Rubriche di
Patrizia Fontana Roca

COLLABORAZIONI

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LA SARDEGNA RICORDA DUE PROTAGONISTI DELLA SUA APICOLTURA ROMOLO PROTA E SERAFINO SPIGGIA

 

a cura di IGNAZIO FLORIS

 

 

INTRODUZIONE

 

L’Apicoltura italiana, nella sua storia remota e prossima, ha avuto il dono di veder emergere di tanto in tanto personaggi straordinari. Il loro tratto comune è sempre quello di riunire sommate in un unico profilo - umano e professionale - quell’amore incondizionato per le svariate forme attraverso le quali l’apicoltura è solita esprimersi: la ricerca scientifica, la destrezza professionale, l’amore per l’insetto o per gli usi e i costumi della tradizione popolare, la dedizione esistenziale e il disinteresse personale. Tutte doti che elevano la cifra di questi personaggi al livello di fuoriclasse e di figure di riferimento del nostro mondo.

Chi vi scrive questa breve nota introduttiva ha avuto la fortuna di conoscerne tanti di tali superlativi personaggi e la sfortuna, in questi ultimi anni, di vedere come segno del degrado culturale che l’insegnamento dei Padri e dei Maestri dell’Apicoltura viene spesso misconosciuto, maltrattato, saccheggiato, riproposto per nuovo e persino fatto proprio da chi - senza fatica e senza esperienza - si professa oggi luminare della Scienza e della Tecnica dell’Ape. Abbiamo la fortuna, in tutto ciò, di vedere che alcuni di questi personaggi hanno formato e lasciato traccia evidente di sé in allievi che di tali e preziosi insegnamenti hanno preservato il valore e la memoria.

Fino a riportarli alla luce, risparmiandoli così dal disfacimento, e collocandoli lì dove essi meritano: una galleria dei personaggi che hanno fatto l’Apicoltura italiana e che abbiamo il diritto e il dovere, per essere noi sempre stati attenti alle cose della storia apistica nazionale, di far conoscere ai giovani che oggi con entusiasmo tornano ad avvicinarsi all’apicoltura, correndo facilmente il rischio di trascurare quelle figure che invece rappresentano tappe e pilastri fondamentali nella formazione della nostra identità apistica.

Ringrazio per questo il professor Ignazio Floris che, in tempi di gioventù, ebbi l’onore di conoscere insieme a quei personaggi di cui oggi ci si ravviva il ricordo e l’evidenza che la Sardegna fu terra generosa e madre di eminenti figure apistiche

 

Raffaele Cirone

 

 

SPECIALE PROTAGONISTI

 

E'un dovere e un onore per me poter ricordare Romolo Prota e Serafino Spiggia, in occasione, rispettivamente, del XX e del X anniversario della loro scomparsa.

Due Figure fondamentali per l’apicoltura sarda, ma direi più propriamente per la cultura della nostra isola. “L’Apidologo e l’Apicoltore” potrebbe essere l’intestazione di questa breve commemorazione.

Ma forse è riduttivo nonostante le “A” maiuscole tendano ad esaltare questi due ruoli.

Infatti, il primo era uno scienziato/entomologo, la cui fama aveva travalicato i confini dell’isola e della penisola, e l’altro era sicuramente una figura culturalmente più articolata e complessa: scrittore, poeta, attore, cantore (nel senso di vate!) delle api ancor prima che appassionato apicoltore.

La scelta di abbinare questi due illustri Personaggi è certamente azzeccata perché erano legati da una sincera ed autentica amicizia ed erano altresì accomunati da una profonda passione per il mondo delle api e per la Sardegna.

Erano anche quasi coetanei, Romolo Prota (1927) e Serafino Spiggia (1925), scomparsi rispettivamente nel 2000 e nel 2010.

Serafino, date le sue origini pastorali e orgolesi, nasce probabilmente già con una forte predisposizione per l’apicoltura, essendo questa un’attività tradizionalmente radicata nel mondo pastorale soprattutto del centro Sardegna.

Ma è certo che a far scattare la molla per l’interesse culturale verso il mondo delle api è stato l’incontro con Romolo Prota, un incontro casuale come accade spesso nel variegato mondo dell’apicoltura: un seminario, un piccolo corso di formazione. In altre parole: l’occasione, l’evento che inaspettatamente, ma frequentemente, nel caso delle api, è determinante per l’inizio di una passione che spesso si trasforma in professione.

Il professor Prota, d’altra parte, era una persona che emanava un carisma tale da suscitare sempre un interesse verso ciò che spiegava o raccontava nelle sue lezioni, sia in ambito universitario, come insigne docente, sia come divulgatore.

Era facile cadere nella sua “rete”: lo so bene io che quando seguii il suo corso di entomologia all’università e poi sostenni l’esame, mi trovai il giorno dopo a chiedergli la tesi.

Anche Serafino emanava fascino e carisma, che si trasmutava immediatamente in stima per un uomo dal volto e dalla cultura antica, che incarnava i sentimenti più autentici di sardità, termine forse inusuale o se preferite inusitato, ma che per i sardi è il sostantivo che forse meglio ne interpreta e ne definiscel’identità culturale: il sentimento profondo di appartenenza ad una civiltà antica in una terra ancor più antica.


Romolo Prota era sardo solo d’adozione, essendo nativo di Roccella Ionica in Calabria, ma è indubbio il legame forte che egli instaurò con la nostra isola, sentimentalmente e culturalmente.

