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Rubriche di
Patrizia Fontana Roca


COLLABORAZIONI

In questo Settore vengono riportate notizie e immagini fornite da altri redattori. Nello specifico, i testi sono stati realizzati dal giornalista Giuseppe Massari, che ha trasmesso anche le foto, mentre la grafica e la rielaborazione delle immagini è stata curata da Cartantica.

Tutti gli articoli degli altri Settori sono state realizzati da Patrizia di Cartantica che declina ogni responsabilità su quanto fornito dai collaboratori.

"N.B.: L'Autore prescrive che qualora vi fosse un'utilizzazione per lavori a stampa o per lavori/studi diffusi via Internet, da parte di terzi (sia di parte dei testi sia di qualche immagine) essa potrà avvenire solo previa richiesta trasmessa a Cartantica e citando esplicitamente per esteso il lavoro originale (Autore, Titolo, Periodico) ."

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INTERVISTE, RECENSIONI

 

 

I LUOGHI DELLA MUSICA - BARI

 

L'Autore


Angelo Pascual De Marzo, maestro concertista, attuale organista presso la cattedrale di Bari, nato in Venezuela e residente a Bari. Hanno contribuito al progetto anche Ciro Di Maio, fotografo e Jessica Japino, con il suo progetto filmico “All I wish for you is Me”, allegato in esclusiva al volume, con cartoline.

Genio, estro, fantasia, sregolatezza, originalità. Tutto questo è l’arte. Tutto questo è arte.
Quando questa diventa storia, letteratura, geografia, biografia, architettura e toponomastica per mano di un musicista che pensa anche a stendere testi e non solo a riempire di note e pentagrammi i quaderni musicali o a leggerne i segni che si tramutano in suoni, possiamo ben dire che il risultato sarà unico.

“I Luoghi della Musica Bari” può essere definita una guida nei tempi e luoghi sacri della musica nel contesto della Bari antica e moderna, tra i suoi figli migliori, tra le sue ricchezze storiche ed architettoniche, quali i monumenti e le residenze che hanno dato vita alla musica e che continuano a produrla.
I teatri Petruzzelli, Piccinni, Margherita, Casa Piccinni, il Conservatorio, dedicato al musicista barese, l’auditorium Nino Rota, ma anche i luoghi eterni dove la musica è sacra ed è capace di vibrare e far vibrare organi e cuori con le sue melodie ancestrali, angeliche, classiche e barocche, in quelle chiese incantate e scolpite nelle pietre vive della memoria: la cattedrale, la basilica di san Nicola, la chiesa di san Martino e di san Michele, l’auditorium diocesano Vallisa.

In questa cornice di luoghi e di racconti, anche anedottici, non mancano le biografie degli esecutori, dei protagonisti, di coloro che hanno fatto cantare e suonare gli strumenti musicali di ogni genere e portato la musica in tutti gli ambienti cittadini per far scoprire il fascino, la melodia dei suoni, la delicatezza o la corposità delle voci, dei cori. Come scrive Stefano Magnanensi nella sua presentazione siamo di fronte a una “vera e propria Mappa del Tesoro Musicale che porterà a scoprire i gioielli e le gemme più preziose di questa parte d’Italia così meravigliosa”.

 

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IL PAPA BENEVENTANO VINCENZO MARIA ORSINI - BENEDETTO XIII

 

 

“Il papa beneventano: Vincenzo Maria Orsini – Benedetto XIII” è un libro fresco di stampa, scritto dal giornalista Giacomo De Antonellis e pubblicato dalle Edizioni Scientifiche Italiane di Napoli, quale primo quaderno dell’Archivio storico del Sannio.
Una nuova biografia su colui che, l’autore non ha difficoltà a definire: “personaggio-chiave per il territorio, un uomo tutto da scoprire, e da apprezzare stante la sua estrema attualità di buon pastore e di animatore sociale”.

De Antonellis, nella sua breve presentazione, scrive ancora: “Questo saggio copre un vuoto storiografico nel senso che gli studi apparsi su fra’ Vincenzo Maria Orsini trattano aspetti settoriali oppure sono limitati a determinati periodi senza mai affrontare – in termini divulgativi – la complessa figura del religioso con una visione panoramica della sua vita e delle sue opere.

(Su questo dissentiamo dall’autore, perché i testi, i libri, le ricerche, finora prodotti, hanno avuto il pregio e il privilegio di approfondire aspetti nuovi ed inediti, ed era quello che bisognava fare per rivalutare e conoscere al meglio il personaggio, che, se pure trattato distintamente e settorialmente, è stato sempre inserito nel più ampio contesto biografico, personale, storico, ecclesiastico e politico in cui è vissuto).

Ne consegue che l’arcivescovo di Benevento venga onorato nella memoria popolare per quanto resti poco conosciuto nelle specifiche azioni concrete.
L’immensa dedizione alla Chiesa e ai suoi istituti, tra l’altro, lo mise nella scia di quel grande Santo che fu Carlo Borromeo promotore senza pari della Riforma tridentina: in tal modo egli dette un volto nuovo e un’autentica rivoluzione nei costumi rilassati del clero e dei credenti offrendo a tutti l’esempio e il vigore di una vita fondata sulla preghiera e sulla promozione sociale.
Così, grazie alla pietà che alimentava ogni momento dello spirito e dell’azione, in quanto responsabile di varie cattedre vescovili egli seppe indirizzare il proprio gregge verso una pratica di fede non formale ma autenticamente religiosa”.

Il testo, complessivamente, comprensivo di 232 pagine, è stato suddiviso in quattro parti, o in quattro capitoli, compresa la parte introduttiva:

Discorsetto a mo’ di prefazione - Quel terremoto, introduzione per una biografia –
Parte I – Cardinale (Gravina e Casa Orsini: il ruolo della madre - Nell’Ordine dei predicatori - La porpora contrattata - Uffici di Curia e apostolato).
Parte II – Arcivescovo (Pastore in Manfredonia-Siponto - Cesena: vescovo a intermittenza - Benevento: la vita quotidiana - Revisione ecclesiastica, Sinodi e Visite pastorali - Frumento, pegni e ospedali - Le opere religiose. Chiese e conventi ) -
Parte III – Pontefice (1724: Orsini diventa Papa - Vivere a Roma nel mondo pontificio - La «politica» di Benedetto XIII - Il nodo del Giansenismo - Ritorno a Benevento - Nicolò Coscia, ombra del papa - La «cricca beneventana», un caso sconcertante - Sulla beatificazione dilazionata) -
Per chiudere, una storia forse vera o forse sognata - Bibliografia - Indice degli artisti - Indice degli autori - Indice dei nomi.

Giuseppe Massari

 

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VENUTE ALLA LUCE DUE ORIGINALI E RARE RELIQUIE DI PAPA BENEDETTO XIII

 


“Viaggio nella storia tra le pietre vive della memoria”, la ricerca storico-iconografica sul cardinale, arcivescovo e papa Orsini, intrapresa oltre 15 anni fa, la cui prima parte aggiornata è stata pubblicata su questo stesso sito, e in attesa di pubblicare, quanto prima, anche la seconda integrata e corretta, non finisce di stupire, perché si arricchisce sempre di nuovi elementi, di nuovi spunti e di nuove scoperte. Infatti, mi è capitato di scoprire, quasi per caso, due reliquie.

Foto 1

 

La prima, è un osso del cranio, (foto 1), con ogni probabilità, conservata, da qualche mese, presso il neonato museo dei papi di Padova, diretto e curato da Ivan Marsura, il quale dichiara d’averla ricevuta in dono da un prete di Venezia, città in cui non sono mancate e non mancano testimonianze riferite all'Orsini. Egli, tra l’altro, apparteneva alla nobiltà veneta.
Oltre questo dato biografico, c’è quello più interessante che lega il giovane Pierfrancesco Orsini a Venezia, soprattutto, riferito all’episodio che lo vide direttamente coinvolto, quando, all'età di 17 anni, volle compiere, nascondendo alla madre le sue reali intenzioni, un viaggio d'istruzione, per l'Italia, facendo sosta e tappa, soprattutto a Venezia, recandosi presso il convento San Domenico di Castello, dove chiese e venne accolto come frate domenicano, vestendo le bianche lane di san Domenico.
Venezia,successivamente, torna nella vita di colui che, nel frattempo, era diventato pontefice e si rivela, ancora una volta, città orsiniana, perchè, presso la Chiesa Santa Maria dei Gesuati si conserva nella volta un dipinto del Tiepolo che riproduce il papa di origini pugliesi.
Inoltre, sempre presso la stessa chiesa è conservata una copia della medaglia coniata per la costruzione dell'edificio sacro, avvenuta durante il pontificato del papa domenicano. Medaglia che fu incastonata all'interno della prima pietra, benedetta dal patriarca di Venezia, Marco Gradenigo, il 17 maggio 1726.

"Nel recto, la medaglia conteneva le chiavi papali con scudo al di sotto, entro il quale una corona, con stelle, era sovrapposta a due palme. Sul lato inferiore a destra, stava una torre ed a sinistra, una spada con la scritta in onore del papa domenicano Benedetto XIII, allora regnante. Sul lato sinistro della medaglia c'era lo stemma del doge Alvise Mocenigo, allora ducante, ed a destra quello del patriarca Marco Gradenigo. Al di sotto, veniva effigiato lo stemma del convento dei Gesuati. Nel verso, la scritta in latino, ricordava l'avvenimento e la dedica del nuovo tempio alla Vergine del Rosario".

Fin qui i legami tra la città lagunare, l’Orsini personalmente e direttamente e il suo casato. Per queste valide e supportate ragioni storiche, magari con qualche interpretazione, non si può, quindi, escludere che la reliquia di papa Benedetto XIII possa essere stata portata a Venezia, in occasione del primo processo per la Beatificazione del pontefice, celebrato a Tortona il 1755, per il quale fu, certamente fatta una ricognizione dei resti mortali nella sua tomba custodita e conservata nella basilica romana di santa Maria Sopra Minerva, e, quindi, non è da escludere che in quella occasione sia stato trafugato un pezzo di corpo, una testimonianza, consistente in un osso del cranio, da conservare nel luogo dove egli aveva fatto ingresso per seguire la sua vocazione di religioso.

Per correttezza ed onestà intellettuale, c’è da dire che la reliquia ritrovata, come la maggior parte di quelle  esistenti, è priva del certificato di autenticità, perché o è andato distrutto o perché si è perso. In compenso, però, della nostra, si conserva il cartiglio originale allegato al sacro reperto.
Comunque, per gli indizi a cui ho fatto riferimento, la reliquia è da ritenere veritiera e verosimile, perchè al di là della scomparsa, nel frattempo, del convento di san Domenico a Castello, pur resta la testimonianza della presenza domenicana costituita dalla chiesa dei Gesuati, dedicata alla Vergine del Rosario, icona molto cara e legata alla storia dei padri domenicani.

L’altro reperto orsiniano rinvenuto è il polsino di una camicia usata da papa Benedetto XIII (foto 2 e 3). Di seguito, la descrizione:

Frammento di reliquia di Benedetto XIII

 

Antica  reliquia di papa Benedetto XIII consistente in un polsino staccato da una camicia. Il polsino ha un sigillo di ceralacca, che se anche un poco rovinato, corrisponde a quello apposto sulla lettera accompagnotoria, inviata da un prelato romano ad una famiglia genovese.

“Gradisca il qui accluso polsino della camicia portata da Sua Santità staccatosi sudicio tale e quale è sigillato con mio piccolo sigillo acciò non fosse mai dubbio che sia cambiato”.  La reliquia si trova a Messina.
 




Polsino di camicia di Papa Benedetto XIII



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SAN DOMENICO MAGGIORE, DOPO 800 ANNI CHIUDERA'

IL CONVENTO DI SAN TOMMASO A NAPOLI

La chiesa di San Domenico Maggiore, nell'omonima piazza del centro storico di Napoli, che ha ospitato una comunità dei frati predicatori, fin dai tempi del loro padre fondatore, San Domenico Guzman, intorno ai primi anni del '200, sta per essere abbandonata. Il sacro tempio fu consacrata nel 1255 e il convento annesso divenne ben presto un presidio religioso e culturale di straordinaria importanza.

In San Domenico Maggiore, tra il 1272 e 1274, San Tommaso d'Aquino insegnò teologia nello Studium voluto da Carlo I d'Angiò e, secondo la tradizione, qui il Crocifisso gli parlò (la cella di San Tommaso, del Doctor Angelicus, è tuttora visitabile).
Sotto le volte maestose del complesso partenopeo l'Aquinate intraprese la stesura della terza parte della Summa, completata dopo la sua morte dal suo fedele assistente, fra Reginaldo da Piperno.
Il 16 giugno 1566, quasi diciassettenne, varcò per la prima volta l'ingresso del convento, nei panni di novizio, Giordano Bruno, rimanendovi per ben undici anni e avvicinando la propria inquieta curiosità alle prime scandalose pubblicazioni di Erasmo.
Così Tommaso Campanella, che fu un altro degli illustri allievi dei frati predicatori.
In questo complesso fu ospitato il cardinale domenicano frà Vincenzo Maria Orsini, futuro papa Benedetto XIII, mentre era arcivescovo di Cesena.

Ora, a distanza di otto secoli, i Domenicani lasceranno il convento napoletano: si attende soltanto il placet definitivo del Maestro generale dell'ordine dei predicatori dopo la decisione del Capitolo provinciale.

«La scelta sarà assunta ufficialmente solo tra qualche settimana, spiega frate Francesco Lavecchia, priore della Provincia di San Tommaso d'Aquino in Italia, vale a dire il governatore dell'area amministrativa meridionale . Anche se sarà stabilito di chiudere il convento ciò non significa che le attività a San Domenico Maggiore saranno interrotte: le celebrazioni proseguiranno. Ecco, potremmo dire che cambierà la gestione. Il compito di noi Domenicani è quello di continuare la nostra missione di predicatori e di studio per prepararci all'apostolato, non di fare i custodi museali, per quanto il convento appartenga alla nostra Storia per le numerose testimonianze di fede che ha ospitato. Purtroppo, c'è sempre un inizio e una fine in ogni cosa. E al netto della presenza turistica, quella dei fedeli resta purtroppo scarsa. Mentre l'edificio, cosa da non trascurare, è di proprietà comunale».

Dei sei confratelli che ancora vivono all'interno della antichissima struttura, tre sono ultraottuagenari.
Il Capitolo provinciale, l'organismo che raduna i frati della Provincia meridionale, in occasione della rielezione del priore si è a lungo interrogato sulla opportunità di lasciare il convento, dopo ottocento anni di quasi ininterrotta permanenza. Ma alla fine si è deciso di andar via.
Mentre è assicurato che rimarrà attiva, anzi ne sarà addirittura potenziata la fruizione attraverso l'implementazione di aggiornati sistemi multimediali, la prestigiosa Biblioteca domenicana, ricca dei suoi oltre 49 mila volumi, 9 incunaboli, 520 cinquecentine e manoscritti: l'antica Libraria di San Domenico che già nel '500 possedeva alcuni manoscritti di Giovanni Pontano, il De Arte amandi di Ovidio, le Epistole di Seneca e tanti capolavori della filosofia aristotelica.

L'ordine dei frati predicatori a Napoli è poi presente nel santuario di Sant'Antonio a Posillipo, nel convento di Santa Maria della Sanità a Barra e nel convento di Santa Maria dell'Arco, dove ha sede anche la curia provinciale: vale a dire il governatorato meridionale.
«Purtroppo — spiegano con una punta di amarezza alcuni frati — ciò che avviene a San Domenico Maggiore segue la stessa sorte di altri storici insediamenti religiosi, come quello di Santa Lucia al Monte a Napoli, nucleo originario della predicazione alcantarina nell'Italia meridionale e poi francescana, o della Casa domenicana di Genova. E dinanzi alle necessità delle missioni religiose, la Storia dei luoghi sembra destinata a soccombere».

 

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L’ORSINI CARDINALE CANTATO DAL GRAVINESE FEDERICO MENINNI,
POETA MEDICO DI FAMIGLIA

 

 

Prima di presentare i componimenti poetici, scritti dal dottor Federico Meninni, e dedicati al giovane cardinale Frà Vincenzo Maria Orsini, ci piace riprendere alcuni dati biografici del poeta, ricavati dalla pubblicazione di  Michele Sforza: “Federico Meninni un medico alle fonti di Ippocrate”, Stampa

Grafica 2P, Noicattaro, ottobre 2010.
“Domenico Federico Meninni nacque a Gravina in provincia di Bari il 14 giugno 1636 da nobili genitori: Angelo Meninni e Ruffina d’Errico. Dapprima avviato alla vita ecclesiastica sotto la disciplina di D. Domenico Morano, studiò grammatica e umanità nel Seminario della sua città, nel periodo in cui in seguito ad un’insurrezione popolare, capeggiata da Matteo Cristiano, la città era assediata dal popolo tumultuante.
Poi studiò Legge sotto la guida di Antonio Martoro, ma si dedicò successivamente allo studio della retorica e della filosofia sotto la guida del medico Giustiniano Majorani, giunto a Gravina da Napoli. Intanto alla morte del padre scoppiarono dei litigi nella sua famiglia, per sedare i quali si prodigarono il Duca Ferdinando Orsini e la duchessa Giovanna della Tolfa (genitori di Pierfrancesco, futuro frà Vincenzo Maria, successivamente Benedetto XIII).
Con la protezione dei duchi della sua città, nel 1654 Federico all’età di 18 anni si trasferì a Napoli, dove, dietro raccomandazione di Antonio Nicola Tura, poi vescovo di Sarno, fu accolto con simpatia in casa del medico Onofrio Ricci, che era anche insigne Poeta e professore universitario, accademico ozioso ed errante.


Antonio Nicola Tura, Vescovo di Sarno



Col Ricci il Meninni ebbe un rapporto molto affettuoso ed intenso, una profonda stima di discepolo nei confronti del maestro, a cui i contemporanei riconoscono un alto magistero universitario, una certa sensibilità ai fenomeni innovativi della cultura scientifica del suo tempo e soprattutto il merito di “aver offerto il proprio piccolo, ma efficace contributo alla formazione della nuova generazione di Medici”.

Meninni frequentava la facoltà di Medicina, quando scoppiò l’epidemia di peste a Napoli nel 1656; egli rimase chiuso in casa per alcuni giorni per sfuggire al contagio, ma poi, spinto dal desiderio di rivedere il suo maestro Ricci, lo andò a trovare, lo trovò ammalato e rimase pure lui contagiato.
Il suo maestro morì di peste e il Meninni “già si mirò vicino al sepolcro”, come dice il Gimma in: Elogi accademici degli Spensierati di Rossano, descritti dal dottor d. Giacinto Gimma, pubblicati da G. Tremigliozzi, in Napoli a spese di Carlo Troise, 1703.  
Scampò per miracolo alla morte e, cessata l’epidemia, potè laurearsi in Medicina, mostrando grandi attitudini per la professione medica e curando persone di alto rango (infatti, fu al capezzale della duchessa Giovanna Grangipane della Tolfa, accorrendo da Napoli, nei giorni immediatamente prima che questa esalasse l’ultimo respiro, riconoscendo la gravità della malattia, l’impossibilità e impotenza di poterla guarire n.d.a).
Si fece notare per la bravura e sicurezza nel diagnosticare e soprattutto nell’indicare la prognosi per le malattie”.

