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Rubriche di
Patrizia Fontana Roca


COLLABORAZIONI

 

In questo Settore vengono riportate notizie e immagini fornite da altri redattori. Nello specifico, i testi sono stati realizzati da Massimo Melli, mentre le immagini e la grafica sono state curate da Cartantica.
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GIROLAMO SAVONAROLA
( di Massimo Melli )

Sento il dovere di premettere che Girolamo Savonarola di cui mi appresto a narrare la vita è un personaggio che sempre ha destato in me un sentimento d’ammirazione, sia per la sua fede viva ed adamantina, sia per la coerenza e la determinazione con cui portò avanti senza paura i suoi progetti.
Fu un profeta, disarmato, pieno di amore verso Dio ed il prossimo, completamente al servizio della Chiesa per la salvezza delle anime al cui scopo non risparmiò nessun sacrificio.
Asceta e predicatore brillante, la sua lotta contro il peccato e contro il modo pagano di concepire la vita che allora cominciava ad attecchire nella società, lo trascinò oltre i confini del lecito, portandolo al di fuori della Chiesa ed esponendolo all’imputazione di eresia. I protestanti ne fecero un precursore di Lutero, ma anche se ciò non è del tutto vero, è innegabile che la sua vicenda umana una pur minima influenza su Lutero, Calvino e Zuinglio, non fosse altro per il forte desiderio riformista implicito nella sua predicazione, deve esserci pur stata.
Desiderio di riformare la Chiesa! Tutti a parole volevano attuarla, ma nessuno trovava la forza o la voglia di realizzarla. Nonostante due gravissime e recenti prove subite: la cattività avignonese e lo scisma occidentale, la Chiesa non riusciva ad iniziare quel cambiamento che moltissimi sinceri cristiani richiedevano a gran voce e ciò principalmente perché coloro i quali la governavano: il Papa, i cardinali ed i vescovi, erano preda di passioni sfrenate quali il desiderio smodato di potere, la voglia di accumulare sempre maggior quantità di denaro e la lussuria, per cui poco curandosi delle cose spirituali rimandavano sempre la convocazione di un concilio ecumenico, il solo che avrebbe potuto realizzare quelle sospirate riforme di cui la Chiesa aveva estremo bisogno.

I PRIMI ANNI

Terzogenito di sette fratelli, Girolamo nasce a Ferrara il 21 settembre 1452 dal mercante Niccolò Savonarola e da Elena Bonacossi, proveniente dalla famiglia dei Bonacossi, ramo dell’antico e potente clan dei Bonacolsi, un tempo signori di Mantova.
Suo nonno Michele Savonarola, era un noto medico e professore di medicina all’Università di Padova; autore di alcuni testi di medicina ed archiatra del marchese Niccolò III° d’Este e della corte degli Este, i signori di Ferrara. Uomo profondamente religioso e di costumi integerrimi, egli sicuramente ebbe un notevole influsso nella formazione di Girolamo e fu lui che si prese cura della sua prima educazione, insegnandogli tra le altre cose, la grammatica, il latino e la musica.
Dopo la morte del nonno, il padre gli fece studiare le arti liberali con il risultato che dopo qualche tempo Girolamo conseguì il titolo di maestro di arti liberali. Successivamente iniziò gli studi di medicina che però abbandonò presto per dedicarsi allo studio della teologia, materia che già allora gli interessava più di ogni altra disciplina.
Nel 1475, disgustato dalla corruzione e dalla decadenza dei costumi, prese la decisione di lasciare la famiglia, fuggire da Ferrara ed entrare nell’Ordine Domenicano presso il convento di San Domenico a Bologna.
“ Scelgo la religione perché ho visto l’infinita miseria degli uomini, gli stupri, gli adulteri, le ruberie, la superbia, l’idolatria, il turpiloquio, tutta la violenza di una società che ha perduto ogni capacità di bene……”, così scrisse , tra le altre cose , al padre per giustificare la sua scelta e fu in questo periodo che compose anche la sua prima opera il “De ruina mundi” una poesia, in cui stigmatizza la corruzione morale dei laici ma soprattutto dei vescovi e dei cardinali.
Nello stesso anno ricevette l’abito di novizio dal priore, l’anno successivo pronunciò i voti e nel maggio 1477 venne consacrato diacono.
I suoi superiori lo vollero predicatore ma senza trascurare l’approfondimento della teologia che gli verrà fornito da validissimi maestri. Nel 1479 è inviato a Ferrara nel convento di S. Maria degli Angeli con l’incarico di maestro dei novizi e tre anni dopo è trasferito a Reggio, da dove qualche tempo dopo verrà destinato a Firenze, saldamente in mano alla famiglia dei Medici, con l’incarico di istruttore capo di teologia e lettore delle sacre scritture nel convento di San Marco.
Rimase a Firenze alcuni anni e quando fu trasferito di nuovo a Bologna nel 1487, la sua partenza passò inosservata. Un anno dopo fu mandato a Ferrara come predicatore, finchè nel giugno 1490 ritornò a Firenze dietro esplicita richiesta di LORENZO DE’ MEDICI che fece tale istanza per accontentare il suo carissimo amico Pico della Mirandola, grande estimatore del Savonarola, ma per tale richiesta ebbe modo di pentirsi successivamente.

