****** FAMOSI E MALATI
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Grandi malati furono anche Vincent Van
Gogh, affetto da schizofrenia, Henry Matisse, che soffriva
di grave enteropatia cronica, Toulouse Lautrec, che oltre
ad essere un affezionato seguace di Bacco, era affetto da
deformità scheletriche e da sifilide. Degas accusava
gravi disturbi visivi, mentre Modigliani era tubercolotico.
Masaccio il cui nome vuol significare vestito di stracci,
morto a soli a 27 anni, era considerato un genio un po’
matto poiché con la testa immersa nel suo lavoro
si dimenticava di mangiare o di farsi riparare un abito
strappato e nonostante la sua brevissima vita è riuscito
a dare una svolta alla storia della pittura. Per non parlare
di Freud, Goya e Oscar Wilde, tutti affetti da malattie
dell’orecchio o da sordità.
Alcuni sostengono che un po’ di follia e certe malattie
danno vita alla creatività di un’artista, molto
di più della normalità psicofisica. Infatti,
anche Toulouse-Lautrec, riesce a convivere con la sua deformità,
ma gli altri, non geniali, che vogliono (a volte) possono
guarire?
Artisti o no ci tocca mettere in discussione alcuni concetti
sulla nostra salute o sulla nostra malattia e per farlo
ci aiutano due neuropsichiatri, Abraham e Peregrini, che
qualche anno fa hanno pubblicato il volume “Ammalarsi
fa bene” (Feltrinelli), attraverso il quale dimostrano,
con prove, il grande aiuto prodotto dalla psicoemotività,
una sorta di prontuario con le istruzioni per girare tra
malattie che ne evitano altre. Nel libro citato c’è
quanto basta per capire che chi è sano è più
solo, mentre chi “scoppia” di salute farà
bene a fingere di soffrire qualche malanno. Inoltre gli
autori tentano di spiegarci come impossessarsi della malattia,
del disagio e come occorra dominarli per non essere dominati,
poiché l’errore più comune è
quello di mascherarli. Nessuno ammette con gli altri, ma
prima con se stesso, la propria fragilità fisica
e/o mentale. Essere sani, belli, efficienti. Chi non appartiene
a questa tribù, si sente indegno di far parte del
“felice villaggio globale”.
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Più recentemente è stato
pubblicato il volume di Luciano Sterpellone “Famosi
e malati” (Editrice SEI, Torino), il quale fa un’ampia
rassegna dei malati famosi.
In campo musicale si ipotizza che pochi maestri scoppiavano
di salute. Fra i più malridotti figurano Vivaldi,
creatore di tanta stupenda musica per “Le quattro
stagioni”, portatore di asma bronchiale, morì
per una “infiammazione interna”; Paganini, affetto
da tubercolosi; Mozart, che dopo aver contratto una lieve
forma di vaiolo nel 1767, fu colpito nel 1788 da una crisi
depressiva e creativa, si ammalò anche di insufficienza
renale e forse di schizofrenia. Ma, nel 1791, con l’improvviso
e straordinario risveglio della vena creativa: compone Clemenza
di Tito, Flauto Magico, Concerto per clarinetto, il Requiem.
Quest’ultimo rimasto incompiuto a causa della sua
morte, avvenuta il 5 dicembre dello stesso anno, per una
“febbre da infiammazione reumatica”. È
recente la notizia secondo la quale Mozart sarebbe morto
perché colpito da “trichinosi” per aver
mangiato troppe costolette di maiale poco cotte. Anche Schumann
accusava problemi otologici.
Johann Sebastian Bach, il famoso compositore tedesco, morto
il 28 luglio 1750, miope da giovane, aveva sviluppato una
cataratta che un micidiale oculista, John Taylor, rivelatosi
un ciarlatano, introdusse nell’occhio del musicista
un preparato a base di mercurio, costringendo il malcapitato
a sottoporsi solo una settimana dopo ad un nuovo intervento.
Era affetto da obesità, ipertensione arteriosa e
soffrì di vari “colpi” cerebro-vascolari,
uno dei quali complicato da una non meglio identificata
“febbre miliare”, che lo portò a morte.
Ludwig van Beethoven, il celeberrimo sordo che conquistò
il mondo scrivendo capolavori, specie nell’ultimo
decennio di vita, versava in condizioni piuttosto gravi,
tanto da tentare il suicidio. Infatti in una lettera indirizzata
ad un amico, Beethoven scriveva: «… e poco ci
mancò che mi togliessi la vita. Solo l’arte
mi ha trattenuto di farlo. Mi è parso impossibile
lasciare questo mondo prima di avere pienamente realizzato
ciò di cui mi sentivo capace». Il Maestro che
era un buon bevitore, soffriva anche di cirrosi epatica.
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Ma vediamo i dettagli. Beethoven era molto
miope e quindi usava sin da piccolo gli occhiali e forse
per questo motivo scrisse un “Duetto con due occhiali
per viola e violoncello”. A causa della sua nota sordità
trascorse sei mesi nell’arcadica atmosfera di Heiligenbstadt,
oggi un trafficato quartiere viennese, «lontano dai
rumori per riposare l’affaticato organo dell’udito»,
ove compose la Sesta Sinfonia, detta Pastorale.
Purtroppo la perdita dell’udito sarà progressiva,
sino alla sordità completa. Tutte le terapie prescritte
(suffumigi, diuretici, lavaggi, acque termali, correnti
galvaniche, magnetismo) si rivelarono tutte inutili, se
non dannose. Molto probabilmente si trattò di una
otosclerosi (diremmo oggi una ossificazione della staffa,
uno degli ossicini dell’orecchio), che oggi si cura
con elevato successo.
Il noto compositore soffriva anche di cirrosi epatica, forse
dovuta alla sua documentata propensione verso l’alcol,
e si ipotizza che sia stata proprio questa la causa della
sua fine.
Vincenzo Bellini, che morì a soli 34 anni, dette
adito a ipotesi di avvelenamento e per porre fine a quelle
voci sempre più insistenti, dovette intervenire personalmente
il re Luigi Filippo, che incaricò un professore della
Facoltà di Medicina di eseguire l’autopsia
sul corpo del musicista. In realtà fu esclusa l’ipotesi
di avvelenamento ma la causa della morte fu attribuita ad
una «infiammazione dell’intestino crasso, complicata
da ascesso del fegato». Il musicista catanese soffriva
molto il caldo ed aveva frequenti coliche intestinali che
cercava di dominare… con i purganti. Il reperto autoptico
dettero adito a varie ipotesi diagnostiche, come la colite
ulcerosa, la sindrome del colon irritabile, ecc.
Yasser Arafat che prese parte elle guerre contro Israele
del 1948 e 1956 nelle file dell’esercito egiziano,
fu eletto nel 1970 presidente dell’Organizzazione
per la Liberazione della Palestina (OLP).
Arafat soffriva di ipertensione arteriosa complicata da
arteriosclerosi e numerosi furono gli episodi di angina
pectoris, favoriti dalla sua vita convulsa e continuamente
a rischio. La morte è sopravvenuta in seguito ad
una emorragia cerebrale, dopo 27 giorni di coma. Recentemente
sono state avanzate insistenti ipotesi di avvelenamento
e per dissimulare l’azione del veleno sarebbe stato
iniettato il virus HIV dell’Aids.
Osama Bin Laden il famigerato sceicco arabo. A parte varie
ferite da lui sofferte, Bin Laden pare affetto da una grave
forma di insufficienza renale che rende necessarie frequenti
e ripetute emodialisi. Secondo indiscrezioni, il danno renale
sarebbe conseguenza di un tentativo di avvelenamento da
lui subito.
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Vincenzo Bellini |
Maria Callas |
Frederic Chopin |
Maria Callas, celebre soprano statunitense
di origine greca, scomparsa nel 1977, fu colpita da una
delle massime sfortune per una cantante: perdere la voce.
La diagnosi tardivamente formulata fu di “dermatomiosite”,
una malattia che colpisce i tessuti connettivi e nel caso
della Callas colpì proprio l’organo della fonazione,
la laringe, che le procurava improvvisi abbassamenti di
voce. I soliti detrattori attribuivano il fenomeno alle
vicende sentimentali della cantante che tanto la angosciavano.
La diagnosi fu fatta tardivamente ma fu introdotta una accurata
terapia cortisonica che contribuì a migliorare tutti
i toni vocali, ma un anno dopo Maria Callas si spense, forse
a causa di un infarto del miocardio, compatibile con la
stessa dermatomiosite della quale era portatrice.
Fryderyk Chopin mentre soggiornava a Palma de Majorca con
il suo amico George Sand si manifestò, circa dieci
ani prima della morte, il processo tubercolare. Nonostante
i chiari segni della malattia un medico, tal Papet, diagnosticò
una «modica infiammazione della trachea senza segni
di tubercolosi polmonare» (?).
Chopin, persona estremamente sensibile, molto geloso ed
irascibile, aveva sofferto in passato di varie affezioni
delle vie respiratorie ed aveva seguito varie terapie in
stazioni termali, equitazione, dieta con mucillagine d’avena,
infuso di ghiandole tostate, ecc., tutte terapie non seguite
da alcun giovamento. L’autore del bel notturno soffriva
anche di “allucinazioni uditive”, gli sembrava
di udire le campane della chiesa che suonavano a morte per
il suo funerale. In questa condizione compose la “Sonata
in si bemolle maggiore”, di cui fa parte la “Marcia
funebre”.
Gabriele D’Annunzio, celebre non solo come scrittore
ma anche per le sue stravaganze, narcisista e megalomane,
volle essere al centro dell’attenzione sia nelle sue
battaglie “guerriere” che sentimentali.
Dopo un intervento subito nel 1929, gli fu consigliata la
somministrazione di un purgante “per muovere l’intestino”,
ma il vate rifiutò sdegnosamente di sottostare alla
«volgarità dell’olio di ricino»
ed allora si adoperò un espediente: il purgante fu
messo in un bicchiere con mentuccia e champagne.
Morì per un’emorragia cerebrale. Come per altri
personaggi famosi anche per D’Annunzio si parlò
di suicidio, ma con molta probabilità quella del
suicidio fu solo un’interpretazione un po’ fantasiosa
di quel desiderio di sparire, che spesse volte ripeteva.
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Gabriele D'Annunzio |
Giorgio De Chirico |
Marlene Dietrich |
Giorgio De Chirico, nato in Grecia, fin
dalla sua giovinezza soffriva di frequenti cefalee, alle
quali fu attribuita quella “rivoluzione” della
pittura del Novecento (la metafisica), della quale fu riconosciuto
l’ispiratore. Il pittore soffriva di “febbri
spirituali”, come egli stesso li definiva, ma la scienza
attuale li riconosce come forme patologiche che generano
visioni alterate e allucinatorie.
Marlene Dietrich, con «le gambe più sexy del
mondo», proprio quelle avrebbero decretato la fine
della splendida carriera dell’attrice. Il motivo?
Una osteoporosi, sopravvenuta alla menopausa. Che aveva
colpito l’articolazione dell’anca costringendola
in casa per dodici anni. Gli ultimi della sua vita.
La preoccupazione maggiore dell’attrice non era tanto
l’eventualità di nuove fratture, quanto quella
di apparire a chiunque in condizioni precarie. La sua fine
è da attribuire ad un ictus cerebrale, almeno così
è considerato ufficialmente il motivo della sua morte.
Ma vent’anni dopo la sua segretaria, fornì
una versione diversa. Un suo nipote, che la Dietrich odiava,
propose di ricoverarla in una casa di cura. L’attrice
che udì tutto dalla sua stanza da letto lo fece cacciare
di casa insieme ad altri parenti, poi chiese alla segretaria
di portarle i soliti sonniferi. Pochi momenti dopo, quando
la segretaria rientrò in camera, vide il flacone
vuoto e la donna riversa sul letto.
Albert Einstein, il bambino che secondo il pronostico del
padre «non avrebbe mai combinato nulla di buono nella
vita», era considerato a 26 anni già un genio
dal mondo scientifico. Certamente a dieci anni aveva difficoltà
ad eseguire operazioni aritmetiche, ma aveva una passione
per il violino e preferiva Mozart e Vivaldi. «La relatività?
Pensate cos’è un minuto con i piedi sui carboni
ardenti, e un minuto con una bella ragazza su un prato…».
Einstein soffriva di ipertensione arteriosa, causa di un’arteriosclerosi
generalizzata e di una lesione aortica che fu poi causa
della sua morte. Forse fu colpito da una lunga malattia,
forse una miocardite. Nel 1948, sette anni prima della fine,
fu colpito da improvvisi dolori addominali e da vomito.
L’intervento chirurgico mise in evidenza una cirrosi
epatica ed un aneurisma dell’aorta addominale. Ma
Einstein non seguì mai troppo fedelmente i consigli
dei medici. Sosteneva che «Si può anche morire
senza l’aiuto dei medici».
Giovanni XXIII, al secolo Angelo Roncalli, soffriva di disturbi
allo stomaco che rivelarono successivamente un cancro. Le
sue condizioni peggiorarono dopo la sua elezione e nel 1963
morì a causa delle frequenti emorragie gastriche.
Albert Einstein |
Giovanni XXIII |
Giovanni Paolo II |
Giovanni Paolo II (Karol Wojtila). Non
aveva avuto particolari problemi di salute, se si eccettua
un incidente subito nel 1944, quando fu travolto da un camion
militare e riportò una lieve frattura cranica.
Dopo il noto attentato subito per mano di Alì Agca,
fu operato per un voluminoso tumore benigno al colon. Successivamente,
in seguito ad una caduta, si lussò la spalla e si
fratturò la scapola. Qualche anno dopo, la sera prima
di un programmato viaggio in Sicilia, cadde nuovamente e
si fratturò il collo del femore e gli fu impiantata
una protesi artificiale che lo costrinsero dapprima a camminare
con un bastone e successivamente a muoversi su una sedia
a rotelle.
Subì ancora un intervento per asportazione dell’appendice
e si affacciò una nuova malattia: il morbo di Parkinson
seguito anche da una ipertrofia prostatica. La situazione
si aggravò nel marzo 2005 per una infezione polmonare
prima e il sopravvenire, dopo, di crisi anginose, ipotensione
e blocco renale. Così il Papa venuto da lontano che
influenzò notevolmente la storia del XX secolo, si
spense la notte del 2 aprile 2005.
Concludendo «stare bene non vuol dire “scoppiare
di salute…” ascoltare i segnali del malessere
significa usare il sistema di allarme di cui siamo dotati,
solo così la nostra vita riesce a trovare un equilibrio
con allarmi e squilibri quotidiani».
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La gola, termine generico con cui si designa soprattutto
la faringe e la parte alta del tratto laringo-tracheale, rappresenta
una parte anatomica vitale del collo, in quanto racchiude
la laringe che è l’organo della respirazione,
della fonazione, del linguaggio e quindi della comunicazione.
La gola è opportunamente protetta da idonea muscolatura
ed è stata definita “nodo ferroviario”,
attraverso il quale passano le connessioni vitali tra organi
ed apparati, come la bocca, il naso, la laringe, la faringe,
i polmoni e lo stomaco. Inoltre, attraverso questo tunnel,
passano i grandi “binari” della circolazione sanguigna
che collegano due organi anatomici eccellenti: cuore e cervello.
La gola, oltre a racchiudere le importanti funzioni già
dette, è anche la porta di accesso di tutte le squisitezze
della vita alimentare ed è sinonimo di ghiottoneria,
ingordigia, golosità e come tale considerata dalla
morale cattolica uno dei sette peccati capitali.
Vito Lozito nel suo volume “Alla radice del vizio”
(Levante Editori, Bari) sostiene che «Nella tradizione
cristiana il rapporto uomo-cibo diventa problematico; nelle
opere degli scrittori ecclesiastici, numerosi sono i consigli
e i richiami all’uso moderato del vitto e delle bevande;
netta opposizione è dichiarata nei confronti dell’ingordigia
del ventre sino a definire, in alcuni casi, il peccato della
gola il più importante e pericoloso dei vizi».
La Sacra scrittura, ricorda ancora Lozito, «Offre numerosi
esempi di funesti danni, provocati dal desiderio smodato del
cibo, dagli eccessi alimentari, dall’ubriachezza. Esaù
perdette la primogenitura per un piatto di lenticchie. Noè
a causa del vino, in uno stato di ebbrezza, mostrò
le sue nudità ai figli; Loth che non fu sconfitto dai
peccati di Sodoma, fu vinto dal vino e per l’ubriachezza
ebbe rapporti incestuosi con le figlie; Erode, dopo un lauto
banchetto, preda dei richiami licenziosi della lussuria ed
eccitato dalla danza di Salomè, accettò di uccidere
Giovanni Battista; il re di Babilonia, Baldassarre, a seguito
di un lussuoso festino e banchetto perse il regno e la vita».
Fatta salva la morale, i cibi rappresentano un settore particolarmente
interessante ai quali l’essere vivente si è sempre
servito per soddisfare le indispensabili esigenze di sopravvivenza.
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A proposito della supremazia del linguaggio sulle altre forme
di comunicazione, ricordo uno degli episodi più
inquietanti dell’Antico Testamento: quello della
Torre di Babele (Genesi, XI). |
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La differenza della gola tra i due sessi è
ben visibile: è rappresentata da quella sporgenza
anatomica chiamata “pomo d’Adamo”,
che mentre ci ricorda il peccato originale, altro non
è che la punta (osso ioide) di una cassa di risonanza
(laringe) per le corde vocali. |
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L’arte italiana ha contribuito a dare giusto rilievo
al collo femminile attraverso i celebri dipinti La Bohèmienne
e Madama Pompadour del grande Modigliani, tanto per farsene
una ragione.
Altri riferimenti alla gola sono rappresentati da concetti
allusivi e di uso comune, come “avere il cuore in gola”
(provare forte emozione), “avere l’acqua alla
gola” (essere in estremo pericolo, in gravissime difficoltà
o costringere qualcuno a far qualcosa o catturarlo con sfiziose
ghiottonerie).
Per finire, qualche curiosa ricetta popolare regionale italiana
e straniera contro il mal di gola, ricordata da Luciano Sterpellone
nel suo libro “Orecchi, naso… e un po’ di
gola” (Antonio Delfino Editore). “Spalmare sulla
gola un po’ di grasso di serpente” (Valle d’Aosta);
“Applicare e fissare intorno al collo un impacco di
cenere calda” (Liguria); “Contro l’afonia,
bere un quarto di latte in cui sono stati bolliti due fichi”
(Trentino); “Applicare al collo un sacchetto di sabbia
calda” (Lazio); “Frizionare la gola con olio caldo”
(Campania); per la Puglia, “Fare sciacqui e/o gargarismi
con decotto di radice d’adonide - erba rizomatosa -
in mezzo bicchiere di acqua tiepida”.
Per la Nuova Zelanda, invece, “Avvolgere intorno al
collo un panno bagnato e ricoprirlo con un calzino di lana
da uomo”; per la Svizzera Tedesca “Fare gargarismi
con infuso d’aglio e salvia in parti uguali” e,
infine, per la Turchia, “Scarificare la cute del collo
a livello della gola, e spargervi fiori di camomilla. Avvolgere
intorno alla gola della mussola sulla quale sono stati schiacciati
grani di pepe nero e noccioli d’oliva”. Insomma
paese che vai, usanza che trovi!
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Lolotte |
Madame de Pompadour |
Lunia |
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Ventaglio della Regina Vittoria |
Ventaglio di Maria Antonietta |
Da tempi immemorabili la gente usa una varietà di
strumenti per adattarsi al cambiamento delle stagioni. In
passato, durante l’estate, ci si serviva del vento per
difendersi dal caldo soffocante. Il vento creato con la mano
o con un pezzo di carta può offrire qualche sollievo
e il ventaglio non è altro che una applicazione di
questo semplice principio.