Giunto al suo ultimo e definitivo approdo professionale, Federico Meninni continuò a coltivare la sua vena poetica, quella che gli si era presentata sin da giovane, come dichiara egli stesso nella prefazione dell’edizione veneziana delle sue poesie:
“Ho anche io poetato, quando dal seno della Medicina, i primi alimenti poppava, se non vo dire che ho cantato a guisa di Giona, il quale al sentir di molti, nei maggiori travagli componeva versi nel seno della balena. Quando altri con le mani spenzolate andavano scioperatamente a sollazzo, mi diportava fra le delizie di Pindo, per tornar con istudio più fervente, alle solite fatiche. Protesto in faccia del Cielo aver esguito ciò che pronunciò Cicerone in favor d’Archia, cioè a dire, quando altri scialacquava l’ore tra giochi, fra gli ozi, e fra le crapule, io mi ritirava a coltivare le poetiche delicatezze”.
Esercizio della professione e diletto per la poesia non furono disgiunte da questo personaggio che osava ripetere: “Confesso ancor io che fra l’angustie della mia Professione ritrovo non poco sollevamento dalla Poesia”.

Grazie a queste due passioni, fu annoverato anche lui nell’Accademia degli Spensierati di Rossano, rivestendo incarichi di Censore e di Consigliere promotoriale.
Con dedizione, acume, competenza e sensibilità compose versi e con altrettanto spirito, nel 1677 pubblicò “Il ritratto del sonetto e della canzone”, un manuale di poesia, può essere definito, dedicato al cardinale Frà Vincenzo Maria Orsini arcivescovo sipontino.
All’Orsini, giovane prelato cardinale, il Meninni, dedicò cinque componimenti, che qui, di seguito, riprodurremo, inseriti in quella gran parte della sua vastissima produzione poetica di carattere encomiastico.
In verità, il poeta gravinese, fu prodigo di attenzione, attraverso i versi, anche nei confronti di altri componenti dello stesso casato: della madre del cardinale e del fratello Domenico. Una sorta di gratitudine, potremmo dire, per i benefici ricevuti da quella nobile famiglia che lo sostenne e lo aiutò nella formazione culturale, nella scelta professionale.
Prima di concludere questo preambolo, ci preme ricordare che, Federico Meninni, morì a Napoli, all’età di 76 anni.
La prima poesia composta e dedicata al futuro cardinale, quando al secolo era Pierfrancesco, allude alle rose, insegna riportata all’interno dello stemma di famiglia.
Su Frà Vincenzo Maria Orsini, uno dei soci dell’Accademia degli Spensierati di Rossano, non è male riprendere quello che l’abate Gimma scrisse su di lui nella famosa opera Elogi Accademici

 

Abate Giacinto Gimma

Dopo i quattro anni dell’età sua invaghito di Religione Domenicana, simile a quel terren d’Ibernia, di cui scrivono alcuni geografi, che non solo animali velenosi non genera, né portati d’altronde gli nutrisce, ma colle foglie ancora di una sua pianta, partecipata ad altri paesi e data in bevanda, sana i morsicati dalle serpi, la forza del veleno estinguendo, volle non solo con piccioletti abiti vestirsi da frate di quell’ordine, e predicare in compagnia d’altri fanciulli, ma con Mitra di carta esercitar ufici pastorali, secondo che praticar vedea del vescovo della città”.              

 


Stemma originale della Famiglia Orsini:
bandato di rosso e d'argento,
col capo d'argento caricato da una rosa rossa
posta su una piccola fascia d'oro caricata da un'anguilla d'azzurro.

L’anguilla è in ricordo dell’antica Signoria di Anguillara
nei pressi del lago di Bracciano,
mentre la rosa ricorda la bolla di Papa Leone IX
con la quale si ordinava di benedire ogni anno una rosa d’oro da donare al primo barone di casa Orsini.

 

Lode al Signor Duca di Gravina
D. Pierfrancesco Orsino

Questa prima poesia, composta e dedicata al futuro cardinale, quando al secolo era Pierfrancesco, allude alle rose, insegna riportata all’interno dello stemma di famiglia.

 

“Divorando col ciglio i fogli argivi

sciogli di sillogismi un groppo alato,

e d’assiduo sudor versando i rivi,

nutri quel fior, che in Campidoglio (1) è nato.

T’ingombra di pallor velo ostinato

le porpore del volto, allor che scrivi

e lo ‘ngegno t’infiamma il nume aurato,

mentre di puro inchiostro i carmi avvivi.

Quindi di doppio serto i crini adorno,

al tuo nome intrecciar glorie ingegnose

e la diva d’Atene e ‘l dio del giorno (2).

Grecia l’idalio fior (3) sull’are espose

Al ciprio nume e, d’Amatunta (4) a scorno,

tu più saggio a  Minerva offrì le rose”.

 

1 Il riferimento è agli Orsini di Gravina del ramo di Roma.

2 Minerva ed Apollo.

3 Il fior di loto.

4 Amatunta: città sulla costa meridionale di Cipro, famosa per il tempio dedicato ad Afrodite e Adone.

 

All’Eminentiss. Sig.r Cardinale di San Sisto
Frà Vincenzo Maria Orsino, de’ duchi di Gravina,
arcivescovo sipontino.

In questa poesia, il Meninni, mette in evidenza l’umiltà e la dottrina del giovane prelato gravinese, la sua rinunzia ai beni, onori e privilegi terreni, il suo attaccamento all’ordine domenicano e alla Vergine Maria. Alla sua prima esperienza episcopale sul Gargano, a  Manfredonia, sotto la protezione dell’arcangelo Michele. Addirittura, il medico poeta lo paragona ad Ulisse, il quale, come seppe resistere alla tentazione delle sirene, perché il suo pensiero era solo quello di ritornare nella sua petrosa Itaca(U. Foscolo), così l’Orsini non si lascia allettare da altra ispirazione che non sia quella di raggiungere il Cielo.



“In talami festivi
sposa d’Esperia, al tuo natal conforme,
già t’apprestava il regnator de’ cori (1),
io sui castalli rivi (2)
anelante rivolto avea già l’orme,
di cantar di vostr’alme i casti ardori;
ma tu, Signor, che adori
non terrena beltà, l’arco e lo scettro
rendi infranto ad Amor, muto il mio plettro (3).
Pur di serbar t’ingegni
il gaudio a miglior uso e di mia lira
l’armonia riverente a più degn’opre.

Quindi, mentre fra i regni
tu dell’Adria (4) passeggi, e, dove aspira
tua saggia mente, il mio pensier non scopre,
veggio che te ricopre
di Domenico (5) il manto e che dal Cielo
già si comincia a pubblicar tuo zelo.

Or ecco a qual sublime
Sposa ti sacri in voto, ecco a qual face (6),
a qual stella propizia il core accendi.
La vergine, che opprime
Tartareo drago, e che sul crin vivace
serto ha di rose, ad isposar tu prendi:
son d’Imeneo gl’incendi,
onde avvampa d’amor l’anima bella,
or la face guzmana (7), or l’aurea stella.
Or quasi sospiri, quai prieghi
dal petto amante infervorati ei scioglie
a voi, Madre Celeste e Divo ispano (8).

Poi dice: Il pianto anneghi
ogni antico mio fallo e queste spoglie
mi sian piume a fuggir te mondo insano.
Scettri e diademi in vano
mi lusingano il cor, voi gli ostri (9) ardenti,
voi siete i miei tesor, lane innocenti.
Dunque noi, Muse, in Pindo
tessiam con nova idea musici carmi,
che d’ammanto è novel Vincenzo adorno.
Dal Mauritano all’Indo
corra il suo nome e agli ultimi Biarmi (10)
voli d’invidia il nostro plettro a scorno.
S’eterno in si bel giorno
non mi rendete, Aonie suore (11), il canto,
di più farmi immortal rifiuto il vanto.

Ma la Patria dolente
già lo sospira e lo richiama al soglio (12)
l’incerta madre, entro la reggia avita.
Ah, che ‘l suo cor non sente
sì dolci inviti, e qual costante è scoglio
al vento, al mar, che contra lui s’irrita,
stabile ei tal s’addita
al vento de’ sospiri, alle tempeste
di due pupille in lagrimar sol deste.

Son le natie ricchezze
remora spesso a chi desia dell’Etra (13)
varcar le vie con fortunati auspici.
Quand’è che tra l’asprezze
di povertà l’Orsino germe impetra
per acquisto del Ciel voli felici.
Con digiuni e cilici
Lacera Pluto, e ne’ licei, ne’ rostri
Ha strali ancor da fulminar più mostri.
Sa col saggio d’Aquino (14)
quanto in aria è prodotto, in mar si serra,
quanto abbraccia la terra, il ciel racchiude.
Con pettine latino
sfidò cetre maestre e or fa guerra
co’ sillogismi all’eresie più crude.
Chi da sua mente esclude
dogmi per lui d’infedeltà, s’avvede
quanto prevaglia all’empietà la Fede.

Così, così risuona
di te, Vincenzo, il mondo e ‘l Tebro amante
in Campidoglio a trionfar te chiama:
ostro già per corona
ti prepara sul crine, a cui festante
palme e lauri dircei sacrò la fama.
E, mentre eroe t’acclama
del Vatican il Gran Monarca Altiero (15)
pien di giubilo esulta il mondo intero.

Ma la comun letizia
tu sol non accompagni e dentro angusta
cella i tuoi pregi a lagrimar sei volto.
Ben di tanta mestizia
in dì sì lieto è la cagione ingiusta,
Signor, se applaude a’ tuoi trionfi il Cielo.
Il nubiloso velo
scaccia dalle pupille e, se di colpa
altri degno far vuoi, te stesso incolpa.
Non perché mille eroi
porporeggiar nella città latina
di tua stirpe real, ch’ebbe i camauri,
non perché vantar puoi
rimirarti nipote a chi destina
a cattolica gregge alti restauri,
ma perché di tesauri
t’orni celesti in solitario chiostro
in sì giovane età, degno sei d’ostro.

Vientene or sul Tapeo,
se dal suolo natio fuggir bramasti.
reggie, pompe e tesor posti in oblio.
Di povertà trofeo
ad innalzar t’insegnerà tra fasti
l’insubre eroe (16), che fu nipote a Pio.
Fia pago il tuo desio
d’aver spirito umil fra tirie grane
di portar gli ostri e non lasciar le lane.
E, o con quanti fochi,
che son lingue d’amor, parmi che avvampi
Roma, che in ciel fa balenar più rai.
In chiamarti son rochi
gli altrui sospiri et ogni core ha lampi
di letizia, o Signor. Vienne, Che fai?

Ma giungi appena e vai
Sacro Pastor sovra il Gargan, in cui
tu custodir sai la custodia altrui.
Quivi Michel s’adora,
che pria fugando esercito infedele,
le iapigie contrade ottenne in cura.
Con gli angeli dimora
far qui t’aggrada e al popolo fedele
tua divota pietà scorta è sicura.

Restine or dunque oscura
per te, benché la fama avesse amica,
del Dulichio (17) campion la gloria antica
In cenere conversa
poiché Troia restò dal fuoco argivo,
solcò l’itaco Ulisse i campi ondosi.
Di mar fortuna avversa
in Trinacria lo spinse, e in tanto arrivo
più sirene gli offrir canti amorosi;
ai suoni armoniosi
chiuse l’orecchio, e ne’ suoi patrii tetti
per gir veloce, ei non curò diletti.

Tu l’infide lusinghe,
Vincenzo, aborri, e in questo mare accorto,
a vento lusinghier non pieghi i lini.
Fra contrade solinghe
l’ozio molle in fuggir, non resti absorto,
che fra le calme han pur naufragio i pini.
L’orecchio non inchini
a bugiarde armonie, ma fuggi al volo,
poiché l’Itaca tua l’Olimpo è solo”.

 

1 Amore.
2 Della sorgente castalia, fonte e ispirazione di poesia.
3 Arnese usato per far vibrare le corde di un qualsiasi strumento a corda, nel caso, la lira.
4 Venezia.
5 San Domenico.
6 La fiaccola.
7 La fiaccola di san Domenico da Guzman che appare anche nel simbolo dei domenicani.
8 Sam Domenico, di origini spagnole.
9 Le porpore.
10 Popolazione della Russia.
11Muse.
12 Trono.
13 Cielo.
14 San Tommaso d’Aquino.
15 Papa Clemente X, Emilio Bonaventura Altieri, che lo creò cardinale il 22 febbraio del 1672.
16 Il vescovo lombardo san Carlo Borromeo, nipote di Pio IV.
17 Isola del mar Ionio, nei pressi di Itaca, la città di Ulisse.

 

Dedico le meraviglie poetiche all’Eminentissimo Signor Cardinale F. Vincenzo Maria Orsini, Arcivescovo di Benevento, dopo la quiete universale di Europa.

“Or che al tempio di Giano i brandi appesi
lascia in ozio chi segue il Dio dell’armi,
cedan gli urli feroci al suon dei carmi,
d’ascra a gli ordigni, i Marziali arnesi.
Signor,  dell’Arte e di natura io presi
i prodigi a narrar: se dunque in marmi
statue alzarti non posso; almen, per farmi
tributario di metri, in Pindo ascesi.
Or, se marte non stringe Aste esecrande,
ne sul terren di sanguinosi umori
da falangi trafitto un Rio si spande:
deggio a le glorie tue sacar gli Allori,
le Meraviglie a te stupor più grande,
del tespio Fonte a la tua Rosa i fiori”.

 

La poesia seguente, l’autore, la dedica all’arcivescovo coinvolto, ma non perito durante  il terribile terremoto di Benevento del 5 giugno 1688.

“Già da’ cardinali suoi, di colpe onusta,
un sol cenno di Dio scuote la Terra,
che l’ampie gole, ad assorbir, disserra
de’ novelli Tifei la soma ingiusta.

De gli edifici tuoi la mole augusta
ne la pubblica strage anco si atterra;
ma Te, de’ soffi al vacillar, non serra
la rovina innocente, in tomba angusta.

Cade a ferirti il piè marmo improvviso
dopo lunga stagione e pur non varchi
sentier, che porta a le delizie, al riso.

Or del Triregno a sostener gl’incarichi
pensa, o Signor; che, in Vaticano assiso,
daran mille al tuo piè baci i Monarchi”.

 

L’ultimo componimento “per lo medesimo Signor Cardinale”, l’augurio del Pontificato, “dovendosi verificare nella sua Persona una Profezia di Malachia”. Profezia o no, il vero profeta è Federico Meninni, che, in tempi non sospetti, augura al rappresentante della famiglia a cui lui era personalmente ed affettivamente legato, il Soglio di Pietro. L’augurio, per volere dello Spirito Santo, il 29 maggio 1724, quando lo stesso poeta era già morto, diventa  realtà.

“Giorni felici, accelerate il corso.
Perché trionfi il mio Signor sul Tebro;
e ponga incatenato il candel’Ebro
a le sue furie ubbidiente il morso.

Quando la Chiesa Ei sosterrà sul dorso,
che adoro io più, che con lo stil celebro,
di pianti asperso, e di follie non ebro,
farà la Scita a nostra Fe ricorso.

Non sian più, no, ne’ penetrali ascose
le profetiche cifre: al Mondo intero
su veridici fogli il Ciel l’espose.

Havrà sì, sì; ne mi tradisce il Vero,
se rigeneranno in Vatican le Rose,
la rosa Orsina in Vatican l’impero”.

 

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FRA' VINCENZO MARIA ORSINI CARDINALE, PAPA BENEDETTO XIII: L'AGRICOLTORE DI DIO

 


(Galerie Signatures, Valenciennes, Benedetto XIII,  olio su tela del XVIII secolo)

 

Ai più quotati biografi del cardinale frà Vincenzo Maria Orsini, divenuto papa col nome di Benedetto XIII, è ben nota, e non è mai sfuggita agli occhi delle loro conoscenze, l’opera sociale svolta da costui, sia durante gli anni del suo governo pastorale, soprattutto, di Manfredonia e Benevento, e sia durante gli anni del suo breve, ma intenso pontificato.
Nel giugno del 1678 iniziò l'esperimento di un Monte frumentario, a Manfredonia, una forma di credito agrario che poi con maggior decisione e disponibilità di mezzi promosse e generalizzò nell'arcidiocesi di Benevento, e che fu largamente imitata dalle autorità civili nel Regno di Napoli. (1)
I problemi sociali furono sentiti e affrontati dal cardinale Orsini. Testimoniano questo suo zelo i Monti Frumentari, eretti nella diocesi di Manfredonia durante il suo arcivescovado. Nell’Appendix Synodi confermò le “Regole per lo monte frumentario” dettate da monsignor Cappelletti il 14 Settembre 1661 alla comunità di Monte Sant’Angelo.
Ispirandosi ai principi del moderno credito agrario, concedesse un prestito in grano per la semina, dietro un pegno e un interesse esiguo (l’8%). Il Monte frumentario fu istituito per aiutare i contadini nel momento della semina, ma soprattutto “per troncar la strada al detestabil peccato dell’usura”. Infatti, frequentemente i poveri, non potendo fronteggiare necessità impellenti, per un piccolo prestito erano costretti «a perder molto, ò far ubbligazioni con interessi gravissimi, e le donne non potendosi aiutare, ponevano in pericolo il proprio honore». (2)

A Manfredonia come a Benevento, il cardinale arcivescovo volle,  per rispondere alle esigenze dei tempi e degli agricoltori più bisognosi, che  i Monti Frumentari fossero Opere Pie.  Il Cardinale si proponeva,  con la istituzione dei Monti Frumentari, di non fondare Banche o Banchi di pegno, a scopi lucrativi e commerciali.
“Di questa necessità l'Orsini si preoccupava specialmente di due: l'alimentazione e i bisogni della semina. I poveri che erano costretti a ricorrere agli usurai perché in casa non c'era di che sfamare la famiglia o perché necessitava il grano per la semina erano i clienti-tipo dei Monti Frumentari. La provvida istituzione ebbe un fortissimo sviluppo in tutta la diocesi durante l'episcopato orsiniano.
Al 24 agosto 1723 i Monti Frumentari erano 171 con un movimento annuale di circa 30.000 tomoli di grano, pari 13/14 mila quintali. Il Monte Frumentario orsiniano fu eretto a Benevento nell'anno 1694.

