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ARTE
APERTO AL PUBBLICO IL SUCCORPO DELLA
CATTEDRALE DI BARI
Nella città di Bari da qualche tempo è possibile fare un interessante viaggio alla scoperta delle nostre radici, visitando il sito archeologico del succorpo della Cattedrale (I-XVII sec. d.C.), nel quale si possono vedere, come in un bel viaggio, mosaici romani e paleocristiani, tombe, strade, monumenti sepolcrali, le mura dell’antica cattedrale, una chiesetta altomedievale (IX-XI sec.), reperti ceramici (XIV-XVII sec.), ecc. Ma, ahimé, da noi si va in senso contrario: infatti è stato disposto l’ingresso gratuito agli ultrasettantacinquenni, mentre normalmente è consentito agli ultrasessantacinquenni. Come dire che l’ingresso gratuito non è consentito quasi a nessuno, neanche ai giornalisti.
Dopo secoli è tornato a vivere un tesoro, ingiustamente oscurato per secoli: un mosaico pavimentale in corrispondenza della navata della cattedrale che reca un disegno geometrico con alla base una iscrizione. L’importante scoperta non mancherà di fomentare dibattiti e tesi storiche controverse degne di un romanzo giallo, non solo per la mancata coincidenza tra l’iscrizione, che reca il nome del vescovo Andrea, la cui biografia è situata storicamente intorno all’VIII secolo, e la presumibile datazione dell’opera (V sec.), ma per la misteriosa presenza di una Rota al centro dell’opera, esattamente identica ad un’altra, che si trova all’interno di una chiesa non datata nella grande città greca di Patrasso.
Nell’anno 2009 una parte fondamentale della nostra cattedrale nonché della nostra storia e identità ha ricevuto la sua giusta attenzione e valorizzazione. Recenti lavori di restauro infatti, hanno consentito di rilevare una stratificazione più complessa del previsto: infatti sono emerse anche tracce romane di un lastricato e di un raffinato pavimento che una iscrizione ritrovata sul luogo farebbe ricondurre ad un edificio pubblico forse legato al Foro. Il passo successivo è stato quello di musealizzare il succorpo creando un percorso che passa attraverso la cripta per poi uscire, tramite una apposita scaletta, nella piazzetta adiacente. Appositi pannelli illustrativi e vetrine con frammenti di reperti di varie epoche consentono inoltre di acquisire informazioni più approfondite sulla storia del luogo. Alla base dei pilastri della costruzione è stata invece inserita una struttura a igloo che la proteggerà e al tempo stesso permetterà ai visitatori di osservare questo capolavoro dimenticato per troppo tempo.
La presentazione ufficiale del restauro è avvenuta presso la Fondazione della Cassa di Risparmio di Puglia di Bari lo scorso maggio, e approfondita grazie al volume sul restauro del succorpo (curato dalla prof.ssa Pina Belli D’Elia in collaborazione con gli architetti Emilia Pellegrino e Francesco Dicarlo e introdotto dalla prof.ssa Luisa De Rosa, per scoprire nel dettaglio come è stato eseguito il restauro che ha reso possibile la restituzione alla comunità di un pezzo di storia barese.
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da Barisera del 2 marzo 2009, pag. 19
Michele Cassano
La Cattedra del Vescovo
Levante Editori, Bari
pagg. 64, € 10,00
SCOPRENDO LA CATTEDRALE DI BARI

La Cattedrale è una chiesa, solitamente di notevoli dimensioni, sede della Diocesi e del vescovo, ovvero la Cattedra o «seggio» episcopale.
Michele Cassano, sacrista della Cattedrale, ha recentemente pubblicato l’agile volumetto “La Cattedra del Vescovo” (Levante Editori) che, passo dopo passo, illustra e scopre la Cattedrale di Bari, sede di Monsignor Francesco Cacucci, arcivescovo di Bari-Bitonto,
Il volume riporta una serie di iconografie dell’interno e dell’esterno della Cattedrale di Bari, autorizzate dal Sac. Gaetano Coviello, responsabile dell’Ufficio Amministrativo Diocesano dell’Arcidiocesi di Bari.
La passeggiata interessante e istruttiva inizia dalla imponente facciata con il bel rosone ed il relativo “bestiario” che rappresenta il mondo profano, e prosegue con il battistero, le navate, le colonne, il tabernacolo, l’altare, la Cattedra episcopale e tante altre belle immagini relative anche alla “Casa del Vescovo”, per finire alla Cripta, che ospita tra le altre cose la gloriosa immagine della Madonna Odegitria, patrona anch’essa della nostra città, insieme a San Nicola e San Sabino.
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Una curiosità: il 21 giugno, giorno del solstizio d’estate, i raggi del sole attraversando il rosone a 18 raggi posizionato ad ovest, va a combaciare alle ore 17,10 (ora legale) esattamente sul corrispondente rosone in marmo posizionato sul pavimento della navata. Uno spettacolo da vedere e contemplare.
Monsignor Francesco Cacucci, arcivescovo di Bari-Bitonto, che firma la presentazione, sottolinea che la Cattedrale di Bari è uno degli esempi più insigni del romanico pugliese e racchiude come in uno scrigno importanti testimonianze artistiche, tali da farne un simbolo vivo della sua storia plurisecolare.
«Per la comunità dei credenti - scrive ancora Cacucci – la Chiesa Cattedrale non è solo una bella costruzione di pietre, ad essa si fa riferimento come al luogo dove più si sperimenta l’unità della Chiesa, attorno alla cattedra del Vescovo». |
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LA CHIESA DI SAN GREGORIO IN BARI

