Rubriche di
Patrizia Fontana Roca

r

COLLABORAZIONI

In questo Settore vengono riportate notizie e immagini fornite da altri redattori.
Nello specifico, i testi sono stati realizzati da Vittorio Polito, giornalista, che ha trasmesso anche le foto - tranne quelle espressamente specificate come appartenenti all'Archivio di Cartantica - mentre la grafica e la rielaborazione delle immagini è stata curata da Cartantica.
Tutti gli articoli degli altri Settori sono stati realizzati da Patrizia di Cartantica che declina ogni responsabilità su quanto fornito in queste pagine dai collaboratori.

"N.B.: L'Autore prescrive che qualora vi fosse un'utilizzazione per lavori a stampa o per lavori/studi diffusi via Internet, da parte di terzi (sia di parte dei testi sia di qualche immagine) essa potrà avvenire solo previa richiesta trasmessa a Cartantica e citando esplicitamente per esteso il lavoro originale (Autore, Titolo, Periodico) ."

******

CURIOSITA'

 

 

http://www.giornaledipuglia.com/2017/01/anno-nuovo-ciascuno-il-proprio.html



 

ANNO NUOVO, A CIASCUNO IL PROPRIO CALENDARIO

 

Sin dai tempi remoti i popoli hanno sentito la necessità di misurare il tempo. L’osservazione di fenomeni atmosferici costanti nel loro avvicendarsi, come la levata e il tramonto del sole, l’alternarsi della luce e delle tenebre, le fasi lunari, l’apparizione ad intervalli costanti di alcuni astri in precise posizioni, ecc., hanno suggerito la ripartizione del tempo in giorni, mesi anni. Da qui la nascita del calendario.

Ma cos’è un calendario? È un sistema convenzionale di divisione del tempo in periodi costanti (anno, mese, giorno): calendario lunare, basato sul moto della Luna; solare, che collega la durata dell'anno civile o legale con quella dell'anno tropico, cioè con l'intervallo di tempo compreso fra due passaggi consecutivi del Sole a uno stesso equinozio; giuliano, quello riformato da Giulio Cesare, in cui ogni tre anni, ciascuno di 365 giorni, fa seguito un anno di 366, con un giorno in più nel mese di febbraio, anno bisestile; gregoriano, quello riformato nel 1582 dal pontefice Gregorio XIII e ora vigente in quasi tutti gli stati. Normalmente utilizziamo l’almanacco senza sapere o renderci conto di tutto quello che è stato fatto per giungere all’indispensabile almanacco. Ed ecco qualche utile informazione sull’argomento.

Dopo l’avvicendarsi di varie riforme si è giunti a quella attuale, il Calendario gregoriano, voluto dal pontefice Gregorio XIII, approvato nel 1582, che per eliminare le inaccettabili incongruenze nel calendario voluto da Giulio Cesare, nominò un’apposita commissione composta da cosmografi, astronomi, cardinali, matematici, dal patriarca di Siria e da un uditore della Sacra Rota. La Commissione, dopo varie proposte, accettò quella di Luigi Lillo, medico di origine calabrese, appassionato di problemi matematici e astronomici e il 24 febbraio 1582 il pontefice Gregorio XIII, con la bolla “Inter gravissimas”, decretò le modifiche del calendario. La riforma gregoriana si è imposta quasi dappertutto, ma inizialmente molti Stati non l’accettarono, soprattutto quelli a maggioranza protestante, ma col passar del tempo quasi tutti si sono adeguati al nuovo calendario. Ma vi sono anche altri calendari, utilizzati in Stati che abbracciano altre religioni come gli ebrei, i cinesi, i musulmani, ecc.

Il Calendario ebraico, tuttora vigente, è composto da anni comuni di 353, 354 o 355 giorni suddivisi in 12 mesi lunari e da anni cosiddetti embolismici di 383, 384 o 385 giorni suddivisi in 13 mesi lunari. Gli ebrei contano gli anni dalla prima luna nuova dell’anno della creazione del mondo secondo la Bibbia (verso mezzanotte del 6 ottobre 3761 a.C. del calendario giuliano), dal quale iniziano i cicli di 19 anni, formati da 12 anni comuni e 7 embolismici, equivalenti a 19 anni solari. I nomi dei mesi sono i seguenti: Tishri, Heshvan, Kislev, Tevet, Shevat, Adar, Nisan, Iyar, Sivan, Tammuz, Av, Elul. Le principali feste religiose sono la Pesah (Pasqua), il Kippur (ricevimento delle Tavole), Quasir (Pentecoste) e Sukkot (Fuga dall’Egitto).

Il Calendario musulmano e iraniano è lunare, ed è composto da 12 mesi lunari di 29 e 30 giorni, formando anni di 354 o 355 giorni. Gli anni lunari sono contati dall’Egira (la fuga di Maometto avvenuto il 16 luglio 622 d.C.), e nell’arco di 30 anni vi sono 11 anni abbondanti, in cui si aggiunge un giorno all’ultimo mese. I nomi dei mesi sono: Jumada I, Jumada II, Rajab, Sha’ban, Ramadan, Shawwal Dhu, Dhu al-Q’adah, Dhu al-Hijjah, mentre il giorno inizia al tramonto. Il Calendario iraniano fu introdotto nel 1925. Anch’esso è basato sull’Egira, ma è regolato con quello solare. Il primo giorno dell’anno, che conta dodici mesi, è il 21 marzo (equinozio di primavera).

Il Calendario cinese, che secondo la tradizione fu inventato nel 2637 a.C., è un calendario lunisolare ed è composto da anni comuni di 353, 354 o 355 giorni suddivisi in 12 mesi e da anni embolismici di 383, 384 o 385 giorni suddivisi in 13 mesi. Ad ogni anno, che fa parte di un ciclo di 60 e che veniva contato dall’ascesa al trono dell’Imperatore, è assegnato un nome composto da due parti: una radice celeste non traducibile (jia, yi, bing, ding, wu, ji, geng, xin, ren, gui) e un ramo terrestre con uno dei seguenti 12 termini zi (topo), chou (bue),yin (tigre), mao (coniglio), chen (drago), si (serpente), wu (cavallo), wei (pecora), shen (scimmia), you (gallo), xu (cane) e hai (maiale). Questi ultimi rappresentano anche i segni dello zodiaco cinese. Il Capodanno cinese (Hsin Nien) dura 4 giorni e cade quando inizia il mese numero uno, ovvero tra il 21 gennaio e il 19 febbraio del calendario gregoriano.

Da qualche anno si pubblica a Bari il Calendario comparato (ebraico-cristiano-islamico-ortodosso), a cura di Don Nicola Bux, Michele Loconsole e Michele Monno, con testi e ricerca iconografica di Mariagrazia Belloli e Donatella Di Modugno, in collaborazione con l’ENEC (Europe-Near East Centre). Il calendario comparato potrebbe sopperire in parte alle esigenze delle diverse comunità religiose presenti sul nostro territorio, consentendo a tutti di vedere che il mondo non ha una sola voce, rispondendo così anche alle provocazioni che giungono da esponenti di ogni genere di estremismo.

Tra le ultime novità mi piace segnalare il “Sincronario galattico”, che la Wip Edizioni pubblica da qualche anno, giunto alla 16ª edizione, una sorta di calendario cosiddetto delle 13 lune di 28 giorni, creato interamente in base all’osservazione che utilizza solo numeri, invece di riferimenti culturali. Non riflette alcuna ideologia e non ha pregiudizi culturali. Praticamente è uno strumento di sincronizzazione con i cicli del tempo naturale, scanditi dalla frequenza armonica 13:20 (i numeri che codificano il calendario sacro dei Maya).

Il Calendario delle Tredici Lune integra i cicli della Terra con quelli della Luna e del Sole in modo armonioso, risolvendo il problema. Poiché la luna compie in un anno 13 rotazioni attorno alla Terra, il sincronario delle 13 lune è un autentico calendario solar-lunare che mette in rapporto la rivoluzione terrestre intorno al Sole con l’orbita lunare attorno alla Terra.

Tanto per intenderci il calendario cosiddetto gregoriano, voluto da Papa Gregorio XIII nel 1582, è formato da mesi irregolari e disuguali. Viceversa nel Calendario delle 13 Lune, ogni Luna ha 28 giorni. Ciò costituisce un grande vantaggio poiché permette di fare calcoli facili. Il primo giorno di ogni Luna, infatti, è anche il primo giorno della settimana – sempre.

Il Sincronario utilizzato originariamente dai Maya, i guardiani del tempo più sofisticati del pianeta, rende anche possibile il calcolo dei giorni festivi con accuratezza. Inoltre nel Calendario delle 13 Lune, equinozi e solstizi cadono sempre nello stesso giorno dell’anno. Va anche detto che gli Inca, gli Egizi, i Maya, i Celti e gli indigeni polinesiani usano da sempre un calendario di 13 lune di 28 giorni, più un giorno finale che conclude il ciclo solare annuale.

Molte delle notizie riportate in questa nota sono state riprese dal volume di Patrizia de Sylva “Il Calendario – Dalle Origini ai nostri giorni”, edito da Levante Editori di Bari.

 

 

http://www.giornaledipuglia.com/2016/12/come-si-divertivano-i-bambini-di-san.html



 

COME SI DIVERTIVANO I BAMBINI DI SAN MARCO IN LAMIS

12/11/2016 08:00:00 AM

L’Editore Levante ha pubblicato il volume di Grazia Galante “I giochi di una volta”, con il sottotitolo “Come si divertivano i bambini di San Marco in Lamis”. Prefazione di Daniele Giancane, trascrizione musicale di Michelangelo Martino e disegni di Annalisa Nardella.
Grazia Galante, nota scrittrice e autrice (insieme a Michele Galante), del “Dizionario del dialetto di San Marco in Lamis” (Levante Editore), una poderosa opera che si avvale della prefazione di Tullio De Mauro e della postfazione di Joseph Tusiani, questa volta si è dedicata ai giochi di un tempo, quelli che, chi è avanti con l’età, ha certamente giocato sotto casa, nei vicoli, nelle strade o nei giardini pubblici.


Secondo il filosofo Michel de Montaigne (1533-1592), «il gioco è una delle azioni più serie», mentre per la pedagogista inglese Susan Isaacs (1885-1948), «L’attività del gioco è il lavoro del bambino, è grazie ad esso che egli cresce e si sviluppa. Tale attività può essere considerata un segno di normalità, la sua assenza, invece, come un segno di qualche difetto innato o di malattia mentale».

Alla luce delle suddette affermazioni si evince chiaramente l’indispensabilità dei giochi per i bambini, giochi che erano collettivi, mentre quelli cosiddetti moderni con   telefonini, playstation e computer, si sono trasformati in giochi individuali e solitari. Il gioco deve essere attivo, mentre quelli che si fanno con i detti sussidi sono da considerare passivi, poiché non attivano muscoli, non aguzzano l’ingegno, non fanno respirare aria pura, non fanno socializzare, facendo rimanere immobili coloro che li usano. Da non dimenticare che i giochi di un tempo erano a costo zero a differenza di quelli moderni che hanno costi esorbitanti.

“Il libro della Galante - scrive Daniele Giancane nella prefazione -  ci immerge in un universo che non c’è più: quella che è stata definita “la civiltà del vicolo”. Una civiltà in cui era la ‘strada’ il luogo dei giochi, dell’aggregazione, della amicizie, della competizione”, ed io aggiungerei della socializzazione e del rispetto reciproco.

Utilissimo anche il contributo dialettale della Galante, poiché, così facendo, ha dato una mano alla salvaguardia del vernacolo sammarchese e lo ha difeso da chi pensa che esistano differenze tra Lingua e Dialetto, mentre non ne esistono affatto. Il dialetto non è un’alternativa folcloristica alla lingua italiana, perché il suo uso è qualcosa che ci appartiene intimamente e va a toccare situazioni ed avvenimenti spiccioli del quotidiano che la gente riconosce ed apprezza immediatamente.

L’attività ludica dei bambini greci, ad esempio, si esprimeva all’interno della famiglia: le bambine giocavano con le bambole, i maschietti con la palla, con il cerchio, con l’arco, si cimentavano nella corsa e nella lotta, praticavano il tiro alla fune, l’altalena, il gioco della settimana, o quello della trottola che chiamavano “strombos”. Mentre i bambini romani, invece, come testimoniano Orazio, Marziale e Cicerone, praticavano molti di quei giochi che, a distanza di oltre duemila anni sono pervenuti a noi.

A San Marco in Lamis i giochi non si contano. Grazia Galante ha fatto un lavoro certosino descrivendo centinaia di passatempi, suddivisi in giochi della prima infanzia, giochi femminili e maschili con e senza giocattoli, scherzi stupidi con monellerie, giochi popolari delle feste, i giocattoli, le conte, i pegni e vi sono anche gli spartiti delle musiche che accompagnano certi giochi. Insomma c’è n’è per tutti gusti. Un ottimo lavoro di ricostruzione storica fatto dall’autrice che dimostra come nella “espressione gioco”, accanto all’elemento ricreativo, culturale e pedagogico, si affianca un profondo valore storico e antropologico.

Il testo di Grazia Galante consente a chiunque di praticare i giochi ricordati, per il modo particolareggiato con cui vengono raccontati. Inoltre, la pubblicazione, potrebbe risultare utile a quanti volessero adottarlo come manuale di giochi nelle scuole, nelle biblioteche o nelle associazioni che promuovono attività ludiche.

Il volume sarà presentato il prossimo 14 dicembre, alle 17:30, nella Sala Teatro “Giannone” di San Marco in Lamis, con l’intervento di Francesco Gorgoglione, dirigente scolastico, Stefano Pecorella, presidente Parco Nazionale del Gargano, Patrizia Resta, docente di Antropologia. Modererà l’evento Tonino Daniele con la presenza dell’autrice.

 

 

http://www.giornaledipuglia.com/2016/10/il-dia


Home » Cultura e Spettacoli »

 

ODORI E PROFUMI: STORIA, FATTI, CURIOSITA'

Nel nostro meraviglioso universo, in cui la tecnologia lotta contro l’inquinamento, senza riuscire a vincerlo, mentre i mass media spalancano le loro colonne e i loro schermi a ogni sorta di pubblicità mirante al lancio di prodotti per combattere i cattivi odori, l’uomo ha ben poche occasioni per registrare sensazioni olfattive, siano esse piacevoli o meno. Molti prodotti dell’agricoltura, che una volta offrivano caratteristici odori alle cellule dell’odorato, oggi sono coltivati in serre con tecniche artificiali, stipati per giorni in speciali frigoriferi per farli maturare e conservare. Inevitabilmente rivelano una quasi totale assenza di odori e sapori, facendo rimanere in letargo le nostre cellule olfattive.
L’olfatto, che nell’uomo è stimolato da oltre cinque milioni di cellule che eccitano le terminazioni nervose e invitano il cervello alla decodifica del tipo di fragranza, è l’organo di senso preposto alla funzione specifica della percezione degli odori. Esso va perdendo sempre più il suo ruolo nel corso dell’evoluzione della razza umana, se solo si considera che l’uomo primitivo affidava all’odorato compiti importantissimi, come la ricerca del cibo, la difesa dai pericoli, l’eccitazione dell’appetito sessuale, ecc.

Sull’argomento non mancano aneddoti e storielle curiose. Si narra, ad esempio, che Enrico IV, re di Francia, indirizzò ad una delle sue amanti un biglietto di questo tenore: «Domani verrò da voi, mia adorata. Mi raccomando che non vi laviate. Mi piace il vostro odore forte». I malevoli, invece, asserivano che Enrico IV, per dare il buon esempio, “puzzava come un caprone”, ma pare anche che una delle sue conquiste gli sussurrasse: «Bisogna proprio che siate il re perché vi sopporti. Altrimenti…».

L’opinione dello scrittore giapponese Yasunari Kawabata, è un po’ diversa da quella del monarca francese, infatti, egli sostiene che: «La pelle di una donna prende ad emanare profumo solo quando è tra le braccia di un uomo che le piace. Una donna anche giovanissima sembra sia incapace di frenare questo profumo. Esso dà coraggio all’uomo, lo rasserena, gli dà pace. Con quel profumo la donna comunica silenziosamente il suo assenso». Lo stesso Casanova affermava di aver sempre trovato soave l’effluvio delle donne che aveva amato. Ma anche Plauto era del parere che «La donna odora di buono quando odora di niente». Sta di fatto che la percezione degli odori, nostri ed altrui, starebbe perciò alla radice anche di comportamenti apparentemente “razionali” o almeno intenzionali, dal momento che il sistema olfattivo ‘dialoga’ con il cervello attraverso un asse che collega ipotalamo e bulbi olfattori.

Oggi le nostre strutture sensoriali olfattive, forse, proprio a causa dei numerosi eccitamenti odorosi, si sono “annoiate” a tal punto da preferire agli odori naturali quelli delle miscele odorose artificiali sempre più raffinate e penetranti che, reclamizzate e ben confezionate, possono essere acquistate in una qualsiasi profumeria, per soddisfare le variate esigenze olfattive, sia femminili che maschili. Ma, Re Salomone, nel Canto dei Cantici, un sorprendente inno d’amore, fa non meno di venti allusioni ai profumi che aleggiano sui corpi degli amanti, consigliando di dare la preferenza al proprio effluvio, poiché l’odore che emaniamo supera ogni profumo.

Anche la letteratura si è interessata all’olfatto, esso può decidere, infatti, simpatie e antipatie, può riassumere una sensazione o una situazione ambientale, può farsi veicolo di ricordi. A solo titolo di esempio, ricordo Patrick Suskind, che attraverso il suo volume “Il profumo”, le cui sensazioni olfattive sono al centro dell’intero romanzo, narra che il protagonista, Grenouille, è una creatura che ha un odore ma, che proprio per questo, presta notevole attenzione agli odori del mondo e che dell’odore della gente si “nutre”.

E parlando dei profumi non possiamo tralasciare qualche nota in relazione alla sua storia. La parola profumo è latina e significa “fare fumo per propiziarsi gli dei”. In Italia fu il piemontese Gian Paolo Feminis, all’inizio del ’700 a impiegare per primo il bergamotto in una composizione profumata esportata poi a Colonia, in Germania. Giovanni Maria Farina, poi, pare l’avesse brevettato col nome di Acqua di Colonia, una fragranza che conquistò Napoleone al punto che portava sempre con sé una boccetta infilata nello stivale. Di ben diversa origine è invece la conosciutissima “Acqua di Rose”, la cui provenienza è persiana, dal momento che i persiani consideravano questo fiore “la delizia per eccellenza”, al punto da cospargere di petali tappeti e divani in occasione delle feste. Furono essi i primi a distillare le rose e ad esportare la profumata acqua in Cina, India, Egitto e nel bacino del Mediterraneo. Ma la donna più profumata della storia pare sia stata Caterina dei Medici. Fu proprio lei ad esportare in Francia l’arte della lavorazione dei profumi.

Dai tempi più remoti della storia dell’uomo il profumo è stato sinonimo di ricchezza, cultura e civiltà, al punto che il mestiere di profumiere era sempre associato a quello di medico, guaritore o sacerdote. Le materie aromatiche manipolate dal profumiere possedevano poteri curativi e inducevano, attraverso l’olfatto, un vero benessere psicofisico. Il profumiere arabo, componeva, non solo profumi, ma si spingeva oltre preparando incensi, bagni, unguenti e cosmetici per procurare piaceri raffinati e guarigioni.

Uno degli aspetti della storia dei profumi, può considerarsi quello religioso, in quanto l’uomo fu talmente sensibile alle sostanze odorose, da utilizzarle, sia per riconciliarsi con gli dei che per disinfettarsi, dal momento che gli odori gradevoli scongiuravano anche le malattie. A quest’ultimo proposito si trova traccia addirittura nell’Odissea, ove Ulisse, ritornando a Itaca, fa bruciare dello zolfo per purificare il proprio palazzo, dopo aver sterminato i Proci e i suoi infedeli servitori. Anche nella Bibbia (Esodo 40, 27), è scritto che Mosè costruendo il Tabernacolo (Santuario portatile nel quale erano conservate le tavole della Legge), “Vi bruciò sopra l’incenso aromatico…”.

I profumi servivano anche a combattere i cattivi odori ed a scacciare il demonio, mantenendo intorno alla rappresentazione della divinità nel tempio, un’atmosfera favorevole all’accoglimento delle preghiere. La leggenda ricorda che il cretese Melisseo, padre di Amaltea, l’affascinante ninfa che nutrì il giovane Zeus con il latte della sua capra, salvandogli la vita, fu il primo a sacrificare alcune pecore per bruciarle e accarezzare così, attraverso il velo del fumo, le narici degli dei.

Il profumo è considerato una specie di “genio buono” che permette di compiere diversi tipi di sogni come ad esempio, la funzione sacra che mette in rapporto con gli dei. La funzione eleganza, invece, dal momento che il profumo innalza, è aristocratico, ma è anche segno di benessere. Il profumo è ritenuto anche il più forte artefice della seduzione. Si narra che la Regina d’Ungheria a 70 anni con l’Eau d’Hongrie sedusse il Re di Polonia. Del profumo vanno ricordate anche le funzioni ‘piacere’ che sorprende l’intelletto e provoca estasi, la funzione ‘vitalità’ che dà forza, la funzione ‘identità’ che contraddistingue una persona, insomma, come fosse un secondo nome di battesimo. Infine vi è la funzione ‘evasione’, dal momento che il profumo ricorda luoghi distanti, momenti passati, permettendo di fuggire in luoghi lontani.

La tradizione dei profumi si tramanda ancora oggi nelle nostre Chiese con l’uso dell’incenso che, diffuso attraverso il ‘turibolo’ (incensiere), è utilizzato in diverse cerimonie cristiane. Sta di fatto che le regine si procuravano a qualunque costo i profumi che il lusso e la gloria del loro rango esigevano. Vi sono numerose testimonianze che concordano nell’affermare che Cleopatra non disdegnava enormi quantità di profumi di fiori e di balsami odorosi che gli uomini le offrivano per esaltare la sua bellezza. La regina di Saba portava oro in dono a Re Salomone, ma anche profumi e aromi.

La scoperta del Nuovo Mondo ed il conseguente intensificarsi dei commerci con le Indie e con la Cina portarono poi molti prodotti nuovi, alcuni dei quali utilizzati in profumeria, e la loro attività divenne rilevante col progredire della civiltà. Nel 1190, in Francia, i profumieri ottennero un riconoscimento ufficiale e la regolamentazione dell’esercizio della professione che richiedeva un lungo periodo di apprendistato.

Oggi si parla anche di “memoria olfattiva” finalizzata ad associare ad un odore un’immagine emozionale. Quando questo odore viene risentito dopo anni, la “memoria olfattiva” attiva un sistema per riprodurre con l’emozione lo stato d’animo che accompagnò l’odore nel passato, procurando una sorta di piacere indiretto. L’esperienza emozionale legata all’odore è alla base dell’apprendimento degli organismi viventi ed è talmente necessaria alla loro sopravvivenza che le memorie olfattive sono trasmesse insieme al patrimonio genetico. Ciò è dimostrato dal richiamo dei primi ricordi olfattivi che risalgono all’infanzia, che sono i più potenti nella loro capacità di suscitare emozioni gradevoli e anche i più facili da richiamare. In effetti, le “memorie olfattive” non svaniscono mai e la loro forza dipende dall’importanza che ha avuto la situazione in cui l’odore è stato percepito nel processo d’apprendimento delle persone. Più antiche sono le “memorie olfattive”, più profonde sono le emozioni che risvegliano.

Anche la “scenografia olfattiva”, le cui origini risalgono all’alba della civiltà, epoca in cui rappresentava un elemento essenziale nei riti e nelle cerimonie religiose, è attuale. Gli antichi non sottovalutavano la capacità degli aromi per suscitare emozioni profonde e, senza saperlo, praticavano la “scenografia olfattiva” con le resine, i legni, le erbe e le spezie. La “scenografia olfattiva” dinamica rinnova lo stimolo olfattivo cambiando la profumazione diffusa nell’ambiente. In questo modo l’olfatto rimane sempre allertato, sollecitato continuamente da nuovi odori e da nuove emozioni. In certe situazioni, in cui il pubblico è in movimento, si possono combinare insieme sia l’arredamento olfattivo, che consente di riconoscere attraverso il profumo i posti nei quali entriamo, sia la “scenografia olfattiva”, che consiste nel profumare diverse parti di uno spazio con aromi diversi e distinti.

Le “scenografie olfattive” possono realizzarsi con aromi naturali e sintetici, ma tutto ciò che il profumo sintetico fa è solo quello di imitare la natura e le emozioni che danno la sensazione della realtà. Ma, gli aromi di sintesi suscitano solo dei “ricordi di emozioni”, più che delle emozioni vere e proprie. La “scenografia olfattiva” naturale va ben oltre questo approccio “artistico” dei profumieri moderni, avvalendosi, oltre che della psicologia dell’olfatto anche dell’aromaterapia e della psico-aromaterapia.

All’inizio del secolo fu costruito addirittura un “organo odorifero” che era suonato durante i concerti organizzati dalla Central Hall di Londra, ipotizzando che gli odori avrebbero influenzato le emozioni del pubblico. La “scenografia olfattiva” naturale ha il compito essenziale di orchestrare gli odori dell’ambiente in un profumo continuamente rinnovato, proprio come fa il musicista orchestrando le note musicali in un concerto. In sostanza stiamo parlando del “concerto dei profumi”, che accompagnato da uno spettacolo musicale, rappresenta la massima espressione della “scenografia olfattiva”, dal momento che attraverso le sue memorie olfattive, si propone di trasportare lo spettatore in un viaggio all’interno di se stesso facendolo assistere ad un concerto di emozioni. Un concerto di profumi deve iniziare con diluizioni tali che le fragranze si devono indovinare. Il naso deve ricercare ed esplorare per rassicurarsi, prima di aprire al “crescendo”, proprio come fa il nostro orecchio con la musica.

L’«assuefazione olfattiva», invece, fa sentire il profumo solo nel momento in cui si entra in uno spazio profumato, ma dopo pochi minuti l’odore non è più percepito pur continuando ad agire sul sistema nervoso.

Oggi è attuale anche la “profumoterapia”, che si basa sul principio simile a quello dell’omeopatia o di altre terapie cosiddette “vibrazionali”. Essa presuppone l’effetto curativo della forza vitale della pianta attraverso la materia aromatica che produce. La “profumoterapia” predilige alcuni campi in cui si osserva che la sua azione curativa risulta essere particolarmente efficace negli stati depressivi, nell’anoressia, negli stati d’animo negativi come insicurezza e aggressività, ma pare che sia elettiva anche contro l’infertilità delle donne, durante la gravidanza e l’allattamento e per tutti i disturbi del ciclo femminile.

La profumazione ambientale, invece, migliora “l’ambiente psicologico” del luogo di lavoro, influisce positivamente sui lavoratori e sui clienti ed è anche capace di incrementare la produttività e le vendite, ma non deve essere utilizzato per incrementare la produttività, attraverso lo sfruttamento dei lavoratori per favorire le vendite. La profumazione dell’ambiente è soprattutto un investimento umano che protegge la salute fisica e psichica dei dipendenti, che è il vero capitale dell’azienda. In realtà la profumazione ambientale ‘umanizza’ il luogo di lavoro attraverso essenze destressanti come quelle degli alberi di pino, cipresso, legno di rosa, ecc.

La ‘profumoterapia’ rappresenta il lato più sottile e coinvolgente della medicina aromatica di ieri e di oggi ed è il proseguimento della tradizione del medico-profumiere antico, capace di orchestrare una fragranza che riflette e sostiene uno stato d’animo.

C’è un vero e proprio ‘alfabeto degli odori’ che permette di conoscere il linguaggio della ‘comunicazione olfattiva’ e l’effetto psicologico degli odori. Ovviamente l’effetto psicologico di una fragranza dipende soprattutto dal contesto in cui viene utilizzata. Per esempio, un profumo indossato dalla donna amata avrà una forte carica sensuale, se lo stesso profumo viene sentito al bar nella tazzina di caffè farà pensare a condizioni igieniche insufficienti e potrebbe suscitare una reazione di disgusto.

Vediamo quali sono i significati ed il linguaggio di alcuni profumi che madre natura ha voluto regalarci. L’aroma dell’incenso, ad esempio, evoca il mistero del sacro e se indossato come profumo comunica l’immagine di una serietà quasi ecclesiastica. Il profumo dell’incenso aiuta a superare la claustrofobia e l’apprensione, allontana gli incubi e gli spiriti facendo da scudo contro gli influssi negativi. In cosmetica è usato nelle maschere di bellezza per contrastare le rughe e prevenire le infezioni cutanee legate all’invecchiamento. Il fumo dell’incenso, che rappresenta l’aroma dell’elevazione spirituale, sale verso il cielo e ci aiuta a ridimensionare le nostre ansie e preoccupazioni. La rosa rappresenta il simbolo dell’amore sia profano che divino. Il suo profumo dà un senso di sicurezza e armonia e permette di superare l’egocentrismo e l’egoismo. Il suo aroma unisce armoniosamente il sacro ed il sensuale aiutando a spiritualizzare le relazioni sessuali. In psico-aromaterapia è utilizzato nelle malattie mentali, mentre in aromaterapia è considerato una delle essenze più importanti per le donne, e poi, apre il cuore alle realtà angeliche. La menta, invece, agisce sull’ego, scacciando l’orgoglio esagerato. Aiuta anche a superare il complesso di inferiorità, poiché spesso un orgoglio eccessivo maschera proprio un senso di inferiorità. La menta è un potente analgesico, efficace sulle scottature e per tutti i tipi di prurito, specie se associata all’essenza di lavanda. Il suo nome rivela le sue affinità con la mente.

Il poeta francese Paul Valery sosteneva che “Una donna che non si profuma non ha avvenire” e, probabilmente, seguendo questo assunto Guerlain, “naso” famoso, si sistemò in una strada di Parigi per vendere fragranze e aceti aromatici. Offriva le delizie di profumi e acque profumate a un pubblico più vasto della solita élite. Cominciò così l’epoca d’oro della profumeria. A cominciare dagli anni venti furono soprattutto i sarti a far esplodere la voglia di profumarsi con Poiret, Coco Chanel, Jeanne Lavin, ecc. seguiti da pellicciai e pellettieri come Weil, Revillon ed Hermes che fiutarono gli affari collegati a moda e profumi.  

Nel periodo della Belle-Époque sono apparsi grandi profumi proposti da noti profumieri. È tra le due guerre che sono apparsi i nomi dell’Alta Moda nel mondo della profumeria, con tutto quello che questo rappresenta in fatto di eleganza e lusso femminile. L’epoca è contrassegnata anche dalla raffinatezza dei flaconi e delle confezioni e dalla nascita di grandi creazioni diventate dei classici, ancora oggi in commercio.

Oggi il consumo dei profumi è in continua crescita. Si calcola che il fatturato dei prodotti di profumeria alcolica supera i duemilacinquecento milioni di euro. Un settore che sembra godere di ottima salute, probabilmente perché le formule sono radicalmente cambiate, anche se c’è una riscoperta nell’uso di olî essenziali originali. I profumi moderni contengono ben poco di essenziale a causa degli esorbitanti costi delle sostanze naturali, difficili da reperire o coltivare. Così, come altri ingredienti profumati, che una volta si ricavavano dalle ghiandole di alcuni animaletti, oggi sono realizzati in laboratorio, senza dover più disturbare esseri viventi come gli zibetti, i castori, i cervi tibetani e cinesi o i capodogli, dai quali ultimi è stata ricavata l’ambra grigia, una sostanza fortemente aromatica. Nei laboratori, invece, “nasi” esperti fiutano le fragranze più adatte per la stagione estiva o invernale, per gli sportivi o per i pigri, per bambini, giovani e anziani, per l’amore, per i matrimoni, per l’ufficio, per il relax, per il giorno o per la notte, per ricordi e sentimenti. Insomma un vastissimo assortimento di profumi nei quali è difficile non trovare quello giusto. Ma la ricerca di nuovi profumi non si ferma. Studiosi di botanica tropicale e tecnici specializzati dell’Università di Montpellier, sponsorizzati da importanti aziende di profumeria, si sono serviti di una zattera appesa ad un dirigibile, che posata sulle cime degli alberi della foresta, ha permesso loro di annusare e raccogliere campioni di foglie e fiori, catturando nuove fragranze naturali in momenti diversi del giorno e della notte per ricavarne olî essenziali, ricostruirli chimicamente e trasformarli in nuove fragranze di successo.

Un breve cenno meritano gli odori e i profumi della tavola e della cucina. Chi non riconosce l’odore di un buon ragù, o quello di un arrosto di carne o di pesce, o l’effluvio che esala da una teglia di riso patate e cozze o da quella della pasta al forno? Per non parlare dei profumi che emanano pesce e frutti di mare freschi e, perché no, anche i profumi provenienti da un panificio o da una pasticceria o quelli di Natale?

Ricordo, infine, che l’olfatto è di estrema utilità per segnalarci pericoli come fuga di gas, esalazioni di benzina, incendi, ecc., al pari di quanto fa l’organo di senso dell’udito per gli allarmi sonori. Purtroppo è anche reale il pericolo di “aggressioni” alle delicate strutture sensoriali del nostro odorato, a causa degli innumerevoli attacchi da parte di molti agenti chimici inquinanti, per cui l’importantissima funzione olfattiva subisce continui ‘insulti’. Auguriamoci che non arrivi mai il giorno in cui dell’organo di senso dell’olfatto se ne parlerà solo nella storia della medicina.

 


http://www.giornaledipuglia.com/2016/10/il-dialetto-un-bene-da-salvaguardare.html

 

IL DIALETTO? UN BENE DA SALVAGUARDARE

10/31/2016 02:01:00 PM

 

 

È sufficientemente noto che l’utilizzo del dialetto dà una maggiore vivacità e spontaneità anche all’opera letteraria e, spesso, molti scrittori romantici rivalutano il dialetto per la sua vicinanza al popolo. Pertanto il dialetto, chiunque lo usi, rappresenta una risorsa espressiva in più e quanto mai utile a colorire un discorso, una poesia, una prosa, rendendo immediata la sua comprensione.
Il dialetto, quindi, rappresenta un patrimonio da non disperdere in quanto strumento di comunicazione, di cultura, ma anche di tradizioni, usi, costumi. Il dialetto è anche una forma di linguaggio verbale più immediata e nello stesso tempo più sofisticata, in quanto riesce ad imprimere quel tanto di drammatizzazione al nostro parlare, funzionando l’espressione dialettale come efficace rafforzamento del nostro eloquio.

Nel novembre 1999 un gruppo di assessori delle Regioni Veneto, Lombardia, Friuli Venezia Giulia e della Provincia autonoma di Trento, si riunirono a Palazzo Balbi a Venezia stilando un accordo per il recupero, la conservazione e la tutela del dialetto per la salvaguardia delle “tradizioni orali”, mentre il Consiglio comunale di Torino approvò, a larga maggioranza, un ordine del giorno inteso a far riconoscere da parte dello Stato la lingua piemontese, a tutela delle minoranze linguistiche.

È il caso di ricordare che anche Gesù parlava una varietà dialettale dell’aramaico, una lingua appartenente al gruppo occidentale delle lingue semitiche. Lo stesso Vangelo è stato scritto in aramaico, mentre San Francesco, un anno prima di morire, completamente cieco, ma fortemente illuminato, cantò il “Cantico delle Creature” scritto in “volgare”, per non parlare di Goldoni, Edoardo De Filippo, Totò, Gilberto Govi, Trilussa, tanto per citare i più noti.

In riferimento poi al dialetto barese l’elenco di scrittori, commediografi e poeti dialettali è abbastanza lungo e lo spazio non consente di citarli tutti. Ne ricorderò qualcuno, solo a mo’ di esempio: Francesco Saverio Abbrescia, primo poeta dialettale; Alfredo Giovine, con le sue numerose pubblicazioni; Giovanni Panza con il suo libro “La checine de nononne” (Schena), una sorta di bibbia bilingue (italiano e dialetto) della cucina barese; Vito Maurogiovanni, giornalista, scrittore e commediografo di cultura popolare con il suo “Il Teatro” e “U Café antiche” (Levante), per non parlare dei suoi capolavori dialettali, “Jarche vasce”, replicati oltre tremila volte, le cui recite si protraggono da oltre trent’anni, e del dramma teatrale “La passione de Criste”, trasmesso anche da Raitre; Domenico Triggiani, le cui commedie in vernacolo costituiscono un importante contributo teso a recuperare la memoria storica del territorio con i suoi tre volumi di teatro dialettale editi da Levante, Capone ed Editrice Tipografica. Triggiani è altresì autore del primo romanzo storico-satirico in vernacolo barese, “Da Adame ad Andriotte” (Schena), scritto con la moglie Rosa Lettini, con presentazione di V.A. Melchiorre. Grazie a Triggiani, il dialetto barese ha varcato non solo i confini regionali, ma anche quelli nazionali, raggiungendo praticamente tutto il mondo.

I poeti dialettali baresi non si contano: da Francesco Saverio Abbrescia, canonico e primo poeta dialettale barese, a Gaetano Granieri, Giovanni Laricchia, Giuseppe Capriati, Gaetano Savelli, quest’ultimo ha tradotto la Divina Commedia in dialetto barese, Michele Bellomo, Nicola Macina, Onofrio Gonnella (Ogon), Giuseppe Romito, Arturo Santoro, Francesco Lopez, Vito De Fano, Giovanni Panza, Francesca Romana Capriati, Marcello Catinella, Maria D’Apolito Conese, Ettore De Nobili, Giuseppe De Benedictis, Agnese Palummo, Giuseppe Gioia, Peppino Franco, Lorenzo Gentile, Franca Fabris Angelillo, Luigi Canonico, Santa Vetturi, Peppino Zaccaro, Felice Alloggio, Emanuele Battista, i quali ultimi hanno scritto anche commedie dialettali rappresentate con successo. Citati o non citati l’applauso va a tutti.

Anche la medicina ha dato una mano a dare importanza universale al dialetto. Infatti nel 1513 fu pubblicato a Strasburgo un libro intitolato “Der swangern Frauen und Hebammen Rosengarten”, cioè “Il Roseto delle donne incinte e delle levatrici”. L’autore, Eucario Roesslin, medico a Worms e Francoforte, non diceva nulla di originale però lo scriveva in volgare e non in latino, e la pubblicazione divenne il primo manuale per levatrici ed ebbe larghissima diffusione.

Il dialetto, in conclusione, è anche un universo verbale a suo modo “colto”, più colto dell'italiano piatto e banale imposto dai mezzi di comunicazione e degradato dall’uso che ne fanno i giovani attraverso i loro messaggi criptati,

Esprimiamoci quindi liberamente nel nostro dialetto, che rappresenta anche un ulteriore mezzo per abbattere le barriere della comunicazione e, soprattutto, insegniamolo ai nostri figli per conservare nel tempo la memoria storica da tramandare alle generazioni future.

Per restare in tema, eccovi alcune strofe di una poesia di Peppino Franco dal titolo “Dialette bedde mì sì nnu tresore”, nella quale l’autore esprime tutto il suo amore per la lingua dei nostri nonni, ipotizzando che il dialetto è stato inventato da Dio e che fu Lui stesso il primo a parlarlo.



Ci sape quanda volte sò ppenzàte
a cci ha parlàte apprime nu dialette;
fù ’u Paddretèrne acquànne ngi ha creiàte?
Percè nzijme ’o serpènde, Adame ed Eve
e ttutte l’alde ch’onne nate doppe,
s’avèvena parlà trà llòre e llòre,
e nnu segnàle o ’na paròle stève.
E allore certamende le dialette,
iè state ’u Terneddì ca l’ha nvendàte.
………….

 

 

http://www.giornaledipuglia.com/2016/06/vittorio-polito-il-cronista-innamorato.html

 

VITTORIO POLITO, IL CRONISTA INNAMORATO DEL SUO DIALETTO

 

di GRAZIA STELLA ELIA —  Per più di un secolo si è guardato con angoscia (da parte dei sostenitori della cosiddetta “lingua materna”) alla decadenza e sottovalutazione dei dialetti. Oggi possiamo dire che i dialetti non solo resistono, ma si rinnovano. Ben lungi dallo scomparire, come temeva Pasolini, soppiantato dall’italiano regionale, il dialetto è diventato una risorsa ed è salito, dalla considerazione di mezzo espressivo sottoproletario, al rango di lingua letteraria.

Ha detto chiaramente Tullio De Mauro: “Il fiorentino dantesco, prima di essere italiano, era fiorentino, cioè un dialetto”.
 Per quanto riguarda il dialetto barese, si può dire che il cronista Vittorio Polito ne è un difensore e sostenitore accanito. Le sue opere, infatti, tutte pubblicate con Levante editori, mirano a rivalutare tanti lavori letterari di autori dialettali baresi. Citiamo ad esempio il volume ‘ Baresità, curiosità e…’, con prefazione di Corrado Petrocelli.