Accenniamo brevemente alla sua storia e al suo funzionamento; tutti gli altri, in proporzioni minori, erano modellati su quello del capoluogo. Il Monte Frumentario urbano venne ad innestarsi in un'altra opera caritativa fondata dall'Arciv. Giuseppe Bologna nel 1675, e cioè il Monte di Pietà, con ducati 400 di dote, pagati da un uxoricida come pena pecuniaria.
Il Monte del Bologna non ebbe però successo e l'Orsini vedendo che né la pia volontà del fondatore aveva il suo intento, né i poveri avevano l'opportuno sussidio, lo trasformò in Monte Frumentario con istrumento del notaio Giuseppe Di Pompeo del 14 febbraio 1694. Il fondo Bologna con gli interessi assommava a ducati 632. Di essi 500 furono investiti e cominciarono a fruttare venticinque ducati annui e con i restanti si comprarono 146 tomoli di grano che pertanto costituirono il fondo originario del M. F. di Benevento.
L'Orsini destinò a locali del Monte alcuni vasti ambienti siti a pianterreno dello Episcopio.  Il 24 agosto 1695 promulgò nell'appendice del Sinodo le «Regole per il buon Reggimento del Monte». (3

Palmerino Savoia descrive ancora più dettagliatamente questa pagina storica scritta dall’Orsini. 
“Il Monte veniva amministrato da due Governatori e da due Depositari che duravano in carica un anno ed erano nominati dall'Arcivescovo. I Governatori dovevano raccogliere il grano dato in elemosina e comprarne altro durante la raccolta, per soddisfare tutte le richieste di prestito, vendere le eventuali rimanenze a fine anno e investire il ricavato in modo da costituire una rendita a benefizio del Monte. Dovevano inoltre firmare i mandati di consegna da esibirsi dagli interessati ai Depositari per ricevere il grano.
Dei due Depositari uno era addetto alla ricezione, alla valutazione e alla conservazione dei pegni che dovevano essere di valore doppio di quello del grano richiesto, e non deteriorabili, l'altro doveva aver cura dei magazzini dove veniva ammassato il grano, lo consegnava ai richiedenti e lo riceveva alla restituzione. Il prestito del grano si faceva quattro volte l'anno; nel mese di ottobre per aiuto della semina, nel mese di dicembre per sovvenire i bisognosi nelle feste del Santo Natale, nel mese di marzo per le feste pasquali, nel mese di maggio a gloria di S. Filippo Neri  e per venire incontro a coloro che avevano finita la scorta del vecchio raccolto. (4)

 

 

Articoli II, III, IV del “Regolamento del Monte Frumentario” eretto a Siponto/Manfredonia l’11 giugno 1679 dal card. f. V.M.Orsini, Manfredonia in Archivio Arcivescovile: “Instrumentum erectionis Montis Frumentarij pro civitate, et Diocesi Sipontina…”, f. n.n

E’ vero ed è innegabile il merito che questo solerte pastore ebbe nell’introdurre o nell’istituire questa forma di credito agrario, ma è pur vero che questo tipo di banca risale a tempi molto precedenti al suo operare ed operato. Infatti, i  primi Monti frumentari sono nati alla fine del XV secolo per prestare ai contadini più poveri il grano e l'orzo per la semina, ed ebbero una notevole diffusione durante i secoli XVI e XVII.
Essi si rivolgevano in particolare ai tanti che vivevano in condizioni di pura sussistenza quando, per il bisogno, erano costretti a mangiare anche quanto doveva essere riservato alla semina. (5) Comunque sia, va dato atto e merito a colui che ebbe questa felice intuizione. Ripristinare, riproporre ciò che le esigenze economiche dei piccoli agricoltori e contadini imponevano.
La scelta orsiniana fu imitata da altre diocesi meridionali, si estese in altre zone depresse e povere del Mezzogiorno, ma ebbe, a distanza di quasi di due secoli il plauso del meridionalista e deputato Giustino Fortunato:
“A ragione, 150 anni dopo, Giustino Fortunato, in un intervento alla Camera dei deputati, notando che più di 200 monti, allora ancora esistenti dalle Romagne alla Puglia, dovevano la loro vita all’iniziativa di papa Orsini,  ricordava costui come il loro più grande promotore”. (6)
Fortunato svolge  un’ accorata difesa di questi strumenti economici, pur ravvisando che, nell’Italia meridionale, prima del 1860, non fosse stato un modello di retta amministrazione, alla Camera dei deputati, in occasione della tornata del 15 giugno 1880, nella discussione del bilancio di previsione del Ministero dell'Interno per l'anno 1880. (7)
Nello specifico, riferito all’Orsini, egli, scrive, tra l’altro, in  un articolo apparso sulla “Rassegna Settimanale”, del 21 marzo 1880, I Monti Frumentari nelle Province Napoletane:
“A questa nuova istituzione dovè forse volger l'occhio il cardinale Orsini, arcivescovo di Benevento, quando, settant'anni dopo, fondando per i coloni bisognosi della sua città un'opera consimile all'intento «di svellere i contratti usurari», prescrisse ai parroci della diocesi, con editto del 14 febbraio 1694, di giovarsi degli avanzi dei luoghi pii laicali per creare novelli Monti frumentari.
Eletto papa nel 1724 col nome di Benedetto XIII, la medesima ingiunzione fu da lui fatta ai vescovi del Reame e dello Stato della Chiesa, prescrivendo a tutti le stesse norme statutarie: fine dell'opera, la somministrazione degli alimenti agli agricoltori poveri, con l'obbligo della restituzione nei giorni del raccolto, previo tenuissimo aumento della derrata; suo governo, nomina annuale da parte del parroco di uno o più amministratori, obbligati al termine dell'esercizio al rendiconto della gestione nelle mani dell'autorità vescovile.
Più che duecento Monti ancora esistenti, dalle Romagne fin giù alle Puglie, debbono la loro esistenza all' iniziativa di papa Benedetto XIII: fra essi, a mo' d'esempio, quello di Brindisi in Terra d'Otranto, che nel 1778 era giunto a tanta floridezza da somministrare al Comune poco meno che trentamila lire per il bonificamento delle paludi circostanti”. (8)  
Il pensiero del grande meridionalista, nato a Rionero in Vulture, in Basilicata, rendono onore alla storia, alla vita e all’impegno sociale dell’Orsini, di quell’arcivescovo, ancora oggi, ricordato a Benevento e a Manfredonia, come benefattore delle classi umili.
Non di meno è il giudizio lusinghiero, espresso dall’avvocato Pasquale Calderoni Martini, storico gravinese, sull’operato sociale dell’Orsini, il quale attingendo da una biografia scritta da Alessandro Borgia: “Benedicti XIII vita commentario excepta ab Alessandro Borgia…”, Roma, 1741 e da uno scritto di Salvatore De Lucia: “Fra Vincenzo Maria Orsini e le sue opere sociali”, in Samnium, a. II, 1929, n. 4, Benevento, così si esprime:
“Benedetto XIII da Papa, coerentemente a quanto aveva praticato da Vescovo, proclamo il principio che il ministero del Sacerdote non deve limitarsi solo al campo spirituale ma deve estendersi al campo sociale. In applicazione di tale principio egli stesso da Vescovo aveva fondato ospedali, ospizi per pellegrini, carceri con norme di pietà cristiana e d’igiene e con una tendenza alla riabilitazione morale, monti per maritaggi, monti pegni, e, mirabili fra tutti, i monti frumentari per sottrarre i contadini all’usura, redimerli verso una vita indipendente. Tutte queste opere avevano carattere di redenzione sociale piuttosto che scopo elemosiniero, anzi i monti frumentari devono essere considerati come vere istituzioni di credito”. (9)

Proseguendo nella sua disamina, ed approfondendo questi aspetti della vita di Frà Vincenzo Maria Orsini, Calderoni Martini, nel aver sancito, sempre nell’ambito dello stesso scritto che “Fra Vincenzo Maria Orsini, che fu poi Benedetto XIII, forse fu primo ideatore, certamente primo esecutore di una forma modesta ma pratica di Credito Agrario (10), così continua: “quando ancora giovane era Arcivescovo di Manfredonia fondò colà il primo Monte Frumentario nel 1679, mentre fu a Benevento che, 15 anni dopo, egli potette esplicare un programma organico.
Fra la Fondazione del Monte di Manfredonia e quella del Monte di Benevento trascorse un lunghissimo lasso di tempo. Nell’intervallo ci erano stati l’episcopato di Cesena ed il terremoto di Benevento del 1688, che assorbì ogni attività del Prelato nei primi anni della sua nuova residenza. Al 14 febbraio 1694 fu fondato a Benevento, per mano di Notaio, e quindi in forma solenne, un Monte Frumentario, col modestissimo capitale di ducati 132, residuo delle attività di un abolito Monte di Pietà, liquidatosi qualche anno prima “nella speranza, dice il cardinale, che con questo si diroccherà e svellerà in mezzo ai nostri sudditi ogni contratto usuraio e si edificherà e pianterà una Casa di rifugio ai poveri bisognosi”. (11) 
Lo storico gravinese prosegue l’excursus storico ed analitico di questa creatura orsiniana, ribadendo che : “comunque il risultato fu quanto mai incoraggiante giacchè nell’agosto del 1695, alla chiusura cioè del primo esercizio, il Monte aveva già una attività di circa mille tomola di grano, con cui potette affermare il suo funzionamento.
Alla istituzione centrale di Benevento se ne fecero seguire altre consimili in varie località dell’Archidiocesi, che nel 1717 erano salite a 157. Non erano queste delle filiali, perché tutte indipendenti l’una dall’altra, ma erano tutte istituzioni dipendenti dall’Arcivescovo, che, per quanto gli era possibile, cercava mantenere in  tutte  un unico criterio direttivo, nel nobile proposito di sottrarre il lavoratore della terra all’usura”. (12)

Qui il racconto o il giudizio si interrompe per fare spazio ad un episodio alquanto eloquente e  significativo: la emissione di un Bolla di Papa Clemente XI.
Scrive l’avvocato Calderoni: “Nel 1718 il Papa Clemente XI con una sua Bolla del 14 ottobre lodava l’attività del Cardinale Orsini, e, poiché la Diocesi di Benevento anche politicamente dipendeva dallo Stato Pontificio, accordava la sanzione politica oltre che religiosa alle fondazioni impiantate dallo stesso, e le additava ad esempio ai governatori delle altre province. (13)
Per concludere la trasposizione o la trascrizione di queste note, è bene concludere attingendo ancora dallo storico gravinese: “Studiando le tavole dettate dal nostro Cardinale ne risulta chiaro che egli si era ispirato al principio sul quale è fondato l’odierno credito agrario. Fornire senza stancanti formalità e senza timore di personalità il credito all’agricoltore, ripartito però in più rate onde impedire distrazioni. Fissare il rimborso del debito in forma sicura per il creditore, agevole e non costosa per il debitore. S’iniziano le gestioni con capitale minimo, facendo assegnamento sugli accrescimenti per la capitalizzazione degli utili. Era speranza dell’Orsini, come è miraggio nostro, la creazione di una classe di piccoli agricoltori, sopprimendo il bracciantato, che è una piaga degradante dell’Italia Meridionale. Benedetto XIII fu un uomo d’idee superiore ai suoi tempi e perciò non fu sufficientemente apprezzato dai suoi contemporanei”. (14)  

Durante l’episcopato beneventano, sempre nello stesso campo, è utile ricordare quello che avvenne nel 1707, quando fu emesso il divieto di commercio del Regno con la città di Benevento, già allora città pontificia.
“La grave situazione che paralizzò tutta la vita economica della sede metropolitana e la privò di non pochi generi di prima necessità era stata determinata da false informazioni di incetta di grani fermati ed acquistati in Benevento per essere rivenduti a più caro prezzo a Napoli. Di questa incetta era stato accusato lo stesso Orsini, minacciato di conseguenza, del sequestro dei suoi frumenti diocesani. Scrivendone al nipote, duca di Gravina, con l’incarico di riferire al vicerè, l’Orsini contrapponeva:

" la calunnia di avere nel mio magazzino centomila tomoli di grano non può aver fronte di infamarmi come mercadante. E’ noto a Lippi e a Barbieri quanto grano raccolgo. Né merita alcuna considerazione l’atto compiuto dal rappresentante regio che con temerario ardire mandò per la Diocesi a prendere informazioni delle mie prediche e perfino a chiamare in corpo i magistrati delle terre da me visitate. Con tutti i vicerè, in Manfredonia e in Benevento, e in 27 anni di vescovado, ho goduto sempre la più alta stima sicchè il vicerè marchese di Santo Stefano, fu costretto a chiedermi perdono per aver voluto attentare al sequestro delle mie rendite ecclesiastiche. Non ho mai voluto comprare grano per accomodare i miei, dovendo dei grani fare la distribuzione ai poveri, dei quali sono il grassiere non già il mercadante. Concludo che se S.E. il Vicerè userà rigori contro Benevento, Napoli perderà il suo più prossimo magazzino. Ma se S.E. mi conoscesse, non avrebbe orecchio per i malevoli non della mia persona, ma della mia disciplina”.

La contesa si trascinò con pause più o meno lunghe per 12 anni, ma la dignitosa e fiera difesa, pur sempre nell’interesse del popolo che il divieto del commercio del grano condannava alla miseria, doveva concludersi con la vittoria dell’Orsini, il quale anche in campo non strettamente religioso, aveva finito, come si è potuto rilevare, per assorbire funzioni di stretta competenza civile, tanta autorità, e soprattutto tanto prestigio, aveva saputo conquistare nel suo lungo e fertile episcopato”. (15)
E’ bello riprendere, dalla capitale della Sannio, una immagine eloquente e significativa, racchiusa nell’iniziativa assunta dal futuro senatore ed onorevole Giambattista Bosco Lucarelli con la costruzione di un edificio: ”Unione agraria cooperativa Benedetto XIII – Casa del contadino”, quale “strumento efficace di potenziamento e difesa degli interessi della classe agricola”. (16)
Oggi, purtroppo, questa cooperativa e lo stesso edificio non esistono più. Ma l’aver fondato ed istituito un sodalizio ed intitolarlo all’Orsini, a quasi duecento anni dalla sua morte, è la conferma di quanto fosse stata, e lo è ancora, radicata la presenza di una testimonianza, di un impegno pastorale a beneficio delle popolazioni meno abbienti, dei cittadini più sfortunati.

A tal riguardo ci viene ancora incontro il De Caro: “I successi qui ottenuti dall'iniziativa dei Monti frumentari lo indussero a pensare che soltanto un diretto intervento del governo potesse stimolare, attraverso una forte diminuzione della pressione fiscale e una larghissima concessione di crediti, la diffusione di iniziative commerciali e industriali e, soprattutto, potesse valorizzare l'agricoltura.
B. XIII riteneva che il nuovo clima economico avrebbe creato, su basi meno opprimenti e limitatrici delle iniziative produttive, un gettito fiscale tale da compensare i sacrifici iniziali che l’erario si sarebbe assunto. Testimoniano l'impegno con cui egli cercò di realizzare questa coraggiosa impostazione ben trentotto costituzioni che sulla materia furono emanate durante sei anni di pontificato.
La preparazione e l'esecuzione dell'iniziativa furono affidate, il 15 ed il 17 Ott. 1725, a una speciale "Congregazione sull'agricoltura" e a una commissione di tecnici incaricata di studiare la questione della libertà dei grani” (17), costituite ed istituite nel cuore dell’Anno Santo.
Scrive ancora il De Caro, relativamente alle buone intenzioni del pontefice e ai risultati, purtroppo,  poco incoraggianti che ne conseguirono:
“La Congregazione sulla agricoltura, alla quale il papa attribuì giurisdizione su tutto il territorio pontificio, al di sopra di ogni diversa magistratura, doveva provvedere alla revisione del bilancio dell'annona, alla concessione di crediti agrari e di esenzioni fiscali all'industria e al commercio, allo studio e realizzazione di provvedimenti "ad agricolturae perfectionem, statum et consistentiam", alla stipulazione dei trattati di commercio con altri Stati.
In esecuzione delle deliberazioni della Congregazione gli sgravi fiscali autorizzati da B. XIII a varie categorie di industriali e di commercianti ed i prestiti concessi agli agricoltori raggiunsero cifre senza precedenti e alla fine dei pontificato l'erario aveva raggiunto il fortissimo deficit di 120.000 scudi, laddove al principio dei governo di B. XIII aveva un margine attivo di più che 270.000 scudi.
Tuttavia l'economia dello Stato non si avvantaggiò minimamente del notevole sforzo imposto all'erario dal pontefice: il gruppo di profittatori che questi aveva intorno seppe sfruttare a proprio particolare vantaggio il programma del papa, inducendolo a finanziare iniziative economiche fittizie, sviando verso le tradizionali consorterie parassitarie di nobili e di speculatori le provvidenze di cui si faceva carico l'erario e travisando a tal punto le intenzioni del pontefice che Clemente XII, assumendo la successione nel 1730, dovette creare una "Congregazione particolare sulle estorsioni e sugli abusi a danno di Benedetto XIII". (18)


Benevento, Archivio Storico Diocesano: Raccolte edittali

 


 “La foto, tratta dal sito il vaglio.it , mette  in evidenza un edificio con in alto la scritta ”Unione agraria cooperativa Benedetto XIII – Casa del contadino”’, fondata dal futuro senatore ed onorevole Giambattista Bosco Lucarelli quale “strumento efficace di potenziamento e difesa degli interessi della classe agricola”. Le ragioni della intitolazione possono risiedere nell’impegno che l’Orsini assunse nel riprendere ed istituire i Monti frumentari, ma anche, per quello che ci riferisce  Gaspare De Caro, un biografo orsiniano:
“I successi qui ottenuti dall'iniziativa dei Monti frumentari lo indussero a pensare che soltanto un diretto intervento del governo potesse stimolare, attraverso una forte diminuzione della pressione fiscale e una larghissima concessione di crediti, la diffusione di iniziative commerciali e industriali e, soprattutto, potesse valorizzare l'agricoltura.
B. XIII riteneva che il nuovo clima economico avrebbe creato, su basi meno opprimenti e limitatrici delle iniziative produttive, un gettito fiscale tale da compensare i sacrifici iniziali che l’erario si sarebbe assunto. Testimoniano l'impegno con cui egli cercò di realizzare questa coraggiosa impostazione ben trentotto costituzioni che sulla materia furono emanate durante sei anni di pontificato.
La preparazione e l'esecuzione dell'iniziativa furono affidate, il 15 ed il 17 Ott. 1725, a una speciale "Congregazione sull'agricoltura" e a una commissione di tecnici incaricata di studiare la questione della libertà dei grani”.

Di fronte ad alcune vicende poco chiare, che caratterizzarono il pontificato di Benedetto XIII, ebbe gioco facile Montesquieu, nel suo famoso Viaggio in Italia, di scrivere, non da storico, ma da viaggiatore frettoloso, grossolano e superficiale, un giudizio fortemente negativo: “Nello Stato Pontificio non c'è né commercio, né industria; le terre sembrano molto mal tenute.
La malaria colpisce, secondo un Cardinale, perché “le acque non scorrono più tanto bene; ci sono fossati sulla riva del mare, che d'estate si asciugano producendo insetti ed esalazioni cattive; miniere di allume emanano esalazioni” (p. 149).
Intanto, i privilegi degli ecclesiastici sono rigorosamente mantenuti dalla “Congregazione dell'Immunità”, istituita già nel lontano 1626. Gli assassinii sono più frequenti nello Stato Pontificio che a Roma.
Il Papa Benedetto XIII è “molto odiato” dal popolo romano, perché “fa morire di fame”, preferendo investire denari per Napoli e per lo Stato della Chiesa rispetto alla Città Eterna”. (19)

Proseguendo sull’impegno dell’Orsini, non possiamo fare a meno di sottolineare la continuità pastorale nell’esercizio delle funzioni di capo di diocesi e di capo supremo della Chiesa Universale. Il senso, il nesso, il legame tra questi momenti diversi ci presenta una persona fortemente responsabile, attenta, coraggiosa, ma, soprattutto, coerente con la sua vocazione di servizio, anche durante gli anni in cui fu vicario di Cristo, a riprova, ma, anche  per smentire i suoi innumerevoli detrattori e superare tutti quei giudizi e pregiudizi espressi, a piene mani, da coloro che non hanno mai bene conosciuto il personaggio o mai si sono cimentati in ricerche serie.
Uno di questi casi potrebbe essere lo stesso Pastor, il quale, neanche lui fu tenero verso questo Pontificato e il suo pontefice. Al contrario, invece, il momento e il periodo del suo pontificato, come è testimoniato da Cesare De Cupis (20), sotto l’aspetto sociale, non solo non è meno intenso di quello profuso durante gli anni degli episcopati sipontini e beneventani, ma, addirittura, consolida, conferma e arricchisce il suo zelo, il suo rispetto, la sua stima verso la categoria degli agricoltori...

