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Assisi rappresenta il luogo più conosciuto dedicato
a San Francesco, ma vi sono molti altri luoghi non meno importanti
nei quali il “Poverello di Assisi” ha vissuto
la sua intensa vita spirituale. Mi riferisco alla valle reatina,
ritenuta dagli studiosi la terza patria di San Francesco,
dopo quella di Assisi e della Verna. Infatti, si trovano luoghi
assai cari al Serafico Padre: Fonte Colombo, Greccio, San
Fabiano, Poggio Bustone e nella vicina provincia di Terni,
lo Speco di Narni.
Fonte Colombo è il luogo ove San Francesco scrisse
la sua prima regola ed una soave leggenda narra che Francesco,
volendo attendere in quiete assoluta la redazione della stessa,
ordinò agli uccelli di tacere e da allora nessun loro
canto si ode più su questa montagna.
Fonte Colombo è detto anche il Sinai francescano, poiché
in questo luogo San Francesco compose (o ricevette da Dio)
la Regola per i suoi seguaci. Così come il Signore
dettò a Mosè il decalogo dei Comandamenti, a
San Francesco ha ispirato la regola francescana.
In questo località è presente il Sacro Speco,
luogo dove Francesco, stretto tra le rocce, si immergeva nell’intimità
con Dio, tra silenzio e preghiera, dettando la regola ai frati.
Un altro importante luogo per San Francesco fu Greccio, primo
eremo francescano detto “Betlemme Francescana”.
Un villaggio della Sabina a 705 metri sul livello del mare,
ove è presente il celebre Santuario Francescano in
mezzo ad una folta selva di lecci. La leggenda ricorda che
Francesco, che già nel 1217 abitava sulla cima del
Monte Lacerone, che sovrasta Greccio, scese più volte
ad evangelizzare gli abitanti del castello.
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È in questo luogo che San Francesco realizza, con l’aiuto
della popolazione, il primo presepe vivente con l’intento
di ricreare la mistica atmosfera del Natale di Betlemme, per
vedere con i propri occhi dove nacque Gesù, il Re povero.
Attualmente è presente una grotta ove si conserva un
affresco di scuola giottesca del XIII secolo che rappresenta
il Natale di Betlemme e quello di Greccio. Percorrendo uno
stretto corridoio si arriva ai luoghi abitati dal Santo e
dai primi Frati: il dormitorio, il refettorio e la roccia
su cui dormiva San Francesco.
Lo Speco di Narni, eremo fondato con ogni probabilità
dallo stesso San Francesco nel 1213, è invece il Santuario
dove il poverello dimorò per qualche tempo. Qui avvenne
il miracolo dell’acqua cambiata in vino, mentre il Santo
soffriva di una gravissima infermità.
Le origini del romitorio risalgono all’anno mille, dipendeva
dai monaci Benedettini e comprendeva le varie grotte sotto
la scogliera e l’oratorio di San Silvestro con l’attigua
cisterna.
L’attuale chiostro, lo Speco, una costruzione del quattrocento,
all’epoca di San Bernardino da Siena, apostolo dell’osservanza,
fu considerato come suo luogo naturale e ne fece un insigne
centro dell’umiltà e della povertà francescana.
Vi è poi lo Speco del Santo che consiste in una grotta
che ha dato il nome al Santuario.
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Un altro luogo francescano è il Santuario di San Fabiano,
oggi denominato Santa Maria de la Foresta, posto a ridosso
della vallata ed è circondato da boschi di castagni.
Nel percorso per giungere al Santuario s’incontrano
le mura e le stazioni della Via Crucis di scuola napoletana
del XVIII secolo provenienti dal Convento di San Bonaventura
in Frascati e benedette da San Leonardo da Porto Maurizio,
ideatore della Via Crucis. La “Foresta” è
detta anche “Tabor Francescano”, poiché
qui ebbero tregua le atroci sofferenze di San Francesco, luogo
nel quale con ogni probabilità ebbe l’ispirazione
del Cantico delle Creature.
In questo luogo, ove il Santo si rifugiò, ospite del
Parroco, per riposare e stare tranquillo per la sua cecità
incombente, accorse numerosa gente spinta dalla devozione
e dalla gioia ed anche da semplice curiosità. Tutto
ciò creò un gran via vai di gente che transitando
nella vigna del Parroco la saccheggiò e la devastò
con grande preoccupazione del sacerdote che vedeva ridursi
di parecchio il raccolto. Allora Francesco, che comprese appieno
il danno e l’amarezza del prete, si rivolse a lui chiedendo
quanta uva produceva il vigneto ed ottenuta la risposta, chiese
al prete di San Fabiano di non disperare, ma confidare nella
grazia di Dio, perché il prossimo anno avrebbe raccolto
molto di più. E così fu.
Secondo lo storiografo Paul Sabatier, San Francesco avrebbe
peregrinato e visitato nella valle reatina tutti gli eremi
della Sabina e, tra questi, quello di Poggio Bustone, altra
località la cui bellezza della natura ed il silenzio
dei monti circostanti offrirono al Poverello un momento di
estrema tranquillità. Il Santo ormai cieco si riconcilia
con gli uomini e con la natura e nell’intimità
più vera e profonda con Dio. Il Padre Celeste gli rimette
i peccati e gli concede il perdono, confermandogli la bontà
dell’opera iniziata, l’amore, la cura e la protezione
dei suoi frati.
Gioioso e felice per il perdono ottenuto, San Francesco nella
fiduciosa certezza di un futuro benedetto dall’Onnipotente,
invia i suoi frati, ormai numerosi, a predicare nel mondo
il Vangelo, la grandezza dell’amore del Signore e di
tutte le sue creature.
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A cura di padre Claudio Truzzi è stato appena pubblicato
dalla Edizioni OCD, un agile volumetto dedicato a Elia di
San Clemente, al secolo Teodora Fracasso, la suora di clausura
nata in Bari vecchia, morta a soli 26 anni e0 beatificata
da Benedetto XVI lo scorso 18 marzo.
“La vita di Sr. Elia si può narrare in poche
battute – sostiene il Definitore generale che firma
l’introduzione – crea quasi un certo imbarazzo
per la sua essenzialità, ma dentro questo frammento,
si scorge la profonda esperienza in Dio, la sua pienezza d’umanità”.
“Fin dal primo giorno la croce fu l’unico mio
appoggio, Gesù mi fece intendere in fondo in fondo
all’intimo del cuore, nella prima volta che andai a
mirarlo dalle grate, che già c’intendevamo assai
bene…”. Con queste parole scritte dalla stessa
beata inizia il capitolo “Dalla sua viva voce”.
La pubblicazione oltre a riportare la cronologia della vita
della suora racconta la breve vista nascosta in Dio. In sostanza
sottolinea come il “Soffrire in silenzio è il
più bel canto” e per Sr. Elia era lo scopo della
sua vita dedicata a Gesù. Infatti, sosteneva che la
sua missione era, tra le altre cose, “Condurre anime
a Dio colla preghiera, col sacrificio, col silenzio col nascondimento,
con la distruzione di me stessa…”.
Un fulgido esempio di come si può servire il Signore
nascosti in Dio e nella più grande umiltà.
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Qualche tempo fa partecipando ad una conferenza ho letto
la seguente frase: «Coltivare le arti raffinate è
giustamente considerata un’attività della massima
importanza in ogni stato ben regolato; infatti, è universalmente
riconosciuto che, a seconda se esse siano incoraggiate o disapprovate,
i costumi del popolo diventano più civili, perciò
bisogna plaudire ad iniziative che danno la possibilità
a molti di apprendere interessanti informazioni culturali».
È stata appunto la conferenza sulla “terapia
intellettuale” che il dott. Nico Veneziani, cardiologo,
con la passione dell’arte e delle tradizioni popolari,
ha “somministrato” all’uditorio, intrattenendolo
con una interessante conversazione su Santi, Taumaturghi,
Re e placebo.
Nella letteratura medica anglosassone, alla fine del XVII
secolo fu introdotto il termine “placebo” (io
piacerò). Era la prima parola di un salmo cantato nell’ufficio
dei defunti: Placebo Domino in regione vivorum (Piacerò
al Signore nella regione dei vivi). Successivamente il termine
è stato impiegato a definire sostanze farmacologicamente
inerti, somministrate per compiacere il paziente.
Egli ha parlato delle credenze popolari esistenti in varie
regioni del mondo e che pian piano sono emigrate in occidente.
Infatti, ci ha parlato di San Paolo che durante un viaggio
a Malta, (come si narra negli Atti degli Apostoli), fu attaccato
da una vipera mentre attizzava il fuoco, senza avere alcun
danno. Successivamente si è saputo che a Malta i serpenti
non sono velenosi. Quindi fenomeni di suggestione? Veneziani
ha parlato, oltre che del potere taumaturgico dei Santi, anche
di quello dei colori, dei metalli, della musica e della danza.
Inoltre ha ricordato come la civiltà abbassa il livello
di sopportazione del dolore.
Anche «Nell’Ayurveda, la scienza che considera
la vita in modo olistico, cioè crede in una stretta
relazione tra corpo, mente, anima e ambiente, si narra che
strumenti musicali, specie i tamburi, spalmati di intrugli
di cenere e polveri, se suonati esplicavano effetto contro
calcolosi, coliche e avvelenamenti» (?).
