Rubriche di
Patrizia Fontana Roca

PICCOLI MARTIRI

 

 

I SANTI INNOCENTI

 

.... Dopo aver adorato il Divino Bambino, i Magi, che avevano promesso ad Erode di avvertirlo se avessero trovato il piccolo Re, ebbero una visione celeste che li convinse a cambiare strada per ritornare ai loro paesi ed essi, obbedienti, per altre strade si avviarono verso i loro regni.

Sembra che questi santi Re siano stati battezzati dall'Apostolo San Tommaso e, ordinati poi vescovi, lo aiutassero nella sua predicazione.
Non si sa bene se finirono martirizzati o no, ma si ritiene che morissero in una città dell'Arabia e che i loro corpi fossero poi stati trasportati a Milano, nella Basilica di Sant'Eustorgio, dove le loro spoglie rimasero fino alla distruzione della città da parte del Barbarossa; egli infatti, le donò alla città di Colonia, dove tuttora sono conservate nella chiesa di s. Pietro.
Verso il 1904, in cambio di reliquie di s. Ambrogio, il Cardinal Ferrari potè ottenere la restituzione di alcune di esse.

Ritornando alla loro vita, il re Erode, intanto, non vedendo tornare i tre re, capì che era inutile attenderli oltre e la sua ira si scatenò furibonda e delirante.
Come poteva essere sicuro di trovare il picolo Re, già così potente da farsi precedere da una stella e da far venire da lontano dei grandi sapienti?

Decise quindi di uccidere tutti i bimbi sotto i 2 anni e inviò soldati a Betlemme. Essi entrarono in città colpendo a morte tutti i bambini piccoli, che diedero la vita per Gesù prima che Lui la desse per loro.

Gesù, intanto, era già in salvo: un angelo aveva avvertito in sogno Giuseppe di fuggire in Egitto e di rimanervi finchè il pericolo non fosse passato.

 

SANTO STEFANO

 

Santo Stefano fu il primo dei martiri che diedero la vita per il Cristianesimo.
Apparteneva alla prima comunità cristiana creatasi a Gerusalemme, in cui i beni venivano messi in comune e servivano poi al sostentamento dei fedeli, mentre il resto veniva distribuito ai poveri.

Egli svolgeva questo compito insieme ad altri sei Diaconi consacrati direttamente dagli Apostoli che non potevano seguire personalmente ogni cosa. Stefano compiva con impegno questo incarico e in più non mancava occasione per predicare la Parola di Dio, ispirato e fervente, cercando di convincere gli ebrei, ostinatamente radicati nell'Antico Testamento, che con Gesù Cristo era giunta la Buona Novella.

Ma essi, furenti, lo catturarono e lo fecero condannare alla lapidazione dal Sinedrio. Mentre andava al supplizio, Stefano, che non aveva perso la sua serenità, continuava a consigliar loro di convertirsi e, benchè morente, ebbe la forza di pregare Dio affinchè accogliesse il suo spirito e perdonasse loro d'averlo messo a morte.

Negli Atti degli Apostoli, san Luca sottolinea la presenza tra gli altri del giovane Saulo, persecutore di cristiani, che presto, convertito per opera divina, diventerà l'Apostolo delle genti.

 

 

SAN TARCISIO

Nel 258 d.C. una moltitudine di persone, in piccoli gruppi, si recava nel cimitero di san Callisto perchè questo Santo Papa, fin da quando era diacono della Chiesa di Roma, ne aveva avuto la custodia dal Pontefice san Zeffirino il quale, dopo essere stato martirizzato sotto l'imperatore Eliogabalo, vi era stato sepolto.
Dopo Zeffirino, al soglio di Pietro era salito Callisto, ucciso nel 219 sotto Alessandro Severo, sepolto nel cimitero di Calepodio, sulla via Aurelia, insieme ad altri corpi di cristiani, il cui nome veniva inciso sulle tombe che racchiudevano i corpi santi ed anche una ampollina col sangue raccolto durante il supplizio.

Dunque, i fedeli riuniti attorno al Papa Sisto II, entravano nelle catacombe per pregare e per le celebrazioni liturgiche comuni, nonchè per ricordare i fratelli rinchiusi nelle carceri e in attesa di essere mandati a morte. Il Pontefice li informò che molti di essi si trovavano presso il Carcere Mamertino e che all'indomani sarebbero stati dati in pasto alle belve; poi, pregando per essi, chiese se qualcuno fosse disposto a portar loro, senza dare nell'occhio, l'Ostia consacrata per l'ultima comunione.

Molti si fecero avanti, ma quello che realmente voleva assumersi questo impegno, era un giovanetto di 14 anni, Tarcisio. Cercò con veemenza di dimostrare al Papa che la sua giovane età avrebbe confuso le acque e non avrebbe fatto sospettare che lui portasse il Corpo di Cristo.

Nonostante le obiezioni del Papa, egli insistette, assicurando che si sarebbe rivolto a quelle guardie di cui conosceva la Fede. Il Pontefice, convinto dall'ardore del giovinetto, chiuse il Viatico in una teca d'oro e l'appese al collo del giovinetto che gioioso andò al suo appuntamento, dirigendosi subito verso il carcere Tulliano o Mamertino, senza dar retta a nessuno: andava dritto per la sua strada cercando di preservare su di sè quel prezioso regalo e quasi difendendolo, incrociò le mani sul petto.

Quel suo atteggiamento fu notato da varie persone che subito l'accusarono di essere cristiano e cominciarono a scagliare delle pietre contro di lui, accerchiandolo e tempestandolo di pugni e calci, mentre cercavano di fargli aprire le braccia.

D'un tratto, su di lui s'avventò la lama d'un cortello che lo colpì a morte e, quando i suoi persecutori gli si fecero sopra per finirlo e per strappargli quel tesoro che continuava a serrare coraggiosamente sul petto, un centurione romano di nome Quadrato, che era cristiano, mise in fuga quel branco di assalitori, raccolse il moribondo e lo condusse alle Catacombe dove tentarono di rianimarlo. Il piccolo Tarcisio era però ormai morto ma aveva ancora le braccia serrate in croce sul petto e sull'Ostia e, contento di averla salvata dall'oltraggio, pareva che sorridesse.

 

SAN PANCRAZIO

 

 

Con le mani strette in catene, il giovinetto che poco prima Diocleziano aveva accolto con segni di amorevolezza verso il figlio del suo amico Cleonio, sorrideva serenamente. Di quale delitto era accusato?

