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Il ciclo natalizio, che rappresenta la principale festività
dell’anno, parte dal solstizio d’inverno (il giorno
più corto dell’anno) e termina con l’Epifania.
L’evento, che appartiene all’anno liturgico cristiano
in cui si commemora la nascita di Gesù, viene ricordato,
nella cristianità occidentale, il 25 dicembre, in quella
orientale il 6 gennaio.
Ma qual’è l’origine della natività?
Pare considerata nell’ottica di una importante festa
pagana, la celebrazione del Sol invictus, dio del Sole e signore
dei pianeti. Il Messia veniva spesso descritto come “Sole
di giustizia” e lo stesso Vangelo ne parla, a volte,
paragonandolo al Sole. Ecco la preferenza per il 25 dicembre,
data che, anche se probabilmente non esatta, è stata
scelta per la necessità di contrapporre una festa cristiana
ad una pagana nel momento in cui si diffondeva una nuova religione,
il Cristianesimo.
In Palestina ed a Gerusalemme, invece, fino al V secolo era
comunque l’Epifania ad essere festeggiata in memoria
della nascita di Cristo. Storici famosi come Clemente Alessandrino
propendevano per il 6 o il 10 gennaio, altri addirittura per
il 25 marzo.
Nell’antica Roma, dal 17 al 24 dicembre, si festeggiavano
i Saturnali in onore di Saturno, dio dell’agricoltura,
un periodo in cui si viveva in pace, si scambiavano doni,
venivano abbandonate le divisioni sociali e si facevano luculliani
banchetti.
Nel 274 d.C. l’Imperatore Aureliano decise che il 25
dicembre si festeggiasse il Sole. Da qui l’origine della
tradizione del ceppo natalizio, ceppo che nelle case doveva
bruciare per 12 giorni consecutivi e doveva essere preferibilmente
di quercia, un legno propiziatorio. Il ceppo natalizio nei
nostri giorni si è trasformato nelle luci e nelle candele
che oggi addobbano case, alberi, e strade.
Ai giorni nostri il Natale deriva da tradizioni borghesi del
secolo scorso, con simboli e usanze sia di origine pagana
che cristiana. Negli ultimi anni però, il Natale, festa
prettamente cristiana, è diventata una specie di gara
commerciale, una corsa al consumismo, trasformando questo
periodo di attesa, di riflessione e di celebrazioni liturgiche
in un festeggiamento frenetico, tanto che la Chiesa è
dovuta intervenire spesso per sottolineare, incisivamente,
il significato religioso di tale festa.
Il pranzo di Natale per tradizione viene consumato in casa
e varia a seconda dei paesi. Abbiamo anche una ricchezza di
dolci preziosi e prelibati, che ricordano spesso simboli solari
o tradizioni rurali; i dolci spesso richiedono lunghi preparativi
e la lavorazione viene fatta diversi giorni prima.
La serie di festeggiamenti continua con il cenone di fine
anno a cui segue, dopo la breve euforia di pranzi, brindisi,
auguri e abbracci, una pausa di riflessione nella giornata
di Capodanno.
Il primo giorno dell’anno, festa di rinnovamento, viene
celebrata in tutte le civiltà ed è caratterizzata
da rituali che simbolicamente chiudono un ciclo annuale e
inaugurano quello successivo.
Infine arriva l’Epifania, una delle principali feste
cristiane, la cui celebrazione ricorre il 6 gennaio. Nata
nella regione orientale per commemorare il battesimo di Gesù,
fu presto introdotta in occidente dove assunse contenuti religiosi
diversi, come la celebrazione delle nozze di Cana e il ricordo
dell’offerta dei doni dei magi nella grotta di Betlemme.
Quest’ultimo aspetto ha finito per prevalere e, sovrapponendosi
a precedenti tradizioni folcloriche, ha determinato la nascita
della figura della Befana che distribuisce doni...
I magi, infatti, erano un gruppo di personaggi che, guidati
da una stella, arrivarono dall’oriente per rendere omaggio
a Gesù appena nato a Betlemme, donandogli oro, incenso
e mirra. Successivamente verranno indicati come i “
tre re”, chiamati Gaspare, Melchiorre e Baldassarre.