Un lavoro ponderoso, di oltre quattrocento pagine, che comprende molti capitoli, di cui alcuni sono di autori che hanno inteso dare la propria collaborazione per un libro che tutti dovrebbero apprezzare, possedere, custodire e tramandare. Una fatica che l’autore, nei suoi versi introduttivi, definisce un’esplosione di scintille, una sorella dell’opera precedente.

Nel capitolo “Baresità, curiosità e…” Vittorio Polito si esprime con dovizia di particolari e sfoggia una completa conoscenza di notizie relative a San Nicola e alla Cattedrale; inoltre disserta dello scoglio “Monte Rosso”, della tramvia Bari–Barletta, dei comizi in dialetto, della banda dei ‘fichi secchi’, ecc. Tante pagine di “curiosità” corredate di poesie in vernacolo di vari autori, non accompagnate, purtroppo, dalla traduzione in lingua.(Non una lacuna, ma un grido di dolore, intriso di sensibilità, che lo porta ad escludere dall’appartenenza tutti coloro che snobbano il vernacolo!).

Nelle circa 100 pagine del capitolo le curiosità sono davvero tante e tutte descritte con la perizia di chi ha dedicato tempo e impegno alla ricerca.

Nel capitolo “Le Barise e…” di Felice Alloggio, copioso di pagine come il precedente, fa spicco, con la grazia che la distingue, la poesia “Amòre de marenàre” di Michele Scorcia.

Segue la descrizione di mercati e piazze baresi, con articoli di ogni genere, compreso note interessanti su “La Gazzetta del Mezzogiorno” e “Fiera del Levante”.

È poi la volta dei luoghi di evasione, specialmente vicini al mare, dove i cittadini portano, fra le tante bontà, anche la gustosissima focaccia barese, a cui sono dedicate pagine di meritata apologia.

Si prosegue con la trattazione dei giochi a carte e a biliardo, per finire allo sport che accomuna tutti i tifosi che sono passati dallo stadio ‘Della Vittoria’ al faraonico ‘San Nicola’ con immutata passione e fede nei mitici colori bianco e rosso.

Il capitolo “La Baresità al femminile” non poteva non essere scritto da una donna; ne è infatti autrice Linda Cascella, la quale rivisita le produzioni poetiche di validi autori baresi, per trarne testi relativi alla donna, naturalmente in dialetto barese. Si leggono così, in queste pagine, notizie importanti sulle donne, dalle umili “tabacchine”, alle grandi Isabella d’Aragona e Bona Sforza, il cui “fascino” rimane, per l’autrice e non solo per lei, davvero “irresistibile”.

Eccoci al capitolo “Teatralità del dialetto barese” di Franz Falanga, l’architetto-scrittore, ottima forchetta e grande consumatore di “cialdella”, che considera il dialetto barese “un formidabile strumento da poter utilizzare in una scuola di teatro”.

Ed ecco di nuovo Vittorio Polito con “La baresità di Giovanni Panza”, “L’Università di Bari”, “l’Aula Magna e la baresità”, “I proverbi”, “Magia e superstizione”, “Il gioco del lotto e i Baresi”, “Le feste in Italia e a Bari”, “I soprannomi”, capitoli densi di tradizioni, usi e costumi, peculiarità proprie della gente di Bari: un lavoro di indagine e ricerca senza dubbio encomiabile, se si pensa che il tempo, laddove non vi fosse una registrazione scritta, spazzerebbe tutto, gettandolo nell’oblio.

Ultimo capitolo è “Dedicato a Vito Maurogiovanni”, un omaggio al grande commediografo, instancabile cantore della propria città.

Ma non è tutto. Il libro si chiude con una sorta di appendice, una rassegna di fotografie dal titolo “Sul filo dell’ironia”, a cura di GioCa. Si tratta di foto che evidenziano aspetti architettonici della città di Bari, frontespizi di libri, personaggi…

Un libro importante, dunque, questo di Vittorio Polito, che considera la sua Bari un mare magnum da esplorare e cantare in tutte le sfaccettature, con l’amore di un figlio grato e devoto.

L’intento precipuo e costante di Vittorio Polito è quello di far ritenere il dialetto un mezzo linguistico ricco di importanti contenuti storici ed etici, identitari di chi ci ha preceduti e quindi di noi stessi.

Non è dato sapere se Polito abbia praticato il pugilato, lo sport senz’altro dato il possente fisico atletico conservato nel tempo, ma sicuramente ha amato il grande pugile Alì, recentemente scomparso, e il suo modo di lottare nella vita tanto che ha fatto sua, come stile di vita, una frase di Muhammad che recita “…dentro a un ring o fuori, non c’è nulla di male a cadere. È sbagliato rimanere a terra.” Da ex giornalista Polito non ha messo gli ‘altri’ al tappeto, ma li ha lasciati a ‘terra’, lui volando per altre terre secondo il famoso detto universale che per l’occasione ‘vestiamo’ di dialetto barese: “Ogne bène da la tèrre vène”.

 

 

http://www.giornaledipuglia.com/2016/06/i-nonni-risorsa-e-non-peso-per-cui-mai.html

 

I NONNI? RISORSA E NON UN PESO, PER CUI MAI BAMBINI "ORFANI" DI ESSI

 

di VITTORIO POLITO — Il 2 ottobre di ogni anno, ricorrenza degli Angeli Custodi, è dedicato alla festa dei nonni, considerati angeli custodi dei bambini. L’idea di dedicare un giorno ai nonni è riconosciuta ad una casalinga del West Virginia, tale Marian Mc Quade. La signora Mc Quade, mamma di 15 figli e nonna di 40 nipoti, iniziò la campagna nel 1970, ma lavorava con gli anziani già dal 1956. Nel 1978, l’allora Presidente americano, Jimmy Carter, stabilì che la festa nazionale dei nonni “Grandparents Day” fosse celebrata ogni anno.

I nonni vivendo un periodo della loro vita meno competitiva, sono più disponibili alla “complicità” ed alla protezione nei confronti dei nipoti. I periodi di vita trascorsi con i nonni difficilmente vengono dimenticati, anzi saranno sempre motivo di dolce ricordo. I nonni essendo depositari di preziose informazioni sulla famiglia, sulla storia, sulle tradizioni, non fanno altro che raccontare ed allargare gli orizzonti dei ragazzi.

Mai fare a meno dei nonni nell’educazione dei figli. È il consiglio che emerge da una ricerca realizzata nel 2001, dall’Associazione Psicologi volontari “Help me”. Sotto accusa, insomma, sono le famiglie che hanno fatto a meno del ruolo educativo dei nonni, della loro dolcezza, della loro saggezza. Infatti i nonni vedono i nipoti con un’altra ottica rispetto ai figli, forse perché non avendo responsabilità dirette nei loro confronti, danno loro amore e affetto.

Il rapporto segnala che il 47% dei bambini cresciuti senza i nonni ha manifestato maggiore propensione alla violenza, in particolar modo i maschietti. Non solo: nel campione preso in esame (di età fra i 6 e i 12 anni), quelli che sono stati privati della figura del nonno, sono risultati più lenti nel processo di apprendimento scolastico (18%); hanno imparato più lentamente a parlare italiano (27%); hanno maggiore difficoltà di integrazione sociale (36%) e hanno più difficoltà a socializzare con gli altri coetanei (15%).

L’assenza del nonno incrementa la visione di programmi violenti dell’80%, facendo aumentare in maniera esponenziale il consumo di pubblicità. “Il nonno nella famiglia tradizionale aveva la funzione educativa – spiega il curatore della ricerca, lo psico-antropologo Massimo Cicogna – non fungeva solo da depositario della memoria familiare e culturale. Con il nonno in casa c’è da parte dei minori anche un maggior senso di educazione civica”.
Un dato allarmante arriva dalla ricerca: chi non ha nonni in famiglia si affida ai consigli mediatici di guru e psicologi televisivi. “L’educatore mediatico – spiega Cicogna – è incolpevolmente un sostituto dell’assenza di questa figura. Il problema non sono gli psicologi del video, bensì l’incapacità oggi dei genitori di integrare con autorevolezza l’assenza del ruolo del nonno”.

Anche Benjamin Spock (1903-1998), famoso pediatra americano, era convinto che “Quando più si sono studiati metodi diversi per allevare i bambini, tanto più si è arrivati alla conclusione che ciò che buone madri, buoni padri e buoni nonni, si sentono istintivamente portati a fare per i loro piccoli, è alla fine la cosa migliore”.

Ma dal punto di vista legale cosa succede. È presto detto. Con il decreto legislativo n. 154/2013, l’art. 317 bis c.c., espressamente dedicato ai “Rapporti con gli ascendenti” (cioè i nonni), dispone che “Gli ascendenti hanno diritto di mantenere rapporti significativi con i nipoti minorenni. L’ascendente al quale è impedito l’esercizio di tale diritto può ricorrere al giudice del luogo di residenza abituale del minore affinché siano adottati i provvedimenti più idonei nell’esclusivo interesse del minore.

Pertanto è quanto mai necessaria la presenza dei nonni nella famiglia, hanno un ruolo insostituibile a far vivere ai piccoli un amorevole rapporto anche con tutti gli altri parenti, per una crescita sana ed equilibrata e contribuire così a non farli sentire orfani” degli stessi

E ricordate che “Nella casa dei nonni, si coccolano i nipoti” !!!

NONÒNNE*
di Vittorio Polito

Iére uagnongídde e stéve vecìne o brascíre
acchiàve nonònne chíne de penzíre
ca m’acchiamendàve sèmbe che tand’amóre
e che nu picche d’emozióne jind’o córe.

A chidde tímbe jinde a le càsere le mamme
crescèvene le figghie sènza dràmme
a la fatìche asselùte l’attàne se ne scèvene
e le nonònne le giornále lescèvene.

Jinde a tùtte le famìgghie de iósce
iè mbortànde de nonònne la vósce.
Che tande chenzìgglie chiàre e terciùte
lóre dónne la stràte a fìgghie e nepùte.

La famìgghie de iósce iè cangiàte,
megghíre e marìte sò scesciàte;
da le càsere se ne vònne fescènne
e a la fatìche la scernáte spènnene.

Acquànne la sére scabbuèscene
jinde a le càsere attùrne rezzuèscene.
Cìtte cìtte nesciùne u sàpe
ca tènene assá penzíre pe la càpe!

A le fìgghie l’aducazióne la dònne,
da la matìne a la sère, le nonònne.
Che tanda delgèzze e saggèzze
l’aiùdene a crèsce sènz’amarèzze.

A nonònne u serrìse de le nepùte
allàsse u córe de prísce e de vertùte,
e a le peccenìnne na dolgia carèzze
trasmètte amóre, affètte e securèzze.

Cange u munne e iè nu peccàte
acquànne jinde a la case non nge sta u fiàte
de nonònne c’agnéve u córe adásce adásce
d’amecìzie, de prísce e de tanda  pásce.

* Poesia vincitrice del Premio speciale del Coordinamento delle A.D.A. di Puglia, Edizione 2013-2014

 

 

 

http://www.giornaledipuglia.com/2015/11/signorile-e-gelsorosso-presentano-il.html

SIGNORILE E GELSOROSSO PRESENTANO "IL PICCOLO PRINCIPE"
IN DIALETTO BARESE

11/10/2015 09:48:00 AM Bari, Cultura e Spettacoli, Libri

 

 

“Il Piccolo Principe” di Antoine de Saint-Exupéry, è uno dei libri più conosciuti e diffusi al mondo, anche per le centinaia di traduzioni in tutte le lingue ed anche nei vari dialetti. Ci mancava quella in dialetto barese e ci ha pensato Vito Signorile, attore e direttore artistico del Teatro Abeliano di Bari, che ha dato alle stampe “U Prengepine”, con la “complicità” di Angela M. Lomoro e della “Gelsorosso Editore”.

Secondo Saint-Exupéry “Il Piccolo Principe” è un libro per bambini che si rivolge agli adulti. I vari piani di lettura possibili rendono il libro piacevole per tutti e offrono temi di riflessione alle persone di qualsiasi età.

L’edizione della Gelsorosso, che è indirizzata ad adulti e bambini, è pregevole, poiché contiene anche un CD nel quale Signorile interpreta alcuni capitoli con la sua voce calda e suadente, con lo scopo di facilitare la lettura del dialetto barese.

Scrive Signorile: «Come ogni lingua, anche il dialetto si evolve. Come ogni dialetto anche il nostro stimola dibattiti su come scriverlo, per la mancanza di poche, indispensabili, chiare, condivise regole, e per la testardaggine di soliti saccenti. Bisogna parlarlo e parlarlo, e bisogna scriverlo nel modo più semplice e leggibile. E dunque nel mio dialetto scritto reintrodurrò la j per ottenere, ad esempio, quell’inconfondibile suono gutturale barese nel dire “io” cioè “jì” e manterrò le e,  che sono mute nelle finali e quando non sono toniche, e userò gli accenti e gli apostrofi per semplificare la lettura».

E per darvi un assaggio del leggibilissimo dialetto di Vito Signorile, trascrivo la parte iniziale:
«Tand’e tand’anne fa, acquànne tenève sè iànne, jind’a nu libbre sop’a le forèste de na vòlde, ca se chiamàve “Stòrie vère de la nature”, vedìbbe nu bèlle desègne. Stève scritte: ‘Le serpìnde bò se gnòttene la prède sana sane, senza mastecàlle. Po’ non ze pòdene mòve chiù e dormene sè mise pe deggerì. Me mettìbb’a penzà all’avvendure de la giungle».

Il testo è illustrato con i disegni originali dell’autore che invitano ancor più a leggere il famoso libro di Antoine de Saint-Exupéry… e di Vito Signorile.

Il volume è stato presentato ad un numeroso e qualificato pubblico al Teatro Abeliano, da Vito Signorile, attore, fine dicitore e direttore artistico dello stesso Teatro, da Paola Romano, assessore alla Cultura del Comune di Bari, da Angela M. Lomoro, curatrice del progetto editoriale e da Paolo Comentale, attore e direttore artistico del “Granteatrino”. Presente Carla Palone, editore della Gelsorosso.
Una chicca da non perdere. Si legge piacevolmente e si apprezza molto il dialetto barese, così come è scritto e che, come è stato detto, rappresenta un plusvalore.

 

 

http://www.giornaledipuglia.com/2015/11/la-pasta-tra-storia-cultura-e-curiosita.html

 

 




LA PASTA TRA STORIA, CULTURA E CURIOSITA'

11/02/2015 07:00:00 PM Attualità, Cultura e Spettacoli, Gastronomia

 

Un secolo prima di Cristo, Cicerone e Orazio, erano già ghiotti di ‘làgana’ (termine che deriva dal greco ‘laganoz’ da cui il latino ‘làganum’ che designava una schiacciata di farina, senza lievito, cotta in acqua. La forma plurale ‘làgana’, invece, indica strisce di pasta sottile, liscia o leggermente ondulata, fatta di farina e acqua, da cui derivano le nostre lasagne.
In un inventario relativo ad un’eredità, stilato da un notaio nel 1279, si legge testualmente, «una cestella piena di maccheroni». Doveva certamente trattarsi di pasta “secca”, fatto che avrebbe accreditato la paternità ai cinesi.

Aristofane, commediografo greco, in una descrizione di taglio gastronomico, accenna ad una pasta che ricorda il raviolo. Col termine ‘maccherone’, trovato già in uno scritto del Basso Medio Evo, si denominava in quel tempo ogni tipo di pasta, lunga e corta, mentre in Sicilia si definivano ‘maccarones’ le paste ripiene che oggi chiamiamo ravioli. Altre tracce ci portano in Medio Oriente e pare possibile che la pasta secca sia di origine araba. Questa ipotesi è accreditata dai nomi arabi ‘itryya’ e ‘fad’ attribuiti ai fili di pasta di forma cilindrica e ai ‘fidelini’. In terre come la Sicilia e la Spagna, che hanno subito la dominazione araba, l’uso dei due termini continua, trasformati in ‘trii’, ‘fideli’ ed in ‘tria’ e ‘fidear’. 

Recentemente però è stato ritrovato in Cina nella cittadina di Laja, vicino al Fiume Giallo, il più antico piatto di spaghetti: ha infatti 4000 anni. Il capo del gruppo degli archeologi dell’Accademia delle Scienze di Pechino ha dichiarato che: «La pasta ritrovata assomiglia molto agli spaghetti del tipo ‘La-Mian’, realizzati secondo una tecnica tradizionale cinese che consiste nel tirare e allungare ripetutamente a mano l’impasto».    

Nel XVII secolo con la crescita demografica e le conseguenti necessità, approfittando di una piccola rivoluzione tecnologica, la diffusione della gramola e l’invenzione del torchio meccanico, si produce pasta a prezzo conveniente. Nel XVIII secolo la pasta veniva preparata impastando la semola con i piedi, ma il Re Ferdinando II non era contento e ingaggiò un famoso ingegnere per migliorarne il procedimento. Il nuovo sistema proposto consisteva nell’aggiungere acqua bollente alla farina macinata fresca e al subentro di una macchina fatta di bronzo che imitava il lavoro dell’uomo.
Nel 1740 Venezia concede la licenza per aprire il primo pastificio. Nel 1763 il Duca di Parma concede a Stefano Lucciardi di Sarzana, il diritto di privativa per 10 anni, per la produzione di pasta secca nella città di Parma. Agli inizi dell’Ottocento la pasta inizia ad incontrare il pomodoro, ed il ‘matrimonio’ fu felice. Infatti, sino ad allora la pasta era consumata senza condimento o con il solo formaggio. Ma l’uso del pomodoro nella cucina italiana avviene solo alla fine dell’800, poiché fino a quel momento il pomodoro era considerato pianta ornamentale e, secondo una leggenda dura a morire, addirittura pianta velenosa!  

Pietro Barilla nel 1877 apre a Parma un negozio di pane e pasta: con un torchietto di legno produce 50 kg di pasta al giorno. Nel 1891 Pellegrino Artusi ‘inventa’ la cucina italiana. Il suo celeberrimo libro di ricette, che diventa la bibbia dei cuochi, la pasta vi trova ampio spazio.
Nel XIX secolo i trafilai, per movimentare il mercato, cambiano le trafile inventando nuovi e fantasiosi formati. Con la rivoluzione tecnologica che annovera l’invenzione della pressa meccanica continua e si migliora così qualità e igiene del prodotto. 
Nel 1970, sempre a Parma, Barilla inaugura quello che ancora oggi è il più grande pastificio del mondo, mentre alla fine degli anni ’70 si comincia a parlare di “dieta mediterranea”.
L’arte della pasta si serve anche di piccoli elementi fabbricati artigianalmente, in geometrie difficilmente riscontrabili in natura. I ‘ziti’ (una particolare qualità di pasta), prende il nome dalla donna che va sposa, che a Napoli ed anche a Bari, è chiamata  in dialetto ‘zita’. Si tratta della classica pasta per il pranzo di nozze, ma per i baresi i ‘ziti’ rappresentavano anche la trafila per il pranzo della domenica, i quali dovevano essere rigorosamente spezzati a mano (si tratta infatti di una pasta lunga). I bucatini, invece, furono un modo tutto romano di reinterpretare gli spaghetti, mentre a fine ’800 i ditalini (o tubettini) rigati furono chiamati anche garibaldini (?).

Un discorso a parte va fatto per le paste fresche, che a Bari e in Puglia sono rappresentate essenzialmente dalle orecchiette, confezionate a mano con semola di grano duro, acqua, “indice” e “pollice”. E poi le orecchiette si sposano felicemente con ragù, rape, cavoli, sugo alla bolognese, pomodoro, mentre quelle più grandi si possono riempire di carne tritata e cotti in forno. Oggi anche l’industria si è impadronita di questa speciale pasta che viene prodotta con apposite trafile, ma è altra cosa.
La pasta, come detto, rappresenta anche il componente principale nella cosiddetta dieta mediterranea. Per le sue caratteristiche nutritive è ritenuta fondamentale nelle moderne diete sportive, grazie alla bassissima percentuale di grassi e alla presenza di zuccheri composti, in grado di garantire un apporto di energia diluito nel tempo. Ricerche della FAO (Food and Agricultural Organization) hanno dimostrato che un semplice piatto di pasta condita con olio e formaggio rappresenta un’alimentazione completa. Ciò è importante perché dato il costo ridotto, la pasta, almeno in Italia, rappresenta il piatto principale per molte famiglie. Insomma il piatto nazionale.

Ed ora qualche curiosità.
In alcuni scritti del XII e XIII secolo ci sono riferimenti ad “abbuffate di lasagne con formaggio”; Jacopone da Todi nomina la pasta in una delle sue invettive contro il Papa; Boccaccio, nel Decamerone, ne fa un elogio.
Fu solo attorno al 1700, che grazie ad un ciambellano di corte di Re Ferdinando II, Gennaro Spadaccini, e alla idea di utilizzare una forchetta con quattro punte corte (poi diventata di uso comune), la pasta cominciò ad essere servita anche nei pranzi delle corti di tutt'Italia e di là iniziò il suo giro del mondo. La pasta da allora è diventata il cibo più italiano che ci sia, quello che ovunque nel mondo viene istintivamente associato all’Italia
Nel film “Un americano a Roma”, con il mitico Alberto Sordi, ricordiamo le abbondanti forchettate di spaghetti, portate generosamente alla bocca dal nostro grande attore, che rappresentava in quell’epoca l’italiano medio. Quegli spaghetti, mangiati con tanto gusto, erano in grado di far scorrere l’acquolina in bocca a tutti i telespettatori degli anni cinquanta ed, allo stesso tempo, di immortalare questa nostra pasta tutta italiana nel mondo.

La nascita del piatto “pasta alla Norma”, ad esempio, ha una data ben precisa e la si fa risalire all’autunno del 1920, quando Nino Martoglio, poeta e buongustaio siciliano, l’equivalente, per capirci, di Porta per i Milanesi o del Belli per i romani o Fucini per i toscani, accolse una pasta fatta servire dalla sua ospite, Donna Saridda Pandolfini, appartenente ad un'altra celebre famiglia di artisti, con queste parole: “Signura, chista è ’na vera Norma”!!
Questa espressione, omaggio alla capacità culinaria della signora e all’arte magnifica di Bellini, piacque talmente che rimase legata al piatto e fece in breve il giro del mondo. Nacque così la “pasta alla Norma”.
Posso darvi un’altra curiosità?  Volete sapere come si chiamava il soprano che interpretò il ruolo di Norma alla prima assoluta dell’opera alla Scala: Giuditta Pasta. Originale vero?
Infine, nel 1734 Giacomo Casanova compose a Chioggia un sonetto in onore dei maccheroni e ne fece una tal mangiata che venne subito incoronato “Principe dei Maccheroni”, mentre a Napoli quasi contestualmente il popolo cantava:

Chi mogliera vuol pigliare
E fan buono il desinare,
Deve fare un calderon
Tutto pien di Maccheron.

 

 

http://www.giornaledipuglia.com/2015/10/gastronomia-e-personaggi-celebri.html

 

 

GASTRONOMIA E PERSONAGGI CELEBRI
10/22/2015 09:33:00 AM Cultura e Spettacoli, Gastronomia

 

La gastronomia altro non è che il complesso delle regole e delle usanze relative alla preparazione dei cibi. Secondo Guy de Maupassant (1850-1893), la gastronomia «È l’unica passione seria», confermata da Pellegrino Artusi ( 1820-1911), famoso scrittore e gastronomo, autore de «La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene», pubblicato nel 1891, tuttora validissimo, ricorda nella presentazione dell’opera che le due principali funzioni della vita sono: la nutrizione e la riproduzione della specie. Queste poche righe rappresentano il riassunto di una lettera a lui indirizzata dallo scrittore Lorenzo Stecchetti – pseudonimo di Olindo Guerrini (1845-1916) – il quale sosteneva, tra l’altro, che «Se l’uomo non appetisse il cibo e non provasse stimoli sessuali, il genere umano finirebbe presto».

Queste probabilmente le ragioni per le quali  le nostre donne si sono dedicate, per secoli e con tanto impegno, alla preparazione di gustose e appettibili ghiottonerie per soddisfare le esigenze alimentari della famiglia e, soprattutto, per tenersi buoni i mariti.

Lucio Licinio Lucullo (117 a.C.- 56 a.C.), François-René de Chateaubriand (1768-1848), Giacomo Casanova (1725-1798), Vittore Carpaccio (1425-1526), Anthelme Brillat-Savarin (1755-1826) e il marchese Louis  Béchamel (1630-1703), hanno dato il loro contributo, pur non essendo cuochi, a suggerire ricette e condimenti, o a creare aforismi come « Gli animali si nutrono, l’uomo mangia e solo l’uomo intelligente sa mangiare».

Da Casanova, ad esempio, viene la ricetta “Piccioni alla Casanova”, una sorta di piatto a base di carne di volatili, carciofi, funghi e tartufo nero, mentre da Chateaubriand deriva una particolare tecnica di preparazione e cottura di una fetta di filetto. All’artista Vittore Carpaccio è legata, invece, la tecnica di cottura a freddo o di marinatura della carne, più o meno quello che oggi ci preparano i ristoranti. Si racconta che in occasione di una mostra del pittore a Venezia,, una nobildonna, non potendo mangiare cibi cotti, chiese al ristoratore di prepararle un piatto appetitoso. Il cuoco preparò delle sottilissime fettine di carne cruda condite con sale, pepe, limone e varie spezie, che la nobildonna gradì moltissimo, pietanza che incontrò anche il gradimento di altri avventori reduci dalla mostra. Il “piatto” prese così il nome di “Carpaccio”.

A Brillat-Savarin – magistrato e autore del trattato “La fisiologia del gusto” - si deve lo studio di esplorare, mangiare e stare a tavola negli aspetti filosofici, psicologici ed economici. In sostanza considerava i piaceri della tavola funzioni così essenziali da influire su salute, felicità ed anche sugli affari.

Il marchese Béchamel diede il nome ad una salsa, béchamel appunto, che incontrò il gradimento di Luigi XIV, il Re Sole, il quale dispose che la candida salsa guarnisse tutti i piatti. Nell’Italia dell’Ottocento venne chiamata “balsamella”, ma Artusi sostiene che pur equivalente, quella francese è un po’ diversa.

Licinio Lucullo, invece, lega doppiamente il suo nome alla gastronomia. Il primo alla famosa pietanza “Aragosta alla Lucullo”, mentre il secondo è collegato all’aggettivo “luculliano”, che identifica un pasto bilanciato sia quantitativamente che qualitativamente. Oggi, invece, il termine “luculliano” viene attribuito a qualsiasi pranzo ritenuto eccellente.

Lorenzo Stecchetti, sopra ricordato, ritiene che «Non si vive di solo pane, è vero; ci vuole anche il companatico; e l’arte di renderlo più economico, più sapido, più sano, lo dico e lo sostengo, è vera arte. Riabilitiamo il senso del gusto e non vergogniamoci di soddisfarlo onestamente».

 

 

http://www.giornaledipuglia.com/2015/10/il-cimitero-monumentale-di-bari-note.html

 

 

IL CIMITERO MONUMENTALE DI BARI, NOTE STORICHE
10/31/2015 10:04:00 AM Attualità, Bari, Libri

 

 

La commemorazione dei defunti risale ai tempi dei bizantini i quali celebravano il rito il sabato prima della domenica cosiddetta di Sessagesima, cioè che precedeva a sua volta di due settimane la prima domenica di quaresima.

Il Cimitero è, com’è noto, il luogo destinato alla sepoltura dei morti con i campi, le tombe, le cappelle. Vi sono i cimiteri di guerra o sacrari militari, in cui sono riunite le salme dei soldati caduti nei vari conflitti (Sacrario di Vittorio Veneto, Sacrario dei Caduti d’Oltremare di Bari, ecc.), i cimiteri monumentali, come quello di Bari, con sepolture costituite da cappelle e monumenti di vari stili e quelli militari dedicati a soldati italiani o stranieri.

Per rimanere in tema ricorderò la storia del Cimitero di Bari. Nei primi anni dell’Ottocento, scrive Vito Antonio Melchiorre, era usanza antichissima di seppellire i morti nelle cripte delle chiese, destando preoccupazioni sia per il ridotto spazio, che per l’igiene. Fu così che l’Intendente della Provincia di Bari impartì disposizioni affinché i morti venissero inumati fuori dell’abitato.

E così  i defunti venivano sepolti nelle periferie. Uno dei primi luoghi di sepoltura, fu individuato accanto all’attuale Chiesa di Sant’Antonio (più o meno nei pressi della Caserma Picca), ma essendosi colmato in breve tempo, si pensò ad altra zona nei pressi del Monastero dei Cappuccini,  intorno all’attuale ex Palazzo delle Poste.  Ma dopo tante peripezie, nel 1842  fu scelta la sede attuale, progettata da Francesco Saponieri, un ingegnere bitontino, la cui cerimonia inaugurale fu officiata da Monsignor Michele Basilio Clary, arcivescovo di Bari.

La situazione, col passare degli anni, ridiventò critica per l’aumentare della popolazione, e così intorno all’anno 1885, sindaco Giuseppe Signorile, si pensò di triplicare la superficie e così fu fatto. Ma a distanza di oltre un secolo la situazione non è migliorata affatto e nonostante tutti gli accorgimenti (costruzione di loculi a più piani, ampliamenti, ecc.), fu progettata la realizzazione dell’impianto di cremazione.

Nonostante tutto il Cimitero di Bari confina in più punti con l’abitato, mancando la fascia di rispetto richiesta dalle norme vigenti, ma in compenso abbiamo una significativa presenza di monumenti e opere scultoree, che rendono il nostro Cimitero monumentale.

A tal proposito ricordo che nell’anno 2003, la Regione Puglia, attraverso il CRSEC BA/9 e BA/11, diffuse una pubblicazione dal titolo “Storia e arte del Cimitero Monumentale di Bari” (Levante Editori), di Maria G. Altomare, Angela Colonna, Vito A. Melchiorre, Vincenzo Sblendorio, Vincenzo Velati, Daniela Veneto, con  prefazione di Bartolomeo Servodio e Orsola Chiddo, presentazione di Andrea Silvestri e foto di Giuseppe Pavone, alla quale rimando per gli approfondimenti.

 

 

http://www.giornaledipuglia.com/2014/12/il-tempo-lorologio-e-la-vita-tra-storia.html

Mercoledì 31 dicembre 2014

IL TEMPO, L'OROLOGIO E LA VITA TRA STORIA E CURIOSITA'

 

Ad inizio anno si dice “anno nuovo, vita nuova”, come un augurio o come progetto di cambiare qualcosa nel proprio modo di vivere senza dare eccessivo peso al tempo che scorre inesorabile.

L’uomo, fin dagli albori della sua storia, ha sempre sentito la necessità di disciplinare il trascorrere del tempo. Il sorgere e il tramontare del sole, della luna, l’avvicendarsi delle stagioni e il succedersi di eventi atmosferici, che temeva e subiva, a volte con terrore, divenendo poi pian piano familiari. Fu proprio il sole che suggerì all’uomo il primo strumento di misura del tempo. Il tempo è raffigurato simbolicamente come un vecchio con le ali, che tiene in una mano una grossa falce, nell’altra le bilance, ed il piede destro appoggiato su una ruota che si identifica nel cerchio dello Zodiaco.

‘Fugit irreparabile tempus’ sono le parole di un verso di Virgilio (Georgiche),  che sta ad indicare che il tempo passa. La suddetta frase latina viene semplificata in ‘Tempus fugit’ e campeggia su molti orologi ricordandoci l’inesorabile fugacità del tempo. Ma che cos’è il tempo? È la successione di istanti, intesa come una estensione illimitata, ma tuttavia capace di essere suddivisa, misurata e distinta in ogni sua frazione. È anche la serie più o meno ampia di istanti, compresa entro limiti definiti o vaghi, corrispondenti alla durata di qualche cosa (anno, mese, giorno, ecc.), ma può essere anche lo spazio dell’anno di una certa durata dotato di proprie caratteristiche (estate, inverno, vacanze, carnevale, ecc.), o anche quello che abbiamo vissuto.  Platone lo ha definito «Immagine mobile dell’eternità», mentre la Bibbia (Ecclesiaste 3-1,9), ricorda che ogni cosa ha il suo momento, ogni evento ha il suo tempo: tempo di nascere e di morire, tempo di piantare e sradicare, tempo di piangere e di ridere, tempo di tacere e di parlare, tempo di guadagnare e di perdere, tempo di guerra e tempo di pace, tempo di amare e di odiare, ecc.
Ed a proposito del tempo di nascere e di morire è significativa l’immagine che vede la vita dell’uomo che trascorre sotto l’inesorabile sguardo del tempo.

Quali sono stati gli strumenti con i quali abbiamo misurato il tempo? Il primo orologio fu la volta celeste, infatti, attraverso il sole, la luna, le stelle ed i pianeti si seguivano il passare dei giorni e delle stagioni. Le meridiane misuravano l’ora con la loro ombra. I primi orologi solari furono gli obelischi utilizzati dagli egiziani, intorno al 3000 a.C., la clessidra, l’orologio ad acqua o a sabbia. Quest’ultimo misura l’intervallo di tempo impiegato dall’acqua o dalla sabbia per passare da un vaso ad un altro, per uno stretto foro tra loro comunicante.

Il più complicato strumento di misurazione del tempo fu quello rinvenuto nel 1901 al largo dell’Isola di Antikithera in Grecia, risalente a duemila anni prima. Ghiere e ruote dentate misuravano l’ora e il movimento delle stelle e dei pianeti. Nel XIV secolo, in alcune città europee, appaiono i primi grandi orologi meccanici. Nel 1354 il primo esemplare fece sentire i suoi rintocchi a Strasburgo. Funziona ancora. Nel 1656 lo scienziato olandese Christiaan Huygens (1629-1695), costruì il primo orologio a pendolo, basandosi anche su studi condotti da Galileo nel ’500, con un errore di un minuto al giorno. Il primo orologio elettronico fu costruito dalla Bulova nel 1960, orologio che accompagnò i primi astronauti nello spazio. Il progresso continua, l’orologio da polso ha perso le lancette, diventa sempre più  multifunzionale e grazie a un display a cristalli liquidi, oggi serve anche a telefonare, a tenere un’agenda, misurare battiti cardiaci, temperature, altitudini, ecc. Bill Gates della Microsoft qualche anno fa annunciava la creazione di un cellulare da polso, attraverso il quale inviare e ricevere e-mail o collegarci ad Internet su siti precostituiti. Oggi è realtà.

Anche il calendario rappresenta un metodo di misura del tempo. Gli egiziani sono stati i primi ad inventarlo e secondo la tradizione fu Romolo a portare il calendario a Roma, mentre attualmente se ne contano almeno quattro: cristiano, ebraico, islamico e giuliano. Va ricordato anche quello perpetuo che è una tabella speciale che consente di trovare rapidamente la corrispondenza fra la data del mese e il giorno della settimana.

Come viene utilizzato il nostro tempo? Pare che gli italiani hanno il primato del tempo libero in Europa. Si prendono uno svago oltre mille volte l’anno. Secondo una statistica dell’ISTAT di qualche anno fa, il 94% delle persone passa gran parte del tempo libero davanti alla TV, ed oggi anche davanti al computer, ai videogiochi, ai cellulari, agli smartphone . Nel 2000 si è registrata una flessione nella lettura: solo il 59% delle persone leggeva un quotidiano, mentre il 38% utilizzava il suo tempo libero in compagnia di un libro. Il cinema era in testa ai nostri svaghi con il 45% delle preferenze, mentre il 17% seguiva i concerti di musica leggera e solo l’8% quelli di musica classica.

Vi sono, infine, numerosi detti a proposito del tempo: «Il tempo non aspetta», riferito a quelle che sono le indifferibili scadenze della vita; «Mettersi al passo con i tempi», ovvero aggiornarsi, adeguarsi alle usanze comuni; «Perdersi nella notte dei tempi», riferito ad eventi che risalgono a tempi remoti e il cui ricordo è vago. Insomma, «Chi ha tempo non aspetti tempo», ovvero non rimandare a domani quello che puoi fare oggi, anche perché un proverbio arabo dice che le occasioni passano come le nuvole, mentre Heinz Piontek (1925-2003), scrittore tedesco, raccomanda: «Non affrettatevi. Viviamo giorni contati».

Curiosità 
L'orologio meccanico nacque intorno all’anno mille e il suo inventore fu Gerberto d’Aurillac (950-1003), monaco benedettino, divenuto Papa con il nome di Silvestro II. In sostanza l’orologio moderno, remoto antenato di tutti i misuratori del tempo, basato su un congegno meccanico, non idraulico, fu inventato da un pontefice di Santa Romana Chiesa. Quindi si può dire che Papa Silvestro II non fece tutto da solo, ma elaborò alcune invenzioni. Senza dubbio però fu il primo ad ideare un orologio con il sistema “a peso”. Il principio, più affidabile dello sgocciolio dell’acqua (che nei mesi freddi poteva gelare bloccando così il meccanismo), appare relativamente semplice: un peso è collegato mediante una funicella, a un contrappeso minore, identico al peso della funicella. Questa è avvolta su un cilindro, la cui rotazione regolare è comandata da una ruota dentata; la rotazione di quest'ultima, a sua volta è regolata da un asse con due denti opposti, che si inseriscono alternativamente girando sul pendolo. L’invenzione di Papa Silvestro II ha una importanza tecnica enorme: si garantiva all’orologio una propria autonomia di funzionamento. Ma chi era questo Pontefice inventore? Un uomo colto, coltissimo dai mille interessi, studioso in particolare di matematica, astronomia, cosmografia. Nacque da una famiglia poverissima in Aquitania (Regione sud-occidentale della Francia), studiò in Spagna ove ebbe contatti con la cultura araba. Il suo interesse nel campo della misurazione del tempo, gli derivò dagli esperimenti effettuati in oriente. Dai cronisti dell’epoca apprendiamo che egli inventò anche un “globo celeste in cui tutti gli astri avevano proprie orbite e propri movimenti e compivano in tempi proporzionati le proprie rivoluzioni”. Si trattava, evidentemente, di un planetario, ma non mancò anche la creazione di un organo a vapore, tutte invenzioni distrutte dopo la sua morte. Silvestro II fu il primo papa della storia a lanciare un appello per la liberazione del Santo Sepolcro dai musulmani che spesso non lasciavano passare i pellegrini in visita alla Terra Santa.

 

 

http://www.giornaledipuglia.com/2014/11/i-folletti-particolari-creature-delle.html

Martedì 4 novembre 2014


I FOLLETTI, PARTICOLARI CREATURE DELLE FAVOLE

di Vittorio Polito

Il folletto è il nome generico che si applica a una categoria di esseri favolosi, creature della fantasia popolare, raffigurato come piccolo di statura, burlone, bizzarro. Ritenuto originatore di sorprese, fatti inverosimili, tiri pericolosi, a volte benefici, assume nomi diversi nei diversi paesi e nelle diverse regioni: salvanello nel Veneto, monacello in Calabria, farfareddu in Sicilia, monachicchio in Lucania ecc.

Rossella Barletta, ha pubblicato un decennio fa, per la collana Pochepagine edita da Schena di Fasano (BR), “Scazzamurieddhri” - I folletti di casa nostra - un volumetto nel quale l’autrice fa un ideale viaggio tra i folletti toccando i vari aspetti di queste favolose creature dell’immaginario popolare nell’ambito delle varie regioni italiane, soprattutto di quelle meridionali. L’autrice si sofferma in particolare sul folletto salentino che ha denominazioni diverse: laurieddhru, scazzamurieddhru, carcalùru e tanti altri, senza trascurare quello tarantino, foggiano o barese. Parlare di uno di essi è come comprendere tutti gli altri, tanto sono impercettibili le varianti.

Il folletto di cui si parla è un piccoletto alto tre spanne, bruttino, fosco, peloso, vestito di panno color tabacco, con cappellino in testa, scalzo, smanioso di possedere un paio di scarpette, sdebitandosi con chi gliene fa dono con un gruzzolo di moneta sonante o indicandogli il luogo ove giace nascosto un tesoro.

L’autrice illustra anche le modalità in uso in alcuni paesi salentini per scongiurare i suoi influssi e conclude con alcune considerazioni, tra le quali quella di «accettare fino in fondo le creazioni idealistiche coincidenti con la realtà per il fatto che il folletto, è un tramite che incarna aspirazioni, desideri o anche paure legate alla condizione umana». Per cui «Sorprendentemente il ruolo svolto da millenarie credenze appare più importante di quanto si possa... immaginare».

E a Bari che succede? Vito Antonio Melchiorre nel suo libro “Storie e patorie” (Adda Editore) ci parla della “fata della casa”, o “uangeue de la bona nove” che secondo la fantasia popolare si troverebbe in ogni casa. Si tratta, secondo la credenza, di una specie di nume tutelare, invisibile, probabilmente lo spirito di qualche defunto vissuto precedentemente, rimasto a proteggere i nuovi occupanti e, perché no, anche ad aiutarli realmente, a condizione di non rivelarne il segreto a nessuno. In qualche caso, la presenza nelle vicinanze di qualche gufo o civetta, detti ‘malacijdde’ (ossia cattivi uccelli o uccelli del malaugurio), starebbe ad indicare l’imminenza di qualche grave fatto o funesto evento. Secondo Melchiorre, in questo capitolo, possono rientrare anche le maschere apotropaiche, apposte a protezione sul portone di alcune case, visibili ancora oggi in qualche quartiere della città.

