cuore. La psiche si manifesta nel mondano, nel corporeo,
nella dimensione orizzontale dell’agire, della parola
ma fa anche da ponte con l’Anima Divina nell’atto
della introversione, della contemplazione, del sentimento
che si raccoglie ricettivo sul mistero dell’Essere.
Per San Bonaventura «La croce è un albero di
bellezza, consacrato dal sangue di Cristo, esso è colmo
di tutti i frutti».
Il 3 maggio la Chiesa ricorda il ritrovamento della Croce,
mentre il 14 settembre celebra l’esaltazione. Sant’Elena,
madre di Costantino il Grande, nel 327, durante un pellegrinaggio
ai luoghi santi di Palestina, fece ritrovare a Macario, Vescovo
di Gerusalemme, la vera Croce di Cristo, una parte della quale
si conserva nella Basilica di “Santa Croce in Gerusalemme”
in Roma, da lei fatta costruire. Nell’Angelus del 15
settembre 2002, Giovanni Paolo II così si esprime sul
significato della Croce: «Il Cristianesimo ha nella
Croce il suo simbolo principale. Dovunque il Vangelo ha posto
radici, la Croce sta ad indicare la presenza dei cristiani.
Nelle chiese e nelle case, negli ospedali, nelle scuole, nei
cimiteri la Croce è diventata il segno per eccellenza
di una cultura che attinge dal messaggio di Cristo verità
e libertà, fiducia e speranza. Nel processo di secolarizzazione,
che contraddistingue gran parte del mondo contemporaneo, è
quanto mai importante che i credenti fissino lo sguardo su
questo segno centrale della Rivelazione e ne colgano il significato
originario e autentico».
«La croce - sempre secondo Giovanni Paolo II - è
il segno della più profonda umiliazione di Cristo.
Agli occhi del popolo di quel tempo costituiva il segno di
una morte infamante. Solo gli schiavi potevano essere puniti
con una morte simile, non gli uomini liberi. Cristo, invece,
accetta volentieri questa morte, la morte sulla croce. Eppure
questa morte diviene il principio della risurrezione. Nella
risurrezione il servo crocifisso di Jahvè viene innalzato:
egli viene innalzato su tutto il creato». (Halifax 14
settembre 1984).
Infine, Papa Giovanni XXIII, nel suo “Breviario”
(Garzanti, 1966), a proposito dell’esaltazione della
Croce, scrive che «Gesù Cristo, dalla sua Croce
purifica, dà forza, trasforma le energie nascoste e
male indirizzate dalle esiziali concupiscenze e le ordina
alla vita spirituale, al dominio di sé. Cerchiamo,
dunque Gesù che ci dà esempio di umiltà,
dolcezza, bontà; che si prodigò per la nostra
salvezza e il nostro bene. Al termine della vita si apre la
porta dell’eternità: senza la croce non si entra».
Le immagini delle Crocifissioni sono tratte dal volume “Vangelo”
(Edizioni Paoline, II Edizione 1979).
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SIGNIFICATO DELL’AGNELLO PASQUALE

In occasione di un quiz televisivo svoltosi in una Domenica
di Pasqua, di qualche anno fa, bisognava indovinare la parola
“Pasqua”. Per aiutare i concorrenti il conduttore
chiese: “Ma che giorno è oggi?”. Una voce
quasi unanime rispose “Domenica”; solo una vocina
timida timida, quasi timorosa di offendere quell’ambiente
così ostile a chi ricordava le nostre radici cristiane,
disse “Pasqua”.
Ciò sta a significare che molti di noi ignorano o dimenticano
origini e storia della Pasqua o il significato di alcuni simboli,
tra i quali, il più importante, è rappresentato
dall’agnello, immagine della creatura pura e candida
che gli ebrei offrivano in sacrificio durante la Pasqua.
Infatti, il Signore disse a Mosè e ad Aronne “Questo
mese - Nisan (marzo aprile) - sarà per voi il primo
mese dell’anno.
Parlate
a tutta la comunità di Israele e dite: Il dieci di
questo mese ciascuno si procuri un agnello per famiglia, un
agnello per casa. Il vostro agnello sia senza difetto, maschio,
nato nell’anno, e lo serberete fino al quattordici di
questo mese: allora tutta l’assemblea della comunità
d’Israele lo immolerà al tramonto.