Furono gli Egizi a fare uso dei ventagli fin dall’alba
della civiltà. I materiali erano per la maggior parte
deperibili ed è per questo che molti esemplari si sono
persi. I modelli più diffusi erano due: il primo, lotiforme,
realizzato con giunchi, assomigliava ai fiori di loto; il
secondo, palmiforme, assomigliava alle foglie della palma.
Il ventaglio non era utilizzato solo per trarre sollievo dal
calore. Dalle rappresentazioni ritrovate nelle tombe si deduce
che possedeva anche una valenza simbolica. L’atto di
fare ombra era messo in relazione a una parte specifica della
persona: l’ombra di un individuo era il luogo della
sua sessualità, ed era importante che fosse adeguatamente
preservata. Anche l’aria mossa dal ventaglio rappresentava
la capacità di donare la vita. Per questo motivo era
rappresentato nei luoghi funerari per permettere al defunto
di rinascere nell’Aldilà. Posto alle spalle del
faraone, aveva lo scopo di fornirgli protezione e infondergli
il soffio vitale.
Nell’antica Roma il ventaglio era segno di potere militare;
quello a tre stecche, serviva per dare il segnale di battaglia.
I sofisticati ventagli di piume dei Greci e dei Romani, erano
usati da ancelle ed eunuchi al servizio dell’Imperatore.
Ci vollero molti secoli prima che l’uomo arrivasse alla
costruzione del primo ventaglio pieghevole. Sopra sottili
stecche di madreperla, avorio, tartaruga, osso, corno e legno,
veniva distesa una larga striscia semicircolare di carta,
seta, pizzo o di altri tessuti che potessero pieghettarsi
più volte in sensi opposti.
In estremo Oriente la presenza del ventaglio è documentata
fin dal 3000 a.C., mentre i giapponesi che avevano conosciuto
il ventaglio a scherma della Cina, inventarono il ventaglio
pieghevole. Anche la Corea ha una storia di ventagli. Infatti,
mentre i ventagli occidentali erano fatti di seta e coperti
completamente di disegni con struttura ornata di frange, molto
popolari fra l’aristocrazia di Francia e Inghilterra,
quelli tradizionali coreani mettono in risalto la bellezza
delle linee più semplici.
Il ventaglio poteva essere un simbolo, a volte un vezzo, spesso
veniva usato come linguaggio per comunicare.
Ventaglio di Maria Vetsera |
Ventaglio della Pompadour |
Ed a proposito di comunicazione ecco quello che si poteva
comunicare con il ventaglio: se generosamente aperto e rivolto
verso l’interlocutore significa “Benvenuto”;
chiuso ed appoggiato ripetutamente alla bocca vuol dire “Posso
parlarvi in privato”; chiuso e rivolto in basso: “Venite
vicino a me”; chiuso e diritto: “Potete agire
liberamente”; aperto e nascondendo gli occhi: “Vi
amo”; mosso circolarmente: “Ci spiano stiamo attenti”;
chiuso e appoggiato all’orecchio sinistro: “Non
rivelate il nostro segreto”; appoggiato al cuore: “Sarò
sua per la vita”; tenuto chiuso nella mano destra; “Addio,
Arrivederci”; semi aperto e appoggiato sul seno, invita
ad attenersi alla discrezione più assoluta, ma se è
aperto solo per due settori indica totale indifferenza. Appoggiato
sulla fronte è un avvertimento: “Arriva mio marito”.
E così via.
Le curiosità su questo oggetto sono tante. Si narra
che il bellissimo Duomo di Carignano presso Torino, sia dovuto
ad un ventaglio. Durante un pranzo di gala, il Conte Benedetto
Alfieri, potente e geniale architetto del XVIII secolo, raccontò
alla sua dama che gli avevano dato l’incarico di preparare
il disegno del Duomo e di essere preoccupato per questo. La
dama, con graziosa civetteria, rispose: “Ecco la pianta
della chiesa” ed aprì il ventaglio. Alfieri afferrò
l’idea e disegnò la chiesa a forma di ventaglio.
La pittura ha avuto anch’essa un ruolo importante nei
ventagli. Infatti, il gusto per i dettagli ed una particolare
predilezione per i nudi femminili sono alcune delle costanti
che hanno caratterizzato, ad esempio, l’opera di Auguste
Dominique Ingres. Nella sua opera appaiono già i temi
che preannunciano il movimento romantico: scene di donne nude
che evocano luoghi lontani ed esotici. Ma la mentalità
puritana dell’epoca obbligava però il pittore
ad ambientare questo tipo di scene solo nei bagni turchi o
negli harem, dove la presenza di odalische e donne senza veli
era pienamente legittima.
Anche poeti e scrittori si sono ispirati ai ventagli scrivendo
versi del seguente tenore: «Quel tuo leggero ventaglio,
o contadina bella, si esprime più della favella. Esprime
ira, dolore, dispetto e piacere, odio e amore, chiudi il ventaglio
e dona il tuo cuore». Mentre nella commedia di Goldoni
“Il Ventaglio”, questo oggetto diventa il vero
protagonista di una trama basata su equivoci e malintesi.
Passando da un personaggio all’altro, infatti, finisce
per renderli tutti uguali nella loro essenza più profonda,
i sentimenti.
Qualcuno, infine, ha definito il ventaglio «Elegante
stratagemma muliebre, che, a un gesto di suprema civetteria
nella schermaglia contro la calura estiva, associa la previdenza
maliziosa di uno schermo complice a sorrisi e sguardi furtivi»
Il ventaglio è storia, passione, ricordi. Quanti di
noi sapevano queste cose. Quanti si sono mai soffermati su
questo accessorio che sembra tanto insignificante, banale
e fuori moda, ma che ancora oggi lo si può vedere nelle
mani di donne di ogni età? Per cui se volete darvi
delle arie… usate il ventaglio.
Ventaglio di Mata Hari |
Ventaglio di Sarah Bernhardt |
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Il carattere è un segno distintivo, una qualità
propria che contraddistingue una persona, ovvero il complesso
delle doti individuali e delle disposizioni psichiche che
distinguono una personalità umana dall’altra
e che si manifesta soprattutto con il comportamento sociale.
La personalità, secondo Gordon Allport, psicologo statunitense,
è invece la somma totale degli schemi di comportamento
effettivi o potenziali dell’organismo, determinati dall’eredità
e dall’ambiente; ha origine e si sviluppa attraverso
l’interazione funzionale dei quattro compartimenti principali
entro i quali questi settori sono organizzati: cognitivo (intelligenza),
creativo (carattere), affettivo (temperamento), e somatico
(costituzione).
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Gordon Allport |
Hans Eysenck |
Che significa essere estroversi o introversi?
Secondo Hans Eysenck, psicologo inglese, «l’estroverso
tipico è socievole, ama le feste, ha molti amici, ha
bisogno di un rapporto continuo con la gente e non gradisce
leggere o studiare per proprio conto. Ricerca le emozioni,
sfida la sorte, non si tira indietro, agisce secondo lo stimolo
del momento ed è generalmente un individuo impulsivo.
Agita e muove le cose in continuazione, tende a divenire aggressivo
e perde facilmente la calma; nel complesso i suoi sentimenti
mancano di equilibrio e non sempre è una persona attendibile.
L’introverso tipico è un individuo tranquillo
e schivo, amante più dei libri che della gente, riservato,
freddo con tutti tranne che con gli amici più intimi.
Progetta prima di agire, ‘guarda prima di saltare’,
diffida dell’impulso momentaneo. Non desidera emozioni,
si interessa alle cose d’ogni giorno con particolare
serietà e tende a un modo di vita regolare e uniforme.
Mantiene un fermo controllo sui suoi sentimenti, raramente
si comporta in modo aggressivo e non perde facilmente la calma.
È degno di fiducia, è piuttosto pessimista e
attribuisce grande valore ai modelli etici».
Ovviamente questa descrizione si riferisce al ‘perfetto’
estroverso e al ‘perfetto’ introverso. Sia ben
chiaro che poche persone si avvicinano realmente a questi
casi-limite, la maggioranza, senza dubbio si colloca nel mezzo.
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Quali sono i fattori fondamentali della personalità?
Secondo Lorenza Dardanello Tosi, che ha pubblicato il manuale
“E tu che carattere hai? (ed. Franco Angeli), sono tre:
emotività o non emotività, attività o
non attività e primarietà o secondarietà.
L’emotività è la propensione a farci coinvolgere
dagli avvenimenti esterni ma anche da “movimenti”
interiori. L’attività rappresenta la disponibilità
di energia ovvero la “dotazione di carburante”
di cui si dispone. In caratterologia, secondarietà
e primarietà indicano la rapidità con cui reagiamo
ad uno stimolo e la durata di questa reazione.
Da questi tre ingredienti emergono tanti tipi: vediamone qualcuno.
Abbiamo l’entusiasta, che è dinamico e generoso,
ma incostante e dispersivo; il tenace, fermo ed entusiasta,
ma presuntuoso e megalomane; l’inquieto, sensibile e
con temperamento artistico; il realista, dotato di senso pratico,
ottimista, abile organizzatore, scettico e opportunista; il
tranquillo, calmo, mite e tollerante, ma insensibile, apatico
e avaro.
Tra i personaggi appartenenti all’una o all’altra
categoria troviamo: Raoul Bova, signorile; Paolo Bonolis,
protettivo; Sabrina Ferilli, aggressiva; Mara Venier, invadente;
Simona Ventura, frizzante; Enrico Papi, compagnone; Maria
Grazia Cucinotta, materna, Carlo d’Inghilterra, introverso.
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Raoul Bova |
Sabrina Ferilli |
E le combinazioni vincenti quali sono? Ecco un campionario:
l’entusiasta lega bene con il tenace e il realista,
ma non con lo scrupoloso o il pigro; lo scrupoloso con il
tenace e il pigro, ma non con il realista o il tranquillo;
il realista con l’entusiasta e il flemmatico, ma non
con lo scrupoloso o l’inquieto, ecc.
Vuoi proprio capire il tuo carattere? Eccoti un consiglio.
Abbi il coraggio di guardarti dentro, senza cedere alle tentazioni
di mascherare o ignorare i tuoi lati negativi, insomma fai
un esame di coscienza, poiché spesso, abbiamo una così
alta opinione di noi stessi al punto da pensare che sbaglia
chi non è come noi. Una volta individuati le qualità
e i propri difetti, impariamo ad accettarli come sono, sforzandoci
di ottenere uno stato di equilibrio e stabilità, con
l’aggiunta di scrupolosità, umiltà e costanza,
che sono virtù indispensabili a ricompensare bene chi
impara a sfruttarle con intelligenza, avendo sempre presente
che tutti possono cambiare, infatti nessuno è responsabile
di ciò che impongono le circostanze, ma solo del modo
in cui si reagisce alle situazioni.
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Vasilij Kandinskij, pittore e teorico russo dell’arte, famoso perché principale esponente dell’astrattismo non geometrico, sosteneva che il colore grigio rappresenta l’immobilità che è inconsolabile, per cui «quanto più il grigio si fa scuro tanto più si accentuano l’inconsolabilità e l’oppressione soffocante. Se invece dà nel chiaro, una specie di aria, di possibilità di respiro, penetra nel colore stesso, che contiene in sé un certo elemento di celata speranza». Ciò ci fa comprendere perché il ponte di Blackfriars di Londra, che era tristemente famoso per il numero dei suicidi che si verificavano, era dipinto di nero e che ridipinto di verde vivo, il numero dei suicidi diminuì di un terzo.
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In realtà attraverso i colori
si contraddistinguono tantissime cose: un pittore, una
bandiera, uno stemma, uno Stato, oppure un partito politico,
o il colorito della pelle, che in certi casi (pallore,
pigmentazione giallastra, rossore), può essere
espressione di malattia, quello che caratterizza le
razze e, dulcis in fundo, quello che caratterizza il
maschietto o la femminuccia. |
Per colore, inoltre, non si intende solo quello che si vede
esteriormente, ma anche quello interiore che in ognuno di
noi riassume le inclinazioni affettive, gli stati d’animo,
l’approccio verso l’esterno.
Scoprire il proprio colore non è facile, ma può
essere un esercizio divertente per dedicare un po’ di
tempo a se stessi e guardarsi dentro.
Ma ai colori si può ricorrere anche per migliorare
il proprio fisico e la propria salute. Forse per questi motivi
è nata la cromoterapia, ovvero la
pratica volta a ripristinare l’equilibrio mentale e
corporeo, grazie all’applicazione di raggi di luce colorati
sul corpo che, anche se poco praticata, ha origini antichissime.
Infatti, Egizi, Romani e Greci praticavano l’esposizione
alla luce solare diretta per la cura di diversi disturbi.
In India, invece, la medicina ayurvedica ha sempre considerato
come i colori influenzino i centri di energia sottile che
vengono associati alle principali ghiandole del corpo. Anche
i Cinesi affidavano il proprio benessere fisico all’azione
delle varie tinte, al punto che le finestre della camera del
paziente venivano coperte con teli di colore adeguato e il
malato indossava indumenti della stessa tinta.
Negli ultimi anni la cromoterapia ha avuto un notevole sviluppo
grazie ai numerosi studi scientifici che evidenziano l’influenza
dei colori sul sistema nervoso, immunitario e metabolico.
Pare, che i colori siano una cura efficace per molte malattie
e possono perfino prolungare la vita di una decina d’anni,
almeno così sostiene Corinne Heline nel suo libro «Guarire
e rigenerarsi per mezzo del colore».
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Vediamo un po’ quali sono le proprietà
dei colori maggiormente utilizzati nella cromoterapia.
Il rosso, ad esempio, migliora la circolazione sulle
piante dei piedi; intorno all’ombelico e all’inguine,
aiuta l’intestino pigro, è anti-irritante,
facilita la crescita e l’aumento di peso, ma va
evitato negli stati infiammatori acuti. |
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Oggi anche la dieta si veste di colore, anzi di quattro
colori, (rosso, verde, giallo e arancione) riferiti
essenzialmente a frutta e verdura. Queste ultime, se
di colore rosso, sono le guardie del corpo, se gialle
e arancioni assumono il ruolo delle estetiste che vi
fanno belle, se verdi, infine, sono i personal trainer
che curano la forma. In sintesi il rosso (angurie, peperoni,
ciliege, melanzane, fragole, mirtilli, fichi, pomodori),
protegge; il verde (piselli, zucchine, mele, cetrioli,
kiwi), depura; il giallo (banane, ananas, mais, pesche,
limoni e prugne gialle), ringiovanisce; l’arancione
(albicocche, carote, arance, zucche), rinforza. |
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Insomma la vita è bella se è colorata.
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Nel nostro meraviglioso universo, in cui la tecnologia lotta
contro l’inquinamento, senza riuscire a vincerlo, mentre
i mass media spalancano le loro colonne e i loro schermi a
ogni sorta di pubblicità mirante al lancio di prodotti
per combattere i cattivi odori, l’uomo ha ben poche
occasioni per registrare sensazioni olfattive, siano esse
piacevoli o meno. Molti prodotti dell’agricoltura, che
una volta offrivano caratteristici odori alle cellule dell’odorato,
oggi sono coltivati in serre con tecniche artificiali, stipati
per giorni in speciali frigoriferi per farli maturare e conservare.
Inevitabilmente rivelano una quasi totale assenza di odori
e sapori, facendo rimanere in letargo le nostre cellule olfattive.
L’olfatto, che nell’uomo è stimolato da
oltre cinquemilioni di cellule che eccitano le terminazioni
nervose e invitano il cervello alla decodifica del tipo di
fragranza, è l’organo di senso preposto alla
funzione specifica della percezione degli odori. Esso va perdendo
sempre più il suo ruolo nel corso dell’evoluzione
della razza umana, se solo si considera che l’uomo primitivo
affidava all’odorato compiti importantissimi, come la
ricerca del cibo, la difesa dai pericoli, l’eccitazione
dell’appetito sessuale, ecc.
Per vari motivi l’olfatto è considerato un senso
minore, la cenerentola dei sensi. A differenza dei sensi nobili
quali la vista e l’udito. La nostra cultura misura il
bello attraverso la vista e l’udito, mentre quella orientale
– ebraica e indiana in particolare – ha sempre
sottolineato l’elemento degli odori e dei profumi.
Sull’argomento non mancano aneddoti e storielle curiose.
Si narra, ad esempio, che Enrico IV, re di Francia, indirizzò
ad una delle sue amanti un biglietto di questo tenore: «Domani
verrò da voi, mia adorata. Mi raccomando che non vi
laviate. Mi piace il vostro odore forte». I malevoli,
invece, asserivano che Enrico IV, per dare il buon esempio,
puzzava come un caprone, ma pare anche che una delle sue conquiste
gli sussurrasse: «Bisogna proprio che siate il re perché
vi sopporti. Altrimenti…».
L’opinione dello scrittore giapponese Yasunari Kawabata,
è un po’ diversa da quella del monarca francese,
infatti, egli sostiene che: «La pelle di una donna prende
ad emanare profumo solo quando è tra le braccia di
un uomo che le piace. Una donna anche giovanissima sembra
sia incapace di frenare questo profumo. Esso dà coraggio
all’uomo, lo rasserena, gli dà pace. Con quel
profumo la donna comunica silenziosamente il suo assenso».
Lo stesso Casanova affermava di aver sempre trovato soave
l’effluvio delle donne che aveva amato. Ma anche Plauto
era del parere che «La donna odora di buono quando odora
di niente». Sta di fatto che la percezione degli odori,
nostri ed altrui, starebbe perciò alla radice anche
di comportamenti apparentemente razionali o almeno intenzionali,
dal momento che il sistema olfattivo dialoga con il cervello
attraverso un asse che collega ipotalamo e bulbi olfattori.
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Oggi le nostre strutture sensoriali olfattive, forse, proprio
a causa dei numerosi eccitamenti odorosi, si sono annoiate
a tal punto da preferire agli odori naturali quelli delle
miscele odorose artificiali sempre più raffinate e
penetranti che, reclamizzate e ben confezionate, possono essere
acquistate in una qualsiasi profumeria, per soddisfare le
variate esigenze olfattive, sia femminili che maschili. Ma,
Re Salomone, nel Canto dei Cantici, un sorprendente inno d’amore,
fa non meno di venti allusioni ai profumi che aleggiano sui
corpi degli amanti, consigliando di dare la preferenza al
proprio effluvio, poiché l’odore che emaniamo
supera ogni profumo.
Anche la letteratura si è interessata all’olfatto,
esso può decidere, infatti, simpatie e antipatie, può
riassumere una sensazione o una situazione ambientale, può
farsi veicolo di ricordi. A solo titolo di esempio, ricordo
Patrick Suskind, che attraverso il suo volume Il profumo,
le cui sensazioni olfattive sono al centro dell’intero
romanzo, narra che il protagonista, Grenouille, è una
creatura che ha un odore ma, che proprio per questo, presta
notevole attenzione agli odori del mondo e che dell’odore
della gente si nutre.
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E parlando dei profumi non possiamo tralasciare qualche nota
in relazione alla sua storia. La parola profumo è latina
e significa «fare fumo per propiziarsi gli dei».
In Italia fu il piemontese Gian Paolo Feminis, all’inizio
del ’700, a impiegare per primo il bergamotto in una
composizione profumata esportata poi a Colonia, in Germania.
Giovanni Maria Farina, poi, pare l’avesse brevettato
col nome di Acqua di Colonia, una fragranza che conquistò
Napoleone al punto che portava sempre con sé una boccetta
infilata nello stivale.
