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Rubriche di
Patrizia Fontana Roca


COLLABORAZIONI

In questo Settore vengono riportate notizie e immagini fornite da altri redattori. Nello specifico, i testi sono stati realizzati dal giornalista Giuseppe Massari, che ha trasmesso anche le foto, mentre la grafica e la rielaborazione delle immagini è stata curata da Cartantica.

Tutti gli articoli degli altri Settori sono state realizzati da Patrizia di Cartantica che declina ogni responsabilità su quanto fornito dai collaboratori.

"N.B.: L'Autore prescrive che qualora vi fosse un'utilizzazione per lavori a stampa o per lavori/studi diffusi via Internet, da parte di terzi (sia di parte dei testi sia di qualche immagine) essa potrà avvenire solo previa richiesta trasmessa a Cartantica e citando esplicitamente per esteso il lavoro originale (Autore, Titolo, Periodico) ."

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INTERVISTE, RECENSIONI

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LETTERA APERTA A PAPA FRANCESCO A PAPA FRANCESCO DI MAGDI CRISTIANO ALLAM: C'E' POSTO NELLA CHIESA PER UNO SPIRITO LIBERO?

 

 


Con questo titolo, il Giornale del 31 marzo 2013, giorno di Pasqua, pubblicava una lettera di Magdi Cristiano Allam, convertitosi cinque anni fa al cristianesimo, nonostante la sua provenienza e la sua fede islamica, ricevendo, contestualmente, durante quella storica veglia pasquale, nella basilica di san Pietro, dalle mani di Benedetto XVI, i sacramenti della iniziazione cristiana.
Evidentemente, alcuni eventi e alcuni fatti che si sono succeduti, non lo hanno convinto, sino al punto da fargli preannunciare e paventare le “dimissioni” da un certo cristianesimo nel quale, pare, non doversi o volersi riconoscere più.
Alla luce di questa maturazione ulteriore, ha deciso di inviare una lettera aperta all’attuale pontefice per contestagli alcuni atteggiamenti assunti subito dopo l’elezione al pontificato. Giudizi di merito e di sostanza che condividiamo in pieno, sottoscrivendoli con la consapevolezza piena di chi crede nello spirito di obbedienza al Papa, alle gerarchie ecclesiastiche, ma senza lasciarsi prendere o andare da quella papalatria o ecclesiolatria che molti hanno inaugurato sin dal momento successivo alla elezione al Soglio di Pietro di Papa Francesco.

Scrive Magdi Allam: “Vivevo già sotto scorta perché sin da musulmano condividevo i valori non negoziabili della sacralità della vita, della pari dignità tra uomo e donna, della libertà religiosa, che nel Cristianesimo hanno trovato la loro dimora naturale. Mentre la violenza è intrinseca al Corano e a Maometto e la conflittualità è intrinseca allo scontro sulla concezione e la gestione del potere spirituale e secolare tra i musulmani, ho sempre immaginato che all'opposto nel Cristianesimo prevalgano sia l'amore che è in Gesù e nei Vangeli, sia l'unità quantomeno tra i cattolici in virtù della presenza del Papa.
Sulla base della convinzione che i cattolici non possano non essere che un tutt'uno con il Papa quale vicario di Cristo in terra, ho sempre vissuto con sofferenza il contrasto tra ciò che in seno alla Chiesa si afferma come verità, ciò in cui si crede come fede e ciò che si compie come opere.
A cominciare dalle dimissioni terrene del Papa Benedetto XVI, nel pieno delle sue facoltà mentali e una salute invidiabile per i suoi 86 anni, che da un lato non potrebbero far venir meno l'investitura divina che l'ha consacrato a vicario di Cristo e, dall'altro svela la resa al potere secolare che governa lo Stato del Vaticano incappato in una serie di scandali finanziari e sessuali.
Subito dopo il suo esordio come Papa, sono rimasto perplesso dal suo messaggio centrale volto a promuovere una Chiesa povera vicina ai poveri. Pur comprendendo che la Chiesa ha un orizzonte universale e si fa carico della tragica realtà di tanti poveri nel mondo, l'esaltazione della povertà come valore intrinseco, alla stregua di San Francesco di cui lei è il primo Papa ad adottarne il nome, rischia di essere equivocata nel momento in cui in Italia, in Europa e altrove delle popolazioni benestanti vengono ridotte in povertà dalla dittatura finanziaria promossa dalla speculazione globalizzata, dallo strapotere delle banche e dall'Eurocrazia che condannano a morte le imprese, moltiplicano i disoccupati, mettono in sofferenza le famiglie e tolgono la speranza ai giovani.
Esaltare la povertà, almeno in questa parte del mondo e in questo momento storico, rischia di essere percepito come un invito alla rassegnazione ad una tirannia che sta trasformando dei paesi ricchi in popolazioni povere per assecondare l'ingordigia di chi ha eretto il denaro a proprio dio”.

Così conclude: “Per aver espresso queste considerazioni, mi sono ritrovato violentemente attaccato da coloro che si concepiscono come fedelissimi della Chiesa e del Papa, ridotto a oggetto di linciaggio mediatico paragonabile a una versione virtuale dei tribunali dell'Inquisizione, irrimediabilmente condannato come Satana, Giuda, apostata, traditore, indemoniato, perfido, finto-cattolico dopo essere stato un finto-musulmano. Sentenze inappellabili accertate dalla citazione letterale della Bibbia e dei Vangeli.
Caro Papa Francesco, guardandola e ascoltandola mi verrebbe di darle del tu, la domanda che le pongo è la seguente: premesso che credo in Gesù Cristo vero Dio e vero Uomo, che credo nel battesimo ricevuto da Benedetto XVI, c'è posto nella Chiesa per uno spirito libero che ama la verità e non rinuncia alla libertà? Io penso di sì e sono certo che il mio contributo, al di là delle reazioni impulsive, acritiche e fanatiche, servirà a fortificare la Chiesa e a salvare la civiltà cristiana. Buona Pasqua di Risurrezione di tutti gli spiriti liberi”! 

Giuseppe Massari

 

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SCOPERTE A ROMA RELIQUIE UMANE DI BENEDETTO XIII, IL PAPA GRAVINESE E TERZO PONTEFICE PUGLIESE

 

Il vocabolario Treccani, della parola precordi fornisce, tra l’altro, la seguente definizione:

“per indicare complessivamente gli organi e le formazioni anatomiche della cavità toracica che circondano il cuore, ritenuti sede degli affetti, dei sentimenti, della sensibilità”.

Questa premessa per portare a conoscenza dei lettori, in generale, e dei gravinesi in particolare, che attraverso la mia ricerca storico-iconografica sulla figura dell’Orsini cardinale, arcivescovo e Papa col nome di Benedetto XIII: “Viaggio nella storia tra le pietre vive della memoria”, non ancora definitivamente chiusa o conclusa, ho scoperto una notizia interessante, forse una sorpresa pasquale.
Una sorpresa non godereccia, probabilmente e né passeggera o pronta ad usurarsi con il tempo.

Da il "Giornale" del 24 u.s. leggo una intervista ad una certa Lauretta Colonnelli, autrice di una recente pubblicazione: “Conosci Roma?”, una specie di guida sulle amenità curiosità nascoste e sconosciute della capitale d’Italia.
Nel corso della chiacchierata con il giornalista intervistatore, la Colonnelli racconta di una chiesa romana in cui sono custoditi i precordi dei papi dal 1590, cioè da Sisto V a Leone XIII, deceduto nel 1903.

“Nella chiesa dei santi Vincenzo e Anastasio, davanti alla Fontana di Trevi sono sepolti in appositi loculi i precordi, le frattaje - come dicono i romani - di 23 pontefici, da Sisto V, morto nel 1590, a Leone XIII, morto nel 1903. La pratica fu abolita da Pio X”.
Tra conferme e certezze, scopro perché la succitata chiesa, fu definita dal Belli, poeta dialettale romano, “un museo de corate e de ciorcelli”, perché nella chiesa si conservavano in appositi contenitori i precordi dei papi, ossia quelle parti interiori facilmente decomponibili che venivano asportati durante l’imbalsamazione cui erano sottoposti i pontefici.
A questo punto cerco di risalire, di rintracciare l’autrice per sapere e conoscere se fra quei 23 pontefici o tra i resti di quel pontefice ci fossero anche quelli relativi a Benedetto XIII.
La signora Colonnelli, così risponde, il 27 marzo, sia pure non direttamente a me, ma alla casa editrice,  che ha pubblicato il lavoro sopracitato, e alla quale mi ero rivolto per soddisfare le mie curiosità e acquisire nuovi e probanti elementi:

“Benedetto XIII Orsini (Papa dal 1724 al 1730) è tra quelli che hanno i precordi conservati nella chiesa dei Santi Vincenzo e Anastasio essendo la pratica in auge dal 1590 al 1903".