Nella religione cristiana, ad esempio, molti sono i Santi
cui riconosciamo il potere taumaturgico, da San Vito a San
Biagio, ai Santi Medici. L’iconografia di questi ultimi
ce ne mostra solo due: Cosma e Damiano, mentre in realtà
furono cinque con Antimo, Euprepro e Leonzio. Si narra, infatti,
che questi ultimi furono oscurati dalla fama dei primi due,
come dimostra anche la numerosa iconografia (Botticelli, Tiziano,
Mantegna), nella quale è narrato anche il primo caso
di trapianto d’organo della storia della medicina. Il
riferimento è alla gamba cancrenosa del sacrestano
della chiesa dei Santi Medici di Roma, sostituita in sogno
con quella di un saraceno deceduto. Gamba nera dunque al posto
di quella bianca.
Anche San Nicola, taumaturgo per eccellenza, diventa riferimento
importante per la vicenda dei tre bambini.
A conclusione della conferenza è stato offerto al pubblico
un “intruglio” a base di sedano, agrumi e chissà
che altro, a qualcuno forse ha fatto bene, per l’effetto
placebo del quale ha parlato l’oratore, cioè
di quella sostanza somministrata a chi la richiede e che in
realtà non ha alcun potere terapeutico. Si tratta di
suggestione? Forse.
L’argomento trattato e le immagini sono state in parte
riprese dal volume a cura di Nicola Cortone e Nino Lavermicocca,
“Santi di Strada” n. 3, edito da B.A. Graphis
e Pagina.
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In occasione del cinquantenario dell’affidamento
della Parrocchia alla Chiesa di Sant’Antonio di Bari,
che ricade proprio il 13 giugno, sono state organizzate una
serie di manifestazioni per ricordare l’importante evento,
anche per la coincidenza con la festa del Santo.
Tra le iniziative culturali va segnalata la pubblicazione
di un bel volumetto dedicato al Santo di Padova, “Sant’Antonio
mio benigno…”, firmato da Paolo Malagrinò
e Anna Maria Tripputi, nel quale si parla della presenza francescana
in Puglia e di quella di San Francesco a Bari. Una fra le
leggende più famose è quella della tentatrice,
che mette a confronto San Francesco e Federico II, il quale
ultimo colpito dalla predica di Francesco che condanna l’immoralità
e la corruzione, decide di metterlo alla prova e lo invita
a cena al castello, preparandogli una trappola con l’aiuto
dei cortigiani. Infatti, dopo una abbondante cena fu condotto
in una stanza e ad un tratto fecero comparire una bella fanciulla
abbigliata di tutti i tranelli della seduzione, ma il Santo
non cascò. Lo stesso Federico colpito dalla santità
del frate, abbracciandolo, gli chiese perdono per la sua nefandezza.
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Il volume ricorda anche i conventi francescani a Bari, le
devozioni nella chiesa di Sant’Antonio (Sant’Antonio,
l’Addolorata e il Crocifisso), ed è arricchito
da un’appendice documentaria che illustra l’Archivio,
la biblioteca ed il patrimonio artistico del convento e della
chiesa di San Bernardino di Bari.
Infine viene descritta la Chiesa di Sant’Antonio e ricordato
padre Fedele Brandonisio che decretò l’erezione
della Confraternita di Maria SS. della Pietà e di Sant’Antonio
(19 marzo 1931).
Fra’ Vito Bracone, l’instancabile attuale parroco,
che firma la presentazione, nel ringraziare i due autori per
il dono generoso di un frutto così prelibato, sostiene
che “Leggerlo ci farà sentire più orgogliosi
delle nostre radici, della cultura arricchita dallo spirito
e dall’opera di Sant’Antonio e di San Francesco”.
Padre Vito auspica che i fedeli di S. Antonio guardino in
Lui non solo il protettore, ma anche il modello di vita. Va
ricordato a tal proposito come Sant’Antonio passava
dal vangelo alla vita e dalla vita al vangelo: si nutriva
di Cristo, pane vivo disceso dal cielo, ma distribuiva con
amore il pane e tanti altri doni ai più bisognosi.
Le belle foto sono di fra’ Giovanni Maria Novielli.
Il volume, che non è in vendita, è ottenibile
presso la stessa Parrocchia previa liberalità.
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Sant’Antonio di Padova, primogenito di una nobile,
potente e ricca famiglia del Portogallo, è nato a Lisbona
tra il 1190 ed il 1195, il giorno esatto è ancora oggetto
di discussione, gli fu imposto il nome di Fernando.
Nonostante i progetti ambiziosi che nutrivano i loro genitori
per Fernando, questi a 15 anni è già novizio
nel monastero di San Vincenzo a Lisbona, trasferendosi poi
al monastero di Santa Croce di Coimbra, il maggior centro
culturale del Portogallo, dove studia scienze e teologia,
studi finalizzati all’ordinazione sacerdotale che avverrà
nel 1219.
Nel monastero di Coimbra l’atmosfera era molto pesante,
dal momento che era notevole l’ingerenza della Casa
Reale, ed il priore Giovanni, forte della regia protezione,
sperperava i beni della comunità conducendo addirittura
una vita mondana causando una divisione faziosa dei canonici
che si schierarono pro o contro il priore.
Nel 1220 lo scandalo si allargò a tal punto che si
rese necessario addirittura l’intervento del Papa, ma
Fernando seppe estraniarsi dalla triste lotta, anche se ci
fu qualche tentativo di coinvolgerlo da una o dall’altra
parte. A questo punto, in seguito all’uccisione in Marocco
di cinque missionari francescani, Fernando, colpito dalla
gioia e dalla fede di questi frati, prese la decisione di
abbandonare il suo Ordine e di entrare fra i francescani,
dopo aver conosciuto il loro stile di vita e la figura carismatica
di San Francesco. Questa decisione fu anche rapportata alla
mediocrità della propria vita e del clima di compromessi
che regnava nell’Abbazia da lui frequentata.
I frati francescani furono ben lieti di questa decisione,
anche in considerazione del fatto che Fernando era un uomo
colto, ma il priore, che era di tutt’altro avviso, ebbe
qualche esitazione prima di concedere il consenso necessario
al passaggio alla comunità dei frati minori. Cosa che
avvenne fra le vibranti proteste dei parenti, assumendo il
nome di Antonio, lasciando la comunità di Santa Croce
e trasferendosi a Olivais. Il buon Antonio raggiunge il Marocco
ma viene colpito da una malattia che lo costringe a ritornare
in patria.
Fallì in questo modo il suo generoso sogno di apostolato
e di martirio. Ma nella traversata di ritorno il veliero che
lo riportava in Italia fu costretto, per le avverse condizioni
atmosferiche, a cambiare rotta e ad attraccare sulle coste
della Sicilia. Fu ospitato dai frati di Messina e per il suo
fisico provato dalla malattia la convalescenza fu un vero
toccasana.
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Ad Assisi intanto stava per aprirsi il Capitolo generale dei
frati Minori, presieduto da San Francesco, al quale furono
invitati tutti i frati e così anche Antonio si incamminò
verso la città umbra, ove convennero oltre 3000 frati
sistemati in accampamenti di fortuna tra capanne e stuoie.
L’occasione fu propizia per Antonio, dal momento che
ebbe la possibilità di incontrarsi con San Francesco,
il Poverello che influì positivamente sulla decisione
di seguirlo. Accettò così l’offerta di
raggiungere l’eremo di Montepaolo in Romagna, espletando
umili lavori di pulizia, non facendo mai trapelare la sua
profonda cultura teologica ed i confratelli lo ritenevano
più pratico di stoviglie che di teologia.
Intorno al 1222 un evento fece scoprire finalmente il suo
talento e il suo eccezionale temperamento di predicatore.
Infatti, mentre si trovava a Forlì in occasione di
una ordinazione sacerdotale, mancando il predicatore incaricato,
il superiore lo pregò di sostituirlo, anche perché
nessuno si sentiva di improvvisare l’omelia. Il discorso
rivelò l’ardente spiritualità e la profonda
cultura biblica di Antonio e gli fu così conferito
l’incarico di predicatore.
Tra il 1223 ed il 1224, mentre il Santo si trovava a Bologna,
a quel tempo era il secondo centro universitario della Cristianità
dopo Parigi, ricevette da San Francesco, l’incarico
di predicare al popolo, ed anche l’approvazione per
l’apertura di una scuola di teologia: venne così
inaugurato il primo Studium francescano e il Santo di Padova
fu il primo docente di teologia dell’Ordine dei Minori.
San Francesco nella lettera dell’incarico esprimeva
anche il proprio rispetto verso il teologo Antonio che evidentemente
era considerato quanto di meglio al momento disponeva l’Ordine.
Verso la fine del 1224 Antonio venne inviato nella Francia
meridionale, forse su richiesta dello stesso Pontefice, per
tentare di arginare una dilagante eresia albigese (dal nome
dell’eretico Albigi). Si spostò poi ad Arles,
ove si riunì il Capitolo provinciale di Provenza: qui
mentre Antonio stava tenendo una predica, apparve San Francesco
in atto di benedire i suoi frati. L’avvenimento fu considerato
misterioso e impressionante dal momento che San Francesco
si trovava in Italia, cingendo di un alone soprannaturale
il missionario.
Di ritorno in Italia gli fu affidata nuovamente la provincia
di Romagna comprensivo di un vasto territorio che lo costrinse
a visitare periodicamente tutti i conventi della sua giurisdizione.
Le sue prediche e il suo insegnamento erano centrati sulla
penitenza e sulla confessione. I vizi contro i quali Antonio
si batteva e condannava con maggiore intensità erano
il furto, l’usura, la superbia, la lussuria e l’avarizia.