Questa festa, che dà un supplemento di regali ai bambini,
pone termine al ciclo di festeggiamenti dedicato al Santo
Natale.

Le immagini sono tratte dal volume “Antico Natale” di autori vari, edito da Edipuglia, Bari
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“Quando Gesù fu nato a Betlemme di Giudea ai
tempi di Re Erode, ecco apparire dall’Oriente a Gerusalemme
alcuni Magi, i quali andavano chiedendo dove fosse nato il
Re dei Giudei, perché – dicevano – avevano
visto la sua stella al suo sorgere ed erano venuti ad adorarlo
[…]”. Matteo (II, 1-2).
In ogni presepio del mondo, sopra la grotta
che ospita la Sacra Famiglia, o sulla punta dell’albero
addobbato per la festa, trova posto da tempo immemorabile
una splendente “stella cometa”. Si tratta di una
locuzione popolare impropria che gli astronomi chiamano semplicemente
“cometa”, ossia astro chiomato.
La tradizione vuole che i re Magi fossero stati guidati nel
luogo dove nacque Gesù proprio da una luminosa cometa,
divino messaggero del glorioso evento. Ma quanto c’è
di verificabile, dal punto di vista astronomico, in questa
affascinante rappresentazione? La stella dei Magi è
esistita davvero? Da oltre un secolo si sa che si tratta di
un corpo del sistema solare fatto in gran parte di ghiaccio,
quindi proprio il contrario di una stella. La trasformazione
di questa stella in cometa risale addirittura al 1301 e il
merito va a Giotto.
Egli infatti osservò personalmente in quel periodo
una fantastica apparizione della cometa di Halley e, comprensibilmente,
non resistette all’idea di disegnare la grande cometa
sulla scena della natività nella Cappella degli Scrovegni
a Padova.
I progressi odierni della scienza permettono, grazie a computer
con programmi di calcolo sempre più potenti ed all’affinamento
dell’indagine storiografica ed archeologica di ricostruire
con grande precisione il cielo notturno osservato dai nostri
progenitori e di dare un contributo decisivo alla risoluzione
di un “caso” affascinante ed assai complicato.
L’interesse degli astronomi per la stella di Betlemme
è sempre stato vivo e non accenna a diminuire: dopo
duemila anni si susseguono ancora interpretazioni e studi
al riguardo. Superata, come è giusto che sia, la volontà
di far corrispondere fatti ed eventi scientificamente provati
ai riferimenti degli Evangelisti.
I Magi, che secondo il Vangelo armeno erano tre fratelli:
Melkon, che regnava sui Persiani, Balthasar, che regnava sugli
Indiani e il terzo, Gaspar, che possedeva il paese degli Arabi,
appartenevano originariamente ad una delle tribù in
cui era diviso il popolo dei Medi. Essi costituivano la classe
sacerdotale. In Persia, infatti, dove vivevano, il loro nome
assunse il significato generico di sacerdoti.
I Magi esercitavano la professione che oggi definiremmo astrologia.
Alla corte di Babilonia essi interpretavano i segni celesti,
osservando i moti delle stelle e dei pianeti, traendone auspici
favorevoli o meno. La “stella” che essi videro
era uno di quei segnali con i quali presso i pagani la divinità
rendeva noti i propri disegni. Alcuni testi arabi collegano
i Magi alla religione iranica e a Zoroastro “fondatore
della dottrina del magismo”, al quale veniva attribuita
tra le altre cose anche la profezia della nascita di Cristo.
Oggi sorridiamo del fatto che gli astri possono avere un’influenza
prevedibile sul nostro agire quotidiano, o che tanto meno,
permettano di predire eventi futuri. L’astrologia ha
perso ogni fondamento e scientificità, anche presunta,
con l’avvento del metodo scientifico del 16° secolo.
Non dobbiamo dimenticare, tuttavia, che astronomia e astrologia
hanno proceduto di pari passo per secoli, la prima al servizio
della seconda. Fu a causa della creduta influenza dei corpi
celesti sul destino dell’uomo che i sapienti dell’epoca
affinarono la propria conoscenza sull’astronomia posizionale.