Non fermandomi e non arrendendomi, come è nel mio stile, sono risalito anche al sacerdote rettore di questa chiesa, il quale mi ha dato conferma, anche se un po’ infastidito e stizzito per averlo disturbato, perché, come si sa, i preti, bontà loro, sono sempre indaffarati, tranne nel raccontare menzogne, come quelle che si è lasciate sfuggire il mio interlocutore: Benedetto XIII era e fu un Papa rimbambito perché nominò come suo segretario un delinquente; per carità, lui, un santo uomo, ma fu un uomo che non ebbe lucidità o ebbe i sensi appannati, della serie, chiedo se i carciofi sono buoni o se posso acquistare le mele e il fruttivendolo, di contro mi parla di altri frutti o del proprietario di frutti che lui non vende.
Purtroppo, anche questo ha fatto parte, come tanti altri episodi, della mia ricerca. Purtroppo, come dice e recita il proverbio: “nessuno è perfetto”. Pazienza.

Comunque sia, ho messo a segno un altro tassello importante nella economia della mia ricerca. Ho voluto farne dono ai miei concittadini, anche se la notizia, al momento, non è accompagnata dalla foto specifica, ma, da una che riproduce l’interno del luogo dove sono conservate alcune reliquie del nostro Papa Benedetto XIII.

Giuseppe Massari

 

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BENEDETTO COLUI CHE VIENE NEL NOME DI FRANCESCO

 


Potrebbe essere questa la sintesi meravigliosa per un saluto di congedo al Papa emerito, Benedetto XVI, e commentare l’arrivo del nuovo vicario di Cristo sulla cattedra di Pietro, PPapa Francesco.
Un papa non previsto, non considerato, scartato alla vigilia dei tanti inutili totopapi, puntualmente smentiti in questo come in altri, in ogni e dopo tutti i conclave.
Il compianto cardinale arcivescovo di Genova, Giuseppe Siri, “Papabile” ad ogni conclave a cui partecipò, cioè colui che entrava sempre da  Papa ed usciva sempre, puntualmente e ancora di più cardinale, ebbe a dire: “I papi si fanno in conclave”.
Purtroppo, nonostante le secche smentite, c’è stato chi si è esercitato e si diletterà, in futuro,  a sfornare previsioni, possibilità e probabilità. E’ un esercizio, francamente, che non abbiamo mai coltivato, che non ci è mai piaciuto, perché, noi, per quello che valiamo e molto modestamente, crediamo, come Siri, che i papi li elegge lo Spirito Santo.

Fatta questa necessaria premessa e senza volerci unire al coro di coloro che hanno salutato il novello pastore della Chiesa universale come il novello rivoluzionario, dati le primizie e le primogeniture storiche a cui molti hanno fatto riferimento, vogliamo solo ribadire la verità e le altre verità secondo le quali è il primo gesuita a diventare Papa; il primo a chiamarsi Francesco, riferito al poverello d’Assisi e non ad altri, anche se c’è stato qualcuno che si è prestato alle solite sfortunate forzature, facendo riferimento al padre missionario gesuita san Francesco Saverio.
Ammesso che ciò fosse stato vero, comunque, non bisogna dimenticare che il primo ed originale Francesco è stato il santo del Cantico delle creature. Papa Francesco è il primo ad essere di origini latino-americane, ma, anche italo-argentino, anzi, nonostante tutto e proprio per la scelta del nome, potremmo non esagerare a definirlo italiano, giacchè ha scelto di prendere il nome di colui che è il patrono d’Italia. 

Il primo ad essere eletto Papa dopo essere arrivato secondo nel conclave precedente.
Sempre il primo e ancora, che ha chiesto di pregare per lui, invocando su di lui la benedizione della preghiera al popolo intervenuto ed accorso in piazza san Pietro dopo la sua elezione;  
il primo che si è definito vescovo di Roma, piuttosto che Papa o pontefice o successore del pescatore di Galilea;
il primo ad avere al suo fianco, nella loggia delle benedizioni, l’attuale vicario di Roma, il cardinale Agostino Vallini, a cui ha fatto più volte riferimento nel suo primo indirizzo di saluto e presentazione dopo l’habemus Papam del 13 marzo scorso:
il primo a dover usare il mezzo pubblico e collettivo, da Papa, per fare ritorno, insieme ai cardinali elettori, dalla Sistina alla casa Santa Marta.

Finito e terminato l’elenco dei primati, qualche parola sul nome scelto per segnare la continuità apostolica e pastorale degli apostoli.
Francesco, secondo la storia, il rivoluzionario che denunciò una certa Chiesa dei fasti per avvicinarla a quella dei poveri nell’insieme del creato, delle creature e del creatore; un contestatore sui generis ed ante litteram, che pratica e predica una Chiesa più vicina al gregge delle pecorelle smarrite.
Francesco che ha il sapore, dell’inedito, dell’originale, del nuovo, senza precedenti, pronunciato da chi si è presentato sotto le insegne di vicario di Cristo.
Francesco, anche un nome che evoca contraddizioni, perché, spesso, è stato evocato, polemicamente, rispetto al potere pontificale e delle gerarchie ecclesiastiche.

Per queste semplici ragioni, possiamo dire che la scelta del nome del nuovo Papa è tutt’altro riconducibile ad una semplicità francescana, perché ha scelto un nome difficile e, al tempo stesso, impegnativo. Secondo noi, nel nome programmatico scelto dal nuovo pontefice c’è il senso di una svolta, ma, anche quello di una rottura con un certo passato, con una certa storia negativa che ha contrassegnato la vita della Chiesa di questi ultimi tempi.

 

 

 

 

 

 

Giuseppe Massari  

 

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IL GESTO INASPETTATO DI Papa BENEDETTO XVI -
CONSIDERAZIONI E RIFLESSIONI IN ATTESA DEL SUCCESSORE

 

 


