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UN PERSONAGGIO SCOMODO : FRA' DOLCINO
( di Massimo Melli )

Fra Dolcino, il personaggio di cui mi appresto a raccontare
la storia, fu un personaggio amato e odiato nello stesso tempo.
Amato dalla povera gente, quella che aveva difficoltà
a sfamare se stessa e la propria famiglia, che aveva scarsa
o nulla istruzione ma che vedeva in questo “ profeta
“ e nella sua predicazione un mezzo per poter riscattare
la propria condizione sociale.
Molto odiato dai ricchi e dai potenti che viceversa vedevano
in lui un personaggio scomodo e dannoso, un eversivo che voleva
rovesciare un certo modo di concepire la religione, rovesciare
il potere regale, dare più spazio agli ultimi, agli
esclusi, togliere parte dei beni a chi ne aveva troppi. In
sintesi un pericoloso nemico dell’ordine e della tranquillità
sociale.
Di fronte al pericolo da lui rappresentato i potenti, spesso
in lotta fra loro, riuscirono a coalizzarsi contro questo
“ visionario eretico “ che osava minacciarli.
Riuscirono così a formare una sola entità costituita
dalle gerarchie ecclesiastiche, dall’aristocrazia prepotente,
dall’alta borghesia spesso ignorante ed ambiziosa, dal
popolo arricchito delle città il cui solo pensiero
era come arricchire di più, ed infine anche da molta
povera gente ignorante, manipolata da un clero bigotto ed
asservito ai potenti da cui ricevvevano non pochi privilegi.
Dolcino diventò un mito per i suoi discepoli e un pericolo
che non andava assolutamente sottovalutato per i suoi avversari.
Un mito quello di Fra Dolcino sopravvissuto fino ai giorni
nostri ma nato nell’Ottocento, in un clima fortemente
anticlericale che seguì all’unità d’Italia
ed in cui molti intellettuali di estrazione culturale diversa
(liberale, socialista) si trovarono concordi nel presentarlo
come un simbolo della resistenza alla repressione clericale.
Nel 1907. nel seicentesimo anniversario della sua morte, nel
luogo dell’ultima battaglia fu eretto un obelisco alto
12 metri in memoria dei dolciniani. Anche recentemente il
mito dolciniano è stato riscoperto in opere letterarie
tra cui citiamo il “ Mistero Buffo “ di Dario
Fo, in cui nella contrapposizione a Bonifacio VIII°, egli
è visto come un precursore del socialismo. Nel 1980
il personaggio di un dolciniano fu inserito da Umberto Eco
nella trama del suo celebre romanzo “ Il nome della
rosa “.
Quest’anno infine ( 2007 ), vi sono state alcune manifestazioni
rievocative del settecentesimo anniversario della sua morte.
Fatta questa breve premessa, andiamo adesso a conoscere meglio
questo “ mito “ e la sua dottrina.

DOLCINO E GLI APOSTOLICI

Papa Onorio IV
|

Papa Clemente V
|
Diciamo subito che le notizie storicamente sicure sulla sua
persona e sulla sua opera sono poche ed incerte e le fonti
degne di fede sono tutte opera dei suoi avversari.
Egli nacque intorno al 1260 a Prato Sesia ( Novara ) e secondo
alcune fonti non molto attendibili, era figlio sacrilego,
nato dall’unione del parroco con una donna del posto.
Sembra però che ciò sia solo una calunnia messa
in circolazione dai suoi nemici. In gioventù forse
entrò nell’ordine francescano, compiendo studi
regolari con il grammatico vercellese Syon e grazie a ciò
mostrò sempre di possedere una buona conoscenza del
latino e delle Sacre Scritture.
Intorno al 1290 entrò a far parte del movimento degli
Apostolici fondato da Gherardo Segarelli
( + 1300 ) senza peraltro mettersi particolarmente in evidenza.
Gli apostolici, che rientrano nel novero dei movimenti pauperistici
e millenaristici che fiorirono numerosi in quel periodo, erano
soliti girare vestiti con sai di lana bianca, una grande cocolla
e una corda alla francescana, portare capelli lunghi e larghe
barbe alla nazarena, avere un aspetto selvaggio e stravagante,
camminare scalzi e condurre una vita di digiuni e di preghiere,
lavorando e vivendo di carità ma senza - a differenza
di altri movimenti - praticare la castità.
La loro dottrina era basata sull’insegnamento di Gioacchino
da Fiore e sull’annuncio di un imminente castigo
celeste che avrebbe colpito l’umanità intera,
causato dalla corruzione dei costumi dei laici ma soprattutto
degli ecclesiastici.
A questo punto permettetemi un inciso: Anche in questa occasione
come per altre ribellioni specie future, una delle cause scatenanti
fu la corruzione del clero. Quanti mali si sarebbero potuti
evitare alla Chiesa se il comportamento degli ecclesiastici
fosse stato più consono ai precetti evangelici! Ma
torniamo alla nostra storia.
Gli Apostolici, condannati come eretici da papa ONORIO
IV° nel 1286 , furono oggetto di persecuzione
e repressione da parte della Chiesa ed il suo fondatore Segarelli,
fu catturato, imprigionato, torturato ed arso vivo come eretico
impenitente, il 18 luglio 1300.
A causa della forte e brutale repressione molti seguaci, tra
cui Dolcino, per evitare la tortura, la prigione e forse qualcosa
di peggio, furono costretti a fuggire e riparare per qualche
tempo nel Bolognese. Fu qui che attraverso la predicazione,
l’invio di numerose lettere ai suoi correligionari ed
anche grazie al suo carisma, si fece conoscere e nominare
capo del movimento. Egli si rivelò grande oratore e
dotato di grande comunicativa, tanto che il numero di coloro
che aderivano al movimento aumentava di giorno in giorno,
suscitando contemporaneamente preoccupazione tra le gerarchie
ecclesiastiche.