I Vangeli sono una fonte privilegiata per inquadrare con una
certa precisione la “stella” che videro i Magi.
Dal Vangelo di Matteo proviene un’utile informazione:
il fenomeno astronomico osservato dai Magi fu si importante
ma non certo eclatante, ossia perfettamente evidente a chiunque.
In caso contrario anche Erode ne sarebbe stato a conoscenza
e non avrebbe dovuto chiedere informazioni dettagliate. Da
perfetti conoscitori della volta celeste, quali erano i Magi,
sicuramente si resero conto che ciò che videro, nel
loro lungo viaggio da Babilonia a Betlemme, era qualcosa di
importante per la propria esperienza di studiosi del cielo,
anche se poi, a livello popolare, poteva passare del tutto
inosservato. Ecco dunque perché furono i Magi a notare
“la stella” e non altri: solo loro erano in grado,
come esperti osservatori delle stelle, di apprezzarne la particolarità.
È possibile che in futuro emergano nuovi elementi archeologici
o storiografici risalenti ai primi anni della cristianità:
essi potranno così dar peso ad un’interpretazione
piuttosto che ad un’altra.
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“Placida notte quella di Natale; magica notte nella
quale tutto può accadere: l’universo si ferma
per un attimo, gli animali parlano, gli alberi fioriscono
in pieno inverno, i fiumi si trasformano in colate di oro
e miele”.
Natale, un evento cristiano ricordato nella cristianità
occidentale il 25 dicembre è una delle feste più
belle dell’anno sotto molteplici aspetti: religioso,
tradizionale, folcloristico, poetico, ecc.
Nino Lavermicocca e Anna Maria Tripputi, hanno curato per
l’editore Paolo Malagrinò (pag. 108, euro 15,00),
una bella pubblicazione dal titolo “Placida notte”,
da sempre sinonimo della notte di Natale, e che in collaborazione
con Vito Maurogiovanni, Nicola Cortone, Vincenzo Carlone,
Pietro Squeo e Alfredo Ventola indirizzano ai lettori una
sorta di messaggio augurale inconsueto. Infatti, gli autori
illustrano riti, tradizioni, racconti, culto, poesie, iconografia
e tutta la suggestione della importante festività,
quale testimonianza del patrimonio barese del Natale.
Vari i temi trattati: il lungo cammino del Presepio (Lavermicocca)
il Natale nella letteratura popolare (Tripputi), il colore
della festa tra ricordi e racconti (Maurogiovanni), l’alfabeto
del Natale barese (Lavermicocca), le poesie “baresi”
per il Natale barese (Nicola Cortone), il presepe arcaico
di Raffaele Spizzico (Carlone) ed anche le delizie natalizie
(Squeo e Ventola), che sono parte integrante ed insostituibile
della solenne festività.
Ed anche il dialetto, che “oltre ad assolvere la funzione
di soddisfare le esigenze espressive di uso giornaliero e
di carattere popolare, ha anche quella di rievocare tradizioni
e costumi della civiltà del passato”, entra di
prepotenza in questa pubblicazione, che Nicola Cortone ha
voluto rappresentare con tre belle poesie: “La Pastorale
au Prisebie de Gesù Bammine” di F. Saverio Abbrescia,
“Pastorella natalizia” di F. Babudri e “U
Natale de le poveridde” di P. Santoro. Foto di Beppe
Gernone, copertina su progetto grafico di Stefano Lavermicocca.
Una bella pubblicazione da leggere, conservare e regalare.
Ne vale la pena.
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Che San Nicola sia un Santo natalizio è fuor di dubbio
dal momento che fin dalla sua giovane età si fece ammirare
per la bontà e la generosità che animavano il
suo operato, soprattutto verso i più poveri, ai quali
donò le ricchezze ereditate dai genitori.
In diversi paesi la sentita devozione verso il Santo di Mira
ha dato origine a tradizioni che si intrecciano con la grande
festa della Natività di Cristo.
Pare che lo stesso Santa Claus (S. Nicola) americano, sia
di derivazione olandese, come ricorda p. Gerardo Cioffari
o.p. nel suo volume “San Nicola – La vita, i miracoli,
le leggende”, edito dal Centro Studi Nicolaiani per
i tipi di Levante Editori.
