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Rubriche di
Patrizia Fontana Roca

I DOTTORI DELLA CHIESA

 

 

 

Da sinistra a destra, dall'alto in basso si incontrano i santi Chiara e Bonaventura (140x98,2 cm), Ludovico da Tolosa e Bernardino da Siena (139x98 cm), Girolamo e Alessandro (150,5x96 cm) e Vincenzo e Antonio (151x96 cm).L

 

 

Dottori della Chiesa... una cosa diversa dai Padri della Chiesa, cioè i principali scrittori cristiani, su cui sono poggiate le basi della Dottrina della Chiesa. Tuttavia, alcuni di essi fanno comunque parte dei Dottori. Si parla di Santi già canonizzati, di uomini e donne che hanno arricchito la Chiesa con

  • la loro eminente dottrina;

  • la santità di vita;

  • l'elezione da parte del Sommo Pontefice o del Concilio Generale.

Quello che distingue un Dottore della Chiesa da un santo è la sua cultura laica e religiosa, la sua conoscenza e la facilità di esprimere il suo pensiero per diffondere nuovo sapere, anche e soprattutto scrivendo testi, trattati di teologia, epistolari, opere contro l’eresia o autobiografie, come nel caso più famoso, quello delle Confessionidi Sant’Agostino.

 

Cominciamo quindi proprio da lui:

 

SANT'AGOSTINO, DOCTOR GRATIAE

 

Considerato uno dei massimi pensatori cristiani di tutti i tempi, Sant’Agostino di Ippona, di origine nordafricana, visse tra il IV e il V secolo d.C. , fu vescovo, grande filosofo e teologo.

La sua immensa dottrina e le sue eccellenti virtù gli valsero il soprannome di Doctor Gratiae (“Dottore della Grazia”). E' considerato uno dei Padri della spiritualità occidentale, maestro di fede e di vita, pastore di anime e ispiratore di intelletti affamati di conoscenza e bellezza, quella Bellezza superiore che per lui e nelle sue opere coincideva con Dio.

La sua opera maggiore furono le Confessioni, che racchiudono tutta l’evoluzione della sua travagliata maturazione religiosa.

 

Agostino nasce a Tagaste, in Africa, il 13 novembre del 354 da genitori cristiani, allevato secondo i criteri della fede. Gli venne fornita una notevole istruzione in lettere profane e quindi insegnò dapprima grammatica e poi retorica a Cartagine, a Roma e a Milano.

L'incontro con sant'Ambrogio in questa città fu per lui decisivo poichè in passato aveva avuto contatti con i manichei, un gruppo di eretici. In breve però egli si avviò sulla strada giusta ed il suo più grande desiderio fu quello di ricevere il Battesimo. Decise quindi di servire Dio con tutto il suo essere.
Sua madre Monica che aveva tanto pregato per la sua conversione fu esaudita. Nata a Tagaste nel 332, era una donna colta e profondamente cristiana. Riuscì a convertire il suo sposo Patrizio al cristianesimo e, rimasta vedova a 39 anni, si occupò della sua famiglia e dopo molte intercessioni riuscì a vedere il suo amato Agostino, con cui aveva frequenti colloqui spirituali, rinnegare le eresie a cui si era legato in gioventù ed abbracciare definitivamente la religione cristiana. Morì ad Ostia dove stava attendendo una nave per rientrare in patria.


Agostino tornò nel suo paese natale per convertire altri alla sequela di Cristo e dopo aver lasciato tutti i suoi beni ai poveri, si dedicò ad una vita monastica con digiuni, preghiere, opere di carità, meditando e scrivendo quanto sentiva nel suo animo.
San Valerio Vescovo di Ippona lo nominò sacerdote a furor di popolo e gli affidò l'incarico di predicare soprattutto contro l'eresia manichea ma anche contro i donatisti e i pagani.

Egli insegnava e predicava ovunque si trovasse, scrivendo numerose lettere e libri. Successivamente, il Vescovo di Ippona ormai anziano, lo fece nominare Vescovo.

Agostino non avrebbe voluto ma il popolo l'acclamò a gran voce ed egli dovette acconsentire.

Diventato Vescovo, Agostino si diede con ancor maggior entusiasmo alla predicazione, cercando di redimere quanti più peccatori potesse, scrivendo molte lettere, esortando ed ammonendo gli eretici, soprattutto i donatisti che erano i più violenti ed anche i numerosi pelagiani, che negavano il peccato originale portando alla logica deduzione dell’inutilità della Redenzione di Gesù, conclusione ancora più sconvolgente di quella riguardante il battesimo, per cui la morte  e resurrezione non avevano  avuto  alcun valore e significato ai fini della salvezza dell’uomo.

 

Per riassumere, la visione pelagiana riteneva che l’uomo fosse capace con le sole proprie forze di ottenere il premio eterno anche  senza un intervento da parte della divinità e per questa ragione  molta importanza veniva attribuita  al fervore e all’entusiasmo personale nel cammino spirituale, privilegiando un perfezionismo ascetico e mettendo l’accento, ripeto, sull’impegno personale piuttosto che sull’aiuto divino.

All’inizio non furono prese  iniziative contro Pelagio che venne addirittura dichiarato innocente dall’accusa di eresia nonostante che questa fosse chiesta da due maestri di conoscenze bibliche e teologiche e discepoli di Agostino, ma tale assoluzione durò molto poco e i partecipanti a quel sinodo furono accusati di aver mal gestito il  lavori e di avere scarse conoscenze teologiche. In un ulteriore sinodo tenutosi a Cartagine, Pelagio fu riconosciuto eretico e condannato e tale condanna fu ratificata da Papa Innocenzo I. Molti seguaci si distaccarono dall'eresia e tornarono al vero ovile, pur se perseguitati.
Intanto ad Ippona vennero ordinati molti sacerdoti cresciuti sotto l'esempio di Agostino, destinati non solo alla chiesa d'Africa ma anche ad altre regioni dove si innalzavano monasteri e chiese. Agostino però venne preso di mira da alcuni eretici che cercarono di ucciderlo, tuttavia riuscì sempre a salvarsi dalle insidie che questi gli tendevano, mentre alcuni dei suoi seguaci vennero ridotti a malpartito.
Scrisse molte prediche, lettere e libri che rimangono pietre miliari nella storia del Cristianesimo, effettuando, poco prima della sua morte, un'attenta revisione dei suoi scritti per evitare ogni difformità dalla fede e purtuttavia alla sua morte lasciò alcune opere incompiute.
Con la discesa dei Vandali purtroppo le popolazioni, laici e sacerdoti, vennero messe a dura prova con torture, disagi e povertà, distrutte le opere, distrutte le vite ed anche Ippona alla fine venne posta sotto saccheggio. Agostino non voleva lasciare la sua chiesa e così consigliava agli altri presbiteri.
Caduto ammalato, continuò comunque ad esortare i suoi fratelli e tutti coloro che chiedevano un suo parere, passò i suoi ultimi giorni in preghiera ed infine rese l'anima a Dio con obbedienza come aveva fatto per i suoi 40 anni di sacerdozio.

Il concetto fondamentale espresso da Sant’Agostino nelle sue opere è che l’uomo non è in grado di approdare a nulla da solo, e che solo l’illuminazione di Dio può dare una direzione e un senso alla sua vita.

Sant'Agostino viene festeggiato il 28 agosto.

 

Venne proclamato Dottore della Chiesa nel 1298.

Da: https://www.holyart.it/blog/santi-e-beati/i-dottori-della-chiesa-chi-sono-e-i-requisiti-per-avere-questo-titolo/


 

 

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SANT'ALBERTO MAGNO

Doctore universalis domenicano

 

https://www.famigliacristiana.it/articolo/sant-alberto-magno.aspx

 

Alberto, dei Conti di Bollstädt, nacque a Lauingen (Svevia) tra il 1193 ed il 1206. Non si hannno dati certi sui suoi studi, si sa che fu mandato a proseguire gli studi all'Università di Padova, famosa, dove risiedeva un suo zio. Nel 1223, dopo aver ascoltato i sermoni del beato Giordano di Sassonia, dell'Ordine dei predicatori, decise di entrare in quest' Ordine religioso.

Non si sa se gli studi continuarono poi a BolognaParigi, o Colonia, ma doppo averli terminati, insegnò teologia in varie città tedesche e mentre si trovava nel convento di Colonia, nel 1240, gli fu ordinato di recarsi a Parigi, dove si laureò in teologia. Mentre era a Colonia e Parigi ebbe tra i suoi ascoltatori Tommaso d'Aquino, un giovane di cui riconobbe il genio e a cui predisse una grandezza futura e che lo accompagnò a Parigi e nel 1248tornò con lui al nuovo Studium Generale di Colonia, del quale Alberto era stato nominato Rettore, mentre Tommaso divenne secondo professore e Magister Studentium.

Fu al Capitolo Generale dei Domenicani di Valenciennes nel 1250, con Tommaso d'Aquino e Pietro di Tarantasia (futuro papa Innocenzo V), nel 1254venne eletto provinciale per la Germania, incarico difficile, che ricoprì con efficienza e responsabilità, nel 1256 si recò a Roma per difendere gli ordini mendicanti dagli attacchi di Guglielmo di Saint-Amour e, durante il soggiorno romano, Alberto ricoprì l'ufficio di maestro del Sacro Palazzo (istituito ai tempi di Domenico di Guzmán) e commentò il Vangelo secondo Giovanni, poi, nel 1257, però, per dedicarsi agli studi e all'insegnamento, rassegnò le dimissioni dall'ufficio di provinciale.

Nel 1260 fu consacrato vescovo di Ratisbona, ma il maestro generale dei Domenicani, per non perdere ia sua presenza, lo ostacolò, inutilmente. Alberto, infatti, governò la diocesi fino al 1262 quando, riprese l'ufficio di professore presso lo Studium di Colonia. Nel 1270 inviò una memoria a Tommaso, che si trovava a Parigi, per aiutarlo nella disputa con Sigieri da Brabante e gli averroisti. Questo fu il suo secondo trattato contro il filosofo arabo (il primo fu scritto nel 1256 con il titolo De Unitate intellectus Contra Averroem). Nel 1274 fu invitato da papa Gregorio X a partecipare ai lavori del secondo Concilio di Lione, alle cui conclusioni prese parte attiva. L'annuncio della morte di Tommaso a Fossanova, durante il viaggio che aveva intrapreso per partecipare ai lavori del Concilio, fu un duro colpo per Alberto, che lo commentò dichiarando che "La luce della Chiesa" si era estinta.

Tuttavia, si riprese e nel 1277, quando fu annunciato che l'arcivescovo di Parigir ed altri volevano condannare gli scritti di Tommaso, considerati poco ortodossi, si spostò a Parigi, per difendere la memoria del discepolo. Nel 1278 (anno in cui scrisse il suo testamento) la sua mente a poco a poco si offuscò e si dice che la fase finale della sua vita si concluse nel più totale isolamento. Cedette per questo, per la vita austera e di privazioni e morì nel 1280. Venne sepolto nella chiesa parrocchiale di sant'Andrea a Colonia.

Fu beatificato da papa Gregorio XV nel 1622 e la sua memoria ricorre il 15 novembre e proclamato santo e Dottore della chiesa da papa Pio XInel 1931. Dieci anni più tardi, papa Pio XII lo dichiarò patrono dei cultori delle scienze naturali, dei naturalisti, degli scienziati.

L'Opera Omnia di Alberto venne pubblicata in due edizioni la prima a Lione nel 1651, l'altra a Parigi nel 1890-99. Una nuova edizione critica (Editio Coloniensis) è in corso di pubblicazione a cura dell'Albertus-Magnus-Institut; sono previsti 41 volumi, di cui 29 sono già stati pubblicati. Quindi una vera e propria enciclopedia contenente trattati scientifici su quasi ogni argomento conosciuto, mostrando una conoscenza della natura e della teologia che sorprese i contemporanei, e sorprende ancora oggi. Fu, realmente, un Doctor Universalis.