Scrive il De Cupis: “Nel principio poi del pontificato di Benedetto XIII, successore a Innocenzo XIII,sorse una gravissima questione per parte di tutti i possessori di bestiame, i quali, a causa della straordinaria siccità dell'anno 1725, reclamarono al Pontefice, affinchè volesse riparare agli immensi danni da essi subiti, in quanto sebbene avessero antecedentemente preso in affitto i pascoli a prezzo altissimo ed eccessivo, tuttavia l'assoluta mancanza delle erbe aveva prodotto una incessante mortalità del bestiame stesso, per modo che non era stato possibile ritrarre alcun utile e alcun frutto dalle masserie.
Eglino quindi fecero istanza perchè fossero riconosciute tutte le tenute soggette ai pascoli delle masserie, al fine di potere ottenere una diminuzione del prezzo di affitto dei pascoli. Il Pontefice accolse il reclamo, e, con un suo rescritto, decise che i ricorrenti avessero usato del loro diritto”. (21)
Nella relazione sulle vicende dell’agricoltura e della pastorizia nell’agro romano, del succitato autore, e in riferimento al pontificato orsiniano, si legge ancora:
“In conseguenza di quanto ebbe così deciso Papa Benedetto XIII, il Cardinale  Camerlengo, Annibale Albani, Carlo Collicola, Tesoriere generale, e NicoIa Negroni  Presidente della Grascia, bandirono un Editto di citazione. con invito a chiunque avesse creduto di avervi interesse, di presentarsi alla Deputazione dei giudici, nominata dal Pontefice per esaminare il ricorso e le ragioni dei possidenti dei bestiami, e più specialmente con ingiunzione ai proprietari delle tenute, che avevano tenuto così alto il fitto delle erbe, di comparire avanti la stessa Commissione nel termine di giorni dieci, e di dedurre quivi le loro ragioni. La Commissione delegata dal  Pontefice, che in seguito appellossi  «dei defalchi», dopo maturo esame sentenziò che i proprietari diminuissero la corrisposta  per affitto delle  tenute, e dessero altresì una  dilazione congrua, affinchè gli affittuari dei pascoli potessero corrispondere agli impegni assunti, tenendo conto della riduzione degli affitti.
Il Pontefice, nel desiderio di provvedere alla pubblica cosa, volse l'animo suo a ricercare un pronto rimedio per uno stato di cose, che ogni di più poteva cagionare la rovina dell’agricoltura. E, dopo maturo consiglio, chiesto in proposito ad uomini esperti della cosa pubblica, fu riconosciuto che la prima cagione dell'abbandono dell'agricoltura consisteva nel fatto che l'Annona restringeva il libero commercio del grano. A causa di ciò i mercanti e gli agricoltori, quando che avevano fatto trasportare il grano a Roma, si trovavano nella dura condizione di non poterlo vendere ai fornai, che si approvvigionavano soltanto dall’Amministrazione Annonaria, la quale, dall'anno 1718 al 1724, aveva lucrato l'ingente somma di scudi 305 49 (lire 2,125,000).

Per simili ragioni gli stessi fornai e gli agricoltori reclamarono energicamente contro l’Amministrazione dell’Annona, dichiarandosi aggravati oltre le proprie forze, ed oppressi da provvedimenti coercitivi per la loro industria. Aggiungasi, che i ministri della stessa Annonna, facevano illeciti negozi, dappoiché i mercanti di campagna, per esitare il loro grano, erano costretti a dar loro regalie in denaro, al fine di goderne la preferenza sopra altri venditori. Da ciò derivava ai mercanti stessi un sommo danno; infatti eglino dovevano vendere all'Annona il grano ad un prezzo determinato, mentre poi l’Annona stessa lo rivendeva ai fornai ad un prezzo maggiore, secondo le circostanze delle stagioni, e così i mercanti venivano privati del frutto delle loro fatiche e del rimborso delle grandi spese fatte tanto per la coltivazione, quanto per i trasporti, senza che da ciò il popolo risentisse alcun beneficio, ma tutto risultava a vantaggio e guadagno soltanto dell'Amministrazione dell'Annona.
Per tali ragioni, le campagne rimanevano incolte e quasi abbandonate  con evidente pericolo dello Stato, per la mancanza delle derrate necessarie all'alimento dei popoli. E che, tale fosse il vero stato delle cose, lo dice chiaramente lo stesso Pontefice Benedetto XIII nel suo Chirografo del giorno 15 ottobre dell'anno 1725, col quale volle prescrivere le norme ed i regolamenti relativi alla provvista del  grano, che doveva fare l'amministrazione dell'Annona ed anche ai prestiti che si dovevano concedere agli agricoltori.
Il Pontefice, dopo le considerazioni che abbiamo già premesse, lamentò che l'agricoltura oramai fosse caduta in deperimento, e che, quasi abbandonata generalmente, fosse per cessare del tutto; temeva che ciò potesse costituire un pericolo per la vita, dato che pochissimi si rinvenissero ancora disposti ad eseguire la semina sia nell'Agro Romano, sia nel distretto di Roma, e ad arrecare qualche utile ai proprietari delle tenute ed ai coltivatori delle terre, atteso le gravi spese necessarie all'uopo, e la difficoltà somma nel vendere o nel collocare il grano raccolto.

In conseguenza il Pontefice ordinò che nei granai dell'Annona si tenessero in serbo soltanto trentamila rubbia di grano, che si prevedeva potessero essere sufficienti alle urgenze di Roma. Che i ministri dell'Annona, non dovessero più comprare né vendere il grano, e che quella quantità di frumento, tenuta in serbo, dovesse essere provveduta dai fornai a condizione che, in caso di penuria l'approvvigionamento del grano, dovesse essere fatto a volontà del Prefetto dell’Annona”.(22)
Impegno risoluto e, forse, risolutore dell’anziano pontefice, che, come al solito, non risparmiava a se stesso tutte le migliori energie per portare a risoluzione vertenze delicate, soprattutto, in materia di sostegno alle categorie meno protette o più vessate. In questa particolare fase della trattativa, e più in generale, nell’arco dell’intero pontificato, come anche durante gli anni in cui fu alla guida delle Chiese di Manfredonia, Cesena e Benevento, emerge un aspetto insolito, meno conosciuto e mai approfondito, almeno finora, dell’Orsini: quello di essere un fine diplomatico, e non solo in campo agricolo e agrario, ma, anche in altri campi, soprattutto in materia ecclesiastica. Tipici sono i casi in cui veniva spesso chiamato per dirimere le vertenze che sorgevano all’ombra del santuario di Montevergine tra la comunità benedettina virginiana e le autorità locali o alcuni singoli cittadini di Mercogliano. (23)

O il caso in cui fu destinato a Gravina, sua città natale, per ricomporre dissidi sorti  tra alcuni suoi familiari e le autorità ecclesiastiche. (24)  
Il fine diplomatico che, però, per i problemi connessi all’agro romano, si avvale di giusti e quotati consulenti, così come leggiamo dallo scritto del De Cupis.
“Nel tempo normale per la provvista pel rinnovo delle 30 mila rubbia di riserva dovesse essere fatta dai fornai, la quarta parte ogni tre mesi, secondo le norme  prescritte dal Chirografo di Papa Alessandro VIII. I  Consoli dell'arte dei fornai, dovessero ispezionare ogni settimana i granai dell'Annona, e dovessero denunziare subito al Prefetto dell'Annona stessa, se il grano non si mantenesse in buona condizione o se deperisse, affinchè si potesse provvedere al rinnovo, acquistando altra quantità. Ogni qualvolta  che si acquistasse il frumento, dovesse essere vagliato nei granai dei mercanti di campagna, a volontà del Prefetto, e giammai nei granai dell'Annona.
Volle poi il Pontefice che il marchese Girolamo Teodoli, riferisse sullo stato finanziario dell'Annona non solo, ma altresì esprimesse il suo parere circa i prestiti da farsi agli agricoltori, cioè se dovessero essere fatti in denaro, ovvero in grano, ed in quale misura, e se ai proprietari soltanto, e con quali cautele.
Lo stato finanziario dell'Annona aveva allora una consistenza di 562,457.09 scudi, dalla qual somma detratti scudi 168,254.85, rappresentanti il valore del grano conservato nei granai di Roma e di Civitavecchia, e che erano stati costruiti per l'Annona, tenendo conto anche del valore di un forno di proprietà dell'Annona, ne derivava un utile che ammontava a scudi 394,202.24, dalla qual somma detratti scudi 22,614.84, per frutti dovuti ai possessori delle azioni del Monte Annonario, la residua somma di scudi 371,587.49 — lire 1,997,802.27 — rimaneva a disposizione e volontà del Pontefice, che la destinò, ripartendola, come viene detto in seguito, in sussidio ed aumento dell'arte dell’agricoltura. Stabilì poi che i prestiti per gli agricoltori, fossero fatti col denaro e non già col grano, e che ne usufruissero tanto i coltivatori. quanto i proprietari delle tenute e gli affittuari di quelle, poste nell'Agro Romano e nel distretto della città. Per i prestiti fatti alle persone del distretto, si dovesse pagare il due per cento d’interesse che doveva servire a saldare gli stipendi dei Commissari, i quali dovevano assumere le informazioni sulla solvibilità di coloro che domandavano i prestiti.

Decretò poi che fosse proibito ai Panettieri, Vermicellai  e Ciambellai di poter acquistare il grano del Mercato a Campo di Fiori, per uso del loro mestiere, disponendo che neppure potessero esercitare l'arte agraria, affinchè sotto tale pretesto, in tempo della raccolta, non incettassero il grano con danno del pubblico.
E volle altresì che simili proibizioni fossero fatte ai misuratori — ad ponderatores — e agli altri ministri dell'Annona. Nello stesso tempo instituì una Commissione composta del Tesoriere generale e del Prefetto dell'Annona, chiamando a farne parte per rappresentanza di Roma e suo Distretto, Alessandro degli Abbati, referendario in ambedue le Segnature, il marchese Girolamo Teodoli e Tiberio Cenci, per l'Umbria e le Marche l'Arcivescovo di Damiata Marco Antonio, per Bologna Alessandro Tanara, referendario in ambedue le Segnature, per Ferrara Carlo Calcagnini, giudice nelle cause de' Sacri Palazzi Apostolici, per la Romagna Anselmo Dandini, referendario in ambedue le Segnature, ed insieme Ponziano Fargna, assessore del diritto pontificio, e consultore imperiale.
Tutti i sopradetti commissari dovevano riunirsi ogni quindici giorni per deliberare quanto fosse più atto a ripristinare, ristabilire ed aumentare l'agricoltura, occupandosene con zelo, conferendo insieme, consultandosi reciprocamente e riferendo poi tutto al Pontefice stesso, affinchè questi potesse provvedere. Tuttavia doveva restare sempre in carica ed in funzione la Commissione dei Cardinali istituita secondo la Constituzione del Predecessore Papa Paolo V, sotto la data 19 ottobre dell'anno 1611.

Il Pontefice soggiungeva, nel suo atto, suggerimenti e disposizioni a tutela dell'agricoltura e del buon andamento di essa, affinchè fossero evitati tutti gli inconvenienti gravi che si erano verificati precedentemente. Volle che tutti i Governatori e Presidenti delle provincie dello Stato, prestassero somma obbedienza alle decisioni della Commissione particolare instituita per gli affari annonari, e che fosse data esecuzione con sollecitudine a tutte le deliberazioni che essa avrebbe adottato.
Circa le modalità e le cautele con le quali l'Annona avrebbe potuto fare i prestiti agli agricoltori ed ai proprietari dei fondi e mercanti di campagna nell'Agro romano o nel distretto di Roma. Il  Pontefice  volle che qualsiasi delibera in proposito, fosse riservata unicamente alla Commissione ed agli altri  che erano stati chiamati a farne parte, come abbiamo superiormente indicato.
Per ciò poi che riguardava la misura o piuttosto la ragione dei mutui da farsi agli  agricoltori, il Pontefice,  considerando di avere disponibile una somma di  scudi 371,587.40, ripartì tale somma, in quanto a scudi 2I0,00 per l'acquisto di rubbia, 310,00 di grano da tenersi in serbo nei granai dell'Annona, come aveva superiormente comandato; della residuale somma poi di 161,587,109  scudi, stabili che dovessero essere fatti in ogni anno dei prestiti: e cioè per scudi 60,000 - lire 325,000 —agli agricoltori e padroni dei fondi e mercanti nell'Agro romano, senza che per detta somma il presidente dell'Annona non dovesse pretender alcun frutto o compenso, sotto qualsiasi forma.
Volle poi il Pontefice destinare anche la somma di scudi 50,000 in favore degli agricoltori possessori e mercanti del distretto di Roma, i quali, però, avrebbero dovuto corrispondere il due  per cento, per le spese d'amministrazione. Il residuo della somma totale di scudi 51 587.40, unendovi l'esazione, che doveva farsi presso tutti i debitori verso l'Annona, oltre il ricavato dalla vendita del grano eccedente le 30,000 rubbia, che dovevano tenersi sempre a disposizione dell’Annona, voile che fosse rinvestito in tanti Luoghi di Monte della Camera che però non fossero vacabili. I frutti e gli utili ritrattine, dovevano essere annualmente rinvestiti nel modo sopradetto.

Tutto ciò avrebbe dovuto servire a formare una somma sempre disponibile, per provvedere a qualunque penuria o carestia, che avvenisse in futuro. Il Pontefice affidava la fedele esecuzione dei provvedimenti emessi alla Commissione soprannominata, osservando che fossero tutti osservati da qualsiasi persona di qualunque grado o stato.
Concludeva la Constituzione abrogando ogni altra disposizione in contrario, precedentemente vigente. La Constituzione fu emanala presso Sianta Maria Maggiore, ossia dal Quirinale”. (25)

Il De Cupis non fa altro, nel suo lavoro editoriale, che tradurre dal latino i chirografi papali. Attingendo dalla sua trascrizione dall’originale, con particolare riferimento agli esiti della vicenda, leggiamo, ancora: “Sembra però che i provvedimenti presi riuscissero del tutto inefficaci, poiché il grano rincariva sempre più, ed i fornai si lagnavano che rimanessero fisse le tasse del macinato, e così i prezzi obbligatori per la vendita del pane. Intanto, per ordine di Benedetto XIII, il Cardinale Albani Annibale, Camerlengo pubblicò, nel giorno 30 luglio 1726, un Bando, perchè nessun Principe, Duca, Marchese, Barone o Signore, né altri di qualsiasi grado o condizione sociale, impedisse a chiunque suddito o non suddito, di essi nominati, di poter liberamente condurre o mandare a Roma grano e qualsiasi specie di vettovaglie; e ciò conforme ai Bandi generali del 25 settembre 1677, 19 agosto 1693, 5 settembre 1701, 14 giugno 1702 e 13 settembre 1713, i quali tutti venivano rinnovati.
Coloro che avessero trasgredito, sarebbero incorsi nelle censure ecclesiastiche per ragione di lesa maestà — lesae maiestatis — oltre a subire la privazione dei loro feudi e la confisca dei loro beni, secondo quanto prescriveva la Bolla “ in Coena Domini” ed altre Constituzioni dei Pontefici. I ministri e rappresentanti dei sopradetti Signori, sarebbero incorsi nella pena di dieci anni di galera, mentre coloro che avessero rilevato o denunciato i trasgressori avrebbero avuto in premio la quarta parte delle pene pecuniarie e si sarebbe conservato segreto il nome dei delatori.
A facilitare l'approvvigionamento della pubblica Annona, il Cardinale Camerlengo sopradetto, nello stesso giorno del Bando sopraindicato, ne pubblicò altro consimile, nel quale esprimeva che, essendo a cognizione sua come i padroni del grano, degli orzi e dei legumi, raccolti nello stesso anno nei propri terreni, tenessero tutto riposto nei casali di campagna, nelle tenute, o nei luoghi a quelle vicine, nonostante i reiterati Bandi pubblicati, perciò ordinava che chiunque, fosse anche di condizione sociale elevata, ecclesiastica o secolare, avente domicilio o che abitasse entro Roma, e possedesse grani e legumi raccolti nella stagione attuale o nella precedente, e li conservasse nel raggio di 30 miglia da Roma, e chiunque li avesse anche alla distanza di 40 miglia, ordinava, ripetiamo, che i primi dovessero condurre tutto a Roma entro il mese di agosto e gli altri entro il successivo settembre, e quelli ancora più lontani che facevano il trasporto delle derrate sia per fiume, sia per mare, eseguissero l'ordine nella forma come sopra entro il mese di ottobre; e tutto ciò senza alcun pretesto per mancata esecuzione del Bando. In caso contrario incorrerebbero nella pena della perdita dei generi, oltre che una multa di scudi 10 per ciascun rubbia di grano o gramaglie che sarebbe stato rinvenuto nei luoghi tutti compresi nel Bandi.
Che se alcuno, per qualsiasi ragione, prorogasse il trasporto, sarebbe stato soggetto alle stesse pene “ed anco maggiori ed afflittive del corpo” (sic) ad arbitrio di Monsignor Prefetto dell’Annona.