Per pregare in solitudine si fece costruire una cella in un
grande albero di noce nelle vicinanze del convento
ed a sera rientrava nell’eremo.
Il 13 giugno 1231 – unica data certa della vita del
Santo – Antonio fu colpito da un collasso; i frati che
lo soccorsero si resero subito conto della gravità
della situazione e poiché il Santo manifestò
l’idea di essere riportato al convento di Santa Maria
Mater Domini di Padova, i suoi fedeli frati mentre lo accompagnavano
si resero conto che la situazione diventava sempre più
grave. Allora decisero di fermarsi al monastero di Santa Maria
de Cella (Arcella) e Antonio fu adagiato su un lettino in
una cella ed i frati gli si strinsero intorno per accompagnare
con la preghiera le sue ultime ore. Morì a 36 anni
non ancora compiuti.
Solo nel 1263 il suo corpo fu traslato nella nuova chiesa;
per l’occasione venne aperto il sarcofago, presente
S. Bonaventura, e fu notato che la lingua era intatta. San
Bonaventura la mostrò alla folla esclamando: “O
lingua benedetta, che sempre hai benedetto il Signore e lo
hai fatto benedire dagli altri, ora è a tutti noi noto
quanto merito hai acquistato presso Dio”.
Nessuna immagine del Santo è disponibile dal vero.
Le rappresentazioni popolari ce lo presentano come un giovane
di grossa corporatura, vestito del saio religioso. Il libro
che lo accompagna è il simbolo della sua solida conoscenza
della Scrittura. Compare anche un giglio, simbolo di castità
e spesso porta in braccio Gesù Bambino in ricordo di
una apparizione, avvenuta in una delle sue frequenti estasi.
Pio XII nel 1946 lo proclamò “Dottore della Chiesa”.
Giovanni Paolo II, in occasione della sua visita a Padova
(12 settembre 1982), definì Sant’Antonio “uomo
evangelico”, dichiarando che «Se noi lo onoriamo
come tale, è perché noi crediamo che lo Spirito
Santo ha abitato in lui in modo straordinario arricchendolo
con i suoi meravigliosi doni».
Ed ora qualche curiosità. Al Santo è attribuito
il potere di ritrovare gli oggetti smarriti, caratteristica
che si addice anche ai portatori del nome Antonio, che non
considerano mai una partita persa. A proposito dell’etimologia
del nome, gli esperti propongono due versioni: dal greco anthos,
“fiore”, e dal latino antonius, “inestimabile”.
La diversità è forse solo apparente: per esprimere
il concetto di migliore non si usa forse l’immagine
del fiore? Più probabilmente il nome Antonio deriva
dal patronimico romano Antonius, appartenuto al tribuno Marcantonio,
che si arrese prima al fascino di Cleopatra e poi all’esercito
di Giulio Cesare.
Sant’Antonio da Padova, Patrono del Portogallo, è
anche protettore degli orfani, dei messaggeri, delle reclute,
dei naufraghi, degli affamati, dei poveri e dei prigionieri.
Si festeggia, com’è noto, il 13 giugno, giorno
della sua morte.
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Perché il 14 febbraio è diventato il giorno
degli innamorati? La risposta è data da una simpatica
tradizione che viene dai paesi anglosassoni. Nel medioevo,
infatti, si riteneva che in questo giorno gli uccelli, avvertendo
i primi tepori primaverili, cominciassero a nidificare, quindi
si disse che la festa di San Valentino segnava l’annuale
risveglio della vita e quindi dell’amore. Fu così
che il Santo è stato adottato come patrono e protettore
degli innamorati di tutto il mondo. Ma pare che anche gli
innamorati delusi hanno un protettore che, secondo una leggenda
dell’area tarantina, è riconoscibile in San Vito
e si festeggia il 15 giugno.
Ma chi era San Valentino? Correva l’anno 175 d.C. quando
nacque a Terni Valentino, oggi patrono della Città,
che dedicò la sua vita alla comunità cristiana
che si era formata a cento chilometri da Roma, dove infuriava
la persecuzione dei cristiani. L’eco degli eclatanti
miracoli compiuti dal Santo, arrivò fino a Roma, diffondendosi
in tutto l’impero, per cui fu consacrato primo vescovo
di Terni, ove ancora oggi si conservano le spoglie mortali.
Il suo nome è legato all’amore per un episodio
che a quel tempo sollevò molto clamore. Infatti la
leggenda dice che Valentino fu il primo religioso a celebrare
l’unione tra una giovane cristiana, Serapia, e un legionario
pagano. Molti furono in seguito a desiderare la sua benedizione,
ancora oggi ricordata durante la festa della promessa nella
Basilica che porta il suo nome. Durante la sua visita pastorale
fu amatissimo dalle popolazioni umbre, quando l’imperatore
Aureliano ordinò atroci persecuzioni contro il clero
cristiano. San Valentino fu imprigionato e flagellato, lontano
dalla città per evitare tumulti e rappresaglie dei
fedeli e fu quindi martirizzato. Era il 14 febbraio del 273
d.C.: una data che da quel momento viene ricordata in tutto
il mondo per celebrare San Valentino, un Santo che fu ricco
di umana simpatia e di fede quasi contagiosa.
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Più recentemente Raymond Peynet, il pittore degli innamorati,
ha saputo con la sua arte rapire e raccontare la magia dell’amore,
evitando di tracciare i contorni della passione, dell’attrazione
tra due amanti, per concentrarsi su tutto quello che c’è
prima e dopo e che non si può descrivere con una parola
o con un concetto. Un colpo di fulmine che avviene in ogni
momento, senza tempo né luogo. I suoi Valentino e Valentina
nascono e vivono in un momento, fugace, nobile, affettuoso,
gioioso e tenero: quello dell’innamoramento. Sono gli
innamorati per eccellenza, i romantici interpreti di un sentimento
che nasce dal cuore: puri, leggeri, soavi, evanescenti nel
loro appartenere l’uno all’altra ed entrambi ad
un fantastico contorno, ad un mondo onirico in cui l’amore
è il motore senza sosta del tutto.
In omaggio ai suoi fidanzatini il suo amico Georges Brassens
scriverà la celebre canzone “Les bancs publics”
(Le panchine). Dal 1982 il chiosco di Valence è ormai
un monumento storico e l’immagine dei due innamorati
diventa un francobollo, disegnato proprio da Peynet, che commemora
la festa di San Valentino. Nel 1995 ha partecipato alle Manifestazioni
di Terni in onore di San Valentino, patrono della città
e dell’amore, con una sua mostra personale. Nel 1998
la città di Antibes, dove Peynet è vissuto fino
alla sua morte, ha inaugurato il museo dedicato alla sua opera.
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Come è ormai tradizione il 14 febbraio è la
giornata dedicata a San Valentino, protettore degli innamorati,
e per i cuori solitari cosa succede?. È presto detto.
Dal momento che i solitari in Italia sono circa 5 milioni,
anche loro hanno un Santo protettore: è San Faustino,
la cui ricorrenza cade proprio il 15 febbraio, subito dopo
la festa degli innamorati, come per una ideale continuità.
Oggi essere single è diventata quasi una norma. Una
tendenza, dunque, destinata a svilupparsi ancora, tanto più
che i nuovi solitari non sono pensionati abbandonati al loro
destino o studenti amanti della solitudine, ma spesso trattasi
di persone giovani, anche professionalmente impegnate, che,
per una scelta di vita o per la difficoltà di incontrare
una gradevole compagnia, restano soli.
Ma ricordiamo chi fu San Faustino. Fino alla recente riforma
del calendario venivano festeggiati in questo giorno i Santi
Faustino e Giovita. Il Martirologio Romano diceva: «A
Brescia si festeggia il natale dei Santi Martiri Faustino
e Giovita, fratelli, i quali sotto l’imperatore Adriano,
dopo molti illustri combattimenti sostenuti per la fede di
Cristo, ricevettero la vittoriosa corona del martirio».
Gli estensori del nuovo calendario hanno però espresso
questo severo giudizio: «La memoria dei Santi Faustino
e Giovita, introdotta nel Calendario romano nel sec. XIII,
viene cancellata: si tratta dei martiri bresciani Faustino
e Giovenza, dei quali si possiedono degli Atti interamente
leggendari; in essi Giovita viene ritenuto diacono, benché
fosse una donna».
Al di la di quello che prescrive il calendario, i due martiri
sono raffigurati spesso in veste militare romana con la spada
in un pugno e la palma del martirio nell’altra, in altre
raffigurazioni sono in vesti religiose, Faustino da presbitero,
Giovita da diacono. Sta di fatto che di storico vi è
l’esistenza dei due giovani cavalieri, convertitisi
al cristianesimo, tra i primi evangelizzatori delle terre
bresciane e morti martiri tra il 120 ed il 134, al tempo di
Adriano. Il loro culto si diffuse verso l’VIII secolo,
periodo in cui fu scritta la leggenda, prima a Brescia e poi
per mezzo dei longobardi in tutta la penisola ed in particolare
a Viterbo.
Così anche i cuori solitari hanno il loro buon protettore
da festeggiare rigorosamente il 15 febbraio.
