COLLABORAZIONI
In questo Settore vengono riportate notizie
e immagini fornite da altri redattori. Nello specifico, i
testi sono stati realizzati da Massimo Melli,
mentre le immagini e la grafica sono state curate da Cartantica.
Tutti gli articoli degli altri Settori sono state realizzati
da Patrizia di Cartantica che declina ogni responsabilità
su quanto fornito dai collaboratori.
"N.B.: L'Autore prescrive
che qualora vi fosse un'utilizzazione per lavori a stampa
o per lavori/studi diffusi via Internet, da parte di terzi
(sia di parte dei testi sia di qualche immagine) essa potrà
avvenire solo previa richiesta trasmessa a Cartantica e citando
esplicitamente per esteso il lavoro originale (Autore, Titolo,
Periodico) ."
GIROLAMO SAVONAROLA
( di Massimo Melli )

Sento il dovere di premettere che Girolamo Savonarola di
cui mi appresto a narrare la vita è un personaggio
che sempre ha destato in me un sentimento d’ammirazione,
sia per la sua fede viva ed adamantina, sia per la coerenza
e la determinazione con cui portò avanti senza paura
i suoi progetti.
Fu un profeta, disarmato, pieno di amore verso Dio ed il prossimo,
completamente al servizio della Chiesa per la salvezza delle
anime al cui scopo non risparmiò nessun sacrificio.
Asceta e predicatore brillante, la sua lotta contro il peccato
e contro il modo pagano di concepire la vita che allora cominciava
ad attecchire nella società, lo trascinò oltre
i confini del lecito, portandolo al di fuori della Chiesa
ed esponendolo all’imputazione di eresia. I protestanti
ne fecero un precursore di Lutero, ma anche se ciò
non è del tutto vero, è innegabile che la sua
vicenda umana una pur minima influenza su Lutero, Calvino
e Zuinglio, non fosse altro per il forte desiderio riformista
implicito nella sua predicazione, deve esserci pur stata.
Desiderio di riformare la Chiesa! Tutti a parole volevano
attuarla, ma nessuno trovava la forza o la voglia di realizzarla.
Nonostante due gravissime e recenti prove subite: la cattività
avignonese e lo scisma occidentale, la Chiesa non riusciva
ad iniziare quel cambiamento che moltissimi sinceri cristiani
richiedevano a gran voce e ciò principalmente perché
coloro i quali la governavano: il Papa, i cardinali ed i vescovi,
erano preda di passioni sfrenate quali il desiderio smodato
di potere, la voglia di accumulare sempre maggior quantità
di denaro e la lussuria, per cui poco curandosi delle cose
spirituali rimandavano sempre la convocazione di un concilio
ecumenico, il solo che avrebbe potuto realizzare quelle sospirate
riforme di cui la Chiesa aveva estremo bisogno.
I PRIMI ANNI
Terzogenito di sette fratelli, Girolamo nasce a Ferrara il
21 settembre 1452 dal mercante Niccolò Savonarola e
da Elena Bonacossi, proveniente dalla famiglia dei Bonacossi,
ramo dell’antico e potente clan dei Bonacolsi, un tempo
signori di Mantova.
Suo nonno Michele Savonarola, era un noto medico e professore
di medicina all’Università di Padova; autore
di alcuni testi di medicina ed archiatra del marchese Niccolò
III° d’Este e della corte degli Este, i signori
di Ferrara. Uomo profondamente religioso e di costumi integerrimi,
egli sicuramente ebbe un notevole influsso nella formazione
di Girolamo e fu lui che si prese cura della sua prima educazione,
insegnandogli tra le altre cose, la grammatica, il latino
e la musica.
Dopo la morte del nonno, il padre gli fece studiare le arti
liberali con il risultato che dopo qualche tempo Girolamo
conseguì il titolo di maestro di arti liberali. Successivamente
iniziò gli studi di medicina che però abbandonò
presto per dedicarsi allo studio della teologia, materia che
già allora gli interessava più di ogni altra
disciplina.
Nel 1475, disgustato dalla corruzione e dalla decadenza dei
costumi, prese la decisione di lasciare la famiglia, fuggire
da Ferrara ed entrare nell’Ordine Domenicano presso
il convento di San Domenico a Bologna.