La Chiesa di San Gregorio è una piccola chiesa che sorge ai margini della piazzetta di San Nicola, edificata da un certo Adralisto, come ricorda mons. Nicola Milano nel suo libro «Le chiese della Diocesi di Bari» (Levante Editori).
La prima notizia è contenuta in una pergamena dell’Archivio di San Nicola del 1015. Notizie più attendibili risultano da un prezioso documento del 1089 sia per la storia della chiesa di San Gregorio che per la stessa Basilica di San Nicola, dal quale si apprende che l’Abate Elia, arcivescovo di Bari e Canosa, acquista per cento soldi due case “terranee”, di proprietà di un certo “Nicolaus”, che si trovano nella corte del Catapano, forse con lo scopo di fare spazio nella costruenda Basilica ed al complesso edilizio che doveva sorgere intorno.
In un altro documento del 1136 vi è altra citazione con l’indicazione della sua origine gentilizia ed ancora in altra pergamena del 1210 si fa il nome di un certo Giovanni sacerdote di San Gregorio “De Adralisto”, una famiglia armena che la trasformò in cappella privata.
Dalle poche notizie che si dispongono si apprende che gli Adralisto furono al centro di lotte politiche della Bari Medievale, soprattutto intorno al 1040, quando si manifestò la crisi del dominio bizantino e in tutta la Puglia si moltiplicarono le sollevazioni appoggiate dai normanni nel tentativo di sfruttare la situazione a proprio vantaggio. In questa girandola di vicende gli Adralisto furono coinvolti tragicamente e pagarono con la distruzione delle loro case date alle fiamme.
A giudicare dalle frequenti menzioni nei documenti dell’epoca, sembra che la vicinanza con S. Nicola favorisse la vitalità della Chiesa che giuridicamente apparteneva all’Arcivescovo di Bari. In epoca angioina il clero di S. Nicola cominciò a carezzare l’idea di entrarne in possesso. Il momento favorevole si presentò con l’avvento di Carlo II d’Angiò (1285-1309), il più grande benefattore nella storia della Basilica. Su sua richiesta, il 22 novembre 1308, l’Arcivescovo Romualdo e molti canonici firmarono l’atto di donazione di S. Gregorio, allora detto “de Mercatello”, denominazione attribuita per l’esistenza nelle vicinanze di un mercatino probabilmente ittico, concedendo alla Basilica anche la giurisdizione temporale e spirituale.
La chiesa che durante i secoli fu soggetta a gravissime deturpazioni: ai muri esterni vennero addossate alcune fabbriche, che attaccandosi alla torre sinistra della Chiesa di S. Nicola chiudevano completamente da quel lato il primo cortile della Basilica.
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La facciata è cuspidata al centro e a spioventi ai lati e tripartita da lesene, mentre il portale è sormontato da tre monofore centinate adorne tutt’intorno da grani di rosario.
La chiesa ospita sull’altare maggiore un pregevole Crocifisso in legno dipinto. Trattasi di una notevole scultura del secolo XVII.
Nella Chiesa di San Gregorio sono anche conservate le statue lignee dei “Misteri” della Passione che, in seguito ad un decreto di Mons. Michele Basilio Clary del 1825 il Venerdì Santo vengono portate in processione, alternativamente con quelle della Vallisa. Motivo di questa disposizione la rivalità esistente tra gli appartenenti di due confraternite. E così dal 1825, come ricorda Vito Maurogiovanni, per evitare frequenti controversie tra le due opposte fazioni, i Misteri della Vallisa escono negli anni pari, e quelli di San Gregorio nei dispari. Pace fatta, anche se l’ironia popolare, determinata indubbiamente dall’antica rivalità, è rimasta ancora oggi. Ai Misteri della Vallisa non è stato tolto il soprannome di chiangiamiuue (piagnoni), mentre quelli della Chiesa di San Gregorio sono soprannominati vendelùse (da vento). |
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LA CHIESA DI SAN FRANCESCO DA PAOLA IN CAPURSO
(BA)
Gino Pastore, appassionato cultore della
storia del suo paese, ha scritto diverse opere dedicate alla
città della Madonna del Pozzo di Capurso (Bari). Ha
trattato diversi argomenti: dialetto, sport, religione, storia,
giungendo oggi all’ultimo suo lavoro “San Francesco
di Paola” in Capurso , pag. 218, euro 18, (Levante Editori)
nel quale fa la storia della Chiesa dedicata al Santo della
carità, San Francesco di Paola, erede di San Francesco
d’Assisi.
L’autore dà in questo libro un notevole contributo
per la conoscenza dei tanti aspetti presenti nella storia
di una istituzione che per circa due secoli ha alimentato
la fede religiosa dei Capursesi, ispirando anche comportamenti
di solidarietà umana.
Pastore, partendo dalle notizie sulla vita del Santo di Paola,
fa un po’ la storia del convento e della chiesa a lui
dedicata non tralasciando arte e architettura, notizie socio-economiche,
sviluppo urbano, il lento declino del Convento dei Paolotti,
ma evidenzia anche la necessità di una nuova parrocchia
che nonostante i vari iter intercorsi tra Comune e Curia Arcivescovile
al fine di costruirne una nuova, a tutt’oggi non è
stata ancora realizzata.
L’autore ha fatto di più. Ha analizzato fino
in fondo gli aspetti del secolo, dalle feste religiose alle
elezioni amministrative, dall’assistenza medica alle
gabelle ingiuste, dalle processioni propiziatrici di pioggia
allo sviluppo urbano, ecc.
L’auspicio auspica che la nuova amministrazione comunale,
possa dare felice conclusione alla vicenda che si protrae
ormai da diversi anni.
Gino Pastore con questa pubblicazione, molto ben illustrata,
ha dato un notevole contributo alla causa, mentre padre Bernardino
Palmieri, attuale parroco, sta contribuendo anch’egli
per la migliore e rapida soluzione del problema. Un notevole
aiuto viene anche dalla collettività capursese, che
con l’opera di volontariato e l’impegno sociale
e culturale dà una mano ad assistere i meno fortunati.
La presentazione del volume è di Franco Pesole.
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La Madonna del Pozzo di Capurso, appare
a San Pietro d'Alcantara (a sinistra) e a San Pasquale
Baylon (a destra).
Immaginetta sacra del 1906. |