Nel 1303 egli si trasferì con i suoi seguaci nelle
montagne del Trentino, vicino ad Argo sul lago di Garda, dove
conobbe MARGHERITA DI TRENTO, donna affascinante
e molto bella, figlia della contessa Oderica di Arco ed educanda
in un convento. Ella rimase affascinata dalla sua predicazione
e dalla sua personalità e ben presto ne divenne la
compagna, affiancandolo nella predicazione. Era destino però
che Dolcino e i suoi compagni non trovassero un luogo ove
poter vivere in pace; infatti a causa della caccia spietata
che dava loro l’Inquisizione, dovettero fuggire sottoponendosi
ad epiche marce attraverso monti, valli, strade fangose, fiumi
pericolosi, fino ad arrivare in Val Sesia, la sua terra natìa.
Qui i Dolciniani si insediarono nella parte bassa della valle,
a Gattinara e poi a Serravalle dove arrivarono a superare
le 4.000 unità. Provenienti da varie località,
ad essi si unirono personaggi di una certa cultura, i quali
avendo accettato la sua dottrina lo raggiunsero sui monti.
Tra gli altri citiamo Longino Cattaneo, che
diventerà il suo luogotenente, Milano Sola, Federico
Grompa e Alberto da Cimego. Anche qui però, incalzati
dalle truppe del vescovo di Vercelli RANIERO DE PEZZANA
AVOGADRO, dovettero trasferirsi nella parte superiore
della valle, presso il villaggio di Campertogno, invitati
da Milano Sola, capo di una corporazione valligiana.
Da lì, per difendersi meglio, dapprima si trasferirono
sulle pendici della Cima Balme ed infine in Val Rassa, vicino
a Quare su una montagna detta Parete Calva, dove i superstiti,
circa 1500 persone, si arroccarono, protetti dai valligiani,
per tutto l’inverno del 1304. Fino a questa data non
vi erano stati scontri armati con le truppe del vescovo di
Vercelli, ma di fronte al pericolo di annientamento, Dolcino
deciderà di cambiare strategia, trasformandosi in un
“ profeta armato “ e trasformando i suoi seguaci
in un piccolo esercito pronto a vendere cara la pelle.
Davanti all’ostilità crescente e successivamente
- come vedremo - alla guerra aperta proclamata contro di loro,
gli Apostolici si sentirono in diritto di autodifendersi e
per sopravvivere anche di depredare e di impadronirsi delle
altrui proprietà. Dal covo montano iniziarono a partire
le spedizioni delle milizie armate per procurare il necessario
alla comunità arroccata in montagna, per cui tutta
la Val Sesia e le valli circostanti diventarono terra di razzia.
Questi atti banditeschi allarmarono molto gli abitanti delle
città e dei villaggi delle valli e gli inquisitori,
i parroci e i comandanti militari vercellesi e novaresi, trovarono
buone motivazioni per predicare la guerra santa contro questi
eretici invasori mentre giornalmente giungevano notizie di
razzie, saccheggi e rapine.
Anche dalla Parete Calva i Dolciniani, per motivi di sicurezza,
furono costretti ad allontanarsi e dopo qualche scontro vittorioso
con le truppe cattoliche, il 10 marzo 1306 si concentrarono
sul Monte Rubello nel Biellese, posizione difesa naturalmente
da ogni parte da rocce, dirupi e dorsali scoscese; qui decisero
di stabilizzarsi definitivamente e resistere ad ogni assalto
nemico.
Intanto il vescovo di Vercelli Raniero Avogadro, avendo compreso
che con le sole sue truppe non avrebbe mai potuto aver ragione
degli eretici, pensò bene di bandire una crociata in
grande stile, in questo appoggiato pienamente dai suoi alleati.
Ottenuto il beneplacito dal Papa Clemente V°,
iniziò subito a inviare messi in tutte le città
e i villaggi della regione ed in breve tempo le piazze di
Vercelli si riempirono di una grande quantità di persone
pronte alla guerra santa contro i Dolciniani.
Mentre i pellegrini si armavano, il vescovo e i capi militari
prepararono un piano per la conquista del monte Rubello, consistente
in attacchi frontali e continui, in modo da sfiancare le truppe
di Dolcino.
La Crociata e la tragica fine