Basandosi in particolare sugli scritti scientifici di Aristotele, egli diceva che l'obiettivo delle scienze naturali era investigare le cause che sono all'opera in natura. Nel suo trattato sulle piante affermò che l'esperimento è l'unica guida sicura in tali indagini. Studiando la natura non abbiamo a indagare come Dio Creatore può usare le sue creature per compiere miracoli e così manifestare la sua potenza: abbiamo piuttosto a indagare come la Natura con le sue cause immanenti possa esistere» (De Coelo et Mundo, I, tr. iv, x).
Anche se sulle scienze naturali preferiva Aristotele a Agostino d'Ippona, pur criticando il filosofo greco, gli dava merito non solo di aver portato l'insegnamento scientifico all'attenzione degli studiosi medievali, ma anche di aver indicato il metodo e lo spirito in cui tale insegnamento doveva essere recepito.

Fu un infaticabile studioso della natura ed applicò la stessa energia allo studio delle scienze sperimentali, tanto che fu accusato di trascurare le scienze sacre. Alcune leggende gli attribuivano poteri magici, ma la verità, naturalmente, era che Alberto coltivò assiduamente le scienze naturali; era un'autorità nella fisica, in geografia, in astronomiamineralogia, chimica (alchimia), zoologia e fisiologia.
In tutti questi soggetti la sua erudizione era vasta e molte delle sue osservazioni sono tuttora valide.


L'elenco delle sue opere pubblicate è sufficiente a scagionarlo dall'accusa di trascurare la teologia e le Sacre Scritture. D'altro canto, egli espresse il suo disprezzo per tutto ciò che sapeva di incantesimo o di arte magica. Egli non ammise mai la possibilità di creare l'oro con l'alchimia o attraverso l'uso della pietra filosofale.
Alberto dimostrò che la Chiesa non è contraria allo studio della natura: la scienza e la fede possono andare di pari passo, tra sperimentazione e indagine. Alberto rispettava l'autorità e le tradizioni, era prudente nel proporre i risultati delle sue indagini e, di conseguenza contribuì molto al progresso della scienza nel XIII secolo. Il suo metodo di trattamento delle scienze fu storico e critico al tempo stesso. Raccolse in una grande enciclopedia tutto ciò che era noto ai suoi tempi e poi espresse le sue opinioni. Talvolta, tuttavia, era titubante e non espresse il suo pensiero, probabilmente temendo che le sue teorie, per quel periodo piuttosto "avanzate", avrebbero potuto provocare disappunto e commenti non favorevoli.

Nell'opera Scuole Cristiane e studiosi vi sono alcune interessanti osservazioni su «...alcuni pareri scientifici di Alberto che mostrano quanto egli dovette alle sue sagaci osservazioni dei fenomeni naturali, e in che misura era in anticipo rispetto alla sua epoca [...] Parlando delle isole britanniche, alludeva alla comune idea che esisteva nell'oceano occidentale un'altra isola -- Tile, o Thule --, inabitabile a causa del suo clima, ma che - affermava - forse non era ancora stata visitata dall'uomo». Alberto elaborò anche una dimostrazione della sfericità della terra; qualcuno ha anche sottolineato come le sue idee sull'argomento condussero, in seguito, alla scoperta dell'America.

 

Più importante fu la sua influenza sullo studio della filosofia e della teologia. Egli, più di chiunque altro prima di Tommaso, diede alla filosofia ed alla teologia cristiana la forma e il metodo che, sostanzialmente, si sono conservati fino ai giorni nostri.

Dopo Averroè, Alberto fu il principale commentatore delle opere di Aristotele, i cui scritti studiò con la massima assiduità, ed i cui principi adottò per sistematizzare la teologia, che intendeva come esposizione scientifica e difesa della dottrina cristiana.

La scelta di Aristotele come maestro provocò forti opposizioni, fu addirittura vietato lo studio della metafisica e della fisica aristotelica. Alberto, tì decise di purificare le opere di Aristotele da razionalismo, averroismo, panteismo ed altri errori e quindi mettere la filosofia pagana al servizio della causa della verità rivelata. In questo seguì l'insegnamento agostiniano che sosteneva che le verità trovate negli scritti dei filosofi pagani dovevano essere adottate dai difensori della fede, mentre le loro opinioni erronee dovevano essere abbandonate o spiegate in un senso cristiano. Tutte le scienze inferiori (naturali) avrebbero dovuto essere al servizio (ancillae) della teologia, che è la scienza superiore[5].

Contro il razionalismo di Abelardo e dei suoi seguaci, Alberto sottolineò la distinzione tra verità naturalmente conoscibile e misteri (la Trinità e l'Incarnazione), che non possono essere conosciuti senza la rivelazione[6]. Scrisse due trattati contro l'averroismo, che distruggeva l'immortalità e le responsabilità individuali, insegnando che vi è una sola anima razionale per tutti gli uomini. Il panteismo, invece, fu confutato insieme all'averroismo quando la dottrina sugli Universali, il sistema noto come realismo moderato, fu accettata dai filosofi scolastici.

Sebbene seguace di Aristotele, Alberto non trascurò PlatoneScias quod non perficitur homo in philosophia, nisi scientia duarum philosophiarum, Aristotelis et Platonis. Per questo erravano quando dicevano che era solo la scimmia (simius) di Aristotele.


Nella conoscenza delle cose divine la fede precede la comprensione della Divina verità, l'autorità precede la ragione[8]; ma nelle materie che possono essere naturalmente conosciute, un filosofo non dovrebbe assumere una posizione che non sia pronto a difendere con la ragione[9]. La logica, secondo Alberto, era una preparazione all'insegnamento della filosofia come la ragione era il mezzo per passare attraverso ciò che è noto alla conoscenza dell'ignoto: Docens qualiter et per quae devenitur per notum ad ignoti notitiam[10].

La filosofia era sia contemplativa che pratica. La filosofia contemplativa abbraccia la fisica, la matematica, e la metafisica; la filosofia pratica (morale) è monastica (per l'individuo), domestica (per la famiglia), o politica (per lo stato e la società). Escludendo la fisica, gli autori moderni conservano ancora la vecchia divisione della filosofia scolastica in logicametafisica (generale e speciale) ed etica.

In teologia Alberto occupa un posto tra Pietro Lombardo, il magister sententiarum, e Tommaso d'Aquino. Nell'ordine sistematico, nella precisione e nella chiarezza superò il primo, ma fu inferiore al proprio illustre discepolo. La sua Summa Theologiae, segnò un passo in avanti rispetto alla consuetudine del suo tempo sia sull'osservazione scientifica, sia nell'eliminazione delle questioni inutili, sia nella limitazione delle argomentazioni e obiezioni; rimanevano, tuttavia, molti degli impedimenta che Tommaso considerava sufficientemente importanti da richiedere un nuovo manuale di teologia ad uso dei novizi (ad eruditionem incipientium), come il "Dottore Angelico" commentava nel prologo della sua Summa. La mente del Doctor Universalis era così pregna della conoscenza di molte cose che non poteva sempre adeguare le sue esposizioni della verità alle capacità dei novizi nella scienza della teologia. Quindi, addestrò e diresse un alunno che diede al mondo una concisa, chiara e perfettamente scientifica esposizione e difesa della dottrina cristiana. Fu proprio grazie agli indirizzi di Alberto che Tommaso scrisse la sua Summa Teologica.


Nel campo della musica Alberto Magno è conosciuto per il suo prezioso trattato sulla musica del suo tempo; molte delle sue osservazioni sono contenute nel suo commentario alla Poetica di Aristotele. Egli scrisse molto sulle proporzioni nella musica, e sui tre differenti livelli soggettivi con cui la musica liturgica può influire sull'animo umano: purificazione, illuminazione che porta alla contemplazione, e conoscenza della perfezione tramite contemplazione. Di particolare interesse per gli studiosi della musica del XX secolo il fatto che egli consideri il silenzio parte integrante della musica.

 

Alberto è frequentemente citato da Dante Alighieri, che fece della dottrina della libera volontà il fondamento della propria etica. Egli lo pone col suo

allievo prediletto san Tommaso d'Aquino tra gli "Spiriti sapienti" nella prima corona del quarto Cielo, quello del Sole.

 

La piazza parigina di Maubert porta il nome del grande santo domenicano. Maubert deriva da Magnus Albert, Alberto il Grande, che, per la grande affluenza di studenti alle sue lezioni presso l'università francese, fu costretto a insegnare sulla pubblica piazza, che porta tuttora il suo nome.

Nel 1991 gli è stato dedicato un asteroide scoperto allora, 20006 Albertus Magnus.

 

 



 

SANT'AMBROGIO

 

 


Aurelio Ambrogio (in latinoAurelius Ambrosius), meglio conosciuto come sant'Ambrogio (Augusta Treverorum, incerto 339-340 – Milano4 aprile 397) è stato un funzionariovescovoteologoscrittore e santo romano, una delle personalità più importanti nella Chiesa del IV secolo. È venerato come santo da tutte le chiese cristiane che prevedono il culto dei santi; in particolare, la Chiesa cattolica lo annovera tra i quattro massimi dottori della Chiesa d'Occidente, insieme a San Girolamosant'Agostino e san Gregorio I papa.

Conosciuto anche come Ambrogio di Treviri, per il luogo di nascita, o più comunemente come Ambrogio di Milano, la città di cui assieme a san Carlo Borromeo e san Galdino è patrono e della quale fu vescovo dal 374 fino alla morte, nella quale è presente la basilica a lui dedicata che ne conserva le spoglie.

Aurelio Ambrogio nacque ad Augusta Treverorum (l'odierna Treviri, nella Renania-Palatinato, in Germania), nella Gallia Belgica, dove il padre esercitava la carica di prefetto del pretorio delle Gallie, intorno al 339 circa da un'illustre famiglia romana di rango senatoriale, la gens Aurelia, cui la famiglia materna apparteneva inoltre al ramo dei Simmac era dunque un cugino dell'oratore Quinto Aurelio Simmaco).

 

Vero pastore e maestro dei fedeli, fu pieno di carità verso tutti, difese strenuamente la libertà della Chiesa e la retta dottrina della fede contro l’arianesimo e istruì nella devozione il popolo con commentari e inni per il canto.

La famiglia di Ambrogio risultava convertita al cristianesimo già da alcune generazioni (egli stesso soleva citare con orgoglio la sua parente Santa Sotere, martire cristiana che «ai consolati e alle prefetture dei parenti preferì la fede»; una sua sorella ed un suo fratello, Marcellina (consacratasi a Dio nelle mani di papa Liberio nel 353) e Satiro di Milano, vennero poi venerati come santi.

Destinato alla carriera amministrativa sulle orme del padre, dopo la sua prematura morte frequentò le migliori scuole di Roma, dove compì i tradizionali studi del trivium e del quadrivium (imparò il greco e studiò dirittoletteratura e retorica), partecipando poi attivamente alla vita pubblica dell'Urbe.

Dopo cinque anni di avvocatura esercitati presso Sirmio (l'odierna Sremska Mitrovica, in Serbia), nella Pannonia Inferiore, nel 370 fu incaricato quale governatore dell'Italia Annonaria per la provincia romana Aemilia et Liguria, con sede a Milano, dove divenne una figura di rilievo nella corte dell'imperatore Valentiniano I. La sua abilità di funzionario nel dirimere pacificamente i forti contrasti tra ariani e cattolici gli valse un largo apprezzamento da parte delle due fazioni.

Nel 374, alla morte del vescovo ariano Aussenzio di Milano, il delicato equilibrio tra le due fazioni sembrò precipitare. Il biografo Paolinoracconta che Ambrogio, preoccupato di sedare il popolo in rivolta per la designazione del nuovo vescovo, si recò in chiesa, dove all'improvviso si sarebbe sentita la voce di un bambino urlare «Ambrogio vescovo!», a cui si unì quella unanime della folla radunata nella chiesa.

I milanesi volevano un cattolico come nuovo vescovo, ma Ambrogio rifiutò decisamente l'incarico, sentendosi impreparato: poichè egli non aveva ancora ricevuto il battesimo, né aveva affrontato studi di teologia.