Cleonio viveva in Frigia ed era morto ancor giovane, affidando il suo figlioletto Pancrazio al fratello Dionigi che gli aveva giurato di occuparsene. I due erano pagani ma di buon cuore ed onesti. Dionigi si occupò del fanciullo a cui erano passate molte ricchezze e possedimenti anche a Roma, dove lui e lo zio più tardi si trasferirono, ponendosi sotto la protezione di Diocleziano.

L'imperatore aveva scatenato contro i cristiani, che si stavano facendo sempre più numerosi, un' accesa persecuzione. Dionigi e Pancrazio, con innata bontà, aiutavano poveri e bisognosi e in una delle loro proprietà si era rifugiato persino Papa Caio. Saputolo, i due si diressero verso il luogo dove si trovava, desiderosi di conoscere la verità ed il Dio che egli adorava.

Il Pontefice li abbracciò e parlò loro di Gesù; essi credettero e chiesero il Battesimo che ricevettero dopo poco. Seguendo il Vangelo, essi donarono le loro ricchezze ai poveri e liberarono gli schiavi. Dionigi però morì, lasciando solo il fanciullo, che venne affidato alle cure del Papa. Il ragazzo, volendo emulare tanti suoi coetanei che erano morti martiri, si dichiarò apertamente cristiano e venne imprigionato.

Diocleziano, subito avvertito, convocò Pancrazio alla sua presenza, per parlargli della sua amicizia verso il padre e lo zio, pregandolo di sacrificare agli dei. Il fanciullo però si rifiutò, affermando di essere cristiano e nè le lusinghe e le promesse di ricchezze e di onori nè le minacce dell'Imperatore, lo dissuasero dal suo atteggiamento. Il monarca, allora, decretò la sua morte sul Campidoglio e mentre andava sul luogo del patibolo, il fanciullo sorrideva.

A notte, una pia romana, raccolse il corpo del fanciullo e lo trasportò fuori della Porta Aurelia, dove oggi è proprio Porta san Pancrazio e lo depose in una tomba sulla quale venne poi edificata una chiesa che via via nei secoli diventò sempre più ricca. La testa del piccolo martire è conservata in S. Giovanni in Laterano.

Romano, diacono della chiesa di Cesarea, era stato accusato di esortare i cristiani ad essere fedeli a Dio. Sottoposto a vari tormenti, tentava di spiegare al Prefetto la bellezza della sua religione, convincendolo infine a chiamare un bambino innocente, per domandare a lui da che parte fosse la verità.
Così, il Prefetto fece femare un bimbo di 6 anni di nome Barulo e sua madre che subito si spaventò, vedendo le torture a cui era sottoposto Romano. Il Prefetto si avvicinò al piccolo, chiedendogli chi fosse il vero Dio. e Barulo, senza esitazioni rispose: "Il Dio dei cristiani!", guardandosi intorno e professandosi cristiano anche lui. Il Prefetto lo invitò invece a sacrificare a Giove e il piccolo rifutò, confermando la sua fede.

Infuriato, il funzionario ordinò ai suoi uomini di intervenire contro il bimbo, di sospenderlo in alto e di picchiarlo. Il piccolo corpo venne battuto a sangue tra lo strazio degli astanti e della mamma che, pur nell'immensa angoscia, lo incitava a sopportare la pena inflittagli perchè presto sarebbe stato accanto a Gesù. Alla fine, il Prefetto decise di punire anche Romano e ordinò per lui il rogo, mentre destinò Barulo alla decapitazione.

 

 

 

 

SAN BARULO


 

Romano, diacono della chiesa di Cesarea, era stato accusato di esortare i cristiani ad essere fedeli a Dio. Sottoposto a vari tormenti, tentava di spiegare al Prefetto la bellezza della sua religione, convincendolo infine a chiamare un bambino innocente, per domandare a lui da che parte fosse la verità.

Così, il Prefetto fece femare un bimbo di 6 anni di nome Barulo e sua madre che subito si spaventò, vedendo le torture a cui era sottoposto Romano. Il Prefetto si avvicinò al piccolo, chiedendogli chi fosse il vero Dio. e Barulo, senza esitazioni rispose: "Il Dio dei cristiani!", guardandosi intorno e professandosi cristiano anche lui. Il Prefetto lo invitò invece a sacrificare a Giove e il piccolo rifutò, confermando la sua fede.

Infuriato, il funzionario ordinò ai suoi uomini di intervenire contro il bimbo, di sospenderlo in alto e di picchiarlo. Il piccolo corpo venne battuto a sangue tra lo strazio degli astanti e della mamma che, pur nell'immensa angoscia, lo incitava a sopportare la pena inflittagli perchè presto sarebbe stato accanto a Gesù. Alla fine, il Prefetto decise di punire anche Romano e ordinò per lui il rogo, mentre destinò Barulo alla decapitazione.

 

SANT'AGNESE


 

Nel 303 d.C., in mezzo a una gran folla di una via di Roma, Agnese, una giovinetta di 12 anni avanzava, accompagnata da una schiava. Aveva una tunica bianca e un pacco di libri sotto al braccio e tavolette per scrivere, poichè tornava da scuola.

Dei giovani patrizi la seguirono fino al palazzo di suo padre, colpiti dalla sua dolcezza, specialmente il giovane Procopio che innamoratosi a prima vista, decise di sposare la ragazza e ne parlò col padre, Prefetto della città.
Procopio andò dai genitori della giovane che si rifiutava categoricamente di sposarlo; essi, ringraziando il Prefetto dell'onore, dissero che il matrimonio non era possibile perchè il giovane era pagano ed essi, invece, cristiani.

Poi si ritirarono nella loro villa sulla via Nomentana dove Agnese passava le giornate a stretto contatto della natura, ringraziando con tutta la sua anima il suo Dio.
Ma ecco che un giorno, mentre si trovava là sola, Procopio le si parò dinanzi per chiederle ancora una volta di diventare sua sposa; ella, dicendo di essere già promessa ad un altro ben più potente di lui, rifiutò ancora energicamente. Il ragazzo se ne andò infuriato e nei giorni seguenti cercò di distrarsi dal pensiero di lei, senza riuscirvi. Il padre, allora, gli promise che avrebbe piegato in ogni modo la ragazza ai suoi voleri.