Lorenzo De Medici, il Magnifico - Ritratto di G. Vasari

Pico della Mirandola

Papa Innocenzo VIII

 

Il RITORNO, IL SUCCESSO E LA FINE

Tornato quindi a Firenze fu assegnato al convento di San Marco dove i frati poco dopo lo nominarono priore. La voce del suo ritorno si sparse per tutta Firenze e ciò fece sì che moltitudini di persone accorressero in massa nella chiesa di S. Marco per sentire le sue lezioni, ma tanta era la ressa che si dovette trasferire la sua cattedra nel giardino del convento.
Le sue lezioni non erano semplici lezioni (oggi diremo catechesi), esse subito si trasformavano in prediche infuocate, apocalittiche, che impressionavano l’uditorio non abituato a sentire tali sermoni, rozzi forse, ma molto spontanei. Egli scandalizzava, seduceva e suscitava discussioni col continuo annunciare catastrofi e castighi, ma ciò faceva sì che sempre nuova gente venisse ad ascoltare questo novello Giovanni Battista.
Predicò per circa un anno e mezzo a S. Marco, ma poi a furor di popolo fu invitato il 16 febbraio 1491 per la prima volta a predicare sul pulpito del Duomo di S. Maria del Fiore. La predica fu talmente infuocata, tutta improntata contro i ricchi affamatori dei poveri, che imbarazzò anche i suoi amici ma il successo popolare fu immenso.
Successivamente, su invito dei governanti, predicò a Palazzo Vecchio davanti alla Signoria, anche questa volta criticando in modo veemente i detentori del potere, invitandoli ad un comportamento verso i poveri più conforme al Vangelo. Per queste temerarie accuse Lorenzo si allarmò e decise di agire ma secondo il suo modo, delegando alcuni cittadini a recarsi dal frate per ammonirlo a non tenere più certe prediche e minacciarlo che in caso contrario sarebbe stato bandito da Firenze.
Questa minaccia però non ottenne l’effetto sperato, ma anzi il Savonarola profetizzò la prossima morte di Lorenzo : “io ho da restare, lui se n’ha da andare“. Lorenzo pur offeso non volle intervenire in modo drastico ma affidò il compito di rispondergli ad un celebre predicatore agostiniano, frà Mariano da Genazzano, commissionandogli un sermone contro il Savonarola. Il sermone fu tenuto nella chiesa di S. Gallo alla presenza dello stesso Lorenzo ed una grande moltitudine di gente, ma frà Mariano nel corso dell’omelia perse il senso della misura pronunziando frasi da taverna e volgari insinuazioni che disgustarono l’uditorio.
Alla fine, quella che doveva essere una riunione per screditare il Savonarola fu il suo più grande successo.Certo i sentimenti del Magnifico verso il Savonarola rimarranno sempre un mistero! E’ vero che il frate aveva un forte ascendente sul popolo fiorentino, ma il regime dei Medici in quel momento era solido e Lorenzo godeva di un prestigio che gli avrebbe consentito di eliminare con facilità quel frate “rozzo e screanzato“. Penso che sia stato proprio questa sicurezza di sé e del suo regime il motivo di tanta esagerata tolleranza verso il frate.
Nonostante i molti sgarbi subiti, Lorenzo continuò a frequentare la Chiesa di San Marco e dalla quale mai ne usciva senza prima aver lasciato una lauta elemosina. Quando Lorenzo de’ Medici morì nella sua villa di Careggi l’8 aprile 1492, il frate si recò dal morente e gli impartì la sua benedizione come riferisce il Poliziano presente all’avvenimento.