Curiosità - In Irlanda, ove il colore dei prati è di un verde brillante unico, è una terra magica in cui fate e folletti sembrano uscire da ogni angolo.
Il rappresentante irlandese per eccellenza è il ‘Leprechaun’, una specie di folletto dispettoso, che secondo la tradizione irlandese, si nasconde all’origine dell’arcobaleno seduto su di una pentola colma di monete d’oro, e, probabilmente, passeggiando per i prati irlandesi si potrebbe incontrare una di queste strane creature.
Questo curioso nome, apparso per la prima volta nel 1604, deriverebbe dal gaelico (antica lingua di Scozia importata in Irlanda) ‘leipreachán’ che significa piccolo spirito. Il termine sarebbe a sua volta derivato da ‘luchorpán’, cioè spiritello d’acqua. Si ritiene che quest’ultima parola significhi anche mezzo corpo in quanto queste particolari creature del folklore irlandese sono considerate in parte fisiche e in parte spirituali.

 

 

 

 

GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO 27 OTTOBRE 2014

 

 

 

*******

 

 

http://www.giornaledipuglia.com/2014/10/gli-anziani-una-risorsa-anche-nella.html

 

 MERCOLEDÌ 22 OTTOBRE  2014

GLI ANZIANIi? UNA RISORSA ANCHE NELLA POESIA VERNACOLARE. I PREMIATI AL CONCORSO UIL-ADA

 

di Vito Ferri

- Si è svolta presso l’Hotel Excelsior di Bari la cerimonia di premiazione dei partecipanti al concorso di poesie in vernacolo pugliese e, organizzata dall’Unione Italiana Lavoratori Pensionati (UIL Puglia), in collaborazione con l’A.D.A. (Associazione di volontariato per i diritti degli anziani), presieduta dal dott. Rocco Matarozzo.

Sono ormai nove anni che la UIL organizza l’evento dedicato alla poesia nei vari dialetti della Puglia e l’iniziativa, oltre a conservare tutta la sua freschezza, vede ogni anno in crescita sia la partecipazione ed il consenso dei pensionati, che la qualità delle composizioni.
Per l’occasione è stata presentata la IX edizione 2013-2014 dell’Antologia “Il mio cuore, la mia terra, la mia vita” (Levante Editori), che raccoglie tutte le poesie presentate nei vari dialetti con relativa traduzione a fronte e che ogni anno sono sempre più numerose.

Rocco Matarozzo, segretario generale UIL Pensionati di Bari e di Puglia, che firma l’introduzione annota che «Scrivere una introduzione, significa avere la pretesa di prendere per mano il lettore e guidarlo per meglio capire un’opera. Pur nella continuità, anno dopo anno le poesie esprimono qualcosa di nuovo: sentimenti, gioie, dolori. Ricordi belli e brutti, ma anche sofferenze attuali, timori, speranze. E poi trovi insegnamenti, molti insegnamenti per la vita, esperienze vissute e consigli che o fanno bene al cuore o si rivelano, soprattutto per i più giovani, fondamentali per il pragmatico divenire quotidiano».

Il segretario generale della UIL pensionati, Romano Bellissima, scrive nella prefazione che «È molto importante realizzare iniziative che riportino l’attenzione sulle persone anziane, sulla loro condizione, sul loro vissuto e anche sulle loro capacità creative e immaginative. Gli anziani infatti non si preoccupano solo di se stessi, perché questa gravissima crisi li sta penalizzando e dimenticando, ma anche e soprattutto dei loro figli e nipoti».

Numerosi gli autori premiati tra i quali ricordiamo: Giovanni Palmarini di Lecce, primo premio per la poesia “Auschwitz (1949-1945): la tragedia ebrea; premio ex æquo Sezione Bari per le poesie “Tramònde” (Agostino Galati di Palo del colle) e “U Natale jiè de tùtte” (Michele Lucatuorto di Bitetto); sezione BAT assegnato a Sante Valentino di Roma per la poesia “N’angele”; sezione Brindisi a Lucia Delle Grottaglie di Mesagne per la poesia “Sctà chiovi”; sezione Foggia alla poesia “’U testèmènt” di Cesare d’Onofrio di Serracapriola; sezione Lecce alla poesia “Valentina” di Filippo Sabatiello di Bari; sezione Taranto alla poesia “Pescature notturne” di Michele Pulpito.

La Commissione ha assegnato anche due premi fuori concorso a Michele Caldarulo per “U sol’e cecàte” ed a Enzo Migliardi per “O Presedènde du conziglie Mattèe Rènze”.

Numerose le menzioni speciali assegnate e gli attestati di partecipazione consegnati ai tanti poeti presenti alla manifestazione.

Il Premio speciale del Coordinamento della A.D.A. (Associazioni di volontariato per i Diritti degli Anziani), è stato assegnato al nostro collaboratore-scrittore Vittorio Polito per “Nonònne” «Perché con la sua poesia ‘Il Nonno’ ha evidenziato il valore delle persone anziane, risorsa e non peso, nel rapporto tra generazioni: genitori, figli, nipoti. Una poesia che va assolutamente assaporata nel vernacolo perché la traduzione in italiano non fa rivivere le stesse emozioni».

 

Nonònne  di Vittorio Polito             

Iére uagnongídde e stéve vecìne o brascíre
acchiàve nonònne chíne de penzíre
ca m’acchiamendàve sèmbe che tand’amóre
e che nu picche d’emozióne jind’o córe.

A chidde tímbe jinde a le càsere le mamme
crescèvene le figghie sènza dràmme
a la fatìche asselùte l’attàne se ne scèvene
e le nonònne le giornále lescèvene.

Jinde a tùtte le famìgghie de iósce
iè mbortànde de nonònne la vósce.
Che tande chenzìgglie chiàre e terciùte
lóre dónne la stràte a fìgghie e nepùte.

La famìgghie de iósce iè cangiàte,
megghíre e marìte sò scesciàte;
da le càsere se ne vònne fescènne
e a la fatìche la scernáte spènnene.

Acquànne la sére scabbuèscene
jinde a le càsere attùrne rezzuèscene.
 Cìtte cìtte nesciùne u sàpe
ca tènene assá penzíre pe la càpe!

A le fìgghie l’aducazióne la dònne,
da la matìne a la sère, le nonònne.
Che tanda delgèzze e saggèzze
l’aiùdene a crèsce sènz’amarèzze.

A nonònne u serrìse de le nepùte
allàsse u córe de prísce e de vertùte,
e a le peccenìnne na dolgia carèzze
trasmètte amóre, affètte e securèzze.

Cange u munne e iè nu peccàte
acquànne jinde a la case non nge sta u fiàte
de nonònne c’agnéve u córe adásce adásce
d’amecìzie, de prísce e de tanda  pásce.

Il Nonno

Ero ragazzino e vicino al braciere
trovavo il nonno che pieno di pensieri
mi guardava sempre con tanto amore
e con un po’ d’emozione nel cuore.

A quei tempi nelle case le mamme
crescevano i figli senza drammi
al lavoro solo i padri se ne andavano
e i nonni i giornali leggevano.

In tutte le famiglie di oggi
è importante dei nonni la voce
che con consigli chiari e d’interesse
aprono la strada a figli e nipoti.

La famiglia di oggi è cambiata,
moglie e marito sono disordinati,
dalle case se ne vanno correndo
e in ufficio la giornata trascorrono.

Quando la sera smettono di lavorare
nella casa attorno girano e rigirano
e silenziosamente, nessuno lo sa,
hanno assai pensieri nella testa!

Ai figli l’educazione la danno
dal mattino alla sera i nonni
che con tanta dolcezza e saggezza
l’aiutano a crescere senza amarezze.

Ai nonni il sorriso dei nipoti
lascia il cuore pieno di virtù
e ai bambini una dolce carezza
trasmette amore, affetto e sicurezza.

Cambia il mondo ed è assai peccato quando
nella casa manca il conforto del nonno
che pian piano riempiva il cuore
d’amicizia, d’allegria e di tanta pace.

A questo punto un giornalista non può esimersi da alcune considerazioni che riguardano tutti: giovani e anziani.

Un uomo di grande spessore culturale, di cui non ricordo il cognome, ci ha lasciato questa frase: “La vecchiaia non è triste perché cessano le nostre gioie, ma perché cessano le nostre speranze”. Sperare di vincere un premio ad un concorso di poesia non può essere una speranza da coltivare con amore e passione? Io non sto parlando della bugia detta in silenzio che ci consente di vivere meglio perché sorretta dalla speranza, ma di quella speranza che, impegnando la nostra mente e il nostro cuore, consente che i pensionati siano non una risorsa per far crescere il PIL dal punto di vista economico, ma per ripristinare il loro diritto a vivere consapevoli di poter fare qualcosa di utile per loro stessi, la società, la famiglia. (I nipoti di Vittorio Polito saranno orgogliosi della poesia scritta dal nonno e tramanderanno ai loro figli e nipoti i volumi che la lungimiranza di Rocco Matarozzo ha ritenuto di stampare!).

Recentemente ad un incontro ‘culturale’ il relatore citando la frase di Oscar Wilde: “La tragedia della vecchiaia consiste non nel fatto di essere vecchi, ma in quello di sentirsi giovani”, ha criticato gli ‘anta’ che vogliono a tutti i costi sentirsi giovani, ossia fare le cose dei giovani. Ebbene coloro che hanno partecipato a questa iniziativa non sono anziani che si presentano in jeans stazzonati, capelli colorati e orecchino al naso, ma sono persone che non negando i loro anni e i loro acciacchi vogliono evitare di essere considerati ‘parassiti’, anzi con la dignità fisica che deriva dall’età e dall’esperienza cercano di invitare la ‘bella gioventù’ ad individuare i… veri parassiti.

 

*******

 

http://www.giornaledipuglia.com/2014/10/la-stampa-il-refuso-ed-il-primo-libro.html

Giovedì 16 Ottobre 2014

LA STAMPA, IL REFUSO ED IL PRIMO LIBRO STAMPATO A BARI



di Vittorio Polito

- In tipografia e in editoria sanno molto bene cosa significa ‘refuso’, che altro non è che un errore di stampa, di composizione o di scrittura.
Chiaramente la colpa non è solo e sempre imputabile al tipografo o meglio al compositore, figura oggi quasi del tutto scomparsa, dal momento che il computer lo ha sostituito a dir poco nel 90% dei casi, ma spesso è anche di chi scrive (poeta, scrittore, ecc.).
Fino a qualche decennio fa la composizione tipografica avveniva con le singole lettere, la cosiddetta “stampa a caratteri mobili”. In sostanza il compositore prendeva lettera per lettera da appositi cassetti e componeva le frasi e fu così che fu composta nel 1453 in Germania (Magonza) la prima opera tipografica rappresentata com’è noto dalla Bibbia latina di Gutemberg.
Nell’arco di un decennio il lavoro tipografico si diffonde nelle varie città europee, ma l’Italia è privilegiata dai proto-tipografi tedeschi che nel 1464 giungono al Monastero benedettino di Subiaco, già centro importante per la produzione di manoscritti, nel quale vengono pubblicati il “De oratore” di Cicerone e il “De civitate Dei” di Sant’Agostino.
A Venezia i primi stampatori giungono nel 1469, mentre la nuova arte si diffuse rapidamente anche in altre città italiane.
Nella nostra città, Bari, il primo libro è stato stampato nel 1535 con il titolo “Operette del Parthenopeo Suauio”, riprodotto in stampa anastatica pure a Bari nel 1982 dalle Edizioni Levante.

Ma torniamo al refuso, l’errore causato dallo scambio o dallo spostamento di una o due lettere, spesso è dovuto a errati inserimenti di lettere negli scomparti delle casse tipografiche, o più recentemente con l’entrata in funzione della ‘Linotype’, una macchina per la composizione meccanica delle pagine di stampa.
Consiste in una tastiera, collegata a dei ‘magazzini’, ossia a delle cassette in cui vengono conservate le matrici delle lettere, dei segni e degli spazi, che vengono richiamati man mano che il compositore linotipista batte i segni sulla tastiera. In questo caso per correggere eventuali errori era necessario sostituire l’intero rigo e quindi ulteriori pericoli di refusi.
Quando un libro o altro era pubblicato con qualche errore allora si ricorreva alla cosiddetta ‘errata corrige’, cioè si inseriva nel testo un foglio con l’elenco degli errori (o dei refusi) e la relativa correzione.

L’occasione è gradita per segnalare due composizioni poetiche relative al refuso, rispettivamente di Gino Pastore, scrittore nostrano ed autore di una recente “Storia di Capurso” (Levante editori), e di Gianni Rodari (1920-1980), scrittore, pedagogista, giornalista e poeta italiano.

Il refuso

Il nemico più insidioso
per un qualsiasi autore
è il refuso, ch’è ascoso,
invisibile e senza cuore,

tra le pieghe di una frase,
dietro un nome o una data,
in attesa, se si dà il caso,
di scalzarli di soppiatto.

Assai difficile è scovarlo
per qualsiasi correttore,
ché in silenzio, come un tarlo,
rode e corrode il suo onore.

Se di cinquecento pagine
quattrocentonovantanove
suonan d’alto accento,
per un sol refuso, per Giove,

una fatica d’anni ed anni,
per qualche critico solerte
che gufa più d’un barbagianni,
diventa materia inerte.

Allora, evviva il refuso?
Per carità, non l’ho mai detto.
Ma non si giudica, da ottuso,
un’opera da un sol difetto.

Gino Pastore
scrittore

Il refuso


Il refuso è quella cosa
che tu trovi nel giornale
e ci resti molto male
se non sei svelto a capir.

Per esempio: “A Busto Arsizio
cadde ier la prima nave”.
Fatto strano e pure grave,
perché a Busto il mar non c’è.

Leggo poi che, causa vento,
un signor “perde il cammello”.
Una volta era il cappello
che volava in qua e in là.

Buffi ladri, e dico poco,
sono quelli di Subiaco
che nel muro han fatto
un baco per rubar dal gioiellier.

Li hanno presi, meno male.
Li avran messi tosto in cella?
Dice che li han messi in sella.
Ora chi li prende più?

La signora Moriconi,
cuciniera poco accorta,
nel richiudere la torta
s’è schiacciato l’anular.

Il refuso in conclusione
è il burlone del giornale
e può far sorgere il sale
mentre noi s’aspetta il sol.

Gianni Rodari
Da “Filastrocche per tutto l’anno”



Secondo una vecchia massima: «Chi non ha mai fatto un errore, non ha mai fatto una scoperta», il che equivale a dire che «Erriamo tutti, ma in modo differente». Secondo un presidente di un ordine dei giornalisti italiani una volta vi erano i correttori di bozze e i giornalisti, oggi vi sono i giornalisti e i... giornalisti.

Personalmente ritengo che tutti ‘giornalisti’ siano una garanzia di democrazia e libertà e mi fa tornare in mente una frase di Bernard Shaw: «La libertà implica responsabilità per cui molti uomini la temono». La differenza poi la fa la vita: facendo diventare alcuni giornalisti delle ‘firme’ ed altri solo dei firmatari di alcune parole assemblate in libertà (...PAROLA CHE RITORNA SEMPRE!).

Pur essendo un giornalista pubblicista mi considero schierato con i firmatari e all’inizio di questa nota troverete un refuso di nome Vittorio Polito.

 

******

 

 

 

http://www.giornaledipuglia.com/2014/08/la-bibbia-i-dialetti-zingareschi-e.html
martedì 5 agosto 2014

LA BIBBIA, I DIALETTI ZINGARESCHI E QUELLO BARESE

Il Concilio Vaticano II ha incoraggiato l’uso delle varie lingue sia per la Sacra Scrittura che per la Liturgia. «La Chiesa – leggiamo nella “Gaudium et Spes” (la Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo) - fin dagli inizi della sua storia, imparò ad esprimere il messaggio di Cristo ricorrendo ai concetti e alle lingue dei diversi popoli; inoltre si sforzò di illustrarlo con la sapienza dei filosofi: e ciò allo scopo di adattare il Vangelo, nei limiti convenienti, sia alla comprensione di tutti, sia alle esigenze dei sapienti. E tale adattamento della predicazione della parola rivelata deve rimanere la legge di ogni evangelizzazione. Così, infatti, viene sollecitata in ogni popolo la capacità di esprimere secondo il modo proprio il messaggio di Cristo, e al tempo stesso viene promosso uno scambio vitale tra la Chiesa e le diverse culture dei popoli». Spetta specialmente agli operatori pastorali tendere verso un più efficace annuncio della Parola, servendosi appunto della lingua e dei mezzi adatti alle necessità dei destinatari del messaggio della salvezza, per far comprendere loro più profondamente i sacramenti, i riti e le celebrazioni.

Monsignor Agostino Marchetto, segretario del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, a proposito di Bibbia e testi liturgici nella Pastorale per gli zingari, in seguito ad una inchiesta sull’argomento, ha parlato anche dei dialetti zingari, l’uso dei quali va modificandosi in seguito alla perdita ed alla standardizzazione. Molti gruppi, ormai sedentarizzati, hanno perso nel corso dei secoli la loro lingua originale adottando una sorta di gergo “zingarico” innestato su strutture della lingua del Paese ospitante. In molti casi c’è anche l’obbligo di usare la lingua della maggioranza della popolazione. Motivo per cui gli operatori pastorali si trovano di fronte ad una molteplicità di lingue o di dialetti che li pone davanti a una scelta difficile: quale lingua utilizzare? In sostanza essi rimangono convinti che sia necessario impartire la catechesi in una lingua comprensibile, e che occorra spiegare la Sacra Scrittura in una lingua parlata.

In Ungheria si identificano quattro gruppi linguistici, con 17 dialetti con un vocabolario molto ridotto. Al posto di quelle mancanti si usano termini ungheresi. In questa varietà sembra che il ‘lovari’ (il dialetto che utilizza un sottogruppo del popolo Rom), sia lo strumento di comunicazione più comune. In Germania, la traduzione dei testi biblici e liturgici in lingua zingara sarebbe un’iniziativa difficile perché esistono ben 25 dialetti, totalmente diversi uno dall’altro. In Olanda vivono circa 36.000 Travellers (viaggianti) olandesi che parlano la lingua comune, cioè l’olandese, anche in Chiesa. I Rom cattolici e ortodossi, circa 4.000, parlano anch’essi l’olandese. Soltanto i Sinti olandesi, quasi 4.000, parlano il romanes (una lingua indoeuropea), che è rimasto però soltanto a livello di lingua parlata, e come tale viene usato anche nella Liturgia durante i loro pellegrinaggi. Normalmente, pure in chiesa, usano però l’olandese.

Negli Stati Uniti d’America la lingua principale dei discendenti degli Zingari Cattolici immigranti è l’inglese. Essi sono arrivati in America dai Paesi dell’attuale Europa Centrale, nella seconda metà del XIX secolo e nella prima metà del XX secolo. La American Bible Society (ABS), organizzazione Protestante con sede a New York, è molto coinvolta comunque nella pubblicazione della Bibbia in varie lingue. Nel 1998, la ABS ha allargato i suoi servizi anche ai Cattolici, ma non vi è stata traduzione biblica in lingua zingara. Allora gli Zingari che non trovano i testi della Bibbia o liturgici nella propria lingua, li richiedono ai Paesi di origine.

Alla Chiesa cattolica in Romania appartengono fedeli zingari di lingua rumena e ungherese. Le celebrazioni, per loro, si svolgono in rito latino e greco-cattolico, in uno degli idiomi citati. In Transilvania, gli Zingari che fanno parte di alcune comunità parrocchiali, partecipano alle celebrazioni in uno dei due riti con relativa lingua. Non si celebra dunque la Messa in lingua zingara. In Serbia e Montenegro gli Zingari delle varie parrocchie sono assistiti pastoralmente in serbo, croato, ungherese e slovacco. In Croazia gli Zingari si trovano nella stessa situazione, partecipano cioè alla Liturgia nelle chiese del luogo e frequentano il catechismo insieme con la gente locale.

In Svizzera si lavora soprattutto con gli Zingari appartenenti al gruppo Jennisch, i quali non parlano più la loro lingua ma usano il francese o il tedesco. Non esistono pertanto traduzioni. Vi è stato comunque un tentativo di un membro Jennisch della Cappellania per gli Zingari di tradurre il Vangelo in tale lingua, incontrando grosse difficoltà a causa della scarsa conoscenza di quella originale, nonché della povertà del suo vocabolario. La lingua usata dalla popolazione zingara portoghese è il ‘caló’ (anche questo un idioma indoeuropeo che utilizza la lingua spagnola frammisto a elementi lessicali arabi), ma essa non ha una forma sistematica, consiste piuttosto in poche parole ed espressioni. Non vi sono, pertanto, traduzioni dei testi biblici e liturgici.
La Costituzione pastorale sulla Chiesa ricorda che «È dovere di tutto il popolo di Dio, soprattutto dei pastori e dei teologi, con l'aiuto dello Spirito Santo, ascoltare attentamente, discernere e interpretare i vari linguaggi del nostro tempo, e saperli giudicare alla luce della parola di Dio, perché la verità rivelata sia capita sempre più a fondo, sia meglio compresa e possa venir presentata in forma più adatta».

E in Italia che si fa? Molti si sono attivati a tradurre in vari dialetti (siciliano, napoletano, calabrese, romagnolo, leccese, abruzzese, barese), alcune preghiere, le più comuni, come ad esempio, il tascabile di chi scrive e di Rosa Lettini Triggiani dal titolo “Pregáme a la Barése – Preghiamo in dialetto barese” (Levante Editori). In sostanza sono state tradotte nell’idioma barese le preghiere di tutti i giorni: dal segno della croce al Padre nostro, all’Ave Maria, ad alcune preghiere a San Nicola, San Pio, Sant’Antonio, inclusi il Credo, i Dieci comandamenti ed il Cantico delle creature di San Francesco, ecc. Insomma un contributo finalizzato ad ampliare le pubblicazioni, sia del panorama religioso che di quello dialettale nostrano. Infine, e non per ultimo, mi piace citare anche la brillante idea del poeta dialettale barese Luigi Canonico, che ha tradotto i Vangeli di Matteo, Marco, Luca e Giovanni (U Vangèle chendate da le quatte vangeliste: Matté, Marche, Luche e Giuanne, veldate a la barése – Pressup Editore).
Un’ardua e complessa opera, dal momento che ha tradotto in un’altra lingua, il barese, senza regole condivise, quanto scritto sulla vita di Gesù. Ed a proposito di regole condivise mi piace ricordare agli “addetti ai lavori” che nulla si porta a termine con l’egoismo, l’arroganza e la discordia.

 

******

 

 

******

 

(da http://www.giornaledipuglia.com/2014/06/il-pane-di-santantonio-e-di-san-nicola.html#.U5sZUctZqcw)


venerdì 13 giugno 2014

 

IL PANE DI SANT'ANTONIO... E DI SAN NICOLA


di Vittorio Polito -

 

Tra le numerose tradizioni popolari vi è quella di offrire in occasione dei festeggiamenti per Sant’Antonio di Padova… e di San Nicola, delle Pagnottelle di pane dalle forme più svariate, che comunemente si chiama “Pane di Sant’Antonio”.

La benedizione e distribuzione, ormai della consolidata tradizione, avviene alla fine di ogni Messa il 13 giugno giorno a lui dedicato.
L’atto simbolico della distribuzione del pane, collegato ad un racconto del frate minore Jean Rigauld, ricordato nella biografia di Sant’Antonio nel 1293, narra un prodigio avvenuto a Padova relativo ad un bambino di appena venti mesi, annegato per colpa della mamma che lo aveva lasciato accanto a un recipiente d’acqua. La donna disperata fece voto che avrebbe dato ai poveri una quantità di frumento pari al peso del bambino, se il Santo lo avesse resuscitato.
Antonio compì il miracolo e da allora nacque la tradizione chiamata “pondus pueri” (peso del bambino) o, pane di Sant’Antonio.
Col tempo questo prodigio ha dato inizio ad una tradizione, ormai consolidata, che prevede l’offerta del pane in occasione dei festeggiamenti di Sant’Antonio per grazia ricevuta o per una particolare devozione al Santo di Padova.


Vito Maurogiovanni, noto esperto di tradizioni e di storia e storie baresi, ricorda nel suo libro “Cantata per una città” (Levante editori), un altro episodio legato alla panetteria-chiesa presente nel centro storico di Bari, nelle immediate vicinanze della Basilica di San Nicola.

Si riferisce a quella di Mimmo Fiore che impasta pagnotte a forma di animali, cestini di fiori e immagini di santi.
Quest’ultima novità è offerta in occasione della festa di San Francesco, protettore dei panettieri, e di San Nicola, protettore della città.
Nella ricorrenza di San Nicola prepara il “pane del marinaio”, un biscotto di pasta con lievito naturale, la famosa “galletta” che un tempo, durante i periodi bellici, rappresentava la scorta dei militari e per i marinai la scorta per i lunghi viaggi.
Le “gallette” che hanno un tempo di conservazione di circa un anno, oggi sono confezionate per i pellegrini che le portano, dopo la benedizione, nei loro paesi in ricordo della visita alla Basilica del grande San Nicola, che considerano una specie di reliquia benedetta nella terra del Santo di Bari

 

******

 


SI PUO' PREGARE SULLA PUNTA DELLE DITA ANCHE IN BARESE


Il Concilio Vaticano II ha incoraggiato l’uso delle varie lingue sia per la Sacra Scrittura che per la Liturgia. La stessa Chiesa si legge nella ‘Gaudium et Spes’ – «fin dagli inizi della sua storia, imparò ad esprimere il messaggio di Cristo ricorrendo ai concetti e alle lingue dei diversi popoli; inoltre si sforzò di illustrarlo con la sapienza dei filosofi: e ciò allo scopo di adattare il Vangelo, nei limiti convenienti, sia alla comprensione di tutti, sia alle esigenze dei sapienti.
E tale adattamento della predicazione della parola rivelata deve rimanere la legge di ogni evangelizzazione. Così, infatti, viene sollecitata in ogni popolo la capacità di esprimere secondo il modo proprio il messaggio di Cristo, e al tempo stesso viene promosso uno scambio vitale tra la Chiesa e le diverse culture dei popoli».
Pertanto gli operatori pastorali si trovano di fronte ad una molteplicità di lingue e di dialetti che li pone di fronte ad una scelta difficile: in quale lingua tradurre?
L’essenziale è tradurre preghiere e Sacra Scrittura in una lingua il più largamente comprensibile. E a Bari non possiamo che utilizzare, dopo l’italiano, il dialetto barese.

Tra le regole per imparare a pregare vi è quella che recita «Anche il corpo deve imparare a pregare» (Gesù si gettò a terra e pregava... (Mc. XIV, 35).
Pertanto non si può escludere il corpo quando preghiamo. Il corpo influenza sempre la preghiera, perché influenza ogni atto umano, anche il più intimo. Il corpo diventa così strumento di preghiera.

La conferma viene da Papa Francesco che, alcuni lustri fa, prima di essere elevato alla guida della Chiesa Cattolica, quando era Vescovo di Buenos Aires, scrisse «La preghiera sulla punta delle dita» coinvolgendo nelle orazioni il corpo e in special modo le dita della mano, suggerendo un piccolo ausilio, utile a tutti, per facilitare ed aiutare a pregare.
Allo scopo di dare maggior forza e comprensione al suggerimento di Sua Santità e nello spirito del Concilio Vaticano II, abbiamo tradotto, liberamente in dialetto barese, «La preghiera sulla punta delle dita», auspicando che in dialetto si possa raggiungere più facilmente Dio.

LA PREGHIERA SULLA PUNTA DELLE DITA DI PAPA FRANCESCO



Papa Francesco consiglia di recitare
una preghiera sulla punta di ciascun
dito della mano.



1. Il pollice è il dito più vicino a te.
Comincia quindi a pregare per coloro
che ti sono più vicini.
Sono le persone di cui ci ricordiamo
più facilmente.
Pregare per le persone a noi care è
“un dolce obbligo”.

2. Il secondo dito è l'indice.
Prega per quelli che insegnano,
educano e curano: gli insegnanti, le guide, i
medici, i sacerdoti...
Hanno bisogno di sostegno e saggezza
per indicare la via giusta agli altri.
Ricordali nelle tue preghiere, sempre.

3. Il medio è il dito più alto.
Ci ricorda i nostri governanti.
Prega per il presidente, per i parlamentari,
per gli imprenditori e gli amministratori.
Sono le persone che dirigono
il destino del nostro Paese
e guidano l’opinione
pubblica.
Hanno bisogno della guida di Dio.

4. Il quarto dito è l’anulare.
Molti saranno sorpresi,
ma questo è il nostro dito più debole,
come può confermare
qualsiasi insegnante di pianoforte.
E’ li a ricordarci di pregare per i più deboli,
per chi ha problemi da affrontare,
per i malati. Le preghiere per loro
non saranno mai troppe.
L’anulare ci invita a pregare anche per
le coppie sposate.

5. E per ultimo c'è il nostro dito
mignolo, il più piccolo di tutti,
come piccoli dobbiamo sentirci
di fronte a Dio e al prossimo.
«Gli ultimi saranno i primi»,
dice la Bibbia.
Il mignolo ti ricorda di pregare per te stesso.
Solo quando avrai pregato
per i bisogni degli altri,
potrai capire meglio quali siano
le tue vere necessità
e guardarle dalla giusta prospettiva.


PREGHÍRE SÓPE A LA PÒNDE DE IÒGN'E DISCETE DE LA MÁNE


Libera traduzione in dialetto barese di
Vittorio Polito e Rosa Lettini Triggiani


Pape Frangìsche consìglie de dísce
na preghíre sópe a la pònde de
iògn’e dìscete de la máne.



1. U dìscete grèsse iè cùdde chiú vecìne a tè. Acchemìnze quinde a pregá pe chìdde
ca te stònne chiú vecìne
e te vènene a mènde chiú spìsse.
Pregá pe lóre iè dòlge assá.

2. U seconde dìscete iè l’ìndece.
Príghe pe chìdde ca nzègnene,
aduchèscene e cùrene: maièste, guìte,
mídece e saciardóte...
Iàvene abbesègne de sestègne e sapiènze
pe petè indicá a l’àlde la strata giùste.

3. U dìscete de mènze iè u chiú
iàlde.
Nge fásce penzá a le ghevernànde nèste.
Prìghe pu presedènde, pe le polìdece,
pe l’industriàle e pe chìdde ca cùrene
la cósa pùbbleche.
Sò lóre ca decìdene u destìne
de la pàdrie e du pòbble.
Dì l’àva guìdá e lumená.

4. U quarte dìscete iè l’anulàre.
Non tutte u sàpene,
ma iè cùsse u dìscete chiú dèbbue,
cóme póte combermá
qualùngue maièste de piáne.
Sta dá a recherdànge de pregá
pe le chiú dèbbue, pe ci téne probblème,
pe le malàte.
Le preghíre pe lóre non sò má abbastànze.
L’anulàre nge mbìte a pregá pure
pe le còppie spesàte.

5. U l’ùldeme iè u mìgnue,
u discete chiú peccenùnne de tutte,
cóme peccenùnne nge avìma sendì nú
nanze a Dì e o pròsseme.
«L’ùldeme hanna ièsse le prime»,
dísce la Bibbie.
U mìgnue t’arrecòrde de pregá pe tè stèsse.
Soldànde quànne si pregàte
pe le besègne de l’alde,
àda petè capì mègghie
de ceccóse tu ià adavére besègne.

Il modo di pregare è ripreso dal tascabile “La preghiera sulla punta delle dita” della collana “Un pensiero per te”, a cura di Renzo Sala, (Edizioni San Paolo 2013).

 

******

 


IL GIORNALISTA D'OGGI

 


Il lavoro del giornalista è essenzialmente quello di rispettare, coltivare e difendere il diritto all’informazione, ricercando e diffondendo notizie che ritiene di pubblico interesse, scivendo sempre la verità. Il suo lavoro è ispirato ai principi della libertà d’informazione e di opinione previsti dalla Costituzione e regolato anche dalla legge n. 69 del 3 febbraio 1963.
Tra i suoi doveri vi è quello di rispettare la persona, la sua dignità, il suo diritto alla riservatezza e non dovrebbe discriminare nessuno per la sua razza, religione, sesso, condizioni fisiche o mentali, opinioni politiche, ecc.
Solitamente è un professionista serio e scrupoloso che si dedica con passione al suo lavoro, con il senso di curiosità che lo contraddistingue, curiosità che lo porta ad attingere notizie da ogni dove, a partecipare a conferenze-stampa, a presentazione di libri, insomma ad ogni sorta di evento per poter dare, possibilmente, in anteprima notizie e resoconti al lettore.

Ha il suo protettore, San Francesco di Sales, che si festeggia il 24 gennaio, considerato anche pioniere del volantinaggio, dal momento che faceva scivolare messaggi religiosi su foglietti che provvedeva a far inserire sotto gli usci o incollandoli sui muri.
Oggi l’attività giornalistica è un po’ cambiata anche perché alla carta stampata si è aggiunta quella online per cui il numero degli addetti è aumentato notevolmente, anche se non tutti sono iscritti all’Ordine. Ma al di là di diritti e doveri mi piace sottoporre all’attenzione dei colleghi e dei lettori queste quattro strofe che ho dedicato al “Giornalista di oggi” (U giornaliste de iósce), che lo vede scrupoloso professionista e decoroso lavoratore, che corre sempre di qua e di la nel tentativo di arrivare sempre primo con la notizia dell’ultim’ora. Senza trascurare quell’altra lunga schiera di giornalisti che si dedicano ai fatti della cultura, della politica, della giustizia, dello sport, dell’economia, del gossip, ecc.. Insomma tutti lavoratori che insieme al Direttore o ai Capi Redattori sottopongono ogni giorno fatti e misfatti del nostro Bel Paese o della nostra bella Bari ed ai quali tutti auguro buon lavoro.

U GIORNALÌSTE DE IÓSCE

Fadegatòre e nzìste nzìste
ié vére segnóre u giornalìste
ca fescènne da dó e da dá
téne sèmbe iàlde la dignetá
e pure ce fatìche mènz’a le stràte
che le crestiàne assá desgraziàte,
mandéne vive u onóre
ca téne stritte stritte jind’ò córe.

Che tànda delgèzze e serenetà
a l’informazióne dá libertá
mandenènne che decisióne
u respètte de la Chestituzióne!

Sópe o lavóre iè nu tresóre;
suse e sòtte, pe ióre e ióre
va scheprènne a ògne pendóne
le bescì du mbrestulóne
e fescènne fescènne o giornále,
cu segréte professionále
s’amméne a la redazióne
e cònde le fatte d’ògne nazióne.

U ambiènde iè assá ’mbortànde
percè dá s’àcchiene tutte quande
ca, pertànne le netìzie o direttóre,
cóme ce fòssere fràte e sóre,
se scàngene na grànne chellaborazióne
chiéna chiéne de tanda struzióne
e che nu picche de díscia dísce
fàscene u pòste assá de prísce.
Iè u chiú mègghie rè u prengepàle
ca fásce assì nu giornále
ca, che scritte nderessànde
dá culdùre a tùtte quande.

Ognedùne, biànghe o gnóre,
póte lésce a ògn’e ióre
e canòsce ogne pendóne
pure ce non sàpe la religióne.

IL GIORNALISTA DI OGGI

Lavoratore e scrupoloso
è vero signore il giornalista
che correndo di qua e di là
ha il decoro sempre alto
e anche se vive nelle strade
con le persone assai sciagurate,
mantiene vivo l’onore
che ha stretto stretto nel cuore.

Con tanta dolcezza e serenità
all’informazione dà libertà,
mantenendo con decisione
il rispetto della Costituzione.

Sul lavoro è un tesoro;
su e giù, per ore ed ore
va scoprendo a ogni angolo
gli inganni dell’imbroglione
e velocemente al giornale,
col segreto professionale
si precipita alla redazione
e racconta i fatti di ogni nazione.

L’ambiente è assai importante
perché là si ritirano tutti quanti
che, portando gli articoli al direttore,
come fossero fratelli e sorelle,
si scambiano grande collaborazione
piena piena di tanta istruzione
e con un po’ di chiacchiericcio,
rendono il posto assai allegro.

È il miglior re il principale
che fa uscire un giornale
che, con articoli assai interessanti,
dà cultura a tutti quanti.
Chiunque, bianco o nero,
può leggere ad ogni ora
e conoscere ogni luogo
pur se ignora la religione.

 

******


3  OTTOBRE 2013

A proposito di “Pregáme a la Barése” di Vittorio Polito e Rosa Lettini Triggiani

Vittorio Polito è tra  i pochi  ricercatori (viventi) della nostra terra, da meritare l’appellativo di ‘Archeologo della tradizione pugliese’.
È un instancabile divulgatore di  cultura e saggezza, grazie alla quale si può apprezzare, in tutto il suo spessore, il modo di essere dei baresi.

Amico dei più grandi studiosi degli usi, costumi e vicende della regione, con  passione e orgoglio puro, riesce a indicare strade, corti e vicoli nei quali si ode ancora l’eco del bel dialetto (quello elegante, delle cui sonorità vibra la vita  autentica) e la storia di uomini capaci di riconoscere  nell’altro la vera ricchezza.
Vittorio, insieme a Rosa Lettini Triggiani, ci ha regalato il tascabile di “Preghiere” trafugate letteralmente all’oblio.

Il piccolo libro:  “Pregáme a la barése” (Levante Editori, pagine 95 -  € 10), non solo ha il merito di restituirci le sonorità vellutate del dialetto, le cui musicalità possono essere apprezzate se si rispettano gli accenti,  ma ci offre un ventaglio di litanie, per ogni avvenimento dell’esistere che è dono di modi di sentire.
Attraverso le preghiere, il dialogo intenso dell’uomo con l’Altissimo si riconoscono, prima ancora del colore delle parole, nel ritmo e nella cadenza ben calibrata, l’intensità della fede, gli stati d’animo di gente abituata a solcare il mare senza farsi abbattere dai venti contrari.
È un lavoro che salva la storia ed il vernacolo dal rumoroso, asfissiante e ingombrante quanto prevaricante forma sguaiata di usarlo. Il volume si avvale della presentazione di p. Lorenzo Lorusso o.p., Priore della Basilica di San Nicola di Bari.

Tutta l’opera di Vittorio Polito libera il dialetto da ogni volgarità e banalizzazione, prende le distanze da ogni associazione mentale che lo evoca come la voce dell’ignoranza e stupidità.
Leggendo, anzi accogliendo l’invito a “pregare in dialetto barese”si potrà cogliere il palpito dei sentimenti, il fascino e la dignità di certo modo di orare che nella franchezza e capacità comunicative ha note magnifiche, ossigeno per il cuore che si volge a Dio.

Vittorio Polito è giornalista pubblicista, collabora con riviste e giornali, ha pubblicato alcuni volumi dedicati alla Baresità, tradizione e storia Pugliese ricevendo molti riconoscimenti.
Rosa Lettini Triggiani è attrice e scrittrice. È studiosa e ricercatrice del dialetto barese, soprattutto in relazione alla  grammatica. È autrice insieme al marito Domenico Triggiani del volume “Da Adàme ad Andriòtte” (romanzo storico-satirico in dialetto barese).

 di Piero Fabris -

 

2 OTTOBRE 2013

La UIL premia gli anziani che si dimostrano una risorsa anche nella poesia

Si è svolta presso l’Hotel Excelsior di Bari la cerimonia di premiazione dei partecipanti al concorso di poesie in vernacoli pugliesi, organizzata dall’Unione Italiana Lavoratori Pensionati (UIL), in collaborazione con l’A.D.A. (Associazione di volontariato per i diritti degli anziani).
Sono ormai otto anni che la UIL organizza l’evento dedicato alla poesia nei vari dialetti della Puglia e l’iniziativa, oltre a conservare tutta la sua freschezza, vede ogni anno in crescita sia la partecipazione ed il consenso dei pensionati, che la qualità delle composizioni.