Di ben diversa origine è invece la conosciutissima
Acqua di Rose, la cui provenienza è persiana, dal momento
che i persiani consideravano questo fiore la delizia per eccellenza,
al punto da cospargere di petali tappeti e divani in occasione
delle feste. Furono essi i primi a distillare le rose e ad
esportare la profumata acqua in Cina, India, Egitto e nel
bacino del Mediterraneo. Ma la donna più profumata
della storia pare sia stata Caterina dei Medici. Fu proprio
lei ad esportare in Francia l’arte della lavorazione
dei profumi.
Dai tempi più remoti della storia dell’uomo il
profumo è stato sinonimo di ricchezza, cultura e civiltà,
al punto che il mestiere di profumiere era sempre associato
a quello di medico, guaritore o sacerdote. Le materie aromatiche
manipolate dal profumiere possedevano poteri curativi e inducevano,
attraverso l’olfatto, un vero benessere psico-fisico.
Il profumiere arabo, componeva, non solo profumi, ma si spingeva
oltre preparando incensi, bagni, unguenti e cosmetici per
procurare piaceri raffinati e guarigioni.
Uno degli aspetti della storia dei profumi, può considerarsi
quello religioso, in quanto l’uomo fu talmente sensibile
alle sostanze odorose, da utilizzarle, sia per riconciliarsi
con gli dei che per disinfettarsi, dal momento che si riteneva
che gli odori gradevoli scongiuravano le malattie. A quest’ultimo
proposito si trova traccia addirittura nell’Odissea,
ove Ulisse, ritornando a Itaca, fa bruciare dello zolfo per
purificare il proprio palazzo, dopo aver sterminato i Proci
e i suoi infedeli servitori. Anche nella Bibbia (Esodo 40,
27), è scritto che Mosè costruendo il Tabernacolo
(Santuario portatile nel quale erano conservate le tavole
della Legge), «Vi bruciò sopra l’incenso
aromatico…».
I profumi servivano anche a combattere i cattivi odori ed
a scacciare il demonio, mantenendo intorno alla rappresentazione
della divinità nel tempio, un’atmosfera favorevole
all’accoglimento delle preghiere. La leggenda ricorda
che il cretese Melisseo, padre di Amaltea, l’affascinante
ninfa che nutrì il giovane Zeus con il latte della
sua capra, salvandogli la vita, fu il primo a sacrificare
alcune pecore per bruciarle e accarezzare così, attraverso
il velo del fumo, le narici degli dei.
Il profumo è considerato una specie di genio buono
che permette di compiere diversi tipi di sogni come, ad esempio,
la funzione sacra che mette in rapporto con gli dei. La funzione
eleganza, invece, dal momento che il profumo innalza, è
aristocratico, ma è anche segno di benessere. Il profumo
è ritenuto anche il più forte artefice della
seduzione. Si narra che la Regina d’Ungheria a 70 anni
con l’Eau d’Hongrie sedusse il Re di Polonia.
Del profumo vanno ricordate anche le funzioni piacere che
sorprende l’intelletto e provoca estasi, la funzione
vitalità che dà forza, la funzione identità
che contraddistingue una persona, insomma, come fosse un secondo
nome di battesimo. Infine vi è la funzione evasione,
dal momento che il profumo ricorda luoghi distanti, momenti
passati, permettendo di fuggire in luoghi lontani.
La tradizione dei profumi si tramanda ancora oggi nelle nostre
Chiese con l’uso dell’incenso che, diffuso attraverso
il turibolo (incensiere), è utilizzato in diverse cerimonie
cristiane. Emanuela Angiuli, direttrice della Biblioteca Provinciale
di Bari, ipotizza che «La nuvola di fumo che sale dall’altare
trascina dalla terra verso il cielo, in mille profumate spirali
evanescenti, la voce dei desideri. Così gli uomini
parlano agli dei…».
Sta di fatto che le regine si procuravano a qualunque costo
i profumi che il lusso e la gloria del loro rango esigevano.
Vi sono numerose testimonianze che concordano nell’affermare
che Cleopatra non disdegnava enormi quantità di profumi
di fiori e di balsami odorosi che gli uomini le offrivano
per esaltare la sua bellezza. La regina di Saba portava oro
in dono a Re Salomone, ma anche profumi e aromi.
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La scoperta del Nuovo Mondo ed il conseguente intensificarsi
dei commerci con le Indie e con la Cina portarono poi molti
prodotti nuovi, alcuni dei quali utilizzati in profumeria,
e la loro attività divenne rilevante col progredire
della civiltà. Nel 1190, in Francia, i profumieri ottennero
un riconoscimento ufficiale e la regolamentazione dell’esercizio
della professione che richiedeva un lungo periodo di apprendistato.
Oggi si parla anche di memoria olfattiva finalizzata ad associare
ad un odore un’immagine emozionale. Quando questo odore
viene risentito dopo anni, la memoria olfattiva aziona un
sistema per riprodurre con l’emozione lo stato d’animo
che accompagnò l’odore nel passato, procurando
una sorta di piacere indiretto. L’esperienza emozionale
legata all’odore è alla base dell’apprendimento
degli organismi viventi ed è talmente necessaria alla
loro sopravvivenza che le memorie olfattive sono trasmesse
insieme al patrimonio genetico. Ciò è dimostrato
dal richiamo dei primi ricordi olfattivi che risalgono all’infanzia,
che sono i più potenti nella loro capacità di
suscitare emozioni gradevoli e anche i più facili da
richiamare. In effetti, le memorie olfattive non svaniscono
mai e la loro forza dipende dall’importanza che ha avuto
la situazione in cui l’odore è stato percepito
nel processo d’apprendimento delle persone. Più
antiche sono le memorie olfattive, più profonde sono
le emozioni che risvegliano.
Anche la scenografia olfattiva, le cui origini risalgono all’alba
della civiltà, epoca in cui rappresentava un elemento
essenziale nei riti e nelle cerimonie religiose, è
attuale. Gli antichi non sottovalutavano la capacità
degli aromi per suscitare emozioni profonde e, senza saperlo,
praticavano la scenografia olfattiva con le resine, i legni,
le erbe e le spezie. La scenografia olfattiva dinamica rinnova
lo stimolo olfattivo cambiando la profumazione diffusa nell’ambiente.
In questo modo l’olfatto rimane sempre allertato e sollecitato
continuamente da nuovi odori e da nuove emozioni. In certe
situazioni, in cui il pubblico è in movimento, si possono
combinare insieme sia l’arredamento olfattivo, che consente
di riconoscere attraverso il profumo i posti nei quali entriamo,
sia la scenografia olfattiva, che consiste nel profumare diverse
parti di uno spazio con aromi diversi e distinti.
Le scenografie olfattive possono realizzarsi con aromi naturali
e sintetici, ma tutto ciò che il profumo sintetico
fa è solo quello di imitare la natura e le emozioni
che danno la sensazione della realtà. Ma, gli aromi
di sintesi suscitano solo dei ricordi di emozioni, più
che delle emozioni vere e proprie. La scenografia olfattiva
naturale va ben oltre questo approccio “artistico”
dei profumieri moderni, avvalendosi, oltre che della psicologia
dell’olfatto anche dell’aromaterapia e della psico-aromaterapia.
All’inizio del secolo fu costruito addirittura un organo
odorifero che era suonato durante i concerti organizzati dalla
Central Hall di Londra, ipotizzando che gli odori avrebbero
influenzato le emozioni del pubblico. La scenografia olfattiva
naturale ha il compito essenziale di orchestrare gli odori
dell’ambiente in un profumo continuamente rinnovato,
proprio come fa il musicista orchestrando le note musicali
in un concerto. In sostanza stiamo parlando del concerto dei
profumi, che accompagnato da uno spettacolo musicale, rappresenta
la massima espressione della scenografia olfattiva, dal momento
che attraverso le sue memorie olfattive, si propone di trasportare
lo spettatore in un viaggio all’interno di se stesso
facendolo assistere ad un concerto d’emozioni. Un concerto
di profumi deve iniziare con diluizioni tali che le fragranze
si devono indovinare, che il naso deve ricercare ed esplorare
per rassicurarsi, prima di aprire al “crescendo”,
proprio come fa il nostro orecchio con la musica.
L’assuefazione olfattiva, invece, fa sentire il profumo
solo nel momento in cui si entra in uno spazio profumato,
ma dopo pochi minuti l’odore non è più
percepito pur continuando ad agire sul sistema nervoso.
Oggi è attuale anche la profumoterapia, che si basa
sul principio simile a quello dell’omeopatia o di altre
terapie cosiddette vibrazionali. Essa presuppone l’effetto
curativo della forza vitale della pianta attraverso la materia
aromatica che produce. La profumoterapia predilige alcuni
campi in cui si osserva che la sua azione curativa risulta
essere particolarmente efficace negli stati depressivi, nell’anoressia,
negli stati d’animo negativi come insicurezza, aggressività,
ma pare che sia elettiva anche contro l’infertilità
delle donne, durante la gravidanza e l’allattamento
e per tutti i disturbi del ciclo femminile.
La profumazione ambientale, invece, migliora l’ambiente
psicologico del luogo di lavoro, influisce positivamente sui
lavoratori e sui clienti ed è anche capace di incrementare
la produttività e le vendite, ma non deve essere utilizzato
per incrementare la produttività, attraverso lo sfruttamento
dei lavoratori per favorire le vendite. La profumazione dell’ambiente
è soprattutto un investimento umano che protegge la
salute fisica e psichica dei dipendenti, che è il vero
capitale dell’azienda. In realtà la profumazione
ambientale umanizza il luogo di lavoro attraverso essenze
destressanti come quelle degli alberi di pino, cipresso, legno
di rosa, ecc.
La profumoterapia rappresenta il lato più sottile e
coinvolgente della medicina aromatica di ieri e di oggi ed
è il proseguimento della tradizione del medico-profumiere
antico, capace di orchestrare una fragranza che riflette e
sostiene uno stato d’animo.
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C’è un vero e proprio alfabeto degli odori che
permette di conoscere il linguaggio della comunicazione olfattiva
e l’effetto psicologico degli odori. Ovviamente l’effetto
psicologico di una fragranza dipende soprattutto dal contesto
in cui viene utilizzata. Per esempio, un profumo indossato
dalla donna amata avrà una forte carica sensuale, se
lo stesso profumo viene sentito al bar nella tazzina di caffé
farà pensare a condizioni igieniche insufficienti e
susciterà certamente una reazione di disgusto.
Vediamo quali sono i significati ed il linguaggio di alcuni
profumi che madre natura ha voluto regalarci.
L’aroma dell’incenso, ad esempio, evoca il mistero
del sacro e se indossato come profumo comunica l’immagine
di una serietà quasi ecclesiastica. Il profumo dell’incenso
aiuta a superare la claustrofobia e l’apprensione, allontana
gli incubi e gli spiriti facendo da scudo contro gli influssi
negativi. In cosmetica è usato nelle maschere di bellezza
per contrastare le rughe e prevenire le infezioni cutanee
legate all’invecchiamento. Il fumo dell’incenso,
che rappresenta l’aroma dell’elevazione spirituale,
sale verso il cielo e ci aiuta a ridimensionare le nostre
ansie e preoccupazioni.
La rosa rappresenta il simbolo dell’amore sia profano
che divino. Il suo profumo dà un senso di sicurezza
e armonia e permette di superare l’egocentrismo e l’egoismo.
Il suo aroma unisce armoniosamente il sacro ed il sensuale
aiutando a spiritualizzare le relazioni sessuali. In psico-aromaterapia
è utilizzato nelle malattie mentali, mentre in aromaterapia
è considerato una delle essenze più importanti
per le donne, e poi, apre il cuore alle realtà angeliche.
La menta, invece, agisce sull’ego, scacciando l’orgoglio
esagerato. Aiuta anche a superare il complesso di inferiorità,
poiché spesso un orgoglio eccessivo maschera proprio
un senso di inferiorità. La menta è un potente
analgesico, efficace sulle scottature e per tutti i tipi di
prurito, specie se associata all’essenza di lavanda.
Il suo nome rivela le sue affinità con la mente.
Il poeta francese Paul Valery sosteneva che «Una donna
che non si profuma non ha avvenire» e, probabilmente,
seguendo questo assunto Guerlain, naso famoso, si sistemò
in una strada di Parigi per vendere fragranze e aceti aromatici.
Offriva le delizie di profumi e acque profumate a un pubblico
più vasto della solita èlite. Cominciò
così l’epoca d’oro della profumeria. A
cominciare dagli anni venti furono soprattutto i sarti a far
esplodere la voglia di profumarsi con Poiret, Coco Chanel,
Jeanne Lavin, seguiti da pellicciai e pellettieri come Weil,
Revillon ed Hermes che fiutarono gli affari collegati a moda
e profumi.
Nel periodo della Belle-Époque sono apparsi grandi
profumi proposti da grandi profumieri. È tra le due
guerre che sono apparsi i nomi dell’Alta Moda nel mondo
della profumeria, con tutto quello che questo rappresenta
in fatto di eleganza e lusso femminile. L’epoca è
contrassegnata anche dalla raffinatezza dei flaconi e delle
confezioni e dalla nascita di grandi creazioni diventate dei
classici, ancora oggi in commercio.
Oggi il consumo dei profumi è in continua crescita.
Si calcola che il fatturato dei prodotti di profumeria alcolica
supera i settecento milioni di euro. Un settore che sembra
godere ottima salute, probabilmente perché le formule
sono radicalmente cambiate, anche se c’è una
riscoperta nell’uso di olî essenziali originali.
I profumi moderni contengono ben poco di essenziale a causa
degli esorbitanti costi delle sostanze naturali, difficili
da reperire o coltivare. Così, come altri ingredienti
profumati, che una volta si ricavavano dalle ghiandole di
alcuni animaletti, oggi sono realizzati in laboratorio, senza
dover più disturbare esseri viventi come gli zibetti,
i castori, i cervi tibetani e cinesi o i capodogli, dai quali
ultimi è stata ricavata l’ambra grigia, una sostanza
fortemente aromatica.
Nei laboratori, invece, nasi esperti fiutano le fragranze
più adatte per la stagione estiva o invernale, per
gli sportivi o per i pigri, per bambini, giovani e anziani,
per l’amore, per i matrimoni, per l’ufficio, per
il relax, per il giorno o per la notte, per ricordi e sentimenti.
Insomma un vastissimo assortimento di profumi nei quali è
difficile non trovare quello giusto. Ma la ricerca di nuovi
profumi non si ferma. Studiosi di botanica tropicale e tecnici
specializzati dell’Università di Montpellier,
sponsorizzati da importanti aziende di profumeria, si sono
serviti di una zattera appesa ad un dirigibile, che posata
sulle cime degli alberi della foresta, ha permesso loro di
annusare e raccogliere campioni di foglie e fiori, catturando
nuove fragranze naturali in momenti diversi del giorno e della
notte per ricavarne olî essenziali, ricostruirli chimicamente
e trasformarli in nuove fragranze di successo.
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Un breve cenno meritano gli odori e i profumi della tavola
e della cucina. Chi non riconosce l’odore di un buon
ragù, o quello di un arrosto di carne o di pesce, o
l’effluvio che esala da una teglia di riso patate e
cozze (per baresi e pugliesi, soprattutto), o da quella della
pasta al forno? Per non parlare dei profumi che emanano pesce
e frutti di mare freschi. E perché no anche i profumi
provenienti da un panificio o da una pasticceria o quelli
di Natale.
Ricordo, infine, che l’olfatto è di estrema utilità
per segnalarci pericoli come fuga di gas, esalazioni di benzina,
incendi, ecc., al pari di quanto fa l’organo di senso
dell’udito, per gli allarmi sonori.
Purtroppo, è anche reale il pericolo che a causa delle
innumerevoli aggressioni alle delicate strutture sensoriali
del nostro odorato, da parte di molti agenti chimici inquinanti,
l’importantissima funzione olfattiva subisce continui
insulti. Auguriamoci che non arrivi mai il giorno in cui del
senso dell’olfatto se ne parlerà solo nella storia
della medicina.
Per chi volesse approfondire l’argomento ricordo che
dal 14 marzo e fino al 2 settembre 2007, i Musei Capitolini
ospitano la mostra “I profumi di Afrodite e
i segreti dell’olio. Scoperte archeologiche a Cipro”.
Sono presenti cento reperti e 4 essenze preistoriche che raccontano
la storia della più antica fabbrica di profumi del
Mediterraneo.
I reperti provengono dal sito di Pyrgos (Cipro), mentre i
profumi sono stati ricreati per la mostra sulla base dell’archeologia
sperimentale e possono essere annusati dal pubblico lungo
il percorso.
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E per rimanere in tema riporto una poesia della poetessa Santa
Vetturi che richiama i profumi di Natale.
U SPREFUME D'U NATALE
Iind’all’arie se spanne chiane chiane |
IL PROFUMO DEL NATALENell’aria si spande pian piano *sgonfietti o sgonfiotti ripieni |
Le foto del pesce e degli oggetti di Pyrgos sono state fornite
da Vittorio Polito, le altre sono dell'Archivio di Cartantica
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Si è svolto in questi giorni a Bari il vertice italo-russo
con il presidente russo Putin e il nostro presidente del Consiglio
Prodi. In tale occasione il quartiere Carrassi di Bari, dal
momento che ospita l’importante Chiesa Russa, è
stata oggetto di visita da parte del presidente russo. Per
tale motivo è utile qualche notizia sul quartiere e
sulla Chiesa Russa.
La prima vera costruzione del Rione Carrassi fu una Chiesetta
dedicata a San Lorenzo, risalente ad alcuni anni prima del
1144, ma oggi non si hanno più tracce.
Fonti documentarie attestano che i campi lungo la via per
Carbonara siano appartenuti per molti secoli al Capitolo Metropolitano
della Cattedrale ed a quello della Basilica di San Nicola.
Il simbolo è rappresentato da una struttura, a carattere
religioso, denominata Padre Eterno. Di questa opera non si
conosce l’origine ma Luigi Sada la fa coincidere con
la Torre di “Vrunnolo”, datata 1834, primo edificio
che si incontrava provenendo da Carbonara. Oggi c’è
solo una edicola votiva in Corso Alcide De Gasperi.
Il nome Carrassi deriva da Antonio Carrassi, sindaco di Bari
dal 1851 al 1853.
Corso Benedetto Croce, la più importante arteria del
rione Carrassi ospita l’originale complesso della Chiesa
Russa. Il romantico lembo di paesaggio da fiaba, con i verdi
tetti e la cupola a bulbo nella parte più alta. È
un lontano ricordo della Russia degli Zar e rappresenta una
eccezionale nota di colore, come ricorda Vito Antonio Melchiorre
nel suo volume “Note Storiche su Bari” (Levante
Editori). L’imponente opera, realizzata in pochi anni,
fu oggetto di una lunga vertenza giudiziaria prima di essere
acquisita dal Comune di Bari.
Un incendio ridusse in pessime condizioni una porzione dell’immobile
che fu lasciato a un progressivo e gravissimo degrado. Solo
recentemente la splendida costruzione è stata restaurata
e riportata al suo antico splendore.
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La Chiesa Russa è stata per anni il simbolo monumentale
del rione Carrassi, i meno giovani ricorderanno il passaggio
del tram, prima, e della filovia, poi, che raggiungevano Carbonara
a Ceglie.
La prima parrocchia fu quella dei Carmelitani, voluta dall’Arcivescovo
Vaccaro, per contrastare l’invadenza ortodossa che faceva
capo alla Chiesa Russa. Fu istituita nel dicembre 1956 con
il nome di “Santa Maria delle Vittorie”. L’attuale
edificio fu realizzato nel 1982 sullo stesso suolo del precedente
rinnovato secondo i dettami del Concilio Vaticano II.