L’abbandono inaspettato del timone della barca di Pietro da parte di Benedetto XVI induce ad una serie di riflessioni.
La prima. Per la via crucis al Colosseo del 2005 le meditazioni furono dettate dall’allora cardinale Joseph Ratzinger, nella sua veste di Prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede. Un commento per tutti fu quello riservato alla IX stazione: “Che cosa può dirci la terza caduta di Gesù sotto il peso della croce? Forse ci fa pensare alla caduta dell’uomo in generale, all’allontanamento di molti da Cristo, alla deriva verso un secolarismo senza Dio.
Ma non dobbiamo pensare anche a quanto Cristo debba soffrire nella sua stessa Chiesa? A quante volte si abusa del santo sacramento della sua presenza, in quale vuoto e cattiveria del cuore spesso egli entra! Quante volte celebriamo soltanto noi stessi senza neanche renderci conto di lui! Quante volte la sua Parola viene distorta e abusata!
Quanta poca fede c’è in tante teorie, quante parole vuote! Quanta sporcizia c’è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a lui! Quanta superbia, quanta autosufficienza! Quanto poco rispettiamo il sacramento della riconciliazione, nel quale egli ci aspetta, per rialzarci dalle nostre cadute!
Tutto ciò è presente nella sua passione. Il tradimento dei discepoli, la ricezione indegna del suo Corpo e del suo Sangue è certamente il più grande dolore del Redentore, quello che gli trafigge il cuore. Non ci rimane altro che rivolgergli, dal più profondo dell’animo, il grido: Kyrie, eleison – Signore, salvaci” (cfr. Mt 8, 25).
Di li a qualche giorno sarebbe diventato capo supremo della Chiesa Universale, dopo la lenta e penosa morte di Giovanni Paolo II.
Non abbiamo dubbi e riserve nel pensare alla onestà intellettuale e morale del futuro Papa quando pronunciava o scriveva quelle parole.
Era la Chiesa che avrebbe ereditato. Era la Chiesa dinanzi alla quale, forse, si è trovato nel momento della sua traumatica decisione di lasciare, di cedere il passo ad energie più fresche, più sane, più giovani, più disponibili a portare il pesantissimo peso di una realtà per la quale sarebbe stato meglio, per purificarla, usare la stessa forza usata da Cristo quando scacciò i mercanti dal tempio, se dobbiamo supporre che le parole della via crucis hanno trovato conferma anche in questi anni di ministero petrino.
Bisogna partire da quelle espressioni per capire il volto della Chiesa che ha indotto Papa Ratzinger a non aver più la forza fisica, mentale, morale per guidare la nave procellosa di Pietro.
Quelle parole sono state premonitrici di una realtà che non è cambiata, anzi, che è peggiorata con gli scandali, con le divisioni, le lacerazioni, le vecchie e le nuove sporcizie.
L’altra riflessione è quella che ci porta all’incontro di Cristo con le donne di Gerusalemme. Quell’incontro, non casuale, fu denso di significati, racchiusi in quel colloquio che si svolse tra il condannato e chi piangeva per le sue sorti. “Figlie di Gerusalemme, non piangete per me; piangete per voi e per i vostri figli; poiché un giorno triste sta per venire in cui la gente dirà: beate le donne sterili! beati i grembi che non hanno mai generato figli; beati i petti che non hanno mai allattato! Allora grideranno alle montagne: cadete su noi! e alle colline: ricopriteci !: poiché se si fa questo al legno verde, che sarà di quello secco?”
Queste parole di nostro Signore suonavano così: se in me, che sono il legno verde, il legno nuovo, l'innocente condannato, fanno soffrire i fatti che voi donne deplorate; che cosa avverrà fra quarantanni ai peccatori, ai cinici, ai crudeli, alla nazione peccatrice, al popolo aggravato d'iniquità, alla stirpe di malvagi, figli di perdizione che sono il legno secco? 
Con queste parole Gesù Cristo alludeva alla distruzione di Gerusalemme, avvenuta poi sotto l'imperatore Vespasiano, il quale affidò l'opera “distruggitrice” al figlio Tito. I primi attacchi avvennero il 31 marzo dell'anno 70, esattamente come quest’anno, giorno di Pasqua.
Da queste parole, a prima vista, sembrerebbe che Gesù non avesse gradito l'omaggio pietoso delle pie donne. Eppure no ! Anzi quell'atto gentile gli toccò le intime fibre del cuore e volle darne loro un ricambio, una prova palpitante, un avviso salutare. Gesù scorgeva in ispirito lo scempio atroce che si sarebbe fatto della città santa; avrebbe voluto impedire tanta carneficina; e perciò disse: «Piangete!»... perché le lacrime, avvalorate dalla preghiera, valgono a placare la collera di Dio Padre.
In queste parole v'è tutto l'infinito amore di Gesù per la sua patria; v'è la consacrazione divina del santo amor patrio. «La Patria!» Questa parola fa palpitare il cuore. L'amor della patria è una di quelle affermazioni immortali, che, come quelle della famiglia, non sono insegnate dagli uomini, ma da madre-natura, ossia da Dio. Ecco perché l'amor di patria non può essere separato da quello della religione; ecco perché l'amor di patria diviene più forte e più efficace se è purificato e sublimato dalla fede.
Noi cattolici la patria dobbiamo amarla subito dopo Dio, per il medesimo amore con cui amiamo Dio; la dobbiamo amare con un amore riverente, che potremmo chiamare «culto»; noi cattolici la patria dobbiamo amarla con quello stesso amore con cui amiamo il padre e la madre. Noi cattolici, nella patria amiamo anzitutto il faro della religione e della civiltà cristiana; la luce del Vangelo, i fonti battesimali, l'altare benedetto; nella patria amiamo la croce dei sepolcri, le reliquie dei santi, i ricordi del passato, le speranze dell'avvenire.
Tutto noi troviamo nella patria, come nella patria troviamo la voce di Dio, che chiama i popoli ai loro doveri, all'amore fraterno.  Oggi la nostra patria  è sconvolta da agitazioni; è divisa in partiti; è pericolante per la cospirazione delle sette; è desolata dalla mania che gli uomini hanno di soppiantarsi l'un l'altro. Poi gli odi, le ansie, le lotte, le discussioni ingannatrici, le brighe nascoste... A tutto questo, aggiungete la lotta accanita contro la religione, contro l'insegnamento religioso, e quindi contro la base che sostiene, che alimenta il vero patriottismo; l'immoralità pubblica, che spegne ogni ideale patriottico...
Gesù Cristo, in quel momento, dinanzi alle pie donne, dimenticò se stesso per mettere sull'avviso le «figlie di Gerusalemme» e in esse tutta la nazione ebraica. Ma quel popolo non seppe trame profitto e il regno giudaico venne distrutto. Tolga Iddio dalla nostra «patria» tanta sventura ! Amiamola d'amore santo, che ha dinanzi a sé un destino così sublime. Questa bella Italia, che per tre volte è stata maestra di civiltà; questa Italia così prediletta da Dio, che vi ha collocato il suo Vicario in terra, difendiamola da tutti i suoi nemici non solo esterni, ma soprattutto interni, che sono i più pericolosi. Adoperiamoci, con ogni sforzo, perché spariscano da essa le divisioni intestine, che la lacerano.
Preghiamo Gesù Cristo perché faccia alitare su di essa il soffio divino, splendere la luce della fede, l'ardore della carità, l'amor patrio in tutti i suoi cittadini. Gesù alle pie donne
a) «Non piangete sopra di me»
Io vado alla morte perché lo voglio, spontaneamente.
La compassione va a chi è trascinato alla morte contro sua volontà. A me è dovuta l'ammirazione, perché, se morirò, risorgerò, trionferò della morte, distruggerò l'autore di essa, il peccato.
b) «Piangete sopra di voi e sopra i vostri figli».
Non piangete la mia passione, ma la causa di essa, il peccato; non piangete chi patisce, ma per chi patisce. Non doletevi delle mie sofferenze, ma doletevi di chi di esse non approfitta. La mia passione sarà a voi più di danno che non sia di dolore a me, se voi non vorrete fare penitenza dei vostri peccati. Non vergognatevi delle mie ignominie, perché io, in qualità di redentore, le sto soffrendo per la salute del mondo.
Tremate piuttosto al pensiero che io stesso un giorno verrò, quale giudice, a giudicare il mondo. Invece di piangere sulle mie pene, piangete sulla stoltezza e sull'empietà di coloro che periscono. Piangete sui vostri peccati, sulla vostra vita diametralmente opposta alla vera vita cristiana. Espiate anche i peccati dei vostri fratelli, dei vostri parenti, dei vostri dipendenti.
c) «Poiché, se tali cose si fanno nel legno verde, del secco che sarà?»
Sei io — legno verde, perché la stessa innocenza — vengo severamente punito dal mio divin Padre solo per aver preso sopra di me i peccati degli altri, come saranno puniti i veri colpevoli?
Terribili parole, che dovrebbero incutere spavento in tutti e che dovrebbero spingere tutti ad una severa penitenza per i peccati commessi! Anche nelle minacce, Gesù manifesta sempre la sua misericordia. Sotto il peso della croce; tra gli scherni dei sinedriti, gli insulti del popolo, gli urti della plebaglia; in mezzo al dolore del suo corpo, all'ignominia della sua persona, non dimentica, non abbandona il popolo deicida : a) i suoi nemici lo bestemmiano, ed egli predica la compassione;
b) i suoi nemici lo disprezzano, ed egli li chiama alla riflessione;
c) i suoi nemici lo trascinano alla morte, ed egli li attira alla penitenza.  
E per ottenere l'effetto desiderato, mette dinanzi ai loro occhi la severità dei giudizi divini, l'orrore dei divini castighi, le sciagure nel tempo, le pene nell'eternità. «Se tali cose si fanno al legno verde, del secco che sarà?» Queste parole Gesù le ripete a ciascun di noi non per spaventarci, ma per convertirci. Esse non sono parole di vendetta, ma inviti di pietà. Col quadro orribile dei suoi giudizi che ci mette dinanzi agli occhi, c'impegna ad evitarli.
Arrendiamoci a questi dolci inviti della misericordia divina; rimettiamoci veramente alla sequela di Gesù Cristo, affinchè, suoi seguaci in terra per grazia, siamo un giorno, gli eredi in cielo della sua gloria.