Era affascinato dai sardi e dalla Sardegna, al punto che quando vinse la cattedra rinunciò a trasferirsi nella Penisola, vicino alla sua regione di origine, per restare in Sardegna.

Arrivò giovanissimo a Sassari, dove conseguì la laurea in Scienze agrarie nel 1954 con il massimo dei voti. Nello stesso anno iniziò la sua carriera accademica come assistente della Cattedra di Entomologia agraria fino al passaggio in ruolo nel 1956.

Dal 1974, rivestì il ruolo di Professore Ordinario di Entomologia e di Direttore dell’omonimo Istituto della Facoltà di Agraria di Sassari.

La sua opera scientifica, nell’ambito dell’entomologia, ha spaziato in vari settori di ricerca: Lepidotterofauna forestale, Insetti nocivi alle principali colture agrarie diffuse in Sardegna, le api e l’apicoltura.

Era un uomo che amava profondamente il suo lavoro: docente e ricercatore degno della massima considerazione per i suoi requisiti di rettitudine, senso di responsabilità, correttezza e moralità. Trascorreva in Istituto fino a 12 ore al giorno, suscitando negli allievi più giovani perfino un certo imbarazzo.

Era sempre entusiasta del suo lavoro e sapeva trasmettere questo entusiasmo ai suoi collaboratori e ai suoi studenti. Era anche sempre aperto a nuove esperienze. Lui che aveva fatto il servizio militare come sottoufficiale degli alpini, fu pioniere e sostenitore del servizio civile.

Fu protagonista anche di altre battaglie soprattutto in ambito ambientale, in linea anche con la sua attività di ricerca, volta al contenimento degli insetti dannosi sempre in chiave ecologica. In ambito apidologico ha coordinato due importanti progetti di ricerca italiani: dal 1981 al 1986 “Indagini sulla stato dell’apicoltura per l’incremento della produzione” che coinvolgeva quasi tutte le Università italiane (finanziato dall’allora Ministero della Pubblica Istruzione); dal 1988 al 1992 “Controllo e miglioramento delle produzioni apistiche” finanziato dal Ministero dell’Università e della Ricerca Scientifico-Tecnologica.

Fu promotore della prima e unica Scuola diretta a fini Speciali in Tecnica apistica in Italia e attivò la prima cattedra di Apicoltura all’Università di Sassari nel 1998.

 

Serafino Spiggia, apicoltore - scrittore - attore - poeta, di origini barbaricine, ma legato anche alla città di Olbia, dove trascorse gli ultimi trent’anni della sua vita.

Nato a Orgosolo nel 1925, fino ai 20 anni segue le orme paterne e si dedica alla campagna. Come quasi tutti i suoi coetanei, è un giovane pastore dell’interno dell’isola.

Ma non è quello il suo destino. L’amore per la letteratura è più forte e lo spinge a prendersi il diploma magistrale.

Da allora il pastore Serafino diventa il maestro Spiggia, ma senza mai tradire le sue origini. Per oltre trent’anni fa la spola da una cattedra all’altra. Il suo nome è legato alle scuole elementari di numerosi paesi isolani.

Nei primi anni Ottanta, mette radici a Olbia, dove conclude la sua esperienza di insegnante e, in qualche maniera, comincia quella di letterato.

Tra i suoi lavori più importanti, nel 1982, la traduzione in lingua sarda di “Elias Portolu”, il capolavoro di Grazia Deledda.

Si dedica anche alla composizione di romanzi e novelle.

 

Tra i primi: “La casa dell’acqua”, una serie di racconti e leggende di Olbia; il “Gallo dorato” e la “Cantoniera del diavolo”. Tra le seconde, invece, “La fata dal telaio d’oro”, edita nel 2001.

Un’altra grande passione per Serafino è l’apicoltura, a cui dedica il bellissimo saggio “Le api nella tradizione popolare della Sardegna”.

Negli anni Novanta al maestro si aprono anche le porte del cinema. Piero Livi, un altro esponente di rilievo della cultura olbiese, lo sceglie per il suo ritorno sul grande schermo con “Sos laribiancos” (I dimenticati), un film sui sardi prigionieri in Russia durante la seconda guerra mondiale, dove interpreta un ruolo minore, ma significativo: il protagonista da vecchio.

Qualche anno dopo, un altro regista isolano, Salvatore Mereu, vuole Spiggia per il suo film “Sonetàula” (Il rumore del legno), tratto dall’omonimo romanzo di Giuseppe Fiori, presentato al festival di Berlino, dove Serafino interpreta il nonno del giovane protagonista.

A parte le parentesi delle esperienze cinematografiche, Serafino continua a coltivare a Olbia il suo impegno culturale, partecipando alla fondazione delle associazioni “Amistade” e “S’Abboju” e mantenendo sempre vivo il suo interesse per le due culture: quella popolare/contadina e quella cosiddetta “alta/ borghese”.

Da sinistra (in primo piano) Ignazio Floris, Raffaele Cirone, Serafino Spiggia, Tomaso Desole, durante una visita in Corsica nel 1991.

 

Tornerà ad Orgosolo definitivamente solo dopo la sua morte, per la tumulazione, secondo sua espressa volontà.

Sul fronte dell’apicoltura, nel lontano 1977, diede vita insieme ad alcuni amici ad una delle prime associazione apistiche della Sardegna.

Ne divenne presidente, ricoprendo anche il ruolo di consigliere nazionale nella F.A.I. (Federazione Apicoltori Italiani).