Per l’occasione è stata presentata l’VIII edizione 2012-2013 dell’Antologia “Il mio cuore, la mia terra, la mia vita” (Levante Editori), che raccoglie tutte le poesie presentate nei vari dialetti con relativa traduzione a fronte e che ogni anno aumentano sempre di più. Rocco Matarozzo, segretario generale Uil Pensionati di Bari e di Puglia, che firma l’introduzione scrive che

«È un onore e un piacere scrivere, ogni anno, l’introduzione all’antologia di poesie. Ed ogni anno sembra sempre più difficile. Poi, appena si inizia, tutto si risolve come per magia, perché appunto, “magicamente” scopri che di poeti ce ne sono dei nuovi e soprattutto che le cose che dicono tutti sono diverse e piene di contenuti. Ciò che più colpisce è che di anno in anno le menti si affinano e quanti hanno iniziato per gioco oggi si affiancano, quasi alla pari, ai poeti di elevata caratura».
Il segretario generale della UIL pensionati, Romano Bellissima, scrive nella prefazione che
«È importante ribadire con ogni mezzo, anche con un concorso di poesie in vernacolo, il valore della memori e del vissuto delle persone anziane, da sempre portatrici di ideali di condivisione e comunità, di capacità di fare sacrifici per il bene comune, di sobrietà nei consumi e negli stili di vita».

Numerosi gli autori meritevoli di essere premiati e ricordati, ma come sempre vi sono perle che vanno esaltate per la grande forza poetica. Il primo premio è stato assegnato a Lucia Delle Grottaglie di Mesagne per la poesia “L’urtumu arvulu ti aulja” (L’ultimo albero di ulivo); i premi per la Sezione Bari sono stati assegnati a Michele Caldarulo per “Caccà” (Balbuziente); A Vincenzo D’Acquaviva per “U Gnùrəchə ’nguèrpə” (Il groppo in corpo); ad Agostino Galati per “Sorriso”. Per la Sezione Bat sono stati premiati: Felice Dimonte, Sante Valentino; per Brindisi, Apollonia Angiulli; per Foggia, Mario Iannacci; per Lecce, Rosanna Gabellone; per Taranto Antonio Spada. Premi speciali sono stati assegnati a Concetta Conte ed Angela Tragni


Vittorio Polito

Numerose le menzioni speciali tra le quali figurano i nomi di Michele Lucatuorto per la poesia “Tembòrale” (Temporale); Vittorio Polito per la poesia “U Tréne de la vite” (Il treno della vita); Santa Vetturi per “Serafine” (Serafina) e Giuseppe Zaccaro per “U trène de la tèrra noste” (Il treno della nostra terra). Altrettanti numerosi i diplomi di partecipazione consegnati a Vita Corallo per “U Eure” (L’Euro); a Vito Antonio Corsini per “ U munne de josce… ce cose sta seccète!” (Il mondo di oggi… cosa sta succedendo) e “La Pasque de Resurrezzione” (La Pasqua di Resurrezione); a Vincenzo D’Acquaviva per “Uagnangéddare” (Ragazzini); a Tonino Fonzeca per “Lupràne” (Leporano); a Giuseppe Gioia per “La serène” (La sirena) e “Museche” (Musica); a Michele Lucatuorto per “U’ attòre còmeche” (L’attore comico); a Vittorio Polito per “U giornaliste de iòsce” (Il giornalista di oggi); a Santa Vetturi per “U paravìjse vere” (Il paradiso vero); a Nicola Vitale per Vot’Andònie vot’Andònie” (Vota Antonio). Fuori concorso le poesie di Antonella Agape “La notte”; di Antonio Salvatore Landolfo “Caru amore mia” e “La nuvoletta” e, infine, di Enzo Migliardi “U sindacàte de la UIL penzionate” (Il sindacato della UIL pensionati). Il nostro collaboratore Vittorio Polito, si è aggiudicata la coppa con la menzione speciale per la poesia “U Tréne de la vite” (Il treno della vita), che di seguito riportiamo.

 

U tréne de la vite

Le giùvene de la redazióne,
che tand’aggarbàta seggezióne, m’addemànnene sèmbe u motìve
ca me fásce ièsse attìve
attìve cóme crestiáne ca non se stanghe
che la capa biànga biànghe,
ca da la matìne che volondá
va sèmbe fescènne dó e dá
e cóme fòsse nu uagnongídde,
chíne de prísce e de cervídde,
allàsse attùrne chèdda fresckèzze
ca de gevendù iè dòlgia brèzze.

Care giùvene, ve digghe cu córe
ca cusse mbìte iè tradetóre
e a respònne m’àgghia arrènne
allassànne u mbègne o Padretérne.

Ve pòzzeche dísce da crestìáne
ca sènghe nguèdde na máne
de ngualchedùne ca da lendáne,
me vóle béne e cóme a n’attáne
me spènge a scì sèmbe chiú nànze,
chiáne chiáne e senz’arrogànze,
e m’appìcce chèdda lúsce
ca m’auànde e me fásce fúsce
cóme a nu vagóne carresciàte
da nu tréne ca acceleràte
mbrìme pìgghie stràte
e scènne scènne, scapeceràte,
pìgghie na bèlla veloscitá...

l treno della vita

I giovani della redazione,
con tanta delicata soggezione,
mi domandano sempre il motivo
che mi rende attivo attivo
come persona che non si stanca,
con la testa bianca bianca
che dal mattino con volontà
va sempre correndo qua e là
e come fosse ragazzino,
pieno d’allegria e intelligenza,
sparge attorno quella freschezza
che di gioventù è dolce brezza.

Cari giovani, vi dico col cuore
che questo invito è traditore
e a rispondere mi devo arrendere
lasciando l’impegno al Padreterno.

Vi posso dire da uomo,
che sento addosso una mano
di qualcuno che da lontano,
mi vuol bene e come un padre
mi fa andare sempre più avanti,
pian piano e senza arroganza,
e mi accende quella luce
che mi cattura e mi fa correre
come un vagone trasportato
da un treno che accelerato
velocemente prende strada
e procedendo, sbizzarrito,
prende una bella velocità...



di Vito Ferri

http://www.giornaledipuglia.com/2013/10/la-uil-premia-gli-anziani-che-si.html

******

 

 

2 OTTOBRE, ANCHE I NONNI HANNO UNA FESTA

 

Il 2 ottobre ricorre La Festa dei Nonni, introdotta negli Stati Uniti nel 1978, ufficializzata in Italia con la Legge 159 del 31 luglio 2005. Una giornata a loro riservata, una ricorrenza per celebrare il ruolo di queste figure all’interno delle famiglie e della società. I nonni hanno lo straordinario potere di trasmettere non solo emozioni, ma sono importanti anche per la vita familiare.

Una ricerca effettuata un decennio fa dall’Associazione Psicologi volontari “Help me”, suggerisce di non fare mai a meno dei nonni nell’educazione dei figli. Dallo studio su 500 bambini socialmente disagiati è risultato che quelli cresciuti senza “anziani” hanno più problemi di inserimento sociale. In sostanza il ruolo educativo dei nonni, la loro dolcezza e la loro saggezza sono indispensabili alla loro crescita. Uno dei motivi è quello che i nonni vedono i propri nipoti, ed i bambini in genere, con un’ottica diversa dei genitori per cui danno loro solo amore e affetto. Il rapporto della ricerca segnala che il 47% dei bambini cresciuti senza i nonni ha manifestato maggiore propensione alla violenza, in particolar modo i maschietti.
Non solo: nel campione preso in esame (di età fra i 6 e i 12 anni), quelli che sono stati privati della figura del nonno, sono risultati più lenti nel processo di apprendimento scolastico (18%); hanno imparato più lentamente a parlare italiano (27%); hanno maggiore difficoltà di integrazione sociale (36%) e hanno più difficoltà a socializzare con gli altri coetanei (15%). Secondo la stessa ricerca, almeno un uomo in famiglia ha reso i bambini più bravi a scuola (19%), meglio disposti verso gli altri coetanei (22%), più educati (38%), meno sensibili ai messaggi della TV e della pubblicità (47%).
Non solo: pare che il nonno e la nonna incidono sul processo di autostima del processo educativo del bambino nel 52% dei casi dove, secondo il rapporto, la presenza del genitore “anziano” ha reso il soggetto di gran lunga più sicuro di sé.
L’assenza del nonno incrementa la visione di programmi violenti dell’80%, facendo aumentare in maniera esponenziale il consumo di pubblicità. «Il nonno nella famiglia tradizionale aveva la funzione educativa – spiega il curatore della ricerca, lo psico-antropologo Massimo Cicogna – non fungeva solo da depositario della memoria familiare e culturale. Con il nonno in casa c’è da parte dei minori anche un maggior senso di educazione civica». Un dato allarmante arriva dalla stessa ricerca: chi non ha nonni in famiglia si affida ai consigli mediatici di guru e psicologi televisivi. «L’educatore mediatico – spiega Cicogna – è incolpevolmente un sostituto dell’assenza di questa figura. Il problema non sono gli psicologi del video, bensì l’incapacità oggi dei genitori di integrare con autorevolezza l’assenza del ruolo del nonno».

Anche Benjamin Spock, il famoso pediatra americano, era convinto che «Quando più si sono studiati metodi diversi per allevare i bambini, tanto più si è arrivati alla conclusione che ciò che buone madri, buoni padri e buoni nonni, si sentono istintivamente portati a fare per i loro piccoli, è alla fine la cosa migliore». Un particolare ruolo assumono le nonne che, custodi della memoria, sono educatrici sempre disponibili ad accogliere ed accompagnare i nipoti a passeggio od a seguirli nello studio o nelle attività ludiche. Insomma un particolare legame di tenerezza.
Ma dal punto di vista legale cosa succede? È presto detto. Ufficialmente, secondo la legislazione vigente, non è sancito un diritto dei nonni ad avere uno spazio proprio nel rapporto con i nipoti, specie nel caso di figli di genitori separati, e quindi non esiste neanche un diritto del minore ad avere una relazione autonoma con i nonni. Ma, in questo caso, una sentenza della Cassazione (9606/98) ha stabilito che «Anche i nonni hanno diritto di vedere quotidianamente i nipotini, figli di genitori separati. Questo è l’innovativo principio sancito dalla prima sezione civile della Corte di Cassazione, che evidenzia l’importanza di un legame - quello tra nonni e nipoti - fondamentale per la vita familiare» e riconosciuta anche dalla Costituzione.
Numerose sentenze, in ogni caso, sono a favore dei nonni che, comunque, hanno il diritto di vedere i nipoti.
Pertanto la presenza dei nonni nella famiglia è quanto mai necessaria dal momento che hanno un ruolo insostituibile a far vivere ai piccoli un amorevole rapporto anche con tutti gli altri parenti, per una crescita sana ed equilibrata e contribuire così a non farli sentire “orfani” dei nonni.

E per concludere La preghiera dei Nonni.

Padre onnipotente e buono,
il compito che come nonni ci affidi è un ministero di gioia!

È la tua Speranza che si fa visibile!
Aiutaci ad imitare Te,
che non abbandoni nessuno di quanti in Te confidano,
ma li sostieni con amore fedele.

Fa’ che trasmettiamo ai nostri nipoti con le carezze,
l’attenzione, l’ascolto,
la bellezza del Tuo dono più grande: la vita!

 

*****


In ogni angolo d’Italia numerose sono le comunità grandi e piccole che organizzano nel corso dell’anno feste e sagre di ogni genere: religiose, laiche, tradizionali, tutte manifestazioni che danno, sotto certi aspetti, una identità alle nostre città ed al nostro Paese. Pietro Sisto, docente di Letteratura italiana e di Storia del libro e dell’editoria nella Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Bari, ha pubblicato recentemente per i tipi della Progedit, il bel volume “I giorni della festa – Miti e riti pugliesi tra memoria e realtà” (pagg. 208, € 27), che raccoglie opportunamente modificati, integrati ed illustrati, una serie di articoli apparsi sulle pagine culturali della “Gazzetta del Mezzogiorno”. L’autore accompagna i suoi lettori in una interessante lettura-passeggiata tra i miti ed i riti che si svolgono nella nostra bella Regione attraverso una serie di feste, per lo più religiose, senza trascurare quelle laiche. Sisto in sostanza si sofferma sul significato e sul ruolo ricoperto nella società tradizionale e in quella odierna dalle feste, esaminate non solo come veri e propri beni culturali immateriali da conoscere e tutelare, ma anche come interessanti testimonianze della complessa, contraddittoria transizione dal mondo pagano a quello cristiano e cattolico. Sisto da esperto della materia illustra in una serie di capitoli il corteo delle festività che scorrono durante l’anno: da Natale alle “Fanove” di Castellana, a Sant’Antonio Abate, protettore degli animali, al Carnevale, ai colori ed ai suoni della Pasqua, agli amori e i canti del calendimaggio (cantate di maggio), al culto Mariano nelle grotte e nei boschi, alle feste dell’Ascensione e del Corpus Domini, della magica notte di San Giovanni e così via. Insomma l’autore descrive con competenza l’antica vocazione della gente del Sud finalizzata a trasformare vicoli, strade e piazze dei paesi in grandi palcoscenici illuminati sia dal sole che da migliaia di lampadine iridescenti, animati da un ‘esercito’ di personaggi multicolori che avanzano sulla scena tra uniformi, gioielli preziosi e poveri ex voto. Ma la storia non finisce qui, si parla anche dell’arte della pirotecnia, dei palloni aerostatici, di San Rocco, la peste e il colera, del culto dei morti e della notte di Halloween, di Santa Lucia dei tarocchi e dei calendarietti dei barbieri. Un viaggio nel tempo che aiuta il lettore a comprendere la realtà della Puglia, nella quale nei giorni di festa continuano a sfilare Santi e Madonne, Confraternite e bande in un irripetibile spettacolo di luci, suoni, colori e sapori. Una miscela di sacro e profano. Completa il volume una simpatica Antologia con varie curiosità (lettera al Papa sulla riforma delle feste, la Settimana Santa a Trani, l’Ascensione ed il Corpus Domini a Putignano, la festa della Madonna della Scala a Massafra), una bibliografia ed un indice della numerose immagini presenti nel testo. Una bella ed utile strenna per Natale.

 

******

 

******

 

Da Barisera del 31 marzo 2008, pag. 17


UN’ALIMENTAZIONE CORRETTA IN SALSA RAP

L’esigenza di “istruire” i giovani in fatto di alimentazione e stile di vita sano, non termina sicuramente in giovanissima età. È evidente che, con il passare degli anni, ciò che è stato acquisito e assorbito nel primo ciclo della scuola primaria vada comunque ribadito e riproposto, anche se in una forma più “adatta” alle nuove esigenze dovute ai mutamenti della crescita. Lo stesso accade, senza voler guardare tanto lontano, per l‘insegnamento delle materie fondamentali (grammatica, matematica, geometria, ecc.) che, nel passaggio dalle scuole elementari alle scuole medie vengono insegnate dal principio, ma con i dovuti adattamenti necessari al miglioramento cognitivo dei ragazzi in crescita.
Questi, forse, i motivi ispiratori che hanno spinto Marialuisa Sabato a pubblicare per la Collana “Femio”, diretta da Francesco De Martino (Levante Editori), il coloratissimo e bellissimo volume “FilaStorie in Salsa Rap” (pagg. 134 euro 11).
Un libro divertente e “allegro” che, attraverso la lettura dei racconti, propone a bambini e ragazzi da 9 a 13 anni, ai loro genitori, e non solo, suggerimenti per seguire un’alimentazione corretta e uno stile di vita sano.
Il volume si divide in 12 capitoli, tutti preannunciati da un rap (genere di musica sorto negli Stati Uniti d’America alla fine degli anni ’70), che non potranno essere letti se non al ritmo della musica preferita! Dopo ogni rap c’è una storia. Alcune sono storie di ragazzi, altre riguardano personaggi assolutamente fuori di testa. Alcune ridicole, altre un po’ tristi. Esattamente come accade nella nostra vita di ogni giorno.
Le prime dieci storie sono dedicate alle “Linee guida per una sana alimentazione”, diffuse dal Ministero delle Politiche Agricole e Forestali di concerto con l’Istituto Nazionale di Ricerca per gli alimenti e la nutrizione. Le successive due storie sono dedicate al percorso di alcuni alimenti dal campo alla tavola e l’altra alla memoria delle tradizioni natalizie della nostra Regione (la Puglia).
In sostanza l’autrice, che scrive, illustra e dipinge, diplomata all’Accademia di Belle Arti di Bari, sottolinea, con questa gradevolissima pubblicazione, l’importanza di mangiare frutta e verdura proprie di ogni stagione, ma soprattutto di consumare quelle prodotte nella regione in cui si vive.
Un volume sicuramente utile a genitori, docenti e soprattutto ai ragazzi.


******

 

FEDE E SUPERSTIZIONE

Sant’Agostino sosteneva che «L’uomo non trova pace sino a che non placa la propria sete in Dio», per cui si può ragionevolmente affermare che la magia e la superstizione rappresentano dei succedanei (nocivi e affatto dissetanti) di quell’acqua viva di cui ci parla l’Evangelista Giovanni nel capitolo 4.
La parola superstizione (dal latino superstes = superstite) rimanda all’angoscia primordiale e fondamentale che preoccupa il cuore dell’uomo fin dalla sua esistenza.
La superstizione alla quale facciamo spesso ricorso, altro non è che la presunzione di avere credenze e compiere pratiche, che nella valutazione della cultura e delle religioni superiori, ufficiali e dominanti, sono ritenute frutto di errore e d’ignoranza, di convinzioni prive di qualsiasi fondamento empirico e religioso.
Gilles Jeanguenin, specializzato in psicopatologia clinica, nel suo libro “Non è vero ma ci credo!” (Edizioni San Paolo, pagg. 114, euro 7.50), appena pubblicato, accenna alle varie scienze che interessano la superstizione (antropologia, sociologia, storia, psicologia), proponendo poi la riflessione teologica sul tema, maturata dalla sua esperienza di sacerdote, oltre che dall’insegnamento della Chiesa.
L’autore tenta di fornire una visione d’insieme su quelle che sono ritenute le superstizioni più diffuse e lo fa con umorismo e ironia, convinto che queste ultime sono ottime armi per combatterle.

La pubblicazione, frutto di una ricca documentazione, religiosa e profana, suscita la curiosità del lettore che scopre le strane origini delle superstizioni antiche e moderne, mentre le testimonianze e i racconti tratti dall’esperienza pastorale danno all’opera il sapore di autenticità della vita vissuta.
Jeanguenin, in sostanza, attraverso la sua inchiesta tenta di chiarire il significato, la provenienza, le forme nuove della superstizione anche in relazione alla salute non solo corporale ma anche spirituale. Insomma una spiegazione morale e scientifica del problema.
È il caso di ricordare, per concludere, che secondo il politico inglese Edmund Burke, «La superstizione è la religione degli spiriti deboli».




******

 

 

 

LA CASA DELLA BEFANA? A URBANIA

Con la festività dell’Epifania si commemora la visita dei Re Magi a Gesù in Betlemme. Il termine nel mondo cristiano sta a designare la celebrazione delle principali manifestazioni della divinità di Gesù Cristo.
Epifania, dal greco apparizione o manifestazione, è la triplice solennità istituita dagli Apostoli in cui la Chiesa ricorda tre grandi miracolosi avvenimenti: l’apparizione dell’astro che dall’Oriente guidò fino alla stalla di Betlemme i Re Magi all’adorazione del Bambinello, Salvatore del mondo; la conversione dell’acqua in vino alle nozze di Cana in Galilea e il battesimo di Gesù Cristo nel Giordano amministrato da San Giovanni Battista, assistito dallo Spirito Santo in forma di colomba e dall’Eterno Padre, che dichiarò Gesù essere figlio Suo diletto.
Non si sa come mai la celebrazione dei tre diversi avvenimenti accadesse lo stesso giorno. In maniera del tutto arbitraria fu stabilito che essi fossero accaduti in uno stesso giorno in differenti epoche. I Greci chiamavano l’Epifania Teofania, cioè apparizione di Dio, e la celebravano insieme a quella del Natale, almeno per i primi tre secoli. Nel IV secolo, invece, sotto Giulio I, queste due feste furono separate nella Chiesa Latina e tale separazione fu adottata al principio del V secolo nelle Chiese di Siria e di Alessandria. Anticamente all’Epifania precedeva un rigoroso digiuno che durava un’intera giornata.
L’Epifania, comunemente designata, come già detto, “Adorazione dei Magi”, contrapposta a quella dei pastori, è soggetto molto diffuso nella primitiva arte cristiana, alla quale perviene dalla rappresentazione del tributo dei barbari: i tre Magi, vestiti alla persiana, con anassiridi (una sorta di pantaloni, aderenti alle gambe, che venivano indossati dai Medi, dai Persiani e da altri popoli barbari dell’Asia antica), e berretto frigio (copricapo rosso appuntito, tipico dei frigi, assunto come simbolo di libertà in Francia), accorrono, sotto il segno della stella cometa, recando al Bambino i loro doni (oro, incenso e mirra).

Ma vediamo come viene ricordata l’Epifania in alcuni Paesi europei: in Francia si usa fare un dolce speciale, all’interno del quale si nasconde una fava. Chi la trova diventa per quel giorno il re o la regina della festa.
In Islanda il 6 gennaio viene chiamato il tredicesimo, dal momento che da Natale a questa data trascorrono 13 giorni, e si inizia con una fiaccolata alla quale partecipano anche il re e la regina degli elfi. In Spagna tutti i bambini si svegliano presto e corrono a vedere i regali che i Re Magi hanno lasciato. Il giorno precedente mettono davanti alla porta un po’ d’acqua per i cammelli assetati, insieme a qualche cosa da mangiare e una scarpa (?).
In Germania preti e chierichetti vanno nelle case per chiedere donazioni e recitano qualche verso o intonano una canzone sacra. Le persone di religione cattolica si recano in chiesa, ma va detto che in Germania non è giorno festivo, si lavora e si va a scuola regolarmente.
In Romania è giorno festivo ed i bambini vanno lungo le strade bussando alle porte per chiedere di entrare e raccontare storie, ricevendo come compenso qualche spicciolo. Anche i sacerdoti vanno di casa in casa per benedirle. In Ungheria i bambini si vestono da Re Magi e portandosi dietro un presepe vanno di casa in casa per ottenere qualche soldo.
In Russia, infine, la chiesa Ortodossa celebra il Natale il 6 gennaio. Secondo la leggenda i regali li porta Padre Gelo accompagnato da Babuschka, una sorta di matrioska che somiglia ad una simpatica vecchietta.
Ma a che razza appartiene la Befana? Una certa tradizione vuole la Befana nera, poiché si rifà al racconto dei Magi dell’Oriente, di cui uno era di carnagione scura. Ma non dimentichiamo che la Befana è una strega, anche se buona di cuore, e come tutte le streghe, anche lei deve avere qualcosa di nero, uno scialle scuro, gli occhi sono rossi, è sdentata, porta un fazzoletto in testa annodato sotto il mento, le scarpe sono grossolane e rotte. Difatti una vecchia nenia recita “La Befana vien di notte con le scarpe tutte rotte, il cappello alla romana, viva viva la Befana”.
Secondo una poetica immagine la Befana, nella tradizione contadina, entra in casa attraverso il camino, viene dalle montagne a notte fonda, attraversa il cielo a cavallo di una scopa e con un grosso sacco carico di doni sulle spalle. Nelle leggende anglosassoni e nordiche, invece, la notte dell’Epifania è uno spazio di tempo favorevole ai presagi ed ai prodigi, il più indicato per combattere le forze del male.
Urbania, una cittadina dell’entroterra pescarese, nel ricordo di antiche usanze che vedevano la Befana al centro di feste popolari, si candida come luogo originale e adatto per ospitare “La casa della Befana” (Casella Postale aperta 61049 Urbania P.U.). Qui si potranno indirizzare da parte di tutti i bambini e per l’intero anno, le loro lettere, con i loro desideri e i piccoli problemi: sarà proprio la cara vecchietta a rispondere ad ognuno. Nella stessa cittadina dal 2 al 6 gennaio si terranno feste in piazza. In queste giornate, lungo le vie del paese, sfileranno tantissime befane, dalla più bella, alla più vecchia; darà spettacolo anche una Befana acrobatica. Altri momenti salienti della festa: un nutrito lancio di dolciumi, la partecipazione di personaggi del mondo dello spettacolo, animazioni, intrattenimenti, giochi, musica in ogni angolo e il tentativo di battere primati da Guinness. Urbania si candida a livello internazionale come il luogo dove l’amata Befana vive e riceve i bambini di tutto il mondo.


 


******

 


IL NUOVO DIZIONARIO DEI BARESI

(italiano barese - barese italiano)

da www.palesemacchie.it - 21 novembre 2007

 

Si parla da anni dell’agonia dei dialetti, ma, andando in fondo, ci si rende conto che non sono pochi coloro che in famiglia e tra amici parlano il dialetto. Non è forse con le parole del vernacolo che si esprime la vera genuinità, la naturalezza della vita concreta, l’autentico soffrire e sentire di un popolo? Oggi, infatti, inizia ad essere fonte di studio e di interesse per molti.
Ma cos’è un dialetto? Dal punto di vista glottologico ed espressivo, non c’è alcuna differenza tra lingua letteraria e dialetto: entrambe hanno una formazione storica dovuta a fattori assai complessi, anche se i dialetti esprimono una tradizione di cultura e letteratura meno complessa ed autorevole. Perciò è errato ritenere che i dialetti siano una degradazione della lingua letteraria. La verità è che tra il concetto di “dialetto” e quello di “lingua letteraria” esiste solo un rapporto logico, per cui l’una cosa non può intendersi senza l’altra, tanto che sarebbe assurdo parlare di dialetto senza presupporre una lingua nazionale e viceversa. È pur vero che il dialetto fornisce quella sicurezza, quella certezza della nostra provenienza, delle nostre radici, alle quali, nonostante tutto, siamo e saremo ancorati, malgrado i tentativi ingegnosi o maldestri che vengono messi in atto per tagliare questo importante e vitale cordone ombelicale.
A dar manforte ai conservatori del dialetto ci hanno pensato Enrica e Lorenzo Gentile pubblicando il “Nuovo dizionario dei baresi”, edito da Levante Editori di Bari, per la delizia di poeti, cultori, studiosi, ed estimatori del dialetto barese (pagg. 334, euro 25).
Si tratta di una esclusiva ed assoluta novità editoriale, trattandosi del primo dizionario italiano-barese e barese-italiano, rivolta a chi desideri conoscere e arricchire il proprio linguaggio, agli studiosi, ai cultori ed ai curiosi.
Lorenzo Gentile, barese doc, ha curato la regia di diverse commedie in dialetto barese di Gaetano Savelli, Domenico Triggiani ed anche una sua commedia Tutte le colpe di Martemè (Tutte le colpe di Bartolomeo), scritta con Benedetto Maggi. Gentile è anche autore della commedia U mbetate de Natale (L’invitato di Natale), e per gli appassionati di dialetto ha preparato, insieme alla figlia Enrica, ricercatrice presso il Dipartimento di Informatica dell’Università di Bari, questa preziosa chicca.
Scrive Vito Maurogiovanni, che presenta l’opera: «Lorenzo Gentile in questa meritoria fatica, ha raccolto i vocaboli nella loro doppia versione e li ha anche arricchiti con fraseologie, proverbi, sinonimi, stornelli, sonetti e via dicendo. In realtà esistono interessanti nostri dizionari, ma finora nessuno studioso di cose nostrane si era dedicato a tradurre i vocaboli italiani nella sonora lingua barese. È questa la novità della pubblicazione gentiliana, dare la possibilità di veder tradotta nel nostro vivace linguaggio la lingua nazionale».
A proposito del dialetto, Maurogiovanni sottolinea come oggi «…è al centro di molte polemiche degli amanti delle cose nostre che un po’ si stanno lasciando andare a regole dei massimi sistemi dichiarando regole somme che vanno dalla scrittura alla filologia, dalla grammatica alla sintassi e tutti – o quasi – hanno le loro regole per fissare la norma generale», auspicando «che un po’ d’ordine vada messo nelle varie istanze senza dimenticare che le regole consigliate sono elaborate a livelli più alti e concordati con le sedi che questi studi affrontano in maniera più organica e addirittura severi».
Gli autori nelle loro pagine hanno dato grande spazio alle voci sicché si ampliano in tutta quella ricchezza non solo fraseologica che si delinea attorno al vocabolo stesso e dimostrano la varietà delle traduzioni di un vocabolo a seconda del significato che si vuol dare.
Vediamo, ad esempio, che il vocabolo ‘persona’ si può tradurre in tanti modi: chembassàte (persona a modo); jè tutte fettucce (p. azzimata); mezzacalzètte (p. di nessun valore); fafuèche (p. sbrigativa); pèggra zoppe (p. senza fiducia). E a proposito di uomo: maulòne (u. alto); striòne (u. alto e grosso); bacchettòne (u. insulso); gagliòte (un poco di buono); presciannàre (u. sempre allegro), e così per tanti altri vocaboli. Insomma una delizia.
La passione per il dialetto barese, scrive Lorenzo Gentile, mi ha permesso di portare alle stampe questo dizionario dopo anni di lavoro, consultando pubblicazioni di vari poeti, a cominciare da Francesco Saverio Abbrescia e Davide Lopez, che sono stati tra i primi a cimentarsi con lo scrivere in vernacolo, a quelle dei più recenti autori.
Nel vocabolario sono stati raccolti, per ogni singolo vocabolo, i differenti termini dialettali utilizzati dai tanti autori baresi nei loro scritti. Questo ha portato, anche alla individuazione di sinonimi che si differenziano tra loro solo per il cambio di uno o più consonanti. Inoltre sono stati raccolti proverbi, modi di dire, giaculatorie, stornelli e sonetti in modo da far gustare la bellezza del dialetto barese nelle sue espressioni vivaci ed invogliare il lettore a leggerlo per godere qualche ora di piacevole divertimento, in barba a tutte le polemiche su come si scrive il dialetto.
Il dizionario è arricchito da un’ampia bibliografia, da alcune immagini relative alla nostra città vecchia e ad alcune baresità come: Sanda Necòle (San Nicola), u presèbbie (presepio), le ficheninne (fichi d’India), le zèppue (zeppole), le pulpe rizze (polpo arricciato), ecc.
Infine, Gentile, verso il quale i baresi saranno sicuramente grati, ha voluto trasmetterci un suo pensiero sulla nostra città con la poesia “Chèsse jè Bare” (Questa è Bari).

CHÈSSE JÈ BARE
di Lorenzo Gentile


Seccome avime perdute la memorrie
jè mègghie ca v’u digghe che la storrie
accome la Bare nèste jè nate
che le casre, la meragghie e le strate.
Cchiù de mill’anne apprìme de Criste
arrevò na morre de gènde ma’ viste,
mbrime la Pùgghie s’aggnì de crestiane
menute da tèrre assà lendane.
A Bbare se sestemarene che le famigghie
e che l’ajiute de megghière e ffigghie
facèrene cassre a preppedàgne
sènza porte, checine e bbàgne.
Chiandarene aminuue, grane dure,
vigne, auuì, ciggere e fasule,
cime de rape e ffave de cuèzze
e a mmare menarene le rèzze.
Rome no jère fendate angore
acquanne Bare jère nu sblendore
che commerciande e navegande
ca facèrene de Bare nu ngande.
Le prime a scrive u latine andiche
sò state Ennie, Pacuvie e Androniche:
sò trè pugljise brave assà assà
ca Rome se le petève seggnà.
Ormà u sapene tutte quande
ca Petrarche, Boccacce e Ddande
mbararene da nù u taggliane,
pure ce lore jèrene toscane.
Ce ngann’a mmare tu stà assise
te pare de stà mbaravise
e ce te mitte de facce o sole
pe rengrazzià Ddì non ge sò parole.
Ch’u sole calde e u prefume de mare
no nge stà na cetà mègghie de Bare.


*******

 

LA PIZZA TRA STORIA, CURIOSITÀ E VARIETÀ

La pizza ha origini antichissime, qualcuno ne parla nell’era degli Etruschi. Naturalmente era qualcosa che vagamente, aveva la forma e sembianza della pizza di oggi. Della pizza più recente, se ne parla fra il 500 e il 600 e si ricorda quella denominata mastunicola ossia pizza al basilico. Era preparata mettendo sul disco di pasta, strutto, formaggio, foglie di basilico e pepe.
Intorno al 1700 le pizze, che già avevano acquisito una loro tradizione nella cucina napoletana, venivano cotte in forni che potevano essere a legna o a paglia e poi messi in contenitori chiamati “stufe” con cui venivano trasportate per essere vendute nella strada. Alla stessa epoca risalgono le notizie sulle prime pizze “al pomodoro”. Come si sa il pomodoro è un alimento esotico importato dal Perù, dopo che venne scoperta l’America, dapprima usato in cucina come salsa cotta con un po’ di sale e basilico, e solo più tardi, a qualcuno venne l’idea di metterlo sulla pizza. Inventando così, senza volerlo, la vera e propria pizza.
La coltivazione della pianta del pomodoro era diffusa già in epoca precolombiana in Messico e Perù, fu poi introdotta in Europa dagli Spagnoli nel XVI secolo, ma non come ortaggio commestibile, bensì come pianta ornamentale, ritenuta addirittura velenosa per il suo alto contenuto di solanina, sostanza considerata a quell’epoca dannosa per l’uomo. Infatti, nel 1544 l’erborista italiano Pietro Matthioli classificò la pianta del pomodoro fra le specie velenose, anche se ammise di aver sentito voci secondo le quali in alcune regioni il suo frutto veniva mangiato fritto nell’olio.
Le pizzerie moderne hanno una storia relativamente recente: la comparsa della prima pizzeria nell’accezione moderna è datata tra la fine del 1700 e l’inizio del 1800. La pizza in origine veniva venduta per strada da garzoni dei fornai o su banchetti dove i pizzaioli le friggevano direttamente in strada. Infatti, la tradizione più antica è quella delle friggitorie, in cui oltre alla pizza si preparavano fritture tipiche napoletane come crocchette di patate, arancini di riso, ecc.
La pizza napoletana verace si riconosce in quella cosiddetta marinara, una pizza popolare, frugale, senza mozzarella, con pomodoro, aglio, origano e/o basilico e olio. Tipici erano altri due tipi di pizza, oggi rari da trovare: la pizza con le alici fresche e quella con i cicinielli (novellame di pesce) sempre con aggiunta di olio, aglio, origano, basilico.
La pizza non è fatta, come molti credono, con l’impasto del pane, bensì con uno specifico impasto. Si parte dalla farina: l’ideale è mescolare farina “00” con la “0” e con un'altra derivata da un frumento americano che conferisce una qualità apprezzabile: la friabilità. Sbaglia, infatti, chi pensa che la pizza sia una moderna alternativa al pane.

Poi entrano in gioco la manualità e il “sapere” del pizzaiolo: quanto sale, quanto lievito, quanta acqua mettere. Quest’ultima va addirittura rapportata alle condizioni atmosferiche. L’impasto è lavorato a lungo e a lungo lievita.
Il forno per la pizza non può essere un comune forno a legna: deve essere studiato per poter cuocere la pizza in una “vampata” Quello ideale dovrebbe avere il pavimento così composto: un primo strato di tufo, un secondo di sabbia di fiume, un terzo di sale marino e l’ultimo di una pietra denominata “suolo di Sorrento” che ha la peculiarità di accumulare e non disperdere calore. In un forno così concepito e ben costruito la pizza cuoce a 400 gradi e più, in un attimo, appunto.

L’uso della mozzarella sulla pizza napoletana è recente. Il “matrimonio storico” della pizza tradizionale con la mozzarella avviene per iniziativa di un pizzaiolo napoletano, tale Raffaele Esposito che insieme a sua moglie la prepararono in onore della regina Margherita, moglie di Umberto I re d’Italia. Infatti, i regnanti, che si trovavano alla reggia di Capodimonte a Napoli, sentendo parlare della pizza, convocarono a corte il pizzaiolo e la moglie affinché la preparassero.
Il pizzaiolo e la consorte si recarono nelle cucine reali e prepararono tre pizze: una alla mustinicola, una alla marinara e una pizza con il pomodoro, la mozzarella e il basilico, pensando al tricolore italiano. Alla regina piacque quest’ultima ed il pizzaiolo per questo motivo la chiamò con il nome della regina. Fu d’allora che la pizza Margherita si impose ovunque nel mondo. È considerata, infatti, la pizza classica per eccellenza.
Ai primi del Novecento la pizza esce dai confini di Napoli e sbarca in grande stile in America, conquistando l’intero continente, espandendosi pure nel meridione d’Italia.
La seconda espansione invece, avviene dopo la seconda guerra mondiale. In questo periodo la pizza esce dai confini del meridione d’Italia attraverso le migliaia di emigranti che si spostano con le loro famiglie al Nord con i modi, gli usi e i costumi dei loro paesi. Incominciano pian piano a fare le prime pizze per i compaesani e via via, con il successo ottenuto, anche per la gente del posto.
Con la caduta del muro di Berlino, si assiste ad una nuova migrazione della pizza verso i paesi dell’Est, quindi in Medio Oriente, Giappone e persino in Cina.
Ma quanti e quali sono le varietà della pizza? Oggi si contano a migliaia con tutte le varietà possibili e immaginabili, le invenzioni dei pizzaioli e le richieste dei clienti: si va dalla classica margherita, a quella alla romana, ai formaggi, al prosciutto, al salmone e rucola, ai frutti di mare, ai funghi, alla crudaiola, alla messicana (pomodoro, mozzarella, melanzane e peperoni tagliati a julienne, salamino piccante, cipolla, origano), a quella taxi (mozzarella, pomodoro e 7 tipi di funghi), casereccia (con pomodoro, olive greche snocciolate, cipolla rossa imbiondita in padella ed a fine cottura fettine di salame dolce e scaglie di grana), alla diavola (pomodoro, mozzarella, salame piccante, peperoncino, basilico, olio), e così per un lunghissimo e vario assortimento. Insomma oggi la pizza non è più napoletana ma è diventata mondiale e perché no, a modo tuo, dal momento che oggi tutto è permesso e tutti si possono inventare un condimento secondo le proprie preferenze.

 

******

FAMOSI E MALATI
QUANDO SONO I GRANDI A STAR MALE


Molte sono le persone che testimoniano quanto la malattia, piccola o grande che sia, con i suoi inevitabili impedimenti, difficilmente accettata inizialmente, ci accompagnerà sempre, ma noi abbiamo il potere di sfruttarla convivendo con lei, mentre per molti rappresenterà anche uno stimolo per la creazione artistica. Questa tesi era già sostenuta dallo scrittore Pietro Verri (1728-1797), che così scriveva: «La musica, la pittura, la poesia, tutte belle arti, hanno per base i dolori innominati: in guisa tale che, se gli uomini fossero perfettamente sani ed allegri, non sarebbero nate mai le belle arti. Questi mali sono la sorgente di tutti i piaceri più delicati della vita».
Thomas Mann, scrittore tedesco, era solito affermare che rispetto ai soggetti normali l’artista si distingue per il fatto che presenta più difficoltà ad esprimersi. La conferma viene da Edvard Munch, il pittore degli incubi, contemporaneo di Ibsen e Strindberg, considerato il massimo artista norvegese, che sosteneva: «…senza malattia né angoscia sarei stato una barca senza timone».


Thomas Mann


Edvard Munch


Vincent Van Gogh

Grandi malati furono anche Vincent Van Gogh, affetto da schizofrenia, Henry Matisse, che soffriva di grave enteropatia cronica, Toulouse Lautrec, che oltre ad essere un affezionato seguace di Bacco, era affetto da deformità scheletriche e da sifilide. Degas accusava gravi disturbi visivi, mentre Modigliani era tubercolotico. Masaccio il cui nome vuol significare vestito di stracci, morto a soli a 27 anni, era considerato un genio un po’ matto poiché con la testa immersa nel suo lavoro si dimenticava di mangiare o di farsi riparare un abito strappato e nonostante la sua brevissima vita è riuscito a dare una svolta alla storia della pittura. Per non parlare di Freud, Goya e Oscar Wilde, tutti affetti da malattie dell’orecchio o da sordità.
Alcuni sostengono che un po’ di follia e certe malattie danno vita alla creatività di un’artista, molto di più della normalità psicofisica. Infatti, anche Toulouse-Lautrec, riesce a convivere con la sua deformità, ma gli altri, non geniali, che vogliono (a volte) possono guarire?
Artisti o no ci tocca mettere in discussione alcuni concetti sulla nostra salute o sulla nostra malattia e per farlo ci aiutano due neuropsichiatri, Abraham e Peregrini, che qualche anno fa hanno pubblicato il volume “Ammalarsi fa bene” (Feltrinelli), attraverso il quale dimostrano, con prove, il grande aiuto prodotto dalla psicoemotività, una sorta di prontuario con le istruzioni per girare tra malattie che ne evitano altre. Nel libro citato c’è quanto basta per capire che chi è sano è più solo, mentre chi “scoppia” di salute farà bene a fingere di soffrire qualche malanno. Inoltre gli autori tentano di spiegarci come impossessarsi della malattia, del disagio e come occorra dominarli per non essere dominati, poiché l’errore più comune è quello di mascherarli. Nessuno ammette con gli altri, ma prima con se stesso, la propria fragilità fisica e/o mentale. Essere sani, belli, efficienti. Chi non appartiene a questa tribù, si sente indegno di far parte del “felice villaggio globale”.