Altri spunti o tracce di riflessione possono essere esposti, e sono anche numerosi. Volutamente li sorvoliamo, ma non per evitarli, ma solo per non appesantire il lettore, senza risparmiargli o evitargli tutto quello che avrà modo di esprimere, sottolineare e meditare da solo, adducendo altre ragioni, forse le stesse o altre a cui, volutamente, abbiamo voluto sottrarci.
Sappiamo molto bene che, Ratzinger, da fine teologo, da mistico ed asceta ha considerato tutto. Nulla gli è sfuggito.
Ma come in ogni vicenda o faccenda, c’è sempre il rovescio che esiste e non si conosce; il verso della moneta mai uguale al recto e viceversa. Comunque siano andate le cose. Comunque stiano le cose e al di là di alcune considerazioni dottrinali che siamo andati esprimendo, vogliamo concludere con alcune non strettamente teologiche.
“Semel abbas, semper abbas”, dicevano gli antichi padri: una volta padre, sei padre per sempre. Non ci si può dimettere da padre, andare in pensione da un ruolo che è stato sancito dallo Spirito Santo o da una consacrazione sponsale nel caso di matrimonio sacramentale. Tutto quello che ha significato smarrimento, incredulità, sconforto, disorientamento potrà essere vissuto con la lucidità della fede e con meno astio o meno razionalità laicista, con meno catastrofismo di certi credenti deboli e labili nella loro fede?
Crediamo di si, citando una novella del fiorentino Franco Sacchetti, quella che narra di un ebreo spagnolo recatosi, nel 1300, a Roma, ma che di ritorno nella sua terra natia si ritrova convertito al cristianesimo. I suoi amici di religione lo accusano, lo insultano, lo interrogano stupiti ed increduli: “Che ti è successo a Roma che hai rinunciato alla tua fede?”
Una risposta cruda, fulminante: “Ho visto la corruzione dei preti, l’arbitrio, la discordia che affligge la Chiesa. E ho pensato che, se con questo carico di vizi e peccati la Chiesa sopravvive, significa che è toccata da una grazia particolare”.
E’ quello che aveva scritto e denunciato santa Caterina da Siena con la quale vogliamo concludere queste amare, vere, realistiche e profetiche riflessioni.
“La Chiesa, Caterina lamenta, “è rimasta sola” (L. 373). I suoi capi sono in preda a una specie di frenesia degli onori, dei piaceri, delle ricchezze. “La Chiesa di Cristo è impallidita e non ha più il suo calore, perché le è stato succhiato il sangue di dosso ...” (L. 16); “la vigna nostra è tutta inselvatichita” (L. 313).
I mali che Caterina denuncia con franchezza sono: l’amor proprio dominante; l’arroganza, l’insensibilità della coscienza; la lussuria, l’avarizia, l’invidia, la superbia, da cui nasce odio reciproco, la cura d’interessi materiali, l’usura: i cattivi pastori “assomigliano alle mosche che si posano indifferentemente in cose monde e immonde” (L. 272).
Ancora: amori, ozio, e anche, Caterina non esita a parlarne e a provarne ribrezzo, il “maledetto peccato contro natura” (Dial. 124). E, altresì, l’abuso dei sacramenti, anche dell’Eucarestia, per raggiungere scopi malvagi (Dial. 121-128). Questi vizi producono nei cattivi pastori uno stato di rovina spirituale, poiché non percepiscono più il senso profondo e illuminante della Sacra Scrittura.
Il risveglio spirituale degli Ordini religiosi è pure essenziale perché si abbia una reale riforma della Chiesa: Caterina denuncia la vita scandalosa di molti religiosi che non sono più “fiori odoriferi nella Chiesa, ma puzzolenti” (L. 67), per le loro mancanze contro i voti e la ricerca dei loro “diletti e piaceri”.
Una delle cause della decadenza, secondo Caterina, è la corruzione e insipienza di molti superiori, i quali non correggono “i più forti che sono maggiormente in difetto, ma i più piccoli e deboli, per timore di trovare impedimento e conservare il loro stato e il loro modo di vivere” (Dial. 122).
Anzi fanno preferenze ai loro simili e alleati nella vita indegna. Chiudono gli occhi dinanzi al lupo che rapisce le pecore, “non splende in loro la margarita della giustizia” (Dial. 125)
Auspica, Caterina, il risveglio degli Ordini, e lo auspica soprattutto per il suo Ordine Domenicano, del quale conosce molto bene le ragioni dell’origine e la missione nella Chiesa: “Non è tempo di dormire”, si augura la Senese, come leggiamo nelle pagine del Dialogo dedicate a San Domenico e al suo Ordine, e anche alle altre famiglie religiose (Dial. 158).

Giuseppe Massari

 

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24 FEBBRAIO 1671, DATA STORICA PER L'ORSINI "TU ES SACERDOS IN AETERNUM"


Il 24 febbraio 2013 è, certamente, una data importante per il popolo italiano.
Si decide la sorte di una nazione, con il nuovo governo che dovrebbe profilarsi, ad urne chiuse e a risultato elettorale ottenuto dalle varie fazioni in campo.
Questa data, però, ha per Gravina, Benevento, Manfredonia e Cesena, ma anche per tutta la Chiesa universale, una valenza diversa, più importante da un punto di vista storico. Intanto, perché è trascorso un anno dal 24 febbraio 2012, quando a Roma, presso il Vicariato, fu riavviato, ufficialmente, il Processo diocesano per la beatificazione e canonizzazione del servo di Dio, Benedetto XIII.
Una riapertura, visto che è il terzo tentativo per portare agli onori degli altari il gravinese Pierfrancesco Orsini, in religione frà Vincenzo Maria, beneventano arcivescovo.
Ma questa data è importante per un altro e più consistente motivo. In questo stesso giorno, nel lontano 1671, infatti, frà Vincenzo Maria Orsini, veniva consacrato sacerdote.
L’ordinazione sacerdotale, con dispensa, a soli ventun’anni, o meglio solo alcuni giorni dopo aver festeggiato il suo ventunesimo compleanno, essendo nato a Gravina in Puglia il 2 dello stesso mese del 1650.
I biografi accreditati e credibili, quali il Vignato, il Borgia, per citarne alcuni, riportano l’episodio riferito al giorno della prima messa solenne, celebrata nella sua città natale, tra la fine del mese e gli inizi di marzo, alla presenza della madre, donna Giovanna Frangipane della Tolfa.

Ferdinando Orsini, padre del Papa

“Stava il neo sacerdote celebrando a Gravina la prima messa. Vi assisteva, fra gli altri, la madre sua.A un certo punto scoppia questa in un pianto dirotto. PoI, a messa finita, spiega.
Era un giorno, oh molto lontano, quando andò a trovarla un pio domenicano, un baccelliere. Vide che era occupata con alcune damigelle a ricamar una pianeta; e le predisse che quella si sarebbe indossata dal figliuolo, che teneva in seno, e sarebbe divenuto domenicano. “Se pur sarà un maschio – pensava lei intanto- sarà l’erede, e come tale, non potrà esser sacerdote”. E non fece di quelle parole un gran caso. Se non che, vedendo poco prima quella pianeta mai da alcuno usata, a un tratto si sovvenne: era precisamente quella stessa, di cui le parlava quel pio domenicano”.  
Già in questo c’è la eccezionalità di un evento che segnò profondamente la vita del frate domenicano, proveniente da una delle famiglie più accreditate e rispettate del tempo. Frate e sacerdote per vocazione, per scelta personale, senza imposizioni, anzi, avversata dalla madre, respinta da alcuni suoi futuri confratelli, come ci ricorda padre Massimo Mancini, della stessa famiglia religiosa, in un articolo apparso sul numero 2, aprile-maggio 2012,  della rivista “Dominicus”: Vita domenicana del futuro Papa Benedetto XIII.  

Da quel 24 febbraio inizia una nuova vita per colui che accetterà, solo per obbedienza, pena scomunica, la berretta rossa cardinalizia, ad un anno di distanza dal suo essere diventato sacerdote. Si mostrò riottoso di fronte a questa nuova scelta di vita, ma dovette piegare il capo, pur essendosi nascosto presso il convento di Ronzano, per sfuggire alla dignità a cui la madre lo aveva destinato, grazie alle sue suppliche e preghiere rivolte al Papa Clemente X, prozio di quella che, nel frattempo era diventata la cognata del neo promosso porporato.  
La storia si ripete, ci dicono gli storici, perché in questa sua forma di protesta fu seguito, qualche anno dopo, da un confratello della sua famiglia religiosa, padre Vincenzo Gotti, quando dallo stesso Orsini, divenuto, nel frattempo, suo malgrado, Papa col nome di Benedetto XIII, fu creato cardinale.
Anche questo sant’uomo dei figli di san Domenico, si nascose presso lo stesso convento di Ronzano, in provincia di Bologna, per sfuggire alla nomina di nuovo principe della Chiesa.
L’Orsini, sappiamo tutti che fu nobile per stirpe e discendenza, nato in quella famiglia dalla quale non rifuggì ma a cui fu sempre legato per quel vincolo di sangue che lo portò ad essere il secondo Papa del casato, dopo Niccolò III, al secolo Giovanni Gaetano Orsini. Questa, in sintesi la storia che conosciamo, che abbiamo cominciato ad apprezzare nel suo insieme, al di là di quei lati oscuri che la storiografia superficiale gli attribuisce, gli addossa, ma non gli riconosce come personali, e, quindi, di fatto scagionandolo da certe accuse tendenziose, mendaci, assurde ed esagerate.

Giovanna Frangipane della Tolfa

Di quest’uomo ci piace fare riferimento ad alcune analogie e coincidenze che si ritrovano tutte nel mese di febbraio. Egli nacque di febbraio, il 2, e morì lo stesso mese, il 21 del 1730, in coincidenza con quello che gli storici si affrettano a definire o riconoscere come l’ultimo giorno di carnevale.
Questo riferimento, spogliato del suo senso religioso e cristiano, soprattutto, riferito alla morte di un pontefice, a noi, francamente, non è mai piaciuto. A noi piace, invece, pensare come alla vigilia del mercoledì delle ceneri, considerato che questo è il giorno in cui inizia la quaresima ed è la prima stazione, riferita a questo periodo, che, alla presenza del Papa, ogni anno, prende l’avvio e  parte proprio dal convento e dalla chiesa di Santa Sabina, in Roma, dove l’Orsini completò il suo noviziato e, attualmente, sede della Curia generalizia dei padri domenicani, altrimenti detti, dell’Ordine dei Predicatori.