La storia viene narrata per la prima volta dallo scrittore
umoristico americano Washington Irving, nel suo volume “A
history of New York by Diedrich Knickerbocker "(1809),
una vicenda dei primi colonizzatori inglesi. Anche l’Olanda
ha dato il suo contribuito attraverso il trasferimento delle
proprie tradizioni verso il Nuovo Mondo per mezzo del suo
Sinter Klaus (Santa Claus) con l’abito rosso, la barba
bianca e la mitra vescovile in testa, adottato come portatore
di doni per i più piccoli.
Con il passare del tempo il suo aspetto mutò, la mitra
si trasformò in cappuccio a punta, l’abito, pur
rimanendo rosso, si trasformò in giacca e pantaloni
ornati di pelliccia bianca, mantenendo la folta barba bianca,
ma un po’ ingrassato.
Dall’America ritornò in Europa trasformato da
Babbo Natale, sorridente e instancabile nel distribuire regali
ai più piccoli.
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“San Nicola e i bambini” rappresenta anche un progetto artistico che Bari, porta avanti da alcuni anni in onore del suo Santo patrono, che è anche protettore dei bambini. Progetto che sta raccogliendo una cospicua collezione di immagini dedicata ai Santi delle tradizioni pugliesi e che l’Amministrazione comunale intende donare alla cittadinanza, esponendola in un museo dedicato ai piccoli cittadini. Trattasi di una interpretazione iconografica contemporanea dell’eterno fascino che il protettore dei bambini esercita da sempre in tutte le latitudini.
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Foto 1
Le foto mostrano un collage dell’artista barese Anna Maria Di Terlizzi, che propone un San Nicola con i bambini (foto 1) ed un altro San Nicola in trono (foto 2), un’installazione che da sola è capace di animare lo spazio intorno a sé. Il lavoro possiede, infatti, una notevole dimensione ambientale per l’imponenza del vescovo insediato, ma a parlare sono soprattutto i simboli: dalla mitria, alla stola, al pastorale, alle tre sfere, ai puttini. Un’opera veramente bella che l’autrice, com’è solita fare, è ricorsa al suo colto bricolage, tra oggetti della tradizione popolare. |
Foto 2 |

Anche Nino Lavermicocca nel suo libro “Bari vecchia”
(Adda editore) ricorda che San Nicola è diventato il
buon vegliardo che distribuisce doni dal camino anziché
dalla finestra nella notte tra il 5 e 6 dicembre, soprattutto
nei paesi dell’Europa centrale (Austria, Svizzera, Lussemburgo,
Germania, Francia, Olanda e Belgio), accompagnato dal paziente
asinello carico di regali e dall’irrequieto “uomo
nero” (chiamato in modo diverso nei vari paesi), che
minaccia con un fascio di verghe i più discoli.
Per l’occasione si formano pittoreschi cortei con le
tre figure, i carri allegorici e le bande musicali. I più
fastosi sono segnalati a Nancy, Strasburgo, Friburgo, Magonza,
Colonia, Amsterdam, Bruxelles, Gand), mentre minicortei girano
per le case.
E in questa atmosfera natalizia anche i nostri bambini attendono
fiduciosi il buon Babbo Natale che elargisce doni, ma in Italia
questo avviene il 24 dicembre.
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La festività di Natale non è soltanto la ricorrenza
più importante del calendario liturgico ma è
una celebrazione che viene da molto lontano. Si festeggiava
infatti presso quasi tutti i popoli già prima della
nascita di Gesù. Forse per questi motivi nelle varie
parti del mondo il Natale ha inizio in date diverse e si celebra
in modo differente. Vediamone qualcuno.
In Svizzera le mamme acquistano all’inizio
di dicembre una varietà di calendari che danno la possibilità
di aprire finestrelle e mangiare il cioccolatino che vi è
contenuto, aspettando pazientemente la ricorrenza. Uno scampanellio
annuncia che il Bambino sta arrivando ed entra in tutte le
case a distribuire doni.