Qualche curiosità: il bar del villaggio si chiamava
“Minerva”, il tabaccaio era Nicolino “u
zeppe”, il giornalaio era Gennaro, nella cui edicola
erano esposte “La Domenica del Corriere”, con
le tavole di Walter Molino, “Il Travaso” per farsi
due risate e “L’Uomo qualunque”, il quotidiano
diretto da Renato Angiolillo.
Il rione Carrassi poteva essere considerato una città
con il suo campo degli sport, il glorioso Istituto Margherita,
il carcere, la Parrocchia di Nostra Signora del Santissimo
Sacramento, quella di Santa Maria delle Vittorie, il Cinema
Adriatico, la vetreria Pizzirani il saponificio Serio, ma
soprattutto era ricco di ville e villini, dal momento che
in quei luoghi i baresi trascorrevano le ferie estive.
La Chiesa Russa di Bari, unico riferimento religioso in Italia
per gli ortodossi russi, è stata donata, in questa
occasione, dal Governo italiano al Presidente Putin.
Alcune di queste note sono state riprese dal fascicolo “Il
Quartiere Carrassi”, a cura del Cenacolo Carmelitano
e della VI Circoscrizione “Carrassi San Pasquale”
di Bari.

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Il 4 novembre
2001 il presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi,
celebrava il 140° anniversario della unità
nazionale così dicendo: «Adoperiamoci perchè
in ogni famiglia, in ogni casa, ci sia un tricolore
a testimoniare i sentimenti che ci uniscono fin dai
giorni del glorioso Risorgimento. |
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L’adozione, come la scelta di avere un figlio proprio,
dovrebbe essere considerata un atto d’amore a cui riservare
tutte le attenzioni, e non un semplice gesto egoistico per
sopperire ad una eventuale mancanza di equilibrio.
In considerazione di quanto sopra, forse, Simona Giorgi, psicologa
e psicoterapeuta, specializzata in terapia familiare presso
l’Istituto di Terapia Familiare di Firenze, ha pensato
bene di proporre un libro rivolto ai genitori adottivi ed
ai loro bambini (“Cavalcando l’arcobaleno”,
Magi Edizioni, pag. 130, euro 13,00).
L’autrice sostiene che i bambini adottati hanno bisogno
di un metaforico arcobaleno, costruito dai genitori acquisiti,
che congiunga le parti della loro storia, la loro identità
dalla nascita ad oggi, con le sue verità ed i suoi
perché. Non è impresa facile, sottolinea Simona
Giorgi, ma spera che il suo libro possa essere in qualche
modo d’aiuto.
Il testo costituisce un vero manuale di istruzioni per ideare
le favole fin dal momento in cui viene presa la decisione
di adottare un bambino, arricchito di tante storie già
inventate e raccontate ai bambini arrivati nelle famiglie
sia tramite adozioni nazionali che internazionali.
In sostanza la modalità che l’autrice propone
ai genitori adottivi è semplice e originale: inventare
per il bambino una favola nella quale il passato si congiunga
al presente.
La favola è uno dei modi attraverso i quali il bambino
sente la nostra presenza e il nostro amore da sempre. In particolare
proprio la presenza è qualcosa di molto importante,
che gli farà compagnia lungo le strade della vita anche
quando noi non ci saremo più.
Simona Giorgi, auspicando che la lettura di questo libro possa
contribuire ad alleggerire il loro lavoro, porge ai genitori
dei bambini adottati il suo sentito augurio, sottolineando
che inventare una favola che racconti la storia del bambino
in un linguaggio magico e comprensibile sia importante, perché
gli risparmierà probabilmente il trauma del “momento
X” in cui scatta l’“ora della verità”.
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È stato pubblicato in questi giorni il volume “Baresismi”
di Anna Sciacovelli, nota scrittrice, poetessa e dialettologa,
nonché attenta ricercatrice di storia locale (Wip Edizioni,
Bari, pag. 160 euro 12).
L’idea è di Giuseppe Caldarulo, imprenditore
con esperienza ventennale specifica nelle tecniche di stampa
che finalizza la pubblicazione per tramandare la cultura della
baresità, non solo alle figlie Giorgia e Azzurra, ma
anche a tutti i bambini baresi, figli di una Bari moderna
e caotica, dove non è più possibile giocare
per strada, vivere e comunicare con i coetanei, divertirsi
insieme, come avveniva per le generazioni passate.
Anna Sciacovelli autrice di numerose pubblicazioni che hanno
suscitato interesse da parte di molti scrittori di rilievo
(Carlo Bo, M. Luzi, G.Spinelli de’ Santelena, V.A. Melchiorre,
D. Giancane, V. Maurogiovanni e tanti altri), presenta questa
volta un agile volume, con l’obiettivo di proporre e
stimolare l’interesse per il dialetto barese, spesso
scambiato per un linguaggio volgare, da qualcuno definito
erroneamente gergo, ma che in realtà rappresenta un
importante strumento di comunicazione da tramandare alle generazioni
future.
Sosteniamo pertanto il tessuto linguistico dialettale non
per spirito campanilistico, ma perché il dialetto rappresenta
la storia stessa di una collettività, le sue radici,
il suo passato, le sue origini.
Il contenuto di questo simpatico libro è quanto mai
variegato. Si passa dai canti popolari religiosi a canzoni…
anche dispettose, a detti, a baresismi in versi, a mestieri
scomparsi, ai proverbi, al linguaggio dei furbi e dei furfanti,
agli indovinelli, ai soprannomi, alla terminologia medica,
agli usi e credenze popolari, ai giochi, insomma un assortimento
di baresità per tutti i gusti.
Il volume è illustrato dalla straordinaria matita del
maestro Luigi Giacopino che ripropone graficamente alcuni
mestieri scomparsi.
Vittorio Polito
Dallo stesso volume propongo una lirica dialettale del poeta Domenico Dell’Era.
La canzone de la tèrra mè
Lende lende
So le staggione jìnd’a la tèrra mè
Addò u bbianghe de le ccàsere
Jè accom’a la tevagghje d’u ualdàre.
N’nanze a na porta vacande
Nu trajìne che le rrote granne
Jàlze le sdànghe
Com’a le vvràzze ca preghene
Ci sa chjòve… ci sa chjòve.
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C’è modo e modo di intendere il vizio. Secondo
William Shakespeare «Non vi è vizio che non abbia
una falsa somiglianza con qualche virtù», per
Santa Teresa d’Avila, è «Un modo con cui
il demonio, a nostra insaputa, può farci molto male
facendoci credere che possediamo delle virtù, quando
ne siamo privi», mentre per Santa Caterina da Siena,
«Tutti i vizi sono conditi dalla superbia, così
come le virtù sono condite dalla carità»..
Un testo di Moralia “Invidia e odio” descrive
come Plutarco per definire il vizio ricorreva all’immagine
di «una lenza a più ami, che a forza di essere
agitata di qua e di là dalle passioni che le sono appese,
fa si che queste si congiungano e si aggroviglino tra loro,
e si contagino trasmettendosi a vicenda le proprie infiammazioni,
come avviene con le malattie». Vito Lozito, invece,
per definire visivamente i vizi ricorre, nella sua pubblicazione
“Alla radice del Vizio - Immagini, simboli, motti”,
edita in una splendida veste tipografica da Levante Editori
di Bari (pagg. 396, euro 25,00), al polpo, ipocrita e traditore,
che attraverso i suoi tentacoli e la sua mimetizzazione, assume
una valenza negativa, indicando, a seconda dei casi, l’astuzia,
l’avarizia, la lussuria, l’invidia, la malvagità
e così facendo attanaglia la sua preda in un abbraccio
senza scampo. A proposito di “polpo” l’autore
fa una precisazione: il termine “polpo”, è
stato usato solo in copertina, mentre nel corso del volume
è stato preferito il termine dotto “polipo”.
Vito Lozito, docente universitario di Storia della Chiesa
nell’Università di Bari, scomparso due anni fa,
ha pubblicato, tra l’altro, “Santo Spirito. Storia
di un centro costiero in Terra di Bari”; “Il Corvo.
Calunnie, accuse e lettere anonime nei primi secoli dell’era
cristiana”; “Agiografia Magia Superstizione”;
“Culti e ideologia politica negli autori cristiani (IV-VIII
sec.), tutti editi da Levante.
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I Sette vizi capitali |
Ma cos’è il vizio? L’incapacità
del bene e abitudine e pratica del male, per cui sul piano
morale è correlato a quello della virtù di cui
costituisce la negazione. Nella teologia morale i vizi sono
rappresentati dai sette peccati capitali (superbia, avarizia,
lussuria, invidia, gola, ira e accidia), quando sono considerati
non occasionali, ma come abitudine. In Oriente, invece, è
restata la più antica classificazione di otto: gola,
lussuria, avarizia, tristezza, ira, pigrizia, vanagloria e
superbia.
«Non si è avari, lussuriosi, oziosi, superbi,
invidiosi, irosi, golosi, se nell’animo non alberga
il “piacere” di limitare e condizionare la libertà
e l’esistenza altrui», così afferma l’autore,
sostenendo anche che «Il desiderio di sopraffazione,
che in vario modo è presente in tutti gli uomini in
via latente e che in alcuni casi si esprime in modo violento,
in altri è controllato dal senso di equilibrio e di
moderazione, si traduce in crudele malvagità che riunisce
in sé tutti i vizi e che diventa Vizio».
L’autore oltre a indicare le simbologie del mondo animale
e vegetale, relative ai vizi capitali, seguendo la tradizione
greco-romana e cristiana, riporta anche sentenze, proverbi
e modi di dire, spesso definiti espressioni di “saggezza
popolare” che invece testimoniano la “continuità
di una cultura occidentale dal mondo classico a quello medievale
fino alle letterature moderne” e che documentano un
modo di pensare e affrontare il vizio con moduli verbali antichi
ma tuttora vivi.
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La pubblicazione è impreziosita da una serie di bellissime
immagini, molte inedite, tratte nella maggior parte dei casi
da “cartoline d’epoca”, da giornali, con
disegni di illustratori famosi dei primi anni del Novecento,
molto conosciuti nel mondo dei collezionisti. Il disegno di
copertina, che rappresenta appunto il polipo, è di
Michele Cramarossa.
Lozito nei suoi cinque capitoli descrive la lotta tra il vizio
e la virtù, i vizi di gola, la lussuria, la superbia,
l’invidia, l’avarizia, l’accidia, l’ira,
la crudeltà e la malvagità, insomma fa una ricca
disamina dei peccati capitali tutti descritti e documentati
scientificamente, quindi destinato anche a cultori della materia,
con note a piè di pagina, un’ampia bibliografia,
una serie di sentenze, motti e modi di dire per ciascun vizio
trattato, con indici di nomi, di figure, di tavole ed anche
un indice dei simboli citati nell’opera. Il testo per
i suoi contenuti è destinato ad un vastissimo pubblico
in quanto essendo di facile e semplice lettura, “attanaglia”
il lettore incuriosendolo, proprio come fa il polipo con le
sue prede. Ma attenzione, «il polipo quando per fame
mangia i suoi tentacoli, è simile all’invidioso
che rode se stesso».
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Hai un buon equilibrio? Dentro di te si nasconde un ribelle?
Il tuo nome ti piace? Tentiamo di rispondere a qualche interrogativo
poiché pare che il nome che portiamo influenzi la nostra
personalità.
Da sempre e in tutti i paesi del mondo il nome è stato
sempre un segno distintivo dell’individuo. Poeti e scrittori
hanno affermato che un nome bello e armonioso imprime alla
personalità di chi lo porta un fascino ed un’attrattiva
speciali. È difficile non essere d’accordo, anche
se in ogni epoca vi sono state persone eccezionali che hanno
impresso caratteristiche particolari ai loro nomi.
Greta,
ad esempio, senza la figura della Garbo non evocherebbe certamente
una donna affascinante, in altre parole la più celebre
Greta del nostro secolo. Di lei Winston Churchill, statista
inglese, ebbe a dire: “È la donna più
interessante di tutti i tempi”.
Purtroppo, certi genitori, soggetti ai capricci della moda,
non valutano attentamente che l’imposizione del nome
ai figli debba essere frutto di un’attenta analisi e
prudenza. Infatti, un nome molto ricercato, impegnativo o
altisonante potrebbe mettere in imbarazzo chi lo porta per
tutta la vita. Il nome, poi, dovrebbe armonizzare con il cognome
per cui si dovrebbe evitare il nome doppio o la scelta di
uno vecchio uscito dall’onomastica corrente, anche se
sono appartenuti a parenti o congiunti. Al cognome lungo va
affiancato un nome breve, mentre ad un cognome breve si può
affiancare un nome lungo.
Chi ha ricevuto al Battesimo un nome del genere, è
quasi sempre costretto a variarlo nella vita con diminutivi
o farsi chiamare addirittura con un nome diverso. Massimiliano
si fa chiamare “Massi”, Donato “Donny”,
Alessandro “Alex”, Caterina “Ketty”,
Sebastiano “Seba”, ecc.
È bene evitare anche di imporre nomi di divi, di campioni
sportivi, di animali o di personalità del momento,
che col passare del tempo potrebbero sembrare molto meno attraenti
e qualche volta anche ridicoli, come il caso recentissimo
di dare ad un neonato il nome di Varenne, un celebre cavallo.
Notiamo anche che molti portano nomi come Mimosa, Lieto, Diletta,
Benito o Italia, riferiti a fiori, politici o a nazioni, tutti
nomi che non trovano riscontro nel calendario.
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Pare anche che ad ogni nome corrisponda
una personalità. Federico, ad
esempio, molto diffuso in Italia, ma concentrato più
in Lombardia e in Toscana, discende dalla forma medievale
“Frithurik”, composto da “frithu”
(pace, amicizia) e “rikja” (signore, principe,
potente), che significa “potente nella pace o
signore della pace”. È tenace, collerico,
suscettibile, sincero fino all’eccesso, generoso
quando gli si chiede un piacere, ama circondarsi di
amici. Il significato quindi è “potente
nell’assicurare la pace”. |
Alessandro Magno |
|
Giulia, diffuso
in Veneto e in Toscana, pare stia attualmente spopolando.
Il nome deriva dall’antica Roma, ma la sua origine,
ancor più antica, sarebbe greca “da Iovilios”,
ossia dedicato a Giove. Carattere brillante e vivace,
espansiva in pubblico, depressa in privato, ignora
il perdono, ama l’arte e il lusso, spesso si
angoscia senza ragione per il futuro. |
Santa Patrizia |
Si calcola che i nomi degli italiani siano circa diecimila,
per cui vi sono ampie possibilità di scelta ma, per
la nostra pigrizia, fino a qualche anno fa, ne abbiamo usati
pochissimi e sempre gli stessi.
Da qualche tempo, invece, l’influenza del cinema e della
TV ci portano ad usare sempre meno Giuseppe, Antonio, Giovanni,
Maria, Michele e Raffaele, attingendo alla nuova sfornata
di Giulio/a, Valentino/a, Silvio/a, Elena, Alessia/o, Luca,
Giorgio/a, Ilaria, Marco, Federico/a, Francesco/a, Alessandro/a,
ecc. In ogni caso i nomi più sicuri sono quelli classici
della storia occidentale, dei grandi Santi (a questo proposito
potete consultare il sito internet www.santiebeati.it), e
quelli legati alle tradizioni nazionali ed etniche, ma ciò
non significa che la scoperta di un nome armonioso e poco
conosciuto possa risultare una scelta felice.
Vi sono poi i soprannomi, per lo più dialettali, molto
usati nel mondo popolare e diffusi quindi nei vecchi rioni
della città e nei piccoli paesi, finalizzati ad indicare
la persona o il nucleo familiare di appartenenza a causa della
presenza di numerosi omonimi. Ma questa è un’altra
storia.
E la legge cosa prescrive in proposito? Vieta di imporre il
nome del padre, di un fratello o di una sorella viventi (non
quello della madre); cognomi al posto del nome, denominazioni
geografiche, nomi vergognosi o contrari alla morale, al buon
costume, al sentimento nazionale e religioso. I nomi stranieri
sono permessi, ma solo se tradotti con caratteri dell’alfabeto
italiano (consentite le lettere j, k, x, y e w).
Pertanto i genitori farebbero bene a ricordare che la scelta
di un nome non è un gioco divertente, ma un atto responsabile
che essi sono chiamati a compiere con attenzione e nell’interesse
della propria creatura.
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Per la Collana di letteratura per ragazzi “I libri
di Alice”, diretta da Daniele Giancane, è stato
pubblicato in questi giorni l’originale volume “Cape
o Crosce?” di Felice Alloggio, attore e autore di commedie
in dialetto barese e in lingua, (Levante Editori, pagg. 172,
euro 15,00).
Si tratta di una pubblicazione che presenta le schede di 70
giochi, ben illustrati da Fausto Bianchi, scritti in dialetto
barese con sintesi a fronte in lingua italiana.
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È opinione comune che giocare sia l’esatto contrario
di essere seri. Se questo può essere vero per gli adulti
- tanto che a quelle persone che scherzano e giocano continuamente
si dice: «tiìne sèmbe la cape a la scioggue,
uè mètte la cap’à pposte?»
(pensi sempre al gioco, vuoi mettere la testa a posto?) -
non vale per i bambini per i quali, secondo il filosofo Michel
de Montaigne, «il gioco è una delle azioni più
serie».
Ma anche l’adulto, che è in grado di fare scelte
consapevoli e giuste, può giocare ed entrare nel mondo
della fantasia, perché concatena fra loro, attraverso
l’immaginazione, la propria capacità di vivere
l’attualità e la realtà. Un adulto che
ha tali potenzialità è, come afferma il filosofo
Friedrich Schiller, «Un uomo che attraverso il gioco,
si ritrova e si conosce».
L’autore bene ha fatto a scriverlo in dialetto, con
una opportuna sintesi in lingua italiana, perché in
questo modo ha contribuito alla salvaguardia del nostro vernacolo,
difendendolo da chi pensa che esistano differenze tra Lingua
e Dialetto, mentre non ne esistono affatto, dal momento che
entrambi hanno una grammatica, che fissa le regole della scrittura.
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Come si divertivano i ragazzi di duemila anni fa? Come giocavano
i bambini di ieri? I bambini, greci e romani, conoscevano
la palla, giocavano a moscacieca o con le monete? E quale
atteggiamento assumevano gli adulti di allora nei confronti
dell’attività ludica? Qualche risposta a questi
interrogativi la fornisce l’autore, dimostrando come
nella “espressione gioco”, accanto all’elemento
ricreativo, culturale e pedagogico, si affianca un profondo
valore storico e antropologico.
Chi non ricorda il gioco di Palla pallina, la filastrocca
di Madame Dorè o quella di Regina reginella con i suoi
passi di formica e di leone? Chi non ricorda il lancio in
aria della monetina accompagnato dalla frase: «Testa
o croce?», rituale ancora in uso oggi e derivante dall’antica
Roma, dove i giocatori invece di dire, Testa o Croce, pronunciavano
la frase latina: “Navia ant capita = Testa o croce”.
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Daniele Giancane, docente nell’Università di
Bari che firma la prefazione, sostiene che «Il testo
di Felice alloggio, è davvero prezioso, perché
ci fa ripercorrere attraverso la memoria i giochi di un tempo.
Il risultato non è una ventata di nostalgia, ma un’analisi
di società e climi culturali diversi». Mentre
Paola Rapini, docente al Liceo Linguistico “G. Cesare”
di Bari, sostiene che attraverso il libro-documento di Alloggio
«Potrebbe essere ancora possibile contrastare l’avanzata
dei mostri tecnologici che hanno invaso il Pianeta Giochi
e restituire all’infanzia creatività e fantasia»
Il testo di Felice Alloggio, pertanto, non solo suscita positive
emozioni, ma consente a chiunque di praticare i giochi ricordati,
per il modo divertente e particolareggiato in cui questi vengono
presentati e raccontati, ma soprattutto a costo zero. Inoltre,
la pubblicazione, potrebbe risultare utile a quanti volessero
adottarlo come manuale di giochi nelle scuole o nelle associazioni
che promuovono attività ludiche ed a tutti gli amanti
del dialetto barese.