Il mese di febbraio è indicativo per un’altra data. E’ il mese in cui, purtroppo, spirò la madre, nel frattempo, fattasi monaca dello stesso ordine domenicano, col nome di suor Maria Battista dello Spirito Santo, anzi, divenendone fondatrice emerita, a Gravina, del convento di Santa Maria delle domenicane, dopo la morte del marito, avendo allevato i figli, diventati, ormai, adulti ma, soprattutto, ognuno  con un proprio avvenire sicuro.
Da ricordare il primogenito, Pierfrancesco, fattosi monaco domenicano; il fratello Domenico, sposato con la pronipote di Papa Clemente X,  Ludovica Paluzzi Altieri, e le quattro sorelle consacratesi religiose:
Fulvia, che fu monaca nel monastero francescano di Santa Sofia, a Gravina, la quale emise la professione religiosa nelle mani del fratello cardinale, all’epoca arcivescovo di Manfredonia;
Aurelia, suora del monastero francescano, S. Maria del Carmine, di Muro Lucano, in provincia di Potenza, feudo della famiglia;
Scolastica Maria, la più longeva delle altre, perché vide il fratello eletto Papa. Fu monaca nel monastero della Sapienza di Napoli.
Infine, Dorotea, che in religione prese il nome di Maria Giacinta, anche lei monaca nello stesso monastero della sorella Scolastica Maria.
Con l’assistenza religiosa di suo figlio, nel frattempo, giunto da Benevento, che le aveva amministrato i religiosi conforti, la nobildonna rese l’anima a Dio “la notte del 21 febbraio 1700, alle 1.30 della notte, essendo entrato il 22.

Senza voler alimentare discorsi cabalistici o intrisi di superstizione, e senza nemmeno incoraggiarli, al termine di questo excursus storico, non si può fare a meno di  notare la concomitanza di alcune date che diventano significative ed emblematiche: quella della morte della madre e quella sua,  da Papa. Tra il 21 e il 22 febbraio, mese, comunque,  costellato e coronato da altri più gioiosi fatti ed eventi.

Giuseppe Massari

 

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BENEDETTO XIII SEVERO CON IL CLERO IMPARRUCCATO,
CLEMENTE E TOLLERANTE CON ANTONIO VIVALDI

 

 

Scoperta, forse, un’altra pagina inedita che riguarda la vita di Papa Benedetto XIII, a dimostrazione che una ricerca vera, seria, non arrabattata, non superficiale, non è solo trovare e pubblicare, scopiazzando, ciò che già si conosce, ma è andare in profondità, alla radice di sempre nuovi documenti, per far emergere tutti quegli aspetti e quei lati poco conosciuti, poco apprezzati di un personaggio o di un preciso periodo storico.
Questo modesto tentativo è solo un altro tassello, un altro contributo, che va a sommarsi ai precedenti, nell’ambito dell’attuale Processo per la Beatificazione e Santificazione del Papa pugliese. Un tentativo non velleitario, senza grosse ambizioni. Semplice ed umile come fu colui che si vuole portare agli onori degli altari, senza trascinarlo, come stanno facendo alcuni, e come avvenne durante il conclave che lo vide eletto Papa.

Antonio Vivaldi, un prince à Venise” è il titolo di un film italo francese, del 2006,  della Vivaldi Productions di Parigi, Dream Film di Torino, La Palma Mazzone  Produzioni (Palermo – Roma), per la regia del francese  Jean-Louis Guillermou, Nei panni settecenteschi del "Prete rosso", Stefano Dionisi, supportato da un cast internazionale composto da Michel Serrault, nella parte del Patriarca di Venezia, Christian Vadim, nel ruolo del commediografo Carlo Goldoni e Jean Rochefort in quello di Papa Benedetto XIII.
La trama, in sintesi, è la seguente: Venezia, XVIII° secolo. Antonio Vivaldi è preso di mira dal patriarca che vuole distruggere la sua carriera di musicista vietandogli di comporre opere. A nulla vale l'intercessione di Papa Benedetto XIII e il maestro viene posto sotto rigida sorveglianza.
Tuttavia, Vivaldi riesce ugualmente a comporre concerti, sinfonie, sonate, oratori, messe e cantate che costituiranno la sua vasta produzione musicale.

Da questo breve racconto emerge il rapporto che il musicista sacerdote ebbe con Papa Benedetto XIII.
La conferma arriva da una biografia dell’artista veneziano, scritta da Gianfranco Formichetti: “Venezia e il prete col violino. Vita di Antonio Vivaldi”, uscito nell’aprile 2006, per le edizioni Bompiani.
Dalla presentazione si legge che: “Conosciuto ai più come compositore delle "Quattro Stagioni" e celebrato ovunque come esecutore inarrivabile, Antonio Vivaldi fu anche impresario teatrale e protagonista di primo piano di un mondo operistico, nel quale il successo si misura con gli incassi e con ogni spregiudicatezza.
In questa biografia vengono ripercorse vita, carriera e alterne fortune del prete rosso, manager indiscusso dello spettacolo e protagonista di un ambiente artistico in cui i testi si manipolano a uso e consumo dei potenti e dell'audience. Sullo sfondo, la quotidianità della vita lagunare e gli incontri con i potenti del tempo: da Papa Benedetto XIII a Ferdinando di Baviera, da Federico Cristiano di Sassonia a Carlo VI”.

“Vivaldi non era solo un compositore ma anche  violinista di non comune bravura. Ottenne successi a Mantova, al servizio del principe Filippo, e a Roma, dove lo stesso pontefice Benedetto XIII gli aveva lesinato elogi”.
E’ quanto leggiamo da: ”Antonio Vivaldi, musico veneto dalle origini lucane”, pubblicato sul sito Orchestra d’Archi di Basilicata “Antonio Vivaldi”. Infatti da studi e ricerche è risultato che il bisnonno materno, Giuseppe Calicchio, si trasferì dal piccolo centro lucano di Pomarico, in provincia di Matera, a Venezia. Spulciando di qua e di là altre notizie biografiche su Vivaldi, apprendiamo che:
“Nel 1718 fu offerto a Vivaldi il prestigioso incarico di maestro di cappella da camera alla corte del principe Filippo di Assia-Darmstadt, governatore di Mantova e noto appassionato di musica.
Successivamente Vivaldi fu a Milano e a Roma, dove era stato invitato da Papa Benedetto XIII a suonare per lui.
Proprio in merito a questa notizia si inserisce l’ultimo libro dello psichiatra Vittorino Andreoli, “Preti di carta. Storie di santi ed eretici, asceti e libertini, esorcisti e guaritori”, Edizioni Piemme, 2011, in cui, tra l’altro, nel capitolo: “Il prete col violino nella Venezia tra Sei e Settecento”, leggiamo:
“Potrebbe essere questa una maniera per fare il prete. Certamente questo suo modo di vivere non colpisce le gerarchie ecclesiastiche. Prova ne è il fatto che quando la fama di Antonio Vivaldi raggiunge l’apogeo, viene invitato persino  in Vaticano da Papa Benedetto XIII. D’altra parte, l’esercizio della funzione sacerdotale nella Venezia del Settecento doveva essere molto lontano da quello del nostro tempo”. L’autore, nell’attingere ad un documento riportato e ripreso dal libro di Gianfranco Formichetti, a cui, pure abbiamo fatto cenno innanzi, cioè ad una lettera che Vivaldi invia al marchese Bentivoglio:
“e V.E. lo sa, né mai ho detto messa, e ho suonato in teatro, e si sa che sino Sua Santità ha voluto sentirmi suonare e quante grazie ho ricevuto”.
Andreoli, poi, sempre attingendo dal lavoro di Formichetti, continua nel suo racconto biografico del violinista veneziano, facendo, ancora esplicito riferimento a Papa Orsini. “Benedetto XIII (al secolo Pietro Francesco, in religione Vincenzo Maria) amava molto le arti e certo desiderava ascoltare uno dei violinisti più noti di quel tempo. Ma era anche un Papa che non apprezzava  i parruccamenti e gli orpelli.“
La guerra alle parrucche fu effettivamente condotta senza mezzi termini, specialmente nei confronti degli ecclesiastici, ma Vivaldi era un ecclesiastico che non ottemperava al primo dei doveri di ogni sacerdote: dire messa. A Venezia, d’altra parte, la parrucca furoreggiava e proprio il doge Corner ne era stato un sostenitore. Insomma, con ogni probabilità Papa Benedetto chiuse tutti e due gli occhi, seguendo ammaliato le straordinarie prestazioni violinistiche” di Vivaldi.

Quanto l’Orsini amasse la musica, e, soprattutto, quella prodotta dal violino, ce ne da conferma il direttore del Conservatorio Nicola Sala di Benevento, Achille Mottola nel corso della presentazione del concerto di musica classica tenutosi presso Palazzo Fusco-Rossi, a giugno del 2009, inserito nel programma della Festa Europea della Musica, organizzato dall’Associazione culturale-musicale Art  Du Luthier, diretta dal liutaio Enrico Minicozzi.
“Mi piace ricordare, esordisce il maestro Mottola, che le botteghe di liutai rappresentano l’amore per la musica che diventa sensibilità estetica. Questa nobile arte nel Sannio aveva avuto il benestare da un importante futuro Papa. Il 25 giugno 1686, Vincenzo Maria Orsini, illuminato cardinale-arcivescovo della città, concedeva al più grande liutaio di tutti i tempi, Antonio Stradivari di Cremona, il titolo di nomina (una sorta di patente) per l’apertura, proprio a Benevento, di una bottega. Il futuro pontefice Benedetto XIII gli esprimeva, così, il suo apprezzamento dopo aver acquistato da Stradivari un violoncello e due violini che furono inviati in Spagna in dono al duca di Natalona”.