“ Scelgo la religione perché ho visto l’infinita
miseria degli uomini, gli stupri, gli adulteri, le ruberie,
la superbia, l’idolatria, il turpiloquio, tutta la violenza
di una società che ha perduto ogni capacità
di bene……”, così scrisse , tra le
altre cose , al padre per giustificare la sua scelta e fu
in questo periodo che compose anche la sua prima opera il
“De ruina mundi” una poesia,
in cui stigmatizza la corruzione morale dei laici ma soprattutto
dei vescovi e dei cardinali.
Nello stesso anno ricevette l’abito di novizio dal priore,
l’anno successivo pronunciò i voti e nel maggio
1477 venne consacrato diacono.
I suoi superiori lo vollero predicatore ma senza trascurare
l’approfondimento della teologia che gli verrà
fornito da validissimi maestri. Nel 1479 è inviato
a Ferrara nel convento di S. Maria degli Angeli con l’incarico
di maestro dei novizi e tre anni dopo è trasferito
a Reggio, da dove qualche tempo dopo verrà destinato
a Firenze, saldamente in mano alla famiglia dei Medici, con
l’incarico di istruttore capo di teologia e lettore
delle sacre scritture nel convento di San Marco.
Rimase a Firenze alcuni anni e quando fu trasferito di nuovo
a Bologna nel 1487, la sua partenza passò inosservata.
Un anno dopo fu mandato a Ferrara come predicatore, finchè
nel giugno 1490 ritornò a Firenze dietro esplicita
richiesta di LORENZO DE’ MEDICI che
fece tale istanza per accontentare il suo carissimo amico
Pico della Mirandola, grande estimatore del Savonarola, ma
per tale richiesta ebbe modo di pentirsi successivamente.

Lorenzo De Medici, il Magnifico - Ritratto di G.
Vasari
|

Pico della Mirandola
|

Papa Innocenzo VIII
|
Il RITORNO, IL SUCCESSO E LA FINE
Tornato quindi a Firenze fu assegnato al convento di San
Marco dove i frati poco dopo lo nominarono priore. La voce
del suo ritorno si sparse per tutta Firenze e ciò fece
sì che moltitudini di persone accorressero in massa
nella chiesa di S. Marco per sentire le sue lezioni, ma tanta
era la ressa che si dovette trasferire la sua cattedra nel
giardino del convento.
Le sue lezioni non erano semplici lezioni (oggi diremo catechesi),
esse subito si trasformavano in prediche infuocate, apocalittiche,
che impressionavano l’uditorio non abituato a sentire
tali sermoni, rozzi forse, ma molto spontanei. Egli scandalizzava,
seduceva e suscitava discussioni col continuo annunciare catastrofi
e castighi, ma ciò faceva sì che sempre nuova
gente venisse ad ascoltare questo novello Giovanni Battista.
Predicò per circa un anno e mezzo a S. Marco, ma poi
a furor di popolo fu invitato il 16 febbraio 1491 per la prima
volta a predicare sul pulpito del Duomo di S. Maria del Fiore.
La predica fu talmente infuocata, tutta improntata contro
i ricchi affamatori dei poveri, che imbarazzò anche
i suoi amici ma il successo popolare fu immenso.
Successivamente, su invito dei governanti, predicò
a Palazzo Vecchio davanti alla Signoria, anche questa volta
criticando in modo veemente i detentori del potere, invitandoli
ad un comportamento verso i poveri più conforme al
Vangelo. Per queste temerarie accuse Lorenzo si allarmò
e decise di agire ma secondo il suo modo, delegando alcuni
cittadini a recarsi dal frate per ammonirlo a non tenere più
certe prediche e minacciarlo che in caso contrario sarebbe
stato bandito da Firenze.
Questa minaccia però non ottenne l’effetto sperato,
ma anzi il Savonarola profetizzò la prossima morte
di Lorenzo : “io ho da restare, lui se n’ha da
andare“. Lorenzo pur offeso non volle intervenire in
modo drastico ma affidò il compito di rispondergli
ad un celebre predicatore agostiniano, frà
Mariano da Genazzano, commissionandogli un sermone
contro il Savonarola. Il sermone fu tenuto nella chiesa di
S. Gallo alla presenza dello stesso Lorenzo ed una grande
moltitudine di gente, ma frà Mariano nel corso dell’omelia
perse il senso della misura pronunziando frasi da taverna
e volgari insinuazioni che disgustarono l’uditorio.