Questo giorno sarà per voi un memoriale; lo celebrerete
come festa del Signore: di generazione in generazione, lo
celebrerete come un rito perenne” (Genesi, 1-12).
In sostanza, tutti gli animali innocenti e senza difetti destinati
al sacrificio nell’Antico Testamento anticipavano il
grande Sacrificio, quello offerto da Gesù Cristo sulla
croce del Calvario. Giovanni Battista Lo presentò dicendo:
«Ecco l’Agnello di Dio, che toglie il peccato
del mondo!» (Giovanni 1:29).
La pena imposta da Dio per il peccato non solo è giusta,
ma anche misericordiosa, perché Dio stesso, nella persona
di Suo Figlio, scontò quella pena.
Papa Giovanni XXIII nel suo breviario scriveva che «La
Pasqua è per tutti un mistero di morte e di vita: per
questo, secondo l’espresso precetto della Chiesa ogni
fedele è invitato in questo tempo a purificare la coscienza
col Sacramento della Penitenza, immergendola nel sangue di
Gesù; ed è chiamato ad accostarsi con maggior
fede al Banchetto Eucaristico, per cibarsi delle carni vivificatrici
dell’Agnello Immacolato».
L’agnello, oltre a rappresentare la primizia del gregge,
sia nell’antico che nel nuovo testamento, ha significato
sacrificale e quindi diventa il simbolo più perfetto
di Gesù Cristo: «Ecco l’Agnello di Dio,
colui che toglie il peccato del mondo». Inoltre l’Agnello,
che è il simbolo dell’innocenza e del candore,
è anche il simbolo del Cristo in quanto Agnello divino
che con il suo sacrificio si accolla i peccati del mondo,
sia come “buon pastore” che va alla ricerca delle
pecorelle smarrite. Ma è anche il simbolo della Resurrezione.
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SIMBOLOGIA DI PASQUA
Pasqua, che in ebraico si dice «Pesàh»,
che vuol dire passaggio, andare oltre, ricorda il transito
del Mar Rosso e la liberazione degli Ebrei dalla subordinazione
egiziana. Ai cristiani ricorda la liberazione dell’uomo
dalla schiavitù del peccato e del demonio e dall’angoscia
della morte per i meriti di nostro Signore Gesù Cristo.
La festività di Pasqua si identifica in usanze e tradizioni
antiche e consolidate che si ripetono resistendo al tempo
e alla secolarizzazione della civiltà attuale. Tutti,
credenti e non, ad esempio, il giovedì santo si dirigono
«a fare i Sepolcri», riunendo la famiglia che
sfila in religioso silenzio nelle varie chiese. Così
come il Venerdì Santo si svolge la processione dei
Misteri, che si snoda per le vie principali delle città.
Ma qual è la simbologia di Pasqua?
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Iniziamo con l’Agnello,
che oltre a rappresentare la primizia del gregge,
sia nell’antico che nel nuovo Testamento, ha
significato sacrificale e quindi diventa il simbolo
più perfetto di Gesù Cristo: «Ecco
l’Agnello di Dio, colui che toglie il peccato
del mondo».
Inoltre l’Agnello, che è il simbolo dell’innocenza
e del candore, è offerto in sacrificio durante
la Pasqua ebraica.
Ma è anche il simbolo della Resurrezione.
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| La Campana, strumento
musicale e di culto, ha la funzione di chiamare i fedeli
e annunciare, a seconda del suono emesso, sventura,
lutto o festa.
Lo scampanio di Pasqua, ad esempio, annuncia la Resurrezione. |
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La Croce, simboleggia l’uomo
con le braccia aperte, in posizione di abbandono, ma
nel contempo anche l’albero cosmico che sostiene
il mondo.
La sua struttura evoca la divisione del Paradiso terrestre
in quattro parti e dell’anno in quattro stagioni.
Il Cero con la sua fiamma simboleggia
tutte le forze attive della natura e dei quattro elementi.
Ma è anche la luce dell’anima che mette
in comunicazione con il Divino. |
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| La Colomba, pacifica
e delicata, era l’antico attributo della Dea dell’amore
(Ishtar per i semiti, Afrodite per i greci) e poiché
la si usava per inviare messaggi, le sacerdotesse greche
dell’oracolo di Dodona (antichissimo centro religioso
in una valle dell’Epiro), erano chiamate colombe.