Tanti sono i suoi contributi in ambito nazionale come locale; pubblicazioni e poesie che parlano di umanità, api e apicoltura nella tradizione popolare. Molti lo ricordano ancora, quando nel 2004 in occasione del XX Congresso A.A.P.I. (Associazione Apicoltori Professionisti Italiani) tenutosi ad Olbia tenne una meravigliosa relazione sull’apicoltura sarda: dalla tradizione l’indicazione per la costruzione di un futuro di qualità per l’apicoltura in Sardegna.

Per completare questo sentito e doveroso ricordo, attingo alla mia esperienza personale, essendo stato allievo di Romolo Prota, che mi ha avviato alla carriera universitaria entomologica/apidologica, segnata anche dall’inevitabile incontro con Serafino Spiggia, con il quale si instaurò un rapporto di autentica amicizia, all’insegna della comune passione per le api e per l’apicoltura.

 

Qualche anno prima della sua scomparsa, Serafino, in una delle sue periodiche visite all’Università di Sassari, mi consegnò un racconto, dicendomi più o meno queste parole: “Ignazio, quando puoi dai uno sguardo a questo scritto, non l’ho nemmeno corretto, pensaci tu”.

Senza rendermene conto mi aveva consegnato un breve e originale racconto fantasy su un passaggio fondamentale nella storia dell’apicoltura sarda: l’avvento della varroa, che mutò radicalmente e definitivamente l’assetto di questo comparto, ancora fortemente legato alla tradizione, facendo riemergere in forma allegorica e surreale alcuni contrasti interni all’isola come la contrapposizione tra il sud (Capo ‘e josso), da cui arrivò l’ennesimo flagello, e il nord (Capo ‘e susu).

Molte volte ho ripensato, dopo la morte di Serafino, a questo dattiloscritto, non ricordando dov’era finito.

Pochi giorni fa, riordinando le “scartoffie” del mio ufficio, è improvvisamente riemerso. Mi piace l’idea, in tempi di meditazione da coronavirus, che sia stato proprio lui a farmelo ritrovare, chissà!

E comunque eccolo qua, fedele al suo autore, a parte qualche piccolo ininfluente ritocco, nonché qualche doverosa nota esplicativa a piè pagina per i non sardi, e diciamo anche per i sardi, come me, del Capo ‘e josso.

Scrivere la storia sulla presenza della varroa in Sardegna stando nel Capo di sopra non è facile.

Le ipotesi formulate da esperti e non dell’area cagliarese (1) sono molteplici soltanto perché colui o coloro che scientemente o non, l’hanno importata, non hanno aperto bocca per dire la verità.

L’ipotesi più attendibile è che uno o più apicoltori abbiano acquistato nel Veneto (2) o abbiano ricevuto in regalo, colonie di api già infestate e che le abbiano trasportate nel Campidano, a Serramanna (3) o in qualche centro vicino; secondo altri, e pare in atteggiamento di difesa, l’acaro sarebbe arrivato dalla Tunisia a cavallo delle rondini oppure trasportato dal vento caldo del sud, insieme ad api, che frequentemente spira anche nell’isola; altra supposizione è che vi siano stati degli “untori” (4) qualificati che abbiano voluto associare la varroa con la peste suina africana. Resta al di sopra delle varie formulazioni il fatto che per la Sardegna il mare è un elemento favorevole di isolamento per tutti quegli aspetti che ci potrebbero favorire ed una strada a cento corsie quando ci devono piovere altri malanni, altri guai, altre pestilenze.

E itte bi podimus faghere? (5)

La scoperta della varroa nel cagliarese ha senz’altro acuito ancora una volta lo spirito di attrito che esiste tra Capu ‘e susu e Capu ‘e josso: da Cagliari è partita la peste suina, è partita la varroa e pare che sia partita anche l’agalassìa degli ovini e caprini ed è presumibile che, in illo tempore, da quell’area sia partita anche l’idatidosi, la malaria e tutte quante le pestilenze che afflissero le popolazioni sarde nel passato. Il fatto non deve destare stupore e, non è una pura invenzione, se si pensa che tutto, nel passato e nel presente arriva e parte dal porto principale della regione: ancora oggi conquistare Cagliari significa possedere l’isola perché ogni potere è concentrato là e pare che tutto, terreno e divino, dipenda da Casteddu (6).

Ma circa il diffondersi della varroa per espansione naturale ed in parte artificiale, uno spassoso narratore del Capo di sopra, qualche mese fa raccontava tutta una vicenda che aveva del fantastico e che confrontata con la realtà della situazione non saprei ora dire quanto di immaginario vi fosse nel suo piacevole e ridanciano favolare.

Pare si trattasse di un sogno narrato da una Signora rimasta sconosciuta che potrebbe davvero aver sognato e nel sogno aver previsto ciò che in realtà è già avvenuto o potrà avvenire.


Accadde dunque che la citata Signora logurodese (7) dopo una cena parca a base di casada (8) e di ricotta con miele, si sia addormentata e sia entrata rapidamente in fase di sogno attivo trovandosi in un batter d’occhio sull’altopiano di Campeda (9) dove la strabiliante fantasia del sogno le mostrò un’orda di varroa, capitanata da certi untori, avanzare compatta verso il nord dell’isola per invadere quelle aree che ancora eran rimaste scoperte. I nomi degli audaci condottieri di razza lanzichenecca sono rimasti un po’ confusi nella visione a causa della inquietudine sorta alla vista di un tale esercito.