Alla fine, quella che doveva essere una riunione per screditare
il Savonarola fu il suo più grande successo.Certo i
sentimenti del Magnifico verso il Savonarola rimarranno sempre
un mistero! E’ vero che il frate aveva un forte ascendente
sul popolo fiorentino, ma il regime dei Medici in quel momento
era solido e Lorenzo godeva di un prestigio che gli avrebbe
consentito di eliminare con facilità quel frate “rozzo
e screanzato“. Penso che sia stato proprio questa sicurezza
di sé e del suo regime il motivo di tanta esagerata
tolleranza verso il frate.
Nonostante i molti sgarbi subiti, Lorenzo continuò
a frequentare la Chiesa di San Marco e dalla quale mai ne
usciva senza prima aver lasciato una lauta elemosina. Quando
Lorenzo de’ Medici morì nella sua villa di Careggi
l’8 aprile 1492, il frate si recò dal morente
e gli impartì la sua benedizione come riferisce il
Poliziano presente all’avvenimento.
Intanto nel luglio 1492 moriva Innocenzo VIII° e il 10
agosto fu elevato sul trono di Pietro il cardinale Rodrigo
Borgia, che prese il nome di ALESSANDRO VI°,
uno dei papi più discussi della storia. Nel maggio
del 1493 ottenne l’autorizzazione papale all’indipendenza
del convento di San Marco dalla Congregazione Lombarda da
cui dipendeva e l’anno successivo riuscì a far
distaccare dalla stessa Congregazione Lombarda altri conventi:
quello di Pisa, di Prato, di San Gimignano e di Fiesole, creando
così di fatto la Congregazione Toscana della quale
lo stesso Girolamo divenne Vicario Generale.
Savonarola volle tale scissione per controllare il maggior
numero di conventi e così rendere possibile quella
riforma dell’ordine domenicano che da molto tempo aveva
in mente di attuare. Egli volle che i suoi frati fossero un
effettivo ordine mendicante, privo di ogni bene privato e
per far questo vendette le proprietà dei conventi e
gli oggetti personali dei frati, donando il ricavato ai poveri.
Questa sua riforma improntata su una estrema povertà,
strano a dirsi, attirò molti giovani i quali accorsero
in gran quantità a chiedergli di poter entrare nell’ordine
domenicano.
L’aumento del numero dei conversi lo spronò a
progettare la costruzione di un nuovo convento, ma questo
suo desiderio non potè realizzarsi perché nuove
e drammatiche vicende stavano per accadere.
Nel settembre 1494 il re di Francia CARLO VIII°
su richiesta di Ludovico il Moro Signore di Milano, invase
l’Italia con un numeroso esercito, con lo scopo di rivendicare
i diritti degli Angioini sul regno di Napoli e deciso a punire
gli altri Stati che si sarebbero opposti a ciò.
PIERO DE’ MEDICI, figlio di Lorenzo
e nuovo Signore di Firenze, a tale notizia invece di prepararsi
alla difesa cercò, riuscendovi, di comprare il re di
Francia, donandogli oltre a 200.000 fiorini, anche alcune
fortezze e le città di Pisa e Livorno, permettendogli
inoltre di entrare in città pacificamente, il che avvenne
dopo qualche tempo.
Ma i fiorentini, nel frattempo venuti a conoscenza di questa
vergognosa resa, costrinsero Piero de’ Medici a fuggire
dalla città proclamando il 10 giugno 1495 la Repubblica,
con il contributo del Savonarola.
Uno dei primi provvedimenti che i nuovi governanti presero
fu quello della lotta contro il malcostume, lotta fortemente
voluta dal Savonarola che ormai della Repubblica era il personaggio
più importante ed influente. In forza di ciò
furono vietati i canti carnascialeschi, i giochi d’azzardo,
le scommesse, i balli e le corse dei cavalli.
Ai bestemmiatori veniva tagliata la lingua, pene severe venivano
comminate alle prostitute ed in modo molto duro si contrastò
la pratica dell’omosessualità che in quel periodo
era molto in uso in città. In breve, il Savonarola
con tutte queste restrizioni di ordine morale, mirava a trasformare
la Repubblica Fiorentina in una teocrazia che avrebbe dovuto
essere un modello di governo per le altre città italiane.
|

Papa Alessandro VI
|

Piero De' Medici |
Questa campagna di moralizzazione fu attuata con una intransigenza
totale, senza nessuna indulgenza per tutto il periodo in cui
Savonarola rimase padrone della città, che sembrava
essere avvolta da una cappa di malinconia e di paura. Per
far rispettare la moralità pubblica il Savonarola si
circondò di uomini a lui fedelissimi, i “ Piagnoni
“, così chiamati in quanto si facevano sempre
vedere in lacrime, sotto il pulpito dove predicava, per dimostrare
il proprio dolore per i peccati del mondo. Coloro invece che
si opponevano a questo regime clericale - ed erano molti furono
chiamati “ Arrabbiati “ nome
che esprimeva il loro stato d’animo di fronte alla politica
instaurata dal Savonarola in Firenze.