Oggi è considerata simbolo annunciatore della
pace.
Per tradizione, alla fine del pasto pasquale è
d’obbligo mangiare un dolce fatto a forma di colomba,
che simboleggia sia Gesù, che lo Spirito Santo.
La colomba ha parecchi significati; i più importanti
sono: il Cristo che porta la pace agli uomini di buona
volontà e lo Spirito Santo che scende sugli uomini
per i meriti di Gesù. |
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| L’Uovo
rappresenta, forse, il simbolo pasquale per eccellenza.
D’altro canto l’uovo è simbolo di
rinascita in tutte le religioni, come ricorda Vito Lozito,
docente di Storia della Chiesa, nel suo libro «Agiografia,
Magia, Superstizione» (Levante Editori). L’uovo
è simile ad un sepolcro che possiede in sé
il germe del rinnovamento. Infatti, sostiene Lozito,
«Se proviamo a rompere un uovo fresco di giornata,
troviamo che vi è il tuorlo il quale è
una sfera gialla simile al sole e l’albume di
color bianco è di aspetto lunare. Due simboli
fondamentali dell’origine vitale; il sole come
eroe maschile, la luna come generatrice».
Il primo uovo con sorpresa fu regalato a Francesco I
di Francia agli albori del XVI secolo, da qui probabilmente
l’usanza di inserire un dono all’interno
dell’uovo di cioccolato. Ma è nella Russia
degli Zar che le uova preziose e decorate diventano
regalo di Pasqua e Peter Carl Fabergé è
l’artista orafo che con la sua genialità
ha segnato la storia delle uova pasquali decorate.
L’uovo a Pasqua rappresenta anche l’elemento
gastronomico principe. A Bari, in particolare, lo troviamo
nel benedetto, un antipasto tipico pasquale, composto
da uova sode, soppressata e arancia tagliata a fette,
nel verdetto, un insieme di piselli, verdure amare e
uova miste alla carne d’agnello e nel classico
uovo di cioccolata.
Anche la scarcèdde (scarcella = piccola borsa),
rappresenta, soprattutto per i baresi, un simbolo: si
tratta di una ciambella favolosa (impasto di farina,
olio, uova, zucchero con sopra un numero dispari di
uova sode), molto ricercata dai bambini. |
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L’Olivo, sacro alla dea Atena,
signora della guerra e delle arti, che vincendo la contesa
con Poseidone, lo offrì in dono agli abitanti
di Atene, è considerato un simbolo di pace. Si
dice che sulla tomba di Adamo sia nato un olivo dal
quale la colomba, uscita dall’arca di Noè
dopo il diluvio, aveva staccato un ramo per indicare
la fine del castigo divino; inoltre la Croce sarebbe
stata fatta di legno d’ulivo, diventando l’albero
cosmico, asse del mondo e collegamento tra il cielo
e la terra. Non a caso, forse, Gesù si recò
a pregare nell’Orto del Getsemani (ricco di olivi)
nella notte in cui fu arrestato, iniziando così
la sua Passione. Ma dall’olivo si produce anche
l’olio utilizzato per ungere i prescelti, infatti,
il battezzando con questa unzione è liberato
dal peccato ed entra così nella societas cristiana. |
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Infine la Palma, albero sacro agli
Dei del Sole, assai utile perché da esso si traevano
latte, olio, frutta, legno corteccia, ecc.
Gli egizi deponevano rami di palme sui sarcofagi per
evocare la resurrezione dei defunti.
Con i rami di questa pianta anche Gesù fu accolto
trionfalmente quando fece il suo ingresso a Gerusalemme.
Da qui l’usanza di distribuire ai fedeli la Domenica
delle Palme i rami benedetti, simbolo di pace e di rinascita. |

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RITI, MISTERI E TRADIZIONI DI PASQUA NEL MEZZOGIORNO

Pasqua significa passaggio e deriva dalla tradizione ebraica.
Per gli Ebrei era il giorno della fine della schiavitù
in Egitto. La Pasqua cattolica si celebra, secondo un decreto
del concilio di Nicea (325 d.C.), seguendo criteri astronomici,
la prima domenica di plenilunio dopo l’equinozio di
primavera. Ogni anno ha quindi un posto diverso nel calendario.