Comunque, seguendo la massa intruppata, ben ordinata e silenziosa, dato che le varroe non hanno voce, riuscì a captare qua e là qualche sillaba da cui poter ricostruire i nomi non certo con esattezza storica: si trattava di Laurentu kannaka, capitano cagliarese già distintosi in alcuni episodi di lotta nella città di Casteddu, di un altro afferrò indistinte sillabe, arguì che si trattava di un Gino, della Trexenta (10) e del terzo capì che si trattava di orrobba (11) continentale ma restò soltanto la parte finale di un casato in Rello (12).

 

Or mentre il capo andava avanti con l’aria di condurre la spedizione, gli altri due eran senz’altro dei vice; tant’è che Laurentu era in coda con un voluminoso carico di cento alveari di sughero provenienti dalle aree basse della Barbagia (13) del sud, naturalmente già infestate dal terribile acaro.

Lo stuolo avanzava a ranghi serrati sulle strade al di là dei muri delle tanche; le avanguardie con strumenti speciali, importati dall’est europeo scrutavano l’aria alla ricerca di colonie di api da infestare col chiaro intento di non lasciarsi dietro zone che restassero immuni dall’invasione varroale.

Così la Signora riuscì a notare, dopo un breve tratto, che i condottieri spargevano, con gesti solenni di seminatore, pugni del nefasto seme e tratto tratto, qualche schiera di varroe si incuneava tra i cespugli e le siepi per raggiungere pacifiche famiglie d’api che lavoravano con la consueta lena.

Era evidente che si trattava di una invasione a carattere diffusivo e con una carica di livore che in realtà non doveva esistere. Ma la Signora si accorse che quell’astio proveniva da secoli addietro perché tra sud e nord c’era sempre stato mugugno, almeno da un certo momento in avanti.

Lasciando la piana di Campeda per la scarpata del bonorvese il capo ordinò una sosta soprattutto per far riposare Larentu che con i cento alveari a spalla, mal seguiva l’orda degli acari affamati. Così, mentre gli uomini riposavano, essi si sparsero per i dossi ed i canali ad est e ad ovest verso Semestene e Pozzomaggiore alla ricerca di apiari da assalire; in ogni postazione restavano poche femmine e qualche verro; l’occupazione incruenta era compiuta perché nel giro di qualche mese gli apiari sarebbero stati infestati a tal punto da subire gravissimi danni.

 

Sulla montagna ai confini tra Bonorva ed Ittireddu, Claudio aveva alcune postazioni di alveari per l’ultimo raccolto primaverile che prometteva un adeguato compenso alle tante fatiche delle transumanze, delle visite e dei canoni d’affitto; ma gli untori non calcolavano questi ed altri sacrifici; le varroe erano addestrate alla invasione capillare con precise e severe disposizioni di condanne a morte con Amitraz a quegli elementi che non infestassero ogni apiario e, se si verificavano casi di pietà per apicoltori poveri, le pene venivano raddoppiate ed estese anche ai discendenti con poderose dosi di Amitraz rafforzato con altri prodotti.

Quando Larentu ebbe ripreso fiato, comunicò con un breve kannakogramma che si poteva ripartire se i reparti infestanti erano già rientrati. Un varrogramma venne diffuso per la vallata ed in un amen le schiere si ricomposero per avviarsi verso il Sassarese, prima meta della nuova invasione, ove però era già scattato l’allarme, non si sa per quali notizie sfuggite durante il percorso tra Oristano e Campeda

 

Infatti, il Direttore di Entomologia, appena ebbe la soffiata trasmise un entomogramma notturno cifrato sull’avanzata varroasica e suonò le trombe; accorsero gli apicoltori sassaresi, della Nurra (14) e del Meliogu (15) che su un pannello luminoso lessero gli ultimi sviluppi dell’itinerario varroasico verso nord.

L’entomologo chiarì a voce alcuni punti non apparsi sullo schermo elettronico esprimendo con una certa amarezza la natura dolosa di quell’avanzata proveniente dal cagliarese: era indubbiamente una vendetta di certi contestatori delle sue dottrine per l’espansione dell’apicoltura razionale nel nord, che però danneggiava quelli del sud. I convenuti non tardarono a capire da quale direzione provenisse l’attacco e vieppiù si infiammarono per dare battaglia. Il piano strategico entomologico prevedeva uno sbarramento all’altezza di Torralba con uso di scope del Friùli, di vapori di timolo, di fumo di sigarette nazionali senza filtro e in caso di contrattacco violento anche di Amitraz atomizzato.

Partirono all’istante Romolo in testa, Claudio e Giampaolo con arnesi vari, Franco e Marco con strumenti d’altro genere, Angela e Rita con bombole d’appretto per irrigidire le varroe, Ignazio con Del Bue e tanti altri. Giunti alla strettoia della semi-galleria di Torralba gli uomini della rinnovata Apibrigata Sassarese, di invincibile ferace memoria, agguerriti e pronti a respingere un nemico sì schifoso con i condottieri infidi e malevoli, presero posizione ed attesero.

 

Tutto era silenzio in quel paesaggio di nuraghi vetusti che ben altri nemici avevano visto attraversare quelle valli nei milenni trascorsi, ma mai una scorreria così subdola animata dal proposito di attaccare inermi famiglie d’api intente a produrre miele migliore di quello che si raccoglie nel cagliarese; forse era tale invidia che spingeva duci e soldati a dimezzare un patrimonio che andava riprendendo quota grazie alla volontà di un uomo buono, tecnico dei babbauzzos (16) e sincero amico degli allevatori delle api ligustiche sarde, mellificanti, assai più laboriose della razza cagliarese!

