Rubriche di
Patrizia Fontana Roca

GIOVANI SANTI, BEATI E SERVI DI DIO

 

BEATA IMELDA LAMBERTINI



1320 - 1333

All'inizio del 1300, viveva a Bologna il Conte Lambertini che con sua moglie Castora desiderava ardentemente un figlio che però tardava a venire, nonostante le preghiere e le suppliche che da loro s'innalzavano al cielo. Finalmente nacque una bimba, Imelda, che fin da piccola mostrò segni di grande personalità: invece di apprezzare i giochi che la circondavano, preferiva i grani del rosario e quando piangeva per qualche piccolo guaio, l'acquietava solo il sentir pronunciare il nome di Gesù.

Nonostante la giovane età, essa mostrò subito i segni di una precoce religiosità, che la vedeva inginocchiata spesso davanti ad una statua della Vergine, o recitare il rosario o andare alla Messa di frequente, guardando con invidia chi poteva ricevere il Corpo e il Sangue di Gesù. Imparò presto a leggere con un piccolo Messale e si faceva spiegare i passi della Bibbia dalle due zie suore, tra cui la sorella del padre che, prima dedita ai piaceri del mondo, si era tutt'a un tratto ritirata, coinvolgendo una cinquantina di sue amiche, in un convento dove visse venti anni in penitenza e contemplazione.

Quando Imelda compì 10 anni, i suoi genitori volevano festeggiare il suo compleanno ma ella rifiutò, chiedendo invece di entrare in convento presso le suore Domenicane. I genitori, oppressi dal dolore di perderla, tuttavia la lasciarono partire per la sua nuova vita. Il convento era regolato da ferree abitudini: bisognava amare l'obbedienza, la povertà, i digiuni, le veglie, la mortificazione... ma niente sembrava troppo per la giovanetta che con grande emozione ricevette il suo nuovo abito e cominciò a seguire le regole della sua nuova casa, pur pensando spesso ai genitori e sentendosi stringere il cuore per il loro dolore. Intanto, faceva tanti progressi ma ancora, purtroppo, non poteva ricevere Gesù e questo la feriva profondamente.

Un giorno, dopo aver sentito leggere la vita di Sant'Agnese, il suo sacrificio e il suo amore per Gesù, chiuse gli occhi immaginandosi la scena e sentì una voce che le chiedeva: "Figliola, cosa desideri da me?" e vide chinarsi su di lei la Madonna a cui, pronta, rispose: "Volevo conoscere la storia di Agnese perchè cerco in cielo un'amica poichè qui sulla terra non ne ho nessuna".

La Madonna la prese per mano e la condusse in un luogo dove trovò ad attenderla Maria Maddalena e san Domenico e successivamente conobbe la piccola santa Agnese. A questa visione si svegliò. Certo tutto era stato un bel sogno che l'aveva però molto confortata. Il suo pensiero fisso, comunque, era quello di ricevere Gesù, ma sembrava che per questo il tempo non passasse mai; chiedeva il permesso al cappellano ma questi rifiutava ed ella accettava la volontà di Dio con rassegnazione, pur struggendosi nella pena e nella penitenza.

Alla vigilia dell'Ascensione, Imelda era in ginocchio davanti all'altare mentre una suora più anziana si dava da fare lì intorno. Ad un tratto ella udì un leggero fremito e, volgendosi, vide un'Ostia che era sospesa a mezz'aria sul capo della bambina, mentre Imelda era in estasi. Corse ad avvertire le altre e tutte si radunarono nella cappella insiema al cappellano che, tenendo in mano una patena si diresse verso l'Ostia che discese e si posò tra le mani del sacerdote. Imelda fece così la sua prima comunione. Ma quando finalmente tutto fu finito e la superiora si diresse verso la bimba per rialzarla, la fanciulla ricadde inerte: era morta d'amore per Gesù e dal suo viso irraggiava ancora una felicità ineffabile.



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SANTA GIOVANNA D'ARCO


1412 - 1431


All'inizio del 1400, in Francia nel villaggio di Doremy, una pastorella di nome Giovanna, pascolando le sue pecore spesso si fermava presso una piccola chiesa. Nel suo cuore turbato, il pensiero della guerra che tormentava la Francia, non la lasciava; sentiva che la sua Patria doveva essere salvata e pregava costantemente Maria Santissima affinchè provvedesse in tal senso. Un giorno, mentre pregava ardentemente, le apparve giovinetto luminoso, l'Arcangelo Michele, il Guerriero, che le promise la visione di due sante, Santa Caterina e Santa Margherita, che le avrebbero consigliato cosa fare per la sua nazione. Esse esortarono la fanciulla a recarsi dal Re per mettersi a capo delle sue truppe. La ragazza, confusa, non si riteneva all'altezza della situazione, non sapendo nemmeno andare a cavallo, figurarsi andare in guerra. Ma le sante la confortarono e la incoraggiarono.

Ovviamente, la sua storia non venne creduta dall'ufficiale a cui si rivolse, ma Giovanna ritentò caparbiamente, riuscendo alla fine a parlare con Carlo VII, che, stupefatto dalla sfrontatezza della giovane, ma colpito dalle sue parole e dalla sua forza interiore, ordinò che le dessero un'armatura. Impugnata la spada che era stata di Carlo Martello, indossato un mantello bianco, ella saltò su un cavallo sventolando la bandiera con i gigli, marciando verso Orleans, che stava per cadere in mano nemica.

Tutto l'esercito, come galvanizzato, la seguì e conseguì la vittoria, mentre lei incitava le truppe e sventolava lo stendardo, sempre in prima linea: Orleans fu liberata e gli inglesi respinti. Il Delfino di Francia - così come da lei preannunciato - fu incoronato nella cattedrale di Reims. Quando sentì che la sua missione era ormai compiuta,Giovanna chiese di poter tornare a casa ma venne ancora trattenuta.

Ferita e catturata dai nemici, fu poi accusata di stregoneria, venne sottoposta ad un processo da burla, in cui le si fece firmare con un segno di croce accuse infamanti, e infine condannata al rogo. La giovanetta, con le mani giunte in preghiera, si avviò al patibolo, chiedendo ai suoi persecutori una croce da impugnare mentre moriva. La si udì invocare il re, i suoi santi, la Francia, poi, straziata, morì.



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SAN STANISLAO KOSTKA

1550 - 1568


Verso la metà del 1500, da una nobile famiglia polacca nacque Stanislao Kostka che sin da bambino si dimostrò vivace e interessato alle cose che lo circondavano, con un carattere allegro e fondamentalmente sano e sempre, infatti, conservò un candore spirituale sia pur nell'ambiente di liberi costumi che caratterizzava la sua potente famiglia.
Nel 1564, a 14 anni, Stanislao fu mandato a Vienna con il fratello maggiore per compiere gli studi presso i Gesuiti e quella vita regolare del collegio gli piaceva molto, ascoltava fino a tre Messe al giorno, tanto che pensò di darsi alla vita religiosa.
Purtroppo però i Gesuiti dovettero chiudere il collegio e Stanislao, il fratello e il loro precettore furono costretti ad andar via, accettando - sia pur contro voglia, almeno per quanto riguardava Stanislao - l'ospitalità di un senatore di fede luterana. o del fratello e degli amici e persino del suo ospite.

Egli comunque rimase fedele alle sue abitudini religiose, confessandosi settmanalmente e comunicandosi alle feste e correndo in chiesa, eludendo la sorveglianza del fratello che aveva dato alla sua vita un'altra inclinazione più mondana, conducendo una vita di bagordi, che in ogni modo osteggiava la sua religiosità e se ne faceva beffe, insieme ad altri amici come lui dediti solo al divertimento. Il loro precettore si era schierato dalla parte del fratello maggiore e non mancava, anche lui, di riprendere in ogni occasione il giovinetto. Tutto ciò veniva accettato in silenzio da Stanislao che, spesso, durante la notte, quando finalmente tutto era calmo in quella casa sempre in festa, si alzava per pregare e flagellarsi e sempre senza reagire sopportava quel continuo martellamento.

Questa fu la sua vita dal marzo del 1565 all'agosto del 1567 e la tensione in atto minò la salute di Stanislao che si ammalò di un forte esaurimento nervoso che lo portava al delirio: egli vedeva orribili apparizioni del demonio sotto forma di un grosso cane nero che riusciva a mettere in fuga col segno della croce. Chiese quindi il conforto di un sacerdote, ma il suo ospite essendo luterano, rifiutò questa grazia al ragazzo. Viste le condizioni del giovanetto, il precettore si mosse a compassione e spesso durante la notte lo vegliava.

Stanislao faceva parte della confraternita di santa Barbara, i cui componenti si affidano alla loro Patrona per avere la comunione in punto di morte; il giovane, dunque, aveva in lei fiducia che ciò sarebbe avvenuto e una notte, quando appunto il suo precettore gli era accanto, questi si sentì afferrare per le spalle e scuotere, mentre Stanislao che si era a fatica alzato e inginocchiato diceva: "Ecco santa Barbara! eccola, con due Angeli! Mi portano il Santissimo Sacramento!". E così fu: gli angeli si curvarono su di lui e lo comunicarono. Sfinito, il ragazzo si riadgiò sul letto e presto ci si rese conto che era arrivato allo stremo. Tuttavia, dopo qualche giorno di aggravamento, Stanislao si alzò una mattina perfettamente guarito, affermando che voleva andare personalmente a ringraziare il Signore. Pensando che ciò non foss'altro che frutto di eccitazione nervosa, i dottori gli proibirono di muoversi dal letto.

Nessuno poteva immaginare quello che era accaduto: durante la notte Stanislao aveva visto la Vergine con in braccio il Bambino Gesù che aveva deposto sul letto, proprio vicino al giovane che l'aveva abbracciato, mentre la Madonna gli preannunciava che sarebbe diventato un sacerdote Gesuita.

La guarigione fu rapida, Stanislao non perse tempo e si affrettò a recarsi dal Padre Provinciale dei Gesuiti che però si rifiutò di prendere in considerazione il desiderio del giovane, senza il nulla osta paterno. Pur senza molte speranze, Stanislao non si perse d'animo e decise che se non gli era permesso questo a Vienna, ciò sarebbe stato possibile in un altro posto, in Germania o in Italia. Intanto, i rapporti con il fratello si erano deteriorati al punto che Stanislao decise di lasciare il palazzo dove alloggiava e, lasciate le sue belle vesti e indossate quelle di contadino, si incamminò verso Augusta dove il Padre Canisio, provinciale della Germania avrebbe forse accettato la sua richiesta. Scoperta l'assenza, il fratello lo cercò a lungo e cominciò a provare rimorsi per la sua condotta. Intanto, il padre, avvertito della scomparsa andò su tutte le furie e minacciò rappresaglie verso tutti i conventi dei Gesuiti se l'avessero accolto.

Nel frattempo, Stanislao compì il percorso di 750 chilometri, sempre a piedi, che lo portò ad Augusta ma Padre Canisio non era là, si trovava a Dillingen, a un'altra giornata di cammino. Il giovane riprese il suo interminabile viaggio accompagnato da un Padre Gesuita; davanti ad una chiesetta si fermarono per pregare mentre Stanislao attendeva con ansia che vi venisse celebrata la Messa. Ma presto si rese conto che era una chiesa luterana e scoppiò in pianto; il Padre che l'accompagnava fece per avvicinarglisi e rincuorarlo, quando vide che due angeli si avvicinavano al ragazzo e gli porgevano l'Ostia. Padre Canisio, ricevendolo, gli prospettò grandi difficoltà sempre a causa dell'avversione del padre che dalla Polonia faceva sentire la sua collera e minacciava i Gesuiti se avessero accolto Stanislao come novizio.

Alla fine il giovane si fece persuaso che solo a Roma avrebbe potuto finalmente realizzare il suo sogno e si rimise di nuovo in cammino, da solo, percorrendo tra ostacoli di varia natura, 900 chilometri. Arrivò stremato, ma finalmente venne accettato come novizio. Felice di aver raggiunto il suo scopo egli potè dimenticare le avversità e vivere una vita di preghiera e di devozione. Ma ormai la sua salute era minata e quando giunse il mese di agosto del 1568, peggiorò improvvisamente ed egli si fece persuaso che per la festa dell'Assunzione sarebbe salito al cielo. Così fu e mentre spirava gli apparve la Madonna che l'invitava a seguirla.

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SAN LUIGI GONZAGA



1568 - 1591

Durante la gravidanza, donna Marta Gonzaga si era data a letture spirituali come mai prima, chiedendo a Dio un figlio da offrigli, preghiera strana perchè il nascituro sarebbe stato il primogenito di una nobile e famosa famiglia e avrebbe dovuto vivere un'esistenza di lusso, armi, avventure e guerre.

Don Ferrante Gonzaga aveva illustri antenati ( due imperatrici di Germania, una regina di Polonia), era uomo di guerra, religioso ma senza grande devozione, però quando i medici lo avvertirono che si disperava di salvare madre e figlio, fece voto di recarsi in pellegrinaggio a Loreto.

Il bimbo nacque sano e godeva di tutto quello che vedeva. A 5 anni la madre gli insegnò le preghiere e la vita di Gesù, la cui morte lo colpì vivamente.


Ricevette un'educazione completa: lettere, arte militare, equitazione, insomma tutto ciò che poteva servire a un valoroso guerriero o a un politico e il padre gli fece costruire una piccola armatura. A 7 anni Luigi cominciò però a rendersi conto del misero valore delle cose di questo mondo, accompagnava volentieri la mamma nelle sue visite caritative e mentre un giorno si trovava in un convento, presso uno dei padri esorcisti che stava liberando degli indemoniati, questi si misero a gridare, indicando Luigi:"Eccolo, il Santo!".

Presa la malaria, Luigi abbandonò gli esercizi militari e passava lungo tempo in ginocchio, recitando preghiere e sognando la vita religiosa, ma un primogenito dei Gonzaga non poteva aspirare a questo. Scoppiata la peste, la famiglia si trasferì a Firenze e Luigi e il fratello vennero nominati Paggi di Francesco I de Medici, rivestiti riccamente e partecipavano ai giochi e alle feste di Corte, dove dilagavano gli intrighi. Luigi capì che solo un contatto profondo con Dio avrebbe potuto preservarlo dal male che gli era intorno e cominciò a rifiutare gli inviti, i divertimenti e i pranzi. Non poteva accettare i costumi depravati, le usanze e gli eccessi del lusso. Cominciò a confessarsi con frequenza e a 10 anni fece voto di castità alla Madonna. Dopo due anni, i fratelli passarono alla Corte del Duca Guglielmo di Mantova, tornando poco dopo a Castiglione.

Luigi non riusciva a staccarsi dalla preghiera e passava ore ed ore dinanzi al Crocifisso e si mise a spiegare il catechismo ai bambini dei villaggi, cercando di sollevare le loro miserie. Nel luglio 1580 il Cardinale Arcivescovo di Milano, il futuro San Carlo Borromeo, cugino dei Gonzaga, andò da loro e visto che Luigi non aveva ancora fatto la Prima Comunione, gliela impartì lui stesso. Luigi fu molto colpito dalla sua personalità. La famiglia poi si trasferì a Casale dove Luigi si disinteressò completamente della vita di corte e del teatro che suo padre amava molto; si imponeva molte penitenze, digiunava a pane e acqua tre giorni alla settimana e mangiava poco gli altri, rinunciando a servirsi dei caminetti e bracieri e si flagellava e utilizzava ogni mezzo per mortificarsi, pensando durante il giorno alla Passione del Signore. Il padre era molto inquieto, la madre si preoccupava, i medici prevedevano una morte precoce. Luigi chiedeva invece al Signore di guidarlo verso la perfezione.

Nel 1581 Don Ferrante venne nominato Ciambellano dell'Imperatrice d'Austria e con tutta la famiglia si trasferì a Madrid, dove Luigi venne nominato paggio di prima classe, compagno del Principe delle Asturie, Don Diego. La rigidità e dignità della corte spagnola non dispiacque, di primo acchitto, a Luigi, ma ben presto il giovinetto si accorse che tutto ciò era una facciata dietro cui si nascondeva un'immoralità profonda. Si diede quindi allo studio e faceva da segretario al padre ma doveva anche partecipare alla vita mondana. Non riduceva però le ore dedicate al Signore e si sentiva sempre più attratto dalla vita religiosa, una vita che unisse alla preghiera un'attività apostolica. Decise quindi di entrare nei Gesuiti, i quali facevano voto di non accettare nessuna dignità neppure ecclesiastica.

Il 15 Agosto, dopo la Comunione, davanti alla Vergine, udì una voce che gli confermava la sua vocazione. Il padre, però, s'inquietò moltissimo non credendo alla vocazione del figlio, ma dovette poi convincersi, promettendogli che al rientro in Italia gli avrebbe permesso di seguire il suo desiderio. Nel 1584 tornarono, fermandosi però presso un nobile, la cui moglie stava per partorire e le condizioni della madre e del figlio erano molto gravi; Luigi chiese di cominciare a pregare ma tutti protestarono indignati. Egli si ritirò nella cappella e di lì a poco il bambino nacque senza problemi.

Don Ferrante, pensando di farlo desistere dai suoi propositi, lo mandò col fratello a fare un giro di addio tra le corti italiane, ma Luigi rimase fermo nelle sue idee e infine il padre acconsentì, cercando almeno di ottenere che entrasse in un Ordine che lo potesse portare alla nomina ad Arcivescovo, Cardinale e, perchè no, anche al Papato. Il giovane, però, non ne voleva sapere e ciò suscitò una profonda collera nel genitore che mandò il governatore del castello a parlargli. Questi, non visto, assistette ad una scena commovente: Luigi, piangendo, si flagellava le spalle.

L'uomo raccontò tutto a Don Ferrante che, sconvolto e vinto, gli diede il suo assenso, scrivendo al Generale dei Gesuiti. Luigi sarebbe entrato novizio a S. Andrea in Roma. Ottenuto il permesso dall'Imperatore per l'abdicazione in favore del fratello Rodolfo, Luigi pensò che ormai il suo destino stava per compiersi; tuttavia, il padre aveva avuto un ripensamento e l'osteggiava ancora accampando scuse. Il giovane si disperava, imponendosi penitenze sempre più gravose per la sua salute, finchè, finalmente, il marchese diede il suo assenso e il 2 novembre 1585 Luigi sottoscrisse l'atto di rinuncia, spogliandosi dei suoi abiti sfarzosi e lasciando Mantova per Roma, dove entrò, finalmente, nel noviziato scoprendo che la Regola era meno rigorosa di quella che egli si era sempre imposto; due anni dopo, pronunciò i voti e ricevette gli Ordini Minori.

Nel 1590 a Roma scoppiò la peste e gli ospedali traboccavano di malati, a cui Luigi ed altri 12 giovani si dedicarono completamente: li lavavano, curavano, amministravano i Sacramenti. Luigi non sopportava quella vita ma si dominava e si obbligava a curarli, benchè gli ripugnassero. I giovani gesuiti si ammalarono uno dopo l'altro e alla fine anche lui, che aveva insistito nella sua opera, si ammalò; ad un certo punto sembrò riprendersi, ma l'infezione ormai gli era entrata nel sangue. Il suo stato s'aggravò ed ebbe la rivelazione che sarebbe morto l'ultimo giorno dell'Ottava del Corpus Domini.

Le sue preghiere incessanti perchè gli amministrassero la Comunione (che si faceva solo di domenica), finalmente vennero ascoltate, benchè nessuno credesse che fosse in fin di vita. Poggiata la mano sinistra sul Crocifisso, gli occhi rivolti ad un quadro di Cristo in Croce, nell'estremo sforzo di pronunciare il nome di Gesù, Luigi spirava a 23 anni il 20 giugno del 1591.

 

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SANTA GERMANA COUSIN

1570 - 1601 ca.

Lorenzo Cousin viveva in una fattoria in Linguadoca, Francia, con la moglie, una donna fragile che diede alla luce una bimba ancor più delicata, Germana. La piccola crebbe con problemi di salute ed un braccino mezzo paralizzato e verso i 4 anni venne colpita dalla scrofala, il collo le si gonfiò enormemente e le si aprì una piaga purulenta. La mamma morì presto e Lorenzo si decise a riprender moglie, Donna Ortensia, una donna forte di costituzione e di carattere.

Essa non amava Germana e appena ella compì 6 anni la mise a lavorare anche se non poteva far molto, ma badava al pollame, puliva la verdura, teneva in ordine la casa.

La vecchia domestica che l'aveva allevata le dava da mangiare di nascosto e le parlava di Gesù Bambino che aveva sofferto per noi, di Maria che aveva avuto il cuore trafitto dal dolore, di Gesù Crocifisso morto per noi sulla Croce. Allora la piccola si sentiva rincuorata da quei suoi tormenti fisici e morali.



Nacquero intanto altri fratelli che lei avrebbe voluto coccolare ma la matrigna non voleva che si avvicinasse loro e il padre, debole, lasciava fare,non avendo il coraggio di difenderla, pur pieno di dolore e di rimorsi. A 10 anni Germana venne mandata a lavorare per i campi, a pascolare le pecore e a filare la lana ma, quando sentiva la campana della chiesa, lasciava le pecore e si recava alla Messa, ritornando di buio con la lana filata e dopo cena accudiva alla casa, rimettendo tutto in ordine, dormendo nell'ovile. Il Parroco del villaggio, ammirando la dolcezza e la purezza della povera bambina, le permise di fare la Comunione, cosa che la riempì di grande gioia.