Paolino racconta che, per dissuadere il popolo di Milano, Ambrogio provò anche a macchiare la buona fama che lo circondava, ordinando la tortura di alcuni imputati e invitando in casa sua alcune prostitute; ma, dal momento che il popolo non recedeva nella sua scelta, egli tentò addirittura la fuga. Quando venne ritrovato, il popolo decise di risolvere la questione appellandosi all'autorità dell'imperatore Flavio Valentiniano, cui Ambrogio era alle dipendenze. Così accettò l'incarico, considerando che fosse questa la volontà di Dio nei suoi confronti, e decise di farsi battezzare: nel giro di sette giorni ricevette il battesimo nel battistero di Santo Stefano alle Fonti a Milano e, il 7 dicembre 374, venne ordinato vescovo. Egli scriverà poco prima della morte: che non voleva esssere ordinato e si era opposto, ma dopo la nomina a vescovo, Ambrogio prese molto sul serio il suo incarico e si dedicò ad approfonditi studi biblici e teologici.
Quando divenne vescovo (nel 374), adottò uno stile di vita ascetico, elargì i suoi beni ai poveri, donando i suoi possedimenti terrieri (eccetto il necessario per la sorella Marcellina).

Uomo di grande carità, tenne la sua porta sempre aperta, prodigandosi senza tregua per il bene dei cittadini affidati alle sue cure. Ad esempio, Sant'Ambrogio non esitò a spezzare i Vasi Sacri e ad usare il ricavo dalla vendita per il riscatto di prigionieri. Di fronte alle critiche mosse dagli ariani per il suo gesto, egli rispose che «è molto meglio per il Signore salvare delle anime che dell'oro. Egli infatti mandò gli apostoli senza oro e senza oro fondò le Chiese. [...] I sacramenti non richiedono oro, né acquisisce valore per via dell'oro ciò che non si compra con l'oro» (De officiis, II, 28, 136-138)

La sua sapienza nella predicazione e il suo prestigio furono determinanti per la conversione nel 386 al cristianesimo di Sant'Agostino, di fede manichea, che era venuto a Milano per insegnare retorica.


Ambrogio fece costruire varie basiliche, di cui quattro ai lati della città, quasi a formare un quadrato protettivo, probabilmente pensando alla forma di una croce. Esse corrispondono alle attuali basilica di San Nazaro (presso la Porta Romana, allora Basilica Apostolorum), alla basilica di San Simpliciano, detta Basilica Virginum, ossia basilica delle vergini (sulla parte opposta), alla basilica di Sant'Ambrogio(collocata a sud-ovest, chiamata  Basilica Martyrum in quanto ospitava i corpi dei santi martiri Gervasio e Protasio, rinvenuti da Ambrogio stesso; accoglie oggi le spoglie del santo) e alla basilica di San Dionigi (Basilica Prophetarum).

Il ritrovamento dei corpi dei santi martiri Gervasio e Protasio è narrato dallo stesso Ambrogio, che ne attribuisce il merito ad un presagio, per cui fece scavare la terra davanti ai cancelli della basilica (oggi distrutta) dei santi Nabore e Felice. Al ritrovamento dei corpi seguì la loro traslazione nella Basilica Martyrum; durante la traslazione, si racconta (è lo stesso Ambrogio a riportarlo) che un cieco di nome Severo riacquistò la vista. Il ritrovamento del corpo dei martiri sua, diede grande contributo alla causa dei cattolici nei confronti degli ariani, che erano a Milano un gruppo nutrito e attivo, e negavano la validità dell'operato di Ambrogio e della sua fede.

Ambrogio fu autore di diversi inni per la preghiera, compiendo fondamentali riforme nel culto e nel canto sacro, che per primo introdusse nella liturgia cristiana, e ancor oggi a Milano vi è una scuola che tramanda nei millenni questo antico canto.

 

L'importanza della sede occupata da Ambrogio, teatro di numerosi contrasti religiosi e politici, e la sua personale attitudine alla politica, lo portarono a svolgere una forte attività di politica ecclesiastica. Scrisse infatti opere di morale e teologia in cui combatté a fondo errori dottrinali del suo tempo; fu inoltre sostenitore del primato d'onore del vescovo di Roma, contro altri vescovi che lo ritenevano loro pari.

Fu in prima linea nella lotta all'arianesimo, che aveva trovato numerosi seguaci a Milano e nella corte imperiale. Si scontrò per questo motivo con l'imperatrice Giustina, ariana, e probabilmente influì sulla politica religiosa dell'imperatore Graziano che, nel 380, inasprì le sanzioni per gli eretici e, con l'editto di Tessalonica, dichiarò il cristianesimo religione di Stato. Il momento di massima tensione si ebbe nel 385-386 quando, dopo la morte di Graziano, gli ariani chiesero insistentemente con l'appoggio della corte imperiale una basilica per praticare il loro culto. L'opposizione di Ambrogio fu energica tanto che rimase famoso l'episodio in cui, assieme ai fedeli cattolici, "occupò" la basilica destinata agli ariani finché l'altra parte fu costretta a cedere. In questa occasione, si racconta, che Ambrogio introdusse l'usanza del canto antifonale e della preghiera cantata in forma di inno, con lo scopo di non fare addormentare i fedeli che occupavano la basilica. Fu poi determinante per la sua vittoria nella controversia con gli ariani il ritrovamento dei corpi dei santi Gervasio e Protaso, che avvenne proprio nel 386 sotto la guida del vescovo di Milano, che guadagnò in questo modo il consenso di gran parte dei fedeli della città.

Fu poi forte avversario del paganesimo "ufficiale" romano, che dimostrava in quegli anni gli ultimi segni di vitalità; per cui si scontrò con il suo stesso cugino, il senatore Quinto Aurelio Simmaco, che chiedeva il ripristino dell'altare e della statua della dea Vittoria rimossi dalla Curia romana, sede del Senato, in seguito a un editto di Graziano nel 382.

 

Rapporti con la corte imperiale

Il potere politico e quello religioso al tempo erano strettamente legati: in particolare l'imperatore, a cominciare da Costantino, possedeva una certa autorità all'interno della Chiesa, nella quale il primato petrino non era pienamente assodato e riconosciuto. A questo si aggiunsero la posizione di Ambrogio, vescovo della città di residenza della corte imperiale, e la sua precedente carriera come avvocato, amministratore e politico, che lo portarono più volte a intervenire incisivamente nelle vicende politiche, ad avere stretti rapporti con gli ambienti della corte e dell'aristocrazia romana, e talvolta a ricoprire specifici incarichi diplomatici per conto degli imperatori.

In particolare, nonostante il convinto lealismo verso l'impero romano e l'influenza nella vita politica dell'impero, i suoi rapporti con le istituzioni non furono sempre pacifici, soprattutto quando si trattò di difendere la causa della Chiesa e dell'ortodossia religiosa. Gli storici bizantini gli accreditarono questo atteggiamento come parrhesia (παρρησία), schiettezza e verità di fronte ai potenti e al potere politico, che traspare a partire dal suo rapporto epistolare con l'imperatore Teodosio.

Essendo Ambrogio precettore dell'imperatore Graziano, lo educò secondo i principi del Cristianesimo. Egli predicava all'imperatore di rendere grazie a Dio per le vittorie dell'esercito e lo appoggiò nella disputa contro il senatore Simmaco, che chiedeva il ripristino dell'altare alla dea Vittoria fatto rimuovere dalla Curia romana. Chiese poi a Graziano di indire il concilio di Aquileia nel 381 per condannare due vescovi eretici, secondo i dettami dei vari concili ecumenici ed anche secondo l'opinione del Papa e dei vescovi ortodossi. In questo concilio Ambrogio si pronunciò contro l'arianesimo.

Ambrogio influì anche sulla politica religiosa di Teodosio I. Nel 388, dopo che varii cristiani avevano incendiato la sinagoga della città di Callinico, l'imperatore decise di punire i responsabili e di obbligare il vescovo, accusato di aver istigato i distruttori, a ricostruire il tempio a suo spese. Ambrogio, informato della vicenda, si scagliò contro tale provvedimento, minacciando di sospendere l'attività religiosa, tanto da indurre l'imperatore a revocare le misure.

Nel 390 criticò aspramente l'imperatore, che aveva ordinato un massacro tra la popolazione di Tessalonica, rea di aver linciato il capo del presidio romano della città: in tre ore erano state assassinate migliaia di persone intervenute ad una corsa di cavalli. Ambrogio, evitò diplomaticamente una contrapposizione aperta con il potere imperiale (con il pretesto di una malattia evitò l'incontro pubblico con Teodosio) ma, per via epistolare, chiese in modo riservato ma deciso una «penitenza pubblica» all'imperatore, che si era macchiato di un grave delitto pur dichiarandosi cristiano, pena il rifiuto di celebrare i sacri riti in sua presenza («Non oso offrire il sacrificio, se tu vorrai assistervi», Lettera 11). Teodosio ammise pubblicamente l'eccesso e nella notte Natale di quell'anno, venne riammesso ai sacramenti.


Dopo questo episodio la politica religiosa dell'imperatore si irrigidì notevolmente: tra il 391 e il 392 furono emanati una serie di decreti (decreti teodosiani) che attuavano in pieno l'editto di Tessalonica: venne interdetto l'accesso ai templi pagani e ribadita la proibizione di qualsiasi forma di culto, compresa l'adorazione delle statue; furono inoltre inasprite le pene amministrative per i cristiani che si riconvertissero nuovamente al paganesimo e nel decreto emanato nel 392 da Costantinopoli, l'immolazione di vittime nei sacrifici e la consultazione delle viscere erano equiparati al delitto di lesa maestà, punibile con la condanna a morte.

Nel 393 Milano fu coinvolta nella lotta per il potere tra l'imperatore Teodosio I e l'usurpatore Flavio Eugenio. In aprile Eugenio varcò le Alpi e puntò alla conquista della città, in quanto capitale d'Occidente. Ambrogio partì e andò ritirarsi a Bologna. Durante un soggiorno a Faenza scrisse una lettera ad Eugenio, accettando l'invito della comunità di Firenze, ove rimase per circa un anno. La guerra per il controllo dell'impero fu vinta da Teodosio. Nell'autunno del 394 Ambrogio fece ritorno a Milano.

Alla sua morte, per sua stessa volontà, fu sepolto all'interno della basilica che tuttora porta il suo nome, fra le spogli dei martiri Gervasio e Protasio. Le sue spoglie, rinvenute sotto l'altare nel 1864, furono trasferite in un'urna di argento e cristallo posta nella cripta della basilica.

 

Pensiero e opere

Fortemente legata all'attività pastorale di Ambrogio fu la sua produzione letteraria, spesso semplice frutto di una raccolta e di una rielaborazione delle sue omelie e che quindi mantengono un tono simile al parlato. Per il suo stile dolce e misurato del suo parlato e della sua prosa, Ambrogio venne definito «dolce come il miele».

Oltre la metà dei suoi scritti è dedicata all'esegesi biblica, che egli affronta seguendo un'interpretazione prevalentemente allegorica e morale del testo sacro (in particolare per quanto riguarda l'Antico Testamento): ad esempio, ama ricercare nei patriarchi e nei personaggi biblici in generale figure di Cristo o esempi di virtù morali. Fu proprio questo metodo di lettura della Bibbia ad affascinare Sant'Agostino e a risultare determinante per la sua conversione (come scrisse nelle Confessioni V, 14, 24).

Per Ambrogio la lettura e l'approfondimento della conoscenza biblica costituiscono un elemento fondamentale della vita cristiana:

Tra le opere esegetiche spiccano l'esauriente commento al Vangelo di Luca (Expositio evangelii secundum Lucam) e l'Exameron (dal greco "sei giorni"). Quest'ultima opera, ispirata ampiamente all'omonimo Exameron di Basilio di Cesarea, raccoglie, in sei libri, nove omelie riguardanti i primi capitoli della Genesi dalla creazione del cielo fino alla creazione dell'uomo. Anche qui, il racconto della creazione è occasione di evidenziare insegnamenti morali desunti dalla natura e dal comportamento degli animali e dalle proprietà delle piante; in questo senso l'uomo appare ad Ambrogio necessariamente legato con tutto il creato  non solo biologicamente e fisicamente, ma anche moralmente e spiritualmente.