Quando Agnese rientrò in città, venne convocata dal Prefetto che cercò di convincerla passando dalle blandizie alle minacce; ma ella ancora rifiutò, affermando che Gesù era lo sposo a cui sarebbe stata sempre fedele. Il Prefetto le intimò di rinnegarlo e di adorare gli dei dei romani, altrimenti avrebbe dovuto subire degli atroci tormenti.
La giovanetta non volle cedere ed il funzionario la fece quindi spogliare delle vesti e trascinare per le strade come fosse una prostituta, prima di condurla alla morte.

Agnese, ricoperta solo dei suoi lunghi capelli che le ricadevano intorno come uno spesso mantello, giunse le mani e si affidò a Dio, sopportando le angherie che stava subendo; lungo la via, alcuni scellerati volevano avvicinarla ma un angelo con la spada fiammeggiante scese dal cielo a difenderla ed essi si ritrassero impauriti.
Non così Procopio che tentò di afferrare la fanciulla e venne trafitto dalla spada dell'angelo, morendo sul colpo.
Agnese pregò Dio di risparmiarlo e il giovane tornò in vita, ringraziando il Dio dei cristiani. La folla si unì a lui mentre i sacerdoti decretarono la morte della fanciulla sul rogo. Serena, ella si avviò verso il patibolo, ma le fiamme si allontanarono da lei. Il Prefetto infuriato decretò che le venisse tagliata la testa e così fu.

Le sue spoglie vennero sotterrate nella villa sulla via Nomentana con l'iscrizione "Agne Sanctissima" e si dice che dopo 8 giorni ella apparve in visione ai suoi genitori. Venti anni più tardi Costantino Magno andò ad inginocchiarsi davanti alla sua tomba per ringraziare la piccola santa di aver guarito sua figlia.

 

 

SANT'EMERENZIANA

Nelle catacombe si affollavano i cristiani per seguire le funzioni e professare la loro fede in Gesù Cristo. Le persecuzioni contro di essi infuriavano.
Il Papa presenziava la riunione dei fedeli e dei catecumeni e penitenti e parlò del passaggio di Gesù sulla terra, dei suoi Apostoli, dei piccoli martiri che avevano dato la morte per Lui in quei giorni e nei tempi passati, additandoli come esempio ai presenti per la loro fede, per la loro fortezza, per l'innocenza.

Tra i catecumeni c'era una bambinetta di 12 anni, Emerenziana, poveramente vestita ma molto graziosa, che voleva anche lei essere cristiana, come lo era stata Agnese, la sua sorella di latte, la sua padroncina, maggiore di lei di un anno, che le aveva instillato la fede nel Signore e con cui aveva sognato di andare in Paradiso e che era stata giustiziata per aver professato la sua fede.

Essa spesso andava a pregare sulla sua tomba, per affrettare il momento del loro ricongiungimento.

Dunque, quella mattina, la piccola si avviò verso quella tomba al cimitero Ostriano e vi pregò a lungo, ma era stata notata da alcuni pagani pieni di odio contro i cristiani e che dapprima pensarono di denunziarla ma poi decisero di farsi giustizia da sè.

Cominciarono dunque a lanciarle dei sassi ed ella, colpita, cadde; essi seguitarono con sempre maggior ferocia finchè la piccola, colpita a morte, capì che stava per lasciare questa terra e, alzati gli occhi al cielo, si rimise nella mani del suo Signore. Fu sepolta insieme ad Agnese.

 

SAN VENANZIO

San Venanzio era un giovinetto cristiano di 15 anni che viveva nella città di Camerino dove era Prefetto Antioco, nemico giurato dei cristiani che erano perseguitati ed uccisi con ferocia.

Il ragazzo era uno dei più fervidi sostenitori della sua fede ed Antioco ordinò quindi di farlo rinchiudere in prigione e avuta da lui una piena confessione della sua fede, prima lo blandì cercando di ricondurlo agli dei pagani, ma al suo rifiuto, lo minacciò di terribili torture, mentre il ragazzo con grande forza d'animo continuava a proclamare la sua fedeltà a Cristo.

Il Prefetto ordinò di fustigarlo a sangue senza però farlo morire, gli vennero strappate le vesti e le sue carni diventarono livide e sanguinolente, poi venne sottoposto ad altre innumerevoli torture ed il suo corpo fu tutto una piaga; così ridotto venne portato in cella dove cominciò a pregare ardentemente.
Il giorno dopo le sue ferite erano miracolosamente state sanate ed egli, più fresco di prima, disse: "Il mio Dio è stato il mio aiuto".

Venanzio venne ricondotto da Antioco e lui pure stupito ma furibondo per le nuove attestazioni di fede, lo sottopose ad altre torture, ma sempre Venanzio veniva sanato, suscitando con la sua fede e con quei miracolosi interventi divini, nuovi adepti; anche uno dei suoi carcerieri, Anastasio, si convertì, venendo subito messo morte.

Il giovane intanto venne condotto davanti ad un altro giudice a cui parlò della potenza del suo Dio e mentre questi stava pensando di condannarlo a morte, anch'egli si proclamò invece nuovo seguace di Cristo, con molti altri presenti. Infine, Antioco furente per questi atteggiamenti, lo condannò ad essere portato nell'arena e sbranato dai leoni. Egli sorridente e calmo si avviò verso l'arena dove però i leoni gli si gettarono ai piedi come cuccioli.

Il Prefetto rabbioso decise di buttarlo giù da una rupe ma degli angeli lo sostennero e lo riportarono a Camerino; di nuovo trascinato su sassi e sterpi, Venanzio si mosse a compassione dei suoi persecutori e degli astanti che avevano sete e fece sgorgare una fonte di acqua pura ed essi lo supplicarono di perdfonarli.

Timoroso di nuove conversioni, Antioco ordinò che gli venisse tagliata la testa e così fu. La sua uccisione fu seguita da un intenso terremoto che spaventò Antioco facendolo fuggire come un pazzo e poco dopo si seppe che era morto.