Francisco Goya



Oscar Wilde



Sigmund Freud

Più recentemente è stato pubblicato il volume di Luciano Sterpellone “Famosi e malati” (Editrice SEI, Torino), il quale fa un’ampia rassegna dei malati famosi.
In campo musicale si ipotizza che pochi maestri scoppiavano di salute. Fra i più malridotti figurano Vivaldi, creatore di tanta stupenda musica per “Le quattro stagioni”, portatore di asma bronchiale, morì per una “infiammazione interna”; Paganini, affetto da tubercolosi; Mozart, che dopo aver contratto una lieve forma di vaiolo nel 1767, fu colpito nel 1788 da una crisi depressiva e creativa, si ammalò anche di insufficienza renale e forse di schizofrenia. Ma, nel 1791, con l’improvviso e straordinario risveglio della vena creativa: compone Clemenza di Tito, Flauto Magico, Concerto per clarinetto, il Requiem. Quest’ultimo rimasto incompiuto a causa della sua morte, avvenuta il 5 dicembre dello stesso anno, per una “febbre da infiammazione reumatica”. È recente la notizia secondo la quale Mozart sarebbe morto perché colpito da “trichinosi” per aver mangiato troppe costolette di maiale poco cotte. Anche Schumann accusava problemi otologici.
Johann Sebastian Bach, il famoso compositore tedesco, morto il 28 luglio 1750, miope da giovane, aveva sviluppato una cataratta che un micidiale oculista, John Taylor, rivelatosi un ciarlatano, introdusse nell’occhio del musicista un preparato a base di mercurio, costringendo il malcapitato a sottoporsi solo una settimana dopo ad un nuovo intervento. Era affetto da obesità, ipertensione arteriosa e soffrì di vari “colpi” cerebro-vascolari, uno dei quali complicato da una non meglio identificata “febbre miliare”, che lo portò a morte.
Ludwig van Beethoven, il celeberrimo sordo che conquistò il mondo scrivendo capolavori, specie nell’ultimo decennio di vita, versava in condizioni piuttosto gravi, tanto da tentare il suicidio. Infatti in una lettera indirizzata ad un amico, Beethoven scriveva: «… e poco ci mancò che mi togliessi la vita. Solo l’arte mi ha trattenuto di farlo. Mi è parso impossibile lasciare questo mondo prima di avere pienamente realizzato ciò di cui mi sentivo capace». Il Maestro che era un buon bevitore, soffriva anche di cirrosi epatica.



Niccolò Paganini



Wolfgang Amedus Mozart



Ludwig Van Beethoven

Ma vediamo i dettagli. Beethoven era molto miope e quindi usava sin da piccolo gli occhiali e forse per questo motivo scrisse un “Duetto con due occhiali per viola e violoncello”. A causa della sua nota sordità trascorse sei mesi nell’arcadica atmosfera di Heiligenbstadt, oggi un trafficato quartiere viennese, «lontano dai rumori per riposare l’affaticato organo dell’udito», ove compose la Sesta Sinfonia, detta Pastorale.
Purtroppo la perdita dell’udito sarà progressiva, sino alla sordità completa. Tutte le terapie prescritte (suffumigi, diuretici, lavaggi, acque termali, correnti galvaniche, magnetismo) si rivelarono tutte inutili, se non dannose. Molto probabilmente si trattò di una otosclerosi (diremmo oggi una ossificazione della staffa, uno degli ossicini dell’orecchio), che oggi si cura con elevato successo.
Il noto compositore soffriva anche di cirrosi epatica, forse dovuta alla sua documentata propensione verso l’alcol, e si ipotizza che sia stata proprio questa la causa della sua fine.
Vincenzo Bellini, che morì a soli 34 anni, dette adito a ipotesi di avvelenamento e per porre fine a quelle voci sempre più insistenti, dovette intervenire personalmente il re Luigi Filippo, che incaricò un professore della Facoltà di Medicina di eseguire l’autopsia sul corpo del musicista. In realtà fu esclusa l’ipotesi di avvelenamento ma la causa della morte fu attribuita ad una «infiammazione dell’intestino crasso, complicata da ascesso del fegato». Il musicista catanese soffriva molto il caldo ed aveva frequenti coliche intestinali che cercava di dominare… con i purganti. Il reperto autoptico dettero adito a varie ipotesi diagnostiche, come la colite ulcerosa, la sindrome del colon irritabile, ecc.
Yasser Arafat che prese parte elle guerre contro Israele del 1948 e 1956 nelle file dell’esercito egiziano, fu eletto nel 1970 presidente dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP).
Arafat soffriva di ipertensione arteriosa complicata da arteriosclerosi e numerosi furono gli episodi di angina pectoris, favoriti dalla sua vita convulsa e continuamente a rischio. La morte è sopravvenuta in seguito ad una emorragia cerebrale, dopo 27 giorni di coma. Recentemente sono state avanzate insistenti ipotesi di avvelenamento e per dissimulare l’azione del veleno sarebbe stato iniettato il virus HIV dell’Aids.
Osama Bin Laden il famigerato sceicco arabo. A parte varie ferite da lui sofferte, Bin Laden pare affetto da una grave forma di insufficienza renale che rende necessarie frequenti e ripetute emodialisi. Secondo indiscrezioni, il danno renale sarebbe conseguenza di un tentativo di avvelenamento da lui subito.

Vincenzo Bellini

Maria Callas

Frederic Chopin

Maria Callas, celebre soprano statunitense di origine greca, scomparsa nel 1977, fu colpita da una delle massime sfortune per una cantante: perdere la voce. La diagnosi tardivamente formulata fu di “dermatomiosite”, una malattia che colpisce i tessuti connettivi e nel caso della Callas colpì proprio l’organo della fonazione, la laringe, che le procurava improvvisi abbassamenti di voce. I soliti detrattori attribuivano il fenomeno alle vicende sentimentali della cantante che tanto la angosciavano. La diagnosi fu fatta tardivamente ma fu introdotta una accurata terapia cortisonica che contribuì a migliorare tutti i toni vocali, ma un anno dopo Maria Callas si spense, forse a causa di un infarto del miocardio, compatibile con la stessa dermatomiosite della quale era portatrice.
Fryderyk Chopin mentre soggiornava a Palma de Majorca con il suo amico George Sand si manifestò, circa dieci ani prima della morte, il processo tubercolare. Nonostante i chiari segni della malattia un medico, tal Papet, diagnosticò una «modica infiammazione della trachea senza segni di tubercolosi polmonare» (?).
Chopin, persona estremamente sensibile, molto geloso ed irascibile, aveva sofferto in passato di varie affezioni delle vie respiratorie ed aveva seguito varie terapie in stazioni termali, equitazione, dieta con mucillagine d’avena, infuso di ghiandole tostate, ecc., tutte terapie non seguite da alcun giovamento. L’autore del bel notturno soffriva anche di “allucinazioni uditive”, gli sembrava di udire le campane della chiesa che suonavano a morte per il suo funerale. In questa condizione compose la “Sonata in si bemolle maggiore”, di cui fa parte la “Marcia funebre”.
Gabriele D’Annunzio, celebre non solo come scrittore ma anche per le sue stravaganze, narcisista e megalomane, volle essere al centro dell’attenzione sia nelle sue battaglie “guerriere” che sentimentali.
Dopo un intervento subito nel 1929, gli fu consigliata la somministrazione di un purgante “per muovere l’intestino”, ma il vate rifiutò sdegnosamente di sottostare alla «volgarità dell’olio di ricino» ed allora si adoperò un espediente: il purgante fu messo in un bicchiere con mentuccia e champagne.
Morì per un’emorragia cerebrale. Come per altri personaggi famosi anche per D’Annunzio si parlò di suicidio, ma con molta probabilità quella del suicidio fu solo un’interpretazione un po’ fantasiosa di quel desiderio di sparire, che spesse volte ripeteva.

Gabriele D'Annunzio

Giorgio De Chirico

Marlene Dietrich

Giorgio De Chirico, nato in Grecia, fin dalla sua giovinezza soffriva di frequenti cefalee, alle quali fu attribuita quella “rivoluzione” della pittura del Novecento (la metafisica), della quale fu riconosciuto l’ispiratore. Il pittore soffriva di “febbri spirituali”, come egli stesso li definiva, ma la scienza attuale li riconosce come forme patologiche che generano visioni alterate e allucinatorie.
Marlene Dietrich, con «le gambe più sexy del mondo», proprio quelle avrebbero decretato la fine della splendida carriera dell’attrice. Il motivo? Una osteoporosi, sopravvenuta alla menopausa. Che aveva colpito l’articolazione dell’anca costringendola in casa per dodici anni. Gli ultimi della sua vita.
La preoccupazione maggiore dell’attrice non era tanto l’eventualità di nuove fratture, quanto quella di apparire a chiunque in condizioni precarie. La sua fine è da attribuire ad un ictus cerebrale, almeno così è considerato ufficialmente il motivo della sua morte. Ma vent’anni dopo la sua segretaria, fornì una versione diversa. Un suo nipote, che la Dietrich odiava, propose di ricoverarla in una casa di cura. L’attrice che udì tutto dalla sua stanza da letto lo fece cacciare di casa insieme ad altri parenti, poi chiese alla segretaria di portarle i soliti sonniferi. Pochi momenti dopo, quando la segretaria rientrò in camera, vide il flacone vuoto e la donna riversa sul letto.
Albert Einstein, il bambino che secondo il pronostico del padre «non avrebbe mai combinato nulla di buono nella vita», era considerato a 26 anni già un genio dal mondo scientifico. Certamente a dieci anni aveva difficoltà ad eseguire operazioni aritmetiche, ma aveva una passione per il violino e preferiva Mozart e Vivaldi. «La relatività? Pensate cos’è un minuto con i piedi sui carboni ardenti, e un minuto con una bella ragazza su un prato…».
Einstein soffriva di ipertensione arteriosa, causa di un’arteriosclerosi generalizzata e di una lesione aortica che fu poi causa della sua morte. Forse fu colpito da una lunga malattia, forse una miocardite. Nel 1948, sette anni prima della fine, fu colpito da improvvisi dolori addominali e da vomito. L’intervento chirurgico mise in evidenza una cirrosi epatica ed un aneurisma dell’aorta addominale. Ma Einstein non seguì mai troppo fedelmente i consigli dei medici. Sosteneva che «Si può anche morire senza l’aiuto dei medici».
Giovanni XXIII, al secolo Angelo Roncalli, soffriva di disturbi allo stomaco che rivelarono successivamente un cancro. Le sue condizioni peggiorarono dopo la sua elezione e nel 1963 morì a causa delle frequenti emorragie gastriche.

Albert Einstein

Giovanni XXIII

Giovanni Paolo II

Giovanni Paolo II (Karol Wojtila). Non aveva avuto particolari problemi di salute, se si eccettua un incidente subito nel 1944, quando fu travolto da un camion militare e riportò una lieve frattura cranica.
Dopo il noto attentato subito per mano di Alì Agca, fu operato per un voluminoso tumore benigno al colon. Successivamente, in seguito ad una caduta, si lussò la spalla e si fratturò la scapola. Qualche anno dopo, la sera prima di un programmato viaggio in Sicilia, cadde nuovamente e si fratturò il collo del femore e gli fu impiantata una protesi artificiale che lo costrinsero dapprima a camminare con un bastone e successivamente a muoversi su una sedia a rotelle.
Subì ancora un intervento per asportazione dell’appendice e si affacciò una nuova malattia: il morbo di Parkinson seguito anche da una ipertrofia prostatica. La situazione si aggravò nel marzo 2005 per una infezione polmonare prima e il sopravvenire, dopo, di crisi anginose, ipotensione e blocco renale. Così il Papa venuto da lontano che influenzò notevolmente la storia del XX secolo, si spense la notte del 2 aprile 2005.
Concludendo «stare bene non vuol dire “scoppiare di salute…” ascoltare i segnali del malessere significa usare il sistema di allarme di cui siamo dotati, solo così la nostra vita riesce a trovare un equilibrio con allarmi e squilibri quotidiani».

 

******

 

GOLA: FATTI, STORIE E CURIOSITÀ

La gola, termine generico con cui si designa soprattutto la faringe e la parte alta del tratto laringo-tracheale, rappresenta una parte anatomica vitale del collo, in quanto racchiude la laringe che è l’organo della respirazione, della fonazione, del linguaggio e quindi della comunicazione. La gola è opportunamente protetta da idonea muscolatura ed è stata definita “nodo ferroviario”, attraverso il quale passano le connessioni vitali tra organi ed apparati, come la bocca, il naso, la laringe, la faringe, i polmoni e lo stomaco. Inoltre, attraverso questo tunnel, passano i grandi “binari” della circolazione sanguigna che collegano due organi anatomici eccellenti: cuore e cervello.
La gola, oltre a racchiudere le importanti funzioni già dette, è anche la porta di accesso di tutte le squisitezze della vita alimentare ed è sinonimo di ghiottoneria, ingordigia, golosità e come tale considerata dalla morale cattolica uno dei sette peccati capitali.
Vito Lozito nel suo volume “Alla radice del vizio” (Levante Editori, Bari) sostiene che «Nella tradizione cristiana il rapporto uomo-cibo diventa problematico; nelle opere degli scrittori ecclesiastici, numerosi sono i consigli e i richiami all’uso moderato del vitto e delle bevande; netta opposizione è dichiarata nei confronti dell’ingordigia del ventre sino a definire, in alcuni casi, il peccato della gola il più importante e pericoloso dei vizi». La Sacra scrittura, ricorda ancora Lozito, «Offre numerosi esempi di funesti danni, provocati dal desiderio smodato del cibo, dagli eccessi alimentari, dall’ubriachezza. Esaù perdette la primogenitura per un piatto di lenticchie. Noè a causa del vino, in uno stato di ebbrezza, mostrò le sue nudità ai figli; Loth che non fu sconfitto dai peccati di Sodoma, fu vinto dal vino e per l’ubriachezza ebbe rapporti incestuosi con le figlie; Erode, dopo un lauto banchetto, preda dei richiami licenziosi della lussuria ed eccitato dalla danza di Salomè, accettò di uccidere Giovanni Battista; il re di Babilonia, Baldassarre, a seguito di un lussuoso festino e banchetto perse il regno e la vita». Fatta salva la morale, i cibi rappresentano un settore particolarmente interessante ai quali l’essere vivente si è sempre servito per soddisfare le indispensabili esigenze di sopravvivenza.

A proposito della supremazia del linguaggio sulle altre forme di comunicazione, ricordo uno degli episodi più inquietanti dell’Antico Testamento: quello della Torre di Babele (Genesi, XI).
Fin dall’antichità gli uomini avevano una chiara consapevolezza del valore della comunicazione interumana sapendone apprezzare il potere ed il significato sociale.
La leggenda narra che, al tempo del racconto biblico, su tutta la Terra si parlava “una sola lingua con le stesse parole” e proprio grazie all’universalità del loro linguaggio gli uomini si sentirono talmente forti da costruire una torre che saliva fino al cielo, provocando l’ira di Dio, di un Dio spesso geloso, come quello dell’Antico Testamento.
La condanna divina fu proprio la diversificazione delle lingue, affinché gli uomini non si potessero più capire e si disperdessero su tutta la Terra.

La differenza della gola tra i due sessi è ben visibile: è rappresentata da quella sporgenza anatomica chiamata “pomo d’Adamo”, che mentre ci ricorda il peccato originale, altro non è che la punta (osso ioide) di una cassa di risonanza (laringe) per le corde vocali.
Il fatto poi che nell’uomo è più grande, non è dovuto solo ad una struttura più robusta, ma anche alla maggiore lunghezza delle corde vocali (18 mm. nell’uomo, 13 nella donna), espressione di un diverso timbro vocale.
Il collo femminile?
È generalmente più lungo e sottile di quello maschile, simboleggia un’immagine di bellezza e femminilità, riconosciuto soprattutto nel mondo della moda.
In Birmania, invece, vivono donne-giraffa, che hanno un collo più lungo di 2 o 3 volte il nostro, a causa di una serie di anelli o meglio di spire metalliche che vengono messe alle bambine intorno ai 5-6 anni e in seguito ne vengono aggiunte altre. In questo modo il collo può superare anche i 30 centimetri di lunghezza, subendo così una graduale deformazione di tutta la struttura ossea delle spalle e delle clavicole al punto che se gli anelli dovessero essere rimossi le donne non riuscirebbero più a tenere su la testa a causa dell’atrofia dei muscoli del collo. Gli anelli pare fossero utilizzati per proteggersi dai morsi delle tigri, ma attualmente la legge vieta questa usanza tribale.





L’arte italiana ha contribuito a dare giusto rilievo al collo femminile attraverso i celebri dipinti La Bohèmienne e Madama Pompadour del grande Modigliani, tanto per farsene una ragione.
Altri riferimenti alla gola sono rappresentati da concetti allusivi e di uso comune, come “avere il cuore in gola” (provare forte emozione), “avere l’acqua alla gola” (essere in estremo pericolo, in gravissime difficoltà o costringere qualcuno a far qualcosa o catturarlo con sfiziose ghiottonerie).
Per finire, qualche curiosa ricetta popolare regionale italiana e straniera contro il mal di gola, ricordata da Luciano Sterpellone nel suo libro “Orecchi, naso… e un po’ di gola” (Antonio Delfino Editore). “Spalmare sulla gola un po’ di grasso di serpente” (Valle d’Aosta); “Applicare e fissare intorno al collo un impacco di cenere calda” (Liguria); “Contro l’afonia, bere un quarto di latte in cui sono stati bolliti due fichi” (Trentino); “Applicare al collo un sacchetto di sabbia calda” (Lazio); “Frizionare la gola con olio caldo” (Campania); per la Puglia, “Fare sciacqui e/o gargarismi con decotto di radice d’adonide - erba rizomatosa - in mezzo bicchiere di acqua tiepida”.
Per la Nuova Zelanda, invece, “Avvolgere intorno al collo un panno bagnato e ricoprirlo con un calzino di lana da uomo”; per la Svizzera Tedesca “Fare gargarismi con infuso d’aglio e salvia in parti uguali” e, infine, per la Turchia, “Scarificare la cute del collo a livello della gola, e spargervi fiori di camomilla. Avvolgere intorno alla gola della mussola sulla quale sono stati schiacciati grani di pepe nero e noccioli d’oliva”. Insomma paese che vai, usanza che trovi!

Lolotte

Madame de Pompadour

Lunia



******

 

ESTATE: TEMPO DI VENTAGLI

Ventaglio della Regina Vittoria

Ventaglio di Maria Antonietta

Da tempi immemorabili la gente usa una varietà di strumenti per adattarsi al cambiamento delle stagioni. In passato, durante l’estate, ci si serviva del vento per difendersi dal caldo soffocante. Il vento creato con la mano o con un pezzo di carta può offrire qualche sollievo e il ventaglio non è altro che una applicazione di questo semplice principio.
Furono gli Egizi a fare uso dei ventagli fin dall’alba della civiltà. I materiali erano per la maggior parte deperibili ed è per questo che molti esemplari si sono persi. I modelli più diffusi erano due: il primo, lotiforme, realizzato con giunchi, assomigliava ai fiori di loto; il secondo, palmiforme, assomigliava alle foglie della palma.
Il ventaglio non era utilizzato solo per trarre sollievo dal calore. Dalle rappresentazioni ritrovate nelle tombe si deduce che possedeva anche una valenza simbolica. L’atto di fare ombra era messo in relazione a una parte specifica della persona: l’ombra di un individuo era il luogo della sua sessualità, ed era importante che fosse adeguatamente preservata. Anche l’aria mossa dal ventaglio rappresentava la capacità di donare la vita. Per questo motivo era rappresentato nei luoghi funerari per permettere al defunto di rinascere nell’Aldilà. Posto alle spalle del faraone, aveva lo scopo di fornirgli protezione e infondergli il soffio vitale.
Nell’antica Roma il ventaglio era segno di potere militare; quello a tre stecche, serviva per dare il segnale di battaglia. I sofisticati ventagli di piume dei Greci e dei Romani, erano usati da ancelle ed eunuchi al servizio dell’Imperatore.
Ci vollero molti secoli prima che l’uomo arrivasse alla costruzione del primo ventaglio pieghevole. Sopra sottili stecche di madreperla, avorio, tartaruga, osso, corno e legno, veniva distesa una larga striscia semicircolare di carta, seta, pizzo o di altri tessuti che potessero pieghettarsi più volte in sensi opposti.
In estremo Oriente la presenza del ventaglio è documentata fin dal 3000 a.C., mentre i giapponesi che avevano conosciuto il ventaglio a scherma della Cina, inventarono il ventaglio pieghevole. Anche la Corea ha una storia di ventagli. Infatti, mentre i ventagli occidentali erano fatti di seta e coperti completamente di disegni con struttura ornata di frange, molto popolari fra l’aristocrazia di Francia e Inghilterra, quelli tradizionali coreani mettono in risalto la bellezza delle linee più semplici.
Il ventaglio poteva essere un simbolo, a volte un vezzo, spesso veniva usato come linguaggio per comunicare.

Ventaglio di Maria Vetsera

Ventaglio della Pompadour

Ed a proposito di comunicazione ecco quello che si poteva comunicare con il ventaglio: se generosamente aperto e rivolto verso l’interlocutore significa “Benvenuto”; chiuso ed appoggiato ripetutamente alla bocca vuol dire “Posso parlarvi in privato”; chiuso e rivolto in basso: “Venite vicino a me”; chiuso e diritto: “Potete agire liberamente”; aperto e nascondendo gli occhi: “Vi amo”; mosso circolarmente: “Ci spiano stiamo attenti”; chiuso e appoggiato all’orecchio sinistro: “Non rivelate il nostro segreto”; appoggiato al cuore: “Sarò sua per la vita”; tenuto chiuso nella mano destra; “Addio, Arrivederci”; semi aperto e appoggiato sul seno, invita ad attenersi alla discrezione più assoluta, ma se è aperto solo per due settori indica totale indifferenza. Appoggiato sulla fronte è un avvertimento: “Arriva mio marito”. E così via.
Le curiosità su questo oggetto sono tante. Si narra che il bellissimo Duomo di Carignano presso Torino, sia dovuto ad un ventaglio. Durante un pranzo di gala, il Conte Benedetto Alfieri, potente e geniale architetto del XVIII secolo, raccontò alla sua dama che gli avevano dato l’incarico di preparare il disegno del Duomo e di essere preoccupato per questo. La dama, con graziosa civetteria, rispose: “Ecco la pianta della chiesa” ed aprì il ventaglio. Alfieri afferrò l’idea e disegnò la chiesa a forma di ventaglio.
La pittura ha avuto anch’essa un ruolo importante nei ventagli. Infatti, il gusto per i dettagli ed una particolare predilezione per i nudi femminili sono alcune delle costanti che hanno caratterizzato, ad esempio, l’opera di Auguste Dominique Ingres. Nella sua opera appaiono già i temi che preannunciano il movimento romantico: scene di donne nude che evocano luoghi lontani ed esotici. Ma la mentalità puritana dell’epoca obbligava però il pittore ad ambientare questo tipo di scene solo nei bagni turchi o negli harem, dove la presenza di odalische e donne senza veli era pienamente legittima.
Anche poeti e scrittori si sono ispirati ai ventagli scrivendo versi del seguente tenore: «Quel tuo leggero ventaglio, o contadina bella, si esprime più della favella. Esprime ira, dolore, dispetto e piacere, odio e amore, chiudi il ventaglio e dona il tuo cuore». Mentre nella commedia di Goldoni “Il Ventaglio”, questo oggetto diventa il vero protagonista di una trama basata su equivoci e malintesi. Passando da un personaggio all’altro, infatti, finisce per renderli tutti uguali nella loro essenza più profonda, i sentimenti.
Qualcuno, infine, ha definito il ventaglio «Elegante stratagemma muliebre, che, a un gesto di suprema civetteria nella schermaglia contro la calura estiva, associa la previdenza maliziosa di uno schermo complice a sorrisi e sguardi furtivi»
Il ventaglio è storia, passione, ricordi. Quanti di noi sapevano queste cose. Quanti si sono mai soffermati su questo accessorio che sembra tanto insignificante, banale e fuori moda, ma che ancora oggi lo si può vedere nelle mani di donne di ogni età? Per cui se volete darvi delle arie… usate il ventaglio.

Ventaglio di Mata Hari

Ventaglio di Sarah Bernhardt

 

******

SEI INTROVERSO O ESTROVERSO?
SCOPRI CON CHI VAI D’ACCORDO

 

Il carattere è un segno distintivo, una qualità propria che contraddistingue una persona, ovvero il complesso delle doti individuali e delle disposizioni psichiche che distinguono una personalità umana dall’altra e che si manifesta soprattutto con il comportamento sociale.
La personalità, secondo Gordon Allport, psicologo statunitense, è invece la somma totale degli schemi di comportamento effettivi o potenziali dell’organismo, determinati dall’eredità e dall’ambiente; ha origine e si sviluppa attraverso l’interazione funzionale dei quattro compartimenti principali entro i quali questi settori sono organizzati: cognitivo (intelligenza), creativo (carattere), affettivo (temperamento), e somatico (costituzione).

Gordon Allport

Hans Eysenck

Che significa essere estroversi o introversi? Secondo Hans Eysenck, psicologo inglese, «l’estroverso tipico è socievole, ama le feste, ha molti amici, ha bisogno di un rapporto continuo con la gente e non gradisce leggere o studiare per proprio conto. Ricerca le emozioni, sfida la sorte, non si tira indietro, agisce secondo lo stimolo del momento ed è generalmente un individuo impulsivo. Agita e muove le cose in continuazione, tende a divenire aggressivo e perde facilmente la calma; nel complesso i suoi sentimenti mancano di equilibrio e non sempre è una persona attendibile.
L’introverso tipico è un individuo tranquillo e schivo, amante più dei libri che della gente, riservato, freddo con tutti tranne che con gli amici più intimi. Progetta prima di agire, ‘guarda prima di saltare’, diffida dell’impulso momentaneo. Non desidera emozioni, si interessa alle cose d’ogni giorno con particolare serietà e tende a un modo di vita regolare e uniforme. Mantiene un fermo controllo sui suoi sentimenti, raramente si comporta in modo aggressivo e non perde facilmente la calma. È degno di fiducia, è piuttosto pessimista e attribuisce grande valore ai modelli etici».
Ovviamente questa descrizione si riferisce al ‘perfetto’ estroverso e al ‘perfetto’ introverso. Sia ben chiaro che poche persone si avvicinano realmente a questi casi-limite, la maggioranza, senza dubbio si colloca nel mezzo.

Quali sono i fattori fondamentali della personalità? Secondo Lorenza Dardanello Tosi, che ha pubblicato il manuale “E tu che carattere hai? (ed. Franco Angeli), sono tre: emotività o non emotività, attività o non attività e primarietà o secondarietà. L’emotività è la propensione a farci coinvolgere dagli avvenimenti esterni ma anche da “movimenti” interiori. L’attività rappresenta la disponibilità di energia ovvero la “dotazione di carburante” di cui si dispone. In caratterologia, secondarietà e primarietà indicano la rapidità con cui reagiamo ad uno stimolo e la durata di questa reazione.
Da questi tre ingredienti emergono tanti tipi: vediamone qualcuno.
Abbiamo l’entusiasta, che è dinamico e generoso, ma incostante e dispersivo; il tenace, fermo ed entusiasta, ma presuntuoso e megalomane; l’inquieto, sensibile e con temperamento artistico; il realista, dotato di senso pratico, ottimista, abile organizzatore, scettico e opportunista; il tranquillo, calmo, mite e tollerante, ma insensibile, apatico e avaro.
Tra i personaggi appartenenti all’una o all’altra categoria troviamo: Raoul Bova, signorile; Paolo Bonolis, protettivo; Sabrina Ferilli, aggressiva; Mara Venier, invadente; Simona Ventura, frizzante; Enrico Papi, compagnone; Maria Grazia Cucinotta, materna, Carlo d’Inghilterra, introverso.

Raoul Bova

Sabrina Ferilli

E le combinazioni vincenti quali sono? Ecco un campionario: l’entusiasta lega bene con il tenace e il realista, ma non con lo scrupoloso o il pigro; lo scrupoloso con il tenace e il pigro, ma non con il realista o il tranquillo; il realista con l’entusiasta e il flemmatico, ma non con lo scrupoloso o l’inquieto, ecc.
Vuoi proprio capire il tuo carattere? Eccoti un consiglio. Abbi il coraggio di guardarti dentro, senza cedere alle tentazioni di mascherare o ignorare i tuoi lati negativi, insomma fai un esame di coscienza, poiché spesso, abbiamo una così alta opinione di noi stessi al punto da pensare che sbaglia chi non è come noi. Una volta individuati le qualità e i propri difetti, impariamo ad accettarli come sono, sforzandoci di ottenere uno stato di equilibrio e stabilità, con l’aggiunta di scrupolosità, umiltà e costanza, che sono virtù indispensabili a ricompensare bene chi impara a sfruttarle con intelligenza, avendo sempre presente che tutti possono cambiare, infatti nessuno è responsabile di ciò che impongono le circostanze, ma solo del modo in cui si reagisce alle situazioni.

Foto fornite da Cartantica

 

******

 

LA VITA È BELLA SE È COLORATA

 

(Foto fornite da Cartantica)


Vasilij Kandinskij, pittore e teorico russo dell’arte, famoso perché principale esponente dell’astrattismo non geometrico, sosteneva che il colore grigio rappresenta l’immobilità che è inconsolabile, per cui «quanto più il grigio si fa scuro tanto più si accentuano l’inconsolabilità e l’oppressione soffocante. Se invece dà nel chiaro, una specie di aria, di possibilità di respiro, penetra nel colore stesso, che contiene in sé un certo elemento di celata speranza». Ciò ci fa comprendere perché il ponte di Blackfriars di Londra, che era tristemente famoso per il numero dei suicidi che si verificavano, era dipinto di nero e che ridipinto di verde vivo, il numero dei suicidi diminuì di un terzo.

In realtà attraverso i colori si contraddistinguono tantissime cose: un pittore, una bandiera, uno stemma, uno Stato, oppure un partito politico, o il colorito della pelle, che in certi casi (pallore, pigmentazione giallastra, rossore), può essere espressione di malattia, quello che caratterizza le razze e, dulcis in fundo, quello che caratterizza il maschietto o la femminuccia.
Vi siete mai chiesti perché il colore rosa contraddistingue le bambine e l’azzurro i maschietti?
Ebbene, secondo la tradizione occidentale, il rosa è il colore di Venere la dea dell’amore e della bellezza. Ecco che allora quando la bambina era socialmente destinata a crescere, era molto importante che avesse un colore dolce e arrendevole, quindi vestirla di rosa equivaleva a predestinarla in tal senso.
Per il maschietto, che andava incontro ad una vita caratterizzata da forza, bellicosità e grinta, occorreva attenuare i bollenti spiriti e quindi il completino azzurro aveva il compito di calmarlo e renderlo tranquillo e quieto.

Per colore, inoltre, non si intende solo quello che si vede esteriormente, ma anche quello interiore che in ognuno di noi riassume le inclinazioni affettive, gli stati d’animo, l’approccio verso l’esterno.
Scoprire il proprio colore non è facile, ma può essere un esercizio divertente per dedicare un po’ di tempo a se stessi e guardarsi dentro.
Ma ai colori si può ricorrere anche per migliorare il proprio fisico e la propria salute. Forse per questi motivi è nata la cromoterapia, ovvero la pratica volta a ripristinare l’equilibrio mentale e corporeo, grazie all’applicazione di raggi di luce colorati sul corpo che, anche se poco praticata, ha origini antichissime.
Infatti, Egizi, Romani e Greci praticavano l’esposizione alla luce solare diretta per la cura di diversi disturbi. In India, invece, la medicina ayurvedica ha sempre considerato come i colori influenzino i centri di energia sottile che vengono associati alle principali ghiandole del corpo. Anche i Cinesi affidavano il proprio benessere fisico all’azione delle varie tinte, al punto che le finestre della camera del paziente venivano coperte con teli di colore adeguato e il malato indossava indumenti della stessa tinta.
Negli ultimi anni la cromoterapia ha avuto un notevole sviluppo grazie ai numerosi studi scientifici che evidenziano l’influenza dei colori sul sistema nervoso, immunitario e metabolico.
Pare, che i colori siano una cura efficace per molte malattie e possono perfino prolungare la vita di una decina d’anni, almeno così sostiene Corinne Heline nel suo libro «Guarire e rigenerarsi per mezzo del colore».

Vediamo un po’ quali sono le proprietà dei colori maggiormente utilizzati nella cromoterapia. Il rosso, ad esempio, migliora la circolazione sulle piante dei piedi; intorno all’ombelico e all’inguine, aiuta l’intestino pigro, è anti-irritante, facilita la crescita e l’aumento di peso, ma va evitato negli stati infiammatori acuti.
L’arancione è considerato utile contro il rachitismo, i crampi e gli spasmi, la digestione ed il buon funzionamento della tiroide, facilita il flusso mestruale e stimola la produzione di latte materno. Il giallo viene considerato un ottimo stimolante dell’attività muscolare, è lassativo, favorisce i succhi gastrici e riduce il gonfiore addominale, rende più bella la carnagione ma è controindicato nelle infiammazioni acute, nelle nevralgie, nelle palpitazioni e nelle sovraeccitazioni in genere.
Il verde viene considerato in grado di ristabilire l’equilibrio di tutte le funzioni dell’organismo, è purificante, stimolante battericida e germicida.
Il blu viene considerato l’opposto del rosso, anche per le sue proprietà calmanti. Viene usato in caso di febbre e palpitazioni e pare efficace anche in alcuni casi di calvizie. Il porpora, infine favorisce la dilatazione dei vasi sanguigni favorendo l’attività vascolare, abbassa la temperatura corporea ed è utile contro l’insonnia.
Un colore da evitare? Secondo Kandinskij il nero, poiché: «Come un nulla senza possibilità, un nulla morto dopo la morte del sole, come un silenzio eterno senza avvenire, senza la speranza stessa di un avvenire, risuona interiormente il nero».

Oggi anche la dieta si veste di colore, anzi di quattro colori, (rosso, verde, giallo e arancione) riferiti essenzialmente a frutta e verdura. Queste ultime, se di colore rosso, sono le guardie del corpo, se gialle e arancioni assumono il ruolo delle estetiste che vi fanno belle, se verdi, infine, sono i personal trainer che curano la forma. In sintesi il rosso (angurie, peperoni, ciliege, melanzane, fragole, mirtilli, fichi, pomodori), protegge; il verde (piselli, zucchine, mele, cetrioli, kiwi), depura; il giallo (banane, ananas, mais, pesche, limoni e prugne gialle), ringiovanisce; l’arancione (albicocche, carote, arance, zucche), rinforza.
Il colore può anche essere “respirato” e convogliato con l’immaginazione verso l’area del corpo che necessita di cure. L’esercizio è semplice, dopo aver visualizzato il rosa, immaginate di essere circondati da una nube dello stesso colore e respirate profondamente, pensate al vostro corpo e decidete la parte che vorreste migliorare. Per favorire l’immaginazione potete anche utilizzare come guida una fotografia che vi piace, inondando di rosa la parte che vorreste abbellire e così facendo potete passare ad un’altra area.

Insomma la vita è bella se è colorata.

 


******

ODORI & PROFUMI
STORIA, FATTI, CURIOSITÁ

Nel nostro meraviglioso universo, in cui la tecnologia lotta contro l’inquinamento, senza riuscire a vincerlo, mentre i mass media spalancano le loro colonne e i loro schermi a ogni sorta di pubblicità mirante al lancio di prodotti per combattere i cattivi odori, l’uomo ha ben poche occasioni per registrare sensazioni olfattive, siano esse piacevoli o meno. Molti prodotti dell’agricoltura, che una volta offrivano caratteristici odori alle cellule dell’odorato, oggi sono coltivati in serre con tecniche artificiali, stipati per giorni in speciali frigoriferi per farli maturare e conservare. Inevitabilmente rivelano una quasi totale assenza di odori e sapori, facendo rimanere in letargo le nostre cellule olfattive.
L’olfatto, che nell’uomo è stimolato da oltre cinquemilioni di cellule che eccitano le terminazioni nervose e invitano il cervello alla decodifica del tipo di fragranza, è l’organo di senso preposto alla funzione specifica della percezione degli odori. Esso va perdendo sempre più il suo ruolo nel corso dell’evoluzione della razza umana, se solo si considera che l’uomo primitivo affidava all’odorato compiti importantissimi, come la ricerca del cibo, la difesa dai pericoli, l’eccitazione dell’appetito sessuale, ecc.
Per vari motivi l’olfatto è considerato un senso minore, la cenerentola dei sensi. A differenza dei sensi nobili quali la vista e l’udito. La nostra cultura misura il bello attraverso la vista e l’udito, mentre quella orientale – ebraica e indiana in particolare – ha sempre sottolineato l’elemento degli odori e dei profumi.
Sull’argomento non mancano aneddoti e storielle curiose. Si narra, ad esempio, che Enrico IV, re di Francia, indirizzò ad una delle sue amanti un biglietto di questo tenore: «Domani verrò da voi, mia adorata. Mi raccomando che non vi laviate. Mi piace il vostro odore forte». I malevoli, invece, asserivano che Enrico IV, per dare il buon esempio, puzzava come un caprone, ma pare anche che una delle sue conquiste gli sussurrasse: «Bisogna proprio che siate il re perché vi sopporti. Altrimenti…».
L’opinione dello scrittore giapponese Yasunari Kawabata, è un po’ diversa da quella del monarca francese, infatti, egli sostiene che: «La pelle di una donna prende ad emanare profumo solo quando è tra le braccia di un uomo che le piace. Una donna anche giovanissima sembra sia incapace di frenare questo profumo. Esso dà coraggio all’uomo, lo rasserena, gli dà pace. Con quel profumo la donna comunica silenziosamente il suo assenso». Lo stesso Casanova affermava di aver sempre trovato soave l’effluvio delle donne che aveva amato. Ma anche Plauto era del parere che «La donna odora di buono quando odora di niente». Sta di fatto che la percezione degli odori, nostri ed altrui, starebbe perciò alla radice anche di comportamenti apparentemente razionali o almeno intenzionali, dal momento che il sistema olfattivo dialoga con il cervello attraverso un asse che collega ipotalamo e bulbi olfattori.

Oggi le nostre strutture sensoriali olfattive, forse, proprio a causa dei numerosi eccitamenti odorosi, si sono annoiate a tal punto da preferire agli odori naturali quelli delle miscele odorose artificiali sempre più raffinate e penetranti che, reclamizzate e ben confezionate, possono essere acquistate in una qualsiasi profumeria, per soddisfare le variate esigenze olfattive, sia femminili che maschili. Ma, Re Salomone, nel Canto dei Cantici, un sorprendente inno d’amore, fa non meno di venti allusioni ai profumi che aleggiano sui corpi degli amanti, consigliando di dare la preferenza al proprio effluvio, poiché l’odore che emaniamo supera ogni profumo.
Anche la letteratura si è interessata all’olfatto, esso può decidere, infatti, simpatie e antipatie, può riassumere una sensazione o una situazione ambientale, può farsi veicolo di ricordi. A solo titolo di esempio, ricordo Patrick Suskind, che attraverso il suo volume Il profumo, le cui sensazioni olfattive sono al centro dell’intero romanzo, narra che il protagonista, Grenouille, è una creatura che ha un odore ma, che proprio per questo, presta notevole attenzione agli odori del mondo e che dell’odore della gente si nutre.