Intanto Ortensia s'era accorta che la fanciulla lasciava solo il gregge per andare in chiesa e un mattino si recò al pascolo; Germana tornava allora, la vide e ai suoi rimbrotti per il lavoro non fatto, essa rispose che durante la sua assenza il suo Angelo vegliava sul gregge. Sapendo che in un bosco lì vicino c'erano dei lupi affamati, la matrigna la mandò in quella zona a pascolare. Germana però aveva trovato la compagnia di un'altra bambina che vi portava il suo gregge e si misero a filare; quand'ecco l'ululato dei lupi e l'altra bimba e le pecore cominciarono ad aver paura. Germana, invece, tracciò sul branco un gran segno di croce ed essi si fermarono e scapparono via.

Un'altra volta, essendo il fiume in piena per il disgelo e dovendolo attraversare per andare a Messa, Germana venne sollecitata ad andare in chiesa dalla perfida matrigna; ed eccola camminare tranquilla sulle onde e arrivare senza pericolo sull'altra sponda.

La leggenda racconta che a 17 anni Germana che filava seguendo il gregge venisse raggiunta da un cavaliere che le chiese la strada per Pibrac. I due giovani si guardarono e si sorrisero. Quel giovane era Vincenzo De Paoli.

Nonostante non avesse nulla Germana trovava sempre qualcosa, magari solo un pezzo di pane, da dare ai più poveri; una sera due mendicanti bussarono alla porta di casa ma la matrigna li scacciò furiosa. La mattina dopo la fanciulla andò subito a cercarli dirigendosi verso la chiesa, nascondendo nel grembiule qualche avanzo, seguita da Ortensia che la rimbrottò dandole della ladra per quel pane che portava via da casa. Ma da quel grembiule ch'essa aprì davanti alla matrigna e ad altri convenuti - che cominciarono a ritenerla Santa - caddero solo dei fiori bianchi e rossi.

Una sera del giugno del 1601, due monaci rifugiatisi tra le rovine di un castello adiacente la zona in cui viveva Germana, videro una gran luce e scorsero due bei giovani vestiti di bianco che si dirigevano verso il villaggio, cantando. Poco dopo ripassarono davanti a loro, ma stavolta erano in tre: avevano una compagna, anch'essa vestita di bianco, con una corona di fiori in testa. I monaci capirono allora che i due giovani erano angeli venuti a prendere una santa. Infatti Germana era appena spirata.
Fu sepolta nella chiesetta del villaggio tra una folla di contadini e 40 anni più tardi, quando si scavò per fare delle riparazioni, il suo corpo fu ritrovato intatto, con le mani piene di fiori ancora freschi.



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SANTA CATERINA TEKAKWITHA

1656 - 1680


Nel 1600 gli Irochesi occupavano le terre ora del Canada e del Nord degli Stati Uniti ed erano venuti a contatto con la "civiltà" dei bianchi, che avevano però portato loro solo dissoluzione e malattie, facendo loro dimenticare le rigide tradizioni della loro gente.

In una di queste tribù, da una donna profondamente cattolica era nata Caterina, che però ben presto divenne orfana di entrambi i genitori per un'epidemia di vaiolo. Ella stessa fu contagiata dal morbo che le lasciò problemi alla vista. Di lei si occupò uno zio, un uomo duro e brutale che trattava le donne come schiave e che ovviamente non si occupò davvero di dare un'istruzione cattolica alla piccola.
Un giorno, quando Caterina aveva quasi 11 anni, un gruppo di missionari si fermò dinanzi alla sua capanna e quel rapido contatto le lasciò dentro un'impronta indelebile, che prese un nuovo vigore l'anno successsivo, quando in quel luogo si stabilì un sacerdote. Ma lo zio di Caterina, che non voleva avere niente a che fare con la religione e i religiosi, le proibì di frequentarlo.

Le irochesi venivano sposate dalla famiglia ad un'età molto giovane e, nonostante Caterina rifiutasse di accasarsi si cercò di farla sposare con degli stratagemmi che, fortunatamente, lei riusciva a sventare.
Vista la sua disobbedienza in questo campo, i suoi parenti la obbligarono a fare ogni sorta di pesanti faccende e a vestirsi secondo le loro usanze. Un giorno che non si sentiva bene, aveva ormai 19 anni, e se ne stava nella sua capanna, il sacerdote entrò e, colpito dalla purezza della giovane e dal suo desiderio di diventare cristiana, la istruì nella fede, battezzandola nella Pasqua del 1676.

Essa visse una vita di penitenza e di preghiera ma la sua vita in famiglia, diventata sempre più ostile, divenne intollerabile e irta di difficoltà. Sentendo parlare di una nuova comunità cristiana fondata sulle rive del fiume San Lorenzo, ella lasciò la casa natale e si rifugiò là dove potè consacrarsi ad una vita di preghiera e passare ore ed ore davanti al SS. Sacramento, lavorando senza risparmiarsi per la sua nuova tribù, aiutando in ogni modo lo svolgimento della vita in comune. Desiderando consacrarsi ancor di più a Dio e negandosi al matrimonio, ma volendo esser "schiava di Cristo", una notte si bruciò le piante dei piedi con un tizzone ardente; questo era un segno di schiavitù presso gli Irochesi. Poi si trascinò dolorosamente verso la cappella.

Continuò così a mortificare il suo corpo, prima per reprimere i suoi personali istinti, dopo per accomunarsi alla Passione del Signore e cercava tutte le occasioni possibili per umiliarsi. Questo suo modo d'agire stupiva tutti, poi lo stupore diventò gelosia e si fecero su di lei chiacchiere poco piacevoli, calunniandola e anche i missionari che pure apprezzavano il suo comportamento, prestarono in un primo tempo fede a queste dicerie e ne furono addolorati.

Caterina ricacciò in fondo al cuore anche il suo orgoglio fiero e tacque. Questo suo modo d'agire venne ben presto interpretato positivamente e tutti capirono che le chiacchiere non avevano alcun fondamento. Questo fatto increscioso, tuttavia, minò tutte le difese della giovane, già stremata dalla vita di penitenze che si infliggeva e dalle privazioni. Caterina s'indebolì e morì lentamete. Era il Mercoledì Santo del 1680, quando emise l'ultimo respiro e finalmente in pace, mostrò nella morte, un viso luminoso e finalmente felice.

 

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SANTA MARIA CRESCENZIA HOSS DI KAUFBEUREN



1682 - 1744

Crescenzia nacque il 20-10-1682 a Kaufbeuren, in Baviera, ultima di otto figli; essendo molto precoce, a soli cinque anni venne cresimata e a sei si consacrò totalmente al Signore, mentre a sette fece la Prima Comunione. Vedeva spesso ed ascoltava il suo Angelo Custode che la consigliava sul come comportarsi e che le rivelò che un giorno si sarebbe fatta suora e sarebbe entrata nel piccolo monastero di suore francescane del suo paese.
Ella pensava che tutto ciò non sarebbe mai accaduto, ma un giorno, inginocchiata davanti al Crocifisso del convento dove si recava spesso, sentì una voce che le prometteva che quella sarebbe stata la sua casa.

Ammessa, dunque, nel Convento nel 1703, diede subito prova di straordinario fervore, di pazienza e di umiltà, specie nei confronti della Madre superiora che l'aveva accettata a forza e che la sottoponeva ai lavori pù faticosi ed umilianti; ben presto anche il demonio cominciò a tentarla, procurandole anche danni fisici, ma questo non faceva che farla considerare una malata di mente o addirittura una strega, tanto che la perfida superiora la fece rinchiudere in una oscura prigione.

Il suo atteggiamento mansueto e la sua grande disponibilità a tutti i lavori venivano ritenuti segno di ipocrisia ed anche il Padre Provinciale ed il suo confessore, per via delle visioni e degli altri fenomeni, la trattavano con estrema severità. Essa, comunque, emise i voti nel 1704 e prese il nome di Suor Maria Crescenzia. Durante la cerimonia cadde in estasi e vide il Signore che le metteva al dito un anello e diceva che stava prendendola in sposa. Avrebbe dovuto soffrire molto, ma Egli avrebbe sempre alleviato le sue pene e anche la Madonna l'avrebbe presa sotto la sua protezione. Difatti, spesso Ella le appariva con Gesù Bambino, confortandola e sostenendola nelle numerose pene che sopravvenivano.

Infatti, spesso era tormentata da scrupoli, da una "notte spirituale", da dubbi sulla sua salvezza eterna e un giorno la Madonna, apparendole, le disse che se avesse compiuto un pellegrinaggio nel suo santuario di Lechfeld, si sarebbe purificata e non avrebbe avuto più alcun dubbio. La Madre superiora, però, glielo impedì ma, finalmente, il suo atteggiamento per niente consono, venne rilevato ed essa fu sostituita da Madre Giovanna Altweger, che diresse il convento per 34 anni, facendo rifiorire il monastero; ella diede il suo assenso per il pellegrinaggio di suor Crescenzia, che lì fece la comunione ed ebbe di nuovo la visione della Madonna che le promise la liberazione da ogni sua pena, fisica e spirituale.

Ella ritornò sollevata al monastero, pensando solo a fare il suo umile lavoro in cucina o in infermeria, accettando senza riserve ogni croce e persecuzione, senza mai perdere la speranza nell'aiuto di Dio. Dormiva solo poche ore per notte mentre le altre le dedicava alla preghiera per le anime del purgatorio che spesso le apparivano per chiederle di salvarle. Umile, rassegnata, zelante, la sua vita si svolgeva in santità ed ogni compito veniva da lei svolto con estrema cura; così quello di portinaia che fece per 16 anni, accogliendo i poveri, consolandoli, soccorrendoli, a costo di privarsi di cibo e di vestiti. Venne infatti definita "la madre dei poveri".

Nel 1716 il P. Provinciale dei Francescani, ancora dubbioso, decise di sottoporre suor Crescenzia ad una prova: se la suora gli avesse portato un lume senza che lui l'avvesse richiesto, quella sarebbe stata la conferma della santità di quell'anima. Crescenzia gli si presentò, di lì a poco, con una candela in mano. Anche P. Ignazio Wagener, che si occupò della sua direzione spirituale rimase incantato dalla sua santità e quando morì le apparve sotto forma di bianco fantasma. La beata pregò per lui per vari giorni, finchè lo vide salire al cielo.

Le era quasi impossibile stare senza Gesù e quando poteva si recava davanti al Tabernacolo e rinnovava con Lui la penosa Via Crucis che l'aveva portato al Calvario. Avrebbe voluto comunicarsi tutti i giorni, ma non era sempre possibile a quei tempi e alle volte un Angelo le portava l'Eucarestia, prodigio che continuò per due anni. Crescenzia, credendosi indegna di tale favore, chiese a Gesù di farle vivere la vita comune ma per il gran dolore di essere distaccata da Lui, si ammalò, tanto che ebbe poi di nuovo il permesso di comunicarsi tutti i giorni.

Dopo quasi vent'anni, tutti compresero la grandezza spirituale di suor Crescenzia e la nominarono maestra delle novizie, incarico che essa eseguì con grande senso di responsabilità, esigendo l'osservanza della regola e insegnando che anche il compimento di piccole azioni, tese a sconfiggere egoismo ed amor proprio, erano gradite a Dio, sollecitando le consorelle a pregare per le necessità della Chiesa, per la conversione dei peccatori e per le anime del Purgatorio. Spesso, in queste occasioni, entrava in estasi e subito dopo si avvicinava all'una o all'altra novizia e le diceva all'orecchio ciò che nessuno sapeva. Ad alcune persone essa predisse una morte precoce o altri avvenimenti che dovevano accadere.

Più tardi Suor Crescenzia fu nominata superiora ed anche quest'incombenza venne da lei svolta nel migliore dei modi, soprattutto con saggezza ed acume per quanto riguardava le vocazioni delle postulanti e con allegrezza incitava le sue sorelle a non preoccuparsi del domani ma ad affidarsi alla Provvidenza. Dio più volte premiò la fede di questa sua figlia con svariati miracoli. Ammalatasi, per esempio, di idropisia, all'inizio del suo governo, fu consolata e guarita all'istante da Sant'Antonio di Padova.

Ogni giorno la Beata faceva la Via Crucis, esortando le monache a meditare spesso la Passione del Signore e a tenere sempre presente la Sua croce. Madre Crescenzia non ebbe le stimmate, ma, per molti anni, partecipò ogni venerdì ai dolori del Figlio di Dio. Nella quaresima del 1744 la Beata sia ammalò di una strana malattia che come un fuoco la bruciava internamente, tormentandola con una sete inestinguibile, poi sopravvenne un gonfiore sulla spalla e sulla guancia sinistra e quindi le si aprì una piaga fino al dorso.

Sin dall'inizio ella sapeva che tale stato l'avrebbe portata alla morte, ma non subito; tra grandi patimenti accettava la volontà di Dio, chiedendo altre pene ma anche sopportazione e a chi tentava di consolarla per i dolori che la straziavano diceva: "La mia gioia, la mia vita, la mia forza si trovano nell'afflizione e nell'amore. Se potessi vedermi inchiodata in croce con il mio Signore, tutti i miei voti sarebbero esauditi: questo sarebbe il mio paradiso in terra".

Durante la Settimana Santa, guidata a Gerusalemme dal suo Angelo Custode, ella assistette in estasi allo svolgersi della Passione di Cristo e poi morì, come aveva predetto, a mezzanotte del 6 aprile 1744, assistita dall'Arcangelo Raffaele. Il suo corpo, che non si irrigidì nella morte e che esalava già da tempo un profumo soave che continuò a spandere intorno a sé, venne sepolto nella cappella del monastero.

Venne beatificata da Papa Leone XIII il 27-7-1900 e dichiarata Santa da Papa giovanni Paolo II nel 2001.

 

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SAN DOMENICO SAVIO



1842 - 1857

Domenico nacque il 2 Aprile 1842 in un'onesta famiglia che si stabilì, di lì a poco, a Murialdo, nei pressi di Castelnuovo d'Asti. Divenne presto un modello di virtù: sin da piccolo dimostrò umiltà, pietà e candore, amore per il lavoro, intelligenza; era un bambino buono e servizievole, mite di carattere, sempre di buon umore, aveva però una salute fragile, gli piaceva molto pregare e quando trovava la porta della chiesa sbarrata, si metteva in ginocchio pregando, attendendo che l'aprissero.

A 5 anni già serviva Messa ma aveva il cruccio di essere un pò troppo piccolo per spostare il grosso Messale da una parte all'altra dell'altare; a 7 conosceva già tutto il Catechismo ed il suo desiderio più grande era fare la Prima Comunione, ma a quell'epoca bisognava avere 11 anni. Il Parroco, che ben lo conosceva, non osava però prendere questa decisione poi, consultandosi con altri parroci, gli diede il permesso: Domenico fece quindi la sua Prima Comunione nel giorno di Pasqua del 1849. Aveva un quadernetto in cui annotava i suoi propositi spirituali, a cui si attenne per tutta la sua breve vita.

Era molto intelligente e portato agli studi e per frequentare la scuola, che distava alcuni chilometri da casa sua, doveva fare molti km; la gran fatica gli minò la salute tanto che dovette abbandonare gli studi e con la famiglia si traferì poi a Mondonio. Il suo nuovo parrocco Don Cugliero, voleva aiutarlo e così si ricordò di Don Bosco che a Torino dirigeva una scuola. Egli conobbe Domenico e ne fu subito colpito, decise quindi di farlo entrare nell'Oratorio di s. Francesco di Sales (29/10/1854).

Domenico si comportava in maniera esemplare, avendo deciso di "farsi santo", era assetato di penitenze, voleva digiunare nonostante l'età e la sua malferma salute, voleva a tutti i costi poter offrire alla Madonna qualche piccola privazione. Ma Don Bosco gli disse che l'obbedienza e l'accettazione paziente delle contrarietà erano già abbastanza. Molto devoto a Maria SS.ma si preparò con gran gioia alla proclamazione del Dogma dell'Immacolata Concezione.

Voleva "salvare le anime dei suoi fratelli, per assicurare la salvezza della propria", cercava quindi ogni occasione per dare consigli o impedire cattive azioni e bestemmie. Fondò una piccola società che si proponeva di convertire gli alunni cattivi e vi si dedicò con ardore, cercando di convincerli alla confessione e al cambiamento del cuore e, inoltre, l'8/6/1856, fondò con alcuni amici la Compagnia dell'Immacolata Concezione con regole approvate dai superiori. Il suo amore per Gesù Crocifisso gli permise la comunione quotidiana.

Aveva spesso visioni che egli chiamava "distrazioni" in cui gli sembrava di vedere il cielo aperto su di sè e spesso riuscì ad aiutare delle persone morenti a ricevere gli ultimi sacramenti.

Nel settembre del 1856 sua madre si ammalò ma non volle avvertire Domenico per non spaventarlo, tuttavia egli già sapeva tutto e disse che la Madonna l'avrebbe guarita; si recò quindi da lei, le mise al collo lo Scapolare della Madonna ed ella si riprese subito. La sua, invece, di salute, si deteriorò e fu colpito da tubercolosi polmonare, per cui fu necessario farlo tornare a casa.

Sapendo che non sarebbe mai più tornato, salutò ad uno ad uno i suoi compagni, lasciando in loro un ricordo indelebile. A casa andò sempre più deperendo e chiese l'Estrema Unzione, benchè nessuno credesse che fosse giunto il momento, recitò le Litanie della Buona Morte, chiuse gli occhi e li riaprì gridando: "O come è bello ciò che vedo!". E con un sorriso sulle labbra, spirò.

 

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I BAMBINI DE LA SALETTE



Massimino - 1935 - 1875

Melania - 1831 - 1904

Massimino (11 anni) e Melania (15) benchè abitassero nello stesso villaggio non si conoscevano: il primo era un bambino grossolano, frequentava scuola e catechismo saltuariamente e non teneva a mente nemmeno le preghiere più semplici e pensava solo a giocare; eppure aveva un animo dolce e generoso ed era intelligente.
Melania era anch'essa povera e tutt'altro che pia, non andava nè a scuola nè a catechismo, era timida e paurosa, pigra e disubbidiente, chiusa ed ostinata. Tuttavia era ingenua e senza malizia.

Melania si trovava a La Salette e anche Massimino andò là per lavorare come pastore; così i due ragazzi si conobbero e pascolarono insieme per un pò. Dopo aver mangiato si riposarono poi videro una gran luce all'interno della quale scorsero una Signora, seduta, che piangeva tenendosi la testa fra le mani. Indossava un abito bianco con uno scialle bordato d'oro.

Essi si spaventarono sentendola parlare e dire: "Se il mio popolo non vorrà ubbidire dovrò lasciare libero il braccio di mio Figlio che non riesco più a trattenere. Da tempo soffro per voi e prego ma voi non pregate, non rispettate le domeniche, bestemmiate..." I bambini non capivano una parola perchè la Signora parlava francese ed essi solo il dialetto; essa quindi ripetè il discorso in dialetto affinchè essi comprendessero. Ella fece un lungo discorso in cui parlava del raccolto che l'anno prima era andato a male e di quello nuovo che stava per essere seminato, che anche questo sarebbe andato a male se gli uomini non si fossero decisi a seguire i suoi consigli. Disse che ci sarebbe stata una grande carestia preceduta dalla morte di molti bambini...

A un certo punto la Signora venne udita solo da Massimino, poi solo da Melania: ambedue avevano ricevuto un segreto. "Se gli uomini si fossero convertiti la messe sarebbe stata molta". Chiese poi ai due fanciulli se pregassero ma al loro diniego essa li incitò a farlo e a frequentare la Messa e disse di rendere note a tutti le sue parole. I suoi piedi sfioravano appena l'erba e i bimbi la seguirono per un pò nel suo lieve ondeggiare poi, dopo averli guardati a lungo, la bella Signora svanì nel sole.

Melania credeva d'essersi trovata davanti ad una grande santa, Massimino avrebbe desiderato andare con lei... I due fanciulli non si rendevano assolutamente conto di quello che era accaduto ma il loro messaggio si diffuse comunque in tutto il villaggio e poi tra i pellegrini che subito arrivarono, alle autorità civili e religiose da cui vennero perseguitati in ogni modo. Ma essi rimasero fermi nelle loro dichiarazioni e nel corso di 4 lunghi anni di interrogatori, confermarono sempre il loro racconto. Le loro risposte erano superiori sia alla loro condizione che alla loro età.

Intanto le suore di Corps si erano incaricate della loro educazione, un'impresa lunga e difficile che però i bambini cercavano con sforzo di affrontare. Benchè spesso bisticciassero fra loro, Melania divenne pia e Massimino aperto e simpatico ma non riusciva mai a stare fermo, ma quando si trattava di parlare della Signora allora assumeva un atteggiamento calmo e pensoso.

Nessuno dei due è diventato santo. Melania entrò e poi uscì dal convento, lui invece venne raggirato da cattive compagnie. Diventarono buoni cristiani e nulla più e l'apparizione fu un dono umanamente inspiegabile.

Essa provocò nella Regione, ostile alla Chiesa, un risveglio religioso e molte furono le conversioni.
Le predizioni della Vergine si avverarono: vi fu una malattia che colpì le patate, in Francia e al'estero, una nuova malattia della vite, poi quella del noce; nel 1855 in Francia morirono più di 100.000 persone per la carestia e per un'epidemia di colera altre 100.000, specie bambini. Poi venne la guerra del 1870, quella del '14, quella successiva del '39.

"Il braccio di mio figlio è così pesante che non riesco più a trattenerlo...".