Tra le opere di argomento morale o ascetico, risalta il De officiis ministrorum (talvolta abbreviato in De officiis), un trattato sulla vita cristiana rivolto in particolare al clero ma destinato a tutti i fedeli. L'opera ricalca uno scritto di Cicerone, che si proponeva come manuale di etica pratica indirizzato al figlio (cui è dedicato) rivolto soprattutto a questioni politico-sociali.

Ambrogio riprende il titolo (indirizzando l'opera ai suoi "figli" in senso spirituale, cioè il clero e il popolo di Milano), la struttura (il libro è ripartito in tre libri, dedicati all'honestum, all'utile e al loro contrasto risolto nell'identificazione tra i due) e alcuni elementi contenutistici (tra i quali i principi della morale stoica, come il dominio della razionalità, l'indipendenza dai piaceri e dalla vanità delle cose, la virtù come sommo bene). Questi elementi sono rivisti con originalità in chiave cristiana: agli exempla tratti dalla storia e dalla mitologia classica, Ambrogio sostituisce ad esempio storie ed esempi tratti dalla Bibbia. In generale, è lo stesso orientamento del testo a non essere più etico-filosofico ma prevalentemente religioso e spirituale, come egli spiega fin dall'inizio: «Noi valutiamo il dovere secondo un principio diverso da quello dei filosofi. Essi considerano beni quelli di questa vita, noi addirittura danni» (De officiis, I, 9, 29). Allo stesso modo, le virtù tradizionali vengono rilette cristianamente e accettate alla luce del Vangelo: la fides (lealtà) diventa la fede in Cristo, la prudenza include la devozione verso Dio, esempi di fortezza divengono i martiri. Alle virtù classiche si aggiungono le virtù cristiane: la carità (che già esisteva nel mondo latino, ora assume un significato più interiore e spirituale), l'umiltà, l'attenzione verso i poveri, gli schiavi, le donne.

Altre cinque opere sono dedicate alla verginità, specialmente quella femminile (De virginibusDe viduisDe virginitateDe institutione virginis e Exhortatio virginitatis). Ambrogio esalta la verginità come massimo ideale di vita cristiana, sulla scia della tradizione cristiana da San Paolo («colui che sposa la sua vergine fa bene e chi non la sposa fa meglio», 1 Cor 7,38) fino al contemporaneo Girolamo, senza tuttavia negare la validità della vita matrimoniale. La scelta della verginità è ritenuta l'unica vera scelta di emancipazione per la donnadalla vita coniugale, in cui si trova subordinata. Critica aspramente in questo senso il fatto che il matrimonio costituisca solo un contratto economico e sociale, che non lascia spazio alla scelta degli sposi e in particolare della donna: «Davvero degna di compianto è la condizione che impone alla donna, per sposarsi, di essere messa all'asta come una sorta di schiavo da vendere, perché la compri chi offre il prezzo più alto» (De virginibus, I, 9, 56). Per questo Ambrogio incoraggia i genitori ad accettare la scelta di verginità dei figli e i figli a resistere alle difficoltà imposte dalla famiglia («Se vinci la famiglia, vinci anche il mondo», De virginibus, I, 11, 63).

Nel confronto con la società e gli ideali del mondo latino, Ambrogio accolse i valori civili della romanità con l'intento di dare ad essi nuovo significato all'interno della religione cristiana. Nel suo Esamerone esalta l'istituzione repubblicana (di cui l'antica repubblica romana era secondo lui un ammirevole esempio) prendendo spunto dalla spontanea organizzazione delle gru, che si dividono il lavoro avvicendandosi nei turni di guardia.

Nella visione di Ambrogio inoltre potere e dell'autorità, intesi come servizio («Libertà è anche il servire», Lettera 7), dovevano essere sottomessi alle leggi di Dio. Prendendo ispirazione dal racconto della corona imperiale e del morso di cavallo realizzati, secondo la tradizione, da Costantino con i chiodi della croce di Gesù, nel discorso funebre di Teodosio egli elogiò la sottomissione dell'imperatore a Cristo, dimostrata in primis dall'episodio di Tessalonica:

Di fronte al dispotismo e alla dissolutezza che avevano caratterizzato il comportamento di non pochi imperatori romani, Ambrogio vide nel cristianesimo una possibilità per "redimere" il potere imperiale e renderlo giusto e clemente. Nella sua idea, infatti, il cristianesimoavrebbe dovuto sostituire il paganesimo nella società romana senza per questo negare e distruggere le istituzione imperiali («Voi [pagani] chiedete pace per le vostre divinità agli imperatori, noi per gli stessi imperatori chiediamo pace a Cristo», Lettera 73 a Valentiniano II), ma anzi dando ai valori romani la nuova linfa offerta dalla morale cristiana.

Ambrogio richiamò infine la società romana nella quale era sempre più accentuato il divario tra ricchi e poveri; alla sperequazione economica, egli contrapponeva infatti la morale del Vangelo e della tradizione biblica.

Per lui era fondamentale la storia di Israele come popolo eletto: da qui la grande presenza dell'Antico Testamento nel rito ambrosiano, le numerosissime sue opere di commento agli episodi della storia ebraica, la conservazione della sacralità del sabato, ecc. Tuttavia, come era comune nel cristianesimo dei primi secoli, forte era anche la volontà di mostrare l'originalità cristiana rispetto alla tradizione giudaica (che non aveva riconosciuto Gesù come Messia) e di affermare l'indipendenza e le prerogative della Chiesa nascente.

Ad esempio, commentando un passo del vangelo di Luca in cui un uomo invaso dallo spirito di un demonio impuro, grida: «Ah! Che c'è fra noi e te, Gesù Nazareno? Sei venuto per rovinarci? So chi tu sei: il Santo di Dio», Ambrogio critica aspramente l'incredulità della gente circostante:

Le cronache storiche riportano un episodio che può essere considerato rivelatore dell'atteggiamento di Ambrogio nei riguardi degli ebrei. Nel 388, a Callinicum (Kallinikon, sul fiume Eufrate, in Asia, l'attuale al-Raqqa), una folla di cristiani diede l'assalto alla sinagoga e la bruciò. Il governatore romano condannò l'accaduto e, dispose affinché la sinagoga venisse ricostruita a spese del vescovo. L'imperatore Teodosio I rese noto di condividere quanto deciso dal suo funzionario. Ambrogio si oppose alla decisione dell'imperatore e gli scrisse una lettera (Epistulae variae 40) per convincerlo a ritirare l'ingiunzione di ricostruire la sinagoga a spese del vescovo. Egli si spinse ad affermare che quell'incendio non era affatto un delitto e che se lui non aveva ancora dato l'ordine di bruciare la sinagoga di Milano era solo per pigrizia e che bruciare le sinagoghe era altresì un atto glorioso.

Ambrogio non volle salire sull'altare finché l'imperatore non abolì il decreto imperiale riguardante la ricostruzione della sinagoga a spese del vescovo.

Secondo la visione del vescovo, nella questione della religione l'unico foro competente da consultare doveva essere la Chiesa cattolica la quale, grazie ad Ambrogio, divenne la religione statale e dominante. In questa impresa lo scopo era quello di avvalorare l'indipendenza della Chiesa dallo Stato, affermando anche la superiorità della Chiesa sullo Stato in quanto emanazione di una legge superiore alla quale tutti devono sottostare.

Sebbene non si possa parlare di una mariologia vera e propria (intesa come pensiero sistematico), sono numerosi nell'opera di Ambrogio i riferimenti a Maria: spesso, quando si presenta l'occasione, egli si rifà alla sua figura e al suo esempio.

La sua venerazione per Maria nasce soprattutto dal ruolo attribuitole nella storia della salvezza. Maria è infatti madre di Cristo, e dunque modello per tutti i credenti che, come lei, sono chiamati a "generare" Cristo:

Ambrogio difende strenuamente la verginità di Maria, soprattutto in relazione al mistero di Cristo: egli infatti, proprio perché nato da vergine, non ha contratto il peccato originale. Maria è anche la prima donna a cogliere i "frutti" della venuta di Cristo:

Maria è inoltre modello di virtù morali e cristiane, in primo luogo per le vergini («Nella vita di Maria risplende la bellezza della sua castità e della sua esemplare virtù») ma anche per tutti i fedeli; di lei vengono esaltate la sincerità (la verginità «di mente»), l'umiltà, la prudenza, la laboriosità, l'ascesi.

 

L'operato di Sant'Ambrogio a Milano ha lasciato segni profondi nella diocesi della città.

Già nel settembre del 600 Papa Gregorio Magno parlò del neoeletto vescovo di Milano, Deodato, non tanto come successore, bensì come "vicario" di sant'Ambrogio (equiparandolo quasi ad un secondo "vescovo di Roma").  Nell'anno 881 invece papa Giovanni VIII definì per la prima volta la diocesi "ambrosiana", termine che è rimasto ancora oggi per identificare non solo la Chiesa di Milano, ma talvolta anche la stessa città. L'eredità di Ambrogio è delineata principalmente a partire dalla sua attività pastorale: la predicazione della Parola di Dio coniugata alla dottrina della Chiesa cattolica, l'attenzione ai problemi della giustizia sociale, l'accoglienza verso le persone provenienti da popoli lontani, la denuncia degli errori nella vita civile e politica.

L'operato di Ambrogio lasciò un segno profondo in particolare sulla liturgia. Egli introdusse nella Chiesa occidentale molti elementi tratti dalle liturgie orientali, in particolare canti e inni. Si attribuisce ad Ambrogio l'inno Te Deum laudamus, ma la questione è controversa e negata anche da Luigi Biraghi. Le riforme liturgiche furono mantenute nella diocesi di Milano anche dai successori e costituirono il nucleo del Rito ambrosiano, sopravvissuto all'uniformazione dei riti e alla costituzione dell'unico rito romano voluta da papa Gregorio I e dal Concilio di Trento.

In dialetto milanese Ambrogio viene chiamato sant Ambroeus (grafia classica) o sant Ambrös (entrambi pronunciati "sant'ambrœs").

Alla sua figura è ispirato anche il premio Ambrogino d'oro, che è il nome non ufficiale con cui sono comunemente chiamate le onorificenze conferite dal comune di Milano.

Sant'Ambrogio e il canto liturgico

Con il termine di ambrosiano non si definisce solo il rito della Chiesa Cattolica che fa riferimento al santo, ma anche un preciso modo di cantare durante la liturgia. Esso viene indicato con il nome di canto ambrosiano. Esso è caratterizzato dal canto di inni, cioè di nuove composizioni poetiche in versi, che vengono cantate da tutti i partecipanti al rito.

A differenza di quanto avveniva per i salmi, solitamente cantati da un solista o da un gruppo di coristi, essi vengono invece cantati da tutti i partecipanti, in cori alternati, normalmente tra donne e uomini, ma in altri casi tra giovani e anziani o anche tra fanciulli e adulti. Alcuni di questi inni sono stati sicuramente composti da Ambrogio. La certezza viene dal fatto che a menzionarli è sant'Agostino, discepolo di Sant'Ambrogio:

 

  • Aeterne rerum conditor (cf. Retractionum I,21);

  • Iam surgit hora tertia (cf. De natura et gratia 63,74);

  • Deus creator omnium (ricordato nelle Confessioni e citato complessivamente ben cinque volte dal vescovo di Ippona);

  • Intende qui regis Israel (cf. Sermo 372 4,3).

Attraverso la liturgia della Chiesa cattolica in generale e di quella ambrosiana in particolare, sono giunti poi fino a noi una moltitudine di inni in stile ambrosiano. I ricercatori hanno cercato di trovare dei criteri per indicare quelli che, con più certezza, sono stati composti da Ambrogio. Nel 1862 Luigi Biraghi ne indicava tre: la conformità degli inni con l'indole letteraria di Ambrogio, con il suo vocabolario e con il suo stile. Con questi criteri egli arrivò a selezionare diciotto inni.