Giuseppe Massari

 

 

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PERCHE' CESENA NON AMO' L'ORSINI, ARCIVESCOVO DELLA CITTA'
E Papa COL NOME DI BENEDETTO XIII

 

 

1680: Pietro Francesco Orsini nuovo vescovo; nel 1724 sarà Papa col nome di Benedetto XIII;

1724 (29/5): è eletto Papa col nome di Benedetto XIII il domenicano Pietro Francesco Orsini, già vescovo di Cesena; la sua politica a Cesena sarà di favore verso l’autorità ecclesiastica, a scapito delle istituzioni comunali;

1728: Benedetto XIII emette una serie di decreti atti a colpire duramente Consiglio comunale e nobiltà; tra queste, l’abolizione della Giostra d’incontro;

1730 (21/2) Benedetto XIII muore;

1731 (15/7): il nuovo Papa Clemente XII restituisce a Cesena i privilegi che Benedetto XIII le aveva tolto.

Sono alcune date e notizie tratte dalla Storia di Cesena e dai testi riportati in nota. Sono informazioni ricavate nell’ambito della ricerca sull’Orsini cardinale, arcivescovo e Papa col nome di Benedetto XIII, “Viaggio nella storia tra le pietre vive della memoria”, attraverso la consultazione di archivi ed emeroteche.

In una di queste, ci siamo imbattuti in un numero de “Il cittadino, giornale della Domenica”, del 9 agosto 1903, in cui l’autore, Nazzareno Trovanelli, offre un’anticipazione di quelli che saranno i giudizi negati sull’episcopato e sul papato di frà Vincenzo Maria Orsini e che saranno ripresi nei numeri successivi dello stesso giornale, ma non più sotto la identità di una persona, ma con l’ausilio di uno pseudonimo, lo spigolatore.
Intanto, cominciamo dalla lettura di questa prima sortita cesenate. “Uno dei nostri vescovi che lasciarono più esosa fama fu, come già dicemmo, il cardinale Vincenzo Maria Orsini, il quale, asceso, nel 1724, al pontificato col ricordato nome di Benedetto, e conservando fratescamente chiuso in cuor suo un gelido rancore contro Cesena, tentò privarla di molte antiche prerogative, ed umiliarla indegnamente. La bolla sua – apertamente condannata da un altro Papa, Pio VI – doveva periodicamente venir letta in Consiglio, perché ogni tanto si rinnovasse l’offesa e il dolore. Questo fatto basta a spiegare un particolare che altrimenti non si capirebbe.
Tra gli appellativi ond’è indicata Cesena è quello di “città dei tre papi”; i quali sono Pio VI e VII nostri concittadini, nonché l’VIII (Castiglioni) che fu nostro vescovo. Ora se soltanto per aver presieduto all’episcopio locale, può dirsi nostro, perché tale non fu considerato Benedetto XIII, e Cesena non fu chiamata la città dei quattro papi? Appunto perché il pontefice Orsini lasciò, tra noi, nome così abbominevole, che non vi fu alcun Cesenate che volesse averlo quale compatriota”.

Andando oltre nel tempo, al 12 aprile 1908, e leggendo questi fogli di cronaca locale, forse stilati da anticlericali, massoni, liberali, o, comunque, da gente imbevuta di fiele laicista, si ha la conferma di una iconoclastia pura del personaggio, ritenuto colpevole  per la sua azione politica, a Cesena, che fu di favore verso l’autorità ecclesiastica a discapito delle istituzionali comunali.
Nel citato giornale leggiamo, infatti, “Papa Benedetto XIII, frate domenicano, pietista e testardo. Era stato, come già dicemmo, vescovo di Cesena (1680-1686), ed era quindi passato arcivescovo a Benevento. Durante il suo soggiorno tra noi, furono infinite le noie che procurò al Municipio. Sia sostenendo all’estremo le più esorbitanti pretese del clero in materia d’immunità od esenzione dai tributi, sia cercando di devolvere a favore del clero medesimo lasciti di beneficenza. Il Municipio, naturalmente, difese se stesso e la cosa pubblica, opponendo la più risoluta resistenza alle ingiuste pretese; dal che derivò nell’animo del vescovo una fratesca, tenace acrimonia contro Cesena, serbandola pure nel soglio pontificio”.
Questa è la prima parte di un racconto e di alcune considerazioni a firma, lo spigolatore, del quale non si conosce nulla di preciso e né gli interessi che egli intendeva difendere o il padrone o i padroni per i quali scriveva.
Sta di fatto che nella continua del racconto si può leggere ancora: “Appena infatti  l’Orsini succedette ad Innocenzo XII, Conti (1724), apparvero manifesti i segni del suo malanimo verso di noi. Gli uffici di mons. Braschi, solleciti, amorevoli, accorti, a poco giovarono. Soffiava nel foco il turpe e concussionario cardinale Coscia, il favorito del Papa, il vero padrone dello Stato, sebbene non avesse ufficio di primo ministro (l’aveva invece il card. Lercari), il quale mentre il suo protettore andava a battersi il petto per le chiese di Roma, si di sfrenava ad ogni ladreria e prepotenza, tanto che sotto il pontificato successivo fu processato e gettato in prigione”.
Nel continuare la lettura, di quella che sembra essere una primizia, il tenore e la sostanza non cambiano, anzi, la dose di avversità aumenta e si riversa tutta intera sull’ex arcivescovo e Papa e sul suo protetto Coscia. “Costui, tra l’altro, si mise in capo di costringere il Consiglio Comunale di Cesena ad accogliere nel proprio seno un suo protetto (il potere elettorale era allora per legge nello stesso Consiglio, che era vitalizio e, di fatto, ereditario); e, non riuscendo a spuntarla, scriveva ai nostri Amministratori questa lettera burbanzosa, in cui il discorso della forma rivelala rabbia dell’uomo”.

Evito di riportare il testo della lettera,  e ricorrendo sempre alla stessa fonte si legge: “Non abbiamo ritrovato notizie su ciò che seguì, né sappiamo se l’effetto tenne dietro alle minacce, o se il Municipio se ne schermisse con l’arrendersi ai voleri del prepotente cardinale. Fatto è che il 20 luglio 1726, il Palazzini fu ricevuto come nuovo Consigliere prestando i soliti giuramenti. Qui poi non intendiamo scusare gli Amministratori comunali se facevano prova qualche volta d’un po’ di spirito oligarchico; notiamo però che la maniera di condursi del dispotico porporato era peggiore del male. Finchè il Governo avesse voluto che ogni Consiglio Comunale avesse completo il numero de’ suoi componenti e non ricorresse a sotterfugi per non procedere a nuove nomine, poteva aver ragione; ma quando, in dispregio degli Statuti solennemente giurati, imponeva sue creature, offendeva quegli stessi diritti municipali che aveva promesso di rispettare. Ad ogni modo, non sembra che l’essersi arresi ai voleri del superbo Coscia bastasse a rendere più propizio il Papa alla città nostra. Nuovi danni e malanni dovevano minacciarla se gli Amministratori poterono indursi ad un atto d’umiliazione di cui non crediamo si trovino molti esempi consimili nelle cronache municipali. Sotto il giorno 14 novembre 1726, essi inviarono a Benedetto XIII la seguente “domanda di perdono” .

Dopo la lettura di quest’altro stralcio dell’articolo, costruito ed argomentato, almeno secondo le intenzioni dell’estensore, il quale non nasconde la sua malizia e, anche, presunzione, soprattutto riferita al passaggio “un atto di umiliazione di cui non crediamo si trovino molti esempi consimili ad un atto d’umiliazione”. Non sta a noi dover andare a cercare altri atti consimili, ma doveva essere l’autore, tanto spigliato, sagace, quanto anonimo spigolatore,  a dover fornire, semmai spulciando nella storia e in altre parti d’Italia, del Regno e del Stati, elementi utili a capire se si trovassero, anche,  altrove, tali atti ritenuti d’umiliazione. Superando il testo della lettera indirizzata al pontefice, ci piace riportare la restante parte dell’articolo, dalla quale traspare una certa rabbia, una certa insofferenza, considerazioni che non nascondono un malcelato livore ed acredine, giusto per contrapporsi, forse, a coloro che erano stati i suoi bersagli preferiti e che diventano, quasi alleati e sodali. La coerenza, anche allora, era un optional.
Continua a scrivere lo spigolatore: “O c’inganniamo, o quell’accenno alla necessità non è senza intenzione; par che voglia dire ai futuri lettori dell’umile documento: “Noi questo frataccio pontefice l’avremmo volentieri mandato a farsi benedire; ma fummo costretti a piegare il collo per tentare di farcene ribenedir noi”.