La solennità pasquale é il momento più
importante di tutte le celebrazioni liturgiche, perché
si celebra il rito e il mistero della morte e resurrezione
di Gesù Cristo. Il triduo, che va da giovedì
santo a sabato santo, a cui si aggiungono la veglia pasquale
e le celebrazioni della Domenica di Pasqua, costituiscono
l’evento di maggior importanza per la religione cattolica.
Il periodo pasquale é preceduto dalla Quaresima, intervallo
di 40 giorni che comincia con il mercoledì delle ceneri.
La domenica precedente la Pasqua é detta delle Palme
e in quel giorno si ricorda l’accoglienza trionfale
di Gesù a Gerusalemme fra ali di folla osannante. Nelle
chiese vengono distribuiti ramoscelli di ulivo benedetti.
La settimana successiva é detta settimana Santa perché
si rivive la passione, la morte e risurrezione di nostro Signore.

Numerose le rievocazioni in tutto il mondo cattolico. In Sicilia,
nella provincia di Ragusa, è noto il rito della «Madonna
vasa vasa» (Madonna del bacio). Durante la mattina di
Pasqua due cortei percorrono le vie cittadine portando le
statue del Cristo e della Madonna. Dalla Chiesa di Santa Maria
viene portata fuori la statua di Gesù. Dopo mezz’ora
viene fatta uscire quella di Maria che indossa un mantello
nero in segno di lutto. La Madonna inizia subito la ricerca
del figlio. A mezzogiorno, finalmente, si incontrano nella
piazza principale. La Vergine avendo incontrato il Figlio
allarga le braccia e lascia cadere il mantello mentre si alzano
in volo bianche colombe con nastri azzurri alle zampine. Maria
si avvicina e bacia il Figlio. Al punto del «vasa vasa»
tutta la popolazione festeggia l’arrivo della Pasqua.
A Castelvetrano (Trapani) si festeggia l’incontro tra
il Cristo Risorto e la Madonna con una cerimonia chiamata
l’«Aurora». Gesù è rappresentato
con una statua di cartapesta portata a spalla da quattro uomini
e deposta al lato della piazza. La Madonna, avvolta in un
mantello di velluto nero con in mano un fazzolettino che stringe
al petto, viene posta all’altro lato. I due sono messi
in modo che non si vedano.
Allo squillo di una tromba, un angelo di cartapesta portato
da quattro ragazzi, corre lungo la piazza annunciando a Maria
la resurrezione del figlio. La Madonna non crede alla notizia,
e per ben quattro volte l’angelo attraversa la piazza.
La quinta volta l’angelo si ferma al centro, mentre
Cristo Risorto cammina lentamente, altrettanto fa la Madonna.
Al momento dell’incontro cade il mantello e Maria appare
con il suo vestito bianco, un ampio mantello e una corona
d’argento in testa. A quel punto suonano le campane
e scoppiano centinaia di mortaretti. In Basilicata, i riti
legati alla Passione e alla Pasqua si svolgono attraverso
gesti e movenze antiche sullo sfondo di tradizioni corali.
La magia delle sacre rappresentazioni nasce
dai tempi dei bizantini, dalle tradizioni del cristianesimo
greco, presente e vivo nelle cappelle scavate nelle grotte,
nelle icone sacre dipinte sui muri diroccati. Per tutta la
comunità è l’ora dell’attesa, della
paura e della speranza.
A
Barile (Pz) la Via Crucis è interpretata da uomini
e donne che si sentono veramente il simbolo della espiazione
comune. Tutti nel paese lavorano, nelle settimane precedenti,
alla riuscita della processione. Lungo il percorso vengono
innalzati una serie di palchi per la rappresentazione dei
diversi episodi della Passione: il Cristo nell’orto,
la cattura, Ponzio Pilato, la Via Crucis, la Crocifissione.
Il giovane che impersona il Cristo deve digiunare ed espiare
ogni colpa per tre giorni prima della processione. Viene lavato,
unto e vestito da sole donne, ognuna delle quali si cura del
suo vestiario. La processione ha un ritmo frenetico sostenuto
dalla presenza di uomini vestiti da soldati che si muovono
a cavallo su e giù per le strade del paese. Intorno
a loro si agitano gruppi di personaggi: i romani, i sacerdoti,
il popolo, e ancora la Maddalena, la Madonna, gli apostoli.