E parlando dei profumi non possiamo tralasciare qualche nota in relazione alla sua storia. La parola profumo è latina e significa «fare fumo per propiziarsi gli dei». In Italia fu il piemontese Gian Paolo Feminis, all’inizio del ’700, a impiegare per primo il bergamotto in una composizione profumata esportata poi a Colonia, in Germania. Giovanni Maria Farina, poi, pare l’avesse brevettato col nome di Acqua di Colonia, una fragranza che conquistò Napoleone al punto che portava sempre con sé una boccetta infilata nello stivale.
Di ben diversa origine è invece la conosciutissima Acqua di Rose, la cui provenienza è persiana, dal momento che i persiani consideravano questo fiore la delizia per eccellenza, al punto da cospargere di petali tappeti e divani in occasione delle feste. Furono essi i primi a distillare le rose e ad esportare la profumata acqua in Cina, India, Egitto e nel bacino del Mediterraneo. Ma la donna più profumata della storia pare sia stata Caterina dei Medici. Fu proprio lei ad esportare in Francia l’arte della lavorazione dei profumi.
Dai tempi più remoti della storia dell’uomo il profumo è stato sinonimo di ricchezza, cultura e civiltà, al punto che il mestiere di profumiere era sempre associato a quello di medico, guaritore o sacerdote. Le materie aromatiche manipolate dal profumiere possedevano poteri curativi e inducevano, attraverso l’olfatto, un vero benessere psico-fisico. Il profumiere arabo, componeva, non solo profumi, ma si spingeva oltre preparando incensi, bagni, unguenti e cosmetici per procurare piaceri raffinati e guarigioni.
Uno degli aspetti della storia dei profumi, può considerarsi quello religioso, in quanto l’uomo fu talmente sensibile alle sostanze odorose, da utilizzarle, sia per riconciliarsi con gli dei che per disinfettarsi, dal momento che si riteneva che gli odori gradevoli scongiuravano le malattie. A quest’ultimo proposito si trova traccia addirittura nell’Odissea, ove Ulisse, ritornando a Itaca, fa bruciare dello zolfo per purificare il proprio palazzo, dopo aver sterminato i Proci e i suoi infedeli servitori. Anche nella Bibbia (Esodo 40, 27), è scritto che Mosè costruendo il Tabernacolo (Santuario portatile nel quale erano conservate le tavole della Legge), «Vi bruciò sopra l’incenso aromatico…».
I profumi servivano anche a combattere i cattivi odori ed a scacciare il demonio, mantenendo intorno alla rappresentazione della divinità nel tempio, un’atmosfera favorevole all’accoglimento delle preghiere. La leggenda ricorda che il cretese Melisseo, padre di Amaltea, l’affascinante ninfa che nutrì il giovane Zeus con il latte della sua capra, salvandogli la vita, fu il primo a sacrificare alcune pecore per bruciarle e accarezzare così, attraverso il velo del fumo, le narici degli dei.
Il profumo è considerato una specie di genio buono che permette di compiere diversi tipi di sogni come, ad esempio, la funzione sacra che mette in rapporto con gli dei. La funzione eleganza, invece, dal momento che il profumo innalza, è aristocratico, ma è anche segno di benessere. Il profumo è ritenuto anche il più forte artefice della seduzione. Si narra che la Regina d’Ungheria a 70 anni con l’Eau d’Hongrie sedusse il Re di Polonia. Del profumo vanno ricordate anche le funzioni piacere che sorprende l’intelletto e provoca estasi, la funzione vitalità che dà forza, la funzione identità che contraddistingue una persona, insomma, come fosse un secondo nome di battesimo. Infine vi è la funzione evasione, dal momento che il profumo ricorda luoghi distanti, momenti passati, permettendo di fuggire in luoghi lontani.
La tradizione dei profumi si tramanda ancora oggi nelle nostre Chiese con l’uso dell’incenso che, diffuso attraverso il turibolo (incensiere), è utilizzato in diverse cerimonie cristiane. Emanuela Angiuli, direttrice della Biblioteca Provinciale di Bari, ipotizza che «La nuvola di fumo che sale dall’altare trascina dalla terra verso il cielo, in mille profumate spirali evanescenti, la voce dei desideri. Così gli uomini parlano agli dei…».
Sta di fatto che le regine si procuravano a qualunque costo i profumi che il lusso e la gloria del loro rango esigevano. Vi sono numerose testimonianze che concordano nell’affermare che Cleopatra non disdegnava enormi quantità di profumi di fiori e di balsami odorosi che gli uomini le offrivano per esaltare la sua bellezza. La regina di Saba portava oro in dono a Re Salomone, ma anche profumi e aromi.

La scoperta del Nuovo Mondo ed il conseguente intensificarsi dei commerci con le Indie e con la Cina portarono poi molti prodotti nuovi, alcuni dei quali utilizzati in profumeria, e la loro attività divenne rilevante col progredire della civiltà. Nel 1190, in Francia, i profumieri ottennero un riconoscimento ufficiale e la regolamentazione dell’esercizio della professione che richiedeva un lungo periodo di apprendistato.
Oggi si parla anche di memoria olfattiva finalizzata ad associare ad un odore un’immagine emozionale. Quando questo odore viene risentito dopo anni, la memoria olfattiva aziona un sistema per riprodurre con l’emozione lo stato d’animo che accompagnò l’odore nel passato, procurando una sorta di piacere indiretto. L’esperienza emozionale legata all’odore è alla base dell’apprendimento degli organismi viventi ed è talmente necessaria alla loro sopravvivenza che le memorie olfattive sono trasmesse insieme al patrimonio genetico. Ciò è dimostrato dal richiamo dei primi ricordi olfattivi che risalgono all’infanzia, che sono i più potenti nella loro capacità di suscitare emozioni gradevoli e anche i più facili da richiamare. In effetti, le memorie olfattive non svaniscono mai e la loro forza dipende dall’importanza che ha avuto la situazione in cui l’odore è stato percepito nel processo d’apprendimento delle persone. Più antiche sono le memorie olfattive, più profonde sono le emozioni che risvegliano.
Anche la scenografia olfattiva, le cui origini risalgono all’alba della civiltà, epoca in cui rappresentava un elemento essenziale nei riti e nelle cerimonie religiose, è attuale. Gli antichi non sottovalutavano la capacità degli aromi per suscitare emozioni profonde e, senza saperlo, praticavano la scenografia olfattiva con le resine, i legni, le erbe e le spezie. La scenografia olfattiva dinamica rinnova lo stimolo olfattivo cambiando la profumazione diffusa nell’ambiente. In questo modo l’olfatto rimane sempre allertato e sollecitato continuamente da nuovi odori e da nuove emozioni. In certe situazioni, in cui il pubblico è in movimento, si possono combinare insieme sia l’arredamento olfattivo, che consente di riconoscere attraverso il profumo i posti nei quali entriamo, sia la scenografia olfattiva, che consiste nel profumare diverse parti di uno spazio con aromi diversi e distinti.
Le scenografie olfattive possono realizzarsi con aromi naturali e sintetici, ma tutto ciò che il profumo sintetico fa è solo quello di imitare la natura e le emozioni che danno la sensazione della realtà. Ma, gli aromi di sintesi suscitano solo dei ricordi di emozioni, più che delle emozioni vere e proprie. La scenografia olfattiva naturale va ben oltre questo approccio “artistico” dei profumieri moderni, avvalendosi, oltre che della psicologia dell’olfatto anche dell’aromaterapia e della psico-aromaterapia.
All’inizio del secolo fu costruito addirittura un organo odorifero che era suonato durante i concerti organizzati dalla Central Hall di Londra, ipotizzando che gli odori avrebbero influenzato le emozioni del pubblico. La scenografia olfattiva naturale ha il compito essenziale di orchestrare gli odori dell’ambiente in un profumo continuamente rinnovato, proprio come fa il musicista orchestrando le note musicali in un concerto. In sostanza stiamo parlando del concerto dei profumi, che accompagnato da uno spettacolo musicale, rappresenta la massima espressione della scenografia olfattiva, dal momento che attraverso le sue memorie olfattive, si propone di trasportare lo spettatore in un viaggio all’interno di se stesso facendolo assistere ad un concerto d’emozioni. Un concerto di profumi deve iniziare con diluizioni tali che le fragranze si devono indovinare, che il naso deve ricercare ed esplorare per rassicurarsi, prima di aprire al “crescendo”, proprio come fa il nostro orecchio con la musica.
L’assuefazione olfattiva, invece, fa sentire il profumo solo nel momento in cui si entra in uno spazio profumato, ma dopo pochi minuti l’odore non è più percepito pur continuando ad agire sul sistema nervoso.
Oggi è attuale anche la profumoterapia, che si basa sul principio simile a quello dell’omeopatia o di altre terapie cosiddette vibrazionali. Essa presuppone l’effetto curativo della forza vitale della pianta attraverso la materia aromatica che produce. La profumoterapia predilige alcuni campi in cui si osserva che la sua azione curativa risulta essere particolarmente efficace negli stati depressivi, nell’anoressia, negli stati d’animo negativi come insicurezza, aggressività, ma pare che sia elettiva anche contro l’infertilità delle donne, durante la gravidanza e l’allattamento e per tutti i disturbi del ciclo femminile.
La profumazione ambientale, invece, migliora l’ambiente psicologico del luogo di lavoro, influisce positivamente sui lavoratori e sui clienti ed è anche capace di incrementare la produttività e le vendite, ma non deve essere utilizzato per incrementare la produttività, attraverso lo sfruttamento dei lavoratori per favorire le vendite. La profumazione dell’ambiente è soprattutto un investimento umano che protegge la salute fisica e psichica dei dipendenti, che è il vero capitale dell’azienda. In realtà la profumazione ambientale umanizza il luogo di lavoro attraverso essenze destressanti come quelle degli alberi di pino, cipresso, legno di rosa, ecc.
La profumoterapia rappresenta il lato più sottile e coinvolgente della medicina aromatica di ieri e di oggi ed è il proseguimento della tradizione del medico-profumiere antico, capace di orchestrare una fragranza che riflette e sostiene uno stato d’animo.

C’è un vero e proprio alfabeto degli odori che permette di conoscere il linguaggio della comunicazione olfattiva e l’effetto psicologico degli odori. Ovviamente l’effetto psicologico di una fragranza dipende soprattutto dal contesto in cui viene utilizzata. Per esempio, un profumo indossato dalla donna amata avrà una forte carica sensuale, se lo stesso profumo viene sentito al bar nella tazzina di caffé farà pensare a condizioni igieniche insufficienti e susciterà certamente una reazione di disgusto.
Vediamo quali sono i significati ed il linguaggio di alcuni profumi che madre natura ha voluto regalarci.
L’aroma dell’incenso, ad esempio, evoca il mistero del sacro e se indossato come profumo comunica l’immagine di una serietà quasi ecclesiastica. Il profumo dell’incenso aiuta a superare la claustrofobia e l’apprensione, allontana gli incubi e gli spiriti facendo da scudo contro gli influssi negativi. In cosmetica è usato nelle maschere di bellezza per contrastare le rughe e prevenire le infezioni cutanee legate all’invecchiamento. Il fumo dell’incenso, che rappresenta l’aroma dell’elevazione spirituale, sale verso il cielo e ci aiuta a ridimensionare le nostre ansie e preoccupazioni.
La rosa rappresenta il simbolo dell’amore sia profano che divino. Il suo profumo dà un senso di sicurezza e armonia e permette di superare l’egocentrismo e l’egoismo. Il suo aroma unisce armoniosamente il sacro ed il sensuale aiutando a spiritualizzare le relazioni sessuali. In psico-aromaterapia è utilizzato nelle malattie mentali, mentre in aromaterapia è considerato una delle essenze più importanti per le donne, e poi, apre il cuore alle realtà angeliche.
La menta, invece, agisce sull’ego, scacciando l’orgoglio esagerato. Aiuta anche a superare il complesso di inferiorità, poiché spesso un orgoglio eccessivo maschera proprio un senso di inferiorità. La menta è un potente analgesico, efficace sulle scottature e per tutti i tipi di prurito, specie se associata all’essenza di lavanda. Il suo nome rivela le sue affinità con la mente.
Il poeta francese Paul Valery sosteneva che «Una donna che non si profuma non ha avvenire» e, probabilmente, seguendo questo assunto Guerlain, naso famoso, si sistemò in una strada di Parigi per vendere fragranze e aceti aromatici. Offriva le delizie di profumi e acque profumate a un pubblico più vasto della solita èlite. Cominciò così l’epoca d’oro della profumeria. A cominciare dagli anni venti furono soprattutto i sarti a far esplodere la voglia di profumarsi con Poiret, Coco Chanel, Jeanne Lavin, seguiti da pellicciai e pellettieri come Weil, Revillon ed Hermes che fiutarono gli affari collegati a moda e profumi.
Nel periodo della Belle-Époque sono apparsi grandi profumi proposti da grandi profumieri. È tra le due guerre che sono apparsi i nomi dell’Alta Moda nel mondo della profumeria, con tutto quello che questo rappresenta in fatto di eleganza e lusso femminile. L’epoca è contrassegnata anche dalla raffinatezza dei flaconi e delle confezioni e dalla nascita di grandi creazioni diventate dei classici, ancora oggi in commercio.
Oggi il consumo dei profumi è in continua crescita. Si calcola che il fatturato dei prodotti di profumeria alcolica supera i settecento milioni di euro. Un settore che sembra godere ottima salute, probabilmente perché le formule sono radicalmente cambiate, anche se c’è una riscoperta nell’uso di olî essenziali originali. I profumi moderni contengono ben poco di essenziale a causa degli esorbitanti costi delle sostanze naturali, difficili da reperire o coltivare. Così, come altri ingredienti profumati, che una volta si ricavavano dalle ghiandole di alcuni animaletti, oggi sono realizzati in laboratorio, senza dover più disturbare esseri viventi come gli zibetti, i castori, i cervi tibetani e cinesi o i capodogli, dai quali ultimi è stata ricavata l’ambra grigia, una sostanza fortemente aromatica.
Nei laboratori, invece, nasi esperti fiutano le fragranze più adatte per la stagione estiva o invernale, per gli sportivi o per i pigri, per bambini, giovani e anziani, per l’amore, per i matrimoni, per l’ufficio, per il relax, per il giorno o per la notte, per ricordi e sentimenti. Insomma un vastissimo assortimento di profumi nei quali è difficile non trovare quello giusto. Ma la ricerca di nuovi profumi non si ferma. Studiosi di botanica tropicale e tecnici specializzati dell’Università di Montpellier, sponsorizzati da importanti aziende di profumeria, si sono serviti di una zattera appesa ad un dirigibile, che posata sulle cime degli alberi della foresta, ha permesso loro di annusare e raccogliere campioni di foglie e fiori, catturando nuove fragranze naturali in momenti diversi del giorno e della notte per ricavarne olî essenziali, ricostruirli chimicamente e trasformarli in nuove fragranze di successo.

Un breve cenno meritano gli odori e i profumi della tavola e della cucina. Chi non riconosce l’odore di un buon ragù, o quello di un arrosto di carne o di pesce, o l’effluvio che esala da una teglia di riso patate e cozze (per baresi e pugliesi, soprattutto), o da quella della pasta al forno? Per non parlare dei profumi che emanano pesce e frutti di mare freschi. E perché no anche i profumi provenienti da un panificio o da una pasticceria o quelli di Natale.
Ricordo, infine, che l’olfatto è di estrema utilità per segnalarci pericoli come fuga di gas, esalazioni di benzina, incendi, ecc., al pari di quanto fa l’organo di senso dell’udito, per gli allarmi sonori.
Purtroppo, è anche reale il pericolo che a causa delle innumerevoli aggressioni alle delicate strutture sensoriali del nostro odorato, da parte di molti agenti chimici inquinanti, l’importantissima funzione olfattiva subisce continui insulti. Auguriamoci che non arrivi mai il giorno in cui del senso dell’olfatto se ne parlerà solo nella storia della medicina.
Per chi volesse approfondire l’argomento ricordo che dal 14 marzo e fino al 2 settembre 2007, i Musei Capitolini ospitano la mostra “I profumi di Afrodite e i segreti dell’olio. Scoperte archeologiche a Cipro”. Sono presenti cento reperti e 4 essenze preistoriche che raccontano la storia della più antica fabbrica di profumi del Mediterraneo.
I reperti provengono dal sito di Pyrgos (Cipro), mentre i profumi sono stati ricreati per la mostra sulla base dell’archeologia sperimentale e possono essere annusati dal pubblico lungo il percorso.

E per rimanere in tema riporto una poesia della poetessa Santa Vetturi che richiama i profumi di Natale.

U SPREFUME D'U NATALE

 

Iind’all’arie se spanne chiane chiane
pezzinghe d’o prengìbbie de Decèmbre
e s’arrevogghie o core man’a mmane
u sprefume du Natale sorprendènde
Acchemmènze ggià c’u-addore du ccuètte
ca baggne dolge assà le carteddate
chessa rezzètte andiche pe le fèmmene
iè tradezzione pe l’Immacolate
E mbriime po’ s’ammèscke u ddolg’ e amare
de le amìnue pe le calzengèdde
c'acchembaggne uatterrone ndelecate
de zzuccre de candite e de necèdde
Do Presèbbie po’ nge arrive u-arome
de muscke de marange e manderìne
s'’abbabuèsce u nase e pure u core
pe la rèsene ca cole d'o pine
Ma u mmègghie priisce tu done u-addore
c’ammène u suche pronde a la Vescigghie
pu guste speciale du capetone
c’aunìsce atturne o tàue la famigghie
St’addure tutte quande miise nziime
sò llore a ddà sprefume o Natale
c'oggne ianne arrive sembe chiine chiine
d’amore e pasce e ppure de… rregale

IL PROFUMO DEL NATALE

Nell’aria si spande pian piano
fin dall’inizio di Dicembre
e s’avvolge man mano al cuore
il profumo del Natale sorprendente
Incomincia già con l’odore del vincotto
che bagna assai dolce le cartellate
questa ricetta antica per le donne
è tradizione per l’Immacolata
E subito si mescola l’agrodolce
delle mandorle per i calzoncelli*
che accompagna il torrone delicato
di zucchero, di canditi e di arachidi
Dal presepe poi ci arriva l’aroma
di muschio, di arance e mandarini
s’inebria il naso e anche il cuore
per la resina che cola dal pino
Ma il miglior godimento te lo dona l’odore
che emana il sugo pronto la Vigilia
per il gusto speciale del capitone
che unisce intorno al tavolo la famiglia
Tutti questi odori messi insieme
sono loro a dare il profumo al Natale
che arriva ogni anno pieno pieno
d’amore e pace e pure di regali.

*sgonfietti o sgonfiotti ripieni


Le foto del pesce e degli oggetti di Pyrgos sono state fornite da Vittorio Polito, le altre sono dell'Archivio di Cartantica

******

IL RIONE CARRASSI DI BARI E LA CHIESA RUSSA IN VETRINA PER IL VERTICE ITALO-RUSSO

Si è svolto in questi giorni a Bari il vertice italo-russo con il presidente russo Putin e il nostro presidente del Consiglio Prodi. In tale occasione il quartiere Carrassi di Bari, dal momento che ospita l’importante Chiesa Russa, è stata oggetto di visita da parte del presidente russo. Per tale motivo è utile qualche notizia sul quartiere e sulla Chiesa Russa.
La prima vera costruzione del Rione Carrassi fu una Chiesetta dedicata a San Lorenzo, risalente ad alcuni anni prima del 1144, ma oggi non si hanno più tracce.
Fonti documentarie attestano che i campi lungo la via per Carbonara siano appartenuti per molti secoli al Capitolo Metropolitano della Cattedrale ed a quello della Basilica di San Nicola. Il simbolo è rappresentato da una struttura, a carattere religioso, denominata Padre Eterno. Di questa opera non si conosce l’origine ma Luigi Sada la fa coincidere con la Torre di “Vrunnolo”, datata 1834, primo edificio che si incontrava provenendo da Carbonara. Oggi c’è solo una edicola votiva in Corso Alcide De Gasperi.
Il nome Carrassi deriva da Antonio Carrassi, sindaco di Bari dal 1851 al 1853.
Corso Benedetto Croce, la più importante arteria del rione Carrassi ospita l’originale complesso della Chiesa Russa. Il romantico lembo di paesaggio da fiaba, con i verdi tetti e la cupola a bulbo nella parte più alta. È un lontano ricordo della Russia degli Zar e rappresenta una eccezionale nota di colore, come ricorda Vito Antonio Melchiorre nel suo volume “Note Storiche su Bari” (Levante Editori). L’imponente opera, realizzata in pochi anni, fu oggetto di una lunga vertenza giudiziaria prima di essere acquisita dal Comune di Bari.
Un incendio ridusse in pessime condizioni una porzione dell’immobile che fu lasciato a un progressivo e gravissimo degrado. Solo recentemente la splendida costruzione è stata restaurata e riportata al suo antico splendore§

La Chiesa Russa è stata per anni il simbolo monumentale del rione Carrassi, i meno giovani ricorderanno il passaggio del tram, prima, e della filovia, poi, che raggiungevano Carbonara a Ceglie.
La prima parrocchia fu quella dei Carmelitani, voluta dall’Arcivescovo Vaccaro, per contrastare l’invadenza ortodossa che faceva capo alla Chiesa Russa. Fu istituita nel dicembre 1956 con il nome di “Santa Maria delle Vittorie”. L’attuale edificio fu realizzato nel 1982 sullo stesso suolo del precedente rinnovato secondo i dettami del Concilio Vaticano II.
Qualche curiosità: il bar del villaggio si chiamava “Minerva”, il tabaccaio era Nicolino “u zeppe”, il giornalaio era Gennaro, nella cui edicola erano esposte “La Domenica del Corriere”, con le tavole di Walter Molino, “Il Travaso” per farsi due risate e “L’Uomo qualunque”, il quotidiano diretto da Renato Angiolillo.
Il rione Carrassi poteva essere considerato una città con il suo campo degli sport, il glorioso Istituto Margherita, il carcere, la Parrocchia di Nostra Signora del Santissimo Sacramento, quella di Santa Maria delle Vittorie, il Cinema Adriatico, la vetreria Pizzirani il saponificio Serio, ma soprattutto era ricco di ville e villini, dal momento che in quei luoghi i baresi trascorrevano le ferie estive.
La Chiesa Russa di Bari, unico riferimento religioso in Italia per gli ortodossi russi, è stata donata, in questa occasione, dal Governo italiano al Presidente Putin.
Alcune di queste note sono state riprese dal fascicolo “Il Quartiere Carrassi”, a cura del Cenacolo Carmelitano e della VI Circoscrizione “Carrassi San Pasquale” di Bari.

Chiesa Russa

 

 

******

 

TRICOLORE. VESSILLO DI LIBERTÀ CONQUISTATA

Il 4 novembre 2001 il presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, celebrava il 140° anniversario della unità nazionale così dicendo: «Adoperiamoci perchè in ogni famiglia, in ogni casa, ci sia un tricolore a testimoniare i sentimenti che ci uniscono fin dai giorni del glorioso Risorgimento.
Il tricolore non è una semplice insegna di Stato, è un vessillo di libertà conquistata da un popolo che si riconosce unito, che trova la sua identità nei principi di fratellanza, di eguaglianza, di giustizia. Nei valori della propria storia e della propria civiltà».
Per rafforzare il sentimento patriottico egli non ha perso occasione per sollecitare gli italiani a esporre la bandiera, a cantare l’Inno di Mameli. In diverse occasioni ha distribuito egli stesso il nostro tricolore. La Presidenza del Consiglio dei Ministri per meglio rafforzare questo sentimento ha pubblicato in occasione della Festa della Repubblica il bel volume «Il tricolore, il simbolo, la storia»a cura del Dipartimento per l’Informazione e l’Editoria.
L’iniziativa che ha ottenuto un vasto consenso ha lo scopo di raccontare e ricordare ai cittadini, giovani e meno giovani, la storia del tricolore intorno al quale si sono riuniti e manifestati i migliori sentimenti dell’Italia.
La pubblicazione illustra origini e storia della nostra bandiera, in particolare di quella dell’Esercito Italiano, della Marina e dell’Aeronautica Militare, dell’Arma dei Carabinieri, della Polizia di Stato, dei Vigili del Fuoco della Croce Rossa, ecc., arricchita da belle immagini e da un utile guida ai musei storici e del risorgimento.
Al volume è allegato un esemplare della bandiera italiana, opera di detenuti, ex detenuti e loro familiari iscritti all’Associazione culturale senza scopo di lucro G.I.S.C.A. (Gruppo Italiano Scuola Carceraria) e della Cooperativa Sociale a r.l. “Infocarcere”, con le quali è stato sottoscritto un accordo finalizzato a fornire lavoro a persone particolarmente svantaggiate.
L’iniziativa è stata patrocinata dal Senato della Repubblica, dalla Camera dei Deputati, dalla Presidenza del Consiglio e da una nota di apprezzamento da parte del Presidente della Repubblica.
Mauro Masi, segretario generale della Presidenza del Consiglio dei Ministri, che firma la prefazione, afferma che «È importante approfondire e studiare il Tricolore e la sua storia, che non si svolge solo attraverso avvenimenti di guerra, ma simboleggia anche le conquiste civili, scientifiche e sportive dell’intera Nazione».
Insomma, un bel viaggio nella nostra storia, attraverso i colori rosso, bianco e verde che riescono ad accendere l’immaginario delle nuove generazioni e la memoria dei più anziani, ma animano anche gli eventi di oggi come la Festa della Repubblica.


******

FAVOLE DA RACCONTARE AI BAMBINI ADOTTATI

 


L’adozione, come la scelta di avere un figlio proprio, dovrebbe essere considerata un atto d’amore a cui riservare tutte le attenzioni, e non un semplice gesto egoistico per sopperire ad una eventuale mancanza di equilibrio.
In considerazione di quanto sopra, forse, Simona Giorgi, psicologa e psicoterapeuta, specializzata in terapia familiare presso l’Istituto di Terapia Familiare di Firenze, ha pensato bene di proporre un libro rivolto ai genitori adottivi ed ai loro bambini (“Cavalcando l’arcobaleno”, Magi Edizioni, pag. 130, euro 13,00).
L’autrice sostiene che i bambini adottati hanno bisogno di un metaforico arcobaleno, costruito dai genitori acquisiti, che congiunga le parti della loro storia, la loro identità dalla nascita ad oggi, con le sue verità ed i suoi perché. Non è impresa facile, sottolinea Simona Giorgi, ma spera che il suo libro possa essere in qualche modo d’aiuto.
Il testo costituisce un vero manuale di istruzioni per ideare le favole fin dal momento in cui viene presa la decisione di adottare un bambino, arricchito di tante storie già inventate e raccontate ai bambini arrivati nelle famiglie sia tramite adozioni nazionali che internazionali.
In sostanza la modalità che l’autrice propone ai genitori adottivi è semplice e originale: inventare per il bambino una favola nella quale il passato si congiunga al presente.
La favola è uno dei modi attraverso i quali il bambino sente la nostra presenza e il nostro amore da sempre. In particolare proprio la presenza è qualcosa di molto importante, che gli farà compagnia lungo le strade della vita anche quando noi non ci saremo più.
Simona Giorgi, auspicando che la lettura di questo libro possa contribuire ad alleggerire il loro lavoro, porge ai genitori dei bambini adottati il suo sentito augurio, sottolineando che inventare una favola che racconti la storia del bambino in un linguaggio magico e comprensibile sia importante, perché gli risparmierà probabilmente il trauma del “momento X” in cui scatta l’“ora della verità”.




******

 


LA CULTURA DIALETTALE BARESE, IN TUTTE LE SALSE


È stato pubblicato in questi giorni il volume “Baresismi” di Anna Sciacovelli, nota scrittrice, poetessa e dialettologa, nonché attenta ricercatrice di storia locale (Wip Edizioni, Bari, pag. 160 euro 12).
L’idea è di Giuseppe Caldarulo, imprenditore con esperienza ventennale specifica nelle tecniche di stampa che finalizza la pubblicazione per tramandare la cultura della baresità, non solo alle figlie Giorgia e Azzurra, ma anche a tutti i bambini baresi, figli di una Bari moderna e caotica, dove non è più possibile giocare per strada, vivere e comunicare con i coetanei, divertirsi insieme, come avveniva per le generazioni passate.
Anna Sciacovelli autrice di numerose pubblicazioni che hanno suscitato interesse da parte di molti scrittori di rilievo (Carlo Bo, M. Luzi, G.Spinelli de’ Santelena, V.A. Melchiorre, D. Giancane, V. Maurogiovanni e tanti altri), presenta questa volta un agile volume, con l’obiettivo di proporre e stimolare l’interesse per il dialetto barese, spesso scambiato per un linguaggio volgare, da qualcuno definito erroneamente gergo, ma che in realtà rappresenta un importante strumento di comunicazione da tramandare alle generazioni future.
Sosteniamo pertanto il tessuto linguistico dialettale non per spirito campanilistico, ma perché il dialetto rappresenta la storia stessa di una collettività, le sue radici, il suo passato, le sue origini.
Il contenuto di questo simpatico libro è quanto mai variegato. Si passa dai canti popolari religiosi a canzoni… anche dispettose, a detti, a baresismi in versi, a mestieri scomparsi, ai proverbi, al linguaggio dei furbi e dei furfanti, agli indovinelli, ai soprannomi, alla terminologia medica, agli usi e credenze popolari, ai giochi, insomma un assortimento di baresità per tutti i gusti.
Il volume è illustrato dalla straordinaria matita del maestro Luigi Giacopino che ripropone graficamente alcuni mestieri scomparsi.

Dallo stesso volume propongo una lirica dialettale del poeta Domenico Dell’Era.

La canzone de la tèrra mè

Lende lende
So le staggione jìnd’a la tèrra mè
Addò u bbianghe de le ccàsere
Jè accom’a la tevagghje d’u ualdàre.
N’nanze a na porta vacande
Nu trajìne che le rrote granne
Jàlze le sdànghe
Com’a le vvràzze ca preghene
Ci sa chjòve… ci sa chjòve.



******


IL VIZIO DAL MONDO ANTICO A QUELLO CONTEMPORANEO


C’è modo e modo di intendere il vizio. Secondo William Shakespeare «Non vi è vizio che non abbia una falsa somiglianza con qualche virtù», per Santa Teresa d’Avila, è «Un modo con cui il demonio, a nostra insaputa, può farci molto male facendoci credere che possediamo delle virtù, quando ne siamo privi», mentre per Santa Caterina da Siena, «Tutti i vizi sono conditi dalla superbia, così come le virtù sono condite dalla carità»..
Un testo di Moralia “Invidia e odio” descrive come Plutarco per definire il vizio ricorreva all’immagine di «una lenza a più ami, che a forza di essere agitata di qua e di là dalle passioni che le sono appese, fa si che queste si congiungano e si aggroviglino tra loro, e si contagino trasmettendosi a vicenda le proprie infiammazioni, come avviene con le malattie». Vito Lozito, invece, per definire visivamente i vizi ricorre, nella sua pubblicazione “Alla radice del Vizio - Immagini, simboli, motti”, edita in una splendida veste tipografica da Levante Editori di Bari (pagg. 396, euro 25,00), al polpo, ipocrita e traditore, che attraverso i suoi tentacoli e la sua mimetizzazione, assume una valenza negativa, indicando, a seconda dei casi, l’astuzia, l’avarizia, la lussuria, l’invidia, la malvagità e così facendo attanaglia la sua preda in un abbraccio senza scampo. A proposito di “polpo” l’autore fa una precisazione: il termine “polpo”, è stato usato solo in copertina, mentre nel corso del volume è stato preferito il termine dotto “polipo”.
Vito Lozito, docente universitario di Storia della Chiesa nell’Università di Bari, scomparso due anni fa, ha pubblicato, tra l’altro, “Santo Spirito. Storia di un centro costiero in Terra di Bari”; “Il Corvo. Calunnie, accuse e lettere anonime nei primi secoli dell’era cristiana”; “Agiografia Magia Superstizione”; “Culti e ideologia politica negli autori cristiani (IV-VIII sec.), tutti editi da Levante.

I Sette vizi capitali


Ma cos’è il vizio? L’incapacità del bene e abitudine e pratica del male, per cui sul piano morale è correlato a quello della virtù di cui costituisce la negazione. Nella teologia morale i vizi sono rappresentati dai sette peccati capitali (superbia, avarizia, lussuria, invidia, gola, ira e accidia), quando sono considerati non occasionali, ma come abitudine. In Oriente, invece, è restata la più antica classificazione di otto: gola, lussuria, avarizia, tristezza, ira, pigrizia, vanagloria e superbia.
«Non si è avari, lussuriosi, oziosi, superbi, invidiosi, irosi, golosi, se nell’animo non alberga il “piacere” di limitare e condizionare la libertà e l’esistenza altrui», così afferma l’autore, sostenendo anche che «Il desiderio di sopraffazione, che in vario modo è presente in tutti gli uomini in via latente e che in alcuni casi si esprime in modo violento, in altri è controllato dal senso di equilibrio e di moderazione, si traduce in crudele malvagità che riunisce in sé tutti i vizi e che diventa Vizio».
L’autore oltre a indicare le simbologie del mondo animale e vegetale, relative ai vizi capitali, seguendo la tradizione greco-romana e cristiana, riporta anche sentenze, proverbi e modi di dire, spesso definiti espressioni di “saggezza popolare” che invece testimoniano la “continuità di una cultura occidentale dal mondo classico a quello medievale fino alle letterature moderne” e che documentano un modo di pensare e affrontare il vizio con moduli verbali antichi ma tuttora vivi.

La pubblicazione è impreziosita da una serie di bellissime immagini, molte inedite, tratte nella maggior parte dei casi da “cartoline d’epoca”, da giornali, con disegni di illustratori famosi dei primi anni del Novecento, molto conosciuti nel mondo dei collezionisti. Il disegno di copertina, che rappresenta appunto il polipo, è di Michele Cramarossa.
Lozito nei suoi cinque capitoli descrive la lotta tra il vizio e la virtù, i vizi di gola, la lussuria, la superbia, l’invidia, l’avarizia, l’accidia, l’ira, la crudeltà e la malvagità, insomma fa una ricca disamina dei peccati capitali tutti descritti e documentati scientificamente, quindi destinato anche a cultori della materia, con note a piè di pagina, un’ampia bibliografia, una serie di sentenze, motti e modi di dire per ciascun vizio trattato, con indici di nomi, di figure, di tavole ed anche un indice dei simboli citati nell’opera. Il testo per i suoi contenuti è destinato ad un vastissimo pubblico in quanto essendo di facile e semplice lettura, “attanaglia” il lettore incuriosendolo, proprio come fa il polipo con le sue prede. Ma attenzione, «il polipo quando per fame mangia i suoi tentacoli, è simile all’invidioso che rode se stesso».

 

******

Dimmi come ti chiami e ti dirò chi sei
IL NOME? LO SPECCHIO DEL CARATTERE

Hai un buon equilibrio? Dentro di te si nasconde un ribelle? Il tuo nome ti piace? Tentiamo di rispondere a qualche interrogativo poiché pare che il nome che portiamo influenzi la nostra personalità.
Da sempre e in tutti i paesi del mondo il nome è stato sempre un segno distintivo dell’individuo. Poeti e scrittori hanno affermato che un nome bello e armonioso imprime alla personalità di chi lo porta un fascino ed un’attrattiva speciali. È difficile non essere d’accordo, anche se in ogni epoca vi sono state persone eccezionali che hanno impresso caratteristiche particolari ai loro nomi.
Greta, ad esempio, senza la figura della Garbo non evocherebbe certamente una donna affascinante, in altre parole la più celebre Greta del nostro secolo. Di lei Winston Churchill, statista inglese, ebbe a dire: “È la donna più interessante di tutti i tempi”.
Purtroppo, certi genitori, soggetti ai capricci della moda, non valutano attentamente che l’imposizione del nome ai figli debba essere frutto di un’attenta analisi e prudenza. Infatti, un nome molto ricercato, impegnativo o altisonante potrebbe mettere in imbarazzo chi lo porta per tutta la vita. Il nome, poi, dovrebbe armonizzare con il cognome per cui si dovrebbe evitare il nome doppio o la scelta di uno vecchio uscito dall’onomastica corrente, anche se sono appartenuti a parenti o congiunti. Al cognome lungo va affiancato un nome breve, mentre ad un cognome breve si può affiancare un nome lungo.
Chi ha ricevuto al Battesimo un nome del genere, è quasi sempre costretto a variarlo nella vita con diminutivi o farsi chiamare addirittura con un nome diverso. Massimiliano si fa chiamare “Massi”, Donato “Donny”, Alessandro “Alex”, Caterina “Ketty”, Sebastiano “Seba”, ecc.
È bene evitare anche di imporre nomi di divi, di campioni sportivi, di animali o di personalità del momento, che col passare del tempo potrebbero sembrare molto meno attraenti e qualche volta anche ridicoli, come il caso recentissimo di dare ad un neonato il nome di Varenne, un celebre cavallo. Notiamo anche che molti portano nomi come Mimosa, Lieto, Diletta, Benito o Italia, riferiti a fiori, politici o a nazioni, tutti nomi che non trovano riscontro nel calendario.

Pare anche che ad ogni nome corrisponda una personalità. Federico, ad esempio, molto diffuso in Italia, ma concentrato più in Lombardia e in Toscana, discende dalla forma medievale “Frithurik”, composto da “frithu” (pace, amicizia) e “rikja” (signore, principe, potente), che significa “potente nella pace o signore della pace”. È tenace, collerico, suscettibile, sincero fino all’eccesso, generoso quando gli si chiede un piacere, ama circondarsi di amici. Il significato quindi è “potente nell’assicurare la pace”.
Antonio, coraggioso e permaloso, introverso e spesso triste, amante dell’arte e dello studio. Andrea, dominatore, originale, soggetto a collere improvvise, cocciuto, tendente all’infedeltà. Francesca è una persona ordinata, leale, coraggiosa, ma molto suscettibile. Rosa, ha fascino da vendere, è passionale, tenace e ostinata. Luigi è studioso, intelligente e anche un po’ disordinato, ottiene ciò che vuole perché è perseverante, cauto ed ha fiuto per le strategie vincenti. Teresa, è sensibile, espansiva, affettuosa, intelligente e ricca di immaginazione, il suo entusiasmo le causa spesso forti delusioni.
Alessandro, di origine asiatica, ha un significato ignoto, anche se l’etimologia popolare rimanda al greco cioè “difensore dei propri sudditi”, è intelligente, volenteroso, generoso e buono. Otto papi, tre re di Scozia e tre imperatori di Russia hanno reso celebre questo nome.

Alessandro Magno

Giulia, diffuso in Veneto e in Toscana, pare stia attualmente spopolando. Il nome deriva dall’antica Roma, ma la sua origine, ancor più antica, sarebbe greca “da Iovilios”, ossia dedicato a Giove. Carattere brillante e vivace, espansiva in pubblico, depressa in privato, ignora il perdono, ama l’arte e il lusso, spesso si angoscia senza ragione per il futuro.
Raffaele e Raffaella, derivano dall’ebraico rapha “guarire”, e el, abbreviazione di JHWH: “solo Dio guarisce”. Raffaele è fluido e generoso come l’acqua, è fecondo, istintivo. Porta felicità a tutti coloro che ama perché possiede al grado più elevato il senso e la passione profonda della solidarietà.
Infine, Patrizia, dal latino patricius, che significa «di condizione libera e di classe sociale elevata», conserva, più del maschile Patrizio, qualcosa del suo significato originario: nobiltà, eleganza, raffinatezza, sottigliezza. Santa Patrizia è una dei patroni di Napoli. Secondo le fonti sarebbe stata una giovane di Costantinopoli che per evitare il matrimonio si recò in pellegrinaggio a Gerusalemme e poi a Roma, dove ricevette, da Papa Liberio, il velo verginale. La tradizione vuole che fosse discendente dell’imperatore Costantino.

Santa Patrizia

Si calcola che i nomi degli italiani siano circa diecimila, per cui vi sono ampie possibilità di scelta ma, per la nostra pigrizia, fino a qualche anno fa, ne abbiamo usati pochissimi e sempre gli stessi.
Da qualche tempo, invece, l’influenza del cinema e della TV ci portano ad usare sempre meno Giuseppe, Antonio, Giovanni, Maria, Michele e Raffaele, attingendo alla nuova sfornata di Giulio/a, Valentino/a, Silvio/a, Elena, Alessia/o, Luca, Giorgio/a, Ilaria, Marco, Federico/a, Francesco/a, Alessandro/a, ecc. In ogni caso i nomi più sicuri sono quelli classici della storia occidentale, dei grandi Santi (a questo proposito potete consultare il sito internet www.santiebeati.it), e quelli legati alle tradizioni nazionali ed etniche, ma ciò non significa che la scoperta di un nome armonioso e poco conosciuto possa risultare una scelta felice.
Vi sono poi i soprannomi, per lo più dialettali, molto usati nel mondo popolare e diffusi quindi nei vecchi rioni della città e nei piccoli paesi, finalizzati ad indicare la persona o il nucleo familiare di appartenenza a causa della presenza di numerosi omonimi. Ma questa è un’altra storia.
E la legge cosa prescrive in proposito? Vieta di imporre il nome del padre, di un fratello o di una sorella viventi (non quello della madre); cognomi al posto del nome, denominazioni geografiche, nomi vergognosi o contrari alla morale, al buon costume, al sentimento nazionale e religioso. I nomi stranieri sono permessi, ma solo se tradotti con caratteri dell’alfabeto italiano (consentite le lettere j, k, x, y e w).
Pertanto i genitori farebbero bene a ricordare che la scelta di un nome non è un gioco divertente, ma un atto responsabile che essi sono chiamati a compiere con attenzione e nell’interesse della propria creatura.



******

CAPE O CROSCE? TORNANO D’ATTUALITÀ I GIOCHI DI UN TEMPO

Per la Collana di letteratura per ragazzi “I libri di Alice”, diretta da Daniele Giancane, è stato pubblicato in questi giorni l’originale volume “Cape o Crosce?” di Felice Alloggio, attore e autore di commedie in dialetto barese e in lingua, (Levante Editori, pagg. 172, euro 15,00).
Si tratta di una pubblicazione che presenta le schede di 70 giochi, ben illustrati da Fausto Bianchi, scritti in dialetto barese con sintesi a fronte in lingua italiana.