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Ai primordi del cristianesimo si credeva che quella sinistra
fosse la mano usata dal diavolo; nel teatro greco, i personaggi
cattivi e i messaggeri di sventure entravano in scena dalla
parte sinistra del palco; i romani inventarono il saluto con
la destra, come dimostrazione di fiducia nell’offrire
la mano non armata e ancora, era considerato offensivo entrare
in casa di un ospite con il piede sinistro; insomma, il mondo
destro non li ama: non per disprezzo, ma perché, in
realtà, ha paura di loro.
Il mancinismo, com’è noto, è una condizione
fisiologica in cui in un individuo la mano sinistra, e spesso
tutta la parte sinistra del corpo, prevale per forza, rapidità
e precisione di movimenti sulla mano destra e sul lato destro
del corpo.
Oggi molti hanno modo di constatare come i mancini diventano
sempre più numerosi e uno dei motivi è imputabile
alla crescente permissività che la nostra società
ha concesso loro a partire dal dopoguerra.
All’inizio del XVII secolo i mancini erano considerati
“gente fatta a rovescio”. Questo implacabile giudizio
riflette bene quello che i mancini hanno dovuto subire nel
corso dei secoli.
La preminenza della mano destra è un pregiudizio che
ha segnato con un’impronta indelebile la nostra struttura
mentale. Verso qualunque ambito del pensiero ci rivolgiamo
- religioso o profano, dotto o popolare - la questione ritorna
con un’evidente insistenza: alla mano destra tutti gli
onori, tutti i privilegi, tutte le nobiltà; alla sinistra
tutti i biasimi, tutti i compiti subalterni, tutte le viltà.
La tradizione cristiana associa la destra al Paradiso e la
sinistra all’Inferno; nel Credo, infatti, Cristo siede
alla destra del Padre.
Pierre-Michel Bertrand, storico dell’arte e autore della
“Storia dei mancini” (Magi Edizioni, pagg. 246,
euro 17,00), fa un’ampia disamina a proposito della
“mano buona”, quella con la quale si deve in modo
esclusivo salutare, farsi il segno della croce, prestare giuramento,
ecc. e per contro la “mano malvagia”, rappresentata
dalla mano sinistra con tutto il corteo di negatività
che a torto si attribuisce.
L’autore, anch’egli mancino, parla anche dei mancini
disprezzati, dell’anormalità mancina, dell’epoca
di massima intolleranza, del mancinismo perseguitato, del
mito delle due mani destre, dei mancini tollerati e dei mancini
ammirati. Egli racconta, fatti, aneddoti, storie, cronaca,
cita opere, vangeli, insomma dice tutto quello che c’è
da sapere dei mancini e lo fa in modo scientifico citando
opere, bibliografia, fonti, immagini. Insomma, un libro non
solo di curiosità ma ricco di documentazione frutto
di accurate ricerche dell’autore.
Oggi, finalmente, i mancini godono di un totale riconoscimento
della loro singolarità e questa recente emancipazione
costituisce, senza dubbio, l’ultima peripezia della
loro strana e ricca storia.
Ed ora qualche curiosità.
In India la mano destra è utilizzata per i compiti
più nobili, quali le offerte, la pulizia del viso ed
il mangiare; al contrario la sinistra non è usata ed
è tenuta sotto il tavolo durante i pasti.
Raro caso di “democrazia” tra destra e sinistra
è invece presente in Cina, dove alla mano sinistra
non è attribuito alcun potere nefasto, mentre, in Giappone
l’uso della sinistra è ancora oggi fortemente
represso.
In relazione ai vocaboli che contraddistinguono i mancini:
in italiano si dice “sinistro” o “mancino”,
in molte altre lingue i termini che indicano le persone mancine
hanno una connotazione di valore negativo: così il
francese “gauche” significa goffo; l’inglese
“left-handed”, impacciato; il greco “skaios”,
nefasto; il tedesco “Links”, maldestro.
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Il mancinismo è una condizione fisiologica in cui
in un individuo la mano sinistra, e spesso tutta la parte
sinistra del corpo, prevale per forza, rapidità e precisione
di movimenti sulla mano destra e sul lato destro del corpo.
Il mondo, invece, è a misura di tutti coloro che delle
due mani usano prevalentemente la destra. Infatti, i mancini
rappresentano solo l’8-10% della popolazione, ma prima
di giungere a “tollerarli”, sono stati sottoposti
a torture e sevizie. Essere mancini a scuola non è
stato mai un grande affare, superficialità e preconcetti
hanno reso dura la vita di molti bambini. Sono stati sottoposti
a torture e sevizie fino a legargli la mano sinistra dietro
la spalla, per evitare di farla usare, o, se non si resisteva
all’impulso di adoperarla, la bacchetta della maestra
si abbatteva inesorabile sul suo palmo.
Oggi le cose sono cambiate, i mancini godono di un totale
riconoscimento della loro singolarità e questa recente
emancipazione costituisce, senza dubbio, l’ultima peripezia
della loro strana e ricca storia e non mancano neanche attenzioni
editoriali in loro favore. Ultima in ordine di tempo è
la pubblicazione del “Dizionario dei mancini”,
di Pierre-Michel Bertrand, storico dell’arte pubblicato
da Magi Edizioni (pagg. 261, euro 18,00).
Il lavoro fatto da Bertrand non è un semplice bestiario
né una raccolta di aneddoti. È in sostanza il
frutto di lunghe e pazienti ricerche fatte nel mondo dei mancini
i cui risultati sono stati pubblicati dall’autore. In
sostanza si tratta di ricerche in un territorio ancora ignorato
nel quale l’autore ha trovato notizie sconosciute, divertenti,
sorprendenti, rare, istruttive, in una parola pittoresche.
E dal momento che il materiale trovato è stato molto
ricco è sorta la necessità di creare uno strumento
efficace e pratico dal quale attingere informazioni e perché
no anche divertirsi.
Nel dizionario, come di norma, l’autore non ha trascurato
rigore e precisione. Il lettore non troverà nulla che
non sia autentico, tutto materiale tratto da fonti originali,
il che dimostra che è possibile scrivere sui mancini
senza fare letteratura “di seconda mano”.
Nella interessante pubblicazione di Bertrand, si parla di
arte, curiosità, etnologia, fatti di cronaca, guerra,
letteratura, linguistica, religione, musica, scienza, medicina,
storia, filosofia, ecc. Insomma, è il frutto di chi
«della gente a rovescio» si è dedicato
seriamente e con passione e di questo dobbiamo darne atto.
E ricordate che Platone, già nel IV secolo a.C., sosteneva
che “Coloro che operano per rendere la mano sinistra
più debole della destra operano contro natura”.
Oggi la scienza gli dà ragione.
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Nessuna civiltà conosciuta ha ignorato la musica.
Alle origini mitiche della musica in Grecia, poesia e musica
erano un tutt’uno. Apollo è il dio delle Muse
e Orfeo, poeta e musicista, con le sue melodie piega animali
e natura cantando i suoi poemi accompagnandosi con la lira.
Grande è il potere della musica sullo spirito dell’uomo,
soprattutto per i due maggiori costituenti, la melodia ed
il ritmo. La musica è un linguaggio ricco e mai uguale
a se stesso che si evolve continuamente, un modo di esprimere
pensieri ed emozioni, come la scrittura, la pittura, la poesia
o la scultura. Michel Schneider nel libro “Glenn Gould
- Piano solo”, sostiene che «Soltanto la musica
non ripete, quando ripete. Questa è la sua forza, ed
è la sua follia…».
I
valori emotivi e la relazione tra musica ed emozione sono
stati oggetto di numerosi studi indirizzati verso un’analisi
sistematica della relazione tra musica ed emozioni. Da qui
gli effetti terapeutici del suono e della musica che sono
in grado di indurre, non solo attenzione e rilassamento, ma
anche di modulare la percezione di stimoli nocivi e modificare
anche l’attività del sistema nervoso vegetativo.
Per tali motivi le frequenze musicali rappresentano anche
una efficace aggiunta terapeutica in varie condizioni morbose,
anche in quelle caratterizzate da dolore, per cui potrebbero
definirsi anche frequenze analgesiche. È anche il caso
di ricordare che sono in corso studi che stanno dimostrando
che l’ascolto di una qualunque musica, scatena meccanismi
che stimolano il cervello, infatti, quando siamo allegri ci
viene voglia di cantare e quando viviamo qualche emozione
intensa la musica accompagna il nostro stato d’animo.
Ma la terapia musicale non è nuova, è solo un
rimedio antico tornato di moda. Infatti, già nel 1811,
Pietro Lichtenthal, medico tedesco, scrisse un «Trattato
dell’influenza della musica sul corpo umano e del suo
uso in certe malattie». In realtà pare proprio
che la musicoterapia, lanciata in questi ultimi anni, tragga
le sue radici prima di Cristo, quando Talete, con il suono
di un’arpa, sconfisse la peste e Aristotele dispensò
consigli sulle virtù della musica come unico rimedio
contro i disturbi psicosomatici.
Ma al di là delle origini, la musicoterapia viene utilizzata
anche come strumento terapeutico nel sostegno psicologico
ai bambini con difficoltà visive, uditive e di parola.
Ai ragazzi autistici fornisce una possibilità in più,
quella di comunicare, mentre ai bambini un sottofondo musicale
leggero può utilmente accompagnare i primi giorni di
vita, con il risultato di metterlo subito a contatto con un
linguaggio molto ricco e stimolante e rasserenarlo nella sua
quotidiana scoperta del mondo che lo circonda. Conosco un
bimbo che a due anni conosceva benissimo alcune canzoni della
cantante Celin Dion ed alcuni pezzi di musica araba e di ritmi
latini che pretendeva di ascoltarli e non c’era possibilità
di confondergli le idee.
Qualche tempo fa una rivista specializzata pubblicò
una tabella a proposito di “Capricci e prodezze della
musicoterapia”. In essa si apprende come il jazz, stimolante
ed eccitante, aumenta la concentrazione ed a volte l’aggressività;
il rock ed il “rithm and blues” eccitano, deconcentrano,
riducono l’autocontrollo, mentre l’eccesso di
volume provoca euforia e a volte violenza incontrollata. “La
notte” di Vivaldi, ad esempio, è distensiva,
combatte l’insonnia e riduce sensibilmente le tensioni
emotive, l’ansia. Stessa cosa può dirsi per la
musica di Bach, mentre, ascoltando Mozart, si riduce l’acidità
gastrica e si migliora quindi sensibilmente la digestione.
Il “Bolero” di Ravel eccita, sui soggetti psicolabili
può indurre isterismo, depressione, stati confusionali,
a volte anche crisi epilettiche. Il “Canto di Primavera”
di Mendelssohn, invece, allenta le tensioni nervose e l’ansia
repressa, facilita l’estroversione e l’ottimismo.
E per finire ricordo il “Medical sound”, una sorta
di cocktail composto da suoni naturali mescolati a musicalità
primitive e integrato da variazioni elettroniche, che è
rasserenante, in molti soggetti facilita il relax ed il sonno,
produce desiderio di movimenti del corpo, può ridurre
le rigidità muscolari ed il dolore di molte reumopatie.
Secondo Massimo Pagani, dell’Istituto Ricerche Cardiovascolari
dell’Università di Milano, «La musica e
il suono più in generale, si pone come un fondamentale
costituente dell’ambiente esterno, e può per
questa via rappresentare un importante modulatore della percezione,
ed evocatore di risposte emotive».
Anche per combattere la malattia di Alzheimer (demenza senile),
gli esperti sostengono che la musicoterapia funziona. «Funziona
talmente che c’è anche chi dopo un incontro di
musicoterapia, canta giorno e notte, oppure chi non chiude
occhio per notti intere e non riesce a riposare. Di sicuro
la musica ha effetto su chiunque ma, come le altre medicine,
non a tutti fa bene allo stesso modo». È da evidenziare
anche il potere di comunicazione e socializzazione che ha
la musica, creando emozione, contatto, condivisione.
È bene tener presente che la musica è pur sempre
un rumore e va ascoltata a “giusto volume”, in
quanto, se alto, aumenta la nostra aggressività, mentre
a basso volume dà una sensazione di benessere e non
danneggia i nostri apparati uditivo, digestivo, cardiocircolatorio
e nervoso, particolarmente sensibili agli insulti sonori.
Guido D’Arezzo, teorico musicale, affermava che «Non
fa meraviglia che l’udito prenda diletto da suoni diversi,
dal momento che la vista si compiace della varietà
dei colori, che l’olfatto gode della varietà
degli odori, che la lingua prende piacere dal variare dei
sapori. In tal modo, infatti, attraverso la finestra del corpo,
la dolcezza delle sensazioni piacevoli mirabilmente penetra
fin nell’intimo del cuore». Per Daisaku Ikeda,
religioso giapponese, invece, la musica «È linguaggio
universale; essa trascende tutte le barriere della cultura
e delle ideologie. La musica è risonanza tra due cuori».
Buon ascolto e ricordate, per finire, che secondo il filosofo
tedesco Immanuel Kant, la musica è anche «un
bel gioco di sensazioni per l’udito».
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La Puglia: terra multiforme, disomogenea sia dal punto di
vista geografico e morfologico che da quello storico e culturale,
è una regione per lo più pianeggiante nella
quale fanno bella mostra il Gargano, la Murgia, la Valle d’Itria,
tutte tessere di un affascinante mosaico alla cui composizione
hanno contribuito, oltre che madre natura, le diverse civiltà
che si sono succedute nel tempo.
Antonella Daloiso, giornalista, che vive e lavora a Bari,
ha pubblicato recentemente per i tipi di Levante Editori,
il bel volume “Elegia itinerante”, (pagg. 170,
euro 22,00), riccamente illustrato con foto di Ennio Cozzolino,
Roberto Lodato, Eustachio Cazzorla, Stefano Fato, attraverso
il quale ci accompagna in un ideale viaggio finalizzato a
scoprire una provincia a molti ancora sconosciuta. L’itinerario
parte da Cerignola, creduta città agricola, ma in realtà
ricca di beni archeologici, artistici e monumentali di grande
pregio, per snodarsi attraverso Andria, Ruvo, Corato, Canosa,
Margherita di Savoia, Barletta, Trani, Giovinazzo, Bitonto,
Bari, Monopoli, Conversano, Putignano e Gioia del Colle.
Un percorso che non si ferma solo a Cattedrali e Castelli
ma che si estende a luoghi, pagine di storia, itinerari sconosciuti,
fatti, curiosità, frutto non solo dell’instancabile
lavoro dell’uomo ma anche delle nostre mille risorse
naturali.
Sapevate, ad esempio, che il bocconotto, una specialità
dolciaria che non teme confronti, è stato inventato
per errore dalle suore del Monastero di Santa Maria delle
Vergini sorto nel 1500 a Bitonto? Che nel territorio di Conversano
c’erano ristagni d’acqua di dimensioni tali da
chiamarsi laghi? Che a Gioia del Colle si svolgeva la festa
patriarcale del maiale? Che a Putignano esiste la grotta del
Trullo, uno scenario di incomparabile bellezza in piena valle
dei Trulli? Le risposte, insieme ad altre importanti scoperte
frutto di una laboriosa e puntigliosa ricerca, le troverete
nel bel volume di Daloiso che rappresenta una vera e propria
ode alla Puglia.
«Un reportage intimo e seducente – come sostiene
Raffaele Nigro nella prefazione – scritto con delicatezza,
tra un aneddoto e un altro, a caccia di cronache d’altri
tempi, di microstorie sentite raccontare e con la semplicità
di chi vuole partecipare ai lettori i luoghi dell’anima,
terre amate e orme umane importanti per la nostra esistenza
più di quelle lasciate dai dinosauri nel cuore della
Murgia».
Concordiamo, infine, con l’autrice nell’auspicare
che il volume «possa servire a mettere a nudo, usi,
costumi, abitudini di paesi e città completamente differenti,
popolati da anime apule, saracene, bizantine, normanne, sveve,
angioine, aragonesi, affinché tutte insieme possano
cercare nuovi orizzonti, questa volta non per bisogno, ma
per amore» della nostra bella Puglia, che il filologo
tedesco Eduard Fraenkel ha definito ‘Paradiso’.
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Foto di Ennio Cozzolino |
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Foto di Eustachio Cazzorla |
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L’oroscopo rappresenta, in linea di massima, il complesso
delle previsioni fondate più o meno sull’osservazione
astrologica valida non per singole persone ma per l’insieme
dei nati nell’uno o nell’altro segno dello zodiaco.
Alcuni sostengono che la “lettura” delle costellazioni
è un antico e suggestivo tentativo di capire com’è
fatto il mondo, ma senza alcun valore scientifico. Sta di
fatto che molti credono e consultano quotidianamente pubblicazioni
o altro nel tentativo di “leggere” cosa riserva
il destino.
I fiori che, come si sa, hanno mille significati, rappresentano
un modo per lanciare un messaggio preciso dal momento che
hanno un linguaggio che può essere utile quando non
troviamo le parole adatte alla circostanza e quindi anch’essi,
secondo alcuni studiosi, simboli per gli oroscopi, soprattutto
estivi. Infatti, pare che ad ogni segno corrisponde un fiore
guida che rispecchia le caratteristiche degli astri e dei
pianeti a cui siamo legati. Una unione fra cielo e terra che
ci aiuta a capire che cosa succederà nei mesi più
caldi soprattutto per quanto riguarda l’amore.
Vediamo così che l’Ariete, che dona un carattere
impulsivo, ardente e avventuroso, preferisce il Biancospino,
bello ma spinoso. Il duro legno della sua pianta evoca un’idea
di grande forza e capacità di resistenza. Il Toro,
segno prediletto da Venere, è legato alla Rosa rossa,
dal momento che questo fiore simboleggia anche l’amore
che i nati Toro hanno per ogni piacere della vita. Ai Gemelli,
che sono governati da Mercurio, è legato il Fiordaliso,
il piccolo fiore azzurro, che evoca un’immagine di freschezza
e brio, tipiche qualità dei gemelli. La Ninfea lega
bene con il Cancro che ha un temperamento sognante, ama cullarsi
nel passato e nei ricordi, per cui ben si sposa con il bianco
fiore che galleggia sull’acqua facendosi trasportare
dalla corrente. Per i nati Leone, che hanno il sole come guida,
segno dalla personalità forte e carismatica, ben si
accoppia il Girasole, per la sua maestosità e le sue
sgargianti corolle rivolte a sud per ricevere il massimo di
luce.
La Vergine è governata da Mercurio che dona intelligenza
pratica, per cui, l’astrologia, basandosi su alcune
caratteristiche delle persone nate in questo segno (modestia,
riservatezza, pudore, candore), lo ha legato al Giglio che
è dotato delle stesse caratteristiche. Il tulipano,
con il suo stelo alto e sottile, ben si addice ai nati Bilancia,
che posti sotto il dominio di Venere, hanno solitamente aspetto
aggraziato e gesti armoniosi. Lo Scorpione, segno associato
a Plutone, il pianeta che simboleggia la metamorfosi, l’evoluzione
psichica, il mistero, è legato alla Calla, un fiore
dalla forma sinuosa e un po’ contorta che rivela e nasconde
il suo cuore alternativamente.