E’ di tutta evidenza che l’autore anonimo del racconto fa sue delle considerazioni che, probabilmente erano condivise dagli amministratori dell’epoca, a meno che , egli, si sostituisce nel giudizio che costoro non hanno voluto emettere, affidandolo alla pena di colui il quale non ha condiviso l’iniziativa epistolare e l’ha stroncata con l’ironia e le supposizioni. Questo racconto vogliamo portarlo a conclusione, riprendendo, dal numero successivo dello stesso giornale, 19 aprile 1908, uno stralcio ulteriore, di un altro articolo, sempre non firmato, ma dell’anonimo spigolatore. In quest’ultima parte c’è la definitiva conferma del giudizio negativo espresso dai cesenati nei confronti del pontefice Orsini, loro trascorso arcivescovo diocesano.
Un giudizio di condanna espresso non appena si era diffusa la morte del vicario di Cristo.
“Appena morto Benedetto XIII (21 febbraio 1730) i Cesenati, mandando un gran respiro di sollievo, si affrettarono a far pratiche per esser ristorati di tutti i danni patiti per parte di lui. Nella loro impazienza non sapevano nemmeno attendere la nomina del successore, e desideravano che i Cardinali capi d’ordine provvedessero subito. Ma questi non vollero, e l’attesa fu penosamente lunga, giacchè il Conclave durò quasi cinque mesi, chiudendosi solo il 12 luglio con la elezione di Clemente XII (Lorenzo Corsini). Col nuovo Papa tanto i Cesenati quanto il loro interprete e difensore mons. Braschi si trovarono subito a loro agio”.
Il nuovo pontefice provvide a rimuovere la famosa bolla del suo predecessore, “Inter multiplices”, con la quale si concedevano privilegi al clero a discapito della municipalità. I cittadini di Cesena e gli amministratori, grati al nuovo Papa, ancora vivente, gli innalzarono un busto marmoreo nella grande aula municipale. Fu la vendetta conclusiva. Fu l’epilogo che poteva essere evitato se solo il nuovo inquilino dei Sacri Palazzi lo avesse evitato, quanto meno per rispetto nei confronti del suo predecessore e per non peccare lui di superbia e di scarsa umiltà.
Fu un atto di liberazione, se così lo possiamo definire, perché nei confronti dell’Orsini si ebbero, sempre da parte degli stessi abitanti di Cesena, altri pregiudizi, altre riserve mentali e considerazioni disdicevoli, soprattutto se dobbiamo stare a quello che scrive Giacinto Gimma, nel suo Elogio dell’Accademia degli Spensierati di Rossano, a proposito di Pompeo Sarnelli, strettissimo ed ascoltato collaboratore del cardinale Orsini, nominato vicario di Cesena nel periodo in cui, il futuro Benedetto XIII, per motivi di salute, se ne dovette stare a Napoli per curarsi.
Naturalmente, questa scelta orsiniana, principalmente da parte del clero, non fu condivisa e fu in tutti i modi avversata, magari, attraverso lo stesso linguaggio scaturito da una penna non libera, ma servile, quanto meno in ossequio al campanilismo.

A tutto questo ci piace aggiungere un altro elemento che abbiamo scorto nella lettura dei poderosi volumi sulla Storia della Chiesa di Cesena, a cura di Marino Mengozzi. Tre volumi i cui diversi autori si soffermano, con rara superficialità, sull’episcopato orsiniano, nonostante questo fosse stato caratterizzato da ristrutturazioni di chiese, cattedrale ed episcopio e nonostante la visita pastorale indetta e promossa dal cardinale arcivescovo.
Un dubbio e un sospetto, riconducibili alle parole e ai giudizi negativi, riportati precedentemente, viene alimentato, a conferma che anche gli uomini di Chiesa, purtroppo, non sono stati da meno nel condannare. Nel non essere stati liberi, condizionati o condizionanti,  insieme ad altri settori della vita pubblica cittadina.

 

Giuseppe Massari  

 

 

Note

L'elenco degli eventi della storia di Cesena, sebbene in vari punti rielaborato ed integrato, si deve
principalmente a queste fonti:
- Augusto Vasina (in Storia di Cesena, I. L'Evo Antico, Bruno Ghigi Editori, Rimini 1982);
- Augusto Vasina (in Storia di Cesena, II. Il Medioevo, Bruno Ghigi Editori, Rimini);
- Pier Giovanni Fabbri e Piero Lucchi (in Storia di Cesena, III. La Dominazione Pontificia, Bruno Ghigi
Editori, Rimini);
- Roberto Balzani (in Storia di Cesena, IV. Ottocento e Novecento, Bruno Ghigi Editori, Rimini 1987);
- Pier Giorgio Pasini (in Malatesta Novello Magnifico Signore, Minerva Edizioni, Bologna 2002).

 

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UN NUOVO CAPOLAVORO EDITORIALE SUL Papa PUGLIESE BENEDETTO XIII,
DEGLI ORSINI DI GRAVINA

 


“Benedetto XIII (1724 -1730). Un Papa del Settecento secondo il giudizio dei contemporanei”, di Orietta Filippini, (luglio 2012), entra a pieno titolo nella collana “Papste und Papsttum”, giunto al suo 40 volume, della casa editrice tedesca, Anton Hiersemann.
E’ l’ultima fatica editoriale dell’autrice, ma è l’ultimo più completo testo in circolazione su Papa Orsini, a dimostrazione come questo personaggio susciti, ancora, molto interesse da parte degli studiosi, dei ricercatori; di chi riesce a fare storia seriamente e alla storia vuole lasciare pezzi di verità sconosciute. Frammenti di uno spaccato culturale ecclesiastico fin’ora inesplorato. Genesi di documenti, esegesi di una vita, di un mondo riprodotti senza riflessi condizionati o condizionanti, senza giudizi, senza preconcetti.
§
Nella stesura libera di un racconto si leggono le testimonianze dei contemporanei di Benedetto XIII. Di coloro che, a diverso titolo fecero la loro storia e la sua storia. Di coloro che furono artefici e protagonisti di primo piano, di primo pelo, di prima concezione. Poco importa.
Il vero, il bello del racconto della Filippini sta nell’aver saputo cogliere tutto ciò che è stato poco considerato, poco studiato, poco analizzato nella cultura di un’epoca contrassegnata dall’Illuminismo imperante e dal concetto di vita religiosa, forse, anche politica, a volte, dell’umanesimo volto della Chiesa reduce, figlia ed erede del Tridentino. In questo spazio di tempo si colloca la vita del pontefice romano nobile per casato, frate per vocazione, cardinale e Papa suo malgrado, grazie alle sue resistenze a non accettare, a non condividere un passaggio da una vita claustrale ad una vita più aperta al mondo, alle esigenze del mondo.
Di questo snodo cruciale, l’autrice è ben conscia e coglie gli attimi spigolosi di una vicenda complessa ed intricata, perché intricata e difficile è la subalternità di coloro che si dovrebbero adeguare, che non si vogliono sottomettere, che dovrebbero adattarsi e non omologarsi. Il racconto, su basi documentali, la maggior parte attinti dall’Archivio Segreto vaticano e dall’Inventario della Famiglia Orsini, ormai rintracciabile negli Stati Uniti d’America, è la riprova di certe ritrosie, di certe riottosità sfociate nell’oscuro progetto di sopravanzare, di emergere, anche a costo di spericolate e spregiudicate azioni, conclusesi con la carcerazione, la condanna di tutto il marcio umanato ed impersonato o personificatosi nella genie plebaglia di chi non ha saputo fare a meno delle proprie vergogne, dei propri limiti. Il merito indiscusso dell’opera editoriale è quello di aver scomodato le carte dei processi. Di aver tolto dalla polvere i segni tangibili di accuse e condanne; di comportamenti giudicati offensivi verso la figura del pontefice Orsini. Forse, e fa bene la Filippini a lasciarlo intendere, in questo contesto editoriale non era il caso di parteggiare.
Ma la lettura scorrevole dell’opera induce, senza remore, a farsi una idea per capire da che parte stanno i fautori del male, da quale altra parte quelli della vendetta e da quale altra parte ancora quelli della misericordia e del perdono. Il testo è scevro di sentenze, purtuttavia lascia scolpito e indelebile un messaggio: senza l’acquisizione di atti veri, concreti, reali, cartacei, processuali non si va da nessuna parte per ristabilire la verità, per riabilitare o per condannare definitivamente i fautori, gli attori, gli imputati di certe infamie e di certe accuse provate e circostanziate.
Le testimonianze raccolte sono, forse, il frutto di una emotività contingente, ma non nascondono il senso dei fatti o misfatti. Racchiudono l’essenza di un mondo rimasto avvolto nei misteri di corte, ma non tanto. Il pregio di questo testo è quello di essere libero. Non dettato da rigurgiti partigiani. Inutili, dannosi, improduttivi, insignificanti.
E’ un testo solare che non risponde a nessuna di quelle logiche infantili, puerili messe in atto, in questi anni, da chi ha pensato, con il senno della propria ignoranza, di riabilitare l’impossibile e l’assurdo, cioè il cardinale Niccolò Coscia.
Dalle pagine della Filippini, la figura di Benedetto XIII esce ancora di più adamantina; immune da colpe, responsabilità dirette o complicità. I criteri della sentenza contro il segretario dei Memoriali sono a favore dell’Orsini di cui si è abusato della sua perfetta buona fede, magari della sua ingenuità o poco accortezza. Nelle pagine del dispositivo finale in cui si decide la condanna del “cardinale prediletto o preferito”, purtroppo, in una sorta di giudizio collettivo o collettaneo, vengono giudicati e condannati i famosi “beneventani”.
Fare distinzioni in merito serve e servirà a distinguere un mondo dai mondi personali e soggettivi di un popolo che è stato coinvolto in una chiamata di correità inconsapevole. Certi “beneventani” si sono macchiati di colpe e solo costoro, era giusto, che fossero condannati. Questo lavoro pregevole, originale, nuovo e recente va promosso a pieni voti, perché è finalizzato alla riapertura della verità. E’ indirizzato alle persone intelligenti e sagaci che avranno la possibilità di distinguere il grano dalla zizzania. Il bene dal male. E’ un testo che non fornisce alibi. Bisogna condividere la lettura fino in fondo, senza emettere giudizi, ma farsi l’idea che i progetti degli uomini sono sempre caduchi e destinati al fallimento. I progetti di Dio, attraverso l’umiltà e la semplicità dei suoi strumenti sono destinati ad essere imperituri ed eterni, come coloro che non moriranno mai, perché hanno vissuto secondo le regole di vita di san Paolo: “vivi come se tu dovessi morire subito, pensa come se non dovessi morire mai”.