È opinione comune che giocare sia l’esatto contrario di essere seri. Se questo può essere vero per gli adulti - tanto che a quelle persone che scherzano e giocano continuamente si dice: «tiìne sèmbe la cape a la scioggue, uè mètte la cap’à pposte?» (pensi sempre al gioco, vuoi mettere la testa a posto?) - non vale per i bambini per i quali, secondo il filosofo Michel de Montaigne, «il gioco è una delle azioni più serie».
Ma anche l’adulto, che è in grado di fare scelte consapevoli e giuste, può giocare ed entrare nel mondo della fantasia, perché concatena fra loro, attraverso l’immaginazione, la propria capacità di vivere l’attualità e la realtà. Un adulto che ha tali potenzialità è, come afferma il filosofo Friedrich Schiller, «Un uomo che attraverso il gioco, si ritrova e si conosce».
L’autore bene ha fatto a scriverlo in dialetto, con una opportuna sintesi in lingua italiana, perché in questo modo ha contribuito alla salvaguardia del nostro vernacolo, difendendolo da chi pensa che esistano differenze tra Lingua e Dialetto, mentre non ne esistono affatto, dal momento che entrambi hanno una grammatica, che fissa le regole della scrittura.

 


Come si divertivano i ragazzi di duemila anni fa? Come giocavano i bambini di ieri? I bambini, greci e romani, conoscevano la palla, giocavano a moscacieca o con le monete? E quale atteggiamento assumevano gli adulti di allora nei confronti dell’attività ludica? Qualche risposta a questi interrogativi la fornisce l’autore, dimostrando come nella “espressione gioco”, accanto all’elemento ricreativo, culturale e pedagogico, si affianca un profondo valore storico e antropologico.
Chi non ricorda il gioco di Palla pallina, la filastrocca di Madame Dorè o quella di Regina reginella con i suoi passi di formica e di leone? Chi non ricorda il lancio in aria della monetina accompagnato dalla frase: «Testa o croce?», rituale ancora in uso oggi e derivante dall’antica Roma, dove i giocatori invece di dire, Testa o Croce, pronunciavano la frase latina: “Navia ant capita = Testa o croce”.

 


Daniele Giancane, docente nell’Università di Bari che firma la prefazione, sostiene che «Il testo di Felice alloggio, è davvero prezioso, perché ci fa ripercorrere attraverso la memoria i giochi di un tempo. Il risultato non è una ventata di nostalgia, ma un’analisi di società e climi culturali diversi». Mentre Paola Rapini, docente al Liceo Linguistico “G. Cesare” di Bari, sostiene che attraverso il libro-documento di Alloggio «Potrebbe essere ancora possibile contrastare l’avanzata dei mostri tecnologici che hanno invaso il Pianeta Giochi e restituire all’infanzia creatività e fantasia»
Il testo di Felice Alloggio, pertanto, non solo suscita positive emozioni, ma consente a chiunque di praticare i giochi ricordati, per il modo divertente e particolareggiato in cui questi vengono presentati e raccontati, ma soprattutto a costo zero. Inoltre, la pubblicazione, potrebbe risultare utile a quanti volessero adottarlo come manuale di giochi nelle scuole o nelle associazioni che promuovono attività ludiche ed a tutti gli amanti del dialetto barese.

 


******

 


STORIA DELLA GENTE FATTA A ROVESCIO

Ai primordi del cristianesimo si credeva che quella sinistra fosse la mano usata dal diavolo; nel teatro greco, i personaggi cattivi e i messaggeri di sventure entravano in scena dalla parte sinistra del palco; i romani inventarono il saluto con la destra, come dimostrazione di fiducia nell’offrire la mano non armata e ancora, era considerato offensivo entrare in casa di un ospite con il piede sinistro; insomma, il mondo destro non li ama: non per disprezzo, ma perché, in realtà, ha paura di loro.
Il mancinismo, com’è noto, è una condizione fisiologica in cui in un individuo la mano sinistra, e spesso tutta la parte sinistra del corpo, prevale per forza, rapidità e precisione di movimenti sulla mano destra e sul lato destro del corpo.
Oggi molti hanno modo di constatare come i mancini diventano sempre più numerosi e uno dei motivi è imputabile alla crescente permissività che la nostra società ha concesso loro a partire dal dopoguerra.
All’inizio del XVII secolo i mancini erano considerati “gente fatta a rovescio”. Questo implacabile giudizio riflette bene quello che i mancini hanno dovuto subire nel corso dei secoli.
La preminenza della mano destra è un pregiudizio che ha segnato con un’impronta indelebile la nostra struttura mentale. Verso qualunque ambito del pensiero ci rivolgiamo - religioso o profano, dotto o popolare - la questione ritorna con un’evidente insistenza: alla mano destra tutti gli onori, tutti i privilegi, tutte le nobiltà; alla sinistra tutti i biasimi, tutti i compiti subalterni, tutte le viltà.
La tradizione cristiana associa la destra al Paradiso e la sinistra all’Inferno; nel Credo, infatti, Cristo siede alla destra del Padre.
Pierre-Michel Bertrand, storico dell’arte e autore della “Storia dei mancini” (Magi Edizioni, pagg. 246, euro 17,00), fa un’ampia disamina a proposito della “mano buona”, quella con la quale si deve in modo esclusivo salutare, farsi il segno della croce, prestare giuramento, ecc. e per contro la “mano malvagia”, rappresentata dalla mano sinistra con tutto il corteo di negatività che a torto si attribuisce.
L’autore, anch’egli mancino, parla anche dei mancini disprezzati, dell’anormalità mancina, dell’epoca di massima intolleranza, del mancinismo perseguitato, del mito delle due mani destre, dei mancini tollerati e dei mancini ammirati. Egli racconta, fatti, aneddoti, storie, cronaca, cita opere, vangeli, insomma dice tutto quello che c’è da sapere dei mancini e lo fa in modo scientifico citando opere, bibliografia, fonti, immagini. Insomma, un libro non solo di curiosità ma ricco di documentazione frutto di accurate ricerche dell’autore.
Oggi, finalmente, i mancini godono di un totale riconoscimento della loro singolarità e questa recente emancipazione costituisce, senza dubbio, l’ultima peripezia della loro strana e ricca storia.
Ed ora qualche curiosità.
In India la mano destra è utilizzata per i compiti più nobili, quali le offerte, la pulizia del viso ed il mangiare; al contrario la sinistra non è usata ed è tenuta sotto il tavolo durante i pasti.
Raro caso di “democrazia” tra destra e sinistra è invece presente in Cina, dove alla mano sinistra non è attribuito alcun potere nefasto, mentre, in Giappone l’uso della sinistra è ancora oggi fortemente represso.
In relazione ai vocaboli che contraddistinguono i mancini: in italiano si dice “sinistro” o “mancino”, in molte altre lingue i termini che indicano le persone mancine hanno una connotazione di valore negativo: così il francese “gauche” significa goffo; l’inglese “left-handed”, impacciato; il greco “skaios”, nefasto; il tedesco “Links”, maldestro.

 

******

 

IL MANCINISMO? NON È UNA MALATTIA

Il mancinismo è una condizione fisiologica in cui in un individuo la mano sinistra, e spesso tutta la parte sinistra del corpo, prevale per forza, rapidità e precisione di movimenti sulla mano destra e sul lato destro del corpo. Il mondo, invece, è a misura di tutti coloro che delle due mani usano prevalentemente la destra. Infatti, i mancini rappresentano solo l’8-10% della popolazione, ma prima di giungere a “tollerarli”, sono stati sottoposti a torture e sevizie. Essere mancini a scuola non è stato mai un grande affare, superficialità e preconcetti hanno reso dura la vita di molti bambini. Sono stati sottoposti a torture e sevizie fino a legargli la mano sinistra dietro la spalla, per evitare di farla usare, o, se non si resisteva all’impulso di adoperarla, la bacchetta della maestra si abbatteva inesorabile sul suo palmo.
Oggi le cose sono cambiate, i mancini godono di un totale riconoscimento della loro singolarità e questa recente emancipazione costituisce, senza dubbio, l’ultima peripezia della loro strana e ricca storia e non mancano neanche attenzioni editoriali in loro favore. Ultima in ordine di tempo è la pubblicazione del “Dizionario dei mancini”, di Pierre-Michel Bertrand, storico dell’arte pubblicato da Magi Edizioni (pagg. 261, euro 18,00).
Il lavoro fatto da Bertrand non è un semplice bestiario né una raccolta di aneddoti. È in sostanza il frutto di lunghe e pazienti ricerche fatte nel mondo dei mancini i cui risultati sono stati pubblicati dall’autore. In sostanza si tratta di ricerche in un territorio ancora ignorato nel quale l’autore ha trovato notizie sconosciute, divertenti, sorprendenti, rare, istruttive, in una parola pittoresche. E dal momento che il materiale trovato è stato molto ricco è sorta la necessità di creare uno strumento efficace e pratico dal quale attingere informazioni e perché no anche divertirsi.
Nel dizionario, come di norma, l’autore non ha trascurato rigore e precisione. Il lettore non troverà nulla che non sia autentico, tutto materiale tratto da fonti originali, il che dimostra che è possibile scrivere sui mancini senza fare letteratura “di seconda mano”.
Nella interessante pubblicazione di Bertrand, si parla di arte, curiosità, etnologia, fatti di cronaca, guerra, letteratura, linguistica, religione, musica, scienza, medicina, storia, filosofia, ecc. Insomma, è il frutto di chi «della gente a rovescio» si è dedicato seriamente e con passione e di questo dobbiamo darne atto.
E ricordate che Platone, già nel IV secolo a.C., sosteneva che “Coloro che operano per rendere la mano sinistra più debole della destra operano contro natura”. Oggi la scienza gli dà ragione.


 

LA MUSICA, TERAPIA PER L’ANIMA

Nessuna civiltà conosciuta ha ignorato la musica. Alle origini mitiche della musica in Grecia, poesia e musica erano un tutt’uno. Apollo è il dio delle Muse e Orfeo, poeta e musicista, con le sue melodie piega animali e natura cantando i suoi poemi accompagnandosi con la lira.
Grande è il potere della musica sullo spirito dell’uomo, soprattutto per i due maggiori costituenti, la melodia ed il ritmo. La musica è un linguaggio ricco e mai uguale a se stesso che si evolve continuamente, un modo di esprimere pensieri ed emozioni, come la scrittura, la pittura, la poesia o la scultura. Michel Schneider nel libro “Glenn Gould - Piano solo”, sostiene che «Soltanto la musica non ripete, quando ripete. Questa è la sua forza, ed è la sua follia…».
I valori emotivi e la relazione tra musica ed emozione sono stati oggetto di numerosi studi indirizzati verso un’analisi sistematica della relazione tra musica ed emozioni. Da qui gli effetti terapeutici del suono e della musica che sono in grado di indurre, non solo attenzione e rilassamento, ma anche di modulare la percezione di stimoli nocivi e modificare anche l’attività del sistema nervoso vegetativo. Per tali motivi le frequenze musicali rappresentano anche una efficace aggiunta terapeutica in varie condizioni morbose, anche in quelle caratterizzate da dolore, per cui potrebbero definirsi anche frequenze analgesiche. È anche il caso di ricordare che sono in corso studi che stanno dimostrando che l’ascolto di una qualunque musica, scatena meccanismi che stimolano il cervello, infatti, quando siamo allegri ci viene voglia di cantare e quando viviamo qualche emozione intensa la musica accompagna il nostro stato d’animo.
Ma la terapia musicale non è nuova, è solo un rimedio antico tornato di moda. Infatti, già nel 1811, Pietro Lichtenthal, medico tedesco, scrisse un «Trattato dell’influenza della musica sul corpo umano e del suo uso in certe malattie». In realtà pare proprio che la musicoterapia, lanciata in questi ultimi anni, tragga le sue radici prima di Cristo, quando Talete, con il suono di un’arpa, sconfisse la peste e Aristotele dispensò consigli sulle virtù della musica come unico rimedio contro i disturbi psicosomatici.
Ma al di là delle origini, la musicoterapia viene utilizzata anche come strumento terapeutico nel sostegno psicologico ai bambini con difficoltà visive, uditive e di parola. Ai ragazzi autistici fornisce una possibilità in più, quella di comunicare, mentre ai bambini un sottofondo musicale leggero può utilmente accompagnare i primi giorni di vita, con il risultato di metterlo subito a contatto con un linguaggio molto ricco e stimolante e rasserenarlo nella sua quotidiana scoperta del mondo che lo circonda. Conosco un bimbo che a due anni conosceva benissimo alcune canzoni della cantante Celin Dion ed alcuni pezzi di musica araba e di ritmi latini che pretendeva di ascoltarli e non c’era possibilità di confondergli le idee.
Qualche tempo fa una rivista specializzata pubblicò una tabella a proposito di “Capricci e prodezze della musicoterapia”. In essa si apprende come il jazz, stimolante ed eccitante, aumenta la concentrazione ed a volte l’aggressività; il rock ed il “rithm and blues” eccitano, deconcentrano, riducono l’autocontrollo, mentre l’eccesso di volume provoca euforia e a volte violenza incontrollata. “La notte” di Vivaldi, ad esempio, è distensiva, combatte l’insonnia e riduce sensibilmente le tensioni emotive, l’ansia. Stessa cosa può dirsi per la musica di Bach, mentre, ascoltando Mozart, si riduce l’acidità gastrica e si migliora quindi sensibilmente la digestione. Il “Bolero” di Ravel eccita, sui soggetti psicolabili può indurre isterismo, depressione, stati confusionali, a volte anche crisi epilettiche. Il “Canto di Primavera” di Mendelssohn, invece, allenta le tensioni nervose e l’ansia repressa, facilita l’estroversione e l’ottimismo. E per finire ricordo il “Medical sound”, una sorta di cocktail composto da suoni naturali mescolati a musicalità primitive e integrato da variazioni elettroniche, che è rasserenante, in molti soggetti facilita il relax ed il sonno, produce desiderio di movimenti del corpo, può ridurre le rigidità muscolari ed il dolore di molte reumopatie.
Secondo Massimo Pagani, dell’Istituto Ricerche Cardiovascolari dell’Università di Milano, «La musica e il suono più in generale, si pone come un fondamentale costituente dell’ambiente esterno, e può per questa via rappresentare un importante modulatore della percezione, ed evocatore di risposte emotive».
Anche per combattere la malattia di Alzheimer (demenza senile), gli esperti sostengono che la musicoterapia funziona. «Funziona talmente che c’è anche chi dopo un incontro di musicoterapia, canta giorno e notte, oppure chi non chiude occhio per notti intere e non riesce a riposare. Di sicuro la musica ha effetto su chiunque ma, come le altre medicine, non a tutti fa bene allo stesso modo». È da evidenziare anche il potere di comunicazione e socializzazione che ha la musica, creando emozione, contatto, condivisione.
È bene tener presente che la musica è pur sempre un rumore e va ascoltata a “giusto volume”, in quanto, se alto, aumenta la nostra aggressività, mentre a basso volume dà una sensazione di benessere e non danneggia i nostri apparati uditivo, digestivo, cardiocircolatorio e nervoso, particolarmente sensibili agli insulti sonori.
Guido D’Arezzo, teorico musicale, affermava che «Non fa meraviglia che l’udito prenda diletto da suoni diversi, dal momento che la vista si compiace della varietà dei colori, che l’olfatto gode della varietà degli odori, che la lingua prende piacere dal variare dei sapori. In tal modo, infatti, attraverso la finestra del corpo, la dolcezza delle sensazioni piacevoli mirabilmente penetra fin nell’intimo del cuore». Per Daisaku Ikeda, religioso giapponese, invece, la musica «È linguaggio universale; essa trascende tutte le barriere della cultura e delle ideologie. La musica è risonanza tra due cuori».
Buon ascolto e ricordate, per finire, che secondo il filosofo tedesco Immanuel Kant, la musica è anche «un bel gioco di sensazioni per l’udito».

 

******

LA PUGLIA?
UN PARADISO MULTIFORME


La Puglia: terra multiforme, disomogenea sia dal punto di vista geografico e morfologico che da quello storico e culturale, è una regione per lo più pianeggiante nella quale fanno bella mostra il Gargano, la Murgia, la Valle d’Itria, tutte tessere di un affascinante mosaico alla cui composizione hanno contribuito, oltre che madre natura, le diverse civiltà che si sono succedute nel tempo.
Antonella Daloiso, giornalista, che vive e lavora a Bari, ha pubblicato recentemente per i tipi di Levante Editori, il bel volume “Elegia itinerante”, (pagg. 170, euro 22,00), riccamente illustrato con foto di Ennio Cozzolino, Roberto Lodato, Eustachio Cazzorla, Stefano Fato, attraverso il quale ci accompagna in un ideale viaggio finalizzato a scoprire una provincia a molti ancora sconosciuta. L’itinerario parte da Cerignola, creduta città agricola, ma in realtà ricca di beni archeologici, artistici e monumentali di grande pregio, per snodarsi attraverso Andria, Ruvo, Corato, Canosa, Margherita di Savoia, Barletta, Trani, Giovinazzo, Bitonto, Bari, Monopoli, Conversano, Putignano e Gioia del Colle.
Un percorso che non si ferma solo a Cattedrali e Castelli ma che si estende a luoghi, pagine di storia, itinerari sconosciuti, fatti, curiosità, frutto non solo dell’instancabile lavoro dell’uomo ma anche delle nostre mille risorse naturali.
Sapevate, ad esempio, che il bocconotto, una specialità dolciaria che non teme confronti, è stato inventato per errore dalle suore del Monastero di Santa Maria delle Vergini sorto nel 1500 a Bitonto? Che nel territorio di Conversano c’erano ristagni d’acqua di dimensioni tali da chiamarsi laghi? Che a Gioia del Colle si svolgeva la festa patriarcale del maiale? Che a Putignano esiste la grotta del Trullo, uno scenario di incomparabile bellezza in piena valle dei Trulli? Le risposte, insieme ad altre importanti scoperte frutto di una laboriosa e puntigliosa ricerca, le troverete nel bel volume di Daloiso che rappresenta una vera e propria ode alla Puglia.
«Un reportage intimo e seducente – come sostiene Raffaele Nigro nella prefazione – scritto con delicatezza, tra un aneddoto e un altro, a caccia di cronache d’altri tempi, di microstorie sentite raccontare e con la semplicità di chi vuole partecipare ai lettori i luoghi dell’anima, terre amate e orme umane importanti per la nostra esistenza più di quelle lasciate dai dinosauri nel cuore della Murgia».
Concordiamo, infine, con l’autrice nell’auspicare che il volume «possa servire a mettere a nudo, usi, costumi, abitudini di paesi e città completamente differenti, popolati da anime apule, saracene, bizantine, normanne, sveve, angioine, aragonesi, affinché tutte insieme possano cercare nuovi orizzonti, questa volta non per bisogno, ma per amore» della nostra bella Puglia, che il filologo tedesco Eduard Fraenkel ha definito ‘Paradiso’.

Foto di Ennio Cozzolino

Foto di Eustachio Cazzorla

 

******

 

SEGNI ZODIACALI. FIDARSI OPPURE NO?


L’oroscopo rappresenta, in linea di massima, il complesso delle previsioni fondate più o meno sull’osservazione astrologica valida non per singole persone ma per l’insieme dei nati nell’uno o nell’altro segno dello zodiaco. Alcuni sostengono che la “lettura” delle costellazioni è un antico e suggestivo tentativo di capire com’è fatto il mondo, ma senza alcun valore scientifico. Sta di fatto che molti credono e consultano quotidianamente pubblicazioni o altro nel tentativo di “leggere” cosa riserva il destino.
I fiori che, come si sa, hanno mille significati, rappresentano un modo per lanciare un messaggio preciso dal momento che hanno un linguaggio che può essere utile quando non troviamo le parole adatte alla circostanza e quindi anch’essi, secondo alcuni studiosi, simboli per gli oroscopi, soprattutto estivi. Infatti, pare che ad ogni segno corrisponde un fiore guida che rispecchia le caratteristiche degli astri e dei pianeti a cui siamo legati. Una unione fra cielo e terra che ci aiuta a capire che cosa succederà nei mesi più caldi soprattutto per quanto riguarda l’amore.
Vediamo così che l’Ariete, che dona un carattere impulsivo, ardente e avventuroso, preferisce il Biancospino, bello ma spinoso. Il duro legno della sua pianta evoca un’idea di grande forza e capacità di resistenza. Il Toro, segno prediletto da Venere, è legato alla Rosa rossa, dal momento che questo fiore simboleggia anche l’amore che i nati Toro hanno per ogni piacere della vita. Ai Gemelli, che sono governati da Mercurio, è legato il Fiordaliso, il piccolo fiore azzurro, che evoca un’immagine di freschezza e brio, tipiche qualità dei gemelli. La Ninfea lega bene con il Cancro che ha un temperamento sognante, ama cullarsi nel passato e nei ricordi, per cui ben si sposa con il bianco fiore che galleggia sull’acqua facendosi trasportare dalla corrente. Per i nati Leone, che hanno il sole come guida, segno dalla personalità forte e carismatica, ben si accoppia il Girasole, per la sua maestosità e le sue sgargianti corolle rivolte a sud per ricevere il massimo di luce.
La Vergine è governata da Mercurio che dona intelligenza pratica, per cui, l’astrologia, basandosi su alcune caratteristiche delle persone nate in questo segno (modestia, riservatezza, pudore, candore), lo ha legato al Giglio che è dotato delle stesse caratteristiche. Il tulipano, con il suo stelo alto e sottile, ben si addice ai nati Bilancia, che posti sotto il dominio di Venere, hanno solitamente aspetto aggraziato e gesti armoniosi. Lo Scorpione, segno associato a Plutone, il pianeta che simboleggia la metamorfosi, l’evoluzione psichica, il mistero, è legato alla Calla, un fiore dalla forma sinuosa e un po’ contorta che rivela e nasconde il suo cuore alternativamente.
Il Sagittario, pilotato da Giove, idealista, sognatore, ingenuo, amante della compagnia e dei viaggi, preferisce la Fresia, dal momento che questo fiore porta il profumo di terre lontane e con le sue piccole corolle di tante sfumature diverse è in sintonia con la sua voglia di varietà. Il Capricorno, che dona ai suoi nati un fascino enigmatico ben si sintonizza con l’Arnica montana, pianta che cresce bene nei climi freddi e dalla quale si ricavano pomate per lenire dolori reumatici che assillano i nati Capricorno. L’Acquario, segno estroso governato da Urano, ama soprattutto l’indipendenza. Il fiore a cui si lega bene è la Mimosa, che rappresenta il simbolo della libertà e della emancipazione della donna, fenomeni favoriti da Urano. Infine parliamo dei Pesci che sono sotto il dominio di Nettuno Il fiore che ben li rappresenta è il Bucaneve, dal momento che le sue piccole corolle suscitano un sentimento tipico nei pesci: la tenerezza.
Ma, attenzione, Sant’Agostino, che ha studiato la validità dei segni zodiacali e degli oroscopi, è giunto alla conclusione che il nostro futuro è soltanto nella mani del Signore, non delle stelle. E la scienza conferma. Infatti, il noto scienziato Antonino Zichichi, dando ragione al Santo di Tagaste, sostiene che «Chi continua a credere nei segni zodiacali e nella loro influenza sul nostro futuro dovrebbe ricordarsi che se ciò fosse vero non potrebbero esistere la Tv, i telefonini e le moderne tecnologie». I seguaci dello Zodiaco e degli Oroscopi sono avvisati.



******


IL MERAVIGLIOSO LINGUAGGIO DEI FIORI

 

Con l’avanzare della primavera siamo attratti dai giardini, dalle piante e dai bellissimi colori che sprigionano i fiori, domandandoci: perché i fiori sono così colorati?
Il colore è dovuto alla naturale funzione di attrarre insetti impollinatori che, trasportando il polline, provvedono alla fecondazione e quindi alla nascita dei frutti. Se gli impollinatori sono animali diurni, i fiori manifesteranno colori sgargianti, se invece i fiori si affidano ad animali notturni, saranno poco colorati ma molto profumati. Le piante che vengono invece fecondate dal vento, come ad esempio le graminacee, non hanno fiori né vistosi, né profumati.
Qual è il linguaggio dei fiori? Vi sono tradizioni e leggende che attribuiscono ai fiori numerosi significati, che variano da paese a paese, dal momento che l’uomo ha assegnato nel tempo codici diversi, a seconda della bellezza, del colore e, in qualche caso, della circostanza in cui vengono utilizzati. Vediamo in dettaglio il significato ed il linguaggio di alcuni, tra i più conosciuti.
Iniziamo da quello più semplice, la Margheritina, detta anche “pratolina”, che in primavera copre i nostri prati. Il suo nome scientifico è “Bellis” e deriva da una leggenda. Bellis, figlia del dio Belus, un giorno mentre danzava con il suo fidanzato, attirò l’attenzione del dio della primavera a causa della sua bellezza, il quale tentò di strapparla al fidanzato che reagì con violenza e la poveretta per salvarsi da entrambi si trasformò in una margheritina. Questo fiore fu molto amato nei tempi antichi e Margherita d’Angiò, moglie di Enrico VI d’Inghilterra, era solita far ricamare margheritine sulle vesti dei cortigiani: aperte, indicavano la vita, chiuse invece la purezza


La Stella alpina sarebbe stata un tempo una fanciulla così bella, pura e nobile d’animo che nonostante fosse desiderata da molti spasimanti, non incontrò mai nessuno degno di diventare il suo sposo e quando morì, ancora zitella, fu portata sulla vetta di una montagna e trasformata in un fiore che fu chiamato Edelweiss (che significa nobile bianco). Nasce in luoghi inavvicinabili per gli esseri umani, Poiché per raccogliere questo fiore occorre fatica e coraggio, per gli svizzeri è sinonimo dell’ottenimento del più alto e nobile onore che un uomo possa conquistare.

 

Il Crisantemo, considerato da noi il fiore dei morti, in Cina, Giappone e nei paesi anglosassoni è considerato, invece, simbolo di gioia, vitalità e pace e viene regalato alle spose in occasione delle nascite. Il crisantemo rosso significa “ti amo”, mentre bianco vuol dire “verità”.


Al bel Garofano sono attribuiti molti significati. La mitologia lega questo fiore a Diana dea della caccia. Si narra che un giovane pastore follemente innamorato della dea, sia stato sedotto e abbandonato. Dalle lacrime di questo giovane, che morì per la passione, nacquero questi bellissimi fiori. La tradizione cristiana vuole che anche dalle lacrime di Maria Addolorata ai piedi della Croce di Cristo nacquero dei garofani.
Agli infusi di questo fiore sono attribuiti invece poteri salutari contro i malanni e la febbre ed anche contro le sofferenze d’amore.
Il rosso indica amore, il bianco fedeltà, il giallo sdegno.


Il Girasole detto anche Elianto, appartiene alla famiglia delle composite, poiché durante il giorno è rivolta sempre verso il sole, per taluni simboleggia adulazione, per altri riconoscenza verso l’astro che gli permette di vivere. Van Gogh ha raffigurato i girasoli in diverse opere.
L’Orchidea è considerata da secoli un fiore afrodisiaco: elisir d’amore, pozioni magiche e ricette contro la sterilità venivano preparate con le radici o gli steli. Simboleggia sensualità, ma anche lusso, fascino e ricercatezza.


La Rosa, invece, ha un significato diverso a seconda del colore. Rosa-arancio, equivale a fascino; bianca: amore puro e spirituale; color pesca: amore segreto; rossa, passione d’amore.
Ma come nacquero le rose rosse? La leggenda narra che le rose erano in origine tutte bianche e un giorno Venere, correndo incontro ad uno dei suoi innamorati, calpestò un cespuglio di rose e le spine la punsero facendola strillare dal dolore. Le rose, bagnate dal suo sangue, vergognandosi per l’offesa recata a Venere, arrossirono all’istante rimanendo così per sempre. La floricoltura poi ne ha create di diversi altri colori.
La rosa gialla, che simboleggia infedeltà e gelosia la troviamo nella storia del profeta Maometto e della sua favorita Aisha. Si narra che ella lo tradiva e Maometto chiese all’Arcangelo Gabriele di aiutarlo a scoprire la verità. L’Angelo gli disse di bagnare le rose e, se avessero cambiato colore i suoi dubbi sarebbero stati fondati. Infatti, Maometto offrì alla sua Aisha delle rose rosse e le ordinò di lasciarle cadere nel fiume. Le rose divennero gialle.


Infine, il bellissimo tulipano, un fiore originario della Turchia. Fu introdotto in Europa nel 1500 e divenne subito di gran moda in Olanda e in Inghilterra. I prezzi aumentarono a tal punto che solo i ricchi se li potevano permettere, costringendo il governo inglese ad imporre un prezzo fisso per i bulbi. Rosso, significa dichiarazione d’amore; screziato, i tuoi occhi sono splendidi; giallo, amore disperato.

 


E perché no qualche detto a proposito di fiori: “Essere il fiore all’occhiello” = costituire motivo d’orgoglio e di vanto; “Se son rose fioriranno” = una sospensione di giudizio di fronte a situazioni incerte e che solo dopo aver visto i risultati si potrà giudicare.


******

Nella bella cornice della Chiesa di San Giovanni Crisostomo della città vecchia di Bari, ai soci dell'Associazione Culturale Italo-Ellenica "PITAGORA", Vittorio Polito ha tenuto una conversazione su:



MIRACOLI, MAGIA & SUPERSTIZIONI

 

"La mia conversazione sulla magia e la superstizione popolare non vuole, in nessun modo, assumere la forma di apologia di tali credenze. Tutt’altro! Come avrò modo di ribadire in seguito, esse rappresentano l’antitesi di ciò che il Vangelo proclama. Sappiamo, infatti, che in più occasioni e in maniera ufficiale, i vescovi hanno condannato tali pratiche. Tuttavia, ritengo che esse meritino attenzione per la loro valenza sociale e culturale in quanto sono manifestazioni - in forme sbagliate - di quel bisogno, scritto in ciascun uomo, di assoluto, di divino. Se Sant’Agostino sosteneva che «L’uomo non trova pace sino a che non placa la propria sete in Dio», potremmo affermare che la magia e la superstizione rappresentano dei succedanei (nocivi e affatto dissetanti) di quell’acqua viva di cui ci parla l’Evangelista Giovanni nel capitolo 4. Gesù come operatore di miracoli fu accostato ad Apollonio di Tiana, un filosofo neopitagorico, nato qualche anno dopo, ed il suo biografo lo presenta come un asceta e capace di produrre miracoli. Ma Gesù non fu un «guaritore professionista né diede prescrizioni terapeutiche». Egli conferendo agli Apostoli il potere sui demoni e la possibilità di scacciarli affidava loro la missione di guarire sia il corpo che l’anima. Inoltre, se il miracolo, per essere ritenuto tale, deve accadere all’improvviso ed in pubblico, la magia deve, viceversa, essere eseguita segretamente e a seguito di duro lavoro, di preparazione professionale. In questo nuovo contesto il miracolo ha assunto altre connotazioni: innanzi tutto vanno distinti due significati: secondo il primo significato è “miracolo” tutto quello che noi possiamo attribuire direttamente a Dio. In un secondo significato, “tecnico”, diremmo noi, è miracolo un fatto che la scienza dimostra essere impossibile che accada secondo le leggi naturali. Vi è, tuttavia, da osservare che per la gente comune dei primi secoli cristiani, era arduo distinguere dove è presente l’intervento miracoloso e dove l’operazione magica. Numerosi sono gli esempi riportati dalle leggende agiografiche in cui i cristiani destinati al martirio e i pagani si accusavano a vicenda di professare arti magiche. La resistenza fisica e l’indifferenza dimostrate dai martiri cristiani, durante le torture subite, dovettero sembrare ai pagani opera di magia. Sant’Ignazio di Antiochia, accusato di praticare arti magiche per non avvertire dolore, durante i supplizi, si difende affermando «Noi cristiani non siamo maghi, e anzi secondo la nostra consuetudine i maghi li consideriamo segni d morte: i maghi anzi siete voi che adorate gli idoli». Negli scontri tra Santi e maghi, l’uomo di Dio è vincitore; ma per la mentalità di un pagano, di un ebreo, di chi professava una religione diversa, il Santo cristiano poteva apparire soltanto come un mago con poteri superiori. Basta ricordarsi, infine, di alcune verità come le seguenti: il cristiano non grida con superbia attraverso formule, scongiuri e false preghiere: «sia fatta la mia volontà», ma si rivolge a Dio con le parole che Gesù stesso gli ha insegnato, chiedendo che: «sia fatta la Tua volontà»; i doni carismatici possono venire solo da Dio e vengono elargiti in modo gratuito alle persone sante. Gli idoli sono opera delle nostre mani. Occorre pertanto abbandonarsi con fiducia nelle mani della Provvidenza per ciò che concerne il futuro e fuggire da ogni curiosità malsana.
Il termine magia deriva dal greco magheia, che significa scienza, saggezza. I “magi”, ad esempio, erano antichi sacerdoti persiani. Anche il Nuovo Testamento parla di maghi e magia: i Magi, che secondo il racconto di Matteo, si recano alla ricerca del Bambino Gesù guidati dalla stella, non sono però maghi nell’accezione moderna del termine, ma piuttosto scienziati o sapienti. Infatti, così scrive Matteo: «Quando Gesù fu nato a Betlemme di Giudea ai tempi di Re Erode, ecco apparire dall’Oriente a Gerusalemme alcuni Magi, i quali andavano chiedendo dove fosse nato il Re dei Giudei, perché – dicevano – avevano visto la sua stella al suo sorgere ed erano venuti ad adorarlo […]». Matteo (II, 1-2). Ma vediamo cos’è la magia. È l’arte di dominare le forze occulte della natura e sottoporle al proprio potere. Essa è stata oggetto in varie culture e in diversi periodi storici di valutazioni opposte, ora considerata forma di conoscenza superiore, ora rifiutata come impostura e condannata dalle autorità civili e religiose. Nel pensiero greco antico, il termine indicava sia la teologia dei sacerdoti persiani, sia il complesso di teorie e pratiche collegate a realtà diverse da quelle oggetto della scienza filosofico-razionale. Ai maghi, sacerdoti dell’antica religione persiana, erano attribuite doti di astrologi, indovini e stregoni. In tempi moderni, con l’avvento di un ideale scientifico razionalistico, matematico e sperimentale, il termine magia assume spesso il significato deteriore di insieme di pratiche prive di fondamento, e quindi arbitrarie quando non fraudolente.
La magia è un fenomeno abbastanza diffuso nel mondo. In Italia c’è ancora chi timoroso e fiducioso si rivolge a maghi e fattucchiere per ottenere amuleti e portafortuna, oggetti che dovrebbero avere la prerogativa di allontanare la iella, la sfortuna o il malocchio. Ma questi oggetti, pur in commercio, sembrano funzionare di più se il loro potere, tutto da verificare, è attribuito e trasmesso da chi li prepara: maghi, stregoni e sciamani.
Quest’ultimo personaggio, nelle religioni siberiane e nordamericane, sembra dotato di eccezionali poteri, che facendo da intermediario con il mondo celeste e infernale, guarisce le malattie e accompagna le anime nel regno dei morti. Lo sciamano, secondo l’antropologo francese Claude Levi-Strauss, «…non è completamente privo di conoscenze positive e di tecniche sperimentali che possano spiegare in parte il suo successo; per il resto, disordini del tipo che oggi si chiamano “psicosomatici” e che rappresentano una gran parte delle malattie più diffuse nelle società a debole coefficiente di sicurezza, devono spesso cedere a una terapeutica psicologica. In complesso, è verosimile che i medici primitivi, come i loro colleghi civili, guariscano almeno una parte dei casi che curano e, che, senza questa efficacia relativa, le usanze magiche non avrebbero potuto conoscere la vasta diffusione che è loro propria, nel tempo e nello spazio».
Per il mondo antico la magia ha rappresentato un elemento di progresso, contribuendo a suscitare nell’uomo il desiderio di sfuggire ai propri limiti, stimolandolo alle successive scoperte. In realtà la magia ha colmato i vuoti occupati poi dalla scienza e dalla fede.
La magia a sua volta si divide in bianca, benefica, che soccorre e conforta e nera, malefica, che essendo diabolica e nefasta, perverte e distrugge. Conseguentemente i maghi che esercitano la magia bianca, vengono accettati, ricercati e ben remunerati, mentre quelli che esercitano quella nera rappresentati dagli stregoni, sono meno consultati poiché molto temuti.
Nelle pratiche magiche vengono utilizzati due differenti tipi di simbolismo: quello analogico nella magia bianca e quello arbitrario nella magia nera. Nella magia bianca si fa uso di una immagine della persona che deve essere influenzata, nella magia nera si usano alcuni oggetti associati a lei, o che in precedenza le erano appartenuti.
Capita di chiamare “uccello del malaugurio” una persona che porta cattive notizie. La frase deriva, forse, dall’antica tradizione etrusca o romana di trarre gli auspici dall’osservazione del volo degli uccelli. L’augure, infatti, era nell’antica Roma il sacerdote divinatore, che interpretava il modo di volare degli uccelli e ne traeva le previsioni. Il modo di dire potrebbe anche alludere alla superstizione popolare che ritiene di cattivo augurio il verso di certi uccelli come la civetta, il gufo, il corvo e la cornacchia, considerati annunciatori di disgrazie, per i loro versi lugubri e lamentosi.
Che differenza c’è tra magia e religione? Nella credenza popolare la prima rappresenta un insieme di pratiche, la cui efficienza dipende dal mago o dallo stregone, ritenuto onnipotente (?), e quindi in grado di controllare le forze soprannaturali evocate con alcuni rituali. La religione invece può solo rendere favorevole una volontà, riconosciuta superiore, sia nelle pratiche religiose sia dalle stesse persone che le compiono. Così il sacerdote prega le divinità e spera di essere esaudito, il mago invece compie direttamente le azioni, pronunciando incantesimi miranti ad ottenere l’effetto sperato.
Che differenza c’è tra religione e superstizione?
Mons. Giuseppe Maggioni, Delegato arcivescovile per i Nuovi Movimenti Religiosi dell’Arcidiocesi di Milano, sostiene che «l’atteggiamento di fede consiste nel rendere a Dio l’adorazione e l’obbedienza che gli sono dovute in modo adeguato, mentre la superstizione (da «super-stare») consiste nel prestare culto divino a chi non è dovuto o nel modo sbagliato. Il che stravolge le finalità della vera religiosità, che tende invece a lasciarsi istruire dalla sapienza di Dio per poter fare la sua volontà».


LA SUPERSTIZIONE

Una ninna-nanna egiziana utilizzata, in tempi antichi, serviva come scaramanzia per allontanare dai bambini lo spirito che procurava la malattia. Nell’ultima strofa, fa cenno ai rimedi usati per esorcizzare il male.

…Corri via tu che vieni dall’oscurità
che entri pian piano (…)
Sei venuta per baciare questo bimbo?
Io non permetterò che tu lo baci.
Sei venuta per ammutolirlo?
Io non permetterò che tu lo ammutolisca.
Sei venuta per fargli del male?
Io non permetterò che tu gli faccia del male.
Sei venuta per rapirlo via?
Io non ti permetterò di strapparlo dalla mia mano.
L’ho munito delle protezioni contro di te
Con trifoglio… cipolle… miele….