Tuttavia le raccolte del grano e degli altri generi si succedevano sempre  più scarse, come rileviamo da un Chirografo del menzionato Pontefice del giorno 14 settembre 1729, nel quale si deplora la penuria non solo di quell’anno, ma altresì dei due precedenti. In conseguenza di tale deficienza la Università dei fornai presentò una domanda perchè fosse diminuita la tassa del macinato, dichiarando che altrimenti sarebbe riuscito impossibile ad essi fornari di continuare la loro industria.
Il Pontefice annuendo alla giusta domanda e seguendo le disposizioni precedenti dell'antecessore Pontefice Clemente XI, ridusse la tassa della metà tanto ai fornai che vendevano il pane in quantità grande, quanto a quelli che lo spacciavano al minuto”. (26)

(Gravina in Puglia. Lo stemma cardinalizio dell’Orsini posto sul soffitto della basilica cattedrale.
Foto Saverio Paternoster)

 

 

 

 

Note

  1. Gaspare De Caro, Benedetto XIII, in Enciclopedia dei Papi 2000, Treccani.
  2. Teresa Maria  Rauzino, 1675. Ischitella negli appunti del futuro papa Benedetto XIII, due le visite pastorali  del cardinale Orsini preparate con gran cura,  in “L’Attacco” del 7 ottobre 2010.
  3. Palmerino Savoia,  Una grande istituzione sociale (I Monti Frumentari), in l’Episcopato beneventano di papa Orsini, 1973, Tipografia Libraria “La Nuovissima”, Acerra.
  4. Palmerino Savoia, op.cit.
  5. Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.
  6. Angelomichele De Spirito, (a cura), Visite pastorali di Vincenzo Maria Orsini nella Diocesi di Benevento (1686 – 1730). Roma 2003, Edizioni di Storia e Letteratura.
  7. Giustino Fortunato, Trasformazione dei Monti Frumentari, 15 giugno 1880 in Camera de' deputati, tornata del 15 giugno 1880, nella discussione del bilancio di previsione del Ministero dell'Interno per l'anno 1880, in Il Mezzogiorno e lo Stato italiano, discorsi politici (1880 – 1910),  Volume Primo, Bari, Giuseppe Laterza & Figli, Tipografi – Editori – Librai, 1911.
  8. Giustino Fortunato, Il Mezzogiorno e lo Stato Italiano, op. cit.
  9. Pasquale Calderoni Martini, Fra Vincenzo Maria orsini ed il Credito Agrario nel secolo XVII. Lettera agli Azionisti della Banca Cooperativa Agraria, Arti Grafiche Torella, Napoli, 1933.
  10. Pasquale Calderoni Martini, op. cit.
  11. Pasquale Calderoni Martini, op. cit.
  12. Pasquale Calderoni Martini, op. cit.
  13. Pasquale Calderoni Martini, op. cit.
  14. Pasquale Calderoni Martini, op. cit.
  15. Alfredo Zazo in Nel III centenario della nascita di Benedetto XIII, conferenze tenute nella Sala della Traslazione in S. Domenico di Bologna, il 3-4-5 marzo 1951 da Alfredo Zazo, Alfonso D’Amato, Bartolomeo G. Vignato, Scuola Tip. Benedettina, 1951, Parma.
  16. Giuseppe Massari, Viaggio nella storia tra le pietre vive della memoria,edizione su supporto magnetico.
  17. Gaspare De Caro, op. cit.
  18. Gaspare De Caro, op. cit.
  19. Montesquieu Charles-Louis de Secondat: Viaggio in Italia. Laterza, Roma-Bari 2008. A cura di Giovanni Macchia e Massimo Colesanti. Prefazione di Macchia, Nota al testo di Colesanti.
  20. Cesare De Cupis, Vicende dell’Agricoltura e della Pastorizia nell’Agro romano, giusta memorie, consuetudini e leggi desunte da documenti anche inediti. Sommario Storico. Roma, Tipografia nazionale di G. Berterio, 1911.
  21. Cesare De Cupis, op. cit.
  22. Cesare De Cupis, op. cit.
  23. Giovanni Mongelli O.S. B. Storia di Montevergine e della Congregazione Verginiana Voll. V – VI, Amministrazione Provinciale di Avellino, MCMLXXI.
  24. Pro Loco e centro Studi Gravina (a cura) Visita Apostolica della città di Gravina del Cardinale Vincenzo Maria Orsini 1714. Gurrado, Gravina, 1975.
  25. Cesare De Cupis, op. cit.
  26. Cesare De Cupis, op. cit.

 

 

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LETTERA APERTA A PAPA FRANCESCO A PAPA FRANCESCO DI MAGDI CRISTIANO ALLAM: C'E' POSTO NELLA CHIESA PER UNO SPIRITO LIBERO?

 

 


Con questo titolo, il Giornale del 31 marzo 2013, giorno di Pasqua, pubblicava una lettera di Magdi Cristiano Allam, convertitosi cinque anni fa al cristianesimo, nonostante la sua provenienza e la sua fede islamica, ricevendo, contestualmente, durante quella storica veglia pasquale, nella basilica di san Pietro, dalle mani di Benedetto XVI, i sacramenti della iniziazione cristiana.
Evidentemente, alcuni eventi e alcuni fatti che si sono succeduti, non lo hanno convinto, sino al punto da fargli preannunciare e paventare le “dimissioni” da un certo cristianesimo nel quale, pare, non doversi o volersi riconoscere più.
Alla luce di questa maturazione ulteriore, ha deciso di inviare una lettera aperta all’attuale pontefice per contestagli alcuni atteggiamenti assunti subito dopo l’elezione al pontificato. Giudizi di merito e di sostanza che condividiamo in pieno, sottoscrivendoli con la consapevolezza piena di chi crede nello spirito di obbedienza al Papa, alle gerarchie ecclesiastiche, ma senza lasciarsi prendere o andare da quella papalatria o ecclesiolatria che molti hanno inaugurato sin dal momento successivo alla elezione al Soglio di Pietro di Papa Francesco.

Scrive Magdi Allam: “Vivevo già sotto scorta perché sin da musulmano condividevo i valori non negoziabili della sacralità della vita, della pari dignità tra uomo e donna, della libertà religiosa, che nel Cristianesimo hanno trovato la loro dimora naturale. Mentre la violenza è intrinseca al Corano e a Maometto e la conflittualità è intrinseca allo scontro sulla concezione e la gestione del potere spirituale e secolare tra i musulmani, ho sempre immaginato che all'opposto nel Cristianesimo prevalgano sia l'amore che è in Gesù e nei Vangeli, sia l'unità quantomeno tra i cattolici in virtù della presenza del Papa.
Sulla base della convinzione che i cattolici non possano non essere che un tutt'uno con il Papa quale vicario di Cristo in terra, ho sempre vissuto con sofferenza il contrasto tra ciò che in seno alla Chiesa si afferma come verità, ciò in cui si crede come fede e ciò che si compie come opere.
A cominciare dalle dimissioni terrene del Papa Benedetto XVI, nel pieno delle sue facoltà mentali e una salute invidiabile per i suoi 86 anni, che da un lato non potrebbero far venir meno l'investitura divina che l'ha consacrato a vicario di Cristo e, dall'altro svela la resa al potere secolare che governa lo Stato del Vaticano incappato in una serie di scandali finanziari e sessuali.
Subito dopo il suo esordio come Papa, sono rimasto perplesso dal suo messaggio centrale volto a promuovere una Chiesa povera vicina ai poveri. Pur comprendendo che la Chiesa ha un orizzonte universale e si fa carico della tragica realtà di tanti poveri nel mondo, l'esaltazione della povertà come valore intrinseco, alla stregua di San Francesco di cui lei è il primo Papa ad adottarne il nome, rischia di essere equivocata nel momento in cui in Italia, in Europa e altrove delle popolazioni benestanti vengono ridotte in povertà dalla dittatura finanziaria promossa dalla speculazione globalizzata, dallo strapotere delle banche e dall'Eurocrazia che condannano a morte le imprese, moltiplicano i disoccupati, mettono in sofferenza le famiglie e tolgono la speranza ai giovani.
Esaltare la povertà, almeno in questa parte del mondo e in questo momento storico, rischia di essere percepito come un invito alla rassegnazione ad una tirannia che sta trasformando dei paesi ricchi in popolazioni povere per assecondare l'ingordigia di chi ha eretto il denaro a proprio dio”.

Così conclude: “Per aver espresso queste considerazioni, mi sono ritrovato violentemente attaccato da coloro che si concepiscono come fedelissimi della Chiesa e del Papa, ridotto a oggetto di linciaggio mediatico paragonabile a una versione virtuale dei tribunali dell'Inquisizione, irrimediabilmente condannato come Satana, Giuda, apostata, traditore, indemoniato, perfido, finto-cattolico dopo essere stato un finto-musulmano. Sentenze inappellabili accertate dalla citazione letterale della Bibbia e dei Vangeli.
Caro Papa Francesco, guardandola e ascoltandola mi verrebbe di darle del tu, la domanda che le pongo è la seguente: premesso che credo in Gesù Cristo vero Dio e vero Uomo, che credo nel battesimo ricevuto da Benedetto XVI, c'è posto nella Chiesa per uno spirito libero che ama la verità e non rinuncia alla libertà? Io penso di sì e sono certo che il mio contributo, al di là delle reazioni impulsive, acritiche e fanatiche, servirà a fortificare la Chiesa e a salvare la civiltà cristiana. Buona Pasqua di Risurrezione di tutti gli spiriti liberi”! 

Giuseppe Massari

 

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SCOPERTE A ROMA RELIQUIE UMANE DI BENEDETTO XIII, IL PAPA GRAVINESE E TERZO PONTEFICE PUGLIESE

 

Il vocabolario Treccani, della parola precordi fornisce, tra l’altro, la seguente definizione:

“per indicare complessivamente gli organi e le formazioni anatomiche della cavità toracica che circondano il cuore, ritenuti sede degli affetti, dei sentimenti, della sensibilità”.

Questa premessa per portare a conoscenza dei lettori, in generale, e dei gravinesi in particolare, che attraverso la mia ricerca storico-iconografica sulla figura dell’Orsini cardinale, arcivescovo e Papa col nome di Benedetto XIII: “Viaggio nella storia tra le pietre vive della memoria”, non ancora definitivamente chiusa o conclusa, ho scoperto una notizia interessante, forse una sorpresa pasquale.
Una sorpresa non godereccia, probabilmente e né passeggera o pronta ad usurarsi con il tempo.

Da il "Giornale" del 24 u.s. leggo una intervista ad una certa Lauretta Colonnelli, autrice di una recente pubblicazione: “Conosci Roma?”, una specie di guida sulle amenità curiosità nascoste e sconosciute della capitale d’Italia.
Nel corso della chiacchierata con il giornalista intervistatore, la Colonnelli racconta di una chiesa romana in cui sono custoditi i precordi dei papi dal 1590, cioè da Sisto V a Leone XIII, deceduto nel 1903.

“Nella chiesa dei santi Vincenzo e Anastasio, davanti alla Fontana di Trevi sono sepolti in appositi loculi i precordi, le frattaje - come dicono i romani - di 23 pontefici, da Sisto V, morto nel 1590, a Leone XIII, morto nel 1903. La pratica fu abolita da Pio X”.
Tra conferme e certezze, scopro perché la succitata chiesa, fu definita dal Belli, poeta dialettale romano, “un museo de corate e de ciorcelli”, perché nella chiesa si conservavano in appositi contenitori i precordi dei papi, ossia quelle parti interiori facilmente decomponibili che venivano asportati durante l’imbalsamazione cui erano sottoposti i pontefici.
A questo punto cerco di risalire, di rintracciare l’autrice per sapere e conoscere se fra quei 23 pontefici o tra i resti di quel pontefice ci fossero anche quelli relativi a Benedetto XIII.
La signora Colonnelli, così risponde, il 27 marzo, sia pure non direttamente a me, ma alla casa editrice,  che ha pubblicato il lavoro sopracitato, e alla quale mi ero rivolto per soddisfare le mie curiosità e acquisire nuovi e probanti elementi:

“Benedetto XIII Orsini (Papa dal 1724 al 1730) è tra quelli che hanno i precordi conservati nella chiesa dei Santi Vincenzo e Anastasio essendo la pratica in auge dal 1590 al 1903".

Non fermandomi e non arrendendomi, come è nel mio stile, sono risalito anche al sacerdote rettore di questa chiesa, il quale mi ha dato conferma, anche se un po’ infastidito e stizzito per averlo disturbato, perché, come si sa, i preti, bontà loro, sono sempre indaffarati, tranne nel raccontare menzogne, come quelle che si è lasciate sfuggire il mio interlocutore: Benedetto XIII era e fu un Papa rimbambito perché nominò come suo segretario un delinquente; per carità, lui, un santo uomo, ma fu un uomo che non ebbe lucidità o ebbe i sensi appannati, della serie, chiedo se i carciofi sono buoni o se posso acquistare le mele e il fruttivendolo, di contro mi parla di altri frutti o del proprietario di frutti che lui non vende.
Purtroppo, anche questo ha fatto parte, come tanti altri episodi, della mia ricerca. Purtroppo, come dice e recita il proverbio: “nessuno è perfetto”. Pazienza.

Comunque sia, ho messo a segno un altro tassello importante nella economia della mia ricerca. Ho voluto farne dono ai miei concittadini, anche se la notizia, al momento, non è accompagnata dalla foto specifica, ma, da una che riproduce l’interno del luogo dove sono conservate alcune reliquie del nostro Papa Benedetto XIII.

Giuseppe Massari

 

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BENEDETTO COLUI CHE VIENE NEL NOME DI FRANCESCO

 


Potrebbe essere questa la sintesi meravigliosa per un saluto di congedo al Papa emerito, Benedetto XVI, e commentare l’arrivo del nuovo vicario di Cristo sulla cattedra di Pietro, PPapa Francesco.
Un papa non previsto, non considerato, scartato alla vigilia dei tanti inutili totopapi, puntualmente smentiti in questo come in altri, in ogni e dopo tutti i conclave.
Il compianto cardinale arcivescovo di Genova, Giuseppe Siri, “Papabile” ad ogni conclave a cui partecipò, cioè colui che entrava sempre da  Papa ed usciva sempre, puntualmente e ancora di più cardinale, ebbe a dire: “I papi si fanno in conclave”.
Purtroppo, nonostante le secche smentite, c’è stato chi si è esercitato e si diletterà, in futuro,  a sfornare previsioni, possibilità e probabilità. E’ un esercizio, francamente, che non abbiamo mai coltivato, che non ci è mai piaciuto, perché, noi, per quello che valiamo e molto modestamente, crediamo, come Siri, che i papi li elegge lo Spirito Santo.

Fatta questa necessaria premessa e senza volerci unire al coro di coloro che hanno salutato il novello pastore della Chiesa universale come il novello rivoluzionario, dati le primizie e le primogeniture storiche a cui molti hanno fatto riferimento, vogliamo solo ribadire la verità e le altre verità secondo le quali è il primo gesuita a diventare Papa; il primo a chiamarsi Francesco, riferito al poverello d’Assisi e non ad altri, anche se c’è stato qualcuno che si è prestato alle solite sfortunate forzature, facendo riferimento al padre missionario gesuita san Francesco Saverio.
Ammesso che ciò fosse stato vero, comunque, non bisogna dimenticare che il primo ed originale Francesco è stato il santo del Cantico delle creature. Papa Francesco è il primo ad essere di origini latino-americane, ma, anche italo-argentino, anzi, nonostante tutto e proprio per la scelta del nome, potremmo non esagerare a definirlo italiano, giacchè ha scelto di prendere il nome di colui che è il patrono d’Italia. 

Il primo ad essere eletto Papa dopo essere arrivato secondo nel conclave precedente.
Sempre il primo e ancora, che ha chiesto di pregare per lui, invocando su di lui la benedizione della preghiera al popolo intervenuto ed accorso in piazza san Pietro dopo la sua elezione;  
il primo che si è definito vescovo di Roma, piuttosto che Papa o pontefice o successore del pescatore di Galilea;
il primo ad avere al suo fianco, nella loggia delle benedizioni, l’attuale vicario di Roma, il cardinale Agostino Vallini, a cui ha fatto più volte riferimento nel suo primo indirizzo di saluto e presentazione dopo l’habemus Papam del 13 marzo scorso:
il primo a dover usare il mezzo pubblico e collettivo, da Papa, per fare ritorno, insieme ai cardinali elettori, dalla Sistina alla casa Santa Marta.

Finito e terminato l’elenco dei primati, qualche parola sul nome scelto per segnare la continuità apostolica e pastorale degli apostoli.
Francesco, secondo la storia, il rivoluzionario che denunciò una certa Chiesa dei fasti per avvicinarla a quella dei poveri nell’insieme del creato, delle creature e del creatore; un contestatore sui generis ed ante litteram, che pratica e predica una Chiesa più vicina al gregge delle pecorelle smarrite.
Francesco che ha il sapore, dell’inedito, dell’originale, del nuovo, senza precedenti, pronunciato da chi si è presentato sotto le insegne di vicario di Cristo.
Francesco, anche un nome che evoca contraddizioni, perché, spesso, è stato evocato, polemicamente, rispetto al potere pontificale e delle gerarchie ecclesiastiche.

Per queste semplici ragioni, possiamo dire che la scelta del nome del nuovo Papa è tutt’altro riconducibile ad una semplicità francescana, perché ha scelto un nome difficile e, al tempo stesso, impegnativo. Secondo noi, nel nome programmatico scelto dal nuovo pontefice c’è il senso di una svolta, ma, anche quello di una rottura con un certo passato, con una certa storia negativa che ha contrassegnato la vita della Chiesa di questi ultimi tempi.

 

 

 

 

 

 

Giuseppe Massari  

 

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IL GESTO INASPETTATO DI Papa BENEDETTO XVI -
CONSIDERAZIONI E RIFLESSIONI IN ATTESA DEL SUCCESSORE

 

 