Gli autori dell'edizione delle opere poetiche di Ambrogio in un volume stampato nel 1994, che ha portato a compimento l'Opera Omnia, in latino e in italiano, del vescovo di Milano, hanno ridotto questo numero certo a tredici canti, escludendo quelli per le ore minori, per i martiri e della verginità. L'esclusione va ascritta alla metrica di questi testi.

Ambrogio aveva una predilezione per il numero otto. I suoi inni sono tutti di otto strofe con versi ottosillabici. Egli vedeva in questo numero la risurrezione di Cristo, la novità cristiana e la vita eterna (octava dies, l'ottavo giorno della settimana, cioè il nuovo giorno, in cui inizia l'era del Cristo). Per questi studiosi appare improbabile che egli sia venuto meno a questa preferenza e quindi quelli di due o di quattro strofe non vengono attribuiti al vescovo milanese.

Per questi storici inoltre non vi è motivo di dubitare che l'autore della melodia, che aveva una conoscenza musicale approfondita, sia lo stesso Ambrogio dato che per loro natura questi inni nascono unitamente alla musica. Le sue opere rivelano, oltre a una perfetta conoscenza scolastica, anche una particolare propensione musicale. Egli parla dell'arte musicale con cognizione tecnica e non solo con estetica raffinatezza come il suo discepolo Agostino.

Su Sant'Ambrogio vi sono numerose leggende miracolistiche:

 

 

Curiosità

  • S.Ambrogio, essendo patrono delle api, rappresenta al meglio l'operosità non solo quella risaputa dei milanesi, di cui è patrono festeggiato il 7 dicembre, ma di tutti coloro che si impegnano nel lavoro, con combattività, spirito di sacrificio e di spirito di abnegazione.

  • Inoltre S.Ambrogio ha come secondo simbolo il gabbiano che è legato alla sensazione di libertà e spazio immenso. Il gabbiano trova l'equilibrio e si alimenta di ciò che trova nel rispetto della sua natura di predatore e onnivoro che non si tira indietro a nulla per la propria sopravvivenza.

  • Per le suddette simbologie, e per tutte le altre che sia le api che i gabbiani rappresentano, S.Ambrogio è ormai considerato da tempo il protettore delle startup innovative che vedono in S.Ambrogio, guida sicura con la sua famosa frase di valore eterno: "Voi pensate che i tempi sono cattivi, i tempi sono pesanti, i tempi sono difficili. Vivete bene e muterete i tempi".

 

 

 

SANT'ANSELMO DI AOSTA

 



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Anselmo d'Aosta, o Anselmo di Canterbury o Anselmo di Le Bec (Aosta1033 o 1034 – Canterbury21 aprile 1109), fu un teologo, filosofoarcivescovo cattolico franco, considerato tra i massimi esponenti del pensiero medievale cristiano. Anselmo è noto soprattutto per i suoi argomenti a dimostrazione dell'esistenza di Dio.

 

Anselmo nacque nel 1033 (o all'inizio del 1034) probabilmente nei pressi di Aosta, allora parte del regno di Arles al confine con la Lombardia, da una famiglia nobile, anche se in declino, imparentata con la casa Savoia e con ampi possedimenti terrieri. Suo padre, Gundulfo (o Gandolfo), era un longobardo, dedito agli affari e non particolarmente affettuoso verso il figlio; sua madre, Ermemberga (o Eremberga), apparteneva a un'antica famiglia nobile burgunda,  legata da rapporti di parentela a Oddone di Savoia; risulta che fosse una madre di famiglia pia e virtuosa.

Fin da piccolo Anselmo espresse un forte sentimento religioso e un'altrettanta forte sete di conoscenza; il suo biografo Eadmero di Canterbury riferisce che, vivendo in una zona montuosa, il giovinetto si formò l'ingenua convinzione che il paradiso, in cui Dio stesso doveva risiedere, si trovasse in cima alle montagne. Anselmo venne affidato a un istitutore, suo parente, che però si rivelò tanto severo da produrre in lui uno stato di infermità, dal quale guarì lentamente grazie alle cure materne. La sua educazione successiva venne affidata ai benedettini di Aosta. All'età di quindici anni Anselmo espresse il desiderio di diventare monaco, ma il padre, fermamente intenzionato a fare del ragazzo il proprio erede, si oppose e i monaci del convento locale, non volendo contrariare Gandolfo, respinsero la domanda di Anselmo.

La delusione e la frustrazione per il rifiuto causarono una forte reazione nel giovane, che, pregò Dio di farlo ammmalare, per impietosire i monaci e convincerli ad accoglierlo; intervenne in lui una crisi psicosomatica  ma questo non servì a far sì che Anselmo venisse accettato nel monastero. Più tardi, l'ardore religioso del giovane si acquietò e, benché sempre intenzionato a ottenere il suo scopo in un futuro più o meno lontano, poco alla volta le passioni mondane lo coinvolsero e, soprattutto dopo la morte della madre (nel 1050), si dedicò sempre più spesso ad altri interessi più materiali. Intanto i rapporti con il padre si facevano sempre più tesi e a ventitré anni, Anselmo partì, con un servo, intenzionato ad oltrepassare il  Moncenisio diretto in Francia.

Superate le Alpi, i due girovagarono per tre anni tra la Burgundia e la Francia prima di giungere in Normandia, nel 1059; qui egli venne a sapere dell'abbazia benedettina che era stata fondata a Bec nel 1034 e attirato dalla fama di Lanfranco di Pavia, riuscì ad esservi ammesso come novizio, sottomettendosi alla regola benedettina, che in futuro ne avrebbe influenzato significativamente il pensiero.

I progressi di Anselmo negli studi furono rapidi e brillanti, tanto che, quando nel 1063 Lanfranco fu nominato abate dell'abbazia di Saint-Étienne di Caen, Anselmo venne eletto come suo successore e  priore dell'abbazia di Bec, benchè molti monaci più anziani, ffesi dalla sua promozione, ben presto si resero conto delle sue doti, del suo senso della misura nel gestire la carica e delle sue competenze di insegnante, il chè gli valse l'affetto di tutta la comunità monastica.

Nei quindici anni in cui fu priore a Bec, impegnato tra i doveri derivanti dalla carica e l'aspirazione all'isolamento e alla contemplazione, Anselmo rimaneva spesso sveglio durante la notte, in preghiera o nella scrittura. Risale infatti a quegli anni l'inizio della sua attività di scrittore, per i suoi allievi, (ma anche alcune nobildonne laiche al di fuori) di testi su cui meditare e pregare. 

La composizione di due delle sue opere teologiche più rilevanti, il Monologion (Soliloquio) del 1076 e il Proslogion (Colloquio) del 1078, avvenne proprio in quel periodo.

Nel 1078, alla morte del fondatore dell'abbazia di Bec, Erluino, Anselmo gli succedette come abate venendo consacrato il 22 febbraio 1079dal vescovo di Évreux. Anselmo accettò la carica, riluttante perchè avrebbe comportato ulteriori responsabilità e doveri sottraendogli tempo alla riflessione e alla preghiera, ma venne sostenuto dai confratelli. Egli fu molto apprezzato come abate per via del suo acume, delle su virtù e per la sua capacità di rapportarsi con gentilezza con tutti dentro e fuori il monastero; la nuova carica lo portò a stringere rapporti con l'Inghilterra, dove l'abbazia normanna aveva alcuni possedimenti; viaggiò fino a Canterbury, di cui Lanfranco era diventato arcivescovo nel 1070, ed ebbe modo di farsi conoscere e apprezzare dalla nobiltà e dalla corte inglesi, oltre che dallo stesso re Guglielmo il Conquistatore. Divenne così il candidato naturale a succedere a Lanfranco come arcivescovo di Canterbury. Anselmo fu anche costretto a battersi per conservare l'indipendenza dell'abbazia di Bec dalle autorità civili ed ecclesiastiche.

 

Nonostante l'importanza dei suoi impegni di amministratore e di guida e la puntualità con cui li assolveva, Anselmo rimase per tutta la vita soprattutto un intellettuale: nel periodo in cui fu abate di Bec portò avanti una significativa attività pedagogica e didattica e, tra il 1080/85, compose il De grammatico (Sul significato della parola "grammatico") e i tre dialoghi sulla libertà, il De veritate (Sulla verità), il De libertate arbitrii (Sulla libertà della volontà) e il De casu diaboli (La caduta del diavolo). Sotto Anselmo, Bec divenne uno dei centri di studio e insegnamento più importanti d'Europa, attirando studenti da tutta la Francia, dall'Italia e da altri Paesi.

 

Quando, nel 1089, morì Lanfranco, Guglielmo II d'Inghilterra confiscò i possedimenti e le rendite della sede arcivescovile di Canterbury e si astenne dal nominare un successore. Anselmo, che pure pur non voleva rimanere in Inghilterra per non far pensare che aspirasse all'arcivescovado di Canterbury, accettò l'invito di Ugo d'Avranches a recarsi oltremanica nel 1092 e vi si trattenne per quasi quattro mesi, e, giungendo a Canterbury alla vigilia della Natività della Beata Vergine Maria, venne salutato entusiasticamente dalla folla come prossimo arcivescovo; quando ebbe esaurito i suoi impegni, il re gli negò il permesso di rientrare in Francia. Nel 1093, però, Guglielmo cadde gravemente malato ad Alveston e, desiderando fare ammenda per la condotta peccaminosa alla quale attribuiva la causa del suo male, ordinò che Anselmo venisse nominato arcivescovo di Canterbury all'inizio di marzo.

Tuttavia, Anselmo tentò di rifiutare la carica sostenendo di non essere adatto, in quanto monaco, a occuparsi di affari secolari, adducendo varie scuse. Il 24 agosto Anselmo sottopose a Guglielmo le condizioni alle quali avrebbe accettato l'arcivescovato: che Guglielmo restituisse le terre confiscate, che accettasse la preminenza di Anselmo sul piano spirituale, che riconoscesse Urbano II come Papa, in opposizione all'antipapa Clemente III.

Riluttante sinceramente ad accettare tali richieste e, benché la situazione favorisse Anselmo, il re era disposto ad accordargli solo la prima. Arrivò al punto di sospendere i preparativi per l'investitura di Anselmo, ma poi, sotto la pressione del volere pubblico, fu costretto a portare a termine l'assegnazione della carica. Riuscì tuttavia ad accordarsi con Anselmo con un compromesso vantaggioso per la monarchia: la restituzione delle terre rimase l'unica concessione fatta dal re all'arcivescovato. Anselmo ottenne quindi il consenso dei suoi ex confratelli ad essere dispensato dai doveri che lo legavano all'abbazia di Bec, rese l'omaggio feudale a Guglielmo e il 25 settembre 1093 si insediò a Canterbury, ricevendo le terre già prima confiscate all'arcivescovato e il 4 dicembre venne consacrato arcivescovo.


È di questo periodo l’instancabile attività di Anselmo a favore della “libertà della Chiesa” e dell’indipendenza del potere spirituale da quello temporale. Impegnativa la sua difesa dalle ingerenze delle autorità politiche, specie in contrapposizione con il Re e il relativo scontro che ne conseguì e che gli costò per ben due volte l’esilio dalla sede di Canterbury; Anselmo concepiva la Chiesa come un'entità universale, con propria autonomia e autorità, dalla quale lo Stato doveva dipendere per la sua missione e per la sua investitura, cosa contraria alle idee di Guglielmo che, seguendo quanto già sostenuto dal suo predecessore, attribuiva al re il controllo su ambedue.

La figura di Anselmo, è vista dagli storici sia come quella di un monaco contemplativo che come un politico intelligente, capace e determinato a conservare i privilegi della sede episcopale di Canterbury.

 

In anni successivi non ci furono aperte dispute tra Anselmo e il re, anche se questi fece del suo meglio per impedire che Anselmo portasse avanti una riforma della Chiesa in senso gregoriano. Nel frattempo, nel 1094, Anselmo aveva ultimato la composizione dell'Epistola de incarnatione Verbi (Lettera sull'incarnazione del Verbo), dedicata proprio a Urbano II.