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San Biagio, dal latino balbuziente, è un Santo venerato
sia in Oriente che in Occidente. Un nome pieno di mistero,
richiama un dono degli dei che permette di accedere ai vaticini
ed alle profezie. Ma chi era San Biagio? Un eremita del IV
secolo che viveva in Armenia. Ricco medico e fervente cristiano,
attuò in pieno le opere di misericordia corporale e
spirituale, distribuendo danari e medicine, curando ammalati,
infondendo speranza agli infermi ed ai moribondi. In breve
tempo si fece conoscere, amare ed ammirare da tutti. Per la
sua festa è diffuso il rito della “benedizione
della gola”, fatta poggiandovi due candele incrociate,
oppure con l’unzione, mediante olio benedetto, invocando
sempre la sua intercessione. L’atto si collega a una
tradizione secondo cui il vescovo Biagio avrebbe prodigiosamente
liberato un bambino da una spina conficcatasi nella sua gola.
L’Imperatore Licinio lo condannò a morte e fu
sottoposto al martirio dei pettini di ferro. Per tale motivo
i cardatori di lana scelsero San Biagio a loro protettore
e patrono. Per Biagio i racconti tradizionali, seguendo modelli
frequenti in queste opere, vogliono soprattutto stimolare
la pietà e la devozione dei cristiani e sono ricchi
di vicende prodigiose, ma allo stesso tempo incontrollabili.
Il corpo di Biagio è stato deposto nella sua cattedrale
di Sebaste; ma nel 732 una parte dei resti mortali viene imbarcata
da alcuni cristiani armeni alla volta di Roma. Una improvvisa
tempesta tronca però il loro viaggio a Maratea, e qui
i fedeli accolgono le reliquie del Santo in una chiesetta,
che poi diventerà l’attuale basilica, sull’altura
detta ora Monte San Biagio, sulla cui vetta fu eretta nel
1963 la grande statua del Redentore, alta 21 metri. Dal 1863
anche Ponticello di Latina ha assunto il nome di Monte San
Biagio, disposto sul versante sudovest del Monte Calvo. Numerosi
altri luoghi nel nostro Paese sono intitolati a lui: San Biagio
della Cima (Imperia), San Biagio di Callalta (Treviso), San
Biagio Platani (Agrigento), San Biagio Saracinisco (Frosinone)
e San Biase (Chieti). Ma poi lo troviamo anche in Francia,
in Spagna, in Svizzera e nelle Americhe. Ne ha fatta tanta
di strada il vescovo armeno della cui vita sappiamo molto
poco. La comunità armena di Roma gestisce la Chiesa
di S. Biagio “della Pagnotta” a Roma, edificata
sulle rovine di un tempio di Nettuno, concessa da papa Gregorio
XVI. Non mancano le curiosità legate a San Biagio.
C’è una sua statua su una guglia del Duomo di
Milano, la città dove in passato il panettone natalizio
non si mangiava mai tutto intero, riservandone sempre una
parte per la festa del Santo. E tuttora si vende a Milano
il “panettone di San Biagio”, che sarebbe quello
avanzato durante le festività natalizie, usanza che
si è estesa un po’ in tutta Italia. I Biagio
celebri? Lo scrittore e filosofo francese Blaise Pascal, matematico
che inventò il calcolo probabilistico e le prime calcolatrici,
lo scrittore contemporaneo Blaise Cendrars ed un altro Santo
meno famoso San Biagio di Veroli. La festa è celebrata
dagli orientali l’11 febbraio, dagli occidentali, invece,
il 3 o anche il 15 dello stesso mese. Numerose le chiese e
gli oratorî a lui dedicati in ogni parte del mondo cristiano:
a Roma se ne contano diverse tra cui la Cappella sulla via
Giulia. Nella nostra Regione (Puglia), San Biagio è
protettore di Ruvo di Puglia (BA), dal momento che nel 1857
in occasione di una grave epidemia che colpì la gola
di molti bambini, fu esposta la reliquia del Santo che compì
il prodigio di far scomparire il morbo e da quel momento fu
eletto protettore della città. Nel corso delle celebrazioni
la tradizione prescrive la benedizione dei nastrini (re mesiure),
che vengono messi al collo dei bambini e tarallini di varia
forma (frecedduzze), raffiguranti la mano benedicente, il
bastone e la mitra del Santo. Il vescovo guaritore è
patrono anche di Avetrana (TA) ove si conservano sue reliquie,
Ascoli Satriano (FG), Carosino (TA), Ostuni (BR), ove è
presente una chiesa rupestre, e Corsano (LE). Le raffigurazioni
relative al Santo, alla sua vita e al suo martirio sono numerose,
probabilmente perché alcune leggende ne avvicinarono
il culto al gusto ed alla sensibilità popolari. Suo
attributo comune è, oltre alle costanti insegne episcopali,
il pettine di ferro da cardatore. Ma l’attributo iconografico
che appare più frequentemente sono due ceri incrociati,
in ricordo del miracolo della lisca di pesce. In occasione
della sua festa, che in Italia ricorre il 3 febbraio, vengono
celebrate messe e festeggiamenti nei reparti di otorinolaringoiatria
che considerano San Biagio protettore della gola e degli otorinolaringoiatri.
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Un appuntamento importante per la Chiesa Cattolica è
rappresentata dalla festività di Ognissanti, detta
anche di “Tutti i Santi”, in occasione della quale
si onorano non soltanto i Santi iscritti nel martirologio
romano, ma tutti i giusti di ogni lingua, di ogni razza e
di ogni nazione, i cui nomi sono scritti nel libro della vita
e che godono la gloria del Paradiso. Una ricorrenza di notevole
rilevanza per la Chiesa che celebra tanti uomini e donne che
hanno dato tutto per la fede e sono diventati per noi «modelli
di vita e insieme potenti intercessori».
Resta da dire brevemente come e quando fu istituita la festa
proveniente dalla Chiesa Orientale ed accolta a Roma, quando
Papa Bonifacio IV trasformò il Pantheon, dedicato a
tutti gli dei dell’antico Olimpo, in una Chiesa in onore
della Beata Vergine Maria e di tutti i Martiri. Ciò
avveniva il 13 maggio del 609 e Alcuino, un inglese di York,
maestro di Carlomagno, fu uno dei propagatori della festa,
anche perché segnava l’inizio della stagione
invernale. Gregorio III, poi, consacrò nella Basilica
di San Pietro un oratorio al Salvatore, a sua Madre Santissima,
agli Apostoli, ai Confessori e a tutti i giusti. Con ciò
veniva istituita la Festa di tutti i Santi, indistintamente,
che Papa Gregorio IV stabilì nella data del 1°
novembre.
L’occasione consente di ricordare alcuni Santi, molto
conosciuti, che si sono particolarmente distinti prima nella
vita terrena e poi in quella celeste.
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Iniziamo da San Nicola di Mira, anzi di Bari, vescovo, patrono
dei bambini, Santo per tutte le latitudini, che presenta un
grosso catalogo di miracoli: calma una furiosa tempesta, scongiura
una carestia, resuscita tre bambini che un oste cattivo aveva
messo in salamoia, salva tre ragazze dalla prostituzione,
facendo trovare loro tre borse di monete che diventarono la
loro dote matrimoniale e tanti altri ancora. Di questo Santo
i baresi sanno quasi tutto.
Sant’Antonio da Padova, vissuto oltre cento anni, ottanta
dei quali trascorsi nel deserto in prossimità del Mar
Rosso. La notizia della sua scelta si diffonde ugualmente
dappertutto, nonostante la scarsità dei mezzi di informazione
dell’epoca. Da ogni parte d’Oriente le folle accorrono
a lui per avere conforto, guarire dalle malattie e, perché
no, invocarlo per trovare marito.
San Giuseppe, patrono dei lavoratori e dei papà, che
nelle iconografie è rappresentato come un vecchio,
in realtà era un uomo giovane, fidanzato con Maria,
la madre di Gesù. Il fidanzamento a quei tempi durava
un anno e successivamente iniziava la vita coniugale, ma prima
delle nozze Maria rimase incinta e Giuseppe pensò di
sciogliere il matrimonio per non esporre la fidanzata alla
lapidazione. Ma, un Angelo lo avverte in sogno: «Non
temere di prendere con te Maria, perché quel che è
generato in lei viene dallo Spirito Santo», e così
Giuseppe divenne padre di Gesù.
Santa Rosa da Lima, al secolo Isabella Flores y de Oliva,
la prima Santa del Nuovo Mondo, nacque a Lima nel 1586 da
genitori spagnoli trapiantati in Perù e dal momento
che appariva di straordinaria bellezza, la madre un giorno
le disse “Sei bella come una rosa” e da quel giorno
non fu più Isabelita ma Rosa, come il più bel
fiore del Perù. Canonizzata nel 1671, è venerata
non solo come Patrona della sua patria, ma anche di tutta
l’America Latina e delle Isole Filippine. Ciò
che stupisce nella vicenda umana di questa Santa, morta a
soli 31 anni, è un inconcepibile desiderio di sofferenza.
A un esame superficiale potrebbe emergere dalla sua singolare
personalità una componente masochistica. Ma questo
mondo, apparentemente infelicitante, racchiude in sé,
come una botte colma di buon vino frizzante, il segreto della
gioia autentica. In Perù non vi erano conventi e Isabella
Flores impose a se stessa una regola di vita austera, secondo
le proprie vedute.
San Rocco di Montpellier, un Santo di casa nostra, sebbene
nato in Francia, viene infatti festeggiato in molte località
pugliesi, il cui culto risale alle pestilenze del XVII secolo,
durante le quali, alcuni paesi, soprattutto in provincia di
Bari, furono tra i pochi ad essere risparmiati dalla peste.