L’abbandono inaspettato del timone della barca di Pietro da parte di Benedetto XVI induce ad una serie di riflessioni.
La prima. Per la via crucis al Colosseo del 2005 le meditazioni furono dettate dall’allora cardinale Joseph Ratzinger, nella sua veste di Prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede. Un commento per tutti fu quello riservato alla IX stazione: “Che cosa può dirci la terza caduta di Gesù sotto il peso della croce? Forse ci fa pensare alla caduta dell’uomo in generale, all’allontanamento di molti da Cristo, alla deriva verso un secolarismo senza Dio.
Ma non dobbiamo pensare anche a quanto Cristo debba soffrire nella sua stessa Chiesa? A quante volte si abusa del santo sacramento della sua presenza, in quale vuoto e cattiveria del cuore spesso egli entra! Quante volte celebriamo soltanto noi stessi senza neanche renderci conto di lui! Quante volte la sua Parola viene distorta e abusata!
Quanta poca fede c’è in tante teorie, quante parole vuote! Quanta sporcizia c’è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a lui! Quanta superbia, quanta autosufficienza! Quanto poco rispettiamo il sacramento della riconciliazione, nel quale egli ci aspetta, per rialzarci dalle nostre cadute!
Tutto ciò è presente nella sua passione. Il tradimento dei discepoli, la ricezione indegna del suo Corpo e del suo Sangue è certamente il più grande dolore del Redentore, quello che gli trafigge il cuore. Non ci rimane altro che rivolgergli, dal più profondo dell’animo, il grido: Kyrie, eleison – Signore, salvaci” (cfr. Mt 8, 25).
Di li a qualche giorno sarebbe diventato capo supremo della Chiesa Universale, dopo la lenta e penosa morte di Giovanni Paolo II.
Non abbiamo dubbi e riserve nel pensare alla onestà intellettuale e morale del futuro Papa quando pronunciava o scriveva quelle parole.
Era la Chiesa che avrebbe ereditato. Era la Chiesa dinanzi alla quale, forse, si è trovato nel momento della sua traumatica decisione di lasciare, di cedere il passo ad energie più fresche, più sane, più giovani, più disponibili a portare il pesantissimo peso di una realtà per la quale sarebbe stato meglio, per purificarla, usare la stessa forza usata da Cristo quando scacciò i mercanti dal tempio, se dobbiamo supporre che le parole della via crucis hanno trovato conferma anche in questi anni di ministero petrino.
Bisogna partire da quelle espressioni per capire il volto della Chiesa che ha indotto Papa Ratzinger a non aver più la forza fisica, mentale, morale per guidare la nave procellosa di Pietro.
Quelle parole sono state premonitrici di una realtà che non è cambiata, anzi, che è peggiorata con gli scandali, con le divisioni, le lacerazioni, le vecchie e le nuove sporcizie.
L’altra riflessione è quella che ci porta all’incontro di Cristo con le donne di Gerusalemme. Quell’incontro, non casuale, fu denso di significati, racchiusi in quel colloquio che si svolse tra il condannato e chi piangeva per le sue sorti. “Figlie di Gerusalemme, non piangete per me; piangete per voi e per i vostri figli; poiché un giorno triste sta per venire in cui la gente dirà: beate le donne sterili! beati i grembi che non hanno mai generato figli; beati i petti che non hanno mai allattato! Allora grideranno alle montagne: cadete su noi! e alle colline: ricopriteci !: poiché se si fa questo al legno verde, che sarà di quello secco?”
Queste parole di nostro Signore suonavano così: se in me, che sono il legno verde, il legno nuovo, l'innocente condannato, fanno soffrire i fatti che voi donne deplorate; che cosa avverrà fra quarantanni ai peccatori, ai cinici, ai crudeli, alla nazione peccatrice, al popolo aggravato d'iniquità, alla stirpe di malvagi, figli di perdizione che sono il legno secco? 
Con queste parole Gesù Cristo alludeva alla distruzione di Gerusalemme, avvenuta poi sotto l'imperatore Vespasiano, il quale affidò l'opera “distruggitrice” al figlio Tito. I primi attacchi avvennero il 31 marzo dell'anno 70, esattamente come quest’anno, giorno di Pasqua.
Da queste parole, a prima vista, sembrerebbe che Gesù non avesse gradito l'omaggio pietoso delle pie donne. Eppure no ! Anzi quell'atto gentile gli toccò le intime fibre del cuore e volle darne loro un ricambio, una prova palpitante, un avviso salutare. Gesù scorgeva in ispirito lo scempio atroce che si sarebbe fatto della città santa; avrebbe voluto impedire tanta carneficina; e perciò disse: «Piangete!»... perché le lacrime, avvalorate dalla preghiera, valgono a placare la collera di Dio Padre.
In queste parole v'è tutto l'infinito amore di Gesù per la sua patria; v'è la consacrazione divina del santo amor patrio. «La Patria!» Questa parola fa palpitare il cuore. L'amor della patria è una di quelle affermazioni immortali, che, come quelle della famiglia, non sono insegnate dagli uomini, ma da madre-natura, ossia da Dio. Ecco perché l'amor di patria non può essere separato da quello della religione; ecco perché l'amor di patria diviene più forte e più efficace se è purificato e sublimato dalla fede.
Noi cattolici la patria dobbiamo amarla subito dopo Dio, per il medesimo amore con cui amiamo Dio; la dobbiamo amare con un amore riverente, che potremmo chiamare «culto»; noi cattolici la patria dobbiamo amarla con quello stesso amore con cui amiamo il padre e la madre. Noi cattolici, nella patria amiamo anzitutto il faro della religione e della civiltà cristiana; la luce del Vangelo, i fonti battesimali, l'altare benedetto; nella patria amiamo la croce dei sepolcri, le reliquie dei santi, i ricordi del passato, le speranze dell'avvenire.
Tutto noi troviamo nella patria, come nella patria troviamo la voce di Dio, che chiama i popoli ai loro doveri, all'amore fraterno.  Oggi la nostra patria  è sconvolta da agitazioni; è divisa in partiti; è pericolante per la cospirazione delle sette; è desolata dalla mania che gli uomini hanno di soppiantarsi l'un l'altro. Poi gli odi, le ansie, le lotte, le discussioni ingannatrici, le brighe nascoste... A tutto questo, aggiungete la lotta accanita contro la religione, contro l'insegnamento religioso, e quindi contro la base che sostiene, che alimenta il vero patriottismo; l'immoralità pubblica, che spegne ogni ideale patriottico...
Gesù Cristo, in quel momento, dinanzi alle pie donne, dimenticò se stesso per mettere sull'avviso le «figlie di Gerusalemme» e in esse tutta la nazione ebraica. Ma quel popolo non seppe trame profitto e il regno giudaico venne distrutto. Tolga Iddio dalla nostra «patria» tanta sventura ! Amiamola d'amore santo, che ha dinanzi a sé un destino così sublime. Questa bella Italia, che per tre volte è stata maestra di civiltà; questa Italia così prediletta da Dio, che vi ha collocato il suo Vicario in terra, difendiamola da tutti i suoi nemici non solo esterni, ma soprattutto interni, che sono i più pericolosi. Adoperiamoci, con ogni sforzo, perché spariscano da essa le divisioni intestine, che la lacerano.
Preghiamo Gesù Cristo perché faccia alitare su di essa il soffio divino, splendere la luce della fede, l'ardore della carità, l'amor patrio in tutti i suoi cittadini. Gesù alle pie donne
a) «Non piangete sopra di me»
Io vado alla morte perché lo voglio, spontaneamente.
La compassione va a chi è trascinato alla morte contro sua volontà. A me è dovuta l'ammirazione, perché, se morirò, risorgerò, trionferò della morte, distruggerò l'autore di essa, il peccato.
b) «Piangete sopra di voi e sopra i vostri figli».
Non piangete la mia passione, ma la causa di essa, il peccato; non piangete chi patisce, ma per chi patisce. Non doletevi delle mie sofferenze, ma doletevi di chi di esse non approfitta. La mia passione sarà a voi più di danno che non sia di dolore a me, se voi non vorrete fare penitenza dei vostri peccati. Non vergognatevi delle mie ignominie, perché io, in qualità di redentore, le sto soffrendo per la salute del mondo.
Tremate piuttosto al pensiero che io stesso un giorno verrò, quale giudice, a giudicare il mondo. Invece di piangere sulle mie pene, piangete sulla stoltezza e sull'empietà di coloro che periscono. Piangete sui vostri peccati, sulla vostra vita diametralmente opposta alla vera vita cristiana. Espiate anche i peccati dei vostri fratelli, dei vostri parenti, dei vostri dipendenti.
c) «Poiché, se tali cose si fanno nel legno verde, del secco che sarà?»
Sei io — legno verde, perché la stessa innocenza — vengo severamente punito dal mio divin Padre solo per aver preso sopra di me i peccati degli altri, come saranno puniti i veri colpevoli?
Terribili parole, che dovrebbero incutere spavento in tutti e che dovrebbero spingere tutti ad una severa penitenza per i peccati commessi! Anche nelle minacce, Gesù manifesta sempre la sua misericordia. Sotto il peso della croce; tra gli scherni dei sinedriti, gli insulti del popolo, gli urti della plebaglia; in mezzo al dolore del suo corpo, all'ignominia della sua persona, non dimentica, non abbandona il popolo deicida : a) i suoi nemici lo bestemmiano, ed egli predica la compassione;
b) i suoi nemici lo disprezzano, ed egli li chiama alla riflessione;
c) i suoi nemici lo trascinano alla morte, ed egli li attira alla penitenza.  
E per ottenere l'effetto desiderato, mette dinanzi ai loro occhi la severità dei giudizi divini, l'orrore dei divini castighi, le sciagure nel tempo, le pene nell'eternità. «Se tali cose si fanno al legno verde, del secco che sarà?» Queste parole Gesù le ripete a ciascun di noi non per spaventarci, ma per convertirci. Esse non sono parole di vendetta, ma inviti di pietà. Col quadro orribile dei suoi giudizi che ci mette dinanzi agli occhi, c'impegna ad evitarli.
Arrendiamoci a questi dolci inviti della misericordia divina; rimettiamoci veramente alla sequela di Gesù Cristo, affinchè, suoi seguaci in terra per grazia, siamo un giorno, gli eredi in cielo della sua gloria.

Altri spunti o tracce di riflessione possono essere esposti, e sono anche numerosi. Volutamente li sorvoliamo, ma non per evitarli, ma solo per non appesantire il lettore, senza risparmiargli o evitargli tutto quello che avrà modo di esprimere, sottolineare e meditare da solo, adducendo altre ragioni, forse le stesse o altre a cui, volutamente, abbiamo voluto sottrarci.
Sappiamo molto bene che, Ratzinger, da fine teologo, da mistico ed asceta ha considerato tutto. Nulla gli è sfuggito.
Ma come in ogni vicenda o faccenda, c’è sempre il rovescio che esiste e non si conosce; il verso della moneta mai uguale al recto e viceversa. Comunque siano andate le cose. Comunque stiano le cose e al di là di alcune considerazioni dottrinali che siamo andati esprimendo, vogliamo concludere con alcune non strettamente teologiche.
“Semel abbas, semper abbas”, dicevano gli antichi padri: una volta padre, sei padre per sempre. Non ci si può dimettere da padre, andare in pensione da un ruolo che è stato sancito dallo Spirito Santo o da una consacrazione sponsale nel caso di matrimonio sacramentale. Tutto quello che ha significato smarrimento, incredulità, sconforto, disorientamento potrà essere vissuto con la lucidità della fede e con meno astio o meno razionalità laicista, con meno catastrofismo di certi credenti deboli e labili nella loro fede?
Crediamo di si, citando una novella del fiorentino Franco Sacchetti, quella che narra di un ebreo spagnolo recatosi, nel 1300, a Roma, ma che di ritorno nella sua terra natia si ritrova convertito al cristianesimo. I suoi amici di religione lo accusano, lo insultano, lo interrogano stupiti ed increduli: “Che ti è successo a Roma che hai rinunciato alla tua fede?”
Una risposta cruda, fulminante: “Ho visto la corruzione dei preti, l’arbitrio, la discordia che affligge la Chiesa. E ho pensato che, se con questo carico di vizi e peccati la Chiesa sopravvive, significa che è toccata da una grazia particolare”.
E’ quello che aveva scritto e denunciato santa Caterina da Siena con la quale vogliamo concludere queste amare, vere, realistiche e profetiche riflessioni.
“La Chiesa, Caterina lamenta, “è rimasta sola” (L. 373). I suoi capi sono in preda a una specie di frenesia degli onori, dei piaceri, delle ricchezze. “La Chiesa di Cristo è impallidita e non ha più il suo calore, perché le è stato succhiato il sangue di dosso ...” (L. 16); “la vigna nostra è tutta inselvatichita” (L. 313).
I mali che Caterina denuncia con franchezza sono: l’amor proprio dominante; l’arroganza, l’insensibilità della coscienza; la lussuria, l’avarizia, l’invidia, la superbia, da cui nasce odio reciproco, la cura d’interessi materiali, l’usura: i cattivi pastori “assomigliano alle mosche che si posano indifferentemente in cose monde e immonde” (L. 272).
Ancora: amori, ozio, e anche, Caterina non esita a parlarne e a provarne ribrezzo, il “maledetto peccato contro natura” (Dial. 124). E, altresì, l’abuso dei sacramenti, anche dell’Eucarestia, per raggiungere scopi malvagi (Dial. 121-128). Questi vizi producono nei cattivi pastori uno stato di rovina spirituale, poiché non percepiscono più il senso profondo e illuminante della Sacra Scrittura.
Il risveglio spirituale degli Ordini religiosi è pure essenziale perché si abbia una reale riforma della Chiesa: Caterina denuncia la vita scandalosa di molti religiosi che non sono più “fiori odoriferi nella Chiesa, ma puzzolenti” (L. 67), per le loro mancanze contro i voti e la ricerca dei loro “diletti e piaceri”.
Una delle cause della decadenza, secondo Caterina, è la corruzione e insipienza di molti superiori, i quali non correggono “i più forti che sono maggiormente in difetto, ma i più piccoli e deboli, per timore di trovare impedimento e conservare il loro stato e il loro modo di vivere” (Dial. 122).
Anzi fanno preferenze ai loro simili e alleati nella vita indegna. Chiudono gli occhi dinanzi al lupo che rapisce le pecore, “non splende in loro la margarita della giustizia” (Dial. 125)
Auspica, Caterina, il risveglio degli Ordini, e lo auspica soprattutto per il suo Ordine Domenicano, del quale conosce molto bene le ragioni dell’origine e la missione nella Chiesa: “Non è tempo di dormire”, si augura la Senese, come leggiamo nelle pagine del Dialogo dedicate a San Domenico e al suo Ordine, e anche alle altre famiglie religiose (Dial. 158).

Giuseppe Massari

 

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24 FEBBRAIO 1671, DATA STORICA PER L'ORSINI "TU ES SACERDOS IN AETERNUM"


Il 24 febbraio 2013 è, certamente, una data importante per il popolo italiano.
Si decide la sorte di una nazione, con il nuovo governo che dovrebbe profilarsi, ad urne chiuse e a risultato elettorale ottenuto dalle varie fazioni in campo.
Questa data, però, ha per Gravina, Benevento, Manfredonia e Cesena, ma anche per tutta la Chiesa universale, una valenza diversa, più importante da un punto di vista storico. Intanto, perché è trascorso un anno dal 24 febbraio 2012, quando a Roma, presso il Vicariato, fu riavviato, ufficialmente, il Processo diocesano per la beatificazione e canonizzazione del servo di Dio, Benedetto XIII.
Una riapertura, visto che è il terzo tentativo per portare agli onori degli altari il gravinese Pierfrancesco Orsini, in religione frà Vincenzo Maria, beneventano arcivescovo.
Ma questa data è importante per un altro e più consistente motivo. In questo stesso giorno, nel lontano 1671, infatti, frà Vincenzo Maria Orsini, veniva consacrato sacerdote.
L’ordinazione sacerdotale, con dispensa, a soli ventun’anni, o meglio solo alcuni giorni dopo aver festeggiato il suo ventunesimo compleanno, essendo nato a Gravina in Puglia il 2 dello stesso mese del 1650.
I biografi accreditati e credibili, quali il Vignato, il Borgia, per citarne alcuni, riportano l’episodio riferito al giorno della prima messa solenne, celebrata nella sua città natale, tra la fine del mese e gli inizi di marzo, alla presenza della madre, donna Giovanna Frangipane della Tolfa.

Ferdinando Orsini, padre del Papa

“Stava il neo sacerdote celebrando a Gravina la prima messa. Vi assisteva, fra gli altri, la madre sua.A un certo punto scoppia questa in un pianto dirotto. PoI, a messa finita, spiega.
Era un giorno, oh molto lontano, quando andò a trovarla un pio domenicano, un baccelliere. Vide che era occupata con alcune damigelle a ricamar una pianeta; e le predisse che quella si sarebbe indossata dal figliuolo, che teneva in seno, e sarebbe divenuto domenicano. “Se pur sarà un maschio – pensava lei intanto- sarà l’erede, e come tale, non potrà esser sacerdote”. E non fece di quelle parole un gran caso. Se non che, vedendo poco prima quella pianeta mai da alcuno usata, a un tratto si sovvenne: era precisamente quella stessa, di cui le parlava quel pio domenicano”.  
Già in questo c’è la eccezionalità di un evento che segnò profondamente la vita del frate domenicano, proveniente da una delle famiglie più accreditate e rispettate del tempo. Frate e sacerdote per vocazione, per scelta personale, senza imposizioni, anzi, avversata dalla madre, respinta da alcuni suoi futuri confratelli, come ci ricorda padre Massimo Mancini, della stessa famiglia religiosa, in un articolo apparso sul numero 2, aprile-maggio 2012,  della rivista “Dominicus”: Vita domenicana del futuro Papa Benedetto XIII.  

Da quel 24 febbraio inizia una nuova vita per colui che accetterà, solo per obbedienza, pena scomunica, la berretta rossa cardinalizia, ad un anno di distanza dal suo essere diventato sacerdote. Si mostrò riottoso di fronte a questa nuova scelta di vita, ma dovette piegare il capo, pur essendosi nascosto presso il convento di Ronzano, per sfuggire alla dignità a cui la madre lo aveva destinato, grazie alle sue suppliche e preghiere rivolte al Papa Clemente X, prozio di quella che, nel frattempo era diventata la cognata del neo promosso porporato.  
La storia si ripete, ci dicono gli storici, perché in questa sua forma di protesta fu seguito, qualche anno dopo, da un confratello della sua famiglia religiosa, padre Vincenzo Gotti, quando dallo stesso Orsini, divenuto, nel frattempo, suo malgrado, Papa col nome di Benedetto XIII, fu creato cardinale.
Anche questo sant’uomo dei figli di san Domenico, si nascose presso lo stesso convento di Ronzano, in provincia di Bologna, per sfuggire alla nomina di nuovo principe della Chiesa.
L’Orsini, sappiamo tutti che fu nobile per stirpe e discendenza, nato in quella famiglia dalla quale non rifuggì ma a cui fu sempre legato per quel vincolo di sangue che lo portò ad essere il secondo Papa del casato, dopo Niccolò III, al secolo Giovanni Gaetano Orsini. Questa, in sintesi la storia che conosciamo, che abbiamo cominciato ad apprezzare nel suo insieme, al di là di quei lati oscuri che la storiografia superficiale gli attribuisce, gli addossa, ma non gli riconosce come personali, e, quindi, di fatto scagionandolo da certe accuse tendenziose, mendaci, assurde ed esagerate.

Giovanna Frangipane della Tolfa

Di quest’uomo ci piace fare riferimento ad alcune analogie e coincidenze che si ritrovano tutte nel mese di febbraio. Egli nacque di febbraio, il 2, e morì lo stesso mese, il 21 del 1730, in coincidenza con quello che gli storici si affrettano a definire o riconoscere come l’ultimo giorno di carnevale.
Questo riferimento, spogliato del suo senso religioso e cristiano, soprattutto, riferito alla morte di un pontefice, a noi, francamente, non è mai piaciuto. A noi piace, invece, pensare come alla vigilia del mercoledì delle ceneri, considerato che questo è il giorno in cui inizia la quaresima ed è la prima stazione, riferita a questo periodo, che, alla presenza del Papa, ogni anno, prende l’avvio e  parte proprio dal convento e dalla chiesa di Santa Sabina, in Roma, dove l’Orsini completò il suo noviziato e, attualmente, sede della Curia generalizia dei padri domenicani, altrimenti detti, dell’Ordine dei Predicatori.

Il mese di febbraio è indicativo per un’altra data. E’ il mese in cui, purtroppo, spirò la madre, nel frattempo, fattasi monaca dello stesso ordine domenicano, col nome di suor Maria Battista dello Spirito Santo, anzi, divenendone fondatrice emerita, a Gravina, del convento di Santa Maria delle domenicane, dopo la morte del marito, avendo allevato i figli, diventati, ormai, adulti ma, soprattutto, ognuno  con un proprio avvenire sicuro.
Da ricordare il primogenito, Pierfrancesco, fattosi monaco domenicano; il fratello Domenico, sposato con la pronipote di Papa Clemente X,  Ludovica Paluzzi Altieri, e le quattro sorelle consacratesi religiose:
Fulvia, che fu monaca nel monastero francescano di Santa Sofia, a Gravina, la quale emise la professione religiosa nelle mani del fratello cardinale, all’epoca arcivescovo di Manfredonia;
Aurelia, suora del monastero francescano, S. Maria del Carmine, di Muro Lucano, in provincia di Potenza, feudo della famiglia;
Scolastica Maria, la più longeva delle altre, perché vide il fratello eletto Papa. Fu monaca nel monastero della Sapienza di Napoli.
Infine, Dorotea, che in religione prese il nome di Maria Giacinta, anche lei monaca nello stesso monastero della sorella Scolastica Maria.
Con l’assistenza religiosa di suo figlio, nel frattempo, giunto da Benevento, che le aveva amministrato i religiosi conforti, la nobildonna rese l’anima a Dio “la notte del 21 febbraio 1700, alle 1.30 della notte, essendo entrato il 22.

Senza voler alimentare discorsi cabalistici o intrisi di superstizione, e senza nemmeno incoraggiarli, al termine di questo excursus storico, non si può fare a meno di  notare la concomitanza di alcune date che diventano significative ed emblematiche: quella della morte della madre e quella sua,  da Papa. Tra il 21 e il 22 febbraio, mese, comunque,  costellato e coronato da altri più gioiosi fatti ed eventi.

Giuseppe Massari

 

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BENEDETTO XIII SEVERO CON IL CLERO IMPARRUCCATO,
CLEMENTE E TOLLERANTE CON ANTONIO VIVALDI

 

 

Scoperta, forse, un’altra pagina inedita che riguarda la vita di Papa Benedetto XIII, a dimostrazione che una ricerca vera, seria, non arrabattata, non superficiale, non è solo trovare e pubblicare, scopiazzando, ciò che già si conosce, ma è andare in profondità, alla radice di sempre nuovi documenti, per far emergere tutti quegli aspetti e quei lati poco conosciuti, poco apprezzati di un personaggio o di un preciso periodo storico.
Questo modesto tentativo è solo un altro tassello, un altro contributo, che va a sommarsi ai precedenti, nell’ambito dell’attuale Processo per la Beatificazione e Santificazione del Papa pugliese. Un tentativo non velleitario, senza grosse ambizioni. Semplice ed umile come fu colui che si vuole portare agli onori degli altari, senza trascinarlo, come stanno facendo alcuni, e come avvenne durante il conclave che lo vide eletto Papa.

Antonio Vivaldi, un prince à Venise” è il titolo di un film italo francese, del 2006,  della Vivaldi Productions di Parigi, Dream Film di Torino, La Palma Mazzone  Produzioni (Palermo – Roma), per la regia del francese  Jean-Louis Guillermou, Nei panni settecenteschi del "Prete rosso", Stefano Dionisi, supportato da un cast internazionale composto da Michel Serrault, nella parte del Patriarca di Venezia, Christian Vadim, nel ruolo del commediografo Carlo Goldoni e Jean Rochefort in quello di Papa Benedetto XIII.
La trama, in sintesi, è la seguente: Venezia, XVIII° secolo. Antonio Vivaldi è preso di mira dal patriarca che vuole distruggere la sua carriera di musicista vietandogli di comporre opere. A nulla vale l'intercessione di Papa Benedetto XIII e il maestro viene posto sotto rigida sorveglianza.
Tuttavia, Vivaldi riesce ugualmente a comporre concerti, sinfonie, sonate, oratori, messe e cantate che costituiranno la sua vasta produzione musicale.

Da questo breve racconto emerge il rapporto che il musicista sacerdote ebbe con Papa Benedetto XIII.
La conferma arriva da una biografia dell’artista veneziano, scritta da Gianfranco Formichetti: “Venezia e il prete col violino. Vita di Antonio Vivaldi”, uscito nell’aprile 2006, per le edizioni Bompiani.
Dalla presentazione si legge che: “Conosciuto ai più come compositore delle "Quattro Stagioni" e celebrato ovunque come esecutore inarrivabile, Antonio Vivaldi fu anche impresario teatrale e protagonista di primo piano di un mondo operistico, nel quale il successo si misura con gli incassi e con ogni spregiudicatezza.
In questa biografia vengono ripercorse vita, carriera e alterne fortune del prete rosso, manager indiscusso dello spettacolo e protagonista di un ambiente artistico in cui i testi si manipolano a uso e consumo dei potenti e dell'audience. Sullo sfondo, la quotidianità della vita lagunare e gli incontri con i potenti del tempo: da Papa Benedetto XIII a Ferdinando di Baviera, da Federico Cristiano di Sassonia a Carlo VI”.

“Vivaldi non era solo un compositore ma anche  violinista di non comune bravura. Ottenne successi a Mantova, al servizio del principe Filippo, e a Roma, dove lo stesso pontefice Benedetto XIII gli aveva lesinato elogi”.
E’ quanto leggiamo da: ”Antonio Vivaldi, musico veneto dalle origini lucane”, pubblicato sul sito Orchestra d’Archi di Basilicata “Antonio Vivaldi”. Infatti da studi e ricerche è risultato che il bisnonno materno, Giuseppe Calicchio, si trasferì dal piccolo centro lucano di Pomarico, in provincia di Matera, a Venezia. Spulciando di qua e di là altre notizie biografiche su Vivaldi, apprendiamo che:
“Nel 1718 fu offerto a Vivaldi il prestigioso incarico di maestro di cappella da camera alla corte del principe Filippo di Assia-Darmstadt, governatore di Mantova e noto appassionato di musica.
Successivamente Vivaldi fu a Milano e a Roma, dove era stato invitato da Papa Benedetto XIII a suonare per lui.
Proprio in merito a questa notizia si inserisce l’ultimo libro dello psichiatra Vittorino Andreoli, “Preti di carta. Storie di santi ed eretici, asceti e libertini, esorcisti e guaritori”, Edizioni Piemme, 2011, in cui, tra l’altro, nel capitolo: “Il prete col violino nella Venezia tra Sei e Settecento”, leggiamo:
“Potrebbe essere questa una maniera per fare il prete. Certamente questo suo modo di vivere non colpisce le gerarchie ecclesiastiche. Prova ne è il fatto che quando la fama di Antonio Vivaldi raggiunge l’apogeo, viene invitato persino  in Vaticano da Papa Benedetto XIII. D’altra parte, l’esercizio della funzione sacerdotale nella Venezia del Settecento doveva essere molto lontano da quello del nostro tempo”. L’autore, nell’attingere ad un documento riportato e ripreso dal libro di Gianfranco Formichetti, a cui, pure abbiamo fatto cenno innanzi, cioè ad una lettera che Vivaldi invia al marchese Bentivoglio:
“e V.E. lo sa, né mai ho detto messa, e ho suonato in teatro, e si sa che sino Sua Santità ha voluto sentirmi suonare e quante grazie ho ricevuto”.
Andreoli, poi, sempre attingendo dal lavoro di Formichetti, continua nel suo racconto biografico del violinista veneziano, facendo, ancora esplicito riferimento a Papa Orsini. “Benedetto XIII (al secolo Pietro Francesco, in religione Vincenzo Maria) amava molto le arti e certo desiderava ascoltare uno dei violinisti più noti di quel tempo. Ma era anche un Papa che non apprezzava  i parruccamenti e gli orpelli.“
La guerra alle parrucche fu effettivamente condotta senza mezzi termini, specialmente nei confronti degli ecclesiastici, ma Vivaldi era un ecclesiastico che non ottemperava al primo dei doveri di ogni sacerdote: dire messa. A Venezia, d’altra parte, la parrucca furoreggiava e proprio il doge Corner ne era stato un sostenitore. Insomma, con ogni probabilità Papa Benedetto chiuse tutti e due gli occhi, seguendo ammaliato le straordinarie prestazioni violinistiche” di Vivaldi.

Quanto l’Orsini amasse la musica, e, soprattutto, quella prodotta dal violino, ce ne da conferma il direttore del Conservatorio Nicola Sala di Benevento, Achille Mottola nel corso della presentazione del concerto di musica classica tenutosi presso Palazzo Fusco-Rossi, a giugno del 2009, inserito nel programma della Festa Europea della Musica, organizzato dall’Associazione culturale-musicale Art  Du Luthier, diretta dal liutaio Enrico Minicozzi.
“Mi piace ricordare, esordisce il maestro Mottola, che le botteghe di liutai rappresentano l’amore per la musica che diventa sensibilità estetica. Questa nobile arte nel Sannio aveva avuto il benestare da un importante futuro Papa. Il 25 giugno 1686, Vincenzo Maria Orsini, illuminato cardinale-arcivescovo della città, concedeva al più grande liutaio di tutti i tempi, Antonio Stradivari di Cremona, il titolo di nomina (una sorta di patente) per l’apertura, proprio a Benevento, di una bottega. Il futuro pontefice Benedetto XIII gli esprimeva, così, il suo apprezzamento dopo aver acquistato da Stradivari un violoncello e due violini che furono inviati in Spagna in dono al duca di Natalona”.

Giuseppe Massari

 

 

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PERCHE' CESENA NON AMO' L'ORSINI, ARCIVESCOVO DELLA CITTA'
E Papa COL NOME DI BENEDETTO XIII

 

 

1680: Pietro Francesco Orsini nuovo vescovo; nel 1724 sarà Papa col nome di Benedetto XIII;

1724 (29/5): è eletto Papa col nome di Benedetto XIII il domenicano Pietro Francesco Orsini, già vescovo di Cesena; la sua politica a Cesena sarà di favore verso l’autorità ecclesiastica, a scapito delle istituzioni comunali;

1728: Benedetto XIII emette una serie di decreti atti a colpire duramente Consiglio comunale e nobiltà; tra queste, l’abolizione della Giostra d’incontro;

1730 (21/2) Benedetto XIII muore;

1731 (15/7): il nuovo Papa Clemente XII restituisce a Cesena i privilegi che Benedetto XIII le aveva tolto.

Sono alcune date e notizie tratte dalla Storia di Cesena e dai testi riportati in nota. Sono informazioni ricavate nell’ambito della ricerca sull’Orsini cardinale, arcivescovo e Papa col nome di Benedetto XIII, “Viaggio nella storia tra le pietre vive della memoria”, attraverso la consultazione di archivi ed emeroteche.

In una di queste, ci siamo imbattuti in un numero de “Il cittadino, giornale della Domenica”, del 9 agosto 1903, in cui l’autore, Nazzareno Trovanelli, offre un’anticipazione di quelli che saranno i giudizi negati sull’episcopato e sul papato di frà Vincenzo Maria Orsini e che saranno ripresi nei numeri successivi dello stesso giornale, ma non più sotto la identità di una persona, ma con l’ausilio di uno pseudonimo, lo spigolatore.
Intanto, cominciamo dalla lettura di questa prima sortita cesenate. “Uno dei nostri vescovi che lasciarono più esosa fama fu, come già dicemmo, il cardinale Vincenzo Maria Orsini, il quale, asceso, nel 1724, al pontificato col ricordato nome di Benedetto, e conservando fratescamente chiuso in cuor suo un gelido rancore contro Cesena, tentò privarla di molte antiche prerogative, ed umiliarla indegnamente. La bolla sua – apertamente condannata da un altro Papa, Pio VI – doveva periodicamente venir letta in Consiglio, perché ogni tanto si rinnovasse l’offesa e il dolore. Questo fatto basta a spiegare un particolare che altrimenti non si capirebbe.
Tra gli appellativi ond’è indicata Cesena è quello di “città dei tre papi”; i quali sono Pio VI e VII nostri concittadini, nonché l’VIII (Castiglioni) che fu nostro vescovo. Ora se soltanto per aver presieduto all’episcopio locale, può dirsi nostro, perché tale non fu considerato Benedetto XIII, e Cesena non fu chiamata la città dei quattro papi? Appunto perché il pontefice Orsini lasciò, tra noi, nome così abbominevole, che non vi fu alcun Cesenate che volesse averlo quale compatriota”.

Andando oltre nel tempo, al 12 aprile 1908, e leggendo questi fogli di cronaca locale, forse stilati da anticlericali, massoni, liberali, o, comunque, da gente imbevuta di fiele laicista, si ha la conferma di una iconoclastia pura del personaggio, ritenuto colpevole  per la sua azione politica, a Cesena, che fu di favore verso l’autorità ecclesiastica a discapito delle istituzionali comunali.
Nel citato giornale leggiamo, infatti, “Papa Benedetto XIII, frate domenicano, pietista e testardo. Era stato, come già dicemmo, vescovo di Cesena (1680-1686), ed era quindi passato arcivescovo a Benevento. Durante il suo soggiorno tra noi, furono infinite le noie che procurò al Municipio. Sia sostenendo all’estremo le più esorbitanti pretese del clero in materia d’immunità od esenzione dai tributi, sia cercando di devolvere a favore del clero medesimo lasciti di beneficenza. Il Municipio, naturalmente, difese se stesso e la cosa pubblica, opponendo la più risoluta resistenza alle ingiuste pretese; dal che derivò nell’animo del vescovo una fratesca, tenace acrimonia contro Cesena, serbandola pure nel soglio pontificio”.
Questa è la prima parte di un racconto e di alcune considerazioni a firma, lo spigolatore, del quale non si conosce nulla di preciso e né gli interessi che egli intendeva difendere o il padrone o i padroni per i quali scriveva.
Sta di fatto che nella continua del racconto si può leggere ancora: “Appena infatti  l’Orsini succedette ad Innocenzo XII, Conti (1724), apparvero manifesti i segni del suo malanimo verso di noi. Gli uffici di mons. Braschi, solleciti, amorevoli, accorti, a poco giovarono. Soffiava nel foco il turpe e concussionario cardinale Coscia, il favorito del Papa, il vero padrone dello Stato, sebbene non avesse ufficio di primo ministro (l’aveva invece il card. Lercari), il quale mentre il suo protettore andava a battersi il petto per le chiese di Roma, si di sfrenava ad ogni ladreria e prepotenza, tanto che sotto il pontificato successivo fu processato e gettato in prigione”.
Nel continuare la lettura, di quella che sembra essere una primizia, il tenore e la sostanza non cambiano, anzi, la dose di avversità aumenta e si riversa tutta intera sull’ex arcivescovo e Papa e sul suo protetto Coscia. “Costui, tra l’altro, si mise in capo di costringere il Consiglio Comunale di Cesena ad accogliere nel proprio seno un suo protetto (il potere elettorale era allora per legge nello stesso Consiglio, che era vitalizio e, di fatto, ereditario); e, non riuscendo a spuntarla, scriveva ai nostri Amministratori questa lettera burbanzosa, in cui il discorso della forma rivelala rabbia dell’uomo”.

Evito di riportare il testo della lettera,  e ricorrendo sempre alla stessa fonte si legge: “Non abbiamo ritrovato notizie su ciò che seguì, né sappiamo se l’effetto tenne dietro alle minacce, o se il Municipio se ne schermisse con l’arrendersi ai voleri del prepotente cardinale. Fatto è che il 20 luglio 1726, il Palazzini fu ricevuto come nuovo Consigliere prestando i soliti giuramenti. Qui poi non intendiamo scusare gli Amministratori comunali se facevano prova qualche volta d’un po’ di spirito oligarchico; notiamo però che la maniera di condursi del dispotico porporato era peggiore del male. Finchè il Governo avesse voluto che ogni Consiglio Comunale avesse completo il numero de’ suoi componenti e non ricorresse a sotterfugi per non procedere a nuove nomine, poteva aver ragione; ma quando, in dispregio degli Statuti solennemente giurati, imponeva sue creature, offendeva quegli stessi diritti municipali che aveva promesso di rispettare. Ad ogni modo, non sembra che l’essersi arresi ai voleri del superbo Coscia bastasse a rendere più propizio il Papa alla città nostra. Nuovi danni e malanni dovevano minacciarla se gli Amministratori poterono indursi ad un atto d’umiliazione di cui non crediamo si trovino molti esempi consimili nelle cronache municipali. Sotto il giorno 14 novembre 1726, essi inviarono a Benedetto XIII la seguente “domanda di perdono” .

Dopo la lettura di quest’altro stralcio dell’articolo, costruito ed argomentato, almeno secondo le intenzioni dell’estensore, il quale non nasconde la sua malizia e, anche, presunzione, soprattutto riferita al passaggio “un atto di umiliazione di cui non crediamo si trovino molti esempi consimili ad un atto d’umiliazione”. Non sta a noi dover andare a cercare altri atti consimili, ma doveva essere l’autore, tanto spigliato, sagace, quanto anonimo spigolatore,  a dover fornire, semmai spulciando nella storia e in altre parti d’Italia, del Regno e del Stati, elementi utili a capire se si trovassero, anche,  altrove, tali atti ritenuti d’umiliazione. Superando il testo della lettera indirizzata al pontefice, ci piace riportare la restante parte dell’articolo, dalla quale traspare una certa rabbia, una certa insofferenza, considerazioni che non nascondono un malcelato livore ed acredine, giusto per contrapporsi, forse, a coloro che erano stati i suoi bersagli preferiti e che diventano, quasi alleati e sodali. La coerenza, anche allora, era un optional.
Continua a scrivere lo spigolatore: “O c’inganniamo, o quell’accenno alla necessità non è senza intenzione; par che voglia dire ai futuri lettori dell’umile documento: “Noi questo frataccio pontefice l’avremmo volentieri mandato a farsi benedire; ma fummo costretti a piegare il collo per tentare di farcene ribenedir noi”.

E’ di tutta evidenza che l’autore anonimo del racconto fa sue delle considerazioni che, probabilmente erano condivise dagli amministratori dell’epoca, a meno che , egli, si sostituisce nel giudizio che costoro non hanno voluto emettere, affidandolo alla pena di colui il quale non ha condiviso l’iniziativa epistolare e l’ha stroncata con l’ironia e le supposizioni. Questo racconto vogliamo portarlo a conclusione, riprendendo, dal numero successivo dello stesso giornale, 19 aprile 1908, uno stralcio ulteriore, di un altro articolo, sempre non firmato, ma dell’anonimo spigolatore. In quest’ultima parte c’è la definitiva conferma del giudizio negativo espresso dai cesenati nei confronti del pontefice Orsini, loro trascorso arcivescovo diocesano.
Un giudizio di condanna espresso non appena si era diffusa la morte del vicario di Cristo.
“Appena morto Benedetto XIII (21 febbraio 1730) i Cesenati, mandando un gran respiro di sollievo, si affrettarono a far pratiche per esser ristorati di tutti i danni patiti per parte di lui. Nella loro impazienza non sapevano nemmeno attendere la nomina del successore, e desideravano che i Cardinali capi d’ordine provvedessero subito. Ma questi non vollero, e l’attesa fu penosamente lunga, giacchè il Conclave durò quasi cinque mesi, chiudendosi solo il 12 luglio con la elezione di Clemente XII (Lorenzo Corsini). Col nuovo Papa tanto i Cesenati quanto il loro interprete e difensore mons. Braschi si trovarono subito a loro agio”.
Il nuovo pontefice provvide a rimuovere la famosa bolla del suo predecessore, “Inter multiplices”, con la quale si concedevano privilegi al clero a discapito della municipalità. I cittadini di Cesena e gli amministratori, grati al nuovo Papa, ancora vivente, gli innalzarono un busto marmoreo nella grande aula municipale. Fu la vendetta conclusiva. Fu l’epilogo che poteva essere evitato se solo il nuovo inquilino dei Sacri Palazzi lo avesse evitato, quanto meno per rispetto nei confronti del suo predecessore e per non peccare lui di superbia e di scarsa umiltà.
Fu un atto di liberazione, se così lo possiamo definire, perché nei confronti dell’Orsini si ebbero, sempre da parte degli stessi abitanti di Cesena, altri pregiudizi, altre riserve mentali e considerazioni disdicevoli, soprattutto se dobbiamo stare a quello che scrive Giacinto Gimma, nel suo Elogio dell’Accademia degli Spensierati di Rossano, a proposito di Pompeo Sarnelli, strettissimo ed ascoltato collaboratore del cardinale Orsini, nominato vicario di Cesena nel periodo in cui, il futuro Benedetto XIII, per motivi di salute, se ne dovette stare a Napoli per curarsi.
Naturalmente, questa scelta orsiniana, principalmente da parte del clero, non fu condivisa e fu in tutti i modi avversata, magari, attraverso lo stesso linguaggio scaturito da una penna non libera, ma servile, quanto meno in ossequio al campanilismo.