Nel 1097, dopo l'insuccesso di una campagna militare diretta a sedare una rivolta in Galles, Guglielmo accusò Anselmo di avergli fornito una quantità insufficiente di truppe e gli ordinò di comparire presso il tribunale reale; Anselmo rifiutò e chiese al re di potersi recare a Roma per chiedere consiglio al Papa, ma ciò gli venne negato.
Nel corso di un negoziato che si tenne a Winchester, Anselmo venne messo di fronte a due possibilità: partire, ma in questo caso non avrebbe più potuto fare ritorno al suo incarico di arcivescovo, o rimanere, ma avrebbe dovuto pagare un risarcimento a Guglielmo e rinunciare a ogni ulteriore appello a Roma.  Anselmo, deciso a difendere la visione di una Chiesa non sottomessa ad alcuna autorità terrena, scelse l'esilio, e nell'ottobre 1097 lasciò l'Inghilterra diretto a Roma. Guglielmo si impossessò immediatamente delle rendite della sede arcivescovile di Canterbury, anche se formalmente Anselmo conservava la carica di arcivescovo.

Anselmo giunse a Cluny in dicembre e passò il resto dell'inverno a Lione, presso Ugo di Romans; nella primavera del 1098 arrivato a Roma, fu salutato dal Papa con grandi manifestazioni di stima e simpatia. Urbano II, che non voleva essere coinvolto più del necessario nelle vicende che contrapponevano Anselmo a Guglielmo II, non poté fare altro che indirizzare al sovrano inglese una lettera di rimostranze e l'invito a reintegrare l'arcivescovo nella carica. Anselmo passò l'estate a Sclavia, presso il suo amico (già monaco a Bec e ora abate del monastero di TeleseGiovanni di Telese; qui terminò la sua opera Cur Deus homo (Perché Dio [si è fatto] uomo), che aveva iniziato in Inghilterra. Ttrascorse quindi un periodo presso Capua, dove fu raggiunto da papa Urbano II. Questi, nell'ottobre 1098, indisse a Bari un concilio destinato a risolvere una questione dottrinale posta dalla Chiesa greca a proposito della processione dello Spirito Santo: più in generale, tra gli obiettivi del sinodo era quello di ricondurre a una comune posizione teologica i due grandi ceppi ecclesiastici venutisi a formare con lo scisma del 1054.  Ad Anselmo, che già si era espresso sull'argomento nell'Epistola de incarnatione Verbi,  fu chiesto di partecipare alla discussione e il Papa gli assegnò un ruolo importante nella disputa: espose infatti la posizione della Chiesa latina, secondo la quale lo Spirito Santo procede tanto dal Padre quanto dal Figlio, in modo così convincente da risolvere la disputa e persuadere i rappresentanti della Chiesa greca (i suoi argomenti in seguito sarebbero stati raccolti nel testo De processione Spiritus SanctiSulla processione dello Spirito Santo). Anche il caso individuale di Anselmo venne sottoposto all'attenzione dell'assemblea, la quale avrebbe scomunicato Guglielmo se non fosse stato per l'intercessione di Anselmo stesso.

Anselmo e i suoi compagni, a questo punto, sarebbero volentieri rientrati a Lione, ma venne loro ordinato di trattenersi in Italia per partecipare a un altro concilio, che doveva tenersi a Roma verso il periodo di Pasqua del 1099. Durante questo sinodo venne nuovamente ed energicamente sottolineata la posizione della Chiesa contro l'investitura del potere spirituale da parte dei laici, contro la simonia e contro il concubinato dei religiosi. A Roma si verificarono ulteriori attriti tra Urbano II e Guglielmo di Warelwast, rappresentante di Guglielmo II d'Inghilterra, con nuove minacce di scomunica al re se Anselmo non avesse riottenuto la sua carica; tuttavia, ancora una volta, la questione venne rimandata e, a causa della morte di Urbano in luglio, rimase di fatto insoluta.

Infine, nel corso dello stesso anno 1099, Anselmo poté tornare a Lione; durante il soggiorno in questa città portò a compimento il trattato De conceptu virginali et originali peccato (Sull'Immacolata Concezione e sul peccato originale) e la Meditatio de humana redemptione(Meditazione sulla redenzione dell'uomo).

Guglielmo II rimase ucciso durante una partita di caccia nel 1100 e gli succedette il fratello minore, Enrico I, il quale invitò Anselmo a tornare in Inghilterra e si impegnò a farne un suo consigliere. Enrico cercava di ottenere l'appoggio di Anselmo nella propria rivendicazione del trono, a discapito, tra gli altri, del fratello maggiore Roberto.

Anselmo fu accolto con calore, ma il problema delle investiture si pose subito e in modo grave: il re, che pure inizialmente era conciliante, esigeva che Anselmo gli rendesse l'omaggio feudale  e che si assoggettasse a ricevere da lui l'investitura ad arcivescovo. ma egli non poteva tuttavia sottomettersi a queste richieste, dal momento che il papato (proprio con il recente concilio di Roma) aveva vietato agli ecclesiastici di rendere l'omaggio ai laici e di ricevere da questi l'investitura a cariche religiose.

Enrico e Anselmo inviarono messaggeri a Roma a richiedere un'esenzione che consentisse al re di investire personalmente l'arcivescovo e di ottenerne l'omaggio. Nel frattempo i due riuscirono a collaborare: Anselmo contribuì a rimuovere gli ostacoli al matrimonio di Enrico con Matilde di Scozia, erede dei sovrani di Sassonia, diede poi la sua personale benedizione a tale matrimonio e rimase sempre in contatto epistolare con la nuova regina. Inoltre, mentre l'Inghilterra era minacciata d'invasione dai Normanni, Anselmo si schierò pubblicamente a favore di Enrico, causando la ritirata del rivale.

Papa Pasquale II, succeduto a Urbano II, non voleva deroghe ai divieti della Chiesa sulle investiture ed un nuovo gruppo di legati che si erano recati a Roma, al loro ritorno, affermarono che Pasquale aveva acconsentito a un'eccezione nel caso di Enrico e Anselmo senza però metterla per iscritto. Tutto ciò fu però negato dai legati di Anselmo, il quale continuò a rifiutarsi di consacrare i vescovi investiti dal re. Enrico chiese allora ad Anselmo di recarsi a Roma personalmente e questi, decise di partire per discutere la questione con il Papa, il 27 aprile 1103.


Secondo esilio

Anselmo discutendo con Pasquale II, ottenne da Lui ancora una netta opposizione all'investitura degli ecclesiastici da parte dei laici e all'omaggio ma, prima di tornare in Inghilterra, ricevette un messaggio di Guglielmo che lo rivoleva a ripristinare tali vecchie pratiche dell'investitura, dunque egli rimase a Lione fino al marzo 1106, dove stese il De processione spiritus sancti.

Quando il Papa scomunicò Roberto di Beaumont, consigliere di Enrico I, che aveva insistito affinché il re continuasse invece, a praticare l'investitura da parte di laici, scomunicando anche altri prelati,  minacciando al sovrano la scomunica, Alla fine, l'arcivescovo e il re riuscirono a incontrarsi a l'Aigle nel luglio 1105 e raggiunsero un compromesso, approvato dal Papa, che nel marzo 1106, lo ratificò. La lettera del Papa autorizzava Anselmo anche a revocare la scomunica di coloro che erano stati investiti da laici o che a laici avevano reso l'omaggio feudale e lo invitava ad assolvere il re e la regina d'Inghilterra da tutti i loro peccati.

Il ritorno di Anselmo a Canterbury venne però rimandato, per alcuni problemi di salute dell'anziano arcivescovo, poi incontrò Enrico a Bec; il re aggiunse alle concessioni fatte anche la restituzione delle chiese confiscate a suo tempo da Guglielmo II e promise di risarcire il clero inglese dei danni economici patiti a causa della lotta per le investiture. Così, i due si riappacificarono..


Ritorno in Inghilterra e ultimi anni

Anselmo fece trionfale ritorno in Inghilterra nel 1107 concludendo il "concordato di Londra", che formalizzava e annunciava pubblicamente il compromesso tra Enrico e Anselmo: nessun vescovo avrebbe dovuto ricevere l'investitura da un laico, ma il fatto di aver reso l'omaggio a un laico non avrebbe impedito a nessuno di ricoprire la carica di vescovo. Le sedi vescovili e abbaziali (alcune delle quali erano vacanti ancora dai tempi di Guglielmo II) vennero assegnate e Anselmo, che riprese le funzioni di arcivescovo di Canterbury, consacrò tutti i nuovi vescovi. Ccontinuò ad occuparsi dei doveri di arcivescovo, a meditare e a scrivere testi di teologia, come il De concordia praescientiae et praedestinationis et gratiae Dei cum libero arbitrio (Sulla compatibilità della prescienza, della predestinazione e della grazia di Dio con il libero arbitrio) Fu inoltre coinvolto in una disputa circa il primato dell'arcidiocesi di Canterbury su quella di York, disputa che non sarebbe stata superata se non dopo la sua morte.

Anselmo morì il 21 aprile 1109mercoledì santo e venne sepolto nella cattedrale di Canterbury. Le sue spoglie vennero però esumate durante i disordini a sfondo religioso che ebbero luogo durante il regno di Enrico VIII d'Inghilterra e se ne persero le tracce.

 

Il processo di canonizzazione di Anselmo fu avviato da Tommaso Becket (uno di coloro che ne continuarono l'opera volta a garantire l'indipendenza della Chiesa inglese dal potere politico) e venne concluso da papa Alessandro III nel 1163.

 

 

Pensiero

Oltre ad aver svolto un importante ruolo politico nella disputa sulle investiture in Inghilterra, Anselmo d'Aosta fu pensatore di grande spessore nell'ambito della filosofia cristiana medievale ed uno dei principali esponenti della riflessione di area europea, il principale filosofo dell'XI secolo e il primo grande pensatore del Medioevo dopo Giovanni Scoto Eriugena.

Il suo lavoro è caratterizzato da una grande originalità e sono rari, nella sua opera, i riferimenti a pensatori del passato: ciò rende difficile identificare le influenze che hanno contribuito a dar forma al suo pensiero. La fonte principale della riflessione di Anselmo è l'autorità della Bibbia e il neoplatonismo cristiano di Agostino d'Ippona; l'importanza dell'influenza di pensatori come Giovanni Scoto Eriugena e lo Pseudo-Dionigi l'Areopagita, un tempo considerata significativa, è oggi giudicata tutto sommato trascurabile, mentre si tende a evidenziare l'importanza rivestita da Aristotele e da Severino Boezio; tra le altre cose, importante la sua concezione del male come privo di positività ontologica e la teoria dei futuri contingenti che garantiscono la compatibilità della prescienza di Dio con la libertà umana. L'influenza del maestro Lanfranco probabilmente non fu, se non forse per l'interesse alla dialettica, determinante.


Rapporto tra ragione e fede

Nella riflessione di Anselmo, prevalentemente teologica, la ragione svolge un ruolo di fondamentale importanza: nella concezione anselmiana del rapporto tra la filosofia e la teologia, la dimensione della ricerca razionale ha infatti un posto molto rilevante.

Egli riteneva che il presupposto di ogni sapere dovesse essere necessariamente la fede nella rivelazione delle sacre scritture, e che, quindi, si dovesse credere per comprendere piuttosto che comprendere per credere; in altre parole sosteneva, ispirandosi alle parole di Isaia «se non hai fede, non capirai», che il fondamento di ogni conoscenza dovesse provenire dalla fede e che solo su di essa potesse innestarsi il lavoro della ragione, volto all'approfondimento e alla comprensione dei dogmi.

Anselmo tuttavia riponeva grande fiducia nella capacità della ragione di portare avanti con successo questo suo ruolo di chiarificazione e comprensione dei dati di fede: egli giudicava «presunzione non mettere per prima cosa la fede, [...] negligenza non fare successivamente appello alla ragione».

Nella concezione anselmiana della fede aveva molta importanza la dimensione affettiva (cioè legata all'ambito della volontà): l'amore di Dio che alimenta la fede è in gran parte assimilabile a un amore per la conoscenza di Dio stesso, e dunque viene attribuita una notevole importanza alla ragione, in quanto veicolo di questa ricerca di conoscenza.