Intanto nel luglio 1492 moriva Innocenzo VIII° e il 10 agosto fu elevato sul trono di Pietro il cardinale Rodrigo Borgia, che prese il nome di ALESSANDRO VI°, uno dei papi più discussi della storia. Nel maggio del 1493 ottenne l’autorizzazione papale all’indipendenza del convento di San Marco dalla Congregazione Lombarda da cui dipendeva e l’anno successivo riuscì a far distaccare dalla stessa Congregazione Lombarda altri conventi: quello di Pisa, di Prato, di San Gimignano e di Fiesole, creando così di fatto la Congregazione Toscana della quale lo stesso Girolamo divenne Vicario Generale.
Savonarola volle tale scissione per controllare il maggior numero di conventi e così rendere possibile quella riforma dell’ordine domenicano che da molto tempo aveva in mente di attuare. Egli volle che i suoi frati fossero un effettivo ordine mendicante, privo di ogni bene privato e per far questo vendette le proprietà dei conventi e gli oggetti personali dei frati, donando il ricavato ai poveri. Questa sua riforma improntata su una estrema povertà, strano a dirsi, attirò molti giovani i quali accorsero in gran quantità a chiedergli di poter entrare nell’ordine domenicano.
L’aumento del numero dei conversi lo spronò a progettare la costruzione di un nuovo convento, ma questo suo desiderio non potè realizzarsi perché nuove e drammatiche vicende stavano per accadere.
Nel settembre 1494 il re di Francia CARLO VIII° su richiesta di Ludovico il Moro Signore di Milano, invase l’Italia con un numeroso esercito, con lo scopo di rivendicare i diritti degli Angioini sul regno di Napoli e deciso a punire gli altri Stati che si sarebbero opposti a ciò.
PIERO DE’ MEDICI, figlio di Lorenzo e nuovo Signore di Firenze, a tale notizia invece di prepararsi alla difesa cercò, riuscendovi, di comprare il re di Francia, donandogli oltre a 200.000 fiorini, anche alcune fortezze e le città di Pisa e Livorno, permettendogli inoltre di entrare in città pacificamente, il che avvenne dopo qualche tempo.
Ma i fiorentini, nel frattempo venuti a conoscenza di questa vergognosa resa, costrinsero Piero de’ Medici a fuggire dalla città proclamando il 10 giugno 1495 la Repubblica, con il contributo del Savonarola.
Uno dei primi provvedimenti che i nuovi governanti presero fu quello della lotta contro il malcostume, lotta fortemente voluta dal Savonarola che ormai della Repubblica era il personaggio più importante ed influente. In forza di ciò furono vietati i canti carnascialeschi, i giochi d’azzardo, le scommesse, i balli e le corse dei cavalli.
Ai bestemmiatori veniva tagliata la lingua, pene severe venivano comminate alle prostitute ed in modo molto duro si contrastò la pratica dell’omosessualità che in quel periodo era molto in uso in città. In breve, il Savonarola con tutte queste restrizioni di ordine morale, mirava a trasformare la Repubblica Fiorentina in una teocrazia che avrebbe dovuto essere un modello di governo per le altre città italiane.