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SANTA BERNADETTE SOUBIROUS


1844 - 1879

Il 7 gennaio 1844, a Lourdes, in una povera famiglia profondamente cristiana, nasce Bernadette, primogenita di nove figli. Fin da piccola soffrirà di asma e, proprio a causa della salute non buona, frequenterà saltuariamente la scuola, dovendosi anche occupare della piccola casa e dei fratelli e sorelle.
A 14 anni frequentava ancora la classe delle bambine di 7 anni, non avendo una gran memoria e parlando solo il dialetto. Tuttavia era docile, obbediente e serena.

L'11 febbraio del 1858, segnerà per sempre la sua vita: Bernadette con alcune compagne si era recata a raccogliere della legna secca nella grotta di Massabielle, quando improvvisamente le apparirà, in una anfratto della roccia, una Signora bellissima e giovane, dal viso soave, vestita di bianco con una fascia azzurra attorno alla vita e un velo sulla testa.
Nonostante la paura, la fanciulla, che sembra l'unica a vederla, si sente l'animo invaso da una gioia indescrivibile ed inizia a recitarecon Lei il Rosario. L'apparizione svanisce quasi subito e la giovane, che era rapita in estasi, si riscosse e ritornò dalle compagne che le fecero molte domande e riuscirono a strapparle di bocca quell'esperienza meravigliosa a cui però non credettero. La "Bella Signora" che le aveva riempito il cuore di felicità, forse era stato solo un sogno.

Apprendendo il fatto, la mamma le vietò di tornare laggiù, ma intanto la notizia si era diffusa nel paese; alcuni ritenevano Bernadette una bugiarda che voleva rendersi interessante, tuttavia, la domenica 14 un piccolo seguito di persone la accompagnò alla grotta, dove si recò dopo aver ottenuto il permesso materno. L'apparizione ritornò e così pure il 18 febbraio quando, finalmente, la Signora parlerà alla giovane, chedendole di ritornare per quindici giorni consecutivi, aggiungendo: «Non ti prometto la felicità in questo mondo, ma nell'altro».

Fedele alla sua promessa, tutte le mattine ella si recherà in quel luogo dove, il 21 successivo, riceverà questo messaggio:«Prega Dio per i peccatori» e poi : "Va a dire ai sacerdoti che qui deve esser costruita una cappella"; il 24, poi, la Signora pronuncerà ripetutamente le parole: «Penitenza! Penitenza! Penitenza!».

Intanto le autorità civili e religiose si preoccupavano e sottoposero Bernadette a lunghi interrogatori, mentre il Parroco, non convinto della veridicità delle apparizioni, si teneva in disparte e alla richiesta della ragazza di erigere una cappella, chiese alla Signora un miracolo, cosa questa che avverrà solo successivamente.

Il 25 Bernadette, scortata dai soldati, arrivò sino alla grotta per pregare, poi si alzò dirigendosi verso il fiume, tornò alla grotta, avanzando in ginocchio fino al centro, dove la Signora l'aveva preceduta. Sembrava una piccola demente mentre poi con le unghie scavava la terra lì intorno, dove una piccola pozza d'acqua si era aperta la strada fino alla sua mano. Essa bevve di quell'acqua, si lavò il viso e mangiò, sia pur riluttante, qualche stelo d'erba. Molti la ritennero impazzita, ma poco dopo alcuni passanti si accorsero che un filo d'acqua sgorgava dalla cavità, diventando poi un ruscello, una sorgente che dovette ben presto essere incanalata e che ancor oggi produce una grande quantità d'acqua che è diventata fonte d'inesauribili grazie e guarigioni.

Il 25 marzo, giorno dell'Annunciazione, la Signora finalmente si rivela: «Sono l'Immacolata Concezione». Bernadette corre a ripetere questa frase che non capisce al Parroco che, svonvolto, crederà alle apparizioni, esclamando: «È la Santa Vergine!». Pochi anni prima, Papa Pio IX aveva proclamato il Dogma della completa assenza di peccato in Maria Vergine. Intanto, tra le alterne vicende di Bernadette, che era soffocata dalle domande dei curiosi, pressata dall'opinione pubblica e sorvegliata dalle autorità che tentavano di porre fine agli affollamenti della gente che chiedeva miracoli, in giugno il luogo delle apparizioni venne delimitato da uno steccato ma la folla continuò a condurre là gli ammalati.

 

L'ultima apparizione della Vergine ebbe luogo il 16 luglio, festa della Madonna del Carmine: «Non l'ho mai vista tanto bella», dirà Bernadette, rattristata dall'annuncio che non avrebbe più rivisto la bella Signora.

Successivamente a questi fatti, anche il Vescovo di Tarbes pronuncerà solennemente: «Noi riteniamo che Maria Immacolata, Madre di Dio, è veramente apparsa a Bernadette Soubirous, l'11 febbraio 1858 ed i giorni seguenti, per diciotto volte».


I visitatori si facevano sempre più numerosi e cercavano di vedere la fanciulla. Temendo per la sua salute, il parroco e il sindaco la fecero entrare in un pensionato di suore nel 1860; là ella ritrovò un pò di calma anche se la gente continuava a cercarla.

 


Non diede mai il più piccolo segno di vanità a proposito dei favori straordinari che aveva ricevuto e si dimostrò umile ed obbediente come sempre.
Si racconta che una volta, la superiora dell'Ospizio, cadendo malamente aveva avuto una forte distorsione al piede e le erano stati prescritti 40 giorni di riposo. Fece chiamare Bernadette e le disse: "Figlia mia, io non ho tempo per restare a letto. va dunque a chiedere alla Madonna che mi faccia subito guarire". "Va bene Madre" disse Bernadette e il giorno dopo la superiora era già in piedi.

Sei anni più tardi, dopo aver esitato a lungo su tale scelta, ritenendosi indegna, nè abile nè intelligente,la veggente di Lourdes, a 22 anni, verrà ammessa - con il nome di suor Maria Bernarda - al convento di S. Gilardo dalle Suore della Carità e dell'Istruzione cristiana di Nevers: «Sono venuta qui per nascondermi», diceva. Nascondersi pe pregare, per soffrire, per sè e per i peccatori...

Gli inizi della sua nuova vita furono penosi soffriva di nostalgia dei suoi e per l'assenza della Signora, per le umiliazioni morali inflittele dalla Madre Superiora, che non la comprendeva e la trattava con freddezza, non constatando niente di straordinario in quella “veggente. Inoltre, sarà tormentata da vari malanni fisici ma la sua sarà una vita di umiltà e di preghiera, segnata da grande coraggio e da una forza d'animo fuori del comune; volenterosamente e sempre sorridendo, compirà ciò che le verrà chiesto.

Oltre alle continue crisi d'asma, durante l'inverno del 1877 le si formò un ascesso tumorale al ginocchio destro, il dolore era atroce e Bernadetta troverà forza solo in Gesù e, per amore suo, arriverà al punto di “amare” la sofferenza: «Sono più felice con il mio Cristo, sul mio letto, che una regina sul trono» scrive ad una suora che le aveva mandato un'immagine di Gesù Crocifisso.

Negli istanti di tregua, si renderà utile alla comunità, ricamando, disegnando, dipengendo, ecc. Ben presto, si allettò e, essendo ormai in fin di vita, chiese insistentemente di pronunciare i voti. Dopo la cerimonia, officiata dal Vescovo, Monsignor Forcade, la salute di Bernadette si ristabilirà in maniera inattesa ed ella vivrà ancora altri 12 anni.

Nel 1879, verso la fine di marzo si aggraverà e il 16 aprile spirerà recitando l'Ave Maria. Umile e fiduciosa fino alla fine, Suor Maria Bernarda dirà per due volte: «Santa Maria, Madre di Dio! Prega perme... povera peccatrice... povera peccatrice». Spirerà quasi subito dopo, stringendo al cuore il Crocifisso.

Bernadette Soubirous è stata canonizzata da Papa Pio XI, l'8 dicembre 1933.




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SANTA GERMANA CASTANG

1878 - 1897


Germana nacque a Najals, in Dordogna nel 1878 da una famiglia di ben 12 figli, profondamente cristiana, molto generosa verso i più poveri. Aveva un carattere forte e volitivo e spesso ne combinava di tutti i colori.
A 4 anni cadde in un sonno che durò parecchi giorni, dopodichè le si paralizzò la gamba sinistra che si deformò, mentre il piede diventava enorme e successivamente le si formò una piaga inguaribile; a nulla valsero le cure del dottore e la bambina restò inferma ma, nonostante tutto non perse mai il suo carattere battagliero e litigava spesso coi fratelli.

Tuttavia, piano piano riuscì a mitigare le asprezze del suo essere, pensando al Paradiso e alle innumerevoli sofferenze patite dai santi; era sempre di buon umore e aveva una pazienza straordinaria. Il Tabernacolo con l'Eucarestia l'attirava oltremodo e quando la mamma e la sorella si comunicavano, lei stava loro intorno per tutta la giornata, sognando di diventare suora e di fare subito la Prima Comunione.

Intanto la situazione finanziaria della famiglia diventò disastrosa e presto si ridussero alla carità e dovettero ritirarsi su un pezzetto di terra, ancora di loro proprietà, a 4 km da Najals, chiamato ancor oggi "il prato Castang"; là vi era una casupola piccolissima per quel gran numero di persone, calda d'estate e fredda d'inverno. Il male di Germana intanto peggiorava e ogni passo era per lei dolorosissimo e la piaga si allargava sempre più ma, ciononostante, la volontà era grande ed essa si mise a girare con una carriola chiedendo la carità, per aiutare la sua famiglia. Di suo non aveva che la vita e la immolò, offrendosi in sacrificio per salvare i suoi cari; di lì a poco il padre trovò un lavoro a Bordeaux e la piccola non dubitò che la sua offerta fosse stata gradita al Signore. Nel 1890 ebbero di nuovo una casa a cui Germana e la mamma accudivano ma non c'era denaro per curare la sua gamba.

All'inizio dell'anno successivo, un cane rabbioso la morsicò e fu ricoverata in ospedale dove i medici le promisero la guarigione completa. L'operazione riuscì felicemente ma poco dopo, mentre era ancora là, venne ricoverato il fratellino di 1 anno con la polmonite tubercolare che poco dopo morì e successivamente il morbillo si portò via altri 2 fratellini. Germana era stata per loro una piccola mamma e un giorno parlando con un altro ammalato disse: "Oh, guarda, i miei fratellini sopra il tuo letto, come sono graziosi". Ella trovava naturale che essi le fossero apparsi per consolarla. Il fratello più grande era malato di tisi e i genitori si preoccupavano per lei e la fecero entrare come pensionante al "Rifugio di Nazareth" che accoglieva le bambine povere, lavoratrici e carcerate, dove avrebbe potuto apprendere un lavoro; una compagna le insegnava quel che doveva fare ma spesso la maltrattava, ma ella tutto accettava e quando entrava nella cappella tutto il resto le diventava indifferente.

La sua carità divenne proverbiale e tutti la chiamavano "la buona Germana". Per premio ottenne in chiesa un posto da cui poteva vedere direttamente il tabernacolo e venne poi fissato il giorno per la sua Prima Comunione. Per tutta quella giornata rimase assorta e raggiante e da quel momento la sua vita fu un'attesa della comunione festiva. Sognava la vita delle Clarisse ma nel 1892 la mamma morì ed ella dovette ritornare a casa ad occuparsi del padre e del fratello malato che di lì a poco morì anche lui. Fu così che la giovane condusse alla casa di Nazareth le due sorelline più piccole. Intanto una piaga purulenta le si era aperta presso la caviglia; dovette mettersi a letto e per la prima volta pregò per la sua salute e fece un pellegrinaggio a Lourdes. La gamba però non guarì.

Nel 1893 ripresentò la domanda per essere ammessa tra le Clarisse, ma di nuovo venne rifiutata e nel frattempo rimase sola poichè le due sorelline vennero trasferite in altro luogo. Conservava però sempre un volto sereno e si affidava al suo Angelo Custode che le rendeva molti servizi e una volta, alla festa dell'Immacolata, cadde in estasi e finì per confessare di aver visto la santa Vergine che le apparve anche successivamente, per dirle che sarebbe stata accettata tra le religiose ma che vi sarebbe rimasta per poco tempo.

Ella attese tranquilla che tutto ciò si avverasse e alfine il 12 giugno, festa del S. Cuore, venne ammessa nel convento. Nonostante la durezza della Regola claustrale, il primo giorno fu per Suor Celina, questo era il suo nuovo nome, una festa. Mentre attendeva di pronunciare i voti, che le vennero amministrati in extremis, la giovane cercava le mortificazioni e praticava la penitenza dello spirito, ma ben presto ella avvertì un malore, inizio di un male implacabile che non le diede respiro e si preparò a lasciare la vita e il convento che amava tanto, ma con calma e rassegnazione si adattò all'idea. Durante questo periodo si evidenziarono molti fatti prodigiosi e veniva spesso turbata da rumori spaventosi provocati dal demonio che la tormentava e quel fracasso durò fino alla sua morte e terribili angosce (oltre a quelle fisiche) turbavano il suo spirito: era ossessionata dal peccato, pensava al suo destino eterno, era desolata di dover abbandonare le suore.

ntensi che si diffondevano per tutto il monastero mentre si levavano musiche celestiali. Dal 17 al 30 maggio suor Celina fu in una agonia simile all'estasi che durava diverse ore e avvicinandosi al suo letto le suore e il capellano provavano strane impressoni di forza e di dolcezza. Gli ultimi giorni furono terribili, non poteva nè inghiottire nè masticare mentre il demonio continuava a tentarla e le appariva di continuo, finchè un mattino spirò, illuminata dall' immensa gioia di aver visto la Vergine.. Innumerevoli furono le grazie ricevute per intercessione della piccola santa, con manifestazioni di profumi misterosi.

 

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VENERABILE ANNA DE GUIGNE'

1911 - 1922


Anna era la maggiore di 4 fratellini, rimasti orfani del padre, morto nella guerra appena iniziata nel 1915. Aveva un forte carattere terribilmente geloso, diceva bugie, faceva capricci, era difficile, ma anche intelligente, vivace ed orgogliosa.
La morte del papà e il dolore della mamma la cambiarono: si propose di consolare sua madre con la dolcezza e con la volontà, offrendo sacrifici per la vittoria della Francia. Aveva una gran fede e iniziò a lottare contro i suoi difetti, mortificandosi in ogni modo.


Cominciò a frequentare la scuola di catechismo a 4 anni e mezzo e, giunto il momento della Prima Comunione, che le sarebbe stata amministrata in anticipo sui tempi grazie alla sua precocità, venne esaminata dal superiore dei Gesuiti che nonostante la giovane età e le diffcili domande che le pose, ritenne che essa era in grado di comprendere e di volere. anna, infatti, teneva un quadernetto su cui annotava tutto quello che aveva compreso delle omelie che si tenevano in chiesa.

Il 2 marzo del 1917 Anna fece la sua Prima Comunione e si immerse nel raccoglimento, dicendo che Gesù parlava al suo cuore. Gli sforzi per essere buona e per cercare di dominarsi le costavano molto ma lei offriva tutto a Gesù. Amava il suo Angelo Custode e consigliava ai suoi fratellini ed amichetti di invocarlo spesso per essere sempre più bravi. Venerava molto anche la Madonna dei 7 dolori e le offriva di condividere il suo dolore perchè "Gesù non era molto amato".

Si dava da fare per tutti: per i fratelli, per la mamma, per il nonno, per un prozio, faceva la carità con ardore, pregava con impegno per tutti i peccatori e per piccoli che fossero i suoi doveri, li compiva alla perfezione per amore di Dio.

Il 19/12/1921, Nannetta, così la chiamavano, ebbe forti dolori di testa e di schiena ma continuò a darsi da fare; l'encefalite che l'aveva colpita fece il suo corso, procurandole dolori intensi che essa tuttavia minimizzava, cercando sempre di accettare la volontà del Signore. Il 28 dicembre si confessò e si comunicò con gran fervore e il 30 ricevette l'Unzione degli Infermi e mentre era alla fine, chiese alla mamma di poter seguire il suo Angelo Custode che le era appena apparso.


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I BAMBINI DI FATIMA

Giacinta 1910 - 1920
Francesco 1908 - 1919
Lucia 1907 - 2005

In un villaggio vicino a Fatima, in Portogallo, vivevano due famiglie devote e lavoratrici, imparentate fra loro, i Marto con 9 bambini e i Dos Santos con 5 figli.
Non tutti i bambini andavano a scuola e le mamme insegnavano loro le preghiere e di sera leggevano le vite dei santi o il Vangelo.
Lucia de Jesus, l'ultima figlia dei Dos Santos era stata per questo ammessa al Catechismo prima dei 7 anni; era intelligente, seria e aveva una buona memoria. I suoi cugini Francesco, un bel bambino silenzioso, pio e caritatevole e Giacinta, la più piccola, era molto vivace ma pia ed affascinata da Gesù Eucarestia, le volevano molto bene.
Essi invidiavano Lucia che aveva fatto la Comunione prima dell'età prescritta e chiesero il permesso di frequentare il catechismo. Quando Lucia compì 10 anni, le fu dato l'incarico di condurre al pascolo le pecore e i due cuginetti la sera ne aspettavano il ritorno, ma poi si unirono a lei e passarono insieme le giornate giocando, pregando e guardando le pecore.

Il 13 maggio 1917, dopo la Messa, essi si diressero verso la Cova de Iria e mentre giocavano, un lampo accecante illuminò il cielo; radunarono il gregge pensando che sarebbe piovuto ma si fermarono ad un nuovo lampo, poi videro una Signora che facevano cenno di avvicinarsi: aveva i piedi poggiati su una nuvoletta, una tunica e un velo ornato d'oro. Le bimbe la videro subito mentre Francesco solo dopo aver pregato, però non intese mai quello che Lei diceva. Giacinta sentiva tutto, ma solo Lucia parlava con Lei.

La Signora chiese ai fanciulli di ritornare in quel luogo il 13 di ogni mese per sei volte; in ottobre, poi, avrebbe dato un segno, avrebbe detto chi era e che cosa volesse. La visione raccomandò loro di recitare il Rosario ogni giorno e chiese se volessero soffrire un pò per la conversione dei peccatori e fare qualche sacrificio per salvare le anime; molte si perdevano perchè nessuno pregava per loro.

La fanciulla accolse con slancio l'invito e di lì a poco la Signora si allontanò, lasciando i bambini senza parole; Lucia consigliò di non rivelare a nessuno ciò che avevano visto, ma Giacinta non riuscì a mantenere il segreto e raccontò ogni cosa, poi anche gli altri ammisero di aver avuto un'apparizione. La notizia si sparse nel paese contrariando la mamma di Lucia che però, dopo aver parlato col parroco, acconsentì che la figlia andasse, il mese successivo, alla Cova di Iria, dove si raccolse una gran folla e dove, dopo il primo Rosario, la Signora arrivò, tornando a sollecitare la recita giornaliera delle preghiere, chiedendo ai bambini d'imparare a leggere e promettendo di ritornare il mese seguente.

Lucia chiese la guarigione di un malato che si era rivolto a lei ma la Madonna disse: " Ditegli che si converta e guarirà entro quest'anno". Lucia supplicò di portarli con sè in cielo e la Signora le assicurò che vi sarebbero andati, prima i due più piccoli, mentre Lucia avrebbe dovuto restare sulla terra più a lungo, per far conoscere ed amare Gesù che voleva stabilire nel mondo la devozione al Cuore Immacolato di Maria. La giovinetta si rammaricò di dover restare da sola ma la Signora assicurò che il suo Cuore sarebbe stato il suo rifugio, aprì poi le braccia inondando i fanciulli di luce ed essi videro nella sua mano destra un cuore circondato di spine. Gli astanti non avevano ovviamente visto nulla ma avevano notato che, benchè la giornata fosse calda e serena, il sole si era indebolito, avevano sentito un forte colpo e visto una nuvoletta che poi si era dissolta.

I genitori dei ragazzi, poichè tutto il paese parlava di loro, pretendevano una ritrattazione e Lucia venne picchiata più volte dalla madre finchè il parroco non intervenne e fece chiamare le due famiglie. Lucia quasi quasi avrebbe voluto arrrendersi e ritrattare, ma Giacinta la convinse che quella sì, allora, sarebbe stata una bugia. Il 13 successivo, benchè non volesse andare all'appuntamento, Lucia si sentì attratta alla Cova dove si recò, accompagnata dai genitori e da una folla di 6000 persone; alle 12 precise la Signora apparve, chiedendo ciò che aveva detto in precedenza: recitare il Rosario per ottenere la fine della guerra. Lucia chiese un miracolo affinchè tutti credessero ed essa ne promise uno per l'ottobre successivo, quando avrebbe rivelato quello che voleva.

Gli astanti videro il volto di Lucia rattristarsi, lanciare un grido di terrore, poi i bambini rimasero in silenzio: avevano visto l'Inferno, mentre la Signora aveva loro rivelato un segreto, invitandoli a diffondere il suo messaggio:
" ... Se si farà quello che chiedo molte anime si salveranno e ci sarà la pace. Ma se non si cesserà di offendere Dio, sotto il nuovo pontificato vi sarà un'altra guerra ben peggiore. Quando vedrete una gran luce misteriosa nella notte, saprete che quello è il segno di una nuova guerra, di carestie e persecuzioni contro la chiesa e il Santo Padre.