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LE CATTEDRALI DI PUGLIA

Lungo il percorso delle Cattedrali di Puglia si snoda anche
la storia della civiltà della regione che nell’edificio
di culto ha da sempre il simbolo della sua identità
ed il segno concreto della presenza divina.
La Puglia è una regione che ha un gran numero di cattedrali
e basiliche nelle quali si identifica la forza e il ruolo
della regione. Svettanti campanili che altro non sono che
punti di riferimento per il cittadino o il forestiero. Se
poi consideriamo che la Puglia rappresenta il crocevia del
Mediterraneo allora si capisce come le espressioni artistiche
sono frutto anche dei vari “passaggi” di stranieri,
anche illustri, che nel corso della storia si sono avvicendati
su questa terra ed hanno lasciato i segni della loro presenza.
Basti ricordare Federico II di Svevia.
Stefania Mola ha pubblicato per i tipi di Adda Editore di
Bari, per la serie “Puglia in tasca”, l’agile
volumetto “Puglia. Le Cattedrali” (pag. 190, euro
10,00), dedicato alle numerose Cattedrali che si snodano come
una corona in ogni parte della Puglia, isole comprese, come
le Tremiti.
Sulle tracce di re, santi, mercanti, pellegrini e guerrieri,
una delle tappe di grande interesse è rappresentata
dal Gargano con la Montagna Sacra (Monte S. Angelo) dedicata
a San Michele Arcangelo, polo di incontro tra le culture d’Oriente
ed Occidente.
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Bari vanta la presenza di una stupenda Basilica, dedicata
ad un Santo mondiale, San Nicola. Non è una Cattedrale
poiché non è sede del vescovo, ma è uno
dei più importanti Santuari della cristianità
occidentale e meta di pellegrini provenienti da ogni angolo
del mondo, soprattutto dalla Russia, ove San Nicola è
considerato “il Santo”. Solenne e severa nel cuore
di Bari vecchia, a metà tra fortezza ed edificio di
culto, sorge in un’area, vicinissima al mare, detta
“cittadella nicolaiana”. Qui riposano le spoglie
di San Nicola, un Santo ecumenico venerato con identico entusiasmo
da Oriente e Occidente.
A Trani è presente la stupenda Cattedrale bianca e
monumentale dedicata a San Nicola Pellegrino (XI secolo),
che si leva altissima come una gigantesca nave arenata, determinando
il centro antico della città. La Chiesa prende il posto
di una basilica più antica dedicata a Santa Maria.
La Cattedrale di Ruvo di Puglia, eretta tra XI e XII secolo
nell’area di una più antica sede vescovile, si
distingue per il singolare slancio della facciata, dagli spioventi
particolarmente inclinati, aperta al centro di un ampio rosone
e nella zona inferiore da tre portali.
Anche a Bitonto (BA) è presente una Cattedrale costruita
tra XII-XIII secolo, secondo il modello della Basilica di
San Nicola di Bari. Ha una imponente facciata tripartita verticalmente
da lesene, aperta da tre portali. Il fianco meridionale, affacciato
sulla piazza, presenta un elegante loggiato ad esafore su
colonnine e capitelli riccamente scolpiti.
A Ostuni (BR), città completamente imbiancata dalla
calce, fa bella mostra la straordinaria Cattedrale dall’elegante
profilo ondulato, aperta da un monumentale rosone, eretta
in pieno quattrocento. Al modello adriatico di Ostuni, si
avvicinano altri edifici della zona, primi fra tutti la parrocchiale
di Laterza e la collegiata di Manduria, entrambe in provincia
di Taranto.
Le Cattedrali presentate sono solo un piccolissimo esempio
degli importanti edifici di culto di notevole interesse artistico
e religioso presenti nel territorio pugliese. Per coloro che
volessero saperne di più rimando al citato volume di
Stefania Mola, ma soprattutto li invito a visitare la Puglia
con i suoi Castelli e Cattedrali, che proprio non si contano,
tanto sono numerosi e belli sparsi per l’intera regione.