Le fonti su di lui sono poco precise e rese più oscure
dalla leggenda. In pellegrinaggio diretto a Roma, dopo aver
donato tutti sui beni ai poveri, si sarebbe fermato ad Acquapendente,
dedicandosi all’assistenza degli ammalati di peste e
facendo guarigioni miracolose che diffusero la sua fama. Invocato
nelle campagne contro le malattie del bestiame e le catastrofi
naturali, il suo culto si diffuse straordinariamente nell’Italia
del Nord, legato in particolare al suo ruolo di protettore
contro la peste.
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E, dal momento che il mio nome è Vittorio, consentitemi
di ricordarne il Santo. San Vittorio non ha lasciato notizie
di sé, si sa solo che ha subito il martirio a Cesarea
di Cappadocia e che era un romano. Dal “Martirologio
Geronimiano”, che lo cita al 21 maggio, insieme ad altri
due martiri, Polieuto e Donato, che si celebrano nello stesso
giorno, è passato nel “Martirologio Romano”.
Altro non si sa. Comunque il gruppo lo si ritrova sempre nei
martirologi storici occidentali.
La mancanza di notizie, contrariamente alle regole, non l’ha
messo nel dimenticatoio della storia, egli è certamente
più ricordato nei secoli successivi, di quanto non
fosse nominato e conosciuto in vita.
Vittorio è l’unico Santo con questo nome, proviene
dal latino Victorius variante di Victor (vincitore). In Inghilterra
fu portato dalla celebre regina Vittoria il cui nome segnò
anche un’epoca ed uno stile (vittoriani). È invocato
contro il fulmine, la grandine e gli spiriti maligni.
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Don Eustachio Montemurro (1857-1923), nato a Gravina in Puglia,
ove riposano le sue spoglie, fin dai primi anni di vita, grazie
all’eccellente educazione ricevuta e alle prove che
la vita gli riservò per la perdita prematura della
mamma, della sorellina e del fratellino, a causa di una terribile
epidemia colerica, manifesta una forte personalità
aperta alla cultura e alle relazioni sociali armoniosamente
integrate da valori umani e religiosi. Laureatosi in medicina,
esercita a Gravina la professione di medico con grande senso
di responsabilità e carità cristiana. Oltre
a curare i malati con grande professionalità, si preoccupa
delle indigenze familiari, fornendo spesso personalmente,
oltre alle medicine, generi di prima necessità e somme
in denaro.
Fortemente impegnato in politica, si batte sempre per il sostegno
delle classi povere, avendo particolare cura della formazione
scolastica dei figli dei contadini. Nel 1903, chiamato da
Dio, abbandona l’attività di medico ed entra
in seminario per ricevere l’ordinazione sacerdotale.
Considerato “un modello di prete, “un apostolo
dell’istruzione religiosa e dell’educazione cristiana”,
“un testimone” coraggioso “dell’amore
dei fratelli verso i fratelli”, la Chiesa, riconoscendo
in lui le virtù teologali, lo ha reso Servo di Dio,
e quindi venerabile. Attualmente è in corso la causa
di canonizzazione.
Padre Eustachio Montemurro, nella sua profonda e sopravvenuta
sensibilità pastorale, invita superiori, confratelli
e religiosi ad un “fedele ritorno alle origini del proprio
istituto”. Dietro questi impulsi di carità, egli
fondò delle Congregazioni Religiose; i “Piccoli
Fratelli del SS. Sacramento” confluita in seguito in
quella dei “Rogazionisti del Cuore di Gesù”
e quelle femminili delle suore “Missionarie Catechiste
del Sacro Cuore” e le “Figlie del Sacro Costato
e di Maria SS. Addolorata”; dedite alla riparazione
al Sacro Cuore e all’educazione delle fanciulle del
popolo.
Questo fervore di opere gli procurò l’accusa
di ‘eccesso di zelo’ ed il mancato riconoscimento
della sua opera; ma le incomprensioni e le sofferenze non
lo scuoteranno nella sua sensibilità e continuò
per la sua strada.
Padre Eustachio Montemurro, unitamente a don Saverio Valerio,
chiese al papa il permesso di trasferirsi a Pompei, per adempiere
il loro desiderio di condurre vita in comune, al servizio
delle anime presso il Santuario della Vergine del Rosario,
fondato dal beato Bartolo Longo, allontanandosi così
anche dai parenti ed essere completamente dedicati al servizio
di Dio.
Da Pompei continuò a seguire l’attività
delle Congregazioni di suore da lui fondate, inserendole anche
nella realtà del Santuario. Oggi sono presenti in circa
70 Case sparse in Italia e nel mondo.
La Provvidenza volle che Montemurro e Bartolo Longo si incontrassero
come studenti preso l’Università di Napoli pur
scegliendo campi diversi, ma comunicanti rispetto a carità,
solidarietà ed educazione.
Recentemente Emanuele Battista, poeta e commediografo, soprattutto
in dialetto barese, presidente dell’Associazione laicale
“Sacro Costato” di Bari, più volte premiato
a concorsi di poesie, si è cimentato questa volta nel
proporre in versione teatrale la vita del Servo di Dio, Eustachio
Montemurro, cosa non facile dal momento che per pubblicare
questi testi sono necessari imprimatur ed autorizzazioni ecclesiastiche.
Ma Battista, che possiede una solida personalità artistica
ed una forte umanità sociale ha superato con successo
ogni ostacolo riuscendo benissimo nel suo lavoro con l’opera
“Eustachio Montemurro. Chicco profondo”.
Le Suore Missionarie del “Sacro Costato” hanno
presentato con successo, lo scorso 11 novembre in Bari, la
vita di Eustachio Montemurro di Battista, presso il Kursaal
Santalucia, per la regia di Annalisa Calabrese.
Non si può che complimentarsi con l’autore per
la sua caparbietà finalizzata a far conoscere al grande
pubblico la vita e le opere di un singolare uomo del Mezzogiorno,
medico e sacerdote, che docile al Signore ha speso la propria
vita per gli altri, facendo del teatro un luogo privilegiato
d’incontro tra arte e Vangelo.
La realizzazione è stata resa possibile grazie alla
collaborazione dell’Istituto “Santa Teresa del
Bambin Gesù” di Bari, del Comune di Gravina in
Puglia, della Banca Popolare di Puglia e Basilicata, della
Fondazione “E. Pomarici Santomasi” di Gravina
e della ditta “Ruggieri Arredi Sacri” di Bari.
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Il 17 gennaio, data fissa di inizio del Carnevale, si festeggia
Sant’Antonio Abate, che, a soli vent’anni, abbandonò
ogni cosa per seguire il consiglio di Gesù: «Se
vuoi essere perfetto, va’ vendi ciò che hai…»,
rifugiandosi in una zona deserta dell’Egitto tra antiche
tombe abbandonate e successivamente sulle rive del Mar Rosso,
dove visse per ottant’anni da eremita.
L’esperienza del “deserto” in senso reale
o figurato, è ormai un metodo di vita ascetica, fatto
di austerità, di sacrificio e di estrema solitudine:
S. Antonio ne fu l’esempio più insigne e stimolante.
Infatti, pur senza alcuna regola monastica, esercitò
un grande influsso dapprima tra i suoi conterranei e poi in
tutta la Chiesa.
A lui è associato il bastone a T, tau ,19ª lettera
dell’alfabeto greco, e un maiale. Cosa centra il maiale,
che per i cristiani era simbolo del male? Secondo gli studiosi
all’inizio si trattava di un cinghiale, attributo del
dio celtico Lug, dio del gioco e della divinazione, venerato
in Gallia a cui erano consacrati cinghiali e maiali. Gli stessi
sacerdoti venivano chiamati “Grandi Cinghiali Bianchi”,
mentre il dio Lug regnava anche sugli inferi. L’emblema
del cinghiale appariva anche sugli stendardi e sugli elmi
dei celti. In realtà il maiale rappresenta simbolicamente
il maligno e le seduzioni che i piaceri della carne provocano.
Vito Lozito, nel suo volume “Agiografia, Magia, Superstizione”
(Levante Editori), fa una esauriente descrizione del protettore
degli animali, nato intorno al 250 a Coman in Egitto e morto
ultracentenario nel 356.
Le leggende a carattere popolare vogliono S.Antonio Abate
in lotta con il demonio, ovvero con il male, con le passioni
umane, con il fuoco eterno. Il santo divenne così il
padrone del fuoco, custode dell’inferno, e per tali
prerogative, guaritore dell’herpes zoster, il cosiddetto
fuoco di S.Antonio, appunto. I monaci Antoniani, infatti,
consigliavano di «implorare il patrocinio del Santo
e di cospargere le parti malate con il vino nel quale erano
state immerse le sacre reliquie». In epoche successive
si adoperò il grasso di maiale che, posto sull’immaginetta
del Santo, veniva portato dai monaci all’ammalato e
usato per guarire le ferite del “fuoco sacro”.
In questo modo era completa la figura di S.Antonio Abate,
padrone del fuoco, vittorioso sulle tentazioni del demonio,
del male e protettore del maiale.
Per superare, invece, l’interpretazione negativa del
maiale, presente nel pensiero ebraico e cristiano e comprendere
l’abbinamento iconografico Santo-maiale immondo, è
utile conoscere alcuni avvenimenti storici e leggendari.
Nel secolo XI, dopo la creazione dell’Ordine ospedaliero
degli Antoniani, fu concesso ai monaci anche il diritto di
allevare maiali che circolavano liberamente nelle città
e nei luoghi ove sorgevano i loro conventi. Tale disposizione
risultava necessaria dal momento che i maiali girando in villaggi
e città provocavano numerosi danni.