Il Sagittario, pilotato da Giove, idealista, sognatore, ingenuo,
amante della compagnia e dei viaggi, preferisce la Fresia,
dal momento che questo fiore porta il profumo di terre lontane
e con le sue piccole corolle di tante sfumature diverse è
in sintonia con la sua voglia di varietà. Il Capricorno,
che dona ai suoi nati un fascino enigmatico ben si sintonizza
con l’Arnica montana, pianta che cresce bene nei climi
freddi e dalla quale si ricavano pomate per lenire dolori
reumatici che assillano i nati Capricorno. L’Acquario,
segno estroso governato da Urano, ama soprattutto l’indipendenza.
Il fiore a cui si lega bene è la Mimosa, che rappresenta
il simbolo della libertà e della emancipazione della
donna, fenomeni favoriti da Urano. Infine parliamo dei Pesci
che sono sotto il dominio di Nettuno Il fiore che ben li rappresenta
è il Bucaneve, dal momento che le sue piccole corolle
suscitano un sentimento tipico nei pesci: la tenerezza.
Ma, attenzione, Sant’Agostino, che ha studiato la validità
dei segni zodiacali e degli oroscopi, è giunto alla
conclusione che il nostro futuro è soltanto nella mani
del Signore, non delle stelle. E la scienza conferma. Infatti,
il noto scienziato Antonino Zichichi, dando ragione al Santo
di Tagaste, sostiene che «Chi continua a credere nei
segni zodiacali e nella loro influenza sul nostro futuro dovrebbe
ricordarsi che se ciò fosse vero non potrebbero esistere
la Tv, i telefonini e le moderne tecnologie». I seguaci
dello Zodiaco e degli Oroscopi sono avvisati.
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Con l’avanzare della primavera siamo attratti dai giardini,
dalle piante e dai bellissimi colori che sprigionano i fiori,
domandandoci: perché i fiori sono così colorati?
Il colore è dovuto alla naturale funzione di attrarre
insetti impollinatori che, trasportando il polline, provvedono
alla fecondazione e quindi alla nascita dei frutti. Se gli
impollinatori sono animali diurni, i fiori manifesteranno
colori sgargianti, se invece i fiori si affidano ad animali
notturni, saranno poco colorati ma molto profumati. Le piante
che vengono invece fecondate dal vento, come ad esempio le
graminacee, non hanno fiori né vistosi, né profumati.
Qual è il linguaggio dei fiori? Vi sono tradizioni
e leggende che attribuiscono ai fiori numerosi significati,
che variano da paese a paese, dal momento che l’uomo
ha assegnato nel tempo codici diversi, a seconda della bellezza,
del colore e, in qualche caso, della circostanza in cui vengono
utilizzati. Vediamo in dettaglio il significato ed il linguaggio
di alcuni, tra i più conosciuti.
Iniziamo
da quello più semplice, la Margheritina,
detta anche “pratolina”, che in primavera copre
i nostri prati. Il suo nome scientifico è “Bellis”
e deriva da una leggenda. Bellis, figlia del dio Belus, un
giorno mentre danzava con il suo fidanzato, attirò
l’attenzione del dio della primavera a causa della sua
bellezza, il quale tentò di strapparla al fidanzato
che reagì con violenza e la poveretta per salvarsi
da entrambi si trasformò in una margheritina. Questo
fiore fu molto amato nei tempi antichi e Margherita d’Angiò,
moglie di Enrico VI d’Inghilterra, era solita far ricamare
margheritine sulle vesti dei cortigiani: aperte, indicavano
la vita, chiuse invece la purezza

La Stella alpina sarebbe stata un tempo una
fanciulla così bella, pura e nobile d’animo che
nonostante fosse desiderata da molti spasimanti, non incontrò
mai nessuno degno di diventare il suo sposo e quando morì,
ancora zitella, fu portata sulla vetta di una montagna e trasformata
in un fiore che fu chiamato Edelweiss (che significa nobile
bianco). Nasce in luoghi inavvicinabili per gli esseri umani,
Poiché per raccogliere questo fiore occorre fatica
e coraggio, per gli svizzeri è sinonimo dell’ottenimento
del più alto e nobile onore che un uomo possa conquistare.
Il Crisantemo, considerato da noi il fiore dei morti, in Cina, Giappone e nei paesi anglosassoni è considerato, invece, simbolo di gioia, vitalità e pace e viene regalato alle spose in occasione delle nascite. Il crisantemo rosso significa “ti amo”, mentre bianco vuol dire “verità”.

Al bel Garofano sono attribuiti molti significati.
La mitologia lega questo fiore a Diana dea della caccia. Si
narra che un giovane pastore follemente innamorato della dea,
sia stato sedotto e abbandonato. Dalle lacrime di questo giovane,
che morì per la passione, nacquero questi bellissimi
fiori. La tradizione cristiana vuole che anche dalle lacrime
di Maria Addolorata ai piedi della Croce di Cristo nacquero
dei garofani.
Agli infusi di questo fiore sono attribuiti invece poteri
salutari contro i malanni e la febbre ed anche contro le sofferenze
d’amore.
Il rosso indica amore, il bianco fedeltà, il giallo
sdegno.

Il Girasole detto anche
Elianto, appartiene alla famiglia delle composite, poiché
durante il giorno è rivolta sempre verso il sole, per
taluni simboleggia adulazione, per altri riconoscenza verso
l’astro che gli permette di vivere. Van Gogh ha raffigurato
i girasoli in diverse opere.
L’Orchidea è considerata da secoli un fiore afrodisiaco:
elisir d’amore, pozioni magiche e ricette contro la
sterilità venivano preparate con le radici o gli steli.
Simboleggia sensualità, ma anche lusso, fascino e ricercatezza.
La Rosa, invece, ha un significato diverso
a seconda del colore. Rosa-arancio
,
equivale a fascino; bianca: amore puro e spirituale; color
pesca: amore segreto; rossa, passione d’amore.
Ma come nacquero le rose rosse? La leggenda narra che le rose
erano in origine tutte bianche e un giorno Venere, correndo
incontro ad uno dei suoi innamorati, calpestò un cespuglio
di rose e le spine la punsero facendola strillare dal dolore.
Le rose, bagnate dal suo sangue, vergognandosi per l’offesa
recata a Venere, arrossirono all’istante rimanendo così
per sempre. La floricoltura poi ne ha create di diversi altri
colori.
La rosa gialla, che simboleggia infedeltà e gelosia
la troviamo nella storia del profeta Maometto e della sua
favorita Aisha. Si narra che ella lo tradiva e Maometto chiese
all’Arcangelo Gabriele di aiutarlo a scoprire la verità.
L’Angelo gli disse di bagnare le rose e, se avessero
cambiato colore i suoi dubbi sarebbero stati fondati. Infatti,
Maometto offrì alla sua Aisha delle rose rosse e le
ordinò di lasciarle cadere nel fiume. Le rose divennero
gialle.
Infine, il bellissimo tulipano, un fiore
originario della Turchia. Fu introdotto in Europa nel 1500
e divenne subito di gran moda in Olanda e in Inghilterra.
I prezzi aumentarono a tal punto che solo i ricchi se li potevano
permettere, costringendo il governo inglese ad imporre un
prezzo fisso per i bulbi. Rosso, significa dichiarazione d’amore;
screziato, i tuoi occhi sono splendidi; giallo, amore disperato.
E perché no qualche detto a proposito di fiori: “Essere
il fiore all’occhiello” = costituire motivo d’orgoglio
e di vanto; “Se son rose fioriranno” = una sospensione
di giudizio di fronte a situazioni incerte e che solo dopo
aver visto i risultati si potrà giudicare.
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"La mia conversazione sulla magia e la superstizione
popolare non vuole, in nessun modo, assumere la forma di apologia
di tali credenze. Tutt’altro! Come avrò modo
di ribadire in seguito, esse rappresentano l’antitesi
di ciò che il Vangelo proclama. Sappiamo, infatti,
che in più occasioni e in maniera ufficiale, i vescovi
hanno condannato tali pratiche. Tuttavia, ritengo che esse
meritino attenzione per la loro valenza sociale e culturale
in quanto sono manifestazioni - in forme sbagliate - di quel
bisogno, scritto in ciascun uomo, di assoluto, di divino.
Se Sant’Agostino sosteneva che «L’uomo non
trova pace sino a che non placa la propria sete in Dio»,
potremmo affermare che la magia e la superstizione rappresentano
dei succedanei (nocivi e affatto dissetanti) di quell’acqua
viva di cui ci parla l’Evangelista Giovanni nel capitolo
4. Gesù come operatore di miracoli fu accostato ad
Apollonio di Tiana, un filosofo neopitagorico, nato qualche
anno dopo, ed il suo biografo lo presenta come un asceta e
capace di produrre miracoli. Ma Gesù non fu un «guaritore
professionista né diede prescrizioni terapeutiche».
Egli conferendo agli Apostoli il potere sui demoni e la possibilità
di scacciarli affidava loro la missione di guarire sia il
corpo che l’anima. Inoltre, se il miracolo, per essere
ritenuto tale, deve accadere all’improvviso ed in pubblico,
la magia deve, viceversa, essere eseguita segretamente e a
seguito di duro lavoro, di preparazione professionale. In
questo nuovo contesto il miracolo ha assunto altre connotazioni:
innanzi tutto vanno distinti due significati: secondo il primo
significato è “miracolo” tutto quello che
noi possiamo attribuire direttamente a Dio. In un secondo
significato, “tecnico”, diremmo noi, è
miracolo un fatto che la scienza dimostra essere impossibile
che accada secondo le leggi naturali. Vi è, tuttavia,
da osservare che per la gente comune dei primi secoli cristiani,
era arduo distinguere dove è presente l’intervento
miracoloso e dove l’operazione magica. Numerosi sono
gli esempi riportati dalle leggende agiografiche in cui i
cristiani destinati al martirio e i pagani si accusavano a
vicenda di professare arti magiche. La resistenza fisica e
l’indifferenza dimostrate dai martiri cristiani, durante
le torture subite, dovettero sembrare ai pagani opera di magia.
Sant’Ignazio di Antiochia, accusato di praticare arti
magiche per non avvertire dolore, durante i supplizi, si difende
affermando «Noi cristiani non siamo maghi, e anzi secondo
la nostra consuetudine i maghi li consideriamo segni d morte:
i maghi anzi siete voi che adorate gli idoli». Negli
scontri tra Santi e maghi, l’uomo di Dio è vincitore;
ma per la mentalità di un pagano, di un ebreo, di chi
professava una religione diversa, il Santo cristiano poteva
apparire soltanto come un mago con poteri superiori. Basta
ricordarsi, infine, di alcune verità come le seguenti:
il cristiano non grida con superbia attraverso formule, scongiuri
e false preghiere: «sia fatta la mia volontà»,
ma si rivolge a Dio con le parole che Gesù stesso gli
ha insegnato, chiedendo che: «sia fatta la Tua volontà»;
i doni carismatici possono venire solo da Dio e vengono elargiti
in modo gratuito alle persone sante. Gli idoli sono opera
delle nostre mani. Occorre pertanto abbandonarsi con fiducia
nelle mani della Provvidenza per ciò che concerne il
futuro e fuggire da ogni curiosità malsana.
Il termine magia deriva dal greco magheia, che significa scienza,
saggezza. I “magi”, ad esempio, erano antichi
sacerdoti persiani. Anche il Nuovo Testamento parla di maghi
e magia: i Magi, che secondo il racconto di Matteo, si recano
alla ricerca del Bambino Gesù guidati dalla stella,
non sono però maghi nell’accezione moderna del
termine, ma piuttosto scienziati o sapienti. Infatti, così
scrive Matteo: «Quando Gesù fu nato a Betlemme
di Giudea ai tempi di Re Erode, ecco apparire dall’Oriente
a Gerusalemme alcuni Magi, i quali andavano chiedendo dove
fosse nato il Re dei Giudei, perché – dicevano
– avevano visto la sua stella al suo sorgere ed erano
venuti ad adorarlo […]». Matteo (II, 1-2). Ma
vediamo cos’è la magia. È l’arte
di dominare le forze occulte della natura e sottoporle al
proprio potere. Essa è stata oggetto in varie culture
e in diversi periodi storici di valutazioni opposte, ora considerata
forma di conoscenza superiore, ora rifiutata come impostura
e condannata dalle autorità civili e religiose. Nel
pensiero greco antico, il termine indicava sia la teologia
dei sacerdoti persiani, sia il complesso di teorie e pratiche
collegate a realtà diverse da quelle oggetto della
scienza filosofico-razionale. Ai maghi, sacerdoti dell’antica
religione persiana, erano attribuite doti di astrologi, indovini
e stregoni. In tempi moderni, con l’avvento di un ideale
scientifico razionalistico, matematico e sperimentale, il
termine magia assume spesso il significato deteriore di insieme
di pratiche prive di fondamento, e quindi arbitrarie quando
non fraudolente.
La magia è un fenomeno abbastanza diffuso nel mondo.
In Italia c’è ancora chi timoroso e fiducioso
si rivolge a maghi e fattucchiere per ottenere amuleti e portafortuna,
oggetti che dovrebbero avere la prerogativa di allontanare
la iella, la sfortuna o il malocchio. Ma questi oggetti, pur
in commercio, sembrano funzionare di più se il loro
potere, tutto da verificare, è attribuito e trasmesso
da chi li prepara: maghi, stregoni e sciamani.
Quest’ultimo personaggio, nelle religioni siberiane
e nordamericane, sembra dotato di eccezionali poteri, che
facendo da intermediario con il mondo celeste e infernale,
guarisce le malattie e accompagna le anime nel regno dei morti.
Lo sciamano, secondo l’antropologo francese Claude Levi-Strauss,
«…non è completamente privo di conoscenze
positive e di tecniche sperimentali che possano spiegare in
parte il suo successo; per il resto, disordini del tipo che
oggi si chiamano “psicosomatici” e che rappresentano
una gran parte delle malattie più diffuse nelle società
a debole coefficiente di sicurezza, devono spesso cedere a
una terapeutica psicologica. In complesso, è verosimile
che i medici primitivi, come i loro colleghi civili, guariscano
almeno una parte dei casi che curano e, che, senza questa
efficacia relativa, le usanze magiche non avrebbero potuto
conoscere la vasta diffusione che è loro propria, nel
tempo e nello spazio».
Per il mondo antico la magia ha rappresentato un elemento
di progresso, contribuendo a suscitare nell’uomo il
desiderio di sfuggire ai propri limiti, stimolandolo alle
successive scoperte. In realtà la magia ha colmato
i vuoti occupati poi dalla scienza e dalla fede.
La magia a sua volta si divide in bianca, benefica, che soccorre
e conforta e nera, malefica, che essendo diabolica e nefasta,
perverte e distrugge. Conseguentemente i maghi che esercitano
la magia bianca, vengono accettati, ricercati e ben remunerati,
mentre quelli che esercitano quella nera rappresentati dagli
stregoni, sono meno consultati poiché molto temuti.
Nelle pratiche magiche vengono utilizzati due differenti tipi
di simbolismo: quello analogico nella magia bianca e quello
arbitrario nella magia nera. Nella magia bianca si fa uso
di una immagine della persona che deve essere influenzata,
nella magia nera si usano alcuni oggetti associati a lei,
o che in precedenza le erano appartenuti.
Capita di chiamare “uccello del malaugurio” una
persona che porta cattive notizie. La frase deriva, forse,
dall’antica tradizione etrusca o romana di trarre gli
auspici dall’osservazione del volo degli uccelli. L’augure,
infatti, era nell’antica Roma il sacerdote divinatore,
che interpretava il modo di volare degli uccelli e ne traeva
le previsioni. Il modo di dire potrebbe anche alludere alla
superstizione popolare che ritiene di cattivo augurio il verso
di certi uccelli come la civetta, il gufo, il corvo e la cornacchia,
considerati annunciatori di disgrazie, per i loro versi lugubri
e lamentosi.
Che differenza c’è tra magia e religione? Nella
credenza popolare la prima rappresenta un insieme di pratiche,
la cui efficienza dipende dal mago o dallo stregone, ritenuto
onnipotente (?), e quindi in grado di controllare le forze
soprannaturali evocate con alcuni rituali. La religione invece
può solo rendere favorevole una volontà, riconosciuta
superiore, sia nelle pratiche religiose sia dalle stesse persone
che le compiono. Così il sacerdote prega le divinità
e spera di essere esaudito, il mago invece compie direttamente
le azioni, pronunciando incantesimi miranti ad ottenere l’effetto
sperato.
Che differenza c’è tra religione e superstizione?
Mons. Giuseppe Maggioni, Delegato arcivescovile per i Nuovi
Movimenti Religiosi dell’Arcidiocesi di Milano, sostiene
che «l’atteggiamento di fede consiste nel rendere
a Dio l’adorazione e l’obbedienza che gli sono
dovute in modo adeguato, mentre la superstizione (da «super-stare»)
consiste nel prestare culto divino a chi non è dovuto
o nel modo sbagliato. Il che stravolge le finalità
della vera religiosità, che tende invece a lasciarsi
istruire dalla sapienza di Dio per poter fare la sua volontà».
LA SUPERSTIZIONE
Una ninna-nanna egiziana utilizzata, in tempi antichi, serviva come scaramanzia per allontanare dai bambini lo spirito che procurava la malattia. Nell’ultima strofa, fa cenno ai rimedi usati per esorcizzare il male.
…Corri via tu che vieni dall’oscurità
che entri pian piano (…)
Sei venuta per baciare questo bimbo?
Io non permetterò che tu lo baci.
Sei venuta per ammutolirlo?
Io non permetterò che tu lo ammutolisca.
Sei venuta per fargli del male?
Io non permetterò che tu gli faccia del male.
Sei venuta per rapirlo via?
Io non ti permetterò di strapparlo dalla mia mano.
L’ho munito delle protezioni contro di te
Con trifoglio… cipolle… miele….
Vediamo in concreto cos’è la superstizione alla
quale facciamo spesso ricorso. È la presunzione di
avere credenze e compiere pratiche, che nella valutazione
della cultura e delle religioni superiori, ufficiali e dominanti,
sono ritenute frutto di errore e d’ignoranza, di convinzioni
prive di qualsiasi fondamento empirico e religioso. Secondo
il politico inglese Edmund Burke, «La superstizione
è la religione degli spiriti deboli».
I primitivi, ad esempio, ritenevano che, colpendo l’immagine
del bisonte, fosse più facile uccidere l’animale
durante la battuta di caccia. Nasceva così la prima
forma di superstizione.
Sta di fatto che molti uomini politici, attori, condottieri
e sovrani, non sono riusciti a sottrarsi al peso condizionante
della superstizione. La storia e la cronaca lo confermano:
dalle Idi di marzo, che la moglie di Cesare riteneva nefaste,
ai portafortuna di Napoleone, dalla giacca scozzese di Fred
Astaire al cornetto di Totò. L’esercito dei “non
vedo ma ci credo” è illimitato e giorno dopo
giorno, paradossalmente, si infittisce, con un numero sempre
maggiore di affiliati.
L’errore, che più comunemente si commette è
la confusione che tra causalità e casualità,
dimenticando i numerosissimi casi dell’assenza, quando
cioè i due eventi avvengono indipendentemente. A trarci
in inganno è proprio il differente peso che attribuiamo
a presenza e ad assenza. Esempio: può capitare mille
volte di assistere a un incidente senza che questo sia preceduto
da un gatto nero che attraversa la strada, può capitarci
mille volte che un gatto nero attraversi la strada senza che
niente succeda; se però capita, una volta su duemila,
che i due eventi coincidano, ecco che l’associazione
viene colta e viene letta come rapporto di causa-effetto,
e di conseguenza enfatizzata, raccontata a destra e a manca.