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LA CHIESA DI SAN LUIGI DI TRANI
STORIA, RESTAURO E RIUSO

Con lo scopo di raggiungere la piena conoscenza della settecentesca
Chiesa di S. Luigi, il Centro Servizi Regionale e Culturali
(C.R.S.E.C.) di Trani-Bisceglie (BA), ha pubblicato recentemente
il volume fuori commercio “La Chiesa di San Luigi e
l’ex Conservatorio di San Lorenzo a Trani – Storia,
restauro, riuso”, edito da Levante Editori di Bari.
La città di Trani che ha molte testimonianze di cultura
ha, forse, sensibilizzato i responsabili del C.R.S.E.C., i
quali, proseguendo in un itinerario culturale attraverso i
secoli, come testimoniano precedenti opere edite dallo stesso
Centro di Trani: “Aspetti della Storia degli Ebrei in
Trani e Bisceglie” e “La Campagna di Trani”,
e grazie alla specifica coincidenza con gli studi svolti dagli
architetti Dario Natalicchio, Rosa Nicastri e Laura Romanelli,
ha reso possibile la citata pubblicazione. L’opera di
cui sopra si propone di raggiungere la piena conoscenza del
manufatto finalizzata al recupero e alla restituzione di questo
bene storico e artistico alla città di Trani. La Chiesa
di San Luigi, costruita nel 1753, rappresenta un monumento
che offre la chiave di lettura di strutture preesistenti che
vanno dal medioevo alla fine dell’ottocento.
La ricostruzione storica delle origini del complesso della
Chiesa di San Luigi e dell’ex Conservatorio di San Lorenzo
è stata affrontata, come si legge in premessa, attraverso
la lettura e l’interpretazione dei documenti d’archivio.
Tra questi ultimi, il primo che parla direttamente del complesso
del Conservatorio è datato 1628. Questo giustifica
la scelta di iniziare il testo con l’analisi di quel
documento. Anche l’ordine dell’opera è
stato eseguito con lo stesso criterio in cui si è svolto
lo studio: lettura e analisi sistematica dei documenti con
il massimo rispetto della sequenza cronologica. Il metodo
ha consentito di avere un quadro completo circa le origini,
le trasformazioni e le vicende che hanno interessato la struttura
dando la possibilità agli studiosi di predisporre un
progetto per il suo possibile restauro e riuso.
La pubblicazione, che si inserisce a pieno titolo nella bibliografia
tranese, riporta documenti, planimetrie, rilievi fotografici
e tecnici che comprovano l’attuale stato di degrado.
Inoltre, illustra le ipotesi di restauro e di riutilizzo,
i rilievi, gli interventi di consolidamento, il risanamento
della facciata ed il problema del fastigio (la parte più
alta del coronamento dell’edificio), colmando così
un vuoto nel campo degli studi sul patrimonio monumentale
della città.
Il volume, ben presentato, non vuole essere solo un documento
da aggiungere a quelli esistenti, ma uno stimolo agli amministratori
della cosa pubblica a voler disporre i fondi necessari da
destinare al restauro della storica ed importante struttura
per riportarla all’originario splendore.
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LA CATTEDRALE DI BISCEGLIE FRA STORIA ED
ARTE

La città di Bisceglie (BA), che in origine aveva il
nome di “Viscile” o “Visciglia” -
un tipo di quercia selvatica diffusa nella zona, riportata
anche nello stemma civico - nell’XI secolo assunse il
nome di “Vigilae”, una trascrizione dotta di quella
prima forma dialettale.
La sua Cattedrale, una delle più antiche di Puglia,
fu costruita nel 1073, (1044 secondo la tradizione) e consacrata
nel 1295.
Margherita Pasquale, spinta dal desiderio di indagarne le
vicende storiche ed artistiche e, ritenendo opportuno far
conoscere i risultati ad un pubblico sia con interesse scientifico
che spinto da curiosità storica o turistica, ha dato
alle stampe il volume “La Cattedrale di Bisceglie”,
edita da Levante Editori di Bari (pp. 204. € 13,43)..
L’opera si propone di ricostruire le vicende storiche
ed architettoniche del Duomo di Bisceglie, inserendola nel
più vasto contesto socio-religioso che ha determinato
il fiore del romanico-pugliese. Essa attinge a fonti documentarie
in gran parte inedite per restituire l’originario assetto
del monumento e seguirne l’evoluzione attraverso i secoli.
Inoltre, si avvale di un notevole corredo illustrativo per
rendere più agibile la lettura dell’itinerario
cronologico del massimo tempio biscegliese, anche alla luce
dei recenti restauri che lo hanno liberato dalle sovrastrutture,
di epoca posteriore, che ne mascheravano la purezza di linee
e ne compromettevano, tra l’altro, la stabilità.
L’opera narra delle fonti storiche, della cronologia,
delle vicende architettoniche del monumento, dei rapporti
con la cultura artistica contemporanea facendo anche alcune
considerazioni sulla forma della città.
La pubblicazione, che è alla seconda edizione, è
arricchita da numerose illustrazioni fotografiche che mostrano
i vari particolari della Cattedrale insieme ad una serie di
tavole che segnalano le tracce del passaggio del monumento
attraverso i secoli. Inoltre è stata aggiornata la
bibliografia, ampliato l’indice analitico ed aggiunte
note e ragguagli circa le ulteriori operazioni di restauro
o di ricerca fatte negli ultimi anni.
La copertina è di Lillo Dellino, mentre le referenze
fotografiche sono dell’Archivio Resta, di V. Pellegrini
e A. Loprete.
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CONFRONTO TRA DUOMO DI MOLFETTA E
BASILICA DI SAN MARCO DI VENEZIA