Per impedire questo Il Signore chiede la consacrazione del mondo al mio Cuore Immacolato e la comunione riparatrice ogni primo sabato del mese. Se ciò avverrà la Russia si convertirà e si avrà la pace, altrimenti essa diffonderà i suoi errori nel mondo, portando ancora guerre e persecuzioni e il S. Padre dovrà molto soffrire, molte nazioni saranno annientate. Ma alla fine il mio Cuore Immacolato trionferà e il mondo potrà godere di un periodo di pace".
La gente notò una nube bianca che avvolgeva i bambini e una strana colorazione dorata dell'atmosfera.

Nel 1917, a quel momento, non era ancora avvenuta la Rivoluzione Russa che si sarebbe verificata in ottobre e quindi dei pastorelli ignoranti non avrebbero potuto inventare una storia del genere. Aspettando il 13 agosto, molta gente, anche sollecitata dalla stampa massonica che fece un gran chiasso su questa vicenda, si recò alla Cova, provocando problemi alle culture dei Dos Santos e causando problemi a Lucia che non era ancora creduta dalla madre.

Le autorità ecclesiastiche non potevano ormai far finta di nulla e decisero quindi di convocare i bambini e i loro genitori per allontarli nel giorno previsto per l'apparizione e il Prefetto con una scusa li portò lontano, chiudendoli in prigione insieme a detenuti comuni, sorpresi di vedere quei tre bambinetti che subito si misero in ginocchio a pregare.

I piccoli, sia pur minacciati e tra le lacrime, sostennero quanto già detto. Il giorno dell'apparizione i ragazzi non erano al solito posto ma c'era una gran folla che udì uno scoppio e vide l'aria diventare dorata, il sole attenuò i raggi e sulla sommità dell'albero si formò una nuvoletta. I bimbi si disperarono di non poter essere presenti ma poi, liberati, nel pomeriggio del 19 agosto mentre erano al pascolo, ecco apparire di nuovo la Signora. Essa disse che, a causa degli avvenimenti, il gran miracolo che si era ripromessa di compiere in ottobre sarebbe stato meno grandioso.
Dopo aver chiesto di utilizzare il denaro raccolto dai fedeli per l'acquisto di unn carro per trasportare la statua della Madonna del Rosario in processione e per costruire una cappella, ribadì di pregare molto e di fare sacrifici per i peccatori. Lasciando la Cova, Lucia portò con sè un ramo dell'albero su cui si era poggiata la visione, che profumò miracolosamente tutto il villaggio.

Il 13 successivo vi era già una gran folla sul luogo delle apparizioni: tutti si inginocchiarono e alle 12 precise, preceduta da un globo di luce, ecco apparire la Madonna preceduta che promise ai bambini di tornare il mese successivo con San Giuseppe e il piccolo Gesù. Il 13 ottobre era un giorno piovoso eppure la folla si riversò a frotte all'appuntamento. Lucia comandò di chiudere gli ombrelli e subito ecco un lampo e per tre volte una nuvoletta circondò i bambini che erano ormai entrati in estasi.

La Madonna, sottolineando le troppe offese nei confronti del Figlio, chiese che in quel luogo venisse eretta una chiesa in suo onore, poi aprì le mani che brillarono al sole comparso improvvisamente e ci fu un prodigio: il sole ballava in un cielo azzurro intenso, sembrava un disco d'argento che roteando nel cielo lanciava fasci di luce di tutti i colori. Poi si fermò e ricominciò di nuovo. Per la terza volta ci fu il prodigio e la luce sembrava sempre più sfavillante.
La folla guardava costernata, tutti videro il fenomeno e ad un tratto sembrò che il sole precipitasse sulla folla che incominciò a fuggire,ma lentamente esso si rimise al suo posto. Tutti recitarono il Credo e ognuno si accorse che i suoi vestiti prima bagnati per la pioggia, si erano improvvisamente asciugati. Lucia raccontò di aver visto la Vergine dai 7 Dolori senza la spada conficcata nel petto, la Madonna del Carmine, la Sacra Famiglia e Nostro Signore benedire la folla, mentre gli altri due avevano visto solo Maria, San Giuseppe e il Bambino Gesù.

L'anno dopo, 1918, la spagnola colpì tutta la famiglia Marto e Francesco che, nonostante la febbre, continuò a recitare tranquillamente il Rosario, restò a letto per 5 mesi chiedendo con insistenza di poter fare la Prima Comunione, prima di morire.
Così fu il 2 aprile e solo dopo due giorni se ne andò in cielo. Anche Giacinta verrà colpita dalla spagnola che le provocherà una pleurite; condotta in ospedale, ne uscirà due mesi dopo con una dolorosa fistola a un fianco e avendo rivista la Signora, questa le aveva predetto che sarebbe morta in solitudine, dopo molto penare, in un un altro ospedale, senza più rivedere i genitori. La fanciullina accettò tranquillamente la sua sorte.
Nel febbraio del 1920, infatti, un medico di Lisbona giunto in pellegrinaggio a Fatima, assicurò che Giacinta avrebbe potuto guarire con un intervento chirurgico. L'operazione ebbe luogo ma la bimba, di lì a poco, dopo aver avuto altre apparizioni della Vergine, morì. Il suo piccolo corpo venne esposto perchè una folla sorprendente da ogni parte andava a recarle un saluto. Sorrideva come fosse ancora viva e da lei emanava un odore di fiori. 15 anni dopo la sua salma venne riportata a Fatima e quando la bara venne riaperta, il suo corpo era ancora intatto.

Qualche anno più tardi, Lucia entrò nell'Orfanotrofio delle suore di santa Dorotea, a Porto, dopo aver promesso al Vescovo di non parlare mai a nessuno di Fatima, promessa a cui terrà fede per 13 anni.

A 18 anni chiese di essere ammessa nella Congregazione delle suore di Santa Dorotea, a 21 emise i primi voti e nel 34 i voti perpetui. In quest'occasione la consegna del silenzio fu tolta. Lei, intanto, di Fatima non sapeva più nulla, ma successivamente seppe del riconoscimento, da parte della chiesa, della autenticità dei fatti accadutivi; vi ritornò solo nel maggio del 1946. Entrò poi nel Carmelo, il giovedì santo del 1948 , a Coimbra, con il nome di suor Maria Lucia del Cuore Immacolato.

Fatima è divenuta meta di pellegrinaggi e dal maggio del 1926 al dicembre del 1937 si verificarono più di 800 guarigioni ritenute inspiegabili. Il Portogallo, dapprima anticlericale e massonico, divenne sempre più devoto a Maria e nel 1931 i Vescovi portoghesi consacrarono al Cuore Immacolato di Maria la loro Nazione, rinnovando la consacrazione nel 1938 e nel 1940.
Grazie al Cuore Immacolato di Maria, il Portogallo fu miracolosamente preservato dal coinvolgimento nella guerra civile spagnola e venne risparmiato dalla Seconda Guerra Mondiale.


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I BAMBINI DI BEAURAING

Fernande - 1917 - 1979
Gilberte - 1919 - 2003
e Albert Voisin 1921 - 2003

Andrée - 1918 - 1978
e Gilberte Degeimbre -1923 - 2015


A Beauraing, piccolo villaggio francese al confine con il Belgio, nel 1932 la popolazione era per metà cattolica e per metà protestante, per lo più tiepidamente devota. Le famiglie Voisin e Degeimbre, amiche fra loro, erano cattolici. I Voisin avevano 3 bambini : Ferdinanda, Gilberta e Alberto.
La Degeimbre, vedova, aveva Andreina e Gilberta. I bambini erano sempre insieme e il 29 novembre di quell'anno, mentre andavano a prendere Gilberta Voisin alla scuola retta da suore, Alberto vide una luce su un ponte là vicino e ne restò abbagliato mentre le bambine, distratte, non davano retta ai suoi richiami. Il piccolo però insistette e anch'esse si girarono e videro una figura bianca sul lato di una piccola grotta.
Gilberta, raggiuntili, vide anch'essa quella candida apparizione.

Nessuno però credette al racconto dei piccoli, ma poichè quella forma sospesa a mezzaria con le mani giunte si ripresentò al loro sguardo, il giorno dopo essi chiesero ai genitori di accompagnarli di nuovo in quel luogo.

 

La visione ora non era più sospesa nell'aria ma sfiorava il terreno e i bimbi la videro in vari posti là attorno, potevano osservare il suo bel volto, l'aureola di raggi dorati intorno alla sua testa, le mani giunte e gli occhi rivolti al cielo. Essi caddero in ginocchio pregando. Il 2 dicembre, i bambini ritornarono là seguiti da altra persone e caddero in ginocchio di colpo, battendo fortemente sul terreno ma essi non se ne accorsero nemmeno. Il bimbo le chiese se essa fosse la santa Vergine ed ella annuì; le domandò cosa volesse ed essa li spronò ad essere buoni. Essi promisero e la loro voce risuonava ma quella della Vergine poteva essere udita solo da loro.

Ella diede un nuovo appuntamento per l'8, sua festa e in quel giorno si raccolse sul posto una folla enorme. Non accadde nulla di particolare, tranne l'estasi dei bimbi che vennero esaminati da alcuni medici presenti. La Vergine ritornò altre volte e chiese che in quel luogo venisse costruito un santuario. Mentre apriva le braccia, i bimbi videro un cuore d'oro sul petto della Madonna.

Il 3 gennaio ebbe luogo l'ultima sua apparizione. A Gilberta Degeimbre e ad Alberto la Vergine confidò un segreto e a Gilberta Voisin un altro, dicendo: "Io convertirò i peccatori". Ad Andreina disse: "Io sono la Madre di Dio, la Regina del cielo. Pregate sempre". Solo Fernanda non aveva visto nè udito nulla ma dopo la visione si scosse, come colpita e singhiozzò: "Sì, si". La Vergine le aveva chiesto se volesse bene a Lei e a suo Figlio e di fare sacrifici.

Le apparizioni di Beauraing sono state molto contestate poichè i bambini non presentavano particolari doti di devozione e di fervore. Anche i messaggi della Madonna non avevano nulla di particolare, a parte forse che la promessa di salvare le anime e la visione del cuore d'oro non siano stati un messaggio di speranza. I bimbi comunque crescendo, hanno condotto una vita profondamente cristiana, responsabile, onesta, da buoni parrocchiani.



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LA FANCIULLA DI BANNEUX


1921 - 2011


Nella provincia di Liegi, su un terreno poco lontano dal bosco, vivevaGiuliano Beco, poco credente e praticante, tuttavia ottima persona, con una numerosa famiglia.
La figlia maggiore, Mariuccia, frequentava senza gran fervore il catechismo, non sempre andava a Messa ma conosceva le preghiere.

La domenica 15 gennaio 1933 non vi era stata e a sera attendeva il ritorno del fratello, quando scorse una luce e vide una signora luminosa, in piedi, che la guardava con le mani giunte. La fanciulla prese il Rosario e cominciò a pregare mentre la Signora le sorrideva e la chiamava a sè, ma la mamma, che non vedeva nulla, glielo impedì.

La visione scomparve e la mattina la ragazzina raccontò tutto al padre che le credette subito e ad una sua compagna che riferì la cosa al Cappellano il quale, poco convinto, la vide comunque partecipare alla messa del mercoledì.

Quel 18 gennaio faceva molto freddo - 11 gradi sotto zero - e nonostante la paura Mariuccia uscì di casa mentre il padre la seguiva senza farsi scorgere. La piccola si mise in ginocchio, recitò il rosario e a un certo punto tese le braccia: la visione era ricomparsa e un disco di raggi la circondava, aveva un abito bianco e un lungo velo.

La bimba continuava a seguire l'apparizione mentre il padre la chiamava senza che essa lo sentisse, finchè egli decise di andare a prendere il cappellano ma, non trovatolo, portò con sè un amico e il suo figliolo. Mariuccia intanto seguiva gli spostamenti della visione: ora si inginocchiava, ora si alzava, sorridendo, si rimetteva in ginocchio e pregava finchè non si fermò sulla riva di un fossato in cui la fanciulla bagnò le mani dicendo distintamente, come ripetendo: "Questa sorgente è riservata a me. Io sono la Vergine dei Poveri. Questa sorgente è destinata a tutte le Nazioni per dar sollievo agli ammalati".

Mariuccia poi la salutò mentre essa si allontanava.

Tutto era durato poco più di mezz'ora. La visione ricomparve ancora il 19 e il 20 gennaio mentre la fanciulla recitava tanti rosari, ritornò ancora l'11 febbraio, anniversario dell'apparizione di Lourdes e chiese una cappella, poi ancora chiedendo a Mariuccia di pregare molto. Il 2 marzo si congedò quindi dicendo: "Io sono la Madre del Salvatore, la Madre di Dio".

Mariuccia non si espose alla curosità generale, lavorò presso una clinica di suore, si sposò ed ebbe dei bambini. A Banneux venne costruito un santuario che è diventato un centro molto frequentato. Nel 1949 le autorità ecclesiastiche hanno proclamato la reale apparizione per 8 volte della Vergine Maria ed è stato approvato il culto a Maria Madre dei Poveri.

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PIERGIORGIO FRASSATI


1901 - 1925

Piergiorgio nacque a Pollone in Piemonte, presso un'agiata e distinta famiglia; suo padre Alfredo era direttore e proprietario del giornale "La Stampa", scrittore e poi Ambasciatore a Berlino, dopo la prima guerra mondiale. Già da piccolo dimostrò buon cuore verso i poveri, non diceva bugie, era tenace e di temperamento generoso. Gli piacevano tutti gli sport: calcio, equitazione, ciclismo ma aveva una vera passione per la montagna.

Ascoltava con intensità il Vangelo che tentava, con successo, di mettere in pratica.

Fece la sua Prima Comunione nel 1919 con la sorellina e da allora la fece sempre con freqenza e dall'età di 16 anni vi si accostava quotidianamente.


Era fedelissimo al precetto della Messa festiva e cercava di farlo rispettare anche ai suoi amici o conoscenti. Era ricco di intenzioni, di idee, gran lavoratore, si adoperava per il Signore in ogni modo: nel 1920 si iscrisse, tra i primi, ad una sezione di Adorazione notturna per gli studenti e si tratteneva in chiesa per parecchie ore, si incaricava del servizio d'ordine alle processioni e ai Congressi Eucaristici, era Terziario dell'Ordine Domenicano, praticava digiuni ed astinenze e buona parte del suo tempo lo dedicava all'Azione Cattolica.

Nel settembre del 1921 ebbe luogo in Roma un Congresso Naz.le della Gioventù ed egli era tra i 50mila giovani convenuti per celebrare una Messa al Colosseo, ma il Prefetto revocò il permesso. Tuttavia, a mezzogiorno era prevista la deposizione di una corona al Milite Ignoto e i giovani, tra cui Piergiorgio che portava la bandiera del Circolo Cesare Balbo, vennero accerchiati e rinchiusi nel cortile del Palazzo Altieri. Pierluigi venne interrogato e si qualificò come figlio dell'ambasciatore a Berlino, con tale semplicità da lasciar stupiti tutti.

Si interessò al movimento "Pax Romana" per favorire un aiuto agli studenti, si mise in contatto con i giovani operai cattolici, si prodigò per il Primo Congresso della "Pax Romana" e si era anche iscritto al Partito Popolare, il partito dei cattolici. "La Stampa" era contraria al regime fascista e i militanti del partito decisero di punirne il direttore, recandosi a casa sua, dove però c'erano solo la moglie e Piergiorgio: 4 giovani irruppero e fecero a pezzi tutto ciò che capitava loro tra le mani. Egli si alzò e li cacciò fuori, tornando poi tranquillamente a tavola.

Aveva fondato un'allegra società "I tipi loschi" con un presidente, un segretario, un organizzatore di gite e altri ragazzi e ragazze chiamati "lestofanti" o "lestofantesche". Partivano di primo mattino per la montagna e Piergiorgio, che lungo le salite recitava il Rosario, si preoccupava affinchè tutti partecipassero alla Messa festiva. Lui e i suoi amici, con spietata sincerità sottolineavano i reciproci errori e difetti, chiedendo aiuto scambievole per migliorare. Rincuorava conoscenti e amici, si curava poco delle convenienze sociali, si metteva al servizio dei poveri e dal 1919 fece parte della Conferenza di San Vincenzo, trovando sempre tempo da dedicare alle famiglie bisognose e per Natale si dava ancor più da fare.

Dio era al centro della sua vita anche nei momenti difficili e rinunciava per Lui a tutto il resto. Diceva : "Tu mi chiedi se sono allegro; lo sarò finchè la fede mi dà forza. La tristezza deve essere bandita dai cattolici. La nostra vita, pur seminata di molte spine, non è una vita triste. Essa è allegra anche attraverso il dolore". Pensava alla morte come al preludio di gioie ben più grandi: "Dopotutto, chi muore raggiunge il vero fine dell'esistenza, non si dovrebbe temerla ma invocarla". Tutti i giorni faceva una preparazione per una buona morte.

Il 30 giugno 1925 andò in gita in barca con alcuni amici e a un certo momento sentì delle fitte spaventose alle gambe e ai reni e tornato a casa fu preso da un violento mal di testa e da febbre. La crisi però passò inosservata perchè proprio quel giorno era morta la nonna materna e Piergiorgio passò tutto il tempo presso il suo letto di morte, sia pur soffrendo molto. Il medico credette che si trattasse di una crisi di reumatismi, mentre invece era stato colpito da una poliomielite infettiva di forma acuta.

Nell'arco di poco tempo, non riuscì più a stare in piedi, le gambe avevano già perso ogni sensibilità e benchè le sofferenze aumentassero e la paralisi progredisse, Piergiorgio, pur comprendendo la gravità del male, stava tranquillo; poi, non potendo più muovere le braccia, chiese a una suora di aiutarlo a farsi il segno della croce e alle 3 del mattino, dopo aver ricevuto l'estrema Unzione, morì.

Sulla sua lapide venne incisa una bellissima epigrafe che riassumeva la sua vita di perfetto cristiano. Il 20 maggio del 1990 è stato beatificato da Papa Giovanni Paolo II che lo ha definito: "l'uomo delle otto beatitudini, che reca con sè la grazia del Vangelo, della buona novella, la gioia della salvezza offertaci da Cristo". La sua memoria liturgica viene celebrata il 4 luglio.


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BEATA CHIARA BADANO, LA SANTA DEI GIOVANI



1971 - 1990


Nata a Sassello in Liguria nel 1971, Chiara era nata dopo molti anni dal matrimonio dei suoi genitori che tanto desideravano un figlio e li aveva subito riempiti di gioia. Sin da piccola entra a far parte del movimento religioso dei Focolari o focolarini come si chiamano abitualmente, creato da Chiara Lubich, composto da famiglie che si impegnano a dare testimonianza del Vangelo... era quindi quella l'aria che Chiara respirava assorbendo in tutte le sue fibre l'amore per Cristo e la volontà di aderire alla sua volontà

Amava il mare, la montagna, il ballo, gli sports e le altre cose belle della vita, verso cui, fiduciosa, si stava incamminando, sempre allegra, sempre vitale. Ma tutta questa carica lei la improntava sui valori religiosi che le aveva trasmesso la sua famiglia. Come ogni ragazza della sua età sognava di trovare un giovane che le potesse vivere accanto animato dai suoi stessi ideali e qualche delusione l'avrà sicuramente avuta visto che marciava in controcorrente, in contrasto coi dettami odierni.

...Poi la malattia, che l'ha portata alla morte prima che potesse compiere i 20 anni e attraverso cui ha dimostrato ampiamente di essere seguace di Cristo non solo nelle piccole ma soprattutto nelle grandi sfide.
Quando seppe di avere un tumore alle ossa, terribile prova, dapprima si spaventò, poi aderì alla volontà di Dio, affrontando questa prova come soleva dire sin da piccola: "Se lo vuoi Tu, Gesù, lo voglio anch'io!" e affrontò due lunghi anni di ricoveri, operazioni, di medici, di dolori insopportabili senza perdere nè la fede, nè la pazienza nè il suo sorriso.
La malattia progressiva la portò per sempre a letto con dolori incessanti che le squassavano il giovane corpo ma per controbattere i quali rifiutava i forti antidolorifici che le proponevano.

Sul suo comodino un'immagine di Cristo che la sosteneva e le dava forza in questa impresa più grande di lei: accettare il dolore, la malattia, offrirla per gli altri, confortare i suoi genitori che, grazie alla loro fede hanno superato la triste vicenda.. E' morta nel 1990 rivolgendo parole di conforto a sua madre.

Di lei Chiara Lubich, la fondatrice del movimento dei focolari, che conosceva sin da piccola Chiara, alla conclusione della fase diocesana del processo, così aveva detto: “Quanta luce in questa nostra Chiara! La si legge sul suo volto, nelle sue parole, nelle sue lettere, nella sua vita tutta protesa ad amare concretamente tanti! Possiamo bere alla sua vita.
E’ modello e testimone per giovani e anziani: ha saputo trasformare la sua 'passione' in un canto nuziale!”.

Mons. Livio Maritano, il Vescovo che le aveva impartito la Cresima ha detto: “Mi è parso che la sua testimonianza fosse significativa in particolare per i giovani. C’è bisogno di santità anche oggi. C’è bisogno di aiutare i giovani a trovare un orientamento, uno scopo, a superare insicurezze e solitudine, i loro enigmi di fronte agli insuccessi, al dolore, alla morte, a tutte le loro inquietudini”.
“E’ sorprendente – ha aggiunto – questa testimonianza di fede, di fortezza da parte di una giovane di oggi: colpisce, determina molte persone a cambiare vita, ne abbiamo testimonianza quasi quotidiana”.
L'ha definita " apostola in un mondo malato di infelicità", mentre l'Osservatore Romano ha intitolato il suo articolo a lei dedicato "Modello per tempi difficili".