Simili portenti si verificarono più volte nella vita di molti martiri, attestati anche da scrittori non cristiani.
Il capo mozzato di Venanzio venne onorato nella chiesa innalzata per lui in Camerino ma più tardi le sue spoglie vennero traslate in Puglia.
Una bella e antica tradizione affidava i bambini alla protezione di San Venanzio. Le loro madri appendevano loro al collo una medaglietta del giovane Santo "Perchè li liberasse dalle cadute"

 

 

SAN CELSO

Ha 13 anni Celso, un giovanetto bello e gentile, figlio del Preside Marciano, ministro dell'Imperatore Massimino che, una mattina, mentre è a scuola, dove studia con profitto, ode un clamore salire dalla strada e affacciatosi, vede Giuliano, un giovane martire condotto al supplizio.
Guardandolo, Celso si volta verso i compagni dicendo di vedere tante belle cose: delle persone vestite di bianco che parlano con quel cristiano e che gli cingono il capo con una corona d'oro tempestata di pietre preziose.

Vede anche altri 3 esseri che come aquile si librano su di lui, vegliandolo e confortandolo. Celso afferma che anche lui vuol essere cristiano e patire come quel giovane!.

I compagni e il maestro ridono di quanto dice ma egli è fermo nel suo proposito, lascia tutti e si dirige verso Giuliano, baciandolo e dicendogli di voler condividere la sua sorte.

Si confema ancora cristiano davanti a suo padre che vuole distoglierlo da quest'idea e che lo supplica, accusando Giuliano di aver convinto il suo ragazzo.
Infine, furioso per il diniego del figlio, fà gettare i due in una prigione ma appena essi entrano nella cella buia, una luce risplendente li illumina e davanti a questo prodigio anche i loro carcerieri si convertono e chiedono il Battesimo.

Marciano,su tutte le furie, ordina di rinchiuderli tutti insieme agli altri martiri che saranno portati tra breve nell'arena, per esser dati in pasto alla belve o bruciati vivi, mentre i prigionieri cantano inni e pregano incessantemente.

Celso viene affidato alla madre affinchè lei lo riporti sulla retta via ma invece anche lei si converte e a questa notizia, il marito decide di destinare madre e figlio alla stessa sorte degli altri cristiani, all'arena dove le belve però si accucciano davanti a loro senza aggredirli.
Di lì a poco, però, tutti i martiri verranno giustiziati, compresi Celso e sua madre.

 

SAN DOMENICHINO DEL VAL

Nato a Saragozza nel 1243, da una famiglia nobile - il padre, che era devoto di San Domenico, era il Notaio della Cattedrale - il bimbo cresceva in grazia e bontà e venne presto ammesso alla schiera dei chierichetti della Cattedrale.

Nel Giovedì Santo del 1250 nella chiesa si celebrava la Passione di Cristo e Domenichino, finite le funzioni, si avviò per tornare a casa, ma in quel periodo lotte fratricide di religione dividevano i cristiani e i loro fratelli maggiori, gli ebrei. Un gruppo di israeliti lo rapirono e lo portarono sulle sponde dell'Ebro.

Spogliato e vituperato, egli invocava il nome di Gesù e come Gesù egli venne crocifisso su un muro e gli venne inferta anche una ferita al costato. Il piccolo martire morì lentamente e i suoi assassini, quando si accorsero che era ormai morto, lo strapparono dal muro e ne gettarono il corpo nel vicino fiume.

Intanto i genitori lo cercavano disperati ma lo trovarono solo quando un pescatore, abbagliato da una luce che splendeva sulle acque, avvicinatosi con la barca, trovò il piccolo corpo del martire.
Domenichino venne ben presto onorato in tutta la Spagna, diventando patrono degli scolari e dei chierichetti.

In altri tempi nel giorno della sua festa, i fanciulli potevano adornare la Cappella in cui era sepolto e offrire ai canonici, sopra un piatto d'argento, dei fiori, simbolo dela purezza del piccolo martire; poi presentavano le sue reliquie alla venerazione e al bacio dei devoti.
L'urna passava per la città portata a spalla dai chierichetti e l'arcivescovo di Saragozzza accoglieva le reliquie e dopo forniva ai fanciulli un rinfresco e regalava loro 50 ducati per le spese sostenute per la festa.

Non molti anni dopo il martirio, una sera, in un angolo della Cappella del piccolo Santo, un uomo era seduto cupo, solo e piangeva ininterrottamente. Quell'uomo era uno degli ebrei che avevano ucciso il piccolo, il più feroce. Il ricordo di quella sera non lo aveva mai abbandonato e rivedeva chiaramente tutta la scena.
Chiedeva grazia a quel piccolo martire con tutto il suo cuore e San Domenichino gli diede la forza di confessare apertamente la sua colpa, di convertirsi al Cristianesimo, ottenendo il perdono del suo atto inumano.

 

LA BEATA PANASIA

Rimasta orfana da piccolissima, ebbe una vita dura con una matrigna che la tormentava in ogni modo, caricandola di lavori pesantissimi, che la maltrattava e la picchiava e quando nacque un'altra figlia, le due si coalizzarono contro la poverina. Il padre, che pure l'amava molto, era un debole e sembrava non accorgersi di quell'atteggiamento.

La giovane pregava in continuazione la Vergine e gli Angeli affinchè le due diventassero buone ma nulla accadeva, anzi una volta la matrigna la picchiò tanto che quasi moriva e per non farla trovare al marito in quello stato la trascinò nella stalla.

Egli però, sentendo belare le pecore, accorse all'ovile e trovò la figlia in quello stato che, pur interrogata, non disse nulla, non accusò nessuno.
Il padre decise allora che Panasia si trasferisse a Ghemme, presso i parenti della sua prima moglie, che la tennero con loro per 2 anni.
Quando ella compì 10 anni, il padre la richiamò e lei, obbediente, tornò in casa, ma per allontanarla dalla matrigna le affidò il gregge.

Panasia quindi trascorreva la maggior parte della giornata in campagna ma anche se tornava tardi la matrigna riusciva a caricarla di altri lavori, spesso faticosi e impossibili che talvolta, però, venivano compiuti dai suoi Angeli che ella incessantemente pregava.

Una sera era rimasta fuori fino a tardi mentre il gregge era rientrato all'ovile; la matrigna non vedendola arrivare le corse incontro, infuriata e trovatala inginocchiata a pregare, l'afferrò con forza per i capelli, percuotendola con ferocia e infilzandola con il suo fuso, finchè non la vide cadere morta. Quando s'accorse di quello che aveva fatto poi si precipitò da una rupe.