Pare che la Puglia sia in sintonia con il Veneto, in particolare
con Venezia. Infatti, mentre Bari è legata a Venezia
per via dell’aiuto da parte della flotta veneziana,
guidata dal Doge Pietro Orseolo II nel 1002, finalizzato a
liberare la nostra città dall’assedio dei saraceni,
Molfetta e Venezia, invece, sono congiunte tra loro attraverso
i loro Duomi, entrambi con architettura a cupola, come scrive
Vincenzo Maria Valente nel suo bel libro “Il Duomo di
Molfetta e la Basilica di S. Marco a Venezia”, molto
ben presentato da Levante Editori di Bari (pag. 240, euro
41,32).
L’autore, poeta, scultore, storico dell’arte,
studioso e saggista di Arte Romanica, collabora con varie
riviste e alcune sue opere si trovano presso il Museo Nazionale
di Modena, il Museo dell’Incisione Artistica di Verona
e il Museo di Carpi.
Con la sua pubblicazione, Valente, intende riproporre all’attenzione
del pubblico e degli studiosi uno dei beni di maggior interesse
dell’architettura medievale: il Duomo Vecchio di Molfetta,
dedicato a S. Corrado, che rappresenta l’esempio più
noto ed evoluto tra le chiese della Puglia con copertura a
cupola, caratteristica peculiare dell’architettura romanica
della nostra regione. Ma Valente l’attenzione la rivolge
anche ad un’altra costruzione con volte a cupola, quella
della Basilica di S. Marco a Venezia. Un raro confronto, da
un lato il Duomo di Molfetta, che vibra di consonanza per
la spiritualità del vicino Oriente, realizzato in un
periodo in cui viene raggiunta una grande maturità
nella costruzione a volta, dall’altro la Basilica di
S. Marco che esprime la predilezione della Repubblica Serenissima
verso il mondo bizantino.
Il volume si divide sostanzialmente in due parti: la prima
dedicata al Duomo di Molfetta con la storia delle origini
della città, le caratteristiche della Chiesa ed il
Santo protettore, Corrado, corredato con la documentazione
delle caratteristiche del monumento. La seconda riservata
alla Basilica di San Marco di Venezia.
In sostanza il libro, come sottolinea l’arch. Riccardo
Mola, oltre a contenere originali contributi per la conoscenza
dei monumenti, ha anche il pregio di offrire un panorama ampio
e approfondito del dibattito storico e critico, ricorda le
origini delle due città e delle due chiese, riporta
planimetrie e caratteristiche architettoniche, fotografie,
cenni storici e bibliografia. Insomma tutto quello che può
essere utile per portare a compimento uno studio particolareggiato
o per saperne di più sulle due esclusive edificazioni
sacre.
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LA MADONNA DI COSTANTINOPOLI