Molte le conversioni che le vengono attribuite eppoi il miracolo che l'ha fatta salire agli onori degli altari.

Si tratta della guarigione di un bambino di Trieste colpito da meningite, ricoverato in gravissime condizioni e per cui i medici davano poche speranze perchè c'era poco da fare... se non pregare!
Lo zio del ragazzo, che faceva parte del Movimento dei Focolari si affidò dunque all'intercessione di Chiara Badano, di cui conosceva la limpida vita, e dopo la notte, al mattino successivo il bambino presentava segni di netto miglioramento e ben presto potè dimostrare di essere pienamente guarito.

Quanti amici si è fatta in questi anni Chiara con la sua vita e da tutto il mondo sono arrivati a Roma per la sua beatificazione, inondando anche l'etere con i mezzi più usati dai giovani: sms, e-mail e altro.
La cerimonia di beatificazione, che si è tenuta al santuario del Divino Amore (Roma ) è stata condotta da mons. Angelo Amato, prefetto per le Cause dei Santi delegato da papa Benedetto XVI.
La Messa è stata officiata da più di 100 sacerdoti. I presenti, circa 25.000 erano per lo più giovani di tutte le nazionalità.

Restano di lei i suoi scritti che rendono piena testimonianza della sua fede ed il ricordo del suo sorriso solare.

Dichiarata venerabile il 3 luglio 2008, è stata proclamata beata il 25 settembre 2010.



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ALDO MARCHETTI



1920 - 1940


Nato a Trieste il 3 agosto del 1920, fu bambino giudizioso ed intelligente che ben presto venne avviato agli studi presso il Convitto Nazionale di Cividale. Nel luglio del 1929, però, si manifestarono i primi sintomi di una poliartrite deformante che l'avrebbe portato ad una morte precoce.

Tuttavia, il piccolo sembrava interiormente saldo e quando riuscì ad andare a Lourdes per chiedere la grazia della guarigione fisica, ebbe a dire che non l'aveva ricevuta ma gli era stata donata una cosa ancora più grande: la forza di soffrire. Egli, infatti, fu sempre sereno e gioioso nonostante tutto.

Dal 1937 fu fermo a letto e da lì non si rialzò più. Girato sul fianco destro rimase così per tre anni tormentato da atroci dolori di cui non si lamentava, non poteva più far nulla neanche leggere ma fece anche di questo un'oblazione, sospirando di vedere le bellezze del Paradiso.

Nel marzo del 1939 ricevette, come fosse una festa, l''Estrema Unzione e si rallegrò tutto perchè era pronto a compiere la volontà di Dio. Il suo atteggiamento diveniva sempre più virile e, offrendo le sue pene al Signore, non voleva alcuna medicina che potesse renderlo incosciente.

Gli venne somministrata una nuova estrema unzione, dopodichè cercando di confortare sua madre passò gli ultimi momenti della sua breve vita pensando al Paradiso; il 25 gennaio 1940, dopo aver alzato la testa che da tempo non poteva più muovere ed esortando i presenti alla fede e alla preghiera, prese la S. Comunione e continuò a pregare, baciando il Crocifisso. Spirò dopo aver riconfermato di voler fare la volontà di Dio, con un sorriso estatico sul volto che guardava in alto...

I suoi pensieri sono dedicati alla sua alta missione:

"Le sofferenze sono sante. Sta a noi ammalati santrificarci con esse oppure farne oggetto di tortura".

"Dio sa quello che fa... Dio è certezza!"

"Prego Gesù perchè io sia sempre degno di soffrire per Lui. Non voglio essere solo rassegnato... voglio soffrire con amore... A quante anime dieci minuti di sincera meditazione basterebbero per arrestarle nella folle corsa verso la notte eterna!".

 

 

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DOMENICO ZAMBERLETTI

1936 – 1950



Nato tra le Prealpi, vicino alla Madonna del Sacro Monte di Varese, sin da piccolo manifestò un grande amore per Dio e la Madonna. Bimbo vivace, precoce, aveva un vero talento per la musica, ma tutto venne interrotto dalla malattia e dalla morte.

Nonostante le sofferenze della pleurite prima e della leucemia poi, manifestò sempre una gioia non comune, sorridendo nonostante i dolori, sempre obbediente e generoso come quando era in salute.

Diceva:

"Per me è ugualmente bello vivere come è bello morire"

"Il Signore mi ha dato tutto ed è giusto che ora mi dia la malattia..."

"...Non lo sapete che grazia sia morire a tredici anni! Il Paradiso è assicurato!".

Per otto lunghi mesi le sofferenze lo torturarono, ma quando i dolori si calmavano era allegro e ridanciano come sempre, voleva che la gioia che era nel suo cuore si comunicasse a tutti.

Era devoto del S. Cuore e passava lunghe ore davanti a quell'immagine con cui silenziosamente comunicava. Le sue ultime parole furono la rivelazione che la Madonna era andata a prenderlo per portarlo in Paradiso.





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BEATO JOSE' SANCHEZ DEL RIO, MARTIRE



1913 - 1928


José Luis Sanchez Del Rio era nato in Messico (Michoacán), a Sahuayo, il 28 marzo 1913 e sin da piccolissimo mostrò segni di forte attaccamento alla fede cristiana, avvicinando i suoi compagni alla Eucaristia ed alla preghiera. Un anno prima di morire, nel 1927, era riuscito dopo tante insistenze a farsi accettare nell'esercito del generale Prudenzio Mendoza, che combatteva contro le leggi antireligiose instaurate dal governo, come aiutante di campo, portabiandiera e clarinettista.

Visitando la tomba del beato martire Anacleto González Flores, aveva chiesto a Dio di poter morire in difesa della fede. E così fu.
Preso prigioniero dalle truppe federali, venne blandito in vari modi affinchè rinnegasse Cristo ma egli non volle accettare l'apostasia, rifiutando di far pagare il riscatto ai suoi genitori.
Nonostante lo avessero torturato in vari modi, pur piangendo dall'intenso dolore non cedeva ai suoi torturatori che lo incoraggiavano a maledire Cristo, ma egli per tutta risposta sia pur con poca voce riusciva a gridare "Viva Cristo Re !".
Quelli continuarono nel loro infame intento chiedendogli di rinnegare la sua fede ma egli preferì morire con il grido che inneggiava a Cristo re dell'universo e alla Santa Vergine di Guadalupe.

La sua morte avvenne il 10 febbraio 1928 davanti a due bambini che successivamente si convertirono diventando cristiani e fondatori di due congregazioni religiose e che confermarono che la sua prigionia doveva scoraggiare la popolazione che parteggiava per le forze cristiane.

Il suo martirio dovuto a persecuzione religiosa è stato riconosciuto nel 2004 da Giovanni Paolo II, mentre la sua beatificazione è avvenuta ad opera di Papa Benedetto XVI il 20 novembre 2005, assieme ad altri tre martiri messicani morti nella persecuzione contro i cristiani in Messico, due sacerdoti José Trinidad Rangel Montaño e Andrés Sola Molist, missionario ed un laico, Leonardo Pérez Larios.

E' sepolto presso la chiesa del Sacro Cuore di Gesù nel suo villaggio.


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SERVO DI DIO ANTONIO MOLLE LAZO



1915 - 1936


Nato in provincia di Cadice (Arcos de la Frontera), il 2 aprile 1915, presto si trasferì con la famiglia a Jerez dove crebbe e dove più tardi frequentò con ottimi risultati un collegio dei Lasalliani. Aveva un buon carattere e cercava sempre di metter pace ed allegria tra i suoi amici. Sin da piccolo non ammetteva che qualcuno bestemmiasse in sua presenza e cercava di riprenderlo con vigore.

Finiti gli studi iniziò a lavorare con impegno, cambiando spesso tipo di lavoro ma guadagnandosi simpatia e fiducia da parte deii suoi compagni. Intanto era diventato Terziario Carmelitano e cercava in ogni modo di di catechizzare i suoi coetanei; nel 1931 si iscrisse al Circolo della Gioventù Tradizionalista, lavorando per la gloria di Dio, con impegno, dedizione ed allegria, ma intanto i rivoluzionari prendevano sempre più piede e a causa del suo impegno religioso venne rinchiuso in carcere, dove non potendo ascoltare la Messa e cantare inni religiosi si diede alla recita del Rosario o a scrivere poesie sui muri della prigione.

Dopo qualche mese venne rilasciato, ma intanto la situazione politica era precipitata e Antonio, assieme ai suoi due fratelli, si presentò alle armi come volontario, entrando a far parte del “Tercio de Requeté” che sosteneva la monarchia, intitolato a Nostra Signora della Mercede, patrona di Jerez.
Portò a termine alcune azioni impegnative e pericolose in varie città, finchè non si ritrovò coinvolto nella liberazione di Peñanflor e nella successiva occupazione della città ad opera dei comunisti che lo presero prigioniero, cercando di costringerlo, dopo vari maltrattamenti ed imprecazioni, ad abiurare alla sua fede e a bestemmiare.

Antonio, invece, coraggiosamente inneggiava a Cristo Re, mentre i suoi nemici cominciarono a torturarlo brutalmente, facendolo letteralmente a pezzi mentre lui non aveva sulla bocca che il nome di Gesù e quando si accorse che stava per essere fucilato, aprì le braccia in croce abbracciando il suo destino. Era il 10 agosto 1936.

E' sepolto nella chiesa carmelitana di Jerez de la Frontera. La causa di beatificazione è iniziata il 22 giugno 2007.




 



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VENERABILE FRA' LUIGI M. LO VERDE O.F.M. Conv.



1910 – 1932


Nato in Tunisia da genitori italiani, tornò quasi subito a Palermo, città d’origine della sua famiglia.

Animato da un forte spirito religioso, entrò nel seminario diocesano, ma la sua aspirazione era quella di diventare sacerdote religioso. Frequentò dunque il seminario dei Frati Minori Conventuali di Mussomeli e di Montevago ed il 21 gennaio 1923 divenne francescano con il nome di frà Luigi.

Purtroppo, pochi mesi dopo, ebbe i sintomi di una grave forma di anemia, che bloccò i suoi studi, ripresi solo nell’ottobre del 1929, fino a riuscire a ricevere la tonsura e gli ordini minori.
Qualche anno dopo, mentre era in visita dai suoi a Palermo, svenne e fu obbligato a restare a letto: morì il 12 febbraio 1932, a neanche 22 anni ed il suo corpo venne traslato nella cappella dell’Immacolata nella chiesa parrocchiale del Sacro Cuore di Gesù alla Noce, a Palermo.

Fra Luigi Lo Verde è stato dichiarato Venerabile da Papa Francesco nel giugno del 2016.


 

 

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SERVA DI DIO MONSERRAT GRASES

1941- 1959


 

María Montserrat Grases García, detta Montse, nacque a Barcellona in una famiglia cristiana.

Nel 1954 venne a contatto con l’Opus Dei in cui trovò la via per meglio contattare Dio ed offrirGli la sua esistenza, pur seguendo una vita ordinaria di studio, a contatto con la famiglia e con le cose della sua età, dando gioia a chi la conosceva e avvicinandosi sempre più al Creatore.

Si ammalò di una forma aggressiva di cancro osseo ma questo non le impedì di restare in contatto con le sue amicizie a cui donava gioia e forza. A 17 anni, nel 1959, morì lasciando ai suoi giovani amici il modello di una vita offerta a Dio con semplicità e forza di volontà.
Riposa nella cappella del Colegio Mayor Bonaigua a Barcellona.
Nell'aprile del 2016 Papa Francesco l'ha dichiarata Venerabile.

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SERVO DI DIO ISMAEL DE TOMELLOSO

1917 - 1938



Nato a Tomelloso, il I° Maggio1917 era il quinto di una famiglia di 11 fratelli. Studiò al Collegio della Milagrosa ma dovette abbandonare gli studi per aiutare la sua famiglia, lavorando come dipendente in un negozio, a cui attraverso il suo carattere, la sua allegria e disponibilità, portava molti clienti.

A 17 anni entrò, tramite un amico, nella Gioventù Cattolica a cui porterà tante sue conoscenze. Si impegnerà per gli anziani abbandonati dell'Ospizio-Ospedale.
A 20 anni, in piena guerra civile, viene reclutato e prende parte al combattimento di Teruel, dove consacra la sua vita a Dio per la pace.
Fatto prigioniero, ammalato molto gravemente di tubercolosi, offre la sua malattia e la sua vita che si concluderà di lì a poco, il 5 maggio 1938, a soli 21 anni.



 



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BEATO FRANCISCO CASTELLO

1914 - 1936

 

Nacque ad Alicante nel 1914 e a soli due mesi rimase orfano del padre. Sua madre tornò nella casa natale di Juneda dove i suoi tre figli crebbero e Francisco ricevette la sua Prima Comunione nel 1924. Dopo poco gli morì anche la mamma.

Conseguì gli studi presso un istituto religioso di Leida e successivamente frequentò l'Istituto chimico de Sarrià a Barcellona. Fece amicizia con il gesuita Romàn Galàn che influenzò la sua vita spirituale, facendolo diventare un apostolo tra i poveri e gli operai della società presso cui lavorava,

Si fidanzò con Maria Pelegrì, fu membro della Congregazione Mariana, della A.C. e della Federazione Cattolica dei giovani della Catalogna.
Nel luglio del 1936 venne incarcerato per dieci settimane e testimoniò la sua fede dinanzi al Tribunale Popolare. Morì martire nel cimitero di Lleida il 29 settembre 1936.
Anni più tardi venne introdotta la sua causa di beatificazione coronatasi nel marzo del 2001 a Roma, con la benedizione di Papa Giovanni Paolo II.

 

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BEATO NUNZIO SURPRIZIO

1817 - 1895


 

Nunzio Sulprizio era nato a Pescosansonesco, provincia di Pescara, il 13 aprile 1817. Rimasto orfano sin da piccolo, a nove anni, venne affidato alla nonna che, però, anche lei morì di lì a poco, restando sotto la tutela di uno zio che lo prese con sé nella sua officina di fabbro ferraio.

il lavoro, però, per lui era troppo pesante e minò il suo fisico. Infatti, nel 1831, venne colpito da una malattia alla tibia, una dolorosa cancrena, con conseguente ricovero in ospedale, prima a L'Aquila, poi a Napoli, dove il colonnello Felice Wochinger si prese cura di lui e iniziò a trattarlo come un figlio, conducendolo presso di sè, al Maschio Angionino, allora caserma, dove però dovette sopportare altre prove a cui lui rispose con grande pazienza.

Si mise a scrivere un regolamento di vita che osservò con fedeltà, cercando di evitare anche i più piccoli difetti, mentre si affidava con amore alla Madonna, cercando di sopportare tutto con serenità, mentre consolava gli altri ammalati sofferenti ed aiutava tutti i poveri.
Nonostante i terribili dolori, Nunzio affrontò la malattia con pazienza e offerta a Dio e tutti quelli che gli furono vicini erano colpiti dal suo modo di affrontare quella disgrazia.
Nell'autunno del 1895, i medici avrebbero voluto amputargli una gamba ma dovettero desistere per le sue condizioni di salute, che si aggravarono, procurandogli terribili dolori.

Morl il 5 maggio 1838, a soli diciannove anni e Pio IX nel 1859 lo dichiarò già venerabile, Leone XIII lo propose come modello alla gioventù operaia, Giovanni XXIII approvò il decreto sui miracoli che gli erano stati attribuiti, Paolo VI lo dichiarò beato, il 1° dicembre 1963, davanti al Concilio Ecumenico Vaticano II.

Il suo corpo, prima inumato in un'urna nella chiesa di san Domenico Soriano a Napoli, venne poi traslato nel paese natio, Pescocostanzo.


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VENERABILE GALILEO NICOLINI


1882 - 1897



Nato a Capranica, Viterbo, il 17 giugno 1882, da un impresario edile, sin da piccolo sentì il desiderio di dedicarsi a Dio, ascoltando la chiamata alla vita passionista.
I suoi genitori, orgogliosi di lui, lo coinvolgevano nella loro vita quotidana, visto che aveva notevolissimi successi nell'apprendimento, superando senza problemi elementari e medie, crescendo al contempo nella vita cristiana, affrontando sacrifici per partecipare quotidianamente alla Messa.

Ci sono varie e fedeli testimonianze di alcuni suoi interventi, effettuati in giovanissima età verso coloro che denigravano la Chiesa, tenendo testa a molti più saccenti di lui.
All'età di sei anni farà la sua prima confessione e a 9 avrà già un direttore spirituale francescano, e nel 1894 avrà la sua Prima Comunione presso i Passionisti di Vetralla, dopo un ritiro di dieci giorni, in cui parteciperà alle preghiere ed alla vita della comunità.



Galileo pregava intensamente, mentre la sua salute però ne soffriva ed egli deperiva. I Passionisti gli consigliarono una Novena per ricorrere all'aiuto della Madonna.
Tutto sembrò sbloccarsi ed i suoi furono d'accordo di rispondere positivamente al suo desiderio: Galileo partì per il Seminario di Rocca di Papa (Roma) felice e pieno di ottime intenzioni, migliorandosi ancora più, prendendo ad esempio San Gabriele dell'Addolorata e, finalmente, dopo 13 mesi entrerà nel Noviziato di Lucca ed il 9 luglio 1896 vestirà l'abito passionista, dimostrando le sue innate doti di maturità di spirito e di obbedienza.


Nasce il 17 giugno 1882 a Capranica (Viterbo). Inizia la scuola a 4 anni e si impegna a fondo, facendo da segretario a suo padre e scrivendogli le lettere di affari sotto dettatura.

In due anni, supera quattro classi (le ultime elementari e le prime due delle medie, diremmo oggi). Per gli esami di terza, è mandato al regio ginnasio di Viterbo. Meraviglia i professori per l'eccellente preparazione.

Cresce ogni giorno nella vita cristiana. Ha scoperto che nel Tabernacolo c'è Gesù e con Lui si intrattiene in lunghi colloqui e non si cura affatto dei sorrisi ironici di alcuni compagni. Chi l'ha conosciuto, dirà di lui: "Alla mattina, appena alzato, andava alla chiesa della Madonna del Piano a fare le devozioni.

Alle 6,30 di mattina si trova in raccoglimento, in ginocchio con il suo libricino, affronta disagi e sacrifici per non mancare mai alla Messa, "Sacrificio del Signore Crocifisso".

A sei anni, comincia a confessarsi, a 9 ha dotto francescano come direttore spirituale, P. Bonaventura Ahern. Legge libri di intensa vita spirituale e pone domande sorprendenti e profonde. Nel febbraio 1894, i Passionisti predicano una "missione popolare" a Capranica. Galileo si entusiasma a quei Missionari dal saio nero, con il Cuore di Gesù e i segni della sua Passione sul petto, ardenti nella parola e nella vita. Il successivo 26 agosto 1894, riceve la prima Comunione nella chiesa dei Passionisti a Vetralla.

Il Signore gli parla trovando un cuore docile e aperto. Essere Sacerdote e religioso passionista diventa il suo unico desiderio e ogni giorno medita la Passione di Gesù, faceva spesso Confessione e Comunione, e, sicuro della sua chiamata, confida ai genitori la sua decisione, nonostante essi avrebbero voluto per lui un'altra strada, magari da ingegnere, da dirigente della loro ditta... Inoltre, era ancora troppo piccolo per entrare nell'Ordine. Il confessore lo inviterà a fare una novena allo Spirito Santo per allontanare ogni dubbio. Il ragazzo obbedisce ed è sempre più sicuro della chiamata di Dio.

Galileo pregava intensamente, mentre la sua salute però ne soffriva ed egli deperiva. I Passionisti gli consigliarono una Novena per ricorrere all'aiuto della Madonna.
Tutto sembrò sbloccarsi ed i suoi furono d'accordo di rispondere positivamente al suo desiderio:il 15 marzo 1895, Galileo partì per il Seminario di Rocca di Papa (Roma), dove altri ragazzi come lui si preparano alla vita religiosa, felice e pieno di ottime intenzioni, migliorandosi ancora più, prendendo ad esempio San Gabriele dell'Addolorata. Gli pare di toccare il cielo con il dito. Anzi si sente già in cielo: "Non smetto - scrive ai suoi cari - di ringraziare Dio che si è degnato di rivolgere su di me il suo sguardo benigno. Noi qui siamo in un piccolo paradiso terrestre". Dopo 13 mesi entrerà nel Noviziato di Lucca ed il 9 luglio 1896 vestirà l'abito passionista,

Da lì scrive ai genitori: "Da tempo desideravo essere inviato al noviziato. Eccomi finalmente appagato. Già vi sono con grandissimo mio piacere". Il 19 luglio 1896 veste l'abito passionista, dimostrando le sue innate doti di maturità di spirito e di obbedienza.
Cambierà il nome, ma tutti continueranno a chiamarlo Galileo, perchè è il più piccolo della Congregazione e poi quel nome raro fa pensare a Gesù.

 

 

Purtroppo, però, alla fine di febbraio del 1897, Galileo, si ammalerà di tisi, il sangue gli verrà alla bocca, perchè la tisi lo ha già afferrato. il Generale, P. Bernardo Silvestrelli (oggi "beato"), che vuole un gran bene a Galileo, informato della malattia, vorrebbe mandarlo a casa per un breve periodo, sperando nel miracolo della guarigione "all'aria natia".