Se qualcuno volesse mettere in fila tutte le superstizioni
presenti nelle differenti culture umane, l’elenco sarebbe
lunghissimo. Ogni cosa, essere o evento, per l’irrazionale
della nostra mente, può portare fortuna, sfortuna oppure
addirittura avere più specifici effetti, positivi o
negativi. Qualche esempio: il canto della civetta, il gatto
nero che attraversa la strada, lo specchio rotto, il passare
sotto una scala, lo spargere sale, ecc. Si tratta, fin qui,
di superstizioni tradizionali, semplici e circoscritte. La
superstizione, però, può divenire addirittura
uno stile di vita perché, per certe persone, può
influenzare ogni scelta, ogni comportamento. Inoltre, può
proliferare. Ciascun essere umano, in tema di superstizioni,
può dimostrarsi un creativo. Ciascuno può, spontaneamente,
crearne delle nuove e personali (un indumento o un oggetto
che “porta bene”), da aggiungere alle superstizioni
antiche e tradizionali, e dunque generalizzate e generiche
come il fare le corna o il dire “in bocca al lupo”.
Un’ampia disamina della magia e della superstizione
la fa Vito Lozito, docente di Storia della Chiesa dell’Università
di Bari, recentemente scomparso, nel suo libro “Agiografia,
magia, superstizione” (Levante Editori). Egli esamina
il costume, la mentalità, l’atteggiamento, tenuti
nei primi secoli dell’era volgare (e non solo in quell’epoca)
nei confronti dell’arte (o presunta tale), di conoscere
il futuro, di avere contatti con il mondo misterioso degli
inferi che provoca sensazioni di paura e al tempo stesso di
fascino.
L’uomo per esorcizzare le insidie della natura o degli
spiriti malefici confezionava e portava addosso talismani,
amuleti ed erbe magico-terapeutiche contro le malattie, il
malocchio e le insidie del vicino. Questo tipo di credenze
fu definito in generale, superstizione, residui di paganesimo,
ma erano e sono, invece, testimonianze di altra cultura, di
culture che erano state superate o vinte e, nel fenomeno della
cristianizzazione, perseguitate, abolite, assorbite, arricchite
di diversi significati simbolici. Sono le culture di tradizione
greca, romana, celtica, germanica che continuavano a sopravvivere,
ma relegate in second’ordine.
La continuità di moduli di pensiero, di usanze, di
atteggiamenti, si riscontra nelle leggende agiografiche (la
letteratura riferita ai Santi), nelle festività religiose
cristiane che richiamano usi e riti di civiltà precedenti.
Il fenomeno della magia, nelle sue diverse forme, rimane il
simbolo più chiaro di questa continuità; le
figure del santo e del mago spesso si fondono e diventa difficile
distinguere dove finisce la preghiera e dove inizia l’operazione
magica.
Maghi e incantatrici, nonostante condannati e perseguitati
dalle istituzioni civili ed ecclesiastiche, continuano a prosperare
nella nostra società. Essi hanno resistito alle persecuzioni
ed ai processi: le loro “prestazioni” erano richieste
sia dalle classi sociali subalterne che da quelle dirigenziali,
in zone rurali e nelle città, dal momento che nell’animo
umano albergano perennemente desideri di conoscenza, di vendetta,
di odio, di invidia, di disperazione, di amore negato. Per
quale meccanismo l’uomo moderno, apparentemente figlio
della ragione, crede che alcune figure, gesti o situazioni
possono condizionare il suo destino? Forse perché è
molto difficile scrollarsi di dosso i pregiudizi da superstizione
che abbiamo accumulato fin dalla più tenera età.
Una ricerca dell’Istituto di Studi Politici, Economici
e Sociali dell’Università di Bologna (ISPES),
finalizzata ad analizzare l’ingarbugliato universo della
magia e della superstizione in Italia, permette di leggere
con maggiore nitidezza questo complesso universo.
Il fenomeno interessa i più diversi strati sociali.
Tra le persone che si rivolgono al mago, due terzi sono donne
e la fascia d’età varia tra 40 e 60 anni; il
30% dei clienti è laureato mentre il 40% è diplomato.
In genere due italiani su dieci vanno dal mago almeno una
volta l’anno.
Oggi sono molto diffuse le trasmissioni TV dedicate alla magia
e alla cartomanzia. Prevalentemente l’operatore si pone
davanti alle telecamere con strumenti di divinazione come
tarocchi, carte speciali, oggetti vari, ecc. In genere il
mago si limita a chiedere data di nascita, sesso e il campo
nel quale si desidera avere risposte (salute, lavoro, amore).
Il tono delle risposte è generico, ma nel 90% dei casi
l’interlocutore conferma le dichiarazioni del mago.
Ciò è dovuto anche al fatto che chi si rivolge
al mago in televisione è in una condizione di disagio
interiore perché, inconsciamente, sa di effettuare
una pratica trasgressiva che non vorrebbe rendere pubblica.
Il fenomeno appare preoccupante soprattutto perchè
riguarda una fascia di popolazione battezzata e che si professa
cristiana. Chi segue Cristo, al contrario, dovrebbe confidare
solo in Lui, e in nessun altro. Il nostro destino è
esclusivamente nelle nostre mani, e in quelle di Dio che ci
riempie della sua Grazia nella misura in cui gli diamo spazio
nella nostra vita. Nel mondo della superstizione la nostra
esistenza è scandita dall’utilizzo di una grandissima
quantità di oggetti: dai più semplici (come
la chiave), ai più complicati (come il telefono cellulare)
e questi strumenti svolgono con efficacia il loro compito
ogni qualvolta che ne richiediamo il loro aiuto.
Molti oggetti, anche i più semplici, sono spesso contrassegnati
da un’atmosfera inquietante, in certi casi diventano
vere e proprie spie per segnalare, come strumenti profetici,
cosa ci riserverà il futuro. Ma vi sono anche giorni
e date considerati nefasti.

Per rendersene conto basta osservare alcune indicazioni suggerite
dalle più diffuse superstizioni che accompagnano alcuni
oggetti di uso quotidiano, come indicato nel volume “Il
libro delle superstizioni” di Massimo Centini (De Vecchi
Editore), dal quale sono state tratte alcune di queste note.
Per brevità segnalerò solo qualcuna, ma l’elenco
è piuttosto lungo.
Il bicchiere, ad esempio, è tra gli oggetti maggiormente
utilizzati dall’uomo durante la giornata. È pericoloso
osservare qualcuno attraverso un bicchiere, poiché
questa azione sarà preludio di una prossima lite. Anche
guardare attraverso un bicchiere rotto è pericolosissimo
poiché così facendo si “chiama la sventura”,
già annunciata con il danno della rottura. Attenzione
se durante il brindisi un bicchiere si rompe, rappresenta
un annuncio di morte.
Il coltello è noto soprattutto come arma e, di conseguenza,
impugnare un coltello, almeno a livello inconscio, rimanda
a immagini belliche o violente, quindi maneggiarlo senza la
dovuta cura può apparire come volontario segno di scontro.
Ancora più difficile è comprendere perché
far cadere un coltello quando si è a tavola, determinerebbe
la rottura di un fidanzamento, naturalmente se il distratto
che l’ha lasciato cadere si trovi in tale situazione
sentimentale. La superstizione non è valida per chi
è sposato…
I superstiziosi traggono auspici anche dalla caduta delle
forbici. Bisogna farle raccogliere da altri o, se non è
possibile, camminarci sopra prima di sollevarle. Quando le
forbici cadono e le punte rimangono infisse nel terreno, ciò
corrisponde ad un presagio di morte. Regalare forbici equivale
ad augurare del male.
La superstizione ha trovato ampio spazio anche intorno a cose
non pericolose come il pane. Prima regola non sprecare il
pane. Buttarlo sarebbe un gesto destinato a condurre il sacrilego
alla povertà. Infatti, il pane consacrato rappresenta
il “Corpo di Cristo” e quindi al di là
del valore nutritivo, riveste un ruolo sacro.
Usare un pettine appartenuto ad una persona defunta, si rischia
di seguire il precedente possessore.
La scopa, oggetto emblematico del femminile è sempre
stato uno strumento intorno al quale la superstizione si è
sbizzarrita. Un proverbio francese avverte: «Se pulisci
la casa con una scopa verde in maggio, scopi via anche il
padrone di casa…».
Se una ragazza cammina sul manico di una scopa sarà
madre prima di sposarsi. Questa superstizione forse risente
dell’influenza dei numerosi riti di fecondità
precristiana. Quando si cambia casa non portarsi dietro le
scope vecchie, poiché così facendo si porterebbero
nella nuova abitazione tutte le precedenti sventure.
Nel folclore di numerosi paesi, si racconta che se un uomo
è colpito con la scopa da una donna, diverrà
impotente: una espressione figurata molto chiara per sottolineare
il rischio che corre l’uomo incapace di difendersi dagli
attacchi del “sesso debole”.
I periodi della sfortuna
Al capodanno sono riconosciute delle peculiarità che
nella superstizione diventano “segni” addirittura
profetici.
Se la prima volta che si esce si incontra una persona di sesso
opposto, l’anno appena iniziato sarà fortunato,
al contrario sarà nefasto. Inoltre porterebbe male
incontrare un prete, una suora, un vecchio o un gobbo. È
buona sorte invece incontrare un frate.
C’è un’antica credenza che recita “Anno
bisesto anno funesto” che accompagna la nostra esperienza
quotidiana, superstizione a parte. Ma non è proprio
così. Ricordate il 2000, anno bisestile, che tutti
presagivano sciagure di ogni tipo che dovevano aggiungersi
a quelle per il fine millennio? In realtà non è
accaduto proprio nulla. Le credenze nelle disgrazie che accompagnerebbero
l’anno bisestile deriverebbe dal fatto che a febbraio
fu aggiunto un giorno, come intercalare nel calendario Giuliano
e quindi considerato anomalo e portatore di disgrazie. Le
statistiche ci dicono comunque che disgrazie di ogni tipo
accadono in tutti gli anni anche non bisestili.
Com’è noto, il cosiddetto pesce d’aprile
è costituito da uno scherzo che può presentare
due varianti: attaccare un pesce, o una sua rappresentazione,
sulle spalle della vittima o colpire lo sfortunato con uno
scherzo anche pesante. In varie località si mandavano
i creduloni alla ricerca di oggetti impossibili o si invitavano
a compiere azioni irrealizzabili, ecc.
Il mese di maggio è considerato popolarmente un mese
sfortunato, in particolare per quanto riguarda iniziative
importanti, come sposarsi, cambiare casa, iniziare una nuova
attività. L’origine di questa credenza forse
è riposta nel fatto che maggio era il mese più
adatto per la semina e per iniziare importanti lavori agricoli,
quindi in famiglia era necessario il contributo di tutti,
quindi qualsiasi iniziativa o altra attività erano
considerate “frivole” e dannose per la già
precaria economia rurale.
Martedì, mercoledì o venerdì
Non bisognerebbe mai sposarsi di mercoledì: sarebbe
la rovina della futura famiglia. Peggio ancora se i giorni
scelti fossero il martedì o il venerdì. Giornata
fausta per il matrimonio è il sabato, perché
è il “giorno della Madonna” e la protezione
della Vergine rende ogni cosa certa e felice.
Giovedì o sabato
Sono i giorni consacrati alla magia, quelli in cui le streghe
metterebbero a segno le loro pratiche malvagie e quindi rovinerebbero
ogni buona intenzione. In questi giorni, dopo l’Ave
Maria, le donne devono togliere la biancheria stesa ad asciugare
perchè, in caso contrario, le streghe farebbero la
“fattura” a quei panni, producendo effetti devastanti
su quanti ne facessero uso.
Venerdì
Un discorso a parte merita il temutissimo venerdì.
Forse la negatività deriva dal fatto che in quel giorno,
secondo la tradizione cristiana, Cristo fu crocifisso. Di
qui il divieto di mangiar carne, partecipare a feste e divertimenti
e il detto “chi ride di venerdì piange la domenica”.
Se poi il venerdì cade di 17, allora la negatività
sarà massima, anche per coloro che alla superstizione
credono solo un po’.
Difficile stabilire l’origine di questa credenza: probabilmente
quella data era riferita a qualche grande catastrofe (epidemie,
carestie, guerre).
Sta di fatto che qualche anno fa una ricerca dell’autorevole
“British Medical Journal”, smentì scientificamente
le credenze dei superstiziosi: quel giorno a Londra, gli incidenti
automobilistici erano sensibilmente diminuiti. Però
la stessa rivista puntualizzava che molti londinesi forse
erano rimasti a casa per evitare i danni del giorno infausto.
Per Cristoforo Colombo, invece, il venerdì fu un giorno
fortunato. Partì dal porto di Palos un venerdì;
mise piede sulla nuova terra di venerdì e rientrò,
sempre di venerdì, a Porto Palos.
Animali da tener d’occhio
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Una barbara tradizione sostiene che le allodole tenute in
gabbia avrebbero cantato meglio se accecate. Da qui si è
consolidato il mistero che circonda questi docili uccelli.
Ascoltare il loro canto appena svegli sarebbe di buon auspicio.
Leonardo Da Vinci, invece, scrisse che se un allodola si ferma
al capezzale di un ammalato è possibile conoscere le
sorti dell’infermo, osservando i movimenti dell’animale:
se guarda l’ammalato la guarigione è assicurata,
se invece lo ignora la fine è vicinissima.
In molti paesi veder volare una civetta o ascoltare il suo
canto è un cattivo presagio. Forse le credenze che
circondano questo volatile sono da ricercare nelle sue abitudini
notturne.
In Germania, quando nasce un bambino, ci si augura di non
sentire l’inquieto verso, perché in quel caso
la vita del nascituro sarebbe infelice. Ma va anche ricordato
che la civetta era sacra per Athena, la dea greca delle arti
e delle scienze, anche perchè l’animale era considerato
protettore della città. Ma, ben presto, con altri uccelli
come il gufo e il barbagianni, l’aura positiva diventò
quella nefasta e malvagia che l’avrebbe accompagnata
fino al presente.
Fin dal passato più antico, il corvo è stato
considerato un animale nefasto, annunciatore di morte e di
sciagure. Associato alla stregoneria, si diceva fosse in grado
di predire il futuro e quindi utilizzato da streghe e stregoni
per le loro pratiche di magia nera. Il suo verso è
considerato annuncio di morte. In genere la vista di questo
animale è considerata negativa e terribile, probabilmente
per il suo colore nero, emblematicamente connesso alla morte
e al mistero.
Anche il gatto entra di prepotenza fra gli animali da tener
d’occhio, sempre circondato da un’aria di mistero
ma anche perché distaccato e individualista. La sua
agilità, il suo rapido apparire e sparire come per
magia, la sua capacità di vedere al buio sono caratteristiche
che hanno contribuito a caratterizzare il gatto con toni spesso
soprannaturali.
Notissima la superstizione che considera un annuncio di disgrazia
un gatto nero che attraversa la strada. Questa credenza è
viva in molti paesi, mentre negli Stati Uniti è considerato
un segno positivo essere seguiti da un gatto nero. Sta di
fatto che in molte località si crede che streghe e
stregoni hanno la possibilità di trasformarsi in gatti
neri, e sotto quelle spoglie, compiere malefatte.
Altri animali da tener d’occhio sono il maiale, collegato
alla sporcizia e, in senso figurato, evidenzia la passione
per le cose peggiori, il topo, forse per il suo collegamento
con la peste, e il pipistrello, animale del mistero per eccellenza,
collegato a tutto quello che rappresenta oscurità e
mistero.
Azioni rischiose
Vi sono azioni che, per ragioni ataviche e talvolta inspiegabili,
attribuiamo effetti deleteri. Si tratta di credenze che sorgono,
nella maggioranza dei casi, dal valore simbolico dell’azione
o per essere state causa di grandi disgrazie.
Si scopre così che il meccanismo destinato ad alimentare
queste superstizioni si fonda sulla consapevolezza dell’esistenza
di un equilibrio governato da regole precise, la cui infrazione
determinerebbe effetti spesso drammatici.
Passare sotto una scala rappresenta per buona parte del mondo
occidentale una tra le azioni più temute dai superstiziosi.
È utile sapere che la scala rappresenta un simbolo
importante per numerose religioni, in quanto costituisce un
tramite che pone in relazione cielo e terra.
Giacobbe, il Patriarca, sognò una scala lungo la quale
salivano e scendevano Angeli. L’episodio viene così
ricordato nella Genesi (28.12): “Una scala che appoggiava
sopra la terra, con la cima arrivava al cielo; e per essa
ecco gli angeli di Dio che salivano e scendevano”. Anche
Buddha utilizzò una scala per scendere dal monte Meru.
Un ultimo avvertimento: passare sotto una scala porta sfortuna,
ma passare sotto una scala con un numero di pioli dispari
è peggio. I danni saranno ancora più gravi.
È diffusa la superstizione che impone di non aprire
mai un ombrello in casa, pena un sacco di guai, per alcuni
addirittura un annuncio di morte. Vediamo perché. L’ombrello
richiamerebbe il baldacchino con il quale, nella liturgia,
poi riformata, era d’uso coprire il prete che portava
il viatico ad un morente. Un’altra interpretazione vuole
che l’ombrello aperto in casa evocherebbe il tetto rotto
o, peggio, la sua mancanza, che potrebbe rappresentare un
presagio di miseria.
Se cade un ombrello dovrebbe raccoglierlo qualcuno che non
sia il proprietario, in caso contrario sullo sfortunato ricadrebbero
molte sventure. Se poi una donna raccoglie il proprio ombrello
resterà zitella.
I nostri nonni dicevano che “Rovesciare l’olio
porta disgrazia”, probabilmente perché non potendo
usare i moderni detersivi, guardavano con rammarico la tovaglia
macchiata.
Molto probabilmente le credenze intorno all’olio hanno
origine nell’importante ruolo che l’olio svolge
nelle religioni e nel suo stretto rapporto con il sacro. Infatti
in un versetto del Levitico (2.1) si dice: “Quando una
persona vorrà fare un’oblazione al Signore, offra
fior di farina, su cui verserà dell’olio e metterà
dell’incenso”.
I più razionali sostengono, invece, che la superstizione
dell’olio versato sia sorto quando i pavimenti erano
costruiti in legno, in cotto o in marmo non trattati. Essendo
estremamente porosi e assorbenti, dove cadeva l’olio
si formava una macchia indelebile e scivolosa.
Un altro versetto del Levitico (2.13) recita: “In ogni
oblazione da te offerta dovrai metterci del sale; né
lascerai mancare nella tua offerta il sale, simbolo di alleanza
col tuo Dio”. Questo forse l’importante ruolo
simbolico svolto da questo prodotto nelle tradizioni religiose.
E forse, come per l’olio, è facile capire perché
versarne possa esse considerato nefasto. Il sale, infatti,
è diventato elemento di purificazione dal male: dal
rito del battesimo alle pratiche contro le streghe.
Se si fa cadere del sale, si può allontanare la disgrazia
con un semplice scongiuro: se ne prendono due pizzichi e si
gettano alle spalle.
Il sale versato sulla porta allontana le streghe, mentre quello
gettato sul fuoco conduce all’inferno…
Con la rottura di uno specchio si annunciano sette anni di
guai. Una tragedia forse originata dal fatto che frantumandosi,
avrebbe mandato in frantumi tutte le immagini che era solito
riflettere.
Nella cultura popolare si usa coprire gli specchi della casa
in occasione della morte di un parente, poiché si teme
che la sua anima vagante possa essere bloccata per sempre
dietro le superfici riflettenti (?). Da qui forse il ricorso
allo specchio da parte dei maghi per conoscere il futuro.
Ed ora una poesia in dialetto barese di Emanuele Battista
sul destino.
U destìne
O ragionìire Franghe Di Mòneche,
u chiamàvene : “iè sckemmòneche”!
N’omne assàie supersteziùse,
ca pe nudde addevendàve nervùse.
Ce passàve da nanze na gatta gnore,
se meseràve la frève ogne do iore.