La Madonna di Costantinopoli o Odegitria, la cui immagine
è venerata nella Cattedrale di Bari, è un’opera
cinquecentesca, compiuta su un modello più antico e
ritoccata due secoli dopo.
Il titolo di “Odegitria” è stato dato nel
nostro secolo (anni ’30) e confermato in occasione della
settimana “pro Oriente christiano”, svoltasi a
Bari nel 1936. Il titolo precedente era quello di “Madonna
di Costantinopoli”, - per cui è ancora venerata
ancora oggi nelle Chiese dell’arcidiocesi e della provincia
- attestato per almeno quattro secoli ed il cui ricordo è
ancora molto popolare, come testimoniano le edicole del centro
storico della città vecchia.
Ad alimentare la diffusione e la devozione, hanno contribuito
notevolmente le Confraternite della Chiesa di S. Maria Venerata
di Triggiano, della collegiata di Bitritto, della stessa Cattedrale
barese e successivamente della chiesa Matrice di Mola, Binetto
e Carbonara, mentre fuori dell’arcidiocesi, si ricordano
Gravina, Ruvo, Bitonto Bisceglie, Barletta, Corato e Spinazzola.
La Biblioteca Nazionale di Bari, secondo quanto sostiene Francesco
Quarto, collaboratore della stessa Biblioteca, «...
può essere indicata come il luogo presso cui sono conservate
le principali testimonianze superstiti della tradizione documentaria
e letteraria, manoscritta e a stampa, sulla vicenda della
traslazione della icona raffigurante la Madonna col Bambino
dalla città di Costantinopoli a Bari».
Le prime attestazioni del culto datano proprio alla prima
metà del secolo XVI. La datazione delle prima attestazione
del culto dell’Odegitria, è tradizionalmente
attribuita all’Arcivescovo Antonio Puteo, con l'istituzione
della Confraternita di S. Maria di Costantinopoli nel 1580.
Per coloro che volessero approfondire la materia in fatto
di storia, arte e culto, si rimanda alla bella pubblicazione
“L’Odegitria della Cattedrale” a cura di
Nicola Bux, edita da Edipuglia, Bari, contenente gli atti
del Seminario di studio, nel quale per la prima volta, viene
affrontata l’analisi della Madre di Cristo, venerata
nella Cattedrale barese, contemporaneamente e da varie prospettive.
Gli autori sono tutti prestigiosi: don Nicola Bux, Pina Belli
D’Elia, Clara Gelao, Emma Lobalsamo, Don Gaetano Barracane,
Giovanni Pinto, Rosa Lupoli, Franco Quarto e padre Gerardo
Cioffari, presentazione di Salvatore Palese.

Odegitria di Emil Marinov Tzeinski
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IL MONASTERO DI OGNISSANTI DI VALENZANO

A circa 10 chilometri da Bari, nella campagna valenzanese,
nei pressi del centro abitato di Valenzano, sulla strada per
Capurso, sorge la chiesa di Ognissanti di Cuti, che è
quanto resta di un edificio monastico del secolo XI. La chiesa,
attualmente, dipende dal Capitolo di San Nicola.
«L’eredità più preziosa che ci resta
dell’antico monastero benedettino di Ognissanti di Cuti
è la sua chiesa, con lo straordinario nitore esterno
e la rara configurazione dell’interno a tre cupole in
asse con semibotti laterali; un gioiello d’arte che
occorre riportare al suo antico splendore con un progetto
complessivo di tutela e di salvaguardia che ne faccia, una
volta per tutte, un riferimento di cultura e di fruibilità
turistica».
Così inizia l’introduzione della piacevole pubblicazione
“Ognissanti di Valenzano – Il Monastero benedettino
e le sue vicende storiche”, edito dal Centro Studi Nicolaiani
per i tipi di Levante Editori. L’edizione, che è
ottenibile, fino ad esaurimento, presso l’Assessorato
alla Cultura o presso la sede della Biblioteca dello stesso
Comune, è frutto di una ricerca effettuata da Rosangela
Di Monte, giovane laureata barese in Lettere Moderne, che
ha approfondito l’argomento nell’ambito della
sua tesi di laurea.
Con l’intento di potenziare i movimenti socio-culturali
della città di Valenzano, il dott. Nicola Tangorra,
attuale primo cittadino, ha disposto l’approfondimento
delle ricerche per una maggiore conoscenza del Monastero Benedettino
di Cuti, denominato Ognissanti, esistente in territorio di
Valenzano (Ba), ai confini con quelli di Capurso e Bari, finanziando
l’edizione. Dell’antico Monastero non è
rimasta che la sola bellissima chiesetta, della quale i valenzanesi
sono molto fieri, custodita e retta, come detto, dai domenicani
della Basilica di San Nicola di Bari,
La
chiesa è l’unica parte superstite all’opera
distruttiva che ha colpito il monastero, le cui pietre sono
state utilizzate, nel 1737, per la costruzione della basilica
della Madonna del Pozzo di Capurso (Ba). Il tempio che è
a tre navate, alle cui spalle sorge un edificio rettangolare
con intorno gli orti appartenenti al monastero, è stato
descritto da Vincenzo D’Aloja, (1743-1824), primo storico
valenzanese, come «Costruzione tutta di pietra viva
e d’un lavoro finissimo... che manifesta la gran diligenza
e il buon gusto del fondatore, avendo questi cercato che l’opera
riuscisse delle più perfette, e che alla medesima nulla
mancasse per renderla quasi singolare».
Il volume si divide in cinque capitoli che trattano il Cammino
degli studi su Ognissanti, il Monastero dalle origini alla
fine del ducato normanno, durante la monarchia normanna ed
in età sveva e angioina ed infine il Monastero in età
moderna e contemporanea.
L’edizione è corredata da una appendice che riporta
molti documenti a partire dalla Bolla datata 1082 dell’arcivescovo
di Bari, Ursone, che autorizzava il rettore della chiesa appena
edificata a istituire parroci, fare processioni, ordinare
gli uffici divini, celebrare funerali e ricevere offerte senza
la previa licenza dell’arcivescovo, per finire a quella
di Papa Bonifacio VIII, del 1295, che su richiesta del Cardinale
Guglielmo Longo, priore della Basilica di San Nicola, annetteva
il Monastero di Ognissanti di Cuti (con tutte le sue pertinenze),
alla stessa Basilica. Infine, il volume è arricchito
da un elenco di documenti dell’Archivio di San Nicola
riprodotti in fac-simile e da una serie di foto di Nico Tangorra
che illustrano molto bene i vari profili architettonici del
tempio.