Vediamo in concreto cos’è la superstizione alla quale facciamo spesso ricorso. È la presunzione di avere credenze e compiere pratiche, che nella valutazione della cultura e delle religioni superiori, ufficiali e dominanti, sono ritenute frutto di errore e d’ignoranza, di convinzioni prive di qualsiasi fondamento empirico e religioso. Secondo il politico inglese Edmund Burke, «La superstizione è la religione degli spiriti deboli».
I primitivi, ad esempio, ritenevano che, colpendo l’immagine del bisonte, fosse più facile uccidere l’animale durante la battuta di caccia. Nasceva così la prima forma di superstizione.
Sta di fatto che molti uomini politici, attori, condottieri e sovrani, non sono riusciti a sottrarsi al peso condizionante della superstizione. La storia e la cronaca lo confermano: dalle Idi di marzo, che la moglie di Cesare riteneva nefaste, ai portafortuna di Napoleone, dalla giacca scozzese di Fred Astaire al cornetto di Totò. L’esercito dei “non vedo ma ci credo” è illimitato e giorno dopo giorno, paradossalmente, si infittisce, con un numero sempre maggiore di affiliati.
L’errore, che più comunemente si commette è la confusione che tra causalità e casualità, dimenticando i numerosissimi casi dell’assenza, quando cioè i due eventi avvengono indipendentemente. A trarci in inganno è proprio il differente peso che attribuiamo a presenza e ad assenza. Esempio: può capitare mille volte di assistere a un incidente senza che questo sia preceduto da un gatto nero che attraversa la strada, può capitarci mille volte che un gatto nero attraversi la strada senza che niente succeda; se però capita, una volta su duemila, che i due eventi coincidano, ecco che l’associazione viene colta e viene letta come rapporto di causa-effetto, e di conseguenza enfatizzata, raccontata a destra e a manca.
Se qualcuno volesse mettere in fila tutte le superstizioni presenti nelle differenti culture umane, l’elenco sarebbe lunghissimo. Ogni cosa, essere o evento, per l’irrazionale della nostra mente, può portare fortuna, sfortuna oppure addirittura avere più specifici effetti, positivi o negativi. Qualche esempio: il canto della civetta, il gatto nero che attraversa la strada, lo specchio rotto, il passare sotto una scala, lo spargere sale, ecc. Si tratta, fin qui, di superstizioni tradizionali, semplici e circoscritte. La superstizione, però, può divenire addirittura uno stile di vita perché, per certe persone, può influenzare ogni scelta, ogni comportamento. Inoltre, può proliferare. Ciascun essere umano, in tema di superstizioni, può dimostrarsi un creativo. Ciascuno può, spontaneamente, crearne delle nuove e personali (un indumento o un oggetto che “porta bene”), da aggiungere alle superstizioni antiche e tradizionali, e dunque generalizzate e generiche come il fare le corna o il dire “in bocca al lupo”.
Un’ampia disamina della magia e della superstizione la fa Vito Lozito, docente di Storia della Chiesa dell’Università di Bari, recentemente scomparso, nel suo libro “Agiografia, magia, superstizione” (Levante Editori). Egli esamina il costume, la mentalità, l’atteggiamento, tenuti nei primi secoli dell’era volgare (e non solo in quell’epoca) nei confronti dell’arte (o presunta tale), di conoscere il futuro, di avere contatti con il mondo misterioso degli inferi che provoca sensazioni di paura e al tempo stesso di fascino.
L’uomo per esorcizzare le insidie della natura o degli spiriti malefici confezionava e portava addosso talismani, amuleti ed erbe magico-terapeutiche contro le malattie, il malocchio e le insidie del vicino. Questo tipo di credenze fu definito in generale, superstizione, residui di paganesimo, ma erano e sono, invece, testimonianze di altra cultura, di culture che erano state superate o vinte e, nel fenomeno della cristianizzazione, perseguitate, abolite, assorbite, arricchite di diversi significati simbolici. Sono le culture di tradizione greca, romana, celtica, germanica che continuavano a sopravvivere, ma relegate in second’ordine.
La continuità di moduli di pensiero, di usanze, di atteggiamenti, si riscontra nelle leggende agiografiche (la letteratura riferita ai Santi), nelle festività religiose cristiane che richiamano usi e riti di civiltà precedenti. Il fenomeno della magia, nelle sue diverse forme, rimane il simbolo più chiaro di questa continuità; le figure del santo e del mago spesso si fondono e diventa difficile distinguere dove finisce la preghiera e dove inizia l’operazione magica.
Maghi e incantatrici, nonostante condannati e perseguitati dalle istituzioni civili ed ecclesiastiche, continuano a prosperare nella nostra società. Essi hanno resistito alle persecuzioni ed ai processi: le loro “prestazioni” erano richieste sia dalle classi sociali subalterne che da quelle dirigenziali, in zone rurali e nelle città, dal momento che nell’animo umano albergano perennemente desideri di conoscenza, di vendetta, di odio, di invidia, di disperazione, di amore negato. Per quale meccanismo l’uomo moderno, apparentemente figlio della ragione, crede che alcune figure, gesti o situazioni possono condizionare il suo destino? Forse perché è molto difficile scrollarsi di dosso i pregiudizi da superstizione che abbiamo accumulato fin dalla più tenera età.
Una ricerca dell’Istituto di Studi Politici, Economici e Sociali dell’Università di Bologna (ISPES), finalizzata ad analizzare l’ingarbugliato universo della magia e della superstizione in Italia, permette di leggere con maggiore nitidezza questo complesso universo.
Il fenomeno interessa i più diversi strati sociali. Tra le persone che si rivolgono al mago, due terzi sono donne e la fascia d’età varia tra 40 e 60 anni; il 30% dei clienti è laureato mentre il 40% è diplomato. In genere due italiani su dieci vanno dal mago almeno una volta l’anno.
Oggi sono molto diffuse le trasmissioni TV dedicate alla magia e alla cartomanzia. Prevalentemente l’operatore si pone davanti alle telecamere con strumenti di divinazione come tarocchi, carte speciali, oggetti vari, ecc. In genere il mago si limita a chiedere data di nascita, sesso e il campo nel quale si desidera avere risposte (salute, lavoro, amore). Il tono delle risposte è generico, ma nel 90% dei casi l’interlocutore conferma le dichiarazioni del mago. Ciò è dovuto anche al fatto che chi si rivolge al mago in televisione è in una condizione di disagio interiore perché, inconsciamente, sa di effettuare una pratica trasgressiva che non vorrebbe rendere pubblica.
Il fenomeno appare preoccupante soprattutto perchè riguarda una fascia di popolazione battezzata e che si professa cristiana. Chi segue Cristo, al contrario, dovrebbe confidare solo in Lui, e in nessun altro. Il nostro destino è esclusivamente nelle nostre mani, e in quelle di Dio che ci riempie della sua Grazia nella misura in cui gli diamo spazio nella nostra vita. Nel mondo della superstizione la nostra esistenza è scandita dall’utilizzo di una grandissima quantità di oggetti: dai più semplici (come la chiave), ai più complicati (come il telefono cellulare) e questi strumenti svolgono con efficacia il loro compito ogni qualvolta che ne richiediamo il loro aiuto.
Molti oggetti, anche i più semplici, sono spesso contrassegnati da un’atmosfera inquietante, in certi casi diventano vere e proprie spie per segnalare, come strumenti profetici, cosa ci riserverà il futuro. Ma vi sono anche giorni e date considerati nefasti.


Per rendersene conto basta osservare alcune indicazioni suggerite dalle più diffuse superstizioni che accompagnano alcuni oggetti di uso quotidiano, come indicato nel volume “Il libro delle superstizioni” di Massimo Centini (De Vecchi Editore), dal quale sono state tratte alcune di queste note. Per brevità segnalerò solo qualcuna, ma l’elenco è piuttosto lungo.
Il bicchiere, ad esempio, è tra gli oggetti maggiormente utilizzati dall’uomo durante la giornata. È pericoloso osservare qualcuno attraverso un bicchiere, poiché questa azione sarà preludio di una prossima lite. Anche guardare attraverso un bicchiere rotto è pericolosissimo poiché così facendo si “chiama la sventura”, già annunciata con il danno della rottura. Attenzione se durante il brindisi un bicchiere si rompe, rappresenta un annuncio di morte.
Il coltello è noto soprattutto come arma e, di conseguenza, impugnare un coltello, almeno a livello inconscio, rimanda a immagini belliche o violente, quindi maneggiarlo senza la dovuta cura può apparire come volontario segno di scontro.
Ancora più difficile è comprendere perché far cadere un coltello quando si è a tavola, determinerebbe la rottura di un fidanzamento, naturalmente se il distratto che l’ha lasciato cadere si trovi in tale situazione sentimentale. La superstizione non è valida per chi è sposato…
I superstiziosi traggono auspici anche dalla caduta delle forbici. Bisogna farle raccogliere da altri o, se non è possibile, camminarci sopra prima di sollevarle. Quando le forbici cadono e le punte rimangono infisse nel terreno, ciò corrisponde ad un presagio di morte. Regalare forbici equivale ad augurare del male.
La superstizione ha trovato ampio spazio anche intorno a cose non pericolose come il pane. Prima regola non sprecare il pane. Buttarlo sarebbe un gesto destinato a condurre il sacrilego alla povertà. Infatti, il pane consacrato rappresenta il “Corpo di Cristo” e quindi al di là del valore nutritivo, riveste un ruolo sacro.
Usare un pettine appartenuto ad una persona defunta, si rischia di seguire il precedente possessore.
La scopa, oggetto emblematico del femminile è sempre stato uno strumento intorno al quale la superstizione si è sbizzarrita. Un proverbio francese avverte: «Se pulisci la casa con una scopa verde in maggio, scopi via anche il padrone di casa…».
Se una ragazza cammina sul manico di una scopa sarà madre prima di sposarsi. Questa superstizione forse risente dell’influenza dei numerosi riti di fecondità precristiana. Quando si cambia casa non portarsi dietro le scope vecchie, poiché così facendo si porterebbero nella nuova abitazione tutte le precedenti sventure.
Nel folclore di numerosi paesi, si racconta che se un uomo è colpito con la scopa da una donna, diverrà impotente: una espressione figurata molto chiara per sottolineare il rischio che corre l’uomo incapace di difendersi dagli attacchi del “sesso debole”.

I periodi della sfortuna

Al capodanno sono riconosciute delle peculiarità che nella superstizione diventano “segni” addirittura profetici.
Se la prima volta che si esce si incontra una persona di sesso opposto, l’anno appena iniziato sarà fortunato, al contrario sarà nefasto. Inoltre porterebbe male incontrare un prete, una suora, un vecchio o un gobbo. È buona sorte invece incontrare un frate.
C’è un’antica credenza che recita “Anno bisesto anno funesto” che accompagna la nostra esperienza quotidiana, superstizione a parte. Ma non è proprio così. Ricordate il 2000, anno bisestile, che tutti presagivano sciagure di ogni tipo che dovevano aggiungersi a quelle per il fine millennio? In realtà non è accaduto proprio nulla. Le credenze nelle disgrazie che accompagnerebbero l’anno bisestile deriverebbe dal fatto che a febbraio fu aggiunto un giorno, come intercalare nel calendario Giuliano e quindi considerato anomalo e portatore di disgrazie. Le statistiche ci dicono comunque che disgrazie di ogni tipo accadono in tutti gli anni anche non bisestili.
Com’è noto, il cosiddetto pesce d’aprile è costituito da uno scherzo che può presentare due varianti: attaccare un pesce, o una sua rappresentazione, sulle spalle della vittima o colpire lo sfortunato con uno scherzo anche pesante. In varie località si mandavano i creduloni alla ricerca di oggetti impossibili o si invitavano a compiere azioni irrealizzabili, ecc.
Il mese di maggio è considerato popolarmente un mese sfortunato, in particolare per quanto riguarda iniziative importanti, come sposarsi, cambiare casa, iniziare una nuova attività. L’origine di questa credenza forse è riposta nel fatto che maggio era il mese più adatto per la semina e per iniziare importanti lavori agricoli, quindi in famiglia era necessario il contributo di tutti, quindi qualsiasi iniziativa o altra attività erano considerate “frivole” e dannose per la già precaria economia rurale.

Martedì, mercoledì o venerdì

Non bisognerebbe mai sposarsi di mercoledì: sarebbe la rovina della futura famiglia. Peggio ancora se i giorni scelti fossero il martedì o il venerdì. Giornata fausta per il matrimonio è il sabato, perché è il “giorno della Madonna” e la protezione della Vergine rende ogni cosa certa e felice.

Giovedì o sabato

Sono i giorni consacrati alla magia, quelli in cui le streghe metterebbero a segno le loro pratiche malvagie e quindi rovinerebbero ogni buona intenzione. In questi giorni, dopo l’Ave Maria, le donne devono togliere la biancheria stesa ad asciugare perchè, in caso contrario, le streghe farebbero la “fattura” a quei panni, producendo effetti devastanti su quanti ne facessero uso.

Venerdì

Un discorso a parte merita il temutissimo venerdì. Forse la negatività deriva dal fatto che in quel giorno, secondo la tradizione cristiana, Cristo fu crocifisso. Di qui il divieto di mangiar carne, partecipare a feste e divertimenti e il detto “chi ride di venerdì piange la domenica”.
Se poi il venerdì cade di 17, allora la negatività sarà massima, anche per coloro che alla superstizione credono solo un po’.
Difficile stabilire l’origine di questa credenza: probabilmente quella data era riferita a qualche grande catastrofe (epidemie, carestie, guerre).
Sta di fatto che qualche anno fa una ricerca dell’autorevole “British Medical Journal”, smentì scientificamente le credenze dei superstiziosi: quel giorno a Londra, gli incidenti automobilistici erano sensibilmente diminuiti. Però la stessa rivista puntualizzava che molti londinesi forse erano rimasti a casa per evitare i danni del giorno infausto. Per Cristoforo Colombo, invece, il venerdì fu un giorno fortunato. Partì dal porto di Palos un venerdì; mise piede sulla nuova terra di venerdì e rientrò, sempre di venerdì, a Porto Palos.

Animali da tener d’occhio

Una barbara tradizione sostiene che le allodole tenute in gabbia avrebbero cantato meglio se accecate. Da qui si è consolidato il mistero che circonda questi docili uccelli. Ascoltare il loro canto appena svegli sarebbe di buon auspicio.
Leonardo Da Vinci, invece, scrisse che se un allodola si ferma al capezzale di un ammalato è possibile conoscere le sorti dell’infermo, osservando i movimenti dell’animale: se guarda l’ammalato la guarigione è assicurata, se invece lo ignora la fine è vicinissima.
In molti paesi veder volare una civetta o ascoltare il suo canto è un cattivo presagio. Forse le credenze che circondano questo volatile sono da ricercare nelle sue abitudini notturne.
In Germania, quando nasce un bambino, ci si augura di non sentire l’inquieto verso, perché in quel caso la vita del nascituro sarebbe infelice. Ma va anche ricordato che la civetta era sacra per Athena, la dea greca delle arti e delle scienze, anche perchè l’animale era considerato protettore della città. Ma, ben presto, con altri uccelli come il gufo e il barbagianni, l’aura positiva diventò quella nefasta e malvagia che l’avrebbe accompagnata fino al presente.
Fin dal passato più antico, il corvo è stato considerato un animale nefasto, annunciatore di morte e di sciagure. Associato alla stregoneria, si diceva fosse in grado di predire il futuro e quindi utilizzato da streghe e stregoni per le loro pratiche di magia nera. Il suo verso è considerato annuncio di morte. In genere la vista di questo animale è considerata negativa e terribile, probabilmente per il suo colore nero, emblematicamente connesso alla morte e al mistero.
Anche il gatto entra di prepotenza fra gli animali da tener d’occhio, sempre circondato da un’aria di mistero ma anche perché distaccato e individualista. La sua agilità, il suo rapido apparire e sparire come per magia, la sua capacità di vedere al buio sono caratteristiche che hanno contribuito a caratterizzare il gatto con toni spesso soprannaturali.
Notissima la superstizione che considera un annuncio di disgrazia un gatto nero che attraversa la strada. Questa credenza è viva in molti paesi, mentre negli Stati Uniti è considerato un segno positivo essere seguiti da un gatto nero. Sta di fatto che in molte località si crede che streghe e stregoni hanno la possibilità di trasformarsi in gatti neri, e sotto quelle spoglie, compiere malefatte.
Altri animali da tener d’occhio sono il maiale, collegato alla sporcizia e, in senso figurato, evidenzia la passione per le cose peggiori, il topo, forse per il suo collegamento con la peste, e il pipistrello, animale del mistero per eccellenza, collegato a tutto quello che rappresenta oscurità e mistero.

Azioni rischiose

Vi sono azioni che, per ragioni ataviche e talvolta inspiegabili, attribuiamo effetti deleteri. Si tratta di credenze che sorgono, nella maggioranza dei casi, dal valore simbolico dell’azione o per essere state causa di grandi disgrazie.
Si scopre così che il meccanismo destinato ad alimentare queste superstizioni si fonda sulla consapevolezza dell’esistenza di un equilibrio governato da regole precise, la cui infrazione determinerebbe effetti spesso drammatici.
Passare sotto una scala rappresenta per buona parte del mondo occidentale una tra le azioni più temute dai superstiziosi. È utile sapere che la scala rappresenta un simbolo importante per numerose religioni, in quanto costituisce un tramite che pone in relazione cielo e terra.
Giacobbe, il Patriarca, sognò una scala lungo la quale salivano e scendevano Angeli. L’episodio viene così ricordato nella Genesi (28.12): “Una scala che appoggiava sopra la terra, con la cima arrivava al cielo; e per essa ecco gli angeli di Dio che salivano e scendevano”. Anche Buddha utilizzò una scala per scendere dal monte Meru.
Un ultimo avvertimento: passare sotto una scala porta sfortuna, ma passare sotto una scala con un numero di pioli dispari è peggio. I danni saranno ancora più gravi.
È diffusa la superstizione che impone di non aprire mai un ombrello in casa, pena un sacco di guai, per alcuni addirittura un annuncio di morte. Vediamo perché. L’ombrello richiamerebbe il baldacchino con il quale, nella liturgia, poi riformata, era d’uso coprire il prete che portava il viatico ad un morente. Un’altra interpretazione vuole che l’ombrello aperto in casa evocherebbe il tetto rotto o, peggio, la sua mancanza, che potrebbe rappresentare un presagio di miseria.
Se cade un ombrello dovrebbe raccoglierlo qualcuno che non sia il proprietario, in caso contrario sullo sfortunato ricadrebbero molte sventure. Se poi una donna raccoglie il proprio ombrello resterà zitella.
I nostri nonni dicevano che “Rovesciare l’olio porta disgrazia”, probabilmente perché non potendo usare i moderni detersivi, guardavano con rammarico la tovaglia macchiata.
Molto probabilmente le credenze intorno all’olio hanno origine nell’importante ruolo che l’olio svolge nelle religioni e nel suo stretto rapporto con il sacro. Infatti in un versetto del Levitico (2.1) si dice: “Quando una persona vorrà fare un’oblazione al Signore, offra fior di farina, su cui verserà dell’olio e metterà dell’incenso”.
I più razionali sostengono, invece, che la superstizione dell’olio versato sia sorto quando i pavimenti erano costruiti in legno, in cotto o in marmo non trattati. Essendo estremamente porosi e assorbenti, dove cadeva l’olio si formava una macchia indelebile e scivolosa.
Un altro versetto del Levitico (2.13) recita: “In ogni oblazione da te offerta dovrai metterci del sale; né lascerai mancare nella tua offerta il sale, simbolo di alleanza col tuo Dio”. Questo forse l’importante ruolo simbolico svolto da questo prodotto nelle tradizioni religiose. E forse, come per l’olio, è facile capire perché versarne possa esse considerato nefasto. Il sale, infatti, è diventato elemento di purificazione dal male: dal rito del battesimo alle pratiche contro le streghe.
Se si fa cadere del sale, si può allontanare la disgrazia con un semplice scongiuro: se ne prendono due pizzichi e si gettano alle spalle.
Il sale versato sulla porta allontana le streghe, mentre quello gettato sul fuoco conduce all’inferno…
Con la rottura di uno specchio si annunciano sette anni di guai. Una tragedia forse originata dal fatto che frantumandosi, avrebbe mandato in frantumi tutte le immagini che era solito riflettere.
Nella cultura popolare si usa coprire gli specchi della casa in occasione della morte di un parente, poiché si teme che la sua anima vagante possa essere bloccata per sempre dietro le superfici riflettenti (?). Da qui forse il ricorso allo specchio da parte dei maghi per conoscere il futuro.
Ed ora una poesia in dialetto barese di Emanuele Battista sul destino.

U destìne

O ragionìire Franghe Di Mòneche,
u chiamàvene : “iè sckemmòneche”!
N’omne assàie supersteziùse,
ca pe nudde addevendàve nervùse.
Ce passàve da nanze na gatta gnore,
se meseràve la frève ogne do iore.
Ce acchiàve na ciumma fèmmene,
la gastemàve e s’aggeràve de sckène.
O ciumme masckue, ’mbèsce nge fescève drète,
pe teccuànge la cascetèdde ’nzegrète.
Ce avèva nemmenà u deggesètte a ngualchedùne,
nge decève sìdece chiù iune.
Non se facève ma’ meserà l’aldèzze,
pe pavùre de iesse fatte u tavùte sèzze-sèzze.
Ce a la tàuue s’assedèvene trìdece crestiàne,
s’alzàve desciùne e se ne scève a chiane a chiane.
U cappìdde sop’o litte ma’ u mettève,
decève ca la malanòve sùbbete venève.
Ce la notte se sennàve la cadùte de le dìnde,
la matìne ’mbrìme avvesàve tutte le parìnde.
Nu cuèrne russe iìnd’a la palde sèmme pertàve,
e ogne dèsce passe che la mane u-accherezzàve.
Ogne dì lesceve l’oròschepe a la matìne,
che nu pacche de sale sott’o tauìne.
Ce ngualche cose ca stève a fà no nge quadràve,
“è sckemmòneche” sùbete gredàve.
E ce iève nguàlche iàlde ca nge u decève,
’mbrìme-’mbrìme nge credève.
Na sère, na zìnghere nge lescì la mane,
e nge mettì la cacàzze chedda reffiàne.
“Crà, a da fà attenziòne ragionìire
a le cavàdde e le checchìire”.
Franghìne, la dì a doppe se mettì ammalàte,
e s’asseddì a la boldròne, tutte assestemàte.
’Mbàcce o mure stève nu quadre,
nu traìine che le cavàdde e le quandre.
A buène a buène u quadre se staccò,
e dritte dritte ’ngàpe a Franghìne azzeppò.
La chernìsce, pesànde e d’attòne,
de ponde nge spaccò u fermendòne.
E achsì, Franghìne, senze che se n’avvertì,
sotto o traiìne e le cavàdde merì!

Streghe e masciare

La strega secondo uno scrittore inglese «È una malvivente; peste e parassita sociale; devota a un credo osceno e ributtante; adepta del veneficio, del ricatto e di altre pratiche delittuose ripugnanti, aderente ad una potente organizzazione clandestina, nemica della Chiesa e dello Stato; blasfema nelle parole e nelle opere; abbindolatrice di paesani ignoranti con le armi del terrore e della superstizione».
La credenza nelle streghe è riscontrabile presso innumerevoli popoli, come pure la convinzione che certe donne, possedute da una natura demoniaca, siano dedite al cannibalismo, alla magia, all’assassinio e all’annientamento della potenza maschile. Questo genere di streghe simboleggia il lato negativo della natura femminile, quel suo tratto oscuro di cui il maschio ha timore.
Le streghe vengono chiamate anche masciare, megere o fattucchiere, e sono rappresentate da donne che nonostante l’avanzare della civiltà e del progresso, esercitano ancora oggi la magia, tentando di dominare le forze occulte della natura per sottoporle al proprio potere, fermamente convinte della validità della magia bianca o nera.
Queste donne sono anche le protagoniste delle storie che Pasquale Locaputo, ha scritto nel suo libro “Le Masciare” (Edinorba Editore), con l’intento di fare un gesto d’amore verso la sua città, la sua storia, il suo patrimonio culturale.
Locaputo ha pensato bene di dare uno sguardo ai verbali inediti di un processo svoltosi nel 1582 a Conversano a carico di alcune donne accusate di stregoneria. Da quei verbali egli ha tratto spunti e materiali narrativi per gli interessanti racconti inseriti nella pubblicazione, ricostruendo, su base in genere fantastica, le vicende personali di alcuni protagonisti, sullo sfondo di una città di oltre quattro secoli fa, con i suoi edifici civili e religiosi, presenti ancora oggi nella odierna Conversano.
La quattro “masciare” di cui scrive Locaputo si chiamavano Paola Marchesano, Maria Richione, Rosa Colangelo e Antonia Piscitello, le quali probabilmente finirono sul rogo, vittime, forse inconsapevoli e ignare, del clima di “caccia alle streghe” e dei pregiudizi ideologici che contraddistinsero l’epoca.
I racconti lasciano il problema aperto, tentando di documentare credenze e pratiche popolari in concorrenza o in complemento della medicina del tempo con il rischio per le “masciare” di sconfinare nell’abuso e nell’illecito.
Anche per l’uomo del duemila la superstizione e la magia continuano ad avere un loro spazio ed un loro significato, nonostante l’avanzare della civiltà e del progresso. Ancora oggi vi sono persone fermamente convinte della validità della magia bianca o nera. Molti di voi hanno seguito attraverso “Striscia la notizia” le storie di imbrogli e di truffe da parte di Wanna Marchi e compagni ed i loro tentativi di carpire la buona fede dei creduloni con numeri del lotto, schedine o quant’altro, con il solo scopo di vendere fumo e spillare soldi.
Come ricorderete i fatti infiammarono l’opinione pubblica nel gennaio 2002 in occasione del quale si scoprirono tentativi di frode e frodi vere e proprie da parte di persone che cercavano di sfruttare l’ingenuità del prossimo. Purtroppo nel nostro piccolo, anche noi ci scopriamo un po’ superstiziosi, desiderosi di dare la colpa a qualcosa se le cose vanno male e risolverle, quindi, con un bel colpo di bacchetta magica.
Ed allora volete uno spassionato consiglio? Rivolgetevi al sacerdote in caso di problemi morali e spirituali o al medico in caso di malattie, senza andare a cercare cure empiriche di dubbio risultato e con spreco di quattrini, ovvero cercare nello psicologo un sostegno per migliorare la qualità della vita. Almeno le loro prestazioni sono disinteressate e basate esclusivamente su morale, scienza e coscienza. E poi, ricordate che secondo il Dalai Lama «Nessuno è nato sotto una cattiva stella: ci sono piuttosto persone che guardano male il cielo»".




******

GIOVANNI PAOLO II E IL DIALETTO


La scomparsa di Giovanni Paolo II, “Il Papa grande”, ha commosso l’Italia ed il mondo. Quello che è avvenuto a Roma in occasione della sua scomparsa è stata una grande testimonianza del segno che ha lasciato all’umanità.
Il Segretario di Stato Vaticano, Sodano, ha detto nella sua omelia che «Il Papa è diventato cantore della civiltà dell’amore», ed in questi giorni gli scritti in onore del Papa, che ci ha insegnato a non avere paura, non si contano.
Mi capita di leggere una bella e significativa poesia in dialetto barese dedicata al Santo Padre dal titolo “T’avime viste” (abbiamo notato quanto hai fatto ed insegnato), che Santa Vetturi, docente di lettere, ha riassunto in poche strofe tutta la sua attività pastorale. Sono certo che concorderete con quanto scrive l’autrice.
A proposito di dialetto mi piace anche ricordare che Giovanni Paolo II, le cui manifestazioni ci hanno sempre stupito, in occasione di un incontro con i parroci di Roma, accogliendo al volo la “provocazione” di un parroco romano, ha pronunciato tre frasi in romanesco “Dàmose da fà, Volèmose bbene!, Semo romani”, segno tangibile dell’immediatezza della comunicazione dialettale.

T’AVIME VISTE

T’ABBIAMO VISTO

di Santa Vetturi

T’avime viste assì cu fume bbianghe
da terra assà lendane a nù mmenute
“Pavure non avit’avè” deciste
“Aprite u core a Criste” fu u salute

e u capescèmme mbriime tutte quande
ca nge ere state date pe destine
da la Polonie cusse Pape granne
c’avève cangià u munne iind’o camine

T’avime viste pe vindisett’anne
alzà la vosce condr’a le potiinde
condr’a uèrre e ngestizzie de brebbande
aprì u Dumile e achiute u Noveciinde

scalà com’a n’atlète na mendaggne
salì e scenne da cudd’arioplane
nnanz’a la storie com’a nu giagande
e iind’o core neste com’attane

uaggnone mmenz’a fodde de uaggnune
pastore p’aunì tutte le crestiane
modèrne e andiche a demannà perdune
e pasce e lebèrtate o munne sane

T’avime viste pure de patì
pe mmane de sassine pe mestiire
che la vecchiame e che le malatì
chemmatte fingh’a u-uldeme respiire

e mo’ t’avime viste velà ngiile
com’a nu sande dritt’o paraviise
nge sì nzeggnate apprime accome vive
e mo’ com’a merì che nu serrise

Pape de cì non crete e de cì crete
vosce d’amore e lusce de speranze
nge sì lassate chiù rricche de fete
de te nù ggià sendime la manganze

T’abbiamo visto uscire con il fumo bianco
da terre assai lontane a noi venuto
“Non dovete avere paura” dicesti
“Aprite il cuore a Cristo” fu il saluto

e lo capimmo subito tutti quanti
che c’era stato dato per destino
dalla Polonia questo grande Papa
che doveva cambiare il mondo durante il cammino

T’abbiamo visto per ventisette anni
alzare la voce contro i potenti
contro guerre e ingiustizie di birbanti
aprire il Duemila e chiudere il Novecento

scalare come un atleta una montagna
salire e scendere da quell’aeroplano
davanti alla storia come un gigante
e nel nostro cuore come un padre

ragazzo tra folle di ragazzi
pastore per unire tutti i cristiani
moderni e antichi a domandare perdoni
e pace e libertà per il mondo intero

T’abbiamo visto anche patire
per mano di un assassino per mestiere
con la vecchiaia e con le malattie
combattere fino all’ultimo respiro

ed ora t’abbiamo visto volare in cielo
come un Santo diritto in Paradiso
ci hai insegnato prima come vivere
e poi come morire con un sorriso

Papa di chi non crede e di chi crede
voce d’amore e luce di speranza
ci hai lasciato più ricchi di fede
di te noi già sentiamo la mancanza.

 

 



******

LE IDEE GENIALI DEL MEDIOEVO

Il Medioevo, fino ad un secolo fa, è stato considerato come epoca dell’oscurantismo, dell’intolleranza, della superstizione, ma oggi grazie ad alcuni studiosi si ha una concezione più equilibrata e più positiva di questo periodo storico. Le cattedrali romaniche e gotiche, ad esempio, che in quel periodo venivano considerate con disprezzo arte “gotica”, ancora oggi sono a testimoniare la grandezza di quell’epoca. Il medioevo ha segnato anche un periodo significativo per alcune invenzioni che Chiara Frugoni ha voluto evidenziare nel suo libro “Medioevo sul naso”, pubblicato dagli Editori Laterza (pag. 138, euro 18,00).

L’autrice passa in rassegna molte delle invenzioni di quel periodo: gli occhiali, la carta, la filigrana, la stampa a caratteri mobili, l’università, i numeri arabi, lo zero, la data della nascita di Cristo, banche, notai, il nome delle note musicali, la scala musicale e tante altre.
Il medioevo ci dà anche bottoni, mutande, pantaloni, le carte da gioco, gli scacchi, il carnevale, l’anestesia e perché no, anche il gatto in casa, i vetri alle finestre, il camino. Inoltre, ci fa anche sedere a tavola (i romani mangiavano sdraiati), mangiare con la forchetta maccheroni e vermicelli, la cui farina veniva macinata con mulini ad acqua e a vento.
Quel periodo storico ha cambiato il nostro senso del tempo portandoci l’orologio a scappamento, le ore di lunghezza uguale non più dipendenti dalle stagioni ed anche Babbo Natale per far sognare i nostri bambini.
“L’arte di fare gli occhiali”, tanto per rimanere nell’argomento del titolo del libro, entusiasmò molto l’inventore, il domenicano Giordano da Pisa, dal momento che gli avrebbe permesso da quel momento in poi, di meglio meditare sulle sacre pagine e comporre edificanti sermoni. Ma la novità aiutò anche a fermare sul foglio debiti ed illeciti guadagni altrui. In due parole da strumento della Chiesa è diventato strumento del mercante.
Chiara Frugoni non ha la pretesa di esaurire con la sua pubblicazione le invenzioni medievali, ma intende solo dare il suo contributo come omaggio al Medioevo, ai tanti miglioramenti introdotti di cui ancora oggi godiamo. Ha seguito un filo narrativo basandosi sulla bellezza delle immagini e dei testi medievali. Insomma, un medioevo inaspettato, dalle mille invenzioni, un racconto affascinante, una storia documentata di sorridente ironia e di immagini colorate.
Il volume, molto illustrato, si avvale di numerose note riportate per ogni capitolo, di una nutrita bibliografia ed anche delle referenze relative alla iconografia che lo correda.

Le immagini sono tratte dal volume

 

 

******

 

LA CARTAPESTA NELLA SCULTURA SACRA SALENTINA



Incerte e misteriose sembrano le origini della cartapesta che sembrano perdersi nella notte dei tempi.
La devozione verso Santi e Madonne costituisce senza dubbio uno degli aspetti della vita religiosa delle nostre popolazioni e costituisce un fatto culturale e sociale che ha interessato studiosi e sociologi. Spesso la religiosità popolare è stata interpretata più come subcultura o superstizione che come vera fede, ma Giovanni Paolo II nel discorso ai vescovi di Puglia, durante la visita del 1981, definì la pietà popolare «la vera espressione dell’anima di un popolo in quanto toccata da grazia e forgiata dall’incontro felice tra l’opera di evangelizzazione e la cultura locale».
Numerose sono le produzioni artistiche religiose e culturali presenti sul nostro territorio tra le quali occupa un posto importante la scultura sacra cartacea molto diffusa nel Salento. Mi riferisco alle produzioni di cartapesta, in particolari di statue, che rappresentano l’arte povera, cioè la “cenerentola” dell’arte scultorea, con la quale si produceva e si produce una fine scultura.

È di qualche anno la pubblicazione da parte del Centro Regionale Servizi Educativi e Culturali della Regione Puglia di Tricase (LE), di un interessante volume su “La scultura sacra cartacea nel Capo di Leuca (sec. XVIII-XX)” di Francesco Fersini (Besa Editrice).
Il testo illustra l’origine, lo sviluppo, la lavorazione e il restauro della cartapesta, evidenziando che in Occidente fin dal Medioevo prevalse l’uso di plastificare la carta, tecnica appresa probabilmente dai veneziani in qualche località orientale, forse la Cina, ai tempi delle Repubbliche marinare. Il volume oltre a riportare l’iconografia di 100 tavole, descrive con precisione l’opera e l’eventuale restauro subito, proponendo anche la biografia degli autori delle opere.
Completa l’opera un elenco di cartapestai, la schedatura inventariale delle statue in cartapesta, l’elenco dei restauratori ed una serie di pregevoli tavole a colori relative ad alcuni Santi e Madonne.
Il volume vuole essere non solo un documento, ma anche uno stimolo a far davvero i conti con una tradizione culturale capace di coniugare il sentire popolare, la creatività artistica insieme al messaggio educativo.


 

*******

 

I PAPI DEL VENTESIMO SECOLO
TRA HOBBY E CURIOSITÀ

L’hobby o passatempo è una occupazione, solitamente non molto impegnativa, finalizzata a trascorrere piacevolmente alcune ore della nostra vita. Da questa passione non si sottraggono neanche i “grandi” e tra essi i Papi.
Negli austeri palazzi vaticani le figure sacrali dei Papi si umanizzano rivelando anche lati umoristici, a volte curiosi, ma sempre interessanti e, nonostante il limitatissimo tempo libero di cui dispongono, per i numerosi impegni religiosi, diplomatici e sociali, riescono a trovare anche momenti di relax per dedicarsi ai loro passatempi preferiti.
Qualche anno fa è stato pubblicato il volume di Anonymus “Anche in Vaticano…” (Editrice Ancora), contenente una raccolta di aneddoti, curiosità e hobby su Papi e ambienti ecclesiali del ventesimo secolo. Molti episodi sono pervenuti dalla viva voce di alcuni Monsignori e Prelati romani, molti altri sono stati “trasmessi” verbalmente con una buona dose di fantasia, molte volte sconfinata nella leggenda o nel mito. I Papi e i loro ambienti sono visti nel loro aspetto quotidiano, da cui non è estraneo il lato umoristico che rende i personaggi “ufficiali” più umani e simpatici, insomma il lato sconosciuto del Vaticano. Ma vediamo in dettaglio.

Benedetto XV

Pio XI

Pio XII

Benedetto XV (Giacomo Della Chiesa), si dilettava di araldica ed era puntualissimo, al punto che alle persone care regalava orologi dicendo «Tieni, così non avrai più scuse per arrivare in ritardo».
Pio XI (Achille Ratti) che era «lento nel parlare e rapido nell’agire», aveva due qualità proprie di un vero signore. Fu anche esperto alpinista.
Pio XII (Eugenio Pacelli), coltivava l’hobby della ornitologia, in particolare dei canarini, al punto che quando morivano li faceva imbalsamare. La biblioteca privata di Pio XII, invece, aveva una quantità enorme di libri, tanto che si dovette rinforzare il pavimento con ulteriori travi e Sua Santità ripeteva sempre che “I libri danno le idee per parlare”. Inoltre è stato il primo Papa in assoluto ad utilizzare il telefono per dare ordini o direttive e gradiva andare in macchina ad alta velocità.

Pio IX (Giovanni Maria Mastai Ferretti), si dedicava alle sciarade senza trascurare i sigari ed i tarocchi, lasciando perplesso lo stesso Pio XII al momento di avviare il processo di canonizzazione.
Giovanni XXIII (Angelo Giuseppe Roncalli), il Papa buono, il parroco del mondo, che aveva sempre «una parola di comunione e di speranza per tutti», era solito uscire dal Vaticano per recarsi in visita ai malati, ai carcerati, alle Parrocchie romane e per recarsi ai Santuari di Assisi e di Loreto. I romani lo chiamavano bonariamente “San Giovanni fuori le mura” ed alcuni, forse in riferimento all’etichetta di un noto whisky lo soprannominarono Johnny Walker (Giovanni il Camminatore), poiché walk in inglese significa camminare.
Paolo VI (Giovanni Battista Montini), quando era monsignore in Vaticano, era considerato “la persona meno socievole del mondo”. Era un formidabile lettore di libri ed aveva un grande attaccamento per la letteratura francese, anche non cattolica. Usava un linguaggio moderno, scarno, scultoreo, sintetico, simile a quello di Cesare, di Sant’Agostino e di Hemingway. Non concedeva nulla al superfluo, giusta il detto di Michelangelo, del quale il Pontefice fu un grande estimatore: “L’arte sta nel togliere”, o quello di un letterato russo che sosteneva che «Per scrivere bene bisogna badare più a quello che non si deve dire che a quello che si dice».

Pio IX

Giovanni XXIII

Paolo VI

Giovanni Paolo I (Albino Luciani), il cui pontificato durò solo 33 giorni per l’improvvisa morte, dette adito a ipotesi di complotti che avrebbero coinvolto sia prelati della curia, sia torbidi personaggi esterni. Pare si sia trattato solo di fantapolitica e di invenzione di certi scrittori. La mattina, quando si alzava, continuò una sua vecchia abitudine, apriva da sé le finestre della stanza da letto e dello studio che lasciava aperte per far entrare l’aria ed il sole. Nei suoi momenti di libertà si dedicava al gioco delle bocce.
Giovanni Paolo II (Karol Wojtyla), Pontefice dei record, primo Papa non italiano che ha contribuito indirettamente al crollo del comunismo, quando espresse il desiderio di farsi costruire una piscina a Castelgandolfo, qualcuno criticò l’iniziativa sostenendo che erano soldi sprecati. Si racconta che Sua Santità così commentò: «Sempre meno di quelli necessari per l’elezione di un nuovo Papa» (anche perché la piscina è a disposizione del personale di servizio). È nota anche la sua passione per lo sci e la montagna. Molti ricorderanno l’episodio che lo vide impegnato nella “storica” gita con il nostro Presidente della Repubblica Sandro Pertini.
Dell’attuale Pontefice Benedetto XVI (Joseph Ratzinger), uomo timido e riservato, si sa che è amante del tè e si narra che quando un professore gli stava versando del caffé in una tazza, disse sorridente: «Nein, danke, no grazie, io sono un teista». Si sa, inoltre che ha la passione per i gatti e la musica e suona il pianoforte.
Questi per sommi capi alcuni degli hobby e curiosità dei nostri Pontefici, una sorta di storia minore dei Papi che si svolge negli austeri palazzi apostolici.

Giovanni Paolo I


Giovanni Paolo II

Benedetto XVI




******

IL PRIMO LIBRO STAMPATO A BARI


Il primo libro stampato a Bari pare sia stato pubblicato nel 1535 con il titolo “Operette del partenopeo “Suauio”.
Alla fine del volume si legge “Stampato in Bari per Mastro Guiliberto Nehou Francese in le case de Santo Nicola a dì 15 de ottobre. Ne lanno de la Natività del Signore MDXXXV”.
Nel 1907 di questo libro si sapeva che esisteva una sola copia posseduta da un certo Minieri-Riccio e successivamente dal conte Francesco Bonazzi, quindi dalla Biblioteca di Storia Patria napoletana. Quanto sopra lo afferma Armando Perotti nel volume “Bari ignota” edita a Trani nel 1907 e ristampato dall’Editore Arnaldo Forni nel 1984.
La casa editrice Levante di Bari ha voluto riprodurre nel 1982 a stampa anastatica il primo libro stampato a Bari che è tutt’oggi disponibile, a richiesta, nelle librerie.

 

******

dello stesso Autore:

- Arte - Recensioni

- Calendario

- Folklore

- Mostre

- Natale - Tradizioni e Varie

 

- Pasqua - Tradizioni e Varie


- Religione - Recensioni e Altro

- San Nicola - Recensioni e Altro

- Santi - Notizie varie

Ciao a Tutti | Contattami | Nota Legale | Ringraziamenti |©2000-2016 Cartantica.it