In Francia i bambini lasciano le loro scarpe
presso il camino per ritrovarle con i doni elargiti da Babbo
Natale. Nelle piazze delle Cattedrali viene rappresentata
la natività con attori e marionette. Nel sud della
Francia vengono bruciati tronchi d’albero dalla vigilia
fino alla fine dell’anno.
Gli
Inglesi amano molto le musiche natalizie,
decorare gli alberi ed appendere rametti sempreverdi, in attesa
di Babbo Natale con la veste rossa che alla vigilia lascia
regali. Generalmente i doni, al contrario di quanto avviene
in Italia, non vengono aperti fino al pomeriggio successivo.
Pare che i festeggiamenti per il Natale in Inghilterra sia
iniziato nel lontano 596, quando Sant’Agostino approdò
nell'isola per evangelizzare i popoli anglo-sassoni.

In Spagna, sia nelle case che nelle chiese,
il presepe viene realizzato utilizzando figure completamente
intagliate a mano. Nella settimana precedente il Natale le
famiglie si riuniscono cantando intorno ai loro presepi, mentre
i bambini suonano tamburelli e ballano. Per la Befana mettono
le loro scarpette sui balconi nella speranza di trovare i
doni.

In Grecia alla vigilia di Natale si suonano canti natalizi ed i piccoli accompagnano i canti suonando tamburello e triangolo. Vanno di casa in casa a portare fichi secchi, mandorle, noci, dolcetti o altri piccoli doni. A Natale vengono scambiati molti regali e ci si reca con un piccolo dono a trovare le persone povere, sole e ammalate. La vigilia è anche occasione per radunarsi festosi e consumare insieme fichi secchi e un pane preparato con spezie chiamato “Chrisopsomo”.

Negli Stati Uniti il Natale è celebrato
in molti modi, a seconda delle regioni e delle tante popolazioni
di culture diverse che vi abitano.
Nel Sud, il giorno di Natale si sparano colpi d’arma
da fuoco, mentre a Washington il Presidente accende le luci
di un enorme e spettacolare albero. A Boston, invece, i cantanti
di musiche natalizie, che sono molto famosi, sono accompagnati
da campanelle suonate a mano. In Arizona si inscena una specie
di presepe vivente e peregrinante, nel quale Maria e Giuseppe
fanno il giro delle locande per cercare un alloggio dove far
nascere Gesù, ammirando i presepi delle famiglie visitate.
Alle Hawaii, il Natale comincia con l’arrivo di una
“Barca di Natale”, carica di tanti abeti, dalla
quale sbarca anche Babbo Natale. In California Babbo Natale
“viaggia” su una tavola da surf.
E in Africa, paese dalle mille etnie che
succede?
In Nigeria alberi e presepi sono presenti
solo nelle regioni con più alta concentrazione cristiana
e la tradizione più diffusa è quella del pranzo
con la famiglia allargata.
Nel Ghana chiese addobbate festosamente,
musica, processioni e parate. Una festa che diventa occasione
per incontrare parenti e amici che vivono in villaggi diversi
e lontani. Il pranzo prevede riso, pollo agnello e frutta
di ogni tipo. Le famiglie cristiane preparano l’albero,
ma non é né pino e neanche abete: il mango è
quello più diffuso.
In Kenia le non numerose chiese cristiane
vengono addobbate con fiori coloratissimi, gli stessi che
decorano anche gli alberi di Natale. Il piatto tradizionale
è il “nyama choma” un arrosto di capra.
L’Egitto, paese musulmano con una forte
presenza cristiana, anche se copta, ha un calendario diverso
dal nostro. Natale è festeggiato, infatti, il 7 gennaio,
mentre le celebrazioni iniziano il 25 novembre e per 40 giorni
spariscono dalla tavola carne e latte e il “digiuno”
termina la sera del 6 gennaio. Il piatto tradizionale è
il “fatta”, a base di carne e riso. Da alcuni
anni è comparso l’albero di Natale, ma rigorosamente
artificiale.
In Cina il Natale riflette le particolari
condizioni politiche del gigante asiatico. I cristiani sono
una piccolissima minoranza, ma possono celebrare il Natale,
anche se in modo poco tradizionale, solo in alcune grandi
città dove c’è una più alta concentrazione
di cristiani. Quasi impossibile rintracciare un presepe, anche
se tre anni fa una spedizione archeologica ne rinvenne uno
databile all’800 d.C. Il Babbo Natale locale si chiama
“Dun Che Lao Ren”.