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Foto 2 |
L’allevamento vero e proprio, tuttavia,
era svolto per conto dei monaci, gratuitamente e per
devozione dei contadini i quali, ad opera compiuta ricevevano
protezione per se stessi e per i lavori da effettuare
durante il ciclo annuale di produzione. Il maiale in
questo modo era “sacralizzato” e perdeva
la sua connotazione demoniaca, dal momento che diventava
il tramite più vicino perché le masse
contadine ottenessero rassicurazione e promesse di fecondità
e fertilità.
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Le foto, che sono state riprese dal volume di Vito
Lozito “Agiografia, magia, superstizione”
(Levante Editori), rappresentano Le tentazioni di
S. Antonio Abate (Foto 1) e S. Antonio Abate (foto
2)
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Giovanni, dall’ebraico Jôhânân, significa
“dono del Signore”. Anticamente veniva imposto
a un figlio lungamente atteso e nato quando ormai i genitori
avevano perso la speranza di essere rallegrati dalla nascita
di un bimbo.
Giovanni d’Antiochia detto Crisostomo (Crisostomo significa
Bocca d’Oro e rappresenta il soprannome
attribuitogli
dai bizantini, per il fascino della sua arte oratoria), è
nato probabilmente nel 349. Negli anni giovanili condusse
vita monastica nella propria casa, poi, morta la madre si
recò nel deserto e vi rimase per sei anni, gli ultimi
due li trascorse in solitaria meditazione dentro una caverna
a scapito della salute fisica. Ordinato sacerdote dal Vescovo
Fabiano, collaborò attivamente al governo della chiesa
di Antiochia, specializzandosi nella predicazione.
Nel 398 fu chiamato a succedere al patriarca Nettario nella
prestigiosa sede di Costantinopoli, ove esplicò una
notevole attività pastorale, tanto da suscitare ammirazione
e perplessità. Infatti, creò ospedali, evangelizzò
nelle campagne, fece sermoni di fuoco fustigando vizi e tiepidezze,
severi richiami ai monaci indolenti e agli ecclesiastici troppo
sensibili alla ricchezza. Era anche solito inveire contro
le pratiche superstiziose dei suoi fedeli, soprattutto donne,
invitandoli a non utilizzare talismani e scongiuri per superare
malattie, a non credere nel malocchio ma a servirsi dei medici
e ad avere fiducia nella potenza del segno della croce.Predicatore
insuperabile, fu deposto illegalmente da un gruppo di vescovi
capeggiati da Teofilo, quello di Alessandria,ed esiliato con
la complicità dell’Imperatrice Eudossia, ma venne
richiamato quasi subito dall’imperatore Arcadio. Solo
qualche mese dopo, però, Giovanni era di nuovo esiliato
sulle rive del Mar Nero e durante quest’ultimo trasferimento,
il 14 settembre 407, morì.
Trent'anni dopo, il figlio dell’Imperatore, Arcadio,
fece trasferire le sue spoglie in Costantinopoli, dove accolte
da una folla osannante, giunsero il 27 gennaio 438 e collocate
nella Cattedrale di Santa Sofia.
La vasta produzione letteraria di San Giovanni Crisostomo
è caratterizzata dalla grande comprensione delle vicende
umane, da uno stile armonioso e da finezze linguistiche, caratteristiche
che hanno fatto di lui il più grande oratore cristiano
dell’antichità. Il cristianesimo bizantino ne
ha onorato la memoria come teologo e come modello della vocazione
monastica, dedicandogli la liturgia più diffusa nella
chiesa orientale, detta appunto “la liturgia di san
Giovanni Crisostomo”.
Il Martirologio romano, come pure i sinassari orientali, hanno
iscritto la festa di Giovanni al 27 gennaio, anniversario
del ritorno del corpo a Costantinopoli. Nello stesso giorno
la festa è celebrata presso i siri. La Chiesa bizantina
lo festeggia anche il 30 gennaio, insieme a San Basilio e
a San Gregorio di Nazianzo e il 13 novembre, giorno del suo
ritorno dall’esilio. In Oriente si incontrano molti
monasteri a lui dedicati. Dottore della Chiesa, Giovanni circonda
con i Santi Atanasio, Ambrogio e Agostino, la Cattedra del
Bernini nell’abside della Basilica Vaticana. Papa Giovanni
XXIII pose il Concilio Vaticano II sotto la sua protezione.
La Chiesa lo ricorda il 13 Settembre, vigilia della sua morte,
poiché il giorno successivo viene celebrata l’Esaltazione
della Croce. Protettore degli esiliati e dei predicatori è
invocato contro l’epilessia.
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Santa Cesarea, patrona dell’omonima città delle
Terme in provincia di Lecce, ha una storia tra le più
affascinanti di quelle che riguardano i Santi salentini. Secondo
gli studiosi il culto risale al 1600, ma pare che le sue radici
risalgono addirittura all’età ellenistica, anche
se sul suo conto nulla è stato provato storicamente.
Essa però è fortemente esistita nella immaginazione
e nella fede del popolo al punto da operare innegabilmente
sul processo storico.
Secondo la leggenda della letteratura devota, ricordata da
Nicola De Donno, nel suo libro “Santa Cesarea Terme”,
(Congedo Editore), due ricchi signori Luigi e Lucrezia, coniugi,
da circa un decennio non avevano figli, pur avendone gran
desiderio. Un eremita, Giuseppe Benigno che si recava spesso
a far visita nella loro casa, a conoscenza dell’ardente
preghiera di Lucrezia alla Vergine, le profetizza la nascita
di un figlio. Lucrezia fa così voto di consacrare alla
Madonna il nascituro. La nascita di una bambina avviene l’8
dicembre e Lucrezia impone alla neonata il nome di Cesarea
e, dopo il solenne battesimo, secondo la condizione signorile
della famiglia, la bimba viene affidata ad una balia, certa
Caterina Felice, religiosissima, che molto influisce sull’avvio
di Cesaria alla fede e alla pietà. All’età
di dieci anni Cesaria è affidata per l’istruzione
ad un dotto sacerdote ed in virtù di tale educazione
lei si consacra segretamente a Dio ed alla Vergine.
Lucrezia, morta prematuramente, raccomandò al marito,
nell’eventualità della scelta di una nuova compagna,
di tener presente non la bellezza esterna, ma la probità
e la virtù dell’animo, proprio come la figlia
Cesarea. Luigi, invece, trascorsi due anni, sente sempre più
il bisogno di una nuova compagna e non trovandola, si infiammò
di libidine incestuosa verso la figlia, perciò con
l’assenso o con la violenza avrebbe costretto la figlia
a prendere il posto della madre. Ma, al rifiuto di Cesaria,
egli minaccia di ucciderla ed allora Cesaria con uno stratagemma,
fingendosi disposta a ricoprire tale ruolo, invita il padre
ad andare a letto, mentre lei, col pretesto di andarsi a lavare
i piedi, si allontana e in una stanza accanto mette in una
bacinella con un po’ d’acqua due colombe bianche
legate, le quali, con il loro batter d’ali davano l’impressione
che qualcuno si stesse lavando e, mentre questo accadeva,
Cesaria fuggiva.
Il padre la cercò per tutta la casa e non trovandola
andò alla ricerca raggiungendola sul promontorio di
Castro ma, mentre un angelo dall’aspetto di un giovane
guerriero indica a Cesarea l’apertura di una rupe presso
la quale poteva salvarsi, il padre si ritrova in una densa
e nera nuvola, precipitando così dall’alta scogliera
nel mare e nell’inferno.
Cesaria, che entrò nella grotta indicata dall’Angelo,
non comparve mai più, seguitando a vivere all’interno,
grazie al sostentamento che proveniva dalla Divina Provvidenza.
Lì fu raggiunta dalle due colombe, ormai liberate dai
lacci.
Fin qui la leggenda, ma la realtà è che natura
e tranquillità sono i vantaggi che questa cittadina
offre a turisti e visitatori. Il paesaggio è uno tra
i più belli e suggestivi del Salento, la natura dipinge
scorci che incantano anche il visitatore più distratto.
Tra le attrattive di Santa Cesarea Terme c’è
anche la possibilità di incantevoli escursioni costiere
(Castro, grotta della Zinzulusa, Porto Badisco, Leuca, Ugento)
e di affascinanti immersioni subacquee in un mondo dalla incomparabile
bellezza.
Patrona di Santa Cesarea, in provincia di Lecce, la sua festa
liturgica è il 15 maggio, ma a metà settembre
una sua statua è portata in processione accompagnata
da numerosi fedeli e turisti che giungono nella cittadina
per assistere alla suggestiva processione a mare che con un
corteo di barche giunge alla grotta dove sarebbe vissuta e
morta.
Le Terme di Santa Cesarea, invece, in sintonia con le bellezze
naturali del mare e del paesaggio e per alleviare le sofferenze
dei pazienti assicurano terapie idropiniche (inalazioni, insufflazioni,
fanghi, bagni, idromassaggi,) e, in sinergia con l’effetto
delle proprie acque sorgive (solfuree), provenienti dalle
grotte Gattulla, Fetida, Solfurea e Solfatara, propongono
anche una linea di trattamenti estetici per consentire a chiunque
di essere in armonia con la sua complessità psicosomatica
e di godere quindi ottima salute, dal momento che il progresso,
attraverso i suoi ritmi frenetici, costringe continuamente
a disagi e malesseri.