La riflessione filosofica e teologica di Anselmo, caratterizzata dal primario ruolo riconosciuto alla ragione nell'approfondimento e nella comprensione dei dati di fede, si articolò su diversi problemi: dimostrazioni a priori e a posteriori dell'esistenza di Dio, indagini sui suoi attributi, analisi di questioni di dialettica e di logica sulla verità e sulla conoscibilità di Dio, studio di problemi dottrinali come quello circa la Trinità o quelli legati al libero arbitrio, al peccato originale, alla grazia e in generale al male.

Anselmo venne canonizzato nel 1163 e proclamato dottore della Chiesa nel 1720 da papa Clemente XI (1649–1721).

 

Esistenza di Dio e attributi divini dimostrati a posteriori: il Monologion

Benché concepisse la fede come fondamento di ogni conoscenza, Anselmo riteneva che un argomento razionale potesse convincere anche un non credente. Nel suo primo scritto filosofico importante, il Monologion, Anselmo si pone dalla prospettiva di chi ignori la rivelazione cristiana o non vi creda e, adottando tale prospettiva, intende dimostrare l'esistenza di Dio e dedurre alcuni dei suoi attributi per mezzo di procedimenti razionali a posteriori (basati su evidenze tratte dal mondo sensibile e sviluppate con procedimenti razionali).

La dimostrazione dell'esistenza di Dio proposta da Anselmo nel Monologion è di ascendenza platonica; ispirata almeno in parte al neoplatonismo di Agostino d'Ippona. Le cose del mondo sono caratterizzate da gradi diversi di perfezione, la convinzione è che se le cose sono più o meno perfette, ciò dipende dal fatto che tali cose partecipano in maniera più o meno diretta di un ente assolutamente perfetto.

Tale idea viene sviluppata, per esempio, a proposito del bene:; tale bene è buono in sé e per sé, mentre ogni altra cosa è buona riferendola a quel bene che si colloca a un livello gerarchicamente superiore a ogni altro bene.

Dopodiché, avendo dimostrato che deve esistere un ente che corrisponde al sommo bene, Anselmo applica il medesimo procedimento ad attributi come la perfezione e la stessa esistenza, così da provare che deve esistere qualcosa caratterizzato da assoluta perfezione e assoluta pienezza d'essere (e dal quale tutte le creature finite ricavano la loro misura di perfezione e di esistenza).

Secondo Anselmo, tanto l'ente sommamente buono, quanto quello caratterizzato dal sommo grado di esistenza, quanto quello sommamente perfetto, coincidono con il Dio della rivelazione cristiana, la cui esistenza è quindi provata a partire da dati di esperienza come la gradazione del bene e della perfezione, e come il processo di causazione degli enti da un essere primo.

La seconda parte, quantitativamente preponderante, del Monologion è dedicata all'analisi degli attributi, cioè delle caratteristiche, di Dio. Alcuni di questi attributi divini (la bontà, la perfezione e il ruolo di causa incausata di tutti gli esseri finiti) sono conseguenze immediate dell'argomento appena esposto. Tuttavia Anselmo intende spingersi oltre nella definizione degli attributi di Dio, e sostiene che la perfezione divina implica, per esempio, anche le caratteristiche di eternità e intelligenza.

Alla luce del carattere creativo di Dio, dal quale dipende tutto l'esistente, egli propone una rielaborazione della dottrina del Logos (Verbo), tradizionalmente inteso come corrispondente alla seconda persona della Trinità (il Figlio) e come intermediario tra Dio e il Mondo, così come nella filosofia neoplatonica era intermediario tra l'Uno e il Mondo. Egli giunge alla conclusione che ogni ente creato dal nulla esisteva, prima di essere creato, nella mente di Dio. Pertanto Anselmo sostiene che nella mente di Dio esistono i modelli ideali su cui sono costruiti tutti gli enti finiti che risultano dalla creazione e che la creazione consiste nell'atto con cui Dio pronuncia fra sé e sé il Verbo che è fondamento di tutte le creature.

Anselmo, discutendo dell'analogia che sussiste tra il Verbo divino e il pensiero (o Logos) umano, sostiene che gli uomini conoscono le cose per mezzo di immagini e che tali immagini sono tanto più veritiere quanto più aderiscono alla cosa; simmetricamente, in Dio esiste il Verbo, che costituisce l'essenza delle cose e le cose sono modellate su di esso. La terza persona della Trinità, lo Spirito Santo, viene identificata con la facoltà umana dell'amore. In Dio, afferma Anselmo, sussistono tre distinte persone che formano una sola essenza e una sola divinità; questo può essere reso più comprensibile alla ragione per mezzo di un'analogia di origine agostiniana: come l'animaumana, pur essendo assolutamente unitaria, si compone di tre facoltà (memoria, intelligenza e volontà), così Dio, pur essendo assolutamente unitario, si compone di tre persone (Padre, Figlio e Spirito Santo).

Egli analizza poi altri modi per descrivere la sostanza divina e propone di considerarla come ciò che c'è di più grande, di sommo, cioè maggiore di tutte le creature; o, ancora, come ciò che presenta tutte e sole le caratteristiche che è meglio avere piuttosto che non avere. Con ciò, Dio comunque possiede tali caratteristiche in virtù di sé stesso e non di altri principi; inoltre la molteplicità di tali caratteristiche non significa che Dio sia composito, dal momento che nell'essenza divina ogni attributo coincide con tutti gli altri e con la stessa essenza divina in una suprema unità e semplicità.

 

Esistenza di Dio e attributi divini dimostrati a priori: il Proslogion

Anselmo ancora insoddisfatto della dimostrazione dell'esistenza di Dio e dell'indagine sulle sue caratteristiche per come esse erano state condotte nel Monologion aspiravai a costruire un argomento più semplice e interamente autosufficiente in grado di portare alle stesse conclusioni. Un simile argomento, venne esposto nel Proslogion (il cui titolo, originariamente, era stato Fides quaerens intellectum, cioè «la fede in cerca della comprensione»).

L'argomento del Proslogion (noto anche, come argomento ontologico è del tipo a priori: è cioè basato su una definizione di Dio ricavata dalla fede e sviluppata secondo un procedimento razionale che aspira ad essere valido in sé, anteriormente a ogni dato di esperienza.

Schema logico dell'argomento ontologico

  • Chi nega l'esistenza di Dio (come lo stolto del Salmo: «che disse in cuor suo: Dio non esiste».)

  • deve avere il concetto di Dio

  • non si può infatti negare la realtà di qualcosa che non si pensa neppure, per negarla devo pensarla

  • avere il concetto di Dio significa: pensare un essere di cui non si può pensare nulla di maggiore ("aliquid quo nihil maius cogitari possit")

  • ma poiché «si potrebbe pensare un ente che, oltre agli attributi riconosciuti proprî di Dio, possedesse anche quello dell'esistenza, e quindi fosse maggiore di lui.» questa, allora, sarebbe un'idea maggiore di quella di Dio

  • quindi, ciò di cui non possiamo pensare nulla di maggiore, essendo il maggiore di tutti gli enti, non può non avere la caratteristica dell'esistenza: esistere senza dubbio sia nell'intelletto sia nella realtà ("existit ergo procul dubio aliquid quo maius cogitari non valet, et in intellectu et in re"

 

L'argomentazione di Anselmo prende dunque le mosse dalla definizione di Dio come «ciò di cui non può essere pensato niente di maggiore».

Ora, sostiene Anselmo, il concetto di «ciò di cui non può essere pensato niente di maggiore» esiste nella mente dello «stolto» (o di chiunque altro) come nella mente del pittore esiste l'immagine di qualcosa che egli sta per disegnare, ma che ancora non esiste al di fuori del suo pensiero. Tuttavia, qualcosa che esiste solamente nella mente di qualcuno non è tanto grande quanto qualcosa che esiste anche nella realtà esterna, nel mondo effettivo delle cose: perciò non può essere pensato nulla di maggiore non sarebbe tale se non fosse dotato di un'esistenza effettiva anche fuori dalla mente di chi si forma quel concetto. Il che conduce alla conclusione per cui esiste necessariamente qualcosa di cui non può essere pensato niente di maggiore e che non può essere pensato se non come esistente. Si tratta in fondo di una dimostrazione per assurdo, basata in gran parte sull'approccio apofatico della teologia negativa, in base al quale è doveroso per la mente umana riconoscere l'esistenza di Dio come suo limite.

Come il Monologion, il Proslogion contiene numerosi capitoli nei quali l'autore indaga gli attributi di Dio: partendo dalla definizione della divinità come ciò di cui non può essere pensato il maggiore, Anselmo conclude che Dio deve essere necessariamente l'essere supremo e quindi supremamente buono, giusto e felice. Sempre in relazione al Monologion, risulta ora tanto più giustificata l'idea che Dio debba essere caratterizzato da tutte le peculiarità che è preferibile avere piuttosto che non avere.

In effetti risulta che un Dio come questo, che (in accordo anche con la Bibbia) è necessariamente onnipotente, deve essere impossibilitato a fare il male perché è anche assolutamente benevolo; questo non è però contraddittorio dal momento che, per Anselmo, la capacità di fare il male non è in realtà una vera potenza, quanto piuttosto un'impotenza (il che è coerente con la sua interpretazione del male come privazione, cioè come pura negazione dell'essere e del bene, non dotata di un'autonoma positività ontologica). Non deve quindi stupire, secondo lui, che Dio non possa fare il male o contraddirsi.

Nei capitoli conclusivi del testo, Anselmo ribadisce e approfondisce l'analisi degli attributi divini iniziata nel Monologion, aggiungendo inoltre un accenno all'identità di esistenza ed essenza in Dio il quale prefigurava, anche se da lontano, i risultati che avrebbe raggiunto più tardi Tommaso d'Aquino.


Le critiche di Gaunilone all'argomento ontologico e la risposta di Anselmo. Gaunilone, un monaco benedettino contemporaneo di Anselmo, usò un argomento simile a questo per attaccare la prova a priori del Proslogion in un testo intitolato Liber pro insipiente (Libro a difesa dello stolto); a Gaunilone Anselmo rispose nel Liber apologeticus adversus respondentem pro insipientem (Libro apologetico contro la risposta in difesa dello stolto) e da allora, per volontà dello stesso Anselmo, il Proslogion venne sempre riprodotto con il corredo di questa doppia appendice.

 

nel suo Libro a difesa dello sciocco il monaco Gaunilone obietta:

in realtà l'ateo ha in mente solo la parola Dio non l'idea di Dio di cui è impossibile per la sua infinitudine avere una conoscenza sostanziale: ma anche ammesso di avere un'idea perfetta questo non significa che poi vi debba necessariamente corrisponderne l'esistenza: se così fosse basterebbe pensare alle mitiche perfette Isole Fortunate perché poi queste esistessero nella realtà.

S.Anselmo controbatte che il suo argomento vale solo per quella realtà perfettissima che è Dio, in grado cioè non solo di riempire, ma di trascendere il pensiero stesso che lo ospita. Dio infatti non è soltanto «ciò di cui non si può pensare nulla di più grande» (id quo maius cogitari nequit), ma è anche «più grande di quel che si possa pensare» (quod maior sit quam cogitari): l'ammissione dei propri limiti costringe l'intelletto umano a riconoscere una realtà ontologica che lo sovrasta.

L'argomentazione del Liber pro insipiente, articolata su diversi punti e accompagnata da alcuni esempi, si può sintetizzare nell'osservazione di Gaunilone secondo cui il fatto di avere nell'intelletto un concetto come quello di «ciò di cui non può essere pensato il maggiore», e di pensarlo come esistente, è profondamente diverso dal fatto che ciò di cui non può essere pensato il maggiore effettivamente esista: egli cioè sostiene che non si può passare direttamente dal piano del pensiero al piano dell'esistenza, aggiungendo che quello di «ciò di cui non può essere pensato il maggiore» è un concetto inaccessibile a un intelletto umano, sostanzialmente superiore alle sue forze: chi ascolta e comprende tale concetto, afferma Gaunilone, non lo comprende in realtà più di quanto secondo Anselmo lo «stolto» comprende l'espressione «Dio non esiste»; quindi pensare Dio come ciò di cui non può essere pensato il maggiore è possibile solamente a posteriori, e cioè questa concezione di Dio (di per sé giudicata legittima) deve essere sviluppata a partire da argomenti simili, per esempio, a quelli platonizzanti del Monologion.