Ebbene, essi presero posizione aspettando un segno che poteva essere rumore, frinìo o bisbiglio, per mettere in movimento 12 micidiali macchine sputaveleno e far fuori guerrieri e generali.

Avevano ripreso fiato per la lunga galoppata dalla Facoltà di Agraria quando Claudio sentì prurito negli stinchi e contemporaneamente Franco, il lungo, aveva avvistato dall’alto dei suoi binocoli Larentu che prendeva fiato sulla cima di una collina.

Sono là, disse agli altri, facendo cenni con la mano, mentre continuava a scrutare l’orizzonte un po’ fosco per i vapori mattutini. Claudio, che si era curvato per grattarsi, si trovò fra le dita dei babbauzzi che non conosceva ma che avevano un odore nauseante; non tardò a capire che si trattava di varroe all’avanscoperta.

 

Passò qualcosa di mucillaginoso a Romolo che al tatto confermò con un cenno disgustoso la “diagnosi” già proposta. Franco che dominava la situazione dall’alto inviò uno spruzzo sulla collinetta di Larentu e subito lo vide tentennare e scivolare disteso verso il basso; quasi all’istante il capitano e l’aiutante apparvero là vicino in atto di scagliare manciate di varroa alla brigata.

Claudio fu pronto perché già inviperito e con raffiche di Amitraz uccise tutte le varroe scagliate; Angela e Rita a quella mossa premetterò i pulsanti delle bombole di appretto e, in un lampo, pietrificarono i due spudorati lanzichenecchi nell’atto di ungere ed imbrattare.

 

Il grosso delle truppe, ben addestrate e autonome in caso di infortunio ai duci, accorgendosi del pericolo amitraziano e della violenza con cui veniva diretto alle avanguardie, si dispersero cercando di deviare verso est, poiché tali erano le direttive qualora qualche inconveniente avesse sbarrato la strada per Sassari: ripiegare ad est verso la base di Tula per attaccare poi la Gallura dall’entro terra, considerato che dal mare vi erano forti difese, già saggiate in spedizioni notturne sui porti e sull’aeroporto.

 

Il capo aveva ricevuto uno spruzzo di appretto a metà; accadde che, dopo alcuni minuti, riuscì ad allentare la presa della pietrificazione e mirò subito agli occhi dell’entomologo. La ferocia del condottiero cagliarese ebbe la meglio trovando il Romolo intento ad indicare una pattuglia varroatica che depistava verso il Campo di Ozieri.

Lo colpì negli occhi accecandolo senza poter dare disposizioni per arginare l’avanzata di quella maledetta pattuglia che sfuggì all’attenzione degli altri intenti tutti a bombardare, irrorare, atomizzare quanto stava loro dinnanzi. Romolo ebbe un attimo di smarrimento, ma intervenne dall’alto il solito Franco con uno spruzzo di anidride solforosa che abbatté il capo con insolito fragore per cui l’esercito tremò tutto e si disperse impedendo per il momento la furtiva invasione del Sassarese.

Quando le luci dell’alba apparvero sui monti di Pattada, i salti di Mores erano cosparsi di mucchi di varroe indurite dall’appretto, avvelenate dall’Amitraz, fatte secche dall’anidride solforosa e da alcune scariche rumorose di peti non si sa di quale fonte, ma ugualmente efficaci contro un tal nemico. Restava il dubbio sulla pattuglia che aveva svicolato ad est, però la stanchezza era tanta che non poterono verificare la nuova situazione.

Ragion per cui Claudio che aveva assunto il comando per l’assenza di Romolo che si aspergeva il viso per levarsi la lordura cagliarese, trasmise un apigramma ad Olbia avvertendo Serafino e Tomas che intervenissero immediatamente sulle strettoie di Oschiri nel caso in cui la pattuglia avesse raggiunto quelle cussorge (17).

 

Con l’aria fresca, quasi pungente dell’alba anche l’anidride solforosa non ebbe un effetto micidiale sul duce, il quale si riprese sia pur lentamente. Il suo risveglio fu assai doloroso perché scorse intorno mucchi di cadaveri e vide Larentu rialzarsi con gran fatica, coi suoi cento casiddos sulle spalle, traboccanti di varroe, ferite o in stato comatoso: gli parve di aver perso la battaglia, ma non disperò; vide davanti a sé la brigata più che mai agguerrita che, paga di aver disperso le avanguardie varroasiche, restava in attesa di altre mosse. Il furbo finse di essere ormai sconfitto, fece il finto morto ed attese che la brigata si ritirasse onde poter riordinare le forze che eventualmente fossero ancora sparse o intossicate.

 

All’apparir del sole sull’oriente sardo l’apibrigata tattaresa (18) si ritirò verso Bonnanaro e strada facendo il Romolo volle lanciare un entomogramma di allarme e di avvertimento agli apicoltori logurodesi dicendo che c’era in zona una schiera di diavoli sudisti disseminando una nefasta progenie di acari che avrebbero distrutto le api. Purtroppo molta gente non crede ad occhi chiusi tutto ciò che dicono i professori e così nessuno si mosse dalle capanne ancora semiaddormentate.

Duole quando le persone non prestano ascolto ai messaggi e perciò resta l’amarezza in chi lo trasmette e poi nasce il rimpianto in chi non l’ha recepito al momento giusto. Bastava che in quell’aurora tutti si fossero destati con roncole, cani, scope, siero bollente, preti e tiogamma per arginare quell’invasione che poi li avrebbe “disapiati”. La stanchezza ed il sonno pesava sulle “carene” dei nostri eroi. Si avviarono essi verso casa ma giunti alle curve di Bonnanaro furono attirati dalla cortesia di un contadino che metteva a loro disposizione due cesti di ciliegie appena colte: vi si buttarono che “api a moju” (19) e ne fecero una solenne mangiata.