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È stato recentemente pubblicato il volume di Gaetano
Bucci, docente di Lettere presso l’Istituto Statale
d’Arte di Corato (Ba) “Alla San Cathal”
edito da Edizioni Tipolito Martinelli snc, Corato, (pag. 288,
euro 18,00).
L’autore descrive la storia leggendaria del Santo venuto
dall’Irlanda a Taranto e la sua “elezione”
a protettore della città di Corato col sostegno dei
Frati francescani. Viene anche presentato il fascino della
Grande Festa in suo onore in prosa, per immagini e in poesia.
Un unico filo unisce, le città di Corato, Taranto,
Lismore in Irlanda, Torino e Toronto, che festeggiano insieme
San Cataldo.
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San Cataldo è, come pochi, un Santo che incanta e affascina,
sia per aver migrato ed essersi spostato tra terre lontane,
sia per aver rappresentato con la sua vita di monaco, di pellegrino
e di evangelizzatore un antesignano del cristiano che vive
alla ricerca della fede e della sua testimonianza.
Nato in Irlanda all’inizio del secolo VII, dopo essere
stato monaco e poi abate del monastero di Lismore, fondato
dal vescovo Cartagine, Cataldo divenne vescovo di Rachau .
Durante un pellegrinaggio in Terra Santa, morì a Taranto,
nella cui Cattedrale fu sepolto e dimenticato.
Nel 1094, durante la ricostruzione del sacro edificio, che
era stato distrutto dai Saraceni, fu ritrovato il suo corpo,
come indicava chiaramente una crocetta d’oro su cui
era inciso il suo nome e quello della sede episcopale. Questo
reperto, che si conserva insieme col corpo ha permesso di
stabilire che il santo visse nel secolo VII e erroneamente,
quindi, i tarantini lo considerarono loro vescovo, anzi il
protovescovo.
Bucci passa in rassegna la storia e le leggende popolari,
il suo nome che rappresenta un “nodo” mai veramente
sciolto a causa della incertezza del nome originario “Cathal”
che pare derivare dal nome gaelico “Cathail” che
significava “forte in guerra”. Da quest’ultimo
nome, deriverebbe il cognome di “Cahill”, diffuso
sia in Irlanda che negli Stati Uniti d’America.
Nella “vicenda agiografica” del Santo il nome
di riferimento diviene “Cathaldus o Cataldus”,
da cui è poi derivato il nome “volgare”
o “italianizzato” di Cataldo.
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Nel volume vengono descritti il tempo, i luoghi, l’origine
irlandese del Santo, il viaggio in Terra Santa, l’arrivo
a Taranto, la predicazione e i miracoli. Viene ricordata l’origine
del culto di San Cataldo a Corato e la eredità del
Francescanesimo. Inoltre, si parla della Festa Grande di San
Cataldo a Corato che è frutto di una lunga e complessa
gestazione nella quale vi sono tracce bizantine, spagnole
e barocche. Anche le feste dedicate a San Cataldo in Italia
e all’estero vengono ricordate, compresa quella dei
coratini a Torino che è stata la città che ha
registrato la maggior parte degli emigranti di Corato, i quali
sono riusciti non solo a darsi grande dignità e prospettiva,
ma anche a mantenere e rinsaldare i legami con la città
di origine.
L’autore ha anche inserito “Le senett”,
sessanta sonetti in dialetto perché i riti e la festa
(10 maggio), cui la città è rimasta legata per
diversi secoli sono stati vissuti e comunicati in questo idioma.
La trascrizione in italiano presente nel volume allarga la
fruizione dei sonetti, anche se la resa, sul piano linguistico-espressivo
e su quello ritmico-fonetico non è la stessa.
Una ricca iconografia, le immagini del Santo con la preziosa
statua in argento e la bibliografia completano l’interessante
volume finalizzato a soddisfare non solo le esigenze dei devoti
di San Cataldo ma anche a quelle degli studiosi e dei cultori
della materia.
Parte del ricavato dalla vendita del volume sarà devoluto
in beneficenza.
La copertina è del prof. Francesco Granito.
Le immagini riportate sono state riprese dallo stesso volume.
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Sono trascorsi novecentodieci anni dalla morte del giovane
pellegrino greco Nicola, morto a Trani in odore di santità
e riconosciuto suo Patrono.
Trani, una delle più belle città della Puglia,
ricordata soprattutto per la magnifica Cattedrale sul mare
fondata alla fine dell’XI secolo, accoglie le sue reliquie
e rappresenta anche la sua memoria vivente, una memoria di
straordinaria armonia.
Il giovane pellegrino Nicola, proveniente dalla Grecia, è
vissuto al tempo in cui Roberto il Guiscardo e il figlio Boemondo
realizzavano la loro spedizione in Grecia mirando a Costantinopoli.
Era anche il tempo in cui i baresi riuscivano nell’impresa
di portare a Bari le reliquie di San Nicola di Myra.
Un San Nicola diverso da quello di Bari, soprattutto per la
sua breve vita: nacque infatti nel 1075 e morì nel
1094 e padre Gerardo Cioffari o.p. ha voluto ricordarlo nel
volume “S. Nicola Pellegrino - Patrono di Trani”,
edito dal Centro Studi Nicolaiani, stampato per i tipi di
Levante Editori di Bari, in occasione del IX centenario della
morte narrando della sua vita in chiave critica, storica e
del messaggio spirituale che ha voluto lasciare ai posteri.
Dopo la sua morte fiorirono numerosi miracoli; quattro anni
dopo, nel 1098, in occasione nel Sinodo Romano, il vescovo
di Trani si alzò e chiese all’Assemblea che il
venerabile Nicola venisse iscritto nel catalogo dei Santi
per i meriti avuti in vita e per i miracoli avvenuti post-mortem.
Il papa Urbano II emanò un ‘Breve’ che
autorizzava il vescovo di Trani dopo opportuna riflessione
ad agire come riteneva più opportuno. Il vescovo tornato
a Trani lo canonizzò e dopo avere eretto una nuova
basilica vi depositò il corpo del Santo. Infiniti da
allora i miracoli sulla sua tomba.
Per il suo continuo gridare Kyrie eleison (Cristo abbi pietà
di noi) fu dapprima cacciato di casa dalla madre e durante
il suo peregrinare fu fatto fustigare dal vescovo di Lecce,
Teodoro Bonsecolo, e successivamente fu fatto frustare a sangue
dall’Arcivescovo di Taranto, Alberto. Insomma, una vita
breve e travagliata all’insegna del Kyrie eleison che
non si stanca mai di pronunciare per le strade della città
e lo stesso Arcivescovo di Trani, Bisanzio I, lo convoca per
conoscere le ragioni del suo comportamento. Egli spiega i
motivi del suo modo di agire, richiamando le parole del vangelo,
fino a che il 2 giugno 1094 muore nella casa di un certo Sabino
di Trani e sepolto in un angolo della Cattedrale.
Per questi motivi e per il forte impulso alla provocazione
egli fu considerato moros termine greco usato nella Sacra
Scrittura per designare un pazzo, successivamente il termine
ha avuto un’accezione meno forte di moros e cioè
salòs (ingenuo, innocente) il quale indica più
dabbenaggine che pericolosità.
Monsignor Carmelo Cassati che presenta la pubblicazione dice
di lui: «San Nicola Pellegrino vuol ritornare a prendere
il suo posto di Patrono nella città che gelosamente
conserva le sue ossa, ma ritorna con la forza di chi, avendo
scoperto e sperimentato l’amore di Dio, trovò
necessario dare altrettanta risposta d’amore accettando
di passare pazzo per Cristo, nel continuo bisogno di misericordia».
Il patrono di Trani, infine, è considerato uno dei
Santi più solidi dal punto di vista della critica storica.
Sono pochi, infatti, i patroni “pugliesi” che
godono di un corpus documentario così ricco e interessante
e San Nicola Pellegrino è uno dei pochi grandi Santi
che possono vantarlo.
La foto della Cattedrale di Trani è stata ripresa dal volume “Puglia – Turismo, Storia, Arte, Folklore”, (Mario Adda Editore).
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È stato pubblicato, a cura di
Nicola Cortone e Nino Lavermicocca, per i tipi di B.A.
Graphis e Pagina, il quinto volume dell’opera
i Santi di strada, ovvero le edicole religiose della
città vecchia di Bari. |
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San Biagio, martire e vescovo di Sebaste
(Armenia), viene indicato in alcuni atti, non si sa in base
a quale fondamento, come medico. Il suo martirio sarebbe
avvenuto sotto Diocleziano o Licinio, ma l’opinione
preferibile è per l’epoca di Licinio (307-323).
Scoppiata la persecuzione, Biagio si allontanò dalla
sua sede vescovile e andò a vivere in una caverna,
dove guariva con un segno di croce gli animali sofferenti.
Scoperto da alcuni cacciatori in mezzo ad un branco di bestie
e denunciato al magistrato, venne catturato e rinchiuso
in prigione, dove riceveva e sanava gli ammalati. Un giorno
si recò da lui una donna, il cui figlio era sul punto
di morire a causa di una lisca di pesce che si era conficcata
in gola. La benedizione del Santo con due ceri incrociati
lo risanò immediatamente. Fra tanti miracoli, operati
anche durante le torture, merita particolare ricordo quello
della vedova, alla quale un lupo aveva portato via un maialino.
La donna, riavuta la sua bestia per intercessione di Biagio,
in segno di riconoscenza portò cibi e candele al
Santo che, commosso, le disse: “Offri ogni anno una
candela alla chiesa che sarà innalzata al mio nome
ed avrai molto bene e nulla ti mancherà”.