Galileo, però, rifiuta per poter morire tra i confratelli, accettando, perà, di trasferirsi al Monte Argentario, nella prima casa aperta dal S. Paolo della Croce, fondatore dei Passionisti, dove l'aria era più fina.
Tutti pregavano per lui, per la sua guarigione, con Novene alla Madonna, a cui anche lui si rivolgeva

Tutti pregano per la sua guarigione a cominciare dai superiori che ordinano una novena solenne alla Madonna per lui. Galileo, da parte sua, prega soltanto così: "Mamma mia, io sono molto malato nè altri può guarirmi se non Tu. Guariscimi se è per la maggior gloria di Dio e per il bene dell'anima mia", offrendo a tutti esempio di rassegnazione e di perfetta letizia.
I confratelli si alternano al suo letto diventato altare, per assisterlo.

Alla sua mamma terrena domandò se il papà e lo zio si fossero confessati a Pasqua, affidandole un messaggio in cui li esortava a non piangere su di lui perchè presto sarebbe andato in Paradiso.

Con un permesso speciale, in punto di morte, potrà fare la sua professione religiosa, "in articulo mortis", offfrendo al Signore castità, obbedienza e povertà ed il voto proprio dei Passionisti di meditare e annunciare la Passione del Signore.

Quindi, subito rivolto al Fondatore, S. Paolo della Croce, lo chiamò “Babbone mio!”.
Si preparò approfonditamente per ricevere l'ultima Eucaristia, dicendo che era bello andare da Gesù, in Paradiso e alle 3,00 del 13 maggio 1897 morì, col volto sereno, mentre un profumo di gigli inondava la sua stanza.
Avrà solenni funerali, come già santificato, a detta di tutti. Papa Giovanni Paolo II, il 27 novembre 1981, dichiamandolo “eroico nelle virtù”, lo farà “Venerabile”.

Mons. Luigi Olivares, salesiano e Vescovo di Nepi e Sutri, diocesi di Galileo, lo definì "un altro Domenico Savio, entrambi ragazzi santi".
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Il suo corpo si trova nella chiesa della Presentazione.


http://web.tiscali.it/sfat_home/La_nostra_famiglia/Santi/Galileo.htm



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BEATI FANCIULLI DI TLAXCALA


1514/15 -1916/17 - 1527/1529



Al tempo dei conquistadores spagnoli, il cui primo sbarco di Cortez e dei suoi marinai avvenne nel 1519, la popolazione del Messico, in particolare degli Aztechi, era dominata dalla casta dei sacerdoti, dedita al culto delle divinità, che spesso prevedeva un gran numero di sacrifici umani.
Questo, benchè contrastato dai sacerdoti atzechi. favorì il diffondersi della nuova cultura cristiana, anche se spesso imposta alle popolazioni locali con la forza.
Verso il 1524, i primi missionari Francescani, seguiti poi dai Domenicani, arrivarono a Tenochtitlán, disperdendosi in quattro regioni: Mexico, Texcoco, Huetzingo e Tlaxcala. Essi per prima cosa vollero eliminare le statuette delle divinità adorate dai nativi, lavorando per la promozione umana degli Indios - così li chiamavano - per difenderli da tutta quella serie di riti sanguinari.

Tutto questo portò ad una reazione di buona parte dei nativi, che si sfogò anche su tre adolescenti, Cristoforo, Antonio e Giovanni, educati alla scuola francescana di Tlaxcala e considerati i protomartiri del continente americano

Il loro martirio si verificò tra il 1527 e il 1529, pochi decenni dopo la scoperta del Nuovo Mondo e l’inizio dell’evangelizzazione di quelle terre ed è necessario inquadrare questa situazione nel contesto storico in cui essi vissero ed anche nelle forme adottate dai primi missionari che, al seguito dei conquistatori spagnoli, si adoperavano per le conversione, sia con il convincimento ma anche con la forza. Ovviamente la loro opera evangelizzatrice andava di pari passo con la distruzione degli antichi templi e delle statue dei loro dei ed idoli.

Il primo di questi martiri, nato nel 1514-15, era di una nobile famiglia, erede del più importante “cacico” di Atlihuetzia (Tlaxcala). Assieme ai suoi fratelli, frequentava la scuola dei missionari francescani, istruendosi nella fede e chiedendo il Battesimo, con cui prenderà il nome di Cristoforo o Cristobalito.
Sostenuto dalla sua fede e dall'entusiasmo dei giovani, avrebbe voluto convertire tutti, a cominciare dai suoi parenti, soprattutto da suo padre, dedito all'ubriachezza, ma non avendo avuto una risposta positiva, egli cominciò a distruggere le statuette degli idoli presenti in casa.

 


Le prime volte questi suoi atteggiamenti vennero accettati dal padre ma poi, egli stesso lo condannerà a morte, facendolo tornare a casa assieme ai suoi fratelli. Dapprima lo gettò a terrà, poi lo prese a pugni e bastonate, fino a rompergli le ossa sino a bruciarlo vivo, anche se sotto tutte queste torture lui continuava a pregare. Cristoforo aveva 13 anni.

Pochi giorni dopo, sua moglie, che aveva tentato di difendere il figlio, farà la stessa brutta fine.

Il francescano, Andrea da Cordoba, scopri successivamente il luogo della sepoltura e fece trasportare il corpo incorrotto del giovane martire nel convento di Tlaxcala e successivamente un altro frate, Toribio da Benevento, che compose anche il racconto del suo martirio, lo seppellì nella chiesa di Santa Maria a Tlaxcala.

Antonio, nato nel 1516-17 a Tizatlán (Tlaxcala), era nipote ed erede del “cacico” di Tizatiàn, mentre Giovanni era suo servo, ma nonostante il diverso lignaggio essi si sentivano fratelli nella fede e frequentavano la stessa scuola dei missionari francescani, fino a convertirsi e a ricevere il Battesimo assieme. Sempre d'accordo, decisero di seguire alcuni padri domenicani verso una nuova missione - piuttosto pericolosa - ad Oaxaca, servendo loro da interpreti e aiutandoli nella predicazione.
Essi si recavano di casa in casa per prendere le statuette degli antichi idoli e distruggerle. Antonio era di solito quello che entrava nelle case, mentre Giovanni lo proteggeva in attesa all'ingresso.
Nel 1529, durante una di queste visite, arrivarono gli indios che con una bastonata uccisero Giovanni sul colpo e poi Antonio, accorso in difesa dell’amico.
I loro corpi vennero poi gettati in una scarpata vicino a Decalco. Il domenicano padre Bernardino li recuperò e li trasferì a Tepeaca, dove vennero sepolti in una cappella.

Martiri di un'epoca lontana, forse, primo seme della grandissima fioritura del cattolicesimo nel loro Paese. testimoni e protomartiri non solo del Messico, ma dell'intero continente americano, simboli dell'evangelizzazione del Nuovo Mondo, che, grazie al lavoro dei missionari che aprirono scuole, stamparono libri, condividendo vita e miserie degli indios, difendendoli anche dalle angherie dei coloni spagnoli, li affrancarono dalla schiavizzazione.

Giovanni Paolo II nel 1990 ha voluto proclamare beati i tre giovani atzechi, per ricordare che i cristiani debbono sempre testimoniare con coraggio la loro fede. La ricorrenza della loro festa è il 23 settembre. Sono stati beatificati da papa Francesco, il 15 ottobre 2017.



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VENERABILE NICOLA D'ONOFRIO



1943 - 1964



Nasce a Villamagna, Chieti, il 24 marzo 1943.

Sin da piccolo sente la vocazione per il sacerdozio e vorrebbe farsi Camilliano - San Camillo era nato a pochi km. di distanza - ma i suoi si oppongono, sia la padre che vede venir meno due braccia che lo aiutano nel lavoro, sia le zie che gli promettono un'eredità, ma dopo un lungo periodo di preghiera e sacrifici, nell’autunno del ’55 finalmente entrerà nello studentato camilliano di Roma.

Il 7 ottobre 1961 fa la prima professione, con i tre voti comuni a tutte le Congregazioni religiose - povertà, castità e obbedienza - , a cui i Camilliani ne aggiungono un quarto, di servizio agli ammalati e sofferenti, a cui egli si dedicherà prontamente.

Resta di lui un piccolo diario che mostra il cammino gioioso e faticoso verso Dio di un'anima che si sacrifica e lotta ed arriva al cuore di Gesù e della Madonna. Spiritualmente attratto da Santa Teresa di Lisieux, ne segue il cammino con impegno e dedizione.

Verso la fine del ‘62 però, purtroppo, sente i primi sintomi della malattia, un teratosarcoma per cui subirà un intervento chirurgico, si sottoporrà alla cobaltoterapia, affronterà cure dolorose per obbedienza ai superiori, pur convinto che se fosse per lui andrebbe subito a raggiungere la Madonna. Andrà anche pellegrino a Lourdes ed a Lisieux, per chiedere il miracolo come vogliono i superiori, dicendo però di non voler chiedere la guarigione ma di voler compiere la volontà di Dio.
il grande suo dispiacere è quello di non poter arrivare al Sacerdozio, ma Il 28 maggio 1964, con dispensa della Santa Sede, emetterà i voti perpetui, morendo poi la sera del 12 giugno, a soli 21 anni.

Il suo corpo si trova a Bucchianico, presso la cripta del santuario di san Camillo, meta di pellegrinaggi.
Nel giugno 2000 si è aperto presso il Vicariato di Roma il suo processo di beatificazione.



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VENERABILE MARIA CARMEN GONZALES VALERIO

1930 - 1939


La venerabile Mari Carmen Gonzalez-Valerio, nacque il 14 marzo 1930, mentre in Spagna si stava preparando la sanguinosa guerra civile che portò orribili frutti di dolore e di morte e che negli anni '36-39 si estrinsecò con la massima ferocia, specialmente verso gli Ordini Religiosi, maschili e femminili - incendi nei conventi, espulsioni, scioglimento della compagnia di Gesù - e contro coloro che vivevano una vita che seguiva gli ideali del Cristianesimo.

Ella nacque, dunque, da due nobili. Il padre aveva lasciato la carriera militare ed era diventato ingegnere presso le Ferrovie dello Stato.
Appena nata Mari Carmen venne consacrata alla Madonna, battezzata e a soli due anni ricevette la Cresima col permesso del Nunzio apostolico Todeschini, amico della famiglia, che vedeva la situazione del Paese veramente critica.
Mari Carmen crebbe dunque in questa atmosfera, con grande volontà e temperamento e misurata nei modi. Aveva partecipato intensamente alla Comunione del fratelo Julio, avvenuta nella Grotta della Madonna di Lourdes e sentìva il desiderio anche lei di ricevere al più presto Gesù, col supporto di tutta la sua famiglia e di una monaca in convalescenza che al momento viveva in casa sua.

Così anche lei arriverà a questo grande inconrro, ricevendo tra l'alro un libretto "Mi Jesus" che successivamente terrà sempre stretto a sè. Sentiva già, anche alla sua tenera età, il desiderio di essere santa, ben sapendo che forse avrebbe molto sofferto. Si dedicava anche alla diffusione di foglietti di devozioni che offriva ai passanti.

Suo padre come ex-ufficiale e nobile venne preso di mira dai miliziani che il 15 di Agosto del 1936 lo preleveranno, portandolo in una vicina prigione in cui i suoi familiari potevano anche vederlo, ma dopo qualche giorno venne poi ucciso.
La bimba pregò intensamente per lui ed anche per il suo assassino, il capo del governo rivoluzionario Azana, L'l'intera famiglia era sotto il mirino dei rivoluzionari perchè imparentata con Primo de Rivera, ex Capo del Governo. Andarono dunque a rifugiarsi presso l'ambasciata belga a Madrid dove erano nascosti anche quattro sacerdoti che dicevano Messa e distribuivano la Comunione.
La famiglia, poi riuscì ad arrivare a Valencia viaggiando su un camion e da lì, via mare, a raggiungere Marsiglia ed infine San Sebastian.

Mari Carmen intanto viveva quella vita con ricchezza interiore e pensieri delicati per tutti. Ad ottobre del 1938 venne sistemata presso un istituto di suore irlandesi dove si distinse anche perchè era la sola a frequentare la messa del mattino. Trascorse le vacanze pasquali in famiglia e nel giovedì santo di quell'anno la piccola offrì la sua vita al Signore.
Tornata in collegio subito dopo si ammalò di scarlattina, con complicanze varie e grandi sofferenze che sopportò stoicamente, poi trasferita a Madrid dove venne operata per un tumore all'orecchio e successivamente e inutilmente riportata a casa, dove morì il 17 luglio 1939. L'insigne dottore che la visitò sottolineò il suo comportamento eroico.
Morì il 17 Luglio 1939.

E' stata dichiarata Venerabile da papa Giovanni Paolo II nel 1996.



 

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SERVO DI DIO FRA' ANTONINO PISANO

1907 - 1927



Nato a Cagliari, nel 1907, Antonino Pisano, terzo di sette figli, visse in una famiglia poverissima. Poco tempo dopo la sua nascita, si ammalò di morbillo, una malattia all'epoca parecchio grave, ma ne venne fuori dopo un voto della madre a Sant'Antonio, di cui era molto devota, così com'era devota alla Madonna.
Il bimbo cresceva, devoto ma anche biricchino e la sua esuberanza infastidiva il fratello maggiore che spesso lo picchiava.

Iniziò le elementari con una maestra privata, poi frequentò la scuola pubblica.
Lui ed il fratelo maggiore si iscrissero al circolo Cattolico San Luigi, presso il convento dei Mercedari annesso al Santuario di Ns. Signora di Bonaria e lui iniziò a servire Messa con grande zelo e puntualità, svegliandosi all'alba per arrivare in tempo.
Era generoso, affabile con tutti, riprendendo chi pronunciava parolacce o bestemmie.

Nel marzo del 1918 ricevette la sua Prima Comunione e poco dopo anche la Cresima, si confessava spesso. Capì che la sua sola strada era quella verso Dio e a 13 anni decise di entrare come Aspirante nei Mercedari, nel convento vicino al santuario di Nostra Signora di Bonaria, ma dovette uscirne per una grave forma di miopia e di astigmatismo. Tuttavia la mamma riuscì a fargli fare un'altra visita da cui uscì con degli occhiali speciali.

Si trasferì poi presso i Cappuccini, nel convento di San Benedetto, applicandosi a norme e a studio con grande impegno, ma anche da qui dovette andar via a causa di alcune false calunnie di alcuni compagni, che gli facevano scherzi paurosi e lo accusavano di mancanze. Egli non si difese e venne quindi respinto dai frati.

Riconosciuto innocente nel 1922 venne ripreso dai Mercedari del convento di Bonaria dove voleva solo concentrarsi nell'essere, in futuro, sacerdote, offrendosi come vittima all’Amore Misericordioso, sull'esempio di santa Teresa di Gesù Bambino, in favore della salvezza dei peccatori. Iniziò il Noviziato e vestì l'abito dell'Ordine, facendo molti propositi ed emettendo i voti semplici triennali, più quello specifico dei Mercedari, dare, cioè, la vita per la conversione dei peccatori.

Inziò gli studi di Teologia, leggendo intanto le vite dei santi che sempre l'avevano appassionato, offrendosi come Santa Teresa del Bambino Gesù, vittima per l'Amore misericordioso.

Si ammalò di tubercolosi, non riuscì ad alzarsi dal letto, si trasferì di nuovo in casa, lasciando il suo abito per cui aveva lottato tanto, dopo qualche settimana in un sanatorio, venne di nuovo riportato in casa, dove poco dopo morì, il 6 agosto 1927, a vent’anni e là riposa, o nel santuario di Nostra Signora di Bonaria a Cagliari.

Venne sepolto nel cimitero del convento di Bonaria, ma i nell'aprile del 1938 venne traslato nel santuario, accanto alla cappella del Crocifissoe successivamente sistemato nella parete della balaustra dell’altare maggiore.

Nel 1945 iniziò il processo diocesano per la sua beatificazione, interrotto dalla seconda guerra mondiale, che si concluse nel 1957. Passata la causa nella fase romana, si ebbe il decreto sugli scritti il 25 ottobre 1961.


 


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SERVA DI DIO REBECA ROCAMORA NADAL


1975 - 1996





Rebecca nasce il 7 settembre 1975 a Granja Rocamora, un piccolo villaggio a sud di Alicante, in Spagna. E' una bimba bella, bionda, con occhi azzurri, già preceduta da una sorellina e seguita poi da altre due e crescerà in una famiglia profondamente religiosa, ricca di fede e di impegno cristiano.
E' una bimba vivace ma al tempo stesso riflessiva e religiosa. All'età di 10 anni viene colpita da un tumore all'ipofisi che le porterà una grave forma di diabete ed una paralisi agli occhi con conseguenti cure dolorose di radioterapia. Tuttavia lei reagisce con grande coraggio, cercando di alleviare le sofferenze dei suoi compagni, anch'essi ammalati, aiutata anche da un sacerdote di Madrid che la sta facendo crescere spiritualmente.

Arriverà poi il momento della guarigione del tumore e della paralisi agli occhi. Così come si sta irrobustendo nel fisico, si fortifica interiormente, soprattutto dopo aver fatto la Cresima, rendendosi conto che deve impegnarsi personalmente nella diffusione della fede e a 16 anni diventa catechista, coinvolgendo i piccoli a lei affidati, on tutto il suo essere, con grande amore, con tutto il suo comportamento.

Nel 1995 un tumore del sistema nervoso centrale la costringerà a letto, impedendole i movimenti, tuttavia lei riesce comunque a trasmettere a tutti pace ed armonia. La sua stanza, dove si celebra la Messa ed avvengono conversioni, è sempre piena di persone che vanno per consolare e ne escono consolate.

Il 26 maggio 1996 muore e attorno a lei si infittisce la fama della sua santità.




 

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VENERABILE CARLA RONCI

1936 - 1970


Era nata a Torre Pedrera, nei pressi di Rimini, l’11 aprile 1936.
Era una bambina vitale e sorridente, diligente negli studi, che si darà da fare per la sua famiglia, che conquisterà con grandi sforzi un pò di agiatezza, anche grazie al suo lavoro di sarta ed altri lavori sporadici.

Vive gioiosamente la sua gioventù tra balli ed amicizie, ma ben presto si chiede quale sia il vero senso della vita, iniziando un cammino verso Gesù che diventerà il centro della sua esistenza, grazie anche all'aiuto del parroco.
Si iscriverà all'Azione Cattolica dove le affideranno le "Beniamine", e prenderà sempre più contatto con le Orsoline che diventeranno un punto di riferimento nella sua vita.

Emette un voto tutto suo di castità e più tardi quello di povertà, distaccandosi dalle cose terrene, donando ai poveri quello che guadagna coi suoi lavori di sarta, che effettua dopo quelli della giornata che la vedono impegnata nel negozio di famiglia.

Vorrebbe entrare nelle Orsoline, ma i genitori si oppongono a questo suo desiderio, soprattutto il padre che è di tutt'altra tendenza, tuttavia ci prova, va via di casa, complice la mamma, diretta verso il noviziato delle Orsoline, ma le insistenze del padre convincono la superiora che forse quella non è la volontà di Dio per Carla.


Ritorna in famiglia, riprende il suo posto in parrocchia, creando animazione, cinema, biblioteca, ecc., e si dà soprattutto all'Azione Cattolica
La giovane in questo suo cammino ripone una grande fiducia in Maria - al cui Cuore Immacolato la giovane si era consacrata nello spirito della Milizia dell’Immacolata.- che, ne è sicura, non farà cadere nel vuoto il suo desiderio di consacrarsi a Dio.


Ben presto Carla comprende che il suo convento sarà il piccolo mondo di Torre Pedrera, il suo paese natale, dove lei si farà limpida testimone del Vangelo, nella nuova condizione di laica consacrata, all’interno dell’istituto secolare Ancelle Mater Misericordiae di Macerata, dove entra nel 1961, dopo aver scoperto in loro un apostolato di presenza e testimonianza nel mondo, che è precisamente quanto ha cercato di fare fino ad allora ed è gioiosa testimone in ogni campo della sua vita.
Il 6 gennaio 1963, nel fare la professione dei voti, Carla diede alla propria consacrazione un significato ben specifico, offrendosi a Dio per la santità dei sacerdoti e nell'agosto del 1969 una colica di fegato annuncia l’inizio della sua malattia: un cancro dei polmoni contro cui c'è poco da fare, se non alleviare il dolore che comunque è tanto e che i numerosi esami forse acuiscono. Ma lei affronta anche questo con amore e con il sorriso sulle labbra, morendo il 2 aprile 1970, nella casa di salute “Villa Maria”, a soli trentaquattro anni..

Viene chiamata anche “santa della Vespa” perchè le piaceva questo mezzo moderno per spostarsi, viene ricordata come una ragazza piena di vita, sorridente, femminile, che ha cura del suo fisico, "perchè la sposa di Gesù deve essere sempre elegante e bella.
E' stata dichiarata Venerabile da Giovanni Paolo II nel 1997 e la sua causa di beatificazione procede assai speditamente.

 





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BEATA CECILIA EUSEPI

1910 - 1928


Nata a Monte Romano, in provincia di Viterbo, nel 1910, in una famiglia povera, ma ricca di fede, undicesima figlia, rimase orfana di padre ben presto e venne affidata alle cure di uno zio materno.