Ahimè, per loro e per l’apicoltura sassarese! Fu fatale!


Come vedremo. Tomuccio captò per primo l’apigramma di Claudio: gli si rizzarono i capelli dietro il ciuffo e rimase ammutolito. Non svegliò nessuno, si alzo e diresse alcuni fucogrammi alle forze dell’interno. Chiamò Serafino, Boreddu, Natalino, Tiu Andria Tuccone, Larentzinu, Nico, Gianferri e Chiodino, preparò il suo areo al decollo, il Presidente sollecitò a predisporre la squadra pato-chirurgica con il dottor Porcu di Berchiddeddu, nuovo appassionato apicoltore.

 

I fucogrammi furono uditi anche più lontano e parecchi si misero in viaggio verso l’aeroporto ove Bastiano in un amen aveva rifornito e agitato le eliche.

Mezz’ora dopo l’aereo era stipato di uomini e di attrezzi appesi e legati fuori dalla carlinga tanto che sembrava il carro della befana di altri tempi. Zio Agostino giunto per ultimo si aggrappò al carrello tenendo i tre proli di Natalino che volevano provare emozioni nuove, considerato che essi non temono mai per nessuna ragione; Pitzinna e Biuti si erano accoccolati su un’ala legati con una cinghia di serranda; Giuanne Melone giunto tra i primi preferì l’ultimo posto di coda, perché in caso di atterraggi forzati, là è facile salvarsi…- Rotta ovest per cussorge

-Madonna di Castro, - comunicò Bastiano alla torre di controllo.

Decollo immediato e buona fortuna, - rispose Busu via radio.

 

L’aereo decollò con gran fracasso mentre Giovanni Meloneddu si aggrappava ai sedili. A quota 600 piedi vi fu un’impennata per cambio di vento e Giovanni sentì umido sotto il sedile, mentre quelli che stavan davanti chiedevano con urla di turare le condotte di scarico. Oschiri è in vista: atterraggio sul rettilineo della direttissima per Sassari e prosecuzione in rullata fino a Castro. Peu Bua e gli amici avevano captato l’apigramma di Claudio e si erano preparati caricando il suo motocarro antidiluviano di ogni sorta di armi atte ad arginare l’avanzata varroasica.

Quando giunsero i galluresi era già stata costruita una barriera di tiria, una trincea antivarroa, ed una fascia depolverizzata con solco petrolifero per annegamento varroe. Pantaleo e Gesuino con altri giunsero da Berchidda armati con spruzzatori di vernice alla nitroglicerina infiammante-esplodente in caso di estrema necessità. Occorre dire che stiamo riportando sempre il racconto, per sommi capi, della Signora che continua a sognare e vede tutte le vicende che si vanno narrando.

 

Ripresisi dallo shock, il generale e Kannaka, cercarono di rintracciare l’aiutante purtroppo senza esito: aveva oltrepassato i confini del morese ed era fermo a Chilivani con una pattuglia della stradale che voleva conoscere le ragioni della sua presenza nella zona, troppo lontana da quella di residenza.

Come militare non era tenuto a far conoscere al nemico quali erano le ragioni e pertanto fu considerato una spia e come tale trattenuto per accertamenti.

Larentu si trovò con il carico alleggerito per aver perso almeno sessantamila varroe, mentre il capo non poteva digerire la sconfitta subita con notevoli perdite e dispersione delle forze; tuttavia non si arrese e con segnali in russo, cinese, rumeno e slavo riuscì a raccogliere quelle siringate pattuglie che erano andate ad infestare gli apiari della zona, mettendo insieme ancora un buon manipolo di varroe inferocite per le perdite inferte dalla Sassarese. Le nuove disposizioni furono:

 

1) avanzare compatti verso Oschiri;

2) in caso di ostacoli ripiegare verso Tula alla base di Bia Ebbas e verso Pattada a Sololche;

3) se vi sarà una piccola disponibilità di forze, alcune pattuglie devono tentare un nuovo attacco nelle terre del Sassarese attraverso Ardara e Ploaghe.

Come è facile capire la spina della infestazione di Sassari stava molto a cuore al capo, memore della sconfitta di Uras nel secolo XV… (20)

 

La sognatrice racconta che era sempre notte, benché le ore fossero passate dal primo avvistamento in Campeda e dopo la battaglia di Turalva (21) (avevamo già visto il sole, ma immaginiamo che il cielo sia molto nuvoloso, così non alteriamo né il passaggio né il tempo). Lentamente le avanguardie si affacciarono sulla vallata di Castro da ovest, assai guardinghe dopo la precedente esperienza. Superata la prima curva in salita trovarono il primo intoppo: il motocarro di Peu con un manifesto del sindacato dei fuchi scritto in rosso carminio, diceva: - Hic varroas non passaribus - difesa con poltiglia bordolese e, se occorre, anche Amitraz.

Come si vede i significati erano tanti, ma lasciamo il lettore di interpretarli a proprio gusto.

 

La Signora sognante non s’era accorta delle schiere oschiresi e galluresi e notando lo sbarramento si domandò come avessero potuto prepararsi, benché lei non avesse avuto né la forza di rompere il sogno né il tempo per far giungere l’allarme in Gallura. Comunque ne fu felice e gioì assai quando notò l’aereo avanzare oltre il dosso per raggiungere la prima linea.