Nella Corea del Sud il Natale religioso è molto sentito rispetto al vicino Giappone. Dopo la messa di mezzanotte si celebrano i battesimi dei nuovi fedeli che hanno deciso di convertirsi al Cristianesimo, successivamente alcuni gruppi corali intonano una serie di canti tradizionali nelle strade della città. Il pranzo prevede una torta salata a base di riso, il “kimki” (verdure grigliate con spezie) e arrosto di carni. Lo scambio dei regali è comunque una tradizione diffusissima.
E per concludere ricordo come si dice “Buon Natale”
in alcune lingue europee: Glaedelig (Danese),
Joyeux Noel (Francese), Vrolyk Kerstfeast
(Olandese), Boze Narodzenie (Polacco), Feliz
Navidad (Spagnolo), Froelich Weihnacten
(Tedesco), Yeliniz Kitu Oslum (Turco).
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La Natività di Gesù Cristo è considerata
una delle più solenni ed importanti ricorrenze religiose
dell’umanità. Non è facile risalire
all’epoca in cui è iniziata la celebrazione,
ma certamente non è più antica del Concilio
ecumenico di Nicea (325), anche se all’epoca non era
festeggiata lo stesso giorno in tutto il mondo. Nei paesi
settentrionali d’Europa si usa fare l’albero
di Natale, un abete o un pino, usanza che si è diffusa
anche in Italia dove si era soliti fare il Presepio.
L’uso poi di celebrare tre messe in questa solennità,
una a mezzanotte, l’altra all’aurora e la terza
di giorno, esisteva già prima del VI secolo. Nel
Medioevo per rendere ancora più splendida questa
festa vi si rappresentavano certi misteri tra gli uffizi
divini; il popolo cantava dei natali, cioè piccoli
cantici accompagnati dall’organo e ricordavano i cantici
dei pastori alla nascita del Salvatore. Le rappresentazioni
dei misteri e i natali sono una usanza ormai quasi del tutto
scomparsa.
Qual’era l’atmosfera in questo periodo? Mentre
nelle città vi è un gran via vai di gente,
traffico impazzito, negozi ricolmi di merci, nelle città
vecchie l’atmosfera è forse ancora quella del
buon tempo antico. Infatti, sono pochi coloro che sfuggono
al fascino del messaggio natalizio della bontà, dell’amore,
della fraternità e della pace, insomma ci sentiamo
tutti più buoni e disponibili.
Alcune tradizioni baresi le ricorda Alfredo Giovine nelle
sue pubblicazioni “Bari la zita mè” (Edizioni
Fratelli Laterza, Bari) e “Ricorrenze notevoli del
popolino barese” (Edizione Centro Studi Baresi, Bari).
La prima aria di Natale si avvertiva il giorno di San Nicola
quando la mattina, molto presto, si andava a sentir Messa
nella Basilica di San Nicola (cosa che avviene ancora oggi),
ed in chiesa si suonava la “ninna nanna”. Gli
zampognari, provenienti dall’Abruzzo e dal Molise,
eseguivano per le strade note nenie natalizie creando un
clima di tenerezza che esaltava i valori autentici della
famiglia ed anche per strappare qualche soldino ai passanti.
Con
la festività dell’Immacolata in ogni casa si
preparava il presepe e si recitava la novena. Il giorno
della Vigilia, sul tardi, dopo l’abbondante cena,
si celebrava una specie di funzione religiosa e si faceva
nascere il Bambino, che il più piccolo della famiglia
portava in processione all’interno della casa, cantando
il famoso canto “Tu scendi dalle stelle”, le
cui parole furono scritte da Sant’Alfonso. Non si
faceva a meno degli immancabili “tric e trac”
(piccoli botti natalizi) e delle stelle filanti. Anticamente
si riteneva che poiché la notte di Natale poteva
nascere solo Gesù, ogni altro nato era considerato
uomo lupo (lupo mannaro o licantropo).