La gente del villaggio, insospettita dalla sparizione delle due, accorse sul luogo mentre un suono di campane si spandeva nell'aria. Il padre trovò Panasia ormai morta stesa al suolo e cercò di sollevarla, senza però riuscirci, come se il corpo fosse tutt'uno con la terra. La notizia corse veloce e anche il Pastore constatò la prodigiosa immobilità della giovinetta.

Però, dopo aver pregato, in nome di Dio le ordinò di lasciarsi portare alla sepoltura e si riuscì a trascinarla su un carro trainato dai buoi, dove però riprese la sua strana immobilità. Si decise dunque di far andare i buoi dove volessero ed il carro si diresse verso Ghemme, dov' era sepolta la sua mamma, e là il carro si fermò.

 

 

SANTA REGINA

Piccola Martire di Alesia. Rimasta orfana di madre da piccolina, venne allevata dal padre, pagano convinto - che perseguitava i cristiani con molto furore - il quale la affidò ad una nutrice, una brava donna nascostamente cristiana che la fece subito battezzare.

Regina crebbe nella sua fattoria, ascoltando attentamente la Parola di Dio e i racconti dei martiri... tutto questo tenendo all'oscuro suo padre, finchè però egli non ne venne informato e la convocò davanti a sè.

Alle domande di Clemente, che le chiedeva di abiurare, ella confermò la sua fede ma allo stesso tempo il suo amore per lui.

Il re, sconvolto, la cacciò di casa e lei si rifugiò presso la nutrice, conducendo una vita misera ma piena dell'amore di Cristo.

Essendosi ormai fatta una bella fanciulla, destò l'interesse del prefetto delle Gallie, Olibrio, che la convocò per convincerla a lasciare la sua fede e a diventare sua sposa. Riunì il popolo e Regina davanti a lui, cercando di convincerla ad adorare gli idoli pagani, preannunciandole che l'avrebbe torturata. Ma la fanciulla non desistette.

Egli poi, dovendo partire per una guerra, sperando di trovarla cambiata nelle sue convinzioni, la fece rinchiudere nel castello di Grignon, in un sotterraneo, legata ad una catena fissata al muro.
Ritornato Olibio dalla guerra, liberò Regina, pensando che fosse ormai domata e le chiese di adorare i suoi dei; ella rifiutò di nuovo, accendendo l'ira del Prefetto che la condannò alla tortura.

Nonostante le sofferenze, essa non accettò, pregando continuamente Dio di darle la forza necessaria a subire il martirio.
Allora una grande luce illuminò il suo carcere e Regina vide un'immensa croce che saliva fino al cielo; a quella vista dimenticò tutti i suoi dolori e tornò sana come prima delle torture. Olibrio, stupefatto, le chiese una volta ancora di diventare sua moglie, ma avendo lei definitivamente rifiutato, la destinò alla morte, facendole recidere la testa davanti a tutto il popolo a cui Regina chiedeva, se c'erano dei cristiani, di pregare per lei.

Il suo corpo venne raccolto insieme alle catene che l'avevano imprigionata e sepolto. Negli anni poi questo luogo venne dimenticato, ma nell'894, alcuni monaci benedettini, che si erano stabiliti a Grignon, chiesero a Dio di far loro ritrovare il luogo della sepoltura della giovane martire. Dopo aver digiunato per 3 gg., si avviarono verso il luogo tradizionalmente ritenuto quello della sepoltura e, mentre cantavano i salmi, una colomba si posò su un cespuglio. I frati scavarono in quel punto e presto trovarono il corpo della santa fanciulla e la catena che l'aveva imprigionata.


SANTA SOLANGE

Solange nacque verso l'863 d.C. a Villemont, vicino a Bourges.
I suoi erano povera gente che viveva alle dipendenze del Conte di quel luogo.

Ella era forte, gaia e devota e le piaceva ascoltare le vite dei santi durante le lunghe sere d'inverno. Le piaceva soprattutto la storia di sant'Agnese che aveva affrontato un terribile martirio e tra sè e sè ripeteva che avrebbe seguito le sue orme.

Diventata più grande si occupò del piccolo gregge della famiglia: si alzava all'alba, passando davanti alla piccola chiesa si fermava per portarvi qualche fiore e poi se ne andava per la campagna dove aveva costruito una piccola cappellina tutta per sè e là si inginocchiava pregando con fervore.

Talvolta era rapita in estasi e allora il tempo le passava velocemente ma gli angeli la richiamavano alla realtà. Era anche molto generosa nei confronti dei poveri e diseredati a cui si accostava per sanare qualche ferita.

A sedici anni, ormai in età da marito, era diventata tanto bella che il giovane Rainolfo, figlio del nuovo conte, che l'aveva vista nelle campagna, decise di farla sua sposa.
Un giorno, andando a caccia con il pensiero di incontrarla, la trovò in preghiera nel suo piccolo oratorio e vedendola assorta non la disturbò nemmeno, aspettando che lei si rialzasse; quando lei si destò dalla sua estatica preghiera, riconoscendolo, gli fece un profondo inchino, ma si incamminò per la sua strada, restando silenziosa alla sua domanda di matrimonio.

Nonostante il giovane la pregasse e cercasse di convincerla, lei lo rifiutò dicendo che era già sposa di Cristo.
Lui sembrò dapprima rassegnato, ma non abbandonò quel pensiero che lo tormentava e un giorno, mentre Solange era nel bosco, cercò di fermarla con la forza; lei riuscì a svincolarsi dalla sua presa e cominciò a correre, inseguita dal conte sempre più accecato dall'ira che, alla fine, sguainò la spada e le recise il capo, dicendo: "Così non sarai sposa di nessun altro!".

Ma dalla testa, che sembrava ancora animata, eruppe un grido: "Gesù" e sotto gli occhi atterrriti del giovane, il corpo riprese vita, afferrò la testa e continuò la sua strada, giungendo poi nel luogo in cui sarebbe stata sepolta.
Là in quel campo dove soleva soffermarsi in preghiera...

 

SAN TOMMASO CESAKI, S. ANTONIO DA NAGASAKI E S. LODOVICO IBARKI

Agli inizi del 1597 la cittadina di Osaka in quella fredda mattina era tutta in fermento: stava per arrivare l'imperatore Taicosamaci con il figlioletto di 5 anni; una lunga processione di soldati precedeva il principino, cavalieri e dignitari... Ma un altro corteo si snodava invece dall'altra parte della città: erano 26 persone povere e lacere, sfinite dal lungo viaggio compiuto, giovani e più anziani; insomma, erano prigionieri ma le loro facce erano solari, illuminate da una felicità interiore. Erano cristiani e venivano oltraggiati per la loro fede, mentre camminavano.