Si trasferì a Nepi presso la tenuta dei duchi Grazioli Lante della Rovere detta La Massa, dove già lo zio Filippo lavorava e dove lei visse a contatto con la natura, cogliendo fiori da dedicare alla Madonna.
Lo zio la porterà a studiare presso le Monache Circerstensi dove si troverà a suo agio Le suore pensavano che forse avrebbe potuto far parte della loro Ccngregazione ma lei non era ancora in grado di prendere una deciisone, mentre si dedicava comunque ad approfondire le vite dei Santi, sentendosi soprattutto legata alla di Santa Teresina di Lisieux, e a quella di San Gabriele dell'Addolorata, sempre più attratta dalla spiritualità dei Servi di Maria- Chiese, a soli 12 anni, di entrare nel Terz’Ordine dei Serviti, mentre si iscriveva all’Azione Cattolica, affascinata dagli ideali che questa proponeva: “Eucaristia, purezza e apostolato”-
Era totalmente di Gesù nonostante tutto.

Nonostante l'età e la fragile salute, si impegnò nella catechesi e nell'animazione della vita parrocchiale, tanto che due anni più tardi il Vescovo le permetterà di entrare come postulante nelle Suore Mantellate Serve di Maria, pur con tante difficoltà che troverà nel suo cammino, proprio a causa della sua salute già minata.

Infatti, dopo tre anni, una tubercolosi intestinale la costringerà a lasciare quanto fino allora costruito. per tornare a casa dove si offrirà totalmente a Gesù, affinchè Lui fosse riconosciuto da tutti e, pur ritenendosi una piccola cosa, si proporrà di arrivare a Lui attraverso l'insegnamento di Teresa di Lisieux, facendo della sua vita, in adorazione di Dio, un'offerta totale, espiando in favore dei peccatori, dedicando i suoi dolori alle missioni.

Intanto su lei dilagarono maldicenze e menzogne, mentre la presenza di Gesù si allontanava sempre più e tutto si faceva più scuro intorno a lei, mentre lei si sforzava di pregare sempre e sotto pressione del suo confessore si mise a scrivere un diario in cui narrava il suo rapporto con Dio e la difficoltà della sua offerta, che si concluderà con la sua morte, il 1° ottobre del 1928.


E' stata sepolta a Nepi, nella chiesa di San Tolomeo dei Servi di Maria.
E' stata dichiarata venerabile da Giovanni Paolo II nel 1987 e beatificata nel 2012.


 

 

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SERVO DI DIO GUIDO VIDAL FRANCA SCHAFFER

SEMINARISTA

 

 

Nato il 22 Maggio 1974 a Volta Redonda, in Brasile e morto a Rio de Janeiro, il !° Maggio 2019, Guido Vidal, si laureò in Medicina nel 1998, iniziando la sua formazione medica presso l’ospedale “Santa Casa da Misericórdia”.

Cattolico, figlio di un medico e di França Schäffer, membro della Comunità Bom Pastor del Rinnovamento Carismatico Cattolico, che lavorava come volontaria per l’evangelizzazione nelle scuole pubbliche, frequentò scuole elementari e medie presso l’istituto Sacro Cuore di Maria dal 1979 al 1991.

Iniziò ad assistere la gente di strada assiene alle suore Missionarie della Carità.

Figlio di Guido Manoel Vidal Schäffer, medico, e di Maria Nazareth França Schäffer, Guido nacque il 22 maggio 1974, nella città di Volta Redonda, nello stato di Rio de Janeiro, dove visse fin dall'infanzia.
Venne battezzato nella Chiesa Matrice di Santa Cecília, a Volta Redonda, il 22 dicembre 1974 e ricevette la Prima Comunione l’11 dicembre 1983 e la Cresima il 2 dicembre 1990, entrambe nella parrocchia di Nostra Signora di Copacabana, a Rio de Janeiro.


Era un ragazzino allegro e in buona salute, tranquillo e molto attratto dallo sport e dal mare.


Dal 1993 al 1998 frequentò la facoltà di medicina e iniziò un gruppo del Rinnovamento, chiamato “Fuoco dello Spirito Santo”, aiutato da padre Jorge Luis Peres Mereira da Silva.
Dal 1999 al 2001 seguì un corso post-laurea presso l’ospedale “Santa Casa da Misericórdia” a Rio, dove entrò e nel 2001. Decise di occuparsi di medicina generale, vivendo in conformità a quanto credeva, esercitando giustizia e carità. Venneavvicinato da alcuni incaricati della Pastorale della Salute, che erano rimasti colpiti dall’amore con cui si accostava ai pazienti, prese a collaborare con loro.
Quando immaginava il suo futuro, si vedeva sposato (all’epoca, era fidanzato) e medico. Nel tempo libero, amava cavalcare le onde con la sua tavola da surf, avvicinando i giovani e parlando loro di Gesù.

Nel 2001, entrò nel personale clinico della “Santa Casa” ed iniziò ad operare nella Pastorale della Salute, sentendo già viva l’inclinazione al sacerdozio. Così, nel 2002 iniziò, a Rio, gli studi preparatori presso la Facoltà Teologica del Monastero di San Benedetto.

Nel 2008, entrò nel Seminario diocesano, disitnguendosi per il suo amore all’Eucaristia, per una vita di intensa preghiera e per la sua dedizione verso i poveri e i malati e il suo impegno missionario.

La sua breve vita terrena si concluse il 1 maggio 2009, a trentaquattro anni, a causa di un incidente occorsogli mentre praticava il surf, sulla spiaggia di Rio de Janeiro, dove si è svolta la sua causa di beatificazione dal 17 gennaio 2015 all’8 ottobre 2017.


Partecipando a un ritiro spirituale presso la comunità Canção Nova, udì un sacerdote pregare un passo del libro di Tobia (Tb 4, 7): «Non distogliere lo sguardo da ogni povero e Dio non distoglierà da te il suo». Folgorato da quell’espressione, si rese conto di quanto, nella sua attività medica, avesse tenuto in scarsa considerazione i poveri e formulò un’invocazione: «Gesù, aiutami a prendermi cura dei poveri».
Una settimana dopo, conobbe le suore Missionarie della Carità di madre Teresa di Calcutta e le affiancò nella loro assistenza ai poveri della strada, aiutato dagli amici del gruppo di preghiera e dai colleghi della “Santa Casa”.
Una delle Missionarie, suor Caritas, dichiarò per iscritto che la sua unica preoccupazione era salvare le anime e condurle a un incontro personale con Cristo e non risparmiava sforzi, dialogando di continuo con Lui, non smettendo mai di proclamarlo, con le parole o con l' esempio.

Col tempo, capì che Dio lo chiamava personalmente anche grazie all’aiuto del vescovo ausiliare della diocesi di Rio de Janeiro, dom Karl Josef Romer. Continuando la sua attività in clinica e quella di medico volontario, intraprese gli studi di Filosofia (dal 2002 al 2004) e Teologia (dal 2006 al 2007), presso l’Istituto di Filosofia e Teologia del Monastero di San Benedetto a Rio de Janeiro.

Aveva voglia ed ansia nell’attuare le più disparate iniziative per avvicinare le persone a Dio, pur essendo disposto ad accettare i “no” che potevano frenarle. Era amichevole, sincero e pronto ad aiutare i suoi compagni, facendo affidamento sulla sua straordinaria memoria, che gli permetteva di ricordare correttamente le citazioni dalla Scrittura.
Aveva ardente amore per l’Eucaristia e per il suo semplice stile di preghiera. Non tralasciava mai la Liturgia delle Ore e la preghiera del Rosario; in più, ogni giorno, pregava tre Ave Maria per chiedere la forza di proseguire nel cammino della santità. I suoi modelli spirituali eramo san Francesco d’Assisi, san Pio da Pietrelcina e, ovviamente, santa Teresa di Calcutta.

Nel 2008 entrò nel Seminario di San Giuseppe a Rio, per compiere i due anni di vita comune necessari prima dell’ordinazione, ma il 1 maggio 2009, mentre praticava il surf, Guido subì una contusione alla nuca, svenne e annegò. Spesso aveva dichiarato ad alcuni amici che gli sarebbe piaciuto andarsene proprio così, nel luogo dove maggiormente sentiva la presenza di Dio.
I suoi funerali si svolsero presso la chiesa di Nostra Signora di Copacabana, in presenza di circa settanta sacerdoti, di cui sessantadue concelebranti. Era la vigilia della Giornata Mondiale di preghiera per le vocazioni, come l’arcivescovo Tempesta, che presiedeva il rito, fece notare. A un certo punto, nel dichiarare l’ardente desiderio di essere sacerdote che il giovane aveva, scese verso il suo corpo e gli pose una stola fra le mani.

Nel luglio 2013 è uscita la sua prima biografia, «O Anjo Surfista» («L’angelo surfista»), mentre nel corso della Giornata Mondiale della Gioventù, svoltasi nella sua Rio, sono stati proiettati i primi minuti di un documentario sulla sua vita.
Il ricordo di Guido, ancora molto vivo nelle comunità che frequentò e nei luoghi del suo servizio ai poveri, ha portato, nel maggio 2014, alla richiesta, da parte della diocesi di Rio de Janeiro, dell’apertura di un’indagine circa l’eroicità delle sue virtù.
Il 16 ottobre 2014 è stato ottenuto il nulla osta dalla Santa Sede per l’avvio del suo processo di beatificazione, iniziato il 17 gennaio 2015 presso la basilica dell’Immacolata Concezione a Botafogo e concluso l’8 ottobre 2017.

 


 

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ELISA GIAMBELLUCA

 

SERVA DI DIO

 

Elisa Giambelluca nacque a Isnello il 30 aprile 1941, ultima di sette figli di una famiglia credente. Ebbe preparazione cristiana e culturale: infatti frequentò la Scuola Elementare a Isnello, il suo paese, che però a quell’epoca era sprovvisto di scuole medie e superiori. I suoi genitori, notando la sua predisposizione allo studio, fecero il sacrificio di mantenerla agli studi in centri più importanti.

Per la Media e il Liceo Classico la misero a convitto presso le Suore del Collegio di Maria, a Cefalù e successivamente, terminato con successo questo percorso, lei stessa scelse la facoltà di Matematica e Fisica dell’Università di Palermo. Trovò alloggio presso la “Casa dell’Universitaria” dell’Istituzione Teresiana, dove si lasciò conquistare dal carisma di San Pedro Poveda, una vocazione laicale di servizio al Vangelo a partire dall'istruzione. Ed è qui che avviene la scelta fondamentale della sua vita.

L’équipe che guida quella “Casa” è composta da donne giovani, laiche, alcune studentesse, altre professioniste, appartenenti all’Opera  del Poveda. Esse sanno trasmettere quel carisma, non tanto con le parole, quanto con la vita quotidiana, con l’ambiente stesso che creano: è un ambiente molto sereno, di gioia e di espansione – ma anche di impegno serio – che induce a prepararsi bene per la vita che attende ciascuna delle ragazze, nella vocazione che ognuna scoprirà in sé.

Già in questi anni universitari le studentesse potranno associare allo studio esperienze di appartenenza ad associazioni missionarie ed anche di aiuto concreto a chi ha bisogno, perché meno fortunato di loro. Ma tutto questo si deve compiere con semplicità: la cultura non dovrà offuscare né la naturalezza del comportamento, né la gioia di vivere e di vivere “impegnate”: ne sono esempio quelle stesse persone che guidano la residenza e sono membri appunto dell’Istituzione Teresiana.

 


Così, senza bisogno di troppe spiegazioni teoriche, Elisa resta conquistata dal carisma povedano e decide di fare dono completo di sé, in seno a questa comunità di laiche pienamente inserite nel mondo e pienamente impegnate col Signore.

Questa volta i genitori, a cui lei comunica la sua decisione, non sono per niente contenti. E’ comprensibile: ora non si tratta di  scelte di studi, al termine dei quali la figliola tornerà in seno alla famiglia, per seguire poi una vita “normale”, come hanno fatto i fratelli e le sorelle maggiori. Ora la figlia la “perdono” per sempre: va via per seguire una chiamata per loro sconosciuta: la consacrazione a Dio in un Istituto che tuttavia non la toglierà dal mondo, ma a quanto pare la separerà dalla sua famiglia naturale.
Elisa non fa una tragedia per questa opposizione, piuttosto tenta di convincere soprattutto sua madre, la persona che sembra la più rattristata e ostile, che non vi sono motivi per essere così contrari.
La strada di Elisa continua: allo studio e alle attività della Residenza Universitaria, si unisce ora il suo cammino nell’appartenenza all’Istituzione Teresiana. La sua famiglia naturale tuttavia non viene mai dimenticata: le lettere, l’interessamento ad ogni vicenda che lì avviene, dimostrano che nel suo cuore nessun affetto è cancellato. E l’intelligenza, la cultura, la spiritualità, gli affetti umani, la serietà nel lavoro, tutto si armonizza naturalmente. Anche questo rientra perfettamente nella fisionomia che il Fondatore desiderava caratterizzasse i membri della sua Opera. In una meditazione molto conosciuta illustra infatti un aspetto della Patrona che egli ha scelto per l’Istituzione Teresiana: Santa Teresa d’Avila. Questa grande Santa, egli dice, è stata “tutta di Dio ed eminentemente umana”. Da questa considerazione egli passa a meditare sul mistero dell’Incarnazione: il Figlio di Dio che si fa perfettamente uomo. Così, in ogni membro dell’Opera, la piena donazione a Dio si coniugherà con tutto ciò che può rendere completa e gradevole la sua personalità. Per questo, una delle doti, da conservare sempre, anche da parte di chi raggiungesse livelli altissimi di cultura accademica, è la “naturalezza”, compagna sempre della gioia e dell’apertura ai rapporti umani più schietti.
Elisa si laurea nel 1965 ed iniziò a lavorare a Rossano (Cosenza) come docente all'Istituto San Pio X.

Nel 1968 si trasferì a Torino, dove andò a insegnare in un istituto tecnico industriale pubblico. Diresse anche una scuola media aggregata all'“Educatorio della Provvidenza”. Si recò poi a Roma, collaborando alla residenza universitaria dell'Istituzione Teresiana e insegnando in un liceo. Tra il 1972 e il 1973 svolse un corso di approfondimento spirituale e culturale al Centro Internazionale di Formazione dell'Istituzione Teresiana a Poggio Mirteto (Rieti).

Tornò a Rossano come docente e preside dell'istituto per il Magistero, in cui sviluppò un interessante progetto di innovazione educativa. Nel 1983 si trasferì a Vescovio (Rieti), vicino al Santuario della “Madonna della Lode”, ma iniziò ad avere problemi di salute a causa di un tumore.

Continuò a insegnare in un istituto professionale per l'Agricoltura a Forano, ma le sue condizioni peggiorarono notevolmente. Offrì la sua vita per i sacerdoti in situazioni difficili e per le vocazioni

Elisa morì a Roma il 5 luglio 1986, a 45 anni. La sua vita semplice è stata una testimonianza preziosa per molte persone che hanno riconosciuto in lei i valori evangelici vissuti in modo naturale e radicale. Viene ricordata come una persona accogliente, sempre sorridente e serena, anche nel duro periodo della malattia. Il 20 febbraio 2021 papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto con cui Elisa è stata dichiarata Venerabile.





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M- ISABEL LETE LANDA

 

Serva di Dio, Mercedaria

 

 

La Serva di Dio nacque il 7 settembre 1913 nel paese di Osintxu (Vergara) in Spagna e venne battezzata due giorni dopo, il 9 settembre con il nome di Regina Lete Landa.

 

Nel 1918 il padre morì vittima di un’epidemia e la madre per la disperazione finì internata in un Ospedale psichiatrico.

Regina visse per un periodo ad Azpeitia (Guipuzcoa), in casa di zii che avevano dieci figli e assieme ai cugini venne educata nel collegio delle Schiave del Sacro Cuore.

 

Il 7 giugno 1929 entrò nel noviziato delle suore Mercedarie della Carità di Zumarraga, emise la sua Professione ò il 2 gennaio 1931, prendendo il nome di Suor Maria Isabella di Gesù.

 

Sempre serena, allegra, si dedicava agli altri con grande amore e con l'ideale di pregare per i sacerdoti e offrire tutto per le missioni.

In seguito come Santa Teresa di Lisieux offrì se stessa in olocausto all’amore misericordioso e fu da Dio ascoltata perché nel 1939 si ammalò gravemente.

Con gioia visse gli ultimi due anni nella malattia (tubercolosi), sapendo che il Signore aveva accettato il suo sacrificio.

Alla giovane età di 28 anni morì il 13 ottobre 1941. Dal 1972 i suoi resti riposano nella chiesa del convento di Zumarraga.

 

 

 

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MATTEO FARINA

19 Settembre 1990 - Brindisi, 24 aprile 2009

 

Matteo Farina nasce a Brindisi il 19 settembre 1990; il 28 ottobre 1990 venne battezzato nella Parrocchia “Ave Maris Stella” di Brindisi, parrocchia con cui egli ebbe sempre un profondo legame, affidata alla cura pastorale dei Padri Cappuccini che trasmisero a Matteo, come agli altri giovani, lo spirito di san Francesco e la devozione verso san Pio da Pietrelcina.

Matteo crebbe in una famiglia molto unita e di solidi valori cristiani; con la sorella Erika ebbe sempre un legame speciale, reso ancora più saldo nella fede e nella malattia. Fin da subito si dimostrò un bambino ubbidiente, sereno, socievole e curioso per tutto ciò che lo circondava, rivelando attenzione e cura per tutte le creature, anche le più piccole.

 

Chi lo ha conosciuto lo definisce “la dolcezza fatta persona”, una caratteristica, questa, che lo accompagnò in ogni momento della sua vita. Già dal primo anno della scuola elementare “G. Calò”, Matteo manifestò il desiderio di imparare, di conoscere cose nuove e belle, rivelando un forte e serio impegno sia nelle attività scolastiche, sia nello sport, praticando diverse discipline, sia nella passione per la musica, trasmessagli dal papà, imparando a suonare alcuni strumenti.


Cresciuto in una famiglia che viveva fortemente la fede cristiana, Matteo, a differenza di molti bambini della sua età, si mostrava entusiasta nella partecipazione al catechismo e alla Santa Messa. All’età di otto anni ricevette per la prima volta il Sacramento della Riconciliazione, a cui si sarebbe accostato con serietà e frequenza costante, soprattutto a seguito del sogno fatto nella notte tra il 2 e il 3 gennaio del 2000 in cui san Pio da Pietrelcina, a cui egli fu molto legato, proferiva: “Se sei riuscito a capire che chi è senza peccato è felice, devi farlo capire agli altri, in modo che potremo andare tutti insieme, felici, nel regno dei cieli”.

Iniziò così, spontaneamente, all’età di nove anni, il bisogno di Matteo di evangelizzare, garbatamente, tutti coloro che gli erano intorno, dalla famiglia agli amici più stretti, ai conoscenti e, in particolar modo, ai suoi coetanei. Scriveva: “Spero di riuscire a realizzare la mia missione di ‘infiltrato’ tra i giovani, parlando loro di Dio (illuminato proprio da Lui); osservo chi mi sta intorno, per entrare tra loro silenzioso come un virus e contagiarli di una malattia senza cura, l’Amore!”.

 

 

 

Una missione, la sua, che sarà accompagnata da un quotidiano ascolto e lettura della Parola di Dio (all’età di nove anni, come impegno quaresimale, lesse tutto il Vangelo di Matteo), ma soprattutto dal vivere la Parola in prima persona. La preghiera quotidiana fu, per Matteo, un strumento efficace e, durante la recita del Santo Rosario, affidava alla Vergine Maria i bisogni di coloro che lo circondavano.

Il 4 giugno 2000 Matteo ricevette il Sacramento della Prima Comunione. Il suo sentimento per Gesù, da questo momento in poi, crebbe sempre di più, alimentato dalla Santa Messa e dalla S. Comunione tutte le domeniche, dalla confessione assidua, dalla visita a Gesù Sacramento, dalla devozione al Cuore di Gesù con la pratica dei primi venerdì del mese e dalla recita del S. Rosario in onore della “Madonnina”.

Il 10 maggio 2003 ricevette il Sacramento della Santa Cresima dall’Arcivescovo Mons. Settimo Todisco e volle come madrina la sorella Erika, a motivo del loro indissolubile legame.

In quel periodo frequentava la Scuola Media “J. F. Kennedy”, dando grandi soddisfazioni alla sua famiglia per i risultati scolastici raggiunti e facendo emergere, sempre di più, la sua capacità di stringere relazioni di amicizia basate sulla fiducia e sulla sua innata disponibilità verso il prossimo.

Dopo un’estate trascorsa in maniera spensierata, Matteo, nel settembre 2003, a causa di forti attacchi di mal di testa e di problemi alla vista, partì con i propri genitori e lo zio Rosario, per una serie di controlli, dapprima in Italia, negli Ospedali di Avellino e di Verona, e successivamente presso la clinica INI in Hannover, dove venne sottoposto ad un intervento di biopsia al cervello. In questo periodo iniziò a scrivere un diario perché sperava di “riuscire a dare gioia e forza a chi ne ha bisogno”, definendo quello che stava vivendo come “una di quelle avventure che cambiano la tua vita e quella degli altri. Ti aiuta ad essere più forte e a crescere, soprattutto, nella fede (…) Questo è il diario di un bambino tredicenne in un’esperienza spettacolare (…). Ed è proprio il bello di questa avventura: sembra un sogno, ma è tutto vero”.

Le pagine del suo diario ci rivelano un Matteo che affronta il tutto con coraggio, sempre attento alla cura e alla serenità dell’altro, in continuo dialogo con Gesù; non rinuncia, infatti, alla recita quotidiana del Santo Rosario. Un’esperienza, la sua, che gli consentì di maturare velocemente sia dal punto di vista umano che dal punto di vista spirituale.