Ce acchiàve na ciumma fèmmene,
la gastemàve e s’aggeràve de sckène.
O ciumme masckue, ’mbèsce nge fescève
drète,
pe teccuànge la cascetèdde ’nzegrète.
Ce avèva nemmenà u deggesètte a ngualchedùne,
nge decève sìdece chiù iune.
Non se facève ma’ meserà l’aldèzze,
pe pavùre de iesse fatte u tavùte sèzze-sèzze.
Ce a la tàuue s’assedèvene trìdece
crestiàne,
s’alzàve desciùne e se ne scève
a chiane a chiane.
U cappìdde sop’o litte ma’ u mettève,
decève ca la malanòve sùbbete venève.
Ce la notte se sennàve la cadùte de le dìnde,
la matìne ’mbrìme avvesàve tutte
le parìnde.
Nu cuèrne russe iìnd’a la palde sèmme
pertàve,
e ogne dèsce passe che la mane u-accherezzàve.
Ogne dì lesceve l’oròschepe a la matìne,
che nu pacche de sale sott’o tauìne.
Ce ngualche cose ca stève a fà no nge quadràve,
“è sckemmòneche” sùbete gredàve.
E ce iève nguàlche iàlde ca nge u decève,
’mbrìme-’mbrìme nge credève.
Na sère, na zìnghere nge lescì la mane,
e nge mettì la cacàzze chedda reffiàne.
“Crà, a da fà attenziòne ragionìire
a le cavàdde e le checchìire”.
Franghìne, la dì a doppe se mettì ammalàte,
e s’asseddì a la boldròne, tutte assestemàte.
’Mbàcce o mure stève nu quadre,
nu traìine che le cavàdde e le quandre.
A buène a buène u quadre se staccò,
e dritte dritte ’ngàpe a Franghìne azzeppò.
La chernìsce, pesànde e d’attòne,
de ponde nge spaccò u fermendòne.
E achsì, Franghìne, senze che se n’avvertì,
sotto o traiìne e le cavàdde merì!
Streghe e masciare

La strega secondo uno scrittore inglese «È una
malvivente; peste e parassita sociale; devota a un credo osceno
e ributtante; adepta del veneficio, del ricatto e di altre
pratiche delittuose ripugnanti, aderente ad una potente organizzazione
clandestina, nemica della Chiesa e dello Stato; blasfema nelle
parole e nelle opere; abbindolatrice di paesani ignoranti
con le armi del terrore e della superstizione».
La credenza nelle streghe è riscontrabile presso innumerevoli
popoli, come pure la convinzione che certe donne, possedute
da una natura demoniaca, siano dedite al cannibalismo, alla
magia, all’assassinio e all’annientamento della
potenza maschile. Questo genere di streghe simboleggia il
lato negativo della natura femminile, quel suo tratto oscuro
di cui il maschio ha timore.
Le streghe vengono chiamate anche masciare, megere o fattucchiere,
e sono rappresentate da donne che nonostante l’avanzare
della civiltà e del progresso, esercitano ancora oggi
la magia, tentando di dominare le forze occulte della natura
per sottoporle al proprio potere, fermamente convinte della
validità della magia bianca o nera.
Queste donne sono anche le protagoniste delle storie che Pasquale
Locaputo, ha scritto nel suo libro “Le Masciare”
(Edinorba Editore), con l’intento di fare un gesto d’amore
verso la sua città, la sua storia, il suo patrimonio
culturale.
Locaputo ha pensato bene di dare uno sguardo ai verbali inediti
di un processo svoltosi nel 1582 a Conversano a carico di
alcune donne accusate di stregoneria. Da quei verbali egli
ha tratto spunti e materiali narrativi per gli interessanti
racconti inseriti nella pubblicazione, ricostruendo, su base
in genere fantastica, le vicende personali di alcuni protagonisti,
sullo sfondo di una città di oltre quattro secoli fa,
con i suoi edifici civili e religiosi, presenti ancora oggi
nella odierna Conversano.
La quattro “masciare” di cui scrive Locaputo si
chiamavano Paola Marchesano, Maria Richione, Rosa Colangelo
e Antonia Piscitello, le quali probabilmente finirono sul
rogo, vittime, forse inconsapevoli e ignare, del clima di
“caccia alle streghe” e dei pregiudizi ideologici
che contraddistinsero l’epoca.
I racconti lasciano il problema aperto, tentando di documentare
credenze e pratiche popolari in concorrenza o in complemento
della medicina del tempo con il rischio per le “masciare”
di sconfinare nell’abuso e nell’illecito.
Anche per l’uomo del duemila la superstizione e la magia
continuano ad avere un loro spazio ed un loro significato,
nonostante l’avanzare della civiltà e del progresso.
Ancora oggi vi sono persone fermamente convinte della validità
della magia bianca o nera. Molti di voi hanno seguito attraverso
“Striscia la notizia” le storie di imbrogli e
di truffe da parte di Wanna Marchi e compagni ed i loro tentativi
di carpire la buona fede dei creduloni con numeri del lotto,
schedine o quant’altro, con il solo scopo di vendere
fumo e spillare soldi.
Come ricorderete i fatti infiammarono l’opinione pubblica
nel gennaio 2002 in occasione del quale si scoprirono tentativi
di frode e frodi vere e proprie da parte di persone che cercavano
di sfruttare l’ingenuità del prossimo. Purtroppo
nel nostro piccolo, anche noi ci scopriamo un po’ superstiziosi,
desiderosi di dare la colpa a qualcosa se le cose vanno male
e risolverle, quindi, con un bel colpo di bacchetta magica.
Ed allora volete uno spassionato consiglio? Rivolgetevi al
sacerdote in caso di problemi morali e spirituali o al medico
in caso di malattie, senza andare a cercare cure empiriche
di dubbio risultato e con spreco di quattrini, ovvero cercare
nello psicologo un sostegno per migliorare la qualità
della vita. Almeno le loro prestazioni sono disinteressate
e basate esclusivamente su morale, scienza e coscienza. E
poi, ricordate che secondo il Dalai Lama «Nessuno è
nato sotto una cattiva stella: ci sono piuttosto persone che
guardano male il cielo»".
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La scomparsa di Giovanni Paolo II, “Il Papa grande”,
ha commosso l’Italia ed il mondo. Quello che è
avvenuto a Roma in occasione della sua scomparsa è
stata una grande testimonianza del segno che ha lasciato all’umanità.
Il Segretario di Stato Vaticano, Sodano, ha detto nella sua
omelia che «Il Papa è diventato cantore della
civiltà dell’amore», ed in questi giorni
gli scritti in onore del Papa, che ci ha insegnato a non avere
paura, non si contano.
Mi capita di leggere una bella e significativa poesia in dialetto
barese dedicata al Santo Padre dal titolo “T’avime
viste” (abbiamo notato quanto hai fatto ed insegnato),
che Santa Vetturi, docente di lettere, ha riassunto in poche
strofe tutta la sua attività pastorale. Sono certo
che concorderete con quanto scrive l’autrice.
A proposito di dialetto mi piace anche ricordare che Giovanni
Paolo II, le cui manifestazioni ci hanno sempre stupito, in
occasione di un incontro con i parroci di Roma, accogliendo
al volo la “provocazione” di un parroco romano,
ha pronunciato tre frasi in romanesco “Dàmose
da fà, Volèmose bbene!, Semo romani”,
segno tangibile dell’immediatezza della comunicazione
dialettale.
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T’AVIME VISTE |
T’ABBIAMO VISTO |
di Santa Vetturi |
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| T’avime viste assì cu
fume bbianghe e u capescèmme mbriime tutte quande T’avime viste pe vindisett’anne scalà com’a n’atlète na mendaggne uaggnone mmenz’a fodde de uaggnune T’avime viste pure de patì e mo’ t’avime viste velà ngiile Pape de cì non crete e de cì crete |
T’abbiamo visto uscire con il fumo
bianco e lo capimmo subito tutti quanti T’abbiamo visto per ventisette anni scalare come un atleta una montagna ragazzo tra folle di ragazzi T’abbiamo visto anche patire ed ora t’abbiamo visto volare in cielo Papa di chi non crede e di chi crede
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Il Medioevo, fino ad un secolo fa, è stato considerato come epoca dell’oscurantismo, dell’intolleranza, della superstizione, ma oggi grazie ad alcuni studiosi si ha una concezione più equilibrata e più positiva di questo periodo storico. Le cattedrali romaniche e gotiche, ad esempio, che in quel periodo venivano considerate con disprezzo arte “gotica”, ancora oggi sono a testimoniare la grandezza di quell’epoca. Il medioevo ha segnato anche un periodo significativo per alcune invenzioni che Chiara Frugoni ha voluto evidenziare nel suo libro “Medioevo sul naso”, pubblicato dagli Editori Laterza (pag. 138, euro 18,00).
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L’autrice passa in rassegna molte delle invenzioni di
quel periodo: gli occhiali, la carta, la filigrana, la stampa
a caratteri mobili, l’università, i numeri arabi,
lo zero, la data della nascita di Cristo, banche, notai, il
nome delle note musicali, la scala musicale e tante altre.
Il medioevo ci dà anche bottoni, mutande, pantaloni,
le carte da gioco, gli scacchi, il carnevale, l’anestesia
e perché no, anche il gatto in casa, i vetri alle finestre,
il camino. Inoltre, ci fa anche sedere a tavola (i romani
mangiavano sdraiati), mangiare con la forchetta maccheroni
e vermicelli, la cui farina veniva macinata con mulini ad
acqua e a vento.
Quel periodo storico ha cambiato il nostro senso del tempo
portandoci l’orologio a scappamento, le ore di lunghezza
uguale non più dipendenti dalle stagioni ed anche Babbo
Natale per far sognare i nostri bambini.
“L’arte di fare gli occhiali”, tanto per
rimanere nell’argomento del titolo del libro, entusiasmò
molto l’inventore, il domenicano Giordano da Pisa, dal
momento che gli avrebbe permesso da quel momento in poi, di
meglio meditare sulle sacre pagine e comporre edificanti sermoni.
Ma la novità aiutò anche a fermare sul foglio
debiti ed illeciti guadagni altrui. In due parole da strumento
della Chiesa è diventato strumento del mercante.
Chiara Frugoni non ha la pretesa di esaurire con la sua pubblicazione
le invenzioni medievali, ma intende solo dare il suo contributo
come omaggio al Medioevo, ai tanti miglioramenti introdotti
di cui ancora oggi godiamo. Ha seguito un filo narrativo basandosi
sulla bellezza delle immagini e dei testi medievali. Insomma,
un medioevo inaspettato, dalle mille invenzioni, un racconto
affascinante, una storia documentata di sorridente ironia
e di immagini colorate.
Il volume, molto illustrato, si avvale di numerose note riportate
per ogni capitolo, di una nutrita bibliografia ed anche delle
referenze relative alla iconografia che lo correda.

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Incerte e misteriose sembrano le origini della cartapesta
che sembrano perdersi nella notte dei tempi.
La devozione verso Santi e Madonne costituisce senza dubbio
uno degli aspetti della vita religiosa delle nostre popolazioni
e costituisce un fatto culturale e sociale che ha interessato
studiosi e sociologi. Spesso la religiosità popolare
è stata interpretata più come subcultura o superstizione
che come vera fede, ma Giovanni Paolo II nel discorso ai vescovi
di Puglia, durante la visita del 1981, definì la pietà
popolare «la vera espressione dell’anima di un
popolo in quanto toccata da grazia e forgiata dall’incontro
felice tra l’opera di evangelizzazione e la cultura
locale».
Numerose sono le produzioni artistiche religiose e culturali
presenti sul nostro territorio tra le quali occupa un posto
importante la scultura sacra cartacea molto diffusa nel Salento.
Mi riferisco alle produzioni di cartapesta, in particolari
di statue, che rappresentano l’arte povera, cioè
la “cenerentola” dell’arte scultorea, con
la quale si produceva e si produce una fine scultura.
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È di qualche anno la pubblicazione da parte del Centro
Regionale Servizi Educativi e Culturali della Regione Puglia
di Tricase (LE), di un interessante volume su “La scultura
sacra cartacea nel Capo di Leuca (sec. XVIII-XX)” di
Francesco Fersini (Besa Editrice).
Il testo illustra l’origine, lo sviluppo, la lavorazione
e il restauro della cartapesta, evidenziando che in Occidente
fin dal Medioevo prevalse l’uso di plastificare la carta,
tecnica appresa probabilmente dai veneziani in qualche località
orientale, forse la Cina, ai tempi delle Repubbliche marinare.
Il volume oltre a riportare l’iconografia di 100 tavole,
descrive con precisione l’opera e l’eventuale
restauro subito, proponendo anche la biografia degli autori
delle opere.
Completa l’opera un elenco di cartapestai, la schedatura
inventariale delle statue in cartapesta, l’elenco dei
restauratori ed una serie di pregevoli tavole a colori relative
ad alcuni Santi e Madonne.
Il volume vuole essere non solo un documento, ma anche uno
stimolo a far davvero i conti con una tradizione culturale
capace di coniugare il sentire popolare, la creatività
artistica insieme al messaggio educativo.
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L’hobby o passatempo è una occupazione, solitamente
non molto impegnativa, finalizzata a trascorrere piacevolmente
alcune ore della nostra vita. Da questa passione non si sottraggono
neanche i “grandi” e tra essi i Papi.
Negli austeri palazzi vaticani le figure sacrali dei Papi
si umanizzano rivelando anche lati umoristici, a volte curiosi,
ma sempre interessanti e, nonostante il limitatissimo tempo
libero di cui dispongono, per i numerosi impegni religiosi,
diplomatici e sociali, riescono a trovare anche momenti di
relax per dedicarsi ai loro passatempi preferiti.
Qualche anno fa è stato pubblicato il volume di Anonymus
“Anche in Vaticano…” (Editrice Ancora),
contenente una raccolta di aneddoti, curiosità e hobby
su Papi e ambienti ecclesiali del ventesimo secolo. Molti
episodi sono pervenuti dalla viva voce di alcuni Monsignori
e Prelati romani, molti altri sono stati “trasmessi”
verbalmente con una buona dose di fantasia, molte volte sconfinata
nella leggenda o nel mito. I Papi e i loro ambienti sono visti
nel loro aspetto quotidiano, da cui non è estraneo
il lato umoristico che rende i personaggi “ufficiali”
più umani e simpatici, insomma il lato sconosciuto
del Vaticano. Ma vediamo in dettaglio.
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Benedetto XV |
Pio XI |
Pio XII |
Benedetto XV (Giacomo Della Chiesa), si dilettava di araldica
ed era puntualissimo, al punto che alle persone care regalava
orologi dicendo «Tieni, così non avrai più
scuse per arrivare in ritardo».
Pio XI (Achille Ratti) che era «lento nel parlare e
rapido nell’agire», aveva due qualità proprie
di un vero signore. Fu anche esperto alpinista.
Pio XII (Eugenio Pacelli), coltivava l’hobby della ornitologia,
in particolare dei canarini, al punto che quando morivano
li faceva imbalsamare. La biblioteca privata di Pio XII, invece,
aveva una quantità enorme di libri, tanto che si dovette
rinforzare il pavimento con ulteriori travi e Sua Santità
ripeteva sempre che “I libri danno le idee per parlare”.
Inoltre è stato il primo Papa in assoluto ad utilizzare
il telefono per dare ordini o direttive e gradiva andare in
macchina ad alta velocità.
Pio IX (Giovanni Maria Mastai Ferretti), si dedicava alle
sciarade senza trascurare i sigari ed i tarocchi, lasciando
perplesso lo stesso Pio XII al momento di avviare il processo
di canonizzazione.
Giovanni XXIII (Angelo Giuseppe Roncalli), il Papa buono,
il parroco del mondo, che aveva sempre «una parola di
comunione e di speranza per tutti», era solito uscire
dal Vaticano per recarsi in visita ai malati, ai carcerati,
alle Parrocchie romane e per recarsi ai Santuari di Assisi
e di Loreto. I romani lo chiamavano bonariamente “San
Giovanni fuori le mura” ed alcuni, forse in riferimento
all’etichetta di un noto whisky lo soprannominarono
Johnny Walker (Giovanni il Camminatore), poiché walk
in inglese significa camminare.
Paolo VI (Giovanni Battista Montini), quando era monsignore
in Vaticano, era considerato “la persona meno socievole
del mondo”. Era un formidabile lettore di libri ed aveva
un grande attaccamento per la letteratura francese, anche
non cattolica. Usava un linguaggio moderno, scarno, scultoreo,
sintetico, simile a quello di Cesare, di Sant’Agostino
e di Hemingway. Non concedeva nulla al superfluo, giusta il
detto di Michelangelo, del quale il Pontefice fu un grande
estimatore: “L’arte sta nel togliere”, o
quello di un letterato russo che sosteneva che «Per
scrivere bene bisogna badare più a quello che non si
deve dire che a quello che si dice».
Pio IX |
Giovanni XXIII |
Paolo VI |
Giovanni Paolo I (Albino Luciani), il cui pontificato durò
solo 33 giorni per l’improvvisa morte, dette adito a
ipotesi di complotti che avrebbero coinvolto sia prelati della
curia, sia torbidi personaggi esterni. Pare si sia trattato
solo di fantapolitica e di invenzione di certi scrittori.
La mattina, quando si alzava, continuò una sua vecchia
abitudine, apriva da sé le finestre della stanza da
letto e dello studio che lasciava aperte per far entrare l’aria
ed il sole. Nei suoi momenti di libertà si dedicava
al gioco delle bocce.
Giovanni Paolo II (Karol Wojtyla), Pontefice dei record, primo
Papa non italiano che ha contribuito indirettamente al crollo
del comunismo, quando espresse il desiderio di farsi costruire
una piscina a Castelgandolfo, qualcuno criticò l’iniziativa
sostenendo che erano soldi sprecati. Si racconta che Sua Santità
così commentò: «Sempre meno di quelli
necessari per l’elezione di un nuovo Papa» (anche
perché la piscina è a disposizione del personale
di servizio). È nota anche la sua passione per lo sci
e la montagna. Molti ricorderanno l’episodio che lo
vide impegnato nella “storica” gita con il nostro
Presidente della Repubblica Sandro Pertini.
Dell’attuale Pontefice Benedetto XVI (Joseph Ratzinger),
uomo timido e riservato, si sa che è amante del tè
e si narra che quando un professore gli stava versando del
caffé in una tazza, disse sorridente: «Nein,
danke, no grazie, io sono un teista». Si sa, inoltre
che ha la passione per i gatti e la musica e suona il pianoforte.
Questi per sommi capi alcuni degli hobby e curiosità
dei nostri Pontefici, una sorta di storia minore dei Papi
che si svolge negli austeri palazzi apostolici.
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Giovanni Paolo I |
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Benedetto XVI |
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Il primo libro stampato a Bari pare sia stato pubblicato nel
1535 con il titolo “Operette del partenopeo “Suauio”.
Alla fine del volume si legge “Stampato in Bari per
Mastro Guiliberto Nehou Francese in le case de Santo Nicola
a dì 15 de ottobre. Ne lanno de la Natività
del Signore MDXXXV”.
Nel 1907 di questo libro si sapeva che esisteva una sola copia
posseduta da un certo Minieri-Riccio e successivamente dal
conte Francesco Bonazzi, quindi dalla Biblioteca di Storia
Patria napoletana. Quanto sopra lo afferma Armando Perotti
nel volume “Bari ignota” edita a Trani nel 1907
e ristampato dall’Editore Arnaldo Forni nel 1984.
La casa editrice Levante di Bari ha voluto riprodurre nel
1982 a stampa anastatica il primo libro stampato a Bari che
è tutt’oggi disponibile, a richiesta, nelle librerie.
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