Anni prima era arrivata in Giappone una nave con dei portoghesi che si erano poi stabiliti a Nagasaki ed avevano dato vita ad una comunità che era diventata sempre più numerosa, ospitando poi anche dei missionari e persino S. Francesco Saverio che riuscì a portare il Cristianesimo in quelle terre. I cristiani si moltiplicarono ed anche alcuni re vennero battezzati alla nuova Fede e mandarono ambascerie a Roma. Dopo i Gesuiti arrivarono in Giappone anche i Francescani e così anche l'Imperatore Taicosamaci accolse i frati minori nelle sue terre, permettendo loro di creare case e chiese.

Avendo però successivamente cambiato idea, cominciò a perseguitare i missionari e i loro seguaci, facendoli imprigionare. E così accadde che vennero presi prigionieri 3 Padri Gesuiti, alcuni catechisti e terziari che vennero avviati in catene alla città di Nagasaki dove li avrebbe attesi il carnefice. Mentre andavano, essi cantavano e salmodiavano gioiosi. Tra gli altri c'erano i giovani Tommaso di 14 anni, Antonio di 13 e Lodovico di 11. Nel loro lungo cammino attraversarono terre ricoperte di ghiacci e steppe, passando per innumerevoli città e paesi, sempre a piedi, dove il loro esempio faceva altri adepti al Cristianesimo. Il Governatore di Carazu ne ebbe compassione e voleva salvarli e propose loro di rinnegare Cristo per aver salva la vita, ma nessuno di essi aderì alla proposta.

Giunti finalmente a Nagasaki, ripetè la proposta ma essi rifiutarono ancora e così, sia pur a malincuore, li fece condurre al luogo del supplizio, una piccola altura fuori della città dove già si ergevano 26 croci, un pò diverse da quelle tradizionali. I genitori di Antonio erano là ad attenderlo per cercare di convincerlo a salvarsi. Ma egli non voleva e cercava di incoraggiarli a sopportare il dolore della sua morte, abbracciandoli e regalando loro la sua sopravveste ed essi lo benedissero.
I 3 piccoli martiri si avviarono verso le loro croci cantando inni e quando le voci tacquero i carnefici iniziarono il loro lavoro crudele, trafiggendoli con le lance.

Si dice però che, compiuta la strage, i fedeli si accostassero alle croci per raccogliere il sangue di questi martiri e lasciassero il colle, ripromettendosi di tornarvi per pregare e venerare quei martiri. Vi andarono difatti il giorno dopo, nell'ora in cui uno dei sacerdote uccisi soleva dire la Messa, servita dal piccolo Antonio. Sulle croci i corpi degli uccisi c'erano tutti meno quelli del sacerdote e di Antonio. Altri fedeli, raccolti nella chiesa dei francescani, videro invece all'altare, in atto di celebrare la Messa, il Sacerdote ucciso, servito dal piccolo chierico. E lo stesso avvenne nei giorni seguenti, finchè le salme non vennero staccate dalle croci e interrate; il prodigio finì.
Questo fatto viene attestato da varie persone che avevano interrogato le guardie per sapere dove avessero deposto i due corpi, ed essi affermarono di aver veduto i corpi sparire e ricomparire poi al loro posto. Persino il Papa Benedetto XIV parlò di questo fatto nella sua "De Canonizzazione Sanctorum" definendolo "grande miracolo".

 

I MARTIRI DELL'UGANDA

Nel 1886, nel cuore dell'Uganda, alle sorgenti del misterioso Nilo, viveva la tribù dei Buganda, erede della razza Bantù proveniente dall'Etiopia, che si diceva evangelizzata da san Matteo.

Popolo essenzialmente guerriero, si dedicava anche all'agricoltura e all'allevamento. Le leggende locali parlavano di Kintu, fondatore del loro impero, messaggero del cielo, uomo bianco che aveva orrore del sangue e che chiamava tutti suoi figli e sarebbe stato lui a portare in dono il prezioso frutto della banana... insomma leggende e realtà si intrecciavano, mantenendo intatti alcuni riti cristiani, come quello di versare sul capo dei nascituri dell'acqua e credendo che la morte non distruggesse ma piuttosto "custodisse".

Verso il 1852 il re Suma cominciò però a favorire l'insediamento degli Arabi nelle sue terre e là essi costruirono una moschea e cominciarono a diffondere l'islamismo, facendo molti proseliti anche a causa del fatto che l'Islam era favorevole alla poligamia, mentre il cristianesimo no.

Quando Stanley, nel 1875, scoprì questo popolo così curioso e differente dagli altri, si affrettò a chiedere dei missionari, pensando che in poco tempo egli sarebbe riuscito a far comprendere la grandezza della Bibbia.
Nel 1877 ne arrivarono alcuni che erano anche ingegneri ed architetti, desiderosi di mettere a disposizione non solo il loro zelo apostolico, successivamente coadiuvati da un missionario che giunse con un Crocifisso in mano e la corona del Rosario al collo. All'inizio il re provò simpatia per la religione cattolica ma dopo un pò preferì l'islam.

Nonostante tutto, la missione prosperava e vi erano molti catecumeni, ma il re temendo che l'Inghilterra desiderasse appropriarsi del suo regno allontanò dalla sua tribù i missionari cristiani. Morto lui, però, il figlio Mwanga che ne prese il posto, richiamò i Padri ed essi trovarono una comunità cristiana piuttosto fiorente, con oltre 800 catecumeni.
Tuttavia gli odi interni e le dissolutezze del re, portarono ad un triste epilogo; i grandi del regno e soprattutto il primo ministro decisero di uccidere il loro capo per poi eleggere il fratello. Un amico intimo del re, Andrea Kagwa, lo asvvertì, assicurandogli che poteva contare sull'aiuto di tutti i cristiani della comunità. Il ministro riuscì a farsi perdonare dal re ma il suo odio contro i cristiani si inasprì e cominciò a cercare ogni pretesto per rovinarli, suggerendo al sovrano che se il loro numero fosse aumentato, essi l'avrebbero senza dubbio scalzato dal trono per eleggere uno di loro.