Veduta della navata centrale con finestrone absidale.
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LA CHIESA DI SAN PASQUALE A BARI
E IL MOSAICO “DIES DOMINI”

Conservare la memoria storica della propria città
significa ricordare fatti, avvenimenti, cose, persone, monumenti,
ecc. A dare un contributo in tal senso ci ha pensato Pio Corbo,
armato dal desiderio di non lasciar perdere un patrimonio
storico, almeno per quanto riguarda il Rione San Pasquale,
con il volume “La Chiesa di San Pasquale in Bari”,
edito qualche anno fa da Levante Editori (pag. 332, euro 33,57),
ma certamente attuale per chi non ne fosse a conoscenza.
L’iniziativa di Corbo è quanto mai lodevole poiché,
pur non essendo nato a Bari, ha pensato di scrivere l’opera
in occasione del cinquantenario del suo matrimonio, avvenuto
appunto in quella Parrocchia il 4 dicembre 1944, lasciando
così ai concittadini d’adozione ed ai posteri,
una testimonianza concreta di quelle che furono le preoccupazioni
dell’allora Arcivescovo Mons. Giulio Vaccaro. Quest’ultimo
decretò (26 giugno 1916), l’erezione della Parrocchia
di San Pasquale per soddisfare le esigenze spirituali dei
cittadini del rione, ma anche perché si preoccupò
del grosso “Complesso Russo” presente nelle immediate
vicinanze e per arginare la propaganda degli “Ortodossi
russi”.
Il volume, che oltre a fornire alcuni cenni storici su Bari
e il suo territorio, ricorda la istituzione della circoscrizione
ecclesiastica, i parroci e i coadiutori che si sono succeduti,
l’opera pastorale, le Associazioni, il patrimonio della
Parrocchia, documentando ampiamente tutti i passaggi relativi
a donazioni e lasciti. L’autore descrive con precisione
il monumentale e prezioso altare settecentesco, vera opera
d’arte, ben conservato nella Cappella del SS. Sacramento,
con l’interpretazione dei simboli e delle figure scolpite.
Detto altare è proveniente dalla diroccata Chiesa di
S. Maria della città vecchia, come si legge nell’epigrafe
a destra del transetto. Insomma un piccolo museo ed un raro
archivio aperto a tutti coloro che desiderano sapere origine,
storia e cronaca della Parrocchia che ha da poco superato
gli ottant’anni di vita.
Il lavoro da certosino eseguito da Corbo è rappresentato,
non solo dalla puntuale ricerca della ricca documentazione
amministrativa e fotografica, che porta il lettore per mano
nell’itinerario della storia e della edificazione della
Chiesa, ma soprattutto dall’amore e dalla passione per
la “sua” chiesa, acquisite, attraverso la consorte
barese. Infatti, nato a Monteverde (AV) si trasferisce a Bari
e dopo gli studi filosofici si laurea in Giurisprudenza, operando
attivamente nel mondo della scuola, dell’industria,
delle attività sindacali, cooperativistiche e sociali.
Don Marco Mancini, parroco pro-tempore, nel presentare l’opera,
afferma che «Il non facile compito di ricerca e interpretazione
di documenti d’archivio, fotografie, ricordi di persone
che per tanti anni sono stati parte attiva nella vita parrocchiale
è stato portato avanti con perseverante volontà
di non perdere la memoria non solo di un territorio e di una
popolazione che hanno quasi trovato una loro identità
attorno alla Chiesa di S. Pasquale, ma anche di quella costruzione
di una comunità cristiana che tuttora è vivace
e convinta di un ruolo importante proprio nella testimonianza
e nella trasmissione dei valori ricevuti come patrimonio da
trasmettere con fedeltà». Inoltre, esprime «...un
grazie riconoscente e ammirato a Pio Corbo per il suo preziosissimo
lavoro, che fissa sulla carta elementi di conoscenza della
storia della comunità religiosa di San Pasquale».
IL MOSAICO “DIES DOMINI”

La Chiesa di San Pasquale in Bari situata a metà tra
la Chiesa Russa, che rappresenta l’ortodossia russa
nella nostra città, e la Cattedrale, quale emblema
del cattolicesimo barese, può rappresentare l’epicentro
strutturale dell’ecumenismo, vocazione storica della
città di Bari.
L’edificio relòigioso, la cui costruzione, come
già detto fu decretata nel 1916, disponendo di un’abside
incavata in modo che esce un arco trionfale, si è prestata
adeguatamente ad ospitare il mosaico iconografico e teologico
“Dies Domini” (giorno del Signore), costituito
tra il Triduo pasquale e la Pentecoste, arco di tempo in cui
si sintetizza tutta la teologia e la spiritualità del
giorno del Signore. L’opera è stata ideata e
realizzata da padre Marco Ivan Rupnik ed inaugurata in occasione
del 24° Congresso Eucaristico Nazionale che si è
svolto a Bari.
Padre Rupnik, è direttore del Centro Aletti di Roma,
insegna al Pontificio Istituto Orientale, alla Pontificia
Università Gregoriana, al Pontificio Istituto Liturgico
S. Anselmo e tiene corsi e seminari presso numerose istituzioni
accademiche europee. Dal 1999 è consigliere del Pontificio
Consiglio per la Cultura. Tra le sue opere la Cappella di
Giovanni Paolo II, “Redemptoris Mater”.
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IL MUSEO DIOCESANO DI BARI