Nella sua risposta alle obiezioni di Gaunilone (il quale peraltro loda il Monologion e tutte le parti del Proslogion diverse dall'argomento ontologico) Anselmo si stupisce di ricevere critiche da qualcuno che è uno stolto ma cattolico. Rispondendo quindi «al cattolico», Anselmo ravvisa nelle parole di Gaunilone una certa confusione tra «ciò di cui non può essere pensato il maggiore», limite innegabile del pensiero, e «la cosa più grande di tutte», che essendo un concetto impreciso può ancora essere negato senza contraddizione.

Anselmo dialettico: il De grammatico e gli altri scritti logici

Ora, nel De grammatico, egli analizza nello specifico il problema della paronimia, ossia dello scambio di due parole dal suono simile ma prive di attinenza nel significato: si trattava di capire se la parola "grammatico" (così come tutti gli altri «denominativi», cioè quelle parole che derivano da una radice da cui differiscono solo per la desinenza, in questo caso "grammatica"), corrispondano a sostanze o qualità.

Alcuni commentatori hanno rilevato che, con questo, Anselmo prefigurava la teoria della suppositio che sarebbe stata approfondita dai dialettici del XIII secolo e successivi.

In altre opere di carattere logico, abbozzate da Anselmo ma mai stese in forma compiuta, egli analizzava altre possibili ambiguità linguistiche legate all'uso di certe parole in filosofia e teologia: considerò con particolare attenzione i concetti e i termini necessitas("necessità"), potestas ("potenza", "capacità"), voluntas ("volontà"), facere ("fare", ma anche "far fare", "patire") e aliquid ("qualcosa").


Il problema del male, dell'onnipotenza divina e del libero arbitrio nella trilogia sulla libertà

Nella cosiddetta «trilogia della libertà», composta dai dialoghi De veritateDe libertate arbitrii e De casu diaboli, Anselmo analizza le questioni etiche legate alla rettitudine da un punto di vista teologico-dogmatico (analogo a quello che avrebbe adottato anche nelle opere successive) piuttosto che strettamente filosofico (come quello adottato nei testi precedenti).

 

Il De veritate

Il De veritate (primo, sembra, in ordine logico, anche se non è chiaro in che ordine cronologico furono composte le tre opere) analizza in particolare il rapporto sussistente tra la virtù morale, la verità e la giustizia.

 

Il De libertate arbitrii

Il De libertate arbitrii è il testo della trilogia dedicato specificamente alla libertà della volontà dell'uomo in relazione alla sua facoltà di compiere il bene o di peccare e, in generale, al problema della grazia e del male.

 

 

Il De casu diaboli[

Il De casu diaboli tratta dei problemi legati alla rettitudine e alla libertà con particolare riferimento, come da titolo, alla caduta del diavolo – cioè al momento della narrazione biblica in cui l'angelo Lucifero, avendo ricevuto da Dio una certa misura di esistenza (e dunque di bontà) e una volontà libera (cioè quella facoltà che gli avrebbe consentito di raggiungere la sua piena realizzazione adeguando la sua volontà a quella di Dio) scelse di non perseverare nel conservare la sua volontà aderente a quella divina, lasciò che la sua libertà si corrompesse e abbandonò quindi la rettitudine per tentare di assomigliare a Dio più di quanto fosse suo diritto.

Anselmo dunque prende tale esempio come questione paradigmatica per un'analisi dell'origine e della natura del male.la grazia concessa da Dio è fondante.


La necessità di un Dio-uomo redentore: il Cur Deus homo

Nel dialogo in due libri Cur Deus homo Anselmo spiega come, malgrado l'impossibilità dell'uomo di riparare al peccato di Adamo ed Evacontro Dio, Dio stesso si è riconciliato con l'umanità facendosi uomo. Il testo contiene anche, come è reso inevitabile dal suo soggetto, un'apologia del dogma cristiano dell'incarnazione di Dio (che, per l'appunto, si è fatto uomo in Gesù) contro le critiche di ebreimusulmani; tuttavia non è questo il suo tema principale, e in effetti il Cur Deus homo è un testo di ampio respiro che di fatto conclude, insieme al successivo De concordia, l'esposizione della visione teologica di Anselmo.



Altri scritti

Anselmo fu autore di diversi altri scritti di carattere teologico, ma pur sempre animati da uno spirito filosofico: l'Epistola de incarnatione Verbi e il successivo De processione Spiritus Sancti trattavano del problema della processione dello Spirito Santo e delle modalità della sua incarnazione; il De conceptu virginali et de peccato originali analizzava le questioni dottrinali dell'Immacolata Concezione e del peccato originale, e inoltre ripercorreva ragionamenti già portati avanti nelle opere precedenti; a ciò si aggiungono meditazioni, preghiere e opuscoli minori, oltre a una serie di frammenti provenienti da un'opera non conclusa e a un De moribus (Sui costumi [morali]) in parte spurio che tratta delle affezioni dell'anima.

Le preghiere scritte da Anselmo sono raccolte in un'opera nota come Orationes sive meditationes (Preghiere ovvero meditazioni); esse, scritte lungo tutta la vita dell'autore dal periodo di Bec all'episcopato inglese, costituiscono un ulteriore esempio dell'ideale anselmiano di comprensione della fede: benché orientate più alla contemplazione e al raccoglimento spirituale che alla vera e propria filosofia o teologia, il loro scopo è infatti quello di suscitare nel lettore quel sentimento rivolto verso la verità e la rettitudine che è necessario presupposto tanto della teoresi quanto della stessa vita buona.

Di Anselmo si è poi conservato un epistolario particolarmente significativo, che testimonia in modo efficace sia della sua personalità che della sua figura pubblica: risulta infatti chiaramente, da una parte, l'affetto, la carità, la sensibilità e la ferma pazienza che Anselmo infondeva nelle lettere ai monaci suoi amici e suoi discepoli; e dall'altra la sua determinazione nelle faticose e a volte frustranti questioni politiche legate alla sua posizione di arcivescovo.


Influenza e critica

Il pensiero di Anselmo d'Aosta esercitò un'influenza estremamente significativa sulla storia sia della filosofia sia, soprattutto, della teologia.  La sua riflessione giunse a livelli di estrema profondità in tutti i campi in cui si espresse, anche se è forse vero che tali campi furono relativamente pochi e che al suo pensiero, estremamente raffinato dal punto di vista dialettico e dal punto di vista teologico, faceva difetto un'approfondita analisi del campo della filosofia della natura – la quale sarebbe stata necessaria per poter dire che le riflessioni di Anselmo formano un sistema filosofico o teologico veramente organico e completo.

La discussione di Anselmo di certi proble mi dottrinali, come quelli della libertà e del male, ebbe la sua risonanza nella filosofia medievale, venendo ripresa ad esempio da Riccardo di San Vittore;  di Gilson, di Gaunilone, di Guglielmo d'Auxerre, diversi altri pensatori nel XIII secolo, tra cui i più degni di nota sono Tommaso d'Aquino e Bonaventura da Bagnoregio Oltre a Bonaventura, altri dottori della Chiesa, tra cui Enrico di Gand e Alberto Magno, accettarono la prova anselmiana. Nel Medioevo anche Alessandro di Hales e Duns Scoto si espressero sull'argomento, entrambi condividendolo, anche se Duns Scoto sostenne che la formulazione sarebbe stata più appropriata se anziché dal concetto di "Dio" Anselmo fosse partito dal concetto di "ente".

Nel XVII secolo Cartesio riprese a sua volta l'argomento, Passando tramite Cartesio, una dimostrazione simile alla prova a priori di Anselmo entrò anche nel sistema metafisico dell'Ethica di Spinoza, che dimostrava l'esistenza della sostanza (poi identificata con Dio stesso) sulla base del fatto che, per la definizione stessa della sostanza, la sua essenza implica l'esistenzaLeibniz sostenne la validità in sé della dimostrazione, ma contestò un'apparente leggerezza da parte di Anselmo.

Nel XVIII secolo l'argomento fu oggetto di critiche da parte di Hume e soprattutto di Kant:. Hegel, nel XIX secolo, tornò a difendere la dimostrazione di Anselmo affermando che in Dio essenza ed esistenza coincidono, e che la distinzione tra le due è tipica esclusivamente del mondo materiale. Secondo Bertrand Russell, l'argomento «è ancora alla base del sistema di Hegel e dei suoi seguaci, e riappare nel principio di Bradley: "Ciò che può essere e dev'essere, è"». La dimostrazione anselmiana piacque inoltre a Vincenzo Gioberti e Antonio Rosmini, che se ne appropriarono modificandola.

Nel XX secolo la critica si è rivolta soprattutto all'analisi del rapporto tra fede e ragione negli scritti di Anselmo, analizzando le implicazioni esistenziali della sua teologia, con particolare riferimento al problema del peccato e della salvezza e al concetto di "rettitudine".  

Il corposo epistolario di Anselmo ci svela la sua opera ed il suo pensiero politico, ispirato sempre a “l’amore per la verità”, alla rettitudine e all’onestà episcopale, lontano da condizionamenti temporali e opportunismi. “Preferisco essere in disaccordo con gli uomini che, in accordo con loro, essere in disaccordo con Dio”, scrive evidenziando i tratti del governante giusto che guarda al bene comune, piuttosto che all’interesse personale.

 

Le sue opere:

  • Monologion (1076)

  • Proslogion (1077-1078)

  • De grammatico (1080-1085)

  • De veritate (1080-1085)

  • De libertate arbitrii (1080-1085)

  • De casu diaboli (1080-1090)

  • Epistola de incarnatione Verbi (1092-1094)

  • Cur Deus homo (1094-1098)

  • De conceptu virginali et de peccato originali (1099-1100)

  • Meditatio de humana redemptione (1099-1100)

  • De processione Spiritus Sancti (1100-1102)

  • Epistola de sacrificio azymi et fermentati (dopo il 1103)

  • Epistola de sacramentis Ecclesiae (dopo il 1103)

  • De concordia praescientiae et praedestinationis et gratiae Dei cum libero arbitrio (1107-1108)

  • De potestate et impotentia, possibilitate et impossibilitate, necessitate et libertate (incompiuto)

  • Orationes sive meditationes

Anselmo è considerato il fondatore della teologia scolastica attraverso la quale approfondisce i misteri divini attraverso tre stadi: la fede, dono gratuito di Dio da accogliere con umiltà, l’esperienza, ossia l’incarnazione della Parola nella quotidianità, e la vera conoscenza, cioè l’intuizione contemplativa che non è mai frutto di asettici ragionamenti.
Sant’Anselmo non si stanca mai di trovare nuove stimolanti sfide da affrontare, come la formazione morale dei sacerdoti e la ricerca teologica. Poco prima della sua morte, nel 1109, esprime addirittura il rimpianto di non essere riuscito ad affrontare e chiarire il problema dell’origine dell’anima.

Al momento del trapasso è accompagnato dalle parole del Vangelo proclamato nella Messa di quel giorno: “Voi siete quelli che avete perseverato con me nelle mie prove; e io preparo per voi un regno, come il Padre l’ha preparato per me, perché possiate mangiare e bere alla mia mensa nel mio regno…”.

In occasione dell'ottavo centenario della morte di Anselmo, il 21 aprile 1909papa Pio X promulgò l'enciclica Communium Rerum in cui ne celebrava la figura e ne promuoveva il culto e, ancora nel 1998, papa San Giovanni Paolo II nell'enciclica Fides et ratio guardava alla prova ontologica di Anselmo come a un modello di quella complementarità imprescindibile tra fede e ragione, grazie a cui «l'armonia fondamentale della conoscenza filosofica e della conoscenza di fede è ancora una volta confermata: la fede chiede che il suo oggetto venga compreso con l'aiuto della ragione; la ragione, al culmine della sua ricerca, ammette come necessario ciò che la fede presenta».

 

 

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