Rubriche di
Patrizia Fontana Roca

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UN PERSONAGGIO SCOMODO: FRA' DOLCINO

 

 

 


Fra Dolcino, il personaggio di cui mi appresto a raccontare la storia, fu un personaggio amato e odiato nello stesso tempo. Amato dalla povera gente, quella che aveva difficoltà a sfamare se stessa e la propria famiglia, che aveva scarsa o nulla istruzione ma che vedeva in questo “profeta” e nella sua predicazione un mezzo per poter riscattare la propria condizione sociale.
Molto odiato dai ricchi e dai potenti che viceversa vedevano in lui un personaggio scomodo e dannoso, un eversivo che voleva rovesciare un certo modo di concepire la religione, rovesciare il potere regale, dare più spazio agli ultimi, agli esclusi, togliere parte dei beni a chi ne aveva troppi. In sintesi un pericoloso nemico dell’ordine e della tranquillità sociale.

Di fronte al pericolo da lui rappresentato i potenti, spesso in lotta fra loro, riuscirono a coalizzarsi contro questo “visionario eretico” che osava minacciarli. Riuscirono così a formare una sola entità costituita dalle gerarchie ecclesiastiche, dall’aristocrazia prepotente, dall’alta borghesia spesso ignorante ed ambiziosa, dal popolo arricchito delle città il cui solo pensiero era come arricchire di più, ed infine anche da molta povera gente ignorante, manipolata da un clero bigotto ed asservito ai potenti da cui ricevevano non pochi privilegi.
Dolcino diventò un mito per i suoi discepoli e un pericolo che non andava assolutamente sottovalutato per i suoi avversari. Un mito quello di Frà Dolcino sopravvissuto fino ai giorni nostri ma nato nell’Ottocento, in un clima fortemente anticlericale che seguì all’unità d’Italia ed in cui molti intellettuali di estrazione culturale diversa (liberale, socialista) si trovarono concordi nel presentarlo come un simbolo della resistenza alla repressione clericale.

Nel 1907, nel seicentesimo anniversario della sua morte, nel luogo dell’ultima battaglia fu eretto un obelisco alto 12 metri in memoria dei dolciniani. Anche recentemente il mito dolciniano è stato riscoperto in opere letterarie tra cui citiamo il “Mistero Buffo” di Dario Fo, in cui nella contrapposizione a Bonifacio VIII, egli è visto come un precursore del socialismo. Nel 1980 il personaggio di un dolciniano fu inserito da Umberto Eco nella trama del suo celebre romanzo “Il nome della rosa”.
Quest’anno infine (2007), vi sono state alcune manifestazioni rievocative del settecentesimo anniversario della sua morte. Fatta questa breve premessa, andiamo adesso a conoscere meglio questo “mito” e la sua dottrina.

 

DOLCINO E GLI APOSTOLICI

 

Papa Onorio IV

Papa Clemente V

Diciamo subito che le notizie storicamente sicure sulla sua persona e sulla sua opera sono poche ed incerte e le fonti degne di fede sono tutte opera dei suoi avversari.

Egli nacque intorno al 1260 a Prato Sesia (Novara) e secondo alcune fonti non molto attendibili, era figlio sacrilego, nato dall’unione del parroco con una donna del posto. Sembra però che ciò sia solo una calunnia messa in circolazione dai suoi nemici. In gioventù forse entrò nell’ordine francescano, compiendo studi regolari con il grammatico vercellese Syon e grazie a ciò mostrò sempre di possedere una buona conoscenza del latino e delle Sacre Scritture.

Intorno al 1290 entrò a far parte del movimento degli Apostolici fondato da Gherardo Segarelli (+ 1300) senza peraltro mettersi particolarmente in evidenza. Gli apostolici, che rientrano nel novero dei movimenti pauperistici e millenaristici che fiorirono numerosi in quel periodo, erano soliti girare vestiti con sai di lana bianca, una grande cocolla e una corda alla francescana, portare capelli lunghi e larghe barbe alla nazarena, avere un aspetto selvaggio e stravagante, camminare scalzi e condurre una vita di digiuni e di preghiere, lavorando e vivendo di carità ma senza - a differenza di altri movimenti - praticare la castità.
La loro dottrina era basata sull’insegnamento di Gioacchino da Fiore e sull’annuncio di un imminente castigo celeste che avrebbe colpito l’umanità intera, causato dalla corruzione dei costumi dei laici ma soprattutto degli ecclesiastici.

A questo punto permettetemi un inciso. Anche in questa occasione come per altre ribellioni specie future, una delle cause scatenanti fu la corruzione del clero. Quanti mali si sarebbero potuti evitare alla Chiesa se il comportamento degli ecclesiastici fosse stato più consono ai precetti evangelici! Ma torniamo alla nostra storia.