Papa Alessandro VI

Piero De' Medici


Questa campagna di moralizzazione fu attuata con una intransigenza totale, senza nessuna indulgenza per tutto il periodo in cui Savonarola rimase padrone della città, che sembrava essere avvolta da una cappa di malinconia e di paura. Per far rispettare la moralità pubblica il Savonarola si circondò di uomini a lui fedelissimi, i “ Piagnoni “, così chiamati in quanto si facevano sempre vedere in lacrime, sotto il pulpito dove predicava, per dimostrare il proprio dolore per i peccati del mondo. Coloro invece che si opponevano a questo regime clericale - ed erano molti furono chiamati “ Arrabbiati “ nome che esprimeva il loro stato d’animo di fronte alla politica instaurata dal Savonarola in Firenze.
Con la sua politica moralizzatrice, il frate si procurò numerosi nemici da ogni parte e di ogni tipo e tra i più potenti bisogna annoverare lo stesso pontefice Alessandro VI° , contro il quale Savonarola non si stancava mai di scagliare pesanti accuse e feroci requisitorie, tanto che alla fine, stufo delle continue invettive, il Papa decise di agire.
Il 21 luglio 1495 emise un ”Breve” con cui l’invitava a recarsi a Roma per essere interrogato e per conoscere meglio il suo pensiero, ma Girolamo sospettoso, si finse malato e non andò.
L’8 settembre dello stesso anno il Papa inviò un nuovo “ Breve “ accusando questa volta il Savonarola di eresia e di annunziare false profezie; gli impose di non più predicare, trasferì i suoi più vicini collaboratori a Bologna e cosa più grave, riunificò il convento di San Marco e quello di Fiesole alla Congregazione Lombarda, merntre lo stesso Savonarola avrebbe dovuto sottostare agli ordini del Vicario Generale Lombardo.
Chi si opponeva all’attuazione di queste disposizioni incorreva nella scomunica latae sententiae. In pratica queste imposizioni smantellavano tutto quello che Savonarola aveva costruito nei 5 anni precedenti, per cui Girolamo indignato, scrisse al Papa respingendo tutte le accuse punto per punto e dovette essere molto convincente perchè Alessandro VI° con un altro”Breve” del 16 ottobre annullò quanto deciso nei due brevi precedenti, intimandogli soltanto di astenersi dalle predicazioni.

Savonarola questa volta obbedì non predicando per circa un anno, dedicandosi però con entusiasmo alla scrittura, pubblicando diverse opere tra cui “ L’Opera sopra i dieci comandamenti”.
Intanto, dietro richiesta della Signoria e con l’aiuto del cardinale Carafa suo potente protettore, il Papa concesse di nuovo al Savonarola la facoltà di predicare per un anno ed egli il 16 febbraio 1496 iniziò a predicare il quaresimale di quell’ anno nel Duomo di Firenze. Ma ormai il frate era tutto pervaso da uno spirito profetico e, dimentico della prudenza, si scagliò di nuovo contro la Curia Romana e contro il Papa.
Fatti in qua, ribalda Chiesa, tuonò dal pulpito del Duomo, io ti avevo dato, dice il Signore, le belle vestimenta e tu nei hai fatto idolo. I vasi desti alla superbia, i sacramenti alla simonia, nella lussuria sei fatta meretrice sfacciata, tu sei peggio che bestia; tu sei un mostro abominevole. Una volta ti vergognavi dei tuoi peccati, ma ora non più! Una volta i sacerdoti chiamavano nipoti i loro figlioli, ora non più nipoti ma figlioli... e così meretrice Chiesa, tu hai fatto vedere la tua bruttezza a tutto il mondo e il tuo fetore è salito fino al cielo...”.
Non meno feroce era l’atteggiamento di Girolamo verso Alessandro VI° che definì “simoniaco, eretico e incredulo“ e tuonando con forza in ogni omelia contro la sua elezione invalida .
Papa Alessandro VI°, che fin qui lo aveva pazientemente tollerato, alla fine reagì con lo strumento che gli era più appropriato: la scomunica che emise il 13 maggio 1497. Dopo qualche traversia, la bolla di scomunica fu resa pubblica in Firenze il 18 giugno e da questa data, frate Girolamo veniva bandito dalla comunità dei cristiani fino a che non si fosse recato a Roma a chiedere il perdono del Papa. Alla stessa pena sarebbero incorsi coloro che lo avessero sostenuto.
Girolamo, anziché piegarsi ed ubbidire come avrebbe dovuto fare un religioso, si ribellò contro la decisione papale dichiarandola più volte non valida e continuando a predicare contro i vizi della Chiesa fino a quando la Signoria gli negò tale diritto. Questa ribellione all’autorità papale gli creò un grande numero di nemici, specie fra il clero degli altri ordini religiosi.
Uno di essi, un francescano di nome Giuliano Rondinelli, addirittura lo sfidò ad una ordalia, a camminare cioè in mezzo ad un rogo ardente ed arrivare sano e salvo dall’altra parte per dimostrare così il favore divino al proprio modo di agire. Savonarola rifiutò di sottomettersi alla prova, ma al suo posto volle andare un suo pio assistente di nome Domenico.
Il 7 aprile 1498 a piazza della Signoria nel cui centro erano state erette due pire, in presenza di migliaia di persone l’ordalia ebbe inizio; ma le numerose obiezioni sollevate dai due contendenti che ne ritardavano continuamente l’avvio e l’improvvisa comparsa di un forte temporale con grandine, lampi e tuoni, convinsero la Signoria a disporre la fine della manifestazione. La mancata ordalia fu l’inizio della fine per il Savonarola; infatti la folla inferocita coprì di insulti ed ingiurie sia lui che i suoi seguaci mentre salmodiando ritornavano al convento di S. Marco. Nel giro di poche ore, la rinuncia al “ giudizio di Dio “ trasformò il sentimento dei fiorentini nei suoi confronti in feroce odio e totale disprezzo.
Il giorno dopo, l’8 aprile 1498, migliaia di “ Arrabbiati “ armati di spade ed altre armi improprie, circondarono il convento di San Marco decisi a mettere le mani su Savonarola, i frati e quei laici che ancora erano all’interno. Intimoriti dalla presenza ostile di tanta gente, i frati suonarono la campana del convento chiamata “la piagnona“per chiedere aiuto ma nessuno ritenne prudente accorrere.
La folla infuriata cominciò l’assalto alle mura del convento, riuscendo con qualche difficoltà ad entrare e dando vita a furiosi scontri con coloro che erano all’interno, i quali opposero un’ accanita resistenza che procurò numerose vittime tra gli assalitori.
Dopo alcune ore di furiosi scontri, quattro rappresentanti della Signoria furono autorizzati ad entrare nel convento per trattare la resa che fu accettata dal Savonarola. Il frate e due dei suoi principali assistenti,: fra' Domenico da Pescia e fra’ Silvestro Maruffi, furono presi e con le mani legate dietro la schiena condotti fra due ali di folla inferocita in Palazzo Vecchio, dove furono imprigionati in attesa di essere processati.
Il Papa molto contento, pretese che Savonarola e gli altri frati fossero giudicati da un tribunale romano, ma la Signoria decise che il processo dovesse celebrarsi in Firenze.