Dopo una degenza di circa due settimane ad Hannover, Matteo tornò a casa, accolto e circondato dall’amore della sua famiglia e dei suoi amici, convinto che fosse tutto finito. Gli esiti degli esami, purtroppo, indicavano un edema esteso nella zona temporo-occipitale destra del cervello, al di sotto della quale si sospettava la presenza di cellule maligne. Ciononostante, Matteo riprese la sua vita normalmente, impegnandosi con fervore negli esami di terza media, che superò con risultati eccellenti. Si rafforzò poi, in questo periodo, il suo amore per la “Madonnina”, tanto da consacrarsi al Cuore Immacolato di Maria con la pratica dei primi sabati del mese, e ritrovando piena consolazione e forza nelle parole della Madonna di Fatima.


Sempre fedele al vivere quotidianamente la Parola di Dio, Matteo creò un fondo per le missioni africane del Mozambico, nel quale non solo depositava i suoi risparmi, ma convinse i suoi familiari a rinunziare agli acquisti natalizi, commutandoli in offerta per i bisognosi dell’Africa.

Dopo appena dieci mesi dal ritorno a Brindisi, Matteo ebbe una forte crisi convulsiva, a seguito della quale la sua vista rimase danneggiata, ma questo non lo fermò; continuava, infatti, ad essere un adolescente innamorato della vita. Appassionato di computer, si iscrisse all’ ITIS “G. Giorgi” di Brindisi, ma purtroppo una risonanza magnetica rivelò la necessità di ritornare in Germania per sostenere il primo intervento di craniotomia per l’asportazione di un tumore celebrale di terzo grado. Era il gennaio 2005 e Matteo affrontò tutto con un abbandono incondizionato a Dio e al rispetto della sua volontà.

Dopo 40 giorni di chemio e radioterapia presso l’Istituto “Carlo Besta” di Milano, Matteo rientrò a Brindisi il 2 aprile 2005. Qui riprese progressivamente la sua vita di adolescente, rimettendosi alla pari con il programma scolastico con ottimi risultati, e avendo come sua prima preoccupazione la serenità dei suoi familiari, che confortava con profonda maturità, dimostrandosi mite e premuroso. Amico di tutti, disponibile verso l’altro, Matteo venne soprannominato dai suoi compagni “il moralizzatore”, perché sempre pronto a parlare di Dio e ad incoraggiare la pace nei rapporti di amicizia.

Terminato il biennio, Matteo si trasferì all’ITIS “Majorana” di Brindisi, per coltivare e approfondire la sua passione per la chimica, potendo così studiare la perfezione dell’atomo, in cui percepiva la grandezza di Dio. Il 19 settembre 2005 compiva 15 anni e, in una sua riflessione, manifestava una preoccupazione che gli stava molto a cuore: “Mi piacerebbe riuscire ad integrarmi con i miei coetanei senza essere però costretto a imitarli negli sbagli. Vorrei sentirmi più partecipe nel gruppo, senza però dover rinunciare ai miei principi cristiani. È difficile. Difficile ma non impossibile”.

Matteo continua la sua vita di adolescente sereno e francescano nell’animo, eccellendo negli studi, stringendo amicizie fondate sulla fiducia e il reciproco rispetto e, infine, dedicandosi alla sua grande passione per la musica, con la formazione di un gruppo, i “No Name”, di cui sarà il cantante. Non si allentava, tuttavia, il forte legame che sentiva verso il Signore, anzi, questo si intensificava ancora di più, perché Matteo avvertì la presenza e la guida di Gesù in ogni sua scelta. Ancora non gli era chiaro cosa il Signore volesse da lui come scelta di vita; si sentiva attirato verso il sacerdozio, ma era consapevole delle sue difficili condizioni di salute.

Dopo circa due anni, in seguito ai controlli periodici, iniziava a farsi strada la speranza che la malattia stesse regredendo. Nell’aprile 2007 Matteo conobbe e si innamorò, ricambiato, di Serena, che definirà “il dono più bello che il Signore potesse dargli”, vivendo con lei una relazione di amore puro, fondata sui principi cristiani. I due giovani sarebbero rimasti insieme fino alla fine, sostenendosi a vicenda, anche quando la malattia avrebbe preso il sopravvento, accogliendo il tutto con grande maturità e fede, come volontà del Signore.

Nell’ottobre 2008, mentre si apprestava a frequentare l’ultimo anno delle scuole superiori per poi sostenere l’esame di stato, Matteo partì nuovamente per Hannover perché, dai controlli periodici, risultava una seconda recidiva. La mamma Paola sentì il bisogno di far impartire al figlio l’Unzione degli infermi. Il 9 dicembre dello stesso anno, presso la Clinica INI, Matteo venne sottoposto al primo di tre interventi, che miravano a rimuovere il tumore al cervello.

Le condizioni di Matteo andarono peggiorando e nel gennaio 2009 egli venne sottoposto ad un terzo intervento, finalizzato a consentirgli il ritorno a casa, data, ormai, la constatata impotenza della medicina. Il 13 febbraio dello stesso anno, Matteo rientrava a Brindisi con una paralisi al braccio e alla gamba sinistra, conseguenza delle operazioni a cui era stato sottoposto. Pur costretto ad utilizzare la sedia a rotelle per muoversi, continuava a dimostrare tanta forza e, soprattutto, tanta fede, affidando tutto al Padre e ripetendo spesso: “Dobbiamo vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo, ma non nella tristezza della morte, bensì nella gioia di essere pronti all’incontro con il Signore!”.

Alla fine del mese di marzo, a causa di una forte febbre e della sopraggiunta diminuzione della funzionalità degli arti, Matteo venne ricoverato all’Ospedale Perrino, dove ricevette la visita e la benedizione pasquale da parte dell’Arcivescovo Mons. Rocco Talucci. I medici, non potendo far più nulla per lui, consigliarono il ritorno a casa di Matteo, che, ormai, aveva solo brevi momenti di lucidità. Ricevette la sua ultima Comunione il 13 aprile 2009. Sempre fedele al suo amore per il Signore, per la “Madonnina” e per il suo prossimo, pur non potendo più esprimersi con le parole, Matteo, alla domanda della mamma di offrire la sua grande sofferenza per la salvezza delle anime, fece cenno di sì con la testa e con gli occhi. Fino all’ultimo fu attorniato dalla presenza, dall’amore e dalla preghiera dei suoi familiari e amici.

Il Servo di Dio morì il 24 aprile 2009.

È molto importante nel contesto di complessità che viviamo, evidenziare come questo giovane si sia distinto non solo nell’affrontare con serietà, impegno e consapevolezza la vita quotidiana, ma anche il delicato passaggio dall’essere ragazzo all’essere giovane, più maturo, più adulto. È affascinante seguire la crescita personale di Matteo, la sua sorpresa nell’apprendere qualcosa di nuovo, il suo percorso interiore.

Sembra che ogni giorno, ogni esperienza gli abbia insegnato qualcosa sulla vita e su Dio; qualcosa di cui lui fa tesoro e che lo aiuta pian piano a scoprire e costruire attivamente la casa del progetto del Signore sulla sua vita, che non vuole mai minimamente contrastare. In un testo scritto a dodici anni si esprime dicendo che «ha imparato a vivere».

La vita, anche nella situazione di malattia o con altre difficoltà, è la sua maestra che a sua volta gli insegna a vivere meglio. In questo modo, quasi naturale, si accorge di diventare gradualmente e spontaneamente uno strumento di edificazione anche per gli altri. Matteo si accorge che crescere e migliorare comporta delle difficoltà da affrontare, ma è animato da un costante spirito di fortezza che lo spinge a non arrendersi.

In Matteo emerge un profondo impegno interiore orientato a purificare il cuore da ogni peccato. Il giovane vive questa dinamica spirituale non con pesantezza, sforzo o pessimismo; anzi, dalle sue parole emergono costante fiducia in Dio, sguardo tenace, determinato e sereno rivolto al futuro, accolto come una nuova occasione data per migliorare e far fiorire in lui i doni ricevuti dal Signore. Egli avverte fortemente la necessità di allontanare anche il più piccolo male dalla sua vita, per rispondere con maggiore radicalità e purezza all’amore di Dio e condividere relazioni serene, solidali, gioiose con gli altri.

Da questo impegno di Matteo scaturiscono sentimenti di felicità che sa godere delle bellezze semplici e autentiche della vita: l’amicizia e l’amore, il gioco, il riposo, il viaggio, il creato, la preghiera, la scrittura e la comunicazione.

Infine Matteo ama condividere la sua vita con gli altri. Le cose importanti e belle che ha scoperto per sé le propone e le diffonde perché tutto questo si possa arricchire e dilatare nella gioia della compagnia. Ma a questo si aggiunge per lui un fattore imprescindibile: la fede, i sacramenti, le intuizioni spirituali, il suo rapporto personale con Dio Trinità, con Maria Santissima, con i Santi (particolarmente San Pio da Pietrelcina e San Francesco d’Assisi), non sono tesori da custodire nel chiuso della propria interiorità, ma esperienze da testimoniare e annunciare a tutti, particolarmente ai suoi coetanei e amici, con spirito missionario.

Sia nel periodo precedente alla scoperta della malattia che in seguito, Matteo è sempre attento alle relazioni con gli altri, in particolare con gli amici. Esse sono espressioni della vicinanza di Dio. Se si può riconoscere in lui qualche preferenza o sensibilità maggiore, certamente l’ha avuta ed espressa verso persone e situazioni che richiedevano maggior aiuto e attenzione. Infatti manifesta la sua visione dell’amicizia come promozione del bene dell’altro, aiuto altruistico, incoraggiamento e sostegno verso l’amico. Gli “antipatici” o coloro che ci fanno “alterare” non sono esclusi dalla cerchia delle relazioni di Matteo.

Il suo sguardo, la sua attenzione sono attirati dalla debolezza, dalla fragilità, dalla mancanza di fede degli altri e dal loro stato di difficoltà. Matteo le prende a cuore e mostra premura, tenerezza, compassione per loro. La vera solitudine per Matteo è non aver nessuno da amare, nessuno a cui dare.

È presente in lui un’alta valorizzazione della prossimità, della vicinanza, considerata come dono, possibilità buona di vita condivisa, di incontro, scambio, relazione. Ma Matteo non si lascia trascinare dalla goliardia dello stare insieme. Sa valutare la qualità delle scelte, degli atteggiamenti, e del modo di vivere. C’è un’uguaglianza fondamentale nella dignità che lega ogni uomo ad un altro, anche se di ceto, cultura, provenienza sociale diversa.

Se però avesse dovuto scegliere fra mantenere un’amicizia a discapito della fede e della coerenza dell’essere cristiano e di manifestarlo apertamente, Matteo stesso dice: “L’amicizia, invece, è un sentimento che va coltivato e che deve nascere spontaneamente, perché l’amico vero è difficile da trovare, ma “chi trova un amico trova un tesoro”.  Non colpevolizzo quindi chi mi è vicino e non riesce ad essere mio amico. Concludendo quindi è sì difficile essere cristiano e quindi farsi degli amici (a volte per sostenere la propria fede si possono anche spezzare delle amicizie), ma non dobbiamo temere a manifestare la nostra fede. Anche se tutti ci abbandonassero rimarrebbe sempre Lui, il nostro Dio, il nostro Padre celeste, il nostro migliore amico. Dio!”.

Oltre all’amicizia, per Matteo c’è un tipo di relazione che è particolarmente importante ed è quella tra gli sposi. Egli rappresenta questa relazione attraverso l’immagine della «mano nella mano». In quel gesto, che per Matteo accompagna tutta la vita coniugale di uomo e donna, c’è il mistero del loro amore fatto di compagnia, condivisione, unità profonda

Una difficoltà che Matteo riscontra nello stare con gli altri, soprattutto i suoi coetanei, è quella di non riuscire sempre a condividere con loro la bellezza della fede.

Lui stesso si chiede cosa sia la fede. Non è capace di dare una definizione: “di preciso non lo so”, scrive; poi riflettendo dà alla fede questo significato:

“La fede non è però attendere grazie da Dio. No!

La fede è aggrapparsi a Dio per diffondere la sua Parola.

È pregare per nutrirsi del suo cibo, quello che servirà per sempre;   è mettersi d’impegno per seguire i piani di Dio nel modo migliore; è chinare il capo senza rialzarlo con orgoglio; è fare il bene nel silenzio e riflettere sul male compiuto”.

Matteo cerca il modo di partecipare e proporre loro la sua fede in Dio, ma è consapevole delle tante resistenze che incontra nel cuore dei suoi amici, ma non li colpevolizza.

 

Si impegna nel comprendere, studia, si industria per fare breccia nel cuore dei suoi giovani coetanei e far entrare Gesù (si definirà l’«Infiltrato»). La loro difficoltà nella fede diventa nel suo cuore interrogativo e progetto per riuscire nell’intento di farli sentire raggiunti dal Vangelo. Egli constata con preoccupazione che la fede oggi è ostacolata dalla «difficoltà ad andare contro corrente» e la mancanza di attenzione degli adulti, nell’educare alla vita cristiana. E comincerà lui, da giovane verso i giovani, a mostrare la sua personale attenzione per loro.

Egli prega continuamente per i giovani e arriva  a dire: “Per quanto mi riguarda spero di riuscire a realizzare la mia missione di “Infiltrato” tra i giovani, parlando loro di Dio (illuminato proprio da Lui)…osservo chi mi sta intorno per entrare tra loro silenzioso come un virus e contagiarli di una malattia senza cura, l’Amore”.

La malattia è arrivata senza preavviso; era un ragazzo pieno di vita, allegro con i suoi progetti per l’avvenire, una ragazza, la musica, lo sport…

Tutto, all’improvviso sembrò cambiare; ma Matteo trovò nella preghiera e nell’amicizia con Gesù la sua forza; è lui stesso che parla del suo cammino nella malattia e dell’incontro con il sacerdote che lo ha aiutato a leggere anche in quello dolora esperienza un sego dell’amore di Dio:

“Un giorno giochi con i tuoi amici, ridi e sei felice. Poi all’improvviso lei, la sofferenza, la malattia. Senza neanche accorgertene vieni catapultato in un mondo che non ti sembra il tuo.

Sembra tutto impossibile, credi che queste cose accadano solo nei film.

Finalmente torni a casa: il Signore è grande, che gioia. Credi di essere guarito, ma poco dopo ti ritrovi di nuovo a soffrire. Non riesci a crederci. Credi che tutto ti stia crollando addosso.

Inaspettatamente, in un pomeriggio che avresti definito comune, che avresti sprecato come al solito a rattristarti, incontri un umile sacerdote, semplice ma saggio. Sotto la sua guida ti riagganci a Dio; ritrovi la gioia, la speranza. Torni a casa, tra parenti e amici, e tutto va splendidamente, sempre meglio. I medici non si spiegano i miglioramenti; ma tu invece lo sai, e ridi…

Vorresti gridare al mondo che faresti tutto per il tuo Salvatore, che sei pronto a soffrire per la  salvezza delle anime, a morire per Lui.

Avrai modo di dimostrargli il tuo amore…”

Certamente, con il passare del tempo e la inutilità delle cure, ha sentito il peso della malattia che via via gli sottraeva la vita: la compagnia degli amici, l’amore della fidanzata Serena; ogni giorno aveva la sua fatica; eppure sapeva che Dio, nel suo amore, non lo aveva lasciato solo:

“Quando senti che non ce la fai, quando il mondo ti cade addosso, quando ogni scelta è una decisione critica, quando ogni azione è un fallimento… … e vorresti buttare via tutto, quando il lavoro intenso ti riduce allo stremo delle forze, sottraendoti tempo per prenderti cura della tua  anima, amare Dio con tutto te stesso e riflettere il  suo amore agli altri. Fatica. Stringi i denti… eppure non ce la fai.  Dio ti ha lasciato solo? No! In silenzio ti sta sempre accanto asciugando le  tue lacrime e tenendoti in braccio, finché non avrai la forza di camminare con i tuoi piedi, tenendolo con vigore per mano

Fatica. “Accucciati” umile tra le sue braccia e lì sarai protetto finché non torna il bel tempo. Tornerai allora a splendere del suo amore, donando anche una carezza, un sorriso, il tuo piccolo contributo per aiutare chi è come te nella difficoltà, nella fatica; portalo da Dio… Risorgerà anche lui con il Nostro Signore ad una vita d’amore”.

Per quanto possa sembrare sorprendente in un giovane di appena 19 anni, Matteo aveva colto in profondità il valore della vita, la responsabilità di avere ricevuto il dono della fede, della famiglia; l’impegno a non buttare via la vita in cose futili, ma vivere in pienezza in senso umano e cristiano:

“Perché mi hai scelto?  Perché la fede e tutti i tuoi doni? Chi sono io per meritare questo?  Sono un servo inutile.

Ma non è questa la domanda giusta. Chi sei Tu? Chi sei Tu per accontentarti di me? Quanto è grande il tuo amore se nonostante i miei peccati mi scegli come tuo servo? Perché me e non altri?
Vorrei immergermi nel tuo amore mio Dio, per poter vedere il mondo come lo vedi tu, anche per poco, per capire come fai a vincere tutto con l’amore.
Sono in mezzo a tanta gente che non crede in Te.
Perché chiami me a testimoniarti? Ti basta il mio nulla?
Quali sono i tuoi progetti per me? Come posso servirti?
E’ difficile vivere nel mondo quando la fede ci dice che non siamo del mondo.
Ma se me lo chiedi, se è per questo che mi hai voluto, non è impossibile. Conosci i miei limiti, meglio di me.

Mio Dio ho due mani, fa che una sia sempre stretta a te sicché in qualunque prova io non possa mai allontanarmi da te, ma stringerti sempre più; e l’altra mano, ti prego, se è tua volontà, lasciala cadere nel mondo… perché come io ho conosciuto te per mezzo di altri così anche chi non crede possa conoscerti attraverso me. Voglio essere uno specchio, il più limpido possibile, e, se è la tua volontà, riflettere la Tua luce nel cuore di ogni uomo.
Grazie, per la vita. Grazie, per la fede. Grazie, per l’amore.
Sono tuo”.

Matteo con la sua vita testimonia le parole di san Giovanni Paolo II alla GMG del 2000:

“In realtà, è Gesù che cercate quando sognate la felicità; è Lui che vi aspetta quando niente vi soddisfa di quello che trovate; è Lui la bellezza che tanto vi attrae; è Lui che vi provoca con quella sete di radicalità che non vi permette di adattarvi al compromesso; è Lui che vi spinge a deporre le maschere che rendono falsa la vita; è Lui che vi legge nel cuore le decisioni più vere che altri vorrebbero soffocare. È Gesù che suscita in voi il desiderio di fare della vostra vita qualcosa di grande, la volontà di seguire un ideale, il rifiuto di lasciarvi inghiottire dalla mediocrità, il coraggio di impegnarvi con umiltà e perseveranza per migliorare voi stessi e la società, rendendola più umana e fraterna>> (Tor Vergata, sabato 19 agosto 2000).

 

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SANTA NARCISA DE JESUS

 

Narcisa di Gesù Martillo y Moràn (Nobol29 ottobre 1832 – Lima8 dicembre 1869),  religiosa ecuadoriana, è venerata come santa dalla Chiesa cattolica.

Nacque da una famiglia di agricoltori che morirono, però quand'era ancora molto giovane.

Si trasferì, quindi, nel  1851, Guayaquil, da alcuni parenti. Divenuta sarta per poter essere indipendente, decide di consacrarsi a Dio mediante la verginità e la penitenza, seguendo come modello santa Mariana de Paredes y Flores, che offrì se stessa in espiazione per la propria città.

Il vescovo le propose di entrare in un monastero di carmelitane scalze, ma Narcisa scelse di rimanere a Guayaquil per aiutare la sua amica Mercedes Molina y Ayala, poi beata, ad organizzare un orfanotrofio.

Nel 1868 su consiglio del suo direttore spirituale, il francescano Pietro Gual, si trasferi a Lima in un convento di terziarie domenicane. Morirà, dopo un'intensa vita di preghiera e penitenza, l'8 dicembre 1869. Il suo corpo incorrotto fu poi sepolto in un santuario a lei dedicato nella città natale.


Fu beatificata da papa Giovanni Paolo II il 25 ottobre 1992 e  Papa Benedetto XVI la canonizzò il 12 ottobre 2008 in Piazza San Pietro. La memoria liturgica è fissata per l'8 dicembre, mentre viene ricordata il 30 agosto.

 

 

BEATA MARIA DI GESU' CROCIFISSO - MARYAM BAOUARDY

Al secolo, Miriarn Baouardy, nacque in Palestina nel 1846 e morì a soli 32 anni a Betlemme, dopo una vita costellata di grandi dolori: orfana sin da piccolissima, affidata ad uno zio che, secondo le usanze, l'aveva promessa sposa ad un giovane che al suo rifiuto la ferì gravemente alla gola.
Guarità miracolosamente dalla Madonna si diede ad umili lavori, finchè non riuscì ad entrare in convento.

La sua breve vita è stata punteggiata da variegati doni mistici, tra cui: le estasi, la levitazione, le stigmate, la trasverberazione del cuore, apparizioni, profezie, bilocazioni, ecc.

 

 

 

 

 

Sulla Santa Infanzia vedere:

 

- Letteratura religiosa per l'infanzia


- Preghiere per bambini - 7 Opere di Misericordia Corporale e Spirituale

- Santa Infanzia operosa

- Piccoli Martiri

 

 

In relazione all'ultima voce, vedere in Collaborazioni:


- Santi Fanciulli - di Fabio Arduino


- "Un Segreto..." - Bambini Santi del XX Secolo di don Damiano Grenci

 

 

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