 

Con un varrogramma delle avanguardie fu informato il capo della situazione; ma prima che pervenisse la risposta gli oschiresi, confortati dai rinforzi, avevano già dato il segnale dell’attacco: furono messe in moto le macchine spruzzatrici; dato fuoco alla tiria, irrorata la fascia depolverizzata e riempito il solco petrolifero antivarroa: grosse fiammate di vernice alla nitro furono spedite da Pantaleo che operava con Gesuino su un colle.

Le attaccanti rimasero fulminate e le truppe di rincalzo, ricevuta la risposta del capo, ripiegarono a nord e a sud senza esitazione. In verità il capo non credette subito alla presenza di forze ad Oschiri e montato su una jeep, alimentata con linfa di varroa, volle constatare di persona la situazione.

 

Affacciandosi su un tirighino nascosto incappò prima davanti a Lorentzino che lo spruzzò di sulfatiazolo a forte concentrazione, ma passò per assuefazione; il Presidente Sanciu lo assalì con boccate di fumo all’ammoniaca ma quegli superò l’ostacolo; arrivato da Tomuccio ricevette una forte spruzzata d’aceto da un certo bottiglione datogli dall’amico Giovanni: si trovò gli occhi talmente infiammati che non vide più nulla. Che aceto, però!

 

Allora tutti gli furono addosso per suonargliele di “profana” ragione, ma la potenza del carburante consentì alla jeep di svicolare verso il lago ed essendo anfibia raggiunse la base di Tula benché in condizioni disastrose. Le pattuglie dirette a sud non tardarono a raggiungere Sololche in quel di Pattada ove, la Cooperativa al completo teneva un’assemblea sull’argomento: “Formas e misuras pro firmare sa varroa in su saltu nostru” (22).

 

Bell’assemblea e con qualche risultato! Quando andarono a vedere l’apiario trovarono le ospiti già a cavallo dei fuchi e delle operaie. Bella frittata!! I pattadesi ebbero sentore della battaglia di Castro dal telegiornale della rete 3, sempre premurosa nell’informare gli apicoltori sardi della situazione politica della metropoli cagliarese e di altre vicende nauseabonde per gli operatori agricoli.

Tomas, viste le forze in campo e l’esito subitaneo della battaglia, gioì a tal punto che avrebbe gradito la presenza dei dirigenti apistici sassaresi, non sapendo che anch’essi erano reduci, sazi di ciliegie di Bonnanaro e certi di aver debellato il comune nemico; ma gli venne anche il desiderio che a Castro fosse presente anche il suo preside Bartolomeo, perché vedesse con quale impeto fu organizzata e condotta l’acaromachia scatenata dagli untori.

Giunto alla base, il capo si riprese dall’acetosi padrese grazie ad alcuni unguenti che una ditta del Capo di sotto aveva opportunamente approntato per i casi di grave inquinamento dalle difese nemiche.

La Signora nella sua stupenda visione aveva assistito ad altre vicende di quell’eroica tenzone, manifestando nella narrazione una tale felicità per le botte date dai nordisti ai sudisti ed avrebbe continuato a sognare serenamente per altre ore se non fosse intervenuto l’urlo di Claudio e le maledizioni di Franco, i quali, insieme a tutta la brigata, Romolo in testa, rientravano quasi spavaldi della lezione inflitta agli invasori nel bivio di Turalva. Gli eroici combattenti rinfrancati dalla faticaccia e dalle buone ceste di ciliegie avevano ripreso la superstrada certi del rinvio dell’invasione ad altri anni di quelli che devono arrivare.

 

Ma, ahimé, all’uscita dal tunnel di Màscari, Angela sbirciando avanti lungo la pista ciclabile, quasi sullo svincolo per Sassari, scoprì le guardie varroatiche inviate dal capo attraverso la via di Ardara per distruggere l’apicoltura sassarese e portotorrese. Là, guardate là, - gridò Angela - quelle sono varroe. Claudio fissò il punto ed esplose in quell’urlo che svegliò la Signora sognante. “Sono rovinatissimo” continuò Claudio a cui fecero eco Franco, Marco e Gianpaolo, mentre Rita restò ammutolita pensando: “Dopo questa faticata, la varroa ce l’ha fatta lo stesso!”

Orgosolo (NU) Tamara Kotevska e Ljubomir Stefanov, autori di Honeyland, ispirati dai lavori che hanno incrociato in paese

hanno deciso di dipingere un murale che recita “Ma se le api si estingueranno morirà contemporaneamente anche il mondo”.

La Signora in quel momento udì anche il telefono ed il marito che rispondeva ancora assonnato a Serafino il quale annunziava per certo, ma non era vero, che in quel di Berchidda era stato segnalato un focolaio varrooso che aveva attraversato il ponte Diana di Oschiri in un momento in cui la vigilanza era stata allentata per un piccolo ristoro al vermentino con patate bollite in comunione con pecora sarmentosa grassa. Subito si sentì anche il campanello di Pitzinna che saliva dal pozzo: c’era senza dubbio Boreddu dato che la cacciatrice a overtu (23) non esce senza essere accompagnata dal padrone.

Tomas lo vide avanzare asmaticamente con Serafino che aveva il mantice intasato dal polline dei fiori di Castro e dai nefasti effluvi dei pesticidi adoperati durante la battaglia.


Cosa ci fate a quest’ora a su canale?  Veniamo da Castro o forse non eri anche tu con noi? - gli risposero ad una voce.