La Vergine viene rappresentata in due versioni, con un vestiario
diverso: da giovane e da anziana. In questa atmosfera tutta
ricostruita dai Vangeli, compaiono all’improvviso, portando
un grande scompiglio, alcune figure di fantasia legate alle
paure ancestrali che ci portiamo dentro. Ecco la figura del
«Negro» che rappresenta lo straniero, indossa
un mantello con piume colorate e gioca con un altro «Negro»
bambino a tirarsi una palla avanti e indietro. Nella grande
festa popolare compare anche la «Zingara», altro
personaggio dai toni oscuri e misteriosi, che porta un vestito
decorato da tutti gli ori del paese: simbolo di una ricchezza
che nasconde malvagità e pericolo. La gente si difende
da lei donandole, anche per un solo giorno, tutti i propri
averi. Personaggi simbolici dunque il Negro e la Zingara,
che assumono un grande rilievo in questo grande rito di espiazione
collettiva.
Tra i riti della settimana Santa è
da segnalare anche quello che si svolge a Valenzano (Ba),
perché di spagnoleggiante reminiscenza. Ma ciò
che rende, forse, unica la processione è l’alto
numero dei Misteri (quarantaquattro) tutti appartenenti a
privati cittadini. Il rito si svolge dal 1671 con la processione
dei Misteri, una tradizione molto sentita e suggestiva, che
inizia dall’Ultima Cena per finire alla Esaltazione
della Croce.
La processione che si svolge nelle vie cittadine, è
molto seguita, non solo dai valenzanesi, ma anche da cittadini
di paesi e città limitrofe attratti dalla magnificenza
dei gruppi scultorei. L’originalità sta nel fatto
che tutti i gruppi statuari sono di proprietà di privati
e da loro stessi custoditi. Solo l’Addolorata e Gesù
Morto escono rispettivamente dalla Chiesa Matrice di San Rocco
e dalla Parrocchia di Santa Maria di San Luca.
Lino Angiuli ha pubblicato un bel volume “La festa del
dolore – La processione del Venerdì Santo a Valenzano”
(Edizioni Pagina), recensito in altra parte di questo sito
(vedi Link in fondo alla pagina - Arte, Folklore, Libri, Religione).
Si tratta di un vero e proprio catalogo, diviso in schede,
una per ogni gruppo scultoreo. Per ogni scultura è
indicato il nome del proprietario originario e attuale, il
luogo di conservazione, la data di costruzione e l’autore,
gli eventuali restauri eseguiti e ciò che rappresenta
l’opera.
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(Le immagini dei due articoli di cui
sopra sono dell'Archivio di Cartantica)
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IL SIGNIFICATO DELLA QUARESIMA
Dopo il periodo di Carnevale ha inizio, con il Mercoledì
delle Ceneri, l’intervallo quaresimale che culminerà
con la Settimana Santa. La Quaresima ha lo scopo di invitare
i fedeli a imitare il periodo di 40 giorni di meditazione
e di penitenza che Gesù trascorse nel deserto prima
di cominciare la predicazione e di farci crescere nella conoscenza
del mistero di Cristo.
Inizialmente il periodo quaresimale venne osservato in modo
difforme dalle varie chiese: la chiesa di Alessandria, ad
esempio, osservava un periodo di digiuno che coincideva con
la Settimana Santa, mentre più tardi la chiesa di Roma
aggiunse prima due settimane a questo periodo di penitenza
e poi altre tre.
Nell’anno 325, durante il Concilio di Nicea, si fissò
uno stesso giorno per tutta la cristianità per la celebrazione
dei riti e della festa, riferendosi al novilunio di primavera,
e dato che il criterio per definire la data del novilunio
non era unico, si stabilì che fosse la Chiesa di Alessandria
a determinarne il giorno.
Nel 525 si dispose che la Pasqua potesse essere festeggiata
la domenica successiva al primo plenilunio dopo l’equinozio
di primavera, tra il 22 marzo e il 25 aprile. Se l’equinozio
di primavera si verifica, ad esempio, sabato 21 marzo, la
Pasqua si festeggerà il giorno dopo, 22 Marzo. Se invece
l’equinozio di primavera si verifica il giorno dopo
il plenilunio, bisognerà aspettare più di un
mese, ma mai oltre il 25 aprile. Raramente si verifica la
Pasqua il 22 marzo o il 25 aprile.