Gli Apostolici, condannati come eretici da papa ONORIO IV nel 1286, furono oggetto di persecuzione e repressione da parte della Chiesa ed il suo fondatore Segarelli, fu catturato, imprigionato, torturato ed arso vivo come eretico impenitente, il 18 luglio 1300.
A causa della forte e brutale repressione molti seguaci, tra cui Dolcino, per evitare la tortura, la prigione e forse qualcosa di peggio, furono costretti a fuggire e riparare per qualche tempo nel Bolognese. Fu qui che attraverso la predicazione, l’invio di numerose lettere ai suoi correligionari ed anche grazie al suo carisma, si fece conoscere e nominare capo del movimento.
Egli si rivelò grande oratore e dotato di grande comunicativa, tanto che il numero di coloro che aderivano al movimento aumentava di giorno in giorno, suscitando contemporaneamente preoccupazione tra le gerarchie ecclesiastiche.

Nel 1303 egli si trasferì con i suoi seguaci nelle montagne del Trentino, vicino ad Argo sul lago di Garda, dove conobbe MARGHERITA DI TRENTO, donna affascinante e molto bella, figlia della contessa Oderica di Arco ed educanda in un convento. Ella rimase affascinata dalla sua predicazione e dalla sua personalità e ben presto ne divenne la compagna, affiancandolo nella predicazione. Era destino però che Dolcino e i suoi compagni non trovassero un luogo ove poter vivere in pace; infatti a causa della caccia spietata che dava loro l’Inquisizione, dovettero fuggire sottoponendosi ad epiche marce attraverso monti, valli, strade fangose, fiumi pericolosi, fino ad arrivare in Val Sesia, la sua terra natìa.
Qui i Dolciniani si insediarono nella parte bassa della valle, a Gattinara e poi a Serravalle dove arrivarono a superare le 4.000 unità.

Provenienti da varie località, ad essi si unirono personaggi di una certa cultura, i quali avendo accettato la sua dottrina lo raggiunsero sui monti. Tra gli altri citiamo Longino Cattaneo, che diventerà il suo luogotenente, Milano Sola, Federico Grompa e Alberto da Cimego.
Anche qui però, incalzati dalle truppe del vescovo di Vercelli RANIERO DE PEZZANA AVOGADRO, dovettero trasferirsi nella parte superiore della valle, presso il villaggio di Campertogno, invitati da Milano Sola, capo di una corporazione valligiana.


Da lì, per difendersi meglio, dapprima si trasferirono sulle pendici della Cima Balme ed infine in Val Rassa, vicino a Quare su una montagna detta Parete Calva, dove i superstiti, circa 1500 persone, si arroccarono, protetti dai valligiani, per tutto l’inverno del 1304.

Fino a questa data non vi erano stati scontri armati con le truppe del vescovo di Vercelli, ma di fronte al pericolo di annientamento, Dolcino deciderà di cambiare strategia, trasformandosi in un “profeta armato“, trasformando i suoi seguaci in un piccolo esercito pronto a vendere cara la pelle.

Davanti all’ostilità crescente e successivamente - come vedremo - alla guerra aperta proclamata contro di loro, gli Apostolici si sentirono in diritto di autodifendersi e per sopravvivere anche di depredare e di impadronirsi delle altrui proprietà.
Dal covo montano iniziarono a partire le spedizioni delle milizie armate per procurare il necessario alla comunità arroccata in montagna, per cui tutta la Val Sesia e le valli circostanti diventarono terra di razzia.

Questi atti banditeschi allarmarono molto gli abitanti delle città e dei villaggi delle valli e gli inquisitori, i parroci e i comandanti militari vercellesi e novaresi, trovarono buone motivazioni per predicare la guerra santa contro questi eretici invasori mentre giornalmente giungevano notizie di razzie, saccheggi e rapine.

Anche dalla Parete Calva i Dolciniani, per motivi di sicurezza, furono costretti ad allontanarsi e dopo qualche scontro vittorioso con le truppe cattoliche, il 10 marzo 1306 si concentrarono sul Monte Rubello nel Biellese, posizione difesa naturalmente da ogni parte da rocce, dirupi e dorsali scoscese; qui decisero di stabilizzarsi definitivamente e resistere ad ogni assalto nemico.

Intanto il vescovo di Vercelli Raniero Avogadro, avendo compreso che con le sole sue truppe non avrebbe mai potuto aver ragione degli eretici, pensò bene di bandire una crociata in grande stile, in questo appoggiato pienamente dai suoi alleati. Ottenuto il beneplacito dal Papa Clemente V, iniziò subito a inviare messi in tutte le città e i villaggi della regione ed in breve tempo le piazze di Vercelli si riempirono di una grande quantità di persone pronte alla guerra santa contro i Dolciniani.