Nominata in tutta fretta una Commissione d’inchiesta composta da 17 cittadini tutti avversi al frate, si diede inizio al processo che fu preceduto da interminabili interrogatori durante i quali i frati furono sottoposti a torture. Alla fine stremati, sia frate Silvestro che frate Girolamo cedettero e ammisero tutti i capi d’imputazione che gli venivano contestati e solo frate Domenico tenne duro proclamando la santità del suo priore. Giudicati colpevoli di eresia e scisma, furono condannati ad essere impiccati e bruciati sul rogo, non prima però di essere svestiti dell’abito domenicano e privati della consacrazione sacerdotale.
All’alba del 23 maggio 1498 i tre, dopo aver ricevuto i sacramenti ed aver ascoltato la santa messa, furono condotti sul luogo dell’esecuzione e dopo essere stati privati della dignità sacerdotale, spogliati dell’abito domenicano ed aver ascoltato la lettera del Papa che concedeva loro l’indulgenza plenaria, furono fatti salire sul palco ed impiccati.
Quando fu evidente che erano morti, il boia diede fuoco alla legna che era sotto il palco e subito alte fiamme si levarono verso il cielo consumando in breve tempo quei poveri corpi. Savonarola morì coraggiosamente, pregando in silenzio fino a che il cappio non lo strangolò, facendolo uscire con dignità dalla vita per consegnarlo al giudizio della storia.



dello stesso Autore:

Breve Trattato sull'Inferno


Breve Trattato sul Purgatorio


Breve Trattato sul Paradiso

 

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Cagliostro

Eresie: Nestorio, Eutiche e Pelagio

 

Frà Dolcino e gli Apostolici


Giordano Bruno


I Catari

Il Grande Scisma d'Occidente

 

Il Sacco di Roma


I Re Magi


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L'Assedio di Malta

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La Breccia di Porta Pia

La Guerra dei 100 anni

 

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Lo Scisma Anglicano

 

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