Il giorno di Natale gli adulti si recavano ad ascoltare
la Messa mentre i ragazzi si recavano in casa di parenti
per ottenere leccornie, gli amici, invece, si scambiavano
piatti di dolci e assaggi, mentre molti continuavano a finire
i giochi iniziati la vigilia.
Il giorno di Santo Stefano la festa continuava, ma attenuandosi.
La leggenda vuole che Santo Stefano sia nato così:
la sera della vigilia, quando incominciò a spargersi
la voce che Gesù era nato, tutte le donne maritate
potevano recarsi a far visita alla Madonna nella grotta
di Betlemme. C’era una ragazzina che voleva essere
tra le visitatrici, ma per il fatto di essere minorenne
(e non sposata) non poteva entrare. Allora che fare? La
fanciulla prese una pietra, la ravvolse con stracci e se
la pose in braccio come se si trattasse di un lattante in
fasce. Entrò nella grotta e gioì immensamente
nel vedere Gesù bambino. In quel mentre si avvicinarono
a lei due guardiani della Sacra Famiglia per vedere chi
ci fosse sotto gli stracci, la Madonna, che seguiva la scena,
s’accorse del turbamento della ragazzina, e mentre
i guardiani con le mani cercavano di scostare gli stracci
per controllare, si sentì il pianto di un bimbo.
Così la pietra si trasformò in essere umano
e nacque Santo Stefano.
Oggi invece le tradizioni stanno letteralmente cambiando.
C’è uno sfrenato ricorso a internet, infatti,
si può sapere tutto su Babbo Natale attraverso vari
siti disponibili sia italiani che stranieri. Si trovano
cartoline natalizie, barzellette sulle festività,
i piatti preferiti da Babbo Natale e molto altro. Insomma
sono finiti i tempi in cui si preparava il Presepio col
sughero e col muschio raccolto su tetti e terrazze o si
ornava l’albero, rigorosamente di pino o di alloro,
con arance e mandarini.
Oggi tutto è sintetico dall’albero al Presepio,
alle statuine e finanche il gioco della tombola, patrimonio
esclusivo della nonna, ha perduto il suo valore a favore
del più attuale e moderno Bingo o di tutti quegli
altri giochi elettronici che sembrano avere la preferenza
da parte dei giovani.
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Per Giovanni Panza, autore del libro bilingue
(italiano e dialetto barese), “La checine de nononne”
(Schena Editore), “La cucina barese è una cucina
così buona che può anche rianimare i moribondi”.
Alfredo Giovine, invece, nella sua pubblicazione “Bari
la zita mè” (Edizioni Fratelli Laterza), descrive
con dovizia quello che si mangia nelle festività
natalizie.
Ma qual’è l’atmosfera che si vive in
questi giorni? Nella città vi è un gran via
vai di gente, traffico impazzito, mentre nella città
vecchia l’atmosfera è forse ancora quella del
buon tempo antico, quando nell’aria si sentivano i
buoni profumi “du ccuètte” (vin cotto),
o della “tièdde de castaggnèdde”
(teglia di dolci di mandorle), o di “pecciuatèddre”
(taralli di farina scaldati con anice o senza), od anche
di “ècchie de Sanda Lecì” (tarallini
natalizi ricoperti di glassa) e di altro bene della Provvidenza
che provenivano “da le settàne a la strate”
(locali alla strada) o dai forni di pietra a legna.
La prima aria di Natale si avverte il 6 dicembre giorno
di San Nicola, quando si va ad ascoltare la Messa nella
Basilica, o quando si sentono le note della “ninna
nanna” e delle nenie natalizie che gli zampognari,
prevalentemente abruzzesi, eseguono per le strade.
E, come in tutte le circostanze, la satira popolare, che
così recitava, non trascurava i fornai:: “A
PPàsque e a Natàle / s’arrechèscene
le fernàre; / passàte ca so le fiìste
/ vonne cercànne terrìse mbriìste”
(A Pasqua e a Natale si arricchiscono i fornai; trascorse
le feste vanno chiedendo soldi in prestito).
Quali sono le tradizioni baresi per questa notevole ricorrenza?