Quella che è stata la vita di Benedetto XIII, Papa Orsini da Gravina in Puglia, Papa beneventano e di quella Chiesa universale che, nonostante i marosi e i flutti impetuosi, è ancora lì a segnare il tempo della sua bussola, della bussola di Dio, della bussola della eternità.  

Giuseppe Massari

 

 

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INTERVISTA A VINCENZA MUSARDO TALO' SUL VOLUME DA POCO IN LIBRERIA "DALLA SICILIA ALLA PUGLIA - LA FESTA DI SAN GIUSEPPE"

(Un bellissimo volume per i devoti di San Giuseppe, di Vincenza Musardo Talò, storico e critico d'arte, docente presso la SSIS Puglia, Università di Lecce, già Segretaria generale del Centro Ricerche di Storia Religiosa in  Puglia.
E' anche
Socio ordinario della Società di Storia Patria per la Puglia, dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano e presidente del Centro di Ricerca, Studio e Catalogazione dei Beni Culturali di Puglia.)

Dalla Sicilia alla Puglia la festa di San Giuseppe è una semplice raccolta di santini e immagini sacre riferite al santo di Nazareth? E’ il peregrinare faticoso per paesi e città alla ricerca del misto sacro-profano? E’ l’esercizio retorico culturale per ricostruire feticismi e misticismi profani e poplari? No. E’ la saggezza mirata a rivalutare un culto che è di popolo, che è di piazza, che è di fede, che è cultura, storia e arte, senza confusioni.
E’ un capolavoro di immagini e di testi, freschi di stampa, uscito in questi giorni, e concepito da chi ne è stata la curatrice, la dottoressa Vincenza Musardo Talò, per volere di una giovane casa editrice pugliese, la Talmus Art. Il santo degli artigiani, degli operai e dei falegnami; della buona morte e della vita indissolubile chiamata matrimonio, conquista un posto d’onore nella iconografia, ma, anche, nella ripresa e rivalutazione di un culto molto diffuso in due regioni meridionali: la Sicilia e la Puglia. Due realtà lontane, ma affini, definite nel testo “regioni sorelle”, perché di esse è stato colto il senso vero di una appartenenza, di una identità consacrata nella icona di un santo che pulsa nel cuore dei due popoli, segnandone la storia, i ritmi, i passi, l’autenticità di una fede; di un connubio antico, nuovo, moderno, sancito, non solo da quel mare Mediterraneo che unisce, ma dalla sacralità di due mondi che si incontrano sull’altare dell’amore verso lo sposo di Maria Vergine.
Culti isolati, personali e soggettivi, ma, anche comunitari, collettivi nella espressione di Confraternite, sodalizi religiosi, Pie Unioni. Una coralità di cuore che esprime generosità e gratitudine, senza finzioni, senza ipocrisie, senza falsi ed inutili pudori, perché la fede autentica è quella che si manifesta e non quella che viene nascosta o repressa per rispetto umano. In questa opera nuova, non è da sottovalutare il coraggio mostrato da Vittorio Sgarbi, il quale ha saputo leggere i segni di un popolo, della gente autenticamente genuina; ha saputo intercettare le istanze di fede raccolte non in un crogiuolo, non in fazzoletto bagnato di lacrime, ma nello specchio di una vita, perché la vita di Giuseppe è stato specchio di fedeltà, di servizio, di obbedienza, di silenzio, di operosità.
A questo meritorio lavoro va il plauso verso i tanti che hanno collaborato con la loro esperienza, con la loro voglia di ricercare, studiare, approfondire, conoscere e far conoscere il valore di un personaggio, staccato dal cuore della storia della Redenzione, per diventare medaglia di ogni singolo credente; di ognuno che ha sentito il bisogno del rifugio sicuro e sereno in colui che protesse nel rifugio del suo cuore immenso, la vita di Maria e di suo figlio, Gesù Cristo. Brevi considerazioni le nostre. Per meglio entrare nel clima di quest’opera, abbiamo affidato il compito alla sua curatrice, Vincenza Musardo Talò, che dobbiamo definire instancabile zelante e zelatrice di una missione. A lei il compito di illustrarci il capolavoro d’arte e mistero, attraverso l’intervista che segue.

D. Fra i tanti santi, perchè una ricerca e uno studio monografico sul culto riservato a San Giuseppe e una presentazione affidata ad un critico d'eccezione quale è Vittorio Sgarbi?

R. La volontà di realizzare un volume di studi e ricerche sul culto popolare di san Giuseppe nel Mezzogiorno d’Italia era da tempo fra le pieghe programmatiche della Casa Editrice TALMUS ART, che ha voluto affidarmi il progetto, libera di impiantarlo e strutturarlo al meglio. Un personale interesse sul culto e le tradizioni della festa del Santo, in termini socio-antropologico-culturale e religioso, mi hanno indirizzato in tal senso. Il pensare al prof. Sgarbi non solo come attore della Presentazione al volume, ma anche come co-autore, è dipeso dal desiderio di avere all’interno del volume, scritto da accreditati autori vari, una voce autorevole, un intellettuale di rilievo che accompagnasse il lavoro di tanti. Fuori da ogni retorica, abbiamo apprezzato il suo gesto generoso e tutti gli Autori gli sono grati. E’ inutile, poi disquisire sul valore del suo contributo, offerto al volume, circa l’iconografia Giuseppina nell’arte colta.

D. Perchè il riferimento solo a due regioni meridionali e non ad altre?

R. La volontà ad accostare una ricerca fondamentalmente sulle due regioni Puglia-Sicilia, trova giustificazione nel fatto che a noi questo binomio è sembrato essere il più esaustivo per raggiungere le finalità del volume stesso. E’ incredibilmente fascinoso e suggestivo il patrimonio di storia e di tradizioni su san Giuseppe fra le strade delle tante luminose civiltà che hanno attraversato queste due regioni-sorelle. E il volume ne dà ampiamente conto.

D.  Considerando la diversità e la distanza dei luoghi presi in esame, cosa accomuna realtà territoriali e geografiche diverse tra loro per questa devozione?

R.  Le connotazioni essenziali che accomunano queste due Terre solari e ricche di tanta laboriosa umanità, si riscontrano in quella tenace e caparbia volontà a mantenere, tutelare e valorizzare un’antica devozione, una testimonianza di fede dei Padri, i quali affidarono al Santo degli umili, dei poveri, del silenzio e del nascondimento, le angosce e le paure di una quotidianità sofferta e sofferente.

D. Quanto la iconografia dei santini, predisposta da Stefania Colafranceschi, ha contribuito alla buona riuscita dell'impresa?

R.  Attraverso un variegato universo di costumanze e tradizioni comuni, il volume legge anche un aspetto delicato e intimo della devozione popolare a san Giuseppe, raccolto e testimoniato nei santini di una volta e magistralmente esemplato nella ricerca di Stefania Colafranceschi. A guardarli, questi minuti miracoli di carta, si coglie il delicato sentire delle folle devote dinanzi a una iconografia certamente popolare, ma capace di un trasporto di emozioni e di fede robusto verso il Santo che dopo Gesù e Maria fu il terzo protagonista del progetto salvifico dell’Altissimo. E voglio anche evidenziare l’impegno e l’attenzione delle confraternite di san Giuseppe, da sempre tese a mantenere e veicolare una devozione fatta di rituali segnici, che accompagnano la religiosità popolare nell’alveo sicuro della liturgia, nel mentre si mostrano degne custodi di un prezioso serto di valori e ideali del vivere umano, tanto magistralmente esemplato nella vita del Santo falegname di Nazaret. Ma, nel complesso, l’intero lavoro di studi e ricerche, depositato e offerto in questo volume, si configura come un’occasione di affettuosa condivisione di tante testimonianze di fede in san Giuseppe, comuni non solo in Sicilia e in Puglia, ma sparse per tutte le strade dell’ecumene, là dove è caro il nome di questo Santo patrono della Chiesa Universale.


Giuseppe Massari

 

 

 

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