Un giorno del 1885, poichè il Re soffriva di un male agli occhi, mandò Giuseppe Mukasa, precettore cristiano che vegliava sui paggi cercando di tenerli lontani dall'atmosfera pericolosa della corte, a chiedere al vecchio missionario, Padre Lourdel, un calmante che però gli provocò un grande malessere.

Nulla di meglio, per il primo ministro, per accusare il prete ed i cristiani di aver voluto uccidere il re. Ciò scatenò nel sovrano un'ingiustificato odio: Giuseppe venne arso vivo sul rogo, a un paggio che non aveva risposto subito ad una sua chiamata vennero tagliate le orecchie, poi si incattivì contro gli altri paggi che non volevano abiurare alla loro fede e soprattutto s'inasprì dopo aver saputo che anche una delle sue figlie si era convertita al cattolicesimo.

Come un pazzo il re afferrò una lancia avvelenata con cui ferì, condannandoli a morte, alcuni dei giovani, dando inizio ad uno spaventoso massacro. Visto che la situazione precipitava, i paggi che erano ancora catecumeni vennero subito battezzati e si riunirono davanti al re, attendendo che si compisse la loro sorte, mentre tutti i guerrieri della tribù si erano intanto radunati per dare inizio ai rituali dell'esecuzione. I condannati furono tutti legati e portati verso il luogo dove si effettuavano le uccisioni, posto che raggiunsero solo dopo molti giorni di cammino e di torture, mentre alcuni di essi, stremati, morivano per strada....

La sera del settimo giorno i carnefici si riunirono al suono del tamburi e i giovinetti vennero condotti al rogo ed arsi lentamente mentre le loro giovani voci si alzavano oranti al cielo. Solo tre di essi vennero chissà per quale ragione risparmiati e non si davano pace di ciò, ma la loro salvezza diede modo al mondo di conoscere l'esempio di fede dei piccoli perseguitati.
La missione cattolica, da quel momento si sviluppò ulteriormente, mentre i persecutori fecero una tragica fine.

 

SANTA MARIA GORETTI

Maria Goretti, nata nel 1890, è un limpido esempio di purezza. Era originaria con la sua famiglia, povera ma religiosa, di Corinaldo nelle Marche, dove però non riuscivano più ad andare avanti e quindi, per cercare di migliorare la situazione, si trasferirono, insieme ad un'altra famiglia amica, i Cimarelli, prima vicino Roma alle dipendenze del Conte Selsi e successivamente alle Ferriere di Ronco, vicino Nettuno, di proprietà del Conte Mazzoleni.

Maria era la secondogenita, assennata e devota sin da piccolina, di indole dolce ed affettuosa, si occupava della casa e dei fratellini più piccoli. Aveva occhi azzurri, carnagione chiara, capelli biondi, era molto devota alla Vergine, a S. Giuseppe e al S. Cuore e non dimenticava mai le preghiere quotidiane.

La fattoria dei Goretti era isolata e confinava solo con l'altra affittata ai Cimarelli; intorno, un paesaggio squallido di paludi, pochi alberi, terra riarsa e dura da dissodare e per ascoltare la Messa, che veniva celebrata saltuariamente, si doveva camminare molto.

Ben presto però il gran lavoro e l'aria insalubre minarono la salute di Luigi, il padre, e per non abbandonare il raccolto, il proprietario gli mandò due operai che avrebbero diviso con loro il guadagno dell'annata: Giovanni e Alessandro Serenelli; il primo, il padre, robusto e autoritario, la cui moglie era morta in manicomio e l'altro, il figlio, un ragazzo forte e silenzioso che non aveva l'anima del contadino e che spesso sfuggiva la compagnia per rinchiudersi in equivoche fantasie.

Con il passare del tempo, poichè Luigi aveva sempre poche forze per via della malaria, i due Serenelli divennero arroganti e pretendevano sempre di più. La situazione peggiorò ulteriormente quando Luigi morì, consigliando la moglie di tornare a Corinaldo. Ma come poteva con i piccoli e dovendo ancora pagare i debiti? Lei si rimboccò le maniche e prese nei campi il posto del marito, lasciando la conduzione della casa a Maria che lo faceva con grande amore.

Una volta andando alla Messa una vipera si levò fischiando sul sentiero e la piccola si slanciò in avanti per proteggere la mamma. La vipera indietreggiò e scomparve sibilando. Maria desiderava ardentemente fare la Prima Comunione e con molti sacrifici riuscì a frequentare, insieme al fratellino, la dottrina che si teneva presso la sarta del Conte.

Nel giorno previsto, nonostante non avesse i soldi, ebbe in prestito il vestito, il velo, le scarpe. Prima di andare alla Messa chiese perdono a tutti quelli che credeva di avere offeso e fece la comunione con uno straordinario raccoglimento, tenendo a mente le parole dell'Arciprete: "Ad ogni costo dovete restare puri e per questo affidatevi alla Vergine Maria".

Alessandro intanto aveva cominciato a guardare Maria con interesse e poichè passavano molte ore insieme lavorando nei campi - Maria aveva dato il cambio a sua madre - un giorno le si avvicinò per attirarla a sè, lei si divincolò sfuggendogli e avvertendolo che avrebbe raccontato tutto alla mamma. Il giovane la minacciò ed ella ebbe paura di confidarsi e non parlò, ripromettendosi di non restare mai più sola con lui, vivendo però nel terrore e non osando più uscire da sola.

Altre volte il giovane tentò di circuirla ma lei gli sfuggì, fino a quel 5 luglio, un giorno d'afa pesante in cui tutti erano al lavoro meno Giovanni che era ammalato e Alessandro che voleva approfittare di quel momento: di forza portò Maria in cucina e poichè lei si difendeva, avvertendolo che stava commettendo un grosso peccato, infuriatosi, prese un coltello sul tavolo e le inflisse 8 coltellate, mentre lei continuava a dire, sempre più debolmente: "E' peccato, tu andrai all'inferno!". Impressionato, il giovane fuggì dalla stanza ma, alle grida di Maria che lo accusava, ritornò a colpirla altre 6 volte.

Dopo molte ore Maria venne trasportata in ospedale e operata senza neanche essere narcotizzata, ma a nulla valsero le cure, morì il giorno seguente, festa del Preziosissimo Sangue di Cristo, dopo essersi comunicata ed aver perdonato volentieri al suo assalitore, perchè "voleva che anche lui un giorno la raggiungesse in Paradiso". Aveva solo 11 anni.
Una folla immensa accompagnò la sua bara e due anni dopo le venne eretto un monumento nella chiesa di Ns. Signora della Grazia. Il 5/6/1950 fu dichiarata Santa da Papa Pio XII.