| Per volontà di Mons. Mariano Magrassi, già
Arcivescovo di Bari, è stato realizzato nel 1977
e completato nel 1998, il Museo Diocesano nella sede
vescovile barese, definendo così gli ambienti
museali e quelli destinati all’esposizione dell’arredo
liturgico della Cattedrale.
Grazie alla sponsorizzazione di Enti a carattere nazionale
e di aziende locali, è stato possibile progettare
e concretizzare dignitosamente l’allestimento
del Museo. Nel Museo sono conservate testimonianze significative
per la comprensione della genesi e della vicenda storica,
artistica e liturgica della Cattedrale e della comunità
ecclesiale barese di cui sono, insieme, memoria visiva
e narrativa.
Il passato può essere nel Museo “visitato”
e “ricostruito”».
Particolare menzione meritano gli straordinari rotoli
degli Exultet (sec. XI), i frammenti della recinzione
presbiteriale di Peregrino da Salerno (sec. XIII), del
ciborio di Anseramo da Trani (secc. XIII-XIV), la stauroteca
in argento e cristallo di rocca (sec. XII), il reliquiario
a testa di San Donato (sec. XIV), il busto argenteo
di San Sabino (datato1674), il dipinto raffigurante
Cristo Risorto di Andrea Bordone, gli argenti settecenteschi
di manifattura napoletana, austriaca e romana, i preziosi
paramenti dei vescovi Sersale e Muzio Gaeta I, infine
la ricca suppellettile ottocentesca dono dei vescovi
Pedicini e Clary.
Mons. Francesco Cacucci, attuale Arcivescovo di Bari,
nella presentazione del volume, illustra molto bene
le ragioni di disporre di un museo della Cattedrale.
Infatti, egli scrive, «Tra i tesori più
preziosi esposti vi sono i rotoli liturgici, gli Exultet,
di cui ne sono state ricostruite la genesi, la storia
e il contenuto. Così il Museo si presenta come
un valido contributo alla riscoperta delle nostre radici.
Del resto la storia di oggi non si potrebbe leggere
senza la storia di ieri. Le tre dimensioni del tempo
– passato – presente – futuro –
si intrecciano e si condizionano a vicenda. Il passato
può essere nel Museo “visitato” e
“ricostruito”». |

Ostensorio 1839-1846,
manifattura napoletana,
argento, pietre policrome |
Ma
cosa sono gli Exultet. Trattasi di manoscritti liturgici,
diffusi particolarmente nell’Italia meridionale
nei secoli X-XIII, spesso riccamente illustrati con
figurazioni simboliche di alta qualità artistica,
con la particolarità che le figure sono capovolte
rispetto alla scrittura, allo scopo di permetterne l’osservazione
ai fedeli mentre si lasciano pendere i rotoli dal pulpito.
La pubblicazione, molto ben curata da Levante Editori
di Bari (pp. 128, euro 12,91), sponsorizzata dal Lions
Club “Bari Svevo”, riferisce note storiche
relative alla Cattedrale (a cura di Nino Lavermicocca),
alla Città vecchia e alla Basilica Paleocristiana.
Inoltre, passa in rassegna il contenuto delle varie
sale espositive relative ai reperti scultorei, ai dipinti
ed alla sala del tesoro che raccoglie i più rappresentativi
manufatti in metallo prezioso del Duomo barese, scampati
alle frequenti confische e fusioni di argenti, che si
accompagnarono nei secoli passati ai periodi di calamità
e di guerra.
Completa e valorizza l’opera una serie di illustrazioni
e di belle foto raffiguranti Madonne, busti dei Santi
Donato e Sabino, ostensori, paramenti e arredi sacri,
calici, stemmi arcivescovili, ritratti di alcuni arcivescovi
che hanno retto l’Archidiocesi di Bari (Ernesto
Mazzella, Giulio Vaccaro, Marcello Mimmi ed Enrico Nicodemo).
Quest’ultimo successe al Cardinale Mimmi destinato
a Napoli.
Il volume, pubblicato a cura di Don Gaetano Barracane,
è stato ideato e realizzato da Rosa Angela Finetti,
a cui hanno collaborato Mariella Basile, Rosa Lorusso,
Angela Melpignano, Sofia di Sciascio, Cesira Raimondi,
Anna Saracino. Le foto sono dell’Archivio Museo
Diocesano, Archivio Munafò, Giuseppe e Umberto
Corcelli, Giuseppe Di Tullio, Fotogramma, Michele Roberto,
Angelo e Giuseppe Saponara e Antonio Tartaglione.
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Cattedrale di Bari
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