San Biagio subì la decapitazione (probabilmente il
3 febbraio del 316). Il suo culto è tra i più
diffusi in Oriente e in Occidente, sebbene, sembra, non
si affermò immediatamente dopo la sua morte. La festa
è celebrata dagli orientali l’11 febbraio,
dagli occidentali, invece, il 3 o anche il 15 dello stesso
mese. Numerose le chiese e gli oratori a lui dedicati in
ogni parte del mondo cristiano: a Roma se ne contano diverse
tra cui la Cappella sulla via Giulia. Nella nostra Regione
San Biagio è protettore di Ruvo di Puglia (BA), dal
momento che nel 1857 in occasione di una grave epidemia
che colpì la gola di molti bambini, fu esposta la
reliquia del Santo che compì il prodigio di far scomparire
il morbo e da quel momento fu eletto San Biagio protettore
della città. Nel corso delle celebrazioni la tradizione
prescrive la benedizione dei nastrini (re mesiure), che
vengono messi al collo dei bambini e tarallini di varia
forma (frecedduzze), raffiguranti la mano benedicente, il
bastone e la mitra del Santo. Il vescovo guaritore è
patrono anche di Avetrana (TA) e di Corsano (LE).
Le raffigurazioni relative al Santo, alla sua vita e al
suo martirio sono numerose, probabilmente perché
alcune leggende ne avvicinarono il culto al gusto ed alla
sensibilità popolari. Suo attributo comune è,
oltre alle costanti insegne episcopali, il pettine di ferro
da cardatore - infatti è assunto come patrono dei
cardatori – strumento della tortura subita. Ma l’attributo
iconografico che appare più frequentemente sono due
ceri incrociati, in ricordo del miracolo della lisca di
pesce.
Numerose sono anche le opere in cui gli artisti vollero
mettere in luce soprattutto la grandezza della figura del
Santo, raffigurandolo seduto in trono, vestito di sontuosi
paramenti sacri, le mani levate in alto con gesto benedicente,
la croce episcopale e le insegne del martirio. Nel giorno
della sua festa, in Spagna, Francia e Germania, vengono
distribuiti speciali piccoli pani, che nella forma ricordano
le parti malate. Anche a Roma, nella Chiesa di San Biagio
della Pagnotta, tale pia tradizione sopravvive, mentre a
Milano, e pian piano anche nel resto d’Italia, si
mangia una fetta di “Panettone di San Biagio”
che sarebbe poi quello avanzato durante le festività
natalizie.
Il potere taumaturgico del Santo si estese, oltre alle malattie
della gola anche a numerose altre patologie: in particolare,
in Germania, è invocato anche contro i mali della
vescica, per l’affinità fra il suo nome e il
termine tedesco “blase” che indica appunto quell’organo.
In occasione della sua festa, che in Italia ricorre il 3
febbraio, vengono celebrate messe e festeggiamenti nei reparti
ospedalieri di otorinolaringoiatria che considerano San
Biagio protettore della gola e degli otorinolaringoiatri.
La foto di San Biagio è stata ripresa
dal volume di Vito Lozito:
"Agiografia, Magia, Superstizione" (Levante
Editore, Bari)
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In occasione dei solenni festeggiamenti in onore di San Rocco,
il Comitato delle Feste Patronali di Valenzano (BA), ha organizzato
qualche anno fa nel Castello Baronale, la mostra documentaria
“La peste del 1656 a Valenzano ed il voto a San Rocco”.
Per l’occasione lo stesso Comitato ha fatto pubblicare
un interessante volume, firmato da Salvatore Camposeo, che
nei ritagli della sua professione di agronomo e ricercatore
presso l’Università di Bari, ha curato e offerto
una testimonianza dell’amore che egli, da vero valenzanese,
nutre per il Santo di Montpellier.
La pubblicazione, che si divide in cinque capitoli, riporta
una ricostruzione storica, frutto di pazienti ricerche di
Camposeo effettuate su materiale autentico dell’epoca,
in parte esposto alla mostra, che costituisce solo un campionario
del vasto ed inesplorato patrimonio documentario riguardante
la storia civile e religiosa di Valenzano. I documenti riportati
ed esposti alla mostra sono datati tra il 1656 ed il 1679,
periodo in cui nei valenzanesi si radicò il culto per
il loro Patrono San Rocco.
Due sono i dati certi relativi a San Rocco: l’Italia
e la peste. Infatti, il Santo arriva in luoghi attaccati dal
contagio, che col nome di peste nera devasta l’intera
Europa, ma che già prima e anche dopo continua a manifestarsi
nel resto dello stivale. Egli si stabilì in un lazzaretto
presso Viterbo per curare i malati.
Il 27 ottobre 1656, mentre il contagio mieteva vittime sia
a Bari che in molte altre città vicine, Valenzano ne
rimase esente ed allora il sindaco e gli eletti di Valenzano
riuniti in consiglio, presente il governatore, votarono la
città a San Rocco. Dal documento si apprende anche
che il voto consistette nel far celebrare ogni settimana ed
in perpetuo una messa cantata nel suo Altare dai reverendi
sacerdoti del Capitolo ed in quello dello stesso giorno in
cui si festeggia il Santo. Da quel momento a San Rocco, già
Patrono di Valenzano, sono tributati solenni festeggiamenti.
Ma torniamo alla pubblicazione che, oltre a ben presentarsi
con la sua bella illustrazione in copertina del Santo col
cane, ci parla della peste nel Regno di Napoli, in terra di
Bari e di Valenzano in particolare, del voto e dell’affermazione
del culto a San Rocco. Infine un capitolo è dedicato
ai protagonisti principali dell’epoca con notizie biografiche
dei personaggi coinvolti nonché brevi note sulla moda
barocca, a cura della prof. Rita Faure, docente di Costume
per lo Spettacolo presso l’Accademia di Belle Arti di
Bari, che ha voluto anche documentare i vari notabili con
alcuni disegni dei costumi dell’epoca che saranno realizzati
in futuro.
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Ogni anno ricorre un appuntamento importante per la Chiesa
Cattolica, la festività di Ognissanti, detta anche
di “Tutti i Santi”, con la quale si onorano non
soltanto i Santi iscritti nel martirologio romano, ma tutti
i giusti di ogni lingua, di ogni razza e di ogni nazione,
i cui nomi sono scritti nel libro della vita e che godono
la gloria del Paradiso. Una ricorrenza importante per la Chiesa
che celebra tanti uomini e donne che hanno dato tutto per
la fede e sono diventati per noi “modelli di vita e
insieme potenti intercessori”.
Rocco Panzarino, che vive e opera a Fasano (BR), che tra l’altro
si occupa di pastorale postconciliare, appassionato di collezionismo
con particolare interessamento ai “santini”, ha
pensato bene di scrivere un bel libro “I Santi del Calendario”
secondo il Martirologio Romano (Schena Editore, Euro 45,00).
Si tratta di un bel volume di grande formato (22x30) e molto
ben illustrato che accompagna il lettore quotidianamente,
come in una passeggiata, a conoscere i Santi del giorno, ovvero
i principali Santi che la Chiesa ricorda, riportando per ognuno
una scheda con brevi note biografiche ed anche qualche curiosità.
L’opera si divide in 12 mesi e per ogni giorno è
riportata l’immagine del Santo che la Chiesa ricorda
ed una breve scheda biografica. In molti casi sono riportate
immagini d’autore. Inoltre è presente un appendice
che riporta mestieri, professioni e rispettivi Santi protettori.
Monsignor Domenico Padovano, Vescovo di Conversano-Monopoli
sostiene nella presentazione che «È bello avere
sottomano tutti i Santi del calendario con i tratti salienti
della loro vita e l’immagine che l’iconografia
ci ha tramandato nei secoli». E grazie a Rocco Panzarino
questa possibilità oggi è realtà. Il
prof. Giovanni Dotoli, docente nell’Università
di Bari, è sicuro invece che non si può fare
a meno di questo libro per trovare sicurezza nel Santo del
giorno e, soprattutto, nel nostro Santo Protettore.
Anna Maria Tripputi, anch’essa docente universitaria
a Bari, nella lunga e interessante introduzione “Un
Santo al giorno e un giorno per ogni Santo”, afferma
che «Stampe e Santini, fonti per la devozione privata,
puntavano su quello che è stato definito “primo
piano drammatico”, sull’attimo significante della
vicenda terrena del Santo, sull’attributo del suo martirio,
sul particolare che poteva connotarlo e al tempo stesso distinguerlo
da un altro Santo, su alcune caratteristiche fisiche. San
Pietro viene raffigurato forte e robusto; San Paolo piccolo,
calvo e con naso aquilino; San Francesco ieratico ed emaciato».
«L’opera - secondo l’autore - è rivolta
a tutti ed in particolare alle istituzioni religiose, che
potranno utilizzarlo come testo di lettura; a quanti festeggiano
l’onomastico e vogliono soffermarsi sul senso religioso
della festa; ai collezionisti, che troveranno in un’unica
raccolta la riproduzione di oltre cinquecento santini; alle
scuole, che potranno utilizzarla come testo didattico; alle
famiglie cristiane, che vogliono arricchire la conoscenza
della vita dei Santi».
Non si può che condividere l’iniziativa dell’autore
e dell’editore che attraverso quest’opera faranno
felici, tra gli altri, molti collezionisti i quali potranno
avere sottomano un’opera di grande consultazione che
diverrà sicuramente una rarità nel tempo.
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dello stesso Autore: