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Patrizia Fontana Roca

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UNA RELAZIONE TRA API ED EGIZI? LA MUMMIFICAZIONE

 

 

Di Maria Grazia, Bridelli, Università di Parma

Chiaramaria Stani, Università di Parma 2 Elettra-Sincrotrone Trieste

Renzo Barbattini, Università di Udine

 

 

La civiltà egizia, con i suoi miti, le sue maestose opere architettoniche e gli altissimi livelli di tecnologia raggiunti nei più svariati campi della scienza, è una delle civiltà antiche che da sempre ha maggiormente affascinato studiosi e appassionati dell’antichità. Quali i punti di contatto con le Api?

 

I processi di mummificazione applicati dagli antichi imbalsamatori egizi ai corpi dei defunti al fine di preservarne le fattezze che possedevano in vita avevano un’origine religiosa ed erano articolati in una serie di complessi e meticolosi passaggi, tra i quali, una delle fasi finali di estrema importanza, era l’unzione del corpo con balsami e oli.

Lo sviluppo e l’applicazione di sofisticate tecniche scientifiche agli antichi reperti egizi negli ultimi 20 anni, ha consentito l’identificazione delle sostanze più frequentemente usate a questo scopo.

A Torino, oltre al ben noto Museo Egizio, esiste un altro importante Museo dedicato alla conservazione di antiche mummie egizie, quello di Antropologia ed Etnografia appartenente all’Università.

Tra i tanti reperti dell’Antico Egitto che fanno parte della collezione di mummie del Museo, una testa imbalsamata, risalente all’epoca compresa tra la VI e l’XI Dinastia (2500-2200 a.C, età dell’Antico Regno), ha rivelato di essere impregnata di cera d’api e cosparsa di propoli.

 

Figura 1 Mummia naturale e corredo. Epoca Predinastica, Naqada II (3600-3350 a.C. ca) (si ringrazia il Museo Egizio di Torino).

 

Questa scoperta, di considerevole importanza antropologica ed archeologica, ha dato un notevole contributo alle ricerche in ambito egittologico. In questo articolo raccontiamo i dettagli di questa ricerca, non solo scientifica ma con affascinanti risvolti culturali e storici.

 

MUMMIE EGIZIE

La civiltà egizia, con i suoi miti, le sue maestose opere architettoniche e gli altissimi livelli di tecnologia raggiunti nei più svariati campi della scienza, è una delle civiltà antiche che da sempre ha maggiormente affascinato studiosi e appassionati dell’antichità.

In particolare la complessità delle pratiche funerarie, consistenti nell’imbalsamazione dei defunti al fine di preservarne i corpi intatti nel tempo, è un ambito dell’egittologia che è stato dettagliatamente studiato

Le antiche metodologie di conservazione applicate dagli antichi Egizi ai corpi di Re e Regine ma anche a quelli di nobili defunti sono state in grado, infatti, di preservare in maniera quasi perfetta, i resti mortali di individui databili anche a più di 4000 anni fa. Questo fa pensare che gli antichi imbalsamatori, che eseguivano nel segreto delle loro botteghe questa procedura come un’arte tra il magico e il religioso, fossero davvero esperti e fini conoscitori dei processi degenerativi e di deterioramento cui vanno incontro i corpi dopo la morte.

 

E proprio grazie alla conoscenza dei tempi e dei modi secondo i quali avviene la decomposizione dei tessuti biologici essi riuscivano a bloccare il deterioramento dei cadaveri conservandoli nel tempo in forme simili all’aspetto originale, cioè sotto forma di mummie.

Si definisce mummia un corpo che per particolari condizioni ambientali (umidità, temperatura, composizione del terreno e così via), si è conservato non solo nello scheletro ma anche nei suoi tessuti cosiddetti “molli” (pelle, muscoli, organi interni…), ovviamente disidratati.