La Pasqua della chiesa Cattolica e quella della chiesa Ortodossa
differiscono perché la prima fa riferimento al calendario
Gregoriano mentre la seconda a quello Giuliano.
Il digiuno quaresimale, invece, consiste nel fare un solo
pasto al giorno, e nell’astenersi dai cibi vietati.
Nei giorni di digiuno la chiesa permette un leggero pasto
di ristoro alla sera, se l’unico vero pasto avviene
a mezzogiorno, o a mezzogiorno se si stabilisce alla sera
il proprio pasto principale.La Settimana Santa è quella
in cui si celebrano i riti che condurranno alla Pasqua e si
apre con la Domenica delle Palme.
Dal lunedì al mercoledì, in un clima di Riconciliazione,
vengono rievocati i momenti dolorosi che precedono il Calvario:
Il pianto di Gesù su Gerusalemme, la cacciata dei venditori
dal Tempio, il complotto contro Gesù e la decisione
del tradimento di Giuda.
Il Giovedì Santo è il giorno in cui la Chiesa
- per rinnovare la memoria dell'atto di amore e di umiltà
di Cristo nei confronti degli Apostoli - rivive la lavanda
dei piedi, servizio fraterno di carità e ricorda l’Ultima
Cena di Gesù, celebrando l’istituzione dell’Eucaristia
e con essa anche quella del sacerdozio ministeriale; successivamente
segue l'Adorazione del Santissimo Sacramento nell'altare della
Reposizione.
Questo luogo di adorazione, veniva - e ancor oggi viene -
chiamato più semplicemente "sepolcro", a
cui i fedeli giungevano, visitando varie chiese e quindi vari
sepolcri, per adorare la deposizione del corpo di Gesù,
fino alla mezzanotte. Tuttavia, questa terminologia è
inadatta, si tratta di un travisamento di vecchia data, osteggiato
nel corso dei secoli dalla Sacra Congregazione dei Riti, che
può avere derivazione da antiche tradizioni ed usi
locali con cui si rappresentavano - e tuttora si rappresentano
- i misteri della passione e della morte del Cristo. Si tratta,
invece, non di una sepoltura ma di una solenne Ostensione.
Dal Giovedì sino al Sabato Santo si legano le campane
in segno di silenzio e partecipazione di tutta la Chiesa alla
Passione e Morte di Cristo, partecipazione che ha il suo culmine
nel Venerdì Santo, giorno di penitenza e di digiuno,
in cui si farà memoria, appunto, del Sacrificio di
Gesù. Il Sabato invece sarà un giorno di silenzio
e di raccoglimento, nell'attesa della Risurrezione che si
compirà nella Domenica di Pasqua, giorno di Pace e
di gioia.
In molti paesi è possibile assistere alla rappresentazione
della Via Crucis per le strade cittadine.
Il giorno di Pasqua è la commemorazione della Resurrezione
di Cristo. Nella tradizione cristiana Cristo viene identificato
con l’agnello, vittima sacrificale, della Pasqua ebraica.
Così come gli ebrei celebravano con la Pasqua il passaggio
(dell’Angelo sterminatore e del passaggio del Mar Rosso),
anche per i cristiani la Pasqua rappresenta il passaggio di
Cristo dalla vita mortale, in quanto Uomo, a quella immortale,
in quanto Figlio di Dio. La condanna e la crocifissione di
Cristo avvennero durante la Pasqua ebraica, ma sulla data
delle celebrazioni non si raggiunse facilmente un accordo:
in Oriente, seguendo S. Giovanni e S. Paolo la celebrazione
avveniva il giorno della morte di Gesù Cristo, il 14
del mese di Nisan (settimo mese del calendario ebraico), mentre
in Occidente si preferiva commemorare l’evento riferendosi
al plenilunio di Primavera. I primi Padri della chiesa commemorarono
la Pasqua in concomitanza con il giorno della Passione e della
morte di Cristo, mentre in età più tarda, nel
III secolo, San Cipriano condusse a commemorare non solo la
morte, con mestizia, ma a ricordare come vero e proprio passaggio
(Pasqua) il giorno della Resurrezione ed a festeggiare, non
già con tristezza, ma con gioia, questo giorno solenne
della cristianità.