A tutto questo ci piace aggiungere un altro elemento che abbiamo scorto nella lettura dei poderosi volumi sulla Storia della Chiesa di Cesena, a cura di Marino Mengozzi. Tre volumi i cui diversi autori si soffermano, con rara superficialità, sull’episcopato orsiniano, nonostante questo fosse stato caratterizzato da ristrutturazioni di chiese, cattedrale ed episcopio e nonostante la visita pastorale indetta e promossa dal cardinale arcivescovo.
Un dubbio e un sospetto, riconducibili alle parole e ai giudizi negativi, riportati precedentemente, viene alimentato, a conferma che anche gli uomini di Chiesa, purtroppo, non sono stati da meno nel condannare. Nel non essere stati liberi, condizionati o condizionanti,  insieme ad altri settori della vita pubblica cittadina.

 

Giuseppe Massari  

 

 

Note

L'elenco degli eventi della storia di Cesena, sebbene in vari punti rielaborato ed integrato, si deve
principalmente a queste fonti:
- Augusto Vasina (in Storia di Cesena, I. L'Evo Antico, Bruno Ghigi Editori, Rimini 1982);
- Augusto Vasina (in Storia di Cesena, II. Il Medioevo, Bruno Ghigi Editori, Rimini);
- Pier Giovanni Fabbri e Piero Lucchi (in Storia di Cesena, III. La Dominazione Pontificia, Bruno Ghigi
Editori, Rimini);
- Roberto Balzani (in Storia di Cesena, IV. Ottocento e Novecento, Bruno Ghigi Editori, Rimini 1987);
- Pier Giorgio Pasini (in Malatesta Novello Magnifico Signore, Minerva Edizioni, Bologna 2002).

 

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UN NUOVO CAPOLAVORO EDITORIALE SUL Papa PUGLIESE BENEDETTO XIII,
DEGLI ORSINI DI GRAVINA

 


“Benedetto XIII (1724 -1730). Un Papa del Settecento secondo il giudizio dei contemporanei”, di Orietta Filippini, (luglio 2012), entra a pieno titolo nella collana “Papste und Papsttum”, giunto al suo 40 volume, della casa editrice tedesca, Anton Hiersemann.
E’ l’ultima fatica editoriale dell’autrice, ma è l’ultimo più completo testo in circolazione su Papa Orsini, a dimostrazione come questo personaggio susciti, ancora, molto interesse da parte degli studiosi, dei ricercatori; di chi riesce a fare storia seriamente e alla storia vuole lasciare pezzi di verità sconosciute. Frammenti di uno spaccato culturale ecclesiastico fin’ora inesplorato. Genesi di documenti, esegesi di una vita, di un mondo riprodotti senza riflessi condizionati o condizionanti, senza giudizi, senza preconcetti.
§
Nella stesura libera di un racconto si leggono le testimonianze dei contemporanei di Benedetto XIII. Di coloro che, a diverso titolo fecero la loro storia e la sua storia. Di coloro che furono artefici e protagonisti di primo piano, di primo pelo, di prima concezione. Poco importa.
Il vero, il bello del racconto della Filippini sta nell’aver saputo cogliere tutto ciò che è stato poco considerato, poco studiato, poco analizzato nella cultura di un’epoca contrassegnata dall’Illuminismo imperante e dal concetto di vita religiosa, forse, anche politica, a volte, dell’umanesimo volto della Chiesa reduce, figlia ed erede del Tridentino. In questo spazio di tempo si colloca la vita del pontefice romano nobile per casato, frate per vocazione, cardinale e Papa suo malgrado, grazie alle sue resistenze a non accettare, a non condividere un passaggio da una vita claustrale ad una vita più aperta al mondo, alle esigenze del mondo.
Di questo snodo cruciale, l’autrice è ben conscia e coglie gli attimi spigolosi di una vicenda complessa ed intricata, perché intricata e difficile è la subalternità di coloro che si dovrebbero adeguare, che non si vogliono sottomettere, che dovrebbero adattarsi e non omologarsi. Il racconto, su basi documentali, la maggior parte attinti dall’Archivio Segreto vaticano e dall’Inventario della Famiglia Orsini, ormai rintracciabile negli Stati Uniti d’America, è la riprova di certe ritrosie, di certe riottosità sfociate nell’oscuro progetto di sopravanzare, di emergere, anche a costo di spericolate e spregiudicate azioni, conclusesi con la carcerazione, la condanna di tutto il marcio umanato ed impersonato o personificatosi nella genie plebaglia di chi non ha saputo fare a meno delle proprie vergogne, dei propri limiti. Il merito indiscusso dell’opera editoriale è quello di aver scomodato le carte dei processi. Di aver tolto dalla polvere i segni tangibili di accuse e condanne; di comportamenti giudicati offensivi verso la figura del pontefice Orsini. Forse, e fa bene la Filippini a lasciarlo intendere, in questo contesto editoriale non era il caso di parteggiare.
Ma la lettura scorrevole dell’opera induce, senza remore, a farsi una idea per capire da che parte stanno i fautori del male, da quale altra parte quelli della vendetta e da quale altra parte ancora quelli della misericordia e del perdono. Il testo è scevro di sentenze, purtuttavia lascia scolpito e indelebile un messaggio: senza l’acquisizione di atti veri, concreti, reali, cartacei, processuali non si va da nessuna parte per ristabilire la verità, per riabilitare o per condannare definitivamente i fautori, gli attori, gli imputati di certe infamie e di certe accuse provate e circostanziate.
Le testimonianze raccolte sono, forse, il frutto di una emotività contingente, ma non nascondono il senso dei fatti o misfatti. Racchiudono l’essenza di un mondo rimasto avvolto nei misteri di corte, ma non tanto. Il pregio di questo testo è quello di essere libero. Non dettato da rigurgiti partigiani. Inutili, dannosi, improduttivi, insignificanti.
E’ un testo solare che non risponde a nessuna di quelle logiche infantili, puerili messe in atto, in questi anni, da chi ha pensato, con il senno della propria ignoranza, di riabilitare l’impossibile e l’assurdo, cioè il cardinale Niccolò Coscia.
Dalle pagine della Filippini, la figura di Benedetto XIII esce ancora di più adamantina; immune da colpe, responsabilità dirette o complicità. I criteri della sentenza contro il segretario dei Memoriali sono a favore dell’Orsini di cui si è abusato della sua perfetta buona fede, magari della sua ingenuità o poco accortezza. Nelle pagine del dispositivo finale in cui si decide la condanna del “cardinale prediletto o preferito”, purtroppo, in una sorta di giudizio collettivo o collettaneo, vengono giudicati e condannati i famosi “beneventani”.
Fare distinzioni in merito serve e servirà a distinguere un mondo dai mondi personali e soggettivi di un popolo che è stato coinvolto in una chiamata di correità inconsapevole. Certi “beneventani” si sono macchiati di colpe e solo costoro, era giusto, che fossero condannati. Questo lavoro pregevole, originale, nuovo e recente va promosso a pieni voti, perché è finalizzato alla riapertura della verità. E’ indirizzato alle persone intelligenti e sagaci che avranno la possibilità di distinguere il grano dalla zizzania. Il bene dal male. E’ un testo che non fornisce alibi. Bisogna condividere la lettura fino in fondo, senza emettere giudizi, ma farsi l’idea che i progetti degli uomini sono sempre caduchi e destinati al fallimento. I progetti di Dio, attraverso l’umiltà e la semplicità dei suoi strumenti sono destinati ad essere imperituri ed eterni, come coloro che non moriranno mai, perché hanno vissuto secondo le regole di vita di san Paolo: “vivi come se tu dovessi morire subito, pensa come se non dovessi morire mai”.

Quella che è stata la vita di Benedetto XIII, Papa Orsini da Gravina in Puglia, Papa beneventano e di quella Chiesa universale che, nonostante i marosi e i flutti impetuosi, è ancora lì a segnare il tempo della sua bussola, della bussola di Dio, della bussola della eternità.  

Giuseppe Massari

 

 

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INTERVISTA A VINCENZA MUSARDO TALO' SUL VOLUME DA POCO IN LIBRERIA "DALLA SICILIA ALLA PUGLIA - LA FESTA DI SAN GIUSEPPE"

(Un bellissimo volume per i devoti di San Giuseppe, di Vincenza Musardo Talò, storico e critico d'arte, docente presso la SSIS Puglia, Università di Lecce, già Segretaria generale del Centro Ricerche di Storia Religiosa in  Puglia.
E' anche
Socio ordinario della Società di Storia Patria per la Puglia, dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano e presidente del Centro di Ricerca, Studio e Catalogazione dei Beni Culturali di Puglia.)

Dalla Sicilia alla Puglia la festa di San Giuseppe è una semplice raccolta di santini e immagini sacre riferite al santo di Nazareth? E’ il peregrinare faticoso per paesi e città alla ricerca del misto sacro-profano? E’ l’esercizio retorico culturale per ricostruire feticismi e misticismi profani e poplari? No. E’ la saggezza mirata a rivalutare un culto che è di popolo, che è di piazza, che è di fede, che è cultura, storia e arte, senza confusioni.
E’ un capolavoro di immagini e di testi, freschi di stampa, uscito in questi giorni, e concepito da chi ne è stata la curatrice, la dottoressa Vincenza Musardo Talò, per volere di una giovane casa editrice pugliese, la Talmus Art. Il santo degli artigiani, degli operai e dei falegnami; della buona morte e della vita indissolubile chiamata matrimonio, conquista un posto d’onore nella iconografia, ma, anche, nella ripresa e rivalutazione di un culto molto diffuso in due regioni meridionali: la Sicilia e la Puglia. Due realtà lontane, ma affini, definite nel testo “regioni sorelle”, perché di esse è stato colto il senso vero di una appartenenza, di una identità consacrata nella icona di un santo che pulsa nel cuore dei due popoli, segnandone la storia, i ritmi, i passi, l’autenticità di una fede; di un connubio antico, nuovo, moderno, sancito, non solo da quel mare Mediterraneo che unisce, ma dalla sacralità di due mondi che si incontrano sull’altare dell’amore verso lo sposo di Maria Vergine.
Culti isolati, personali e soggettivi, ma, anche comunitari, collettivi nella espressione di Confraternite, sodalizi religiosi, Pie Unioni. Una coralità di cuore che esprime generosità e gratitudine, senza finzioni, senza ipocrisie, senza falsi ed inutili pudori, perché la fede autentica è quella che si manifesta e non quella che viene nascosta o repressa per rispetto umano. In questa opera nuova, non è da sottovalutare il coraggio mostrato da Vittorio Sgarbi, il quale ha saputo leggere i segni di un popolo, della gente autenticamente genuina; ha saputo intercettare le istanze di fede raccolte non in un crogiuolo, non in fazzoletto bagnato di lacrime, ma nello specchio di una vita, perché la vita di Giuseppe è stato specchio di fedeltà, di servizio, di obbedienza, di silenzio, di operosità.
A questo meritorio lavoro va il plauso verso i tanti che hanno collaborato con la loro esperienza, con la loro voglia di ricercare, studiare, approfondire, conoscere e far conoscere il valore di un personaggio, staccato dal cuore della storia della Redenzione, per diventare medaglia di ogni singolo credente; di ognuno che ha sentito il bisogno del rifugio sicuro e sereno in colui che protesse nel rifugio del suo cuore immenso, la vita di Maria e di suo figlio, Gesù Cristo. Brevi considerazioni le nostre. Per meglio entrare nel clima di quest’opera, abbiamo affidato il compito alla sua curatrice, Vincenza Musardo Talò, che dobbiamo definire instancabile zelante e zelatrice di una missione. A lei il compito di illustrarci il capolavoro d’arte e mistero, attraverso l’intervista che segue.

D. Fra i tanti santi, perchè una ricerca e uno studio monografico sul culto riservato a San Giuseppe e una presentazione affidata ad un critico d'eccezione quale è Vittorio Sgarbi?

R. La volontà di realizzare un volume di studi e ricerche sul culto popolare di san Giuseppe nel Mezzogiorno d’Italia era da tempo fra le pieghe programmatiche della Casa Editrice TALMUS ART, che ha voluto affidarmi il progetto, libera di impiantarlo e strutturarlo al meglio. Un personale interesse sul culto e le tradizioni della festa del Santo, in termini socio-antropologico-culturale e religioso, mi hanno indirizzato in tal senso. Il pensare al prof. Sgarbi non solo come attore della Presentazione al volume, ma anche come co-autore, è dipeso dal desiderio di avere all’interno del volume, scritto da accreditati autori vari, una voce autorevole, un intellettuale di rilievo che accompagnasse il lavoro di tanti. Fuori da ogni retorica, abbiamo apprezzato il suo gesto generoso e tutti gli Autori gli sono grati. E’ inutile, poi disquisire sul valore del suo contributo, offerto al volume, circa l’iconografia Giuseppina nell’arte colta.

D. Perchè il riferimento solo a due regioni meridionali e non ad altre?

R. La volontà ad accostare una ricerca fondamentalmente sulle due regioni Puglia-Sicilia, trova giustificazione nel fatto che a noi questo binomio è sembrato essere il più esaustivo per raggiungere le finalità del volume stesso. E’ incredibilmente fascinoso e suggestivo il patrimonio di storia e di tradizioni su san Giuseppe fra le strade delle tante luminose civiltà che hanno attraversato queste due regioni-sorelle. E il volume ne dà ampiamente conto.

D.  Considerando la diversità e la distanza dei luoghi presi in esame, cosa accomuna realtà territoriali e geografiche diverse tra loro per questa devozione?

R.  Le connotazioni essenziali che accomunano queste due Terre solari e ricche di tanta laboriosa umanità, si riscontrano in quella tenace e caparbia volontà a mantenere, tutelare e valorizzare un’antica devozione, una testimonianza di fede dei Padri, i quali affidarono al Santo degli umili, dei poveri, del silenzio e del nascondimento, le angosce e le paure di una quotidianità sofferta e sofferente.

D. Quanto la iconografia dei santini, predisposta da Stefania Colafranceschi, ha contribuito alla buona riuscita dell'impresa?

R.  Attraverso un variegato universo di costumanze e tradizioni comuni, il volume legge anche un aspetto delicato e intimo della devozione popolare a san Giuseppe, raccolto e testimoniato nei santini di una volta e magistralmente esemplato nella ricerca di Stefania Colafranceschi. A guardarli, questi minuti miracoli di carta, si coglie il delicato sentire delle folle devote dinanzi a una iconografia certamente popolare, ma capace di un trasporto di emozioni e di fede robusto verso il Santo che dopo Gesù e Maria fu il terzo protagonista del progetto salvifico dell’Altissimo. E voglio anche evidenziare l’impegno e l’attenzione delle confraternite di san Giuseppe, da sempre tese a mantenere e veicolare una devozione fatta di rituali segnici, che accompagnano la religiosità popolare nell’alveo sicuro della liturgia, nel mentre si mostrano degne custodi di un prezioso serto di valori e ideali del vivere umano, tanto magistralmente esemplato nella vita del Santo falegname di Nazaret. Ma, nel complesso, l’intero lavoro di studi e ricerche, depositato e offerto in questo volume, si configura come un’occasione di affettuosa condivisione di tante testimonianze di fede in san Giuseppe, comuni non solo in Sicilia e in Puglia, ma sparse per tutte le strade dell’ecumene, là dove è caro il nome di questo Santo patrono della Chiesa Universale.


Giuseppe Massari

 

 

 

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- sempre di Giuseppe Massari:



- VIAGGIO NELLA STORIA TRA LE PIETRE VIVE DELLA MEMORIA - RICERCA  STORICO -  ICONOGRAFICA A CURA  DI  GIUSEPPE MASSARI SULL’ORSINI CARDINALE, ARCIVESCOVO, PAPA

(I Parte - 1) - Introduzione - Presentazione - Le Origini, la dinastia, la discendenza - Il presagio - A capo della chiesa Sipontina - Vescovo a Cesena - Lo sposo di Benevento - Contestualmente Vescovo di Frascati (1791 - 1716) e Porto - Santa Rufina (1715 - 1724) - Nei paesi della vasta Diocesi Beneventana, tra il Sannio, l'Irpinia, la Provincia di Campobasso e parte della Daunia Settentrionale - L
'innamorato di San Filippo Neri - Sede vacante 1724 -

 

(I Parte - 2) Dalla Porpora al Papato - I Conclavisti del 1724 per la elezione del Cardinal Orsini - La continuità domenicana di chiamarsi Benedetto - Vescovo di Roma - Medaglie e monete - Presentazione della chinea - I 29 Cardinali creati durante il suo Pontificato - I Santi Canonizzati - I Beati proclamati - Nuove feste liturgiche, nuove celebrazioni, nuovi culti riconosciuti ed introdotti durante il Pontificato  - Tra le Basiliche maggiori e minori di Roma - Ricognizione del corpo di Sant'Agostino - Il Museo Piersanti di Matelica (Mc)

(II Parte - 1) L'omaggio scultoreo di Pietro Bracci - Celebrazione del 17° Giubileo, la Porta Santa nel 1725 - Medaglie pontificie del Giubileo - L'Ospedale S. Gallicano - Agnus Dei - Altre curiosità sul Giubileo - Il Concilio - Congregazione dei Fratelli delle Scuole Cristiane - Scalinata di Trinità dei Monti - Nell'anno del Signore 1725 - Visita a Torre in Pietra e a Vignanello - Altre curiosità - Da Papa due volte a Benevento - Le soste di Benedetto XIII ad Albano nel Casino Lercari - Passndo da Caserta... - ... Per Capua... - Due giorni a Maddaloni - ...con breve sosta a Calvi e a Teano... - …Anche a Fondi una permanenza sulle orme di San Tommaso D Aquino... - Soggiorno a Montecassino - ...Facendo sosta a Frosinone - Si fermò anche a Sezze Romano - Alla Abbazia di Fossanova - ...Toccando Carinola... - Anche Terracina fu onorata dal passaggio papale - Instancabile timoniere sulla barca di Pietro - Il carcere di Corneto - Il Papa pellegrino a Viterbo - Impegno per la crescita culturale e spirituale dei Camertesi

 

(II Parte - 2) Considerato, amato per essere ricordato - Testimonianze in Italia e nel mondo -

 

- (III Parte) - Bibliografia libraria ed archivistica - Appendice documentaria - Ringraziamenti



- Il Cardinale e Papa Orsini prima e dopo Benevento - Presentazione dell'Opera Benevento il 22 ottobre 2012

- Fase Diocesana del processo di Beatificazione e Canonizzazione del Papa pugliese Benedetto XIII

- La Puglia, terra di Papi e di Santi

- Nell'oro la salvezza della nostra Fede - Un viaggio teologico attraverso alcuni scritti e Padri della chiesa -

 

- San Sabino, Patrono di Gravina?

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