Mentre i pellegrini si armavano, il vescovo e i capi militari prepararono un piano per la conquista del monte Rubello, consistente in attacchi frontali e continui, in modo da sfiancare le truppe di Dolcino.

 

LA CROCIATA E LA TRAGICA FINE

 

Cattura di Dolcino

 

Gli inizi della battaglia furono a favore dei cattolici che con un colpo di fortuna riuscirono a mettere piede sulla vetta del monte ed a costruire delle fortificazioni molto ben difese, proprio di fronte al fortilizio degli eretici, ad una distanza in linea d’aria di circa 200 metri.
Compiuta questa prima parte della battaglia, vennero immediatamente issate le macchine belliche dette “balistoni”, che potevano lanciare pietre di molti chili di peso ad una distanza di qualche centinaio di metri e questi lanci avvenivano in continuazione, giorno e notte.

Dolcino ancora non ritenne opportuno reagire. Felici del successo fin qui ottenuto, i crociati si apprestarono a stabilirsi in una seconda posizione più elevata a quota 1304, in una spianata detta Spalla di Stavello.
Anch’essa si trovava molto vicina a quella occupata dai Dolciniani, ma dalla parte opposta di quella già esistente. Mentre stavano allestendo questa nuova fortezza, Dolcino per evitare l’accerchiamento, decise di agire e con alcune centinaia di armati si calò a rapidi balzi verso il piano sottostante, dando vita ad una sanguinosa battaglia; tanto sanguinosa che un vicino torrentello si colorò tutto di rosso a causa del sangue dei morti e dei feriti in esso colato.
Al tramonto Dolcino e i suoi furono padroni del campo ed ai crociati rimasti non restò altro che fuggire in disordine, lasciandosi dietro centinaia di morti e numerosi feriti i quali furono rapidamente spediti nell’aldilà.

La battaglia dello Stavello segnò l’inizio di una nuova fase: da questo momento Dolcino, infervorato dalla vittoria, lanciò in una furiosa offensiva nelle valli vicine le sue truppe, le quali però si macchiarono di crimini orrendi e di gravi nefandezze.
La guerra diventò totale, terroristica, cattiva: villaggi incendiati, depredati, chiese saccheggiate, persone eliminate dopo feroci torture; la pietà era morta e l’odio regnava sovrano. Preoccupati per tutto ciò e momentaneamente impossibilitati a ulteriori offensive, i capi dei crociati decisero anche se a malincuore di ritirarsi.

Ma il vescovo Raniero non si dette per vinto: predispose un nuovo piano particolareggiato, aumentò il numero dei crociati e decise questa volta di farla finita in modo definitivo.
All’alba del 28 marzo 1307, giovedì santo, al canto del "Veni Creator Spiritus", le truppe cattoliche si misero in marcia per l’ultima battaglia contro gli eretici. Lo scontro, anche grazie alle condizioni miserevoli in cui erano ormai ridotti i Dolciniani, fu subito favorevole ai crociati che dopo qualche iniziale difficoltà riuscirono a penetrare nel fortilizio debolmente difeso, dando inizio ad un feroce massacro.
Nulla e nessuno poteva fermare ormai i vincitori che, ebbri di sangue, si abbandonarono ad una feroce carneficina alla fine della quale solo Dolcino, Margherita e Longino furono risparmiati e catturati, come aveva espressamente ordinato di fare il vescovo.

Nel maggio 1307 iniziò il processo contro i tre e il verdetto finale fu la condanna al rogo quali eretici impenitenti.
Per Dolcino si volle procedere ad una esecuzione pubblica esemplare.
Il primo giugno 1307 fu condotto al rogo su un carro attraverso la città di Vercelli tra gli sberleffi del popolino e le torture atroci del boia.
Nulla gli fu risparmiato: con tenaglie arroventate gli strapparono le orecchie, le dita sia delle mani che dei piedi, il naso ed il membro virile e fu solo in quest’occasione che dalla sua bocca uscì un grido di dolore.
Mentre il boia continuava il suo lavoro, Fra Dolcino emettendo un forte sospiro chinò il capo e morì. Non ancora soddisfatti, gli inquisitori ordinarono di legarlo sul rogo e bruciarlo e l’ordine fu subito eseguito. Arso il corpo le sue ceneri furono sparse al vento.

Il 15 giugno 1307 fu la volta di Margherita e di Longino che furono arsi vivi presso il torrente Cervo, vicino Biella, di fronte ad una grande folla ed anche le loro ceneri furono sparse al vento. L’avventura tragica di Fra Dolcino e dei suoi seguaci era conclusa.

 


 

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