Con la sua politica moralizzatrice, il frate si procurò
numerosi nemici da ogni parte e di ogni tipo e tra i più
potenti bisogna annoverare lo stesso pontefice Alessandro
VI° , contro il quale Savonarola non si stancava mai di
scagliare pesanti accuse e feroci requisitorie, tanto che
alla fine, stufo delle continue invettive, il Papa decise
di agire.
Il 21 luglio 1495 emise un ”Breve” con cui l’invitava
a recarsi a Roma per essere interrogato e per conoscere meglio
il suo pensiero, ma Girolamo sospettoso, si finse malato e
non andò.
L’8 settembre dello stesso anno il Papa inviò
un nuovo “ Breve “ accusando questa volta il Savonarola
di eresia e di annunziare false profezie; gli impose di non
più predicare, trasferì i suoi più vicini
collaboratori a Bologna e cosa più grave, riunificò
il convento di San Marco e quello di Fiesole alla Congregazione
Lombarda, merntre lo stesso Savonarola avrebbe dovuto sottostare
agli ordini del Vicario Generale Lombardo.
Chi si opponeva all’attuazione di queste disposizioni
incorreva nella scomunica latae sententiae.
In pratica queste imposizioni smantellavano tutto quello che
Savonarola aveva costruito nei 5 anni precedenti, per cui
Girolamo indignato, scrisse al Papa respingendo tutte le accuse
punto per punto e dovette essere molto convincente perchè
Alessandro VI° con un altro”Breve” del 16
ottobre annullò quanto deciso nei due brevi precedenti,
intimandogli soltanto di astenersi dalle predicazioni.
Savonarola
questa volta obbedì non predicando per circa un anno,
dedicandosi però con entusiasmo alla scrittura, pubblicando
diverse opere tra cui “ L’Opera sopra
i dieci comandamenti”.
Intanto, dietro richiesta della Signoria e con l’aiuto
del cardinale Carafa suo potente protettore, il Papa concesse
di nuovo al Savonarola la facoltà di predicare per
un anno ed egli il 16 febbraio 1496 iniziò a predicare
il quaresimale di quell’ anno nel Duomo di Firenze.
Ma ormai il frate era tutto pervaso da uno spirito profetico
e, dimentico della prudenza, si scagliò di nuovo contro
la Curia Romana e contro il Papa.
“Fatti in qua, ribalda Chiesa, tuonò
dal pulpito del Duomo, io ti avevo dato, dice il Signore,
le belle vestimenta e tu nei hai fatto idolo. I vasi desti
alla superbia, i sacramenti alla simonia, nella lussuria sei
fatta meretrice sfacciata, tu sei peggio che bestia; tu sei
un mostro abominevole. Una volta ti vergognavi dei tuoi peccati,
ma ora non più! Una volta i sacerdoti chiamavano nipoti
i loro figlioli, ora non più nipoti ma figlioli...
e così meretrice Chiesa, tu hai fatto vedere la tua
bruttezza a tutto il mondo e il tuo fetore è salito
fino al cielo...”.
Non meno feroce era l’atteggiamento di Girolamo verso
Alessandro VI° che definì “simoniaco,
eretico e incredulo“ e tuonando con forza in
ogni omelia contro la sua elezione invalida .
Papa Alessandro VI°, che fin qui lo aveva pazientemente
tollerato, alla fine reagì con lo strumento che gli
era più appropriato: la scomunica che emise
il 13 maggio 1497. Dopo qualche traversia, la bolla
di scomunica fu resa pubblica in Firenze il 18 giugno e da
questa data, frate Girolamo veniva bandito dalla comunità
dei cristiani fino a che non si fosse recato a Roma a chiedere
il perdono del Papa. Alla stessa pena sarebbero incorsi coloro
che lo avessero sostenuto.