Se ne hanno molti esempi, sparsi un po’ dovunque nel mondo. Tra le più famose c’è Ötzi (3350 a.C.) o Mummia del Similaun, la mummia rinvenuta nel 1991 nella neve del ghiacciaio del Similaun, in Val Senales (Alto Adige) e conservata al Museo di Archeologia di Bolzano.

Allo stesso modo si sono formate e conservate anche le mummie Sudamericane come le Mummie Chinchorro, rinvenute nel nord del Cile e nel Perù meridionale. Si parla in questi casi di mummificazione naturale.

 

Tutti quei corpi, però, come le mummie Egizie più famose, che hanno subito trattamenti e manipolazioni da parte dell’uomo allo scopo di conservarli, devono essere più correttamente definiti “imbalsamati”.

La parola mummia infatti proprio questo stava originariamente ad indicare: essa ha origine dal persiano mum che passò poi al latino medievale mumia e all’arabo mumiyya. Il vocabolo mum, era indicativo di un tipo di bitume estratto in Persia (attuale Iran) e precisamente dalla “Mummy Mountain”, una montagna nota per le sue colate di materiale nero bituminoso che si credeva avesse proprietà medicinali.

 

Furono alcuni viaggiatori greci, arrivati in Egitto in epoca tarda (I, II secolo d.C), che definirono i corpi imbalsamati degli Antichi Egizi “mummie”, perché erano scure e lucide e suggerivano loro la somiglianza del colore con il catrame proveniente da quel luogo.

Per questo, per anni si pensò che proprio il bitume potesse essere impiegato nella pratica d’imbalsamazione.

Esiste però un’interpretazione alternativa e più recente.

Alcuni studiosi hanno scoperto che il vero significato della parola mum è cera, il che suggerisce che il termine si riferisca proprio alla cera d’api o ad altri unguenti con i quali i corpi imbalsamati sarebbero stati ricoperti, per conservarli. L’annerimento osservato sarebbe dovuto al processo di invecchiamento di queste sostanze, che, col passare del tempo, subiscono alterazioni chimiche nella propria struttura molecolare assumendo un colore scuro brunastro.

L’imbalsamazione dei corpi aveva nel mondo egizio antico una profonda ragione religiosa. Essa era eseguita al fine di preservare intatta la salma per garantirne la vita ultraterrena. Secondo le credenze religiose degli Antichi Egizi infatti, nessuno avrebbe potuto conseguire la vita ultraterrena dopo la morte se la parte vitale dello spirito, il Ka, non avesse potuto rientrare nel corpo.

Per permettere questa trasmigrazione dello spirito, il corpo doveva essere ancora riconoscibile, e quindi preservato dalla consunzione dovuta ai processi degenerativi dopo la morte.

In età neolitica, quindi prima del 6000 a.C., quando compaiono i primi documenti scritti, ed in epoca Predinastica, periodo che si estende dal 6000 al 3100 a.C. e che precede l’instaurazione della prima Dinastia regnante, i corpi venivano seppelliti in fosse scavate nel deserto. Le elevate temperature e i componenti chimici del suolo operavano infatti, sui cadaveri sepolti, un processo di mummificazione naturale e spontanea (Figura 1).

 

La pratica di preservazione del corpo dei defunti diventerà quasi ossessiva nel periodo faraonico.

A partire dalla prima dinastia (3100 – 2850 a.C.), il desiderio di rendere imperituro il cadavere e di conservarlo in una tomba e non più in un’anonima fossa, abbinato ad alcuni progressi tecnici dell’architettura, fece sì che si iniziasse la costruzione delle prime grandi tombe, di cui le grandi Piramidi sono gli esempi più grandiosi.

 

Tuttavia ci si rese ben presto conto che i cadaveri, venendo a contatto con l’aria umida delle tombe e soggetti all’attacco di insetti e microrganismi saprofagi, si decomponevano più facilmente. Fu così che si cominciò a sperimentare una serie di tecniche che garantissero al defunto di conservare il suo corpo: l’imbalsamazione.

Questa operazione non era soltanto una procedura tecnica altamente raffinata ma era accompagnata da una cerimonia rituale che aveva lo scopo di imitare il modo con il quale il dio Osiride stesso era stato preparato per la resurrezione (Figura 2).

 

Figura 2

Pittura parietale nella tomba dell’artigiano Sennedjem (Deir el-Medina)

raffigurante un sacerdote con la maschera del dio Anubi,

dio sciacallo imbalsamatore, mentre termina la mummificazione. Wikipedia

 

 

La tecnica della mummificazione artificiale raggiunse il suo apice tecnologico in Età Faraonica, all’epoca della XVIII dinastia (1550- 1350 a.C.), l’età delle mummie più famose, da quella del celebre faraone Tutankhamon, a quella della bellissima regina Nefertiti.

Sulle diverse procedure di imbalsamazione non sono stati rinvenuti documenti egizi scritti. Le fasi principali sono giunte a noi descritte dai più importanti storici dell’antichità, Erodoto di Alicarnasso (484 – 425 a.C.), Diodoro Siculo (90 – 27 a.C.) e Plinio (23 -79 d.C.) ma mancano di dettagli tecnici.

Essi narrano che l’imbalsamatore procedeva all’eviscerazione con la rimozione degli organi interni, ad eccezione del cuore, che era considerato la sede delle facoltà mentali e delle emozioni, e utilizzava il Natron, una miscela di sali di Sodio prelevata presso i laghi salati di Wadi el Natrun, nel Nord dell’Egitto, come agente disidratante, per asciugare i liquidi organici e l’umidità dei tessuti.

Il corpo così disidratato veniva poi cosparso di sostanze imbalsamanti, tra le quali oli e resine vegetali.

Lo scopo era quello di impermeabilizzarlo e di renderlo poco appetibile per microrganismi, insetti, o anche animali di più grossa taglia, che avrebbero potuto cibarsene e distruggerlo.

A questo punto la procedura terminava con la fasciatura. Le bende impiegate per la fasciatura erano spesso imbevute di resina liquida o di cera d’api.

Figura 3 - Mappa dell'Egitto

 

 

LA CERA D'API E LA PROPOLI COME IMBALSAMANTI

L’uso della cera d’api ha avuto parecchie applicazioni nell’antichità. La sua caratteristica malleabilità e l’associazione di questa sostanza con la propoli, dal potere disinfettante, dovevano essere conosciute fin dall’epoca del Neolitico.

In epoca Egizia la cera veniva utilizzata nei modi più disparati: come adesivo, sigillante, medium pittorico e per la produzione dei calchi per la manifattura di oggetti in metallo.

Ma uno degli utilizzi più affascinanti della cera d’api è l’impiego nella pratica della imbalsamazione dei corpi dove veniva usata anche per il suo significato simbolico. Cera d’api infatti è stata rinvenuta come agente impregnante delle bende di lino usate per avvolgere i corpi e per rivestire e sigillare i sarcofagi.

Nelle procedure di mummificazione, poteva essere modellata sotto forma di piccole pastiglie che andavano a chiudere gli orifizi o sotto forma di piccole statuette rappresentanti i quattro figli di Horo che venivano inserite all’interno della cavità addominale al posto degli organi.

Poteva essere utilizzata per sigillare l’incisione addominale e come adesivo fra uno strato di bende e l’altro. La cera doveva avere affascinato e stupito gli antichi per le sue proprietà: era un materiale profondamente diverso da altri di uso comune, come l’argilla.

Per esempio il calore la ammorbidisce e la fonde, invece di cuocerla e renderla dura, inoltre è impermeabile all’acqua e non si scioglie in essa, brucia ma non lascia ceneri. Le caratteristiche plastiche così peculiari di questo materiale, secondo le convinzioni religiose degli Antichi Egizi, potevano solo essere interpretate come manifestazioni della potenza divina.

 

Utilizzando questo materiale insomma, essi erano convinti di poter manipolare le forze soprannaturali.

Questo concetto è chiaramente espresso in una frase del Libro dei Morti, nel quale la cera è descritta come un materiale prodotto dall’Occhio di Rē, una sostanza primordiale creata dal Dio Sole stesso, che piange, appunto, lacrime di cera.

È ben noto che la cera è un prodotto del metabolismo dell’ape da miele (Apis mellifera). Otto ghiandole del miele sul lato ventrale dell’addome producono questa miscela altamente complessa circa venti ore dopo l’ingestione di nettare e polline.

La cera è poi condotta all’apparato buccale e “ruminata” prima di essere utilizzata nell’edificazione dell’alveare. Durante quest’ultima fase, l’ape può aggiungere alla cera resine naturali, raccolte su gemme e su cortecce di alcuni vegetali quali pioppi, querce, ontani, betulle, abeti, pini, ippocastani ecc.: esse sono prodotte con lo scopo di proteggere soprattutto gemme e germogli e hanno una composizione che varia nelle diverse stagioni e da pianta a pianta.

In tal modo, la viscosità e la plasticità della miscela può essere variata per conferirle le caratteristiche tecniche necessarie per soddisfare le esigenze costruttive delle differenti parti dell’alveare.

 

Le miscele costituite da più resina che cera sono note col nome di propoli.

Dal punto di vista chimico la propoli è costituita da una miscela di numerose sostanze molto eterogenee tra loro la cui distribuzione percentuale è molto variabile in funzione delle stagioni e del tipo di vegetazione.

Il termine che indica questo prodotto delle api è usato o al maschile (“il propoli”) o al femminile (“la propoli”).

La voce al maschile deriva dall’unione di due parole greche: “pro” che significa “davanti” e “polis” che significa “città”. La dizione femminile deriva da due parole latine “pro” con significato di “per” e “polis” derivato a sua volta dal verbo “polire” con significato di “verniciare, lucidare”.

La prima interpretazione indica l’uso che ne fanno le api per restringere l’apertura d’ingresso all’alveare; la seconda ne suggerisce l’impiego per dare la cosiddetta “mano di bianco” alle varie parti dell’arnia, in particolare alle pareti interne delle cellette di ovideposizione (quindi per la loro sanificazione).

Entrambe le parole traggono dunque origine dalle modalità con cui le api utilizzano la resina e perciò sembra possibile usare indifferentemente l’una o l’altra definizione

Le api utilizzano la propoli in ogni parte dell’alveare, sfruttandone sia le particolari caratteristiche fisicochimiche sia il fatto che impedisce lo sviluppo di numerosi germi. Essa, infatti, viene impiegata non solo per chiudere fessure e restringere la porticina, per rinforzare la struttura dei favi, per fissarli, per ricoprire le pareti irregolari interne dell’arnia ma anche per rivestire la parete interna delle cellette vuote prima della deposizione di uova da parte dell’ape regina e per mummificare i cadaveri d’intrusi (farfalle testa di morto, topolini, lucertole, ecc.), uccisi a colpi di pungiglione evitando così la loro putrefazione.

Le api non riescono però a trasportare all’esterno i cadaveri sia per le loro dimensioni e sia per il loro peso. Onde evitare pericolosi fenomeni di decomposizione all’interno dell’alveare, le api li ricoprono di propoli.

Essendo un potente antibiotico, questa sostanza preserva il cadavere e di fatto lo trasforma in una mummia.

Il fenomeno legato all’effetto conservativo della propoli possiamo a ben ragione ipotizzare che fosse altrettanto noto anche agli Antichi Egizi, meticolosi osservatori della natura. Le api hanno dunque inventato le mummie molto prima degli egiziani!

 

LA MUMMIA SVELATA: IL REPERTO N.9092

L’oggetto della ricerca riportato in questo articolo aggiunge una piccola ma preziosa tessera al mosaico di scoperte nell’ambito dell’Egittologia dedicata agli imbalsamanti.

Il reperto di cui si tratta è uno dei resti imbalsamati che sono conservati presso il Museo di Antropologia ed Etnografia dell’Università di Torino. L’interesse per le mummie, in particolare quelle egizie, è sempre stato molto alto fin dalle prime scoperte egittologiche ma è cresciuto sempre di più negli ultimi 20 anni, coinvolgendo non solo gli esperti e gli appassionati del settore ma anche, e soprattutto, la comunità scientifica.

 

Gli studi più recenti hanno visto collaborazioni tra archeologi, antropologi, chimici e fisici che hanno cooperato allo sviluppo di nuove metodologie di indagine che potessero fornire il maggior numero di dati sui reperti. Le tecniche chimico-fisiche che oggi vengono utilizzate per le analisi sono estremamente raffinate e permettono di ottenere, in tempi brevi, informazioni dettagliate sui resti esaminati.

 

Il Museo di Antropologia ed Etnografia di Torino è un Museo dell’Università, fondato nel 1926 dal prof. Giovanni Marro (1875-1952), quando era Direttore dell’Istituto di Antropologia dell’Università.

Giovanni Marro contribuì in modo fondamentale alla raccolta dei reperti del Museo, soprattutto per quanto riguarda la collezione di resti dell’Antico Egitto, avendo partecipato negli anni tra il 1911 e il 1937 ad alcune delle Missioni Archeologiche Italiane (MAI) promosse dal re Vittorio Emanuele III.

 

Tra i reperti conservati presso il Museo di Antropologia e di Etnografia dell’Università di Torino si annoverano 80 teste imbalsamate di epoca Dinastica (VI-XI dinastia, 2500 - 2200 a.C.) provenienti dai siti di Assiut (Asyut) e Gebelein (Figura 3) e che sono conservate per scopi di studio e di ricerca negli armadi del Museo.

Le teste hanno subito tutte un processo di mummificazione artificiale e mostrano uno stato di conservazione differente che potrebbe essere dovuto al tipo di imbalsamazione, all’ambiente in cui sono state custodite o al fatto di essere state sottoposte negli anni ad atti diversi di sbendatura e di profanazione.

 

La parte restante dei corpi non è stata rinvenuta e non sono pervenute notizie riguardo la loro scomparsa: potrebbero aver subito atti di sciacallaggio da parte di profanatori di tombe o essere stati distrutti perché non considerati archeologicamente interessanti oppure variamente commercializzati nelle epoche passate.

Tra i diversi campioni analizzati, riportiamo in questo articolo il lavoro di ricerca eseguito su uno di essi, la testa imbalsamata che è registrata nel catalogo del Museo col numero 9092 (Figura 4A e 4B).

FIGURA 4 FOTOGRAFIA IN PROSPETTIVA FRONTALE (A) E LATERALE (B) DEL REPERTO 9092,

CONSERVATO AL MUSEO DI ANTROPOLOGIA ED ETNOGRAFIA DELL'UNIVERSITA' DI TORINO

 

 

Le indagini, portate avanti nei Laboratori di Biofisica Molecolare del Dipartimento di Scienze Matematiche Fisiche e Informatiche dell’Università di Parma, sono state pianificate a partire dal 2010 insieme alla Direttrice del Museo, prof.ssa Emma Rabino Massa e alla vicedirettrice, Prof.ssa Rosa Boano e finalizzate allo studio e all’accertamento delle condizioni di conservazione dei tessuti molli mummificati, in particolare del tessuto epiteliale.

La testa si presenta incompleta per mancanza di una consistente porzione ossea nella parte del frontale e parietale. Sono conservati sporadici residui delle bende. I tessuti epiteliali imbalsamati sono conservati su tutta la testa ad eccezione di contenute aree del facciale e della porzione destra della mandibola. Sono visibili i denti dell’emiarcata di destra; l’usura marcata permette di ipotizzare trattarsi di un soggetto di età adulto-matura. Il naso ed entrambe le orecchie sono conservati. Sono evidenti alcune fratture, probabilmente postume, delle corone dentarie. In un sacchetto a parte sono conservati frammenti, bende e denti.

 

Da questa testa è stato prelevato un campione di pelle dall’angolo mandibolare in vicinanza dell’orecchio sinistro (Figura 5).

Il campione ha uno spessore di circa 3 mm.

 


FIGURA 5

OPERAZIONE DI PRELIEVO DALLA TESTA IMBALSAMATA DEL CAMPIONE DI PELLE DA ANALIZZARE.

SI RINGRAZIA IL MUSEO ANTROPOLOGIA ED ETNOGRAFIA DELL'UNIVERSITA' DI TORINO

 

 

 

 

Nella figura 6 sono mostrate le fotografie allo stereomicroscopio del frammento di pelle: lato esterno (A) e lato interno (B) e un lembo della benda di imbalsamazione (C).

 

 

 

Figura 6 Il frammento di pelle estratto dall’angolo mandibolare della testa imbalsamata n. 9092 su cui sono state eseguite le analisi riportate nel testo.

 

A) fotografia allo stereomicroscopio del lato esterno ricoperto di sostanze imbalsamanti;

 

B) lato interno.

 

La foto C raffigura un brandello di benda impregnato di sostanze imbalsamanti.

 

 

Si può osservare che sia la parte esterna del campione di pelle, sia la benda risultano ricoperti di sostanze imbalsamanti di colore bruno, lucido in alcuni punti, e, in altri, di aspetto compatto e dalla superficie rugosa e a tratti attraversata da fratture. Al di sotto dello strato nero è possibile osservare, in alcuni punti, materiale dal colore rossastro e aspetto traslucido. La faccia interna del campione cutaneo si presenta stratificata di colore beige chiaro e aspetto compatto e fibroso.

 

 

 

UNA RELAZIONE TRA API ED EGIZI? LA MUMMIFICAZIONE - II PARTE

 

Bridelli, Stani, Barbattini

 

Gli antichi Egizi erano affascinati dalle tecniche di imbalsamazione che le api attuavano verso gli intrusi che cercavano di introdursi nella loro società. Erano affascinati soprattutto a causa delle loro credenze religiose che accordavano una notevole importanza alla conservazione dei corpi dei defunti. Ecco perchè impiegavano cera e propoli per ricoprire le mummie, materiali da loro considerati regali, benché economici e di facile reperibilità.

Nella prima parte dell’articolo, pubblicata ad Aprile, abbiamo analizzato i processi di imbalsamazione nelle mummie egizie e il ruolo della cera d’api e della propoli come imbalsamanti.

 

I RISULTATI DELLE MISURE: CERA E PROPOLI SULLA MUMMIA 9092

 

Le analisi che sono state eseguite sul campione di pelle mummificata prelevato dal reperto 9092 sono state di tue tipi, una istologica, cioè l’analisi microscopica della struttura del tessuto, e una spettroscopica, che ha consentito l’identificazione biochimica degli imbalsamanti.

Il primo passo della ricerca è consistito nel confronto fra la struttura del tessuto epiteliale antico con quello prelevato da un organismo attuale. Il confronto tra le immagini istologiche (Figura 7) di un campione di pelle fresca (a) e di quella appartenente alla mummia (b, c) rivela che i due tessuti sono molto simili nella struttura, malgrado siano separati nel tempo da migliaia di anni.

 

È, infatti, possibile osservare anche nel campione di pelle mummificata i fasci di fibre collagene, intensamente colorate di rosa dal colorante specifico come nella pelle fresca. Benché esse abbiano un aspetto differente rispetto a quelle del tessuto fresco, perché risultano più diradate e meno compatte a causa della disidratazione sofferta, tuttavia sono ancora ben visibili e conservate.

FIGURE 7a E 7b

 

Nell’ingrandimento successivo dell’immagine b, contrassegnato con la lettera c, sono inoltre visibili sottili strutture nere filamentose che si insinuano tra le fibre di collagene tinte di rosa: si tratta di fibre elastiche straordinariamente ancora ben conservate.

Le principali differenze tra i due tessuti, moderno e antico, che sono state messe in evidenza dall’analisi istologica si possono riassumere nei punti seguenti:

 nel tessuto mummificato non è presente l’epidermide, cioè lo strato più esterno della pelle: abbiamo ipotizzato che il trattamento del corpo col sale durante la fase di disidratazione col Natron debba avere provocato l’asportazione di questo strato.

 la fotografia b della figura 7 mostra un dettaglio, molto curioso ed intrigante e che ci riconduce alla ricerca in atto: tra un tappeto di fibre collagene e l’altro sono stratificati due evidenti falde di colore giallastro che, risultando resistenti alla colorazione, sono state considerate di materiale estraneo alle strutture biologiche circostanti.

La presenza di queste strisce è stata attribuita alla penetrazione tra gli strati più superficiali della pelle di oli e unguenti serviti per l’imbalsamazione. La pelle, priva dell’epidermide, deve essere stata molto facilmente penetrabile ed accessibile agli unguenti che gli antichi imbalsamatori dovevano avere spalmato su di essa al termine del trattamento, per meglio conservare il corpo nel tempo.

Ma di quale sostanza imbalsamante si tratta?

FIGURA 7C

 

Per identificare questa sostanza ci è venuta in aiuto la Spettroscopia Infrarossa (FT-IR, spettroscopia Infrarosso a Trasformata di Fourier), una tecnica che permette di identificare i costituenti di una sostanza o una miscela di sostanze, grazie alle caratteristiche vibrazioni delle molecole che ne fanno parte, eccitate dall’energia trasportata da questa radiazione.

La luce infrarossa con cui si illumina il campione viene analizzata dopo che lo ha attraversato e quindi dopo che ha interagito con le molecole che lo costituiscono.

L’analisi è eseguita con una apposita apparecchiatura, detta spettrofotometro, che è collegato ad un computer che fornisce in uscita un diagramma, lo “spettro”, costituito da bande più o meno intense (Figura 8).

FIGURA 8

Schema di esecuzione di una misura di spettroscopia di assorbimento nell’InfraRosso.

Il campione da analizzare è attraversato da un fascio di luce infrarossa che,

in uscita, risulta attenuato e privato di alcune frequenze, quelle assorbite dalle molecole costituenti il campione.

A destra uno spettrofotometro nel quale avviene la misura.

L’apparato è collegato al computer che analizza il fascio di luce emergente e lo traduce in “spettro”.

 

Dalla posizione, intensità e forma delle bande dello spettro si possono ricavare le informazioni sulle molecole che la luce ha incontrato durante il suo viaggio attraverso il campione.

Per eseguire le misure il campione di pelle prelevato è stato suddiviso in due frammenti, uno dei quali è stato immerso in acqua distillata e l’altro in alcool etilico, così da dare modo alle sostanze stratificate sulla pelle di sciogliersi nel solvente più adatto alle proprietà chimiche di ciascuno.

L’analisi spettroscopica è stata quindi eseguita sui bagni di immersione dei tessuti per identificare le sostanze disciolte in essi.
I risultati ottenuti hanno fornito interessanti informazioni.

Lo spettro della sostanza che si è disciolta in alcol etilico, come mostrato in figura 9, è stato sovrapposto ad altri spettri campione, e ci dice che la miscela di imbalsamanti sulla pelle della mummia esaminata contiene non solo cera d’api ma anche olio di lino.

FIGURA 9 - Spettro della sostanza che si è disciolta in alcol etilico

 

Entrambe queste sostanze erano usate dagli imbalsamatori per ammorbidire la pelle della mummia resa secca e disidratata dal trattamento col sale e renderla impermeabile all’umidità. Esse inoltre la lucidavano, per così dire, modificandone l’aspetto estetico e rendendola più simile alla pelle naturale di un individuo in vita.

Il secondo risultato è stato inaspettato nella sua chiarezza: come si vede chiaramente nella figura 10 lo spettro dell’estratto in acqua coincide in modo straordinario con lo spettro della propoli presente nelle banche dati di riferimento.

FIGURA 10 - Spettro dell’estratto in acqua

 

Esso fornisce l’evidenza più stringente e diretta che il corpo imbalsamato doveva essere stato massaggiato e cosparso abbondantemente di questo materiale che gli Antichi Egizi sapevano essere così efficace nella conservazione dei tessuti biologici e nella preservazione dalla putrefazione.

Possiamo quindi ipotizzare che il corpo del defunto di cui abbiamo studiato i resti sia stato disidratato con il Natron e poi, al termine di questa procedura che durava dai 40 ai 70 giorni, cosparso di propoli e infine ricoperto di olio di lino e di cera d’api prima di essere bendato e poi chiuso nel sarcofago.

CONCLUSIONE

 

L’imbalsamazione, l’arte insegnata agli egizi dal dio Anubi, era la tecnica elaborata per arrestare l’ineluttabile corruzione dei corpi strappati alla vita.

Gli antichi imbalsamatori egizi, come i risultati delle nostre misure attestano, facevano uso della cera e della propoli, materiali economici e facilmente reperibili, che infatti divennero alcuni tra i materiali più usati per l’imbalsamazione specie in Epoca Faraonica e Greco-Romana e hanno contribuito a che i corpi imbalsamati giungessero fino a noi attraverso i millenni.

 

Gli antichi Egizi dovettero essere stati affascinati dal processo di imbalsamazione messo in atto dalle api, soprattutto a causa delle loro credenze religiose che attribuivano estrema importanza alla conservazione dei corpi dei defunti. Per questo non deve sorprendere che usassero cera e propoli per ricoprire le mummie: essi presumibilmente erano ben consci di imitare le api nel trattamento dei cadaveri. Applicando queste sostanze per la mummificazione essi tentavano di ottenere gli stessi effetti di conservazione che avevano osservato applicati dalle api sugli intrusi degli alveari.

Il risultato ottenuto, come le misure scientifiche dimostrano, è sorprendente: infatti, la struttura della pelle mummificata e imbalsamata con cera e propoli è stata molto ben conservata nel corso dei millenni, al punto che le caratteristiche morfologiche e strutturali del tessuto epiteliale del reperto imbalsamato trovano molte e strette somiglianze con quelle di un tessuto fresco e appartenente ad un individuo in vita.

 

Cera e propoli, benché materiali economici, erano dunque le sostitute per eccellenza del materiale regale, l’oro: il colore, così simile a quello del prezioso metallo, ne deve aver determinato la scelta, oltre alle loro virtù terapeutiche e simboliche.

Gli dei erano garanti della loro efficacia, essendo esse una loro emanazione, e hanno consentito ai corpi imbalsamati di giungere fino a noi attraverso i millenni.

 

Bibliografia consultata

 

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Api nell'Arte

 

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- 42° Congresso Internazionale di Apicoltura (Apimondia) a Buenos Aires, 2011

- Per un'apicoltura a misura dei disabili

 

e, di altro argomento:

- Appunti di vacanze - Il rifugio di Resy

- Metamorfosi del legno

- Pellegrinaggio in Terrasanta

 

 

Di altri Autori:

- sull'argomento "Miele" in Collaborazioni varie, di Maria Cristina Caldelli: DOLCILOQUIO - A TAVOLA CON IL MIELE ITALIANO.


- sull'argomento "Api e Religione", segnaliamo in Collaborazioni Varie l'articolo del Prof. Franco Frilli - "L'Ape nella Sacra Scrittura".

 

 

 

 

 

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