 

Venite dentro, - aggiunse Tomas scompigliando con le dita i capelli. - Non capisco proprio quel che sta succedendo. Io non ero a Castro, ero a casa sveglio fino alle tre di notte a consumare l’ultimo episodio di una telenovela. 

 

Li ho visti io, - confermò la Signora che aveva sognato fino a pochi minuti prima e che vigilava dall’alto sullo svolgimento della tenzone tra apicoltori nordisti ed invasori sudisti.

 

Bene, - dissero gli ospiti, - andiamo a mangiare qualcosa, noi siamo stanchi ed affamati.

 

Sembrava tutto vero, così come sembrava tutto un sogno, una visione fantastica da notte d’incubo per una cattiva e lenta digestione.

Tomas aveva ragione: non ci si poteva capire proprio nulla di nulla.

 

Ed era vero perché Boreddu e Serafino a quell’ora dormivano a Cuzzola e ad Olbia, ignari che vi fosse stata una battaglia memorabile che aveva ritardato l’arrivo della temuta varroa nell’area gallurese.

 

 

 


 


Foto Ignazio Floris

 

5/2020 | Apitalia | 39

 

 

 

NOTE

 

 

(1) Termine per indicare un’antica moneta (detta anche callaresito) battuta a Cagliari, ma nel contesto del racconto e, probabilmente, nelle intenzioni dell’autore, dal significato simbolicamente “dispregiativo”, ad indicare il territorio del sud, da cui origina questo “disastro” come tanti altri. Letteralmente “Castello”, termine usato per indicare la città di Cagliari.

 

(2) Il Veneto, regione confinante con il Friuli da cui è partita la diffusione nel 1981 della Varroa in Italia.

(3) Serramanna, cittadina del sud dell’isola è la località in cui è stata segnalata la prima presenza ufficiale della Varroa in Sardegna.

 

(4) Circolava la voce, priva di fondamento, subito dopo l’arrivo della Varroa in Sardegna, che l’acaro fosse stato introdotto volontariamente da apicoltori professionisti del sud dell’isola con l’intento di accelerare il lento processo di ammodernamento del settore, ancora fortemente caratterizzato, soprattutto nel centro-nord dalla presenza preponderante dei caratteristici bugni villici di sughero “casiddos”.

 

(5) “E cosa ci possiamo fare”?, modo di dire dei sardi, pronunciato con tono spesso dimesso, a segnare l’ineluttabile “segno del destino” di un popolo avvezzo alle colonizzazioni esterne.

 

(6) Letteralmente “Castello”, termine usato per indicare la città di Cagliari

 

7) Da “Logudoro”, vasto territorio del nord dell’isola, corrispondente a uno dei 4 giudicati in cui era ripartita l’isola dal Medioevo.

 

(8) “Crema di latte di colostro”: antica ricetta della tradizione pastorale sarda, ottenuta rimestando a caldo latte di colostro di pecora, scorza di limone e zucchero, per ottenere un dessert da consumare rigorosamente freddo

 

(9) Altopiano della Sardegna nord-occidentale che si estende su una superficie di circa 12 mila ettari.

 

(10) Territorio storico del sud della Sardegna.

 

(11) Nel senso di “roba”.

 

(12) Comune spagnolo della Castiglia.

 

(13) Vasto territorio impervio e montuoso della Sardegna centrale, che rappresenta storicamente il nucleo più selvaggio dell’isola.

 

(14) Territorio pianeggiante a vocazione agricola del nord-ovest della Sardegna.

 

(15) Da medius locus, cioè luogo di mezzo, territorio confinante con il Logudoro. Note

 

(16) Termine per indicare gli insetti in sardo

 

(17) Cussorgia: istituto giuridico medievale secondo il quale il proprietario di greggi è autorizzato dall’autorità a godere, dietro pagamento, di un suolo pubblico destinato a pascolo. Note

 

(18) Termine dialettale di “sassarese”.

 

(19) Moju: recipiente in sughero, usato anche come unità di misura per il grano, ma nel caso specifico riferito al bugno (arnia) di sughero

 

(20) Battaglia di Uras risalente all’aprile del 1470 tra le truppe del viceré aragonese Niccolò Carroz e le milizie sarde del marchese di Oristano Leonardo Alagon.

 

(21) Termine dialettale per indicare la cittadina di Torralba.

(22) Forme (modi, modalità) e misure per fermare la varroa nel nostro “territorio”.

 

(23) All’aperto. Note


Orgosolo (NU) Tamara Kotevska e Ljubomir Stefanov, autori di Honeyland, ispirati dai lavori che hanno incrociato in paese hanno deciso di dipingere un murale che recita “Ma se le api si estingueranno morirà contemporaneamente anche il mondo”.

 

Prof. Ignazio Floris Università di Sassari



 

NOTE

 


 

 

Renzo Barbattini Dipartimento di Scienze AgroAlimentari, Ambientali e Animali - Università di Udine
Massimo Ghilardi - Insegnante atelierista del Comune di Reggio Emilia

 

 

PUBBLICATO SU Apinsieme, Rivista Nazionale di Apicoltura, Maggio 2020

 

 

 

 

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- sull'argomento "Miele" in Collaborazioni varie, di Maria Cristina Caldelli: DOLCILOQUIO - A TAVOLA CON IL MIELE ITALIANO.


- sull'argomento "Api e Religione", segnaliamo in Collaborazioni Varie l'articolo del Prof. Franco Frilli - "L'Ape nella Sacra Scrittura".

 

 

 

 

 

 

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