Girolamo, anziché piegarsi ed ubbidire come avrebbe
dovuto fare un religioso, si ribellò contro la decisione
papale dichiarandola più volte non valida e continuando
a predicare contro i vizi della Chiesa fino a quando la Signoria
gli negò tale diritto. Questa ribellione all’autorità
papale gli creò un grande numero di nemici, specie
fra il clero degli altri ordini religiosi.
Uno di essi, un francescano di nome Giuliano Rondinelli, addirittura
lo sfidò ad una ordalia, a camminare cioè in
mezzo ad un rogo ardente ed arrivare sano e salvo dall’altra
parte per dimostrare così il favore divino al proprio
modo di agire. Savonarola rifiutò di sottomettersi
alla prova, ma al suo posto volle andare un suo pio assistente
di nome Domenico.
Il 7 aprile 1498 a piazza della Signoria nel cui centro erano
state erette due pire, in presenza di migliaia di persone
l’ordalia ebbe inizio; ma le numerose obiezioni sollevate
dai due contendenti che ne ritardavano continuamente l’avvio
e l’improvvisa comparsa di un forte temporale con grandine,
lampi e tuoni, convinsero la Signoria a disporre la fine della
manifestazione. La mancata ordalia fu l’inizio della
fine per il Savonarola; infatti la folla inferocita coprì
di insulti ed ingiurie sia lui che i suoi seguaci mentre salmodiando
ritornavano al convento di S. Marco. Nel giro di poche ore,
la rinuncia al “ giudizio di Dio “ trasformò
il sentimento dei fiorentini nei suoi confronti in feroce
odio e totale disprezzo.
Il giorno dopo, l’8 aprile 1498, migliaia di “
Arrabbiati “ armati di spade ed altre armi improprie,
circondarono il convento di San Marco decisi a mettere le
mani su Savonarola, i frati e quei laici che ancora erano
all’interno. Intimoriti dalla presenza ostile di tanta
gente, i frati suonarono la campana del convento chiamata
“la piagnona“per chiedere aiuto
ma nessuno ritenne prudente accorrere.
La folla infuriata cominciò l’assalto alle mura
del convento, riuscendo con qualche difficoltà ad entrare
e dando vita a furiosi scontri con coloro che erano all’interno,
i quali opposero un’ accanita resistenza che procurò
numerose vittime tra gli assalitori.
Dopo alcune ore di furiosi scontri, quattro rappresentanti
della Signoria furono autorizzati ad entrare nel convento
per trattare la resa che fu accettata dal Savonarola. Il frate
e due dei suoi principali assistenti,: fra' Domenico
da Pescia e fra’ Silvestro Maruffi,
furono presi e con le mani legate dietro la schiena condotti
fra due ali di folla inferocita in Palazzo Vecchio, dove furono
imprigionati in attesa di essere processati.
Il Papa molto contento, pretese che Savonarola e gli altri
frati fossero giudicati da un tribunale romano, ma la Signoria
decise che il processo dovesse celebrarsi in Firenze.
Nominata in tutta fretta una Commissione d’inchiesta
composta da 17 cittadini tutti avversi al frate, si diede
inizio al processo che fu preceduto da interminabili interrogatori
durante i quali i frati furono sottoposti a torture. Alla
fine stremati, sia frate Silvestro che frate Girolamo cedettero
e ammisero tutti i capi d’imputazione che gli venivano
contestati e solo frate Domenico tenne duro proclamando la
santità del suo priore. Giudicati colpevoli di eresia
e scisma, furono condannati ad essere impiccati e bruciati
sul rogo, non prima però di essere svestiti dell’abito
domenicano e privati della consacrazione sacerdotale.
All’alba del 23 maggio 1498 i tre, dopo aver ricevuto
i sacramenti ed aver ascoltato la santa messa, furono condotti
sul luogo dell’esecuzione e dopo essere stati privati
della dignità sacerdotale, spogliati dell’abito
domenicano ed aver ascoltato la lettera del Papa che concedeva
loro l’indulgenza plenaria, furono fatti salire sul
palco ed impiccati.
Quando fu evidente che erano morti, il boia diede fuoco alla
legna che era sotto il palco e subito alte fiamme si levarono
verso il cielo consumando in breve tempo quei poveri corpi.
Savonarola morì coraggiosamente, pregando in silenzio
fino a che il cappio non lo strangolò, facendolo uscire
con dignità dalla vita per consegnarlo al giudizio
della storia.
dello stesso Autore:
|