Alessandro, che allora aveva 20 anni, negò anche l'evidenza dei fatti, poi confessò con cinismo il suo delitto e venne condannato a 30 anni di lavori forzati in Sicilia. Nei primi tempi faceva lo spavaldo ma una notte sognò Maria trasfigurata che gli porgeva dei gigli che lui prese tra le mani, ma al contatto, essi si traformarono in fiamme.
Questo sogno lo mutò radicalmente e divenne così esemplare che venne scarcerato 4 anni prima del previsto. Passò il resto della sua vita in un convento, diventando terziario, occupandosi del giardino e morendo santamente.


 

SANTA CIRIACA

Ciriaca, vergine e martire era una giovinetta di dodici o tredici anni, figlia di nobili patrizi del III secolo, periodo in cui la religione cristiana era vietata, perchè si professava ancora il culto alle divinità pagane.

La giovane santa venne sepolta nelle Catacombe di Priscilla.

Nel marzo del 1834 frà Giuseppangelo de Fazio di Pianella, cappuccino, vescovo missionario e visitatore apostolico, ottenne da papa Gregorio XVIIl il permesso di prendere il corpo di una martire dalle catacombe per esporlo nella città di Pianella alla pubblica venerazione.

 

Ma non era facile scegliere tra i tanti corpi presenti e pare che il vescovo - così come raccontò poi ai suoi familiari - scese nella Catacomba di Priscilla ripetendo ad alta voce: "Quale santo vuol venire con me?".

Avvicinatosi al loculo in cui era sepolta la giovane martire Ciriaca sentì come una chiamata e sentì che qualcuno tirava la sua tonaca da una parte e gli parse quello il segno che attendeva.

Aperta la tomba, vide il corpo avvolto in eleganti vesti di seta, segno che era di nobile famiglia, con accanto un'ampolla con del sangue rappreso, segno evidente di martirio, come denotavano anche le incisioni nel marmo di un cuore trafitto, di una palma e la dicitura:: QUIRACÆ IN PACE (Ciriaca riposa in pace).

Il corpo venne trasferito a Cittaducale eppoi su una carrozza, seguita da molti fedeli e devoti che recitavano preghiere, cantavano inni ed offrivano numerosi oggetti in oro, venne portata a Pianella, dove fu accolto con gioia della folla. Successivamente il santo corpo venne ricoperto di un nuovo sontuoso vestito ed in ricordo di tale sosta, durante la processione che ogni anno si tiene in onore della Santa, si fa una breve fermata dinanzi a questa antica casa.

Un'indulgenza di 12 anni, applicabile anche ai defunti, venne elargita da Papa Gregorio XVI a tutti quelli che visitando il corpo della Vergine e Martire avrebbero pregato per la propagazione della fede. Papa Leone XIII, invece, diede l'indulgenza plenaria, applicabile anche ai defunti, a tutti quelli che avrebbero visitato il corpo della Vergine e Martire dai primi ai secondi vespri della sua festa.


 

BEATO ANDREA DEL RINN

Il controverso culto del beato bambino martire Andrea Del Rinn, si rifà, per lo più, ad antiche fonti, arricchitesi successivamente di particolari, che però non si ritengono veritiere, ma che si rifanno ad antiche dicerie che demonizzavano gli Ebrei.
Sembra che Andrea Oxner fosse nato il 16 novembre 1459 ed aveva circa due anni quando perse il padre. La madre decise di affidarlo ad uno zio, Meyer, che divenne suo tutore e che aveva una locanda a Rinn, vicino Innsbruck.
Dopo qualche tempo, alcuni commercianti ebrei di Nurberg di passaggio nella locanda, diretti a Posen per la fiera annuale, notarono il piccolo Andrea e decisero di rapirlo.
Offrirono al Meyer una somma di denaro contro la vita del nipote ed egli accettò, dicendo che il fanciullo sarebbe stato disponibile al loro ritorno dalla fiera; il venerdì seguente essi tornarono nuovamente alla locanda, presero con loro il bambino, versando allo zio la somma pattuita.
Poi, lo portarono in un boschetto di betulle, vicino al paese e lo uccisero, appendendolo ad un ramo, allontanandosi indisturbati, senza lasciare tracce. Era il 12 luglio 1462.

Fu solo tempo dopo, sotto il Vescovo di Bressanone, Mons. Giorgio Golser, che l’arciduchessa Maria Cristina volle un’inchiesta, condotta a Rinn e ad Ampass, che non diede alcun risultato concreto né lasciò significative tracce scritte.

Non si parlò subito di martirio né di culto al piccolo Andrea Oxne, ma poi, in occasione di un altro omicidio cosiddetto rituale, avvenuto a Trento nel 1475, riguardante il piccolo Simone, che la cittadina di Rinn decise di onorare il piccolo tirolese con culto pubblico, seppellendo i suoi resti nella chiesa di S. Andrea apostolo in Rinn e realizzando un’epigrafe che indicava, per la prima volta, le circostanze della morte di Andrea.

Numerosi furono i pellegrini che arrivarono alla sua tomba, chiedendo miracoli e tra di essi anche l’imperatore Massimiliano d’Asburgo (morto nel 1519).

Sul luogo dell'uccisione venne poi eretta una cappella dove vennero portati i resti del piccolo martire, più tardi poi trasferito nel cimitero comunale, dove sarà sempre oggetto di culto, benchè la chiesa lo abbia abolito.
La sua festa è il 12 luglio.

 

 

Bibliografia:

Piccoli Santi - di Eliseo Battaglia - Edizioni Ancore Azzurre - L.E.F. Firenze
I Santi Fanciulli di Margherita de Felcourt - Ed. Ugo Munier, 1962

 

Sulla Santa Infanzia vedere:


- Letteratura religiosa per l'infanzia

- Preghiere per bambini - 7 Opere di Misericordia Corporale e Spirituale

- Santa Infanzia operosa

- Giovani Santi 


 

e, in relazione ai Giovani Santi, vedere in Collaborazioni:


- Santi Fanciulli - di Fabio Arduino

- "Un Segreto..." - Bambini Santi del XX Secolo di don Damiano Grenci

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