Le rammenta Giovanni Panza nel citato volume, che Franco
Sorrentino ha definito: «... Bellissimo volume scritto
con un amore e con una maestria che lo rendono degno di
ogni casa barese».
Leggiamo, infatti, delle “feste terribele”,
cioè le festività più importanti dell’anno,
come Natale, Capodanno e Pasqua, in occasione delle quali
si prepara un lungo corteo di piatti in perfetto ossequio
alle tradizioni culinarie cittadine e che citerò
in parte per motivi di spazio, rimandando il lettore all’opera
originale.
Ma vediamo in dettaglio cosa ci consiglia Panza per il pranzo
di Natale:
Vescigghie: vermeciidde
cu grenghe o capetone, capetone arrestute mbond’o
spiite che le fronze de llore; u ccrute, tomacchie e mignitte,
baccalà sott’acìte; sopataue, nusce,
aminue, necedde, chiacune, frutte de stagione, pecciuateddre,
carteddate, castagnedde, pastriache, ecchie de Sanda Lecì,
resolie de lemone, de mandarine, anesette, streghe, stomàdeche,
ecc.
(Vigilia di Natale: spaghetti con il gronco (pesce di mare
affine all’anguilla) o capitone, o con frutti di mare
(noci, cozze, datteri, muscoli, o seppie, ecc.); capitone
allo spiedo con foglie di alloro; frutta di mare cruda,
comacchio (anguille e capitone fritti conservati in salamoia
a base di aceto); baccalà e pesciolini fritti e sott’aceto;
verdura cruda, cartellate, castagnelle, paste reali, occhi
di Santa Lucia (tarallini natalizi ricoperti di glassa),
torrone, liquore di limone o di mandarino, anisetta, strega,
amaro, ecc.).
Natale: brote de vicce
che la verdure o granerise o alde cose ca se fàscene
cu bbrote; vicce allesse che l’anzalate; scarcioffe
e lambasciune ndorat’e fritte; u ccrute d’avanze,
ecc.
(Natale: brodo di tacchino con verdura, riso o altro; lesso
di tacchino con contorno di insalata verde; carciofi e lampascioni
indorati e fritti; frutta di mare eventualmente avanzata;
verdura cruda, frutta di stagione e tutto il resto come
il giorno della vigilia).
Sande Stèfene: tembane ’o furne, carne a ragù; agniidde arrestute e patane fritte; u reste accom’a l’alde dì. (Santo Stefano: timballo al forno, carne a ragù, agnello alla brace con contorno di patatine fritte; il resto come i giorni precedenti).
Per i baresi sono irrinunciabili certi
antipasti di mare come l’aliscette (alicette); l’allìive
(seppioline); le calamarìidde (calamaretti); la meroske
(piccoli pesci); le pulperizze (piccoli polpi arricciati);
le rizze (i ricci) e, dulcis in fundo, u ccrute (il crudo),
rappresentato dalla varietà di frutti di mare (cozze
pelose, noci, ostriche, canestrelle, tartufi di mare, datteri,
ecc.). Tutte prelibatezze marine da consumare rigorosamente
crude, ma sconsigliate, per motivi di igiene, da alcune
ordinanze comunali, mentre un decreto ministeriale ha proibito,
per motivi di tutela ambientale, il prelievo, la vendita
ed il consumo dei datteri di mare.
Che i frutti di mare siano stati sempre sacri per i baresi,
lo conferma anche un’ordinanza dell’Intendente
di Bari del lontano 1819, con la quale autorizzava barbieri
e marinai a svolgere liberamente le rispettive attività
pure nei giorni di festa.
Come baresi ed estimatori di baresità è doveroso
dare atto a Giovanni Panza del suo particolare attaccamento
alla nostra città e ai valori storici e morali ad
essa collegati, nonché alle tradizioni culinarie
miranti a mettere in risalto il nostro dialetto e le nostre
usanze con le sue preziose ricette, tanto utili alla casalinga
barese e tanto salutari per la dieta mediterranea, ampiamente
riconosciuta dai dietologi, il cui regno è la Puglia.
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Le foto che accompagnano l'articolo "Simbologia di Natale" e "Il Natale nel mondo" sono dell'Archivio di Cartantica
dello stesso Autore: