Rubriche di
Patrizia Fontana Roca

COLLABORAZIONI

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OGNISSANTI DI CUTI - IL MONASTERO BENEDETTINO E LE SUE VICENDE STORICHE

Solitaria tra gli ulivi d’argento nella campagna di Valenzano, a circa due chilometri dal centro abitato in provincia di Bari e lungo un antico asse viario prima peuceuta e poi romano, si erge la chiesa romanica di Ognissanti di Cuti, ultima vestigia di una potente e importante abbazia benedettina fondata nel XI sec. dal monaco e primo abate della medesima Eustrazio.
È un luogo pieno di storia e di bellezza artistica notevole, la chiesa, infatti, può definirsi come un autentico gioiello dell’architettura romanica nel quale arte, matematica, tecnica, pietra sono fusi in una splendida sintesi armonica. La chiesa dalla fine del XIII sec. appartiene alla Basilica di San Nicola.
Per conoscere e approfondire le vicende storiche di quello che fu un rinomato e ricco monastero benedettino suggeriamo la lettura del volume “Ognissanti di Valenzano. Il monastero benedettino e le sue vicende storiche” edito nel 2002 dal Centro Studi Nicolaiani. Autrice è Rosangela Di Monte che ha trattato l’argomento nella sua tesi di laurea e il libro può a ragione considerarsi lo studio più approfondito e recente sulla storia dell’antico insediamento benedettino nella contrada valenzanese di Cuti.
In apertura del libro vi è la presentazione del sindaco di Valenzano dr. Nicola Tangorra, segue una densa prefazione del prof. Domenico Colonna, assessore alle politiche culturali. L’autrice, in primo luogo, ha voluto fornire una rassegna di tutti gli storici che si sono occupati di Ognissanti, cominciando dal Beatillo (XVII sec.), riportando il pensiero e le opinioni dei medesimi.
In cinque capitoli è riportata la storia del monastero dalla sua fondazione, che tuttavia rimane ignota per mancanza di testimonianze scritte e dovrebbe collocarsi cronologicamente tra il 1070 e il 1080 secondo la Di Monte, sino al suo lento ed inesorabile declino. La narrazione avviene grazie ad un vasto repertorio di documenti medievali, a noi pervenuti in originale o in copia conservati presso la Basilica di San Nicola, la Cattedrale di Bari o negli Archivi vaticani, abilmente studiati ed esaminati dall’autrice tra l’altro diplomata in Archivistica, Peleografia e Diplomatica presso l’Archivio di Stato di Bari. E proprio la ricchezza di documenti disponibili ha consentito di ricostruire dettagliatamente le vicende del monastero di Cuti: le pergamene dei vescovi baresi Ursone (1082) ed Elia (1103) che concedevano privilegi e immunità al monastero, diverse bolle e brevi papali, un diploma di Federico II (1222) che confermava i privilegi, solo per citarne alcuni, sino alla bolla con la quale Bonifacio VIII annetteva l’abbazia fondata da Eustrazio alla Basilica di San Nicola (1295).
Particolarmente interessanti risultano l’approfondimento delle diatribe tra la Curia barese e il monastero di Cuti. Trattandosi di una badia estremamente ricca grazie alle vaste proprietà fondiari rinomate soprattutto per la produzione olearia, i vescovi baresi in diversi tempi cercarono di appropriarsene, a volte anche grazie all’aiuto dei pontefici. Tuttavia i benedettini, grazie ai loro abati (Melo, Nicola, Maraldo, Nicola Gattuccio, Tommaso e Guglielmo) seppero resistere a lungo alle mire espansionistiche dell’episcopio barese. Ma verso la fine del XIII sec. cominciò la crisi del cenobio: nel 1289 veniva privato della proprio autonomia e dato in commenda, mentre, come già scritto, nel 1295 Bonifiacio VIII, su richiesta del priore della Basilica nicolaiana cardinale Guglielmo Longo, univa l’abbazia alla Basilica barese. In breve i possedimenti terrieri iniziarono a frantumarsi, ma le rendite di Ognissanti continuavano a rimanere considerevoli come risulta da documenti del 1304, 1319 e 1326. Le grandi vicende del XIV sec. (peste del 1348, guerra del 1348-1350, scisma del 1378) contribuirono alla crisi di Ognissanti, aggravata da problemi di carattere giurisdizionale nella seconda metà del XV sec.. Nei primi anni del Cinquecento il monastero veniva ufficialmente soppresso.
Non si può non fare un accenno alla fiera di Ognissanti, probabilmente introdotta dalla Basilica di san Nicola nel XIV sec., che si teneva presso il monastero sino al 1811 quando fu trasferita a Valenzano. Anche riguardo a questa vi sono alcune vicende riportate dalla Di Monte. Oramai abbandonato, ridotto quasi ad un rudere con le mura cadenti, la chiesa frequentata da pastori che vi portavano e ricoveravano i propri animali, nel 1737 i resti del glorioso monastero furono smantellati e utilizzati dal frati alcantarini per la costruzione del santuario della Madonna del Pozzo a Capurso.
Il libro della Di Monte presenta anche una serie di appendici nelle quali sono riportati i documenti inerenti al monastero di Ognissanti sia in fac-simile che in trascrizione, una galleria fotografica realizzata dal Nico Tangorra e una rassegna sull’architettura e l’arte nella chiesa con i giudizi e i commenti degli storici dell’arte che nel tempo se ne sono occupati.
Il lavoro della Di Monte è un contributo assai prezioso per storia medievale del Barese, analitico e dettagliato è l’esame delle pergamene: l’autrice riesce a ricostruire minuziosamente le vicende della Badia restituendole al pubblico, così come i Custodi volontari di Ognissanti di Cuti sono riusciti a riportare ad un aspetto dignitoso quel meraviglioso gioiello che è la chiesa per renderla fruibile ai visitatori nel fine settimana e nei giorni festivi. Per informazioni sulle visite si possono contattare i numeri 3204234990 e 3473675830.



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IL COMPLESSO MEDIEVALE DI SANTA MARIA DI CESANO TRA STORIA, FEDE ED ARTE

(Foto fornite da VITO RICCI)

Il nord barese è caratterizzato dalla massiccia presenza di chiese rurali. Sperdute nei campi, tra l’argento degli ulivi e la quiete agreste, si possono ammirare tante piccole chiese, spesso di età medievale. Alcune sono oramai andate distrutte, altre versano in stato di fatiscenti ruderi, altre sono ancora consacrate e spesso aperte al pubblico una volta l’anno per la celebrazione della messa in occasione di una festività. Tra tali chiese in questa sede vogliamo occuparci del santuario di Cesano, ad 1 km da Terlizzi, intitolato a Santa Maria della Visitazione vulgo “Madonna del Popolo”. La chiesa preromanica in questione è stata oggetto di una serie di recente restauri sia conservativi, per preservarla da intemperie e da crolli, ma anche dalla stupidità umana, autrice in passato di furti sacrileghi e danneggiamenti a parti della struttura, e sia per agevolarne la fruizione da parte del pubblico. I lavori di restauro sono stati finanziati sia dal settore pubblico, ma anche dai privati, costituitisi in un attivo Comitato pro Cesano.
Lo scorso 8 luglio, nell’ex chiostro delle clarisse a Terlizzi è stato presentato il libro di mons. Gaetano Valente, rettore del santuario mariano di Cesano ed esperto studioso di storia terlizzese, intitolato “Il complesso medievale di Santa Maria di Cesano tra storia, fede e arte (secc. XI.-XXI)”. Mons. Felice di Molfetta, terlizzese, vescovo di Cerignola e Ascoli Satriano ha illustrato eccellentemente l’ultima fatica editoriale di mons. Valente alla presenza di un numeroso pubblico.
Il libro, ampliamente corredato da un apparato iconografico, è stato scritto con un taglio divulgativo rivolto ad un amplia fetta di persone. Già una ventina di anni or sono mons. Valente aveva dedicato un libro alle vicende di Cesano con maggiore attenzione alla ricerca storica.
Il saggio si legge in modo agevole, la lettura risulta piacevole grazie alla scrittura accattivavate e all’afflato narrativo dell’autore. Vengono ripercorse le tappe della storia della chiesetta, dalla sua fondazione ai nostri giorni, come ha ricordato mons. di Molfetta.
Con grande onesta intellettuale e aderenza ai canoni della moderna storiografia mons. Valente tratta della fondazione della chiesa di Cesano fatta edificare da Umfredo ex genere normannorum, identificabile quasi sicuramente con il figlio terzogenito di Tancredi di Normandia, signore di Trani e conte di Puglia e di Calabria dal 1051 al 1057. Ci sono giunte due pergamene del 1055 che ricordano la costruzione della chiesetta all’interno del casale sorto intorno al VIII- IX secolo lungo la via Appio Traiana al posto di un preesistente edificio sacro oramai fatiscente e la consacrazione da parte del vescovo di Giovinazzo Pietro. La chiesa pre-romanica, come si evince dalle pergamene, doveva essere espressione tangibile di munificenza e magnificenza da parte del pio benefattore Umfredo. “Nella sua originaria bellezza la ecclesia Sancte Marie de Cisano doveva rivelarsi un autentico gioiello di arte preromanica” scrive mons. Valente.
Nel 1092 il duca normanno Ruggero Borsa, nipote di Umfredo, donò, come spesso succedeva all’epoca, la chiesa di Cesano al monastero benedettino di San Lorenzo d’Aversa. Cesano divenne quindi un priorato monastico benedettino del quale restano alcune strutture edilizie superstiti. I monaci benedetti, oltre che a realizzare nuovi strutture e fabbricati, provvidero ad affrescare l’interno della chiesa. A noi è giunto pressoché integralmente, salvo alcuni piccoli danneggiamenti, l’affresco del catino absidale risalente alla prima metà del XIII sec. Il modello rappresentato è quello della Deèsis, ossia l’intercessione a Cristo Pantocrator (Signore dell’Universo) rivolta dalla Theotokos (Madre di Dio) e da San Giovanni Battista, molto diffuso nell’arte bizantina. Nei secoli successivi (XV-XVI), per esigenze di difesa, fu eretta una torre quadrangolare nella parte antistante la chiesa, ove è possibile vedere un affresco di una “Madonna con Bambino” di epoca rinascimentale. Agli inizi del Cinquecento, divenuta la Puglia teatro di guerre, i benedettini lasciarono Cesano che entrò a far parte dei benefici ecclesiastici di collazione pontificia. Iniziò per la chiesetta un periodo di abbandono e decadenza sempre più forte. E in tale stato la trovò nel 1725 il visitatore apostolico fra Antonio Pacecco, vescovo di Bisceglie. Costui diede una serie di ordini perentori da eseguire nella chiesetta, taluni davvero astrusi, che recarono danni irreversibili all’euritmia architettonica e all’assetto originario degli interni. Tra tutti ricordiamo l’occlusione del vano absidale imprigionando l’affresco e l’erezione di un altare barocco, entrambe rimossi nei restauri degli ultimi anni. Dal 1756 la chiesetta di Cesano passò in amministrazione diocesana, essendo elevata Terlizzi a sede vescovile.
Sempre meta di pellegrinaggio da parte delle popolazione locale in occasione della festa mariana della Visitazione (2 luglio), ha subito nel corso degli anni notevoli restauri (gli ultimi risalgono all’inizio del 2006), tutti raccontati dettagliatamente nel saggio (on relative traversie) sotto la spinta di mons. Valente, quale rettore della chiesa, e di un comitato sorto a salvaguardia, promozione e rivalutazione del santuario. A tutela di quest’ultimo è stata anche apportata una recinzione del complesso medievale inserito giustamente nel “Circuito turistico regionale Normanno Svevo”.
Di pianta rettangolare, copertura a capriata, poco illuminata, come tutte le chiese romaniche, a navata unica con abside semicircolare a dente di sega, presenta una monofora nell’abside decorata con fregio in pietra intagliata a forma di nastri (purtroppo danneggiato da ignoti e ora ripristinato) e una bifora su una parete.
La chiesa è aperta al pubblico nelle domeniche di maggio e le prime domeniche dei mesi successivi sino al 2 luglio quando si tiene il pellegrinaggio e la festa popolare.

 

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NICOLA, LI' DOVE SORGE IL SOLE

di Vito Ricci

 


E’ in uscita il 20 marzo il film del regista palesino Vito Giuss Potenza dedicato a San Nicola, patrono di Bari, che narra la storia della traslazione delle ossa del Santo ad opera di 62 marinai baresi. Realizzato nel 2005 con un gruppo di ardimentosi, nonostante la carenza di budget, è un lungometraggio in b/n, interamente girato in digitale, sui fatti che nel 1087 precedettero la costruzione a Bari della basilica in onore di San Nicola. Il film è stato girato tra Bari, la provincia barese, Roma e Cesenatico.

Nel cast, oltre ad attori non professionisti, c’è una nutrita presenza di attori locali (Paolo Sassanelli, Vito Signorile, Dante Marmone, Maurizio Nicolosi, Enzo Strippoli) e la partecipazione di attori noti del cinema come Andrea Giordana (S. Nicola), Moni Ovadia, che interpreta un monaco benedettino, Massimo Dapporto, nei panni di un faccendiere, e Gabriella Carlucci in quelli di una nobildonna. La sceneggiatura è stata scritta dallo stesso regista e dai giovani autori Luca Vessio e Antonio Garofalo, le musiche sono di Gianni Ciardo (nell’insolita veste di compositore) e Antonio Tuzza, la fotografia di Micki D’Aquino, i costumi di Francesca Mesto e la scenografia di Rocco Turso. La produzione è stata curata da due storiche associazioni di Bari-Palese: il Gruppo Artistico Teatrale (G.A.T.) e il Centro Studi Tradizioni Palesine.
E’ questo il secondo lungometraggio del regista Potenza, che nel 2002 ha diretto "All'alba saliremo in monte", ricostruzione dei pellegrinaggi che negli anni Cinquanta i contadini di Palese facevano a Monte S. Angelo (terzo premio al Festival di Bagni di Lucca) a cui sono seguiti nel 2003 i cortometraggi: "Gesù, luce del mondo" trasmesso da Raiuno all'interno della trasmissione "A sua immagine", "Perdono" e "Nicola" in onda su Raitre.
L’incipit del film è il sogno dell’abate Elia nel quale San Nicola, vescovo di Myra, gli esprime il desiderio che le sue reliquie siano portate a Bari. Per questo, sessantadue marinai, guidati da Giovannoccaro, Summissimo e Alberto, a bordo di tre caracche si dirigono verso l’Asia Minore. Ad Antiochia si imbattono in alcuni mercanti veneziani che annunciano di volersi recare a Myra per prendere le spoglie di San Nicola. I baresi, giunti per primi, trafugano il corpo del Santo ma vengono inseguiti dai miresi. Nel corso del viaggio di ritorno cinque marinai sottraggono alcuni frammenti del Santo Corpo. Si scatena così una violenta tempesta e le acque si placano solo dopo che essi hanno restituito il maltolto. Durante una sosta sull'isola di Milo, i sessantadue marinai promettono solennemente di far costruire al loro ritorno a Bari una chiesa per il Santo. L'8 maggio 1087, Digizio, uno dei marinai, annunzia all'abate Elia il prossimo arrivo delle spoglie di S. Nicola. Uscendo dal convento del monaco benedettino, Digizio incontra Anna, la sua futura sposa, il cui pensiero tanto lo aveva tormentato durante il viaggio. Il corpo del Santo giunge a Bari il 9 maggio 1087 e viene affidato all'abate Elia. Intanto domine Ursone, vescovo di Bari, rimasto all'oscuro dell’impresa, si trova a Trani in attesa di potersi imbarcare per la Terra Santa. Ritornato in fretta in città e reso omaggio alle sacre reliquie, impone di riporre le ossa in cattedrale. La situazione degenera e scoppia una sanguinosa guerriglia tra le guardie del vescovo e il popolo capeggiato dai suoi due maggiori esponenti, Alefanto e Caloleo. Durante i combattimenti muoiono due persone: un popolano e una guardia. Non si potevano bagnare le ossa del Santo col sangue di rivoltosi. Così l'abate Elia, convinto dal nobile barese Agralisto, si precipita in episcopio e dopo alcuni momenti di tensione, riesce a convincere il vescovo a sedare gli scontri. "Sia fatta la volontà del popolo, si costruisca la nuova basilica". Sono queste le parole pronunciate dal vescovo Ursone che esprime in tal modo la volontà di costruire una chiesa come degna sepoltura per il Santo diviene ufficiale.


E’ un episodio molto significativo ed emblematico della storia della Bari medievale, nel quale emerge la figura dell’abate Elia quale grande mediatore tra le opposte fazioni. Ed è di queste ultime settimane la notizia dell’avvio del processo di beatificazione di questo sant’uomo il quale, alla morte di Ursone, divenne arcivescovo di Bari.
Bisogna dare atto al coraggio e alla caparbietà di Vito Giuss Potenza e all’ormai affiatato gruppo di attori, autori e tecnici di aver portato avanti una così importante opera potendo contare su ben poche risorse finanziare. La prima proiezione è prevista al teatro Piccinni di Bari.

Foto fornite da Cartantica

Vito Ricci

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