Gli inizi della battaglia furono a favore dei cattolici che
con un colpo di fortuna riuscirono a mettere piede sulla vetta
del monte ed a costruire delle fortificazioni molto ben difese,
proprio di fronte al fortilizio degli eretici, ad una distanza
in linea d’aria di circa 200 metri.
Compiuta questa prima parte della battaglia, vennero immediatamente
issate le macchine belliche dette “ balistoni “,
che potevano lanciare pietre di molti chili di peso ad una
distanza di qualche centinaio di metri e questi lanci avvenivano
in continuazione, giorno e notte. Dolcino ancora non ritenne
opportuno reagire. Felici del successo fin qui ottenuto, i
crociati si apprestarono a stabilirsi in una seconda posizione
più elevata a quota 1304, in una spianata detta Spalla
di Stavello.
Anch’essa si trovava molto vicina a quella occupata
dai Dolciniani, ma dalla parte opposta di quella già
esistente. Mentre stavano allestendo questa nuova fortezza,
Dolcino per evitare l’accerchiamento, decise di agire
e con alcune centinaia di armati si calò a rapidi balzi
verso il piano sottostante, dando vita ad una sanguinosa battaglia;
tanto sanguinosa che un vicino torrentello si colorò
tutto di rosso a causa del sangue dei morti e dei feriti in
esso colato. Al tramonto Dolcino e i suoi furono padroni del
campo ed ai crociati rimasti non restò altro che fuggire
in disordine, lasciandosi dietro centinaia di morti e numerosi
feriti i quali furono rapidamente spediti nell’aldilà.
La battaglia dello Stavello segnò l’inizio di
una nuova fase: da questo momento Dolcino, infervorato dalla
vittoria, lanciò in una furiosa offensiva nelle valli
vicine le sue truppe, le quali però si macchiarono
di crimini orrendi e di gravi nefandezze. La guerra diventò
totale, terroristica, cattiva: villaggi incendiati, depredati,
chiese saccheggiate, persone eliminate dopo feroci torture;
la pietà era morta e l’odio regnava sovrano.
Preoccupati per tutto ciò e momentaneamente impossibilitati
a ulteriori offensive, i capi dei crociati decisero anche
se a malincuore di ritirarsi.
Ma il vescovo Raniero non si dette per vinto: predispose un
nuovo piano particolareggiato, aumentò il numero dei
crociati e decise questa volta di farla finita in modo definitivo.
All’alba del 28 marzo 1307, giovedì santo, al
canto del "Veni Creator Spiritus", le truppe cattoliche
si misero in marcia per l’ultima battaglia contro gli
eretici. Lo scontro, anche grazie alle condizioni miserevoli
in cui erano ormai ridotti i Dolciniani, fu subito favorevole
ai crociati che dopo qualche iniziale difficoltà riuscirono
a penetrare nel fortilizio debolmente difeso, dando inizio
ad un feroce massacro.
Nulla e nessuno poteva fermare ormai i vincitori che, ebbri
di sangue, si abbandonarono ad una feroce carneficina alla
fine della quale solo Dolcino, Margherita e Longino furono
risparmiati e catturati, come aveva espressamente ordinato
di fare il vescovo.
Nel maggio 1307 iniziò il processo contro i tre e il
verdetto finale fu la condanna al rogo quali eretici impenitenti.
Per Dolcino si volle procedere ad una esecuzione pubblica
esemplare.
Il primo giugno 1307 fu condotto al rogo su un carro attraverso
la città di Vercelli tra gli sberleffi del popolino
e le torture atroci del boia. Nulla gli fu risparmiato: con
tenaglie arroventate gli strapparono le orecchie, le dita
sia delle mani che dei piedi, il naso ed il membro virile
e fu solo in quest’occasione che dalla sua bocca uscì
un grido di dolore. Mentre il boia continuava il suo lavoro,
Fra Dolcino emettendo un forte sospiro chinò il capo
e morì. Non ancora soddisfatti, gli inquisitori ordinarono
di legarlo sul rogo e bruciarlo e l’ordine fu subito
eseguito. Arso il corpo le sue ceneri furono sparse al vento.
Il 15 giugno 1307 fu la volta di Margherita e di Longino che
furono arsi vivi presso il torrente Cervo, vicino Biella,
di fronte ad una grande folla ed anche le loro ceneri furono
sparse al vento. L’avventura tragica di Fra Dolcino
e dei suoi seguaci era conclusa.
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