(Foto dell'Archivio di Cartantica)
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QUARESIMA E CARNEVALE A CONFRONTO

Il Carnevale è il periodo dell’anno che precede
la quaresima e secondo A.M. Di Nola, storico delle religioni,
altro non è che il «Tenue residuo dell’imponente
ciclo festivo di altre epoche, che sigilla nell’ambiguità
dei comportamenti collettivi le antichissime immagini della
Morte e della Gioia, i due termini intorno ai quali ruota
la perenne storia dell’uomo. Il farsi diverso ed estraneo,
il rifiutare negli atteggiamenti la quotidianità immettono
in un itinerario della follia occasionale e passeggera, come
alternativa dell’essere».
La Quaresima, invece, nella liturgia cattolica è il
periodo penitenziale di quaranta giorni, in preparazione della
Pasqua, in cui si osserva il precetto del digiuno e dell’astinenza
nei giorni prescritti.
Spesso ci domandiamo quale l’origine storica del Carnevale
e della Quaresima? Perché tanto contrasto tra i due
periodi? A queste domande e ad altre ancora risponde Vito
Lozito, docente universitario di Storia della Chiesa, nel
suo volume «Agiografia, Magia, Superstizione»,
edito da Levante Editore.
L’origine storica del carnevale è spesso collegata
agli antichi Saturnali latini, feste religiose dell’antica
Roma, che si celebravano in onore del dio Saturno. I festeggiamenti
tendevano ad abolire le distanze sociali ed avevano spesso
carattere licenzioso e orgiastico, cambiavano il quotidiano
rapporto padrone-servo, uomo-donna, governante-suddito, insomma
in quel periodo tutto era lecito e permesso. La funzione stessa
del re dei saturnali, che moriva alla fine della festa, richiama
il nostro Re del Carnevale, che a seconda della tradizione
locale, viene ucciso, bruciato, impiccato, ecc.
Vi sono anche altri riti antichi in cui la nostra festa affonda
le radici ed il riferimento è alla festa chiamata Equirria,
che si svolgeva il 27 febbraio e ripetuta il 14 febbraio a
Roma e che consisteva in una corsa di cavalli, effettuata
con l’intento di conquistare il favore di Marte, padre
e protettore dell’Urbe.
La civiltà babilonese ritenendo lo svolgersi della
vita terrestre, riflesso dei moti astrali, rappresentava il
passaggio dall’inverno alla primavera con una processione
in cui su un carro-nave era trasportato il dio Sole o il dio
Luna che simbolicamente procedeva verso il Santuario di Babilonia,
cioè la terra. Si trattava del “Car Naval”
che concludeva un anno e ne iniziava uno nuovo. Il passaggio
del Carro indicava il “viaggio” con tutte le caratteristiche
gioiose, terrificanti e di pericolo che comportava, il cui
nocchiero rappresentava il Re di Carnevale, e che sarà
eliminato una volta giunti alla fine della traversata, per
dare posto simbolicamente al nuovo anno.
Il contrasto più avvincente rimane quello tra Carnevale
e Quaresima, ossia fra gioia e tristezza, fra benessere e
miseria. Alle abbondanti libagioni di carnevale subentrava
la dieta alimentare rigida che le classi povere accettavano
più per scarsità di prodotti che per rispetto
a prescrizioni religiose. Il digiuno, invece, aiutava a vincere
le passioni e a liberarsi dalla materialità, dal momento
che il precetto evangelico affermava che i dèmoni possono
essere cacciati «con la preghiera e con il digiuno».
Perciò durante la «penitenza dei quaranta giorni»,
che ricorda il corrispondente periodo di tempo trascorso da
Mosè e Gesù nel deserto senza toccare cibo,
sulle tavole mancavano cibi a base di carne, di grassi, di
latticini, ecc. Nel giorno successivo alle Ceneri, in molte
Regioni d’Italia, si facevano anche bollire le stoviglie
di casa, per eliminare qualsiasi ricordo dei succulenti pranzi.
Attualmente, dal punto di vista alimentare, Carnevale ha sconfitto
la Quaresima, dal momento che non vi sono più tempi
eccezionali come il Carnevale, l’abbondanza oggi è
presente tutti i giorni, ogni giorno è festa, per cui
si può tranquillamente affermare che il digiuno, ormai,
è dimenticato.

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